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Corso: Sociolinguistica

Alunno: Matteo Sartori SRTMTT88T09L840D

Data: 24/05/2020
John Gumperz e Dell Hymes.

Il contesto culturale dell’etnografia della comunicazione

HYMES E GUMPERZ TRA PERFORMATIVE TURN E WITTGENSTEIN, SCHECHNER,


AUSTIN, CHOMSKY.

John Gumperz, di origini tedesche ed emigrato negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale,
insegnò alla University of California a Berkeley, unì i suoi sforzi scientifici con quelli di Dell
Hymes, prendendo in considerazione la proposta di interpretazione sociolinguistica promossa dal
sociolinguista originario dell’Oregon nel tentativo di coniugare la ricerca linguistica e sociologica
mettendo in relazione i rispettivi campi di indagine: il linguaggio e le relazioni sociali. L'idea alla
base della concezione dell'Hymes fu espressa attraverso l’elaborazione del modello Speaking, con il
quale cercò di categorizzare e identificare i codici linguistici derivanti dall'interazione fra
comunicanti (il termine rappresenta l'acronimo in cui ogni lettera è l'iniziale dei concetti chiave del
modello). In seguito, venne quindi ripresa assieme al Gumperz l’idea che la comunicazione e l'uso
del linguaggio non si riferiscono, non soggiacciono, solamente ad una grammatica, ma soprattutto
ad un contesto specifico, soltanto nel quale le parole acquisiscono un proprio significato e l’unico in
grado di dare un senso e un significato alle parole e al linguaggio, inserendosi, così, nel solco del
paradigma promosso dal performative turn.

Brevemente, tale cambio radicale di paradigma consistette nel focalizzare l’analisi sull’azione,
seguendo la prospettiva scientifica inaugurata dal secondo Wittgenstein di Ricerche Filosofiche
(1953), che proponeva di sviluppare un’analisi diretta non più e non solo alla struttura formale del
linguaggio, ma al suo uso, interpretando il contesto del linguaggio nella nota teoria dei giochi
linguistici, in cui il linguaggio non era qualcosa di fisso o di fissabile, ma continuamente modificato
in base al contesto. Questa teoria, inizialmente distante dalle prospettive pragmatiche di Pierce e di
James, fu ripresa e considerata in un una nuova luce con lo sviluppo del secondo o
(neo)pragmatismo, riconoscendo, nella sostanza, posizioni comuni a entrambi, e sorte ancora una
volta nella stessa congiuntura storica dell’Europa del secondo dopoguerra.

In definitiva, piuttosto che all’atto in sé, interpretando l’uomo e le sue attività come uno svolgersi
dell’agency o, detta in termini più precisi, una performance: intesa, nella concezione elaborata da
Richard Schechner, sia come il contesto formale nel quale si svolge un avvenimento, sorretto dalla
tradizione e dalle convenzioni sociali, sia come quotidiano scenario in cui prendono atto le attività
di ogni giorno; duplicità che si può ben ritrovare, ad esempio, nell’acquisto di un biglietto
dell’autobus. La teoria performativa si legò poi alla teoria della filosofia del linguaggio promossa da
John Austin, a partire dalla sua opera postuma del 1962 How to do things with words in cui il
significato di un enunciato non dipende dalla grammatica di riferimento, non è sotteso alla
semantica, ma bensì emerge e prende vita come azione. Mentre tutta la linguistica precedente
all’Austin aveva cercato di definire e analizzare il linguaggio constatativo, Austin osservava che c’è
una differenza significativa fra affermare di studiare e dire di salutare. Mentre nel primo caso trova
espressione lo svolgimento di un’attività{ che non può diventare un atto (lo studio), nel secondo si
sta di fatto realizzando un atto: il saluto. Pertanto, seguendo il ragionamento austiana, si può dire
che la seconda azione è un to perform e l’atto si può dire “performativo”, mentre l’altro è
constatativo. Tale differenza, per chiarire meglio il contesto storico e scientifico in cui si sviluppano
le teorie del Gumperz, è la stessa dalla quale sorge l’elaborazione concettuale di Noam Chomsky, il
quale infatti, reagendo alla rigidità del sistema proposto dallo strutturalismo del Saussure, distingue
fra la competenza, intesa come la conoscenza delle regole grammatiche necessarie a produrre e
decodificare il linguaggio, e la performance, il linguaggio attuale utilizzato in uno specifico
contesto. Riassumendo, dire è agire: è in questo senso che si radica la concezione dell’Hymes e del
Gumperz: è l’interazione sociale il focus di interesse ed è il contesto sociale che determina tanto
l’interazione stessa, quanto l’uso e le caratteristiche del linguaggio. È per questa prospettiva che la
concezione dell'Hymes e del Gumperz si può definire, a ragione, sociolinguistica della
comunicazione o, per l’approccio fortemente imparentato con le tecniche e la metodologia
antropologiche, etnografia della comunicazione, titolo dell’opera principale del Gumperz. Proprio il
medesimo Hymes propose un approccio interdisciplinario in cui la linguistica dialogava con la
sociologia e prendeva come riferimento metodologico e come campo di azione l’antropologia in
generale, e l’antropologia linguistica in particolare. Infine, per quanto riguarda Hymes, egli cercò di
promuovere la centralità del contesto sociale per comprendere l’uso del linguaggio, definendo egli
stesso la sua concezione coniando il termine “ethnography of speaking” but noted that speech and
speaking are surrogates for all modes of communication and that a descriptive account should be
generalized to comprise all” (NOY 2017). Allo stesso tempo, Hymes mentre definiva la
ethnograpfy of speaking, nel suo omonimo lavoro del 1962, chiariva però che il discorso e l’azione
di parlare “are surrogates for all modes of communication,”, aggiungendo poi che un racconto
descrittivo “should be generalized to comprise all” (Hymes 1962). Fu soltanto nella prima opera
scritta a quattro mani con il Gumperz che apparve la dicitura Etnografia della Comunicazione
(Gumperz & Hymes, 1964), con lo sviluppo concettuale che contraddistinse poi tutta l’analisi
successiva, in particolare degli anni Settanta (Gumperz, 1977; Hymes, 1980).
HYMES E GUMPERZ E L’ETNOGRAFIA DELLA COMUNICAZIONE

Come giustamente ricorda Muriel Saville-Troike nell’introduzione al volume dedicato


all’etnografia della comunicazione, “the ethnography of communication, as the field has come to be
known since the publication of a volume of the American Anthropologist with this title (Gumperz
and Hymes 1964), has in its development drawn heavily upon (and mutually influenced)
sociological concern with interactional analysis and role identity, the study of performance by
anthropologically oriented folklorists, and the work of natural-language philosophers” (2003 3).
Schematicamente, la concezione dell’etnografia della comunicazione può essere riassunta in quattro
pilastri fondamentali.

Il primo è che il linguaggio costituisce una parte importante ed integrale della vita sociale e al
tempo stesso un’attività culturale, determinante anche nel comportamento non linguistico, e che
questa rilevanza emerge solamente se si concepisce il linguaggio come un’attività, in linea, appunto,
lo si è visto, con le istanze wittgesteiniane, pragmatiche, austiniane e in generale del performative
turn.

La seconda caratteristica inerisce alla considerazione universalistica del linguaggio come forma
umana della società, ponendo l’accento tanto sul fatto che solamente prendendo in considerazione le
diversità esistenti tra le configurazioni assunte all’interno del linguaggio è possibile riconoscere la
somiglianza fra i diversi linguaggi. L’universalismo dell’Hymes e del Gumperz non sottintende una
omogeneità, bensì propone l’idea che la caratteristica fondamentale del linguaggio è proprio la sua
eterogeneità, concentrando l’attenzione sulle variazioni riguardanti le differenti pratiche
linguistiche.

Il terzo aspetto concerne il conseguente approccio interdisciplinario, finanche multidisciplinario,


che lega i differenti metodi e la conoscenza sociolinguistica, e pertanto la rilevanza che la
discussione scientifica che interessa diverse aree del sapere è centrale nell’elaborazione dei due
studiosi nordamericani: la connessione fra le scienze sociali e le discipline scientifiche è resa quindi
possibile dall’approccio aperto dell’etnografia della comunicazione, non una proposta disciplinare
chiusa in se stessa, ma, appunto, aperta alle più diverse applicazioni, proponendo attraverso la loro
concezione sociolinguistica una sintesi (nel senso hegeliano del termine) dei due campi di ricerca:
sociale e scientifico.

Infine, il quarto elemento caratteristico dell’etnografia della comunicazione è, come recita la


medesima dicitura, la prevalenza della metodologia etnografica e si ricollega ad un altro turn,
caratteristico proprio degli anni Settanta e Ottanta, il ritorno all’etnografia, intesa più che come
metodo, come metodologia, in senso ampio. Nello specifico, la proposta del duo nordamericano
(Hymes 1974) è di sviluppare una etnografia della comunicazione vedendo l’etnografia come un
approccio semiotico, come un’analisi che concepisca i linguaggi come un sistema di segni
studiabile; come un’analisi situata, che prende avvio e si sviluppa nella medesima sede di studio, e
che, infine, si focalizza sugli avvenimenti naturali e non (ri)creati artificialmente.
BIBLIOGRAFIA

J. Gumperz - D. Hymes (curatori), “The Ethnography of Communication”, in American


Anthropologist, vol. 66, n. 6, parte 2.

J. Gumperz – D. Hymes (curatori), (1972), Directions in sociolinguistics. The ethnography of


communication, Holt, Rinehart &Winston, New York.

J. Gumperz, “Sociocultural Knowledge in Conversational Inference”, in M. Saville-Troike


(curatore), 28th Annual Round Table Monograph Series on Languages and Linguistics, Georgetown
University Press, Washington, DC.

D. Hymes (1962), “The Ethnography of Speaking”, in T. Gladwin & W. C. Sturtevant (curatori),


Anthropology and Human Behavior (pp. 13–53). Anthropology Society of Washington, Washington
D.C.

D. Hymes, (1974), Foundations in sociolinguistics: An ethnographic approach, University of


Pennsylvania Press, Philadelphia.

D. Hymes, (1980), “Educational ethnology”, in American Anthropological Association, vol. 11, n.


1, pp. 3-8.

C. Noy (2017), “Ethnography of Communication.”, in Jörg Matthes (curatore), The International


Encyclopedia of Communication Research Methods. Malden, Wiley-Blackwell & Sons & The
International Communication Association, Massachusets, pp. 1-11.

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