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Gli Alchimisti Immortali- CAPITOLO I:

Introduzione
August 31, 2012 by Virio

PREMESSA (e spiegazioni propedeutiche)


Sto per rivelare informazioni ignote a chiunque e secondo alcuni non dovrei farlo. Mi riterranno un
traditore, ma non mi importa. Comunque sia è molto probabile che chi leggerà lo scritto non
crederà al suo contenuto e lo relegherà tra le fantasie, quindi il danno sarebbe alla fin fine esiguo.
Ciò nonostante per me significherebbe quantomeno un processo, e non è da escludersi una
condanna, e questo anche se non metterò in pericolo nessun mio collega, e non farò alcun nome, né
darò piste che possano portare all’identificazione di chicchessia. Il riserbo in cui è relegato il
mondo a cui anche io appartengo, ha qualcosa di davvero sinistro e l’imposizione che si subisce da
secoli è per me divenuta intollerabile. Non ho mai avuto la minima simpatia per la maggior parte
dei miei colleghi e ho deciso di ribellarmi alle loro regole miserabili e violente. Mi chiamano “La
Temperanza”, per mantenere l’anonimato userò questo nome, cosa che non ho mai fatto, e parlerò
di me in terza persona, raccontando da esterno tutte le vicende, anche quelle che ho vissuto
direttamente.

L’obiettivo sommo, per gli alchimisti, anche se, come è noto, non l’unico, è raggiungere
l’immortalità. Possibilmente accompagnata dall’eterna giovinezza. Traguardo massimo per l’essere
umano. Checché se ne possa pensare, alcuni di loro ci sono riusciti e non esiste un unico modo per
arrivarci. A seconda del cammino intrapreso, i risultati, gli effetti, possono differire anche di molto.

Ancor più sorprendentemente, non tutti gli alchimisti sono ossessionati da questo scopo, alcuni
ritengono, infatti, che non saprebbero sopportare una vita perpetua, e anche quando sarebbero in
grado di conseguire tale risultato, preferiscono seguire i ritmi della natura.

Gli alchimisti oggi in possesso di una formula del genere sono oltre un paio di dozzine, ma non si
può escludere con certezza che ci siano nuovi o persino vecchi appartenenti al gruppo finora
sconosciuti.

Essi, in genere, ma non necessariamente, si conoscono e riconoscono tra loro, (e solo tra di loro)
anche e banalmente perché, avendo un interesse comune, non è raro che si incontrino nei pochi
posti dove esso può essere coltivato seriamente, per esempio determinate biblioteche. Il fatto di
vedere taluni volti ripetutamente nel corso di decenni, e poi il vederli riapparire per il mondo
pressoché immutati nel corso di secoli, dissipa ogni dubbio rispetto al fatto che i soggetti a cui
appartengono siano riusciti nel loro scopo. Questa identificazione è possibile con certezza solo a chi
abbia una vita eterna, gli altri molto difficilmente possono accorgersi di qualcosa.

 
Ogni alchimista ha, ovviamente, a disposizione solo l’arco della propria vita per raggiungere il
traguardo. È quindi ovvio che, la maggior parte di chi si cimenta, fallisce e muore prima di
approssimarsi a un risultato che gli dia, quantomeno, il tempo necessario per proseguire e
perfezionare le scoperte.

Tutti gli alchimisti, anche quelli di maggior successo, continuano, nei secoli, a studiare, posto che
nessuno ha una ricetta che sia immune da miglioramenti. E devono, inoltre, occuparsi delle sorti
successive alla fine del mondo e della storia umana, questione che li occupa e preoccupa in modo
angosciante.

Benché studino e ricerchino in genere alacremente e con impegno per tutta l’esistenza, raggiunto il
traguardo principale, non pubblicano più nessuno dei loro risultati, quindi le uniche fonti a
disposizione di chi intraprende il cammino ex novo, sono solo studi anteriori alla realizzazione
dell’opera e mai testi che ne illustrino uno dei vari procedimenti completi. Ciascuno deve arrivare
da sé al risultato cercato, iniziando, tutto sommato, dagli studi di chi ha fallito o non ha completato.

Tutte le culture del globo hanno alchimisti, ma non tutte hanno un alchimista immortale nelle loro
file, alcuni posti, invece, hanno una concentrazione straordinariamente maggiore di essi. Ciò
dovrebbe dipendere unicamente da questioni culturali e dal fatto che i testi lì a disposizione, o
l’interesse generale, vuoi per la materia, vuoi per l’ottenimento dell’immortalità, sono maggiori che
in altri posti.

Ogni alchimista segue il suo personale percorso e metodo per la fabbricazione di ciò che gli
conferisce il dono dell’immortalità, cosa che parrebbe portare alla creazione degli oggetti o delle
sostanze più disparate: cristalli, liquidi da ingerire o dove immergersi, creme, maschere, fuochi,
polveri, persino luoghi, e altro ancora, ma non può a priori escludersi che alcuni di loro abbiano
trovato, autonomamente, un procedimento comune, o analogo, per ottenere il prodotto finito che
permette loro di vivere in eterno.

Comunque sia nessun immortale sa nulla di specifico e preciso riguardo alle tecniche degli altri,
posto che assolutamente tutti conservano il più maniacale e assoluto riserbo sui loro metodi e non
ne parlano con nessuno, neppure con i colleghi. I meno abili non hanno nulla da dire a quelli più
abili, e questi nessun vantaggio ad ascoltarli e tantomeno ad insegnare.

Un alchimista, in genere, vive attanagliato da molte paure.

 
La reciproca conoscenza, tra alchimisti di diverso rango e fortuna, non suppone rischi per chi più sa,
poiché chi più sa è al contempo più forte di chi sa meno, non può quindi subire un attacco da essi o
essere costretto a rivelare quello che sappia con la violenza. In genere essi sono comunque
estremamente diffidenti anche tra loro.

Le differenze tra alchimisti dipendono solo dal fatto che i risultati ultimi possono variare anche di
molto quanto a effetti e potere e ogni formula può darne di più o meno estesi. Le ricette migliori
conferiscono immortalità e ringiovanimento graduabile a piacere dall’alchimista, addirittura di
adottare forme a piacimento. Le altre hanno limiti maggiori: alcune permettono di ringiovanire con
meno facilità e discrezione, altre non permettono praticamente il ringiovanimento, ma solo una
sostanziale stasi del deterioramento della materia.

Ad ogni modo va precisato che una vera formula d’immortalità non frena meramente
l’invecchiamento allungando la vita, ma inverte il deterioramento progressivo del fisico, anche se di
poco, e riporta l’organismo a uno stato anteriore a quello in cui si trova. Se non c’è questo effetto,
anche qualora la scoperta porti una sostanziale e definitiva immutabilità della persona, egli non
potrà affermare di aver raggiunto una formula valida e non sarà a pieno titolo nel gruppo degli
alchimisti immortali. Avrà comunque il vantaggio di un, addirittura pressoché infinito, serbatoio di
tempo per continuare le sue ricerche. Di ricette dubbie ce ne sono varie, ma non c’è chiarezza
rispetto ad esse.

Pochissimi alchimisti vivono eternamente e con aspetto giovane, i più possono proseguire la loro
esistenza in modo perpetuo conservando approssimativamente l’aspetto di quando hanno
completato la ricetta, senza invecchiare di un giorno (o meglio ringiovanendo di pochissimo ogni
volta che facciano uso della loro scoperta). Per questo la maggior parte degli alchimisti sogliono
essere anziani, o addirittura decrepiti, di aspetto. In genere infatti per ottenere dei risultati
apprezzabili ci vogliono decenni interi di sperimentazioni, ed è raro il caso di chi sia approdato
all’immortalità, anche se non alla eterna giovinezza, ad una età compresa tra i trenta e i sessanta
anni, e comunque mai sotto i trenta.

Da ciò si deduce che i migliori alchimisti, e quindi i più importanti e prestigiosi, hanno aspetto di
ragazzi e non di anziani. Un alchimista maturo, ma non anziano, avrà il vanto, su questi ultimi, di
essere approdato al raggiungimento della vita eterna in un arco di studi più breve che gli altri,
benché anche loro con il limite di non aver trovato la formula che comprenda il ringiovanimento.

Si deduce che essere giovani, nel loro gruppo, è comunque segno di maggiore prestigio e rispetto.

Gli alchimisti in possesso della formula più completa hanno quindi aspetto di ragazzi, vivono in un
arco di vita di solito compreso tra i sedici e i trenta anni, poi tornano indietro, più o meno a
piacimento, anche lì a seconda delle loro abilità e della facilità d’uso del loro ritrovato. Alcuni
possono, più o meno, assumere l’aspetto che preferiscono a piacimento.

Gli alchimisti più giovani hanno anche il vantaggio di poter usare meno frequentemente il
procedimento o il farmaco per la vita eterna, posto che possono far trascorrere molti anni e maturare
restando in forze e poi decidere di tornare al punto che preferiscano del loro sviluppo. I più
decrepiti, invece, posso aver bisogno di usare la loro formula mensilmente e persino
settimanalmente.

La formula non è assunta una sola volta e per sempre nella vita, ma l’operazione deve essere
ripetuta a scadenze che possono però variare di molto, da intervalli di poche settimane a secoli.

Un alchimista non si dedica solo all’immortalità, ma, nel corso dei secoli, e a seconda delle sue doti,
sviluppa anche altre scoperte, tra cui soprattutto trasmutazione degli elementi.

Tutti gli alchimisti sono, per tendenza tipica causata dalla loro scoperta, estremamente edonisti ed
egoisti, e per questo non salvano nessun altro essere, tranne loro stessi, dalla morte: non vorrebbero
mai correre il rischio di rinunciare alla loro comodità personale per il bene di nessuno. Ma solo i
migliori spendono la vita in modo pressoché spensierato e davvero piacevole. Molti sono, infatti,
costretti a una serva e continua elaborazione della loro ricetta, cosa che limita molto la loro capacità
di azione, movimento e libertà, nonché salute mentale. È per questo che la formula è da giudicarsi
migliore, oltre che per l’effetto che sviluppa, anche per una più breve e snella elaborazione e facilità
d’uso.

Alcuni anziani, vuoi anche per difficoltà fisiche, devono stare costantemente all’opera per non
perdere la propria vita, e alcuni sono da secoli alla ricerca di miglioramenti che permettano loro di
ringiovanire progressivamente sino a uno stato che li metta fuori pericolo, ma non li trovano. Essi
sono molto scherniti dagli alchimisti di maggior successo e talento, che li vedono come dei
miserabili e degli imbecilli, relegati a una perenne esistenza da “schiavi dei fornelli” (così vengono
chiamati). Costoro a volte non vengono neppure presi in considerazione e interpellati qualora ci sia
da prendere una decisone comune.

Un alchimista può essere ucciso e decedere come qualunque altro essere umano, è solo molto più
resistente alla morte, vecchi compresi. È necessario un forte trauma per farlo fuori: taglio della testa
per esempio. Possiede doti eccezionali come una sorprendente resistenza al soffocamento o
l’annegamento, ed è del tutto immune ai veleni e alle contaminazioni.

 
Nel caso degli alchimisti giovani il loro vigore è straordinario, posto che la formula suole, in
genere, conferire al corpo il miglior tono che esso sia programmato ad avere.

Con la conquista dell’immortalità, per una inspiegabile tendenza insita forse nel processo stesso,
l’alchimista diviene terrorizzato dalla possibilità di perdere la propria vita, e questa assume un
valore mille volte maggiore di quello, già incommensurabile, che ha per ogni essere umano. Ogni
alchimista, quindi, protegge se e la sua vita in un modo che ha del maniacale o paranoico e con ogni
mezzo e da ogni cosa. Questo pensiero lo assilla costantemente ed evita ogni tipo di rischio inutile
in modo pressoché fobico. Non è neppure pensabile che un alchimista immortale si sacrifichi per
nessuna ragione, causa, ideale, sentimento.

Oltre alla vita un alchimista è un maniaco conservatore della sua integrità fisica, giacché, seppure la
ricetta lo rigenera in modo anche stupefacente da cicatrici, bruciature, ferite e rotture, nel corso dei
secoli, l’accumularsi di quelle troppo profonde per rigenerarsi, lo renderebbero inguardabile e
sofferente.

L’esorbitante importanza della propria vita per un immortale lo spinge, al contempo, a sottostimare
quella degli altri esseri umani, che ormai vede come distanti e appartenenti a un’altra specie
animale. E per salvare la sua vita o evitare che venga messa in pericolo sono, in genere, ben disposti
a ricorrere all’omicidio. Alcuni lo sono anche per mere convenienze di minor importanza.

Un alchimista immortale desidera non dare nell’occhio e non far appurare a nessuno la propria
identità, che assume e varia insieme al paese e ai luoghi di residenza in modo da non destare
sospetti e a piacimento.

Evitano di dover entrare in luoghi, tipo prigioni, dove potrebbero essere costretti a spendere molti
anni e forse anche correre il rischio di essere scoperti dai mortali e magari costretti a svelare la
formula.

Essendo soggetti alle leggi fisiche comuni agli esseri umani, evitano anche di infilarsi in luoghi
quali grotte o sommergibili, dove potrebbero correre il rischio di essere confinati per eoni e non
riuscire a uscire, o addirittura di morire a causa dell’impossibilità di realizzare la ricetta per il
ringiovanimento qualora ciò si rendesse necessario.

Un alchimista non parla mai a nessuno di nulla che concerna la propria formula, tiene tutto quello
che la riguarda occulto, e soprattutto il fatto di averla e spesso anche che esista la possibilità di
ottenerla. La loro reticenza a diffondere, anche tra loro, le proprie scoperte è motivata da varie
ragioni. I più pragmatici, ma forse anche ipocriti, confessano solo che non gli conviene che la
situazione scappi di mano e siano in molti ad accedere a questi segreti, posto che, altrimenti,
temono che presto si troverebbero immersi in un’umanità sconfinata che non potrebbe avere posto e
sopravvivere con un minimo di agio sul pianeta. Il che vanificherebbe lo scopo delle loro ricerche e
creerebbe una situazione infernale per tutti. Più conoscono una cosa più rischi ci sono che essa si
diffonda. Ma altra parte della verità è che agli alchimisti piace sentirsi superiori agli altri.

Difatti, sebbene per la stretta sopravvivenza un alchimista non abbia bisogno, ma anche qui ci sono
variabili legate al grado qualitativo della formula scoperta, di null’altro per sopravvivere che degli
ingredienti necessari a portare avanti il proprio procedimento alchemico, (non hanno, per dirla
chiaramente, nessuna necessità di mangiare e bere o dormire, per esempio) continuano a svolgere
quotidianamente tali attività mondane per puro edonismo o estetica e non vorrebbero mai
rinunciarvi per salvare degli appartenenti alla razza umana.

In effetti assolutamente tutti gli alchimisti sono sconfinatamente egoisti, e per ciascuno di loro
l’unica cosa che conta, è la loro formula segreta che, tutti, hanno scopeto in solitudine perfetta e con
fatiche tali da aver segnato per sempre il funzionamento della loro psiche. Ciò abilita in loro solo un
diffidente e distante rispetto per chi sia arrivato allo stesso traguardo e per nessun altro.
Praticamente tutti gli alchimisti che approdino alla scoperta reagiscono istantaneamente allo stesso
modo: chiudendosi al resto degli esseri umani.

La loro maniacale e esagerata diffidenza per il genere umano, la superbia, e un certo disprezzo più o
meno velato per tutti coloro che non abbiano raggiunto la formula, e persino da parte di quelli che
sono in possesso di migliori ricette verso coloro che ne hanno di peggiori, delinea un
comportamento e un modo di ragionare e vedere il mondo, tipico dell’alchimista. Egli inoltre, in
genere, non ama più nessuno, non ha amici o relazioni stabili, e meno che mai tra gli umani,
sapendo che dovrebbe subire il distacco a proprie spese o dover optare per infrangere il proposito di
non diffondere e condividere con nessuno i risultati della formula.

Tra l’opzione di lasciar morire un amico, un fratello o l’amata della prima vita mortale e quella di
salvarli condividendo gli effetti del risultato (sempre beninteso senza mai svelare la formula), pare
che mai, nessuno abbia scelto la seconda opzione, ma ci sono storie discordanti e leggendarie. In
ogni caso se ciò si verificasse e l’alchimista decidesse di salvare qualcuno, l’amico o l’amata,
sarebbero in eterno assolutamente dipendenti delle abilità del loro alchimista di riferimento, cosa
che, si immagina, nel volgere di qualche secolo porterebbe, e sempre e solo qualora la relazione non
si deteriorasse in modo irrimediabile e loro non venissero abbandonati al loro destino mortale, il
non alchimista a essere più un servo di lui che altro.

Svelare la formula è invece vietato e comporta la morte sia del beneficato che dell’alchimista.

 
La propensione, non solo ad isolarsi ed essere oltremodo schivi col resto del genere umano, ma
anche a sfruttarlo o usarlo unicamente con fini utilitaristici (produrre beni di consumo, servirli,
copulare), è maggiore in chi ha scoperto una formula in epoche più risalenti. Difatti seppure tutti gli
alchimisti “valgono uguale”, posto che hanno solo l’arco di una vita per trovare la formula e quindi
tutti hanno raggiunto un risultato analogo in modi e tempi analoghi, è certo che coloro che
continuano a vivere oggi da epoche più antiche sfruttano la loro scoperta da più tempo e si sono
“disumanizzati” da più tempo e più profondamente.

Sarebbe però un errore pensare che il processo sia progressivo ed inarrestabile: arrivati ad un certo
punto tutti si stabilizzano e si può pensare che, verosimilmente, non ci sarebbero differenze tra un
ipotetico alchimista dell’antico Egitto, uno romano, e probabilmente già oggi, uno napoleonico.

È per questo che pur non essendoci una “società di alchimisti” vera e propria, salvo quanto
specificato oltre, tra loro non vigono criteri di superiorità o prestigio basati su “anzianità storiche”,
ma solo una sorta di rango creato in base all’accuratezza e l’effetto della formula.

Tra l’altro, riguardo all’anzianità, c’è da dire che un alchimista è e rimane un essere umano, e con
ciò le sue capacità mnemoniche, pensiero, capacità fisiche, seppur tenute sempre al suo massimo
livello e rinnovate costantemente dall’uso della ricetta, rimangono limitate, sicché essi perdono, col
passo del tempo, in modo pressoché completo, la memoria di epoche molto distanti e ovviamente
persino di identità che, in esse, loro stessi abbiano adottato, nonché di persone conosciute,
avvenimenti occorsi e tutto il resto. La consapevolezza di questo processo di oblio rende, soprattutto
i più antichi, oltremodo compassati e poco propensi all’entusiasmo e all’emotività.

Sebbene gli alchimisti non solo non si frequentino assiduamente e non sono legati, in genere, da
vincoli di amicizia o solidarietà speciali, ma non abbiano neppure chiaro essi stessi il loro numero
esatto, col tempo s’è creato una specie di “Circolo” al quale molti di loro hanno aderito.

Esso si riunisce solo in determinati casi o ciclicamente ogni molti anni, e l’unico scopo di esso è
quello di controllarsi gli uni agli altri in modo da assicurarsi che nessun alchimista conosciuto,
appartenente al circolo o meno, faccia dono mai della propria formula a nessuno. La pena per chi
svela o riceve la ricetta è la morte, ed essa è comminata da una giuria del circolo e dal suo
presidente. Fino ad ora sia il Circolo, sia, quando non era ancora stato istituito, altri alchimisti
sciolti, hanno sempre scongiurato ogni rischio e represso infrazioni.

Il fatto di entrare in possesso della formula per altra via che non siano le ricerche personali, vale a
dire sia per dono che per furto per esempio, comporta la soppressione fisica immediata del non
alchimista sia quale sia la sua storia, ricchezza, fama, prestigio, sesso, o circostanza, e un processo
per l’alchimista, qualora sia il circolo ad intervenire, o l’uccisione sommaria di lui da parte di un
collega che sia a conoscenza dei fatti, se gli riesce.

Anche chi si fa rubare la formula risponde di una grave colpa secondo le regole del Circolo, e ciò
stimola anche la segretezza e prudenza. Non è però considerato illecito evitare la propria
soppressione fisica svelando la formula, posto che la vita è il bene sommo e non è pensabile che
essa venga sacrificata, ma si giudicherà invece la ragione che ha permesso a qualcuno di ricattare
l’alchimista, minacciarlo e estorcergli il segreto.

Va da se che qualora un mortale entri in possesso della formula per una via che non sia la propria
ricerca personale deve essere soppresso, cosa della quale si incarica sempre il Circolo. Va soppresso
anche chi ruba solo il prodotto finito e non saprebbe rifarlo, anche qualora esso gli conferisse solo
un prolungamento della vita, dato che, come detto, non è ancora mai stata trovata una formula che
salvi dalla morte in una unica assunzione.

Tra gli alchimisti gira la voce e il sospetto che alcuni di essi potrebbero non essere i diretti
scopritori della formula, ma persone che hanno soppresso il legittimo proprietario e ne hanno
appreso ed usurpato i segreti. Quindi tutti si guardano con diffidenza, ma specialmente sono visti
con sfiducia coloro che appartenevano a famiglie ricche e nobili, dato che avrebbero potuto pagare
le ricerche e poi appropriarsi dei risultati senza dare scampo al vero alchimista. Questa diceria
circonda soprattutto uno di essi, un nobile napoletano del diciottesimo secolo.

La ragione della loro maniacale contrarietà ad allargare il molto esiguo gruppo di eletti, neppure
dando piste o suggerimenti a coloro che stanno studiando sulla loro formula, e neppure con persone
di fiducia o amate, è motivata anche dal fatto che, secondo una comune opinione, chi entrasse a
conoscenza delle stessa senza il necessario percorso e la relativa serie inaudita di sforzi, sacrifici e
sofferenze, non darebbe il giusto peso ad essa e in breve la voce correrebbe e gli immortali
diventerebbero presto un numero così spropositato da rendere il pianeta invivibile. Ciò forse non
avverrebbe mai, ma loro hanno la fobia di questo scenario, dato che vivere sarebbe una sofferenza,
l’accaparramento di alcuni degli ingredienti necessari impossibile, e paradossalmente sarebbero
costretti a rinunciare all’unica cosa a cui tengono: la vita.

Non tutti gli alchimisti aderiscono al Circolo. Alcuni, anche di quelli di maggior rango, almeno due
dei più importanti e altri quattro più anziani, ma validissimi, ne restano fuori e diffidano di questo
sodalizio e dei suoi presupposti specie dopo il cambiamento del 1500. Lo fanno per ragioni anche
opposte: alcuni sono meno ostili verso l’umanità e i loro ex fratelli, altri ancora più schivi della
media, credono di non aver bisogno di nessuno e di potersela cavare da soli, o sono troppo
misantropi o superbi per sopportare vincoli.

 
Comunque gli immortali del Circolo hanno da tempo istituito l’usanza di contrassegnare ogni
alchimista, dentro o fuori del sodalizio, con una carta dei tarocchi. Essa viene estratta
dall’interessato da un antico mazzo e qualora il soggetto si rifiuti di prendere parte al rito, la si
estrae per lui lo stesso e viene chiamato col nome della carta anche contro la sua volontà.

La carta dell’alchimista che muore viene rimessa nel mazzo e può essere estratta di nuovo, in tal
caso il nuovo possessore prende il suffisso di secondo, terzo e così via. Le carte oggi assegnate sono
27 delle 78. Una leggenda senza fondamento alcuno dice che quando il numero di immortali sarà
quello di tutte le carte del mazzo, il mondo finirà e gli alchimisti con lui, a meno che non abbiano
trovato altre formule per vivere fuori dal mondo.

Tra gli alchimisti non ci sono donne.

La provenienza geografica degli alchimisti è varia, dei 27: (ci si riferisce al nome attuale del posto
di origine anche se non sempre è certo, o l’aria geografica è oltremodo vasta. Ci sono spesso
indicazioni vaghe su tutto) 6 sono italiani (uno viene però dal Nuovo Mondo), 5 mediorientali, 2
africani, 2 ebrei, 2 spagnoli, 1 tedesco, 1 islandese, 1 scandinavo, 1 inglese, 1 scozzese, 1 irlandese,
1 russo 1 cinese, 1 indiano, 1 ceco. Di essi 21 appartengono al circolo e 6 no. Dei sei 2 sono giovani
e 4 no. Dei 2 giovani uno è italiano e sono io. Dei 5 più maturi un altro è italiano, ha l’aspetto di un
quarantenne ed è un nobile napoletano.

Il più antico è l’africano, ma non è tra i più giovani, il secondo il cinese, il terzo un arabo (di
parecchio meno antico degli altri due e non appartiene al Circolo), il quarto, della stessa epoca del
terzo, è un ebreo. Spesso non si sanno le epoche precise, specie dei più antichi, che sono persone
oltremodo schive e infide. Loro quattro non possono vantare, da questo punto di vista, benemerenze
particolari tranne per il fatto di aver scoperto la loro ricetta molto tempo fa e con tecniche e
strumenti assai rudimentali e di avere un’idea più approfondita della storia degli alchimisti. Infatti
essendo sulla terra da molto tempo hanno una visione più dettagliata della storia degli immortali e
su di essa: quanti e quali sono morti e perché, quanti processi si sono tenuti e dove, quanti dispersi,
quanti omicidi, conoscono decine o centinaia di storie ed episodi del genere tra i più antichi.
Tuttavia le storie non sono verificabili, e molte affondano nella leggenda. Hanno appunti (come
ogni alchimista), altrimenti non ricorderebbero molto delle epoche remote. Li tengono nascosti e ne
parlano di rado e solo su richiesta motivata, per rendersi preziosi e necessari.

Il più recente è il tedesco, diventato immortale durante al seconda guerra mondiale, ha una formula
di eccellente potenza.

 
Il leader del Circolo è un italiano con aspetto da ragazzo, considerato “recente”, è del 1500, prima
di questa epoca si è considerati “antichi”. Nel 1500 ci furono importanti cambiamenti nella società
alchemica.

Solo in un caso due della stessa famiglia e epoca sono riusciti entrambi ad arrivare a un risultato
comune, erano due fratelli italiani del tredicesimo secolo, uno dei due è morto.

Le 27 carte estratte sono (per ordine di potenza della formula):

1.      Il fante di coppe: (il leader, italiano, ragazzo, formula recente 1500 c.)

2.       Il cavallo di bastoni: (tedesco, ragazzo, formula recente 1940 c.)

3.      Il quattro di danari: (inglese, giovane, formula recente inizio 1900)

4.      Il sei di spade: (cinese,  maturo, antico)

5.      Il cavallo di coppe: (russo, mezza età, antico)

6.      Il re di danari II: (ceco, mezza età avanzata, formula recente)

7.      Il matto: (mediorientale – Turco, anziano, antico)

8.      Il cinque di bastoni: (mediorientale- Arabia, mezza età avanzata, antico)

9.      Il dieci di coppe: (mediorientale- Marocco, anziano non troppo, antico)

10.  L’otto di bastoni: (mediorientale- Caucaso, anziano, recente)

11.  Il due di danari: (italiano, anziano, antico)

12.  Il due di spade: (italiano, anziano, antico)

13.  L’imperatrice: (scandinavo, anziano, recente)

14.  Il fante di danari: (ebreo, anziano, antico)

15.  Il due di bastoni: (africano, anziano, formula antica)

Da qui in poi gli alchimisti sono davvero molto anziani o decrepiti:

16.  La torre  (indiano)

17.  L’appeso (africano)

18.  Le stelle (italiano)


19.  Il bagatto (scozzese)

20.  Il tre di spade (ebreo)

21.  Il sei di spade (spagnolo)

Fuori dal Circolo, e senza aver accettato il nome rimangono:

22.  La temperanza: (italiano, giovane, formula antica)

23.  L’asso di bastoni (irlandese, giovane, recente 1700 c.)

24.   L’asso di cuori (italiano, mezza età, formula recente)

25.  Il cinque di danari (arabo, non troppo vecchio, antico)

26.  Il nove di bastoni (islandese, anziano, antico)

27.  Il cavallo di coppe (spagnolo, non troppo vecchio, formula non recente 1400 c.)

A quanto pare sono morti, o stati uccisi, circa dieci alchimisti immortali nel corso della storia
umana. Di almeno cinque soppressioni possiamo essere sicuri, anche se alcune circostanze
potrebbero essere leggendarie. I processi conosciuti sono diversi, quelli con condanne a morte solo
3. I dispersi dati per morti sono 5 circa. Le persone entrate in possesso della formula senza diritto e
successivamente soppresse sono una decina, attualmente non ci sono carichi pendenti. Gli umani
uccisi dagli alchimisti per tutelarsi o proteggersi sono innumerevoli.

Un solo alchimista si è suicidato nella storia del mondo.

Gli Alchimisti Immortali- CAPITOLO II:


L’ultima condanna a morte
August 31, 2012 by Virio

L’ultimo processo contro un alchimista fu istruito a Venezia, il martedì grasso dell’anno 1888, lo
stesso in cui Jack “the ripper” mieté le sue 5 vittime a Londra. Fu grottesco. Esso si tenne dinanzi a
una foltissima folla, ignara di tutto. Fu una specie di sfida boriosa, che per un vezzo inutile,
rischiava di mettere in pericolo la segretezza perseguita in modo così maniacale dal gruppo, e, con
ciò, addirittura di far perdere la vita di centinaia di persone. Qualora infatti agli alchimisti fosse
venuto in mente che qualcuno dei presenti avesse avuto idea, o intuito, di cosa si trattava in realtà,
non avrebbero esitato a ucciderli tutti, pur di evitare rischi. Una decisione delle solite, assurda,
come tante altre, del Fante di Coppe. Per fortuna loro nessuno dei presenti seppe mai, o intuì, di
cosa si trattava e pensarono solo di assistere a una buffissima farsa in cui un ragazzino imberbe,
pieno di spocchia, e dalla loquacità non comune vista l’età, giudicava un anziano colpevole,
secondo l’accusa, impersonata da un uomo vigoroso e forte, sui cinquanta anni, e con accento
dell’est, di essersi fatto rubare qualcosa di prezioso. Una preziosa ricetta di cucina, da quanto si
poteva evincere. Il fatto che egli cercasse di non essere condannato per il furto subito (e non uno
realizzato), di qualcosa di poco conto (una ricetta appunto), unito a quello che un giovanetto fosse,
indiscutibilmente, la più alta autorità in mezzo a una giuria di persone tutte più anziane di lui,
faceva morire dal ridere una platea divertita da questo mondo al contrario. Su un lato della piazza, a
ridosso di un muro, era stata eretta una tribuna, su di essa, al centro, occupando lo scranno più alto e
stupendamente fregiato, il giovane. Egli era considerato la persona di maggior saggezza e appellato
“eminentissimo”. Sedute a semicerchio, con contegno solenne, altre figure vestite in modo sfarzoso,
ma sinistro, una ventina, molti con lunghe barbe, e gli occhi piccoli e rugosi, non parlavano, ma
ascoltavano con attenzione, al massimo annuendo, o scuotendo il capo di tanto in tanto, o emettendo
un brontolio, durante i passaggi più interessanti della difesa o dell’accusa. Il pubblico si divertiva e
rideva a sentire il giovane giudice rivolgersi all’imputato, decrepito e dalla lunga barba, con aspetto
venerando, in modo inquisitorio e irriverente. Formulava domande con un tono irrispettoso ed
incalzante, dandogli ripetutamente dell’imbecille e dell’incompetente, e quello balbettava
vergognosamente vaghe scuse, farneticando in preda al terrore e alla confusione mentale,
ammettendo, lui per primo, la sua cialtroneria. Il processo era più una umiliazione pubblica che
altro, e andò avanti per ore, di notte, su una piazza illuminata da lanterne colorate, dove pure era
posto un alto patibolo, con una ghigliottina che “pareva vera”. Nel frattempo, attorno, impazzava il
carnevale e gente spensierata e allegra si baciava in pubblico, urlava e scherzava gioviale e volgare.

Alla fine, l’anziano fu condannato a morte e la sentenza letta lentamente, in latino, da una voce
baritonale di enorme fascino e solennità, che richiamò in modo perentorio l’attenzione degli
occasionali spettatori. Tutti ammutolirono mentre il giudice si alzava in piedi per dare l’ordine
dell’esecuzione, che fu eseguito immediatamente, sul posto, tra le urla implacabili e il panico
orribile dell’anziano dalla lunga barba, che si dissolveva stridente tra il silenzio, incredulo e un po’
sgomento di chi era vicino alla scena ed era rimasto inquietato dalla verosimiglianza della
disperazione del morituro, e le risate di un pubblico sbronzo e festante più lontano e disattento, o
sperso tra giochi e amenità per tutto il resto della piazza e dei vicoli limitrofi. D’improvviso un
fortissimo scroscio di pioggia gelida sorprese tutti, proprio poco prima che la mano malferma e
anziana di un altro alchimista, mascherato con un lungo becco da corvo, facesse cadere la pesante
lama e la testa rotolasse. Il pubblico, distratto dall’improvvido cambiamento climatico, abbandonò
di corsa e urlante il posto senza soffermarsi sul finale della supposta farsa, e sul fatto che il capo,
caduto nel cesto di crusca, non fosse finto. Settimane dopo dei barcaioli trovarono un corpo senza
vita e col capo mozzo in un canale. Si indagò, ma nessuno ricollegò l’accaduto al processo
carnascialesco, anche perché il corpo non era corrotto e pareva essere deceduto il giorno stesso.
Non se ne venne a capo. Lo inumarono senza la testa, che non fu mai trovata.

L’anziano giustiziato aveva una prodigiosa abilità per alcune branche dell’alchimia, anche se non
era in possesso di una formula di immortalità di gran pregio. Aveva l’aspetto di un ottuagenario, e
secondo la leggenda, s’era imbattuto secoli prima con un elisir che lo faceva vivere in eterno, quasi
per caso, mentre si dedicava alla sua specialità prediletta. Difatti aveva creato già molte fiale con
spiriti intelligenti, vapori parlanti, anime estratte da elementi della natura e poi intrappolate in
ampolle o cristalli, con le quali dialogava spesso e che interrogava sulle origini, la composizione e
le sorti dell’universo. Era anche un erudito demonologo che interrogava spiriti antichi e spesso
malvagi. All’inizio della sua carriera aveva iniziato studiando i procedimenti per costruire un
Golem, questa era la grande passione della sua esistenza. Aveva sempre raggiunto eccellenti
risultati, poi aveva notato gli effetti di quella sostanza che non lo faceva invecchiare più, ed aveva
deciso di fabbricarla ed assumerla costantemente, cambiando il suo proposito originario, che voleva
seguire i ritmi della natura, per l’insorgere in lui di un acuto e implacabile terrore della morte. C’è
da credere che dai suoi dialoghi con gli spiriti della Natura non avesse ricevuto buone notizie e
avesse saputo di un destino che lo atterriva, ma non lo rivelò mai a nessuno. Neppure il giorno del
processo disse cose precise, farfugliò solo incoerenze e allusioni che non convinsero nessuno della
necessità di una assoluzione e meno che mai il crudele giudice. Il miglior argomento a sua difesa fu
il terrore con cui reagì alla lettura della sua condanna, e gli strattoni e pianti, le grida e le suppliche
che si spensero solo sul filo della mannaia. Lasciò tutti sgomenti, tranne il giudice, che rise di gusto
e tutti dietro a lui, forse per piaggeria, mentre la pioggia li batteva impietosa come la ghigliottina.

Il fatto è che essendo molto anziano, dopo vari secoli di vani tentativi per perfezionare la sua
formula dell’elisir di lunga vita, si era messo, ed era riuscito, a fabbricare un famiglio che lo
aiutasse nei lavori domestici e anche nella preparazione della sua ricetta, che per sua disgrazia
doveva assumente settimanalmente e tardava parecchi giorni a preparare. Pur andando avanti da
almeno due secoli, sperimentando in condizioni massacranti, chiuso nel laboratorio, a volte per
giorni interi, senza uscire mai, dormiva e mangiava lì, non aveva trovato migliorie significative,
anzi nulle. Il famiglio era stato creato coi mezzi a disposizione nella bottega e nel giardino accanto,
ricco di argilla, ma non aveva le forze per maneggiare molto materiale, né la possibilità di
acquistarne e accumularne, riuscendo al contempo a seguire la sua ricetta d’immortalità.

Perciò si limitò a raccogliere, in faticose e varie sedute, un piccolo ammasso di creta (si suppone dal
colore dell’essere e la conformazione geologica della terra che lo circondava, ma il procedimento
corretto lo sapeva solo lui) e ne fece un piccolo e bitorzoluto servitore, dai denti radi, la testa
sproporzionata. Un famiglio resistente, ma di braccia e gambe corte, un’intelligenza che sfociava
più sulla furbizia che altro. Un essere del genere ha una aspettativa di vita di qualche decennio, lo
fece in modo tale che gli prendesse un infarto secco a un certo punto, così da non essere costretto
alla sua soppressione, dato che di accudirlo in agonia non se ne parlava di certo. L’esserino era
molto servile, ed utile, ma dopo anni di schiavitù, iniziò, curiosamente, a pensare con una certa
autonomia, si era scottato varie volte in laboratorio, sapeva bene cosa fosse il dolore, forse ne aveva
fatto tesoro, e si era posto domande. Aveva fabbricato di tutto, anche oro, era molto destro, aveva
visto, in varie occasioni, cosa si può ottenere da esso, perché era lui a realizzare le commissioni per
il padrone, e, soprattutto, aveva visto, girando per il mercato mentre faceva le compere, che con
esso si può addirittura ottenere l’amore delle donne e la loro compagnia. Non c’era cosa che
desiderasse e lo incuriosisse di più. Aveva una tale attrazione verso le donne, che ne chiedeva
spesso notizie al vecchio padrone, ma quello, dopo delle prime spiegazioni, si irritava per
l’insistenza del piccolo, che gli faceva tornare in mente bei ricordi (e brutti pure) ma in ogni caso gli
ricordava che egli, ora, così come stava messo, non avrebbe potuto andare con una di loro. Gli
promise comunque che se lo avesse aiutato bene lo avrebbe ricompensato e sarebbero andati
entrambi a donne, a spese sue. Quello lavorò ancora più alacremente, ma il tempo passava, i risultati
non arrivavano, anno dopo anno, il maestro era divenuto persino più scorbutico e distante dalle sue
petulanti richieste. Il maestro non moriva, ma lui stava diventando vecchio, sentiva già qualche
acciacco, a volte si appisolava, fantasticava, e invece di andarsene in giro, come era solito fare da
giovane, quando il maestro parlava coi suoi spiriti, che trovava oltremodo noiosi, una parola ogni
quarto d’ora, col tempo, aveva iniziato ad origliare. Anche lui aveva ascoltato qualcosa di
spaventoso allora, tanto che una notte forzò la sua natura fino a riuscire a fare qualcosa di
incredibile per lui, che da quando era nato era sempre stato, come era stato creato per essere, così
succube e fedele al padrone. Di soppiatto, mentre il vecchio dormiva, gli rubò la ricetta che
fabbricava da mattino a sera e da sera a mattino. Poi assunse il farmaco della vita eterna. Avrebbe
saputo rifarla ad occhi chiusi ora! Al giorno seguente il vegliardo si trovò da solo. Notò che alcune
carte erano sottosopra, capì che il servitore aveva appreso quello che gli mancava per essere
autonomo nella preparazione del farmaco e se l’era svignata. Per paura di essere incriminato e
processato fece la scelta più sbagliata, tacque del furto, sperando che i rimorsi e la fedeltà con cui lo
aveva plasmato e legato, lo facessero tornare da lui, ma ciò non avvenne mai. Il piccoletto anzi
ormai godeva della vita che aveva sempre sognato, autonomo, lavorava a ritmo suo, senza attendere
le lungaggini del vecchio, fabbricava la sostanza, la proponeva in dialoghi riservati, la faceva
provare per un po’, poi si faceva pagare da clienti entusiasti. Col molto danaro che aveva ottenuto
aveva cambiato vita, ormai era ben vestito, cappotto, stivaletti, cappello, il barbiere gli pettinava i
capelli radi, e lo impomatava per bene, le donne adoravano la sua generosità, andavano spesso con
lui, ed egli era ben considerato ed apprezzato.

In poco tempo, però, la situazione per la segretezza dell’elisir, era enormemente peggiorata, e
quando gli alchimisti ne ebbero notizia, si capì immediatamente la gravità della stessa: essa pareva
essere sul punto di sfuggire di mano. Un tale, un tipo piccolo e gobbo, con un testone calvo, i denti
radi e una faccia da lacchè, affermava di avere un elisir che mantiene sempre giovani. Poteva essere
una bufala delle solite, ma il tizio chiedeva cifre esorbitanti per il prodotto, era schivo e si rivolgeva
casa per casa solo a borghesi ricchi, nobili, aristocratici, cosa che insospettì i componenti del
Circolo e li spinse ad indagare. Uno di loro ebbe notizia di questa storia da un nobile che
frequentava fingendo la sua vita normale, gli si accapponò la pelle e volle vederci chiaro, riferì
immediatamente tutto agli altri. In breve scoprirono la verità. Furono implacabili. Il famiglio sotto
tortura dovette meticolosamente rivelare tutto: motivazioni, scopi, fatti, e soprattutto a quanti
soggetti avesse venduto il prodotto e a quanti ne avesse parlato. Questi soggetti furono uccisi tutti,
poi si realizzarono altre ricerche per sapere se il ladro avesse omesso di dire qualcosa di
significativo. Nonostante non uscisse alcuna nuova, il Circolo decise di sterminare comunque anche
tutti coloro che avevano avuto contatti, di ogni genere, con l’improvvisato alchimista. In un breve
arco di tempo furono avvelenate una trentina di persone, la maggior parte appartenente alla ricca
borghesia o alla nobiltà. Morirono tutti all’istante, quindi nessuno di loro aveva assunto la sostanza.
Il famiglio, quando si ritenne che era stata fatta piazza pulita di coloro che potevano sapere o
sospettare qualcosa, fu giustiziato, ma la sua morte fu, insensatamente, lenta e dolorosa, e sempre
per scelta autonoma dell’alchimista di più alto grado. Insensatamente perché le sue sofferenze non
potevano spaventare, né fungere da deterrente verso nessuno, dato che tutto fu realizzato nella
massima segretezza. Solo poi il vecchio fu processato e decapitato.

Gli Alchimisti Immortali- CAPITOLO III: Il


Dio degli alchimisti immortali (1ª digressione)
September 4, 2012 by Virio

Ogni alchimista immortale presto o tardi, diviene del tutto tediato dalla propria esistenza. Un tedio
infinito, ma non stoico; languente, ma nel quale è impossibile arrivare a pensare a rinunciare ad
essa. Ognuno reagisce a suo modo al raggiungimento di una condizione “innaturale”, o comunque
alla quale pare che l’essere umano non sia preparato, non solo biologicamente, ma, specie,
culturalmente.

In ogni caso essi non sono più come erano prima. Forse solo chi ci è passato può capire cosa voglia
dire perdere completamente la memoria di epoche antiche e vissute, ma ormai irrintracciabili nella
mente; epoche vaghe come dei sogni anche essi vetusti, o profezie stantie e mai realizzate, la
propria vita percepita come una antica leggenda.

Dopo secoli ognuno ripensa al passato riesumando dalle macerie solo una sottile malinconia, niente
più emozioni o sentimenti, niente rimpianti, niente passioni o desideri, neppure autentica tristezza,
ma distacco. Forse, dopo millenni, o addirittura eoni, più nulla di nulla, neppure quel lugubre fumo
nero che continua ad alzarsi dai carboni ormai spenti del ricordo. Non ci sono genitori, famiglie,
lingue o luoghi, provenienze e scopi, solo spettri e ombre.

Perso un fratello, un amico, o un amore, in circostanze tragiche, l’essere umano non fa che sentirne
il vuoto, desiderare la presenza di chi manca con tutto il cuore, insiste in un amore mancato, si
dispera per la perdita. La sofferenza per il distacco può essere tale da far sognare di altri mondi,
diversi, eterni, giusti, in cui si rivedrà la persona cara e sarà lì per sempre. Per tanto tempo non si
desidera altro che un abbraccio impossibile, riprendere un dialogo reciso, riesumare ogni gesto
mancato, poi si muore. Ma un alchimista sa, a sue spese, dove finiscono tali sciocchi e poco sinceri
desideri umani. Essi affondano, naufragano, nelle melme dell’indifferenza.

Nessuno ama nessuno per sempre. Si finisce per non sentire più nulla, non desiderare più nessuno
vicino, nemmeno se stessi. Ci si rende conto di quanto superficiali siano quei rimpianti propri della
vita mortale, le speranze, i desideri, messi lì, nel cuore di tutti, ma che nessuno riuscirebbe mai a
sopportare qualora esauditi, come non si sopporterebbe mai la presenza, per secoli infiniti, d’un
unico compagno di strada. Il desiderio originario per la scomparsa di un essere amato diviene, solo
in virtù del passo del tempo, per questa unica, banale ragione, esattamente il suo opposto: che tutto
si allontani e scompaia.

Si dice di volere qualcuno a fianco, ma poi, se ci fosse, si arriverebbe a detestarlo: prima ogni tanto,
come già avviene nella vita mortale, dove tutti amano solo chi non c’è più, poi più spesso, poi
sempre.

Forse avevano ragione quegli alchimisti che si rifiutarono di sperimentare siffatta condizione,
persino quelli che rimasero legati ad una sciocca fede che promette un’immortalità ben diversa, ben
più alta e di certo irrealizzabile, ma a principio a tutti, anche a chi è pervaso dalla sua fede, sembra
qualcosa di eroico poter sfidare e piegare le regole della natura, e la più forte e spaventosa di esse:
vincere, vincere su tutto. Raggiunta la vita perenne anche questa considerazione perde di senso, il
concetto di eroismo perde di senso. E ogni altro!

Ma se ci fosse qualcosa, qualche ragione per esistere, se esistere non fosse indifferente, non una
alternativa equivalente al non essere, e più scomoda, rumorosa, con più cure, chi altri se non un
essere immortale potrebbe mai arrivare al compimento del senso? Non dico gli odierni alchimisti,
che non sono se non esseri umani con un supplemento indefinito di tempo, ma ancora di carne, però
qualche altro soggetto che ne segua le orme, completi il cammino, o che essi stessi sappiano
plasmare, o diventare. E se l’uomo si fosse creato da se? Apprendendo da solo a darsi tutto, a
esistere, fiducioso, ogni volta che realizza questa scelta, di tornare ad arrivare alla possibilità di
decidere se esserci. Se l’universo fosse creato dagli esseri umani, capito prima, poi creato di nuovo
ogni volta, in un eterno ciclo; affidando a una brodaglia, volta dopo volta, il compito di progredire
fino a un’esistenza eterna, o forse una volta sola, ma dalla fine del percorso, della storia, quando il
tempo non abbia più direzione.

O è davvero possibile quello che spaventa tanto chi c’è: che ciò che è, non sia? Non sia mai più?
Non sarebbe piuttosto lecito confidare nell’avvento di un essere in grado di conoscere tutto, tutto
quanto noi si è depositato nella storia, disseminato insensatamente nel tempo, nelle tenebre di un
vuoto gelido e silente trapuntato di stelle lontane ormai morte, in quella solitudine che sgomenta chi
la percepisce. Lavori piccoli, pieni di ardore, ma piccoli; frasi, balbettii spauriti, righe cancellate la
notte, riscritte chissà quante volte per cercare di dire, di dire: nulla in definitiva e a nessuno.

Un alchimista verrà, senza corpo, senza limiti, immortale, incorruttibile, onnisciente e osserverà e
saprà tutto, ricorderà ogni sforzo, ogni ingiustizia, ogni torto e prepotenza, assisterà a ogni
spettacolo, leggerà ogni libro, opera, saprà dare valore a ogni gesto, emozione, passione umana, di
tutti, e di ogni altro essere intelligente, tutto quello che si è fatto e che ha lasciato indifferenti gli
altri, o che non era mai stato visto da nessuno. E nessuno sarà più davvero solo, perché qualcuno di
eterno avrà letto la sua storia, squadrato ogni sentimento, ogni grido di dolore, timidezza. Tutti
potranno dire di esserci stati! Sarà solo uno spettatore, che non metterà nulla al suo posto, magari
non vibrerà nemmeno per tanto chiasso insensato, ma saprà, avrà contemplato cosa è successo a
ciascuno, ricorderà lui, per tutti, esattamente la storia di ognuno, e ogni delusione, e mancanza,
senza errore.

L’umanità vivrà lì, dai padri scimmia intossicati dal fumo nelle capanne, agli ultimi umani, magari
longevi e sedati da farmaci, impassibili; forse nella speranza di non dover ripercorrere quel
cammino, seminato di corpi bruciati, di sventure, violenza, esecuzioni, indifferenza, egoismo,
malattie. Il Dio degli alchimisti è questo. Una leggenda nel loro petto, quasi un segreto,
un’ambizione o una taccia, nessuno di loro ne parlerebbe, nessuno lo descriverebbe, ma tutti lo
hanno in testa; un principio antropico forte, del quale loro si ritengono il primo anello, il primo salto
verso la realizzazione, verso la conquista dell’infinito.

Oh, la loro verità è ben diversa! Sarebbero potuti essere saggi, i saggi che guidano il mondo
segretamente, e invece no. Al margine della storia, rimosso ogni senso di colpa e responsabilità,
appartenenza; sono immersi nel paradosso di essere ancora schiacciati da tali zavorre e nel terrore di
implicarsi per gli altri, di rinunciare all’indifferenza o fallire una missione. Chi vaga per il mondo
da tanti secoli, afferma di non aver mai visto nulla di davvero sorprendente, che tutti si ripete una
canzone dolorosa, che prosegue da tanto e che è solo suonata ogni volta da diversi esecutori, ma le
note e gli accordi sono sempre quelli. E invece no! No! Basta vigliaccheria! È la paura che ha creato
certi effetti.

Dopo tanto tempo un alchimista inizia a sognare sempre le stesse cose, vede il destino del mondo,
vede se stesso perire, mancare la missione di vivere per sempre, perdere l’individualità preziosa. È
nata la leggenda di un essere ancestrale e potentissimo che attende là fuori, nello spazio infinito, che
odia. Lo chiamano “arconte”, “l’antico”, sussurrano appena un nome, un riferimento e lui ha già
visto tutto, sa già come finirà, e loro tutti lo hanno sognato. Alcuni non s’addormentano più. Specie
i più potenti, si chiudono al buio, e rimangono svegli. Quando il terrore li invade, il terrore della
storia, dell’essere umani, il terrore della fine e di aver fatto parte di questo teatro infame, già scrutati
in ogni mossa, i più giovani di loro si chiudono in profonde grotte; a volte vi passano anni, gelati,
sudati, impietriti, minerali tra minerali. E ne escono ogni volta più distanti da tutto, e più spaventati
dall’ignoto, dalla possibilità di perire, sprofondare da dove gli sembra di essere emersi: nel nulla.

Gli Alchimisti Immortali- CAPITOLO IV: Gli


Alchimisti alle stelle (2ª digressione)
September 11, 2012 by Virio

Cosa direbbero i mortali? “Guardate! Io pure, come tutti, ero più affascinato da quelle vecchie storie
su di esse. Ora che so che galassie così brillanti, così numerose, sono vecchie di milioni e milioni di
vite umane, mi sento spaesato. La luce pare così lenta per tanto spazio! Mi vien da pensare a quanto
più lento sia io, immoto, o piuttosto impercettibile, così rapido a svanire. Chissà che caso ha mai
voluto che proprio ora tutta quella luce giungesse a noi e ne parlassi e mi sorgessero tali pensieri.
Lo chiederei a loro stesse se potessi contare su una risposta, un linguaggio comune, comprensione.
Non la darebbero mai, o forse parlano così lentamente che non le intendo, perché di certo devono
essere più intelligenti di me, e mi rifiuto di credere che non sentano nulla.”

È vero, sembra uno spruzzo di sperma nel cielo la via lattea, e non solo vecchia, dà l’idea di essere
eterna. O migliaia di gocce di latte, o di sangue, o la striatura delle ruote ingovernabili di un carro
schiantatosi. Tutto questo e molto ancora: vecchi Dei che narravano le loro storie grandiosamente,
sopra i nostri occhi. Chissà perché paiono più belle quelle storie che la realtà, essa dà l’idea di
essere più fredda, indifferente a noi, che non eravamo importanti neppure per gli dei che c’eravamo
inventati. Forse in ogni uomo c’è il germe della consapevolezza di non avere alcuna importanza
tranne che per se. Un essere umano, sgomento per quello spettacolo di luci, al massimo prenderebbe
per la gola la vita, i suoi simili e gli direbbe: “Io protesto! Io non vi permetto di sfruttarmi oltre! Di
usarmi per le vostre lordure, tormentarmi con le vostre bassezze, voi, molli pezzi di fango!”. No,
non un essere umano qualunque, ma un uomo! Un uomo, direbbe questo, a tutti gli altri, distratti dal
vivere, con gli occhi chini e miopi. Gli altri neppure questo e meno che mai la femmina, beata non
per la sua discendenza, ma solo per la maternità. Un alchimista no! Un alchimista alzata la testa
guarda dritto il sole senza distogliere lo sguardo e, agitando il pugno, impreca preannunciando la
sua morte: “Vivrò più di te, astro abbagliante! Vedrò i pezzi di ferro ormai freddo in cui ti sei
ridotto e andrò oltre!”

Gli Alchimisti Immortali- CAPITOLO V:


UNIVERSO ALCHEMICO, ALCUNI
SPUNTI DA UN INCONTRO CON DANTE
September 24, 2012 by Virio

Forse tutti gli alchimisti sono arrivati a dare una versione della struttura della vita, dell’esistenza e
dell’universo sostanzialmente analoga. Sicuramente i più potenti tra loro. Di tali argomenti parlano,
probabilmente ciascuno omettendo, nonostante ciò, di svelare tratti distintivi della propria ricetta di
immortalità.

Ognuno ha una sua specifica conoscenza approfondita di certi aspetti della così detta Natura, della
realtà, e dell’universo: i più sono ferrati sulla materia, l’atomismo, e i materiali, altri, su questioni di
spazio e tempo, altri ancora sulle interazioni tra strutture complesse e organismi.

Usano un linguaggio e termini loro propri molto antiquati, ma potrebbero essere, con qualche
approssimazione, tradotti in un lessico comprensibile ai più. In genere tali conoscenze, che paiono
vertere su questioni disparate e molto diverse, portano però costoro a sviluppare una comune
maniera di affrontare e considerare la loro posizione nell’universo ed esso rispetto a quella, così
pure lo scopo della loro ricerca, quella che loro chiamano la “missione”. Ci sono analogie molto
forti tra tutti.

Ciò non deve rispondere a una casualità, ma più probabilmente alla sostanziale convergenza di tratti
in comune delle osservazioni possibili grazie alla messa in opera di un qualunque procedimento
alchemico di successo. Lo stesso valga per l’atteggiamento particolare e similare che ognuno di loro
sviluppa autonomamente e che li unisce in una vita isolata e misantropa (oltre l’uomo), distante
dall’amore per l’esistenza e il mondo, in una sostanziale ipertrofia di terrori opposti: sia verso la
morte che verso l’universo, per il quale percepiscono reciprocamente ostilità e persino avversione,
odio.
Quello che è certo è che alcuni cambiamenti rispetto alla trascorsa e più usuale concezione su
mondo, vita, esistenza ed universo, e divenuti tipici della contemporaneità, quelli motivati in
particolare da certe recenti scoperte scientifiche e dagli studi sull’infinitamente piccolo, o sul
cosmo, cambiamenti che nella società si stanno diffondendo lentamente, ma in modo inesorabile e
contro quelle idee che potremmo definire come tradizionali, erano state assolutamente anticipate,
già secoli prima, da chi si sia dedicato con successo al magistero alchemico.

Un altro fatto appare incontrovertibile: chi non abbia rinunciato alla sua idea “tradizionale”, e in
genere consolatoria, sulla vita e l’esistenza non può avere successo nella sua ricerca. Parrà strano,
ma questo passo è fondamentale e categorico, e spesso è anche più difficile da compiere di quanto
lo sia la mera elaborazione concreta della propria ricetta personale. Chi sceglie di rimanere ancorato
alla propria visione consolatoria del mondo può solo fallire. Per lo meno se diamo per assodato che
riuscire nell’opera sia l’obbiettivo da raggiungere.

C’è stato anche chi ha deciso consapevolmente di non andare avanti nella propria ricerca, per la
convinzione assoluta che le implicazioni concettuali intrinseche, oltre che fattuali, nel senso
dell’opera fossero erronee e inammissibili.

Un esempio celebre di tali “rinunce” è stato quello di Dante. È noto che il poeta fosse un profondo
studioso e conoscitore di alchimia. Una infinità di autori si sono dedicati a rintracciare nella sua
opera i segni di tale sapienza, e, come è pure arcinoto, c’è chi addirittura afferma che la sua opera,
nella sua interezza, ma specie la Commedia, altro non sia, e non debba essere interpretata, che come
un manuale alchemico.

Dante morì nel 1321. Non assunse mai alcun elisir o artefatto che lo rendesse immortale.
Nonostante alcuni degli immortali dell’epoca fossero sicuri che egli fosse a conoscenza per lo meno
di tutti i passaggi necessari per riuscire a confezionare una ricetta efficace.

Già mentre era in vita la sua opera, assieme alla sua profondità di mente, non erano sfuggite agli
appartenenti all’ambiente. D’altra parte egli era già anche molto celebre. In deroga alle consuetudini
egli ricevette varie visite da parte di alchimisti immortali interessati a conoscere non solo il suo
grado di comprensione della materia alchemica, ma anche a verificare se egli fosse effettivamente
tra quei pochissimi della storia umana disposti a rinunciare spontaneamente ad allungare
indefinitamente la sua vita per qualche ragione ritenuta valida e “superiore”.

Che l’elaborazione della ricetta preveda, in tutti i casi fino ad ora conosciuti, l’inconveniente di
presupporre il necessario sacrificio di altri esseri umani, e la divulgazione di questo dato per mezzo
della frase “la vita mangia la vita” è opinione corretta, ma assolutamente volgare. Parimenti volgare
è risolvere l’enigma della rinuncia in tale chiave. Uno spirito sottile percepisce molto più a fondo e
sa per certo che al di là dell’elaborazione di una qualsivoglia ricetta di immortalità, l’intima
struttura del mondo non consente uscite agevoli a questa costante neppure in chi, alieno alla ricerca
alchemica, cerchi rigidamente di limitarsi a vivere e conservare la sua “naturale” presenza nel
mondo non sacrificando altre vite umane.

Se già solo si volesse semplificare all’estremo la complessissima struttura dell’esistente e la


riducessimo a nulla altro che a un susseguirsi di eventi concatenati dal filo della casualità (e così
non è) o un divenire di istanti che si manifestano come “cambiamento nel tempo” (e neppure così è)
ci si renderebbe subito conto che le conseguenze sia del realizzato, che dell’omesso dal realizzare,
nelle supposte “scelte” di ciascuno, provocano effetti incontrollabili e letali sulla venuta
all’esistenza, o il ritiro da essa, di molti soggetti pensanti, umani.
È parimenti volgare, oltre che tacciato di una insalvabile ipocrisia, dire che “tutti uccidono” o
sacrificano esseri umani per la loro sussistenza, ma la frase, pur nel suo bieco e scorretto cinismo, la
imperdonabile banalità, è alquanto più corretta che il suo contrario. Sì! Tutti uccidono esseri umani
per vivere loro! Ma ciò non è un salvacondotto verso nulla, e tantomeno potrebbe abilitare, verso
chi vive senza limiti, il senso della colpa.

Non è certo questo il punto fondamentale per la scelta della pesante vita eterna (perpetua) di un
conoscitore della materia alchemica. L’euforia, o il suo opposto, il ribrezzo, a sacrificare vite
formate per la prosecuzione della propria non sono che prime e superficiali reazioni che un essere
umano percepisce in se al momento di preparare il suo ritrovato. E così è per tutti coloro che
abbiano abbastanza intelletto per avvicinarsi alla materia.

Il necessario sacrificio di vita umana per la prosecuzione di altra vita altro non è che una delle
innumerevoli manifestazioni di una profonda regola ineffabile e misteriosa che dimostra qui, come
in tutto il resto dell’esistente, la sua forza necessaria e irrinunciabile. Lo sgomento dinanzi a questa
strana forza universale è compreso in tutta la sua potenza in ben altre circostanze che non questa,
laddove essa non è che un primo passo.

Un alchimista vorrebbe arrivare a plasmare lui le regole dell’esistente, torcendole fino a farle
collimare con le sue esigenze e annientando le paure che nascono dalle discrepanze tra atteso ed
ottenuto, tipiche dell’animo umano. Ma fino a che non ci riesca ne è servo. Tale servaggio è il peso
più angoscioso da portare avanti nel secoli, posto che la manifestazione di una immane forza
disgregatrice che fa a pezzi tutto non pare avere crepe o soffrire eccezioni. Appare invincibile.

Non si tratta solo di sovvertire le leggi che oggi si chiamerebbero di “entropia”. A ciò, pur con dei
limiti molto serrati, come quello di poter far trasmigrare esistenze solo tra specie analoghe tra loro,
si è giunti in varie occasioni sperimentalmente.

Quando gli alchimisti fratelli si recarono in visita a Dante, ed ebbero un colloquio con lui, avevano
bene in mente alcune delle conclusioni esatte a cui è giunta anche la scienza odierna, e ne avevano
percepito alcune implicazioni con un forte sgomento.

Parlandone con Dante ebbero il sentore, mai del tutto chiarito, che anche il poeta ne fosse a
conoscenza in qualche modo, ma che le rifiutasse costringendosi ad affidarsi a diverse concezioni,
immerso in una fede incrollabile che, a suo stesso dire, lo metteva alla prova proprio disegnandogli
dinanzi un cammino che era suo dovere rifiutare come falso.

Ciononostante non era affatto schivo nel parlarne, e neppure si dimostrava insofferente o turbato
dalle esposizioni di idee contrarie e molto distanti da quelle che egli insisteva categoricamente a
prendere come veridiche.

Per lui la verità non era “nelle cose”, e anzi la “realtà” non era se non una delle possibili
concretizzazioni della “verità” e l’essere umano poteva ben distinguere una realtà “falsa” e
fuorviante, da una “fantasia vera”, per dirlo in qualche modo, affidandosi per completo agli
insegnamenti che provenivano direttamente dal Dio che egli adorava.

Per lui ogni evidenza scientifica, che avesse confutato recisamente l’idea di amore che governa
l’universo, non sarebbe stata altro che un miraggio e un errore, superabile solo con l’affidarsi alla
fede. Né indifferenza, né ostilità governano il mondo, solo l’Amore lo governa.
L’amore, era già stato da tempo classificato nei suoi opposti ruoli di ordinatore della materia, o di
dissolutore dell’ordine, da varie filosofie, e tra quelle da lui conosciute da Empedocle e Aristotele.
È, infatti, noto come Dante nel canto XII dell’Inferno formuli un esplicito riferimento a Empedocle,
il quale poneva sei principi (formanti il mondo): i quattro elementi, ed amore e discordia. Diceva
che quando gli elementi ed i moti del cielo erano in concordia, ogni cosa tornava in caos (in un
confuso ammassamento di materia); e quando cessava la concordia, e veniva la discordia, tornava il
mondo nella pristina forma (ordinata). Contrariamente ad Aristotele il quale nel primo della Fisica e
nel primo dell’Anima conferisce all’amore la virtù ordinatrice del mondo.

In modo analogo pure, era già stranota la meccanica della “vita cannibale di se” che si alimenta e
crea e distrugge senza posa se stessa.

Tutto ciò non spaventava né sorprendeva affatto nessuno dei presenti all’incontro. Tantomeno si era
scandalizzati dall’idea di un universo indifferente e freddo, senza scopo, senza redenzioni.
Semplicemente, nella speculazione mentale, esso non era credibile, o meglio, non era vero, a detta
del poeta. Le cose non potevano essere in tale guisa.

Erano, insomma, sia conosciute che discusse, tutte le varie idee e varianti di esse quanto a struttura
dell’esistente e destino dell’universo che sono poi state sviluppate successivamente e che a volte
sono state di volta in volta e ciclicamente riproposte, affinandole, come “nuove”, “dirompenti”,
“dissacranti”, “definitive”, “sconvolgenti” e quant’altro.

Non si trattò del tema, e agli scettici parrà strano, ma pure erano studiate, seppure con un linguaggio
molto diverso e, oggi, da considerarsi meno rigoroso, le questioni fenomenologiche e di filosofia
del linguaggio e esistenzialiste contro la metafisica.

Al di là del linguaggio e la filosofia però, l’alchimia è una attività eminentemente pratica, che, al di
là della speculazione, ricerca degli effetti “concreti”, pur nella consapevolezza delle difficoltà di
voler definire la “realtà”.

Nel mondo di Dante la terra è al centro del mondo. Il macroscopico “errore geocentrico” non è che
una banalità in fin dei conti. Si immaginava già un universo di dimensioni non infinite, ma
indefinibili, in cui il centro fosse un qualunque posto al suo interno e dei confini irraggiungibili
(non assenti, ma irraggiungibili). La posizione della terra come centro non voleva che dare risalto
alla posizione dell’essere umano e della sua esistenza in esso, e nella amorevole mente di Dio.

La terra è ora nuovamente al centro dell’universo, ma nella consapevolezza, che per alcuni pare
essere deprimente, di non essere in altro posto che su un ramo “marginale” di una delle infinite
galassie presenti, benedetti dal calibrato calore di una stella di modeste dimensioni, etc. Come se la
grandiosità contasse qualcosa fuori che nelle scellerate ambizioni animali. Una importanza
totalmente autoreferenziale ed assolutamente irrilevante per altri che per l’essere umano stesso.

Per Dante la vicenda umana era centrale, e oggi non lo è più. Ma la centralità umana recupera ora
tutta la sua antica potenza visto che, nell’isolamento cosmico, inviamo comunicazioni nel freddo
spazio esteriore cercando di percepire segnali di altre esistenze intelligenti che non ci giungono, e
spariamo nel cosmo i nostri che nessuno decifra, arrivando a propagarci in una minuscola bolla di
cui siamo il centro.

Gli alchimisti avevano già notato, per varie vie, alcune “anomalie” rispetto alla allora normale
concezione del mondo, e per esempio che tutto “si disgrega in espansione” e che “lo spazio non è
immobile”, ma curva, si espande. Oggi diciamo che lo spazio è in espansione, e che a differenza di
quella del substrato cosmico, l’espansione di esso è inosservabile. È stato chiarito anche tale
fenomeno nell’universo provoca l’allontanamento delle galassie più lontane da noi a velocità
superiori a quelle delle luce. I gruppi di galassie non si muovono “fisicamente” a tali velocità,
quello che avviene è che lo spaziotempo tra di loro si modifica.

L’isolamento dell’uomo appare prepotente, e di esso si ha paura, fatti per percepire sgomento per
ciò che ci circonda. Forse un giorno tutto sfuggirà tanto da non essere percepibile altro che un cielo
nero, senza sole e senza stelle. Oggi stesso, fuori della nostra capacità di percezione, la scienza non
saprebbe dire quanto ci sia di invisibile, e che potenza, che intenzionalità, che essenza, possano
avere tali “oscure esistenze”.

Questo isolamento, è così ermetico, enigmatico, che lascia pensare alla tranquillità tesa che precede
lo scatto del felino che caccia. Ma fino a che essa caccia non inizia, una solitudine quieta ci
circonda.

Esiste solo l’uomo, quindi, ed egli è perciò al centro di tutto ed è l’unico centro di se. Un centro che
non si basta, che cerca altro. Per egli sono possibili solo tre concezioni di tutto ciò che uomo non è e
che lo circonda: un universo benigno, indifferente o maligno. Esse sono inconciliabili e per
trascenderle è necessario che l’uomo si innalzi ad artefice del tutto, o vi resterà sempre ancorato.

Ciascuno in cuor suo nasce con la speranza che ciò che è oltre se sia benigno, la forte sensazione
che esso sia indifferente, il terrore che sia ostile.

Fatto sta che chi più investiga e cerca, più si approssima a evidenze chiare che paiono prima
smentire la benignità e puntare sull’indifferenza del mondo alla presenza dell’uomo, ma poi più
avanti, si converge verso l’ostilità mirata. Ogni alchimista vede ostilità nelle cose.

L’essere umano ha in se un germe per il quale sogna sempre e comunque la centralità della sua
importanza nell’universo. Vi rinuncia malvolentieri. Questo sogno è disatteso dai primi studi, ove
pare che tale centralità sia prima persa e irrecuperabile, poi mai esistita. Le vecchie leggende
vengono dismesse, sapere è rendersi conto della propria piccolezza dinanzi a uno spaziotempo
freddo e complesso, e che va per conto suo, in cui non si è altro che una concretizzazione qualsiasi
di infinite possibilità espresse altrove.

Più avanti negli studi si percepisce però altro: una occulta intelligenza smisurata, e celata nella
tenebra, che ha dei contatti con la nostra, un linguaggio “comune”, e assolutamente ostile.
Infinitamente ostile, che dissolve e squarta tutto.

Oltre il percepibile, c’è altro, che sfugge, ma sfugge letteralmente, nella velocità forse, o nel
cambiamento, alla nostra percezione limitata. Dando però segni confusi e inquietanti,
manifestazioni oblique della sua presenza nell’assenza. Essi traspaiono in molteplici piani, invisibili
direttamente, ma dagli effetti poderosi. Chi studia alchimia inizia presto a rendersene conto. Poi
inizia ad esserne certo, infine capisce che dovrà lottare una battaglia disperata, che assume come
quasi scontato che non saprà vincere.

Chi lo visitò, parlò con Dante, di tutto questo. Egli sapeva bene che la centralità dell’uomo non
appare al sapiente così come è versata nella sua opera, che il mondo non è concretamente ordinato
alla sua maniera, che le sfere non esauriscono lo spazio e che esso è vastissimo. Curiosamente era
consapevole, o incline ad accettare anche il fatto che esso spazio pare aumentare senza posa,
distanziando tutto da tutto, lasciando ogni zona dell’universo sempre più isolata. Quello che non
sapeva o non aveva mai immaginato lo ascoltò con attenzione, ma non modificò la sua posizione.
Bisogna parlare con un linguaggio comprensibile all’essere umano, colori, profumi, tinte e ferite
della carne, che però non descrivono ciò che davvero attende nel destino ultimo delle cose.

L’universo-materia, gli si disse, è minuscolo, ma, per nostra pochezza, ci appare infinito, esso è in
movimento, espandendosi su qualcosa altro che non è “vuoto” e neppure spazio, è una non materia
meno vuota di quanto non sia vuoto il nostro pezzo di mondo conosciuto e tutto l’infinito spazio
siderale e irrespirabile che ci circonda. Fuori di lì ai confini di spazio e tempo, tutto è nero, nero e
compatto, e il nero è senziente, è intelligente. Infinitamente ostile.

Un fumo spesso e immoto, forse come una spugna, o un corallo o pietra porosa, senza dimensioni e
cambiamento. Esso allunga occasionalmente invisibili tentacoli dentro il nostro universo, invisibili
eppure neri, lambisce il mondo così, con minuzia infinita, facendolo durare, ma scuotendolo. Un
mondo minuscolo come una bolla d’aria nel formaggio, o una minuscola unica bollicina sospesa in
una botte di vino scuro e denso.

L’essere umano pensa di essere soggetto a leggi, e di possedere un limitato dominio su esse, è falso!
Quando qualcosa di tragico accade, il razionale crede di aver errato in qualcosa, o non aver le
capacità di dominare tutto ed essere soggetto a forze indomabili e cieche più forti di lui. Il credente
di dover sopportare le disgrazie per dimostrare qualcosa a un benigno Dio che lo mette alla prova,
ma lo ama e lo accoglierà con se fuori dal tempo. Ma chi studia sa che in certi luoghi del mondo
non succede il male e non ci si incrocia col dolore e la sofferenza per caso, ci si avvicina a dei
tentacoli invisibili invece, è lì, è per causa loro, che si concretizza il male: ogni morte, ogni
disgrazia, ogni sofferenza. I luoghi paiono tutti uguali all’occhio umano, ma non lo sono, su certe
porzioni di spazio si agitano filamenti di male, come di medusa in un oceano, e se sfiorati possono
essere letali.

La compatta massa nera fuori del mondo forse allunga tentacoli in infiniti universi, non lo
sappiamo, li immaginiamo e basta, forse essi sono popolati da altri noi stessi, a cui si riservano sorti
diverse e sempre dolorose. Non siamo solo noi, siamo anche tutti gli altri, e privi di qualsivoglia
dominio e identità, ma convinti di averne, formati solo per avere la capacità di sentire la sofferenza.

Chi più studia più conosce in dettaglio e con evidenze questo stato di cose e molte dinamiche
terribili, dapprima non percepisce i “tentacoli”, ma ne conosce l’esistenza. Si sente sempre vicino
ad essi, minacciato, ne ha il terrore, poiché essi “emergono” in porzioni di spazio da altro spazio
chissà dove ubicato, possono penetrarlo a piacere da una parte a un’altra, fulminanti.

Emergono ovunque, ed è lì dove si concretizza qualunque sofferenza, come se correndo in una


direzione dal nulla emergesse di colpo una lama che ci trapassi la carne, ed ecco uno strappo al
muscolo, un infarto, il terremoto, crolli e devastazioni che colpiscano animali in grado di sentire
volontà di sussistere, e paura di stare male. Lì ti lascerà un amore, incontrerai un nemico, sentirai
gelosia, sconforto, abbandono, rifiuto.

Certi luoghi li chiameremmo “maledetti”, ma sono solo quelli in cui brulica un male tentacolare e
inappellabile.

Chi vivrà eternamente, chi non morirà, non finirà nel nulla se è questo ciò che accade ai mortali, ma
corre rischi maggiori, vedrà dissolversi la bolla del mondo, percepirà, ormai senza corpo, senza
vista, il nero assoluto che la penetra completamente, e finirà per esserne immerso, finirà a soffocare
in eterno in esso, strangolato in eterno, senza poter morire, ma sentendosi perennemente privato
d’aria. Senza via di scampo.
Chi vive in eterno deve trovare una soluzione, una maniera per vincere contro il nero, passando dal
corpo mortale, al corpo immortale, da quello immortale a esistere senza corpo, da ciò a esistere
senza limiti, dominando lui l’universo facendolo sussistere, creandolo ogni volta a sua misura.
Altrimenti, cosa accade se un universo più non esiste? E non si muore?

Bisogna lottare contro questa “cosa”, bisogna trovare un modo per batterla e dominarla! Fuori dalla
immensità dei confini dell’esistente, delle regioni dello spazio e del tempo. Dalla vita eterna,
incorporea, onnisciente, si deve passare al dominio assoluto contro una non-materia oscura e
senziente, pensante e infinitamente ostile e potente, che vuole solo la sofferenza della nostra bolla di
mondo, dallo spazio ricurvo e la lenta luce. E chissà quanti altri mondi come il nostro domina da
fuori.

Ogni alchimista che parli di ciò, che ha appreso e ha capito studiando, trema di terrore ed è invaso
dall’angoscia più profonda. Si aggrappa a qualsiasi cosa, una seggiola, un tavolo, si tiene stretto a
un pezzo di materia qualunque, come se dovesse sprofondare improvvisamente chissà dove, se tutto
potesse finire istantaneamente, o se sentisse il pericolo di tentacoli che sbuchino invisibili e,
sfiorandolo, mettano fine al suo discorso.

C’è chi giura di aver sentito ridere “il nero”, in sogno, oltre gli spazi siderali, oltre la materia
ultraluminale e i confini dell’universo, una risata malvagia, divertita per essere stato scovato, aver
suscitato l’angoscia ancora prima di agire. Se può ridere, e sapere di noi, delle scoperte, come può
essere sconfitto? Potrebbe annientare tutto subito, se non lo fa, è la sua sicurezza sul trionfo a
lasciarci provare impotenti a resistergli. Un  futuro che in lui si è già realizzato.

Un alchimista, uno di quelli potenti, si sente sempre in ritardo sul lavoro, sente che non ce la farà ad
assumere tutto il potere e la conoscenza che gli occorrono per resistere. Un corpo da ragazzo in
secoli di vita, ma ancora con la necessità di un corpo! Carne libera di necessità, ma pur sempre
materia, materia che può essere disciolta, schiacciata, ferita a morte, da incidenti, scoppi, disgrazie
segretamente provocate da invisibili tentacoli.

E Dante placido risponde con un sottile e rispettoso sorriso, affermando che tutto non è se non
illusione, sapiente illusione e illusione della sapienza. Che è necessario affidarsi, consegnarsi inermi
al fatto che non si deve dominare il mondo.

Affidarsi è l’unica soluzione, la lotta del sapiente è la più dura, perché a lui è chiesto di rinunciare a
quello che sa, e chi più sa, più soffre. Sapere è soffrire, ma è anche distanziarsi dalla fiducia, rende
quasi impossibile sacrificare la conoscenza, rende quasi impossibile l’ingenuità e la spontaneità.
Sapere troppo, è la peggiore delle colpe, la più dolorosa delle sorti.

L’universo percepito dagli alchimisti non è più reale di qualunque altro universo di fantasia, è solo
la convinzione della sua veridicità a renderlo concreto e pericoloso. Ma esso non è che un sogno,
come sogno sono tutti i mali, vuoti di concretezza, assenti, privi di una esistenza autonoma, che
celebrano la farsa della grandiosità e del trionfo condannati da sempre e per sempre all’impotenza
più assoluta.

Chi ha visto o percepito quel nero sovrano fuori di spazio e tempo, è chiamato a rinunciare ad esso.
Il passo più difficile per chiunque, perché sovrumano, come sovrumano lo sforzo titanico di
trascendere la natura mortale. Ma a ciascuno prove adatte alle proprie capacità, e agli alchimisti più
sapienti, le prove immani e disumane di rinnegare le proprie scoperte, affidarsi.
Affidasi è perdere il controllo, dirigersi verso un cammino oscuro e che si ha tutta la ragione per
ritenere pericoloso nella convinzione assolutamente irrazionale e ingiustificata che così non sia e
non possa essere.

Tutti ci si deve arrendere alle paure, al terrore, e quanto più si resista nella resa, più terrore si
accumulerà, più costoso sarà il passo e il sacrificio.

Ognuno rimase nella propria posizione, egli immerso nella fede e nella consolazione di essa, i due
fratelli alchimisti nella convinzione di dover trovare un modo per continuare a sussistere e
contrastare l’universo e le sue forze. Così Dante morì, uno dei fratelli fu condannato a morte dal
Circolo degli alchimisti decenni dopo e pure sprofondò nel nulla, l’altro, sette secoli dopo, cerca
ancora, come altri, una ricetta che gli renda possibile rinunciare al suo corpo per esistere.