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DELLO STESSO AUTORE

PRESSO LE NOSTRE EDIZIONI:

Il fuggiasco
La verità dell’Alligatore
Il mistero di Mangiabarche
Le irregolari
Nessuna cortesia all’uscita
Il corriere colombiano
Arrivederci amore, ciao
Il maestro di nodi
L’oscura immensità della morte
Niente, più niente al mondo
Nordest (con Marco Videtta)
La terra della mia anima
Cristiani di Allah
Perdas de Fogu (con Mama Sabot)
L’amore del bandito
Alla fine di un giorno noioso
Il mondo non mi deve nulla
La via del pepe
La banda degli amanti
Per tutto l’oro del mondo
Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane
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I fatti e i personaggi rappresentati nella seguente opera e i nomi e i dialoghi ivi contenuti sono
unicamente frutto dell’immaginazione e della libera espressione artistica dell’autore.
Ogni similitudine, riferimento o identificazione con fatti, persone, nomi o luoghi reali è puramente
casuale e non intenzionale.
Grafica e illustrazione in copertina/Emanuele Ragnisco
www.mekkanografici.com
ISBN 9788833571911
Massimo Carlotto
LA SIGNORA
DEL MARTEDÌ
LA SIGNORA
DEL MARTEDÌ
A Franco Mazzetto
…e siamo noi a far bella la luna
con la nostra vita
coperta di stracci e di sassi di vetro.
Quella vita che gli altri ci respingono indietro
come un insulto,
come un ragno nella stanza…
CLAUDIO LOLLI 
UNO

E
ra sempre l’ultimo ai provini. Per una questione di prestigio. La vecchia
guardia non aveva nulla da dimostrare. Lui la gavetta l’aveva fatta da un
pezzo, era passato il tempo in cui sgomitava per essere tra i primi a
entrare e abbassarsi i pantaloni. Nel porno funziona così: prima mostri
l’ardiglione, poi si discute.
Ora la cintura non la slacciava più. Il suo “repertorio” nel giro lo
conoscevano tutti. Ormai non ricordava nemmeno quanti film avesse
girato. Da protagonista, quando era più giovane. Poi aveva iniziato a
specializzarsi in ruoli meno acrobatici ma con maggiore spessore
recitativo. Quella mattina si era candidato per la parte di un parroco che
sfrutta il confessionale per circuire una giovane casalinga annoiata che,
incautamente, gli ha appena confidato i peccati della carne. Invece di
darle l’assoluzione, dopo averla seppellita sotto una montagna di
preghiere da recitare in ginocchio, la fa precipitare in un abisso di
lussuria. Anche con l’aiuto della perpetua: una russa bionda naturale alta
un metro e ottanta.
Il canovaccio era classico e lui conosceva le battute a memoria: “Perché
sei qui a quest’ora del mattino, figliola, con quello sguardo languido e
peccaminoso?”.
“Devo confessarmi, padre. Quando mio marito si è alzato per andare al
lavoro sono stata tentata nella mente e nel corpo”.
“E hai ceduto al peccato?”.
“Sì, padre. Mi sono toccata”.
“Mostrami come hai fatto…”.
Dal confessionale si passava alla canonica, dove ben presto arrivava
anche il marito geloso, che non resisteva al fascino della governante del
curato. Una storia tutta casa e chiesa. Il genere, particolarmente
apprezzato in Paesi cattolici come l’Italia e la Polonia, iniziava a piacere
anche negli Stati Uniti, dove i sensi di colpa della Chiesa romana hanno
sempre destato curiosità morbose.
Era bravo a dirigere certe orchestre, anzi il migliore, e non aveva dubbi
che la parte sarebbe stata sua. Per questo se l’era presa comoda, spiando
l’entrata del palazzo dalla vetrina di un bar. Aveva visto i suoi concorrenti
entrare uno alla volta. Alcuni erano volti noti. Altri erano giovani che per
la fretta di farsi conoscere sfruttavano tutte le occasioni. Alla domanda:
«Cosa sei disposto a fare?», in genere rispondevano: «Tutto».
Risposta sbagliata. Nel porno bisogna essere precisi e snocciolare le
proprie abilità con sicurezza e competenza.
Lui, per esempio, era sempre stato piuttosto selettivo. Si era tenuto
lontano da certi ruoli, anche se gli era costata l’esclusione da un discreto
numero di pellicole.
La sicurezza di essere scritturato non era l’unica ragione di
quell’ostentato ritardo. Aveva bisogno di tempo e tranquillità per parlare
con Martucci, il produttore, ed era meglio non ci fossero orecchie
indiscrete ad ascoltare. Nel mondo del cinema il pettegolezzo è d’obbligo,
soprattutto se mette in cattiva luce un diretto concorrente.
Doveva chiarire un episodio accaduto durante le riprese di Italian Sex
Sunday che poteva essere mal interpretato. Si trattava del remake di un
classico: cinque coppie, di cui due lesbo, alle prese con un’orgetta
pomeridiana in una villa con piscina. Lui aveva le mani saldamente
ancorate alle chiappe di un’attrice slovena con cui aveva lavorato spesso,
quando un raggio di sole le aveva illuminato i capelli ramati, creando un
gioco di riflessi di una tale bellezza che si era commosso.
Prima qualche singhiozzo, poi un vero pianto. Irrefrenabile. Aveva
continuato a muoversi dentro di lei senza rallentare il ritmo: per fortuna il
cazzo, bombato di papaverina, se ne fotteva alla grande delle sue lacrime.
Solo che troupe e attori se n’erano accorti e il set si era fermato. Tutti lo
fissavano sbalorditi. Lui aveva chiesto scusa ma non era riuscito a
smettere di frignare.
La regista, giovane e ingenuamente convinta che il porno, un giorno,
sarebbe stato solo un dettaglio ininfluente nel proprio curriculum, si era
esibita in una crisi di nervi da manuale. Martucci, che ne aveva viste di
tutti i colori nella sua lunga carriera, dopo aver osservato con occhio
esperto l’erezione aveva sentenziato che sarebbe durata almeno un altro
quarto d’ora. Poi aveva ordinato al direttore della fotografia di riprendere
la coppia solo da una certa angolazione e di non perdere altro tempo.
Durante la pausa gli altri attori si erano avvicinati con partecipe
curiosità e lui, non potendo raccontare la verità, si era inventato la storia
di un amico ucciso dall’Aids proprio la sera prima, dopo anni di battaglie
perdute una dopo l’altra con stoico coraggio.
Era bastato sussurrare il nome della malattia per togliere a chiunque il
desiderio di sapere altro.
Ora doveva trovare il modo per chiarire con il produttore che si era
trattato di un incidente che non si sarebbe mai più ripetuto. Altrimenti la
sua reputazione ne avrebbe risentito.
A quarantun anni doveva difendersi con le unghie e con i denti dalla
concorrenza. E per fortuna che nel genere casa e chiesa non erano
ammessi i neri. Ormai quelli spopolavano, anche perché venivano pagati
meno degli altri. Il mondo a luci rosse era esattamente lo specchio di
quello in cui si blaterava di diritti, di legge e di Dio.
Gli attori bianchi, soprattutto italiani e dell’Est Europa, cercavano di
difendere il proprio territorio con gli stessi argomenti dei politici. Lui
volutamente li ignorava, non si faceva mai coinvolgere. Aveva capito da
un pezzo che i neri erano destinati a primeggiare anche nel porno,
esattamente come nello sport. Possedevano quella magia che in gergo
veniva chiamata negrame, un termine cubano per indicare batacchi
fortunati nelle dimensioni, circondati da fasci di muscoli e nervi
coordinati, precisi, infaticabili. La potenza della natura si fondeva con il
desiderio, con il piacere. Loro, i bianchi, non erano più così.
Soprattutto lui.
Non era affatto detto che non si sarebbe commosso un’altra volta,
colpito magari dalla sensualità di un capezzolo o dal sorriso della
scenografa.
Aveva avuto un ictus: ecco da dove era iniziato tutto.
Era accaduto una mattina di gennaio tipicamente padana, fredda e
grigia. Dopo aver fatto colazione in un bar si era incamminato verso la
palestra. Si era ritrovato steso a terra e aveva atteso l’ambulanza per
diciannove lunghi minuti, di cui conservava un ricordo confuso.
Il pianto improvviso era una conseguenza dell’insulto, gli avevano
spiegato i medici.
Nell’ambiente di lavoro non l’aveva detto a nessuno. Altrimenti non
avrebbe potuto presentarsi al provino. Stare male non era ammesso,
qualsiasi malattia era sinonimo di morbo, infezione, contagio. Quindi
d’inaffidabilità. E allora evitava di raccontare. Ormai sapeva che era solo
questione di tempo prima di abbandonare la professione. L’aveva capito
quando i medici gli avevano detto che doveva scordarsi delle pasticchette
e delle punturine magiche.
«Ma io ho un unico strumento di lavoro» aveva balbettato. «Deve
funzionare per forza».
«Provi con gli integratori» era stato il suggerimento di una dottoressa
carina. Subito smentita dal braccio destro del primario. «Vanno bene
giusto per una sveltina».
Dopo malattia, sveltina era la seconda parola tabù nel suo ambiente.
Anche se l’ardiglione non poteva competere con le misure dei mostri
sacri, la discriminante per essere ammessi era la durata. E la capacità di
riprendere prontamente a martellare dopo le frequenti interruzioni sul
set. Quando aveva iniziato, la chimica non andava così di moda e lui era
giovane. Le défaillance erano state rare. Anche perché il sesso gli era
sempre piaciuto. Nei periodi di magra aveva fatto pure il gigolò. Cinema di
giorno e marchette di notte.
La prima volta che gli avevano proposto di fare il gigolò, reminiscenze
liceali gli avevano fatto tornare in mente che il termine viene da giguer,
gigoter: danzare, sgambettare. E lui era diventato bravo a volteggiare
veloce sulle piste dei dancing delle zone termali, mentre tedesche e
brianzole tra i quaranta e i cinquanta lo guardavano con desiderio. Alla
fine della serata ce n’era sempre una che lo pagava. Ci sapeva fare,
riusciva facilmente a entrare in confidenza, loro raccontavano cosa
desideravano e lui le accontentava con fantasia e passione.
Ora gli era rimasta un’unica cliente: la signora del martedì. Ma lei non
l’aveva conosciuta su una pista da ballo.
Era venuta a cercarlo. Aveva sentito parlare di lui da una sua
conoscente che lo aveva incontrato un fine luglio a Bellaria. La recensione
era stata positiva, pare tra il buono e l’ottimo, e così si era presentata alla
pensione Lisbona. L’attore viveva lì da sempre.
«Non credo desideri una stanza» l’aveva accolta il signor Alfredo, il
proprietario.
«Non ci penso proprio» aveva risposto lei, stupita che l’uomo seduto
alla reception indossasse abiti femminili. «Sto cercando il signor
Bonamente Fanzago».
«Stanza numero tre» aveva risposto l’altro sistemandosi la parrucca.
Un’ora più tardi, rivestendosi, la donna aveva messo in chiaro che le
sarebbe piaciuto tornare, ma era libera solo il martedì. «Tra le quindici e
le sedici».
Nove anni fatti di un martedì dietro l’altro. La signora arrivava,
salutava, metteva il denaro sul comodino, si spogliava, piegava
ordinatamente i vestiti e s’infilava a letto dopo aver verificato la pulizia
delle lenzuola.
Nel sesso niente di stravagante, una scopata classica, resa facile dalle
sue precise indicazioni sulle variazioni di ritmo.
La cliente ideale. Magari un po’ pignola su certe cose. Un giorno aveva
notato che nel cestino della camera i rifiuti erano stati buttati alla rinfusa
e gli aveva fatto una lezioncina sull’importanza della raccolta
differenziata per il futuro dell’umanità.
Sulla porta si era girata di scatto: «E non buttare il preservativo nel
water».
«Non lo faccio mai» aveva mentito lui.
Una tipa perfettina. L’attore si era convinto di essere l’unica nota di
disordine nella sua vita. Il martedì dalle quindici alle sedici.
Solo che verso il quarto anno l’attore Bonamente Fanzago si era
innamorato. All’inizio del settimo aveva commesso l’errore di dichiararsi.
Per la prima volta nella sua vita era così travolto dai sentimenti che non
aveva badato alla forma, usando parole forse poco adatte a lei. Che infatti
non si era fatta vedere per otto mesi. Otto mesi d’inferno. Avrebbe voluto
cercarla ma non sapeva nemmeno come si chiamasse, in virtù di una delle
regole ferree della relazione tra cliente e gigolò.
Poi un martedì era tornata e, come se non fosse accaduto nulla, aveva
messo i soldi al solito posto. Lui l’aveva amata con intensità e trasporto, lei
invece aveva apprezzato solo il lato fisico, cercando il secondo orgasmo
con un’urgenza dalla quale traspariva una lunga astinenza.
Dopo l’amplesso, però, la signora non si era rivestita subito. Aveva
tirato fuori da una piccola borsa di cuoio una bottiglia di whisky e due
bicchieri da degustazione, li aveva riempiti e ne aveva offerto uno a
Bonamente. Poi si era accomodata sulla poltrona. Lui, seduto sul letto,
felice e curioso, l’aveva osservata con un sorriso raggiante stampato sulle
labbra; sorriso repentinamente scomparso quando lei lo aveva informato
che nel periodo in cui non si erano frequentati aveva visto tutti i suoi film.
Il martedì dalle quindici alle sedici, ovviamente.
«E dato che t’intendi di preti e confessionali ho scelto questo whisky»
aveva detto mettendo il bicchiere in controluce. «Ha lo stesso colore dei
crocifissi nascosti nell’oscurità  delle chiese di campagna. Questo è un
malto senza più incertezze. Le ha superate tutte nei suoi quattordici anni
d’invecchiamento. È saggio, ti aiuterà a dimenticare di esserti innamorato
di me. Io non potrò mai essere tua. Sono solo un’affezionata cliente che ti
paga per fare sesso».
Bonamente aveva annuito con un sorriso mesto, mentre il cuore gli
andava in pezzi. Avrebbe voluto dire qualcosa ma per fortuna la signora
gliel’aveva impedito.
«Chiudi gli occhi e annusa» aveva sussurrato. «Ricorda il miele, le
albicocche disidratate, i fiori di campo. E adesso assaggia. In bocca è
elegante, sottile, morbido. Sentori di frutta secca, uva passa, zabaione e un
leggero accenno di tabacco da pipa».
Poi si era zittita, persa in pensieri che erano durati il tempo di due
bicchieri facendola sorridere. Aveva canticchiato una canzone di
Marianne Faithfull:
 
And I follow, follow, follow
The gypsy faerie queen
We exist, exist, exist
In the twilight in-between.
 
Dopo aveva aperto le gambe, chiedendogli di leccarle la passera. Lui era
sempre stato bravo nel cunnilingus, era la pratica preferita da molte delle
sue clienti estive. Soprattutto italiane e svizzere. Raccontavano che i loro
mariti non ne volevano sapere, come maschi si sentivano sminuiti.
La signora era venuta in fretta, lui avrebbe voluto continuare a fare
sesso, ovviamente senza pretendere extra, ma lei aveva commentato che
tre orgasmi potevano bastare e che le sedici erano passate da qualche
minuto.
Il gigolò l’aveva guardata rivestirsi e andare via.
Era rimasto a letto fino a sera a cercare di mettere insieme le parole
giuste che avrebbe voluto pronunciare. Fanzago era fatto così: gli
venivano in mente sempre dopo. Nel momento in cui sarebbero servite,
dalla sua bocca uscivano solo quelle sbagliate. Per questo era sempre stato
perdente nei litigi. Anche i più stupidi e insignificanti.
 
Quando la sala d’attesa diventò silenziosa si accorse che l’ultimo
pretendente al suo trono era impegnato nel provino. Poi sarebbe toccato a
lui. Arricciò il naso, l’aria era viziata, satura di una miscela di profumi
decisi e maschi e di pomate dolciastre acquistate online che promettevano
erezioni veloci e durature.
Per qualche minuto ripassò il copione, giusto per distrarsi.
«Zagor, vieni» disse Lara, l’assistente della regista, con voce incolore.
“Zagor” era il suo nome d’arte. Di meglio non gli era venuto in mente
quando la produzione del primo film gli aveva fatto notare che chiamarsi
Bonamente Fanzago era una pessima idea, almeno nel porno.
In realtà chiamarsi Bonamente Fanzago era una pessima idea anche
nella vita.
Il padre, ma solo al compimento del suo decimo anno di età, gli aveva
chiesto scusa. Bonamente era il nome di un avo dei marchesi che
affittavano la terra alla famiglia Fanzago da una decina di generazioni. E
dato che alla fine quei nobilucci decaduti erano stati costretti a venderla
proprio a loro, i fittavoli, a lui e a sua madre era sembrato giusto
appropriarsi anche del nome dell’unico antenato di un certo rilievo. Aveva
sentito dire che Bonamente era stato un letterato piuttosto quotato nel
Quattrocento, ma non aveva mai voluto approfondire per evitare ulteriori
delusioni.
Quando entrò nella sala tutti lo salutarono con il dovuto rispetto. Dietro
il tavolo ingombro di fogli e fotografie stavano in cinque, in mezzo
Lorenzo Martucci, il produttore, che con un brusco cenno della mano
invitò gli altri a lasciare la stanza.
«Devo parlare con Zagor» tagliò corto, invitandolo a sedersi.
«Come stai?» gli chiese. «Ti sei ripreso?».
L’attore s’irrigidì. Le cose non stavano andando come si era
immaginato. Martucci aveva puntato dritto al sodo, saltando il provino.
Non era affatto un buon segno.
«Ecco, giusto di questo volevo parlarti» ribatté goffamente. «Voglio sia
chiaro che si è trattato di un episodio e che…».
«La storia dell’amico morto di Aids era una balla, vero?» lo interruppe il
produttore.
«No, come ti stavo dicendo…».
«Smettila, Zagor. Si vede lontano un miglio che sei depresso».
Depressione. Dopo malattia e sveltina, è la terza parola maledetta nel
mondo del porno. Ma forse era meno grave passare per esaurito che
ritrovarsi costretto a confessare l’ictus.
«In effetti sto vivendo un periodo un po’ particolare».
«Che dura da un pezzo. Sei scomparso per sei mesi. Ti sei ricoverato in
qualche clinica discreta per rimetterti in sesto? A me puoi dirlo».
«No, ho avuto problemi in famiglia».
«Quale famiglia? Ci conosciamo da una vita, non raccontarmi cazzate».
Bonamente chinò il capo. Non era mai stato bravo a mentire.
«Una volta non era così» sospirò Martucci. «Non so cosa vi stia
capitando. Succede sempre più spesso d’incontrare artisti che dopo un po’
di anni vanno fuori di testa».
Il produttore era piuttosto greve nei modi ma di buon cuore. «Ho già
assegnato la parte per Corna in canonica ma tra un po’ inizieremo le riprese
di un porno clinical e c’è un ruolo che ti sta a pennello: il paziente in coma
che si risveglia con un’erezione da paura e insidia le infermiere. Se lo vuoi
è tuo. Puoi commuoverti quanto vuoi, anzi dovresti frignare senza
ritegno. Si tratta di una versione hard di Grey’s Anatomy e mi serve la scena
di un pompino con il primo piano del tuo volto rigato dalle lacrime. Ho
bisogno di un’emozione da vero cinema e tu sei l’attore giusto».
Fanzago lo ringraziò con sincera riconoscenza. Prima di congedarlo
Martucci volle a tutti i costi dispensargli un buon consiglio.
«Devi cominciare a pensare seriamente a ritirarti, Zagor» attaccò. «Il
porno si sta evolvendo, le nuove generazioni sono oggettivamente più
cinematografiche della tua. Ogni ora, nel mondo, due milioni e mezzo di
persone pagano per vedere un film a luci rosse. È un mercato in
espansione che ha bisogno di rinnovarsi. Del resto quest’ambiente è come
il calcio, a una certa età bisogna inventarsi un’altra vita».
L’attore Bonamente “Zagor” Fanzago farfugliò un saluto e si ritrovò in
strada. Voleva ritornare alla pensione Lisbona ma per un lungo attimo
rimase indeciso sulla direzione da prendere. Gli effetti collaterali dell’ictus
c’entravano poco. Sentiva di aver smarrito ogni certezza.
S’incamminò lungo strade secondarie meno intasate dal traffico. Aveva
scoperto l’esistenza di un nemico invisibile e cercava di evitarlo in tutti i
modi. Un giorno, mentre era ricoverato, aveva sentito i medici che
discutevano tra loro sul fatto che a ogni picco d’inquinamento da polveri
sottili corrispondesse un aumento dei ricoveri per malattie
cardiovascolari. Polveri sottili, nemmeno sapeva cos’erano.
Ora invece le conosceva bene, e gli facevano solo paura. Il giorno
dell’ictus era stato uno dei più inquinati dell’anno, le polveri sottili
avevano superato ogni limite imposto dalla legge e dal buon senso. Colpa
del traffico, avevano scritto.
La psicologa del reparto, che vagava giuliva di letto in letto per
convincere i pazienti che la loro vita era irrimediabilmente cambiata e che
era altamente consigliabile esserne consapevoli e affrontare il futuro con
il dovuto senso di responsabilità, gli aveva preannunciato che avrebbe
guardato il mondo in maniera diversa.
In parte aveva ragione. In realtà era stato come imparare un’altra volta
a camminare, a stare in piedi da solo. E ad avere un rapporto diverso con il
proprio corpo. Bonamente non aveva mai sospettato che si potesse
“ascoltarlo”. Ora invece doveva convivere con l’idea che magari il corpo
gli avrebbe giocato di nuovo un brutto tiro. E poi c’era qualcos’altro con
cui avrebbe dovuto fare i conti ogni santo giorno: la medicina. Intesa come
pillole, pasticche, bustine. Mezze, intere, prima del pasto, durante il pasto,
dopo il pasto, lontano dal pasto. Quattro volte al dì. Per sempre.
«Si rassegni, lei ha una malattia cronica, solo la terapia può tenerla in
vita» aveva risposto il medico quando gli aveva chiesto per quanto tempo
avrebbe dovuto assumere tutti quei farmaci. In fondo la riabilitazione
procedeva bene, la logopedista era soddisfatta dei progressi e lui si sentiva
sempre più in forma.
Quando era tornato nella sua stanza alla pensione aveva frugato su
internet alla ricerca del significato di malattia cronica: “Sono croniche
tutte quelle patologie caratterizzate da un lento e progressivo declino
delle normali funzioni fisiologiche”.
Aveva pianto. Non ci poteva fare nulla, ma se non altro quello era il
momento giusto. La consapevolezza piena, vera gli era piombata addosso
come un macigno. Aveva estratto dalla tasca il portapillole che gli aveva
regalato il farmacista quando aveva capito di trovarsi di fronte un cliente
non occasionale, cominciando a osservare forme e colori. Rotonde, ovali,
bianche, gialline, arancioni… Si era chiesto come fosse possibile che
tenessero sotto controllo la pressione o il colesterolo. Prima non si era mai
domandato in che modo la papaverina riuscisse a tenergli così a lungo il
cazzo duro come marmo, ma adesso era necessario farlo: quelle pillole non
avrebbe dovuto ingurgitarle una volta ogni tanto bensì ogni giorno, fino al
suo ultimo respiro.
E si sa, i farmaci salvano la vita, almeno nelle intenzioni, ma sono
invadenti. Penetrano nell’organismo, lo modificano, curano le patologie
ma non sono mai neutri. Un po’ ti avvelenano, li chiamano effetti
collaterali.
Bonamente si era convinto che la chimica fosse davvero misteriosa,
benedetta e maledetta allo stesso tempo. Non la considerava una forza
amica: in realtà se ne sentiva circondato, assediato, oppresso, minacciato.
Nel momento in cui assumeva un farmaco, mangiava un alimento, beveva
un bicchiere d’acqua, camminava per strada, era tormentato dall’idea di
ingerire, digerire, inalare chimica.
Così tendeva a rimuovere il problema dimenticandosi di assumere la
terapia. Per questo dei farmaci ora si occupava il signor Alfredo, che
provvedeva a tutto con la precisione di un’infermiera professionale. A lui
non restava che inghiottirli.
L’ictus lo aveva costretto a un sincero bilancio e ad ammettere di essere
la somma di quello che era stato, della chimica che lo teneva in vita e di
quella che lo avvelenava con una dose giornaliera di sostanze nocive.
E ora Martucci, con altrettanta lucidità, aveva messo le cose in chiaro: il
ruolo del paziente che si risveglia dal coma e infila la mano sotto il camice
delle infermiere sarebbe stato l’ultimo. Fine della carriera.
In ogni caso, inventarsi un presente e un futuro era l’unica cosa che non
gli metteva ansia. Lui la vita non l’aveva mai presa sul serio.
Era nato in un’ambiziosa famiglia benestante, nella quale la
determinazione e la feroce ricerca di un riscatto sociale avevano
accomunato intere generazioni. Avrebbe potuto seguire le orme paterne,
gli erano state offerte tutte le possibilità, ma lui era diventato Zagor
perché tutto ciò che aveva a che fare con i vincoli sociali e familiari gli
faceva orrore. Quello che più lo atterriva erano le dinamiche delle
relazioni tra parenti, il peso insostenibile degli affetti, degli obblighi, degli
inevitabili risentimenti. Più o meno a quindici anni aveva giurato a se
stesso che non si sarebbe mai sposato, a ventidue si era sottoposto a
vasectomia. Si era sottratto al servizio militare e non aveva preso in
considerazione l’università. Non voleva lasciare nulla dietro di sé. Voleva
solo attraversare il proprio tempo senza troppi problemi.
Aveva fatto perdere le proprie tracce con metodo, da tempo non
riceveva più notizie da nessun parente. Lo avevano cercato fino a quando
un amico aveva regalato a Fabio, suo fratello maggiore, il dvd di un film in
cui Zagor recitava la parte di un esorcista sadomaso.
Aveva avuto molte relazioni, sempre con belle donne. Bonamente era
uno che piaceva. Oltre al fisico scolpito e al volto da attore di fotoromanzi,
era simpatico e abbastanza colto da sostenere una conversazione di medio
livello senza sbagliare i congiuntivi. Per pudore cercava le donne fuori
dall’ambiente del porno: non voleva svelare il proprio lato più intimo a
colleghe di lavoro. Comunque le sue storie escludevano categoricamente
ogni forma di convivenza e non duravano mai a lungo. Dopo, nessun
rancore, nessuna sofferenza, nessun ricordo particolare.
Almeno fino a quando non si era innamorato della sua signora. Da allora
aveva smesso di guardarsi attorno. Tutta la vita affettiva di Bonamente si
concentrava negli appuntamenti del martedì, dalle quindici alle sedici.
Non riusciva ad ammettere che in realtà per lui era quella la relazione
perfetta. Che non avrebbe potuto desiderare di meglio.
Quella donna, di cui non conosceva nemmeno il nome e che non si era
mai sognata di lasciargli il proprio numero di telefono, lo aveva stregato.
Se n’era perdutamente invaghito e temeva di perderla. Timore più che
concreto per un gigolò che a causa dell’ictus non poteva più usare la
chimica. Al momento la passione era così ardente che con lei non ne aveva
mai avuto bisogno, ma l’ansia da prestazione era in agguato: il giorno in
cui non sarebbe stato più in grado di soddisfarla come cliente l’avrebbe
perduta.
Un ragionamento che doveva aver quantomeno sfiorato anche la
signora, dato che era al corrente dell’insulto.
Un pomeriggio, in ospedale, Bonamente aveva aperto gli occhi e
accanto al letto c’era lei che lo osservava preoccupata.
«Come stai?» aveva chiesto, sfiorandogli la guancia.
«Pare che abbia avuto un ictus, ora mi sto riprendendo» aveva risposto
lui con il cuore in subbuglio. La signora del martedì era andata a trovarlo,
non ci poteva credere. Per l’emozione aveva cominciato a farfugliare una
giustificazione: «Sai, con la vita che faccio…».
La signora gli aveva appoggiato un dito sulle labbra, sussurrando:
«Riprenditi». E se n’era andata.
La visita l’aveva così agitato che i medici erano stati costretti a sedarlo
per abbassare la pressione.
Bonamente aveva poi scoperto che era stato il proprietario della
pensione a informarla quando si era presentata, puntuale come sempre, il
martedì. Il signor Alfredo, che non la poteva vedere, ne aveva approfittato
per maltrattarla.
«Il signor Fanzago sta male, malissimo, e chiede sempre di lei. Al suo
posto andrei in ospedale a portare un po’ di conforto a quel pover’uomo».
Il signor Alfredo andava a trovarlo tutti i giorni. Travestita da uomo.
Giacca e cravatta, pantaloni a vita alta come li portano gli uomini anziani.
Solo osservandola bene in viso si notava il trucco leggero.
«È suo padre?» chiedevano ghignando le infermiere.
«Per carità!» squittiva. «Sono il suo miglior amico».
Lo faceva apposta. Le piaceva da matti giocare alla vecchia checca. La
domenica arrivava con i dolcetti per il personale di turno e tutti la
adoravano.
A Bonamente capitava spesso di ricordare il giorno in cui aveva bussato
alla porta della pensione Lisbona, che gli era stata segnalata da una
truccatrice. Il proprietario aveva assunto una seducente posa da pin-up e
aveva detto: «Tutti qui mi chiamano signor Alfredo, ma come vedi sono
inequivocabilmente una bella donna e come tale voglio essere trattata».
L’attore aveva pensato che si sarebbe trovato benissimo.
 
Il signor Alfredo detestava la signora con tutte le sue forze. In
particolare, non riusciva ad accettare il fatto che ogni martedì alle
quindici lei entrasse nella pensione Lisbona senza degnarla di uno
sguardo. Eppure si premurava di accoglierla con le sue mise più raffinate.
Ma la signora fingeva che la reception fosse deserta e tirava dritto verso la
camera dell’attore.
Il signor Alfredo non perdeva mai occasione di rifilare a Bonamente,
che non si capacitava di quell’antipatia, la stessa ironica bugia: «Dopo tutti
questi anni continua a non arrendersi all’idea che sono e sarò sempre più
elegante di lei».
Quando Bonamente tentava di coinvolgere il signor Alfredo nelle sue
complicate e vane strategie amorose, questi finiva sempre per sbottare: «È
una gnè-gnè-gnè e si diverte a farti soffrire. Non si metterà mai con te.
Accontentati di andarci a letto e di farti pagare».
L’attore ci rimaneva male, allora lei rincarava la dose. «E visto che
siamo in argomento, per una volta àlzati dallo zerbino, mostrati uomo. E
aumenta la tariffa, è sempre la stessa da anni».
Il signor Alfredo era una che la sapeva lunga.
Di cognome faceva Guastini, ed era apparsa dal nulla una trentina di
anni prima. Nessuno nel quartiere l’aveva mai vista.
Raccontava di aver vissuto a lungo a Lisbona, città di cui conservava
evidentemente ricordi straordinari perché ogni volta che la nominava,
cosa che del resto accadeva spesso, sospirava di struggimento e di
nostalgia.
«Ah, Lisbona. Che tramonti e che amori pazzi, pazzi, pazzi» ripeteva
sognante.
Il signor Alfredo aveva superato la sessantina da un po’ e tra le mura
della pensione si era sempre vestita da donna. Sopra i radi capelli tinti di
nero indossava una parrucca modello sexy lady, una cascata biondo
cenere lunga settanta centimetri.
Aveva una passione per i cappelli. Era capace di cambiarne tre in una
sola mattinata. Frequentava una modista in pensione che aveva ancora le
mani d’oro.
Bonamente provava nei suoi confronti un affetto che non riusciva a
definire, ma che per intensità gli ricordava quello che aveva provato per
una zia nei primi anni di età. Il signor Alfredo era una persona adorabile,
sensibile, gentilissima. La pensione Lisbona era il suo regno, che
abbandonava malvolentieri proprio perché ogni volta che doveva uscire
era costretta a travestirsi.
«Ho paura» aveva detto una volta. «A dire la verità ne ho sempre avuta,
ma ora non sono più in grado di difendermi, nemmeno a parole».
Bonamente la capiva. Un travestito è tollerato solo se è giovane, se può
essere scambiato per una donna e stuzzica fantasie. Ma un vecchio con la
gonna e i tacchi risulta grottesco, soprattutto in un mondo sempre meno
tollerante.
L’attore era certo che la pensione avesse perduto quasi tutti i clienti
proprio a causa degli abiti femminili indossati da quell’omino magro come
un chiodo e con un volto dai lineamenti delicati. Un tempo, quando il
signor Alfredo era “bella”, le camere erano sempre occupate. Perlopiù da
rappresentanti di commercio. Lei si era dedicata con passione ai suoi
ospiti e poteva capitare che trascorresse parte della notte con uno di loro.
Non per denaro ma, appunto, per passione.
Bonamente alloggiava nella camera numero tre da oltre quindici anni e
aveva assistito al lento ma implacabile abbandono da parte dei clienti.
Ormai si faceva vedere, ma sempre più raramente, solo il professor
Federico Bassi, un napoletano di rara raffinatezza e ironia. Aveva
insegnato letteratura spagnola all’università e veniva spesso in città per
impegni legati alla professione. Poi era arrivata la pensione e, dopo la
scomparsa della moglie, per tornare dal signor Alfredo era costretto ad
accampare scuse con i figli, che non capivano la necessità di quei viaggi al
Nord.
Tra Bassi e il signor Alfredo esisteva un legame profondo. Bonamente lo
aveva capito dalla luce negli sguardi che si scambiavano chiacchierando a
voce bassa nel salotto della pensione, seduti l’uno di fronte all’altra.
L’attore aveva iniziato ad apprezzare, e invidiare, quella complicità solo
dopo essersi innamorato della sua signora. Gli piaceva sentirli ridere.
Il signor Alfredo non si era mai lamentata di quelle camere vuote.
Evidentemente non doveva avere preoccupazioni economiche, visto che
continuava a investire nella pensione, sempre linda e ben arredata.
Sei camere ricavate da due grandi appartamenti al terzo piano di un
palazzo signorile in piazza Risorgimento. Le stanze erano ampie e
ammobiliate con gusto, ognuna aveva un letto king size. Negli anni
Bonamente aveva reso unica la numero tre, sostituendo a proprie spese
praticamente tutti gli elementi di arredo, incoraggiato dal signor Alfredo.
«L’importante è che rimani qui da me» diceva. «Altrimenti la tua signora
non ti trova più».
L’attore non era mai stato sfiorato dall’idea di andarsene. Dopo aver
lasciato la casa di famiglia aveva sempre vissuto in una pensione. Cercava
luoghi con cui non avere legami né obblighi di nessun tipo se non quello
di saldare il conto. Niente pranzi e cene di famiglia, niente feste
comandate, ricorrenze, anniversari. Si sentiva rassicurato dalla
prospettiva di stare in mezzo a sconosciuti, che potevano rivelarsi
interessanti ma che non avrebbero lasciato un segno nella sua esistenza.
Solo la donna che vedeva il martedì e il signor Alfredo erano diventati
veramente importanti, anzi fondamentali. Uniche eccezioni rispetto alla
sua scelta di sopravvivenza.
I mostri venivano ancora a visitarlo la notte. Prima dei volti,
riconosceva i mobili e gli oggetti della casa in cui era cresciuto. Un’eredità
contesa e gli aborti di diverse giovani e ingenue cameriere avevano diviso
la famiglia in fazioni, esaltando in ognuno cattiveria e crudeltà. Un sorriso
o un abbraccio potevano rivelarsi fonte di guai, paura e punizioni subdole.
E poco importava se lui era appena un bambino.
 
Quando Bonamente arrivò alla pensione incrociò sulla porta la signora
Erminia. Si occupava da sempre delle pulizie mentre suo marito, Rolando,
curava la manutenzione.
«Sbrigati che Guastini sta per scodellare il risotto» disse con un gran
sorriso. Lei il signor Alfredo lo chiamava solo per cognome.
Una volta c’era stata anche una cuoca, ma ora che a mangiare erano
rimasti in due, tre al massimo quando c’era il professore, ai fornelli ci
stava lei. Sapeva cucinare davvero bene, sempre elegantissima con i
grembiuli di pelle creati su misura da Aureliano “Lolly” Bossan.
Bonamente, da quando aveva avuto l’ictus, si preoccupava che le
pietanze fossero leggere e salutari. Mentre si lavava le mani pensò che
avrebbe dovuto affrontare il signor Alfredo, che non aveva accolto affatto
bene la sua decisione di presentarsi a quel provino.
«Com’è andata?» gli chiese infatti in tono stizzito mentre spargeva un
cucchiaino scarso di parmigiano sul piatto dell’attore.
Bonamente prese tempo, masticando un boccone. L’assenza di burro e il
brodo vegetale impoverivano il risotto. Sembrava quello dell’ospedale,
eccetto per la cottura.
«Un ultimo film e poi chiudo» rispose.
«Un ultimo film di troppo».
«Signor Alfredo, ne abbiamo già parlato. Non posso lasciare il cinema
con un film dove mi hanno ripreso praticamente sempre di spalle perché
stavo piangendo. Ho una carriera dignitosa da difendere, la mia uscita di
scena dev’essere all’altezza».
«E se ti commuovi? E se non ti tira? Mica penserai di ricorrere ai soliti
aiutini, per te ora quella robaccia è assolutamente proibita».
«Il pianto non è un problema, anzi. Ma è vero, per due, tre giorni al
massimo, non potrò fare a meno della papaverina e degli altri intrugli».
Il signor Alfredo scosse la testa. «È un rischio assurdo. Potresti
schiattare sul set, e comunque subirai delle conseguenze sul piano fisico.
Bada che io non voglio pensionanti in sedia a rotelle».
Bonamente, che non aveva voglia di discutere, promise che avrebbe
riflettuto seriamente sull’opportunità di non girare quell’ultima pellicola.
Cinquanta grammi di risotto, un’insalata, una mela cotta con appena
un’idea di zucchero grezzo di canna e un caffè d’orzo con mezza bustina di
dolcificante. Si alzò da tavola con la fastidiosa sensazione di avere ancora
fame e si ritirò in camera.
Il signor Alfredo aveva ragione, recitare quell’ultimo ruolo era una
pazzia, ma in qualche modo si sentiva obbligato a dire addio al porno con
stile. Si sforzò di essere sincero con se stesso e di ammettere che in fondo
nessuno avrebbe sentito la sua mancanza. Era stato un attore di un certo
livello, aveva ricevuto spesso recensioni discrete, ma non era mai
diventato una star. Un professionista molto apprezzato dagli addetti ai
lavori, in verità soprattutto dalle attrici, per le sue attenzioni durante le
riprese, che però non aveva mai mandato in delirio il pubblico. E poi aveva
ragione Martucci, la nuova generazione era più cinematografica. I giovani
che tentavano la carriera nel porno ostentavano quel pizzico di
disperazione e rabbia che rendeva il sesso ancora più torbido e
affascinante. Un giorno, un ragazzo dai capelli ricci con un fisico da
palestra e un cazzo di tutto rispetto, che aveva abbandonato l’università
perché troppo faticosa, gli aveva detto che nel porno era finito il tempo
dei gagà. E si riferiva proprio a lui.
L’immagine di quel giovane borioso, molto somigliante a un politico
dall’aria ottusa che in quel periodo imperversava nei notiziari, lo irritò e
interruppe il flusso dei suoi pensieri. Comunque aveva ancora tempo per
decidere. Si accomodò sulla poltrona e iniziò a leggere un romanzo
pescato nella libreria del salotto. Il signor Alfredo era abbonata a un club
che proponeva un catalogo di libri di varie case editrici. Li sceglieva a caso
e non aveva mai disdetto l’abbonamento. Quelli per sé invece li comprava
in edicola e ne divorava uno alla settimana. Una collana di romanzi
d’amore piuttosto stucchevole. La solita storia: lui, lei e l’altra.
Bonamente sbirciò il calendario. Era appena venerdì. Sospirò di
disappunto. Ancora quattro giorni prima di accogliere la signora nel suo
letto. Il pensiero del corpo nudo della donna gli provocò un’erezione
passabile. Il suo cazzo era sensibile all’amore.
Chiuse gli occhi e non si lasciò sfuggire il momento.
DUE

Q
uel sabato mattina il signor Alfredo era particolarmente contenta. Servì la
colazione canticchiando un successo di Gianni Morandi:
 
Non se ne va questo spirito libero
Questo ragazzo che porto dentro
È una vita che ti guardo
E non se ne va questa luce dagli occhi…
La voglia di rivivere tutto da capo e ogni momento
La voglia di chiamarti amore come non te l’avessi mai detto.
 
Bonamente intuì che stava per arrivare il professor Bassi.
«Si fermerà per il weekend» cinguettò Guastini.
Il napoletano alloggiava nella camera numero uno ed Erminia ricevette
l’ordine, perentorio quanto inutile, di tirarla a lucido. La donna non si
scompose, il signor Alfredo aveva invece il cuore e la testa in subbuglio,
ispirava quasi tenerezza. Bonamente si scoprì a invidiarla: un fine
settimana con la sua signora era un sogno irrealizzabile.
Uscì per una passeggiata. Gironzolò guardando distratto le vetrine di un
centro commerciale. Una volta avrebbe camminato lungo i viali alberati,
ma ora si sentiva al sicuro in quella enorme scatola dove l’aria veniva
convogliata e filtrata da sofisticati macchinari.
Si sedette al tavolino di un bar in una piazza inventata, sotto un
ombrellone che non sarebbe mai stato toccato dai raggi del sole o dalla
pioggia, e ordinò un orzo in tazza grande. Versando la bustina di
dolcificante indugiò su un pensiero che lo intristiva. Il suo corpo era
invecchiato di colpo, doveva scordarsi di essere un quarantenne. I medici
erano stati rassicuranti sulla qualità della vita che avrebbe condotto, la
psicologa giuliva molto meno. Aveva insistito sulla necessità di prendere
consapevolezza, quando invece avrebbe dovuto, almeno per una volta,
fingere un po’ di ottimismo.
Per distrarsi e impedire che l’umore diventasse troppo nero e
insopportabile entrò in un negozio di intimo per comprare delle mutande.
Non aveva ancora capito se alla signora del martedì piacessero di più i
boxer o gli slip, non aveva mai trovato il coraggio di chiederglielo. A volte
esibiva un modello, a volte l’altro, cercando di cogliere qualche segno che
indicasse una preferenza. Disdegnò gli articoli in offerta e decise che lei
avrebbe gradito un paio di boxer a righine bianche e azzurre.
Voleva trovarlo vestito di tutto punto, giacca compresa, e dovevano
sfilarsi gli indumenti senza guardarsi. Bonamente barava, se la mangiava
con gli occhi, tentato dal desiderio di avvicinarsi e di abbracciarla.
Avrebbe dato chissà cosa per aiutarla a spogliarsi.
 
Il professore arrivò poco prima di pranzo. L’attore era in salotto,
immerso nella lettura di un quotidiano locale. Bassi lo salutò con la solita,
sincera simpatia.
«Come va la salute, Bonamente? La vedo in ottima forma».
Lui invece appariva invecchiato dall’ultima volta che si erano visti. A
parte gli occhi, sempre vivi e arguti.
«E lei, Federico, è ringiovanito».
Il professore sorrise, chinando appena la testa per ringraziare della
cortese bugia.
A pranzo tenne banco tutto il tempo, come se avesse bisogno di parlare.
Era gradevole ascoltarlo. Bonamente pendeva dalle sue labbra mentre il
signor Alfredo si muoveva silenziosa e indaffarata tra la cucina e la tavola.
L’attore rimase tutto il pomeriggio in camera. Verso sera chiamò un
taxi. Quando fornì l’indirizzo all’autista, quello si voltò con un sorriso
complice stampato sulle labbra. «È rimasto solo l’Eden» commentò,
alludendo all’ultimo cinema porno ancora aperto in città. Ormai la gente i
film se li guardava a casa, libera di disporre del proprio corpo.
In quella vecchia sala proiettavano un clinical, genere che Bonamente
non aveva mai praticato e di cui doveva farsi un’idea ben precisa per
interpretare il ruolo che gli aveva affidato Martucci.
Uscì piuttosto abbacchiato. Non solo perché la produzione slovena
aveva girato il solito remake, ma soprattutto perché non c’era un solo
attore della sua età. La più anziana era la caposala, che doveva avere al
massimo trentacinque anni.
Quando tornò alla pensione trovò Guastini ad aspettarlo. Aveva tenuto
in caldo la cena e voleva assicurarsi che assumesse i farmaci prescritti.
Poco dopo, puntuale come sempre, bussò alla sua camera per portargli la
tisana.
Quella notte il signor Alfredo non tornò nella propria. Proseguì verso la
numero uno e abbassò delicatamente la maniglia della porta. Federico era
alla finestra, indossava un’elegante vestaglia blu scuro con dettagli rossi e
senza voltarsi declamò, a voce bassa e roca, i versi di Neruda con cui da
molti anni accoglieva Alfredo quando andava a fargli visita nel cuore della
notte.
 
Io ti ho nominato regina.
Ve n’è di più alte di te, di più alte.
Ve n’è di più pure di te, di più pure.
Ve n’è di più belle di te, di più belle.
Ma tu sei la regina.
 
Alfredo si avvicinò e gli sfilò la vestaglia. Gli baciò la schiena nuda,
prima d’inginocchiarsi e insinuargli la lingua tra le natiche. Allungò la
mano sinistra, cercò il cazzo di Federico e iniziò ad accarezzarlo. Quando
ebbe ottenuto una timida erezione si alzò e gli infilò l’indice della destra
nel culo, cercando la prostata. Si accorse che era ingrossata. Maledisse la
vecchiaia e continuò a muovere delicatamente il dito e la mano fino a
quando non sentì nel palmo il calore di poche gocce di sperma. Poi lo
abbracciò forte.
«Tu sei il mio re» sussurrò.
 
La domenica mattina Guastini si alzò presto per preparare la torta
preferita di Federico. Era felice, decisa a godersi ogni istante del tempo
che avrebbero trascorso insieme. Avrebbe voluto vivere con lui fino
all’ultimo giorno. Lo amava di un amore pazzo e impossibile, come ne
aveva collezionati tanti.
Bonamente invece si alzò con quel senso di smarrimento che provava
quando doveva affrontare la domenica. Non sapeva mai bene cosa fare.
Mentre le coppie e le famiglie invadevano le vie del centro, i parchi, i
ristoranti, e la città si piegava ai loro desideri, lui non vedeva l’ora che
arrivasse il lunedì.
Non appena entrò nella sala dove veniva servita la colazione adocchiò
subito il dolce.
«Per te solo mezza porzione» lo ammonì il signor Alfredo. «In questa
delizia ci sono zucchero e burro in abbondanza».
Bassi, approfittando di un attimo di assenza della sua regina, allungò a
Bonamente un’altra fettina. «La mangi in fretta, altrimenti mi sgrida».
Lui non si fece pregare, e mentre masticava veloce pensava a dove
andare per poter lasciare i due innamorati in santa pace. Invece il
professore, con grande sorpresa del signor Alfredo, espresse il desiderio di
andare in un ristorante di cui un tempo era cliente fisso e invitò anche
l’attore.
«Non posso, ho un impegno» ribatté Bonamente lanciando un’occhiata
a Guastini.
«Mi permetta di insistere. Mi farebbe contento» rilanciò Bassi. «È tanto
che non mangio fuori con degli amici. La domenica ci vado con figli, nuore
e nipoti, ma mi trattano tutti come un nonnino rimbecillito e io sono
costretto a comportarmi di conseguenza. La vera tragedia è essere
obbligato alla banalità».
«Magari ti puoi liberare» intervenne il signor Alfredo, scandendo le
parole.
E così Bonamente accettò, e si ritrovarono in auto diretti verso un
ristorante dell’estrema periferia, dove si iniziava a intravedere la grande
pianura, con i campi di soia che avevano sostituito le coltivazioni
tradizionali.
Il signor Alfredo guidava la sua nuova vettura elettrica, acquistata dopo
che Bonamente lo aveva informato sui danni provocati dalle polveri
sottili. Aveva svenduto la Mercedes con motore diesel e aveva scelto un
costoso modello giapponese, full optional, che garantiva nel modo più
assoluto di non inquinare l’aria.
Il professore parlava, raccontava. Dal sedile posteriore Bonamente
osservava i dettagli delle case. Una finestra aperta, una tenda tirata,
indumenti stesi ad asciugare: fin da ragazzino gli piaceva chiedersi come
fossero le persone che le abitavano, tentando d’indovinarlo dagli indizi
sulle facciate.
Bassi sorrise compiaciuto quando scoprì che il locale non era cambiato.
Nemmeno il menu.
Mentre mangiavano un ottimo pollo con i peperoni, bagnandosi le
labbra con un rosso abruzzese, il signor Alfredo chiese al professore come
mai conoscesse un ristorante di quartiere.
«Perché non era frequentato dall’ambiente universitario. Venivo qui
con un collega» rispose senza imbarazzo. «Fu lui a indicarmi la pensione
Lisbona. Gliene sarò grato per sempre».
Guastini sospirò e appoggiò la mano su quella di Federico.
«Mi sono sposato perché ero sinceramente innamorato di mia moglie»
disse dopo un po’ il professore, rivolto a Bonamente. «Era una donna bella,
forte, intelligente e oggi la sua mancanza mi toglie il respiro, ma l’ho
sempre tradita con altri uomini. Alcuni li ho anche amati, ma non l’avrei
mai lasciata. Non solo per i figli, ma perché l’adoravo. Non ho mai capito
se si fosse resa conto che non mi piacevano solo le donne, dovrò attendere
d’incontrarla nell’altra vita per saperlo. In questa, di certe cose non si
parla.
«Ho provato ad affrontare il discorso con Luigi, mio figlio maggiore.
Inorridito mi ha pregato di tacere. Ecco perché lo sto raccontando a lei,
che almeno non ha pregiudizi, altrimenti non sarebbe rimasto così a lungo
alla pensione Lisbona».
Bonamente si convinse una volta di più che i legami familiari sono una
trappola infernale che impedisce alle persone di essere libere facendo sì
che la menzogna, il sotterfugio, il tradimento diventino l’unico modo per
sopravvivere. Pensò anche che non avrebbe voluto invecchiare come il
professore. Il problema sono i progressi della scienza e della medicina, che
allungano la vita quando invece la natura ha progettato gli esseri umani
per campare il giusto.
Bassi gli toccò il braccio per distrarlo dai suoi pensieri. Non era ancora
finito il tempo delle confidenze. «Per tutta la vita mi sono sentito dire da
amici, e anche dai professionisti che pagavo per cercare di mettere ordine
nella mia psiche, che ero una persona confusa perché bisessuale. Forse
avevano ragione, ma alla fine mi sono convinto che è un diritto anche
essere sessualmente confusi. E che nessuno dovrebbe avere da ridire, o
addirittura pretendere di mettere ordine. Non trova?».
Bonamente non aveva un’opinione precisa in merito. Istintivamente era
d’accordo con il professore, ma temendo di venire coinvolto in discorsi
complicati si alzò e andò a pagare, nonostante le proteste di Bassi.
Il lunedì mattina il professore entrò nella sala delle colazioni vestito di
tutto punto. Balbettò un saluto a Bonamente, che stava versando i cereali
in una tazza di latte di mandorla, consigliato per il basso indice glicemico.
Il signor Alfredo gli accarezzò una spalla. «Tutto bene, Federico?».
«Ti devo parlare» rispose Bassi senza alzare lo sguardo.
Guastini s’irrigidì, inarcando la schiena come se fosse stata colpita in
mezzo alle scapole. Si voltò verso l’attore: «Hai terminato, caro?» chiese
togliendosi il grembiule.
Fanzago non aveva nemmeno iniziato ma capì al volo e lasciò
precipitosamente la pensione, diretto al bar più vicino.
Il signor Alfredo prese per mano il professore e lo condusse in salotto.
«Non verrò più» disse Federico con la voce spezzata.
«I tuoi figli?».
Bassi annuì. «Quando sono piccoli dipendono da te, poi, a mano a mano
che crescono, assumono il controllo della tua vita. E quando diventi
vecchio sei nelle loro mani e ti fanno pagare tutti i torti che pensano di
aver subìto in giovinezza. In nome della salute e del benessere ti negano le
ultime gioie, per farti campare un po’ più a lungo e molto più infelice».
«Non dovevi confidarti con Luigi».
«Speravo che capisse e mi sostenesse nel mio desiderio di trasferirmi
qui. Invece ora ha solo paura che mi renda ridicolo».
Quando il professore si alzò e tornò in camera a preparare i bagagli il
signor Alfredo non riuscì a trattenere le lacrime. Raggiunse Federico e si
abbracciarono, cercandosi la bocca e masticando tra i denti le ultime
parole d’amore.
«Ora devo andare, regina mia» disse il professore.
Alfredo lasciò la stanza e si rinchiuse nella sua. Fu Erminia ad
accompagnare Federico alla porta. Lui la abbracciò e lei lo baciò sulla
fronte. Non era il primo addio a cui aveva assistito alla pensione Lisbona,
ma era certa che sarebbe stato l’ultimo.
Quando Bonamente tornò regnava un silenzio opprimente, sembrava
fosse morto qualcuno. Decise di andare a fare un giro al centro
commerciale ma per strada cambiò idea e si diresse alla sala Bingo. Anche
al mattino era affollata. Sceglieva sempre i tavoli dove erano seduti i
giocatori cinesi, era convinto che gli portassero fortuna. Si ripromise di
fare attenzione alle cinquine. Lo commuoveva la gioia dei proprietari delle
schede vincenti. Una volta si era dovuto nascondere nel cesso per una
buona mezz’ora.
Il signor Alfredo attese che facesse notte e che il suo unico ospite
dormisse per uscire dalla camera. Non voleva che vedesse la sua
disperazione. In camicia da notte e a piedi nudi si scaldò del latte e lo
buttò giù con quanto rimaneva della torta che aveva preparato per il suo
re.
Negli ultimi anni aveva sperato con tutte le sue forze che Federico si
trasferisse alla pensione Lisbona. Ora si rendeva conto di non essere
pronta a quell’addio, e tantomeno ad accettare l’accanimento del destino
su due vecchi che si amavano. Non era preparata ad affrontare il futuro.
Le mancavano le energie e il tempo per inventarsi un altro finale. Le
rimaneva solo Bonamente. L’unica persona a cui poteva aggrapparsi.
Tornata in camera si spogliò e rimase nuda a guardarsi allo specchio.
Aveva bisogno di capire, e il corpo non mente mai.
 
Il martedì la signora si presentò alle quindici, puntuale come sempre. Il
rito prevedeva che passasse dritto senza guardarla, per poi dirigersi verso
la camera di Bonamente.
Ma quel pomeriggio Guastini, che per nascondere gli occhi arrossati dal
pianto e dalla notte insonne indossava un severo cappellino verde con una
veletta dello stesso colore, fermò la donna con un gesto deciso della mano.
«Lo convinca a non recitare in quel film» disse in tono perentorio.
Lei alzò gli occhi al cielo. «Non so di cosa stia parlando e non
m’interessa. Non sono affari miei».
«Ah, no? Allora cominci a chiedersi se partecipare o meno alle esequie
del suo gigolò preferito. In fondo potrebbe essere un’esperienza da
condividere con le amiche».
La signora sbuffò stizzita. Un’ora di piacere la settimana – e neanche
tutte le settimane, contando le feste comandate, le vacanze, gli imprevisti
– e ora quella vecchia travesta le faceva perdere del tempo prezioso che
avrebbe comunque pagato. Senza considerare il fatto che aveva interrotto
un dolce flusso di eccitanti fantasie peccaminose.
«D’accordo, rifletterò sull’opportunità di presenziare al funerale».
Il signor Alfredo era squassata dalla tristezza. Aveva deciso di rivolgere
la parola a quella donna solo perché sinceramente preoccupata per la
salute dell’attore.
«Bonamente non può permettersi di assumere farmaci per garantire
un’erezione da film» sottolineò. «E temo che farà questa pazzia anche per
non perderla come cliente».
«Bonamente è un adulto, può decidere di non accettare più il mio
denaro in qualsiasi momento» ribatté la signora in tono ancora più acido,
allontanandosi a passo veloce.
Alfredo pensò che forse aveva sbagliato approccio. No, quella donnina
era un’emerita stronza, e con il suo atteggiamento poteva solo peggiorare
la situazione.
Bonamente meritava di meglio. Da quando era arrivato alla pensione
aveva dimostrato di non capire nulla di donne. Anche di uomini, a dir la
verità. Era una bella persona ma andava accudito, perché non voleva
avere a che fare con il lato pratico della vita, o non ci riusciva. Gli voleva
bene come si vuol bene a un figlio, e in tutti quegli anni era stata una
presenza discreta ma attenta. Tanto bastava perché contasse più di lei
nella vita del gigolò.
Alfredo Guastini odiava rivangare il passato portoghese, ma in
quell’occasione dovette imporsi di ricordare un detto che si ripeteva tutte
le volte che doveva raddrizzare certe situazioni: “A brigante, brigante e
mezzo”.
Sospirò rassegnata e aprì le ante dell’armadio in cui custodiva i suoi
abiti da uomo.
Nella stanza numero tre Bonamente notò che la sua signora non si
decideva a spogliarsi.
«Che succede?».
«La dama alla reception mi ha distratta» borbottò lei. «Cos’è questa
storia del film che devi girare e dei farmaci che usi per fartelo tirare?».
L’attore arrossì imbarazzato e si affrettò a minimizzare.
«Una sciocchezza, non doveva disturbarti».
«Infatti non doveva. Una visita in ospedale non significa che devo
preoccuparmi della tua vita. Forse è il caso di ribadirlo: tu vendi un
servizio e io lo acquisto, pagandolo in contanti» spiegò con un tono
tutt’altro che simpatico.
«Hai portato uno dei tuoi distillati?» chiese Bonamente, fingendo di non
averlo notato.
«Vuoi iniziare dalla fine? Mi sembra una buona soluzione per
rimediare» constatò lei soddisfatta, e mise i soldi sul comodino. «Però
spogliati. Lo sai che mi piace bere nuda».
Quel giorno era il turno di un Rye Whisky. «È un whisky distillato
spremendo il cuore dei chicchi di segale» gli spiegò, mettendo come
sempre il bicchiere in controluce. Lo sguardo del gigolò rimase incollato
sul suo seno e lei se ne accorse subito. «Ficca il naso nel bicchiere,
Bonamente» ordinò. «È piccante, speziato, con sottili tracce di menta e un
finale di uva matura, miele e pesche bianche lasciate a macerare nel vino.
E un vago profumo di tabacco e cannella».
La signora continuò a riempirsi il bicchiere. Al terzo chiese a
Bonamente di leccarle la passera. Lui non chiedeva di meglio.
Allo scadere dell’ora lei si rivestì in fretta. Prima di lasciare la camera si
avvicinò al comodino e si riprese metà del denaro. «Mi sembra giusto così.
Oggi non ti sei dato molto da fare».
Bonamente non obiettò. Fece una doccia veloce pensando e ripensando
alla ramanzina coi fiocchi da riservare al signor Alfredo, che per nessun
motivo avrebbe dovuto importunare la sua signora.
Non la trovò da nessuna parte. Era strano, pensò, di solito il pomeriggio
a quell’ora si rilassava in salotto con le parole crociate, di cui era una
grande estimatrice.
«Ti impediscono di rincoglionirti con l’età» soleva ripetere.
Bonamente sarebbe rimasto davvero sorpreso se avesse scoperto che il
signor Alfredo aveva atteso in strada la signora del martedì con il preciso
intento di seguirla fino alla sua abitazione.
Il pedinamento durò fino alle ore 16.25 esatte, quando il dito indice
della donna schiacciò il pulsante del citofono di un palazzo al numero 127
di via Cadorna. Guastini era trafelata. La signora aveva il passo veloce e
per non perderla di vista era stata costretta a salire sullo stesso tram.
Fortunatamente la donna aveva altro per la testa.
Guastini si avvicinò al portone e lesse il cognome: T. FONTANA.
Una volta tornata alla pensione, un motore di ricerca la informò che un
tale Tommaso Fontana, che secondo l’elenco telefonico risiedeva proprio
in quel palazzo, era uno stimato avvocato in pensione. Un vecchio articolo
del quotidiano locale riportava la notizia del suo ritiro, commentando
quanto fosse stato prematuro e lasciando intendere che la decisione aveva
avuto a che fare con motivi personali di una certa gravità.
La signora aveva più o meno quarant’anni, Fontana almeno venti di più.
Forse si trattava del padre, ipotizzò il signor Alfredo, o magari le
piacevano gli uomini maturi e quando voleva fare sesso se ne sceglieva
uno più giovane.
Lo avrebbe scoperto presto.
Bonamente la sorprese davanti allo schermo. «Ma come si è permessa?»
quasi strillò, indignato.
«La signora si è lamentata perché ho avuto l’ardire di rivolgerle la
parola?».
«Certo, e ha ragione. Non doveva metterla al corrente dei miei
problemi. Era molto infastidita, e infatti ha tenuto a ribadire di essere solo
una mia cliente».
«Capirai!».
Gli occhi di Bonamente si riempirono di lacrime. «Ho paura di perderla,
cazzo!».
Guastini si rese conto che l’attore non era proprio in grado di litigare.
Se fosse stata al suo posto sarebbe già successo il finimondo. Con molta
calma e in tono volutamente dimesso disse: «Hai ragione, rischi di
perderla per due motivi. Il primo, perché potresti morire durante le
riprese. Il secondo, perché io continuerò a chiedere aiuto alla tua signora
fino a quando non rinuncerai a questa pazzia».
«Ma è un ricatto bello e buono!».
«No. Sto solo cercando di salvarti la vita».
«E va bene. Ora vado da Martucci a dirgli che rinuncio, ma lei mi deve
giurare che la lascerà stare».
Il signor Alfredo annuì. «Meno la vedo e più contenta sono».
Bonamente maledisse il destino. Con Martucci si sarebbe trovato in una
di quelle situazioni imbarazzanti che cercava sempre di evitare. Se il
signor Alfredo non si fosse messa in mezzo non avrebbe mai trovato il
coraggio di rinunciare a quella parte.
 
«Un ictus?» esclamò esterrefatto il produttore. «Ma sei pazzo? Volevi
mandarci tutti in galera?».
Bonamente era mortificato dalla reazione di Martucci. «Volevo solo dire
addio al set lasciando un bel ricordo».
«E io, completamente all’oscuro delle tue condizioni di salute, ti avrei
passato illegalmente un tot di iniezioni e pasticche per aiutarti a
mantenere l’erezione. Sai benissimo che nel porno bisogna essere sinceri
su queste faccende».
«Hai ragione. Ma ho pensato che non si trattava di una malattia
infettiva e che in fondo rischiavo solo io».
«Come mai hai cambiato idea?».
«Una persona a cui tengo molto mi ha praticamente obbligato a
rinunciare».
Martucci sospirò. «Hai bisogno di soldi?».
«Al momento no, ma fanno sempre comodo».
«Conosco un tizio che ha appena aperto un locale per signore.
Ambiente di lusso, ben frequentato. Ha una bella squadra di giovani manzi
pronti a scoparsi chiunque, ma è carente sul versante “old”, quello delle
sciure che hanno bisogno di un’avventura più psicologica che fisica».
«Non sono il tipo giusto».
«A me sembri perfetto: sei piacente, educato e sai ascoltare».
«Davvero, non m’interessa».
«Allora non insisto» disse Martucci alzandosi e porgendogli la mano.
«Buona fortuna, Zagor».
L’attore uscì dall’ufficio con la certezza che nessuno avrebbe più
pronunciato il suo nome d’arte. Era finita così: una stretta di mano e un
sorriso gentile. Per fortuna nel porno è tutto provvisorio e gli addii non
sono contemplati. Tantomeno una di quelle festicciole squallide con
brindisi e discorsi imbarazzati.
Si ricordava ancora di quando lo zio Arnaldo, fratello di sua madre, era
passato a salutare i parenti dopo la cena che il proprietario dell’azienda in
cui lavorava aveva organizzato per brindare alla sua pensione. «Guardate
qua» aveva detto ai genitori aprendo un astuccio che conteneva un
orologio “made in Switzerland” ma di una marca sconosciuta. Sulla cassa
era inciso il logo della ditta. «Quarantatré anni di lavoro. Mi rimane solo
questo». Aveva buttato giù un paio di bicchierini di grappa ed era uscito,
dimenticando il regalo sul tavolo. Bonamente, allora un ragazzino, voleva
correre ad avvertirlo ma la madre aveva scosso la testa e l’orologio era
rimasto in un cassetto della cucina, per essere restituito alla famiglia dello
zio solo dopo la sua morte. Lo avevano trovato nell’orto un pomeriggio
d’estate, tra i cocomeri assetati.
L’attore era sollevato: aveva risolto in poche battute una situazione che
poteva rivelarsi penosa. Decise di festeggiare. Entrò in una pasticceria e
ordinò la specialità della casa, due dischi di una pasta simile al pan di
spagna ma molto più soffice e leggera, con una farcitura alta due dita a
base di cioccolato, burro e crema pasticcera la cui consistenza ricordava
quella di un budino.
Quando ordinò la seconda porzione, l’attempata cameriera commentò
soddisfatta che una fetta non bastava mai. Bonamente annuì, preoccupato
per la glicemia che sarebbe schizzata alle stelle, ma tra lo stomaco e il
cervello gli sembrava di avere una voragine che in qualche modo doveva
essere colmata. Forse chiudere una fase non era così semplice. Forse era
necessario mettere ordine nei ricordi, selezionare gli aneddoti più
significativi, i momenti più belli, trovare un senso alle tante cose accadute
nel corso degli anni. Una fatica immane che alla fine ritenne insensato
affrontare. Almeno in quel momento.
Sazio e leggermente stordito si avviò verso la pensione, scegliendo un
percorso tortuoso per evitare le strade con la maggior concentrazione di
polveri sottili.
A cena, quando il signor Alfredo servì in tavola una autunnale zuppa di
verze, lo stomaco di Bonamente si ribellò. «Chiedo scusa ma non ho fame»
disse allontanando il piatto.
Non potendo certo immaginare che il suo ospite si fosse rimpinzato di
dolci, Guastini pensò che la mancanza di appetito fosse dovuta all’incontro
con il produttore.
«Sei andato da Martucci?» chiese appoggiandogli una mano sul braccio.
«Sì. Da oggi ufficialmente non sono più un attore» rispose in tono triste.
«La voce starà già circolando».
«Tanto prima o poi doveva accadere. Per fortuna rimangono i film che
hai girato» cercò di consolarlo il signor Alfredo. «Sei citato su tutti i siti
specializzati, basta questo a garantirti l’immortalità».
Bonamente avrebbe voluto farle notare che le pellicole a luci rosse
considerate dei classici non erano più di una decina, e gli amanti del
genere le conoscevano a memoria. Purtroppo nessuna di quelle in cui
aveva recitato faceva parte di quella cerchia ristretta. La verità era che i
consumatori di cinema porno cercavano quasi esclusivamente produzioni
recenti. In genere i film invecchiavano nel giro di pochi mesi, per essere
poi contrabbandati da certi trafficanti nei Paesi di stretta osservanza
islamica.
Invece l’attore cambiò discorso. C’era ben altro che gli stava a cuore.
«Allora non ci sono più motivi per coinvolgere la mia signora in questioni
che non la riguardano, vero?».
Il signor Alfredo, convinta di agire per il bene del suo amico e per il
proprio, non ebbe nessuna incertezza nel mentire. «Non sarei andata
oltre, credimi. Ero solo preoccupata per la tua salute. Se ti fosse accaduto
qualcosa non me lo sarei mai perdonato».
TRE

L’ indomani il signor Alfredo annunciò a Erminia che avrebbe dovuto


arrangiarsi perché un impegno l’avrebbe tenuta lontana. Si recò al box in
cui custodiva l’auto elettrica e guidò fino al quartiere dove abitava la
signora. Parcheggiò in un punto che consentiva una visuale perfetta del
portone. In giro non c’era nessuno, le serrande dei negozi erano
abbassate. Solo allora si ricordò che quel giorno ricorreva la festa del
patrono della città. Mentre si guardava attorno, riflettendo che forse
aveva scelto il giorno meno adatto per portare a termine il suo piano, notò
un bar aperto e scoprì di avere voglia di un caffè. Era l’unica cliente.
Ordinò l’espresso a una sessantenne dai fianchi larghi che dietro quel
bancone doveva aver trascorso buona parte della sua vita.
«Lei non è andato alla processione» constatò la donna squadrandolo.
«Non ci sono mai andato» ribatté il signor Alfredo, modulando la voce
su un tono più basso. Lo faceva sempre, quando doveva fingere di essere
un maschio. «Sono devoto a un altro santo».
«Io ci sarei andata volentieri, ma quest’anno toccava a mio marito».
Guastini cambiò discorso. «Mi pare di aver incrociato l’avvocato
Fontana. Almeno mi è sembrato fosse lui».
La barista indicò il palazzo di fronte. «Sì, abita lì».
«Era con una donna più giovane» aggiunse il signor Alfredo. «La figlia,
probabilmente».
La tizia sghignazzò. «No, la figlia abita con la madre e un fratello in un
altro quartiere».
«Non capisco».
«Quella che ha visto lei è l’amante!».
«Giovane, però. Almeno rispetto a lui».
«Mica fesso l’avvocato. Pare che abbia abbandonato famiglia e
professione per stare con lei».
«Addirittura!».
«Quando uno c’ha i piccioli, certi sfizi se li può anche togliere».
Dopo aver commentato la saggezza di quell’affermazione, il signor
Alfredo pagò e si sedette nell’auto a riflettere. Aveva raccolto le
informazioni che le servivano, ora doveva decidere cosa fare. Sapeva che
Bonamente si sarebbe arrabbiato moltissimo ma poi, forse, avrebbe capito
che lei aveva agito solo ed esclusivamente per il bene di entrambi.
Iniziò a cadere una pioggerellina fitta e fastidiosa. Per fortuna aveva
con sé un ombrello dello stesso colore dell’auto. Accese la radio, che era
già sintonizzata su un canale di musica italiana. Zarrillo, Turci, Mannoia,
Renga, Stadio, Nannini e poi, finalmente, Gianni Morandi.
Sulle note di Una vita che ti sogno il signor Alfredo si lasciò andare a un
pianto d’addio per Federico, il suo re.
Tra le lacrime vide uscire dal palazzo un uomo che poteva essere
l’avvocato, il volto nascosto sotto un ombrello nero. Poco dopo il tizio
svoltò, sparendo alla sua vista. Guastini scese dall’auto e lo raggiunse.
«Mi scusi, lei è l’avvocato Fontana?».
L’uomo si fermò e fissò sospettoso lo sconosciuto, notando le sbavature
del trucco sciolto dalle lacrime. Sembrava un clown triste. «Ci
conosciamo?» chiese.
«No. Però ho una cosa importante da dirle».
Fontana sospirò rassegnato. «La ascolto».
Il signor Alfredo esitò. Era sempre più confusa: solo ora si rendeva
conto che Bonamente avrebbe potuto andarsene per sempre dalla
pensione Lisbona, condannandola alla solitudine.
«E allora?» lo incalzò l’altro.
Ormai era troppo tardi per tornare indietro. «La sua donna frequenta
un gigolò da anni. Tanti, troppi» disse d’un fiato. «Ma ora deve finire,
perché la salute del mio amico è in pericolo. Per non perderla come
cliente lui finirà per assumere farmaci pericolosi e io non posso rischiare
di rimanere sola. Non ho nessun altro al mondo. A quella però non
interessa, è solo una piccola egoista».
Fontana le diede una spinta. «Se ne vada» sibilò sdegnato.
Il signor Alfredo barcollò, sorpresa dal gesto, ma ritornò alla carica. «La
prego, mi deve ascoltare».
L’avvocato lasciò cadere a terra l’ombrello e la afferrò per il bavero.
«Vattene, vecchio frocio!» gridò, spingendola a terra.
Il signor Alfredo rimase impietrita sotto la pioggia mentre l’avvocato si
allontanava. Quel “vecchio frocio” le rimbombava nella testa come una
campana a morto. Risalì in auto e mise subito in moto, con l’unico
desiderio di tornare alla pensione.
L’avvocato camminava con la testa sottosopra: aveva messo le mani
addosso a un uomo e lo aveva insultato nel peggiore dei modi. Anziché
andarsene, avrebbe dovuto aiutarlo a rialzarsi e soprattutto chiedergli
scusa.
Con la mente affollata da quei pensieri scese dal marciapiede per
attraversare la strada, senza premurarsi di guardare se vi fossero mezzi in
arrivo. A un centinaio di metri di distanza un’auto procedeva alla velocità
massima consentita. Alla guida c’era l’uomo che poco prima aveva gettato
a terra.
Le mani serrate sul volante, il signor Alfredo aveva una smorfia amara
che le deformava la bocca. Quando riconobbe Fontana in mezzo alla
carreggiata, rimase affascinata dai dettagli che si facevano sempre più
nitidi via via che si avvicinava. Non tolse il piede dall’acceleratore. In
realtà, non mosse un solo muscolo. Qualcosa, piantato proprio in mezzo al
cervello, la paralizzava.
L’avvocato Fontana non si accorse dell’auto perché il motore elettrico
era particolarmente silenzioso.
All’ultimo momento Guastini ebbe un sussulto e tentò di sterzare, ma
era troppo tardi. Investito di striscio, l’avvocato roteò su se stesso e cadde
battendo violentemente la fronte sul cordolo del marciapiede. Morì sul
colpo.
Il signor Alfredo non si fermò, continuò a guidare sotto la pioggia, lo
sguardo fisso sulla strada. Chiuse l’auto nel box e rimase seduta a lungo,
incapace di muoversi.
Dopo qualche minuto si riscosse e chiamò al telefono Federico. «Ho
commesso una sciocchezza imperdonabile».
«Continuiamo a commetterle nonostante l’età e l’esperienza»
commentò il professore.
«Dovevamo pensare solo a noi stessi, ne avevamo tutto il diritto».
«Non faccio altro che ripetermelo, regina mia. Ma non ho il coraggio di
mettermi contro tutti, non l’avrò mai».
Guastini sussurrò un saluto e finalmente si avviò verso la pensione.
Poco dopo rientrò anche Bonamente, che era uscito per seguire la
processione ma solo dopo aver verificato che la pioggia avrebbe tenuto
sotto controllo i valori delle polveri sottili. Fin dall’adolescenza, come
forma di autodifesa si era tenuto lontano dalla religione. Poi, in ospedale,
aveva conosciuto il cappellano, don Giuseppe: giovane, gentile, e
soprattutto abile nel convincerlo che non c’era nulla di male nel valutare
un riavvicinamento a Dio, soprattutto se la morte non era più una
eventualità così remota.
«E poi lo fanno tutti. Anche i leader più atei della sinistra italiana alla
fine bussano alla porta della Chiesa e vanno a prendersi gli applausi ai
meeting di Comunione e Liberazione. D’altronde sono già stati sconfitti
nella vita terrena, e il rischio di finire all’inferno li rende più disponibili ad
ascoltare la parola del Signore».
Ovviamente Fanzago non aveva fatto cenno ai suoi ruoli
cinematografici da parroco peccaminoso, ma la paura di morire gli
suggeriva domande a cui solo la religione poteva rispondere con facilità. E
tuttavia, sfilare per le vie della città al seguito di una statua, insieme a
persone che cantavano e pregavano, era stata un’esperienza che lo aveva
profondamente turbato. E quando la banda che apriva la processione
aveva attaccato Mira il tuo popolo, in lui era scattato l’interruttore del
pianto. Era subito diventato preda di fedeli che lo abbracciavano, lo
rassicuravano, lo incitavano a pentirsi. Alcuni avevano persino cominciato
a recitare per lui preghiere a voce altissima, con le braccia al cielo.
Bonamente si era spaventato al punto di cercare con il massimo
impegno, una volta rientrato alla pensione, di parlarne con il signor
Alfredo, che però aveva declinato l’invito. «Un’altra volta, Bonamente. Ho
un gran brutto mal di testa e me ne vado a letto. Per il pranzo dovrai
arrangiarti».
A quello ci pensò Erminia, che cucinò un piatto di pasta con i piselli.
L’attore lo giudicò squisito, anche se il merito era dovuto in buona parte
all’abbondante pancetta rosolata nel soffritto.
«Una volta ogni tanto puoi anche sgarrare» aveva detto la donna. «Sei
magro, mica come mio marito che c’ha la panza da quando ci siamo
sposati. Gli uomini ai miei tempi si tenevano in forma fino al matrimonio,
poi diventavano come i loro padri. Una mezza delusione, anche se, a ben
vedere, erano tutti bravi cristiani. Pure il Rolando, s’intende».
«Oggi è giorno di festa, Erminia. Come mai sei al lavoro?» la interruppe
Fanzago, temendo di doversi sorbire tutta la storia matrimoniale della
donna.
«Guastini ha un cuore d’oro» rispose Erminia. «Finge di aver bisogno di
me anche quando non c’è nulla da fare, perché sa che ho una figlia con
due bambini e suo marito ha perso il lavoro».
«Mi dispiace».
«La vita è fatta così» filosofeggiò Erminia. «Per fortuna è cambiato il
governo, e ora che comanda il popolo arriveranno i soldi anche per noi.
Era ora».
“I soldi” pensò Bonamente. Un po’ in banca ne aveva. O meglio, li stava
gestendo un promotore finanziario interno che ogni tanto lo chiamava
per dirgli che il mercato era quello che era, le obbligazioni perdevano, le
azioni non eccellevano ma bisognava avere fiducia e non preoccuparsi
delle perdite nel breve periodo, perché era statisticamente certo che un
giorno il mercato si sarebbe ripreso. L’attore sentiva che alla fine ci
avrebbe rimesso, ma trovare un altro modo per gestire i risparmi era al di
là delle sue capacità. Che se ne occupasse qualcun altro era comunque la
cosa più giusta.
 
Anche la signora del martedì era seduta a tavola. Seccata che Tommaso
non l’avesse avvertita del suo mancato rientro per pranzo. Stava
sbucciando una mela quando suonò il campanello. Pensò che doveva
essersi dimenticato le chiavi per l’ennesima volta. Tutto si sarebbe
aspettata fuorché di trovarsi di fronte due poliziotti della stradale con la
faccia scura. In quel momento capì che terminava per sempre una fase
della sua vita e se ne apriva un’altra. Sicuramente non migliore.
«Vive qui?» chiese uno dei due in tono gentile.
«Sì».
«Che grado di parentela ha con il signor Tommaso Fontana?».
«Sono un’amica».
«Il suo nome?».
«Alfonsina Malacrida».
«Dove possiamo trovare i parenti più stretti del signor Fontana?».
«Può dire a me. Vivo con lui».
I due si scambiarono un’occhiata. Non era mai facile annunciare la
morte. «Il signor Fontana è stato investito da un’auto che non si è fermata
a prestargli soccorso ed è deceduto. Mi spiace. Avverte lei i familiari?».
Alfonsina annuì e chiuse la porta. Aveva poco tempo per dedicarsi al
dolore: di lì a non molto sarebbero venuti a prenderla e le avrebbero
negato anche quello.
Si rannicchiò in un angolo della cucina come una bambina che cerca
riparo da un adulto violento. Ripensò a quella mattina, quando avevano
fatto colazione insieme. Tommaso si alzava sempre di buonumore, e se la
notte non era stata delle migliori si fingeva comunque allegro perché non
voleva che lei si turbasse. Era goloso della marmellata di fragole e la
spalmava abbondante sulle tre fette biscottate che lei gli faceva trovare
sul piattino, a fianco della teiera.
Il destino aveva giocato sporco ancora una volta. L’indomani mattina
Tommaso non si sarebbe presentato profumando l’aria con
quell’inconfondibile miscuglio di dopobarba e acqua di colonia che si
spruzzava addosso con un vecchio vaporizzatore da barbiere scovato in un
mercatino.
Vi sono persone che hanno la fortuna di guardarsi indietro e ricordare
con serenità. Lei, invece, poteva solo cercare di dimenticare, ma la morte
di quell’uomo meraviglioso e le sue inevitabili conseguenze glielo
avrebbero definitivamente impedito.
Si costrinse a piangere, tentando di placare un dolore troppo forte,
quasi insostenibile. Fu pervasa da una opprimente sensazione di vuoto. La
verità era che Tommaso se n’era andato troppo presto, e nel momento
sbagliato: troppe cose rimaste in sospeso, troppe parole non ancora
pronunciate. Sarebbe stata costretta a fare i conti anche con quello. In
totale solitudine.
 
Un’ora e quarantasette minuti più tardi il campanello risuonò
nell’appartamento silenzioso. Questa volta erano in borghese. «Malacrida
Alfonsina? Venga con noi».
Quando salirono nell’auto, quello seduto al volante si girò: «Ti fai
chiamare ancora Nanà?».
Non rispose. Erano anni che non sentiva pronunciare quel nome da uno
sbirro. Ora sarebbe tornato sulla bocca di tutti. E infatti in questura
l’accolsero chiamandola con quel nomignolo, che lei in fondo amava
perché faceva parte di una infanzia felice, trascorsa insieme alla mamma
più bella del mondo. Ma il destino lo aveva poi sporcato, rendendolo
osceno.
«Dove ti trovavi al momento del delitto?» chiese Michele Pagano, il
commissario incaricato delle indagini, andando dritto al punto. «Cioè
quando l’avvocato Fontana è stato ucciso, e sottolineo ucciso, da un’auto
che lo ha investito con premeditazione e poi è fuggita?».
Alfonsina era rimasta zitta fino a quel momento. Conosceva bene il
gioco. Avrebbe risposto a quella domanda, la più importante, e i poliziotti
non avrebbero obiettato. Avrebbero iniziato a chiederle altro per poi
tornare al quesito iniziale, nella speranza che si contraddicesse. Un
interrogatorio di polizia è come sgranare il rosario. Si ritorna sempre a
recitare la prima Ave Maria. Attese che l’altro si spazientisse.
«Sei sorda, Nanà?».
«A casa» rispose a voce bassa.
«C’è qualcuno che lo può testimoniare?».
«Posso provarlo».
Alfonsina, quando era uscito Tommaso, si stava scambiando delle mail
con una collega di lavoro.
«E come?».
«Lo dirò quando e se dovesse essere necessario».
Il commissario finse di essere esterrefatto e guardò i colleghi. «Avete
capito? Nanà pensa già al processo».
«D’altronde ha una certa esperienza» commentò un poliziotto alle sue
spalle.
La donna non ribatté. Parlare il meno possibile, evitare in ogni modo
che si crei un dialogo. Risposte brevi. Non una parola di troppo. In attesa
che si stanchino, che capiscano di stare solo perdendo tempo. E comunque
sì, con la testa era già al processo. Per evitare la galera, soprattutto se sei
innocente, bisogna guardare lontano.
Quando l’avevano arrestata era troppo giovane e troppo inesperta. Si
era fatta fregare. “Tanto non c’entro un cazzo” è l’ultima cosa a cui
bisogna pensare. L’avevano accusata di aver ucciso il suo amante, un
uomo maturo con la voce sottile che ancora le risuonava nelle orecchie.
L’avevano assolta e poi condannata. Poi di nuovo assolta e poi di nuovo
condannata. Un caso maledetto, di quelli che piacciono tanto ai giornali.
Innocente, colpevole, chissà. L’ultima sentenza aveva optato per una
dubbia colpevolezza. Lei si era fatta un po’ di carcere e il caso era stato
archiviato.
«Agli agenti hai detto che vivi nella casa del defunto».
«Da un bel po’».
«E come mai? Che tipo di relazione c’era tra di voi?».
«Siamo… Eravamo amici».
Non era vero. Tommaso per lei era il padre che l’aveva raccolta, salvata
e che per tutti quegli anni si era dedicato alla sua serenità. Nulla a che
vedere con quel pezzo di merda del genitore biologico, che prima l’aveva
venduta, poi l’aveva ceduta in esclusiva a un uomo anziano e facoltoso.
Che per fortuna qualcuno aveva ammazzato, a un certo punto, ma non era
stata lei.
I poliziotti sghignazzarono. Pagano allargò le braccia.
«Nanà, per favore! Di’ che ti piacciono i vecchi e che quando ti stanchi li
ammazzi».
Alfonsina non si era mai abituata a essere considerata un’assassina.
Ogni volta provava distintamente il dolore di un uncino che le strappava
le viscere. Durò un lungo momento, poi decise di rovinare la giornata agli
sbirri.
«Non ho la patente e non so guidare».
Questo lo sapevano già, allora calarono l’asso.
«Abbiamo un testimone: al volante c’era un uomo. Anziano» disse il
commissario. «Magari lo conosci, magari ci vai a letto, gli succhi il cazzo
mezzo moscio e le palle cascanti».
Alfonsina abbassò gli occhi e rimase in attesa della domanda successiva,
scuotendo piano la testa. Questa volta non l’avrebbero fregata.
«Dunque» ricapitolò Pagano, «vivevi con l’avvocato perché eravate
“amici”. Immagino che ti mantenesse».
«No. Ho il mio lavoro».
«Non l’avrei mai detto. E di cosa ti occupi?».
«Sono affari miei».
Non appena sequestrato il computer e ficcato il naso nel suo conto in
banca, Pagano lo avrebbe scoperto, ma era troppo addolorata,
amareggiata e impaurita per non avere un atteggiamento ostile.
Scriveva libri per bambini sotto pseudonimo. Solo l’illustratrice e
l’editore conoscevano la sua vera identità. In galera aveva preso
l’abitudine di inventare fiabe per evadere dalla gabbia e riuscire ad
addormentarsi senza tremare di paura. Quando lo aveva confidato a
Tommaso, lui l’aveva convinta a trascriverle, ritenendo che prendere la
penna in mano potesse aiutarla a razionalizzare l’esperienza
penitenziaria.
Le fiabe erano belle al di là di ogni previsione e l’avvocato Fontana era
riuscito a farle leggere alla persona giusta. Alfonsina, dopo il successo del
primo libro, non poteva credere di aver trovato un lavoro grazie a un
espediente per sopravvivere in carcere, ma dal suo destino così contorto
aveva imparato ad aspettarsi di tutto.
L’interrogatorio era appena agli inizi, lo sapeva bene. La tenevano
impegnata a sgranare il rosario mentre i loro colleghi perquisivano
l’appartamento, passavano al setaccio la sua vita e indagavano sull’auto
pirata, visionando i filmati delle telecamere. Buona parte delle loro azioni
era illegale, ma lei non era una normale cittadina. Il suo avvocato, in
seguito, avrebbe potuto lamentarsi nelle sedi opportune, giusto per fare
un po’ di scena, per ricordare che le regole andrebbero osservate, che
viviamo in uno Stato di diritto. Tommaso sosteneva che non era più vero,
e su quel “più” litigavano puntualmente.
Poi la porta si aprì e lei vide una donna che entrava in un altro ufficio.
Lo facevano apposta, per farle sapere che non le davano tregua. Nanà
l’aveva riconosciuta. Era la proprietaria del bar di fronte casa sua.
Un’insopportabile pettegola. Lei e Tommaso avevano rinunciato a
frequentare il locale a causa delle sue occhiate impiccione e dei bisbiglii al
marito e agli altri clienti. Comunque giudicò la sua apparizione un
elemento positivo. Non poteva nuocerle in nessun modo.
Nanà aveva ragione. In un primo momento la barista eccitò le fantasie
investigative dei poliziotti raccontando dell’uomo anziano che, proprio
nell’imminenza del delitto, era andato a chiedere informazioni
sull’avvocato con la scusa di un caffè. Un tizio mai visto prima, ma che era
riuscita a descrivere minuziosamente. Subito dopo però aveva smorzato
l’entusiasmo aggiungendo: «Un culattone. Si vedeva chiaramente».
«È sicura, signora?» aveva chiesto deluso il commissario.
«Era perfino truccato. Non in maniera vistosa, ma una donna se ne
accorge».
E così era svanita la pista dell’amante anziano che uccide il suo
predecessore. In realtà si era dimostrata inconsistente e fantasiosa fin
dall’inizio, ma gli inquirenti non si arrendevano all’idea che Nanà
Malacrida fosse del tutto estranea ai fatti. Le coincidenze non esistono.
Mentre gli sbirri elucubravano, Alfonsina cercava di rimanere
concentrata. Aveva imparato a tenere lontane le domande assillanti, ma ce
n’era una che spingeva per farsi largo: riguardava l’ipotesi di omicidio.
Tommaso non aveva nemici. Lei nemmeno.
«Resta nascosta sotto un sasso» le diceva sempre Fontana. «È l’unico
modo per stare tranquilla».
Nemmeno quando i suoi libri erano entrati in classifica tra i primi dieci
per l’infanzia più venduti in Italia aveva trasgredito quella linea di
condotta. Nanà voleva rimanere anonima, essere dimenticata, non fornire
la minima occasione per tornare a essere un nome, una fotografia da
sbattere sui giornali o sugli schermi televisivi per un delitto che non aveva
commesso.
La morte violenta di Tommaso aveva vanificato in poche ore la rigorosa
attenzione con cui aveva vissuto fino a quel momento. Dopo tanti anni si
trovava in una situazione peggiore di quando era uscita dal carcere:
sospettata di un altro delitto e ritornata a essere una notizia da sbattere in
prima pagina.
Era perfettamente consapevole di come sarebbero andate le cose. Gli
inquirenti non avrebbero trovato, quantomeno nell’immediato, il benché
minimo indizio per incriminarla, ma avrebbero dato in pasto ai media e
quindi ai social tutti i particolari della sua vita. Coloro che avevano
dimenticato avrebbero avuto modo di rinfrescarsi la memoria, chi invece
ignorava la vicenda avrebbe conosciuto un’unica verità, quella dell’ultima
condanna. Sarebbe stata fatta a pezzi e giudicata colpevole in nome di
quella giustizia emotiva che dominava il Paese e che ai poliziotti poteva
tornare utile: magari saltava fuori qualcosa o qualcuno. Se il tribunale del
popolo si fosse poi particolarmente accanito, poteva rendersi necessario
andare comunque a giudizio, mettere insieme un po’ di circostanze e
travestirle da indizi. Quando si arriva in Corte d’assise è raro che un
imputato venga assolto. Magari succede in primo grado, ma in appello la
giuria popolare può tranquillamente pensarla come i social.
Da giurista, Tommaso era stato un acuto osservatore di questa realtà e
ne aveva paura. Gliel’aveva confidato quando aveva insistito per farle
leggere un saggio di un filosofo tedesco-sudcoreano sul fenomeno dello
Shitstorm. Lei aveva acconsentito giusto per fargli piacere. Ora sapeva che
se dalla legge poteva in qualche modo difendersi, dai media e dai social era
semplicemente impossibile. Avrebbe dovuto soltanto subire. Accuse,
minacce, insulti. Niente e nessuno l’avrebbe protetta dalla tempesta di
merda che si sarebbe abbattuta su di lei.
Gli sbirri l’avrebbero tenuta in quell’ufficio fino al mattino seguente,
prima di arrendersi all’idea che Malacrida Alfonsina detta Nanà non
c’entrasse nulla, o che negli anni fosse diventata così scaltra da non farsi
fottere al primo fermo di polizia. Comunque, in assenza di una smentita
clamorosa avrebbero continuato a sospettare di lei.
Infatti, quando Pagano tornò al lavoro fresco, sbarbato e profumato non
ebbe la minima incertezza nel congedarla con un classico ragionamento
da poliziotto: «Tu c’entri qualcosa e noi, prima o poi, lo scopriremo». Poi,
mentre Nanà stava uscendo, le chiese: «Questa faccenda dei libri è vera?
Sei proprio tu a scrivere le fiabe?».
Alfonsina si girò. «Sì» rispose, incuriosita dalla domanda.
«Alle mie bambine piacciono. Gliele ho lette tante volte» disse il
commissario, sinceramente imbarazzato, prima di liquidarla con un gesto
della mano.
Nanà sapeva cosa lo disturbava: il fatto che scrivere fiabe non rientrasse
in alcun modo nel profilo criminale redatto dai giudici che l’avevano
condannata. A un certo tipo di delitto corrisponde un certo tipo d’autore,
ma il commissario, da sbirro coscienzioso, non avrebbe mai messo in
dubbio la sentenza.
Un taxi la condusse a casa. Lungo il tragitto guardò dal finestrino una
città pronta a rifiutarla per la seconda volta. L’ingresso del palazzo era
affollato di giornalisti, opportunamente avvertiti dalla polizia.
La tempestarono di domande, infilandole biglietti da visita ovunque, nel
caso volesse rilasciare un’intervista esclusiva. Alfonsina si fece largo senza
perdere la calma. Poi, quando riuscì a chiudersi il portone alle spalle, si
lasciò andare a un lungo sospiro di sollievo, aprendo così un pertugio al
panico, che s’impadronì subito della sua mente e del suo corpo. L’unica
difesa fu abbandonarsi e accasciarsi sul pavimento, svenuta.
Fu soccorsa da una robusta badante moldava che, dopo una vita da
contadina, si era trasferita in Italia per prendersi cura di vecchi
sconosciuti in cambio di un salario e della diffidenza dei suoi stessi clienti.
Al sicuro in quell’appartamento che però ora, senza Tommaso, non
riconosceva più, Nanà pianse tutta la sua disperazione.
Si fece una lunga doccia per lavare via il sudiciume dell’interrogatorio,
poi si mise a letto. Doveva cercare di riprendere al più presto le forze se
voleva resistere al furore della tempesta.
Qualche ora più tardi fu svegliata da lunghe scampanellate. Cercò di
ignorarle, ma quelle continuarono perentorie. Stordita dalla stanchezza, e
convinta che fossero gli sbirri, aprì grugnendo maledizioni ma subito si
zittì quando riconobbe la persona che le stava di fronte: Marisa, la ex
moglie di Tommaso, il volto devastato da una smorfia di dolore. Non aveva
mai accettato la separazione e non aveva smesso di sperare che un giorno
il marito sarebbe tornato a casa. Ne era sempre stata innamorata. Nanà
poteva capirla, Tommaso era un uomo straordinario.
«E così alla fine sei riuscita a farlo ammazzare» sibilò appena entrata.
Alfonsina sospirò. «Lo sai che non c’entro nulla».
«Non sei stata tu a investirlo, ma se non avesse scelto di vivere con te
non sarebbe accaduto. Se fosse rimasto con sua moglie e i suoi figli oggi
sarebbe ancora vivo».
«Hai detto bene: se non avesse scelto. Ma lo ha fatto. Non sono stata io a
cercarlo».
 
Era capitato un mese dopo l’uscita dal carcere. Una compagna di cella
l’aveva raccomandata per un piccolo giro di spaccio in un paio di
discoteche del circondario. Nanà arrotondava vendendo il suo corpo a
ragazzini alle loro prime esperienze. Si faceva pagare cara e le avevano
affibbiato il nomignolo crudele di “nave scuola”. A lei non importava
nulla, il clamore del processo e la detenzione l’avevano imbruttita. La
libertà aveva tolto di mezzo le guardie e le detenute ma sentiva il peso
della sua storia maledetta diventare sempre più grande, insopportabile.
Era rassegnata alla certezza che sarebbe finita male ma non aveva
alternative. Era sola, e con il marchio infamante dell’assassina sulla pelle.
Un pomeriggio, mentre usciva di casa per andare a rifornirsi delle dosi
che avrebbe smerciato la sera stessa, era stata fermata da un uomo di
mezza età, ben vestito e dai modi gentili.
Era Tommaso Fontana. Per tranquillizzarla sorrideva, ma lei aveva
subito notato la disperazione nel suo sguardo.
«So che sei innocente» aveva detto.
Lei avrebbe voluto chiudere gli occhi per assaporare in santa pace
quelle parole, ma doveva essere diffidente. Magari era solo un altro
stronzo che voleva portarsela a letto.
«Cazzo vuoi?» aveva chiesto sgarbata.
Non aveva idea che quello era il giorno che le avrebbe restituito
un’esistenza degna, e che l’uomo davanti a lei aveva deciso di salvarla a
tutti i costi.
Fontana dovette insistere per farsi ascoltare, seduti al tavolino di un
caffè.
L’avvocato aveva difeso un uomo finito in carcere per reati minori. Per
una serie di circostanze fortuite, e infine per ammissione del cliente
stesso, aveva recentemente scoperto che era lui il colpevole dell’omicidio
per il quale era stata condannata la Malacrida.
Il segreto professionale, e altre ragioni di cui non poteva parlare, gli
impedivano però di scagionarla davanti alla Legge.
«E me lo sei pure venuto a dire?» era sbottata Alfonsina, sul punto di
colpirlo in faccia con la tazza del cappuccino.
«Un caro amico, ufficiale dei carabinieri, mi ha confidato che hanno
intenzione di arrestarti. Ti stanno lasciando spacciare e prostituirti solo
perché indagano sul resto della banda che ti rifornisce, per accusarti poi di
reati più gravi».
Di fronte allo stupore di Nanà aveva voluto essere più chiaro.
«Cosa credevi? Che si fossero dimenticati di quanto hai dato fastidio con
quel processo che non finiva più?».
«E cosa posso fare?» aveva balbettato Alfonsina.
«Fidarti di me».
«E perché?».
«Perché hai subìto un torto, e io sono l’unico che può tentare di
ripararlo».
E così Alfonsina Malacrida detta Nanà si era trasferita a casa
dell’avvocato Fontana. Pessima idea. Lui era l’unico a volerla. Moglie e figli
avevano preso in odio non tanto la sua presenza, quanto la scelta di
Tommaso di averla portata di peso nelle loro vite.
«La vuoi aiutare?» gli ripetevano, incuranti che lei potesse ascoltare.
«Pagale un affitto, basta che la tieni lontana da noi».
Nanà se n’era andata senza salutare e si era messa a battere in un
appartamento gestito da albanesi. Ma le voci sulla possibilità di scoparsi a
prezzo modico una celebrità della cronaca nera erano girate in fretta,
finché non era stata stanata da Pietro Maria Belli, un giornalista locale che
l’aveva presa di mira dal giorno dell’arresto. Un articolo feroce aveva
indotto i suoi protettori a cacciarla a pedate dopo averla stuprata e
picchiata, nella convinzione che tutti avrebbero apprezzato il gesto. Una
foto impietosa, scattata a tradimento al pronto soccorso, era finita in
prima pagina.
Era stato Tommaso ad andare a raccattarla in ospedale quando lei ormai
aveva perso tutto. L’avvocato era in rotta con la famiglia e la professione.
Nessuno avrebbe mai immaginato che potesse accadere, ma Fontana era
ossessionato dall’idea che il sistema in cui aveva sempre creduto si fosse
accanito contro una giovane donna innocente. E si sentiva
corresponsabile, perché conosceva la verità nei minimi dettagli. L’unico
modo per non essere complice di quella nefandezza era prendersi cura di
Alfonsina. Toccava a lui pagare, sacrificare tutto per risarcirla.
Aveva comprato un appartamento e ci era andato a vivere con
quell’avanzo di galera, come la definivano tutti, anche i colleghi dello
studio, che si erano alleati con parenti e amici per convincerlo a desistere
da quella follia. Molti avevano equivocato, pensando al classico
invaghimento da cinquantenne. Invece dormivano in camere separate.
Tommaso si era assunto il ruolo di padre e lo aveva svolto in modo
eccellente, strappando Alfonsina dall’abisso della marginalità a cui era
stata condannata come pena accessoria.
 
«Hai una settimana per fare i bagagli» disse Marisa, distogliendola dai
ricordi.
«Non se ne parla» ribatté Alfonsina. «Deciderò io quando, altrimenti ti
infogno in una causa che durerà anni».
«Non sei cambiata. Sei rimasta la stessa troietta di sempre».
«Hai proprio ragione. E adesso vattene».
«Non provare a farti vedere ai funerali».
Nanà fece un passo verso la donna. «Nessuno me lo può impedire».
«Allora mi metterò a gridare fino a quando non ti porteranno via con la
forza».
«Non lo farai» replicò Nanà. «Sei troppo “signora” per lasciarti andare a
certe cadute di stile. Io invece sarei perfettamente in grado. Non
sfidarmi».
L’ex moglie girò sui tacchi e Alfonsina, troppo scossa per tornare a
dormire, pensò fosse arrivato il momento di affrontare la “shitstorm”.
Accese il computer e digitò il proprio nome su un motore di ricerca.
Marisa salì in auto dove l’attendeva Fulvio, il figlio minore, che le lanciò
un’occhiata di affettuoso disappunto, vedendola sconvolta dal dolore e
dalla rabbia.
«Cosa ti aspettavi?» chiese in tono dimesso.
Gli fece cenno di mettere in moto. Voleva solo fuggire via. Fulvio aveva
ragione, ma lei non se l’era sentita di rimanere in casa a maledire Nanà e a
ripetere la solita frase: “Come è stato possibile arrivare a questo punto?”.
Aveva preferito affrontarla, uscendone come sempre sconfitta. Ai suoi
occhi Alfonsina Malacrida era una creatura infernale, non c’era verso di
tenerle testa. Durante i primi tempi della convivenza di Tommaso con
quella giovane criminale, Marisa aveva tentato più volte di convincerla ad
aiutarla. Era arrivata a buttarsi in ginocchio, ma Nanà non si era affatto
impietosita.
«Devi rivolgerti a tuo marito, non a me».
L’intreccio di eventi che le aveva strappato il marito era frutto di un
destino infame. A differenza dei figli, Marisa conosceva la verità, perché a
un certo punto Tommaso era stato costretto a metterla al corrente di ogni
dettaglio. Lei ne aveva finalmente compreso le motivazioni, ma non gli
aveva mai perdonato l’abnegazione nei confronti della Malacrida. E se
all’inizio si era rassegnata con la pazienza di una donna che attende il
proprio uomo partito per il fronte, dopo il secondo anno era quasi uscita
di senno, convincendosi dell’esistenza di una tresca amorosa: quella
donna piaceva a molti ed era in grado di sedurre anche un uomo retto
come l’avvocato Tommaso Fontana.
Suo marito l’aveva convinta che si sbagliava, confessandole che lei gli
mancava maledettamente e che non faceva altro che pensarla. Avevano
persino ricominciato a fare l’amore: un paio di volte al mese, quando i
ragazzi non c’erano lui arrivava all’improvviso e lei lo accoglieva,
fremente di gioia. A casa e nel suo ventre, illudendosi che un giorno
sarebbe tornato per sempre.
Era il loro segreto, ai figli Marisa non aveva detto nulla perché non
avrebbero capito. Come spesso accade, erano stati loro a pagare il prezzo
più alto, privati del diritto di conoscere la verità e di razionalizzare
l’allontanamento del padre.
Ora che l’assenza sarebbe stata definitiva, forse avrebbero potuto
buttarsi tutto alle spalle. Lo sperava più per Fulvio che per Daria. La figlia
maggiore era stata avventata nel tentativo di affrancarsi da quella
situazione, commettendo errori che l’avevano resa ancora più infelice.
Allungò una mano e accarezzò il collo di Fulvio. «Ce la faremo» disse.
Ma sarebbe rimasta davvero sorpresa se avesse scoperto che anche il
figlio custodiva un segreto: era stato lui a spingere Nanà ad abbandonare
la loro casa. Nel tempo si era convinto di essere lui il responsabile
dell’allontanamento del padre. E ora si accusava anche della sua morte.
Aveva imparato a fingere con stile, ma faticava a contenere la tempesta
che lo squassava nel profondo. Quando Alfonsina era entrata nella sua
vita, Fulvio era un ragazzino e lei una giovane donna che faceva
marchette con i suoi coetanei. I compagni di scuola e gli amici
dell’oratorio davano per scontato che lui s’infilasse ogni notte nel suo
letto.
«Com’è?» chiedevano invidiosi.
A quel tempo Fulvio stava con Debora, conosciuta in piscina. Una
quindicenne molto carina, di ottima famiglia, intelligente, spiritosa ma
sessualmente attenta a non forzare i tempi. Lo sbaglio fu quello di credere
che fosse logico e naturale che Nanà accettasse di fare sesso con lui solo
perché si era venduta. Quando si era accorto di essere in errore aveva
giocato prima la carta della riconoscenza, poi quella del denaro.
Lei lo aveva gelato. «Vuoi rompere il salvadanaio, ragazzino?».
Ferito da quel rifiuto, Fulvio l’aveva insultata, rovesciandole addosso
tutto quello che aveva sentito dalla madre e dalla sorella.
Nulla che Alfonsina non avesse già capito o immaginato. «Ci mancava
solo il marmocchio infoiato» gli aveva detto prima di chiudersi in camera
a preparare la valigia. Una decina di minuti più tardi Fulvio aveva sentito
sbattere la porta, ma la sera, quando i genitori erano tornati, aveva negato
di saperne qualcosa.
«Stavo ascoltando la musica con le cuffie» aveva mentito, sperando che
Nanà non tornasse mai più, che sparisse per sempre dalla loro vita,
terrorizzato che i genitori scoprissero come si era comportato.
Invece Nanà in tutti quegli anni non aveva mai detto una sola parola
sull’episodio. Forse lo aveva addirittura dimenticato.
 
Fulvio aveva ragione. Per Alfonsina episodi sgradevoli come quello
erano all’ordine del giorno. Facevano parte del gioco, il problema era
evitare ogni forma di violenza fisica, la vera paura delle prostitute. Era
riuscita a fare i conti con quel passato doloroso e in quel momento,
comunque, aveva altro per la testa. La notizia del suo fermo in seguito alla
morte dell’avvocato Fontana, con ampi riferimenti ai suoi trascorsi,
riveduti e corretti da una massa impressionante di falsità, era diventata
virale, la rete l’aveva giudicata colpevole e condannata. Il tribunale dei
social si domandava in quale altro Paese si consentisse a un’assassina di
reiterare il reato. Le pene variavano. Le donne preferivano l’ergastolo o la
pena di morte, gli uomini insistevano per pene più corporali che
prevedevano invariabilmente lo stupro, magari da parte di bande di negri.
Nulla di nuovo nella logica della “shitstorm”. Ma quello che trovò
insopportabile fu leggere la valanga di insulti e minacce contro l’editore e
l’illustratrice che l’avevano difesa, commettendo per di più l’errore
imperdonabile di voler riportare la discussione su livelli civili e
ragionevoli.
Alfonsina si rese conto di non riuscire a staccarsi dallo schermo.
Leggeva i commenti e cercava informazioni sulle persone che li avevano
scritti. Volti in posa, sorridenti, foto di vacanze, bambini, fiorellini, gattini,
cagnolini. Persone normali. Come gli uomini che in privato le inviavano
primi piani dei loro cazzi con richieste di incontri. Padri di famiglia, onesti
lavoratori, elettori coscienziosi.
Finalmente trovò la forza di sottrarsi al linciaggio mediatico e corse a
rifugiarsi nel suo angolino in cucina, rannicchiata, le braccia strette
intorno al corpo. Nessuna fiaba riuscì però a placare la paura di essere
odiata dal mondo intero.
 
Quella mattina Bonamente si era svegliato pensando che avrebbe voluto
mangiare un croissant al burro e bere un latte abbondantemente
macchiato con una miscela di robusta brasiliana e guatemalteca. Prima
dell’ictus era la sua colazione abituale, e ora lo deprimeva ritrovarsi a bere
una bevanda di mandorla con orzo solubile e cereali integrali biologici.
Non che fossero disprezzabili, anzi, ma erano imposti dalla malattia, non
dal desiderio.
Guastini era così diligente nel proteggerlo da un’alimentazione
scorretta che addirittura si documentava sulle scoperte più recenti e gli
preparava i nuovi cibi “miracolosi”. Quasi sempre dal gusto
improponibile.
Pensò di concedersi un lusso e sgattaiolare al bar. “Lusso” era il termine
usato dal suo cardiologo per indicare le rare volte in cui era ammesso
dimenticarsi della dieta: Natale, Capodanno, Pasqua e il giorno del
compleanno. Il piano sfumò non appena vide il signor Alfredo, vestita di
nero, seduta al tavolo della reception. Anche la parrucca a caschetto era
dello stesso colore, sormontata da un cappellino con la solita veletta, ma
così fitta che doveva impedirle di vedere bene.
«Chi è morto?» domandò l’attore, che ricordava di aver visto Guastini
con una mise simile quando era mancato un cliente affezionato.
«L’uomo con cui viveva la tua signora» rispose il signor Alfredo in tono
mesto. «Ora è diventata la vedova del martedì. E il prossimo
appuntamento lo salterà: proprio alle quindici di martedì ci sono i
funerali».
Fanzago si era persuaso che la donna non avesse legami, ma la sua era
una convinzione dettata dalla necessità di non pensarla continuamente
con un altro.
«Malattia?» fu la prima domanda che gli venne in mente.
«È stato investito mentre attraversava la strada» rispose Guastini. «La
conducente non voleva fargli del male, solo che poco prima avevano
litigato e quelle auto elettriche sono silenziose. Ti sembra di guidare una
macchinetta dell’autoscontro, pensi che se urti qualcosa nessuno si fa
male. E poi devi trovare la forza di togliere il piede dall’acceleratore, e non
sempre accade quando hai la mente confusa».
Bonamente notò che le mani del signor Alfredo, coperte da guanti neri
di filo ricamato, tremavano. E tremava anche il labbro inferiore. Quello
superiore non poteva vederlo perché era coperto dalla veletta, ma
avrebbe scommesso che si comportava allo stesso modo. Il suo stato di
agitazione lo spinse a riflettere su quanto aveva appena sentito e gli venne
spontaneo chiedere come mai fosse a conoscenza di tutti quei particolari.
«Alla guida dell’auto c’ero io» rispose con un sospiro.
«Signor Alfredo!».
«Signor Alfredo ’sta minchia!» ribatté l’altro porgendogli il quotidiano
locale. «È stato un incidente, e comunque ti ho salvato da una serial
killer».
In prima pagina c’era una foto della sua signora quando era una
ragazzina. Dopo tanti anni Bonamente scoprì che si chiamava Alfonsina
Malacrida detta Nanà.
Lesse e rilesse le tre pagine dedicate al vecchio e al nuovo omicidio che
la vedevano coinvolta. Finalmente poteva darle un nome, anche se il
momento era piuttosto infelice. Rimase colpito dal fatto che vivesse con
quel tale, l’avvocato Fontana, che aveva rinunciato a tutto pur di stare con
lei.
A un certo punto gli venne in mente di non aver posto al signor Alfredo
la domanda più importante: «Ma perché lo ha ucciso?».
«Non l’ho ucciso, è stato un incidente» si difese Guastini. «E poi lui mi
ha insultata, mi ha detto “vecchio frocio” e mi ha buttata a terra».
«Come mai vi siete incontrati?».
«Ero andata a informarlo che la sua donna lo tradiva da anni con un
gigolò».
«Signor Alfredo!».
«Signor Alfredo ’sta minchia. L’ho fatto per te, per difenderti dalla tua
signora. Lo sapevo che nascondeva qualcosa di losco».
«Da quel che ho letto si è sempre dichiarata innocente. E poi sono io che
la amo. Lei non doveva mettersi in mezzo».
Guastini era disperata: Bonamente non voleva proprio capire. A quel
punto trovò inutile spiegargli che solo lei era in grado di accudirlo e
difenderlo dalle offese della vita. Quella maledetta Nanà lo avrebbe usato e
poi accantonato come un ricordo inutile.
«Adesso deve andare subito alla polizia e scagionarla. Sospettano che
abbia un complice» suggerì l’attore, come se fosse la cosa più naturale del
mondo.
«Non lo farò. Io non ci vado in prigione» ribatté il signor Alfredo con
voce ferma. «Una come me è destinata a subire un numero di angherie
tale che la morte diventerebbe l’unica alternativa valida».
Bonamente fece una smorfia. Non aveva capito bene.
«Piuttosto mi ammazzo» chiarì Guastini.
«Questo mai» sbottò spaventato. «Ma bisogna salvare Nanà».
«Oh, quella se la sa cavare».
«E se la accusano e la mettono in galera?».
«Allora ci inventeremo qualcosa. Non ti preoccupare».
«Ma lei come ha conosciuto quell’uomo?».
«Internet. Ho seguito la tua signora fino a casa e poi ho digitato il
cognome su Google».
Bonamente crollò affranto sulla sedia. Il signor Alfredo si allontanò per
tornare poco dopo con un bicchiere d’acqua e la terapia del mattino. «Ora
prendi le medicine e fai subito colazione altrimenti quelle ti rovinano lo
stomaco» disse in tono materno.
«Voglio vederla» piagnucolò l’attore riferendosi alla sua signora. Parole
che il signor Alfredo non avrebbe mai voluto ascoltare.
«Non mi sembra una buona idea» replicò. «I poliziotti indagherebbero
su di te e si chiederebbero se non sono proprio io l’uomo anziano visto alla
guida. Hanno anche un testimone, una barista pettegola e antipatica che
mi può riconoscere. Aspetta che sia Nanà a venire da te».
«Ha ragione. Meglio aspettare» biascicò Bonamente, all’improvviso
attratto dall’idea di andare al funerale. Un po’ per curiosità, visto che della
sua signora non sapeva nulla, un po’ per starle vicino in qualche modo.
QUATTRO

P
ietro Maria Belli attese al bar il commissario Pagano. Conosceva le
abitudini di tutti i poliziotti che potevano risultargli utili. Anche adesso
che era in pensione e si limitava a collaborare con un paio di testate
online, continuava a coltivare la rete di contatti pazientemente tessuta
negli anni.
Il poliziotto lo salutò con un sorriso, pensando che il giornalista non si
trovava lì per caso e che gli avrebbe certamente offerto la consumazione.
Era anche sicuro del motivo che lo aveva spinto a uscire di casa per andare
a incontrarlo.
«Vuole sapere cosa penso in tutta sincerità?» chiese Pagano esauriti i
convenevoli. «La Malacrida non è coinvolta nell’incidente. Uso questo
termine perché non c’è stata premeditazione. Si tratta di un omicidio
stradale, uno dei tanti che capitano tutti i giorni perché questo è un Paese
di pazzi al volante».
«Possibilità di individuare auto e conducente?».
«Poche, anzi pochissime» rispose il commissario. «Per l’assenza di
telecamere nel punto in cui è stata investita la vittima, ma soprattutto per
il fatto che l’avvocato è stato urtato di striscio e a terra non sono rimasti
frammenti dell’auto utili a identificare il modello. Sappiamo solo che era
di colore grigio metallizzato».
Belli fece qualche altra domanda, senza però ottenere risposte
soddisfacenti. Eppure non era deluso. Anche lui era abbastanza convinto
che Nanà, “la cagna” come la chiamava, fosse estranea alla morte di
Fontana. Ma non aveva importanza. La Malacrida nascondeva qualcosa, ne
era certo, e pure questa volta lui avrebbe indagato e informato le persone
perbene. Di Nanà non sopportava l’impudenza. Al processo si era difesa in
modo oltraggioso. Non aveva mai accettato le regole della liturgia
dibattimentale, riscuotendo la simpatia di alcuni cronisti e di fasce
minoritarie dell’opinione pubblica, tra cui esponenti di rilievo di
quell’élite pseudointellettuale che non vedeva l’ora di prendere posizione
a favore di personaggi indifendibili.
Belli aveva trascorso tutta la vita professionale nelle aule di giustizia,
sempre allineato con le tesi delle forze dell’ordine e dei pubblici ministeri.
Non gli era mai capitato di schierarsi con la difesa: un giornalista ha
l’obbligo di scegliere da che parte stare, e lui aveva sempre dato la
precedenza alla legalità. A tutti i costi. Non approvava quei colleghi che
talvolta criticavano l’operato di poliziotti e magistrati. L’ambiguità nuoce
alle forze del bene. Ai tempi degli scandali comunemente noti come Mani
pulite si era procurato una certa notorietà a livello nazionale per essere
stato ripreso e fotografato più volte accanto a un giudice che poi, sulla
spinta della simpatia popolare, era entrato in politica fondando un partito.
Alfonsina Malacrida, la cagna, puttana e spacciatrice, ora scrittrice di
fiabe di successo, andava punita perché non aveva pagato abbastanza. E
anche la specchiata memoria dell’avvocato Fontana andava
ridimensionata. La loro relazione doveva necessariamente essere stata
torbida, laida, perversa. L’ex moglie si affannava a ribadire tramite gli
amici che tra Nanà e suo marito non c’erano né amore né sesso. L’amore
forse no, ma il sesso era certamente il motivo che aveva spinto Tommaso
Fontana a gettare tutto al vento per vivere con la cagna.
Ricordava il processo, le testimonianze di uomini maturi che avevano
comprato il giovane corpo di Nanà. Lei accusava il padre di averla
venduta, il genitore si difendeva affermando che la figlia era un’insaziabile
ninfomane. E il giornalista gli aveva creduto. Nanà non sarebbe mai
cambiata.
Era così marcia che riusciva a turbare i maschi che seguivano il
processo. Durante le deposizioni dei suoi amanti, lui stesso era stato
coinvolto al punto tale da ritrovarsi con la mente intorbidata da pensieri
osceni e con un’erezione imbarazzante.
Si sentiva sollevato perché il destino gli aveva appena offerto un’altra
occasione per occuparsi della Malacrida. Non era mai riuscito a
dimenticarla, ma ricordare gli procurava disagio, lo metteva di cattivo
umore.
Era finalmente arrivato il momento di chiudere i conti.
 
Belli era consapevole di non essere mai stato bravo a scrivere, motivo
che gli aveva impedito di ambire ai grandi giornali nazionali, ma aveva
sopperito a questa mancanza scovando – grazie alla stima delle forze
dell’ordine e della magistratura, che lo consideravano un alleato su cui
contare – notizie che agli altri quotidiani sfuggivano. Anche perché le
nuove generazioni di cronisti se ne stavano perlopiù chiuse in redazione
aspettando i lanci d’agenzia o le veline.
Lui invece indagava. Aveva iniziato con Pagano, e ora si sarebbe recato
nel bar dov’era stato visto quell’anziano omosessuale che aveva chiesto
informazioni sull’avvocato Fontana. Non corrispondeva al tipo di uomo
che avrebbe potuto avere una relazione con Nanà, ma la cagna poteva
averlo indotto a recitare per depistare gli inquirenti. Comunque si
trattava di un personaggio interessante. Anche se estraneo
all’investimento, poteva diventare una di quelle note di colore che ai
lettori, e quindi ai direttori, piacevano tanto.
La barista lo riconobbe subito. Quei riccioli di capelli grigi e spessi come
fil di ferro che cascavano sulla fronte erano inconfondibili. La possibilità
di finire sul giornale e fare un po’ di pubblicità al locale la resero gentile e
ciarliera. Belli scattò qualche fotografia con il cellulare e la interrogò,
mettendola a disagio quando volle da lei altre notizie sugli omosessuali del
quartiere. Non puntava a un’intervista: esattamente come ai poliziotti, gli
interessavano tutti i dettagli utili a identificare il tizio. Solo che loro
avevano accantonato la testimonianza dopo aver scoperto che si trattava
di un gay, lui invece continuò a insistere fino a quando la donna non si
ribellò.
«Devo tornare al lavoro» bofonchiò esausta e infastidita. «Non saprei
cos’altro dirle».
Batté lo scontrino del succo di frutta che all’inizio aveva pensato di
offrirgli, sperando di non vederlo mai più.
Nonostante il giorno del delitto tutti gli altri negozi fossero chiusi, il
giornalista andò a chiedere in giro del “culattone”. La voce era circolata
nel quartiere e ormai tutti lo chiamavano così, anche se nessuno lo
conosceva. Belli si convinse che non poteva che essere lui l’investitore:
aveva chiesto informazioni sull’avvocato fingendo di averlo appena
incontrato, ma Fontana non era ancora uscito di casa e tantomeno in
compagnia della Malacrida. E poco dopo il professionista era morto.
Ripercorse quello che riteneva potesse essere stato il tragitto che aveva
portato Fontana dall’uscio di casa fino al luogo in cui era stato ucciso,
tentando di individuare le eventuali telecamere e le finestre con la vista
migliore. Fino all’ora di cena suonò campanelli e parlò con decine di
persone. Il giorno della morte di Fontana pioveva, era festa, c’era la
processione. Nessuno aveva visto o notato nulla. Pietro Maria Belli si
ritrovò a osservare il cordolo del marciapiede su cui aveva battuto la testa
Fontana con la stessa frustrazione dell’addestratore di un bloodhound che
ha smarrito le tracce di un evaso nelle paludi della Louisiana.
La mattina successiva incontrò a pranzo il sovrintendente De Caro, il
braccio destro di Pagano, che aveva partecipato all’interrogatorio della
Malacrida. Era un poliziotto della vecchia guardia, poco incline alla
tecnologia e alle modernità investigative. Preferiva la strada, il contatto
diretto con testimoni e indagati. E aveva un’ottima memoria. Raccontò nei
dettagli il fuoco di fila di domande e le caute risposte di Nanà.
«In quali direzioni state indagando?» chiese il giornalista.
De Caro allargò le braccia. «A dire la verità attendiamo che qualcuno si
faccia vivo. Il caso è sulla bocca di tutti, magari un testimone salta fuori».
«Se non si è trattato di un incidente, l’unica alternativa logica è il
delitto premeditato».
«Non abbiamo elementi solidi a sostegno. E Pagano è decisamente
convinto che ci troviamo di fronte a un omicidio stradale».
«E lei?».
«Penso che ci sia qualcosa sotto. Soggetti con una storia criminale come
la Malacrida non cambiano mai, ma lei si è fatta furba, non sarà facile
smascherarla».
«Domani ci sono i funerali di Fontana».
«Lo so. Manderemo qualcuno a dare un’occhiata, ma senza grandi
aspettative».
«Mi sembra di capire che avete accantonato definitivamente le indagini
per identificare il culattone».
«Se vogliamo credere alla premeditazione, dobbiamo pensare che chi
era alla guida della macchina conoscesse bene la vittima e non avesse
bisogno di chiedere informazioni alla barista. E nel caso di un incidente, le
probabilità che proprio quella persona abbia investito l’avvocato sono
nulle».
Dietro una maschera d’impassibilità, Belli era euforico all’idea che solo
lui aveva capito che l’anziano omosessuale era sicuramente alla guida
dell’auto. L’indomani sarebbe stato l’unico cacciatore a battere la pista.
 
La sala del commiato del cimitero maggiore non era grande abbastanza
per contenere le tante persone arrivate anche da altre città per l’ultimo
saluto a Tommaso Fontana. La chiesa del quartiere in cui viveva il defunto
le avrebbe accolte tutte, ma l’avvocato, ateo dichiarato, non l’aveva mai
frequentata.
Il feretro era ricoperto di fiori e corone. Alfonsina sedeva in prima fila,
dal lato opposto rispetto a Marisa e ai due figli. La vedova non riusciva a
non lanciarle occhiate di disprezzo e risentimento. Voleva che tutti le
notassero, che fosse evidente l’abisso morale che le separava. Nanà aveva
occhi solo per la bara. Le sedie vicino a lei erano libere. Nessuno osava
sedervisi per non correre il rischio di essere accomunato alla donna
sospettata di essere coinvolta nell’omicidio. Nessuno le si era avvicinato
per una parola, una stretta di mano, un abbraccio. Le condoglianze erano
riservate alla famiglia.
Un ex collega dello studio che Fontana aveva fondato molti anni prima
si avvicinò commosso al microfono e parlò brevemente di un uomo buono,
onesto, simpatico, illuminato. Un giurista appassionato e rigoroso. I
ricordi si interrompevano con malcelato imbarazzo nel momento in cui il
defunto aveva smesso d’indossare la toga. Da quel punto avrebbe dovuto
continuare a parlare Alfonsina, ma le fu impedito dalla musica diffusa ad
alto volume dalle casse dell’impianto stereo. Le note del Preludio numero 20
di Chopin, eseguito da Grigorij Sokolov, si fusero con il brusio. Nanà era
sconvolta, ferita dalla violenza di quel rifiuto, ma dire addio a Tommaso
era più importante. Si alzò, si avvicinò alla bara, scostò la barriera di fiori
e abbracciò il legno di ciliegio della cassa.
Nella sala calò un silenzio gelido, imbarazzato, rotto solo dai singhiozzi
di Nanà. Seguita dai figli, Marisa si allontanò sdegnata, sbattendo i tacchi
sul marmo. I fotografi presenti circondarono la Malacrida e la
bersagliarono con la luce cruda dei flash.
L’unico che non si fece coinvolgere dalla foga d’immortalare Nanà sulla
bara dell’amante fu Pietro Maria Belli, che per tutto il tempo si era
dedicato a fotografare, con il nuovo cellulare comprato per l’occasione,
tutti gli uomini di una certa età presenti in sala.
Il volto del signor Alfredo era stato uno dei primi. Era arrivato in
anticipo insieme a Bonamente per non correre il rischio di rimanere in
piedi.
L’attore avrebbe voluto sedersi accanto alla sua signora, ma per fortuna
gli era mancato il coraggio e, com’era logico prevedere, era stato travolto
dall’emozione nel momento in cui lei si era gettata sul feretro. In preda a
un pianto irrefrenabile che gli impediva di seguire quanto accadeva
intorno a sé, aveva attirato la compassione di molti, che si erano
avvicinati per consolarlo domandandosi quale fosse il suo grado di
parentela con Fontana.
Nanà si alzò di scatto e si diresse verso l’uscita a testa bassa, per
nascondere il volto stravolto dal pianto, una maschera di dolore e di
rimmel colato lungo le guance che non voleva finisse preda di quegli
sciacalli. Tutti la seguirono, come se avessero fretta di lasciare la sala.
Da una porta laterale entrò un uomo sui cinquanta. Barba di tre giorni e
il volto segnato di chi non bada troppo alla salute e agli anni che passano.
Dai jeans consunti spuntavano un paio di stivali texani. Aveva pagato gli
uomini delle pompe funebri perché lo lasciassero solo con il defunto per
qualche minuto. Il tempo di una sigaretta. Aveva evitato di mescolarsi ai
dolenti per opportunità. Se qualcuno lo avesse riconosciuto si sarebbe
chiesto cosa lo legava all’avvocato Fontana e non era il caso. Si lasciò
cadere su una sedia e per la prima volta si rese davvero conto che il peso
dei segreti e del passato non poteva più essere condiviso con Tommaso. I
morti sono solo morti, non portano nulla con loro perché non vanno da
nessuna parte, la merda tocca ai vivi.
Fontana se n’era andato troppo presto e non aveva avuto il tempo di
mettere ordine nella sua vita e in quella delle persone a lui care. E
purtroppo non c’era modo di rimediare.
Schiacciò la cicca sotto il tacco e attese che gli addetti spingessero il
feretro nella sala attigua, per la cremazione. Fiamme come all’inferno e
poi cenere.
 
Bonamente e il signor Alfredo fecero ritorno in taxi alla pensione
Lisbona ed entrambi, una volta arrivati, si chiusero nelle rispettive camere
a rimuginare. L’attore sullo straziante addio della sua signora a
quell’uomo che doveva aver amato moltissimo. Guastini sul rischio che
aveva corso quando aveva udito i singhiozzi della Malacrida.
Dal momento in cui era entrata la bara non aveva fatto altro che
supplicare il perdono della sua vittima.
Non aveva più pregato dai tempi in cui il parroco le aveva proibito di
farsi vedere all’oratorio e le aveva imposto di andare alla messa delle sei
per evitare di seminare inquietudine nei suoi coetanei. E tuttavia aveva
trovato ugualmente le parole giuste per chiedere perdono a Tommaso
Fontana.
Si era costretta a rivivere ogni dettaglio dell’investimento per chiarire
con se stessa, una volta per tutte, se si fosse trattato di un incidente o se,
più o meno consapevolmente, avesse voluto punire l’avvocato per
l’affronto di essere stata spinta a terra e chiamata “vecchio frocio”. La
verità le aveva procurato un tale dolore che aveva rischiato di dichiarare
pubblicamente le proprie responsabilità.
Per la cena indossò il vestito nero e il cappellino con la veletta.
Bonamente approvò la mise. «Anche lei è rimasta turbata dalla cerimonia,
vero?».
«I funerali mi fanno sempre questo effetto» rispose ambigua il signor
Alfredo.
«Io di solito li evito. Non avrei dovuto partecipare nemmeno a questo,
sono stato capace solo di frignare. È che mi sono sentito troppo a disagio
nel vedere la mia signora così disperata e sola».
«Non è colpa tua».
«Ma ho ricevuto le condoglianze e gli abbracci che toccavano a lei».
«Nessuno voleva la presenza dell’amante, di quella puttana e assassina
che ha fatto perdere il senno a un uomo rispettabile».
«Mi fa male sentirla parlare così».
«Non è quello che penso, ma è ciò che si respirava oggi».
«Si è buttata sulla bara. Doveva amarlo alla follia».
«Finalmente hai capito che tu sei solo il suo gigolò» commentò il signor
Alfredo senza cattiveria.
«Chissà se tornerà ancora da me».
«In tutta franchezza, spero di no».
L’attore si ribellò alla sincerità di Guastini. «Se la perdo è solo colpa sua
e non la perdonerò mai».
Il signor Alfredo si alzò e iniziò a sparecchiare. Aveva gli occhi lucidi.
«Ma perché non capisci, Bonamente?» sbottò con la voce rotta. «Ho
cercato solo di salvarti dai tuoi sogni sbagliati. Io sono l’unica che si
prende cura di te. Lei si limita a pagarti, al resto non è minimamente
interessata. Ma non ti ha fatto impressione sapere qual è stata la sua vita
prima di incontrare Fontana?».
«Signor Alfredo, è la paura della solitudine che la fa parlare così»
sussurrò Bonamente. «Nella mia famiglia il più giovane dei figli non si
sposava perché doveva rimanere a casa ad accudire i genitori quando
sarebbero diventati vecchi».
A Guastini mancò il fiato, si lasciò cadere su una sedia. «Ma questa è una
crudeltà. Io non ho mai pensato né voluto…».
L’attore alzò una mano per interromperla.
«Lo so. E so anche che sono malato e che ho bisogno di lei per le
medicine, la dieta, le visite. Io vorrei rimanere qui per sempre, la Lisbona è
la mia casa. Ma desidero che Nanà sia presente nella mia vita».
Il signor Alfredo si alzò faticosamente e continuò nelle sue faccende
come se nulla fosse accaduto. Bonamente sbagliava, ma gli amori pazzi
rendono vane le parole. Lei lo sapeva bene.
 
Quando la barista vide entrare Pietro Maria Belli mostrò tutta la propria
contrarietà con una smorfia evidente. Il giornalista la ignorò e puntò
dritto verso di lei.
«Vorrei che esaminasse delle fotografie» disse.
«Non ho tempo».
Belli si guardò attorno con studiata lentezza, perché risultasse evidente
che il locale era semideserto e che il marito, concentrato nella lettura di
un quotidiano sportivo, poteva essere benissimo in grado di sostituirla.
«Mi scusi se insisto. Non vorrei essere obbligato a scrivere che lei si è
mostrata reticente, perché sono certo che ciò danneggerebbe gli affari di
questa già poco florida attività» aggiunse, fissandola con aria di sfida.
“Florida”. Nella mente della donna la parola, sconosciuta e priva di
senso, ballò solitaria per qualche secondo. Poi svanì e lei si arrese. Indicò
un tavolino defilato, quello dove riceveva i rappresentanti. Solo che
questa volta al posto delle immagini di merendine, caramelle o bibite
c’erano volti. Belli aveva impiegato diverse ore a preparare quell’album, in
cui erano raccolti i primi piani dei maschi sopra i sessant’anni che
avevano partecipato alle esequie dell’avvocato Fontana.
«Si concentri, è importante» si raccomandò il giornalista.
Non ce n’era bisogno. La barista sfogliava le pagine e scrutava i dettagli
di ogni volto, affascinata dall’idea di riconoscere qualcuno, proprio come
nei film. Per questo quando si trovò di fronte il signor Alfredo non ebbe
alcun dubbio. Prima di indicarlo si prese il tempo necessario, ma a ogni
secondo che passava era sempre più certa, certissima.
«È lui» sentenziò.
Belli quasi le strappò di mano l’album per guardare il volto dell’uomo.
Lo avrebbe trovato e sbattuto in prima pagina, ormai era solo questione di
tempo. Non si sarebbe precipitato a riferire la scoperta al commissario
Pagano. Quell’indagine era sua, e suo sarebbe stato il successo, il cronista
di nera in pensione che beffa la polizia e i colleghi. Articoli, partecipazioni
a trasmissioni locali e nazionali. E anche al processo sarebbe stato lui la
star, il segugio che aveva risolto il caso.
Ringraziò la barista con una solenne stretta di mano e la promessa di un
ruolo di un certo rilievo quando sarebbe arrivato il momento di
pubblicare l’inchiesta. Nel frattempo si aspettava la dovuta discrezione.
 
Il martedì successivo Nanà si svegliò decisa a tornare a scrivere. Aveva
un contratto da rispettare e il mondo dei libri era l’unico che non la voleva
morta o in galera. E poi aveva un debito di riconoscenza nei confronti
dell’editore e dell’illustratrice. I giorni precedenti erano stati difficili e ad
alto tasso alcolico. Il funerale si era rivelato una prova molto più dura di
quanto avesse immaginato. Giornali e social ne avevano approfittato per
massacrarla ancora una volta: la grande attrice finge, per evitare il
carcere, di provare dolore sulla bara dell’amante.
Immergersi nel proprio universo fantastico l’avrebbe aiutata a rialzarsi
e risalire la china. Il problema era che non aveva la minima idea di dove
andare. Ormai l’avevano stanata: ogni cazzo di giornalista per riempire il
suo cazzo di articolo avrebbe scritto dei suoi nuovi libri ricordando il suo
cazzo di passato e i sospetti per la morte dell’avvocato. Copia e incolla.
Nulla di più facile. D’altronde una recensione presuppone la lettura e un
minimo di riflessione.
Grazie a Tommaso aveva vissuto alcuni anni di tregua, con una decente
qualità della vita. Dall’avvocato aveva ricevuto molto, anche se non
riusciva ancora a fare il conto esatto. Nel momento stesso in cui pensava
al futuro, anche a quello immediato, che sarebbe iniziato il giorno in cui
avesse abbandonato quell’appartamento, l’ansia la aggrediva con violenza,
come se nel suo stomaco fosse rinchiuso un gatto selvaggio e rabbioso.
Durante l’interrogatorio in questura si era ripromessa di tagliare ogni
rapporto con Bonamente. Era troppo pericoloso. Ma poi si era resa conto
di avere un desiderio pazzesco di fare sesso, di lasciarsi stringere dalle
braccia di quell’uomo che l’amava pazzamente e sopportava ogni suo
capriccio.
Guardò fuori dalla finestra. Anche il tempo era insensato. A metà
ottobre il sole era ancora troppo caldo, l’autunno se ne stava rintanato
chissà dove. S’impose di lavorare alcune ore ma combinò ben poco.
Non riusciva a capire quale distillato fosse adatto per un’occasione così
audace e disperata. Alla fine prese la sua decisione, senza però essere
troppo convinta. Quando uscì dal portone abbassò lo sguardo e camminò
veloce senza guardarsi attorno. Per questo non notò Pietro Maria Belli
appostato nelle vicinanze. Dopo l’ennesimo fallimento nella caccia
all’uomo della foto, il giornalista aveva ripreso a ronzare intorno
all’abitazione della Malacrida.
Era tentato di fermarla e di sbatterle sotto il naso il volto
dell’investitore. «Lo conosci, Nanà? È il tizio che ha ammazzato il tuo
Tommaso». Feroce e diretto. Giusto per vedere la reazione, che gli sarebbe
valsa dieci righe micidiali.
Accelerò il passo per raggiungerla, ma la sua preda si comportò in modo
insolito. Entrò in un grande magazzino e s’infilò in un ascensore che
portava al garage sotterraneo. Strano, sapeva bene che la cagna non era
munita di patente. Quando la vide imboccare un corridoio pedonale che
portava a una piazza poco lontana capì: stava cercando di seminare
eventuali pedinatori. Doveva avere appreso la tecnica dai suoi amici
spacciatori ma non era molto brava, se anche un giornalista in pensione
era in grado di non perderla di vista.
In realtà Nanà lo avrebbe seminato senza nessuna fatica, ma quel giorno
era distratta. Non riusciva a recuperare il filo dei pensieri erotici che per
una lunga serie di martedì l’avevano accompagnata da casa fino alla
pensione Lisbona. Le piaceva entrare nella camera di Bonamente sfinita
dall’eccitazione. E dopo un’ora esatta rompere l’incantesimo fingendo di
avere qualcosa di urgente da fare. Invece si trattava solo di relegare il
sesso e il corpo in un territorio estraneo alla vita che conduceva con
Tommaso. Altrimenti sarebbe impazzita. Il desiderio di un uomo con cui
dormire e condividere l’esistenza andava tenuto sotto stretto controllo.
L’avvocato l’aveva aiutata a ritrovare la dignità e il rispetto per se stessa,
ma lei si sentiva incompleta senza l’amore.
Si era tormentata in silenzio per quella privazione, ma né lei né
Tommaso avevano mai avuto il coraggio di affrontare un discorso che tra
padri e figli è naturale. I cuccioli a un certo punto si allontanano. Ma
Fontana non era suo padre, l’aveva adottata solo per lenire un devastante
senso di colpa. E lei si era convinta che nessuno fosse disposto ad amare
un’assassina il cui corpo era appartenuto a molti, troppi uomini.
Alfonsina Malacrida suonò il campanello della Lisbona. Mentre
prendeva l’ascensore, Pietro Maria Belli fotografò la sobria targa in ottone
della pensione, poi si avviò verso un’edicola che offriva una visuale
perfetta sul portone.
Il giornalista aprì l’album alla pagina giusta. «Ha mai visto questa
persona?» chiese al sessantenne che stava riordinando delle riviste.
L’uomo osservò l’immagine. Poi rivolse lo sguardo al giornalista. «Ma lei
è Pietro Maria Belli?».
Il giornalista si schermì. «Sì, sono io».
«Pensavo fosse andato in pensione».
«Noi della vecchia guardia siamo sempre a caccia di buone storie».
«E sta cercando questo tizio per un articolo?».
«Sì, vorrei intervistarlo».
«Lei si occupa di cronaca nera. In cosa è coinvolto questo signore?».
«Non sono affari suoi».
L’edicolante scosse la testa. «Mi spiace, ma non mi sembra di averlo mai
visto».
«Lo guardi meglio, per favore».
L’uomo acconsentì, ma dopo qualche secondo restituì l’album. «No, non
mi pare».
Belli lo costrinse ad accettare il suo biglietto da visita, casomai avesse
avuto qualcosa da riferire, e se ne andò bofonchiando un mezzo saluto.
L’edicolante lo guardò allontanarsi. Aveva riconosciuto
immediatamente il signor Alfredo, suo cliente affezionato, e aveva
mentito perché Belli era stato sgarbato. Era anche convinto che fosse
giusto informare il proprietario della pensione Lisbona che un giornalista
lo stava cercando e mostrava in giro la sua foto.
Guastini in passato gli aveva prestato del denaro quando lui, disperato,
rischiava di perdere l’attività ereditata dal padre ed era pronto a mettersi
nelle mani dello strozzino del quartiere. «Quanto ti serve?» gli aveva
chiesto il signor Alfredo dopo averlo spinto a confidarsi. Così,
semplicemente, con lo stesso tono gentile con cui s’informava sulle uscite
dei suoi romanzetti d’amore. L’edicolante aveva sussurrato la cifra e dopo
un paio di giorni la signora Erminia gli aveva consegnato una busta che
recava l’intestazione della pensione. Quel cafone di Pietro Maria Belli
poteva andare a farsi fottere.
 
Nanà fu sorpresa di vedere il signor Alfredo vestita di nero come una
vedova e non resistette alla tentazione di fermarsi un momento per
osservare la mise. Evidentemente doveva aver avuto un lutto importante.
Come lei. Con quel pensiero lugubre fece il suo ingresso nella camera del
gigolò.
Non appena incrociò il suo sguardo Bonamente scoppiò a piangere.
Nanà scosse la testa esasperata. «Quelli che fanno il tuo mestiere non
possono frignare davanti alle clienti» sospirò, rassegnata a rinunciare alla
scopata. «È scritto nello statuto della categoria».
Per la prima volta non si spogliò e non mise il denaro sul comodino.
Tirò fuori la bottiglia e i due bicchieri. Li riempì e ne porse uno a
Bonamente, che sembrava inconsolabile. «Bevilo d’un fiato».
L’attore obbedì e per un attimo smise di singhiozzare. «È buono».
«È gin» rispose Nanà. «Figlio illegittimo dello jenever, un liquore a base
di ginepro inventato dagli olandesi come rimedio terapeutico. Chissà che
non sia utile anche a calmare il pianto. È trasparente, senza memoria,
senza le note terziarie regalate dall’invecchiamento. Le sue melodie
risiedono in quelle primarie, nell’erbario selezionato con pazienza per la
sua creazione: ginepro e liquirizia italiani, radice di angelica inglese,
coriandolo russo e spezie scelte da ogni master distiller per renderlo
unico».
Avrebbe voluto continuare a parlare – i drink a base di gin sono un
universo di storie di peccatori, pazzi e cospiratori, belle da raccontare e da
ascoltare –, ma Bonamente riprese a singhiozzare.
«Che idea del cazzo» si rimproverò Nanà. Brindò alla mala sorte e
tracannò il bicchiere. Mentre allungava la mano verso la bottiglia, decisa a
ubriacarsi in compagnia di un gigolò piangente, notò la sua foto
pubblicata da un quotidiano. Bonamente l’aveva ritagliata.
Sbuffò. Doveva aspettarselo che anche lì fossero arrivate le notizie che
la riguardavano. Senza un motivo preciso si era illusa che la pensione
Lisbona fosse un luogo fuori dal mondo dove potersi rifugiare per un’ora
la settimana.
Quando cominciò a raccogliere le sue cose il pianto di Bonamente
diventò più acuto. «Eccheccazzo, sei davvero uno strazio» sbottò lei senza
malanimo.
In un impeto di rabbia per la frustrazione di non essere in grado di
controllarsi, l’attore riuscì finalmente a mettere insieme una frase
comprensibile: «È stato un incidente. Lei non voleva».
Alfonsina si voltò a fissarlo e appoggiò la borsa a terra. «Lei chi?».
«Il signor Alfredo».
In quel momento Guastini se ne stava seduta sulla sua poltrona
preferita, in salotto, alle prese con delle bifrontali senza schema che non
riusciva a risolvere per i troppi pensieri. Era certa, anzi certissima, che
Bonamente avrebbe confidato alla sua signora chi fosse il colpevole della
morte dell’avvocato Fontana: era un uomo profondamente buono e
ingenuo, quasi incapace di mentire. E poi era troppo innamorato per
custodire un segreto così impegnativo.
Guastini era pronta ad affrontare le proprie responsabilità ma non a
pagare con il carcere. Su questo punto era già stata chiara con l’attore:
piuttosto la morte, ma era convinta fosse giusto che la Malacrida
conoscesse la verità.
Continuava a essere divorata dal rimorso per aver investito e ucciso
quell’uomo. Si vergognava per la carognata che aveva ordito contro
Bonamente e la donna rivelando a Fontana la loro relazione. Un tempo
non si sarebbe nemmeno sognata di poter agire in modo così basso, ma il
terrore cieco di una vecchiaia solitaria l’aveva resa fragile.
Quando sentì l’urlo di Nanà lacerare il silenzio della pensione si
ripromise di tornare alle parole crociate in un altro momento.
Alfonsina percorse il tragitto dalla stanza numero tre al salotto
convinta che avrebbe picchiato e ancora picchiato quella macchietta
d’uomo fino a renderlo irriconoscibile. La galera era stata una grande
scuola. Per difendersi da guardie e detenute che volevano godere del suo
corpo giovane e corrotto, quindi secondo loro disponibile per chiunque,
aveva dovuto imparare a colpire duro. Ovunque e con qualunque oggetto.
La violenza penetra nel Dna, lo contamina e rimane sempre lì a
disposizione, per un’emergenza o per puro piacere. Tommaso Fontana si
era reso subito conto che Alfonsina aveva bisogno di aiuto e l’aveva
indirizzata da un terapeuta competente. Questi le aveva insegnato a
controllarsi, senza però illudersi di riuscire a estirpare come una mala
pianta quell’aggressiva brutalità che covava sotto una montagna di
traumi.
Alfonsina afferrò un soprammobile, un pesante elefantino di metallo
decorato con un mosaico argentato in stile shabby chic, decisa a sbatterlo
in faccia all’assassino. In galera il primo colpo è sempre sul volto e
dev’essere devastante, non solo per rendere inoffensivo l’avversario, ma
soprattutto per lasciare un segno indelebile.
Nella sua mente bruciava una miscela incendiaria di rabbia e dolore che
reclamava giustizia sotto forma di sangue e percosse.
Con la mano sinistra Nanà strappò il cappellino con la veletta dalla testa
di Guastini, facendolo volar via insieme alla parrucca, e si ritrovò a fissare
un omino indifeso, pronto a subire il suo odio. Guardò la propria mano che
stringeva l’elefantino: la proboscide sarebbe penetrata a fondo nella
guancia, spaccando i denti e lacerando la lingua.
Si sentì all’improvviso esausta e si accasciò sulla poltrona di fronte.
«Rimettiti i capelli» disse. «Così fai veramente schifo».
Mentre il signor Alfredo si ricomponeva arrivò Bonamente, le mani
sulla bocca per il timore che fosse successo l’irreparabile.
«Vai a prendere la bottiglia di gin» gli ordinò Alfonsina, accorgendosi di
non essersi ancora liberata del soprammobile.
«Io non sono così» si giustificò consegnandolo nelle mani di Guastini.
«Non più. Volevo solo scrivere le fiabe che i genitori leggono ai bambini
per farli addormentare, volevo essere lasciata in pace sotto il mio sasso.
Ma poi arrivi tu, piccola merda travestita, a rovinare tutto».
«Volevo metterlo al corrente che frequentavi un gigolò» iniziò a
raccontare il signor Alfredo con un filo di voce, «nella speranza che ti
allontanassi una volta per tutte da Bonamente, ma mentre parlavo mi
sono resa conto di quanto fosse sbagliato: Fontana ha avuto una reazione
violenta e sono andata in confusione. Mi sentivo strana, intorpidita e non
sono riuscita a staccare il piede dall’acceleratore. È stato un incidente,
credimi».
Lei ascoltò con gli occhi chiusi e una gran voglia di bere. «Hai
ammazzato un uomo speciale» balbettò.
«Lo so» ribatté Guastini. «E sono infinitamente dispiaciuta».
«Risparmiami la parte sul passato che non si può aggiustare. Non lo
sopporterei» ribatté Nanà. «Sei solo una vecchia serpe con il culo rotto.
Allontanarmi dal mio gigolò? Cosa speravi? Non ti sei accorta che è
etero?».
Bonamente arrivò con la bottiglia. «Veramente il signor Alfredo aveva
paura di rimanere sola» puntualizzò.
La Malacrida quasi gliela strappò di mano e lo incenerì con lo sguardo.
«Ma la stai difendendo?».
L’attore agitò freneticamente le mani cercando una risposta adeguata
che non contribuisse ad aumentare la rabbia della sua signora, ma per sua
fortuna ci pensò Guastini.
«Non so cosa fare» ammise. «Sono pronta ad assumermi le mie
responsabilità ma come ho già detto a Bonamente non sono disposta a
finire in galera».
«Non dureresti un quarto d’ora con quei cazzo di cappellini» sospirò
Nanà. «E ora taci, mi stai innervosendo con tutte queste stronzate. Dammi
il tuo telefono» aggiunse rivolta a Bonamente.
«Perché?».
«Il mio è sicuramente controllato».
Nanà si appartò nella stanza numero tre per alcuni minuti. Una volta
tornata in salotto annunciò di aver chiamato una persona per avere un
parere. «Non sono sufficientemente lucida per capire cosa stia
succedendo, e voi siete messi peggio di me».
Una mezz’oretta più tardi arrivò un tizio sui cinquanta con un paio di
stivali texani che spuntavano dai jeans.
Nanà lo baciò frettolosamente su una guancia. «Non ti ho visto al
funerale».
«Ero defilato ma non mi sono perso nulla. È stato penoso al punto
giusto».
Non si presentò, si sedette sulla poltrona e chiese un portacenere. Il
signor Alfredo fu tentato di fargli notare che era vietato fumare ma si
convinse che sarebbe stato inutile.
Nanà lo conosceva bene: era un ex cliente di Tommaso, uno dei pochi
che frequentavano la casa. Nel tempo erano diventati amici. L’avvocato si
coricava presto e loro due rimanevano in salotto, con della buona musica
di sottofondo e bottiglie e bicchieri a portata di mano, perché era un
grande intenditore di distillati.
L’uomo faceva l’investigatore privato e agiva, almeno a detta di
Fontana, in una zona grigia tra legalità e illegalità. Anche lui aveva voluto
contribuire alla rinascita di Alfonsina, coniugando la poesia dei distillati
con la durezza della realtà.
Lei aveva preso una sbandata. Lui aveva declinato con un sorriso
l’invito a infilarsi tra le sue lenzuola.
«Perché?» gli aveva chiesto Nanà, ferita dal suo rifiuto.
«Perché non sono l’uomo giusto».
Ma Alfonsina non si era accontentata. Aveva continuato ad amarlo
finché quel sentimento, così violento da farla tremare di desiderio ogni
volta che lo sentiva parlare di distillati, non si era trasformato in affetto.
Anche lui, come Tommaso, era diventato una certezza. Le voleva bene e
non l’avrebbe mai tradita.
Dopo la morte dell’avvocato era andato a trovarla. Di notte, per evitare
l’assedio dei giornalisti. L’aveva abbracciata forte.
«Cosa devo fare?» aveva chiesto Alfonsina tra le lacrime.
«Nulla. Nonostante le apparenze, non sei tu a ballare al centro della
pista. Sei seduta sul bordo come una bruttina sfigata che tutti prendono
per il culo e nessuno invita».
Era fatto così, usava le parole come cartavetrata. Era arrivato con una
preziosa bottiglia di rum. Mentre lei prendeva i bicchieri aveva frugato tra
i cd, scegliendo Voices and Choices della Shawn Lee’s Ping Pong Orchestra.
Gli piaceva un brano: Kiss the Sky.
 
Keep fighting till the end and past the end you will be strong
Too late to keep the world from dying this time
Too late to spread the love you shared.
 
«Il nome deriva dall’inglese rumble. Significa gorgogliare, ribollire»
aveva spiegato dopo il primo sorso. «Acqua e succo di canna da zucchero
delle piantagioni umide del Guatemala. Non esiste al mondo nulla di
meglio per guarire le cicatrici dell’assenza. Come quella di Tommaso, che
ha fatto del bene a entrambi e che della nostra riconoscenza ora non se ne
fa niente: la morte annulla crediti e debiti. La vita è una solenne
fregatura».
Avevano brindato alla sua memoria e la commozione si era insinuata
nei loro cuori e nelle loro gole. Dopo lunghi minuti di silenzio lui aveva
trovato la forza di proseguire. Aveva alzato il bicchiere in controluce.
«Guarda la declinazione del rosso che esplode nel porpora e nel prugna,
con sfumature e riflessi che ricordano il colore dello zafferano e
dell’ambra e che annunciano i sentori di tabacco, sigaro, legno, zucchero
bruciato, caffè, cioccolato fondente. Inconfondibile la nota salata appena
accennata, la piacevole amarezza affumicata della liquirizia che si fonde
con tracce di vaniglia, crema all’uovo e mandorla».
Quella notte aveva dormito qualche ora sul divano per sgusciar via alle
prime luci dell’alba.
E adesso era lì, in quel salotto, per aiutarla. Si accese una sigaretta e si
versò altro gin. «Ti ascolto, Alfonsina» disse.
Lei puntò l’indice contro il signor Alfredo. «È stata lei ad ammazzare
Tommaso».
«Si è trattato di un incidente» si difese l’accusata.
«Non dire cazzate e parla quando è il tuo turno» l’ammonì lo
sconosciuto lanciandole uno sguardo minaccioso.
Nanà aveva imparato che se devi confidarti con qualcuno che può
essere utile a tirarti fuori dai guai devi essere preciso e non omettere
nulla. Così iniziò dalla prima volta che aveva pagato Bonamente per
un’ora di sesso, un martedì dalle quindici alle sedici.
Poi toccò al signor Alfredo. Anche se fu tutt’altro che collaborativa, per
la difficoltà di aprirsi davanti a uno sconosciuto che la intimoriva, il tizio
con gli stivali riuscì comunque a tirarle fuori tutto. Sapeva come fare.
All’attore non chiese nulla: in quella storia era solo l’anello debole, e
comunque aveva già il quadro completo della situazione.
«La travesta qui presente» attaccò riferendosi a Guastini, «meriterebbe
di pagare, ma per il bene di tutti è necessario che la passi liscia. Se gli
sbirri la scoprono, anche se confessa e si assume tutte le responsabilità voi
verreste comunque accusati di complicità. Nessuno vi crederebbe e
finireste all’ergastolo per omicidio premeditato».
«Ma io ero alla processione» balbettò Fanzago.
«Manca il movente» osservò acutamente Alfonsina.
Il suo amico si accese un’altra sigaretta e continuò senza badare alle
interruzioni. «L’assassina da prima pagina, l’attore porno a fine carriera e
la vecchia travesta… Sembra l’inizio di una barzelletta. Ogni giornalista
s’innamorerebbe di voi, sareste i personaggi perfetti di quelle vicende di
cronaca nera che si trascinano negli anni. Il tribunale del popolo vi
condannerebbe fin dal primo giorno, ma in nome del tormentone
pretenderebbe un processo spettacolare. E in questa società fondata sullo
sberleffo feroce diventereste il motore infinito di battute e fotomontaggi
conditi con tante faccine che si sganasciano».
Bonamente, che aveva capito molto poco, fissava lo sconosciuto a bocca
semiaperta, indeciso se porre qualche domanda. Il signor Alfredo, invece,
aveva perfettamente colto il senso del discorso.
«Cosa dobbiamo fare?» chiese.
«Per prima cosa bisogna cancellare ogni traccia dall’auto, ma di questo
mi occuperò io. Poi dovrete smettere di frequentarvi, è fondamentale
azzerare ogni collegamento tra di voi».
«Gli sbirri non hanno nulla in mano, altrimenti mi avrebbero già messo
sotto torchio» fece notare Nanà.
«È ancora presto per dirlo. Per fortuna il commissario Pagano è uno con
la testa sulle spalle, in grado di resistere alle pressioni della stampa e dei
social. Il tuo vero problema è il gigolò. La vecchia è in grado di affrontare
un interrogatorio, ma lui crollerebbe appena messo piede in questura.
Dopo qualche minuto sarebbe disposto a raccontare qualsiasi cosa».
Ascoltare quelle parole per Bonamente fu come ricevere un ceffone a
tradimento. Scoppiò a piangere.
«Peggio di quello che pensavo» sbuffò lo sconosciuto scuotendo la testa.
«Torna a casa, Alfonsina. Io mi occupo dei dettagli con la nonna».
«Non c’è bisogno d’insultarmi» si ribellò Guastini.
«Taci. Hai ucciso un mio caro amico e io mi ritrovo costretto ad aiutarti
a sfangarla».
Nanà si alzò e andò a raccogliere le sue cose. Bonamente la raggiunse.
«Non ti voglio perdere».
La sua signora si girò di scatto. «Smettila di essere patetico, rischiamo la
galera e te ne esci con queste stronzate?».
«Non può finire così».
«E invece sì. Sei solo un cazzo di gigolò che vive con una travesta pazza
che si diverte ad ammazzare le persone».
 
Pietro Maria Belli non si era accontentato dell’edicolante. Chiedendo in
giro aveva raccolto informazioni interessanti sul proprietario della
chiacchierata pensione Lisbona. Dal fruttivendolo un signore l’aveva
definita «un tranquillo ritrovo di gay, almeno un tempo. Non hanno mai
dato fastidio».
Avrebbe voluto chiedere se avessero mai notato la Malacrida, ma
pronunciare quel nome sarebbe stato un errore. Meglio pazientare e
raccogliere altre informazioni. Quell’alberghetto nascondeva una sordida
verità criminale e lui l’avrebbe portata a galla, a riprova che la cagna non
aveva mai meritato clemenza.
Appostato davanti alla pensione, la vide uscire ma ritenne inutile
seguirla. Era diventata meno interessante rispetto al proprietario.
Ventuno minuti più tardi, come annotò frettolosamente sul suo prezioso
taccuino, apparve finalmente Alfredo Guastini insieme a un uomo che
attirò subito la sua attenzione. Non ricordava il nome, ma era certo di
averlo visto in tribunale anni prima. Probabilmente un piccolo
delinquente tra i tanti a cui aveva dedicato un articolo. Il culattone si
accompagnava a personaggi decisamente sospetti.
Li pedinò fino a un garage, da cui poco dopo vide uscire un’auto guidata
dal tizio. Fece in tempo a notare una vistosa ammaccatura sul paraurti.
Ghignando di soddisfazione annotò il numero di targa dell’arma del
delitto e pensò che per quel giorno poteva interrompere le indagini.
Camminare e parlare con tutta quella gente lo aveva affaticato, non era
più il giovane cronista di un tempo. Telefonò alla moglie. «Torno a casa»
annunciò.
«Ti aspetto».
«Ma non preparare la cena, stasera usciamo».
«Noi due da soli?».
Il giornalista si diede dello stupido. L’eccitazione del momento gli aveva
fatto scordare che andare al ristorante privi di compagnia presupponeva
avere qualcosa da dirsi, per evitare quei silenzi imbarazzanti che nessuno
dei due era più disposto a sopportare. A casa era diverso. I pasti erano
veloci e indolori. Spesso solitari. Gli orari coincidevano sempre meno: la
palestra, la partita di canasta o di bridge, il fisioterapista…
«Non ti preoccupare» si affrettò a rimediare Belli, «resto a cena fuori».
Mentre il giornalista era alle prese con gli effetti collaterali prodotti da
tanti anni di convivenza, il signor Alfredo chiuse a chiave il garage e
s’incamminò verso la pensione. A un certo punto si ricordò che era
martedì, giorno di uscita della sua collana preferita di narrativa rosa. Non
riusciva ad addormentarsi senza leggere alcune pagine di quelle storie
appassionanti. Affrettò il passo, temendo che l’edicola chiudesse.
«Ti sta cercando Pietro Maria Belli» lo informò il proprietario. «Mi ha
mostrato una tua fotografia, chiedendomi se ti conoscevo. Ha detto che ti
vuole intervistare».
Guastini si sentì il sangue gelare. «E chi è questo Belli?».
«Un cronista di nera in pensione. Quando era in attività seguiva tutti i
processi. A ogni buon conto gli ho detto che non ti conoscevo» rispose
l’altro porgendogli il biglietto da visita del giornalista. «Qui c’è il suo
numero, se vuoi contattarlo».
«Sbaglio o hai accennato a una foto?».
«Sì, eri insieme ad altre persone vestite di scuro. Sembrava un funerale»
rispose ridacchiando l’edicolante. Guastini intuì che era stata scattata alla
sala del commiato. E si sentì perduta.
Una volta tornata alla pensione, mentre si cambiava pensò che avrebbe
voluto confidarsi con Bonamente ma quel giorno l’attore aveva già vissuto
emozioni forti e la notizia rischiava di provocargli un altro ictus. In realtà
l’unica persona che poteva essergli d’aiuto era l’amico della signora, ma
non sapeva come rintracciarlo. “E invece sì” pensò all’improvviso,
ricordandosi che Nanà aveva chiesto il telefono a Bonamente proprio per
chiamarlo.
Corse in salotto, dove l’attore sedeva pensieroso davanti al televisore
spento.
«Mi serve il tuo cellulare» disse Guastini.
«Ma che avete oggi con il mio telefono?» ribatté Bonamente ingrugnito.
Il signor Alfredo, che lo conosceva ormai da tanti anni, si sedette al suo
fianco. «Sei offeso con quel tizio, vero?»
«Mi ha dato del vigliacco».
«Ma no, ha semplicemente detto che forse non sei la persona più adatta
a subire un interrogatorio di polizia».
«So bene chi sono. Ma certe cose non vanno sbattute in faccia,
soprattutto di fronte alla donna che ami».
«Hai perfettamente ragione. A me ha dato della “nonna” ma non mi
sono risentita più di tanto. Quel tizio è abituato a stare nei bassifondi, non
ci vuole molto a capirlo».
Bonamente annuì con un sospiro. «La mia signora mi ha salutato per
sempre, ha detto che sono un gigolò del cazzo che vive con una travesta
pazza» aggiunse consegnandole il cellulare.
«Mi dispiace».
«Lo so».
L’uomo con gli stivali rispose al quinto squillo. «Sì?».
«Sono Guastini».
«Che cazzo vuoi ancora?».
«Sono stata scoperta. Un cronista sta andando in giro a mostrare una
mia foto scattata al funerale dell’avvocato».
«Non ci posso credere! Sei andata al funerale della tua vittima, come nei
film! Lombroso si starà sparando una sega» sghignazzò sarcastico. «Chi è il
giornalista?».
«Pietro Maria Belli».
«Ne sei sicura?».
«Ho in mano il suo biglietto da visita».
«È un viscido pezzo di merda».
Guastini sentì distintamente il rumore dell’accendino e del tabacco che
bruciava. Capì che era impegnato a riflettere e lo lasciò fumare in pace.
«Se va in giro con una tua foto dobbiamo dare per scontato che la
barista ti abbia già identificata» disse dopo un po’. «Però non credo che
Belli abbia parlato con gli sbirri, altrimenti sarebbero già venuti a
prenderti. Fai sparire l’attore. Mandalo in vacanza o dove cazzo ti pare,
purché se ne stia nascosto fino a quando non avremo capito dove vuole
arrivare Belli».
«E io cosa faccio?».
«Ti inventi una balla credibile sul perché sei andata in quel bar a
chiedere dell’avvocato Fontana, poi chiami il giornalista e gli chiedi cosa
vuole. Mostrati disponibile e collaborativa».
«Non so se sono in grado di reggere la commedia».
«Tira fuori i coglioni che nascondi sotto la gonna. Se metti nei casini
Alfonsina te la faccio pagare».
L’uomo con gli stivali gettò la cicca a terra con un gesto di stizza e
rientrò nell’autocarrozzeria.
Il proprietario era un lestofante di vecchia data. Aveva capito subito di
avere tra le mani l’auto che aveva ucciso Fontana il giorno del santo
patrono e voleva approfittarne. Non tanto per i quattrini in sé, quanto per
rimarcare che la faccenda non era di suo gradimento e quindi, se doveva
stare al gioco, la cosa andava pagata profumatamente.
«Diecimila più il costo della riparazione» ripeté per l’ennesima volta.
«Mi conveniva portarla da Uccio, lo sfasciacarrozze. Per duemila la
riduceva a una scatoletta e mi toglievo il pensiero».
«E invece sei venuto qui perché l’auto deve essere bella e pulita per
poterla esibire come prova a discarico».
«Cinquemila».
Il carrozziere respinse l’offerta con un gesto della mano.
«Perché stai proteggendo la Malacrida? Te la scopi? Prima di perdere la
testa per quella troia Fontana era un bravo avvocato, ha difeso tanti amici
miei».
L’uomo lo fissò serio. «Nanà non c’entra un cazzo ma può essere
collegata al proprietario, e tu sai bene come sono gli sbirri: per loro uno
più uno non può che fare due».
«Sei sicuro che lei non sia coinvolta?».
«Vuoi la mia parola?» chiese sdegnato. «Dopo tutti questi anni?».
L’altro si arrese. «Vieni a ritirarla dopodomani. Tremila andranno
bene».
L’amico di Nanà uscì dall’officina e chiamò un taxi. Del carrozziere si
poteva fidare, ora che avevano chiarito la faccenda. Il problema era che
quella storia stava in mano ai personaggi sbagliati. Presi singolarmente
erano un disastro, insieme una tragedia. Come era una tragedia la perdita
di Tommaso, del resto. Quando ancora indossava la toga gli aveva salvato
il culo e gli aveva anche procurato un mestiere: mettere a posto le cose.
Al tassista fornì l’indirizzo di un’osteria in pieno centro. Come sempre
avrebbe cenato al bancone: tovaglietta di carta, un bicchiere di vino, il
piatto del giorno. E tante chiacchiere. Il locale era frequentato da persone
di ogni tipo e lui sapeva ascoltare e scremare le informazioni dai
pettegolezzi.
Rimase fino alla chiusura, poi si recò a casa di Nanà. Una decisione
dell’ultimo momento, sentiva il bisogno di vederla, pur sapendo che
poteva essere rischioso.
«È successo qualcosa?» chiese lei allarmata.
«Oggi non abbiamo avuto la possibilità di parlare a quattr’occhi» la
tranquillizzò.
Lei sorrise. «Quattr’occhi. Non lo usa più nessuno questo termine. Sei
davvero vecchio».
L’uomo scelse la musica e il distillato. Acciambellata sulla sua poltrona
preferita, Alfonsina rimase a osservare quei gesti sicuri e misurati.
«C’è un’altra opzione da considerare» disse lui, frugandosi nelle tasche
alla ricerca dell’accendino.
«La fuga?».
«Nasconderti fino a quando non saremo certi che sei al sicuro da ogni
possibile accusa. Non sei corsa a denunciare Guastini, quindi puoi essere
ritenuta sua complice».
«Non voglio nemmeno lontanamente prendere in considerazione
questa ipotesi».
«Perché? Mi sembra ragionevole».
«No. Significherebbe ammettere che sono colpevole, e comunque non
voglio finire in un posto del cazzo a vendermi per sopravvivere». Bevve
un paio di sorsi. «Ma non sei venuto per parlarmi di queste stronzate. Qual
è il vero motivo di questa visita?».
Lui allargò le braccia, ammettendo di essere stato scoperto. «Il gigolò»
rispose. «Mi sfugge il senso di questa frequentazione così prolungata con
lo stesso uomo».
«Non mi sembra che la mia vita sessuale possa essere un argomento
così importante, soprattutto in questo momento» ribatté lei con una
punta di fastidio. «A meno che tu non stia sospettando una tresca, o che
non si tratti di un attacco di gelosia».
«Non dire cazzate. Io ci vado regolarmente, a letto con le professioniste.
Ma con la stessa puttana può capitare una, due, massimo dieci volte. Poi
ne scelgo un’altra perché, se non lo faccio, prima o poi le cose cambiano e
io non voglio correre il rischio di iniziare una relazione».
«Non capisco dove vuoi arrivare».
«Voglio capire cos’è questa storia dei martedì dalle quindici alle sedici.
Mi sembra decisamente strana. Eppure io dovrei essere abituato alle
stranezze».
«Vuoi sapere se esiste un problema e se ho bisogno d’aiuto?».
«Proprio così».
«Non ho una relazione con Bonamente, anche se lui mi ama» chiarì
subito.
«Difficile da credere».
«Gli sono affezionata perché è una persona adorabile. Ma non sarà mai
il mio uomo».
«Forse lo è già da tempo e non te ne sei ancora resa conto».
Il suo tono era sgradevole, la stava provocando. E lei lo accontentò: «Sai
perché non sarà mai il mio uomo? Perché quando scopo con lui io penso a
te, sono a letto con te e il cazzo che sento dentro di me è il tuo».
«I tuoi sogni erotici non m’interessano» sbuffò l’uomo.
Ma lei lo conosceva bene: «Non fingerti imbarazzato. E comunque sono
libera di eccitarmi come voglio. Io ero innamorata e tu mi hai scaricata
malamente, ma oggi ti sono grata, una relazione con te mi avrebbe
allontanata da Tommaso. E io avevo bisogno di lui più di chiunque altro».
«Tutto questo non spiega la faccenda dei martedì con lo stesso gigolò».
«Smettila di ragionare come un maschio del cazzo» sbottò Nanà. «Il
problema non è stato Bonamente, ma Tommaso. Ero certa che nessuno mi
volesse come compagna, fidanzata o moglie, ma quando finalmente è
arrivato il momento in cui avrei potuto convincerlo di essere pronta a
cavarmela da sola, non ho avuto il coraggio di dirgli che poteva tornare
dalla moglie. E ora è morto per causa mia».
«Tommaso non si sarebbe mai liberato del suo senso di colpa. E poi è
avvenuto tutto a causa mia».
«Non capisco».
«Sono stato io a scoprire l’assassino del tuo orco».
«Non lo sapevo».
«Ci sono molti aspetti di questa vicenda che non posso rivelarti, ma te
lo assicuro: in nessun modo sei responsabile delle scelte e del destino
dell’avvocato Fontana. È la vita che è una solenne fregatura».
«Quante volte ti ho sentito ripetere questa frase».
«Se è per questo me la sono fatta tatuare» disse indicandosi il petto. «È
l’unica perla di saggezza che posso dispensare».
«Ora che lui è morto avrei tutto il diritto di conoscere i motivi che gli
hanno impedito di scagionarmi davanti a un tribunale».
«Come avvocato non poteva rivelare quanto gli aveva confidato il
cliente».
«Questo lo so già».
«Deve bastarti. Tommaso non poteva fare di più».
«Non è facile accettare questo silenzio. Dopo tante sofferenze meriterei
una risposta, anche solo per farmene una ragione».
«Nel tuo mondo di fiabe funziona così. In quello reale i più deboli lo
prendono nel culo».
Alfonsina stirò le labbra in un sorriso amaro. «Vattene, sono stanca».
Lui si chinò per baciarla sulla guancia. «Per te ci sarò sempre».
Nanà notò che aveva cambiato profumo. Quello che usava prima le
piaceva di più. Pensò anche a come Bonamente le avesse detto addio con
infinita tristezza. Pur avendo scoperto la sua vera identità, il suo passato,
si rifiutava di giudicarla. Forse avrebbe meritato maggiore considerazione,
in tutti quegli anni. Ma ormai era troppo tardi.
 
Mentre attendeva l’ascensore l’uomo pensò che aveva perduto l’ultima
occasione per raccontarle la verità. Era stato tentato. Ma nelle mani di
Alfonsina la verità poteva mettere in pericolo patti che erano stati
suggellati dopo pazienti mediazioni.
Il padre di Alfonsina la vendeva a uomini benestanti. Quando la madre
era morta di cancro, qualche anno prima, la ragazzina si era ritrovata in
balìa di un individuo privo di ogni traccia di umanità. Probabilmente
l’aveva perduta al gioco, come tutto il resto.
Nanà era bellissima. Lo era anche adesso, ma il passato le aveva scavato
rughe profonde intorno agli occhi e alla bocca. Un cliente ricco, anziano e
perverso, tale Silvano Roca, a un certo punto aveva preteso l’esclusiva.
Patriarca di una famiglia di commercianti che si occupavano di
idrocarburi e del contrabbando di gasolio dalla raffineria libica di
Zawiyah, era noto per la spregiudicatezza negli affari. Aveva fregato un
sacco di amici, che gliel’avevano giurata. All’ennesima esagerazione la
concorrenza lo aveva eliminato, assoldando un piccolo delinquente che si
vantava nei locali notturni di essere un killer a pagamento.
Quando il cadavere di Roca, trafitto da una decina di pugnalate, era
stato ritrovato in un appartamentino di sua proprietà che usava solo per
incontrare Alfonsina, gli inquirenti non avevano avuto nessun dubbio
nell’accusarla. Temendo di essere coinvolto, il padre si era affrettato a
smentire l’alibi della figlia e al processo non aveva cambiato nemmeno
una virgola della deposizione, perché a quel punto era già stato
profumatamente pagato.
In quella storia Tommaso Fontana ci era capitato per sbaglio. Lui non
era uno di quegli avvocati che accettano di difendere qualunque cliente,
anche quando la puzza di marcio è insopportabile.
Quando il suo assistito, che l’avvocato patrocinava in una causa penale
per reati che lo avrebbero tenuto in carcere non più di qualche anno, gli
aveva confidato di essere l’assassino di Silvano Roca, Fontana non solo
non gli aveva detto di tacere, tentando di dimenticare saggiamente ogni
parola, ma si era fatto raccontare la vicenda nei minimi particolari. Poi,
non contento, aveva chiesto al killer di confessare per salvare
un’innocente.
Il tizio gli aveva riso in faccia. Aveva voluto che Fontana sapesse che era
un killer a pagamento solo perché riteneva di non essere trattato con la
giusta considerazione. Ai suoi occhi l’avvocato si era rivelato una
delusione e aveva deciso di togliergli il mandato, lasciandogli come
ricordo il vincolo del segreto professionale. Fontana scoprì presto di non
riuscire a convivere con il pensiero che una ragazzina innocente subisse
l’onta di un’accusa infamante e di una pena ingiusta, ma non poté fare
altro che rivolgersi all’uomo con gli stivali texani.
Erano già legati da altri segreti. Sebbene fossero di scarsa importanza,
l’uomo gli doveva comunque la libertà e aveva accettato l’incarico senza
discutere e senza alcun compenso.
Non gli fu difficile scoprire il resto della verità. L’inchiesta ufficiale era
stata di una superficialità imbarazzante e bastò una lettura attenta degli
atti per trovare le piste giuste da battere. I parenti di Roca avevano
preferito dare in pasto all’opinione pubblica l’immagine di un riccastro
laido piuttosto che mettere in pericolo la società di famiglia. Quando
aveva individuato i mandanti erano arrivate le minacce. Non a lui ma
direttamente a Fontana.
L’avvocato aveva commesso l’errore di parlare della vicenda, anche se
in via del tutto confidenziale, con due giudici democratici e di sinistra che
a loro volta ne avevano parlato con alcuni collaboratori “fidati”. Un paio
di settimane più tardi due tizi armati lo avevano costretto a salire su
un’auto per accompagnarli a fare un giretto. Tommaso non era mai stato
prodigo di particolari, si era limitato a raccontare che gli avevano giurato
di sterminargli la famiglia. Aveva aggiunto che non era la minaccia in sé a
terrorizzarlo, ma il fatto che quei due non avevano nulla a che fare con i
criminali che difendeva ogni santo giorno in tribunale. Erano di un’altra
“razza”.
A quei tempi Gheddafi era ancora vivo e il fiume di gasolio che dalla
Libia arrivava nei porti italiani era protetto da interessi operanti a livelli
superiori rispetto a quelli di un commerciante disonesto come Roca.
L’uomo con gli stivali texani aveva capito subito a chi si doveva
rivolgere per sistemare la faccenda ed era riuscito a convincere chi di
dovere che tutto quello che sapevano non sarebbe mai venuto a galla.
E così Nanà era rimasta in cella e un avvocato onesto come Fontana era
stato costretto a scendere a patti con la propria coscienza. Scegliendo di
proteggere la famiglia, ma anche di adoperarsi per la salvezza di
un’innocente, aveva tentato di limitare gli effetti collaterali di
un’ingiustizia iniziata ben prima dell’arresto.
Invece l’uomo con gli stivali, che onesto non era, aveva scelto di salvarsi
il culo senza riflettere un solo istante. Intenerirsi per quella ragazza dal
destino sbagliato si era però rivelato un errore che stava continuando a
pagare caro. Ma ormai era andata così, Alfonsina Malacrida doveva
rassegnarsi all’idea che comunque se l’era cavata a buon mercato.
L’uomo si recò in un locale di lapdance e bevve un paio di bicchieri
osservando cosa poteva offrirgli il resto della nottata. Adocchiò una
trentacinquenne dominicana strafatta e assonnata che rispondeva al
nome davvero improbabile di Hilse, e trattò una tariffa decente per stare
insieme fino al mattino.
La portò in un hotel a due stelle, una topaia poco distante. Conosceva il
proprietario e tutte le camere. Erano anni che lo frequentava, quando le
notti diventavano troppo complicate da sopportare. Chiese se la diciotto,
la peggiore, fosse libera: la vista dalla finestra gli avrebbe assicurato il
primo piano di una parete di cemento.
Mentre s’infilava il preservativo avvertì la donna che l’avrebbe
chiamata Nanà.
CINQUE

B
onamente non ne voleva sapere di preparare la valigia. «E poi dove
vado?».
Il signor Alfredo giocò la carta dei sentimenti. «Devi farlo per la tua
signora. Non vorrai renderti responsabile del suo arresto!».
«Certo che no. Ma non so davvero dove andare, non conosco nessuno, e
poi siamo in autunno».
Esasperato, Guastini trovò la soluzione. «Le terme. Te ne vai ai Bagni di
Triponzo, nel perugino».
Bonamente era pronto a un’altra obiezione ma il signor Alfredo la
bloccò sul nascere: «A mie spese, ovviamente».
Mentre l’attore si chiedeva quali vestiti fossero più adatti a un
soggiorno termale, Guastini provvide alla prenotazione dell’hotel, dei
pacchetti curativi e del treno. Quando ebbe la certezza che il suo unico
ospite sarebbe partito prima di pranzo, si fece coraggio e chiamò Belli.
«Buongiorno, sono Alfredo Guastini, ho saputo che mi sta cercando».
«Chi glielo ha detto?» chiese l’altro con voce incolore.
Il signor Alfredo notò che il giornalista non si era disturbato a salutare e
con quella domanda a bruciapelo si era comportato come un poliziotto:
aveva voluto mettere subito in chiaro che era lui a comandare. Non era il
caso di mostrarsi deboli.
«Che differenza fa?».
«L’edicolante, vero? Ha sostenuto di non conoscerla ma io non gli ho
creduto. Forse è un suo caro amico».
«Cosa vuole da me, signor Belli?».
«Dottore» puntualizzò il cronista. «Sono laureato in lettere e filosofia».
«La domanda rimane la stessa».
«Vorrei intervistarla».
«E perché?».
«Credo che lei lo sappia. Sono in possesso di elementi solidi che la
collegano al delitto di Tommaso Fontana. Voglio offrirle la possibilità di
fornire la sua versione all’opinione pubblica, prima che intervenga la
magistratura».
Guastini decise di mettere fine a quel giochetto.
«Le va bene domani alle sedici?».
«Dove?».
«Alla pensione Lisbona, ovviamente».
 
Pietro Maria Belli si presentò con qualche minuto d’anticipo. Impiegò
una frazione di secondo a riconoscere Alfredo Guastini sotto il trucco e la
cascata di capelli biondo cenere. Rischiò di mandare all’aria l’intervista
scoppiando a ridere in faccia a quel ridicolo coglione, ma era troppo
esperto per commettere un errore così grossolano.
«Fingi di prendere sul serio tutti quelli che ti servono per un buon
articolo» era stato il primo insegnamento del cronista anziano all’epoca in
cui aveva iniziato a bazzicare la redazione.
Quando Guastini si alzò dall’imponente scrivania che fungeva da
reception, il giornalista non riuscì a nascondere una smorfia di stupore di
fronte alla gonna sopra il ginocchio, le calze velate e le candide pantofole
di pelle ornate di strass e piume. Il signor Alfredo sorrise soddisfatto
mentre gli faceva strada verso il salotto.
Belli si accomodò sul divano e si prese un lungo momento per osservare
ostentatamente e in ogni singolo dettaglio il suo interlocutore. Lo faceva
sempre. Un vecchio trucco da cronista per imprimersi bene nella mente il
ritratto della persona che avrebbe descritto nell’articolo e per mettere in
chiaro il proprio ruolo. «L’intervistatore non può e non deve avere mezze
misure nelle domande» ripeteva sempre il suo mentore. «L’intervistato ha
il diritto di rispondere, ma anche il silenzio o il rifiuto sono importanti e
vanno portati all’attenzione dell’opinione pubblica».
Non in quel caso, però. Guastini non poteva essere reticente, non
poteva permetterselo.
Il cronista si godette quel momento: i suoi occhi vagavano dalla
parrucca al trucco, che metteva in evidenza le rughe e le labbra sottili, al
reggiseno che si intravedeva sotto la camicetta di seta. Estrasse penna e
taccuino dalla giacca e iniziò a scrivere con calma i primi appunti.
«Le posso offrire qualcosa?» chiese Guastini per interrompere quel
silenzio opprimente. «Ho appena preparato del tè allo zenzero».
«In genere preferisco il caffè» borbottò Belli. Il tè lo beveva solo quando
stava male, sua moglie glielo propinava senza nemmeno chiedere. E
comunque si arrese, vedendo che Guastini si rifiutava di cogliere il
significato di quanto aveva appena detto. «Ma lo berrò volentieri, grazie».
Il signor Alfredo si alzò e Belli dovette ammettere che sculettava con
grazia. Un’immagine che avrebbe restituito ai suoi lettori. L’oscena
anzianità dei travestiti. Ovviamente non aveva nulla contro i gay, ognuno
è libero di andare a letto con chi vuole, ma a suo avviso non c’era nessun
bisogno di ostentare la propria diversità.
Il signor Alfredo tornò reggendo un vassoio d’argento con due tazze, lo
zucchero e una piccola crostata.
«Di visciole» specificò. «L’ho preparata stamattina pensando che le
avrebbe fatto piacere».
«Davvero gentile, grazie!» si affrettò a ribattere Belli, sperando che
fosse buona e potesse aiutarlo a ingurgitare la brodaglia.
Non era male, forse un po’ troppo dolce.
«Lei non la prende?» chiese Belli.
«Purtroppo no. Alla mia età gli zuccheri sono veleno» rispose il signor
Alfredo porgendogli una tazza, bianca e dozzinale.
Belli notò che quella del signor Alfredo era diversa, di colore verde
chiaro, con la scritta in nero PENSIONE LISBONA.
«È l’ultima che mi è rimasta di quel servizio e sono una vecchia ragazza
sentimentale: non so davvero cosa farò quando si romperà» disse Alfredo.
«Ma questo è il destino degli oggetti fragili».
Belli annotò la frase prima di addolcire il tè con due cucchiaini di
zucchero. Lo assaggiò e ne aggiunse un altro. Lo zenzero si sentiva troppo,
pizzicava sulla punta della lingua.
Il giornalista pensò alla prima domanda. Con quella macchietta era
meglio prenderla alla lontana. E poi aveva bisogno di materiale, una storia
del genere prometteva almeno quattro pagine.
«Ho chiesto a un amico al comando dei carabinieri un po’ di notizie sul
suo passato. Lei è arrivato in città ventisei anni fa, per l’esattezza. La sua
fedina penale è immacolata, anche se era stato schedato come
omosessuale». Esibì un sorrisetto falso prima di aggiungere: «Non era
legale nemmeno a quei tempi ma si usava… È vero che ha vissuto a lungo a
Lisbona?».
«Sì».
«E come è arrivato in Portogallo?».
«Fuggendo. Francia, Spagna, poi mi sono fermato a Lisbona».
«Fuggendo da cosa?».
«Dai parenti, dal paese. Travestirsi in quegli anni in Italia era una
battaglia persa, mi tiravano i sassi per strada e le beghine si facevano il
segno della croce. Non che oggi sia una passeggiata».
«Lei si è sempre sentito donna, voleva cambiare sesso e non glielo
hanno permesso? Mi racconti com’è andata».
Il signor Alfredo sospirò. «Non si avventuri in cose che non può capire»
tagliò corto in tono pacato.
Belli non si perse d’animo. «Invece travestirsi in Portogallo era più
semplice?».
«No. Ma se ti prostituivi e rimanevi all’interno di un determinato
ambiente e di un determinato quartiere, nessuno ci faceva caso. A parte i
poliziotti della buoncostume, ovviamente».
Il volto del giornalista s’illuminò. La vecchia checca batteva, la notizia
valeva almeno trenta righe. «Le va di raccontarmi qualcosa di
quell’esperienza?».
Guastini annuì. Si sentiva a proprio agio con quel giornalista che
gongolava all’idea della storia che avrebbe scritto. Pietro Maria Belli era
un uomo spregevole, le aveva estorto quell’intervista con il ricatto,
trasudava disprezzo, eppure aveva accettato di accomodarsi nel suo
salotto e di assaggiare la sua crostata e il suo tè. Non c’era motivo per non
essere sincera.
«Tutti mi chiamavano “l’italiana”. Tenevo un rasoio nella borsa perché
di quelli che ti pagano per avere il tuo cazzo, il tuo culo, la tua bocca non
bisogna mai fidarsi. La strada funziona così: sei lì che vendi il tuo corpo ma
di te vogliono tutto. E se lo prendono con il denaro, a morsi, con l’inganno.
«Gli anni trascorrevano con l’insidiosa lentezza della notte e vedevo
ogni volta il mio futuro in quelle poveracce che avevano smesso di battere
e se ne stavano sedute al bar a contare le monete sul fondo della borsa per
l’ultimo bicchiere, perché i soldi se li era fregati il solito uomo sbagliato
che aveva giurato loro amore eterno. “Penserò io a te, bambina mia”,
dicono tutti così. Costruiscono un castello di menzogne, e alla prima
occasione si sbattono la porta alle spalle con la valigia in mano per
sistemarsi con una più giovane. E poi il mio cuore era andato in pezzi
tante di quelle volte che mi chiamavano “l’italiana degli amori pazzi”.
«L’amore più pazzo di tutti è stato per un bell’uomo che non voleva il
mio denaro. I soldi se li andava a prendere in banca con la pistola. Mi ha
tolta dalla strada e sono diventata la bella ragazza che portava al sicuro
soldi e armi dopo la rapina. Poi è arrivato il colpo più grosso, quello che
tutti i banditi sognano. La borsa era pesante, ma io non l’ho portata a casa.
Ho buttato le pistole in un canale, mi sono travestita da uomo e sono salita
su un aereo diretto in Italia. Il biglietto lo avevo già in tasca».
«Ha usato quel denaro per aprire la pensione?».
«Sì. L’ho chiamata Lisbona per non dimenticare il mio tradimento».
Belli fece ancora qualche domanda di poco conto per chiudere il
capitolo portoghese e arrivare ad affrontare l’unico argomento che gli
stava veramente a cuore. «Come ha conosciuto Nanà Malacrida?».
«Il mio unico ospite, l’attore porno Bonamente Fanzago, è il suo gigolò
da diversi anni».
«Si spieghi meglio. La Malacrida paga un uomo per fare sesso?».
«Tutti i martedì. Dalle quindici alle sedici».
«Questa è una vera sorpresa» sbottò il giornalista. «Si è venduta da
quando era poco più che bambina e adesso, pur di andare a letto con
qualcuno, tira fuori il portafogli? Aveva ragione il padre: è una donnaccia
insaziabile».
«Si riferisce al padre che la vendeva a uomini vecchi e laidi?» chiese
Guastini. «Non mi piace la piega che sta prendendo questa intervista».
«Cos’è, mi sta facendo la predica?» domandò Belli esterrefatto. «Dopo
che si è prostituito e si è accompagnato con criminali?».
«Lei non è in grado di cogliere la differenza, vero? Forse è il caso di
rinviare a un’altra occasione».
Pietro Maria Belli si rese conto di aver esagerato. Si era lasciato andare
per l’eccitazione. Ogni parola del frocio era una miniera d’oro. Altro che
articoli, quella vicenda era pronta per un instant-book di sicuro successo.
Il problema era riuscire a scriverlo: si sarebbe dovuto affidare a un ghost-
writer, ne conosceva uno ma non era a buon mercato.
Si scusò e chiese un’altra fetta di crostata. E pur di tranquillizzare il
travestito accettò che gli riempisse nuovamente la tazza di tè allo zenzero.
Fu abile a deviare il discorso su banalità neutre e noiose per poi
riprendere dal punto in cui si erano interrotti: Nanà.
«La Malacrida frequentava un gigolò e il sesso si consumava sempre qui
alla pensione?».
«Sì, nella camera numero tre».
«Non capisco il suo ruolo in questa vicenda, Guastini. A meno che al
volante non ci fosse Fanzago».
«Fanzago e la Malacrida non c’entrano nulla e non si è trattato di un
omicidio ma di un incidente» spiegò il signor Alfredo. «Ero andata a
cercare l’avvocato Fontana per informarlo della relazione tra la sua Nanà
e il gigolò. Lui mi ha insultata e spinta a terra, e quando me lo sono
trovato davanti ho sterzato troppo tardi».
Il giornalista cambiò atteggiamento. Il suo volto s’indurì e gli venne
naturale passare al tu da questurino.
«Non prendermi per il culo. Eravate tutti d’accordo» disse scandendo le
parole. «Io ti sto offrendo la possibilità di uscirne con meno danni
possibili. Il primo che canta è quello che se la cava, recita l’adagio dei
furbi. E se canta dal palco di un giornale è vangelo. E poi tu sai già come
tradire».
Il signor Alfredo fece spallucce. «Ha vinto lei» disse in tono arrendevole.
«La Malacrida voleva liberarsi del suo amante, e ha pagato Fanzago per
ucciderlo. Io ho solo prestato l’auto, ma all’ultimo momento mi sono
pentita e sono entrata in quel bar a chiedere informazioni sull’avvocato
perché volevo avvertirlo del pericolo».
«Bravo» si complimentò Belli. «Stai già tracciando il sentiero che ti
terrà lontano dal carcere».
Poi riprese subito a battere il chiodo. «E confermi che l’idea è stata di
Nanà? È stata lei a progettare il delitto in tutti i particolari, giusto?».
«Ovviamente».
Calò il silenzio. Belli scriveva sul taccuino e ogni tanto si fermava a
riflettere.
Il signor Alfredo si sporse in avanti per osservarlo meglio. Fissava il suo
volto con espressione preoccupata.
A un certo punto Belli bofonchiò che c’era qualcosa che non andava in
quella ricostruzione. Forse era il caso di rivedere i dettagli. A uno a uno.
«Non voglio correre il rischio che qualche collega o la polizia mi
smentisca».
«Accadrebbe di sicuro. La versione che ti piace tanto è falsa» commentò
Guastini passando anche lei al tu.
«Cosa stai dicendo?».
Il signor Alfredo si alzò dalla poltrona e avvicinò il volto a quello del
cronista: dalla fronte di Belli colavano gocce di sudore grosse come perle.
«Dico che dovresti essere già morto. Il bugiardino indicava come sintomo
il sudore, e lì ci siamo, poi l’epistassi».
«Ma di che cazzo parli?».
Il sangue iniziò a colare copioso dalle narici di Belli. «Citavo appunto
l’emorragia dal naso» spiegò il signor Alfredo. «Bonamente ha proprio
ragione quando sostiene che la chimica è benedetta e maledetta, ti salva e
ti ammazza. L’anticoagulante che lui assume tutte le mattine, e che ho
sciolto nel tuo tè in dose massiccia, viene usato come topicida. Ormai sui
bugiardini scrivono tutto, sai com’è, hanno paura delle cause e dei
risarcimenti».
Pietro Maria Belli era stordito. Incapace di reagire, anche per il calo
progressivo della pressione sanguigna, osservava la macchia di sangue che
si allargava sulla camicia. Una manciata di secondi più tardi sentì la vita
che gli stava scivolando via. «Sto male, aiutami» fece in tempo a
farfugliare prima di morire.
Il signor Alfredo rimase per qualche istante seduto a fissare il corpo per
accertarsi del decesso. Poi prese un asciugamano di lino bianco e lo depose
con delicatezza sul volto del giornalista. I defunti meritano sempre pietà.
Chiamò l’amico di Nanà. «Devi venire qui. Subito».
Mossa preventivata fin dal momento in cui aveva deciso di uccidere
Belli. L’uomo con gli stivali texani era l’unica persona in grado di aiutarlo.
Portò tazze e piattini in cucina e li infilò nella lavapiatti selezionando il
ciclo con la temperatura più alta. Ogni traccia della medicina sarebbe stata
eliminata.
Si sedette alla scrivania della reception, pulì gli occhiali e si dedicò alle
parole crociate.
 
L’uomo arrivò un paio d’ore più tardi. Si trovava fuori città e per un
lungo momento era stato tentato di non accettare l’invito della vecchia
travestita, ma aveva prevalso il senso di protezione nei confronti di
Alfonsina.
«E così alla fine l’hai ammazzato» disse dopo aver sollevato
l’asciugamano. «Veleno?».
«Non c’era altra soluzione».
«Ora però cerca di smettere di ammazzare la gente. Ancora uno e
diventi una serial killer» commentò l’uomo, facendo sparire nella tasca
della giacca il taccuino del defunto.
«Ho bisogno di aiuto».
«E mi hai scambiato per lo spazzino. Prima l’auto e ora un morto».
«Cosa devo fare per convincerti?».
«Una bottiglia, un bicchiere e un portacenere, tanto per iniziare».
L’uomo fece qualche telefonata, poi chiese a Guastini se disponeva di
contanti.
«Certo. Una vecchia signora come me tiene sempre le banconote sotto il
materasso».
Mentiva. Quella mattina stessa era andata in banca e aveva ritirato tutti
i soldi, prevedendo di averne presto bisogno per spese urgenti e
particolari.
«Quanti te ne servono?».
L’amico di Nanà disse la cifra e il signor Alfredo annuì mesta per
sottolineare che si trattava di una somma esorbitante. In realtà si
aspettava che il servizio costasse ben di più, ma non ci si deve mai
mostrare soddisfatti di sborsare il proprio denaro.
L’uomo perquisì Belli e lo spogliò di ogni oggetto che potesse condurre
alla sua identificazione. S’infilò la fede in tasca. Il resto finì in un sacchetto
destinato a un bidone della spazzatura dall’altra parte della città. L’anello
invece sarebbe arrivato via posta alla moglie. Un gesto per non farle
vivere la tortura dell’incertezza. Gli sbirri le avrebbero spiegato che il
marito non sarebbe più tornato, e forse si sarebbe messa il cuore in pace.
«La scomparsa di Belli non passerà inosservata» commentò, versandosi
un goccio di brandy. «E se per caso ha confidato a qualcuno i suoi sospetti
su di te, sappi che sei fottuta».
Guastini allargò le braccia. «Una cosa alla volta. E comunque sono in
partenza».
L’uomo tornò a fumare e sorseggiare liquore fino a quando non
arrivarono due tizi, padre e figlio, muniti di carrello e baule e infagottati
in vecchie tute blu come normali facchini. Un classico nello smaltimento
dei rifiuti ingombranti.
L’uomo con gli stivali texani seguì il furgone che trasportava il cadavere
del giornalista per assicurarsi che non incontrasse ostacoli. Mentre
guidava pensò con una certa ammirazione che la travesta si era
dimostrata sveglia, abile e furba. Anche nell’usarlo come pedina del suo
piano. L’importante era che togliesse il disturbo fuggendo il più lontano
possibile da Nanà, per impedire ogni possibile collegamento.
Lasciata la città percorsero stradine di campagna per raggiungere un
casale diroccato. Il corpo finì in un vecchio forno carico di legna e
carbone. Al mattino le ceneri sarebbero state disperse nel campo
adiacente. L’amico di Nanà pagò i becchini non appena vide le prime
fiamme lambire la salma, affrettandosi a risalire in auto prima che l’odore
della carne bruciata arrivasse al suo naso.
Padre e figlio lo guardarono allontanarsi. Di cognome facevano Lanna.
Mario e Giosuè. Il vecchio si chiuse in cucina per preparare da mangiare.
Non era il primo corpo che riducevano in cenere. Alcuni gli erano stati
recapitati dopo un lungo viaggio. Stavano sempre assieme, Mario e Giosuè:
separati non avrebbero saputo che fare. Il padre era consapevole che non
piacevano a nessuno. Una volta un giudice li aveva definiti “due abbrutiti”
perché si erano scopati una barbona raccattata dalle parti della stazione e
quella aveva preteso dei soldi che loro si erano ben guardati dal darle.
Occuparsi di quegli aspetti che ai “signori” facevano rivoltare lo stomaco
era diventato il loro modo per ritagliarsi un ruolo nel mondo.
Solo il tizio con gli stivali mostrava rispetto, e questo gli valeva un
trattamento economico di favore. E poi, Mario non l’avrebbe mai tradito.
Con gli altri clienti non si poteva mai dire, per questo aveva sempre
annotato nomi, date, targhe di auto, numeri di telefono. E conservato il
mignolo sinistro di ogni vittima.
L’amico di Nanà si rifugiò in un bar del centro che frequentava ai tempi
dell’università. Mentre addentava un tramezzino iniziò a sfogliare gli
appunti di Belli. Grazie alla sua perseveranza il giornalista aveva capito
tutto sulla dinamica dell’omicidio di Tommaso Fontana. Solo la tesi era
sbagliata, o meglio, volutamente distorta con l’intento di trasformare “la
cagna” nel cervello del piano. Guastini aveva fatto bene a eliminarlo, Nanà
sarebbe stata sicuramente coinvolta e forse travolta da quel mare di fango.
Leggendo le note relative ad altri casi scoprì il valore del taccuino e
decise di conservarlo. Poteva tornare utile. Da tempo aveva iniziato ad
archiviare informazioni da usare in situazioni di estremo bisogno. Il
giorno in cui avesse rischiato il carcere avrebbe potuto condividerle con i
diretti interessati e ottenere l’aiuto necessario. Il ricatto non era mai stato
il suo ramo, ma era certo di essere in grado di gestirlo al meglio.
Ordinò una fetta di dolce, una classica torta rustica alle mandorle e
ricotta preparata dalla madre del proprietario. Rilesse le annotazioni
riguardanti tale Adriano Imperatori coniugato con Marianna Fornasari.
Erano tanto particolareggiate quanto banali, sostanzialmente inutili.
Suggerivano un interesse personale, piuttosto che professionale. L’amico
di Nanà si ripromise d’indagare.
 
Quella notte il signor Alfredo non riuscì ad addormentarsi. Non certo
per aver avvelenato Pietro Maria Belli. Era un uomo orribile e se lo
meritava. A brigante, brigante e mezzo. Non era mai stata contraria alla
violenza. Anzi, era convinta che a volte fosse necessaria. Le era capitato di
estrarre il rasoio dalla borsa per difendere il suo pezzo di marciapiede o
per tenere a bada un cliente manesco. Aveva anche sfregiato una collega
portoghese che l’aveva fatta arrestare con una falsa accusa. I poliziotti
erano entrati nella sua cella, uno alla volta. I travestiti erano considerati
bambole con cui giocare. Il vero motivo per cui era fuggita con il malloppo
era stato il desiderio di una vita tranquilla nella quale poter proteggere il
proprio corpo.
Adesso, però, aveva ucciso. E rischiava di finire in galera, in balìa di
uomini che non avrebbero avuto rispetto nemmeno della sua età, perché
indossare abiti femminili e comportarsi da donna la rendeva un oggetto
utile a soddisfare quelle voglie che la reclusione rende folli. E nessuna
delle guardie si sarebbe sognata di difenderla. Anzi. Fuggire era l’unica
soluzione.
Mise in ordine gli armadi ricordando gli anni felici trascorsi alla
pensione Lisbona, si recò in ogni camera per salutare i suoi amori pazzi e
scrisse due lettere.
Il mattino seguente, poco prima che arrivasse Erminia, disse addio al
suo regno. Si richiuse la porta alle spalle vestita da uomo, con il cuore
gonfio di rimpianti. In aeroporto cercò un telefono pubblico e chiamò
Federico Bassi.
«Che bello sentire la tua voce, regina mia» la salutò il professore con
voce stanca.
«Ora tocca a me dirti addio. Salirò su un aereo diretto in Portogallo e
non tornerò più. Non potrò nemmeno chiamarti».
«Spero che questa partenza sia dovuta a un nuovo amore e a una
fiammata di vita, di bellezza e di speranza».
«Sei tu il mio unico amore» sussurrò il signor Alfredo commossa.
«Due amanti felici non hanno fine né morte» le ricordò Federico
citando Neruda. «E noi, a volte, lo siamo stati».
Una volta atterrata a Lisbona tornò a vestire abiti femminili e a sentirsi
a proprio agio. Pagò un tassista perché la portasse in giro a vedere i posti
dove aveva vissuto e dove tutti l’avevano chiamata “l’italiana”. Non era
certo a caccia di bei ricordi, lo faceva per immergersi nel ruolo che
avrebbe dovuto recitare.
Qualche giorno più tardi viaggiò in treno e poi in autobus per
raggiungere un paesino di pescatori sulla costa. Passeggiò tra le stradine,
si sedette nei caffè e pranzò nel ristorante più rinomato. Era il suo modo
di annunciarsi.
La mattina dopo si alzò con calma, indossò un vestito azzurro e scarpe
dello stesso colore e raggiunse a piedi una grande casa che si affacciava sul
mare. Si sedette su un muretto e rimase ad aspettare. Le gambe
accavallate, la borsa in grembo. La stessa posa studiata di un’attrice in un
film famoso di qualche anno prima. Il cancello rimase chiuso.
Lo stesso accadde il secondo giorno. Il terzo, una domestica aprì e le
fece segno di entrare.
Lui era sempre bello. Un bel vecchio con la schiena dritta, il petto
muscoloso e lo sguardo limpido.
«Perché sei tornata?».
«Non so dove andare».
«Chi hai tradito questa volta?».
«Un amico. E ho pure ucciso due uomini. Il primo non lo meritava».
«Anche tu dovresti morire».
«Se tu avessi voluto vendicarti sarei sotto terra da un pezzo. Credi che
non ti abbia visto davanti alla mia pensione?».
«Non ti ho ammazzata solo perché eri vestita da uomo. Mi hai fatto
pena».
«Non sono venuta a chiedere scusa. È passato troppo tempo. Sono
tornata per vivere con te, fino all’ultimo dei giorni».
«Pretendi troppo».
«In tutti questi anni ti ho sempre tenuto d’occhio. Ero curiosa di sapere
come te la passavi».
«E allora?».
«Ora sei solo, irrimediabilmente solo. Proprio come me».
«Campo bene lo stesso».
«Non ti credo. E comunque io ho paura della solitudine. E della prigione.
Ho bisogno di te, della tua protezione».
«Torni dopo avermi tradito e mi parli come se ti dovessi qualcosa. O
come se tu fossi la mia donna».
«Non ho mai smesso di esserlo, nel profondo del mio cuore».
«Evita di raccontarmi stronzate. Sono sicuro che questa perla l’hai
pescata in uno di quei romanzetti d’amore che ti piacciono tanto» la
interruppe senza alzare la voce. «Gli altri hanno creduto che l’idea fosse
stata mia, ed è finita male. Sono stato costretto a sparare contro vecchi
amici».
«Tra banditi finisce spesso così».
«Già. Per fortuna non lo sono più da un pezzo».
«Lo so».
«Ora guardo il mare e non mi devo preoccupare di procurami il pane».
«Potremmo guardarlo insieme».
Lui si alzò e uscì dal salotto. Lei rimase seduta fino a quando il sole non
tramontò. Poi arrivò la cameriera e le disse di tornare la settimana
seguente. Forse si sarebbe liberato il posto di cuoca.
Il signor Alfredo camminò piano verso l’hotel, cercando di interpretare
il significato di quell’invito così vago e umiliante. Non si era illusa di
essere accolta a braccia aperte, ma non era disposta ad accettare un
rifiuto. L’alternativa era un salto dalla scogliera.
Cenò nello stesso ristorante, ascoltò musica in un bar della piazza
principale. Dagli sguardi e dalla gentilezza capì che tutti sapevano che era
stata ricevuta in villa e si stavano chiedendo chi fosse.
L’indomani indossò un altro vestito, un tubino nero semplice ma
elegante che le stava a pennello, e soprattutto si addiceva a quello che
aveva in mente.
Pagò il conto dell’hotel, regalò i vestiti alle cameriere e passeggiò fino al
cancello della villa. Lì s’inginocchiò, il capo chino, decisa a non alzarsi fino
a quando non fosse stata invitata a entrare.
Le tornò alla mente un ricordo d’infanzia. Il parroco del paese aveva
ordinato a una ragazza considerata facile di inginocchiarsi davanti al
portone della chiesa e di pregare. L’intento era quello di costringerla a
redimersi, o almeno a fingere di farlo. Insomma, doveva rinunciare alla
propria libertà per trovare marito. Dopo tanti anni conservava l’immagine
nitida di quella giovane donna: le mani giunte, rese viola dal freddo, le
lacrime di vergogna a rigarle il viso.
Dopo un paio d’ore, sfinita dalla stanchezza e dai crampi, Alfredo vide il
suo vecchio amore camminare lentamente verso il cancello.
«Non sarò una delle tue serve» mise in chiaro.
Una delle cameriere portò una sedia e l’uomo si mise comodo a fissarla
in silenzio, fino a quando lei non si accasciò. Solo allora si decise ad aprire.
«Ti aspetto in casa» disse.
Alfredo rimase distesa ancora qualche attimo, raccolse le forze e lo
seguì lungo il vialetto.
Era tornata a essere “l’italiana”. Lui avrebbe preteso che assomigliasse a
quella che era stata un tempo, e lei lo avrebbe accontentato. Certo,
Alfredo avrebbe preferito dirigersi verso il capolinea della vita in
compagnia di Federico Bassi. Pure Bonamente sarebbe andato bene, ma
quel bel vecchio le avrebbe garantito sicurezza e benessere, anche se di
tanto in tanto le avrebbe rinfacciato il passato e non si sarebbe mai più
fidato di lei. Non del tutto, almeno.
Prima di entrare nella villa drizzò la schiena e il mento e si rassettò il
vestito, per darsi il contegno di una regina che entra per la prima volta nel
suo nuovo castello.
SEI

D
isteso sul lettino durante il massaggio ayurvedico, Bonamente ascoltava i
consigli di Alfio il massaggiatore sulla presenza di ospiti di sesso
femminile disposte a sesso veloce, sicuro e non impegnativo dal punto di
vista sentimentale. A cena aveva notato due amiche che gli lanciavano
occhiate e, per il desiderio di riuscire in qualche modo a dimenticare la
sua signora, aveva chiesto notizie all’uomo che gli stava manipolando la
spina dorsale per allineare correttamente i chakra.
«Selena e Pasqualina» aveva risposto Alfio a colpo sicuro. «Le conosco
bene: belle, appassionate, simpatiche e di grande discrezione. Si vogliono
solo divertire senza problemi».
L’attore decise che la sera stessa avrebbe chiesto di poter sedere al loro
tavolo. Tormentato dalla prospettiva di vivere senza i martedì dedicati
alla sua signora, non riusciva a darsi pace. Aveva bisogno di distrarsi, di
chiacchierare. Qualsiasi cosa pur di ottenere una tregua.
Tornato in camera controllò casualmente il cellulare e scoprì di essere
stato ripetutamente cercato. Ben undici chiamate dal numero della
pensione Lisbona. Allarmato, telefonò immediatamente. Rispose Erminia.
«Se n’è andata» piagnucolò.
«Chi?».
«Il signor Alfredo. Per sempre».
«Non capisco».
«Ha lasciato due lettere. Una è per te».
L’attore era stordito. Il signor Alfredo non poteva averlo abbandonato
così, con due righe scarne su un foglio. «Ci dev’essere un errore».
«Torna qui di corsa!» strillò la donna, esasperata.
«Ma sono appena arrivato, ed è stata proprio lei a prenotare tutti i
trattamenti».
Erminia borbottò alcune parole che potevano essere scambiate per
insulti e riattaccò. Bonamente rimase seduto sul letto in attesa di
riordinare i pensieri, con il cuore che batteva furioso nel petto.
Scambiò una fitta nel bel mezzo del cranio per un nuovo e fatale ictus.
“Ora muoio” pensò con tristezza e un pizzico di sollievo, ma quando si
rese conto che non era accaduto nulla chiamò la reception e chiese che gli
prenotassero il viaggio di ritorno.
Alla simpatica e servizievole receptionist, preoccupata che il cliente
fosse scontento al punto di lasciare la struttura dopo una sola notte, offrì
una spiegazione che tradiva lo sconcerto del momento: «Il signor Alfredo
è andata via ma io ancora non ci credo. Vado a verificare la situazione e
poi torno. Forse».
Durante il viaggio ripeté le stesse parole alle tre persone che per
ingannare il tempo avevano tentato di attaccare discorso.
La prima, una professoressa d’inglese che gli aveva rivolto la parola
perché stanca di correggere compiti, aveva ribattuto: «Sta bene? Mi
sembra confuso».
«Sì, ma non sessualmente» aveva risposto l’attore. «Il professor Bassi lo
è. Mi ha chiesto cosa ne pensassi ma non ho un’opinione in proposito». La
donna si rivolse al controllore per cambiare posto.
Bonamente si rendeva conto di aver perduto gli unici punti di
riferimento della sua vita e di trovarsi sull’orlo di un baratro. Era così
disperato da pensare che forse non c’era nulla di male nell’abbandonarsi
alla follia. Si rifugiò nella carrozza ristorante a ingurgitare panini che
sembravano farciti con cartone e maionese. Non contento, divorò anche
un pacco di wafer al cioccolato.
Il treno arrivò a destinazione verso sera. Durante il tragitto in taxi il
conducente lo informò della scomparsa del giornalista Pietro Maria Belli.
In città non si parlava d’altro. L’attore lo conosceva bene. Era uno dei
persecutori della sua signora, ed era un bene che gli fosse accaduto
qualcosa di brutto. Così avrebbe smesso di scrivere tutte quelle cattiverie.
La pensione Lisbona era buia e deserta. In sala da pranzo trovò la busta.
“Al mio caro Bonamente”.
 
Carissimo,
conoscerti e averti mio ospite alla pensione è stato un dono. Ti ho amato e ti
amo come un figlio. Il destino ora ci divide per sempre, ma tu rimarrai nei miei
pensieri e spero che anche il mio ricordo rimarrà vivo nel tuo cuore.
Tu hai bisogno di sicurezza e stabilità. Per questo ho deciso di donarti la
pensione. È tua. Puoi disporne come credi, puoi continuare l’attività o metterla in
vendita. Nei prossimi giorni il notaio Galimberti si metterà in contatto con te.
Un grandissimo e affettuoso abbraccio
tua Alfredo
 
Bonamente avrebbe voluto gridare. Della pensione se ne faceva ben
poco. Era il signor Alfredo a occuparsi di lui. Le medicine, i pasti. Ora
avrebbe dovuto imparare ad arrangiarsi. Per un attimo fu tentato di
prendere la via del risentimento, giusto per scaricare l’ansia che lo
opprimeva, ma non ci riuscì: a Guastini doveva così tanto che preferì dirle
addio con uno dei suoi pianti irrefrenabili.
Il mattino seguente arrivò Erminia, alla solita ora.
«Guastini ti ha lasciato la pensione. Cosa vuoi fare?».
«E tu come lo sai?».
«L’ho letto nella tua lettera».
«E nella tua cosa c’è scritto?».
«Mi ha lasciato un po’ di soldi e tanti cari saluti».
«Una signora fino alla fine».
«Ci mancherà».
«Già».
«Allora che intenzioni hai?».
«Non lo so, Erminia. Ci devo pensare».
La donna annuì, si tolse il cappotto e s’infilò il grembiule.
«Cosa fai?» domandò sorpreso Bonamente.
«Ti preparo la colazione e le medicine» rispose lei. «Verrò ancora per
una settimana, così avrai tempo di organizzarti».
«Grazie. Poi faremo i conti».
«Ti aiuto per amicizia, Bonamente, non voglio soldi. Piuttosto, pensa
bene al tuo futuro. Fossi in te non venderei questo posto».
«Non credo di essere capace di gestirlo».
Erminia gli appoggiò una delle sue grosse mani sulla spalla. «Lo so. Sei
solo capace di trombare. Per carità, lo farai pure benissimo, ma in fondo la
musica è sempre la stessa».
«Non capisco».
«È ora che ti svegli. Quando arriva la fortuna, buttarla via è da fessi».
Spaventato da quelle parole l’attore si rifugiò nella sala Bingo.
Nonostante seguisse il gioco distrattamente, a un certo punto si accorse di
aver vinto e ne approfittò per versare altre lacrime. I motivi non gli
mancavano di certo.
 
Erminia rassettò la camera del signor Alfredo come se dovesse tornare
nel giro di poche ore. Era triste, neanche le fosse mancato un parente
stretto. E pensare che quando aveva risposto all’annuncio e si era
presentata alla pensione con Rolando erano convinti che sarebbero
rimasti poco, il tempo di trovare qualcosa di meglio. Loro i culattoni li
odiavano, averne come datore di lavoro uno che addirittura si travestiva
era fuori discussione. In realtà fino a quel momento li avevano visti solo
da lontano. Guastini era il primo con cui avevano a che fare.
Appena il proprietario si allontanava, per fortuna vestito da uomo,
Erminia andava a frugare tra le sue cose. Vestiti, trucchi, profumi. Non si
capacitava che un uomo potesse ridursi in quel modo. Lei e Rolando si
erano ben guardati dal raccontare a parenti e amici che lavoravano in una
pensione di froci. A parte la vergogna, erano in molti a pensare che la
culattonite fosse una malattia contagiosa. La cuoca, la Betty, invece non ci
faceva caso. Ma quella era una mezza comunista con la testa piena di idee
strane, non andava in chiesa ed era favorevole all’aborto.
E invece, mese dopo mese, erano rimasti lì. Non solo Guastini si era
rivelata una bravissima persona, ma li trattava con il rispetto che
meritavano e che gli altri datori di lavoro avevano sempre negato a due
poveri ignoranti di periferia. E poi aveva sempre provveduto, con quel suo
modo discreto, a tappare i buchi di una famiglia perennemente in bolletta.
I soldi non le mancavano. Non solo doveva avere un bel gruzzoletto in
banca, ma per anni la pensione Lisbona aveva incassato bene, potendo
contare su una clientela selezionata. Pur non essendo a buon mercato non
c’era mai una camera libera. A parte Bonamente, i clienti erano tutti
culattoni o comunque gente strana, indecifrabile. Negli anni Erminia si era
affezionata a tanti di loro. Il professor Bassi, gentilissimo e discreto;
l’urologo Donati, che aveva curato la prostatite di Rolando; il
rappresentante Bonsanto, che vendeva biancheria intima e spesso le
regalava qualche avanzo di campionario che lei girava puntualmente alla
figlia, sembrandole troppo audace per la sua età.
E poi Bonamente. Guastini lo amava come un figlio e aveva ragione. Era
adorabile, gentile, buono come il pane. Anche se un po’ tonto. Ma non era
colpa sua, era fatto così. Aveva sempre bisogno di qualcuno che si
occupasse di lui: prima c’era stato il signor Alfredo, ma adesso era rimasto
solo. Erminia sperava che l’attore non vendesse la pensione. Sia perché
voleva continuare a lavorarci, sia per la convinzione che per Bonamente
fosse vitale essere circondato da altre persone, in attesa di trovare quella
giusta.
Decise che era arrivato il momento di una pausa e andò a prepararsi il
solito latte macchiato con un paio di biscottini. Approfittò di quel
momento di tranquillità per fare i conti. Guastini aveva lasciato a lei e
Rolando una bella liquidazione. In contanti, per fortuna. Le banche
avevano rovinato l’Italia e lei aveva nascosto i soldi in cantina, pronta a
cambiarli non appena fossero tornate le vecchie lire e il Paese si fosse
liberato dell’Europa. Fino ad allora era meglio non toccarli.
 
Due giorni dopo il campanello svegliò Bonamente. Il display della
sveglia indicava le 5.42. Non poteva essere Erminia, che arrivava alle 7.
Andò ad aprire in pigiama e quando si trovò di fronte il commissario
Pagano, il sovrintendente De Caro e l’agente scelto Rosati venne colto dal
panico, certo che fossero venuti ad arrestarlo. Invece cercavano il signor
Alfredo.
«Non c’è» rispose Bonamente.
«E dov’è andato?» chiese Pagano.
«Non lo so. Mi ha lasciato una lettera».
«Me la faccia vedere».
Il poliziotto lesse con calma. «Questa la teniamo noi» disse alla fine,
consegnandola a De Caro. «E così lei è il nuovo proprietario della
pensione».
«Sì».
«E dove si trovava il 28 ottobre?».
«Ai Bagni di Triponzo. Ho avuto un ictus e ho ancora bisogno di cure».
Il commissario fece segno a Rosati, che annuì e si allontanò per
telefonare.
«Il nome Pietro Maria Belli le dice qualcosa?».
«No. Chi sarebbe?» mentì, arrossendo appena.
«Un noto giornalista. È scomparso proprio il 28 ottobre» rispose
Pagano. «Abbiamo scoperto che indagava su Alfredo Guastini. Aveva
mostrato la sua fotografia ai negozianti qui intorno. Lei ha idea del perché
lo stesse cercando?».
«No».
«E il nome Alfonsina Malacrida le dice nulla?».
«No» rispose, con la voce che gli moriva in gola.
«E Tommaso Fontana?».
«No».
«Grazie a Belli abbiamo scoperto che Guastini era l’uomo che era andato
a chiedere informazioni sull’avvocato Fontana in un bar. Proprio il giorno
in cui quest’ultimo è stato investito da un’auto pirata».
I due poliziotti fissavano Bonamente in silenzio, spiandone le reazioni.
La sua capacità di recitare quella parte si stava incrinando, al punto che
iniziò ad accarezzare l’idea di raccontare tutto.
Ma per fortuna proprio in quell’istante fece ritorno Rosati. «Il portiere
di notte si ricorda di Fanzago» comunicò in tono piatto. «Ha comunque
controllato il registro, il giorno e la notte del 28 risulta presente».
Pagano si convinse che l’attore fosse totalmente estraneo al delitto di
Fontana e alla scomparsa di Belli. Dalla tasca del soprabito tirò fuori un
paio di fogli. «Abbiamo un mandato di perquisizione che riguarda Alfredo
Guastini. Se vuole può chiamare un avvocato, ma ci farebbe solo perdere
del tempo».
«Non saprei a chi rivolgermi» balbettò Bonamente.
«Meglio così. Faremo in fretta».
L’attore rimase seduto in salotto mentre i poliziotti frugavano in giro.
Dopo qualche minuto Pagano lo chiamò. Si trovava nella camera da letto
del signor Alfredo. «Chi è la donna che vive o viveva con Guastini?».
«Ha sempre vissuto da solo».
«E tutti questi abiti femminili a chi appartengono?» chiese il
commissario indicando l’armadio.
«Al signor Alfredo».
«Si vestiva da donna?».
«Sì, ma solo qui alla pensione. Si travestiva da uomo quando usciva,
perché aveva paura».
Il commissario rimase interdetto. Quel Guastini non corrispondeva al
profilo di un assassino che uccide un uomo e ne fa sparire un altro. Forse i
casi non erano collegati, ma le coincidenze erano troppe per non indagare
a fondo. La morte di Fontana poteva essere archiviata come omicidio
stradale ad opera di sconosciuti, ma la scomparsa di Pietro Maria Belli era
una faccenda seria. Puzzava di rogne, e la stampa aveva un olfatto speciale
per casi che riguardavano colleghi. Però non intendeva dare Guastini in
pasto ai giornalisti. Avrebbe continuato a cercarlo, sempre che non fosse
fuggito all’estero o si fosse suicidato. La lettera a Fanzago poteva anche
essere interpretata come preludio a un gesto estremo.
La perquisizione fu un buco nell’acqua. Rosati chiese a Fanzago di
regalargli il dvd di un porno zombi in cui aveva recitato la parte di un
automobilista in panne che veniva catturato da sei avvenenti creature
infernali. Bonamente acconsentì volentieri pur di liberarsi della loro
inquietante presenza.
Sulla porta Pagano gli fece un’ultima domanda: «Guastini era un uomo
violento?».
«Assolutamente no».
«Si circondava di giovani amanti?».
«No».
«Frequentava pregiudicati?».
«Ormai in questa pensione vivevamo solo noi due, e la sera non usciva
mai».
«Se si fa vivo non esiti a contattarmi».
Bonamente chiuse la porta con le gambe che gli tremavano. C’era
mancato poco: se avessero insistito avrebbe vuotato il sacco. Tornò di
corsa sotto le coperte in attesa che arrivasse Erminia. Non vedeva l’ora di
raccontarle cos’era successo. Ormai gli era rimasta solo lei.
Pagano e i suoi uomini non tornarono in questura: secondo il
commissario era il momento giusto per andare a trovare la Malacrida.
«Cosa volete ancora?» chiese Nanà stancamente, strofinandosi la faccia
e maledicendo quel bicchiere di troppo prima di andare a letto: aveva
scritto tutta la sera e non una sola riga meritava di essere pubblicata. Il
timore di essere giudicata per il suo passato le aveva tolto ogni
spontaneità. Un’infezione difficile da estirpare, che avrebbe
progressivamente aggredito e distrutto la creatività: era stato questo il
pensiero che l’aveva spinta verso quell’invitante bottiglia di whisky
invecchiato sedici anni.
Il commissario se la prese comoda. Fece finta di osservare i quadri
appesi alla parete del salotto prima di chiedere dove si trovava il
pomeriggio e la sera del 28 ottobre.
Alfonsina perse la testa. «Adesso volete accusarmi anche della
scomparsa di quel cazzone di Pietro Maria Belli? Non vi basta avermi
rovinato la vita?».
Uno dei poliziotti finse di tirarle un ceffone per zittirla. Pagano invece
si sedette sul divano. «Belli indagava sull’investimento di Tommaso
Fontana ed era convinto che il responsabile fosse un tale Alfredo
Guastini».
«Era?» sbottò Nanà, sarcastica. «Se sapete che è morto perché non
informate la stampa?».
Pagano liquidò la domanda con un cenno della mano. «Smettila,
Alfonsina. Tra noi possiamo parlare chiaro ed evitare di perdere tempo. Se
l’ipotesi investigativa sulla scomparsa di Belli rimane legata alla morte di
Fontana, tu finisci un’altra volta a giudizio con due morti sul groppone».
Nanà sospirò rassegnata. «Posso provare che il 28 mi trovavo in questo
appartamento».
«Testimoni?».
«No».
«Internet e telefono?» chiese il commissario.
«Sì».
Pagano annuì pensoso. La Malacrida era troppo scafata per mentire e
Belli aveva un sacco di nemici, alcuni in grado di sequestrarlo e farlo
sparire senza lasciare tracce.
«Questo Guastini lo conosci?».
«No».
«In privato si traveste da donna. È il proprietario della pensione
Lisbona. Ci sei mai stata?».
«No».
Il commissario si alzò e si avviò alla porta, seguito dai due sottoposti.
Nanà era terrorizzata. Se avessero scoperto la verità sarebbe stata la
fine. Era stata costretta a mentire agli sbirri, essere innocente serviva a
poco.
Inviò un sms all’uomo con gli stivali texani e si buttò sotto la doccia.
 
«Ho passato una giornata di merda» disse Alfonsina dopo aver
raccontato della visita di Pagano. «Non che negli ultimi tempi le altre
siano state migliori, ma oggi lo stomaco mi si è annodato stretto per la
paura di tornare in galera».
«Ti avevo consigliato di allontanarti per un po’» obiettò l’amico.
Si trovavano in una pizzeria che sfornava tutto il santo giorno. La notte
era frequentata da attori, giornalisti, musicisti e da una fauna con varie
gradazioni d’illegalità. Aveva deciso di portarla in un luogo pubblico
perché preferiva non mettere piede nell’appartamento in cui Nanà aveva
vissuto con Tommaso Fontana. Troppi ricordi.
Lei bevve un lungo sorso della seconda birra. «Devi ricordare al signor
Alfredo e a Bonamente di dire agli sbirri che non mi conoscono e che non
ho mai messo piede alla pensione Lisbona».
«La nonna ha tagliato la corda, dubito che tornerà» rispose l’uomo. «Ha
lasciato la pensione al tuo gigolò».
Nanà spalancò la bocca per la sorpresa. «E tu come fai a saperlo?».
«Mi ha chiamato l’attore. Mi ha anche informato, fiero come un
guerriero, di essersi comportato bene con Pagano. Ha perfino negato di
conoscerti».
«E quanto impiegherà il commissario a scoprire che stiamo
mentendo?».
«Non è detto che accada. Pare che ora gli sbirri siano impegnati a
riportare a casa il giornalista e a dare la caccia a Guastini, ma il fatto che il
suo nome finora non sia stato pubblicato suggerisce una grande cautela da
parte di Pagano».
«Cos’è successo a Belli?» chiese la Malacrida a bruciapelo.
«Non ne ho la minima idea».
«Il signor Alfredo non ha nulla a che vedere con la sua sparizione?
Pagano dà per scontato che sia stato ucciso».
L’uomo con gli stivali ridacchiò. «Non riesco nemmeno a immaginare
quella vecchia travesta che ammazza un tizio e gli scava la fossa in un
campo».
«E allora perché è fuggita?».
«Che ti succede, Nanà?» chiese l’uomo in tono gelido. «Ti sei
dimenticata che questi ragionamenti basati sui fatti e sul buonsenso ti
hanno fatta condannare? Dovresti sapere meglio di tutti che la verità vera
e quella costruita da sbirri e giudici spesso sono separate da distanze
siderali».
Alfonsina abbassò lo sguardo per la vergogna.
«Hai ragione» sussurrò. «Portami a casa, sono stanca».
SETTE

U
na decina di giorni più tardi Pagano stava imprecando a mezza voce,
usando le stanche parole di sempre contro certe lentezze della burocrazia,
quando un agente lo avvertì che era arrivata la moglie di Pietro Maria
Belli. Il commissario si affrettò a indossare la giacca e le andò incontro.
Da quando era scomparso il giornalista si erano incontrati spesso. I
pezzi grossi pretendevano il massimo impegno nelle indagini temendo
che la signora, che ormai tutti chiamavano vedova, si lamentasse con i
colleghi del marito, i quali avrebbero potuto a loro volta rammaricarsi
pubblicamente della totale assenza di progressi.
In verità Pagano e i suoi uomini l’avevano cercato ovunque ma non
erano riusciti a scovare una pista, un indizio promettente. Gli unici
sospetti ricadevano su Alfredo Guastini, ancora irreperibile, ma
francamente era difficile ipotizzare che fosse coinvolto nella scomparsa. I
media, in mancanza di sviluppi e veline, si erano sbizzarriti con le ipotesi
più fantasiose. Le trasmissioni di cronaca nera ottenevano risultati più che
apprezzabili nell’incoraggiare i mitomani. La figura e la carriera di Pietro
Maria Belli erano state abilmente ricostruite e idealizzate, così da
trasformare la vittima in un coraggioso esempio per i giovani italiani.
Il commissario era consapevole di trovarsi in una situazione scomoda:
sarebbe diventato un eroe risolvendo il caso, ma nell’ipotesi opposta
sarebbe stato additato come l’incapace che non era riuscito a trovare Belli
o peggio ancora a salvarlo, con ovvie quanto pesanti conseguenze sulla
sua carriera.
 
La signora Ginevra preferiva essere chiamata col cognome da nubile,
Malvani. Pagano si era posto un quesito fin dalla prima volta che l’aveva
incontrata: se Belli era Artù, chi era Lancillotto?
La signora Malvani era una bella donna, di qualche anno più giovane del
marito ma decisamente più colta e raffinata. Era difficile comprendere
perché l’avesse sposato. Il poliziotto si era persuaso che avesse un amante,
una relazione importante che durava da anni con un vecchio compagno di
liceo o di università.
La donna infilò la mano ingioiellata nella borsa, ne estrasse una piccola
busta imbottita e la porse al commissario. «L’ho trovata nella cassetta
della posta».
Pagano osservò il contenuto e lo sfilò usando una matita.
«È la fede di suo marito?» chiese.
La Malvani annuì. «Sì. Purtroppo quando l’ho aperta non ho fatto
attenzione e ho toccato dappertutto».
«Non si preoccupi. Se ci sono altre impronte le troveremo».
La bella Ginevra non aveva capito cosa significasse quella busta. «Pietro
Maria è stato sequestrato e ora chiederanno un riscatto, vero? Noi siamo
benestanti ma non ricchi, però i miei fratelli potrebbero mettere insieme
una somma in grado di accontentare quei criminali».
Pagano aveva ascoltato distrattamente, senza distogliere lo sguardo da
quell’anello, che rappresentava la fine di tutti i suoi problemi. Pietro
Maria Belli era un cadavere sepolto chissà dove, e i suoi assassini si erano
premurati d’informarne la vedova. Cortesie da mala d’altri tempi. Ora non
doveva fare altro che pronunciare le parole “lupara bianca”, accusare la
mafia e lasciare che la stampa si scatenasse. L’esperienza gli insegnava che
i casi di scomparsa a opera della mafia venivano risolti solo grazie alla
confessione del pentito di turno. I colpevoli potevano essere altri, ma
chissenefrega. La mafia era perfetta: il giornalista aveva seguito processi
legati a bande criminali di un certo spessore, i suoi articoli al vetriolo
dovevano aver fatto incazzare più di qualche boss, e il commissario non
era disponibile a sprecare risorse per andare a caccia di un fantasma. Non
poteva permetterselo. Continuare avrebbe significato mettere
ulteriormente in pericolo la propria posizione. Tanto, nel giro di qualche
giorno la vicenda Belli sarebbe stata declassata rispetto all’Olimpo delle
notizie da prima pagina, fino a scomparire del tutto.
«Vuole che le faccia portare un bicchiere d’acqua?» chiese gentilmente
Pagano.
La signora comprese che quella gentilezza preludeva all’annuncio di
una brutta notizia e si limitò a scuotere il capo per non perdere altro
tempo.
«Purtroppo si tratta di un tipico gesto della cultura mafiosa. Sta a
indicare che suo marito è stato assassinato e il corpo occultato».
La donna scoppiò in un pianto discreto. Pagano non disse una parola.
Attese che lei si ricomponesse e la fece accompagnare all’uscita. Poi
informò il questore alla presenza di un vicequestore, che avrebbe fatto
trapelare la notizia nel giro di dieci minuti. Una mossa premeditata per
passare il testimone a qualcuno che preferiva fare carriera anche grazie ai
favori della stampa. Infine convocò nel suo ufficio i suoi più diretti
collaboratori.
«Ci siamo tolti dal cazzo l’indagine su Belli» annunciò, mostrando la
fede conservata in un sacchetto trasparente che presto sarebbe stato
preso in consegna dalla Scientifica. «Questo significa che dovete
abbandonare immediatamente ogni attività investigativa nei confronti di
quell’Alfredo Guastini. Sono certo della sua estraneità, e comunque con
questa storia che si traveste da donna rischiamo solo di stuzzicare fantasie
malate in procura».
«E Nanà?» chiese un sovrintendente.
«Lasciamola alle sue fiabe» rispose secco Pagano. Della Malacrida non
voleva più sentir parlare. Quella donna lo metteva a disagio.
Il commissario si allungò sulla scrivania per prendere un fascicolo alto e
spesso. «Ho un sogno» disse scimmiottando Martin Luther King.
«Arrestare quella chiavica di Ansi Grazda e dimostrare che i calabresi
riforniscono gli albanesi, i quali a loro volta foraggiano gli spacciatori di
strada».
I suoi collaboratori evitarono di commentare. Pagano distribuì i compiti
e tornò a maledire la burocrazia, al telefono con un vecchio collega. La
scusa erano i rimborsi spese. In realtà era un modo di riconoscersi tra
poliziotti di una generazione che non avrebbe mai voluto rinunciare a
giocare partite importanti contro il crimine e la corruzione, ma che ora si
trovava nella condizione di reprimere fenomeni marginali all’unico scopo
di soddisfare le esigenze elettorali dei politici.
 
Ginevra Malvani controllò l’ora stampata sul biglietto del parcheggio.
Poteva rimanere seduta nell’auto ancora per diciassette minuti. Le
servivano tutti.
Con Pagano era stata costretta a recitare la parte della moglie ingenua.
Di certo non avrebbe potuto presentarsi da lui sicura di aver interpretato
correttamente il significato della restituzione anonima dell’anello nuziale.
Toccava a un maschio con gradi ed esperienza da vendere svelarle il
mistero.
Sbirciò l’orologino d’oro che Pietro Maria le aveva regalato per un
compleanno di tanti anni prima: rimanevano quattordici minuti.
Sufficienti per una decisione che aveva già preso nel momento in cui
aveva scoperto il contenuto della busta. Troppo pochi per riuscire a dar
forma a pensieri tenuti a bada per lunghi anni. Sarebbe stata costretta a
improvvisare e quindi a esporsi, a mettersi a nudo più del dovuto, ed era
sgradevolmente certa che si sarebbe sentita a disagio.
Attese fino all’ultimo secondo per accendere il motore e ingranare la
marcia. Raggiunse la prima periferia, appena al di là delle mura medievali,
e parcheggiò di fronte a un’agenzia immobiliare la cui vetrina era
illuminata dal sole. Ginevra pensò che avrebbe preferito una giornata
grigia.
Non appena entrò l’impiegata impallidì e scattò in piedi. Lei si affrettò a
rassicurarla con un cenno della mano, che venne subito catturata dalla
stretta del titolare.
«Sono una vecchia amica della signora Fornasari» mentì. «Avrei
bisogno di parlarle».
L’uomo si voltò a guardare la sua collaboratrice. «Tutto bene,
Marianna?».
Quando la donna annuì, lui prese il cappotto dall’attaccapanni e se ne
andò, inventandosi un impegno improvviso.
La Malvani non accettò l’invito a sedersi. Non vedeva l’ora di levare le
tende a sua volta. «So quanto sta soffrendo e ho preferito venire di
persona a comunicarle che Pietro Maria non tornerà. Mi è stata restituita
la fede nuziale, la polizia è convinta che si tratti di un messaggio per
annunciare che è stato ucciso e che il suo cadavere è sepolto chissà dove.
Mi è sembrato giusto che lo sapesse da me e non dai giornali».
Marianna Fornasari scoppiò in un pianto disperato e inconsolabile.
Ginevra sospirò. «Ho sempre saputo» si sentì in dovere di spiegare. «A
forza di sentir parlare in casa di indagini e di processi, non ho potuto fare
a meno di oltrepassare la soglia della diffidenza e del sospetto. Ho scelto di
tacere perché in qualche modo ero sollevata dal fatto che mio marito
avesse un’altra».
La Fornasari nemmeno ascoltava e lei sgusciò fuori senza salutare.
Salendo in auto pensò che capiva perché Marianna potesse piacere a
Pietro Maria: tette grosse, labbra carnose e una passionalità suggerita da
un modo di vestire e di atteggiarsi che lei invece aveva sempre evitato,
preferendo proteggersi dietro un profilo elegante e discreto.
La vedova tornò a casa, infilò dei vestiti in una borsa e si diresse in auto
verso la villetta che avevano acquistato molti anni prima in un noto paese
turistico delle Dolomiti.
A Pietro Maria la montagna non era mai piaciuta, ci andava raramente e
malvolentieri. Lei invece la adorava, e ora che il marito era morto avrebbe
venduto l’appartamento in città per trasferirsi definitivamente tra i
boschi.
Impiegò oltre tre ore ad arrivare a destinazione. L’aria era gelida e si
affrettò ad accendere il riscaldamento e il grande caminetto del salotto.
Una decina di minuti più tardi un uomo entrò in casa senza bussare. Si
chiamava Daniele Valeri, viveva nella villetta a fianco. Un ex giocatore di
golf che dopo la separazione si era ritirato in quel paesino sulle Alpi e che
campava della sua fama, insegnando a professionisti e arricchiti uno sport
che a pochi interessava veramente. Era troppo faticoso, e preferivano
usare l’iscrizione al club per coltivare relazioni e affari.
Si salutarono con un sorriso e un bacio veloce sulle labbra. Lui stappò
una bottiglia di vino rosso e riempì i bicchieri. Si sedettero davanti al
fuoco, a bere e a godersi il calore della legna di abete che crepitava nel
camino.
Il tempo delle parole sarebbe arrivato dopo, non dovevano avere fretta.
Potevano finalmente rendere concreto un progetto di vita che era rimasto
archiviato tra i sogni senza essere mai neppure nominato. Ora però era
necessario seppellire in qualche luogo recondito della mente
un’ineluttabile verità: la loro felicità era stata resa possibile da una morte
atroce.
Daniele benediceva la morte di Pietro Maria Belli senza alcuna
malvagità. Adesso toccava a lui prendere ufficialmente il posto di
quell’uomo antipatico la cui moglie aveva posseduto nel suo stesso letto.
Avrebbe danzato davanti al fuoco per festeggiare. La vita è fatta così.
Quasi sempre è spietata, e tocca fingere di essere animati da buoni
sentimenti per non essere giudicati nel modo sbagliato. Un cazzo di
spettacolino di varietà nel quale è consigliabile ritagliarsi un ruolo da
consumati ballerini di prima fila.
Ginevra lo sfiorava appena con lo sguardo. Lui giocò una carta scontata,
alzandosi e dirigendosi verso la porta. «Chiamami se hai bisogno».
Lei allungò la mano: «Rimani, ti prego».
E lui rimase, senza rendersi conto che Pietro Maria Belli non li avrebbe
mai veramente lasciati in pace. Era il destino riservato ai senza tomba:
impedire alle persone che li avevano amati di fare i conti con il passato, di
elaborare il lutto.
Ginevra invece ne era consapevole. Fino a quando il corpo di suo marito
non fosse stato ritrovato, o fino a quando un tribunale non avesse emesso
una sentenza di morte presunta dopo i lunghi anni di attesa previsti, lei
sarebbe rimasta inchiodata al ruolo di moglie. Per la legge e per tutti gli
altri, che probabilmente avrebbero dato per scontato di vederla
inconsolabile, triste e sciupata. Non sarebbe stato affatto facile.
Ma non era questo a preoccuparla. Pietro Maria era stato una presenza
ingombrante da vivo e avrebbe continuato a esserlo anche da morto. A
tormentarla era il crimine crudele che aveva subìto: temeva che il tempo
potesse acuire il senso di smarrimento nei confronti della totale assenza di
verità e giustizia. I colpevoli meritano di pagare e la verità è necessaria
per riuscire a trovare delle risposte. Un senso. Ginevra sapeva che non
avrebbe mai smesso di domandarsi se Pietro Maria fosse stato maltrattato
o addirittura torturato prima di essere ucciso. Era più interessata ai
dettagli della sofferenza che a scoprire il movente, perché sperava con
tutto il cuore che suo marito non avesse detto addio alla vita travolto dal
terrore e dai tormenti.
Daniele si alzò e gettò altra legna sul fuoco. Dopo l’abete ora toccava al
faggio, che bruciava più lentamente.
 
Nonostante la disciplina con cui aveva affrontato per anni il ruolo di
un’amante che per nessun motivo poteva permettersi di essere scoperta,
Marianna Fornasari era così affranta e addolorata da temere di sedersi a
tavola per la cena con il consorte e la prole e di ascoltare la propria voce
raccontare, con dovizia di particolari, la relazione con quell’uomo
straordinario che aveva sempre saputo farla ridere e godere. “Come
nessuno mai”. Erano le parole che lei gli sussurrava dopo l’amore.
Marianna era convinta di essere lei la vera moglie di Belli. Lo stesso
Pietro Maria gliel’aveva ripetuto più volte con sincero trasporto. Solo lei
aveva il diritto di portare il lutto, cosa che avrebbe fatto per davvero,
anche se non poteva svelarne il motivo. Per quaranta giorni si sarebbe
vestita rigorosamente di nero.
Dopo l’incontro con Ginevra Malvani era corsa a rifugiarsi nel
monolocale che Pietro Maria aveva affittato per poter trascorrere insieme
le ore che lei riusciva a ritagliarsi dal lavoro e dalla famiglia senza destare
sospetti. Seduta sul letto dove avevano trascorso indimenticabili momenti
di passione, cercava di ripercorrerli tutti nel timore di scordarne
qualcuno. Si erano conosciuti in agenzia. Belli aveva accompagnato un
collega che veniva da fuori e cercava un appartamentino vicino al
giornale. Lui aveva iniziato a guardarla, a cercare i suoi occhi e a
sorriderle. Poi era tornato a farle visita, guarda caso nei momenti in cui il
proprietario era assente. Si era trattato di un corteggiamento esplicito ma
mai molesto o volgare, al quale aveva acconsentito e poi ceduto in tempi e
modi ragionevoli. Cauti, soprattutto.
Marianna Fornasari non era né stupida né sprovveduta. Condivideva il
destino di molte donne che per motivi diversi, non esclusi quelli
economici, non possono concedersi il lusso di separarsi. Una relazione
tanto solida quanto segreta era diventata una necessità di non facile
realizzazione, perché bisognava trovare l’uomo giusto da tutti i punti di
vista. La seconda fortuna nella vita di Marianna, dopo i figli, era stata
incontrare Pietro Maria, l’uomo che rispondeva a tutti i requisiti.
Quando si erano conosciuti Belli era stato sincero, aveva subito
ammesso che era da tempo alla disperata ricerca di una donna che
l’amasse con passione, per spezzare la solitudine a cui si era condannato.
Con Ginevra era finita da un pezzo, e per colpa sua. Era un uomo pieno di
difetti, riusciva a rendere sgradevoli anche i momenti più banali della
convivenza. Sapeva che per riuscire a costruire una relazione con
Marianna avrebbe dovuto recitare. Inventarsi un altro personaggio che
potesse piacerle. Un uomo su misura. Erano due naufraghi che scelgono la
stessa zattera per andare alla deriva e fanno di tutto per compiacersi a
vicenda.
Marianna era anche l’unica persona con cui lui si confidasse. Conosceva,
fin nei minimi particolari, l’indagine di Pietro Maria su Nanà Malacrida.
Era sicura che lo avesse ammazzato lei. E conosceva anche il luogo del
delitto: la pensione Lisbona. Il giorno della sua scomparsa lui l’aveva
chiamata per avvertirla che non si sarebbero visti perché aveva un
appuntamento con Alfredo Guastini. L’idea di presentarsi in questura e di
testimoniare non la sfiorava nemmeno, ma il desiderio di vendicarsi si era
impossessato a tradimento della sua mente, intossicandola di immagini
violente. Qualcosa, prima o poi, avrebbe trovato il coraggio di fare.
Si distrasse guardando gli oggetti, raccolti negli anni, che avevano reso
bello e confortevole il luogo in cui si era consumata la loro passione. Le
rimanevano una ventina di giorni per disfarsene prima che la proprietaria
iniziasse a protestare.
 
Qualche ora più tardi, in piena notte, un uomo sui sessanta dal respiro
pesante, che nell’ambiente degli scassinatori veniva chiamato “Fatina” per
l’abilità e la velocità con cui riusciva ad avere ragione di buona parte delle
serrature sul mercato, era inginocchiato di fronte a quella che Marianna
Fornasari aveva chiuso con ben due mandate. Alle sue spalle l’amico di
Nanà osservava con una certa apprensione le porte degli altri
appartamenti, sperando che Fatina si sbrigasse.
Il vecchio criminale si alzò e spinse delicatamente il battente, che si aprì
senza cigolare. L’uomo con gli stivali texani prese dalla tasca alcune
banconote piegate a metà con cui pagò il servizio, indossò guanti di lattice
e prese possesso del nido d’amore di Pietro Maria Belli.
La seconda ossessione del giornalista, dopo Alfonsina Malacrida, si
chiamava Adriano Imperatori, il marito di Marianna Fornasari. Leggendo
gli appunti sul taccuino di Belli, l’amico di Nanà aveva scoperto che il
giornalista aveva indagato a fondo sull’uomo, arrivando a ingaggiare un
investigatore privato, un mezzo fesso, tale Pino Bottan, che si vantava di
aver partecipato a operazioni importanti contro il crimine organizzato
quando indossava l’uniforme dei carabinieri. In realtà era solo un
passacarte che grazie agli ex colleghi riusciva a ottenere informazioni per
casi di scarsa rilevanza. Il giornalista lo aveva pagato per raccogliere le
prove che Imperatori fosse un poco di buono, ma l’unica colpa dell’uomo
era essere il marito della sua amante Marianna Fornasari. Per il resto era
un funzionario di medio livello del Comune, onesto e rispettato. Non
coltivava relazioni extraconiugali e nel tempo libero seguiva i due figli
quasi adolescenti, Eugenio e Umberto, nelle attività sportive.
Belli non era soddisfatto del risultato delle indagini, riteneva che
nessuno potesse essere così “pulito”. Aveva ragione. Ma Bottan non era
bravo abbastanza per scavare sotto le apparenze. L’amico di Nanà lo era.
Per questo ora si trovava in quell’appartamentino: voleva scoprire se il
giornalista si fosse confidato con la sua amante, e quanto la donna potesse
rivelarsi pericolosa per Nanà.
Il giorno in cui aveva ingurgitato il veleno preparato da Guastini, Belli
avrebbe dovuto incontrare la sua Marianna, ed era stato costretto a
malincuore ad annullare il loro convegno amoroso. Era scritto a chiare
lettere nel taccuino su cui Belli appuntava buona parte dei suoi pensieri
con una scrittura nervosa ma tutto sommato chiara.
L’uomo con gli stivali texani si dedicò alla perquisizione con
meticolosità, senza preoccuparsi di non lasciare tracce. Trovò un pc
portatile, il famoso album di fotografie che il giornalista aveva mostrato in
giro per trovare Alfredo Guastini e diverse immagini di Alfonsina
Malacrida rubate durante un pedinamento. Bisognava quindi dare per
scontato che la Fornasari fosse al corrente di tutta la vicenda. Era
necessario trovare il modo di neutralizzarla. Frugò alla ricerca di prove
della loro relazione. Gli amanti sono sempre sbadati quando commettono
l’errore di ritenersi al sicuro in un luogo che appartiene solo a loro. Foto,
lettere, biglietti di auguri non mancavano neppure in quell’alcova.
La memoria dell’amore tra Marianna e Pietro Maria finì in una borsa
insieme al pc e al resto, pronta per essere usata nel peggiore dei modi.
L’uomo si sedette sul letto e si accese una sigaretta. Aveva voglia di
fumare, ma soprattutto voleva che lei avvertisse l’odore freddo e
sgradevole del tabacco non appena fosse entrata.
Alfredo Guastini si era limitato a uccidere Belli e a fuggire, senza tener
conto degli effetti collaterali che avrebbero continuato a mettere in
pericolo Nanà. In un delitto tutti guardano al carnefice e alla vittima. Ma
intorno a loro c’è un mondo di persone che reagiscono in modo diverso,
travolte dal dolore o dalla rabbia che modificano per sempre la loro
esistenza.
Marianna Fornasari era forse addirittura più sfortunata, condannata a
pagare per il semplice fatto di sapere troppo.
 
Adriano Imperatori non riusciva a capire perché da alcuni giorni sua
moglie vestisse rigorosamente di nero. Sembrava in lutto. L’aveva persino
sorpresa un paio di volte a piangere di nascosto. Aveva anche tentato di
porle qualche domanda, ma lei aveva tagliato corto accampando scuse un
po’ troppo banali per essere vere.
Il marito pensò che il brutto periodo che stava attraversando Marianna
potesse essere imputabile al lavoro e alla crisi del settore immobiliare. Mai
e poi mai avrebbe pensato ad altri motivi o sospettato una tresca, perché
per nessuna ragione al mondo sua moglie avrebbe potuto permettersi di
abbandonare la retta via del matrimonio.
Lui la amava sinceramente e gli piaceva farsi vedere in giro con lei. Era
una bella donna che attirava ancora gli sguardi degli uomini. Era anche
un’ottima madre. E per Adriano Imperatori gli apprezzamenti finivano lì.
Pur essendo un brav’uomo, l’idea di una donna come compagna di vita era
un concetto che non gli apparteneva. Pensava che solo i figli sono
veramente importanti, e che il matrimonio non è altro che un contratto
sociale governato da regole più o meno precise.
Era stata questa sua superficialità, scoperta con un paio di anni
d’imperdonabile ritardo, a spingere sua moglie tra le braccia di un
amante.
 
In quei giorni di lutto Marianna era distratta e confusa. Al lavoro e in
famiglia. Ne era perfettamente consapevole, e sapeva anche di aver
attirato su di sé l’attenzione del marito. Ma prima di ritornare alla vita di
sempre, con le sue gioie, i suoi dolori e i suoi segreti, doveva rendere
giustizia a Pietro Maria. Si era arrovellata a lungo, e alla fine aveva
individuato l’unica strada praticabile: consegnare alla moglie il pc e tutto
il materiale sull’omicidio di Tommaso Fontana, affinché lei fingesse di
averlo trovato in casa e lo consegnasse al commissario Pagano.
Aveva chiamato Ginevra al numero fisso ma la donna non aveva
risposto. Allora si era recata di persona a casa di lei in cerca di notizie e
una vicina l’aveva informata che la signora era partita per la montagna.
Via via che i giorni passavano si avvicinava la data di scadenza del
contratto di locazione. Marianna ne era perfettamente al corrente perché
era stata lei stessa a redigerlo. La proprietaria l’aveva già chiamata per
mettere in chiaro che non si sentiva a proprio agio ad aver affittato
l’appartamento a un giornalista scomparso per mano della mafia, e che
non vedeva l’ora di trovare un nuovo inquilino. Come sempre, con un
trenta per cento in nero.
Costretta dalle circostanze, Marianna decise di recuperare le prove con
l’intenzione di nasconderle, insieme a qualche oggetto da cui non
intendeva separarsi, nello sgabuzzino dell’agenzia, in attesa che la
Malvani si decidesse a tornare dalle Dolomiti.
Come aveva immaginato l’uomo con gli stivali texani, la donna percepì
l’odore del fumo prima ancora di accendere la luce e scoprire che
qualcuno si era introdotto nell’appartamento e lo aveva perquisito.
Annientata, crollò in ginocchio.
Qualche ora più tardi tornò in agenzia, guardandosi attorno come una
preda braccata e terrorizzata. Non riusciva ancora a immaginare la
portata e le conseguenze di quanto era accaduto.
Un paio di minuti più tardi squillò il telefono. Marianna sollevò la
cornetta con la netta sensazione che non si sarebbe trattato di una
telefonata di lavoro.
«Le sue ultime parole sono state per lei» disse una pacata voce
maschile. Marianna sentì distintamente che stava aspirando il fumo di una
sigaretta. «Si è raccomandato di farle sapere che l’amava moltissimo».
Scoppiò a piangere. L’uomo le diede il tempo di riprendersi, ma ci
teneva che a Marianna il messaggio arrivasse forte e chiaro: «Noi siamo
stati umani e corretti. Ora tocca a lei comportarsi bene: dimentichi tutto.
Mi dica che ha capito».
«Ho capito» sussurrò la donna con un tono di resa che convinse il suo
interlocutore a non aggiungere altro.
L’uomo con gli stivali uscì dalla cabina e si accese un’altra sigaretta, che
gettò a terra dopo la prima tirata. Era nauseato.
Era stato proprio il disgusto per essere sceso così in basso a impedirgli
di andare fino in fondo. Un grossolano errore di valutazione che un
mafioso vero non avrebbe mai commesso. Marianna Fornasari era in
preda al panico, ferita, offesa, ma non riusciva a smettere di pensare che
Pietro Maria fosse stato vittima di un crimine orribile che reclamava
giustizia. E lei era l’unica a sapere.
Una settimana più tardi si presentò in questura e chiese del
commissario Pagano.
«Perché lo vuole incontrare?» le domandò l’agente che l’aveva accolta.
«Preferirei non dirlo» rispose lei piano per non farsi sentire. «Si tratta
di una vicenda delicata».
Mezz’ora di attesa, in cui la donna fu tentata più volte di alzarsi e
fuggire, e la porta del commissario si aprì.
«Posso contare sulla sua discrezione assoluta?».
«Dipende, signora, non posso garantirle nulla».
La Fornasari raccontò tutto quello che sapeva, dal giorno in cui Belli
aveva iniziato a indagare sull’omicidio dell’avvocato Fontana fino alla
telefonata di minaccia dello sconosciuto.
Pagano si rese conto della pericolosità di quella donna e giocò d’astuzia,
dimostrando empatia e soffermandosi sui particolari per darle
l’impressione di prenderla sul serio.
Una volta conquistata completamente la sua fiducia iniziò a demolirne
le aspettative.
«Da quanto mi ha confidato non è rimasto nulla del materiale relativo
alle indagini del povero Belli».
«Hanno portato via tutto».
«Rimane quindi solo la sua preziosa testimonianza che però, per sua
precisa richiesta, deve restare segreta. Si rende conto della difficoltà per
noi e per la magistratura di portare il caso in tribunale?».
«Però ora avete la possibilità di indagare su basi concrete».
«Certo, ma lei dovrà aiutarci mantenendo il silenzio su quanto mi ha
raccontato: per non compromettere la strategia investigativa e per la
serenità della sua famiglia. Quella gente è spietata, e noi non siamo in
grado di proteggervi adeguatamente. Ci vorrà del tempo ma la verità
verrà a galla».
Marianna Fornasari se ne andò a testa alta, sommersa dai complimenti
di Pagano, che ordinò all’agente di non disturbarlo per un’oretta. Aveva
bisogno di riflettere.
Era ormai abbastanza chiaro che era stato Alfredo Guastini a investire
Tommaso Fontana. Pietro Maria Belli, spinto da un odio insensato nei
confronti di Nanà Malacrida, lo aveva scoperto, e nel tentativo di
dimostrare la sua tesi, recandosi a un incontro chiarificatore con lo stesso
Guastini alla pensione Lisbona, era stato sequestrato e ucciso.
Probabilmente dalla mafia. La restituzione della fede nuziale e gli ipocriti
salamelecchi nella telefonata all’amante lasciavano poco spazio ai dubbi.
Il commissario si ripeté ancora una volta che interrompere le indagini
era stata una scelta corretta. L’unico modo per scoprire la verità sul caso
Belli era attendere il prossimo pentito. E Guastini poteva andare a dare via
il culo, per quanto lo riguardava. Si era trattato di un cazzo di omicidio
stradale, e lui aveva delinquenti veri da sbattere in galera.
OTTO

D
iluviava da giorni. Soliti titoli di tg e quotidiani (“L’intera Penisola
flagellata dal maltempo”), solite, disastrose conseguenze.
Bonamente non usciva da giorni. Era depresso, si sentiva solo,
abbandonato. Non era in grado di gestire la quotidianità: dimenticava di
assumere i farmaci, faticava a osservare la dieta. Se ormai la sua signora
era perduta per sempre, non rinunciava a sperare che almeno tornasse il
signor Alfredo. E invece niente, scomparsa nel nulla. Come quel
giornalista. A forza di lambiccarsi il cervello si era quasi convinto che si
fossero allontanati insieme. Magari si erano conosciuti, piaciuti ed erano
fuggiti all’estero.
Era quello che Bonamente augurava a se stesso. Incontrare qualcuno
che lo strappasse alla solitudine e si prendesse cura di lui. Si era persuaso
della necessità di vendere la pensione e di cambiare città. Magari nazione.
Solo che non si decideva a rivolgersi a un’agenzia immobiliare e
continuava a rimandare.
Quel giorno era scivolato via esattamente come tutti gli altri. Verso
l’ora di cena scoprì di avere fame e si alzò faticosamente dal divano, deciso
a ordinare una pizza che avrebbe mangiato seguendo una serie televisiva
che lo stava appassionando: le storie di un gruppo di ricchi ragazzini
newyorchesi capaci di cattiverie inaudite, che facevano di tutto per
rovinarsi la vita a vicenda.
Mentre cercava il numero della pizzeria suonò il campanello. Si
sorprese, nessuno veniva più a quell’ora, soprattutto da quando era
diventato l’unico inquilino della pensione. Si diresse verso la porta
temendo che fosse di nuovo la polizia.
Sullo schermo del videocitofono c’era Nanà. Rimase a fissarla,
imbambolato e felice, fino a quando lei non protestò. «Ti prego,
Bonamente, apri il portone. Piove che dio la manda».
La attese davanti all’ascensore. La sua signora aveva i capelli incollati
alla testa per quanto erano bagnati, ma era sempre bellissima. Gli parve
sfinita dalla stanchezza.
 
Bonamente non si sbagliava. Alfonsina era uscita di casa molte ore
prima per andare a fare la spesa in un quartiere lontano, dove sperava che
nessuno la riconoscesse. Non sopportava più le occhiate di disprezzo delle
cassiere e i sorrisi degli uomini che le chiedevano di andare a bere
qualcosa.
A pochi metri dal portone era stata fermata da una giovane donna.
L’ultima volta l’aveva vista al funerale di suo padre. Era Daria, la figlia di
Tommaso Fontana.
«Sono qui da un po’ ma non ho avuto il coraggio di suonare» aveva
detto abbassando lo sguardo.
Assomigliava alla madre. Alta, longilinea, il seno piccolo e un volto
piacevole.
«Che vuoi?» le aveva chiesto Nanà, guardinga. «Se è per l’appartamento
dovete avere pazienza».
Daria l’aveva interrotta con un gesto delle mani. Non era venuta per
discutere i tempi del trasloco.
«Ho bisogno di parlare, di capire».
«Cosa?».
«Quello che è successo in questi anni».
«Non credo di averne voglia».
«Me lo devi. Mi hai portato via papà».
Alfonsina Malacrida era impallidita davanti al dolore che trasudava da
quelle parole. Le aveva indicato un bar gestito da cinesi e frequentato da
stranieri. «Lì staremo tranquille».
Il tempo di sedersi e ordinare un caffè e Daria, con la prima domanda,
aveva messo in chiaro che per Nanà sarebbe stato uno di quei giorni che
non si scordano.
«Parlava mai di noi?».
«No. Ma da quanto ne so vi incontravate spesso».
«Sì, però papà non diceva una sola parola su di te. Non ha mai voluto
spiegare la sua scelta di abbandonare la famiglia».
«E tu glielo hai mai chiesto?».
«No. Ma ogni volta che lo vedevo lo scongiuravo di tornare a casa».
«E Tommaso cosa rispondeva?».
«“È andata così”. Ripeteva sempre queste parole».
«Non so che dire. È stata una sua decisione».
«Non ci credo, devi avercelo in qualche modo obbligato tu. Lo
ricattavi?».
Alfonsina aveva ignorato la domanda. «Sarebbe stato diverso se non mi
aveste reso impossibile la permanenza in casa vostra. Sarei rimasta giusto
il tempo di riprendermi, e Tommaso avrebbe continuato a vivere con sua
moglie e i suoi figli».
«Hai ragione, è stato un errore, ma tu eri insopportabile, un’aliena
ostile e selvaggia a cui non fregava nulla di noi».
«È vero. A quel tempo ero solo una spacciatrice e una puttana da
discoteca appena uscita di galera per un delitto che non avevo commesso.
Non avevo idea di cosa fossero le buone maniere né tantomeno sapevo che
esistessero modi diversi di gestire le relazioni. Tommaso mi ha permesso
di diventare un’altra persona. Gli devo tutto».
«Solo che per salvare te ha distrutto la sua famiglia».
«Vi ha sempre voluto bene».
«Ma viveva con te, cazzo! Come credi che siano stati per noi questi
anni?».
«Difficili».
«Risposta banale. Infelici è quella giusta. Dopo che papà se n’è andato,
in casa è calata una cappa di tristezza e di sgomento. Mia madre e mio
fratello non si sono mai ripresi».
«E tu?».
«A me è andata peggio. Non sopportavo più quel clima di lutto
strisciante e dopo cinque anni d’inferno ho pensato di aver trovato il
modo per voltare pagina».
«Il matrimonio» l’aveva anticipata Nanà. Tommaso era agitato e felice
per le nozze e lei l’aveva aiutato a scegliere il vestito.
«Esatto. È durato tre anni, poi sono tornata a casa. Lui era uno stronzo
colossale e io non sono riuscita a tagliare i ponti con il passato. Insomma,
la vita di coppia non poteva non risentirne, come mi ha spiegato lo
psicanalista che sta cercando di tenere in piedi la mia vita».
Nanà ne era al corrente. Era stato Tommaso a pagare il conto.
«D’accordo: è tutta colpa mia» aveva sbuffato.
Daria le aveva afferrato il polso. «Andavate a letto insieme? Vi
amavate?».
«No. Non è mai successo nulla tra di noi».
«Ma allora perché ha scelto te?».
«Perché era devastato dal senso di colpa per non avermi potuta
scagionare di fronte a un tribunale. Così si è preso cura di me. Come un
padre».
«Peccato che una figlia ce l’avesse già. E fammi capire: tu hai avuto
bisogno di lui per tutto questo tempo? A trentanove anni non eri ancora
in grado di andare a vivere per i cazzi tuoi?».
«Non è così semplice» balbettò Nanà, con le spalle al muro.
«Forse no, ma io spero lo stesso che ti sbattano in galera per la morte di
papà. Anche se sei innocente devi pagare per tutto quello che ci hai fatto.
Meriti solo il peggio».
Nanà sarebbe voluta fuggire. Si era alzata di scatto facendo cadere la
sedia.
«L’appartamento in cui vivi è mio, ora» aveva aggiunto Daria. «Mio
padre me lo ha intestato dopo la separazione. Ho deciso che ci andrò a
vivere non appena lo avrai lasciato, è l’unica cosa che mi è rimasta di lui».
In quel preciso istante Alfonsina Malacrida aveva capito che doveva
separarsi per sempre da Tommaso Fontana, dalle ombre e dalle ambiguità
del suo pur generoso gesto. Aveva preso il mazzo di chiavi dalla borsa e lo
aveva consegnato a Daria.
«Che significa?».
«Non lo so. Ma in quella casa non posso più metterci piede, non voglio
più avere nulla a che fare con Tommaso e con voi. Non ho le forze per
farmi carico della vostra tragedia, degli errori di tuo padre».
«Tu sei sempre innocente, vero Nanà?» aveva commentato Daria con
feroce sarcasmo.
Il desiderio di colpirla le era montato dentro come la marea, ma si era
limitata a respirare a fondo: «Addio».
Nel pronunciare quella parola così definitiva aveva visto distintamente
l’immagine di tutte le sue cose più care ammonticchiate davanti a un
cassonetto dell’immondizia. In futuro la loro mancanza l’avrebbe fatta
soffrire, ma abbandonare tutto e tutti è il destino riservato ai fuggiaschi.
Era uscita di corsa dal bar e aveva camminato sotto la pioggia fino alla
pensione, che nella sua mente stava appena al di là di una frontiera
immaginaria.
 
«Non so dove andare».
«Qui puoi stare quanto vuoi. Ora sono io il proprietario».
«Lo so. Me lo ha detto il mio amico, quello con gli stivali a punta».
Nanà era bagnata fradicia e aveva bisogno di cambiarsi. Bonamente si
offrì di prestarle una maglietta e un paio di jeans ma lei nemmeno lo
ascoltò. Si chiuse dentro la camera del signor Alfredo e quando riapparve,
una ventina di minuti più tardi, Bonamente rimase sbalordito. Sembrava
uno scherzo: Nanà era vestita esattamente come l’antica proprietaria della
pensione. Da capo a piedi, nel senso che indossava anche uno dei suoi
amati cappellini con la veletta.
«Glieli ho sempre invidiati» disse roteando su se stessa. «Come sto?».
«Sei sempre bellissima».
«Hai mangiato?».
«Stavo giusto ordinando una pizza».
«Meglio di no. Preparo io qualcosa di buono».
Prese possesso della cucina come aveva fatto con l’armadio. Il
grembiule di pelle di Lolly Bossan le stava a pennello. Bonamente la
osservava affascinato, felice che lei fosse lì in quel momento a spezzare la
sua solitudine, ad allontanare per un po’ le sue paure.
«Hai preso le medicine?».
L’attore scosse la testa. Nanà se ne occupò all’istante, esattamente come
il signor Alfredo.
«E così hai dovuto lasciare la casa dove vivevi con l’avvocato» constatò
Bonamente in tono cauto. Aveva molte domande arretrate, e sperava fosse
arrivato il momento delle risposte.
«Sì. Ero solo l’ospite indesiderata» rispose Alfonsina.
«Ma le tue cose, il tuo lavoro? In quella casa hai vissuto per anni. Forse
sei stata precipitosa».
La signora bevve un sorso di vino, con gli occhi chiusi. «Ho
semplicemente accorciato il tempo che mi separava da una nuova
esistenza, quella che mi devo inventare».
«Non scriverai più fiabe?».
La risposta le costò molte lacrime. Bonamente non credeva possibile
che la sua signora potesse piangere. Il pianto è riservato ai deboli e agli
ammalati. Come lui. «Non mi perdoneranno mai il successo. All’uscita di
ogni mio libro mi farebbero a pezzi».
«E allora cosa farai?».
Indicò gli abiti appartenuti al signor Alfredo. «Mi travesto, Bonamente.
Nanà Malacrida non ha nessuna possibilità di sopravvivere là fuori»
sussurrò. Poi gli afferrò le mani e le strinse forte. «Ma questo è un rifugio
sicuro dove possiamo tentare di essere sereni. E qualche volta, addirittura
felici».
«Ti prenderai cura di me?».
Nanà sorrise: «A te non rinuncerò mai, sei una parte importante della
mia vita. Verrò nella tua camera tutti i martedì dalle quindici alle sedici. E
lascerò i soldi sul comodino. Ti offrirò un bicchierino e dopo mi leccherai
la passera. Sei davvero bravo, sai?».
«E le medicine?».
«Le troverai pronte ogni mattina. Mi occuperò io della dieta, delle visite
e dei controlli».
Bonamente questa volta pianse di gioia. Lei lo abbracciò come non
aveva mai fatto in tutti quegli anni.
Quando venne il momento di andare a dormire Bonamente la invitò nel
suo letto.
«Non è martedì e tantomeno sono le quindici» ribatté lei, dirigendosi
verso la camera del signor Alfredo. Frugò nei cassetti alla ricerca di una
camicia da notte e s’infilò tra le lenzuola nere con i bordi giallo oro,
cercando invano di addormentarsi. Troppi pensieri. Si era tagliata i ponti
alle spalle ed era fuggita, aveva trovato un luogo pronto a ospitarla, ma
ora doveva renderlo sicuro e confortevole. Per se stessa e per Bonamente.
Si alzò e iniziò a girare per le camere armata di matita e bloc-notes,
prendendo appunti e tracciando schizzi. A mano a mano che progettava
cambiamenti, prendevano forma il modello di accoglienza della nuova
gestione e il tipo di clientela al quale sarebbe stato proposto. Albeggiava
quando decise di tornare a letto, ma nel bagno sontuoso del signor Alfredo
notò un rasoio elettrico e le venne un’idea.
A metà mattinata Bonamente spalancò la bocca per la sorpresa. La
signora indossava abiti maschili e si era tagliata i capelli cortissimi. Indicò
il seno.
«Si nota?».
«Purtroppo no».
«Bene. Dopo colazione usciamo».
Volle essere accompagnata in tutti i negozi dove si serviva Guastini.
Nessuno riconobbe l’assassina da prima pagina.
All’ora di pranzo gli disse: «Invitami fuori, ti devo parlare».
Così, tra un piattino di spaghetti al pomodoro e uno di verdure grigliate,
gli espose il grande piano per il loro futuro.
Bonamente ascoltò con attenzione. Almeno a parole, gli sembrava tutto
semplicemente fantastico. «Dovremmo festeggiare. Magari con un
dolcetto. Qui servono la migliore zuppa inglese della città».
Lei agitò l’indice. «Negli ultimi tempi ti sei nutrito in maniera
disordinata e sei ingrassato».
L’attore non fece in tempo a ribattere che Alfonsina cambiò discorso.
«Non voglio più essere chiamata Nanà. Sono fuggita anche da lei».
Lui sorrise. «Per me sei la signora. La mia signora».
Nel pomeriggio Bonamente convocò Erminia.
«Ristrutturiamo e ripartiamo alla grande» le comunicò entusiasta.
La donna annuì mentre fissava la Malacrida, che indossava un vestito
del signor Alfredo, la sua parrucca modello sexy lady e un cappellino con
la veletta. «E tu chi saresti?» domandò sospettosa.
Lei allungò la mano. «Alfonsina. La signora Alfonsina».
Erminia non chiese altro e non commentò la mise.
«Lei e il signor Rolando riceverete al momento lo stesso trattamento
economico» chiarì la signora, volendo subito affrontare il discorso
stipendi. «Poi lo ridiscuteremo per adeguarlo ai nuovi impegni».
Erminia sorrise. Non tanto per la buona notizia sui soldi, ma perché
quell’Alfonsina le piaceva. Era certa che sarebbero andate d’accordo.
 
Seguirono tre mesi di lavori che prosciugarono tutti i risparmi
dell’attore. Con il volto sempre seminascosto dalla veletta, Alfonsina
trattava, adulava, incitava e talvolta metteva in riga gli artigiani che si
occupavano dei lavori, perché ogni singolo dettaglio doveva essere
perfetto. Sembrava infaticabile.
Via via che passavano i giorni diventava più serena, si sentiva molto a
suo agio nel personaggio della signora Alfonsina, anche perché
funzionava. A nessuno passava per la testa che sotto quella parrucca si
celasse Nanà Malacrida.
La sua scomparsa dall’appartamento che condivideva con l’avvocato
Fontana non era passata inosservata ai giornalisti locali, che si erano
sbizzarriti in ipotesi fantasiose. L’ufficio stampa della questura aveva
emesso un comunicato in cui la squadra mobile dichiarava di non avere
motivi per ricercarla. Solo una trasmissione televisiva specializzata in
scomparsi mostrava ogni tanto la sua fotografia, adombrando che
l’allontanamento non fosse stato volontario.
Era Bonamente a tenersi informato. Lei non leggeva i giornali, non
ascoltava la radio, si teneva lontana dai social e usava la televisione
esclusivamente per vedere vecchi film d’amore. Li guardavano insieme,
dividendosi lo stesso plaid che un tempo era stato il preferito del signor
Alfredo.
Solo in un’occasione l’attore, dopo mille ripensamenti, si era sentito in
dovere d’infrangere il patto di relegare il passato al di fuori della pensione
Lisbona. La casa editrice aveva pubblicato l’ultima fiaba di Nanà. In
diverse interviste l’editore aveva continuato a difendere la scelta di avere
la Malacrida nel suo catalogo.
«Sempre a testa alta, pronti a difendere libri e autori» era stato l’unico
commento di Alfonsina.
«Vuoi che vada in libreria a comprarlo?» aveva chiesto Bonamente.
«No grazie. Sono in fuga anche dal mio passato di scrittrice».
«Potresti scrivere usando uno pseudonimo».
«Non funzionerebbe. Alla fine ti stanano sempre. Se hai successo,
ovviamente».
L’attore non capiva. «Sei così brava! Perché vuoi cancellare la scrittura
dalla tua vita?».
Lei sbuffò. Non aveva voglia di spiegare una questione così complessa e
intima. Ogni parola che scrivi è frutto di ciò che sei stato. Tagliò corto
alzando la voce: «La signora Alfonsina non scrive. E non legge fiabe perché
non le piacciono. Va bene così?».
Sempre più perplesso, Bonamente si ritirò nella sua camera,
ripromettendosi di non toccare più certi argomenti.
Un giorno Alfonsina suggerì di cambiare nome alla pensione, ma
l’attore fu irremovibile. «Non voglio fare questo torto al signor Alfredo».
Fu l’unica volta che si oppose a un’idea della sua signora, e ne approfittò
per affrontare un altro discorso di cui non era certo di aver afferrato il
senso. «Perché non vuoi usare internet per la pubblicità?».
«Non abbiamo bisogno di clienti che ci sceglierebbero in base a
recensioni scritte da sconosciuti» iniziò a spiegare. «E che poi andrebbero
a fare shopping in negozi o a mangiare in ristoranti scelti con lo stesso
criterio. Le persone che hanno preso sul serio internet non si
troverebbero bene da noi, anche perché qui la rete è bandita. Non si viene
alla pensione Lisbona per rimanere connessi ai social».
«E come pensi di fare?».
Nanà alzò l’indice della mano destra verso il soffitto. «Un’insegna sul
tetto» sussurrò. «Blu, intermittente, come quelle che si vedono nei film di
Hollywood».
Bonamente intuì cosa intendeva Nanà. Gli era capitato di recitare in una
scena di gang bang in cui si trombava una bella e indifesa fanciulla dietro
la quale però si nascondeva una famelica vampira. La luce dell’insegna era
intermittente e si rifletteva sui corpi lucenti di olio, sudore e torbida
passione.
«E tu pensi che sarà sufficiente per farci notare?».
«Non certo dalle persone che camminano parlando al cellulare con lo
sguardo basso e incarognito. I nostri ospiti saranno le persone abituate a
guardare in alto, capisci quello che voglio dire?».
Bonamente decise di non insistere.
Alfonsina era una continua sorpresa. Una sera, poco prima di cena, era
arrivato il proprietario di una vecchia libreria e aveva scaricato diversi
scatoloni di libri. Romanzi perlopiù.
«E questi?» aveva chiesto l’attore.
«Gli imprescindibili» aveva risposto serafica.
Il giorno di Natale la pensione sembrava ancora un campo di battaglia,
con i pavimenti divelti, mucchi di calcinacci ovunque, attrezzi lasciati in
giro alla rinfusa. Ma la signora, nei giorni precedenti, aveva preparato
l’albero nel pieno rispetto della tradizione della Lisbona, guidata da
diverse fotografie e dai precisi ricordi di Bonamente.
Quella mattina, verso le otto, aveva bussato alla porta della camera
numero tre. Bonamente aveva aperto assonnato e l’aveva trovata nuda.
«Auguri. Sono il tuo regalo» aveva detto Alfonsina. Poi, rabbrividendo,
si era rintanata sotto il piumone e con un gesto della mano l’aveva
invitato a raggiungerla. «Hai tutte le fortune. Quest’anno Natale cade di
martedì».
Il giorno dell’inaugurazione Alfonsina organizzò un brindisi per pochi
intimi: Erminia, il marito e il tizio con gli stivali texani. Senza saperlo, si
era infilata gli stessi abiti indossati dal signor Alfredo quando aveva
avvelenato il giornalista. Ma era bellissima e piena di vita.
Bonamente non le staccava gli occhi di dosso, perdonandole di aver
invitato anche lo stronzo che lo aveva insultato e maltrattato. A un certo
punto quello gli si avvicinò e, indicando Alfonsina, disse: «Grazie a te è
ritornata a sorridere. Sei un brav’uomo, ma tornare alla pensione era
l’ultima cosa che Nanà doveva fare. Gli sbirri si sono finalmente convinti
che non vi siete mai conosciuti. Quando scopriranno che avete mentito
faranno di tutto per accusarvi del delitto di Tommaso Fontana».
«Ormai è una storia vecchia» farfugliò Bonamente a disagio. «Non
interessa più a nessuno».
L’uomo si accese una sigaretta, convinto che la fiaba che Nanà aveva
deciso di vivere non sarebbe durata in eterno. Gli sbirri, alla fine,
avrebbero scoperto l’identità della donna che si celava sotto la veletta di
quei ridicoli cappellini. E quando le guardie si rendono conto di essere
state prese in giro diventano vendicative.
La dolce Alfonsina non era in grado di capire questa ineluttabile verità.
Il bisogno disperato di sfuggire al suo destino la rendeva cieca e sorda.
A lui toccava vegliare per impedire che la fine di quel sogno si
trasformasse nell’ennesima tragedia della sua sfortunata esistenza.
Un ultimo bicchiere, un ultimo bacio e uscì dalla pensione Lisbona,
consapevole che quando sarebbe tornato non avrebbe portato buone
notizie.
NOVE

I
l primo cliente fu un musicista. Un sassofonista per l’esattezza.
«Dal taxi ho notato l’insegna» disse.
Era stanco, reduce da un lungo viaggio, e dormì fino a sera.
Alfonsina gli servì un aperitivo e lo invitò a rimanere a cena.
Bonamente restò quasi sempre in silenzio, ascoltandoli chiacchierare
vivacemente. Quando si spostarono in salotto l’attore rimase a riordinare
la sala da pranzo e la cucina.
«Bonamente è tuo marito?».
«No» rispose lei svagata. «È il mio gigolò».
Il musicista non indagò oltre. Forse la donna scherzava, o forse diceva la
verità. Suonare jazz e girare il mondo gli avevano insegnato a non avere
pregiudizi. Si trovava bene con quella donna che si vestiva come sua
madre. Era convinto si trattasse di una posa, un vezzo o forse addirittura
di un travestimento. Però gli sembrava di conoscerla da sempre. E decise
di confidarsi. Prima di allora non l’aveva fatto con nessuno, nemmeno con
i suoi amici più cari. E nemmeno con la donna con cui viveva. Soprattutto
con lei non avrebbe potuto. «Posso raccontarti una storia?» chiese ad
Alfonsina.
«Certo».
Per un jazzista italiano suonare a New York è un punto di arrivo,
un’esperienza unica, la misura del successo. Si doveva esibire in una serie
di spettacoli al La MaMa, uno dei teatri dell’avanguardia newyorchese
degli anni Settanta, ma il giovedì era turno di riposo e l’agente che aveva
organizzato il tour gli aveva proposto, per non sprecare la serata, di
suonare in un locale della Quarantottesima insieme ad altri musicisti
americani.
Aveva accettato con entusiasmo. Un’occasione unica. Dopo il sound
check e un paio di birre in camerino, era arrivato il momento di esibirsi.
Voleva fare bella figura, farsi notare. Aveva bagnato l’ancia con grande
attenzione, la nota doveva uscire perfetta. Si era concentrato sul respiro.
Ancia umida, respiro da manuale. E come sempre accadeva, fin dal primo
suono si era isolato in quel mondo di emozioni che era la sua musica.
Alla fine del secondo brano le luci del palco avevano sfiorato la prima
fila di tavolini proprio mentre stava lanciando un’occhiata al pubblico, che
applaudiva entusiasta.
Al terzo brano, al pianoforte era toccata l’introduzione, poi chitarra e
batteria si erano unite. Il sassofonista doveva partire con un tema in otto
misure ma era rimasto immobile a fissare un punto tra il pubblico. Gli altri
dopo un po’ si erano stancati di aspettare e avevano continuato a suonare
per conto loro. D’altronde, nel jazz vale il principio che, se non ce l’hai
nella testa, è inutile disturbare lo strumento.
Il musicista però non si era accontentato di non soffiare più nel
sassofono: lo aveva appoggiato su uno sgabello ed era sceso dal palco. Gli
altri si erano guardati. Magari gli italiani non suonano mai il terzo pezzo.
Si sa, sono superstiziosi, vai a sapere cos’hanno nella testa.
Nulla di tutto questo. Lo sguardo aveva accarezzato il volto di una bella
donna. E non una bella donna qualsiasi, ma Claribel Reyes.
Incontrare a New York una persona che si conosce non è facile.
Incontrare una donna conosciuta dieci anni prima a Managua lo è ancora
meno. Incontrare la donna che ami, con cui hai deciso di trascorrere la
vita ma che hai perduto per un appuntamento mancato, è un evento
ancora più eccezionale, anche nella vita di un sassofonista giramondo.
Si erano incontrati nel corridoio, all’altezza del guardaroba, e si erano
fermati l’uno di fronte all’altra, muti ed emozionati, per lunghissimi
istanti prima di baciarsi.
Claribel e il sassofonista si erano ritrovati senza sapere come sul
marciapiede di fronte al locale. Lui aveva abbandonato i musicisti e un
organizzatore piuttosto seccato, lei aveva lasciato al tavolo l’amica che
l’aveva invitata al concerto insistendo non poco, perché a Claribel il jazz
ricordava un amore perduto.
Erano saltati su un taxi per andare a fare l’amore. Come quella notte a
Managua. Non una notte qualsiasi: era il 31 dicembre, il cielo privo di
stelle era illuminato da una selva di fuochi d’artificio che squarciavano il
buio. Il sassofonista arrivava dall’Honduras. Una tournée di un mese. Ma
dopo aver conosciuto Claribel i mesi erano diventati due, anche grazie
all’incisione di un cd con un gruppo locale.
Poi la vita e la musica lo avevano condotto lontano dal Nicaragua. Le
aveva giurato che sarebbe tornato, ma in realtà non aveva avuto il
coraggio di dirle addio.
Quella notte a New York Claribel si era alzata dal letto e si era rivestita
lentamente. Prima di uscire aveva scritto qualcosa su un foglio di carta.
Il sassofonista era ripartito per l’Italia con Claribel nel cuore e un
indirizzo di New York nel taschino della camicia.
Un paio di mesi più tardi, durante un periodo di crisi con la sua donna,
si era imbarcato su un volo diretto Venezia-New York. Ma quando era
sceso dal taxi aveva scoperto che Claribel era partita. L’amica che divideva
con lei l’appartamento non sapeva dove fosse andata.
 
«Sono tornato stamattina» disse il sassofonista. «E mi sono messo a
cercare un posticino tranquillo per riflettere».
«Non dire cazzate. Stai male da morire» ribatté Alfonsina. «Ti sei
venuto a nascondere per schiattare in solitudine, perché non hai il
coraggio di farti vedere da nessuno, soprattutto dalla donna che hai
lasciato. E non hai la minima idea di come fare per riuscire a tornare nella
sua vita, nel suo letto».
Aprì l’anta di un mobile che conteneva numerose bottiglie di distillati.
Ne scelse una e prese due bicchieri. «Per tua fortuna sei nel posto giusto.
Alla pensione Lisbona ci prendiamo cura delle persone con la poesia dei
distillati. Vieni» disse al musicista prendendolo per mano.
Dalla sala da pranzo Bonamente aveva una visuale perfetta del corridoio
e vide la sua signora entrare nella camera del musicista con la bottiglia.
Accese il fuoco sotto il bollitore. Era l’ora della tisana.
Alfonsina riempì i bicchieri.
«Il primo buttalo giù d’un fiato».
«Che cos’è?».
«Tequila blanco, il santo protettore dei fuggiaschi e degli amori
impossibili. Assapora le note erbacee e gusta il finale di lime e pompelmo,
prima che la gola ti si faccia ruvida e il fuoco scenda nello stomaco».
Sulla tequila c’era molto da raccontare. Incantesimi aztechi e Nuestra
Señora de Guadalupe, la madonna protettrice dei messicani, ma a metà
bottiglia la signora chiese al musicista se aveva voglia di fare l’amore con
lei.
«Non ho desiderato altro da quando ti ho vista».
Verso le quattro del mattino Alfonsina tornò nella propria stanza.
L’attore era sveglio. Del resto, stava pensando, anche il signor Alfredo non
trascorreva tutta la notte con i clienti.
Il sassofonista iniziò a suonare. Ogni tanto s’interrompeva per
riprendere dopo qualche attimo. “Sta componendo nella nostra pensione”
pensò orgoglioso il nuovo proprietario della Lisbona. E si addormentò
cullato dalla musica.
Poche ore più tardi Bonamente e Alfonsina si incontrarono in cucina.
Lei canticchiava preparando la colazione insieme a Erminia. Lo salutò con
un bacio e gli passò il contenitore con i farmaci della mattina.
«Si sveglierà tardi» disse riferendosi all’ospite. «Lo sai come sono i
musicisti».
Invece il sassofonista arrivò qualche minuto più tardi, stringendo lo
strumento tra le mani. «Ho composto un brano» annunciò felice e un po’
imbarazzato. «L’ho intitolato Il viaggiatore incantato».
«Mi piacerebbe ascoltarlo» disse la signora.
Bonamente lo trovò bellissimo e rischiò seriamente di commuoversi.
Per fortuna ebbe il buonsenso di lasciare la sala, evitando l’imbarazzo
generale. Qualche minuto più tardi uscì dalla pensione con in tasca la lista
delle commissioni del giorno. Banca, poste, fornitori. Nanà la stilava la
sera. Ora lui non aveva più tempo per andare alla sala Bingo o a
bighellonare al centro commerciale: troppe responsabilità e doveri. Alla
malattia pensava in modo diverso. La morte gli faceva meno paura. Anche
la vita. Anche il mondo. Ne aveva uno tutto suo, progettato su misura dalla
sua signora. La signora del martedì.
EPILOGO

Q
uattordici mesi e una manciata di giorni. Per Nanà quattordici mesi vissuti
senza essere sopraffatta dal passato. La sua gestione della pensione
Lisbona si era rivelata un successo. Le camere erano sempre prenotate con
largo anticipo. E i clienti spesso tornavano. Anche per lei, la bella donna
che conosceva i misteri dei distillati. Quattordici mesi di rinascita. Perché
è possibile. Una vita può contenere diverse esistenze se si è capaci di
inventarle. E una fiaba è la più bella delle invenzioni.
Poi, nel tardo pomeriggio di un giovedì con un cielo appena velato, si
presentò l’uomo con gli stivali texani. Portava in dono una bottiglia molto
costosa. Quando Nanà lesse l’etichetta capì che era finita. Un’altra volta
ancora, nulla sarebbe stato come prima.
Il whisky proveniva da un’isola scozzese, e la distilleria superava i due
secoli di attività quando era bruciata. Anni dopo, tra le macerie, erano
state ritrovate un centinaio di botti che il fuoco non aveva intaccato.
Un distillato di grande pregio ma segnato dalla sfortuna. Da sempre. Si
diceva custodisse lo spirito del marinaio che sogna di tornare sulla sua
nave per rinunciare all’inganno della terraferma.
Ora toccava a Nanà rinunciare all’inganno di aver osato tentare di
sottrarsi al suo nome e alla sua storia.
«Ti hanno scoperta» confermò l’uomo. «Del resto era inevitabile che
accadesse».
Qualcuno aveva notato la sua presenza nel quartiere e col tempo l’aveva
ricollegata alla pensione Lisbona. La voce era girata lenta ma inesorabile,
arrivando alle orecchie della squadra di Pagano, che aveva ordinato a un
paio di sottoposti di controllare.
L’uomo con gli stivali texani era stato previdente e aveva stretto un
accordo con uno sbirro vicino al commissario. Il sovrintendente capo
aveva un nipote scapestrato finito nelle mani di un usuraio e l’amico di
Nanà aveva aggiustato la faccenda senza clamore. Al poliziotto, in cambio,
aveva chiesto solo la cortesia di essere messo al corrente di ogni notizia
che riguardasse tale Malacrida Alfonsina detta Nanà.
E così era venuto a sapere che la legge era tornata a occuparsi della sua
protetta.
Nanà pianse, alternando parole di dolore e di rabbia. L’uomo versò per
entrambi una dose abbondante di whisky.
Lei buttò giù senza apprezzare. «Mi arresteranno?» chiese asciugandosi
le labbra.
«Non subito. Il commissario è furioso per essere stato preso per il culo
da una pregiudicata, un attore porno al tramonto e una vecchia travestita
latitante. Vuole trascinarvi in tribunale per l’omicidio di Tommaso, ma ha
saggiamente deciso di delegare la costruzione del castello accusatorio a
una nota trasmissione televisiva. Quando l’opinione pubblica vi avrà
giudicato, condannato e massacrato sui social, Pagano verrà
personalmente ad arrestarvi con un numero adeguato di cronisti e
telecamere al seguito».
Ormai andava sempre così: forze dell’ordine, giudici e media si
scambiavano favori senza ritegno quando serviva una spinta per montare
un caso e orientare giudizi.
«Una troupe è già arrivata in città» aggiunse. «Hanno intenzione di farti
la festa domani».
Lei non riuscì ad arginare la disperazione. «Io in galera non ci torno,
piuttosto mi ammazzo».
L’uomo le credette, già altre volte Nanà aveva ribadito quell’intenzione.
Avrebbe voluto abbracciarla e stringerla forte. Invece si accese un’altra
sigaretta. «Non succederà» disse in tono piatto. «Tra qualche ora lascerai
la città. È già tutto organizzato».
Alfonsina faticò a concentrarsi su quanto aveva appena udito. «E la
pensione, i clienti?» disse dopo un po’. «Non posso lasciare tutto così».
«Smettila di recitare e ricordati chi sei» sbottò lui gelido. «Sei solo un
vecchio orso del circo della cronaca nera, pronto a ballare alla musica di
sbirri e giornalisti per il divertimento di una massa di idioti feroci. Ti eri
illusa che si fossero dimenticati la gabbia aperta, invece stavi solo
aspettando il tuo turno, e ora per salvarti sei costretta ad abbandonare per
sempre questa piccola tana in cui ti eri rifugiata. La colpa è solo tua, Nanà,
dovevi sapere che per quelli come te non esiste il diritto all’oblio».
Lei alzò le mani per interromperlo, lui continuò alzando appena la voce:
«Fino a quando continuerai a chiamarti Alfonsina Malacrida sarai il loro
orso del cazzo. Non ti lascerebbero perdere nemmeno da morta, alla
notizia i social traboccherebbero di insulti e maledizioni. L’unico modo
per fotterli è fuggire, sparire per sempre, fingere che la terra ti abbia
inghiottito».
Lei lo fissò risentita. Ma solo per un attimo. Sapeva bene che l’uomo
aveva ragione e che era stato sgradevole solo per strapparla al torpore
della disperazione.
Non appena iniziò a recuperare lucidità si rese conto di essersi
completamente dimenticata del suo socio.
«E Bonamente? Deve assolutamente venire con me».
Lui sospirò. Avrebbe preferito che Nanà partisse da sola ma l’attore non
poteva finire nelle mani dei giornalisti e degli sbirri. Non solo perché era
innocente, ma perché senza alcun dubbio non sarebbe stato capace di
reggere la pressione: prima o poi avrebbe fatto anche il nome di lui.
«Dove andremo?» chiese Nanà angosciata. «E con quali soldi? In banca
ne abbiamo pochi, la pensione è appena avviata…».
«A sud» mentì lui per la difficoltà di spiegare. I fuggiaschi in fondo
prendono quasi sempre quella direzione. Il sud sembra caldo, accogliente,
un luogo ideale per ricominciare. Ma è solo un’illusione. «E non
preoccuparti per il denaro. Ho pensato a ogni dettaglio». Fin dal giorno
dell’inaugurazione della pensione aveva iniziato a preparare la fuga di
Nanà, andando a riscuotere un credito importante.
L’uomo tirò l’ultima boccata e spense la sigaretta con studiata lentezza.
Sfuggire alla legge costa, e pur avendo messo a disposizione tutto quello
che aveva, quando si era reso conto che il denaro era insufficiente non
aveva avuto remore a usare alcune notizie contenute nel bloc-notes del
compianto Pietro Maria Belli per tirar su altri soldi.
«Passerò a prendervi alle tre del mattino» disse alzandosi. «Mi
raccomando: bagaglio leggero. E niente ricordi, servono solo a essere
identificati».
Subito dopo uscì dalla pensione e fece il giro della piazza per assicurarsi
che nessuno la tenesse sotto controllo. A un certo punto si fermò a
guardare l’insegna blu della Lisbona: il vessillo del regno fantastico di
Nanà che ora la costringeva a fuggire in un luogo lontano e che, con ogni
probabilità, le sarebbe costato un’altra accusa per omicidio. Ma era certo
che la sua assenza avrebbe indotto il circo mediatico a non pretendere il
processo in tribunale. I giudizi in contumacia, nella freddezza del diritto
discusso tra avvocati e giudici, non sono in grado di suscitare emozioni
nell’opinione pubblica. Servono corpi prigionieri da esibire, insultare e
deridere ossessivamente.
Si accorse di aver terminato le sigarette ma rimase ancora un po’ a
rimproverarsi di non aver fatto l’amore con Alfonsina quando lei lo
desiderava e lo amava. Si era imposto quel doloroso rifiuto per il bene
della sua amica, ma ora non poteva non pensare che, se si fossero messi
insieme, lei non sarebbe finita nel letto di Bonamente Fanzago scatenando
così la gelosia del signor Alfredo, che a sua volta aveva provocato la morte
di Tommaso e quella di Pietro Maria Belli. Una sciagurata concatenazione
di eventi e di effetti collaterali.
S’incamminò alla ricerca di un tabaccaio. Poi si sarebbe diretto all’hotel
in cui alloggiava la troupe incaricata di braccare Alfonsina Malacrida,
giusto per saggiare il terreno, per tentare di capire la portata
dell’operazione.
 
Nanà era un pezzo di ghiaccio, si muoveva come un automa cercando di
concentrarsi sulle cose da fare. Una fuga precipitosa era l’ultima cosa che
si aspettava, e ora non era certa di essere all’altezza. Avrebbe voluto
andarsene con un minimo di eleganza e dignità. Invece sarebbe stata
costretta a dire addio alla sua bella vita in punta di piedi, approfittando
del buio.
«Ti devo parlare» disse a Bonamente appena tornato dalla lavanderia.
«Aspettami in camera. Arrivo tra qualche minuto».
«È successo qualcosa?» domandò l’attore, allarmato dal sorriso falso
della donna.
Anziché rispondere, lo sollecitò con un gesto della mano mentre
afferrava il telefono interno per convocare gli ospiti in salotto. In quel
momento ne erano presenti solo due: Giusi, l’avvocatessa che non
bazzicava i tribunali ma gli uffici di grandi aziende europee. Ricca e
affermata, ogni tanto aveva bisogno di staccare, di abbandonare lavoro,
marito e figlio adolescente per qualche giorno. E Francesco, uno
scarmigliato filosofo radicale sessantenne che stava ultimando la stesura
di un saggio nel quale sosteneva che un’epidemia psicotica si era
abbattuta sull’infosfera e che la nuova ventata di razzismo derivava dalla
sconfitta e dalla conseguente umiliazione dei lavoratori bianchi, che un
tempo godevano del privilegio della solidarietà sociale e del progresso e
ora avevano le pezze al culo.
Gli altri erano attori di una compagnia impegnata nelle prove di una
pièce di Sam Shepard, che la critica locale aveva già definito noiosa e
radical-chic. Avevano avvertito che non sarebbero venuti a cena e che si
sarebbero accontentati di una pizza appena usciti dal teatro.
 
«Mi spiace» disse Alfonsina a Giusi e a Francesco, «ma credo sia meglio
che vi trasferiate in un altro alloggio perché domani mattina una troupe
televisiva ostile farà irruzione nella pensione. Ho già provveduto a
sistemarvi in una struttura di buon livello».
Entrambi furono comprensivi e collaborativi quando si resero conto con
chi avrebbero avuto a che fare. Nell’ambiente dell’avvocatessa non erano
ammesse situazioni pubbliche imbarazzanti e il filosofo non poteva
rischiare di mettersi in cattiva luce con l’editore che aveva promesso di
prendere in considerazione il suo saggio.
Nanà chiamò la segretaria di produzione del teatro e sistemò gli altri
clienti inventandosi un allagamento delle loro stanze, prima di dirigersi a
passo deciso verso quella dell’attore.
Bonamente l’attendeva seduto sulla sua poltrona preferita. Lei parlava e
lui muoveva le mani, posandole di volta in volta sul petto, sul volto e sulla
testa, a seconda della gravità delle parole che uscivano dalla bocca di
Nanà.
Ovviamente scoppiò a piangere e lei lo imitò, abbracciandolo forte.
«Non posso partire» farfugliò Bonamente asciugandosi le lacrime. «Non
sono tagliato per una vita avventurosa. E poi la mia salute ha bisogno di
attenzioni».
«È vero. Però puoi star sicuro che in un carcere italiano nessuno ti
preparerà le medicine e si preoccuperà delle visite di controllo» obiettò la
donna, appoggiandogli una mano sulla guancia. «Vieni con me,
Bonamente, ti prego».
«Non sapresti cosa fare il martedì» disse lui serissimo.
Nanà rimase senza respiro. Quelle parole, che potevano sembrare una
battuta goffa e magari inopportuna in quel momento, ebbero il potere di
sgretolare tutte le sue difese, costruite negli anni per mantenere le
distanze da quel gigolò che l’aveva sempre amata. Allora lo baciò. A lungo
e con una tenerezza rimasta nascosta chissà dove.
L’attore non ebbe più nessun dubbio: l’avrebbe seguita ovunque.
Poco dopo, mentre fissava un trolley vuoto che non sapeva come
riempire, felicemente turbato dalla dichiarazione d’amore della sua
signora, rifletté sul fatto che trasferendosi in tutta fretta all’estero e
cambiando identità avrebbe perduto ogni diritto sulla pensione.
Cercò un foglio e una busta e scrisse una lettera indirizzata al notaio. Lo
stesso a cui si era rivolto il signor Alfredo poco prima di fuggire. Poi
chiamò Erminia.
«Domani non venire» disse Fanzago. «Non farti vedere per un paio di
giorni».
«Che succede?».
«Alfonsina e io dobbiamo partire. Non abbiamo scelta».
«Ma che c’avete tutti?» sbottò la donna, esasperata. «A un certo punto
ve ne andate e a me non pensa nessuno».
«Ti lascio la pensione» disse l’attore. «È giusto che rimanga a te. Così
smetterai di preoccuparti per tua figlia e tuo genero».
«Cosa vuoi che dica?» borbottò lei, triste e imbarazzata, dopo un lungo
silenzio. «Grazie e buona fortuna».
 
Alle tre in punto Alfonsina Malacrida e Bonamente Fanzago scivolarono
fuori dal portone della pensione Lisbona. L’uomo con gli stivali texani li
aspettava da una ventina di minuti. La spedizione all’hotel in cui
alloggiava la troupe si era rivelata un fiasco. Tecnici, giornalisti e autori
avevano preso possesso del bar ma non si erano lasciati sfuggire una sola
parola. E quando lui aveva timidamente chiesto notizie sul motivo della
loro presenza in città gli avevano raccontato una balla credibile.
Professionisti, nulla da dire.
Viaggiarono in silenzio. Le uniche voci provenivano dalla radio. Due
sociologi commentavano una recente ricerca sui sentimenti degli italiani,
secondo cui quelli più diffusi erano rancore, astio e indifferenza.
Raggiunsero il parcheggio di un magazzino di mobili a due passi da un
casello dell’autostrada mentre i due rassicuravano gli ascoltatori sul fatto
che la situazione era destinata a migliorare. Negli anni.
L’uomo si fermò a fianco di una berlina scura dall’aria costosa, da cui
scese una coppia di signori anziani e dall’aria innocua, molto ben vestiti. Si
presentarono come Roberto e Matilde. Li avrebbero accompagnati fino
alla prima destinazione. Poi sarebbe toccato ad altri.
«Grazie» disse Alfonsina rivolta all’uomo con gli stivali texani.
«Sto solo cercando di rimediare ai sensi di colpa» ribatté lui con la
sincerità riservata agli addii. «Miei e di Tommaso».
Lei avrebbe voluto fermare il tempo e chiedergli di raccontarle una
volta per tutte la verità che le era sempre stata negata “per il suo bene”.
Alfonsina sapeva di averne diritto, e quella certezza si era trasformata in
un vecchio chiodo arrugginito che le trafiggeva mente e cuore fino a
piantarsi nello stomaco. Sentiva che un giorno l’avrebbe uccisa, perché
nulla come l’ingiustizia ti avvelena giorno dopo giorno. Si disse che a poco
serviva rinascere tentando l’avventura di una nuova esistenza. Sarebbe
appena bastato a soddisfare il bisogno di non subire senza ribellarsi. Si era
scordata di essere Alfonsina Malacrida solo indossando i vestiti del signor
Alfredo alla pensione Lisbona. Ma adesso era costretta a lanciarsi nel
vuoto, affidandosi a degli sconosciuti.
Nanà tenne per sé quei pensieri. Abbracciò l’uomo con gli stivali e salì
in auto.
 
La troupe della nota trasmissione televisiva tentò un’irruzione nella
pensione Lisbona alle nove e trenta del mattino ma dovette arrendersi di
fronte al portone sbarrato. La giornalista che la guidava, conosciuta per la
tenacia con cui azzannava le prede, incassò la scomparsa della Malacrida e
del suo complice senza battere ciglio e improvvisò, dedicando il servizio
alla fuga dei “due amanti diabolici”. Ovviamente si attribuì il merito di
aver scoperto lo scellerato complotto criminale organizzato per
assassinare l’avvocato Tommaso Fontana e rifilò all’opinione pubblica la
versione concordata con il commissario Pagano. Le fotografie dei due
fuggiaschi apparvero ovunque sui media e sui social e i presunti
riconoscimenti superarono ogni previsione grazie ai soliti mitomani, ai
buontemponi e ai solerti volontari dell’avvistamento.
Solo qualche mese più tardi, quando venne formalizzata la loro
posizione di ricercati, fu appurato con certezza dalle forze dell’ordine che
i due avevano sconfinato in Austria attraverso un passo del Sud Tirolo.
Tracce del loro passaggio erano state successivamente individuate a
Vienna, Berlino e ad Amburgo, dove si riteneva si fossero imbarcati.
Il circo della cronaca nera dedicò loro altari a imperituro ricordo, con la
certezza che prima o poi qualcuno li avrebbe scovati e che sarebbero
finalmente stati a disposizione dello spettacolo. Secondo il giudizio
corrente che circolava sui social, una troia perversa, assassina e ingrata e
un gigolò scassato non potevano essere così abili o godere di protezioni
tali da poter scomparire nel nulla.
 
L’uomo con gli stivali texani uscì dal locale in cui aveva trascorso la
serata tra birre, costine di maiale marinate e buona musica. Gli capitava di
frequentarlo con una certa regolarità. Ogni sessanta giorni, per essere
precisi. Si trovava alla periferia di una cittadina tranquilla in mezzo alla
campagna, dove non succedeva mai nulla di importante e che distava un
paio d’ore di autostrada dalla città. Salì in auto e raggiunse il centro. Dalle
parti del municipio c’era una cabina telefonica piuttosto defilata. Non era
stato facile trovarla.
Digitò a memoria il numero di una rivendita di cordami e attese la
risposta.
«Come stanno?» chiese senza perdere tempo a salutare.
«Bene» rispose il signor Alfredo. E tutto sommato era vero. Per motivi
di sicurezza i due fuggiaschi erano ancora costretti a vivere in luoghi
diversi, ma lei aveva fatto in modo che potessero incontrarsi una volta alla
settimana. Il martedì, ovviamente. Dalle quindici alle sedici.
Ringraziamenti

Ringrazio Silvia Rota per l’erudita consulenza sui distillati.


Dalle isole scozzesi al Guatemala, un fantastico mondo di
alambicchi, storie e leggende.
NOTA SULL’AUTORE

Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956. Scoperto dalla scrittrice e


critica Grazia Cherchi, ha esordito nel 1995 con il romanzo Il fuggiasco,
pubblicato dalle Edizioni E/O e vincitore del Premio del Giovedì 1996. Per
la stessa casa editrice ha scritto: Arrivederci amore, ciao (secondo posto al
Gran Premio della Letteratura Poliziesca in Francia 2003, finalista all’Edgar
Allan Poe Award nella versione inglese pubblicata da Europa Editions nel
2006), La verità dell’Alligatore, Il mistero di Mangiabarche, Le irregolari, Nessuna
cortesia all’uscita (Premio Dessì 1999 e menzione speciale della giuria
Premio Scerbanenco 1999), Il corriere colombiano, Il maestro di nodi (Premio
Scerbanenco 2003), Niente, più niente al mondo (Premio Girulà 2008), L’oscura
immensità della morte, Nordest con Marco Videtta (Premio Selezione
Bancarella 2006), La terra della mia anima (Premio Grinzane Noir 2007),
Cristiani di Allah (2008), Perdas de Fogu con i Mama Sabot (Premio Noir
Ecologista Jean-Claude Izzo 2009), L’amore del bandito (2010), Alla fine di un
giorno noioso (2011), Il mondo non mi deve nulla (2014), la fiaba La via del pepe
(2014) con le illustrazioni di Alessandro Sanna, La banda degli amanti
(2015), Per tutto l’oro del mondo (2015) e Blues per cuori fuorilegge e vecchie
puttane (2017).
Per Einaudi Stile Libero ha pubblicato Respiro corto, Cocaina (con Gianrico
Carofiglio e Giancarlo De Cataldo) e, con Marco Videtta, i quattro romanzi
del ciclo Le Vendicatrici (Ksenia, Eva, Sara e Luz).
Per Rizzoli ha pubblicato Il Turista (2016) e Sbirre (con Giancarlo De Cataldo
e Maurizio de Giovanni, 2018).
I suoi libri sono tradotti in molte lingue e ha vinto numerosi premi sia in
Italia che all’estero.
Massimo Carlotto è anche autore teatrale, sceneggiatore e collabora con
quotidiani, riviste e musicisti.