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DIRITTO PENALE PROGREDITO – Mercoledì 19 MARZO 2014

Seminari inizieranno uno il 29 aprile e l’altro il 19 marzo

Venerdì metto i calendari, vi chiederò di scrivere una mail all’indirizzo indicato in cui fate una preiscrizione.

Il seminario è composto di 4 incontri – 3 crediti, presenza 3 volte su 4.

Scopo del seminario è farci esercitare per sostenere adeguatamente l’esame.

Modalità dell’esame: faccio l’esame scritto, dopodiché divido le persone che vogliono far l’esame in giorni e
ore diverse per l’integrazione orale. In generale all’inizio di ciascuna sezione in cui vi ho divisi, faccio una
rapidissima correzione prima di iniziare l’integrazione orale per dire esattamente come andava svolto, quali
sono gli errori più frequenti, nel fare l’integrazione orale metto in evidenza le cose specifiche per ogni
singolo esaminando. Lo scritto non scade, non siete obbligati a dare l’integrazione orale il primo appello
utile.

Seguite sempre il sito.

Torniamo al nostro caso dell’accoltellamento, vi ricordate che abbiamo avuto due prospettazioni: una
prospettazione più serena diciamo, il p.m. dice io opterei per omicidio volontario, abbiamo scritto il capo di
imputazione con riferimento all’omicidio preterintenzionale ma poi lo abbiamo ripensato in chiave di
omicidio volontario, il p.m. ha scelto la strada di sostenere il cd. DOLO EVENTUALE cioè magari non sarà
stato il suo scopo ma certamente si è rappresentato la possibilità di uccidere nel momento in cui ha
conficcato un coltello nella zona toracica e ha accettato il rischio, gli interessava talmente punire un tifoso
romanista che ha accettato il rischio anche di uccidere un uomo.

ELEMENTI A SOSTEGNO DI QUESTA IMPOSTAZIONE: ho fatto un impostazione che voi potete capire se
andate a prendere il manuale di Marinucci – Dolcini nella parte dell’accertamento del dolo con riferimento
a due esempi utilizzati dalla giurisprudenza per accertare il dolo: perché sono importanti questi criteri?
Perché il dolo è un puro concetto tipico, è qualche cosa che è avvenuto nella mente della gente, come tale
non è suscettibile di cognizione diretta, non possiamo sapere che cos’è accaduto nella mente di questo
soggetto semplicemente perché non abbiamo nessuno strumento per radiografare i pensieri, allora
dobbiamo ricorrere alla prova di carattere indiretto o inferenziale, perché inferenziale? Perché dobbiamo
provare dei dati oggettivi cose che sono successe che possono essere ricostruite attraverso testimonianze o
attraverso ciò che ci dice il medico legale p.e., che tipo di … è stato, e quindi qual è stata la forza, la
direzione del colpo ecc., e da queste circostanze di carattere oggettivo possiamo inferire, cioè, ditemi un
sinonimo di inferire, possiamo dedurre quelli che sono stati probabilmente e verosimilmente i progetti di, il
thema probandum è un processo tipico, e come tale inattingibile alla nostra conoscenza, noi possiamo
invece attingere a dati oggettivi della nostra conoscenza, dobbiamo attingere a dati oggettivi e a questi dati
oggettivi possiamo arrivare alla conoscenza verosimile di ciò che in realtà dobbiamo provare nel processo …
tramite l’ausilio di il ponte che mi permette di connettere il dato riconoscibile direttamente, cioè i processi
tipici, e le circostanze oggettive di cui vi parlavo, il ponte che ci permette di concludere queste cose sono le
cd. massime di esperienza. Ma evidentemente ci sono delle generalizzazioni di senso comune su come si
comportano normalmente le persone e su cosa pensano normalmente le persone. E dice dunque, una
massima di esperienza che dice che quando uno pianta una serie di coltellate intorno alla zona … che in
qualche modo vuole ammazzare, esistono massime di esperienza che ci consentono di dire: il colpo è stato
inferto (?) in pieno petto, e che addirittura sono stati inferti più colpi, è altamente verosimile che chi ha

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compiuto questa condotta volesse uccidere, quello che si chiama animus necandi. I criteri, o diciamo gli
elementi oggettivi che vengono maggiormente utilizzati per provare il dolo in giurisprudenza sono quelli
intuitivi, cioè micidialità dell’arma, e per micidialità dell’arma si intende la sua capacità letale, la sua
capacità di uccidere, numero dei colpi inferti, quanti più sono i colpi, tanto più la realtà parla a favore di un
dolo, un animus necandi, zona del corpo presa di mira e attinta, allora più si tratta di una zona in cui sono
concentrati gli organi vitali, più sarà facile ferire nel cd. animus necandi.

Attenzione: perché se uno studente mi dice: qui è senz’altro da escludere il dolo perché la parte che è
attinta è la testa che è notoriamente priva di organi vitali, io mi sono soffermato a lezione sul torace, è
chiaro che questo studente non sapeva che il cervello è un organo vitale.

Detto questo, il problema per l’accusa è quello di fornire un racconto che dia una spiegazione di tutti gli
elementi oggettivi raccolti che convinca il giudicante oltre ogni ragionevole dubbio, le cose non possono
essere andate in un modo diverso da come ve le sto raccontando, certamente il soggetto ha agito con
l’animo di uccidere, l’animus necandi, il compito del difensore non è quello di dimostrare che le cose sono
andate in un altro modo, ma è quello semplicemente di seminare un ragionevole dubbio, è quello di dire:
attenzione che le cose POTREBBERO essere andate in un altro modo e tu giudice non sarai in grado di
escludere che le cose siano andate in questo modo.

Ovviamente, la nozione del criterio dell’oltre ogni ragionevole dubbio che è normativamente imposta,
nell’articolo 533 c.p.p.: che è la norma che vige quando il giudice pronunci sentenza di condanna, dal punto
di vista del giudicante, la norma che impone di condannare solo quando la colpevolezza è stata dimostrata
oltre ogni ragionevole dubbio, si traduce in un onere motivazionale, qualcuno riesce a spiegarmi come il
giudice deve far estrinsecar nella motivazione, deve estrinsecare nella motivazione il raggiunto
convincimento oltre ogni ragionevole dubbio della colpevolezza dell’imputato. Cosa deve il giudice, come
deve motivare? Per dar conto di questo aver … ogni ragionevole dubbio sulla ricostruzione accusatoria?
Risposta: Deve dedurre con ragionamenti logici e concreti ogni cosa che abbia potuto dire l’avvocato
difensore.

Ogni cosa che avrebbe potuto dire l’avvocato difensore mi piace, ma diciamo anche qualcosa d’altro perché
a volte i difensori sono molto scarni, i difensori d’ufficio non sanno difendere ecc., che cosa sono quelle
cosa che ha detto effettivamente l’avvocato difensore ma, o forse lei lo aveva detto correttamente, che
AVREBBE potuto dire l’avv.to difensore, quindi anche quello che avrebbe potuto dedurre, quindi anche
prospettazioni alternative, che magari non sono state prospettate, e allora forse capite che l’adempimento
di un onere motivazionale oltre ogni ragionevole dubbio comporta da un lato la dimostrazione che la
ricostruzione fornita dalla pubblica accusa è coerente con il materiale probatorio, e allora il dispositivo si
sposa perfettamente con questi elementi di fatto: perché c’è stata una coltellata, la coltellata è stata inferta
nella zona in cui ci sono gli organi vitali, il soggetto non può non essersi reso conto, si è certamente reso
conto della brutalità / vitalità (?) della propria condotta, e ciò nonostante ha agito, incurante del rischio per
la vita (?).

Ma altri requisiti della motivazione altrimenti la motivazione verrà cassata, verrà annullata in Cassazione,
occorrerà dimostrare la radicale implausibilità, non la assoluta impossibilità, ma la radicale implausibilità di
ricostruzioni alternative, e questo vale sia in punto accertamento dell’elemento soggettivo, rispetto
all’accertamento del dolo, ma anche rispetto all’accertamento che l’imputato abbia commesso il fatto,
poiché è la stessa cosa no, allora non se vi ricordate, il caso tragico della Anna Maria Franzoni, che è stata
condannata per aver ucciso il figlio ecc., nessuna l’ha vista, non c’era una prova diretta che fosse stata lei, il

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giudice si è sforzato di dimostrare che in questa ricostruzione, il fatto che l’avesse ucciso, l’essere
compatibile con il materiale probatorio, era perfettamente compatibile, e si è sforzato, altresì, di
dimostrare, che ogni altra possibile ricostruzione era assolutamente implausibile, che un'altra ipotetica
persona avrebbe potuto entrare in casa nei pochi minuti in cui era uscita, lei diceva di essere uscita per
accompagnare il figlio, avrebbe dovuto indossare i suoi zoccoli, con quegli zoccoli avrebbe dovuto
procedere all’azione di uccidere simulando che fosse stata la mamma, allora si trattava di una ricostruzione
così implausibile che esattamente in quei pochissimi minuti, che non è stata giudicata idonea a fondare un
ragionevole dubbio, sull’ipotesi accusatoria che a questo punto è rimasta in piedi come l’unica ipotesi
plausibile. Questo è un po’ lo stesso ragionamento che dobbiamo fare anche noi, quindi il nostro avvocato
che cosa deve dire? Deve dire: ma siete sicuri che in questo caso ci sia stato certamente l’animus necandi,
cioè che il soggetto abbia previsto e abbia accettato la possibilità di uccidere o abbiamo una spiegazione
alternativa?

Qual è la spiegazione alternativa? Che abbia voluto soltanto far male. Che ci sia stato l’animus laedendi.

Ovviamente l’avv.to non lo può negare questo, anzi c’era stata la dichiarazione precedente, lui lo voleva
“tagliare” il romanista, quindi è evidente che ha preso il coltello per farne una grossa questa volta. Il punto
è: è possibile leggere tutto questo materiale probatorio come compatibile anche con ipotesi diverse da
quella accusatoria? Cioè l’ipotesi che abbia voluto soltanto ferire, non uccidere, che le cose siano andate al
di la della sua intenzione, che è tipico per l’appunto dell’omicidio preterintenzionale, ripeto, l’avv.to non
deve dimostrare che questa è la verità, ma deve soltanto dire: giudice tu sei in grado di motivare in modo
tale da escludere radicalmente questa ipotesi alternativa? Perché se non sei in grado di escluderlo, allora tu
non puoi condannare per l’ipotesi più grave. Allora non puoi condannare per omicidio volontario, ma devi
accontentarti di quest’ipotesi meno grave. Aggiungo anche: secondo voi ha qualche rilevanza per la nostra
valutazione, tutti voi sarete chiamati a fare i componenti di un ideale Corte di Assise, ha qualche rilevanza il
fatto che il sig.re non abbia prestato soccorso e sia fuggito anziché prestare soccorso?

Il caso dice: “Tizio si allontana rapidamente”, e perché qualcuno potrebbe argomentare: beh se avesse
voluto solo ferire e non avesse voluto uccidere, allora avrebbe soccorso, giustamente il p.m. non ha
menzionato questo argomento e aveva ragione secondo me, perché aveva ragione? Faccio io in qualche
modo il p.m. e dico: “il sig.re si è accorto di avere colpito e non ha neanche prestato il soccorso! Questo
dimostra che lo voleva ammazzare, questo dimostra che la sua morte gli era indifferente”.

Cosa di potrebbe obiettare a un p.m. che ragiona in modo così rozzo?

Non poteva fermarsi perché, poteva dire l’ho fatta grossa, si forse si è reso conto però è anche vero che
ora, allora perché è scappato? Per evitare problemi, non è scappato per motivi futili, è scappato perché ha
combinato il fatto, è scappato come tutti quelli che la combinano grossa scappano no, ma immaginatevi che
si possa inferire la volontà omicida dal fatto che uno scappa, allora immaginatevi una persona che ne
investe un'altra sulle strisce pedonali, e scappa, dobbiamo in relazione alla fuga, ipotizzare che in questo
caso ci sia un omicidio volontario? No, certamente no. Il problema è che uno si accorge di averla fatta
grossa e cmq scappa per sottrarsi alle investigazioni, per non farsi prendere, scappa spesso valutando male,
perché ti prendono in questi casi no. È un istinto di autoconservazione, più radicalmente: il
comportamento soggettivo non rileva praticamente mai, o rileva solo a condizioni molto restrittive per
dimostrare quale sia stato l’atteggiamento volitivo al momento della condotta. Il dolo va sempre valutato
in relazione alla condotta, non in relazione a quello che viene fatto dopo, a meno che quello che viene
fatto dopo sia un qualche cosa programmato precedentemente, e quindi probabilmente con un certo

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piano che illumina anche l’atteggiamento soggettivo che l’agente ha avuto nel momento in cui ha compiuto
la condotta, ma qui il problema è che questo soggetto che si sarà anche reso conto di averla fatta grossa, a
questo punto ha cercato di mettersi in salvo, non diversamente da chi abbia investito del tutto
involontariamente una persona sulle strisce pedonali, e cerchi di evitare problemi scappando.

Quindi questo comportamento soggettivo giustamente non è stato valorizzato.

Il comportamento antecedente, invece, è più significativo, perché può illuminare ripeto il, allora se il
soggetto avesse detto: “voglio uccidere un romanista”, beh è chiaro che questa sarebbe stata una prova
non dico regina, però è una prova importante nel quadro accusatorio, mentre il fatto di aver detto “voglio
tagliare” è qualche cosa che è stata molto valorizzata in chiave difensiva proprio per dire: “guardate la sua
intenzione era proprio quella meramente di ferire”.

Domanda: non ho capito molto bene per quale motivo non si è dato peso alla condotta successiva.

Allora: in linea generale il DOLO va sempre accertato AL MOMENTO DEL FATTO, cioè occorre sempre
valorizzare l’elemento del comportamento che il soggetto ha tenuto al momento della condotta tipica, che
è stato il momento in cui ha sferrato la coltellata, il comportamento successivo può essere segno di …, di
volontà di evitare i problemi, di mettersi in salvo, ma non illumina retrospettivamente l’atteggiamento
volitivo o rappresentativo del momento in cui la condotta è stata compiuta. A meno che ripeto, non si tratti
di un comportamento già programmato ex ante, che possa come dire, che possa dare significato a quello
che è stato compiuto precedentemente, diciamo che se c’è tutto un piano criminoso, allora è evidente che
questo potrebbe illuminare, ma il comportamento successivo molto spesso è soltanto volto a sottrarsi ad
una responsabilità che incombe sul soggetto, tanto che il fatto sia qualificato come doloso, come colposo,
come preterintenzionale, …, questo è compatibile con l’omicidio colposo, con l’omicidio volontario e con
l’omicidio preterintenzionale, non ci dice granché su ciò che gli è passato per la testa dal momento in cui il
fatto è stato compiuto.

Ok, questo è il quadro, e con tutti i … che vi ho fatto sulla, appunto sul senso diciamo del giudizio,
domanda: ma il p.m. per, a mio parere, cercare di smentire la massima di esperienza dell’avv.to che
prevede come con una coltellata si possa uccidere una persona, non può sottolineare che la spalla oltre che
essere molto vicina al cuore è anche molto vicina alla carotide, che è un arteria che collega direttamente al
cervello e che un taglio di 10 cm comporta la morte diretta della persona?

Ecco certamente, l’avv.to, vi ricordate l’argomento che ha utilizzato su questo punto? Ha detto la parte del
corpo attinta in una situazione come dire caotica, di tafferugli, in cui c’è un spingi spingi complessivo come
dire, è sostanzialmente casuale, e allora dice: non è detto che il soggetto volesse colpire proprio la spalla,
ha semplicemente sferrato un colpo, la parte realmente attinta è stata frutto più del caso che di una
deliberazione, quindi non è così significativa, quindi non possiamo stare col bilancino dicendo questa zona
poteva essere molto pericoloso perché solo 10 cm più ingiù avrebbe colpito il cuore, lui dice: è una zona
che non è particolarmente significativa, allora a questo punto valuterete voi se quest’argomento segna
veramente il ragionevole dubbio sulla prospettiva accusatoria o meno. Ricordiamoci che pure il vostro
avv.to vi ha detto che l’arma non è univocamente significativa per la volontà di uccidere, l’arma che assai
più univocamente significativa della volontà di uccidere è l’arma da fuoco, l’arma bianca (?) è normalmente
compatibile anche con la volontà di ferire.

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Il colpo è stato unico. Quindi quando un soggetto vuole uccidere normalmente reitera i colpi, in questo caso
il colpo unico è coerente con le dichiarazioni precedenti che era stato semplicemente: “voglio ferire un
romanista”.

La fuga ha un peso?

Lo vedremo con un capo di imputazione per omissione di soccorso, rispetto all’accusa di omicidio
volontario, rispetto al dolo, secondo lei ha un peso o non ha un peso?

È chiaro che questo soggetto è un poco di buono, il problema è: lo dobbiamo condannare per omicidio
volontario, o gli dobbiamo dire: tu volevi ferire ma l’hai combinata più grossa di quello che volevi e questo
fatto potrebbe essere preterintenzionale.

Vabbe ci pensiamo, ecco però quello che vorrei che fosse chiaro che come presidente di una enorme Corte
di Assise vi porrò questa domanda: voi ritenete che il pubblico ministero abbia dimostrato oltre ogni
ragionevole dubbio che il sig. Tizio ha ucciso volontariamente il sig. Caio?

Allora voi dovete dire: c’è un ragionevole dubbio, abbiamo una spiegazione alternativa, o questa
spiegazione alternativa ugualmente ragionevole, siamo disposti a motivare, immaginate di essere un
giudice togato che deve stendere la motivazione per dire che quello che ha raccontato o avrebbe potuto
raccontare il difensore è totalmente esauriente. Nel caso in cui voi vi rispondiate negativamente a questa
domanda, cioè il pubblico ministero non ha assolto il suo onere probatorio, cioè dimostrare oltre ogni
ragionevole dubbio, in sostanza l’unico elemento problematico che era l’animus necandi, che cosa accade a
questo signore? L’accusa è stata formulata per omicidio volontario. Il p.m. ha impostato l’accusa in base
all’articolo 575 c.p., se voi rispondete no: la soluzione sarà quella di assolvere, quindi non il 533 ma il 530
del c.p.p. che io vi leggo perché è importante che voi capiate qual è la posta in gioco.

Articolo 530 c.p.p.: se il fatto non sussiste, se l’imputato non lo ha commesso, se il fatto non costituisce
reato, non è previsto dalla legge come reato, ovvero se il reato è stato commesso da persona non
imputabile, o non punibile, il giudice pronuncia sentenza di assoluzione. Indica la causa (?) nel dispositivo.

Secondo comma: Il giudice pronuncia sentenza di assoluzione anche quando manca o è insufficiente o è
contraddittoria la prova che il fatto sussiste, che l’imputato non lo ha commesso, che il fatto costituisce
reato, che il reato è stato commesso da persona non imputabile.

Va coordinato con l’articolo 533 che dice: Il giudice pronuncia sentenza di condanna se l’imputato risulta
colpevole del reato contestatogli, in questo caso omicidio volontario, al di la di ogni ragionevole dubbio.

Ora il mio problema è: ma se il giudice direbbe che il p.m. non ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio
l’animus necandi il risultato è l’assoluzione?

Risposta di uno: no perché il fatto sussiste, non sarà quello, non sarà l’accusa, ma il fatto rimane.

Ok, quindi cosa può fare il giudice? Cosa può fare la Corte? Può riqualificare il fatto. Può riqualificare il fatto
ai sensi di quale norma? 521.

Articolo 521 c.p.p. comma 1: nella sentenza il giudice può dare al fatto una qualificazione (?) giuridica
diversa da quella enunciata nell’imputazione, purchè il reato non ecceda la sua competenza ne risulti
attribuito alla cognizione del Tribunale in composizione collegiale o (?) monocratica.

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Però il comma 1 va coordinato con il comma 2: il giudice dispone con ordinanza la trasmissione dei dati al
p.m. se accerta che il fatto è diverso da come è descritto nel decreto che dispone il giudizio.

In questo caso si applicherà il primo o il secondo comma? Voglio dire: il giudice può direttamente
qualificare il fatto come omicidio preterintenzionale e quindi pronunciare sentenza di condanna a questo
titolo: lo condanniamo per omicidio preterintenzionale così riqualificando il fatto contestato di cui al capo
A? Oppure dovrà restituire gli atti al p.m. affinché proceda a una nuova contestazione e quindi proceda a
contestare un omicidio preterintenzionale?

Una nuova contestazione lei dice, quindi deve restituire gli atti affinché il p.m. contesti nuovamente e si
rifaccia un altro processo, molto garantista, forse un po’ troppo, perché vediamo un po’: allora qual è la
differenza tra il primo e il secondo comma: l’idea che soggiace sotto il primo comma è che il fatto delle sue
dimensioni , nelle sue coordinate oggettive è il medesimo, il giudice però può dire il p.m. ha sbagliato nella
sussunzione, ha compiuto una sussunzione errata. Il fatto in realtà non è furto ma è rapina perché se il p.m.
mi descrive che ha sottratto un orologio alla nostra vittima, e ha sottratto l’orologio dandole uno spintone
facendola cadere per terra il p.m. sarà ignorante se ha qualificato questo fatto come furto, perché se il fatto
è immediatamente quello descritto nel capo di imputazione così come ve l’ho raccontato questa è una
rapina, il p.m. avrebbe dovuto sussumere il fatto come rapina. Ma si applica il primo comma, quindi il
giudice può direttamente condannare per rapina perché il fatto storico è esattamente quello, se il giudice
invece ritiene che il fatto storico sia diverso da quello contestato, allora si ritiene che il diritto di difesa
dell’imputato è garantito, perché l’imputato ha il diritto di confrontarsi con l’imputazione del fatto storico e
allora ovviamente non dovrà restituire gli atti. Alla luce di questa indicazione lei insiste sul fatto che gli atti
vadano restituiti o meno? Eh ma è il fatto storico che è diverso dice la vostra collega, sempre in modo
intelligente, qui non è che abbiamo lo stesso fatto che viene qualificato in un senso oppure nell’altro, ma
abbiamo proprio fatti diversi, il p.m. ha contestato che ha causato la morte di un uomo con l’animus
necandi, la Corte d’Assise in ipotesi ritiene che si sia trattato di una causazione della morte di un uomo con
animus laedendi, è un fatto diverso, fatto comprende anche l’elemento soggettivo, quindi l’elemento
soggettivo cambia, ho un fatto diverso, ricade nel secondo comma, dover restituire gli atti al p.m. perché
proceda, perché si faccia un nuovo processo sull’omicidio preterintenzionale, molto corretto e molto
garantistico, però forse c’è un argomento che ci fa evitare di arrivare a questa conclusione che è un po’
retroprocessuale, qual è la logica che potrebbe sottostare affinchè il giudice può riqualificare il fatto
derubricandolo, usiamo un espressione tecnica, l’imputazione originaria, cioè facendola passare da un
imputazione più grave, da un titolo più grave a un titolo meno grave? È chiaro che cos’è il titolo no? Il titolo
è la norma incriminatrice che qualifica il fatto. Lei dice in definitiva: non è proprio un fatto diverso, perché
forse contestando l’animus necandi io implicitamente contesto anche l’animus laedendi.

È già contenuto in questa imputazione perché nel più e non del meno. Ho un rapporto del più al meno. Non
di … ad aliud (?). Ho una contestazione di volontà di uccidere che implicitamente comprende la volontà di
ferire.

E allora non c’è mutazione del fatto contestato, ma c’è semplicemente un togliere un pezzettino di questo
fatto, il fatto resta in piedi ma manca quel quid pluris che qualifica l’animus necandi rispetto all’animus
laedendi che è stato implicitamente contestato.

Quindi se fosse il contrario?

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Se fosse il contrario cioè se il p.m. avesse contestato l’omicidio preterintenzionale così come ha fatto la
ragazza, e la Corte d’Assise, invece, si convincesse che ci sono tutti gli estremi per un dolo eventuale e
quindi che si può condannare per omicidio volontario, qua che cosa bisognava fare?

La Corte d’Assise, ritiratesi in Camera di Consiglio avrebbe dovuto restituire gli atti e dire al p.m.: secondo
no c’è l’omicidio volontario, ma lo deve cmq valutare il p.m. perché qui tocchiamo un principio radicale col
fatto che è il p.m. che il dominio dell’azione penale, il giudice non può condannare a un titolo di reato A o
per meglio dire, può riqualificare il fatto ma non può aggiungere un pezzetto di fatto e in questo caso gli
basterebbe aggiungere un pezzo di elemento soggettivo non contestato, capite?

Allora qui non sarebbe una mera qualificazione giuridica di un fatto esattamente contestato, ma gli è stato
contestato l’animus laedendi che non copre quel quid pluris che è la coscienza e precisione relativa
accettazione del rischio che la vittima possa morire.

Ciò detto, è chiaro allora che la nostra Corte d’Assise potrà riqualificare il fatto togliendo il …di fatto che è
costituito dall’animus necandi, e potrà quindi condannare, avrà diciamo quindi il paracadute per
condannare questo soggetto ex articolo 584 c.p. e non ex articolo 575 c.p.

A questo punto passiamo alla votazione (?) su questo primo punto controverso che è il punto fondamentale
di questo caso.

Domanda: ma ha alcuna rilevanza nel processo il fatto che ha dichiarato che …

Aspetti, lei ha perfettamente ragione, io preferisco esporre questa domanda perché e glielo dico subito,
perché quello che adesso stiamo decidendo, ed è la prima domanda che fa il presidente alla Corte d’Assise,
è se sussistono gli estremi soggettivi ed oggettivi del reato contestato dal p.m., subito dopo poi ci
chiederemo se il soggetto verrà punito o non verrà punito perché sussiste alcuna causa di non che abbiamo
ricordato, però ha fatto bene a ricordarmelo, perché è importante ricordarlo al giudice, cioè il fatto di
travisare o meno la prova dell’elemento oggettivo e dell’elemento soggettivo dell’omicidio, è in contrasto …
(?) perché dovremo fare i conti anche con l’allegazione difensiva secondo cui il fatto è stato commesso in
legittima difesa. Ma attenzione, la logica seguita dalla giurisprudenza dell’accertamento del fatto differisce
sostanzialmente da quella seguita dalla dottrina. Secondo Marinucci e Dolcini, noi ci dobbiamo porre il
problema della legittima difesa prima della valutazione dell’elemento soggettivo, invece per la
giurisprudenza si valuta prima l’elemento oggettivo e soggettivo, e soltanto in un secondo momento si
pone il problema della legittima difesa.

La legittima difesa la si pone come un problema soltanto quando abbiamo qualificato il fatto in tutti i suoi
elementi oggettivi e soggettivi, prima dobbiamo sapere se si c’è stato un omicidio volontario o un omicidio
preterintenzionale, e solo successivamente ci chiederemo se il fatto è stato compiuto in legittima difesa.

È proprio un ordine logico diverso quello che segue la giurisprudenza. Allora la domanda che io pongo a
questa grande Corte di Assise è: il p.m. secondo tutto quello che abbiamo detto, ha dimostrato oltre ogni
ragionevole dubbio che il soggetto ha CAUSATO la morte di un uomo sul piano materiale?

Su le mani chi rispondono affermativamente.

Ha causato la morte di un uomo dal punto di vista materiale? Vi ho fatto una domanda oggettivo
dell’omicidio(?), qualcuno ritiene che non abbia dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio la correlazione
dell’evento morte? Ok, diamo per assodato che la causazione c’è. Che cosa non ha, il p.m. ha dimostrato
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oltre ogni ragionevole dubbio che questo soggetto ha causato la morte di un uomo volontariamente? Cioè
con dolo almeno eventuale? Su le mani chi ritiene che abbia dimostrato. Eh nessuno? Chi ritiene dunque,
ovviamente i giudici possono astenersi, che il p.m. non abbia dimostrato l’animus necandi oltre ogni
ragionevole dubbio? La stragrande maggioranza. Molto garantisti, bravi perché io non sono convinto che il
giudice giunga a questa conclusione, però mi fa piacere un tale sentimento garantista, e non vuol dire
mandare in libertà tutti i delinquenti, perché lo condanniamo.

Nell’ipotesi in cui avessero dovuto condannarlo per omicidio volontario, no scusate vado avanti con le
domande, a questo punto viene escluso … dal vostro collega, ma questo sig.re ci dice che ha fatto quello
che ha fatto perché si è dovuto difendere. Si è dovuto difendere, leggiamo più precisamente il suo
racconto: dice di: “Tizio dichiara di avere estratto il coltello soltanto per difendersi, essendo stato il suo
gruppo aggredito dalla tifoseria avversaria. In ogni caso, - questo lo abbiamo già valutato - l’affondo del
colpo di coltello non sarebbe stato intenzionale: secondo Tizio, infatti, la vittima era stata sospinta
inavvertitamente dai suoi stessi compagni contro il coltello, che egli aveva estratto a scopo meramente
intimidatorio”.

Questo problema avrei dovuto porlo prima: questa è una difesa che attiene all’elemento soggettivo del
DOLO, dice: io non l’ho fatto apposta, ho semplicemente estratto il coltello a scopo intimidatorio, sono stati
gli altri che hanno sospinto la vittima contro di me, perché io tenevo il coltello in questo modo per
intimidire ed è finito nella spalla. Ecco questa è una difesa che avrebbe inficiato radicalmente non solo,
attenzione la sussistenza dell’animus necandi, ma anche la sussistenza dell’animus laedendi, perché lui dice
in realtà io: è vero che ho detto “volevo tagliare” e di questo non se ne parla tanto, però lì in quel momento
volevo soltanto intimidire, e poi è stato spinto il soggetto, quindi quella è la sua difesa: non c’era
intenzionalità, nel caso fortuito, insomma non c’era intenzionalità ne di uccidere, ne di ledere, questa è in
qualche modo una difesa che vi sembra plausibile?

No perché è strano che dall’incontro tra due fazioni avversarie che il componente di una fazione spinga uno
della medesima fazione contro un altro.

Ragazzi no questa è un cretinata tant’è vero che anche il singolo avvocato dice che voleva soltanto ferire in
questo caso.

Questa difesa che nega anche l’intenzionalità anche di ledere?

Alunno: Possiamo dire che deriva da una massima di esperienza perché data la dinamica del fatto e l’entità
della ferita è difficilmente sostenibile che, data la massima di esperienza, che sia stato un caso fortuito.

Prof: anche il medico legale avrà detto qualche cosa, il coltello era stato affondato nella spalla e quindi
evidentemente e quindi evidentemente compatibile solo col dato intenzionale, mi ero dimenticato di
questa …, ma è una … che non verrà nemmeno presa in considerazione, quindi si se il difensore contesta su
questo punto si potrebbe superare oltre ogni ragionevole dubbio, è talmente implausibile questa
ricostruzione che non lascia alcuno spazio per fondare un ragionevole dubbio, il giudice lo può
disattendere.

I testimoni sono stati sentiti e non hanno ricostruito le cose in questo modo.

Il fatto che lo abbiano spinto sul coltello: la Corte d’Assise non ci penserebbe neanche un secondo a dire: no
questa è un cretinata.

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Cerchiamo ora di esaminare l’allegazione difensiva: ha estratto il coltello solo per difendersi, essendo stato
il suo gruppo aggredito dalla tifoseria avversaria.

Ecco qui proviamo un po’ a capire se ci sono spazi per una legittima difesa, per una legittima difesa …, per
un eccesso colposo, abbiamo accertato l’animus laedendi, quindi ci sarebbe una responsabilità ex articolo
584 c.p., ma se il fatto fosse scriminato non sarebbe punibile perché sussiste una causa di giustificazione.

Benissimo, e qui torniamo al codice di procedura penale, qual è lo standard probatorio nel caso di cause di
giustificazione, 530 comma terzo: se vi è la prova che il fatto è stato commesso in presenza di una causa di
giustificazione o di una causa personale di non punibilità, ovvero vi è dubbio sull’esistenza degli effetti
(?), il giudice pronuncia sentenza di assoluzione.

Quindi la causa di giustificazione non deve essere provata, ma anche in questo caso se sussiste il dubbio
sull’esistenza della causa di giustificazione, un onere probatorio meno intenso, quindi, compito per
l’avvocato è seminare un ragionevole dubbio sul fatto che le cose possono essere andate così come le ha
raccontate. Il nostro problema è: se le cose sono andate così come le ha raccontate, questo è sufficiente
per configurare una legittima difesa a suo favore?

Legittima difesa reale intanto, cominciamo con l’articolo 52 c.p.: difesa legittima: non è punibile chi ha
commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui dal
pericolo attuale di un offesa ingiusta. Sempre che la difesa sia proporzionata rispetto all’offesa.

Ottimo, qui ci sono tutti gli elementi della legittima difesa? No.

No perché? Manca l’ultimo elemento, mancherebbe la proporzione.

Anche se fosse vero che lui è stato aggredito dalla tifoseria avversaria qual è il problema grosso?

La proporzione. Perché? Cosa si intende per necessità e cosa si intende per proporzione?

Deve essere l’unico modo per evitare il danno. Perfetto, deve essere un modo meno lesivo.

E la proporzione, invece cosa vuol dire? È un rapporto di bilanciamento degli interessi in gioco. Allora il
racconto che lui fa e gli elementi raccolti dalle dichiarazioni, ci fanno pensare che fosse in pericolo la sua
vita? No, non c’è nessun elemento che ci fa pensare che in questo “tafferuglio” così come lo chiama lui, ci
fossero armi. In realtà nessuno aveva alzato coltelli, non c’erano armi, probabilmente qualche pugno, molto
difficilmente, è del tutto implausibile ipotizzare un pericolo per la vita che solo avrebbe potuto giustificare
un azione con cui si lede in maniera così intensa l’integrità fisica dell’altra persona. Il tipo di difesa è del
tutto sproporzionato rispetto al pericolo che poteva incombere su questo soggetto.

Domanda: in questo caso erano due gruppi numerosi, ma nell’ipotesi che fosse stato lui da solo circondato,
allora in quel caso se avesse estratto il coltello si sarebbe stato un comportamento proporzionato?

Certo, si sarebbe potuto discutere un pochino di più, perché la legittima difesa non va valutata in relazione
ai mezzi così considerata, ma secondo le circostanze del caso concreto, se p.e. le persone mi assalgono con
un atteggiamento così aggressivo da addirittura temere per la mia stessa vita, allora il fatto di estrarre un
coltello potrebbe porsi come un comportamento proporzionato, ma non è questo il caso.

Ma un caso un cui è, il fatto che compaia improvvisamente un coltello che è del tutto inopinato, che è
qualche cosa che come dire non c’entra niente con il delitto che si trattava di schermare, quindi va richiesta

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la proporzione, non solo chi ha guardato un po’ la giurisprudenza in tema di legittima difesa probabilmente
si è accorta che il principio giurisprudenziale non scritto nell’articolo 52 c.p. che poi viene menzionato dal
Marinucci – Dolcini, è un principio che la ... tiene in assoluta considerazione, se io vi caccio in una situazione
in cui, ve lo dico impropriamente per vedere se voi arrivate a dirlo meglio di come lo dico io, se io mi caccio
in una situazione in cui è probabile che qualcuno mi aggredisca, se me la sono cercata, la giurisprudenza mi
accorda la legittima difesa? No.

La legittima difesa è subordinata, secondo un costante orientamento giurisprudenziale, alla involontarietà


della causazione dell’aggressione. Cioè io non devo aver dato causa all’aggressione con un mio
comportamento colposo o addirittura volontario, o addirittura provocatorio. Allora se io mi sono cacciato in
una situazione di una seria aggressione, come dire, se ho partecipato attivamente alla provocazione del
gruppo avversario come è altamente probabile che in questo caso sia successo, è stato messo un coltello, è
probabile che un qualche cosa ce l’abbia messo per provocare questa situazione, la legittima difesa non è
invocabile. Voi direte, dove sta scritta questa cosa? Non c’è scritto in effetti ma la giurisprudenza lavora con
il concetto di costrizione, il soggetto non si può dire costretto ad agire se se lè cercata, se ha dato causa
all’aggressione con il suo comportamento volontario lanciando o accettando una sfida, ovvero provocando
l’aggressore, e quindi sotto questo profilo è altamente probabile che la legittima difesa non possa essere
riconosciuta. Ecco prima di fare spazi nella legittima difesa, ci sono spazi però nella legittima difesa cd.
putativa? O per un eccesso di legittima difesa? Legittima difesa putativa presupporrebbe l’erroneo
convincimento della sussistenza di un aggressione che in realtà non sussiste. Vi ricordate il caso di quello
che nel bosco (?) crede di essere aggredito ecc., qui c’è una sussistenza di un aggressione che in realtà è
inesistente (?). Qui non versiamo in quest’ipotesi, quindi non rientriamo nell’articolo 59 comma 4, perché
qui un aggressione forse c’era, c’era una situazione di scontro tra le due tifoserie, quindi non è
assolutamente inesistente l’aggressione, e quindi ci dobbiamo domandare se invece non sussista un
ECCESSI COLPOSO, eccesso colposo ex art. 55 c.p. . La situazione di eccesso rispetto alla legittima difesa è
una difesa eccessiva, e cioè significa: travalicamento dei limiti imposti dalla causa di giustificazione, il
soggetto fa di più di quello che gli è consentito, cagiona un danno maggiore di quello che gli è consentito
cagionare, allora: travalicamento dei limiti oggettivi (?) imposti da una causa di giustificazione, eccesso di
difesa vuol dire arrecare un danno maggiore all’aggressore di quello che gli è lecito cagionare.

Ora se noi leggiamo l’articolo 55, noi notiamo che l’articolo 55 ci dice che cosa?

Quando nel commettere un azione per i fatti preveduti dagli artt. 50-54 si eccedono colposamente i limiti
stabiliti dalla legge (…vedi articolo), si applicano le disposizioni concernenti i delitti colposi se il fatto è
preveduto dalla legge come delitto colposo.

Quindi all’omicidio lo potremmo applicare e allora in questo caso se si riconoscesse l’eccesso colposo, il
giudice come dovrebbe qualificare il fatto? Lo abbiamo qualificato dal punto di vista oggettivo e soggettivo
come omicidio preterintenzionale, lo dovrebbe invece qualificare come omicidio colposo, dovrebbe passare
dall’omicidio volontario all’omicidio colposo, che è ancora punito meno gravemente.

Qual è però la condizione per applicare l’eccesso colposo?

Eccesso significa difendersi di più di quello che sarebbe consentito, ora qui, se c’è stata veramente un
aggressione, il soggetto avrebbe potuto magari dare un pugno ed essere scriminato, invece da la coltellata,
provoca la morte, si difende di più di quanto necessario. Possiamo per ciò solo seguire il consiglio di
qualcuno di voi e condannarlo per omicidio colposo? O ce un problema?

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Questo è il presupposto logico per poter passare all’eccesso colposo, cioè noi possiamo porci il problema
dell’eccesso colposo in quanto abbiamo escluso che sussista la legittima difesa ex articolo 52 c.p., allora noi
possiamo porci il problema dell’eccesso colposo in quanto in quanto il fatto non sia scriminato, non sia
legittimo, ci poniamo però il problema che non ci sia un eccesso e che quest’eccesso non comporti la
derubricazione del fatto da omicidio preterintenzionale a omicidio colposo, ecco però se leggete bene la
norma vedete che c’è un'altra cosa.

Eccede COLPOSAMENTE non dolosamente. Cosa vuol dire?

Ecco perché noi abbiamo già deciso che il colpo è stato inferto allo scopo di ferire, e allora cosa vuol dire
che eccedono colposamente?

Il soggetto fa di più di quanto gli sarebbe consentito però colposamente. Qual è la situazione in cui si
potrebbe pensare di applicare l’eccesso colposo?

Perché abbiamo già capito che la voleva fare questa cosa, voleva ferire, non voleva uccidere ma certamene
voleva ferire, però il problema è che non voleva neanche ferire, voleva soltanto tirare un pugno.

Fatemi un caso di eccesso colposo.

Attenzione, vi do questo indizio: l’eccesso può essere colposo ma può essere anche doloso, e se è doloso il
codice non prevede niente perché ti condanna per omicidio volontario, per omicidio preterintenzionale,
perché ritiene il dolo. E non c’è nessuna derubricazione in colposo, perché è doloso.

Allora cos’è l’ECCESSO DOLOSO? E che cos’è l’eccesso colposo?

E poi c’è anche l’eccesso incolpevole se vogliamo no? Quindi abbiamo diverse possibilità. L’eccesso è doloso
o è colposo quando?

È colposo quando ritiene per errore che fosse stata in pericolo la sua vita.

Bravo! Allora si tratta di eccesso colposo quando il soggetto colposamente sopravvaluta il pericolo. Cioè lì
ritiene di dover commisurare la propria condotta ad un pericolo che ha erroneamente ma colposamente
sopravvalutato.

Il problema è quindi: io verso in eccesso colposo quando ho sopravvalutato la portata dell’aggressione, ho


commisurato la mia reazione a questa aggressione sopravvalutata. Se, invece, io mi sono reso conto della
portata reale dell’aggressione, mi sono reso conto cioè che quello che rischiavo era qualche pugno, e ciò
nonostante eccedo volontariamente e metto in essere un azione difensiva VOLUTAMENTE sproporzionata
rispetto all’aggressione, allora eccesso doloso, resta in piedi la responsabilità normale per dolo, omicidio
volontario o preterintenzionale, la sua domanda è: cosa cambia rispetto alla legittima difesa putativa? Cosa
cambia nel risultato.

Allora nel risultato non cambia nulla perché in entrambi i casi se l’errore è colposo si punisce per omicidio
colposo, la differenza processuale sta in ciò: che nella legittima difesa putativa non c’è proprio nessuna
aggressione. Allora io mi rappresento un aggressione inesistente. Nel secondo caso mi rappresento
un’aggressione esistente ma ne sopravvaluto la portata.

Se l’eccesso è colposo, se l’eccesso è doloso invece mi rappresento esattamente l’aggressione ma


coscientemente, volontariamente pongo un essere un aggressione sproporzionata rispetto a quella che c’è

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stata. Ecco, in questo caso la domanda che vi pongo è: c’è un ragionevole dubbio fatto emergere dalla
difesa sul fatto che lui possa in realtà aver sopravvalutato il pericolo e quindi colposamente e non
dolosamente ecceduto rispetto ai limiti della legittima difesa?

Vi pongo una domanda da un punto diverso da che il p.m. non ha alcun onere motivazionale particolare
sulla legittima difesa, o si potrebbe meglio dire: il p.m. è riuscito a dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio
che non sussista una situazione di legittima difesa reale ex art. 52? Oppure formulandolo diversamente
secondo l’articolo 530 terzo comma: esiste un dubbio, appunto ragionevole, sul fatto che il soggetto abbia
agito in legittima difesa reale ex articolo 52?

Allora chi è per concedere la legittima difesa reale e quindi per assolvere questo sig.re?

Zero mani, e quindi l’unanimità per escludere la legittima difesa. Chi è favorevole alla tesi che abbiamo
almeno un dubbio sull’eccesso colposo? Cioè sul fatto che il soggetto si sia rappresentato una situazione di
pericolo per la vita e che abbia agito in maniera commisurata ad un pericolo per la vita? Chi ritiene che il
fatto deve essere derubricato ulteriormente in omicidio colposo, da che era omicidio preterintenzionale?

Su le mani! Direi nessuno, perfetto.

Vediamo se il p.m. ha qualche altra imputazione da elevare a carico del sig.re, lasciamo perdere la disciplina
sulle armi che è un po’ complicata, vediamo se ci sono altre imputazioni nel codice penale che potrebbero
essere rilevanti in questa situazione.

Ex articolo 588 c.p. per RISSA: benissimo. Allora ammesso che ci sia veramente un tafferuglio, che
veramente ci sia stato uno scontro tra le tifoserie, a questo punto noi dobbiamo chiederci se il soggetto
possa essere condannato anche per rissa, per la partecipazione ad una rissa.

Articolo 588 primo o secondo comma?

Alunna: primo comma perché il secondo comma fa riferimento al caso in cui l’uomo rimane ucciso, in questo
caso però non è l’avvenimento che è stata causa.

Quindi secondo lei il secondo comma si applica in quale ipotesi? Perché il secondo comma, leggiamolo,
allora il primo comma è: chiunque partecipi a una rissa e, che cos’è una rissa? Colluttazione, scontro
violento fra tre (?) o più persone, colluttazione è soltanto sinonimo di rissa ma sicuramente è uno scontro
violento tra 3 o più persone, comporta la multa da vedi artt. e il secondo comma ci dice: se nella rissa
taluno rimane ucciso o ha delle lesioni personali, la pena, per il solo fatto di aver partecipato alla rissa, è
della reclusione da 3 mesi a 5 anni, la pena si applica se la uccisione o la lesione personale avviene
immediatamente dopo la rissa cioè in conseguenza di essa.

Lei mi spieghi perché vuole applicare il primo e non il secondo comma: lei dice che la morte non è stata
provocata dalla rissa, e perché però lei arriva a questa interpretazione restrittiva del secondo comma che
dice: se nella rissa taluno rimane ucciso, o riporta lesioni personali, perché arriva a questa conclusione che
è sostenibilissima eh, in realtà anch’io riterrei che questa sia la soluzione corretta ma mi spieghi un po’
meglio, ha interpretato così ma non mi ha dato la motivazione. Perché se no sarebbe perseguito per un
altro reato. Cioè lei vuole evitare una doppia punibilità allo stesso titolo. Perché dice colui che ha
partecipato ad una rissa e che in prima persona ha cagionato la morte o la lesione personale di un altro
viene già punito a titolo di omicidio o di lesioni personali in concorso con la rissa, allora di cui al primo
comma, se io applicassi sia la rissa aggravata, sia il secondo comma, sia il delitto di omicidio ecc., lo punirei
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di fatto due volte per lo stesso fatto, invece la logica di questo secondo comma è quello di stabilire una
forma di responsabilità, che il legislatore del 1930 ha interpretato certamente come una responsabilità
OGGETTIVA, per il solo fatto di avere partecipato alla rissa dalla quale è scaturita la morte cagionata da un
altro …? Se hai partecipato alla rissa sono cavoli tuoi, qual è il vecchio brocardo latino che sta dietro questa
previsione? Qui in re illecita versatur tenetur …, cioè se tu ti sei messo in una situazione … ti becchi tutti le
conseguenze che derivano dalla situazione che hai contribuito a creare partecipando alla rissa, ma questo
vale solo per il …ante (?)che non ha direttamente ucciso, perché il … che ha direttamente ucciso già
risponde per omicidio o per lesioni personali.

Qualcuno ha controllato sulla giurisprudenza questo orientamento? Se qualcuno avesse controllato


avrebbe trovato, avevo portato il codice penale commentato, avrebbe trovato sub articolo 588 c.p. che in
realtà la giurisprudenza NON E’ D’ACCORDO. E ritiene che nel caso di, che con l’ipotesi di cui al secondo
comma, concorrono con riguardo a così tanti autori, i reati di lesioni personali e di omicidio commessi nel
corso della contesa, non avendo questi reati valore rispetto alla rissa in quanto non sono considerati
progressivi rispetto ad essa, costituendo / mettendo (?) quest’ultima rispetto ai primi, il reato complesso, e
questa è un argomentazione del 2008, quindi abbastanza recente, si tratta di un orientamento a mio avviso
non condivisibile perché viola il ne bis in idem sostanziale, cioè lo stesso fatto che è configurato allo stesso
tempo, come omicidio volontario, preterintenzionale, e come rissa aggravata, quindi da luogo ad una
duplicazione sanzionatoria, tanto …… cioè il concorso tra 588 primo comma e il reato di omicidio ma
giustamente a quella che è, quindi se voi doveste fare un parere, dovete segnalare innanzitutto che c’è
questa giurisprudenza particolarmente rigorosa, cioè un buon difensore dovrebbe contestare questa
giurisprudenza esponendo gli argomenti, sapendo però che la situazione gli è contraria, e quindi sapendo
che le possibilità di accogliere questa linea difensiva sono piuttosto modeste sul un giudice intelligente che
non condanna per questo reato. (?)

Allora se le cose stanno così io direi che una condanna per la partecipazione alla rissa ex art. 588 non si
potrà evitare ma per la disciplina sanzionatoria non ha praticamente nessuna rilevanza, mentre potremmo
discutere, ma in questo caso non vi sottopongo neanche il problema perché è un problema tipicamente
esclusivamente di diritto, è stata cagionata la morte di un uomo, il problema è se debba essere applicata
questa aggravante a danno del soggetto che ha materialmente provocato la morte.

Ci sono dubbi sulla questione del 588? Non è pacifica ma credo che l’abbiate capita.

Il concorso sussiste nel momento in cui la medesima condotta è già stata qualificata, il suo disvalore è
integralmente coperto da …?

Ammesso che c’è la rissa, allora questa aggravante potrebbe essere certamente imputata agli altri …, il
parere non vi chiede la posizione di quegli altri, però cerchiamo di prenderli singolarmente, accertato che
gli altri potessero essere ritenuti responsabili per rissa, a questo punto si certamente potremmo applicare
nei loro cfr. 588 c.p. 2 comma a condizione però che, facciamo questo piccolo passo indietro.

Applicheremo senza problemi il secondo comma? Notate che cambia radicalmente la pena, il primo comma
è una sanzione minima, secondo comma la pena è di 5 anni, è sicuramente sospesa la pena però.

In questo caso specifico la morte era prevedibile o imprevedibile?

Il problema è che anche altri soggetti hanno partecipato alla rissa nel momento in cui …, quindi la tipologia
di questa rissa come faceva a rendere riconoscibile il rischio che qualcuno tirasse fuori un coltello, e che

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uccidesse un'altra persona, in realtà il difensore avrebbe provato a dire (?) che non era prevedibile, ok per
gli amici era prevedibile, in questo ha ragione, attenzione però la morte deve essere prevedibile affinché
possa essere applicato il 588 c.p., ditemi il pensiero giuridico che sta dietro, perché la norma non mi dice
che in effetti la morte debba essere imprevedibile ma non lo sappiamo, anche se non partecipo, 530 cacchi
tuoi, addirittura se la morte viene dopo, cmq rispondi, noi dobbiamo ridurre l’ambito applicativo di questa
norma per un interpretazione riduttiva, restrittiva, costituzionalmente orientata, evolutiva, … in cui è stata
… in maniera imprevedibile, benissimo chiudiamo la parentesi.

Allora il 588 poco mi interessa perché è una pena piccola, escludiamo il secondo comma del 588.

Altre imputazioni a suo carico: delle armi, la domanda è: omissione di soccorso è applicabile in questo caso?

Lui non ha soccorso. È perché no scusate?

Articolo 593 c.p.:

Chiunque, trovando abbandonato o smarrito un fanciullo minore degli anni dieci, o un'altra persona
incapace di provvedere a se stessa, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia o per altra causa, omette
di darne immediato avviso all'Autorità è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a 2500
euro. (1)

Alla stessa pena soggiace chi, trovando un corpo umano che sia o sembri inanimato, ovvero una persona
ferita o altrimenti in pericolo, omette di prestare l'assistenza occorrente o di darne immediato avviso
all'Autorità.

Se da siffatta condotta del colpevole deriva una lesione personale, la pena è aumentata ; se ne deriva la
morte, la pena è raddoppiata.

Perché non applico la norma in questo caso?

Dov’è che ha trovato? Questo è un argomento di grosso rilievo eh, il concetto di trovare è incompatibile con
l’aver provocato …?, ancora: attenzione perché c’è una giurisprudenza, col paraocchi, che applica
l’omissione di soccorso in concorso con le lesioni personali non rispetto all’omicidio, forse con un po’ di
vergogna, poi vi dico il perché, ma rispetto alle lesioni volontarie, perché io cagiono volontariamente le
lesioni personali, e poi non soccorro, rispondo sia per lesioni personali volontarie sia per omissione di
soccorso, allora lei dice questo è incompatibile con trovare, in base a quale argomento? Il verbo trovare
implica un imbattersi casualmente, il concetto di trovare è imbattersi casualmente, creo la situazione di
pericolo, risponderò per averla creata ma non per non averla rimossa, questo è il senso di questa obiezione.

La norme che punisce l’omicidio… C’è una sorta di assorbimento, il fatto non è punibile, secondo il corso
naturale degli eventi, secondo l’id quod plerumque accìdit, secondo il corso naturale degli eventi, è una
condotta che segue normalmente la condotta principale, se io voglio uccidere o voglio ferire, è del tutto
evidente che voglio male alla persona e che quindi non la soccorrerò, si potrebbe anche dire in un modo più
che piacerebbe ad alcuni miei colleghi: il disvalore del reato doloso di evento assorbe il disvalore del reato
doloso di pericolo, rispetto allo stesso bene, possiamo formularlo anche in modo più astratto, infine c’è un
argomento di carattere sistematico, se io avessi ferito una persona volontariamente, e poi le presto
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soccorso, che cosa mi accadrebbe? C’è un ATTENUANTE: in occasione di un evento eccezionale, che uno
che abbia voluto uccidere, che abbia voluto ferire una persona poi si penta, tant’è vero che è prevista un
attenuante in questo caso, è l’articolo 62 n. 6 c.p.: “l’essersi adoperato per elidere o eliminare le
conseguenze del reato”, quindi è chiaro che se io, invece, addirittura gli presto soccorso, l’ordinamento mi
riconosce questo, quindi addirittura mi premia, quindi abbiamo una quantità di argomenti tant’è vero che
la giurisprudenza per lo meno esclude radicalmente …, ecco un buon avvocato deve trovarmi per la
discussione, deve venire col codice davanti e dire come la giurisprudenza … esclude il concorso.

COMMISURAZIONE DELLA PENA

Dobbiamo capire a quale pena andrà in contro questo sig.re.

Andiamo subito al 575 c.p., vi ricordate quali erano le aggravanti che prendevamo in considerazione? In
particolare c’era l’articolo 576 c.p. in relazione all’articolo 61 n. 1: cosa sono i motivi abbietti o futili?

Abbietti sono quelli particolarmente riprovevoli sotto il profilo morale, qui si può discutere se attaccare o
meno una rissa sia un motivo particolarmente abbietto, perché è alternativo rispetto ai futili? I futili sono i
motivi assolutamente sproporzionati rispetto alla gravità del fatto. C’è un rapporto di sproporzione rispetto
alla gravità del fatto, sono quelli per cui si dice: ma com’è possibile che per una cretinata simile si arrivi a
commettere questo fatto? È un rapporto di assoluta sproporzione, attenzione non sono futili quali motivi
p.e.? Le corna!!

Tutto quello che attiene al passionale, all’amore ecc. è un motivo non futile, chiunque abbia avuto
l’esperienza di essere mollati dai propri fidanzati, e io ne ho avute varie di queste esperienze, sa
perfettamente che l’amore fa soffrire, è un lutto, che può stimolare anche sentimenti aggressivi, quindi non
sono futili questi motivi, potrebbero essere abbietti ecc. ma non futili.

Un motivo che non è prettamente futile sono i soldi, se uno commette un omicidio per l’eredità, oppure per
commettere una rapina, non ci saranno i motivi futili, non è futile nemmeno la vendetta come dire di un
organizzazione criminale quando è stato compiuto uno sgarbo importante, semmai è un motivo abbietto
ma non futile, però, ammazzare una persona perché è un tifoso qualsiasi di una squadra avversaria,
secondo il comune standard del ragionamento ampio per lo più criminale, è qualche cosa che uno dice: ma
come è possibile per una baggianata simile compiere questo fatto? Un banale litigio tra i vicini certamente è
un motivo futile se conduce a uccidere il vicino.

Altra cosa: la PREMEDITAZIONE in questo caso sussisteva? NO.

Perché la premeditazione ha un profilo in diritto molto chiaro. La PREMEDITAZIONE SI DICE è


INCOMPATIBILE CON IL DOLO EVENTUALE. Il dolo eventuale è la forma meno intensa di dolo, la
premeditazione al contrario è la forma più intensa e non è compatibile col dolo eventuale.

Cos’è la premeditazione? È una decisione di compiere il fatto presa con un apprezzabile lasso di tempo
rispetto alla sua esecuzione: cioè c’è uno stacco temporale tra la decisione di compiere il fatto e la sua
esecuzione, e in linea generale la … avvenimenti dell’esecuzione. La Cassazione dice c’è premeditazione
quando c’è uno stacco temporale quindi quando la determinazione di compiere il fatto o cmq quando
intercorre un lasso di tempo significativo tra la determinazione e l’esecuzione, e quando la determinazione
viene tenuta ferma per tutto questo lasso di tempo, questa è la definizione classica, ma per dimostrare
quand’è che la determinazione viene tenuta ferma si ricorre alla cd. macchinazione, cioè il fatto che il
soggetto abbia predisposto un piano, in questo caso anche ha detto: “voglio tagliare un romanista” ed ha
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portato il coltello, è troppo poco per dire che c’è la premeditazione e cmq il fatto è stato qualificato dallo
stesso p.m. in termini di dolo EVENTUALE.

Io vi chiedo per la prossima volta: martedì commisurazione pena: prepararsi sulle possibili alternative
sanzionatorie, cioè che cosa vuol dire applicare la pena dell’omicidio con due aggravanti, concorso ecc., e a
quale disciplina sanzionatoria andrà in contro questo soggetto, discuteremo il secondo caso dell’AIDS.

Caso di mercoledì presupporrà la conoscenza di tutto quello che dirà il dott. … lunedì.

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