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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TORINO

DIPARTIMENTO DI FILOSOFIA E SCIENZE DELL’EDUCAZIONE


Corso di laurea triennale in Filosofia
Anno Accademico 2014/2015

LA TEORIA DELLA CONOSCENZA SECONDO BRUNO


DE FINETTI
IL PROBABILISMO SOGGETTIVO COME TEORIA
EPISTEMOLOGICA

Relatore: PROF. VINCENZO CRUPI Candidato: JOELE PREVIOTTO


INDICE

INTRODUZIONE. 3

CAPITOLO 1
Il rapporto con la conoscenza: filosofia e scienza secondo de Finetti 4
1.1 illusioni metafisiche e false conoscenze 6
1.1.1 Pragmatismo e relativismo nell’Italia del primo Novecento. 9
1.2 La scienza e lo statuto della logica 13

CAPITOLO 2
Previsione e conoscenza 16
2.1 Una nuova logica: la logica dell’incerto 16
2.1.1 Intuizione e probabilità in Poincaré 20
2.2 De Finetti e l’antirealismo: la probabilità (oggettiva) non esiste 21
2.3 Le convinzioni frequentiste 25

CAPITOLO 3
Soggetto e verità 30
3.1 Opinione e relativismo nel probabilismo soggettivo 30
3.2 L’allibramento olandese e la coerenza 32
3.2.1 L’allibramento olandese ed il teorema di de Finetti: la critica 34
di Alberto Mura.
3.2.2 Calcolo delle probabilità e coerenza 37
3.3 Verità o coerenza? 39
Bibliografia 42

2
Introduzione.

Il presente lavoro tratta l’attività del probabilista italiano Bruno de Finetti, in


particolare l’importanza che ha assunto il probabilismo soggettivo all’interno del suo
studio per una nuova teoria epistemologica. Nel secolo in cui il dibattito su cosa sia la
verità e su che cosa si intenda per conoscenza si è volto verso realismo e razionalismo, de
Finetti cerca una via alternativa per indagare sulla conoscenza. Ritenendo poco affidabili
le teorie metafisiche del realismo, considerate troppo aleatorie, e rivolgendo un ferreo
attacco al ragionamento logico del razionalismo, egli pone le basi per una nuova teoria
epistemologica. In questa tesi si cerca di ripercorrere le parti salienti che hanno permesso
a de Finetti di concludere che l’unico modo per poter giungere ad una conoscenza sia
solamente tramite la previsione e, nello specifico, tramite il calcolo soggettivo della
probabilità.
Il primo capitolo presenta le riflessioni del probabilista italiano in rapporto
all’indagine sulla conoscenza da parte della filosofia e dalla scienza del suo tempo, nello
specifico egli si scaglia da una parte contro la filosofia che, a suo parere, non aveva fatto
altro che creare dei “feticci”, ovvero dei principi a priori inattaccabili, tali per cui ogni
ragionamento fosse condizionato da essi; dall’altra parte egli critica la scienza e la sua
posizione troppo logicista che non permette un’indagine più improntata sulla previsione.
Il secondo capitolo parte dall’assunto di de Finetti che l’unico metodo accettabile
per poter ricercare la conoscenza sia la previsione e dunque il ragionamento probabilista.
Da quest’ammissione si cerca di capire, però, perché per de Finetti l’unico probabilismo
accettabile sia quello soggettivo e non quello oggettivo e frequentista.
Infine nel terzo capitolo si analizza innanzitutto qual è in via definitiva per de
Finetti il rapporto tra il soggetto e la verità e in seguito ci si domanda se è ancora
ammissibile per lui parlare di verità.

3
1. Il rapporto con la conoscenza: filosofia e scienza secondo de Finetti.

Indagare su quali siano i rapporti dell’uomo con la conoscenza è la base dell’intero


lavoro di Bruno de Finetti. Capire come l’uomo si sia rapportato e come tutt’ora si
rapporti ad essa è il punto più problematico che necessita di essere spiegato dal
probabilista italiano.
Per precisare quali siano gli ambiti in cui l’uomo si rapporta con la conoscenza e
con un concetto centrale come quello di verità, de Finetti scrive L’invenzione della verità,
saggio pubblicato postumo nel 2006 da Giorello e Bruno in collaborazione con la figlia
di de Finetti, Fulvia. Il titolo di questa opera è il titolo che si potrebbe dare a tutto il lavoro
svolto dal probabilista. L’invenzione della verità è infatti il punto di arrivo del percorso
durato quasi una vita intera in cui de Finetti ha voluto porre l’attenzione su che cosa egli
intenda per verità e su che cosa egli intenda quando si parla di conoscenza. Quello che
sembra all’apparenza il lavoro di un abile matematico probabilista assume una forma più
filosofica che principalmente matematica, grazie all’utilizzo di un linguaggio specifico a
cui de Finetti è stato abituato a partire dai dibattiti intrapresi dai suoi contemporanei1. Per
investigare su come venga data la conoscenza e come si mostri all’uomo, de Finetti
analizza i due ambiti che principalmente indagano su di essa: da una parte vi è la scienza,
scopritrice di teoremi e leggi fisiche; dall’altra la filosofia che fin dall’antichità si occupa
dei principi primi.

Due sono le direzioni in cui si svolge lo sviluppo dell’umana conoscenza, sia quello
interiore, relativo a un singolo individuo, sia quello storico, relativo a tutta una
civiltà. Direzioni opposte, ma non contradditorie, e anzi necessarie l’una all’altra e
integrantisi l’una con l’altra, così come, nella vita di un albero, l’estendersi in alto
dei rami e l’affondarsi sottoterra delle radici.
Da un lato lo sviluppo costruttivo del pensiero scientifico, il più appariscente, come
per l’albero quello della chioma, anche perché è ad esso che sono direttamente appesi

1
Si fa riferimento al dibattito sulla verità posto dai pragmatisti e dai relativisti italiani citato da de Finetti
nelle prime pagine di Probabilismo e ne L’invenzione della verità.

4
i frutti. Dall’altro l’approfondimento critico dei principi, l’analisi acuta di concetti e
di metodi. (de Finetti, 2006; p. 69) parlarsi

Secondo le parole di de Finetti scienza e filosofia sono, dunque, due parti complementari
di un tutto rappresentato dalla metafora dell’albero. Resterebbe allora da comprendere
come le due parti convivano tra loro e vedere se queste siano in grado di collaborare o
meno. Considerare scienza e filosofia come complementari condurrebbe ad un
compromesso nella diatriba sul primato della conoscenza tenuto per l’appunto tra scienza
e filosofia. Quest’idea di de Finetti potrebbe inoltre portare il piano della discussione ad
un livello successivo, poiché se così fosse, ovvero se filosofia e scienza potessero
collaborare nello studio della conoscenza, allora si avrebbe in tal caso un nuovo metodo
di lavoro in cui «la Scienza allarga il campo dei fatti conosciuti arricchendo la rete delle
relazioni scorte fra essi, la Filosofia restringe il campo delle verità ammesse senza
discussione, arricchendo la rete delle spiegazioni critiche e spingendola sempre più in
profondo» (de Finetti, 2006; p.70). In questo modo de Finetti ipotizza che scienza e
filosofia possano collaborare senza che nessuna delle due si lasci influenzare da
preconcetti o pregiudizi. Egli, infatti, sostiene che molte scoperte scientifiche sono
precluse da pregiudizi filosofici che ne impediscono lo sviluppo, ad esempio l’intervento
ricorrente della metafisica. De Finetti afferma che se la scienza può permettere che ci
siano delle nuove conoscenze allora è possibile che la scienza possa talvolta avere delle
crisi e che dunque essa possa, anzi debba, essere rivista a partire dai suoi principi. Ogni
crisi porta alla scoperta di nuove leggi più utili rispetto a quelle utilizzate in precedenza.
In questo modo de Finetti richiama il convenzionalismo di Poincaré in primis, suo grande
esempio, che ricorre soprattutto nel testo Probabilismo, e richiama anche la scuola
relativista che molto lo ha influenzato dal punto di vista filosofico.
De Finetti asserisce non tanto come regola, quanto come monito, che considerare
possibile l’eventualità di crisi e progresso della scienza non può far altro che bene, tanto
allo scienziato quanto al filosofo; quest’ultimo secondo lui continua ad impuntarsi sulla
difesa di idoli, ovvero i concetti primi metafisici, ostacolando non solo così il progresso
della scienza, ma anche quello della filosofia ed in generale della conoscenza stessa.

5
Secondo il parere di de Finetti tutti questi “feticci”2 non sono altro che un danno per la
scienza prima e per la filosofia poi, perché essa, non abbandonando questi preconcetti,
non fa altro che distaccarsi sempre di più dal suo rapporto di complementarità con la
scienza. È dunque necessario liberarsi di essi per far sì che si possa seguire una via sana
verso la conoscenza, libera da pregiudizi.

1.1 Illusioni metafisiche e false conoscenze.

I pregiudizi e le verità assolute sono un vero e proprio ostacolo per de Finetti. Esse devono
inevitabilmente essere combattute e debellate per far sì che scienza e filosofia possano
progredire verso la conoscenza di nuove verità che possano poi essere messe in
discussione e riviste qualora dovesse esserci una crisi all’interno della scienza.

Un metodo per fabbricare verità assolute che fortunatamente sembra ormai assai
meno apprezzato è quello consistente nel dedurle dai principi o pseudoprincipi
metafisici, come ad esempio “lo scopo di tutto il mondo è l’uomo”, “l’armonia della
natura è infinita”, “tutto ciò che accade è predestinato”, “la figura sferica è la più
nobile” (de Finetti, 2006; p.72).

Il problema che si pone a de Finetti è il seguente: com’è possibile che ci siano


delle verità, considerate assolute, che, qualora dovessero essere confutate dall’esperienza,
mettano in discussione i principi stessi dai quali esse sono state dedotte? Il dubbio che si
pone consiste nello stabilire di chi sia stato l’errore: se esso sia insito nei principi stessi o
se semplicemente i principi siano corretti, ma chi ha dedotto delle verità da essi ha
commesso qualche errore di calcolo. De Finetti argomenta questo suo punto di vista con
numerosi esempi che sottopongono ad un confronto i principi degli antichi e le teorie
scientifiche contemporanee, ad esempio il principio dell’armonia della natura con la
teoria della gravitazione di Einstein, oppure con la teoria cinetica dei gas di Boyle. Tutti
questi esempi dimostrano l’impossibilità di verità o principi assoluti, poiché la scienza
stessa ha provato che vi possono essere delle crisi in tali principi a favore di teorie

2
De Finetti ne L’invenzione della verità utilizza il termine “feticcio” come metafora per i principi
metafisici presenti nella filosofia e dai quali i filosofi fanno fatica ad allontanarsi.

6
scientifiche supportate da esperimenti. Sostenere dunque che soltanto tramite l’esperienza
si possano ricavare determinate verità evidenzia il carattere empirista della sua
educazione filosofica. Tutto deve essere ricavato dall’esperienza altrimenti si cadrebbe
nei soliti “feticci” metafisici e si ritornerebbe indietro fino al punto di partenza. Non resta
dunque che stabilire quali siano i principi metafisici contro quali de Finetti sferra la sua
feroce critica. Principalmente il probabilista italiano si scaglia contro quei movimenti
filosofici che dominavano la scena contemporanea: intuizionismo, realismo,
razionalismo, determinismo e indeterminismo. Il fattore che accomunerebbe tutti questi
modi di pensare sarebbe, secondo lui, il parlare di cose astratte, non riscontrabili
nell’esperienza, bensì nell’illusione dell’evidenza.
Tutti i principi vengono definiti come delle illusioni che non fanno altro che
confondere i ragionamenti dando come certe delle verità considerate a priori, siano quelle
del reale per i realisti, dell’intuizione per gli intuizionisti o del ragionamento puro dei
razionalisti. Forse il razionalismo è lo stadio finale da superare per de Finetti perché da
come egli scrive «La concezione razionalista ha questa superiorità sulle precedenti, che
non si limita a proclamare “fuori discussione” certe verità, con dei pretesti quali la
necessità, l’evidenza, o che so io, ma anzi cerca di discuterle e dimostrarle, in modo
rigoroso» (de Finetti, 2006; p. 79). Per rendere meglio l’idea della fallacia dell’approccio
razionalista il matematico italiano utilizza l’esempio della caduta dei gravi:

Se dico che la somma di due pesi ha un peso maggiore, non enuncio forse una verità
sperimentale (in quanto costituisce una “profezia” circa il risultato di misure
eseguibili ad esempio con la bilancia) che si può dedurre dal puro ragionamento, e
cioè dal teorema aritmetico che a+b>a (per a e b numeri reali assoluti)? No, ché così
procedendo non si farebbe una petizione di principio, in quanto bisogna prima sapere
che la grandezza “peso” è positiva e additiva, e cioè che se i corpi A e B hanno pesi
a e b, il corpo composto di A e B pesa a + b. E se enuncio tale ipotesi la conclusione
cui volevo giungere vi è già abbondantemente precontenuta. (de Finetti, 2006; pp.
80-81)

Il problema dei ragionamenti puramente razionali consisterebbe dunque nel non verificare
se questi possano essere riscontrabili con prove concrete. Essi sono, per de Finetti,

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ragionamenti puramente logici fini a se stessi e quindi inutilizzabili per giungere ad una
conoscenza certa.
La conoscenza sarebbe data per i metafisici da principi a priori, ed essi non solo
si fidano ciecamente di tali principi, ma anzi, provano anche a dimostrarne la validità solo
con il ragionamento, senza fare affidamento all’esperienza. Tutto ciò che viene catalogato
come metafisico viene da de Finetti messo in discussione e contestato.
De Finetti in particolare con la critica al realismo e all’intuizionismo cerca di
dimostrare come sia impossibile che esistano verità assolute ricavabili da principi primi:
che forma avrebbe assunto la filosofia di Kant se egli fosse vissuto dopo la scoperta delle
geometrie non euclidee? Quali sarebbero state le sue opinioni riguardo la geometria? Con
la scoperta di nuove geometrie non euclidee tutto il sistema ipotizzato da Kant dovrebbe
crollare secondo de Finetti. Così come avviene per le “nuove geometrie” avviene anche
per i concetti di spazio e tempo se fusi in un unico concetto.3 Tutta la teoria aprioristica
kantiana verrebbe così a crollare e con essa anche uno dei concetti più dibattuti in ambito
filosofico: il problema della causalità.
Secondo la ricostruzione di de Finetti, la causalità era data dalla filosofia intera
come un concetto necessario a priori per spiegare i rapporti di continuità spazio-temporali
tra fenomeni. La filosofia moderna aveva assegnato alla causalità uno statuto ontologico
considerandola come un elemento necessario del reale. Essa era il principio di ogni teoria
scientifica, ma ora è arrivato il momento, secondo de Finetti, di privarla dei suoi privilegi.
Bisognava, dunque, smettere di credere che si potessero ricavare dall’esperienza del
passato previsioni certe che un determinato fenomeno si verifichi tale e quale in un futuro.

Ma questa fede, allo scienziato, viene da quella sua mentalità scientifica che si è
forgiata con lo studio, la riflessione e l’osservazione, non certo dal fatto che qualche
filosofo abbia proclamato questo o quel principio una “verità a priori”. Questo
principio era per se stesso “vero” per gli scienziati di quell’epoca, che lo avrebbero
ugualmente sfruttato, senza inutili consacrazioni. E ora che la verità si è svuotata,
quella consacrazione è un ostacolo (de Finetti, 2006; p. 77).

3
De Finetti si riferisce alle nuove teorie di inizio XX secolo che han messo in discussione le teorie
filosofiche ottocentesche, quali la nuova geometria non più euclidea, la teoria della relatività di Einstein.

8
È necessario dunque, secondo lui, liberarsi da questa concezione di causalità necessaria e a priori;
si deve rivedere il suo valore dal momento che sono state scoperte nuove teorie scientifiche che
hanno messo totalmente in discussione tanto la causalità quanto il determinismo. De Finetti pone
l’attenzione sulla meccanica statistica, la teoria dei quanti e la meccanica ondulatoria. Qui entra
in gioco il probabilismo, infatti la certezza assoluta viene sostituita dalla previsione e dal grado
di probabilità che diverrà sempre maggiore con il crescere della certezza pratica.
È a questo punto che de Finetti riprende Hume e la sua concezione del concetto di causalità, anche
se secondo lui è necessario riprendere la discussione iniziata dall’empirista scozzese e portarla ad
un nuovo livello superiore: la probabilità. Prima di parlare di probabilità però è necessario forse
comprendere come un matematico quale Bruno de Finetti sia in grado di districarsi all’interno di
temi impervi come quelli della filosofia; le sue principali fonti educative sono il pragmatismo ed
il relativismo italiano del primo Novecento e la filosofia di Poincaré, non solo per il suo fattore
“convenzionale” come già detto in precedenza, ma anche per l’importante contributo che lo
scienziato e filosofo francese ha apportato al dibattito sulla probabilità.

1.1.1 Pragmatismo e relativismo nell’Italia del primo Novecento.

De Finetti non fu il primo ad aprire il dibattito sul probabilismo; sicuramente fu


colui che lo portò al massimo compimento, ma nello svolgersi di tutta la sua attività trovò
la strada già battuta da altri filosofi.
Probabilismo, il suo primo scritto contenente il programma di ricerca probabilista ben
definita si apre con una citazione di Giovanni Papini dedicata a Mario Calderoni: «Perciò
a lui premeva insegnare con quali accorgimenti si possa giungere a ottenere delle
proposizioni che abbiano un senso» (de Finetti, 1931; p.1).
Giovanni Papini era il direttore della rivista Leonardo, una rivista filosofica che
parteggiava per il positivismo. A questa si opponeva La critica, rivista che promuoveva
l'uomo e l'attività umana con la quale crebbero le posizioni filosofiche di Croce e Gentile.
Tutto questo fervore filosofico italiano giunse fino negli Stati Uniti d’America e suscitò
l’interesse da parte di William James. Egli scrisse nel Journal of Philosophy, Psycology
and Scientific (1906) un articolo in cui sosteneva che l'Italia stesse affrontando un
processo importante per la sua crescita, un processo di conflitto così vigoroso da far
crescere il dibattito non solo politico, ma anche filosofico. Questo periodo viene definito
da James come un nuovo Rinascimento. A suo parere, però, gli italiani avevano la

9
propensione a mischiare politica e filosofia, e questa propensione era ben espressa dalle
due fazioni contendenti: clericalisti da una parte e positivisti dall’altra. Ciononostante
James era ottimista ed evidenziava un barlume di speranza proprio nel nuovo dibattito
filosofico che stava cercando di liberarsi da quella malsana abitudine a intromettere le
questioni politico-religiose nelle questioni filosofiche.
Come scrive Simona Morini (2007) in questi anni si accentua la differenza tra il
pensiero degli idealisti hegeliani del Sud, che privilegiavano lo spirito e l'universalità dei
concetti ed i pragmatisti fiorentini, che si interessavano dell'uomo concreto, definito per
la sua psicologia. Proprio la psicologia è l'aspetto chiave che apre le porte del dibattito
filosofico a Bruno de Finetti, poiché il carattere della psicologia poneva anche la
discussione ad un altro livello, quello del rapporto tra scienza e filosofia, problema di
rilevanza centrale per de Finetti. Nonostante gli sforzi dediti a cercare di accomunare
scienza e filosofia, l’Italia del primo Novecento “scelse” di appoggiare la causa di Croce
e Gentile, scegliendo così la versione separatista, piuttosto che quella unitaria. Questa
scelta influenzò così il pensiero filosofico nei confronti della scienza per quasi tutto il XX
secolo italiano, fatta eccezione per de Finetti e pochissimi altri.
In opposizione al pensiero di Croce e Gentile vi era il pensiero di Giovanni Papini,
il quale considerava il rapporto tra scienza e filosofia non solo possibile, ma anche
necessario. Papini, che insieme a Vailati era la figura più di spicco del pragmatismo
italiano Novecentesco, aveva sviluppato una teoria molto personale, chiamata la "teoria
corridoio". Come scrivono Giordano Bruno e Giulio Giorello nella prefazione al testo
L'invenzione della verità (2006), Papini aveva immaginato un grande corridoio, metafora
per la filosofia pragmatista in generale, un corridoio d'albergo, ove sono cento porte che
aprono su cento camere. «In una c'è un inginocchiato e un uomo che vuol riconquistare
la fede - in un'altra uno scrittoio e un uomo che vuol uccidere ogni metafisica - in una
terza un laboratorio e un uomo che vuol trovare dei nuovi punti di presa sul futuro...»4.
Il punto chiave della “teoria corridoio” sta nell'assumere che questo ipotetico
corridoio sia di tutti e tutti possano passarvi, dunque a volte è possibile che capiti che
alcuni ospiti possano parlarsi e confrontarsi senza che nessun "cameriere" si intrometta
nei loro discorsi. In questo modo tutti i coinquilini sono portati a condividere le tematiche

4
G. Papini, Sul pragmatismo (saggi e ricerche), 1903-1911, Libreria Editrice Milanese, Milano, 1913, p.
72. Op. cit. in de Finetti (2006), pag. 14.

10
principali del Pragmatismo, quali, come scrive Papini in Pragmatismo (1903-1911):
«Cacciata dei problemi senza senso e delle frasi vaghe - studio e riforma degli strumenti
del pensiero - tendenze al particolare ed al pluralismo piuttosto che all'universale e al
monismo - aspirazione ad una maggiore potenza della volontà e a un'efficacia diretta dello
spirito sulle cose» (Morini 2007, p.10). Tutti questi temi, oltre ad essere poi affrontati
negli studi di Bruno de Finetti, erano anche i principali argomenti di discussione delle due
forme che aveva assunto il pragmatismo in Italia nei primi decenni del XX Secolo. Da un
lato il pragmatismo "psicologico" o "magico", dall'altro quello "logico". Il primo aveva
per scopo l'emancipazione del pensiero dalla realtà, intesa come fatto empirico, e
considerava la ragione come mezzo di invenzione, come sosterrà anche de Finetti in
L'invenzione della verità, piuttosto che un mezzo per la scoperta del reale. Con la ricerca
del particolare si tendeva ad eliminare la concezione dell'universale e con la marcata
difesa del pluralismo si poneva un punto fermo contro il monismo. A questa particolare
forma di pragmatismo avevano aderito Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini, che in un
secondo momento appoggerà i valori degli allora rivali Croce e Gentile. La seconda forma
di pragmatismo, il pragmatismo "logico", era sostenuto principalmente da Giovanni
Vailati e Marco Calderoni. Questo ramo della visione pragmatista partiva dall'idea di
Berkeley e Peirce secondo cui «l'unico modo di dare un senso ad un'asserzione è indicare
quale siano le esperienze particolari che secondo certe asserzioni devono prodursi in
circostanze date» per giungere poi allo scopo di emancipare il pensiero dalla realtà.
de Finetti interpreta questi due filoni di pensiero e trova nei loro punti di
convergenza tutto ciò di cui ha bisogno per sviluppare una nuova teoria filosofica:
innanzitutto la centralità della previsione, punto cardine per il programma soggettivista;
l'antirealismo, che in de Finetti troverà la sua fortuna con la radicale ammissione: «La
probabilità non esiste»; l'anti-determinismo, benché de Finetti non accettasse neanche la
visione determinista in quanto le considerava entrambe due diatribe puramente
metafisiche; infine il rifiuto delle questioni astratte, ovvero tutto ciò che per lui era
catalogato come metafisica. Oltre a tutte queste caratteristiche del pragmatismo italiano,
de Finetti condivide quello che forse è l'aspetto più importante da cui parte tutto il suo
programma filosofico e probabilista: così come Papini anche egli riconosceva alla
probabilità la peculiarità di essere un mezzo di definizione delle teorie stesse. In questa

11
nuova accezione la probabilità iniziava a rivestire un ruolo da protagonista prendendo
anche il posto della verità stessa. (Morini 2007, p.10)
Parallelamente al pragmatismo, de Finetti si sente vicino agli ideali relativisti e
nello specifico alle figure di Tilgher ed Aliotta da lui citati più volte in Probabilismo.
Tilgher era principalmente uno studioso del pragmatismo (Teoria del pragmatismo
trascendentale, 1915), ma scrisse nel 1923 Relativisti contemporanei, un testo sui
relativisti contemporanei in cui vennero ritratti, tra gli altri, Einstein e Rougier. Nella
prima pagina di Probabilismo, come detto poc’anzi, de Finetti lo cita fin dalla prima frase:
«La verità non è più un'immaginaria equazione dello spirito con ciò che è fuori di lui, e
che, se è fuori di lui, non si vede in che modo potrebbe toccarlo ed esserne appreso: essa
è nell'atto stesso del pensiero che pensa. L'assoluto non è al di là delle nostre conoscenze,
in un regno di tenebre e di mistero ove l'uomo avrebbe bisogno di andarlo a cercare: è
nella nostra conoscenza stessa. Il pensiero non è affatto uno specchio in cui si riflette
immutata una realtà esterna a noi: è semplicemente una funzione biologica, un mezzo per
orientarsi nella vita, per conservarla ed arricchirla, per rendere possibile e facile l'azione,
per fare i conti con la realtà e dominarla». (Op. cit. in de Finetti 1931, p. 1). de Finetti si
trova in forte accordo con le teorie di Tilgher ed è lui stesso ad ammetterlo: «Per chi
condivide tale punto di vista, che è anche il mio, ma che meglio non avrei saputo scolpire
che con queste incisive frasi del TILGHER [...]» (de Finetti 1931, p.1).
La seconda figura di spicco che influenza in parte il relativismo ed in parte anche
lo psicologicismo di de Finetti è quella di Antonio Aliotta, editore di Probabilismo ed
allievo di de Sarlo (insegnante di psicologia a Firenze, sostenitore convinto che la
descrizione psicologica si produca sul piano dell'analisi scientifica, ovvero su un piano
empirico e non in un regno di spirito ed idee). Aliotta faceva affidamento a quel ramo
della "nuova filosofia" (Morini 2007, p.12) francese che aveva per esponenti Renouvier,
Poincaré e Duhem, ed era convinto che l'intellettualismo scientifico dovesse essere
integrato con l'evoluzionismo e la psicologia, tenendo sempre in considerazione la
prospettiva relativista. Sempre in Probabilismo de Finetti lo cita per spiegare come
secondo lui ci sia "relativismo e relativismo". Con ciò intendeva sostenere che vi siano
principalmente due forme di relativismo, una che considera la nostra conoscenza nel
regno del relativo, ma che contrappone a questo regno una realtà assoluta; l'altra, e questa
forma di relativismo è anche quella che sente propria il probabilista italiano, dove «il

12
relativo è esso stesso la realtà e non lascia niente all'infuori di sé». (Aliotta 1922, p. 92;
op. cit. Morini 2007, p.13).

1.2 La scienza e lo statuto della logica.

Se da un lato de Finetti contesta alla filosofia di essersi dilungata troppo in questioni


metafisiche, allontanandosi sempre più dalla scienza, dall’altro egli contesta anche la
scienza stessa per non essere stata in grado di progredire oltre allo studio di fenomeni già
noti.

Nel mondo del razionalismo, la Scienza aveva come base la Logica; sferrando contro
il Razionalismo il suo travolgente attacco, il pensiero relativista non può, a mio modo
di vedere sfuggire a due corni di un ferreo dilemma: o distruggere la Scienza, o
negare alla logica la pretesa d’informare di sé la Scienza. (de Finetti, 1931; pp. 4,5)

Questo è il duro attacco che de Finetti scaglia contro la scienza. Essa è stata per troppi
anni succube e schiavizzata dalla tirannia della logica, la quale ha la pretesa, come dice il
matematico, di informare di sé la scienza. Egli sostiene che attaccare lo statuto della
logica non significhi necessariamente abbandonare la scienza, nonostante essa abbia
basato tutte le sue teorie su calcoli logici, anzi egli assicura che vi sia un altro modo per
far sì che la Scienza non debba essere abbandonata: la previsione.
Perché abbandonare la logica a favore della previsione? De Finetti ritiene in realtà
che la seconda sia l’evoluzione della prima; egli, infatti, sostiene che:

«Solo un fatto compiuto è certo, che la scienza non può limitarsi a teorizzare fatti
compiuti, ma deve prevedere, che quindi la scienza non è certa, e il suo strumento
veramente propulsivo non è la logica, ma il calcolo delle probabilità». (de Finetti,
1931; p.6)

Il problema della logica allora risiede proprio qui per il probabilista: essa non è uno
strumento utile alla scoperta di nuove conoscenze, ma serve soltanto a derivare da
determinate premesse, determinate conclusioni.

13
La verità che si ricava dai principi logici non è una verità empirica o sperimentale,
è soltanto una verità logica, frutto del solo ragionamento. Il principio è lo stesso che de
Finetti aveva già usato per la critica al Razionalismo: non è possibile ricavare delle
conoscenze da ragionamenti fini a se stessi.
Aspra è la critica del probabilista alla definizione nominale della logica
matematica5, essa non è altro che una convenzione ideata dall’uomo per poter esprime in
maniera semplice e più comprensibile dei ragionamenti complessi.6 Secondo il
ragionamento di de Finetti non è possibile basare una conoscenza sulla logica nominale
perché essa non fa altro che ricavare delle verità all’interno del suo stesso campo e queste
verità non possono essere in alcuno modo utili a scoprire fatti ed eventi che ancora devono
accadere, ovvero quello che in fondo dovrebbe essere il compito proprio della scienza.
Se la scienza ha il compito di indagare su eventi che devono ancora accadere e
quindi non si deve più limitare allo studio dei fenomeni già avvenuti essa per il
matematico perde ogni valenza ottenuta nei secoli precedenti:

«La scienza, intesa come scopritrice di verità assolute, rimane dunque, e


naturalmente, disoccupata, per mancanza di verità assolute. Ma questo non
porta a distruggere la scienza, porta soltanto a una diversa concezione della
scienza». (de Finetti, 1931; p. 2)

Il castello della scienza classica crolla così inesorabilmente a partire proprio dalle sue
origini che fino ad allora erano considerate inattaccabili. Forse proprio qui risiede il
merito di de Finetti: egli vorrebbe svegliare le menti di scienziati e filosofi da un “sonno

5
De Finetti, all’interno del secondo capitolo de L’invenzione della verità, sostiene che sia sbagliato
utilizzare la definizione nominale della logica matematica come strumento di conoscenza della verità:
essa attribuisce un significato ai concetti in maniera totalmente convenzionale e formale, «lo introduco
[il significato] liberamente per comodità, non costituisce un qualchecosa a priori» (de Finetti 2006, p.
111). Il problema che presenta la logica nominale, secondo de Finetti, consiste innanzitutto nella
convenzionalità dell’attribuzione del significato dei concetti e in seguito nell’impossibilità di poter
ricavare verità evidenti dai ragionamenti nominali. L’esempio che utilizza de Finetti è il seguente: «se P e
Q sono eventi, dirò –P l’evento che è vero se P è falso ed è falso se P è vero, e corrisponde cioè alla
medesima distinzione fra sensazioni che determina P, salvo lo scambio delle due modalità “vero” e
“falso”» (de Finetti 2006, p.110). Con questo esempio de Finetti spiega come sia possibile costruire un
sistema di verità o falsità senza dover necessariamente indicare degli eventi realmente avvenuti; in
questo modo si possono costruire sistemi logici che però non sono quelli di cui un probabilista necessita
per indagare sulla conoscenza.
6
Ved. De Finetti (2006), pp.111,112.

14
dogmatico” che per molti anni ha precluso alla scienza di comprendere se stessa ed il suo
vero scopo. De Finetti, infatti, sostiene che una scienza che non esplora l’incerto, il
dubbio, ma rimane salda sullo studio di fatti già compiuti non è una scienza sana. Egli
sostiene dunque che per una giusta indagine che ha come fine la conoscenza, la logica
con la sua accezione classica è inutile, a meno che non la si utilizzi come strumento di
calcolo all’interno del calcolo delle probabilità.
Il salto che deve essere compiuto quindi sia da filosofi che da scienziati è
abbandonare la logica e dedicarsi al calcolo delle probabilità.

15
2. Previsione e conoscenza

Una volta accettato che la Scienza deve assumere un nuovo valore, a de Finetti
non rimane che spiegare quale sia questo valore. Egli lo dichiara all’interno di
Probabilismo, saggio-manifesto del programma del probabilista. In questo testo egli,
infatti, sostiene che la vera conoscenza è quella che si protrae verso il futuro, verso
l’incertezza, e l’unico modo per poter far sì che si vada in quella direzione è attribuire
un’importanza fondamentale, mai concessa prima, al concetto di previsione.
De Finetti riporta in auge il concetto di probabilità e ne rafforza il carattere
riproponendo la teoria classica, ma rivisitandola con un tocco personale improntato sul
soggettivismo. I caratteri di questo tipo di probabilismo vengono dibattuti a lungo nel
corso del XX secolo da parte di scienziati, matematici e soprattutto filosofi della scienza.

2.1 Una nuova logica: la logica dell’incerto

Una volta stabilito come la logica abbia fallito nel suo compito di educare la
scienza7 de Finetti deve stabilire come la logica debba necessariamente trasformarsi per
poter rendere il percorso della scienza verso la conoscenza più chiaro possibile. Partendo
dagli errori della logica egli sostiene che essa debba essere sostituita da un nuovo tipo,
più psicologica e attiva. L’errore della precedente concezione è, secondo lui, la staticità
delle sue regole e dei suoi principi. Essa deve poter essere mutevole e deve poter assumere
che possano esserci dei cambiamenti all’interno dei principi stessi poiché essi non
possono essere eterni ed immutabili, altrimenti si ricadrebbe nel problema delle ipotetiche
crisi della scienza8. Se la scienza deve indagare su fatti ed eventi sconosciuti e dunque
indagare nell’incerto, allora anche la logica dovrà essere una logica dell’incerto.
La logica dell’incerto, titolo anche di un saggio scritto da de Finetti, non è altro
che ciò che egli intende per il calcolo delle probabilità.

7
Ved. Cap. 1.1
8
Ved. Cap. 1

16
Logica dell’incerto, come appena detto, ma cosa si intende dunque per incerto?
De Finetti in La probabilità: guardarsi dalle contraffazioni cerca di porre chiarezza
riguardo proprio questa domanda. Egli dichiara:

Un’ asserzione o proposizione (od «evento», per entrare nel linguaggio


probabilistico) è tale se esprime qualcosa di suscettibile solo di due alternative: o
vero o falso, o SI o NO (di per se «tertium non datur»); non è detto però che si sappia
(con certezza) la risposta, ed allora i casi sono (almeno provvisoriamente) tre: certo,
impossibile, incerto, a seconda che sappiamo la risposta esatta (SI o NO) o altrimenti
si rimanga nel NON-SO. (de Finetti 1989, pp. 156-157)

Dunque il campo dell’incerto è quello al quale si vincola la probabilità, mentre


invece, egli spiega, gli altri due campi rimangono costantemente proprio della logica del
certo. Per spiegarlo in termini probabilistici, come farebbe de Finetti, il campo
dell’incerto è quello compreso tra l’1 e lo 0 (dove essi rappresentano i limiti della certezza
o dell’impossibilità). L’incertezza per de Finetti può assumere tre valenze: personalistica,
empiristica e deterministica. Nel primo caso l’incertezza cessa quando un determinato
individuo riceve notizie sicure su un fatto, ma è fino a tale momento che egli vi attribuisce
una certa probabilità; in questo caso l’incertezza potrebbe ritornare in futuro nel caso in
cui l’individuo dimentichi la notizia. Nel secondo caso l’incertezza cessa quando il fatto
si avverte nella maniera in cui si era asserito oppure nel caso contrario; in questo caso
ogni individuo può attribuire a tale fatto la probabilità corrispondente al proprio giudizio.
Nel terzo ed ultimo caso l’incertezza non potrebbe mai esistere o comunque cesserebbe
nel momento stesso in cui l’evento risulti determinato, cioè nel momento in cui il
fenomeno da cui dipende l’evento si svolgesse rispettando leggi deterministiche. Per de
Finetti superare gli equivoci è possibile e lo dimostra grazie all’esempio di Borel del
lancio della moneta9. A dispetto della semplicità dell’esempio, de Finetti lo considera in
grado di chiarificare l’equivoco.

9
«Si può scommettere, a testa o croce, mentre la moneta, già lanciata, è in aria, e il suo movimento è
perfettamente determinato, e si può anche scommettere dopo che è caduta, sotto la sola condizione di non
vedere su quale faccia riposi». Cit. in de Finetti (1989), p.157

17
Il poter parlare di probabilità riguardo a un certo evento non dipende
dall’esistenza di una (comunque concepita) «incertezza oggettiva» (o «incertezza
in sé», come forse avrebbe potuto dire Kant) riguardo al suo verificarsi sia legato
all’intervento della Dea Fortuna, o di un mitizzato Caso (magari «Dio Caso») – o
(con una locuzione non meno infelice, benché di moda) di una quasi personificata
Natura, magari da una volontà «divina» oppure «diabolica», o infine da una
qualche specie di «Determinismo Scientifico» di stampo ottocentesco, od altro.[…]
A prescindere da possibili atteggiamenti superstiziosi e conseguenti consultazioni
di maghi o fattucchiere, tutto ciò non potrà influire sulla sua valutazione delle
probabilità altro che soggettivamente, a seconda che sia più o meno consapevole
che la sua scelta, comunque venga fatta, sia soggettiva. (de Finetti 1989, p.158)

Centrale è senza ombra di dubbio l’impiego del soggetto e della nozione di


psicologia da parte di de Finetti: egli intende per “psicologico” principalmente tutto ciò
che è riferibile al soggetto, ovvero le emozioni e le sensazioni che intervengono in un atto
di previsione. La previsione, dunque, non è solo un qualcosa di oggettivo nel mondo, è
parte integrante del soggetto, anzi è un prodotto del soggetto. Così come la previsione,
anche tutto ciò che è definito “realtà esterna” è, secondo lui, un prodotto del pensiero:
tutto è riducibile all’atto di pensiero dell’uomo che non può non pensare agli aggetti
esterni a sé se non pensandoli e quindi facendoli diventare dipendenti da lui. Dunque
quando un soggetto compie una previsione non può farlo se non esprimendo un parere
derivato da una sensazione personale. De Finetti spiega che è rilevante d’ora in poi non
solo l’esperienza passata, ma anche la previsione della validità futura di alcuni risultati.
Nello spiegare come avviene una previsione egli si sofferma su come le
circostanze passate possono influenzare il giudizio di un soggetto. Quest’ultimo, infatti,
dal ripetersi di determinati eventi potrebbe pensare che date le stesse condizioni
potrebbero ripetersi le stesse conseguenze riscontrate negli altri casi. Se così fosse, egli
sostiene, allora la probabilità non farebbe altro che far ricadere la scienza nei suoi stessi
errori in quanto, come detto già in precedenza, la scienza non farebbe altro che studiare
gli avvenimenti già passati e non si protrarrebbe verso l’ignoto. Si deve allora ripensare
al concetto di causa in altri termini per porre un rimedio al problema.
Il probabilista italiano riprende così il concetto di causa: «Il concetto di causa
stessa non è che soggettivo, e dipende essenzialmente dal concetto di probabilità stessa»

18
(de Finetti, 1931; p.14). Questo avviene perché nell’atto della previsione una circostanza
influisce su un fatto quando la conoscenza di tale circostanza influisce anche sul giudizio.
Quindi il concetto di causa è un prodotto del pensiero che intravede nei processi naturali
dei nessi poi chiamati causali e questo susseguirsi di nessi ha fatto sì che si pensasse in
passato che l’idea di causa fosse un’entità oggettivata nel mondo, quindi un’entità
ontologica. L’idea di causa «presuppone l’intervento attivo del mio pensiero» (de Finetti
1989, p.69)

Essa è un frutto del mio stato d’animo, dal quale non posso sradicarla senza che
avvizzisca e perda ogni senso. Posso osservare dei rapporti di successione più o meno
costanti, magari sorprendentemente costanti, ma finché rimango uno spettatore passivo
delle mie sensazioni non ho nessun motivo di dar peso a questi rapporti di successione, né,
tanto meno, di pensare che si abbiano a ripetere anche in avvenire. L’idea di causa
presuppone l’intervento attivo del mio pensiero, e non debbo pensare di attribuirla a quelle
immagini delle mie sensazioni che ho inventate introducendo un modello fisico-
matematico e battezzandolo il «mondo-esterno». (de Finetti 1931, p. 52)

Egli scrive ancora in Probabilismo:

Non vi è più, nella previsione scientifica, una certezza assoluta; v’è soltanto
una certa probabilità che può al massimo diventare tanto grande da meritare il nome
di certezza pratica. E possiamo, forse per la prima volta, confrontare il grane valore
dell’analisi cui Hume aveva da tanto tempo, troppo presto per essere compreso,
sottoposto l’idea di causa, e la grande povertà dei tentativi di mettere al riparo da tale
profanazione un concetto che si preferiva imbalsamare ed esporre sotto vetro nel
museo delle aprioristiche. (de Finetti 2006, pp. 77-78)

De Finetti sostiene che la critica humiana all’idea di causa sia stato un ottimo
punto di partenza per la filosofia empirista, ma purtroppo questa non ha assunto
l’importanza che le spettava, allora è dunque necessario per lui riprendere questa idea e
portarla avanti, dove neanche Hume fu in grado di arrivare.

19
Secondo lui solo Poincaré riuscì nell’intento di evidenziare l’importanza del
calcolo delle probabilità, ma senza riuscirci del tutto perché troppo scettico sui risultati
ottenuti10.

2.1.1 Intuizione e probabilità in Poincaré.

de Finetti prova una profonda ammirazione nei confronti dello scieziato Henri
Poincaré, soprattutto per le sue idee espresse negli studi sul concetto di probabilità. A
quanto sostiene il probabilista italiano, Poincaré ebbe il merito di aver focalizzato
l’attenzione sull’importanza della previsione per una teoria scientifica. Così nelle prime
pagine di Probabilismo de Finetti richiama l’attenzione sull’importanza del punto di vista
di Poincaré riguardo la rilevanza della previsione:

«Così si esprime il Poincarè11, mostrando di aver chiaramente compreso che


solo un fatto compiuto è certo, che la scienza non può limitarsi a teorizzare fatti
compiuti, ma deve prevedere, che quindi la scienza non è certa, e il suo strumento
veramente propulsivo non è la logica, ma il calcolo delle probabilità». (de Finetti
1931, p. 6)

Il filosofo francese e la sua prospettiva scientifica sono uno strumento valido per
le argomentazioni di Bruno de Finetti riguardo la necessarietà del calcolo probabilistico
in un sistema scientifico. Poincaré sostiene che «condamner ce calcul, ce serait
condamner la science toute entière»12. La scienza per Poincaré doveva essere fatta con i
fatti così come una casa debba essere fatta di mattoni. «Prima di ogni altra cosa, lo
scienziato deve prevedere», sostiene nel capitolo di La Science et l’Hypothèse riguardante
l’ipotesi in fisica. Accontentarsi solamente dell’esperienza non è sufficiente per giungere
alla conoscenza, essa deve essere completata dalla previsione. Questa posizione è
pienamente condivisa da de Finetti che ritiene di poter giungere alla conoscenza solo

10
De Finetti critica Poincaré e la sua paura dovuta a una falsa convinzione che radicalizza il calcolo delle
probabilità nel soggettivismo e relativismo assoluto. Ved. De Finetti (1931), p. 7.
11
De Finetti qui riporta parte del testo di Poincarè in La science et l’Hypotèhse, pp. 171 e 214.
12
Poincarè, Op. cit. de Finetti (1931), p.6

20
grazie alla previsione, la quale è data dall’esperienza vissuta, combinata con
l’elaborazione scientifica. Quindi la previsione come strumento nelle mani dello
scienziato per arrivare alla conoscenza del vero. Poincaré viene però poi accusato da de
Finetti di non aver portato il suo lavoro a compimento, cercando una via più “comoda”
per non sfociare nel relativismo o soggettivismo assoluto. Il francese, infatti, dichiara:

«Fra tutte le soluzioni possibili, come possiamo operare una scelta per cui
non abbiamo il sostegno dell’esperienza? Verrà un giorno, forse, in cui i fisici si
disinteresseranno di tali questioni, inaccessibili ai metodi positivi, abbandonandole
ai metafisici. Ma quel giorno non è ancora venuto: l’uomo non si rassegna tanto
facilmente ad ignorare in eterno la realtà profonda delle cose. La nostra scelta non
può, dunque, che essere guidata da considerazioni in cui il ruolo della valutazione
soggettiva è molto grande» (Poincaré 1989, p. 216)

Pioncaré tiene a rimarcare che l’esperienza rimane comunque alla base della
conoscenza e l’unico modo per cui la previsione può essere utile sia adottare una
posizione oggettivista in quanto una soggettivista darebbe vita a valutazioni poco precise
e soprattutto influenzate dal parere del singolo scienziato. Tra le parole di Poincaré si può
evincere l’importanza del metodo positivo in forte disaccordo sia con il pensiero
metafisico sia con quello soggettivista. Entrambi infatti non possono essere a suo parere
metodi ai quali gli scienziati possono fare affidamento. De Finetti si trova, però, in forte
disaccordo con le parole di Poincaré in quanto secondo lui la previsione soggettivista è
l’unico modo per superare la logica matematica, prima, e la critica positiva del mondo
empirico, poi13.

2.2 de Finetti ed antirealismo: la probabilità (oggettiva) non esiste.

Una volta accettato che solo il calcolo delle probabilità è l’unico mezzo necessario
per poter arrivare ad una qualche forma di conoscenza, non resta a de Finetti che stabilire
quale tra i diversi tipi di probabilismo sia il più adatto per un’indagine epistemologica.

13
Ved. De Finetti (1989), p.69

21
Il compito per lui diventa arduo poiché a dividere la scena probabilista, oltre ad il
suo probabilismo soggettivo, vi sono anche due inflessibili contendenti: il probabilismo
oggettivo ed il probabilismo frequentista, forma più strutturata di probabilismo oggettivo.
Il primo dichiara che la probabilità sia una proprietà analitica degli eventi e che, quindi,
tutti gli individui che dispongono delle medesime informazioni devono assegnare le
medesime probabilità agli eventi; il secondo tipo invece sostiene che la probabilità di un
evento sia la sua frequenza relativa rispetto a una classe di eventi. La missione di de
Finetti diventa dunque affrontare questi due tipi di probabilità ed evidenziarne le
problematiche principali che secondo lui impedirebbero alle due alternative di essere
adottate per la ricerca della conoscenza.
Egli inizia il suo programma di indagine e confronto con la prima delle due, la
teoria oggettiva della probabilità. Secondo lui questa visione della probabilità non può
essere quella più corretta poiché dal suo punto di vista l’oggettivismo prevedrebbe che la
probabilità abbia una proprietà ontologica e quindi riscontrabile nel mondo esterno,
mentre egli ha sempre sostenuto che la probabilità sia un prodotto del soggetto, così come
il mondo esterno. Questo astio di de Finetti nei confronti del probabilismo oggettivo si
può percepire meglio nelle parole di Maria Carla Galavotti nel suo articolo Subjectivism,
objectivism and objectivity in Bruno de Finetti’s Bayesianism:

«To de Finetti’s eyes, objectivism, namely the idea that probability depends
entirely on some aspects of reality, is a distortion, and the same holds for the idea
that there exists an absolute notion of objectivity, to be grounded on objective facts»
(Galavotti 2001, p.173)

La nozione di oggettività diventa per il soggettivista uno scoglio dal quale egli
deve liberarsi al più presto poiché la nozione di oggettività è totalmente incompatibile
con l’atto del soggetto. Alla nozione di probabilità si deve negare ogni valore oggettivo,
ma un oggettivista potrebbe obiettare che la probabilità deve necessariamente avere un
valore oggettivo in quanto, per fare un calcolo probabilista, è necessario prendere in
considerazione la nozione di casi ugualmente probabili; in questo modo gli oggettivisti
possono confutare a de Finetti il fatto che non ci sia nulla di obiettivo anche nella
definizione stessa di probabilità, ovvero rapporto tra casi favorevoli e casi possibili.

22
Egli risponde a questa obiezione ammettendo che essi compiono un grave errore
lessicologico e insiste nel porre un po’ di chiarezza terminologica. Egli corregge la
terminologia oggettivista apportando al concetto di evento da loro utilizzato tre sfumature
ben delineate. Egli distingue tra evento, fatto e fenomeno. Il primo è definito come una
circostanza singola e ben definita su cui un individuo si pone una domanda; il secondo è
un insieme di circostanze che sussistono indipendentemente dal soggetto che si pone la
domanda; infine l’ultimo rappresenta le circostanze che associamo naturalmente in
quanto simili.
Nella definizione di casi ugualmente probabili gli oggettivisti ripongono le loro
argomentazioni più convincenti per attribuire alla probabilità un valore del tutto obiettivo,
ma de Finetti ribatte questa posizione dichiarando che per la definizione data di “casi” è
pressoché impossibile che vi possa essere una probabilità oggettiva; l’unico caso possibile
ammettere che tutti i giudizi siano identici in tutti gli individui, ma questo per lui è
pressoché impossibile.

L’unico caso in cui essa [la probabilità] potrebbe sostenere un ruolo


essenziale s avrebbe dunque se servisse, una volta acquisito il concetto soggettivo di
«probabilità», a mostrare che esso «corrisponde a qualche cosa di obiettivo». (de
Finetti 1931, p. 11)

Egli arriva dunque a stabilire che il concetto di probabilità non può essere obiettivo
dal momento che, se due casi appaiono ugualmente probabili, ciò dipende dalle
circostanze ignote che intervengono, o meglio non intervengono. Se il valore oggettivo
dovesse essere derivato dall’idea di causa attribuita ai fenomeni, allora, a maggior ragione
per i motivi spiegati nei paragrafi precedenti, la probabilità non potrebbe che avere valore
soggettivo.

La probabilità, in quanto sensazione psicologica di un individuo, è soggetta


a certe leggi. Se un evento ha una probabilità oggettiva, di tutti gli individui che vi
uniformeranno la loro posizione psicologica si potrà dire che giudicano
correttamente, e degli altri che sono in errore; a parte ciò, le leggi sono le stesse per
tutti, e valgono quindi per le probabilità oggettive.

23
Sull’esistenza delle quali lascio ogni facoltà si pensare, caso per caso,
ciascuno a modo suo; quanto a me, ci tengo a ripeterlo un’ultima volta, ho in
proposito un’opinione molto semplice e radicale: la probabilità non esiste mai. (de
Finetti 1930, p.302).

Questa è la conclusione alla quale giunge de Finetti nel suo articolo Sul significato
soggettivo della probabilità. Questa forte espressione totalmente antirealista è da
interpretare come “la probabilità oggettiva non esiste”. Sarebbe dunque lecito
domandarsi: perché la probabilità oggettiva non esiste? De Finetti a questa domanda
risponde asserendo che se la proprietà dovesse avere un valore ontologico nella realtà
allora dovrebbe esserci anche una realtà esterna al pensiero del soggetto, ma non esistendo
questa realtà esterna al pensiero allora non può neanche esistere la probabilità oggettiva.
In questi termini la probabilità oggettiva assume per de Finetti la stessa connotazione
della metafisica e lo esprime perfettamente nel testo Filosofia della probabilità:

Objectivist statisticians, on the contrary, make extensive use of empirical


formulae. The need to do so stems only from their refusal to admit the use of initial
probability P(E). They reject the use of initial probability because they reject the idea
of a probability that depends on the state of information. However, by doing so they
distort everything: not only do they make probability an objective entity…they even
make it a theological entity: the claim that ‘true’ probability exist, outside us,
independently of a person judgment. (de Finetti 1995, p.99)14

È evidente che il suo bisogno di eliminare ogni tipo di metafisica lo porta a questa
conclusione e così come deve essere eliminata la metafisica, allora anche l’idea di una
probabilità oggettiva deve essere rimossa.
Sicuramente più aspro e argomentato è l’attacco vero e proprio all’oggettivismo nella
sua forma più complessa: il probabilismo frequentista.

14
Op. cit. in Galavotti (2006), p.180

24
2.3 Le convinzioni frequentiste.

È gran tempo che le mie orecchie non hanno pace: mi sembra di sentire mille
voci avvertirmi e gridarmi in tutti i toni che non si può parlare della probabilità di un
evento singolo. Dobbiamo immaginare che esso si ripeta un gran numero di volte,
forse addirittura che si possa pensarne infinite ripetizioni; allora la probabilità
acquista un senso obbiettivo, perché ha un significato obbiettivo la frequenza. (de
Finetti 1931, p.15)

In questo modo de Finetti introduce per la prima volta il discorso sul frequentismo,
la forma di probabilismo oggettivo meglio argomentata e strutturata tecnicamente. Il
probabilismo frequentista sostiene che si può studiare la probabilità di un evento in base
alla frequenza di una classe di eventi. In questo modo un probabilista frequentista
spiegherebbe come sia possibile calcolare la probabilità senza l’intervento di un soggetto,
in quanto essa è oggettivata nel reale, nel mondo esterno.
De Finetti attacca aspramente il frequentismo in tre punti fondamentali. Il primo
punto che egli attacca è il concetto di eventi come prove di uno stesso fenomeno. Questo
per un soggettivista è un concetto arbitrario tanto quanto il concetto logico di “elementi
della stessa classe” in quanto gli oggetti si possono sempre racchiudere in una medesima
classe o in classi differenti. Questo è anche il punto di vista di Bruno de Finetti, il quale
pensa che di per sé dire “prove di uno stesso fenomeno” sia equivalente a non dire nulla
se si intende questa frase come una proposizione che di per sé dica qualcosa. Ciò è
inammissibile secondo lui perché non è altro che una proposizione convenzionale ideata
da un soggetto pensante e quindi incompatibile con un’idea di oggettività. Questo è uno
dei punti più fallaci discussi da de Finetti in quanto egli sostiene che si possa studiare la
probabilità anche solo di un evento preso singolarmente, mentre invece un frequentista
non potrebbe mai ammettere questa accezione. Il secondo problema posto dal
soggettivista è dato dalla misurazione delle frequenze: se si prende come esempio il lancio
di una moneta il frequentista dirà che la probabilità che esca testa o croce come risultato
sarà sempre e comunque di ½ ed osservando le frequenze esse daranno come risultato
finale ½. Il dubbio di de Finetti è il seguente:

25
Ricordiamo che noi non sappiamo ancora cosa sia la probabilità, almeno
in senso obbiettivo. Abbiamo dimostrato che credere al significato obbiettivo dei
criteri «a priori» è illusorio: essi non danno che probabilità soggettive. Se uno non
si contenta di questo valore soggettivo, ma vuol trovare un modo per renderlo
obbiettio, non può ormai pensare se non di ricavarlo da criteri «a posteriori», come
l’osservazione di frequenze. Ma soltanto se la sequenza osservata permette di
calcolare la probabilità questa idea ha un fondamento, perché solo allora posso fare
un confronto. (de Finetti 1931, p.18)

Egli si pone questa domanda: com’è possibile avere una prova che la frequenza
studiata abbia un esito di ½? Ci vorrebbero delle prove empiriche per attestare la
corrispondenza di tale dichiarazione, ma, egli prosegue, l’unico modo di scoprire se le
frequenze si concludono con il risultato aspettato è di attendere la loro fine. Il vero
problema qui è il tempo: se il ragionamento proposto da un probabilista frequentista è un
ragionamento che tende all’infinito, come può un essere mortale arrivare alla
conclusione? È fisicamente impossibile. Quindi a parere di de Finetti il ragionamento di
un frequentista è del tutto improponibile in quanto insensato. Egli insiste sostenendo che
la fallacia di questo ragionamento risiederebbe anche nel trasformare una certezza pratica,
ovvero un elevato grado di probabilità, in una certezza assoluta poiché si mischierebbero
in questo senso “l’a posteriori” dell’esperienza nella certezza pratica con “l’a priori” che
risiede nella convinzione che le frequenze siano dimostrabili senza esperienza.
Il punto cruciale dell’attacco definettiano al calcolo delle probabilità frequentista
è nel problema della concezione di “casi uguali” in cui i frequentisti pongono le loro
frequenze. Secondo un frequentista si può parlare di oggettività nella probabilità se e solo
se, una volta esposto un caso che si sia ripetuto nello stesso modo con una sua determinata
frequenza, il caso successivo proponga le stesse condizioni. In questo modo si avrebbe
una sequenza di frequenze aventi tutte lo stesso risultato, ma per de Finetti è
inammissibile che si verifichino in tutti i casi le medesime condizioni, poiché vi sono
troppi fattori ad intervenire: egli utilizza l’esempio dell’estrazione del lotto.

Vi sono certo delle differenze fra i diversi casi, ad esempio, per il lotto, due
palline diverse differiscono di certo almeno per il fatto che portano due numeri

26
diversi e che, al momento dell’estrazione, occupano nell’urna due posizioni diverse.
Perché queste condizioni non si prendono in considerazione? (de Finetti 1931, p.12)

Con questo esempio egli vuole evidenziare che ci sono eccessive circostanze che
intervengono all’interno di un calcolo di probabilità e, se anche ponessimo le palline nelle
medesime posizioni, vi sarebbero altri fattori ad intromettersi. Il fatto è che si tende ad
analizzare solo che le condizioni che si conoscono, ma in realtà le condizioni sono infinite
ed è impossibile riprodurre all’infinito le medesime condizioni.
L’ultimo vero e proprio attacco alle convinzioni dei probabilisti oggettivisti,
frequentisti, riguarda la giustificazione del ragionamento induttivo, ossia il
«ragionamento che precisa il senso e il modo in cui si fanno, ed è giusto fare, delle
previsioni, in termini di probabilità, basandosi sull’esperienza, e precisamente – in
particolare – sull’osservazione della frequenza dei successi in un numero (possibilmente
grande) di casi ‘analoghi’ a quello (o quelli) di cui ci interessa prevedere il risultato». 15 A
differenza dei soggettivisti, i frequentisti sono convinti che per applicare il teorema di
Bayes non si deve attribuire delle probabilità alle ipotesi prese in considerazione per poi
vedere come cambiano in seguito alle successive informazioni e solo allora trarne le
conclusioni. Essi non permettono che si possa attribuire la probabilità ad un caso
singolo.16
De Finetti cerca di porre fine a questo problema in Logica dell’incerto,
argomentando nel modo che segue:

I nostri ragionamenti faranno riferimento soltanto agli eventi, e cioè alle


prove, presi separatamente, del tutto indipendentemente cioè da presunte analogie
che li legherebbero. Tali analogie non entreranno dunque in modo diretto nei nostri
ragionamenti ma solo mediante l’influenza che esse usualmente esercitano sulla
valutazione che l’individuo considerato dà delle probabilità in questione.

15
Questa è la definizione che de Finetti dà di ragionamento induttivo nella voce “Probabilità” scritta da
lui per l’Enciclopedia, vol. X, Einaudi, Torino, 1980, p.1185
16
Ved. Giorello (2006), p. 8

27
È evidente che ponendo il problema del ragionamento induttivo in questo
modo, sarà possibile dimostrare la validità del principio di induzione. (de Finetti
1937, p.10017)

Per superare il problema dell’induttivismo e poterlo così riformare de Finetti


elabora il teorema che caratterizzerà la sua fama di matematico: il “representation
theorem” in cui la nozione fondamentale è quella di “scambiabilità”. Questo risultato
caratterizza de Finetti come massimo esponente del probabilismo soggettivo, superando
così il suo collega Ramsey. Il teorema può essere enunciato così:

Events belonging to a sequence are exchangeable if the probability of h


successes in n events is the same, for whatever permutation of the n events, and for
every n and h ≤ n. The representation theorem says that the probability of
exchangeable events can be represented as follows: imagine the events were
probabilistically independent, with a common probability of occurrence p. Than the
probability of a sequence with h occurrences in n would be 𝑝ℎ (1 − 𝑝)𝑛−ℎ . But if the
events are only exchangeable, the sequence has a probability 𝜔 (𝑛) ℎ , representable
according to de Finetti’s representation theorem as a mixture over the 𝑝ℎ (1 − 𝑝)𝑛−ℎ
with varying values of p:

𝜔 (𝑛) ℎ = ∫ 𝑝ℎ (1 − 𝑝)𝑛−ℎ f(p) dp

Here f(p) is a uniquely defined density for the variable p, or in other words,
it gives the weights f(p) for the various values 𝑝ℎ (1 − 𝑝)𝑛−ℎ in the above mixture.
(Galavotti 2001, p.176)

Ciò che rende brillante questa teoria consiste nell’attribuzione del valore
della probabilità sconosciuta ed è proprio questo il punto di forza di de Finetti. Un
probabilista oggettivista, o frequentista che a dir si voglia, assumerebbe una
probabilità oggettiva successiva p, però questa rimarrebbe sempre e comunque
sconosciuta, mentre invece per de Finetti questa probabilità avrebbe sempre e

17
De Finetti, 1937, La Prévision: Ses Lois Logiques, Ses Sources Subjectives, Annales de l’Institut Henri
Poincaré, Vol VI.

28
comunque un valore ben preciso datole dal soggetto. In questo modo de Finetti
spiega come il probabilismo soggettivo riesce ad intervenire dove il probabilismo
oggettivo invece sbaglia: il probabilismo soggettivo non fa altro che completare il
lavoro di quello oggettivo e quindi non fa altro che caricarsi la responsabilità di
compiere l’intero lavoro che spetterebbe ad un oggettivista. In questo modo,
dunque, il probabilismo oggettivo viene inglobato in quello soggettivo e non resta
altro da fare che affermare che il probabilismo oggettivo non può esistere, anzi
l’unico probabilismo accettabile è quello soggettivo.
Non rimane che spiegare come viene attribuito un valore alla probabilità da
parte di un probabilista soggettivo.

29
3. Soggetto e verità

3.1 Opinione e relativismo nel probabilismo soggettivo

Se il probabilismo oggettivo e quello frequentista non sono le teorie più efficaci


per Bruno de Finetti, non resta che analizzare allora quale sia quella che secondo lui è la
più indicata: la teoria soggettiva della probabilità. Essa, come spiegato già in precedenza,
rappresenta quel tipo di logica che de Finetti definisce come viva e psicologica ed è
proprio il valore psicologico ad essere il suo elemento di successo.

Scopo del presente lavoro è di chiarire e approfondire il significato ed il valore


psicologico che hanno – prescindendo da ogni loro eventuale possibile
interpretazione oggettiva – il concetto di probabilità e i fondamenti della teoria
delle probabilità, e di provare come questa si possa dedurre e ricostruire con tutto
rigore basandosi esclusivamente su tale interpretazione e impostazione psicologica.
(de Finetti 1930, p.298)

Queste brevi righe compongono l’inizio del saggio Sul significato soggettivo della
probabilità, testo in cui de Finetti espone concettualmente, ma soprattutto tecnicamente
il ruolo del calcolo delle probabilità nell’analisi delle credenze soggettive. Egli sostiene
che ogni valutazione di probabilità non può che avere un valore psicologico in quanto è
il soggetto ad attribuire un determinato valore alla probabilità. Quindi la probabilità non
può che assumere un valore soggettivo se vi è l’intervento di un soggetto. Proprio
quest’ultimo, secondo de Finetti, trovandosi di fronte ad una situazione di dubbio, assegna
secondo le proprie sensazioni e secondo la propria esperienza un valore del tutto personale
alla probabilità che si verifichi un determinato evento. La probabilità assume quindi
necessariamente un valore soggettivo.

Cosa vogliamo dire, nel linguaggio ordinario, dicendo che un avvenimento è più o
meno probabile? Vogliamo dire che proveremmo un grado più o meno grande di
meraviglia apprendendo che quell’evento non s’è verificato. Vogliamo dire che ci
sentiamo di fare un grado più o meno grande d’affidamento sull’eventualità che
esso abbia ad avverarsi. La probabilità, in questo senso ancor vago ed oscuro, è

30
costituita dal grado di dubbio, d’incertezza, di convincimento, che il nostro istinto
ci fa sentire pensando ad un avvenimento futuro, o, comunque, a un avvenimento
di cui non conosciamo l’esito. (de Finetti 1931, p.8)

Dunque la probabilità è data per de Finetti da un istinto che proietta il soggetto


nell’immaginare un senso di stupore o meraviglia del verificarsi o meno di un evento
considerato. Non vi è nulla di oggettivo, quindi, nel concetto di probabilità per il
soggettivista italiano.

Probability is precisely what makes a forecast possible. And since a forecast is


always referred to a subject, being the product of his experience and convictions,
“the logical instrument that we need is the subjective theory of probability”. In other
words, probabilism represents for de Finetti an escape from the antithesis between
absolutism and skepticism, and at its core one finds the subjective notion of
probability. (Galavotti 2001, p. 174)

Ciò che avviene in un soggetto è un accordo tra esperienze passate e sensazioni;


l’istinto, poi, unendole, riesce a determinare un grado di credenza da attribuire alla
probabilità. Essendo però questo un processo del tutto soggettivo, ogni individuo può
assegnare alla probabilità il valore che ritiene più opportuno. In questo punto risiede il
relativismo di de Finetti: se la probabilità non ha un valore oggettivo ed ognuno può
attribuirle il valore che crede più adeguato allora essa è relativa così come è relativo il
grado assegnato ad essa.

Subjectivism – de Finetti says – is one’s degree of belief in an outcome, based on an


evaluation making the best use of all the information available to him and his own
skill…Subjectivists…believe that every evaluation of probability is based on
available information, including objective data.18 In conclusion, “Every probability
evaluation essentially depends on two components; (1) the objective component,
consisting of the evidence of know data and facts; and (2) the subjective component,

18
De Finetti, The True Subjective Probability Problem, in C.-A.S. Stael von Holstein (ed.), The Concept of
Probability in Psychological Experiments, Dordrecht-Boston: Reidel, 1974, p. 15-23.

31
consisting of the opinion concerning unknown facts based on known evidence”.
(Galavotti 2001, p.183)19

De Finetti, in questa citazione riportata da Maria Carla Galavotti, riconosce che in


un giudizio di probabilità intervengono comunque due fattori, non solo il quello
soggettivo, che ad ogni modo riveste il ruolo di massima importanza; l’evidenza dei fatti
avvenuti in passato rappresenta il secondo fattore ed è considerata da de Finetti come la
componente oggettiva di un calcolo probabilista.
Di fronte a questa posizione, un probabilista oggettivo potrebbe però criticare
aspramente il relativismo ed il carattere arbitrario del soggetto. De Finetti considera
questa ipotetica critica e risponde:

Bisogna distinguere tra arbitrario e soggettivo, fra capriccio ed istinto, fra


convenzione ed opinione! La più parte della nostra attività mentale, specialmente
nella pratica, opera su opinioni. (de Finetti 1931, p.28).

Il soggetto, come sostiene de Finetti, opera su opinioni e tali opinioni, per non essere
arbitrarie, devono essere coerenti. Il concetto di coerenza è ciò che rende solida
l’argomentazione di de Finetti ed esso, inoltre, gli permette di far sì che la nozione
oggettiva della probabilità sia riducibile a quella soggettiva in quanto i gradi di credenza
sono validi se e solo se rispettano determinati assiomi.

3.2 Allibramento olandese e coerenza

Dare un valore ai gradi di credenza è ciò che potrebbe essere richiesto da parte di
un probabilista oggettivo che ancora non sia convinto del ragionamento soggettivista. De
Finetti è consapevole che tutto il suo sistema concettuale potrebbe essere criticabile a
meno che il suo punto di vista non venga articolato in termini tecnici. Per completare la
propria argomentazione iniziata nel saggio Probabilismo egli scrive il già citato saggio

19
De Finetti, 1974, The Value of Studying Subjective Evaluations of Probability, in C.-A.S. Stael von
Holstein (ed.), The Concept of Probability in Psychological Experiments, Dordrecht-Boston: Reidel, pp. 1-
14

32
Sul significato soggettivo della probabilità. In questo saggio de Finetti delinea gli aspetti
tecnici della sua argomentazione soggettivista e spiega come il criterio di coerenza sia il
perno fondamentale di tutta la sua teoria anti-oggettivista.
Per spiegare in maniera chiara che cosa si intenda per coerenza egli ricorre ad un
esempio; egli ipotizza che in una gara di corsa vi siano due italiani, i concorrenti A e B,
ed ipotizza anche che egli voglia sapere qual è la probabilità che in questa gara vinca un
italiano. Egli sostiene che per risolvere il dubbio basterebbe ricorrere al teorema delle
probabilità totali per cui la probabilità p della vittoria italiana è la somma delle probabilità
p(a) (vittoria di A) e p(b) (vittoria di B), in altri termini p= p(a)+p(b). Detto ciò de Finetti
suppone che l’individuo che tiene il banco di scommesse valuti 0.60 la probabilità di
vittoria del concorrente A e 0.20 quella del concorrente B. Secondo il teorema delle
probabilità totali allora la vittoria italiana dovrebbe essere valutata 0.80, ma

«Cosa succederebbe – sostiene de Finetti – se egli non lo comprendesse, e,


senza rispettare il teorema delle probabilità totali, valutasse poi la probabilità di
vittoria italiana a 0.75? Accadrebbe questo: che se un competitore scommettesse 100
lire per la vittoria italiana, 100 lire contro la vittoria di A, 100 lire contro la vittoria
di B, e cioè pagasse 75 lire per un buono che vince 100 lire nel caso di vittoria
italiana, e riscuotesse 60 lire e 20 lire impegnandosi a versare 100 lire
rispettivamente se vincono A e B, in definitiva avrebbe intascato 5 lire, e sarebbe
libero da ogni altro impegno, perché le eventuali vincite e perdite si compensano in
ogni caso». (de Finetti 1930, p.306)

In questo caso si assiste a quello che viene definito “allibramento olandese”, ovvero
una scommessa reputata inizialmente equa che, però, non rispettando le regole del calcolo
delle probabilità, può essere manomessa da uno scommettitore, il quale può scommettere
con la certezza di vincere, proprio come avviene nell’esempio riportato.

Si chiama così [allibramento olandese] un allibramento che garantisce


all’allibratore un guadagno netto a colpo sicuro. In altri termini, in un allibramento
olandese, qualunque sia l’esito delle scommesse che esso contiene, il bilancio dei
guadagni e delle perdite è in tutti i casi vantaggioso per l’allibratore e di sicura
perdita per lo scommettitore. Per contro, ove X [allibratore] rispettasse
nell’assegnazione dei quozienti di scommessa le leggi della probabilità, Y

33
[scommettitore] non avrebbe affatto la possibilità di garantirsi a priori un guadagno
a spese di X. (de Finetti 1995, p.24)

3.2.1 Allbiramento olandese ed il teorema di de Finetti: la critica di Alberto Mura.

Alberto mura, nell’introduzione al libro Filosofia della probabilità, sostiene che


non si deve identificare il teorema di de Finetti con l’argomento dell’allibramento
olandese, seppure questo sia comunque basato su tale teorema. Egli asserisce, però, che
sulla base del suddetto teorema vi siano tre diverse chiavi di lettura, da lui definite:
“versione pragmatica”, “versione operazionale” e “versione analitica”.
Nella versione pragmatica il teorema viene interpretato come una prova del fatto
che se i gradi di credenza non concordano con le regole del calcolo delle probabilità allora
essi conducono a decisioni oggettivamente non convenienti. Mura sostiene che questa
versione si basi sul concetto di PUMP (principio della massimizzazione dell’utilità
prevista) e dichiara che del PUMP viene data un’interpretazione normativa, ovvero esso
dovrebbe contenere una norma universale di condotta razionale. Il PUMP è importante
per l’argomento dell’allibramento olandese per queste due conclusioni: «1) è razionale
accettare qualsiasi allibramento costituito solo da scommesse che si giudichino eque
(indipendentemente dalla direzione e dalla posta di ciascuna scommessa); 2) si deve
evitare di subire una perdita a colpo sicuro ogniqualvolta ciò fosse possibile a costo 0»
(de finetti 1995, p.26). Dunque, secondo Mura, l’argomento dell’allibramento olandese
dal punto di vista della versione pragmatica sarebbe il seguente:

Si osserva in primo luogo che, in virtù del teorema di de Finetti, i principi 1)


e 2) possono essere soddisfatti simultaneamente solo a condizione che i quozienti
equi soddisfino gli assiomi del calcolo delle probabilità. In secondo luogo si ammette
che i principi 1) e 2) sono norme della condotta razionale. Infine, si conclude da
queste premesse che ove i gradi di credenza di una persona violassero le leggi della
probabilità, tale persona esibirebbe una condotta irrazionale. (de Finetti 1995, p.26)

Nella seconda versione, quella operazionale, il PUMP, secondo Mura, non deve
essere necessariamente interpretato in senso normativo, bensì deve essere considerato

34
come descrittivo. Egli assume che il PUMP svolge nella versione operazionale solamente
il ruolo di principio teorico, tale per cui le regole del “gioco” siano tali da persuadere lo
scommettitore a dichiarare dei numeri che rispecchino i suoi gradi di credenza. Se questi
valori sono in accordo con il PUMP allora sarebbe giustificata la regola di
corrispondenza, ovvero la regola per cui le norme del gioco devono far sì che lo
scommettitore esprima i numeri che rappresentano i suoi gradi di credenza; se per caso
essi non lo fossero non ci sarebbe bisogno di condannare quelle disposizioni come
irrazionali; esse non rispetterebbero semplicemente una condizione necessaria per la
misurazione della probabilità. In conclusione Mura afferma che ciò che la seconda
versione vuole dimostrare è «l’esistenza di una relazione di significato tra il concetto di
grado di credenza (quale risulta in base a una definizione operativa di esso) e gli assiomi
della probabilità» (de Finetti 1995, p. 28).
La terza ed ultima versione è quella “analitica”. Anche essa, come la precedente,
vuole dimostrare che esiste una relazione di significato tra il concetto di grado di credenza
e i vincoli del calcolo delle probabilità. Alberto Mura identifica, però, una differenza tra
questa versione e quella operazionale: la versione analitica non presenta alcun riferimento
alla procedura attraverso cui si misurano i gradi di credenza, ma si basa solo su certi
assiomi di significato attraverso i quali si dichiara, in maniera del tutto implicita, il
concetto di allibramento equo. I postulati riconosciuti da Mura sono quattro:

1) Dato un allibramento S, l’allibramento S’ ottenuto da S moltiplicando la posta


di una scommessa di S per un coefficiente positivo è equo se e solo se S è equo;
2) Se S è un allibramento equo, allora l’allibramento S’ ottenuto da S invertendo
la direzione di una o più scommesse in S è un allibramento equo;
3) Se S è un allibramento non equo, allora esiste una scommessa s di S tale che
l’allibramento {s} non è equo (ciò equivale a dire che s non è una scommessa
equa);
4) Un allibramento olandese non è un allibramento equo.

Da questi quattro postulati si può ricavare la conclusione che: «dato un allibramento


che contiene solo scommesse eque, i quozienti di tali scommesse soddisfano gli assiomi
del calcolo delle probabilità» (de Finetti 1995, p.28).

35
Di queste tre versioni esposte, Mura sostiene che solo le prime due vengono prese
in considerazione da de Finetti, ma di queste solo la prima viene dibattuta dalla letteratura
critica. La terza versione è, invece, ipotizzata da Mura per dimostrare che è possibile
riformulare l’argomento di de Finetti senza presupporre né l’interpretazione normativa,
né le istanze operazionalistiche. Mura non è convinto, però, di queste tre versioni ed
afferma che nessuna di esse «riesce a mettere in luce in modo del tutto soddisfacente la
contraddizione cui darebbe luogo la violazione delle leggi di probabilità. De Finetti
intende le leggi di probabilità come leggi di non contraddittorietà, così come avviene nella
logica, e lo sono poiché «non limitano affatto la libertà di ciascuno nell’attribuire
qualunque valore alla probabilità di un qualunque evento; soltanto valutandone più d’una
deve evitare che siano in contraddizione tra loro»20. Secondo questa veduta qualunque
valutazione di probabilità è legittima purché non violi i vincoli di non contraddittorietà
imposti dal calcolo, ma il caso dell’allibramento olandese è la prova che i gradi di
credenza possano essere in disaccordo con la legge di non contraddittorietà. Questa è per
de Finetti la contraddizione riscontrabile nel caso dell’allibramento olandese. Mura
decide, allora, di analizzare gli errori commessi da de Finetti nelle tre versioni proposte
in precedenza.
La versione pragmatica, secondo Mura, è un tentativo di mostrare che le leggi della
probabilità sono degli imperativi ipotetici e quindi se lo scommettitore violasse questi
principi prenderebbe delle decisioni che vanno contro i suoi stessi fini. La domanda alla
quale Mura vorrebbe dare risposta è la seguente: «posto che la versione pragmatica
dell’argomento dell’allibramento olandese provi effettivamente che la violazione degli
assiomi conduce a prendere delle decisioni non convenienti, in che modo essa mostra al
medesimo tempo che una credenza non conforme alle leggi della probabilità è
contradditoria?». (de Finetti 1995, p.30). Secondo lui la contraddizione della versione
pragmatica si troverebbe in questo: «che le disposizioni di chi violasse gli assiomi
sarebbero in contrasto con il fine della massimizzazione del guadagno» (de Finetti 1995,
p.30). Dunque secondo questo ragionamento la contraddizione sarebbe legata al
rapporto/conflitto tra mezzi e fini e sarebbe congiunta semplicemente alla volontà dello
scommettitore. L’assurdità starebbe per Mura nel fatto che se questa versione mostrasse
veramente che quelle credenze che violano le leggi della probabilità sono contradditorie

20
De Finetti, 1970, Teoria delle probabilità, 2 voll., Einaudi, Torino. Op cit in de Finetti 1995, p.13.

36
nel senso della logica formale, allora ogni imperativo ipotetico dovrebbe essere
considerato una legge logica.
La contraddizione della versione operazionale, rispetto a quella pragmatica, si
troverebbe tra la presupposta convenienza a dichiarare i propri gradi di credenza e la
possibilità di realizzare un allibramento olandese, possibilità che, sostiene Mura,
smentirebbe tale convenienza.
Infine l’ultima versione riportata da Mura presenterebbe tale contraddizione:

Nella versione analitica dell’argomento dell’allibramento olandese la


contraddizione sta nel fatto che un insieme di quozienti di scommessa che violassero
gli assiomi della probabilità entrerebbe in conflitto logico con l’idea di allibramento
equo, così come quest’ultima è caratterizzata mediante i postulati di significato 1) -
4). E poiché i gradi di credenza sono, per definizione, quozienti giudicati equi dal
loro portatore, essere portatore di gradi di credenza che viola gli assiomi significa
giudicare equi certi quozienti che non possono esserlo, dato che ciò contrasta con il
significato stesso dell’idea di equità. In ciò starebbe la contraddizione, la quale
sarebbe perciò dello stesso tipo di quella insita nell’enunciato «tutti gli scapoli sono
sposati». (de Finetti 1995, p. 31)

Anche se, come mostrato da Mura, de Finetti non riesce a dimostrare che le
credenze di un soggetto non coerente originino una contraddizione, egli riesce
tuttavia a far derivare il probabilismo con rigore dimostrativo da premesse molto
plausibili

3.2.2 Calcolo delle probabilità e coerenza

Il calcolo delle probabilità non è allora se non la teoria matematica che


insegna ad essere coerenti. (de Finetti 1930, p. 305)

Come si è dimostrato, il calcolo delle probabilità ha senso solo se il soggetto che vi


attribuisce un valore è coerente. Ma, in via definitiva, che cosa si vuol sostenere definendo
l’individuo come coerente e cosa significa il termine coerenza?

37
Lo scopo di tutte queste considerazioni è in fondo di spiegare cosa sia e cosa
significhi la coerenza: lo avevamo detto richiamandoci a uno schema preciso che
poteva però sembrare artificioso, e vogliamo ora vedere più chiaramente l’essenza
di questa nozione. Potremo subito concludere in modo molto sodisfacente che la
coerenza può essere definita in base a sole definizioni qualitative dicendo che un
individuo è coerente se valuta, non più il grado di probabilità di certi eventi, ma
soltanto le diseguaglianze fra questi gradi di probabilità, in modo da non contradire
certi principi e cioè precisamente i postulati (1) – (4)21. (de Finetti 1930, p.324)

Un soggetto viene definito coerente quando attribuisce dei valori ai propri gradi di
credenza che rispettino sì il suo istinto, ma anche le regole del calcolo delle probabilità.
Rispettando questi assiomi egli può attribuire ad una probabilità qualsiasi valore egli
ritenga più opportuno. Gli assiomi utilizzati da de Finetti sono gli stessi concepiti da
Kolmogorov:

Data una tripla (W, E, P) dove W è un insieme qualsiasi e E un’algebra


su W, definiamo la probabilità P come una funzione che sodisfa i tre assiomi:
K1) 0≤P(E)≤1, E E
K2) P(W) = 1, P ( ) = 0
K3) Se E1,E2 sono elementi disgiunti E, allora P(E1 E2) = P(E1) + P(E2)22

Se e solo se lo scommettitore rispetta i postulati del calcolo delle probabilità allora


potrà considerarsi coerente e solo i calcoli delle probabilità coerenti sono per de Finetti
quelli ammissibili.

21
Ved. De Finetti 1930, p.321.
22
Tratto dalla lezione di Hykel Hosni La probabilità non esiste, l’epistemologia soggettivista di Bruno de
Finetti, scuola normale superiore di Pisa, 27 Aprile 2010.

38
3.3 Verità o coerenza?

Patrick Suppes sostiene nel suo saggio Some Philosophical Reflections on de


Finetti’s Thought che la coerenza rimpiazzi la verità come concetto filosofico centrale. Il
problema che pone questo ragionamento è verificare se effettivamente la coerenza prenda
concretamente il posto della verità, compito molto arduo. De Finetti, da parte sua non ha
mai esplicitamente escluso che si possa parlare di verità, anzi lui per primo ne parla
riferendosi alla logica proposizionale. E’ necessario dunque indagare e verificare su quale
sia la posizione di de Finetti a riguardo. Sicuramente parlare del rapporto tra de Finetti e
verità è un campo minato sul quale muoversi, ma non è del tutto impossibile ricavare
qualche informazione.
Innanzitutto de Finetti si è sempre espresso in termini di verità delineando poche
volte che cosa questa potesse significare per lui. All’interno de L’invenzione della verità,
egli sostiene che ci si debba disfare di tutte le concezioni metafisiche, compresa quella di
“vero”, ed egli stesso prova a darne una definizione all’interno del capitolo inerente
l’invenzione della logica:

Devo quindi partire dalla constatazione che: IO HO DELLE SENSAZIONI,


E PER FISSARE SU DI ESSE LE IDEE TROVO UTILE PENSARE DEGLI
“EVENTI” DA DISTINGUERE IN “VERI” E “FALSI”. (de Finetti 2006, p.100)

Dunque se rapportato alla logica, il termine vero ha senso: dalla verità di


determinate premesse deriva la verità di determinate conclusioni. In questo caso il vero
risiederebbe nel constatare che i calcoli logici all’interno di proposizioni siano corretti.
Il problema si pone invece quando dall’ambito della logica del certo, già discusso
nel capitolo 1, si passa all’ambito della logica dell’incerto, ovvero il calcolo delle
probabilità. In questo caso si pone un vero e proprio problema a de Finetti ed è lui stesso
ad ammetterlo:

Ho cominciato fin da ragazzo a comprendere che il concetto di “verità” è


incomprensibile. […] E ho cercato allora di analizzare – caso per caso, più o meno
inconsciamente – cos’è che in sostanza intendiamo dire quando diciamo, secondo la
locuzione comune, che “qualcosa è vero”. Ora soltanto la mia sete di sviscerare

39
questo problema si sente, nel fondo appagata. Alla logica matematica (in particolare:
la teoria della definizione nominale) e alla critica positiva del mondo empirico – in
cui trovai molte cose conformi alle mie idee, e che perciò contribuirono fortemente
a svilupparle – si aggiunse recentemente, terzo e definitivo caposaldo del mio punto
di vista, il probabilismo. Che corregge ed integra gli altri due nei punti che non
potevo accettare: quelli in cui una cosa qualunque sembrava doversi considerare
dotata d’un valore assoluto, trascendente il valore psicologico che ha per me, e
indipendentemente da esso. (de Finetti 1989, p.69)

La verità, secondo de Finetti, è sinonimo per molti di certezza, quindi in un


sistema di conoscenza basato sull’incertezza il concetto di verità non è molto coerente.
Se si deve operare in termini di scienza o filosofia all’interno del campo della conoscenza,
de Finetti ha già dimostrato che la nozione di verità non è quella più efficace poiché
scienziati e filosofi hanno sempre collegato questo termine a qualcosa di immutabile e
necessario, si pensi al discorso del primo capitolo sul problema delle verità assolute. Egli
è convinto che per uno studio epistemologico sia giusto immaginare un sistema che poggi
su delle sabbie mobili:

Si vede che tutto è costruito su sabbie mobili, benché naturalmente si cerchi


di poggiare i pilastri sui punti relativamente meno pericolosi; comunque, non
soltanto le leggi e le previsioni non sono certe ma solo probabili, ma anche il fatto
che certi schemi in cui riteniamo opportuno rappresentare i fenomeni, come gli stessi
concetti di spazio e tempo, e i criteri di misura delle distanze e dei tempi, continuino
a mostrarsi opportuni o anche soltanto conservabili, è un fatto che non può
considerarsi certo, ma soltanto probabile (sia pure immensamente probabile). (de
Finetti 2006, p. 146)

Così, come spiega de Finetti, non vi è mai nulla di certo, per quanto possa
sembrarci tale, e così come non vi è nulla di certo non vi può essere nulla di assolutamente
vero. Tutto è frutto di convenzioni ideate dagli individui per convenienza. Allora è, forse,
più corretto utilizzare, al posto della certezza e della verità, la previsione e la coerenza.
Se si prendono in considerazione questi risultati ai quali è giunto in conclusione il
probabilista italiano allora è possibile sostenere che la coerenza sia un sostituto adeguato
per la verità in quanto è un concetto più conforme, relativamente all’ambito di cui si sta

40
parlando. Se, invece, si parla di logica nominale o proposizionale, allora il concetto di
vero ha un senso ben definito e può, dunque, essere impiegato.
In conclusione non vi è un termine che è universalmente più corretto dell’altro,
verità e coerenza sono entrambi due termini corretti se utilizzati nel proprio ambito.
Ovviamente de Finetti, occupandosi dell’ambito del calcolo delle probabilità e della
previsione, ritiene che sia più corretto parlare di coerenza piuttosto che di verità.

41
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43