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12/05/2020

Le appendici A,B,C sono riferimenti a tariffe, modelli dei motori con turbina a gas da utilizzare negli esercizi.
L’appendice D invece indica:

Si tratta di una serie di regole e procedure che rivestono grande importanza perché permettono di accedere
ad una serie di facilitazioni, in particolar modo di tipo economico; rappresentano il pre-requisito per
l’accesso al meccanismo dei titoli di efficienza energetica che nel caso della cogenerazione è
particolarmente remunerativo. I riferimenti normativi sono riportati nel primo punto: il decreto 20 del 2007
( successivo decreto ministeriale 4 agosto 2011), tuttavia questi decreti italiani non fanno altro che attuare
una direttiva di qualche anno precedente, che prevedeva la necessità di riconoscere incentivi alla
cogenerazione in particolar modo basandosi sull’utilizzo effettivo dei reflui termici. Quindi la cogenerazione
riceveva agevolazioni anche di tipo finanziario semplicemente in base alle potenze istallate. Se anche il
calore recuperabile non veniva utilizzato, nessuno se ne accorgeva e comunque si riconoscevano
agevolazione che non erano in realtà dovute in quanto abbiamo visto che la cogenerazione è efficiente
nella misura in cui si sfruttano sia il calore che l’energia elettrica prodotta. Con la nuova normativa ormai in
vigore da quasi 10 anni, le agevolazioni vengono riconosciute per la produzione combinata.

Quali sono l regole da seguire?

Bisogna calcolare il risparmio di energia primaria percentuale , l’indice PES che in linea di massa è lo stesso
del risparmio percentuale di energia primaria introdotto nelle slides precedenti, quindi 1-Tuc di riferimento
su Tuc del sistema proposto. A parità di energia resa, questo si può scrivere come :

=
energia primaria del combustibileche alimenta il cogeneratore
1−
= energia primaria che serve per produrre separatamente lastessa
energia elettrica e la stessa energia termicadel cogeneratore

Questa energia primaria la calcoliamo come:

=
energia primariadel combustibile che alimentail cogeneratore
1−
energia elettrica energia termica
+
rendimento della produzione di energia elettrica rendimento della produzione dienergia termica

Poi vedremo che valori devono assumere i due rendimenti di riferimento. Portando Ec al denominatore, il
rapporto Ee/Ec non è altro che il rendimento elettrico del cogeneratore; il rapporto tra Et/Ec invece è il
rendimento termico effettivo (stiamo parando di energia termica EFFETTIVAMENTE recuperata e utilizzata).

La norma prevede che il PES debba essere maggiore o uguale di una certa soglia minima affinché la
produzione combinata sia riconosciuta come CAR (cogenerazione ad alto rendimento). La soglia minima è
differenziata in base alla taglia:

-Per impianti più grandi, a partire da 1MW elettrico, si richiedere che il risparmio di energia primaria sia
almeno del 10%

- Pe impianti più piccoli ci si accontenta di un valore positivo, basta un valore maggiore di zero affinché la
cogenerazione sia riconosciuta come ad alto rendimento.

In passato c’erano altri requisiti, in realtà già prima della direttiva europea l’Italia aveva introdotto alcuni
indici che premiavano l’effettivo utilizzo dell’energia termica, non solo le potenze installate, che in qualche
modo andavano nella stessa direzione della successiva direttiva europea. Questa però ha introdotto
successivamente un procedura più logica.
In realtà la simbologia della direttiva, quella adottata anche nel decreto ministeriale 2011 è un po’ diversa
ed è quella che in questa appendice utilizziamo per uniformarci ai simboli che si ritroveranno nelle
procedure formali da seguire per il riconoscimento. L’energia primaria del combustibile è indicata con F CHP
, (dove F sta per Fuel), l’energia elettrica con ECHP , l’energia termica con H CHP.

Facendo lo stesso passaggio di prima avremo il rendimento elettrico e quello termico per il cogeneratore.

Questo sarà lo schema di principio:

Che valori dobbiamo attribuire ai rendimenti di riferimento per la produzione elettrica e quella termica?
Dipendono da vari fattori, che vediamo elencati nella slide.

Per area si intende l’area geografica in cui viene installato il gruppo; si considera anche il fatto che dove le
temperature sono più alte , l’efficienza media dei sistemi convenzionali di produzione elettrica è più bassa e
viceversa. Il rendimento di riferimento per la produzione di energia termica, si noti dipende dal livello
termico di utilizzo dell’energia recuperata dal gruppo. Si distinguono tre possibilità che vediamo elencate in
parentesi.
Quello visto dunque è il rendimento elettrico di riferimento, di partenza, perché poi la norma ci dice che va
corretto, cioè a questo valore di partenza vanno applicati dei coefficienti correttivi.

Una prima correzione deve essere effettuata per tener conto del contributo che l’auto-produzione per
cogenerazione ci può assicurare in termini di riduzione delle perdite sulle reti (di trasporto e distribuzione).
Al rendimento visto prima va applicato un coefficiente minore o uguale di 1, che abbassa il rendimento e
rende più semplice la verifica dei requisiti per i riconoscimento della CAR. Questo coefficiente correttivo
moltiplicativo del rendimento (che abbiamo visto prima si calcola partendo da questa tabella), dipende da
due elementi: la tensione della rete pubblica a cui è allacciato in parallelo il sistema di cogenerazione
(bassa, media, alta); e, per ogni valore della tensione, quali sono le aliquote di energia elettrica che noi
auto-consumiamo e immettiamo sulla rete esterna come eccedenza. Più è bassa la tensione, più si abbassa
anche il fattore di correzione; vengono premiate le cogenerazioni a tensione quanto più bassa possibile. Più
è bassa la tensione, più significativo sarà il contributo che l’auto-produzione darà alla riduzione delle
perdite: se io alimento con la mia energia auto-prodotta in loco un’utenza che normalmente si servirebbe di
energia prelevata da una rete (ad es. a bassa tensione), sto evitando che la stessa energia debba viaggiare
dalla centrale termoelettrica sulle reti di trasporto, poi su quelle di distribuzioni per arrivare al contatore
dell’utenza. Se l’utenza è allacciata a una rete di alta tensione, questo contributo è minore perché l’energia
elettrica che avrei normalmente acquistato sul mercato avrebbe dovuto viaggiare molto meno prima di
arrivare all’utenza finale. Il fattore è maggiore se l’energia elettrica viene riversata sulla rete pubblica e
diventa più basso (premiante) se l’energia viene auto-consumata. Se l’energia la riversiamo sulla rete, il
contributo c’è comunque perché sarà consumata nei paraggi del sito di produzione, però esso sarà
forfettariamente un po’ minore. A parità di tensione, il fattore correttivo è un po’ più alto. Il fattore di
correzione, se è da applicare all’energia elettrica che immettiamo sulla rete è quello nella prima colonna, a
parità di tensione quello che dobbiamo applicare per l’energia elettrica che auto-consumiamo è scritto nella
seconda colonna.

Solitamente ciò che succede è che l’energia elettrica prodotta in parte viene auto-consumata e in parte
esportata; in questo caso si fa una media pesata valutando quali sono le due percentuali e se ne fa la
media, ottenendo il fattore correttivo.

In figura c‘è un esempio in cui il rendimento di riferimento è del 52,5% (parliamo di un’unità con entrata in
esercizio tra 2012-2015), siamo in bassa tensione (<0.45 KV): il 15% viene esportato, l’85% auto-consumato.
Si fa il calcolo e viene fuori:

Pecc (primo coefficiente per l’eccedenze) = 0,888

Pau (primo coefficiente per l’autoconsumo) = 0,851

Per calcolare il ηrif corretto:

ηCORR
el ,rif =ηel ,rif ⋅ Ṕ

Dove Ṕ è un coefficiente medio, calcolato come la media pesata tra eccedenza e autoconsumo.
Ovviamente più autoconsumo più la media pesata si abbassa, il che è auspicabile perché l’abbassamento
del rendimento di riferimento ovviamente mi rende maggiore il PES che vado a calcolare. In realtà però
questo rendimento di riferimento non è direttamente quello che leggiamo in tabella ma è quello nella
seguente tabella corretto in base alla temperatura media del paese nel quale ci troviamo.

Questo è ancora il valore non corretto per quanto riguarda la temperatura.


Anche in Italia è stata fatta una suddivisione in zone climatiche (c’è una divisione in macro-zone, ce ne sono
due) . Questa tabella ci dice in base alla fascia climatica (presenta valori differenti per le varie regioni
italiane),alla temperatura annuale media della macro-zona, come correggere il rendimento (della prima
tabella) attraverso un fattore di correzione calcolato attraverso le regole previste dalla normativa europea.
Per le zone che hanno una temperatura un po’ più bassa il rendimento di riferimento sale e viceversa.
Fondamentalmente la norma è questa: per ogni grado in più o in meno della temperatura media annuale
rispetto al valore di riferimento di 0,15, dobbiamo rispettivamente aggiungere o togliere 0,1 dal rendimento
di riferimento. Quindi per esempio se entriamo in tabella in Campania è previsto un fattore di correzione di
– 0,104, supponendo che l’impianto sia entrato in funzionamento nel 2015 (rendimento di riferimento
52,5), il rendimento sarà pari a 52,396. Quindi poi applico la correzione basata sul livello di tensione o sulla
percentuale di autoconsumo e mi viene fuori il vero rendimento di riferimento (0,47). Valore molto vicino a
quello del rendimento medio effettivo convenzionale a quello del parco di generazione elettrica nazionale.
Per il rendimento termico di riferimento la situazione è leggermente più semplice. I fattori da considerare
sono solo l’anno di entrata di esercizio, il tipo di combustibile, il livello termico di utilizzo dei reflui termici
(tipo di utenza termica).

Se consideriamo la situazione attuale dal 2016 in poi, il rendimento per la produzione di acqua calda del
92%, per la produzione di vapore 87%, se utilizzassimo direttamente i gas di scarico per esigenze di
processo in applicazioni industriali (ad es. processo di essiccazione, applicazione in industrie ceramiche o
alimentari) , potrei avere rendimento ancor più basso circa l’84%, qui il livello di temperatura è il più alto
tra i tre presi in considerazione. Ovviamente vale il discorso che più basso è il rendimento di riferimento più
è alto il PES.
C’è però un’ultima regola che complica un po’ il calcolo del PES, che è la seguente:

La procedura di riconoscimento è descritta da una legge annuale: alla fine del primo anno solare (partendo
dal primo anno di esercizio), va ripetuta.

CASO A Vediamo il rendimento globale di prima legge, quello che noi chiamiamo CUC, somma del
rendimento elettrico e del rendimento termico effettivo del motore; usando la simbologia della norma
(E+H)/F, ovvero (CHP Eη + CHP Hη ). Se esso supera un certo valore limite che dipende dalla tecnologia, per i
motori alternativi e le turbine a gas ad esempio è il 75% , per impianti a ciclo combinato il limite è un po’
più alto, dell’80%. Se è verificata questa condizione non ci sono complicazioni, possiamo calcolare il PES
sulla base delle metodologie che abbiamo visto precedentemente. Inseriamo quindi nella formula del PES
tutti i valori calcolati per il cogeneratore: energia del combustibile che lo ha alimentato, l’energia elettrica
prodotta, l’energia termica utilmente inviata all’utenza. Questi vettori energetici devono essere
termicamente misurati: ci sono norme tecniche che descrivono i requisiti, i sistemi di misura. Valutiamo se
il PES è superiore al valore limite previsto. Nel calcolo si tiene conto quindi di tutti i flussi di energia che
entrano ed escono dal cogeneratore, in particolar modo tutta la produzione elettrica ed il consumo di
combustibile.

CASO B Le cose si complicano quando questa condizione non è soddisfatta, cioè quando il rendimento
globale risulta inferiore al 75%, perché a questo punto va fatta un’operazione un po’ particolare. Se non è
verificata questa condizione non tutto l’impianto può essere considerato come un sistema di cogenerazione
ad alto rendimento perché di fatto il rendimento globale non supera il 75%. Però, invece di creare una
specie di gradino, quindi una condizione ON-OFF secondo la quale il rendimento non è riconosciuto se sono
al di sotto del valore limite, la ratio è quella di recuperare ciò che c’è di buono in questo sistema di
cogenerazione, non escluderlo completamente dal riconoscimento degli incentivi. Infatti avere un
rendimento globale minore di un valore limite non significa che comunque non ci sia una produzione
combinata di energia elettrica-termica ed un certo risparmio di energia primaria.

Vado a prendere per buona tutta l’energia termica H effettivamente recuperata e utilizzata, è energia
utilmente prodotta dal sistema. Non dobbiamo più prendere l’energia elettrica complessivamente erogata
dal cogeneratore e il corrispondente consumo di combustibile, ma dobbiamo prendere in considerazione
solo un’aliquota dell’energia elettrica e del consumo di combustibile. Invece di prendere in considerazione
tutto il cogeneratore, è come se ne andassi a prendere in considerazione solo una parte e a calcolare
l’energia elettrica (che posso riconoscere dal punto di vista normativo come energia elettrica cogenerata)
come prodotta da un’unità cogenerativa virtuale. Vado a veder quanto mi servirebbe come energia elettrica
cogenerata e il corrispondente consumo di combustibile, a parità di calore utile prodotto, per rientrare
nuovamente nella condizione di rendimento di 75%.

Ricapitolando, vado a pormi questa domanda: un’unità virtuale che funzioni con lo stesso rendimento
elettrico della mia unità reale, e che produca la stessa energia termica H, quanta energia elettrica
produrrebbe se il suo rendimento globale fosse del 75%?

Invece di prendere i flussi reali:

ECHP < E
F > ECHP = E
ηe
H

Dove il calore lo lascio inalterato perché viene riconosciuto tutto come cogenerato, l’energia
elettrica la vado invece a correggere, prendendo un altro flusso minore di quella fisicamente prodotta e
equivalentemente vado a prendere un diverso valore del consumo di combustibile rispetto a quello reale.
Determino questi due valori imponendo la condizione limite , ovvero a quel limite che con i flussi reali non
riesco a soddisfare:

ECHP + H
=0,75
F CHP
Con E CHP abbiamo indicato l’energia elettrica dell’unità virtuale; H CHP è ovviamente uguale ad H; F CHPè il
consumo di combustibile che l’unità virtuale avrebbe avuto per produrre ECHP , a parità di rendimento
elettrico rispetto all’unità reale. Quindi sia ECHP che F CHP sono da calcolare.

Stabilendo che il ragionamento va fatto a parità di rendimento elettrico tra unità reale e virtuale, al posto
di FCHP ci metto ECHP /ηe reale del sistema ;quest’equazione è facilmente risolvibile essendo solo funzione di
ECHP , diventa:

ECHP + H
=0,75
ECHP
ηe

Imponendo questa condizione dunque si può calcolare banalmente E CHP, sarà funzione di H e del
rendimento elettrico del cogeneratore che però sarà quello reale. Con semplici passaggi viene fuori questa
equazione:

Ovvero ECHP si può calcolare come il prodotto di un coefficiente C eff, che si chiama rapporto effettivo energia-
calore, per H. Questo coefficiente Ceff:
ηel
C eff =
0,75−ηel
Quindi praticamente quello che facciamo, partendo da H, calcolo il rapporto effettivo energia-calore, infine
ricavo l’energia elettrica che dovrò inserire nella formula del PES, con il relativo consumo di combustibile
che ricordiamo è funzione del rapporto di energia elettrica su rendimento del cogeneratore. Con questi
valori, e non con quelli fisici reali, entro nella formula del PES e faccio tutte le verifiche.

Di solto passando dal cogeneratore reale a questa specie di cogeneratore “virtuale”, in cui in un certo senso
impongo che il rendimento reale sia il 75%, quasi sempre il PES è verificato, però non è ininfluente il fatto
che poi venga riconosciuta come cogenerativa solo una parte dell’energia elettrica che sto producendo,
facendo sì che questa energia elettrica sarà minore di quella reale (quindi se io produco 1000 KWh, 900
saranno riconosciuti come cogenerati gli altri 100 mi vengono riconosciuti come prodotti in maniera non
efficiente). Tutto ciò ovviamente ha delle conseguenze.

Qui viene rappresentata la separazione fra la parte cogenerativa con quella non cogenerativa, che è una
separazione virtuale.

Unità virtuale
Unità fisica

Se il PES dell’unità virtuale supererà il valore limite, sulla sola produzione dell’energia elettrica e termica
dell’unità virtuale potranno essere riconosciuti tutti gli incentivi. Tutta la parte di energia elettrica non
riconosciuta come ridotta in cogenerazione sarà gestita come una qualsiasi produzione elettrica
convenzionale e quindi non soggetta ad alcuno tipo di incentivazioni.

Di seguito viene riportato un esempio:


Entrando nelle tabelle viste prima, il rendimento di riferimento per la produzione di energia termica è 0,90.
Per l’energia elettrica vediamo come dati del problema quanto ne viene prodotta, quanto autoconsumata e
quanta esportata. Altri dati sono l’energia elettrica, quella termica ed il consumo combustibile,
l’autoconsumo che è dell80%. Vogliamo valutare se la produzione di energia elettrica e termica può essere
interamente incentivata o almeno in parte. Dai dati del problemi ci possiamo calcolare il rendimento
elettrico medio del mio impianto, quello termico e quello globale che è inferiore al limite previsto per
motori alternativi a TG. Prima di calcolare il PES dobbiamo definire l’unità virtuale. Attraverso
l’applicazione delle formule rappresentate si arriva a determinare il PES. Viene fuori un valore che
sicuramente è maggiore del limite minimo che in questo caso essendo la potenza di 6MW era del 10%.
Quindi su questa energia elettrica (E CHP ) oltre che su quella termica (che è semre la stessa, H),potranno
essere riconosciuti eventuali incentivi.

Questa metodologia di calcolo, che non è poi così complicata, però è quella applicabile ai motori alternativi
e alle turbine a gas. Se avessimo una turbina a vapore, la metodologia per la determinazione del PES
sarebbe più complicata (risparmiamo la trattazione in questo corso).
Questo grafico permette di visualizzare l’andamento del PES in funzione del rendimento elettrico e del
rendimento termico. La verifica del PES è funzione solo dal rendimento elettrico. Ho riportato il valore del
PES , per un prefissato valore del rendimento elettrico di riferimento e per due possibili valori del
rendimento termico ( 0.82 e 0.92), che potrà essere riferito all’unità reale o a quella virtuale (è indifferente
ai fini del calcolo del PES). Se ad es., il rendimento di riferimento termico è 0.90 già con un rendimento
termico di 0.18 riusciamo a superare il valore 0 del PES. Per superare il 10%, dobbiamo arrivare a un
rendimento elettrico del 32%. Se minore, neanche l’unità virtuale per quanto piccola possa essere potrà
essere riconosciuta come CAR. Se ovviamente il rendimento termico di riferimento, i requisiti sono meno
stringenti.

Le due linee orizzontali rappresentano i due limiti per gli impianti, pari al 10% per impianti grandi e 0 per
impianti piccoli. Si nota come se abbiamo rendimenti elettrici del 30% e rendimenti termici del 50%, di
solito non abbiamo grosse difficoltà a soddisfare le condizioni di PES.
Per qualche tempo una delle agevolazioni era rappresentata dalla esenzione dell’energia elettrica auto-
consumata da sistemi CAR dal pagamento di OGS. Questo è stato superato.

Tornando al perché questo impianto è importante che venga riconosciuto come cogenerativo: il primo è
che così facendo accede ad un meccanismo di incentivazione, ovvero il meccanismo dei cosiddetti certificati
bianchi. Per la cogenerazione è previsto un meccanismo specifico per quanto riguarda la durata che è molto
maggiore di quella solitamente prevista per altri interventi di efficientamento energetico: normalmente è di
10 anni a partire dal primo gennaio dell’anno successivo all’entrata in esercizio. Ci sono poi variazioni che
prevedono 15 o 5 anni.

Vediamo cosa sono questi certificati bianchi. L’autorità per l’energia elettrica è il gas, quando vengono
effettuati interventi di efficientamento energetico che vengano riconosciuti come tali, l’autorità riconosce
che un certo intervento permette di risparmiare una certa quantità di energia primaria all’anno. Quando si
è ottenuto questo riconoscimento, la contropartita è che assieme al riconoscimento materialmente ogni
anno, per un certo numero di anni che dipende dal tipo di intervento (per la cogenerazione sono ben dieci
anni), vengono rilasciati degli attestati, che sono appunto questi certificati bianchi (che in realtà si chiamano
“titoli di efficienza energetica”). Questi attestati hanno un valore di mercato, cioè possono anche essere
venduti. Vengono venduti a distributori di energia elettrica e distributori di gas naturale, che sono
praticamente obbligati a comprarseli. Ogni anno i distributori di energia elettrica e di gas, devono comprare
un certo numero di certificati bianchi, presso soggetti che hanno fatto efficientamento energetico. Dunque
o si vendono e si comprano attraverso una contrattazione bilaterale, oppure c’è una borsa relativa ai
certificati bianchi in cui si incontrano domanda e offerta, si definisce un prezzo e quindi questi certificati
bianchi diventano una fonte di reddito (più o meno ogni certificato bianco vale un TEP, ed ha un valore di
mercato intorno ai 100 euro).
Per la cogenerazione il requisito per accedere a questo meccanismo è il riconoscimento come CAR. Se
l’impianto è riconosciuto come CAR le norme ci dicono quanti sono i TEP riconosciuti, e ovviamente
l’espressione sarà: (i calcoli si fanno in KWora)

Ovvero la differenza tra il consumo di energia primaria della produzione separata e il consumo di energia
primaria del cogeneratore. Stiamo facendo riferimento ovviamente all’unità riconosciuta come CAR . A
complicare le cose, i rendimenti di riferimento non sono gli stessi del PES (nella procedura – CAR  per una
serie di normative diverse emanate in anni successivi si hanno questo problema) ma differenti, come ad
esempio il rendimento elettrico di riferimento in tal caso è pari a 0,46 da correggere con il coefficiente P
analogamente a quanto fatto per il PES. Dunque si calcola il risparmio energetico rispettivo all’anno di
riferimento: la procedura va ripetuta di anno in anno in quanto i valori cambiano; potrebbe anche capitare
che l’unità cogenerativa in un certo anno non sia proprio riconosciuta come CAR.
Non finisce qui perché questo risparmio che è in MWh poi va convertito in TEP moltiplicando per 0,086;
però va anche corretto con un coefficiente K che dipende dalla potenza e serve per incrementare
ulteriormente i certificati bianchi riconosciuti per gli impianti di potenza più piccola (finalità agevolare
impianti di piccola taglia) :

Come si calcola K? È un coefficiente a scaglioni.

Quindi i certificati bianchi riconosciuti sono proporzionali fra loro, ma non uguali dato che c’è un
coefficiente K che favorisce gli impianti più piccoli dato che è un fattore moltiplicativo. Quindi per un
impianto fino ad 1 MW c’è un coefficiente moltiplicativo 1,4, che è il più alto possibile. Poi man mano che la
taglia sale il coefficiente moltiplicativo scende, fino a diventare 1 per gli impianti più grandi. Il coefficiente
non si applica direttamente alla potenza dell’impianto ma si applica a scaglioni, quindi se ho un impianto da
1,5 MW devo calcolare la media pesata [(1 x 1,4) + (0,5 x 1,3)].

Inoltre non si applica alla potenza nominale ma alla potenza media, cioè l’energia riconosciuta come
cogenerata , fratto le ore di marcia (di funzionamento complessivo del sistema). Se il sistema funzione
sempre a carico nominale e se l’energia elettrica prodotta è stata tutta riconosciuta come cogenerativa
questo valore coincide con la potenza nominale. Solitamente sarà più basso. Quindi se l’impianto funziona
con la parzializzazione questa potenza può essere minore di quella installata.

È riportato il caso in cui la potenza media è pari a 3,2 MW; vado a calcolare il primo MW a cui è applicato il
coeff. 1,4; alla quota rimanente, perché non arriviamo a superare il secondo limite di 10MW, (3,2-1 ) viene
applicato il valore di 1,3; calcoliamo la media (1,33). Il coefficiente moltiplicativo in questo caso va ad
aumentare del 33% il risparmio fisicamente calcolato.

Questi possono essere commercializzati, hanno un valore molto consistente: parliamo di circa 200-250 euro
per tonnellate di petrolio. Su 10 anni, la sola cessione di certificati bianchi al mercato riesce a restituirci
quasi tutto il capitale di investimento.

Il riconoscimento CAR è importante innanzitutto perché ci permette di accedere a questi incentivi, ma non
solo. L’elemento fondamentale che bisogna tenere presente nel riconoscimento come CAR è che solo se
l’energia riconosciuta come prodotta in regime CAR è almeno il 50% del totale, all’impianto di
cogenerazione viene riconosciuta la possibilità di accedere ad un regime agevolato per quanto riguarda il
pagamento degli oneri generali di sistema. Gli oneri generali di sistema sono quelli che paghiamo tutti
sull’energia elettrica che consumiamo per garantire il funzionamento del sistema elettrico, in particolare
per coprire i costi ad esempio dell’incentivazione delle rinnovabili, dello smantellamento delle centrali

nucleari ecc…, e questi oneri sono parecchi diciamo che oggi si attestano intorno a 60 cioè quanto
MWh

costa produrre l’energia elettrica, quindi si arriva ad 150-160 considerando anche le tasse, la
MWh
distribuzione, il trasporto etc. Da qualche anno a questa parte questi oneri di sistema di norma si pagano
anche se l’energia elettrica la sto producendo da solo, ovvero mi metto un gruppo elettrogeno, mi produco

l’energia elettrica e quindi non la prelevo dalla rete, 60 . Tutto ciò ha delle eccezioni però: impianti
MWh
alimentati da fonti rinnovabili e gli impianti alimentati da cogenerazione, purché sia verificata questa
condizione che l’energia riconosciuta come CAR sia almeno il 50% del totale. Se non stessi attento a come
dimensionare l’impianto potrebbe accadere che anche se l’impianto rispettasse il PES, poi mi accorgerei che
l’energia elettrica riconosciuta come cogenerativa è il 30% di tutta quella che sto producendo perché
l’impianto non è stato ben dimensionato facendo attenzione alla richiesta di calore, basandosi ad esempio
sull’energia elettrica anziché su quella termica , produco troppo calore ne dissipo un sacco e alla fine
l’energia che è riconosciuta come CAR che è proporzionale ad H è troppo bassa. A tal punto la cosa diviene
€ €
ingestibile perché se si va a sommare ai 50-60 gli oneri di sistema che sono anch’essi 50-60
MWh MWh
perché non avrei più diritto alla agevolazione ovviamente il cogeneratore diviene antieconomico,
converrebbe spegnerlo e comprare l’energia direttamente dalla rete. Se la condizione di CAR almeno 50%
del totale è rispettata, quindi importante è che l’impianto funzioni per molte ore all’anno in assetto
cogenerativo, non vengono pagati questi oneri di sistema (in realtà se ne pagano una piccola parte ma sono

trascurabili circa il 5% del totale, ovvero 3 .
MWh
ENERGIA SOLARE
Dal diagramma si può vedere che la curva non è proprio quella che ci darebbe la legge di Plank, ma ci
avviciniamo molto. Data la sua massa il Sole si approssima in comportamento ad un corpo nero.

Si vede la distribuzione dell’energia che arriva dal sole in base alle diverse lunghezze d’onda con il picco
intorno a 0.5-0.6 micron, nella zona del visibile (i nostri occhi percepiscono la radiazione termica in un
intervallo tra 0.4-0.8 micron) . Gran parte della lunghezza d’onda (il 98-99%) emessa è tra 0.2-0.3 micron e
2.5 micron. Sulle ascisse, verso sinistra c’è l’ultravioletto e a destra l’infrarosso che comprende le lunghezze
d’onda a cui emettono i corpi a bassa temperatura.
La radiazione solare che arriva all’esterno dell’atmosfera terrestre, captata da una superficie ortogonale ai
raggi solari è la cosiddetta costante solare, il cui valore oscilla tra un picco di quasi 1400 W/ m 2quando ci
troviamo al perielio ed un minimo di poco superiore a 1300 quando ci troviamo nel punto più distante dal
sole della nostra orbita. Questo valore di flusso radiativo medio annuale corrisponde complessivamente a
una potenza media che incide sulla atmosfera terrestre di 178.000 TW. L’energia irraggiata dal sole
sarebbe abbondantemente sufficiente a coprire il fabbisogno energetico mondiale, infatti ogni anno
arrivano dal sole 19.000 Gtep e la richiesta di energia primaria è di circa 12-13 Gtep, il fabbisogno è di un
altro ordine di grandezza.

Chiaramente ciò è vero solo in teoria perché l’energia materialmente disponibile per eventuali utilizzi di
tipo energetico, è molto inferiore rispetto a quella che il sole invia, non tutta arriva al suolo. Ci sono una
serie di riflessioni (dal limite dell’atmosfera, dalle nuvole, dalla stessa superficie terrestre) corrispondenti ad
un 30% del totale. Una parte di energia viene poi assorbita dall’atmosfera che non è perfettamente
trasparente e dalle stesse nuvole.

Nel grafico vediamo che l’energia che arriva al suolo è colorata in arancione, sono evidenziate anche le
sostanze responsabili in linea maggiore dell’assorbimento: ozono, ossigeno, vapore d’acqua,.. a seconda se
le molecole assorbano più radiazione a seconda della lunghezza d’onda. C’è la CO2, un classico gas serra,
che è quasi trasparente alla radiazione incidente a bassa lunghezza d’onda e quasi opaco a quella ad
elevata lunghezza d’onda (infrarossa) riemessa. Alla fine, arriva al suolo più o meno la metà di tutta la
radiazione.

Tornando al discorso base, se volessimo produrre con pannelli fotovoltaici, tutta l’energia elettrica
consumata oggi al mondo servirebbero circa 200.000 km 2. Attualmente si possono disporre anche sul mare
(non solo su terre emerse) mediante piattaforme galleggianti. Non dobbiamo ovviamente pensare di
colmare con pannelli tutto il fabbisogno energetico mondiale, ci sarebbero problemi di intermittenza,
l’energia solare andrebbe accumulata perché non è sempre disponibile, sarebbero richiesti investimenti
superiori in ordine di grandezza rispetto all’intero prodotto interno lordo mondiale.

Allora, come ci arriva questa radiazione solare?


Non c’è solo assorbimento diretto perché l’atmosfera oltre ad assorbire parte della radiazione solare e poi a
riemetterla secondo una direzione diversa rispetto a quella da cui proveniva, ha anche un altro effetto: ci
sono particelle che vanno a interferire con la radiazione solare che ha un lunghezza d’onda variabile,
modificando con un effetto di rifrazione la direzione secondo cui la radiazione arriva al suolo. C’è poi la
riflessione di tutte le superfici che circondano la nostra superficie captante. Quando istalliamo al suolo una
certa superficie con l’obiettivo di catturare la radiazione solare, dobbiamo considerare il fatto che solo
un’aliquota di essa ci arriverà lungo la direzione della congiungente tra il sole e al superficie captante
stessa, un’altra aliquota arriverà da altre direzioni: sarà il contributo dovuto alla diffusione e all’albedo, di
tutte le superfici che circondano quella di interesse. Aliquote diretta, diffusa ed albedo dipendono
dall’ambiente, dalla presenza di nuvole. Nella condizione migliore possibile (assenza di nuvolosità), quello
che possiamo sperare di captare al suolo, non supera i 1000 W/ m 2. Questo ovviamente non è da intendersi
come il valore della costante solare, quello è il valore medio annuale che non potrà mai essere superato
almeno finché il sole continuerà a comportarsi come negli ultimi 2 miliardi di anni. Questo è un valore
indicativo. Può ance capitare che in una giornata estia si raggiungano 1050-1100 W/m 2. Mediamente il
picco della radiazione solare sulla superficie captante al suolo si aggira intorno 1000, valore massimo su cui
convenzionalmente vengono dimensionati e progettati tutti i sistemi solari.

Quanto valgono in percentuale la radiazione diretta e la radiazione diffusa?

Dipende dalla zona in cui si trova la superficie captante, dalla presenza di nuvole e dall’ambiente in cui essa
è inserita, infatti se è circondata da molte superfici riflettenti ci sarà una componente diffusa maggiore.

Per quanto riguarda i fenomeni connessi all’albedo, cioè le riflessioni delle superfici intorno quella
captante, la loro influenza dipende dalla natura delle superfici stesse , come si vede nella tabella seguente
dov’è riportato il coefficiente di riflessione.
Si osserva che la neve ha albedo altissimo con coefficiente di riflessione di 0,75, mentre altre superfici
hanno coefficienti di 0,10-0,20 ed in questo caso l’elemento di riflessione diventa meno rilevante.

Per quanto riguarda il contributo dovuto alla presenza di nuvole, leggiamo la tabella in basso:

Se abbiamo un cielo perfettamente sereno con il sole sufficientemente alto e una superficie ortogonale ai
W
raggi solari possiamo arrivare a intercettare circa 1000 di supericie, di cui un 90% sarà radiazione diretta
m2
e un 10% diffusa, l’atmosfera terrestre comunque crea un certo effetto di diffusione , anche ad atmosfera
W
pulita. Se c’è un po’ di nebbia, a parità di altre condizioni, dobbiamo spettare arrivino 600 , metà
m2
radiazione diretta, metà diffusa. Come si può osservare in tabella quando cambiano le condizioni
atmosferiche la componente diffusa diventa sempre più importante, ad esempio con un cielo molto
coperto può arrivare anche al 50% e perfino al 100% se è completamente coperto (anche in pieno giorno) e
quindi la radiazione che arriva, in misura molto inferiore rispetto ai 1000 del caso ideale, è esclusivamente
di tipo diffuso.
Da che cosa dipende effettivamente la quantità di energia che si riesce a captare?

Sulla base di quanto detto prima, è ovvio che la quantità di energia che inciderà sulla superficie captante
dipenderà moltissimo dalla posizione relativa della superficie e del sole. Nella diapositiva vediamo i
parametri geometrici che servono per caratterizzare questa posizione in un determinato istante.
 Latitudine (Φ): è l’angolo formato dalla retta che congiunge il sito in cui si trova la superficie con il
centro della terra e dal piano equatoriale, è uno dei parametri essenziali per conoscere la quantità
di energia che può arrivare sulla superficie. Non è rappresentato in figura, si suppone che sia un
dato noto, ad esempio a Napoli è circa 40°C.

Per una determinata latitudine ci sono i seguenti angoli caratteristici:

superficie

Questa è la
normale

 Azimut solare (α): è l’angolo che la proiezione sul piano orizzontale della congiungente tra il sole e
la superficie captante forma con il semiasse sud-nord. È un dato che identifica la posizione del sole
rispetto al punto di osservazione P. ConvenzioneÈ positivo se il è verso est e negativo se è verso
ovest.
 Altezza solare (β): è l’angolo formato dalla congiungente Sole-Terra nel sito di riferimento con il
piano orizzontale. Il valore di quest’angolo dipende dall’ora del giorno e dal momento dell’anno.
Dei valori caratteristici sono quelli che si registrano nei due solstizi. Al solstizio d’estate l’angolo
beta è massimo cioè β=β MAX= ( 90° −Φ ) +23,45 ° , quindi a Napoli sono circa 73° (noi siamo ad
una latitudine di 40 gradi) , a latitudini inferiori l’altezza solare massima è sempre più grande man
mano che ci si avvicina ai tropici e soltanto nella fascia compresa tra il tropico del cancro e quello
del capricorno l’altezza solare, in un certo periodo dell’anno, può essere di 90°. Al solstizio
d’inverno si ha l’altezza minima, cioè a mezzogiorno di questa giornata il Sole ha un’altezza minima
pari a β=β MIN= ( 90° −Φ ) −23,45° . A Napoli sarà di circa 27°, questi valori sono riferiti alle
altezze a mezzogiorno, poi durante la giornata varia da 0° al massimo che è proprio il valore che è
stato calcolato.

Con questi due angoli si caratterizza, in un determinato istante, la posizione del sole rispetto ad un
determinato sito.

Per caratterizzare l’orientamento della superficie captante rispetto ai raggi solari ci si avvale di altri 2 angoli:

 Azimut della superficie (γ): si calcola prendendo dalla normale alla superficie captante, la si
proietta sul piano orizzontale e si misura l’angolo rispetto al semiasse nord-sud. In pratica è la
stessa definizione dell’azimut solare ma riferita alla retta normale alla superficie captante invece
che alla congiungente Sole- Terra.
 Tilt della superficie (Ψ): è l’angolo formato dalla superficie con il piano orizzontale.

Conoscendo tutti questi parametri si può capire la posizione e l’inclinazione della superficie rispetto al Sole
da cui dipenderà la quantità di energia che la superficie riuscirà a captare.
Gli angoli di 23.45° visti nel calcolo dell’altezza solare sono nient’altro che i valori della declinazione solare
ai due solstizi e sono proprio gli angoli di inclinazione dell’asse terrestre.

N.B. Il professore usa questo valore di 23.45°, tuttavia il valore corretto per il calcolo dell’altezza solare è
23.27° (per la precisione i dati più aggiornati dicono 23.26°) dato che questa è la latitudine dei tropici e
l’inclinazione dell’asse terrestre (ndr).

La declinazione è definita come la latitudine alla quale il sole alle ore 12 si trova allo zenit (β=90°), in altre
parole quale latitudine è necessario raggiungere affinché alle ore 12 il sole sia allo zenit.
L’andamento di quest’ angolo è descritto dal grafico seguente:

Nei due equinozi la declinazione è nulla perché per avere il sole allo zenit a mezzogiorno ci si deve trovare
all’equatore cioè a latitudine zero. Nei due solstizi le latitudini sono di + o - 23.45° che corrispondono ai due
tropici, non ci sono valori maggiori in modulo perché, come detto prima, al di fuori della fascia tropicale il
sole non raggiunge mai lo zenit cioè β è sempre minore di 90°.

Quanta energia arriva sulla superficie?

Cominciamo a vedere ciò che accade su una superficie ortogonale ai raggi solari.
Se consideriamo una superficie che ha un certo angolo di inclinazione ɛ rispetto alla superficie ortogonale,
questa superficie vedrà arrivare una radiazione termica più bassa. Da un banalissimo bilancio di energia si
vede che essa è la stessa che arriva sulla superficie fittizia ortogonale An . Se calcoliamo G n il flusso radiativo
su questa superficie ortogonale, moltiplichiamo per An , otteniamo la potenza W/m 2.Questi watt saranno
gli stessi per “la conservazione dell’energia”, che arrivano sull’altra superficie. Calcoliamo questa potenza
come G ε × A=G n × An . Dato che A=A n ×cos ε , sostituendo vediamo che in termini di flusso sulla
superficie inclinata di ɛ rispetto quella ortogonale, arriva un’aliquota del flusso radiativo che arriverebbe su
una superficie a 90 gradi rispetto alla radiazione solare; questa frazione è pari al cos ε . Maggiore è l’angolo
ɛ, minore è il suo coseno che è il fattore di penalizzazione da applicare per passare dalla radiazione
incidente sulla superficie ortogonale ai raggi solari, a quella che ci interessa.

Dato che il rapporto tra le aree ortogonale ed inclinata è pari a cos ɛ si ricava che il flusso che arriva sulla
superficie non ortogonale è pari a: G ε =G n × cos ε.

Più è grande l’angolo ɛ , quindi più la superficie si allontana rispetto all’orientamento ottimale, più il flusso
si allontanerà rispetto al valore G n che si otterrebbe con superficie ortogonale.

Per avere sempre la situazione ottimale, quindi, si dovrebbe riuscire ad inseguire la radiazione solare
facendo in modo che la superficie captante sia sempre ortogonale rispetto ai raggi solari

Da cosa dipende G n ?

È legata a G 0, alla radiazione extra-atmosferica e sarà un’aliquota di essa. Dipenderà dalla distanza che la
radiazione deve percorrere nell’atmosfera. Maggiore è questa, minore sarà l’energia che riesce ad arrivare
nel nostro punto di osservazione perché l’atmosfera non è mai perfettamente trasparente. La distanza d,
sarà con ottima approssimazione, rispetto all’altezza della radiazione terrestre che è circa 100 km, sarà
d/dmin= 1/ sin β. In primo fattore che influenza la radiazione incidente è quindi l’altezza solare.

Se questa superficie si trovasse al di fuori dell’atmosfera terrestre il valore del flusso radiativo che
W
arriverebbe sulla superficie corrisponderebbe alla costante solare G 0 pari a circa 1370
. Se la superficie
m2
W
si trova al suolo il valore sarà sicuramente più basso, non superiore a circa 1000 2 , perché anche in
m
assenza di nubi i raggi solari devono attraversare circa 100 Km di atmosfera terrestre.

Il secondo elemento è il coefficiente di trasparenza.

L’atmosfera ha una trasparenza alla radiazione solare piuttosto buona ma non perfetta, quindi il
coefficiente di trasparenza τ dell’atmosfera rispetto alla radiazione solare è pari a 0.8 nel migliore dei casi.
Per calcolare la radiazione G n che arriva su una superficie ortogonale ai raggi solari si può utilizzare
AM
l’espressione semi-empirica: G n=G 0 × τ dove l’esponente di τ è il coefficiente di massa d’aria.

Il coefficiente τ dipende dalle condizioni atmosferiche e dal livello di inquinamento dell’aria e varia da 0.5 a
0.8. Il coefficiente AM è, invece, puramente geometrico ed è definito come il rapporto tra la distanza d che i
raggi devono effettivamente percorrere all’interno dell’atmosfera per arrivare al suolo e la distanza minima
cioè quella che si avrebbe se il percorso fosse il minimo possibile ovvero se i raggi avessero direzione
perpendicolare al suolo.
d 1
Grossomodo il rapporto è uguale a , ne consegue che nel migliore dei casi, con τ=0.8 e AM
d min sin β
W
circa 1 si ottiene il valore massimo di 1000 2 già visto precedentemente. In definitiva il flusso radiativo
m
W
massimo incidente su una superficie al suolo ortogonale ai raggi solari è intorno a 1000 2 , in realtà il
m
valore massimo reale è un po’ più alto (1050/1100), ma ciò accade per pochissimi giorni all’anno e quindi
W
nel dimensionamento dei sistemi solari si utilizza come valore di picco quello di riferimento pari a 1000
m2
che è raggiunto in diversi giorni dell’anno.

.
Nel diagramma polare si vede come per una superficie captante fissa, senza inseguimento della posizione
del sole, l’inclinazione della superficie e l’orientamento rispetto al semiasse nord-sud incidono sulla
quantità di energia che si può ottenere. In questo diagramma, che è adatto solo a considerazioni di tipo
qualitativo, i colori corrispondono all’irraggiamento annuo ottenibile in percentuale rispetto al massimo,
quindi nel giallo vivo si ha il massimo della radiazione solare su base annua e man mano che ci si sposta
verso il rosso ed il blu si ottiene sempre meno energia. Le circonferenze in bianco corrispondono a vari
diversi gradi dell’angolo di tilt (il centro ovviamente corrisponde ad una superficie orizzontale, la
circonferenza più esterna ad una superficie verticale). Sulla scala graduata che si trova sulla corona esterna
si legge l’Azimut, cioè l’orientamento della superficie rispetto al semiasse nord-sud, se la superficie è
orientata a sud le letture si effettuano sulla retta congiungente il centro del diagramma con il valore di
azimut pari zero, in generale per una superficie orientata con un angolo diverso da zero rispetto al sud
come quella dell’esempio che è a 45° (sud-ovest) le letture si fanno lungo una retta come quella
tratteggiata in figura ed il valore della radiazione dipende dal Tilt che si legge sulle circonferenze interne.
Quindi nel caso in figura il massimo della radiazione si avrà per un tilt intorno ai 30°, infatti per valori
prossimi a questo il colore del diagramma è tra l’area più gialla di tutte e l’altra più chiara che corrisponde
ad un valore di circa il 95 % (cioè la radiazione media che arriverà sarà il 95% del massimo il 100% si
ottiene con un tilt di circa 35 gradi ed un azimut pari a 0 che significa che la superficie è orientata a Sud). Se
la superficie ha un angolo di tilt superiore, ad esempio 90° (superficie verticale) ci si trova nella zona rossa e
quindi si perde il 30% della radiazione rispetto al massimo. Ci dice inoltre che se ci spostiamo
dall’orientamento ottimale a sud, sia verso est che verso ovest, fino a 30-40 gradi, perdiamo meno del 5%.
Spostandoci ulteriormente la situazione sarà molto penalizzante. Stessa cosa se ci spostiamo verso una
superficie orizzontale o verticale (possiamo arrivare a perdere fino al 30% odi più). Questo diagramma è
riferito ad una certa località e vale per l’emisfero boreale.

Quindi, si deduce che per avere il massimo dell’irradiazione su base annua, cioè mantenersi all’interno della
regione di colore giallo, l’orientamento deve essere a sud, eventualmente anche con un angolo di azimut
compreso tra -10° e 10°, e poi l’angolo di tilt deve essere tra i 20° ed i 50°, più ci si allontana da queste
condizioni di orientamento ottimale più si perde una parte sempre maggiore di radiazione solare.

Tutto ciò è sintetizzato nella diapositiva sotto: