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IL CONCETTO DI ANIMA E IL LINGUAGGIO ANTROPOLOGICO DI OMERO E DELLA BIBBIA

Nell'esaminare l'antropologia omerica e confrontandola a quella omerica è possibile notare degli


elementi affini. In entrambe, ad esempio, non esiste alcun concetto di anima e si parla molto spesso del
corpo dell'uomo e, in modo ancora più particolare, di alcune sue parte le quali ne esprimono e ne
descrivono alcune particolari funzioni.
Il più rinomato poeta dell'Ellade, Omero, concepisce nelle sue massime opere, quali l'Iliade e
l'Odissea, l'uomo come un composto di parti talvolta fra loro comunicanti. Fra queste le più reiterate
sono: la mente [φρή ν], il pensiero [νοῦ ς], il cuore [καρδία] e il suo sentire [θυμό ς].
In Omero, infatti, la parola ψυχή non vuol ancora dire anima, come sovente vien tradotta, ma indica
semplicemente l'ultimo respiro che via trasvola dal corpo nel momento della morte. A conferma di ciò ,
ci basti vedere il verbo ψύ χω a cui essa è etimologicamente connessa e che per significato quello di
"spirare". Sempre in questo senso un ulteriore conferma ce la dà Platone, là dove ci ricorda che l'anima
è stata così nomata per il fresco [ψυχρό ς] che il respiro porta all'interno del corpo.
Posto che Omero parlasse dell'uomo come di un composto, non vi è nulla di strano là dove leggiamo
di Ettore che dice:

Io so bene, con il cuore e con la mente


[εὖ γὰ ρ ἐγὼ οἶδα τὸ δε κατὰ φρένα καὶ κατὰ θυμὸ ν] che:
il dì giungerà in cui il sacro iliaco muro,
Priamo e tutte le sue genti, cadranno.
(Iliade, Libro VI, vv. 447-448)

Lo stesso riferimento ricorre ove, a proposito di Achille che ancor non sa se smembrare Agamennone
o risparmiarlo, si legge che:

Mentre tali cose rivolgeva nel cuore e nella mente


[κατὰ φρένα καὶ κατὰ θυμό ν],
andava sguainando la grande spada.
(Iliade, Libro I, vv. 193-194)

Proprio per il fatto che per Omero il corpo è un composto di parti, esso può essere chiamato
unitariamente corpo [σῶ μα] soltanto quando è morto, poiché soltanto nella morte e membra
divengono da soggetti del mondo ad oggetti nel mondo. E quando l’uomo è morto il suo cuore [θυμό ς]
cessa ogni movimento ed abbandona le membra [γυῖα καὶ μέλεα] poiché esso è l’organo dell’e-
mozione. Sempre al momento della morte il respiro [ψυχή ] esce via dal corpo e finisce nell’Ade laido.
Come bene dice la parola stessa e come ci ricorda Platone nel Cratilo, Ade è parola composta di alpha
privativo e del verbo ἱδεῖν, essa significa cioè non vedere e a cagion di ciò tutti, temendolo, preferiscono
chiamarlo Plutone. Ivi, infatti, l’uomo non è più vivo in quanto “non più i nervi reggon l’ossa e le carni”
ed esso sopravvive soltanto sotto forma di mera ombra [ψυχή / εἴδωλον] che si figura ai cari che
ricordano la perdita di questi loro amici nei sogni, come accadde ad esempio al Pelide.
Anche così si comprende che per Omero la cosa che fa di un uomo veramente un uomo non è la sua
anima, ma che il suo corpo agisca sul mondo e nel mondo.
Il pensiero [νοῦ ς] è poi fondamentale per Omero. Esso viene spesso identificato con l’atto del vedere
[νοέω] poiché l’intendere è un vedere. Anche nel nostro modo di parlare rimane ancora qualche tracci
di tale collegamento quando ad esempio diciamo “il mio punto di vista” oppure “a mio modo di vedere”
o ancora “io la vedo così”.

Non troppo dissimile è invece l’antropologia biblica. Incominciamo col dire che, anche qui, non vi è
alcun concetto metafisico filosofico quale l’anima. Il termine ebraico nefeš [‫ ]נֶפֶשׁ‬che i greci della LXX
hanno tradotto con ψυχή e i latini della Vulgata con il corrispondente anima, in realtà non ha nulla a
che fare con tale concetto. Fra i significati dell’ebraico nefeš annoveriamo quello di gola e di persona,
che sono comunque i più ricorrenti nei testi biblici. Per questo nei Salmi è possibile leggere: “In ceppi
misero la mia nefeš [‫ ]נֶפֶשׁ‬e con i ferri mi serrarono i piedi - (105:18)”. È chiaro che qui non si tratti di
un ceppo che avvolge l’anima, bensì la gola, e a chiarificarlo ulteriormente è l’analoga espressione
rivolta invece ai piedi. Se davvero poi la traduzione esatta di nefeš fosse quella di anima, non avrebbe
alcun senso il divieto imposto ad un nazireo nei Numeri secondo cui: “Per tutto il tempo in cui rimane
votato al Signore, non si avvicinerà ad una nefeš met [‫( – ]נֶ ֥פֶׁש ֵ ֖מת‬6:6)”. Met è aggettivo che vuol dire
“morto” ed è quindi subito chiaro che qui non si intenda l’anima morta di una persona, bensì del
cadavere di un animale, ritenuto impuro.
Altra parte fondamentale dell’antropologia biblica è il cuore [(lêb) ‫]לֵב‬. Esso non è pero inteso,
all’occidentale, come la sede dei sentimenti, bensì al contrario come la sede della più alta conoscenza.
Il cuore non è sapiente in quanto sviluppa capacità razionali, ma in quanto si dispone all’ascolto:
diviene così meno assurdo quell’espressione che dice che le persone per vivere hanno bisogno solo
della parola di Dio. Sempre in tal senso i Proverbi dicono che: Il lêb intelligente e l’orecchio dei savi
cercano il sapere – (18:15)”.
La carne [(bâśâr) ‫ׂשר‬ָ ‫ ] ָּב‬gioca poi un ruolo più che nodale all’interno della Bibbia. Essa finisce non
molto di rado con l’identificare la persona stessa, più spesso in ambito giuridico. Così Giuda di fronte ai
fratelli, dice di Giuseppe che è “nostra bâśâr” (Genesi, 37:27). Al medesimo significato di parentela
allude anche il Levitico là dove, vietando il rapporto sessuale con i parenti, dice che: “A nessuno di voi è
lecito avvicinarsi alla carne [(še’er) ‫ׁש ֵאר‬ְ ] del suo bâśâr per scoprirne le parti pudende – (18:6)”, ove è
chiara ed evidente la distinzione tra la carne in senso fisiologico [(še’er) ‫ׁשאֵ ר‬ ְ ] da quella che assume,
invece, significato di parentela [(bâśâr) ‫ׂשר‬ ָ ‫] ָּב‬.
Chiaramente poi, ogni concetto dell’antropologia biblica, poiché inserito in un contesto religioso,
assume un significato spregevole quanto più è lontano da Dio ed invece gliene viene ascritto uno
benevolo quanto più esso è presso Dio. Ma la carne non è di per se spregevole, bensì solo se decide di
allontanarsi da Dio. Così accade per il cuore se smette di ascoltare la parola di Dio e decide di vivere da
solo, infatti, proprio come ci ricordano i Proverbi: “il lêb dell’uomo determina la sua vita, ma è sempre
il Signore a dirigerne i passi” – (16:9).

GABRIELE MANTINEO