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Una volta avvenuto il contagio, sempre le indicazioni scientifiche riportano anche

che il periodo di tempo che intercorre tra il contagio e lo sviluppo dei sintomi
clinici varia tra 2 e 11 giorni, fino addirittura a un massimo di 14 giorni, senza
peraltro considerare che in alcune ipotesi il soggetto contagiato pu� manifestare
sintomi lievi ed insignificanti o addirittura risultare del tutto asintomatico.

Orbene, stante le menzionate modalit� di trasmissione del virus e il variabile arco


temporale che caratterizza il periodo di incubazione della patologia, non si pu�
escludere che il soggetto lavoratore possa aver contratto l'infezione anche al di
fuori del luogo di lavoro, potendo contrarre il virus anche in ambienti extra-
lavorativi, quali il contesto familiare o altri luoghi quali, a titolo
esemplificativo, i supermercati, le farmacie, i nosocomi, l'ascensore, l'autobus, i
treni, la metropolitana etc.).

Ma se le cose stanno cos�, nei fatti risulta impervio provare al di l� di ogni


ragionevole dubbio il nesso eziologico tra la condotta omissiva del datore di
lavoro e l'evento lesivo occorso al lavoratore, non essendo possibile - secondo le
attuali conoscenze scientifiche - provare n� il luogo n� il momento temporale in
cui il contagio sia concretamente avvenuto.

In questo senso, nessun valore di prova legale pu� essere attribuito nel corso di
un eventuale dibattimento alla presunzione semplice (che pu� tutt'al pi� costituire
un mero indizio) sancita dall'INAIL nella circolare nr. 13/2020, in cui l'Istituto
riconosce - salvo prova contraria a carico del datore di lavoro - ad alcune
categorie professionali ad elevato rischio di contagio (es.: operatori sanitari,
cassieri, addetti alle vendite, banconisti, operatori del front office, etc., p. 7,
circ. INAIL nr. 13/2020) una presunzione di contagio da COVID di origine
professionale.

Del resto, un accertamento della responsabilit� penale poggiante esclusivamente su


congetture, presunzioni, leggi statistiche o comunque norme valide solo sul piano
generale - anche se dettato dal (comprensibile) bisogno sociale di reprimere certi
comportamenti socialmente riprovevoli - non � in grado di spiegare alcunch�
dell'eziopatogenesi del caso concreto e finirebbe (addirittura) per richiamare
implicitamente il criterio dell'aumento del rischio, esplicitamente rigettato dalle
Sezioni Unite.