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Hume dice che possiamo trovare delle teorie scientifiche basandoci solo sul fatto

che i fenomeni fisici si ripetono sempre in determinate condizioni


L'analisi critica del principio di causalità
Tutti i ragionamenti che riguardano la realtà o fatti si fondano sul rapporto
causa-effetto. Se si chiede a una persona perché creda a un fatto qualsiasi, ad
esempio che un suo amico è in campagna, egli ha aggiunto un altro fatto, ad
esempio che ha ricevuto da lui una lettera o che ha precedentemente conosciuto la
sua intenzione di recarsi in campagna . Ora, la tesi fondamentale di Hume è che la
relazione tra causa ed effetto non può mai essere notata a priori, cioè con il
ragionamento puro, ma soltanto per esperienza Nessuno, messo di fronte a un
oggetto che per lui sia nuovo, é in grado di scoprire le sue precauzioni ei suoi effetti
prima di averli sperimentati e soltanto ragionando su di essi.
Adamo, anche se le sue facoltà razionali sono sostenute dal principio perfette, non sarebbe mai possibile inferire
dalla fluidità e trasparenza dell'acqua che essa potrebbe soffocarloo dalla luce e dal calore del fuoco che
consumava consumarlo. Nessun oggetto scopre mai, per mezzo della qualità che controlla ai sensi, le cause
che lo fanno o gli effetti che sorprenderanno; né può la nostra ragione, senza l'aiuto dell'esperienza, effettuare
alcuna induzione che concerna realtà o fatti. (Ricerca sull'intelletto umano, sez. IV, 1, in Opere filosofiche, cit., P,
33)
Questo significa che la connessione tra causa ed effetto, anche dopo che è stata
scoperta per esperienza, resta arbitraria e priva di qualsiasi necessità oggettiva.
Causa ed effetto sono due fatti interamente diversi, ognuno dei quali non ha nulla in
sé che richiami necessariamente l'altro. Quando vediamo una palla da biliardo che
corre verso un'altra, anche supponendo che nasca per caso in noi il pensiero del
movimento della seconda palla vieni risuscitato dal loro incontro, potremmo
benissimo concepire altre possibilità: ad esempio, che le due palle rimangano
entrambe ferme, o che la prima ritorni indietro lungo la traiettoria già percorsa, o che
devii lateralmente. Tutte le diverse possibilità dell'esempio non possono essere
escluse, perché non sono contraddittorie in se stesse. L'esperienza ci dice che una
sola di esse è verificabile, e cioè che l'urto della prima palla ci metterà in movimento
la seconda; ma l'esperienza non ci illumina se non intorno a fatti che abbiamo già
sperimentato in passato, senza dirci nulla circa i casi futuri. Anche dopo che
l'esperienza è stata fatta, la connessione tra la causae l’effetto rimane arbitraria e
non potrebbe essere presa come fondamento di esperienze futuree La
conseguenza non sembra assolutamente necessaria. non è necessario
nell'avvenire, è ipotesi che non implica alcuna contraddizione e che perciò rimane
sempre più possibile. Né la continua e reiterata conferma fattuale della maggior
parte delle connessioni causali dalla questione, dal momento che tali conferme
riguardano sempre il passato, mai il futuro. Tutto ciò che "impariamo"
dall'esperienza è che da ciò che è simile simili ci aspettiamo effetti simili. Ma questa
"attesa" non è giustificata dall'esperienza, essendo piuttosto il presupposto
ingiustificabile dell'esperienza. Se ci fosse anche solo qualche sospetto che il corso
della natura cambiava e che il passato non servisse da regola per il futuro, ogni
esperienza diverrebbe inutile a pon potrebbe dar origine ad alcuna inferenza o
conclusione. considera anche di Hume escludono che il legame tra causa ed effetto
potrebbe essere reso oggettivamente necessario, cioè come assolutamente valido.
L'uomo, tutto, lo crede necessario e fonda su di esso, funziona corso della sua vita.
La necessità di tale legame è quindi puramente soggettiva e va cercata in un
principio della natura umana. La ripetizione di un atto qualsiasi, a lungo andare,
produce nell'uomo la disposizione a ritenere lo stesso atto senza che intervenga il
ragionamento: questa disposizione è l'abitudine o costume). Quando abbiamo visto
più volte insieme a due fatti o oggetti (ad esempio la famiglia e il calore, il peso e la
solidità), siamo portati dall'abitudine e aspettiamo l'uno quando l'altro si mostra. È
l'abitudine che ci spinge a credere che domani il sole si leva come si è sempre
levato; è l'abitudine che ci sono gli effetti dell'acqua o del fuoco o di qualsiasi fatto o
evento naturale o umano; è l'abitudine che guida e sorregge tutta la nostra vita
quotidiana, dandoci la sicurezza che il corso della natura non muta, ma si mantiene
uguale e costante, offre la possibilità di regolarci per il futuro. Senza l'abitudine, noi
saremmo del tutto ignoranti riguardo a qualunque questione di fatto, salvo quelle
immediatamente presenti ai nostri sensi o alla nostra memoria. Non sapremmo
adattare i mezzi ai fini, né impiegare i nostri poteri naturali per produrre un qualsiasi
effetto. Ogni azione sarebbe finita in se stessa e così pura la parte principale della
speculazione. Ma l'abitudine spiega la congiunzione che noi stabiliamo tra i fatti, non
la loro connessione necessaria. Spiega "perché" noi crediamo alla necessità dei
legami causali, ma non giustifica, né fonda questa necessità. Del resto, come
abbiamo anticipato, questa necessità è ingiustificabile. L'abitudine, come l'istinto
degli animali, è una guida infallibile per il principio della vita, ma non è un principio di
giustificazione razionale o filosofico. E un principio di questo genere non c'è.
Morale
Hume innanzitutto, nel campo della morale, parte dal presupposto che le valutazioni
morali dipendano dalla "ragione" o dal "sentimento". Secondo lui, dal sentimento
nascono le inclinazioni al bene, mentre la ragione esprime giudizi di approvazione o
disapprovazione riguardo ai problemi che nascono nella vita morale o ad azioni che
compiamo. Tuttavia, egli attribuisce maggiore importanza al sentimento, affermando
che l'uomo è dotato di una capacità che gli fa percepire una azione come preferibile
ad un'altra: si nota dunque che la ragione non può controllare le passioni. Essa può
solo l'irragionevolezza di un impulso. E' chiaro dunque che la valutazione morale non
risiede nella sfera razionale. Nodali sono gli elementi che vengono a costituire il
merito personale, ossia quelle caratteristiche che rendono l'uomo - come spiega
Abbagnano - degno di stima o di disprezzo: il problema morale diventa questione di
fatto. E' fondamentale, dunque, l'utilità per la vita sociale delle qualità morali dei
soggetti: per Hume bene è ciò che va a favore di tutti, male ciò che danneggia la
società. C'è, infatti, un sentimento di simpatia, inteso come interesse per l'umanità
(d'altronde simpatia deriva dal greco "sympatheia" e indica "il patire insieme", il
"condividere l'emozione" il "provare l'emozione con qualcuno")