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APPUNTI EURIPIDE

LE TRAGEDIE AL FEMMINILE.
ALCESTI: È una delle tragedie più antiche. Fu rappresentata nel 438 a.C. e presenta un lieto fine,
contravvenendo dunque alla caratteristica fondamentale della tragedia. Ciò si può spiegare alla luce
del fatto che nell’ambito della tetralogia di appartenenza, essa occupava il posto del dramma
satiresco, pertanto il lieto fine può essere visto come un allentamento della tensione accumulatasi
nello spettatore alla vista di tre tragedie con un finale tragico. Apollo narra di essere stato
condannato da Zeus a servire in qualità di schiavo nella casa di Admeto, re di Fere in Tessaglia, per
espiare la colpa di aver ucciso i Ciclopi colpevoli, a loro volta, di aver fabbricato le folgori con le
quali Zeus stesso aveva ucciso Asclepio, il figlio di Apollo. Apollo era stato accolto benevolmente
da Admeto e per mostrargli la sua riconoscenza aveva ottenuto dalle Moire che il re potesse
sfuggire alla Morte, a condizione che qualcuno si sacrificasse per lui. Gli anziani genitori rifiutano
entrambi. È la giovane Alcesti, madre di due bambini, a offrirsi di morire al posto del consorte e sta
per esalare l’ultimo respiro mentre il dio racconta l’antefatto. Poco prima che Thanatos la porti con
sé, Alcesti chiede al marito di non prendere in sposa nessuna donna dopo di lei. Dopo la morte di
Alcesti, giunge alla casa di Admeto Eracle, a cui Admeto concede subito ospitalità; Admeto vieta
inoltre di svelare l’identità del morto, per non porre Eracle in una situazione di imbarazzo.
Terminato il banchetto in suo onore, Eracle ricompare sulla scena ubriaco (per allentare la tensione
dello spettatore) dopo un agon logon nel quale Admeto ha rimproverato al padre Ferete di non
essersi voluto, lui vecchio, sacrificare per il figlio, mentre Feres ha rinfacciato al figlio la sua viltà,
in quanto non ha voluto affrontare la morte. Eracle comprende finalmente, dalle aperte parole di un
servo, che è morta Alcesti. Per ricambiare la generosa ospitalità Eracle decide di scendere nell’Ade
per riportare in vita la giovane. La strappa infatti a Thanatos (la morte) e la restituisce al marito
velata. Admeto quando vede la donna è riluttante, perché non riconoscendo sua moglie poiché
velata, non vuole infrangere la promessa fatta ad Alcesti. Alla fine della tragedia Admeto, su
insistenza di Eracle, accetta di sposare la donna, e capisce che si tratta in realtà di sua moglie
Alcesti. In questa tragedia centrale è il tema dell’egoistico attaccamento alla vita (Admeto-Ferete)
contrapposto a quello dell’amore come dono incondizionato di sé(Alcesti). Altro tema è l’ospitalità.
Una parte della critica moderna ha ritenuto che Euripide abbia scritto questa tragedia come pretesto
per comporre un discorso sul modello dei dissòi lògoi dei sofisti, esercitazioni retoriche in cui
venivano discussi dei contenuti opposti. La stessa persona, per dimostrare il potere della parola,
dimostra prima che una cosa è falsa e poi che la stessa cosa è vera.
MEDEA: Fu rappresentata nel 431 a.C. ed ebbe un’accoglienza molto deludente. Si apre con un
prologo, esplicativo, recitato dalla nutrice, che ricorda come Medea abbia aiutato Giasone nella
missione alla conquista del vello d’oro. Giasone era figlio di Esone, al quale il fratellastro Pelia
aveva usurpato il trono di Iolco, città della Tessaglia; Giasone fu allora affidato alle cure del
centauro Chirone sul monte Pelion. Divenuto adulto, decise di scendere a Iolco per riconquistare il
regno paterno. Si presentò a Pelia e gli chiese la restituzione dello scettro. Pelia acconsentì, ma a un
patto: che il giovane nipote si recasse, al suo posto, nella Colchide, impervia regione sulle coste del
mar Nero, a prendere il vello d’oro (una pelle di montone interamente intessuta in oro). Il vello si
trovava in un bosco sacro ad Ares, appeso a una quercia e custodito da un drago. Giasone accettò.
Con lui parteciparono all’impresa noti eroi del tempo: Eracle, i Dioscuri, i figli di Borea, il cantore
Orfeo e altri; tutti presero il nome di Argonauti. Imbarcatisi sulla nave, costruita con gli abeti del
monte Pelion e chiamata Argo dal nome del costruttore, gli Argonauti salparono. Il viaggio fu molto
avventuroso, ma finalmente giunsero nella Colchide, dove regnava il re Eeta, che promise a
Giasone di consegnargli il vello se egli fosse riuscito a domare due tori dalle unghie di bronzo e
spiranti fiamme dalle narici, ad aggiogarli all’aratro e a solcare con essi un campo sacro ad Ares,
seminando denti di drago e combattendo contro i guerrieri nati da quei denti. Un’impresa veramente
impossibile. Ma il fato venne in aiuto a Giasone: Eeta aveva infatti una figlia di nome Medea, che si
innamorò di Giasone perché colpita da una freccia di Eros. La ragazza gli promise, in cambio di
«amore eterno», un aiuto risolutore, usando le arti magiche (un unguento miracoloso) ereditate
dalla maga Circe, sua zia. Conquistato il vello d’oro, i due fuggirono insieme per mare. Il padre di
Medea, accortosi dell’inganno, furioso per il tradimento della figlia, iniziò un serrato inseguimento
con l’altro suo figlio, Absirto. Medea si macchiò allora del suo primo atroce delitto: uccise il
fratello e, dopo averne smembrato il cadavere, ne gettò in mare i brandelli, costringendo il padre a
fermarsi per recuperare i poveri resti. La nave, dopo varie traversie, giunse a Iolco; come promesso,
Giasone consegnò il vello d’oro allo zio Pelia che, invece, non mantenne la parola data e non gli
restituì il regno. Medea, istigata da Giasone, indusse le figlie di Pelia a fare a pezzi il padre e
bollirne le carni, convincendole che con la sua arte magica lo avrebbe reso più giovane. Compiuto
l’orrendo assassinio, Giasone e Medea vennero cacciati dal successore di Pelia, Acasto. Emigrarono
quindi a Corinto, dove regnava il re Creonte che aveva una bella e giovane figlia, Glauce… Qui si
innesta la vicenda della tragedia. Medea e Giasone si sono rifugiati a Corinto dopo varie
peregrinazioni in seguito alla conquista del vello d’oro. Dal loro matrimonio sono nati due figli.
Quando i figli sono ancora piccoli, Giasone decide di ripudiare la moglie per sposare Glauce, la
figlia di Creonte, il re di Corinto. Creonte, temendo che Medea, sdegnata, possa costituire un
pericolo per i due futuri sposi, ordina l’esilio per lei e per i figli. Medea riesce, astutamente, a
commuoverlo e a rimandare di un giorno la partenza, giorno che le servirà per attuare la sua
vendetta. Giunge frattanto a Corinto Egeo, re di Atene, al quale Medea strappa una promessa di
aiuto e di asilo per il futuro. Medea, decisa nel suo proposito vendicativo, finge così di
riappacificarsi con Giasone e invia addirittura i suoi figli con doni di nozze per Glauce: un peplo e
un diadema, entrambi imbevuti di un potente veleno che fa morire atrocemente la giovane donna e
suo padre, invano accorso in aiuto. La morte di Glauce e di Creonte non placa la collera di Medea
che, per annientare completamente Giasone, trova la forza di uccidere anche i figli, i cui cadaveri
porterà via con sé, in fuga sul carro alato di suo nonno Eolo, il dio Sole, invocando per Giasone una
vecchiaia straziata dal dolore e dal rimorso. (T1 T3, T4, MEDEA PARLA ALLE DONNE DI
CORINTO). La prima cosa che si evince dalla lettura di questa tragedia è la lucida e consapevole
volontà di compiere il male: quando sta per uccidere i figli Medea dice di voler lasciare a dopo la
sua disperazione, è dunque perfettamente consapevole del dolore che la sua azione provocherà. È un
concetto importantissimo perché è la prima volta che l’azione di un personaggio non è dettata dalla
volontà degli dei o da un oracolo, ma dalla pulsione, dallo thumos, la pulsione interiore che porta
ogni personaggio a compiere determinati atti. Questa tragedia offre inoltre varie possibilità di
confronto: Eschilo Orestea  Oreste si macchia dell’omicidio della madre, ma, nel compiere
questo delitto, Oreste obbedisce ad una legge del genos, e al tempo stesso è spinto da Apollo.
SofocleDeianira subisce un torto simile a quello che ha subito Medea: Eracle ritorna con la
bellissima Iole. Deianira cerca di porvi rimedio, ma provoca la morte del marito. Eracle prende poi
coscienza che si è compiuto quello che un antico oracolo aveva predetto. In Medea è invece la
lucida volontà a determinarne le azioni: è lo thumos che spinge Medea a uccidere i suoi stessi figli
pur di punire suo marito Giasone per il torto subito. Medea è dotata di piena autonomia intellettuale,
agisce del tutto da sola. Nel discorso che Medea ha con le donne di Corinto, si desume la
condizione della donna in quel periodo. Non c’è niente di misogino in Euripide, anzi, c’è
un’attenzione particolare al mondo femminile, riguardo a cui si può operare un confronto con le
Coefore di Eschilo: Clitemnestra ribadisce le sue ragioni al figlio Oreste, e timidamente dice anche
il motivo del letto tradito, e che non è facile per una donna stare per dieci anni senza il proprio
uomo. Oreste la interrompe subito. Medea invece dice apertamente che è per quello: quando
Giasone le chiede, utilizzando il verbo knizo, ella risponde senza esitare per un solo momento di sì.
Medea denuncia la situazione della donna. La critica ha ritenuto che in ciò vi sia un’implicita
condanna da parte di Euripide dell’arroganza elleno centrica rappresentata da Giasone (“ti ho
portato dove si vive secondo leggi”). Alcuni critici hanno ritenuto che Euripide abbia voluto
denunciare gli eccessi dell’imperialismo ateniese, e gli eccessi in generale (“gli eccessi non danno
alcun vantaggio ai mortali”).
IPPOLITO: Ippolito di Euripide fu composto nel 428 a.C. È il rifacimento dell’Ippolito
velato,  oggi perduto e che aveva suscitato enorme scandalo in Atene. L’Ippolito velato, infatti, è
così detto perché il protagonista a un certo punto si velava il capo per la vergogna nel sentire la
scabrosa confessione della insana passione amorosa della matrigna per lui. L’argomento premesso
al testo della tragedia ci informa che l’autore riscrisse alcune parti del dramma eliminando «quanto
era in esso di sconveniente e degno di riprovazione”. Non si conoscono i titoli delle altre due
tragedie formanti la trilogia, né quello del dramma satiresco. Sappiamo, tuttavia, che Euripide, in
quell’occasione conquistò il primo premio. In Trezene, nella reggia di Pitteo, Fedra, la moglie di
Teseo, si è innamorata perdutamente del figliastro Ippolito, nato da Teseo e dall’amazzone Ippolita.
Il giovane, appassionato cacciatore, ha suscitato lo sdegno di Afrodite rivolgendo ogni sua
attenzione alla sua dea preferita, Artemide. L’innamoramento di Fedra è appunto la vendetta della
dea, da Ippolito troppo superbamente trascurata. Dopo un festoso ritorno di Ippolito e dei compagni
dalla caccia e un elogio del giovane all’indirizzo di Artemide che egli dichiara sua unica dea
(invano i compagni e il coro lo ammoniscono a non trascurare una dea potente come Afrodite),
compare sulla scena Fedra, la quale, affranta e consunta dalla passione, finisce col far comprendere
la natura e la causa del suo male alla nutrice che la sta amorevolmente sorreggendo e curando. La
vecchia, credendo di fare il bene della padrona, rivela tutto a Ippolito, il quale prorompe in una
sdegnata requisitoria contro la matrigna e contro tutta la stirpe delle donne. Fedra ha udito tutto e,
sentendosi svergognata e, insieme, offesa dallo sdegnoso rifiuto del figliastro, prende una tragica
decisione: il suicidio. Ma prima di morire scrive una lettera nella quale, per vendetta, accusa
Ippolito di aver attentato al suo onore. Teseo, che ritorna in quel momento dall’Ade, apprende dallo
scritto di Fedra la causa della sua morte e quindi scaccia il figlio e invoca su di lui vendetta dal
padre Poseidone. Il dio del mare ascolta ed esaudisce la preghiera del figlio Teseo: fa uscire dai
flutti un toro mostruoso che spaventa e fa imbizzarrire i cavalli aggiogati al cocchio sul quale
Ippolito, esule, si sta recando ad Epidamno. Sfuggiti al controllo del giovane i cavalli fanno
infrangere il cocchio e trascinano per lungo tratto Ippolito impigliato nelle briglie. Condotto
agonizzante davanti a Teseo, Ippolito viene discolpato da Artemide ex machina e mentre Teseo, nel
pianto, maledice se stesso, Ippolito nobilmente lo perdona e muore felice di contemplare la sua dea
adorata. L’Ippolito è una tragedia al femminile, nonostante il titolo, determinato dal fatto che è la
condotta di vita di Ippolito che innesca i meccanismi generanti la passione di Fedra. Il tema della
donna già sposata che si innamora di un ragazzo più giovane che la ripudia e che poi viene accusato
dalla donna stessa lo ritroviamo già nel VI libro dell’Iliade: Innamoratasi di Bellerofonte, ospite del
marito, fu da lui rifiutata. Per vendicarsi accusò l'eroe di aver cercato di sedurla e convinse Preto ad
ucciderlo. Le leggi greche dell'ospitalità impedivano però l'uccisione di un commensale e quindi
Preto inviò Bellerofonte da Iobate, con la scusa di consegnargli una lettera (che ne richiedeva, in
realtà, l'uccisione).Anche Iobate però ospitò Bellerofonte e sempre per osservanza delle leggi, non
se la sentì di assassinarlo direttamente così preferì chiedere al giovane di uccidere la Chimera, un
mostro dalla testa di leone, il corpo di caprone e la coda di serpente che sputava fiamme.In seguito
gli venne chiesto di affrontare ulteriori prove mortali, come combattere contro il violento popolo
dei Solimi, di uccidere le Amazzoni e di affrontare un attentato preparato dallo stesso Iobate.Dopo
averlo visto superare tutte le imprese, Iobate riconobbe la protezione divina di cui godeva
Bellerofonte e gli diede in sposa una delle sue figlie. Protagonista di questa tragedia è una donna
spinta nell’agire dallo thumos, dalla pulsione erotica. Fedra presenta punti di contatto con Medea,
poiché è una donna sposata, per lo più greca, deve resistere alla sua passione per Ippolito.
Attraverso Fedra viene evidenziata la condizione femminile. Ciò che la nostra protagonista non
perde mai di vista è la cura del suo buon nome e della sua reputazione: in nome di essa reprime la
passione erotica e poi accusa Ippolito. Sia Ippolito che Fedra rappresentano, seppur in modo
diverso, due modelli di sofrosune, ossia di moderazione. Quella di Fedra scaturisce dalle
convenzioni sociali, quella di Ippolito invece da una sua libera scelta. Le due figure fanno la stessa
fine: entrambi muoiono a causa della sofrosune.
LE TRAGEDIE DELLA GUERRA.
Andromaca, Ecuba, Troiane. Possono essere considerate sia tragedie al femminile che tragedie
inerenti il tema della guerra, ovviamente si fa riferimento alla guerra di Troia. Tra le tragedie della
guerra potrebbero rientrare anche Eraclidi e Supplici; tutte queste tragedie sono accomunate dal
periodo in cui sono state rappresentate: 430-415 a.C., quindi esse sono state composte e
rappresentate nelle prime due fasi della guerra del Peloponneso.
GUERRA DEL PELOPONNESO: 3 fasi.
 I° FASE: 430- 421 a.C.
Sparta invade l’Attica (la popolazione viene evacuata dentro le mura di Atene) Piano di Pericle:
1.    No battaglia campale
2.    Sì sfruttamento flotta per approvvigionamento
3.    sì incursioni per logorare l’avversario
Ad Atene scoppia la PESTE che falcia la popolazione (muore anche Pericle 429 a.C.)
A Pericle succede CLEONE, molto criticato perché corrotto, spregiudicato e poco lungimirante.
Le operazioni militari si prolungano senza eventi eclatanti:
-    ogni estate l’esercito spartano saccheggia la campagna attica e poi si ritira
-    Atene domina sui mari
-    Vittoria ateniesi a Sfacteria (isola del Peloponneso)
Reazione di Sparta
Battaglia di Anfiboli: muoiono sia Cleone che Brasida (i maggiori sostenitori della guerra)
Atteggiamento più conciliante : 421 a.C.
PACE DI NICIA (Nicia, capo del partito moderato ateniese). 
II° FASE: 415 a.C.
offensiva militare contro Melo (provocazione di Atene nei confronti di Sparta)
415 a.C. SPEDIZIONE ateniese in SICILIA in aiuto di Segeste contro Siracusa              
OBIETTIVO: ottenere risorse per sconfiggere Sparta
(Alcibiade-Lamaco-Nicia)
- operazioni militari più difficili del previsto
- estromissione di Alcibiade (che si rifugiò a Sparta)
- contingente spartano in aiuto di Siracusa
- flotta di Corinto in aiuto di Siracusa
- malaria tra i soldati ateniesi.
Atene manda una nuova flotta al comando di DEMOSTENE che, dopo una sconfitta sulla terra,
propone una ritirata che però viene rimandata per:
-    presagio divino sfavorevole ( eclissi di luna)
-    Nicia (spera in un accordo con i Siracusani)
L’indugio è fatale: i siracusani sbaragliano e distruggono sia la flotta che l’esercito ateniesi.
La sconfitta degli ateniesi è totale. 
III° Fase.
Gli Spartani riprendono la Guerra e su consiglio di Alcibiade, fortificano  DECELEA, località
dell’Attica (presidio fisso)
Atene è costantemente sotto assedio
Numerose città della lega di Delo disertano
I persiani si alleano con gli Spartani
Atene reagisce, utilizza il tesoro del Partendone, riallestisce la flotta e riesce a resistere per quasi 10
anni (in questi anni si alternano al potere al potere democratico e conservatore e Alcibiade torna ad
Atene)
Sparta sostenuta dall’oro persiano, allestisce una flotta che sconfigge e distrugge quella ateniese
Atene, sconfitta sia per terra che per mare è costretta a chiedere la resa. La città è risparmiata e non
viene distrutta, ma le condizioni di pace sono molto dure:
-    abbattimento mura
-    rinuncia alla flotta e all’egemonia
-    abolizione costituzione democratica
-    ingresso come stato satellite nella lega del Peloponneso.
Caratteristica costante delle tragedie della guerra è la condanna di questa da parte di Euripide, di cui
egli mette in luce le conseguenze luttuose.
ANDROMACA: Antefatto: Andromaca, vedova di Ettore vive a Ftia, come schiava di Neottolemo,
a cui ha dato un figlio, Molosso. Andromaca, la vedova di Ettore, è divenuta concubina del suo
nuovo signore, Neottolemo, re dell’Epiro e figlio di Achille. È odiata da Ermione, figlia di Menelao
e di Elena e moglie legittima di Neottolemo. Andromaca è dunque costretta a fuggire con Molosso,
il figlio avuto dal re, e si rifugia nel tempio di Teti. Neottolemo intanto si è recato a Delfi a
compiere un solenne sacrificio espiatorio al dio da lui precedentemente offeso. In sua assenza,
Ermione, con l’aiuto del padre, decide di uccidere Andromaca e Molosso. Ermione e Menelao
quindi raggiungono Andromaca che si è rifugiata presso un altare sacro alla dea Teti. Andromaca
sta per essere spietatamente uccisa, quando giunge in scena – mandato a chiamare da Andromaca
tramite una fida ancella – Peleo, padre di Achille e, quindi, nonno di Neottolemo. Peleo riesce a far
liberare Andromaca e Molosso e si allontana con essi. Ermione vorrebbe uccidersi per la
disperazione, ma viene salvata da Oreste. Oreste è figlio di Agamennone e Clitemnestra e un tempo
era stato promesso sposo di Ermione. Oreste conduce Ermione con sé, a Delfi. A Delfi, Oreste
vuole uccidere Neottolemo che, a suo tempo, gli ha strappato la sposa (Ermione) a lui promessa da
Menelao. A Delfi, Oreste riesce a sobillare il popolo contro Neottolemo, che viene ucciso all’uscita
dal tempio. Il vecchio Peleo è disperato perché vede estinta la sua stirpe. Viene consolato dalla sua
divina sposa, Teti, che gli predice che Molosso, sua progenie, darà inizio alla stirpe degli Eacidi,
che dominerà sulla terra dei Molossi. Lo stesso Peleo godrà di vita immortale presso la sua sposa
nella casa di Nereo, padre di Teti, e potrà anche rivedere, nell’isola di Leuce nel mar Nero,
l’adorato suo figlio Achille. Lo sfondo di questa tragedia è rappresentato dalla guerra, di cui
Euripide mette in luce il duplice volto: gioia per chi vince, pianto e lutto per chi perde. Le
considerazioni di Euripide sono qui ancora blande, perché questa tragedia è stata composta nei
primissimi anni della guerra del Peloponneso, e cioè quando si aveva ancora fiducia nella vittoria di
Atene. Già in questa tragedia, tuttavia, E. sottolinea come la guerra porti conseguenze luttuose
anche per chi vince (Neottolemo viene ucciso). Attraverso il personaggio di Andromaca viene
messo in luce il topos letterario della volubilità della sorte. Il coro dice:” Invidiabile nel passato era
Andromaca, ora donna infelicissima”. In questa tragedia vediamo poi contrapposti due modelli di
donna: Andromaca ed Ermione.
 Andromaca: saggia, forte, sa sopportare le avversità del destino, sopporta di dividere il letto
con l’uomo figlio dell’uccisore di suo marito, ama con tutta sé stessa Molosso, figlio della
violenza.
 Ermione: volubile, vendicativa; sterilità fisica simbolo della sterilità interiore.
Questi due personaggi sono le figure portanti dell’intera tragedia. Il titolo si adatta solo alla prima
parte (Andromaca è protagonista assoluta dell’intera tragedia), nella seconda è invece protagonista
Ermione. I personaggi maschili sono marginali, Menelao è succube di sua figlia, Neottolemo non
compare mai, Oreste, è un assassino della peggior specie, Peleo è l’unico personaggio di un certo
spessore, che diventa simbolo di una generazione ormai tramontata. In Andromaca alcuni critici
vedono una tirata violenta contro Sparta da parte di Andromaca ai versi 445-453, quando
Andromaca capisce che Menelao è venuto meno alla parola data dice infatti: O fra tutti i mortali
esecratissima/gente di Sparta, príncipi d'inganni,/consiglieri di frode, tessitori/ di malefatte, genti
oblique, senza/ franchezza mai, che fra raggiri sempre/avvolgete il pensier, deh, quanto
ingiusto/è che felici voi siate ne l'èllade!/Quali orrori tra voi mancano? Il sangue/non corre a
rivi? Dei guadagni turpi/non siete vaghi? Non siete convinti/sempre che questo al sommo della
bocca, / e quello avete in cuore? / Ah, maledetti! Ritroviamo anche dei riferimenti alla politica
interna, nelle parole pronunciate da Peleo ai versi 693-705: che brutte usanze abbiamo in Grecia! /
Quando l’esercito erige trofei sui nemici, / non si pensa che il merito sia di chi ha tribolato: / la
gloria va tutta al comandante, / che è uno fra altri diecimila ad agitare la lancia, / ma riscuote il
più grande riconoscimento / anche se non fa niente più di quanto possa fare uno solo. / Così
anche tu e tuo fratello state seduti sul trono, / gonfi di superbia per Troia / e per la spedizione
militare che avete fatto laggiù, / ma vi siete innalzati grazie alle fatiche e alle sofferenze di altri
(critica nei confronti dei comandanti militari ad Atene che ricoprivano magistrature,
prendendosi i meriti del popolo, che si faceva effettivamente carico della guerra.
ECUBA: Non si conosce con esattezza la data di rappresentazione di questa tragedia. Si ritiene che
sia stata rappresentata tra il 431-421 a.C. L’ombra di Polidoro, il più giovane figlio di Priamo e di
Ecuba, compare in sogno alla madre, ormai prigioniera dei Greci dopo la distruzione di Troia, e le
narra come Polimestore, il re di Tracia presso il quale Priamo aveva fatto fuggire il figlio, l’abbia
ucciso, per impadronirsi dell’oro che portava con sé. I Greci, a loro volta, vedono comparire
l’ombra di Achille che reclama sulla sua tomba il sacrificio di Polissena, la più giovane delle figlie
di Ecuba. Odisseo viene a prelevare Polissena che segue, decisa al sacrificio, l’eroe greco. La
disperazione di Ecuba, che non ha trovato pietà per la propria figlia neanche in Odisseo, il quale
pure le deve la vita, è grande e straziante. Mentre Taltibio, araldo di Agamennone, annuncia,
descrivendolo, l’avvenuto sacrificio di Polissena, ecco che giungono sulla scena dei servi recanti il
cadavere di Polidoro, il giovane figlio di Ecuba e Priamo, che, gettato in mare da Polimestore, era
stato portato dalle onde sino alla spiaggia di Troia. Ecuba ora è furente e rabbiosa e chiede ad
Agamennone il permesso di vendicarsi di Polimestore, suo alleato. Agamennone glielo concede.
Polimestore, fatto chiamare, giunge al campo delle prigioniere troiane con i due giovani figli e cade
nel tranello tesogli da Ecuba e dalle altre donne: i figlioletti stessi vengono uccisi e lui stesso è
accecato. Disperato, mentre la flotta salpa con a bordo le prigioniere, Polimestore predice ad Ecuba
che sarà trasformata in una cagna e ad Agamennone, che ha permesso che tutto accadesse, trucidato
in Argo insieme a Cassandra, la figlia di Priamo ch’egli s’è preso come preda scelta dal bottino di
Troia. Lo sfondo di questa tragedia è la guerra. Della guerra sono evidenziate non solo le
conseguenza luttuose, ma Euripide condanna il fatto che essa annulli la dimensione umana
dell’individuo, fa emergere il lato peggiore dell’uomo. Emblema di ciò è Ecuba, che da donna
saggia, equilibrata, sconvolta dal dolore, si trasforma in donna vendicatrice, cattiva, capace di
togliere la vita ai figli di un altro uomo. Struttura a dittico: nella prima parte della tragedia, Ecuba è
saggia e addolorata, nella seconda parte invece si trasforma in una donna assetata di vendetta. “Un
tempo regina ma ora tua schiava “(v.809): topos della volubilità della sorte. In questa tragedia
alcuni critici hanno voluto vedere un chiaro riferimento alle scuole dei sofisti, quando Ecuba tenta
di convincere Agamennone (vv.814-819): potere del logos. Già in questa tragedia c’è il grido di
“Basta con i morti” (v,878), pronunciato da Ecuba, ma che diviene grido di Euripide stesso.
TROIANE: Rappresentata nel 415 a.C., anno in cui vi fu la ripresa delle ostilità belliche a causa
della spedizione militare di Atene in Sicilia. Questa tragedia è formata da vari quadri che si
susseguono, e l’unico personaggio a stare sempre sulla scena è Ecuba. Le donne di Troia, fatte
prigioniere dai Greci dopo la caduta della città, attendono di conoscere a quale Acheo la sorte le
abbia destinate come schiave. Giunge Taltibio – araldo di Agamennone – e comunica a Ecuba di
essere stata assegnata ad Odisseo, mentre Cassandra è stata prescelta
da Agamennone e Andromaca da Neottolemo. Cassandra compare dinanzi ad Agamennone invasata
da Apollo e predice la sua stessa sorte che costerà la vita ad Agamennone su cui, in tal modo, sarà
vendicata la caduta di Troia. Intanto i Greci, per consiglio di Odisseo, hanno deciso di uccidere il
piccolo Astianatte, il figlio che Andromaca ha avuto da Ettore, per evitare che un giorno il bambino
possa vendicare la morte del padre. Astianatte viene strappato via dalle braccia della madre, tra il
pianto dirotto di Ecuba, di Andromaca e del coro. Giunge sulla scena Menelao desideroso di
punire Elena. Ma dopo una lunga accusa di Ecuba, che ritiene Elena colpevole dello scoppio della
guerra perché fuggita con Paride, attratta dal lusso e dall’adulterio, e un altrettanto lunga e abile
autodifesa di Elena, che ricorda il giudizio di Paride e l’intervento di Afrodite, Menelao stabilisce di
rimandare la decisione a quando saranno di nuovo in Argo. Riappare Taltibio, che guida alcuni
soldati recanti sullo scudo di Ettore il corpo esanime di Astianatte. Mentre si scioglie il pietoso e
commovente lamento funebre di Ecuba sul piccolo cadavere, l’araldo guida le donne verso le navi.
Sullo sfondo c’è l’incendio che i Greci hanno appiccato a Troia per distruggerla interamente. In
questa tragedia viene condannata apertamente la guerra, e Euripide si schiera chiaramente dalla
parte dei vinti: non a caso, in questo susseguirsi di quadri l’unico personaggio presente sempre sulla
scena è Ecuba, simbolo per antonomasia del destino dei vinti. A differenza dei Persiani di Eschilo,
in questa tragedia vi è empatia verso i vinti. La critica ritiene che Euripide voglia condannare il
crudele ed efferato imperialismo ateniese. Proprio nel 415 a.C., si ebbe la famosa strage dei Melii,
raccontata da Tucidide: i Melii erano alleati di Sparta, ma allo scoppio della guerra del Peloponneso
rimasero neutrali. Atene pretese che essi si schierassero dalla sua parte, e, essendosi rifiutati, la città
venne rasa al suolo, e i superstiti vennero tutti ridotti in schiavitù. Ciò fu il culmine dell’aggressivo
imperialismo ateniese. Ad un certo punto della tragedia, ai vv.220-223, il coro delle prigioniere
troiane si augura di essere portate in Sicilia, quindi la spedizione o era già iniziata, o era nell’aria.
Topos della volubilità della sorte (T11 pag. 417).
EURIPIDE, LE TRAGEDIE DEL PERIODO MACEDONE
Ifigenia in Aulide (405) (vedi trama e analisi sul libro di testo)
Baccanti (405 a. C.) (vedi trama sul libro di testo)
Si tratta di tragedie composte da Euripide negli ultimi anni della sua vita, durante il soggiorno in
Macedonia. Esse sono frutto della disillusione del poeta di poter influire con il suo teatro sulla vita
di Atene.
BACCANTI
Ipotesi interpretative:
1. Espressione della crisi del pensiero razionale, di cui il culto dionisiaco è il mezzo ideale
di rappresentazione. L’invasamento bacchico, infatti, è una forma accentuata e fortemente
espressiva dello stravolgimento che può colpire la razionalità dell’individuo. Nello
specifico, all’interno della tragedia in oggetto:

Penteo è simbolo della ragione umana (combatte tutto ciò che non è omologato né omologabile);
Dioniso è simbolo dell’irrazionalità.
Ad un certo punto, però, Penteo, simbolo della razionalità, si lascia persuadere da Dioniso, simbolo
dell’irrazionalità, e così viene fatto a pezzi. L’episodio sarebbe interpretabile come metafora del
dissolversi della ragione umana.
Secondo alcuni critici, inoltre, Dioniso rappresenta lo “straniero”, l’altro difficilmente accettato
perché portatore di una cultura diversa. Egli incarnerebbe il potere ammaliatore, il fascino seduttivo
di quanto non è controllato dalla ragione.
Significato: l’uomo non può controllare la realtà ricorrendo solo alle sue facoltà razionali. Ciò
sarebbe il riflesso dell’attualità politica e culturale dell’Atene del tempo, caratterizzata da:
Crisi politica per la sconfitta ormai prossima nella guerra del Peloponneso;
Affermazione della sofistica.
2. Dissoluzione del genere tragico, che aveva avuto una precisa collocazione spaziale (Atene)
e temporale (V secolo a.C.): la tragedia cessa di essere momento di riflessione su temi di
interesse politico, nel senso etimologico del termine (temi di interesse dell’intera polis).

EURIPIDE, LE TRAGEDIE D’INTRECCIO


Elena (412 a.C.)
Ione (tra 418 e 413 a.C.)
Ifigenia in Tauride (tra 414 e 411 a.C.)
Oreste (408 a.C.)
Si tratta di tragedie in cui Euripide mette da parte la trattazione di temi politici e sociali, che nel V
secolo a. C. avevano costituito il fulcro del teatro, per privilegiare l’intreccio.
Gli intrecci, appunto, risultano particolarmente complessi, caratterizzati da separazioni, colpi di
scena e riconoscimenti; i personaggi perdono il loro spessore tragico e diventano individui in balia
della Tuch. Viene assicurato il lieto fine.
Le suddette caratteristiche fanno sì che questo gruppo di tragedie euripidee possa essere considerato
un’anticipazione della commedia nuova, che si affermerà nel corso del IV-III secolo a. C. e che
avrà come principale esponente Menandro.
Trame: si veda libro di testo
Temi: si veda libro di testo (pp.353-355)

LA COMMEDIA – nuovo
La Commedia entrò a far parte dei concorsi drammatici delle Grandi Dionisie circa cinquant’anni
dopo la Tragedia, nel 486 a.C., inoltre nel 440 a.C. anche durante le feste Lenee fu istituito un
agone comico. Ciò non significa, ovviamente, che prima del 486 a.C. gli spettacoli di questo tipo
fossero assenti nella polis greca ma il loro inserimento nell’ambito delle feste dionisiache ne
sanciva l’ufficialità e ne riconosceva l’importanza.
Tale ufficializzazione tuttavia non ha impedito il naufragio quasi totale, ancor più ampio rispetto
a quello della tragedia, della produzione comica: ciò è da imputare al fatto che la commedia sia
sempre stata considerata inferiore rispetto alla tragedia. Solo di Aristofane e di Menandro ci è
pervenuta una parte integra delle loro opere, di tutti gli altri (anche se celebri e apprezzati dal
pubblico) sono sopravvissuti solo pochi e scarni frammenti.
Gli antichi dividevano tre fasi o periodi nella lunga evoluzione di questo genere letterario:
parlavano di una commedia attica antica (arkaìa), una commedia di mezzo (mèse) e di una
commedia nuova (nèa): fu una divisione operata dagli antichi che risultò artificiosa (in modo
particolare per la commedia di mezzo) ma conserva un’utilità didattica e può giovare come traccia
per una periodizzazione di questo genere letterario. Questa divisione prendeva spunto dalla tematica
che, da una forte coloritura politica legata specificatamente alla città, andò allontanandosene sempre
più fino alla proposta di argomenti quotidiani (indice dello stretto rapporto della commedia con la
vita politica della città era la parabasi, assente infatti nelle fasi più recenti).
La prima fase va dal 486 fino agli inizi del IV secolo (periodo in cui si avrà la fine della
supremazia ateniese), la seconda fino a circa il 322 (l’inizio dell’età ellenistica), l’ultima fino a
metà del III secolo. Inoltre, la nea continuerà a svilupparsi in terra latina con Plauto e Terenzio. Di
conseguenza i confini temporali della tragedia, pur essendo indicative e relative, sono significative.
A differenza della tragedia, il cui declino si ebbe a partire dalla morte di Euripide, la Commedia
dimostrò maggiore vitalità, mutando forme e anche contenuti in base allo sviluppo della società
greca: era attenta alle problematiche sociali e civili ma anche alla sfera individuale e personale.
LA QUESTIONE DELLE ORIGINI
L’incertezza che domina la questione sull’origine della Tragedia, caratterizza anche l’ambito della
Commedia sulla quale uno dei pochi dati certi è che, anche per essa, vi fosse uno stretto legame col
culto di Dionisio.
Ma prima è bene fare un focus sulla struttura e caratteristiche della commedia.
In essa il riso comico aveva la stessa valenza liberatoria del pathos tragico e aveva la stessa
funzione paideutica, ovvero una funzione educativa: il pubblico infatti era chiamato dal poeta
comico a riflettere sui temi di natura sociale, culturale dell’Atene di quel tempo.
Secondo Aristotele, come la tragedia, anche la commedia è imitazione della realtà ma ha come
oggetto il riso e lo ottiene portando sulla scena una fauna umana variegata e bizzarra in cui il difetto
(amàrtema) e la deformità (aìskros) sono fonte non di dolore ma di riso. Mentre nelle parti liriche
predominano toni gioiosi in quelle recitate vi è più l’accento polemico (soprattutto nell’agone e
nella parabasi), questo diventa il punto di incontro tra commedia e tragedia: in entrambi i casi il
conflitto nasce dalla contrapposizione tipicamente dionisiaca tra l’uno e il molteplice (tra
l’individuo e l’unità del coro, contrapponendosi ad essa).
La differenza rispetto al poeta tragico è che il poeta comico ha una maggiore libertà di
espressione, in quanto non è vincolato dal mito. Nella commedia della prima fase, cioè la
commedia antica attica noi ritroviamo la iambike idea cioè l’invettiva feroce, che aveva
caratterizzato la poesia giambica di età arcaica (inoltre, la presenza di un metro vario, un lessico del
registro quotidiano, ricco di espressioni specifiche del parlato con allusioni continue alla sfera del
sesso e del cibo). La satira viene portata avanti attraverso la tecnica dell’ovomasthìn kwmwdeiv
(fare commedia chiamando per nome), cioè attraverso la tecnica del prendere in giro il personaggio
della commedia esplicitando a tutti il suo nome e quindi la conseguente rottura dell’illusione
scenica.
La struttura della commedia era molto più flessibile rispetto a quella della tragedia e nel corso del
tempo tenderà ad una progressiva contrazione degli spazi di carattere lirico, a vantaggio di quelli
recitati. La struttura tipo di una commedia di età antica, che conosciamo attraverso Aristotele, era
costituita da (non tutte le parti erano sempre presenti):
 Prologo: in cui il poeta introduceva la vicenda informando il pubblico sull’antefatto
dell’azione o sulle intenzioni del protagonista, costituito da una o più scene;
 Parodo: chiamato così per analogia col dramma tragico, era l’ingresso del coro in scena
accompagnato da parti liriche ma anche sezioni dialogate tra attori e corifeo;
 L’agone: contesa verbale (dibattito) che avviene tra due personaggi nell’ambito del quale
spesso interviene il coro con funzione di moderatore. L’agone è quella parte in cui
maggiormente si sentono gli influssi dell’oratoria contemporanea. È caratteristica della
commedia ed è strutturata in questo modo: vi è un canto introduttivo del coro (odè), poi lo
stesso invita un personaggio a prendere parola (katakeleusmòs). Quest’ultimo rivolge un
discorso che può essere interrotto da interventi del secondo personaggio o da parti recitate e
cantate (epìrrema), si ha la conclusione concitata e passionale del discorso (pnìgos, ossia
soffocamento, perché recitata tutta d’un fiato); queste sezioni si ripetono per il secondo
personaggio (antodè, antikeleusmòs, antepìrrema, antipnìgos) e si conclude con un
intervento del coro che proclama l’esito dello scontro (sfraghìs).
Aveva una struttura di tipo binario, in cui botta e risposta si bilanciano per metro e numero
di versi e segna la vittoria del protagonista sugli avversari grazie alla propria dialettica o ad
argomentazioni ispirate al buon senso rispetto alle farneticanti tesi degli interlocutori.
Vi si scorge l’influsso dell’attività oratoria, soprattutto giudiziaria, come accade anche nei
dissòi lògoi euripidei;
 Parabasi: deriva da para baino, “camminare presso, avanzare”. La parabasi era la sfilata del
coro davanti agli spettatori ai quali il coro rivolgeva cori osceni e tribali, come vedremo
successivamente è stato considerato secondo alcuni come il nucleo originario della
commedia
 Episodi: scene brevi e comiche di tipo farsesco
 Korikà: parti cantate eseguite dal coro
 Esodo o kwmos: corteo in cui tutti i protagonisti della commedia uscivano di scena per
recarsi ad un banchetto con cui si concludeva la commedia.
La struttura della commedia si lega alla questione delle origini e, come successo anche per la
tragedia, sulle origini della commedia ci sono varie ipotesi e la questione è ancora aperta.
Già Aristotele, nella Poetica, afferma di non riuscire a risalire con esattezza alla genesi della
commedia e delle sue parti: testimoniando come già nel IV secolo a.C. vi fossero diverse ipotesi
sull’origine della commedia.
Aristotele fornisce due ipotesi per l’origine della Commedia:
 IPOTESI DIONISIACA: Sarebbe, anche nel caso della commedia, presente uno stretto
legame con Dioniso; l’ambiente più congeniale per il sorgere degli spettacoli comici fu
quello agreste con riti volti a propiziare la fecondità. Vi era un’esplosione sfrenata di
allegria collettiva nella quale, con valenza apotropaica, il fallo maschile costituiva il feticcio
da celebrare per assicurare la fecondità (da ciò deriva il termine con cui vengono
denominate queste processioni, ossia falloforie).
La cerimonia avveniva attraverso un corteo che attraversava le vie del borgo col simulacro
fallico, passando tra due ali di spettatori, indossando corone, di foglie e fiori, e delle
maschere. I partecipanti rivolgevano delle battute oscene, triviali, a tutti coloro in cui si
imbattevano durante la processione (ricevendone adeguato contraccambio) e intonavano
canti per Dioniso. Probabilmente, accanto a questi momenti parlati e danzati, ve ne sono
stati altri di carattere mimico e farsesco propri della fase preletteraria di ogni civiltà (come,
ad esempio, i Fescennini romani). Degli originari tratti di questa processione è rimasta
traccia negli Acarnesi di Aristofane.
Inoltre, è probabile che una sorta di dialogo, basato sulla risposta di qualcuno degli spettatori
alle beffe dei fallofori, si sviluppò in un vero e proprio contrasto (agone) tra due attori,
incentrato su una trama; il carattere scoptico del contrasto è da ravvisarsi proprio dalla
natura aggressiva originaria di questo dialogo. Dalle falloforie, secondo questa ipotesi,
deriverebbe la parabasi delle commedie, infatti abbiamo detto che la parabasi era quella
parte della commedia in cui il coro sfilava davanti al pubblico e rivolgeva allo stesso battute
triviali.
Secondo Aristotele quindi, l’etimologia del termine “commedia” deriva dall’attico “odè”,
ossia canto, e “kòmos” che sarebbe la parte conclusiva della commedia rappresentata da un
corteo festoso in cui i seguaci di Dioniso inebriati dal vino intonavano canti scurrili e dal
“kòmos” dionisiaco deriverebbe quella parte finale della commedia che accompagnava
l’uscita di scena del coro e gli attori diretti verso un banchetto con cui si concludeva la
commedia. La commedia quindi nascerebbe nell’ambito del culto di Dioniso, legato alla
fecondità. Infatti se così fosse noi avremmo un complesso di elementi che risultano essere
presenti nelle commedia: come la rappresentazione durante le Grandi Dionisie, la
licenziosità, il linguaggio scurrile e il coro.
 IPOTESI DORICA: Come nel caso del sostantivo tragodìa (nel quale la scelta dell’uno o
dell’altra etimologia implica il riconoscimento di un’origine attica o dorica) vi è un’ipotesi
secondo la quale le origini della commedia sarebbero da ricercare in ambiente dorico
(Peloponneso, ma nel nostro caso soprattutto la Magna Grecia, compresa la Sicilia).
I dori sostenevano che i primi attori comici rappresentarono i loro primi rudimentali
spettacoli, fatti da compagnie di attori itineranti, in ambienti rurali, poiché in città erano
considerati rozzi, non degni di essere rappresentati in ambiente cittadino. In base a tale
ipotesi il termine komodìa deriverebbe da komè che significa villaggio. Come nel caso del
termine tragodìa, la scelta dell’una o dell’altra etimologia implica il riconoscimento
dell’origine attica o dorica.
TUTTAVIA, si è ipotizzato che l’origine delle parti dialogate, affidate non al coro ma agli
attori siano segno di una contaminazione tra le falloforie (da cui sono state originate le parti
cantate, liriche, corali) e le farse popolaresche; secondo quanto ci riporta Ateneo, un erudito
della fine del II secolo d.C., le farse doriche erano basate su tipi fissi (il ladro, il medico
ciarlatano, ecc.) che ritroviamo anche nella commedia.
Ateneo e Senofonte, attestano in ambiente dorico la fioritura di forme teatrali di tipo
farsesco che hanno le stesse caratteristiche che poi ritroviamo nella commedia. Quali sono
queste forme teatrali di tipo farsesco?
 LA FARSA MEGARESE diffusa nel Peloponneso
 LA FARSA FILIACICA diffusa in Magna Grecia, condotti a dignità
letteraria da Rintone di Taranto (III secolo a.C.); gli attori di queste farse in
questione (i cosiddetti “flùakes”) ci sono noti grazie a numerose
raffigurazioni vascolari e vengono rappresentati con il loro caratteristico
travestimento (indossando davanti un fallo posticcio e dietro il sedere
imbottito) che suggerirebbe un origine demoniaca: la sottolineatura di certe
parti del corpo e l’associazione a Dioniso ne rivelano il carattere di spiriti
della fertilità. Questo aspetto è testimoniato dallo stesso etimo del nome (da
“fleìn” ossia “traboccare”) un tempo messo in relazione erroneamente al loro
temperamento ciarliero, ma ora invece associato all’idea di rigoglio del
raccolto.

TRAMA TIPICA DELLA COMMEDIA


Il protagonista è di norma un qualsiasi cittadino che, esasperato da una situazione che egli ritiene
dannosa, decide di rimediarvi proponendo e realizzando una soluzione alternativa, anche se da solo
e contro tutti (da qui l’aggettivo di eroe comico). Nelle trame si prediligono argomenti “bassi” (non
ci si interroga sul significato filosofico di uomo o della dicotomia tra giustizia e ingiustizia, come
poteva accadere ad esempio nella Tragedia), oscilla tra realtà, fantasia e surrealtà.
I bersagli sono solitamente i cattivi maestri della gente (demagoghi, sofisti), la gestione dei
processi, l’incapacità e la corruzione dei politici, lo stato di guerra, il degrado morale.
IL TEATRO SICELIOTA
Il teatro in Sicilia si sviluppò con accenti propri che influenzarono la produzione della madrepatria.
 Epicarmo (Siracusa, Corte di Ierone), trasforma l’improvvisazione delle prime
manifestazioni popolari in spettacoli organizzati; assente il coro (e quindi il carattere
dionisiaco) e l’onomasti komodein, le sue opere parodizzavano gli eroi del mito e si
chiamavano dràmata, non commedie. Gli autori attici sfruttarono spesso alcune sue trovate.
 Sofrone (Siracusa) compose mimi (da mimeistai, imitare, genere popolare che riproduceva
realistiche scene di vita quotidiana) in dialetto dorico con personaggi maschili e femminili.
Probabilmente ispiratore di Teocrito.
GLI AUTORI DELLA COMMEDIA ANTICA
 Cratino (V secolo a.C.), i pochi titoli e frammenti rimasti fanno intravedere un nesso tra
parodia mitica (di derivazione siceliota) e satira politica. Bersaglio fu Pericle, ferocemente
messo alla berlina insieme ad Aspasia. La Damigiana ha carattere autobiografico: in essa il
poeta si difende dall’accusa di aver perso l’ispirazione a causa del vizio del bere.
 Eupoli (seconda metà del V secolo a.C.), pochi frammenti tra cui alcuni dei Demi (illustri
personaggi politici del passato tornando in vita e redarguiscono i politici del tempo) e dei
Prospalti (ancora su Pericle, ma questa volta è rimpianto a causa di chi gli è succeduto alla
guida di Atene)
ARISTOFANE
Il principale esponente della commedia antica è Aristofane di cui ci sono pervenute 11 commedia
integre, quindi tutto ciò conosciamo della commedia attica antica, lo conosciamo grazie ad
Aristofane. Biografia vd. pag. 450. La produzione poetica di Aristofane viene comunemente
suddivisa in tre fasi.
 La prima fase è quella comprendente le commedie che furono rappresentate dal poeta tra il
427 e il 421 a.C., anno in cui si conclude con la pace di Nicia la prima fase della guerra del
Peloponneso (431/404 a.C.). La pace di Nicia infatti prevedeva un tregua tra Ateniesi e
Spartani, tregua che ben presto fu interrotta. A questa prima fase appartengono le commedia
politiche, ossia quelle commedie in cui il poeta porta in scena la realtà politica e sociale
dell’Atene del suo tempo e lo fa in maniera esplicita. I protagonisti infatti di queste
commedie sono per lo più uomini che svolgono funzioni pubbliche nei confronti dei quali
l’autore porta avanti la sua satira. Sono commedie animate da una vis politica e polemica
che viene portata avanti attraverso una satira pungente nei confronti dei demagoghi che
governano l’Atene del tempo. Uno dei bersagli preferiti sarà Cleone (il guerrafondaio) salito
al potere dopo la morte di Pericle, rimasto vittima della peste scoppiata subito dopo l’inizio
della guerra del Peloponneso (429). Le commedie di questa prima fase sono: Acarnesi,
Cavalieri, Nuvole, Vespe, Pace. Portano in scena la realtà politica, sociale, culturale del
tempo. I personaggi che popolano le commedie di questa prima fase sono uomini pubblici
nei confronti dei quali Aristofane porta avanti una satira pungente attraverso la tecnica del
beffeggiare indicando più o meno implicitamente il nome del personaggio preso di mira. Gli
Acarnesi è stata rappresenta nel 425 a.C. durante le Lenee (feste organizzate in onore di
Dioniso ma di importanza inferiore rispetto alle Grandi Dionisie)
GLI ACARNESI
Gli acarnesi sono gli abitanti di Acarne, qui rappresentati dai carbonai e dai vignaioli che
costituiscono il coro. In Aristofane spesso il nome della commedia deriva dai personaggi del coro.
VD. TRAMA SUL LIBRO. Gli acarnesi sono sostenitori della guerra considerata un mezzo per
arricchirsi. A loro si contrappone Diceopoli, che invece cerca di dissuaderli. Il nome è formato da
dike che significa giustizia dal sostantivo polites, che significa cittadino, quindi Diceopoli è
letteralmente il cittadino giusto che si fa sostenitore della pace. Proprio per dimostrare i vantaggi
della pace mette in evidenza anche le origini ignobili della guerra, che nella finzione scenica viene
presentata da Diceopoli come conseguenza del rapimento di tre prostitute dalla casa di Aspasia,
rapimento operato da alcuni giovani Megaresi; e qui ci sarebbe un riferimento al decreto di Megara
con cui la città di Atene aveva negato alla città di Megara sua rivale di commerciare con le altre
città. Diceopoli poiché non riesce a persuadere gli Acarnesi decide di stipulare in privato una pace
trentennale con Sparta e così si fa inviare da Sparta una sorta di pace liquida in una boccetta.
Lamaco e Diceopoli battibeccano e si insultano, ma Diceopoli ha la meglio e decide di istituire un
mercato, un luogo libero in cui tutti possono entrare, ricevendo la visita di alcuni strani personaggi.
In seguito, Diceopoli viene invitato alla festa dei Boccali, mentre Lamaco è chiamato in guerra. Alla
fine, i due rientrano in scena in condizioni ben diverse: Lamaco, ferito, si lamenta in stile tragico,
mentre Diceopoli è felice e decisamente brillo, accompagnato da due ragazze.
TEMI
I temi fondamentali sono rappresentati dalla: posizione pacifista di Aristofane nei confronti della
guerra e quindi la sua ostilità nei confronti di una politica estera bellicista. Alcuni hanno visto
anche una satira alla tragedia euripidea. Infatti Diceopoli si è recato da Euripide per vestire i panni
di Telefo, protagonista dell’omonima tragedia. Euripide che come vedremo nelle ultime commedie
di Aristofane è beffeggiato dall’autore
CAVALIERI
Questa commedia fu rappresentata nel 424 a.C. alle Lenee e anche con questa commedia Aristofane
riuscì a conseguire il primo premio. Anche in questo caso il titolo deriva dalla composizione del
coro formato dai rappresentati della classe sociale dei cavalieri. Il protagonista di questa commedia
è demos che è la personificazione del popolo. Due servi del vecchio Popolo detestano un terzo
servo, Paflagone, poiché quest'ultimo si è assicurato i favori del padrone con un comportamento
ipocrita e falsamente adulatorio, ed è arrivato a spadroneggiare in casa facendo tutto ciò che vuole.
Inaspettatamente, un oracolo dà soccorso insperato ai due fedeli servi del vecchio, rivelando che
Paflagone sarà estromesso da un salsicciaio. La scelta di utilizzare un salsicciaio è tutt'altro che
casuale: costui è un individuo ancora più immorale, cinico ed ignorante di Paflagone stesso, e
quindi particolarmente adatto allo scopo. Il salsicciaio (appoggiato dal coro dei cavalieri) affronta il
rivale in una ridda di minacce, insulti, vanterie e aggressioni fisiche. Il duello poi continua
nell'ecclesia e infine davanti al padrone, Popolo, in una serie di scontri verbali, ma anche di lettura
di responsi oracolari e persino di preparazione di prelibatezze culinarie, in cui i due contendenti si
rivelano sempre più beceri ed abietti. Il salsicciaio, con discorsi di bassa demagogia, riesce infine a
risultare vincitore. Popolo, tuttavia, a questo punto afferma di non essere così stupido come sembra,
e che il suo obiettivo era quello di attendere il momento giusto per punire i disonesti. Ecco quindi
che, con un rito magico, il salsicciaio (ormai diventato un uomo civile e stimato di nome
Agoracrito) ridona a Popolo la giovinezza e gli presenta una bella fanciulla, la Tregua, con la quale
il vecchio ora ringiovanito convolerà a nozze e vivrà ricco di sani propositi. Paflagone viene invece
condannato a svolgere il vecchio lavoro del suo rivale: il salsicciaio. Il nome con cui Cleone viene
portato in scena non è casuale ma è un nome creato per sottolineare il fatto che sia una persona
rozza e violenta.
TEMI
I temi fondamentali sono:
 La critica pungente, non velata nei confronti di Cleone, il guerrafondaio, il personaggio
politico più in auge, il quale grazie al successo militare che gli Ateniesi avevano conseguito
contro li spartani nell’isola di Sfacteria aveva ottenuto molta popolarità e molti vantaggi tra
i quali pasti gratuiti e il diritto a sedere in prima fila durante le rappresentazione teatrali.
Infatti durante quella rappresentazione Cleone era seduto in prima fila.
 Condanna della degenerazione della politica ateniese in mano ai dei demagoghi senza
scrupolo che si contendono il favore del popolo. In questa commedia pertanto il popolo
ateniese viene presentato come vittima dell’inganno di Cleone e anche dei ceti mercantili
che durante la guerra stanno cercando di incrementare i loro affari. Però dall’altro lato in
questa commedia c’è anche il riscatto del popolo stesso perché il popolo viene anche
presentato come in grado di rendersi conto degli inganni perpetrati a suo svantaggio e di
prendere le giuste distanze da chi lo inganna di continuo
NUVOLE
La redazione delle nuvole che noi possediamo si ritiene non sia quella originaria cioè quella che
andò in scena nel 423. In tale occasione infatti la commedia andò in contro ad un fallimento in
termine di gradimento da parte del pubblico, si ritiene pertanto che proprio per questo motivo
Aristofane la rimaneggiò per porre rimedio a quell’insuccesso a cui la commedia era andata in
contro. Vd. Trama libro.
Il contadino Strepsiade ha sposato una donna di alto rango sociale e da lei ha avuto un figlio il quale
ha sviluppato una passione per i cavalli e in nome di questa passione sta dilapidando il patrimonio.
Così Strepsiade si reca nel pensatoio di Socrate perché ha saputo che qui è possibile apprendere la
pratica sofistica, secondo cui è possibile rendere più forte il discorso più debole solo imparando
l’arte del ben parlare. Strepsiade si reca al pensatoio di Socrate e comincia ad essere istruito,
tuttavia egli non riesce ad ottenere i risultati sperati e così decide di inviare al pensatoio il figlio
Filippide che fino a quel momento si era rifiutato di andare a seguire le lezione. Quando arriva nel
pensatoio ecco che la personificazione del discorso giusto ed ingiusto cercano in ogni modo di
accattivarselo e così la parte centrale della commedia è occupata da un agone verbale tra discorso
giusto e discorso ingiusto che cercano di persuadere il giovane a sceglierli come maestri. Da un lato
il discorso giusto elogia l’educazione austera del passato, dall’altro il discorso ingiusto esalta la
spregiudicata capacità di sovvertire le regole. Durante un banchetto Strepsiade e Fidippide hanno
un diverbio e il giovane picchia il genitore: l'arte della retorica appresa alla scuola di Socrate gli
permette di dimostrare che sia giusto che i padri vengono a loro volta pestati dai figli. Il vecchio, in
chiusura di commedia, incendia allora il pensatoio dei socratici.
Già dalla trama si evince che in questa commedia la polemica di Aristofane da polemica politica
diviene una politica di stampo etica e culturale. Ad essere presi di mira in questa commedia non
sono più i personaggi politici ma i mutamenti culturali che alterano i valori della città. Le nuvole di
cui parla Aristofane sono le divinità evocate da Socrate, che pur non essendo il protagonista della
commedia è tuttavia il personaggio contro cui si manifesta l'intera commedia, simbolo di una nuova
filosofia che, dal punto di vista del conservatore Aristofane, a breve avrebbe sovvertito tutto l'ordine
di valori della città - e che, nella realtà avrebbe costituito in effetti il fondamento della nuova cultura
europea.
LE VESPE
Fu rappresentata nel 422 a.C. In questa commedia la polemica di Aristofane si rivolge contro il
sistema giudiziario dell’Atene del tempo in cui si era sviluppata la mania dei processi. Già Pericle
verso il 450 a.C. aveva istituito la paga di un obolo per i giudici dell’eliea, il tribunale popolare che
giudicava i reati meno importanti rispetto a quelli giudicati dall’Areopago.I membri venivano
sorteggiati. Il senso era quello di permettere a tutte le persone, il giorno in cui venivano sorteggiati,
di poter prenderne parte senza dover rinunciare alla paga lavorativa. Cleone per ampliare il
consenso popolare aveva aumentato la paga per i membri dell’Eliea da uno a tre oboli. Questa
aveva prodotto che migliaia di cittadini ateniesi si recassero fuori dal tribunale nella speranza di
poter essere sorteggiati. Infatti le fasce di popolazione meno abbienti, privi di un reddito stabile,
ritenevano molto più conveniente partecipare alle giurie popolari che alle paghe lavorative. Ad
Atene era nata la mania dei processi. Vd. Trama libro
Bdelicleone è costretto a rinchiudere il proprio padre, Filocleone, perché ha sviluppato una mani per
i processi, che lo spinge tutti i giorni a correre in tribunale. In difesa di Filocleone accorrono i suoi
amici che vengono portati in scena vestiti da vespe e schierandosi dalla parte del padre cercano di
dimostrare come sia necessario per il bene della città che Filocleone si rechi in tribunale. Dal canto
suo Bdelicleone tenta di persuaderli e di fargli comprendere, come essi siano stati strumentalizzati
dai demagoghi, che dando loro pochi oboli, se li tirano dalla loro parte. Alla fine il giovane per
cercare di consolare suo padre istituisce un tribunale domestico in cui ad essere processato dovrà
essere un cane. Il cane di chiama Labete, da lambano colui che prende. Ha un nome simile a quello
del generale ateniese Lachete, che fu processato per appropriazione indebita. Quindi c’è un
riferimento ai fatti politici del tempo oltre che a fatti di natura sociale e giudiziaria, quali i tribunali
e l’aumento della paga dei membri. Alla fine questo processo nei confronti di Labete si conclude
con l’assoluzione del cane grazie ad un imbroglio di Filocleone. Alla fine, il figlio invita il padre a
godersi dei piaceri della vita ma il consiglio non va a buon fine. La commedia si conclude in
allegria e confusione.
LA PACE
L’ultima commedia di questa prima fase è la Pace, che non pende il titolo dal coro. È stata
rappresentata nel 421, non molti giorni prima che venisse stipulata la pace di Nicia. L’elemento da
mettere in evidenza è che questa commedia ha un’ambientazione surreale. Per cui questo è
indicativo della svolta utopista che caratterizzerà la seconda e ancor di più la terza fase della
produzione poetica di Aristofane. In questo caso l’ambientazione surreale si spiega dal omento che i
tempi sono mutati. La pace è orma nell’aria, Cleone è morto, quindi vengono meno i motivi per
continuare una satira aggressiva

SECONDA FASE
La seconda fase poetica di Aristofane comprende tutto le commedie che furono composte e
rappresentate tra il 420 e il 404 a.C. durante la seconda e la terza fase della guerra del Peloponneso,
che va dal 415 al 413 a.C., ossia quella fase in cui le operazioni militari nell’ambito della guerra del
Peloponneso si spostano in Sicilia ed è anche quella fase che determina la rottura della pace di Nicia
che in realtà sarebbe dovuta durare 30 anni. Questa è una delle fasi più tristi della storia ateniese
poiché è il periodo in cui Alcibiade, fu accusato di empietà e di praticare presso la sua abitazione
riti mistici. Alla luce di queste accuse appena giunto in Sicilia fu richiamato in patria per essere
processato ma anziché tornare ad Atene fugge a Sparta, c’è chi dice che gli Spartani vinsero la
guerra del Peloponneso grazie ad Alcibiade. A questa seconda fase ne segue un terza che si
conclude la fine di Atene e la fine della potenza egemone di Atene stessa che termina di essere la
leadership del mondo greco. Questo è il quadro storico in cui si inserisce la seconda fase poetica di
Aristofane. Nelle commedie che appartengono a questa seconda fase è ravvisabile il fatto che la
rissa polemica nei confronti della politica si affievolisce e lascia spazio alla fantasia, alla
rappresentazioni di situazioni surreali o almeno molto meno realistiche di quelle della prima fase.
Questa tendenza a rappresentare situazioni ben poco reali era stata già anticipata nella commedia La
pace. Me nel caso della Pace la tendenza a rappresentare una situazione surreale era dovuta al fatto
che era venuto meno il motivo di portare avanti una satira politica. Una parte della critica ritiene che
il fatto che Aristofane metta in scena nelle commedie della seconda fase situazioni surreali in realtà
non sia espressione di un’evasione disimpegnata, ma al contrario ritengono che sia espressione di
una reazione estrema del poeta nei confronti di una realtà negativa che egli condanna. Il suo
rappresentare in queste commedie situazioni surreali e questa sua fuga apparente dalla realtà non
deve essere letta come espressione di disimpegno politico da parte di Aristofane ma è espressione di
una forma alternativa di impegno politico. L’utopia non è mai espressione di disimpegno al
contrario una forma alternativa di impegno. Aristofane condanna la realtà presente, l’attualità
politica dei suoi tempi, che è assolutamente negativa a suo avviso e da essa pertanto ritiene che sia
necessario prendere le distanze, e quindi sceglie di rappresentare forme alternative anche se surreali
a questa realtà. Le commedie sono: gli Uccelli rappresentata nel 414, la Lisistrata, le
Tesmoforiazuse rappresentate entrambe nel 411 e le Rane rappresentata nel 405 a.C.
GLI UCCELLI
Fu rappresentata nel 414 a.C. e fu rappresentata in un momento particolare e difficile della storia
ateniese. Fu rappresentata l’anno dopo dell’inizio della spedizione in Sicilia, che si concluderà nel
413 in maniera disastrosa e sancirà l’inizio di un precipitare della situazione ateniese. Nonostante la
situazione politica in questa commedia apparentemente Aristofane non fa nessun riferimento a tale
situazione politica e ci presenta invece una commedia che ha un’ambientazione assolutamente
surreale. Vd. Trama libro
Due Ateniesi Pisetero ed Evelpide abbandonano Atene e decidono di trasferirsi altrove poiché sono
indignati a causa della corruzione che dilaga nella città, così i due chiedono consiglio a L’upupa e
decidono di fondare una città irreale governata dagli uccelli. La città dovrà sorgere a metà strada tra
il cielo e la terra per questo la città viene chiamata nepheles (nuvola). Durante la costruzione di
questa città diversi individui cercano di entrarvi: un poeta, un venditore di oracoli (indovino), un
mercante di decreti… ma Pisetero caccia tutti questi e non permette loro di entrare nella città,
perché erano fuggiti da Atene per evitare questi personaggi. Anche ad Iris che è stata inviata da
Zeus, per chiedere che in questa nuova città vengano praticati sacrifici per gli dei, viene impedito
l’ingresso nella città ed è costretta ad andarsene minacciando la vendetta di Zeus. Verso la fine si
presentano anche Poseidone ed Eracle per trattare la pace tra gli dei e gli abitanti. Essi però non
possono che accettare le condizioni dettate da Pisetero: gli uccelli diverranno gli esecutori del
potere divino tra gli uomini, mentre Pisetero sarà nominato successore di Zeus e diventerà sposo di
Regina, la donna depositaria dei fulmini del padre degli dei. Pisetero e gli uccelli ottengono così il
potere, e la commedia si conclude con la celebrazione delle nozze tra Pisetero e Regina.
Temi
Apparentemente non c’è nessun riferimento alla politica del tempo, ma il tema in realtà di questa
commedia anche se l’ambientazione è surreale, è un tema politico. Infatti si affronta il problema
della fondazione di una nuova città, che è posta tra a terra e il cielo. Parlare della fondazione di
questa nuova città rappresenta per Aristofane un’occasione per rappresentare i vari aspetti negativi
della società reale da cui la nuova città deve essere preservata. Fa costruire a due personaggi
immaginari una città in cui non ci debba essere tutto ciò che invece nella città reale c’è. Aristofane
evidenzia tutto ciò che è negativo nella sua città e lo fa affermando come deve essere questa città
che stanno fondando, tant’è che egli non permette l’ingresso nella nuova città ai personaggi che
arrivano dalla terra.
LISISTRATA
Siamo sempre nel vivo della guerra del Peloponneso. Vd trama libro.
Lisistrata, donna ateniese, convoca numerose donne di Atene e altre città, tra cui la spartana
Lampitò, per discutere un importante problema. A causa della guerra del Peloponneso, infatti, gli
uomini delle poleis greche sono perennemente impegnati nell'esercito e non hanno più il tempo di
stare con le loro famiglie. Lisistrata propone allora alle altre donne di fare uno sciopero del sesso:
finché gli uomini non firmeranno la pace, esse si rifiuteranno di avere rapporti sessuali con loro.
Dopo un momento di sbigottimento e di rifiuto, le donne si dicono favorevoli al piano e fanno un
giuramento.

A quel punto, le donne occupano l'acropoli ateniese, allo scopo di privare gli uomini dei mezzi
finanziari per proseguire la guerra. Arriva il coro di vecchi ateniesi (uno dei due semicori della
commedia) che vorrebbe, per vendetta, incendiare l'acropoli stessa, ma viene fermato dal coro delle
vecchie (l'altro semicoro). Gli uomini mandano allora un commissario[1] per trattare con le donne,
ma Lisistrata ne smaschera l'ignoranza e la poca comprensione delle vicende che stanno accadendo.
Peraltro, le donne hanno molta difficoltà a mantenere il patto e inventano varie scuse per tornare a
casa dai mariti; Lisistrata deve penare non poco per impedir loro di lasciare l'acropoli. Concede solo
a Mirrina la possibilità di incontrare il marito Cinesia, ma lo scopo è solo quello di stimolare le
voglie dell'uomo, per poi lasciarlo con un palmo di naso. Mirrina svolge alla perfezione il suo
compito: fa credere al marito di essere pronta all'atto sessuale, ma poi, dopo varie dilazioni, scappa
lasciandolo insoddisfatto. Nel frattempo, l'astinenza si fa sentire anche nelle altre città greche: arriva
un araldo da Sparta per trattare la pace, col fallo palesemente eretto, e incontra Cinesia, le cui voglie
sono altrettanto evidenti. I due si mettono d'accordo: Sparta manderà ambasciatori pronti a firmare
la pace, mentre Cinesia informerà le istituzioni ateniesi. Questo smorza decisamente le tensioni: i
vecchi e le vecchie del coro, dopo qualche resistenza, riescono a riconciliarsi, e lo stesso fanno gli
ambasciatori spartani e ateniesi davanti a Lisistrata. Quest'ultima si lancia allora in un discorso
pacifista che ricorda le radici comuni di tutti i popoli greci, ma tale discorso degenera presto in un
profluvio di allusioni e doppi sensi sessuali da parte degli uomini, felici per la raggiunta
riconciliazione. In un tripudio di danze e banchetti si celebra il ritorno delle donne dai loro mariti.
TEMI
Pur essendo una commedia della seconda fase, cioè una commedia che appartiene alla fase di quella
che è stata definita la svolta utopista di Aristofane, ci sono dei riferimenti all’attualità politica di
Atene, cioè i riferimenti alla attività politica. È evidente attraverso l’atteggiamento delle donne
l’aspirazione alla pace per la guerra del Peloponneso. Se c’è un riferimento all’attualità politica ma
questa commedia appartiene alla seconda fase, in che cosa consiste in questa commedia la surreale?
In una società maschilista quale quella greca che siano le donne in generale a stabilire la pace e le
sue condizioni è chiaramente qualcosa di impensabile. Altro elemento che possiamo considerare se
non surreale ma sicuramente inverosimile, è sicuramente il panellenismo, ossia quell’atteggiamento
concorde di tutte le città greche che alla fine grazie e alle donne trovano un accordo poiché
entrambe aspirano alla pace. In una situazione come quella della Guerra del Peloponneso, pensare
ad un atteggiamento panellenico delle città greche e in particolar modo di Atene e Sparta era una
situazione ai limiti del surreale. La Lisistrata fa riferimenti espliciti alla situazione politica del
tempo, tuttavia non contravviene alle caratteristiche della produzione poetica di Aristofane di
questo periodo, poiché è surreale che sia una donna a farsi promotrice di un avvenimento politico di
tale portata. Un’altra possibile interpretazione che viene data di questa commedia è quella di
considerarla come espressione della polemica di Aristofane nei confronti del maggiore potere che le
donne hanno in quel periodo. Polemica nei confronti dei cambiamenti di ruolo.
TESMOFORIAZUSE
Alla Lisistrata sempre nel 411 fanno seguito le Tesmoforiazuse, che erano delle feste in onore di
Demetra Tesmofora praticate ad Atene.
Questa commedia del 411 è incentrata su un argomento che porta alla riflessione. Euripide è uno dei
personaggi principali ed è significativo da sottolineare il fatto che quando questa commedia va in
scena nel 411 a.C. il tragediografo Euripide è ancora in vita dal momento che la sua morte risale al
406 a.C. e la si pone in questa data proprio in virtù delle Rane di Aristofane. Vd trama libro.
Il tema centrale è scuramente la parodia e comunque la polemica nei confronti del teatro Euripideo
di cui qualche spunto ritroviamo anche negli Acarnesi. In realtà viene citato anche Agatone,
pertanto in questa commedia il tema è la riflessione sulla tragedi. In questo caso Aristofane
polemizza contro determinati personaggi, sia contro Agatone, che in questa commedia viene
ridicolizzato per il suo stile solenne ed artificioso, sia contro Euripide. Probabilmente Aristofane va
contro Euripide perché quest’ultimo era aperto agli influssi della sofistica. Euripide era stato il
demistificatore di personaggi e temi delle tragedie tradizionali. Euripide quindi non era un
tragediografo ammirato da Aristofane, perché a suo dire rappresentava dei personaggi femminili
mossi da sentimenti eccessivi
LE RANE
Ultima commedia di questa seconda fase della produzione poetica di Aristofane è rappresentata
dalle Rane. Questa commedia fu rappresentata nel 405 a.C. alle Lenee e Aristofane ottenne il primo
premio. Riscosse così tanto successo che pare che di questa commedia ci sia stata una replica,
evento eccezionale perché gli spettacoli classici non venivano replicati. Si ritiene anche che di
questa commedia ci siano state due versioni. Innanzitutto il titolo deriva dalla composizione di uno
dei due cori: un coro è quello costituito dalle rane che popolavano la palude dell’Ade, che
rappresentano un coro secondario e un secondo coro costituito dalle anime degli iniziati ai misteri
Eleusini, che popolavano l’oltretomba. Il dio Dioniso è deluso poiché mancano sulla terra dei veri e
proprio poeti tragici perché Eschilo è ormai morto da tempo Euripide è appena morto (proprio sulla
base di questa commedia si ritiene che Euripide fosse morto poco prima) poco dopo subentrò anche
la morte di Sofocle che morì pochi mesi dopo Euripide. Poiché i tragediografi sono morti a questo
punto Dioniso si traveste da Eracle e accompagnato da uno schiavo s reca nell’Ade con l’intenzione
di riportare sulla terra Euripide della cui poesia egli è un ammiratore. Euripide nelle Baccanti aveva
celebrato Dioniso ecco perché Aristofane ci dice che Dioniso è intenzionato a riportare sulla terra
Euripide perché ne amava tanto la poesia. Dioniso dopo aver attraversato il fiume infernale sulla
barca di Caronte arriva nell’Ade e qui subito incontra Eschilo ed Euripide poiché litigano che si
contendono il titolo di miglio poeta tragico. Allora Plutone indica un agone tra i due e Dioniso che
aveva assunto le spoglie di Eracle dovrà essere giudice. Ognuno dei due poeti si giocano le loro
carte e quindi vengono rievocati in questa commedia i temi i personaggi lo stile poetico e i loro
versi vengono pesati su una bilancia. Nonostante questo lungo agone Dioniso però non riesce a
stabilire quali dei due spetti la vittoria e allora Dioniso stabilisce un criterio proporne ad assegnare
la vittoria a colui che sarà in grado di esprimere il migliore consiglio per i cittadini ateniese. Dioniso
sceglie d riportare sulla terra Eschilo poiché ha dato il miglior consiglio. Il consiglio di Eschilo è
che li Ateniesi smettano di riporre la loro fiducia in cittadini disonesti e ciarlatani che occupavano
posti influenti che avevano grande potere ed influenza sui cittadini ateniese

TEMI
È una delle commedie più importanti di Aristofane. Il primo tema da mettere in evidenza è
l’affermazione del valore educativo della poesia, il ruolo paideutico, ruolo che Aristofane riconosce
prioritariamente al teatro tragico ma che ripetutamente rivendica anche per il teatro comico e infatti
in questa commedia si dice esplicitamente che il teatro migliore è quello più utile alla città, infatti la
vittoria viene assegnata ad Eschilo che dà il consiglio migliore. Infatti la fine della tragedia con il
suo ruolo paideutico coincide con la fine della polis. La polemica nei confronti del teatro euripideo,
che viene visto da Aristofane come espressione del nuovo modello culturale rappresentato dal
relativismo sofistico, come espressione della demistificazione della tradizione è portata avanti da
Aristofane dal momento che secondo il poeta a questa degenerazione della mentalità della morale
corrisponde anche il declino politico e militare di Atene. Quindi in definitiva la polemica d
Aristofane nei confronti di Euripide non è un puro e semplice cliché letterario, ma è espressione di
una contrapposizione ideologica rispetto ad un teatro che lui Aristofane non ritiene educativo. Per
Aristofane la funzione principale che deve avere il teatro è la funzione educativa. Ultimo tema è che
in questa commedia sono presenti una serie di elementi di critica letteraria, perché nel momento in
cui Eschilo ed Euripide, che si contendono il titolo di miglior poeta tragico, intonano un agone
tragico, così come vuole Plutone, essi mettono in evidenza quelli che sono temi, personaggi , stile
di questi due poeti e ciò dà lo spunto ad Aristofane per far sì che in questo agone egli possa
evidenziare i tratti distintivi a suo dire dei due tragediografi al registro altisonante e solenne di
Eschilo che viene ridicolizzato per la sua abissale distante dal linguaggio quotidiano si contrappone
la modernità di Euripide che comunque non è apprezzata da Aristofane, che la dipinge come
mortificazione della lingua poetica, come espressione di una retorica, quella dei sofisti, vuota. In
questa commedia pur appartenendo a questa fase gli studiosi hanno visto dei riferimenti all’attualità
politica e precisamente la battaglia delle Arginuse che si era verificata nel 406 a.C. La battaglia
delle Arginuse aveva rappresentato l’ultimo successo militare di Atene nella guerra del
Peloponneso, che però era stato pagato a caro prezzo dagli Ateniese, tant’è che era stato indetto un
processo agli strateghi che erano stati responsabili della perdita di tanti uomini. In questa commedia
la figura del servo, che accompagna Dioniso in pompa magna, sembra far riferimento alla promessa
di libertà che era stata fatta agli schiavi che avevano partecipato alla battaglia delle Arginuse