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PENTECOSTE 1983

Trascrizione da nastro magnetico del 22.5.1983, non riveduta da Mimma.


Questa trascrizione, effettuata dal gruppo di Castelnuovo, è estremamente fedele
all’originale Sono state apportate solo lievi modifiche per rispettare le esigenze della
lingua scritta.
Non è destinata alla pubblicazione.

Ho voluto leggere, prima della conferenza, quello che è scritto sulla discesa dello
Spirito Santo nel Vangelo di Giovanni e, poi, come il medesimo evento è narrato da
Luca negli Atti degli Apostoli.
Vorrei richiamare la vostra attenzione sul fatto che non sono due episodi
discordanti, ma due momenti cronologicamente successivi: il momento in cui il Cristo
alita sul capo dei discepoli e, poi, quello in cui c’è la vera e propria discesa dello Spirito
Santo. Sono due episodi non avvenuti contemporaneamente e qualcuno mi aveva fatto
notare una certa discordanza, che non esiste in quanto i due momenti successivi
diverranno un unico evento. Era indispensabile che il Cristo dovesse alitare sul capo dei
discepoli. Voi sapete che i discepoli rappresentano, tutti insieme, la sostanza di ogni
singolo uomo, perché ognuno di loro incarnava una forza differente: essi rappresentano
una sintesi archetipica di tutte le dodici forze umane che agiscono nei dodici sensi
dell’uomo, quei sensi che, in futuro, si apriranno verso il mondo fisico.
Ora, occorreva che il Cristo alitasse sul capo dei discepoli perché essi potessero
accogliere la discesa dello Spirito Santo, dello “Spirito di verità che vi farà liberi”,
secondo la promessa del Consolatore. Occorreva che questa discesa divenisse veramente
un atto già predisposto, quasi liberamente, dai discepoli. Ciò avrebbe costituito la
possibilità per tutta l’umanità che si verificasse nei tempi futuri, dopo il “Battesimo del
fuoco” (così anche è chiamata la Pentecoste), la cosiddetta Pentecoste dello Spirito: “ il
Battesimo dell’aria”.
Fino al momento in cui il Cristo alitò sul capo dei discepoli la chiaroveggenza
istintiva aveva accompagnato l’uomo, fu presente nel capo dell’uomo, dal primo
momento in cui egli abitò la Terra ed agiva attraverso l’attività del Padre. La condizione
di veggenza, di guida, di decisione, dal fatto più umano fino a quello religioso ( il fatto
religioso fu uno dei primi che l’uomo sentì come completamento di se stesso) si svolgeva
sempre attraverso l’attività del Padre e quando noi diciamo “il Padre” intendiamo dire
l’insieme della Potenza Spirituale che ha creato il Cosmo nella sua perfezione.
A questo proposito, nella conferenza, Il Dottore dice che il Padre alita dietro alla
pietra, dietro alla nuvola, dietro al sasso, dietro al ruscello. La perfezione del Cosmo,
della natura, dobbiamo considerarla come Sua manifestazione di moralità. La moralità
cosmica è proprio la perfezione della natura, la perfezione di tutto quello che ci circonda,
dalla piccola farfallina al fiorellino di campo: è tutta un’attività germogliante, crescente,
che si rinnova continuamente, è l’attività del Padre, della Prima Persona della Trinità. La
moralità, nel senso indicatoci dal Dottore nella sua “Filosofia della libertà”, invece, solo
l’uomo può crearla autonomamente dentro di sé.
Ora, dovete immaginare che, prima della sua venuta sulla Terra, il Cristo
“discese” altre tre volte per alitare nella natura e costituire il “conio” dell’essere umano.
Egli venne per formare nella natura stessa la possibilità che l’occhio dell’uomo potesse
congiungersi con la luce e che l’uomo potesse vedere. Egli discese sulla Terra per
rendere obiettivi tutti i sensi dell’uomo i quali, altrimenti, sarebbero stati “egoisti”, ossia
l’occhio al contatto con la luce del sole sarebbe stato ferito, nel vedere una cosa non bella
ne avrebbe ricevuto un’offesa, un’enorme “dolorosità” e così anche l’orecchio nel sentire
rumore, nel sentire il tuono, sarebbe rimasto “percosso egoisticamente”.
Noi sappiamo che se un organo di questi cinque sensi (ce ne sono altri sette, come
ci insegna la Scienza dello Spirito) ha dolore, vuol dire che questo organo è ammalato,
ovvero ritorna ad essere “egoistico”, ritorna nella condizione di non avere la possibilità di
congiungersi con l’elemento della natura, con l’elemento cosmico.
Poi il Cristo scese ancora sulla Terra per regolare l’azione luciferico-arimanica,
per far sì che tutta la sostanza terrena potesse acquistare una consistenza e l’uomo non
trovasse “ il duro ed il molle, il pesante ed il leggero” come qualche cosa che egli non
potesse attraversare con la stessa naturalezza con cui noi oggi attraversiamo tutto questo.
I nostri cinque sensi sono stati resi adattabili a quelle che sono le condizioni della natura.
Poi, come è detto nella conferenza che abbiamo letto, finalmente ci fu l’evento del
Golgota, che significa non soltanto un evento per l’uomo, ma anche per la Divinità: la
Divinità sarebbe stata separata dalla consapevolezza umana se non ci fosse stato il
sacrificio del Golgota.
Ecco che nel consesso delle Entità Spirituali si decise di mandare sulla Terra
l’Essere del Sole, quell’Essere che alcuni Iniziati di un’epoca molto antica continuavano

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a vedere realmente acceso e vivente nella luce del Sole, nell’entità del Sole e tuttora
sappiamo che se noi chiamiamo il Cristo l’Essere Solare, questo è l’appellativo, la
dizione più conforme alla Sua realtà.
Allora fu preparata, attraverso il soffio sul capo, la possibilità che esso divenisse
un organo spirituale nell’uomo. Viene detto: “Alitò sul loro capo” .
Prima di allora, nella veggenza antica, il capo era già impregnato di qualche cosa
che doveva succedere. Secondo la religione di tutti i popoli antichi abitanti la Terra, per
ogni tipo di evento si interrogavano le Divinità. Gli antichi sentivano dentro al loro capo
la spinta ad andare, a tornare, a combattere, a non combattere, ad utilizzare la vittoria in
un modo e la sconfitta in un altro: erano proprio “portati” dall’alto e questo loro “esser
portati” avveniva essenzialmente nel capo, senza che l’uomo potesse averne né
coscienza, né discernimento. Essi obbedivano soltanto ed infatti nei poemi omerici si
ripete molte volte che “ caro é agli Dei chi al voler degli Dei piega la fronte”. “Piegare
la fronte” ecco questa era la condizione che non poteva più continuare, perché l’uomo, a
lungo andare, non si sarebbe più potuto connettere con la Divinità.
Allora scende dalla sfera del Sole il Cristo e questo significa che non è più l’uomo
che tende verso la Divinità, ma che Essa, attraverso l’uomo, comincia a sperimentare, a
sapere che cosa è l’evento della nascita e della morte. Quindi il Cristo stesso dovette
nascere da Maria sia pure attraverso una “formalità ed un contenuto del tutto particolare”,
ma Egli stesso emise il primo vagito, lo emise come lo poté emettere ciascuno di noi e lo
emetterà ogni uomo che nascerà sulla Terra. L’evento della vita ha sempre come
conseguenza di trasmutazione l’evento della morte e questo evento, prima, non faceva
assolutamente paura perché era simile alle trasmutazioni che riguardavano gli Dei.
Le Gerarchie trasmutavano: l’Essere passava ad Arcangelo, ad Archai e così fino
alle Entità più alte. Così l’uomo viveva la sua morte e quindi pensava che tutto quello che
era il decorso della vita, basato su una connessione istintiva tra lui ed il Mondo
Spirituale, potesse in seguito continuare nel Mondo Spirituale.
Qualche cosa che veramente ha costituito uno dei massimi turbamenti, l’inizio di
molte tragedie per l’uomo è stato proprio il pensiero della morte; perché è stato come se,
chiuse le porte del Mondo Divino-Spirituale, l’uomo sentisse la sua vita circoscritta e poi
una condizione di incognita nel passaggio nei Mondi Spirituali. Persino nel profondo di
noi stessi, che diciamo di credere nell’immortalità dell’anima in quanto siamo dotati di
una condizione di autocoscienza, vorremmo sapere veramente come è questo passaggio
e su questo la Scienza dello Spirito ci ha dato determinate immagini. Subito dopo che un

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essere caro è trapassato, se pensiamo a come possa determinarsi questa separazione,
sperimentiamo qualche cosa che da una parte ci dà il senso della limitazione della vita
umana sulla Terra, dall’altro la grandezza del Mondo Spirituale che, a quel punto,
comincia a farci paura.
Ora, per andare incontro ad alcune di queste condizioni che si sarebbero
verificate, il Mondo Spirituale decise di inviare il Cristo sulla Terra il Quale, per prima
cosa, doveva dare all’uomo la possibilità di accogliere nel capo ciò che egli riceveva un
tempo, unicamente per intervento del Mondo Spirituale. Il Mondo Spirituale scendeva
nell’uomo, ma ora è l’uomo che deve salire verso lo Spirituale.
Tutta la vita del Cristo significa il completamento di tutto ciò che noi viviamo:
Egli da Dio si è fatto uomo, ha sperimentato nascita e vecchiaia e le ultime settimane
della sua vita, dall’entrata in Gerusalemme al venerdì della morte sul Golgota, furono
veramente tragiche. Nelle iconografie di ogni tempo Egli venne rappresentato come un
vecchio ed aveva soltanto trentatré anni, ma doveva sperimentare vecchiaia, dolore,
sacrificio e morte, così come è la vita dell’uomo. Egli doveva scendere dai Cieli ed
entrare nella Terra per ridare all’uomo la possibilità della spiritualizzazione del capo, per
una conoscenza che permettesse in ogni momento di entrare nel Mondo Spirituale.
Questa entrata rappresenta la connessione continua del nostro rapporto con il Mondo
Spirituale. Lo possiamo fare in qualunque momento. Questa entrata, questa connessione,
questo nostro rivolgerci al Mondo Spirituale si può verificare ed il Mondo Spirituale
risponde sempre, perché è anche per questo che il Cristo è sceso sulla Terra, perché
l’uomo divenisse “meta delle Gerarchie” come viene detto in una delle “Sentenze
direttive” del Dottore.
Compiendo questa operazione di alitare lo Spirito nel capo, Egli cominciava a
distruggere la parte che si poteva opporre alla discesa dello Spirito Santo, alla possibilità
individuale e spirituale dell’uomo. Egli soffia per deossificare, demineralizzare il capo,
perché in questa calotta così chiusa noi siamo veramente esclusi dal Mondo Spirituale.
Allora erano tutti “chiusi” ed avete visto che cosa succede: la potenza dello Spirito Santo
scende sopra il capo di ciascuno dei discepoli sotto forma di lingua di fuoco, è la
possibilità di individuarsi come fiamma verso lo Spirito e come riconoscimento dello
Spirito in sé. Da quel momento essi cominciano a parlare “mille lingue” ed alcuni non
sapevano come spiegarsi questo fenomeno veramente innaturale e, come poi dice Pietro
nel discorso che segue, alcuni arrivarono addirittura al punto di beffeggiarsi dei discepoli
che parlavano questi “mille linguaggi”.

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La conferenza del Dottore si riallaccia direttamente a questi due contenuti
espressi l’uno nel Vangelo di Giovanni e l’altro da Luca all’inizio degli “Atti degli
Apostoli”. Egli, senza dare precisazioni (perché un Iniziato della sua grandezza non deve
mai precisare, ma lascia sempre a noi il dono infinito di intuire liberamente quello che
Egli rivela ai suoi discepoli) in questa conferenza esprime quello che nel Vangelo di
Marco e di Matteo viene indicato come il peccato contro lo Spirito Santo, quando il
Cristo dice: “…tutti i peccati verranno rimessi eccetto uno, quello contro lo Spirito
Santo” e avete anche visto che nell’episodio di Pentecoste narrato da Giovanni viene
detto: “…tutti i peccati che rimetterete saranno rimessi e quelli che non rimetterete non
saranno rimessi”.
Nei confronti dello Spirito Santo non viene mai chiamata “colpa”, perché la
colpa riguarda la sfera dell’anima. Noi possiamo avere la colpa di essere un po’ collerici,
di rispondere male, di compiere un piccolo atto di sopraffazione verso l’altro e queste
sono colpe che si redimono tutte perché appartengono al piano astrale, al piano
dell’anima; mentre allorquando noi parliamo di peccato è qualche cosa che riguarda il
cosiddetto “male” ed il peccato è attività dell’Io che invece di innalzarsi diviene esso
stesso ego e, in un certo senso, dà l’impronta a determinate azioni della nostra vita: l’Io si
capovolge e si lega al terrestre.
Nella conferenza viene accennato che la condizione determinatasi dopo il
sacrificio del Golgota fu quella di iniziare la via della trasformazione spirituale
dell’uomo, sotto forma di via autonoma e cosciente. Tutto questo iniziò con la veggenza
antica, poi intorno al 1250 si intravidero i primi barlumi della conoscenza del Cristo
attraverso le cosiddette forze inferiori dell’anima umana (come viene detto dal Dottore
nella sua opera “La direzione spirituale dell’uomo e dell’umanità”). Diciamo che l’uomo
cominciò a farne un’esperienza diretta e che questo contatto cominciò ad avvenire
attraverso le forze inferiori dell’anima umana. Quando si parla di forze inferiori si allude
sempre a quelle forze che fanno riferimento al fisico, ossia quando nella fisicità si operi
con rimedi fisici. Gran parte della mistica cristiana, pur nella sua immensa grandezza, va
ricondotta a questo essersi servita della fisicità. I Santi si sferzavano, si battevano,
facevano i loro digiuni, operavano privazioni di ordine fisico, si mettevano i famosi cilici
per mortificare il corpo, così come dice anche il Cattolicesimo. Queste sono cose per le
quali occorre una grande forza, un grande coraggio e sappiamo che lo spirito è forte e la
carne è debole, e lo spirito di connessione con il Cristo dopo la prima evangelizzazione
fu veramente un’aspirazione di gran parte dell’umanità, ma per percuotere la carne che è

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veramente debole e darsi tutte queste forme di privazione fisica, ci vuole veramente un
grande coraggio.
In un primo momento la conoscenza del Logos avvenne attraverso queste forme,
poi il Dottore nell’opera citata aggiunge che quando si fu costretti ad accogliere il Cristo,
coscientemente, attraverso le forze superiori dell’anima, allora veramente si cadde in
ogni forma di errore ed allude, qui, necessariamente alla Chiesa. Ovvero, quando l’uomo
andando avanti con l’avvento dell’anima cosciente dovette avere con il Cristo una
relazione di intimità completamente spirituale, segreta, propria ed individuale, lì si
continuarono a riproporre i mezzi antichi: le privazioni, i digiuni, la mortificazione della
carne. L’uomo è un granello di polvere: “Ricordati uomo che sei cenere e cenere
ritornerai”. Non sapendosi, ancora, staccare dalla fisicità si andò avanti per un certo
numero di anni ancorati al misticismo. Allora poteva andare anche bene, ma per il mondo
che dovrà venire, che comincia da ora in avanti ciò rappresenta una similitudine:
un’azione del fisico nel fisico, e questo diviene un’azione di quel materialismo a cui
allude il Dottore. Egli dice che se per un secolo si andrà avanti considerando tutti i fatti
che hanno veramente la loro vita nello spirituale si proseguirà il cammino verso il regno
del Sole, il regno dell’immaginare, il regno dell’idea. Noi cominciamo a toccare
veramente la veste del Cristo nel secondo momento dell’esercizio della concentrazione
quando arriviamo al concetto, attraverso il quale comincia a passare la forza che ha
coniato l’oggetto, ossia non abbiamo più l’oggetto, ma la forza originaria che l’ha fatto.
Poi passiamo al terzo momento che si chiama sintesi ed è quello in cui noi abbiamo (per
chi esegue completamente l’esercizio) il passaggio della cosiddetta forza eterica. Prima
dobbiamo riconoscere la forza, poi questa stessa forza ci invade, passa attraverso il nostro
essere ed è in questa operazione che noi abbiamo il principio della Pentecoste. E’ questa
l’importanza dell’esercizio come ci ripete continuamente il Dottore: “passa dal piano
fisico e guarda questo piano fisico dato che te lo sei costruito, guardalo dal piano eterico,
dal piano angelico, dalla potenza spirituale che è immediatamente al di sopra dell’uomo,
poi ripassa all’immagine della cosa e in quel momento le forze divino-spirituali fanno
parte del segno del destino e tu ne sarai abbracciato, invaso ogni volta”. Ecco
l’aspirazione del pensiero. Ma perché si possa fare questo occorre che il Cristo aliti sul
nostro capo ogni volta; Egli alita ogni volta e qui non si tratta di un Essere che è vissuto
duemila anni fa, ma dell’Entità che veramente ci permette di vivere. Noi, senza il
contenuto e la pratica interiore della Scienza dello Spirito, non solo non potremmo vivere
rispetto a noi stessi, ma non potremmo vivere in mezzo agli altri. Tutti i nostri rapporti

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con gli altri esistono per il fatto che noi seguiamo questa pratica interiore ed alcuni,
ancora secondo la visione del Padre, la visione antica, percepiscono che c’è qualcosa in
noi e la definiscono pace: “la pace sia con voi.”
Chi ci avvicina, anche se noi siamo delle volte distrutti dalle fatiche, dalle
amarezze, dalle delusioni, ha la sensazione che noi diamo un senso di pace, di quiete. A
noi tutto “costa” e d’altra parte avete sentito che senza questa sofferenza (paragonata al
lutto che provarono i discepoli al momento dell’Ascensione), non si può entrare nel
Mondo Spirituale: è una condizione veramente indispensabile. Eppure chi ci avvicina ha
la sensazione che noi trasmettiamo una certa quiete; ma questa quiete non viene dalla
nostra persona, dal nostro livello fisico, dalla nostra mineralità così limitata e
provvisoria; molto provvisoria, anche se l’uomo vive settanta - ottanta anni. È sempre
una sagoma provvisoria, ma di immortalità perché è quella che l’Io le ha impresso.
Eppure, si percepisce intorno a noi la pace. Non la diamo noi questa pace, ma la dà la
pratica interiore, perché ogni volta è come se noi rinnovassimo una testimonianza,
oppure giurassimo: “il Cristo è vivente dentro di me”. Allora dobbiamo rapportarci con il
mondo in maniera veramente vivente! Questa “vita” dobbiamo poterla scorgere in ogni
minima azione che noi svolgiamo sulla Terra, anzi più sono azioni fisico-materiali, più ci
possono far dire: “non è adatto a me, non ce la faccio, non la posso più fare questa
cosa”… è proprio lì che noi dobbiamo entrare, dobbiamo scavare perché allora la forza,
la potenza dello Spirito Santo scende dalla zona del capo entro il cuore e nel cuore ci fa
percepire l’Entità Cristo ivi depositata. E’ lì, si tratta soltanto che noi Lo si voglia
incontrare, Lui sta ai margini dell’anima, inconosciuto, basta che noi veramente apriamo
la porta e immediatamente Egli avanza. E dove conduce l’uomo? Conduce l’uomo nella
coscienza del suo volere, laddove l’uomo dorme profondamente, ma è lì che l’azione
dello Spirito Santo, immerso nell’eterizzarsi del capo diviene sentimento nuovo per il
Cristo nel cuore, diviene volontà nuova dello Spirito Santo.
L’uomo di oggi può volere lo Spirito Santo in sé come riversatore dell’elemento
profondamente dormiente della volontà, lo può volere in ogni momento ed in questo
volere continuamente l’Entità dello Spirito Santo l’uomo agisce già per l’unificazione di
tutti gli uomini. Egli agisce già come se facesse veramente la pace con tutti gli uomini e
ponesse come pensiero finale della propria vita la ricostituzione di un elemento di
concordia che unisca tutti i popoli della Terra, perché la pace è veramente possibile sulla
Terra. Non è vero che non è possibile!

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Basta che uno di noi si accenda di questo pensiero nuovo, nel pensare la vivenza
del Cristo, nel pensare che ogni cosa è divino-spirituale, nell’attuare questa condizione di
riconoscersi come scintilla divino-spirituale, che immediatamente può percepire, può
toccare nel cuore la potenza del Cristo.
La potenza del Cristo può animare nella volontà il volere consolatore dello Spirito
Santo, ossia, la volontà di superamento, la volontà di essere oltre, la volontà di non
sentirsi stanchi, di sorridere qualunque cosa possiamo attraversare. Non si tratta di non
sentire il dolore: il dolore ci deve pervadere, delle volte ci può anche annientare, ma
occorre la volontà di trasformare questo dolore in amore. Questa è l’attività dello Spirito
Santo.
Guardate, parlare dello Spirito Santo o parlare della potenza Micheliana è la
medesima cosa. Sono dei nomi che il Dottore ha dovuto adoperare per riconnetterci e
condurci all’immagine sacra della Trinità.
Allorquando noi parliamo della potenza dello Spirito Santo parliamo del
Battesimo dell’aria che è l’atto del Graal, l’unico atto del Graal che avvenga tra un uomo
e una donna. Parliamo della stessa cosa. Ogni volta che noi ricordiamo il Battesimo
dell’acqua del Giordano, il Battesimo del fuoco della Pentecoste, il Battesimo dell’aria,
noi parliamo di tre momenti per l’eterizzazione della Trinità nel capo, nel cuore e nella
volontà.
Questo ci riconnette con il discorso che abbiamo fatto a Pasqua sulla fedeltà e
quello che abbiamo fatto a Natale sul corpo di Resurrezione di Lazzaro, la nascita del
corpo spirituale dell’uomo in concomitanza dell’evento di Natale.