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La grande gelata del coronavirus sul turismo.

"Cancellate
fino al 40% delle prenotazioni"
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25 Febbraio 2020

di Ettore Livini

MILANO «Sono riusciti ad ammazzarci!». Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi,


non va tanto per il sottile. I dati sui casi di coronavirus in Italia rimbalzano da qualche
giorno nei Tg di tutto il pianeta. Le immagini degli assalti agli scaffali dei supermercati e
della caccia a mascherine e amuchina hanno fatto il giro del mondo. E lo tsunami del
Covid 19, da venerdì scorso, ha mandato in tilt uno dei motori più efficienti dell’Italia Spa:
il turismo. «Nei miei undici alberghi le disdette sono pari al 30-40% del totale», dice
Bocca.

Non è l’unico a leccarsi le ferite: nell’ultimo week-end i parchi a tema e i luna park hanno
perso un milione «con strutture che hanno visto crollare da 10 mila a 400 i biglietti
venduti», calcola Marina Lalli, vicepresidente di Federturismo. Gli alberghi di Parma - che
questo fine settimana si aspettavano il tutto esaurito con i 5 mila buyer stranieri in arrivo
per il Mercante in fiera - sono rimasti, causa cancellazione dell’esposizione, con le camere
vuote. «Codogno o Firenze, per gli americani pari sono. E oggi come oggi – nel dubbio -
disdicono tutto quello che sa d’Italia», spiega Bocca. Confortati nella scelta dalla
decisione del Center for Disease Control (Centro per il controllo delle malattie) Usa di
alzare da uno a due – su una scala da tre – il “rischio Italia”.

«Il risultato è che arrivano cancellazioni da ogni angolo del pianeta e senza distinzioni di
destinazione», conferma amara Lalli. «Migliaia a Roma, ma anche in Puglia, Versilia e altre
aree che non sono né in zona rossa, né gialla né a pois», s’arrabbia il numero uno degli
albergatori italiani. Serbia, Croazia, Israele e Olanda hanno addirittura sconsigliato viaggi
in Italia. Uno stillicidio che - una camera alla volta - sta mandando in panne un settore
che vale circa 90 miliardi (il 5% del Pil) e garantisce il 6% del lavoro. «La Pasqua e le
settimane fino a maggio le diamo per perse - raccontano alla reception di tutti i maggiori
hotel del centro di Milano, terrorizzati dalla cancellazione del Salone del Mobile dopo il
mezzo flop della Settimana della Moda –. Oggi perdiamo come sistema tre milioni al
giorno e l’obiettivo minimo è salvare il salvabile per ridurre al minimo i danni sulla
stagione estiva».

Calcolare il costo della crisi ora è impossibile. «Solo per la chiusura dei voli con la Cina
prevedevamo un buco di 5 miliardi – dice Lalli -. Ora quella cifra, rispetto all’evidenza dei
fatti, mi pare poca cosa». Una débacle che ha convinto il mondo del turismo a bussare
alla porta del governo per chiedere la messa in stato di crisi del settore: «Vogliamo un
1/2
rinvio di 12 mesi delle scadenza per le imposte dirette e indirette e sul pagamento dei
contributi previdenziali – dice la numero due di Federturismo – più uno slittamento per le
rate dei mutui, un taglio all’Irap e l’ok alla cassa integrazione in deroga».

Misura senza cui, dice Bocca, si rischiano forti tagli ai dipendenti del settore. Il dramma -
spiegano i guru del comparto – è che il corto circuito di questi giorni ha bloccato sia il
turismo tradizionale (428 milioni di presenze l’anno, per il 50,5% dall’estero) che quello
d’affari. Le disdette di sale per conferenze a Milano costano 5 milioni ogni 24 ore.
Goldman Sachs, Citigroup, Lazard e Deutsche Bank hanno ridotto i viaggi dei dipendenti
in Lombardia e Veneto. Lo stop alle gite scolastiche deciso dal governo ha congelato un
mercato che vale circa 310 milioni l’anno. E la crisi dell’industria delle vacanze, fatta
anche di piccoli agriturismi, bed and breakfast familiari e campeggi, rischia di diventare
un boomerang per lo Stato che con la tassa di soggiorno raccoglie circa 600 milioni di
euro l’anno.

Cosa si può fare ora? «La prima cosa è riaprire le città come Milano e Venezia al più tardi
lunedì per consentirci di lanciare subito una campagna di comunicazione e provare a
salvare l’estate». Una stagione cruciale perchè vale da sola il 60% degli incassi annuali.
«Dobbiamo toglierci di dosso lo stigma che ci siamo appiccicati da soli negli ultimi giorni
– conclude Lalli -. Ma non sarà facile anche perché i grandi tour operator prenotano
sempre con grande anticipo». Anche se in un mondo dove il coronavirus pianta la
bandierina in quattro o cinque nuove nazioni al giorno, trovare un posto a prova di Covid
19 dove fare le vacanze rischia di essere sempre più difficile.

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