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Il libro

B
L
le sue straordinarie doti fisiche e per le tecniche di
comba imento che ha messo a punto e insegnato. Ma è
stato molto di più, come rivelano questi suoi scri i, composti di
ge o negli ultimi mesi prima della morte e intesi come appunti
per un saggio personale, un’autobiografia non destinata alla
pubblicazione ma al proprio miglioramento spirituale. In queste
pagine Bruce Lee annotò sentimenti, emozioni, riflessioni sia sulle
arti marziali sia sui molteplici aspe i dell’esistenza. Dal kung fu
alla psicologia, dalla recitazione all’autoconoscenza, le sue parole
svelano il mondo di un uomo che ha saputo essere allo stesso
tempo, e in piena consapevolezza, poeta, filosofo, scienziato,
a ore, produ ore, regista, autore, coreografo, comba ente,
marito, padre, amico: un vero “artista della vita”.

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L’autore

BRUCE LEE (San Francisco 1940 - Hong Kong 1973), figlio di un


a ore di Hong Kong e di una donna euroasiatica, intraprese
dapprima la carriera di ballerino e poi, dai tredici anni, si dedicò
al kung fu, arrivando a creare un suo stile personale di
comba imento, il jet kune do. Noto sopra u o per i suoi film
considerati dei cult, ha lasciato un segno profondo
nell’immaginario colle ivo del Novecento.
Bruce Lee

IL TAO DEL DRAGONE


Verso la liberazione del corpo e dell’anima

A cura di John Li le
Prefazione di Linda Lee Cadwell
Traduzione di Anna Pole i
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A Shannon e Ian

Perché Bruce e Brandon augurerebbero


loro la ricchezza di un matrimonio felice
che deriva dall’unione di due anime.
Prefazione
Il cammino di un artista

Non sono molte le persone davvero eccezionali che incontriamo


nella nostra vita e, quando accade che il loro cammino intersechi il
nostro, quelle rare persone degne di nota ci lasciano un’impronta
indelebile. Un incontro con un essere umano straordinario, in un
particolare momento della vita, può davvero segnare il nostro
destino. Immagino che la maggior parte di noi possa contare sulle
dita delle mani le persone che hanno esercitato un’influenza così
importante da aver cambiato la nostra esistenza. Forse, a darvi una
simile ispirazione, sono stati vostra madre o vostro padre, un
maestro o un amico, uno scri ore o un personaggio storico. Senza
dubbio, se avete scelto questo libro, considerate Bruce Lee uno di
quei rari individui che hanno avuto una profonda influenza sulla
vostra vita.
Inutile dire che la mia vita è significativamente diversa da quella
che sarebbe stata se non avessi incontrato Bruce in quel fatidico
giorno del 1963. Gli sono grata dei nove anni di matrimonio che ho
avuto il privilegio di vivere con lui, un individuo straordinario e
pieno di talento. Ho conosciuto l’avventura di vivere a fianco di una
persona che aveva un’energia eccezionale e con lei ho avuto la gioia
di creare una famiglia. Ho imparato moltissimo da Bruce, che mi ha
guidato per tanti anni, fino alla fine. Se penso all’enormità del lavoro
che Bruce ha compiuto nella sua breve vita, sono indo a a credere
che l’energia dell’anima non si esaurisca con la scomparsa del corpo
fisico. Fin da ragazzo, Bruce parlava spesso di «un misterioso
potere» presente in lui, che motivava le scelte e i percorsi compiuti
nel suo viaggio terrestre. Credo che una cara eristica eccezionale di
Bruce fosse proprio la sua capacità di riconoscere e dare importanza al
misterioso dono che ardeva dentro di lui. Sapeva d’istinto che la sua
p
vita aveva uno scopo e, mentre perme eva alla saggezza antica di
parlare a raverso di lui, contemporaneamente dirigeva la sua
volontà verso la realizzazione delle proprie visioni.
Bruce ripeteva spesso che non è tanto ciò che accade nella vita di
ognuno a fare la differenza tra le persone; è piu osto il modo in cui
ognuno sceglie di reagire a quelle circostanze che dà la prova del
valore di una vita ben vissuta. Tracciare i sentieri principali della vita
di Bruce significa illustrare i punti cruciali di svolta e, forse, il
misterioso potere che diresse il suo cammino. Non fu un caso se
Bruce iniziò a studiare kung fu con il maestro Yip Man, che instillò
in lui il più ampio significato delle arti marziali, ben al di là della
mera dimensione fisica. E non fu un motivo qualsiasi che lo spinse a
studiare filosofia all’Università di Washington, ma il desiderio di
infondere alle arti marziali uno spirito filosofico. E non fu per caso
che, quando faceva l’a ore, Bruce rifiutò le proposte dei creatori
d’immagine ma, al contrario, lavorò per svelare ed esprimere il suo
vero sé. E ancora, la scelta di proseguire la sua educazione di
autodida a a raverso le ure insaziabili e scri i fecondi condusse
Bruce lungo il sentiero dell’ampliamento e dell’espansione delle sue
potenzialità.
Bruce fu un uomo veramente colto, perché diede sempre
l’opportunità a un fa o o a una situazione di insegnargli qualcosa di
più su se stesso. Da studioso, riusciva a far suo l’insegnamento
intelle uale e a trasformarlo in uno strumento di crescita personale.
Da filosofo, sapeva applicare i principi propri della sua arte al
tentativo più ampio di vivere come un autentico essere umano. Una
cara eristica davvero sorprendente di Bruce era la capacità di
comunicare il suo processo di apprendimento proprio mentre lo
stava interiorizzando o vivendo. Sia che stesse insegnando,
recitando, scrivendo o parlando, Bruce era in grado di rivelare il suo
personale processo di autoconoscenza. Come lui stesso disse, per
mezzo della sua arte marziale e dei suoi film stava «semplicemente e
onestamente esprimendo se stesso».
Tu o questo potrebbe essere superficialmente definito carisma,
ma, a un livello più profondo, la sua capacità di svelare l’anima
potrebbe essere chiamata arte. Come Michelangelo scolpì un blocco
p g p
di marmo per farne emergere il David, così fece Bruce, che tolse uno
dopo l’altro gli strati della sua anima per manifestare al mondo il suo
vero sé.
Sapete istintivamente che quando vedete Bruce sullo schermo
siete di fronte a un autentico essere umano? È dunque questo il
processo di svelamento che distingue Bruce dagli altri a ori e artisti
marziali?
Per coloro che lo hanno conosciuto personalmente, il Bruce a ore
è il medesimo Bruce uomo che hanno conosciuto nella vita reale.
Era superiore alla vita sempre, dentro e fuori dallo schermo.
Le parole di Bruce presentate in questo libro parlano con tale
eloquente chiarezza che non è necessario soffermarsi a spiegarle.
Semplicemente invito il le ore ad aprirsi all’opportunità di
conoscere meglio Bruce a raverso la condivisione dei suoi pensieri e,
magari, di riuscire a conoscere meglio anche se stesso. La meta
ultima del viaggio di Bruce era la pace della mente, il vero significato
della vita. Sono certa che Bruce, scegliendo il sentiero della
conoscenza di sé, invece di accumulare una serie di fa i ed eventi, e
il sentiero dell’autoespressione, invece di migliorare la propria
immagine, abbia compiuto il suo destino con una mente serena. E
questo mi dà pace. Bruce diceva che «per conoscersi ci vuole una
vita». Lui non sprecò un solo istante.

Odissea di un’anima antica

L’anima antica vagabondava in lungo e in largo per l’universo


spirituale.
L’anima era saggia, perché aveva vissuto nelle menti dei grandi
pensatori del mondo.
L’anima era profonda, perché la sua ricchezza di esperienze umane
poteva colmare un lago senza fondo.
L’anima aveva grande potere, che le veniva dal conoscere se stessa
a raverso innumerevoli vite dedite all’introspezione.
Nel regno senza tempo si trovano molte nuove anime; spesso
partono per venire a vivere nel mondo umano.
Ma l’anima antica restava nell’impalpabile nulla, aspe ando la
chiamata di un ospite corporeo speciale.
Accadde che il cuore e la mente di un giovane gridarono forte,
a irando l’a enzione dell’anima antica.
L’ospite immortale voleva ancora una volta benedire l’umanità con
la sua saggezza e compassione.
Per soli trentadue anni terrestri l’anima arse appassionata con un
potere misterioso.
Dando impulso all’umana ricerca della verità, liberando
un’incomparabile forza creativa e spirituale.
I capitani gemelli della conoscenza e della saggezza furono ben
serviti da colui che incarnava l’anima antica, anche se
L’anima di un artista rimane tra noi per un imperce ibile momento
nell’arco del tempo.
Mai invano, poiché nella veglia dell’odissea di quest’anima antica,
un’eredità di intuizioni venne incisa
Per arricchire il cuore e la mente, e forse per invecchiare l’anima di
chi osa osservarsi nello specchio della vera vita.

Linda Lee Cadwell


Introduzione
Un artista della vita

Circa sei mesi prima della sua morte, Bruce Lee si sede e a scrivere
un saggio profondamente personale che intitolò Nel mio processo
interiore e che conteneva le riflessioni fa e nel corso della sua vita
nell’ordine in cui gli si ripresentavano alla memoria. Preferendo
scrivere partendo dal suo cuore piu osto che dalla mente, Lee
annotò di ge o i suoi sentimenti e le sue emozioni più profondi
prima che potessero venire filtrati dal suo ego. Dopo parecchie
se imane, durante le riprese del film I tre dell’operazione drago (Enter
the Dragon) e mentre abbozzava altre idee per L’ultimo comba imento
di Chen (The Game of Death), riprese in mano quanto aveva scri o.
Sembra che abbia aggiunto ulteriori annotazioni ogni volta che si
sentiva ispirato; questo succedeva nel suo ufficio nei Golden Harvest
Studios di Hong Kong, nello studio di casa a Kowloon Tong o al
ristorante, quando usciva a pranzo o a cena. Ne fece o o versioni,
ognuna delle quali conteneva resoconti sempre più de agliati delle
sue esperienze di artista marziale, di a ore e sopra u o di essere
umano. Nella stesura finale del saggio (che presumibilmente Lee
scrisse solo per la propria formazione personale, visto che non fu
mai pubblicato), compare un’affermazione assai eloquente:
«Fondamentalmente, sono sempre stato un artista marziale per
scelta e un a ore di professione. Ma, sopra u o, spero di
realizzarmi lungo il cammino come un artista della vita». 1
Con l’espressione «artista della vita» Lee si riferiva al processo del
divenire di un individuo che, a raverso un’autonoma capacità di
giudizio, cerca di realizzare se stesso come essere umano completo,
cioè in senso fisico, mentale e spirituale. Inoltre, l’«artista della vita»
ha inteso me ere a nudo la propria anima per poter comunicare
onestamente con gli altri esseri umani, senza restare intrappolato
nella recitazione dei diversi ruoli sociali che solitamente si
interpretano (cioè nella creazione di immagini di sé). Come disse
una volta al giornalista canadese Pierre Berton, «è facile per me
me ere in piedi uno show, fare il vanitoso e sentirmi piu osto
disinvolto. Posso anche fare tu a una serie di cose che non sono
autentiche e restarne accecato. Oppure posso mostrarti delle mosse
davvero fantastiche. Ma esprimersi onestamente, senza mentire a se
stessi, questo, amico, è davvero qualcosa di difficile da fare». 2
Tu avia, nonostante la difficoltà, anzi, l’enormità del compito, Lee
cercò di rispe are questo intendimento in ogni sua a ività, nei
rapporti con gli amici e i parenti, nelle relazioni di lavoro,
nell’ideazione e realizzazione delle coreografie, nella direzione e
interpretazione dei film, così come scrivendo saggi filosofici, testi di
psicologia, composizioni poetiche. Una volta, a Hong Kong, disse a
Ted Thomas, che lo intervistava: «La mia vita … mi sembra
un’autoverifica, un rivelamento del mio sé, a poco a poco, giorno per
giorno». 3 E questo è evidente sopra u o nell’arte di scrivere di Lee.
Indipendentemente da quale sia il sogge o, che può spaziare dalla
cultura dell’arte marziale cinese alla poesia intrisa di sentimento, si
ha la ne a sensazione, nel leggere le parole di Lee, che i suoi scri i
siano davvero genuini, opere di un uomo vero che stava realmente
me endo a nudo la sua anima. È curioso che, per oltre un quarto di
secolo, Lee sia stato riconosciuto principalmente per le sue abilità
fisiche e per le sue ta iche nell’arte del comba imento disarmato.
Ma, come rivela il presente libro, questa è una prospe iva
superficiale e assolutamente inadeguata.
Bruce Lee era un uomo al contempo poeta, filosofo, scienziato (dei
processi fisici e di quelli mentali), a ore, produ ore, regista, autore,
coreografo, artista marziale, marito, padre e amico. Bruce Lee era un
individuo che sperimentava la vita in tu i i suoi meravigliosi aspe i
e che era affascinato dal processo di ciò che stava vivendo. Fu
sempre un pensatore a ento alle intuizioni relative alle verità
spirituali che si possono cogliere focalizzandosi sulla
consapevolezza umana.
Non sto suggerendo di leggere il presente volume solo dopo
essersi completamente liberati dalla percezione che abbiamo di
Bruce Lee artista marziale, ma di fare nuovo spazio nella mente per
incontrare Bruce Lee nelle vesti di poeta, filosofo, psicologo, uomo di
le ere, artista, a ore, sociologo, ricercatore spirituale, fautore
dell’autoaiuto. Bruce Lee artista della vita, insomma.
In futuro, chi vorrà rappresentare l’arte e la filosofia di Bruce Lee
dovrà conoscerne TUTTI gli aspe i. Dovrà conoscere, capire e
sopra u o sentire il significato contenuto nelle diverse versioni del
suo saggio Nel mio processo interiore, oppure il messaggio più
profondo presente nelle o o diverse stesure di Verso la liberazione
personale, nello stesso modo in cui ora è in grado di imitare le sue
tecniche di comba imento e di ripetere le sue massime sull’arte
marziale.
Un grande artista possiede il dono di comunicare stati d’animo e
sentimenti a raverso la sua arte. Guardando un quadro appeso alla
parete di un museo è possibile cogliere istantaneamente il
sentimento – persino il pensiero – dell’artista nel preciso momento in
cui lo dipingeva. Il tempo non ha importanza in questo tipo di
comunicazione, perché l’emozione è trasmessa così chiaramente e
distintamente, quasi che fossimo noi l’artista. Allo stesso modo, se
osserviamo le ampie e colorate pennellate che Bruce Lee dipinse
sulla tela della vita con il pennello della sua esistenza, riusciamo a
scorgere intuitivamente la sua personalità, la sua passione e le sue
sincere convinzioni, a percepire veramente la sua anima. Se, come
Lee disse una volta, l’arte è «la musica dell’anima che si è fa a
visibile», 4 allora questo libro è la sua sinfonia.
Se leggerete il presente volume con ciò che Lee amava definire
«calma e serena consapevolezza», vi accorgerete che, nei momenti in
cui vi sentite più rilassati, non state tanto leggendo un libro, quanto
piu osto facendo visita a un vecchio amico. Anche se Bruce Lee non
è più con noi fisicamente, continua a comunicare a raverso la
scri ura, che trascende i limiti della mortalità umana.
Mentre apprezziamo la compagnia del nostro vecchio amico,
dovremmo anche tenere presente il suo consiglio: cercare di
diventare artisti della vita. Faremmo il peggior torto al nostro amico
– e in ultima analisi a noi stessi – se lo me essimo semplicemente su
un piedistallo e ado assimo le sue parole e convinzioni come se
fossero le nostre. Nella sua le era a John (inclusa nella parte finale
del libro), riguardo alla propria arte Lee disse:
Vedi, John, … il tuo modo di pensare non è assolutamente uguale al
mio. L’arte, dopotu o, è un mezzo per conquistare la libertà
personale. Il tuo cammino non è il mio, e viceversa. Così, sia che noi
possiamo stare insieme oppure no, ricorda bene che l’arte VIVE dove
c’è assoluta libertà. 5

Si corre un pericolo non da poco quando si sta troppo vicino al


fiume di pensieri di un’altra persona, perché più forte è la corrente e
più è facile caderci dentro e venire trascinati lontano da se stessi. Noi
invece cercheremo semplicemente di provare gioia nell’osservare il
flusso del pensiero di Bruce Lee, come se scorresse a raverso queste
pagine, notando dove tende e dove svolta, e dove ingrossa,
spumeggia e ribolle con la più grande energia. Se riusciamo a
scostarci un po’ dalla riva del fiume e a osservare questi pensieri dal
nostro personale e unico punto di vista, con cui ciascuno di noi si
sostiene sulla riva della vita, possiamo scorgere il disegno più
grande verso cui si stanno dirigendo: la direzione che il dito di Lee
indica, in altre parole. Proprio allora, nel momento in cui il fiume dei
pensieri di un uomo incontra il mare della comprensione umana,
saremo finalmente in grado di vedere «tu a la gloria celeste» di cui
Lee ci aveva parlato per la prima volta oltre un quarto di secolo fa e
dove è possibile sperimentare dire amente la meraviglia di essere
pienamente consapevoli, pienamente umani e vivi, completamente
se stessi. Perché, come Lee ha saggiamente notato, è solo a raverso il
processo di autoconoscenza che possiamo davvero conoscere tu o.

John Li le
Il Tao del Dragone

Non posso insegnarti; posso solo aiutarti a esplorare te stesso.


Nient’altro. 1
Bruce Lee
Parte prima
KUNG FU
Quando Bruce Lee, a dicio o anni, da Hong Kong ritornò nella sua terra
natia, l’America, portò con sé il sogno di diffondervi l’arte cinese del kung
fu, allora poco conosciuta.
Lee, a quel tempo, aveva davvero l’intenzione di fondare una serie di
centri di kung fu in tu i gli Stati Uniti. Ma quando la sua conoscenza
divenne più vasta, grazie all’età e alle sue esperienze nella filosofia e nell’arte
marziale, non sentì più il bisogno di esaltare le virtù della tradizione,
sebbene continuasse a rispe arla.
Lee non abbandonò mai l’eredità e la tradizione cinese che gli erano
proprie; semplicemente, col tempo, cominciò a cercare le radici comuni
dell’umanità, che trascendono l’appartenenza a una nazione, per giustificare
il suo credo e le sue azioni. È interessante notare che quando iniziò ad avere
il controllo sul contenuto filosofico dei suoi film, nel 1972, ciò che rivelò era
tra o dalla tradizione orientale. Questi scri i, che hanno ampiamente a che
fare con la filosofia cinese e con l’arte marziale, furono stilati agli inizi degli
anni Sessanta. Sono una splendida riflessione di un giovane Bruce Lee, che
con passione tentava di diffondere e condividere con gli occidentali la
bellezza della sua cultura cinese.
Il Tao del kung fu: uno studio sull’arte marziale cinese

Il kung fu è una tecnica speciale, un’arte raffinata piu osto che un


semplice esercizio fisico o un mezzo di autodifesa. Per i cinesi, il
kung fu è l’arte so ile di combinare l’essenza della mente all’essenza
delle tecniche che devono essere utilizzate.
Il principio del kung fu non è qualcosa che può essere appreso,
come una scienza, a raverso i fa i o seguendo delle istruzioni.
Deve crescere spontaneamente, come un fiore, in una mente libera
da desideri ed emozioni. Il nucleo di questo principio del kung fu è il
Tao, la spontaneità dell’universo.
La parola Tao non ha un esa o equivalente nelle lingue
occidentali. Renderla con il termine Via – o Principio o Legge –
significa darne un’interpretazione ridu iva.
Lao- u, il fondatore del taoismo, descrive il Tao nel modo
seguente:

La Verità che può essere espressa a parole non è la Verità eterna; il


Nome che può essere pronunciato non è il Nome eterno. Concepito
senza nome, è la causa del cielo e della terra. Concepito con un
nome, è la madre di tu e le cose. Solo l’uomo eternamente libero
dalla passione può contemplare la sua essenza spirituale. Colui che è
ostacolato dai desideri può vedere solo la sua forma esteriore.
Queste due cose, lo spirituale (Yin) e il materiale (Yang), anche se
vengono chiamate con nomi diversi, sono una sola, e questo vale
anche per la loro origine. L’identità è il mistero dei misteri. È la
porta di tu o ciò che è so ile e meraviglioso. 2

In Masterpieces of World Philosophy si afferma: «Il Tao è l’inizio


senza nome delle cose, il principio universale so eso a tu o, la causa
suprema e ultima, e il principio della crescita». 3 Huston Smith,
autore del saggio The World’s Religion, ha spiegato il Tao come «La
Via della Realtà Ultima – la Via o il Principio so eso a tu a la vita, o
la Via a cui l’uomo dovrebbe adeguare la propria vita per confluire
nel Principio in base al quale l’universo opera». 4
Sebbene nessuna parola possa rendere il suo significato, ho usato
la parola Verità – la Verità insita nel kung fu, la Verità che ogni
praticante di kung fu dovrebbe seguire.
Il Tao opera a raverso lo Yin e lo Yang, una coppia di energie
reciprocamente complementari che sono presenti e so ese in tu i i
fenomeni. Il principio Yin-Yang, conosciuto anche col nome di T’ai
Chi, è la stru ura fondante del kung fu. Il T’ai Chi, o Grand
Terminus, risale a oltre tremila anni fa e fu descri o da Chou Chun I.
Il principio Yang (raffigurato con il bianco) rappresenta la
positività, la fermezza, la virilità, la solidità, la luminosità, il giorno,
il calore e così via. Il principio Yin (raffigurato con il nero) è il suo
opposto. Rappresenta la negatività, l’arrendevolezza, la femminilità,
l’inconsistenza, il buio, la no e, il freddo e così via. La teoria di base
del T’ai Chi è che niente è immutabile al punto da non poter essere
mai so oposto al cambiamento. In altre parole, quando l’a ività
(Yang) raggiunge il suo punto estremo, diventa ina ività, e
l’ina ività dà forma allo Yin. L’ina ività estrema si trasforma a sua
volta in a ività, che è Yang. L’a ività genera l’ina ività e viceversa.
Questo sistema di reciproco aumento e diminuzione è perenne. Da
qui si può notare che le due forze (Yin-Yang), sebbene sembrino in
confli o tra di loro, sono in realtà interdipendenti; anziché
antagonismo, c’è cooperazione e alternanza tra i due principi.
L’applicazione del principio Yin-Yang nel kung fu si esprime nella
Legge di armonia, secondo cui è necessario essere in armonia, e non in
contrasto, con la forza e l’impeto dell’avversario. Ciò significa che
non si deve fare nulla che non sia naturale o spontaneo; la cosa
importante è non forzare in alcun modo. Quando l’avversario A
esercita la forza (Yang) su B, B non deve resistergli con la forza. In
altre parole, B non deve utilizzare la forza positiva (Yang) contro la
forza positiva (Yang) dell’avversario, ma, al contrario, arrendersi ad
A con dolcezza (Yin) e dirigere A verso la direzione della propria
forza, utilizzando così la forza negativa (Yin) per fronteggiare la
forza positiva (Yang).
Quando la forza di A arriva al massimo punto di tensione, la
positività (Yang) si trasformerà in negatività (Yin), e B potrà cogliere
A in un momento di distrazione e a accarlo (Yang). In tal modo,
l’intero processo non è innaturale né forzato; B accorda i suoi
movimenti in modo armonioso e continuo con quelli di A, senza
opporre resistenza e senza sforzo.
L’idea appena menzionata dà origine a una legge stre amente
legata alla precedente, la Legge di non interferenza con la natura, che
insegna al praticante di kung fu a dimenticarsi di se stesso e a
seguire il suo avversario più che se stesso; a non farsi avanti, ma a
rispondere in modo adeguato.
L’idea di base è di sconfiggere l’avversario arrendendosi a lui e
utilizzando la sua stessa forza. È per questo che il praticante di kung
fu non si fa mai valere contro il suo avversario e non si me e mai in
posizione frontale rispe o alla direzione della forza dell’avversario.
Se viene a accato, non opporrà resistenza, ma controllerà l’a acco
muovendosi ritmicamente con esso. Questa legge illustra i principi
della non resistenza e della non violenza, fondati sull’idea che,
mentre i rami di un abete si spezzano so o il peso della neve, la
semplice canna di bambù, più debole ma più flessibile, so o il peso
della neve si piega ma non si spezza. Nello I’Ching, Confucio
afferma: «Stare nella corrente del fiume è un dato di natura; bisogna
seguire la corrente e fluire con lui». Nel Tao Te Ching, il vangelo del
taoismo, Lao- u so olinea il valore della gentilezza. Contrariamente
al pensiero comune, il principio Yin, cioè l’arrendevolezza e la
flessibilità, è associato alla vita e alla sopravvivenza. Proprio perché
può arrendersi, un uomo può sopravvivere. Invece, il principio
Yang, che è duro e rigido, fa crollare l’uomo so o pressione (si
notino i due ultimi versi, che sono una chiara descrizione della
rivoluzione così come molte generazioni l’hanno percepita):

Da vivo, un uomo è flessibile, morbido;


Da morto è inflessibile, rigido.
Anche tu e le creature, l’erba e gli alberi, da vive
sono malleabili e flessibili,
e da morte sono secche e si sgretolano.
Il rigore inflessibile è il compagno della morte
e la dolcezza arrendevole è la compagna della vita.
I soldati inflessibili non o engono la vi oria;
l’albero più rigido è quello più pronto per la scure.
I forti e i potenti ruzzolano dai loro posti;
e gli umili e gli arrendevoli si elevano sopra tu i loro.

Il modo di muoversi nel kung fu è stre amente legato al


movimento della mente. Di fa o, la mente è abituata a dirigere il
movimento del corpo. La mente vuole e il corpo agisce di
conseguenza. Dato che è la mente a dirigere i movimenti fisici, il
controllo della mente è importante, anche se non è semplice da
conseguire. In un suo libro, Glenn Clark tra a di alcuni disturbi
emotivi che si riscontrano negli atleti:

Ogni centro di confli o, ogni emozione estranea, distru iva,


destabilizzante, interrompe il ritmo naturale e riduce il rendimento
di un uomo nell’azione agonistica molto più di quanto possano
danneggiarlo i problemi fisici e la stessa lo a corpo a corpo. Le
emozioni che danneggiano il ritmo interiore di un uomo sono l’odio,
la gelosia, l’avidità, l’invidia, l’orgoglio, la vanità, la bramosia e la
paura. 5

Per eseguire la tecnica corre a, nel kung fu, alla scioltezza fisica
deve affiancarsi la scioltezza mentale e spirituale, così da rendere la
mente non soltanto agile, ma anche libera. Per o enere questa libertà
mentale, chi pratica il kung fu deve rimanere calmo e tranquillo e
padroneggiare il principio del vuoto mentale (wu shin). Il vuoto
mentale non è una mente vuota che esclude ogni tipo di emozione e
non è neppure la semplice calma e la quiete mentale. Anche se la
calma e la tranquillità sono fa ori importanti, è sopra u o il
distacco – il «non a accamento» – della mente a costituire il
principio del vuoto mentale. Chi pratica il kung fu usa la propria
mente come uno specchio; non si a acca a nulla e non rifiuta nulla;
sa ricevere, ma non tra iene. Come sostiene Alan Wa s, il vuoto
mentale è «uno stato di pienezza in cui la mente funziona
liberamente e facilmente, senza la sensazione di una seconda mente
o di un ego che le sta sopra con un bastone». 6
Quello che egli intende è che la mente deve poter pensare ciò che
vuole senza interferenze provenienti da un pensatore separato o dal
nostro ego. Finché la mente pensa ciò che vuole, non fa alcuno sforzo
nel lasciar andare; la scomparsa dello sforzo nel lasciar andare è
esa amente la scomparsa di quel pensatore separato. Non c’è niente
che dobbiamo provare a fare, perché qualsiasi cosa arrivi, momento
dopo momento, viene acce ata, compresa la non acce azione.
Vuoto mentale, dunque, non significa essere privi di emozioni o
di sentimenti, ma essere qualcuno i cui sentimenti non si a accano a
niente e non sono bloccati. È una mente immune dalle influenze
emotive.
«Come questo fiume, tu o scorre incessantemente senza
interruzioni o soste.» 7 Il vuoto mentale adopera l’intera mente nello
stesso modo in cui noi usiamo gli occhi quando li posiamo sugli
ogge i senza fare alcuno sforzo particolare per fissarli. Chuang- u,
il discepolo di Lao- u, affermò:

Il bambino guarda le cose tu o il giorno senza ba ere le ciglia e


questo perché i suoi occhi non sono focalizzati su alcun ogge o
particolare. Va senza sapere dove sta andando, e si ferma senza
sapere cosa sta facendo. Si immerge nell’ambiente e fluisce con esso.
Questi sono i principi della salute mentale. 8

Pertanto la concentrazione nel kung fu non consiste, come si crede


solitamente, nel focalizzare l’a enzione su un singolo ogge o dei
sensi, ma nella serena consapevolezza di ciò che accade qui e ora.
Tale concentrazione si può notare, per esempio, negli spe atori di
una partita di calcio, che invece di concentrarsi specificamente sul
giocatore in possesso della palla, hanno una visione globale
dell’intero campo di gioco. In modo simile, la mente di chi pratica il
kung fu è concentrata, ma non rimane fissa su una specifica parte
dell’avversario. Ciò è vero sopra u o quando sta lo ando contro più
avversari. Per esempio, supponiamo che dieci uomini lo stiano
a accando uno dopo l’altro, pronti a bu arlo a terra. Non appena ha
messo fuori gioco il primo avversario, si dirigerà verso il secondo
senza perme ere alla sua mente di «fermarsi» di fronte a nessuno.
Anche se un colpo succede a un altro colpo, egli non lascerà che ci
siano momenti di pausa fra l’uno e l’altro.

Ognuno dei dieci avversari sarà così affrontato dopo l’altro e


ba uto con successo. Ciò è possibile solo se la mente si muove da un
ogge o all’altro senza «fermarsi» o venire bloccata da alcunché. Se la
mente non sa muoversi in questo modo, si finirà di sicuro col
perdere il comba imento in uno degli a imi che intercorrono fra gli
scontri. La mente è presente ovunque, perché non si a acca a nessun
ogge o particolare. E rimane sempre presente, perché, anche se ha a
che fare con questo o quell’ogge o, non si tiene stre a ad esso. Il
flusso mentale è come l’acqua che riempie uno stagno e che è sempre
in procinto di scorrere via. La mente ha un potere inesauribile perché
è libera, e si può aprire a tu o perché è vuota. Questo può essere
paragonato a ciò che Chang Chen Chi chiamava la «serena
riflessione». Egli scrisse: «Serenità significa tranquillità del non
pensiero, e riflessione significa chiara e vivida consapevolezza.
Pertanto, la riflessione serena è la chiara consapevolezza del non
pensiero». 9
Come ho affermato prima, chi pratica il kung fu aspira all’armonia
con se stesso e con il suo avversario. Inoltre, raggiungere l’armonia
con il proprio avversario è possibile non a raverso la forza, che
provoca confli i e reazioni, ma arrendendosi alla forza
dell’avversario. In altri termini, chi pratica il kung fu promuove lo
spontaneo sviluppo del suo avversario e non cerca di interferire di
propria iniziativa. Perde se stesso, rinunciando ai propri sentimenti
sogge ivi e alla propria individualità e diventando un tu ’uno col
suo avversario. Nella sua mente, gli opposti collaborano
reciprocamente, anziché escludersi reciprocamente. Quando il suo
ego e i suoi sforzi coscienti si arrendono a un potere che non gli
appartiene, allora raggiunge la suprema azione che è la «non azione»
(wu wei).
Wu significa «no», «non», e wei significa «azione», «a ività»,
«fare», «sforzo», «tensione». Wu wei non vuole dire non fare niente,
ma lasciar andare la mente da sé, avendo fiducia che funzionerà
bene per conto suo. Wu wei, nel kung fu, significa azione spontanea o
azione dello spirito, nel senso che la forza che governa è la mente e
non i sensi. Nel comba imento, chi pratica il kung fu impara a
dimenticarsi di sé e a seguire i movimenti del suo avversario,
lasciando la mente libera di fare le proprie contromosse senza
interferire intenzionalmente. Si libera da tu e le resistenze mentali e
ado a un a eggiamento arrendevole. Tu e le azioni che compie
sono prive di autoaffermazione; mantiene la sua mente libera e
spontanea. Appena sme e di fare questo, il suo flusso motorio sarà
disturbato e il suo avversario lo ba erà immediatamente. Perciò ogni
azione deve essere fa a senza intenzione, senza neppure «provarci».
Con il wu wei ci si assicura una «riposante facilità». Questa conquista
passiva, come ha so olineato Chuang- u, libererà il praticante di
kung fu dallo sforzo e dalla tensione:

Una volontà arrendevole possiede una riposante facilità, morbida


come soffici piume,
una quiete, una contrazione dall’azione, un’apparente incapacità di
agire.
Placidamente liberi dall’ansia, ci si muove
al momento opportuno; ci si muove e ci si rivolge nella linea
della creazione. Non ci si muove di propria volontà, ma si risponde
adeguatamente alle influenze esterne.
Non imporre niente a te stesso. Lascia che le cose
siano come sono, muoviti come l’acqua, rimani fermo come uno
specchio,
rispondi come un’eco, passa velocemente come il non esistente,
e sii quieto come la purezza. Chi vince, perde.
Non precedere gli altri, seguili sempre.

Il fenomeno naturale che, secondo il praticante di kung fu,


assomiglia di più al wu wei è l’acqua:

Niente è più debole dell’acqua,


ma quando a acca qualcosa di duro
o che oppone resistenza, allora niente può resisterle,
e niente modificherà il suo corso.

I passaggi appena citati, tra i dal Tao Te Ching, ci spiegano la


natura dell’acqua: l’acqua è così lieve che è impossibile afferrarla con
una mano; anche se la colpisci non puoi farle male; tagliala, ma non
verrà ferita; separala, ma non si dividerà. Non ha una sua forma
specifica, ma si modella a seconda dei suoi contenitori. Quando la si
riscalda fino allo stato di vapore, diventa invisibile, ma ha
abbastanza forza da spaccare la superficie della terra. Quando viene
congelata, si cristallizza in roccia massiccia. Prima è turbolenta come
le cascate del Niagara, poi placida come uno stagno, terribile come
un torrente e fresca come una sorgente in un caldo giorno d’estate.
Così è il principio del wu wei:
I fiumi e i mari sono i signori di centinaia di valli. La loro forza
risiede nell’umiltà, e per questo sono i re di tu e le valli. Così accade
che il perfe o maestro che desidera guidare gli uomini, li segue.
Anche se è superiore a loro, li segue. In questo modo, anche se è al
di sopra di loro, gli uomini non lo percepiscono come un torto. E
finché lui non farà alcuno sforzo, nessuno entrerà in confli o con
lui. 10

Il mondo è pieno di persone decise a diventare qualcuno e a


creare problemi. Vogliono andare avanti, dominare. Una simile
ambizione non serve al praticante di kung fu, che al contrario
respinge tu e le forme di autoaffermazione e di competizione:

Chi cerca di stare in punta di piedi non può stare tranquillo. Chi
tende le sue gambe troppo lontano da sé non può camminare. Chi
parla troppo di sé viene ignorato. Chi insiste troppo sul proprio
punto di vista, trova pochi che sono d’accordo con lui. Chi troppo
vuole nulla stringe. Chi è troppo orgoglioso verrà presto umiliato.
Quindi, chi agisce naturalmente evita tu i questi estremi.

Chi sa non parla;


chi parla non sa.
Ferma i tuoi sensi.
Lascia che le cose affilate vengano smussate,
i grovigli sciolti,
la luce soffusa,
e il tumulto a enuato.
Perché questa è l’unione mistica
in cui l’uomo saggio si muove spinto
non da affe o,
né da distacco,
né dal profi o o dalla perdita,
dall’onore o dalla vergogna.
Perciò viene considerato da tu i
con il massimo rispe o.

Il praticante di kung fu, se è davvero bravo, non è affa o


orgoglioso. L’orgoglio, secondo Eric Hoffer, «è un valore che deriva
da qualcosa che non è organicamente parte di sé». 11
L’orgoglio esalta l’importanza della superiorità di una persona
agli occhi degli altri. Vi sono paura e insicurezza, nell’orgoglio,
perché quando una persona aspira a essere ammirata e a
raggiungere un simile status, automaticamente ha paura di perdere
il suo status. Proteggere il suo status diventa allora il suo bisogno
più importante e questo la rende ansiosa. Hoffer afferma ancora:
«Minori sono la forza e la fiducia in se stessi, più è inderogabile il
bisogno di orgoglio. Si è orgogliosi quando ci si identifica con un sé
immaginario; il nucleo dell’orgoglio è il rifiuto di sé». 12

Come sappiamo, il kung fu mira all’autoconoscenza e il vero sé è


il sé interiore. Così, per realizzare il suo vero sé, chi pratica il kung fu
vive senza dipendere dalle opinioni altrui. Essendo indipendente,
non può avere paura di non essere stimato. Chi pratica il kung fu si
vota all’indipendenza e quindi non dipende dalla considerazione
altrui per la sua felicità. Un maestro di kung fu, a differenza di un
allievo, è riservato, calmo e modesto, e non nutre il benché minimo
desiderio di farsi notare.
Praticando a lungo il kung fu, la sua abilità diventa spirituale, e
lui stesso, che a raverso la ba aglia spirituale è diventato sempre
più libero, si trasforma. Per lui, fama e status non significano niente.
Dunque il wu wei è l’arte della non arte, il principio del non
principio. Per dirla nei termini del kung fu, il novizio non sa niente
del modo in cui si parano i colpi e si colpisce e ancora meno sa di se
stesso. Quando un avversario cerca di colpirlo, lui istintivamente
para il colpo. È tu o quello che può fare. Ma non appena ha inizio
l’addestramento, gli viene insegnato come difendersi e a accare,
dove mantenere la mente, e molti altri espedienti tecnici che gli
perme ono di fermare la sua mente in particolari frangenti. Per
questa ragione, ogni volta che prova a colpire l’avversario, si sente
insolitamente impacciato (ha perso completamente il significato
originario dell’innocenza e della libertà). Ma col passare del tempo,
quando il suo addestramento acquisisce piena maturità, i suoi
movimenti corporei e il modo in cui padroneggia la tecnica del
vuoto mentale assomigliano allo stato mentale che aveva all’inizio
del suo ammaestramento, quando ancora non sapeva niente e
ignorava completamente l’arte del kung fu. L’inizio e la fine
diventano vicini di casa. Nella scala musicale si può iniziare dal tono
più basso e salire gradualmente a quello più alto. Quando si
raggiunge il tono più alto, ci si accorge che assomiglia al tono più
basso. Similmente, quando raggiunge lo stadio più alto nello studio
degli insegnamenti taoisti, chi pratica il kung fu torna a essere una
persona qualsiasi che non sa niente del Tao, né dei relativi
insegnamenti, e che è privo di qualsiasi conoscenza. Si allontana dal
calcolo intelle uale e fa prevalere lo stato di vuoto mentale. Quando
si raggiunge la perfezione finale, il corpo con tu e le membra fa da
solo quello che deve fare, senza che la mente interferisca. L’abilità
tecnica diventa automatica e indipendente da qualsiasi sforzo
cosciente.
Ci sono grandi differenze tra la cura cinese del corpo e quella
occidentale. Alcune delle più evidenti: l’esercizio fisico cinese è
ritmico, quello occidentale è dinamico e pieno di tensioni; l’esercizio
fisico cinese sembra fondersi armoniosamente con la natura, quello
occidentale la domina; l’esercizio fisico cinese è sia un modo di
vivere sia una forma di educazione mentale, quello occidentale è
soltanto uno sport o, appunto, un esercizio fisico.
p pp
Forse la differenza principale sta nel fa o che la cura cinese del
corpo è Yin, mentre quella occidentale è Yang. Possiamo paragonare
la mente occidentale a una quercia che si erge immobile e rigida
contro il forte vento. Quando il vento scatena una tempesta, la
quercia si spezza. La mente cinese, invece, è come una canna di
bambù che si piega durante la bufera. Quando il vento si calma (cioè
quando arriva al punto di tensione estrema e si trasforma), la canna
di bambù si risolleva più forte di prima.
La cura occidentale del corpo è uno spreco di energia. L’abuso
delle proprie forze e lo sviluppo eccessivo degli organi fisici insito
nell’atletica occidentale è dannoso per la salute. La cura cinese del
corpo, d’altra parte, punta sulla conservazione dell’energia; il
principio di base è sempre la moderazione, senza arrivare a toccare
gli estremi. Di qualsiasi esercizio si tra i, esso consiste in movimenti
armonici finalizzati a equilibrare, e non a eccitare, il regime fisico di
ciascuno. Alla base vi è un regime mentale il cui unico obie ivo è
portare la mente a uno stato di pace e tranquillità. Con questo come
base, mira poi a stimolare il normale funzionamento del processo
interno di respirazione e della circolazione sanguigna.

The Tao of Gung Fu: A Study in the Way of Chinese Martial Art
Manoscri o, 16 maggio 1962, Bruce Lee Papers
Kung fu: il centro delle arti orientali

Il kung fu, centro delle arti cinesi di autodifesa, è un’arte filosofica la


cui finalità è promuovere la salute, educare la mente, e fornire i più
efficaci strumenti di autodifesa.
La sua filosofia si basa sull’integrazione delle filosofie del taoismo
e del ch’an (zen) – ovvero sull’ideale di essere in armonia e non in
opposizione rispe o alla forza dell’avversario. Proprio come il
macellaio protegge il suo coltello tagliando i pezzi di carne lungo le
ossa, chi pratica kung fu protegge se stesso completando le mosse
del suo avversario.
La parola kung fu significa «disciplina» e «allenamento» in
direzione dello scopo finale, che sia il promuovere la salute,
l’educare la mente o l’autodifesa. Non bisogna fare distinzioni tra
l’avversario e se stessi, perché l’avversario non è che l’altra parte
complementare (e non l’opposto). Non c’è vincitore, lo a, o dominio,
dato che l’idea è di accordare armoniosamente i propri movimenti a
quelli dell’avversario. Quando lui si espande, tu ti contrai; quando
lui si contrae, tu ti espandi. L’espansione è quindi interdipendente
rispe o alla contrazione e viceversa, perché l’una è la causa e il
risultato dell’altra.
Il connubio di gentilezza e fermezza è una forza inscindibile da
un’incessante azione motoria reciproca. Se una persona vuole andare
da qualche parte in bicicle a, non può spingere entrambi i pedali
contemporaneamente o non spingere affa o uno dei due. Per poter
andare avanti deve spingere su un pedale e lasciare l’altro
alternativamente. Così, per muoversi in avanti, è necessaria l’unione
dello spingere e del lasciare. La gentilezza da sola non sempre riesce
a neutralizzare una grande forza, né la mera forza bruta può domare
il nemico. Per sopravvivere in ogni comba imento è necessaria
l’armoniosa fusione di gentilezza e fermezza come parti costituenti
un’unità; a volte prevale la prima, altre volte la seconda, in una
successione dinamica simile al movimento di un’onda.
Il movimento allora fluirà davvero, perché la vera fluidità dei
movimenti risiede nella loro interscambiabilità. Gentilezza e
fermezza da sole non costituiscono che le metà di un intero spezzato,
ma unite creano la vera Via dell’arte marziale. La tendenza a
difendersi contro qualcuno è il risultato di un’eccessiva rigidità e
inflessibilità. Ricordiamoci che l’albero che si spezza più facilmente è
quello più rigido, mentre il bambù o il salice sopravvivono,
piegandosi quando il vento soffia durante la tempesta. È questo il
motivo per cui chi pratica il kung fu è docile anche se non si piega ed
è fermo anche se non è duro. La miglior metafora del kung fu è
l’acqua. L’acqua penetra nel granito più duro, perché è arrendevole.
Non la si può colpire o ferire, perché non si può avere la meglio su
chi non oppone resistenza. Essenzialmente, il kung fu si basa sulla
semplicità; è il risultato naturale di qua romila anni di
sperimentazioni approfondite e, pertanto, è di una complessità
molto sofisticata. Tu e le tecniche sono finalizzate allo scopo
essenziale, senza sprechi o mosse superflue, e tu o diventa la più
autorevole e logica semplicità del buon senso. Viene espresso il
massimo possibile con il minimo dispendio di movimenti e di
energia.
Il metodo per promuovere la salute si basa anch’esso sull’acqua,
perché l’acqua che scorre non stagna mai.
Il fine non è di sviluppare a oltranza il proprio corpo, né di
abusarne, ma di normalizzare la funzione corporea.
p
Manoscri o senza titolo, Bruce Lee Papers
Un momento di comprensione

Il kung fu è una tecnica speciale, un’arte raffinata piu osto che un


semplice esercizio fisico. È l’arte so ile di combinare l’essenza della
mente all’essenza delle tecniche che devono essere utilizzate.
Il principio del kung fu non è qualcosa che può essere appreso,
come una scienza, a raverso i fa i o seguendo delle istruzioni. Deve
crescere spontaneamente, come un fiore, in una mente libera da
desideri ed emozioni. Il nucleo di questo principio del kung fu è il
Tao, la spontaneità dell’universo.
Dopo qua ro anni di duro allenamento nell’arte del kung fu, ho
cominciato a capire e a percepire il principio della gentilezza, l’arte
di neutralizzare gli effe i dello sforzo dell’avversario e di
minimizzare il dispendio di energia. Tu o ciò va fa o con calma e
senza sforzo. Sembra facile, ma applicarlo nel concreto è stato
difficile. Mentre comba evo con un avversario, la mia mente
diventava completamente instabile e agitata. E dopo qualche
scambio di colpi e calci, la mia teoria della gentilezza era svanita nel
nulla. Il mio unico pensiero in quei momenti era: «In qualche modo
devo ba erlo e vincere!».
Il mio maestro, che allora era il professor Yip Man, capo della
scuola wing chun di kung fu, venne da me e mi disse: «Loong, 13
calmati e rilassa la mente. Dimenticati di te stesso e segui le mosse
dell’avversario. Lascia che la tua mente, la realtà fondamentale, guidi
le contromosse senza che tu possa interferire. E sopra u o, impara
l’arte del distacco».
Bruce Lee e il suo unico maestro di arte marziale, Yip Man

«È così!» pensai. «Devo rilassarmi!». Ma così avevo appena fa o


qualcosa che era in contraddizione con la mia volontà: precisamente
quando dissi a me stesso «devo rilassarmi». La richiesta di uno
sforzo in quel devo era già di per sé incompatibile con l’assenza di
sforzo insita nel rilassarmi.
Quando la mia autocoscienza arrivò a ciò che gli psicologi
definiscono come il tipo «double-bind», il mio maestro si avvicinò
ancora a me e mi disse: «Loong, proteggiti seguendo il flusso
naturale delle cose, senza interferire. Ricorda di non me erti mai
contro la natura; non prendere mai di pe o i problemi, ma
controllali muovendoti ritmicamente insieme a loro. Questa
se imana non allenarti. Vai a casa e rifle ici sopra».
La se imana seguente rimasi a casa. Dopo ore di meditazione e di
esercizi, andai da solo a navigare su una giunca. In mare ripensai a
tu i gli allenamenti che avevo fa o, mi infuriai con me stesso e
sferrai un pugno nell’acqua! Proprio allora – in quell’istante – ebbi
un’intuizione: non era forse l’acqua l’essenza stessa del kung fu? Non
mi aveva forse quest’acqua appena mostrato il principio del kung fu?
L’avevo colpita con tu a la mia forza, ma non si era fa a niente.
L’avevo colpita di nuovo con forza, ma non si era minimamente
ferita! Avevo provato ad afferrarla, ma era stato impossibile.
Quest’acqua, la sostanza più arrendevole del mondo, che può essere
contenuta nel vaso più piccolo, era debole solo in apparenza. In
realtà, era in grado di penetrare la materia più dura al mondo. Era
così! Volevo diventare anch’io come l’acqua.
Ad un tra o un uccellino volò via, proie ando il suo riflesso
sull’acqua. Proprio mentre stavo concentrandomi sulla lezione che
mi aveva appena insegnato l’acqua, ebbi un’altra intuizione: i
pensieri e le emozioni che provavo quando mi trovavo di fronte a un
avversario erano come il riflesso dell’uccello che era appena volato
via. Era esa amente quello che il professor Yip intendeva quando
parlava di distacco – non cancellare emozioni o sentimenti, ma
essere un individuo i cui sentimenti non sono bloccati né a accati a
niente.
Quindi, per riuscire a controllare me stesso devo prima
acce armi, assecondando, anziché contrastare, la mia natura. Ero
sulla barca e mi sentivo unito al Tao; mi ero fuso con la natura. Mi
distesi sulla barca e la lasciai andare liberamente al largo, facendole
seguire il suo corso. In quel momento avevo raggiunto uno stato
interiore in cui gli opposti erano diventati cooperativi invece di
escludersi l’un l’altro e in cui non c’era più alcun confli o nella mia
mente. L’intero mondo, in quel momento, si era unito per me.

A Moment of Understanding
Manoscri o, Bruce Lee Papers, pubblicato in Bruce Lee, The Tao of Gung Fu. A
Study in the Way of Chinese Martial Art, edited by John Li le, C.E. Tu le, Boston
1997, pp. 134-36
Riflessioni sul kung fu

Il kung fu è così straordinario perché non è affa o speciale. È


semplicemente la dire a espressione di quello che ognuno sente con
il minimo utilizzo di mosse e di energia. Ogni momento è autentico,
senza quell’artificiosità con cui tendiamo a complicare le cose. Più si
è vicini alla vera Via del kung fu, meno ci si disperde nell’esprimersi.
Il kung fu va inteso senza mosse ricercate o colpi spe acolari e
resterà un segreto finché cercheremo tecniche sofisticate e mortali. Se
ci sono segreti, devono essere rimasti nascosti agli sforzi e alla vista
dei suoi praticanti (dopotu o, quanti modi ci sono di affrontare un
avversario senza deviare troppo dal corso naturale?).
Il kung fu valorizza la straordinarietà dell’ordinario e il conce o
chiave non è quello di aumentare ogni giorno, ma di diminuire ogni
giorno. Essere saggi nel kung fu non significa aggiungere qualcosa in
più, ma essere capaci di rimuovere tu o ciò che è eccessivamente
elaborato e inutile, allo scopo di diventare semplici, come uno
scultore scolpisce una statua non aggiungendo, ma togliendo il
superfluo, affinché la verità venga rivelata liberamente. Il kung fu si
accontenta della semplice mano nuda, non ha bisogno di guanti
colorati che la abbelliscono e che anzi tendono a imbrigliarne le
funzioni naturali. La ve a della cultura tende alla semplicità, mentre
la cultura a mezza strada tende all’artificiosità.
Ci sono tre fasi a raverso cui si deve passare per apprendere il
kung fu: la fase primitiva, la fase dell’arte e infine la fase dell’innocenza.
La fase primitiva è lo stadio dell’ignoranza originaria in cui una
persona non sa nulla dell’arte del comba imento. Durante uno
scontro semplicemente para i colpi e colpisce seguendo l’istinto,
senza sapere se quel che fa è giusto o sbagliato. Senza dubbio costui
non è un esperto in materia, ma è comunque se stesso. Il secondo
stadio, chiamato fase dell’arte, si ha quando la persona comincia il
periodo di allenamento. Le vengono allora insegnati diversi modi di
parare i colpi e di colpire e diverse tecniche su come si deve sferrare
calci, restare in piedi, muoversi, respirare e pensare. L’allievo sta
indiscutibilmente assimilando un insegnamento scientifico sul
comba imento, ma proprio per questo, purtroppo, perde il suo sé
originale e il suo senso di libertà, e di conseguenza i suoi movimenti
non fluiscono più liberamente. La sua mente tende a fissarsi su
diverse mosse, a causa di un processo di elaborazione analitico.
Peggio ancora, potrebbe porsi dei limiti con l’intelle o e mantenersi
al di fuori della realtà. Il terzo stadio, la fase dell’innocenza, si ha
quando, dopo anni di seria e assidua pratica, l’allievo capisce che il
kung fu non è niente di speciale e, invece di provare a imporre la sua
mente sull’arte, si ada a all’avversario, come l’acqua, che esercita
una naturale pressione sulla superficie terrestre e scorre a raverso le
fenditure più so ili. Non c’è niente che bisogna «provare» a fare, a
parte mantenersi senza forma e senza intenzione, come l’acqua.
Prevale così il vuoto e il praticante non è più limitato.
Queste tre fasi si applicano anche ai differenti metodi praticati nel
kung fu cinese. Alcuni sono piu osto primitivi, con colpi e parate di
base. Nel complesso, essi mancano di fluidità e di varietà di
combinazioni. Altri metodi, più elaborati, d’altra parte tendono a
disperdersi nell’artificiosità e a farsi fuorviare dall’elegante sequenza
di movimenti, che serve più a intra enere che a comba ere davvero.
Sia la scuola chiamata «morbida» sia quella de a «dura» prevedono
spesso movimenti ampi e complessi con serie di mosse studiate per
raggiungere un unico scopo (come un artista che, insoddisfa o per
aver dipinto un semplice serpente, gli aggiunge qua ro piedi ben
fa i e proporzionati).
Quando vengono afferrati per il collo, i praticanti devono prima
fare questo, poi quello, e infine quest’altro, ma il metodo dire o
consisterebbe nel lasciare all’avversario il piacere di afferrarli per il
collo (visto che comunque lo sta facendo), per poi tirargli
semplicemente un bel pugno sul naso! Alcuni artisti marziali dai
gusti raffinati ritengono che questo sia poco sofisticato, troppo
ordinario e spontaneo. Ma è l’ordinario che noi incontriamo e con
cui ci confrontiamo nella vita quotidiana. L’arte è un’espressione di
sé; più un metodo è complicato e restri ivo, meno opportunità
abbiamo di esprimerci liberamente!
Le tecniche, anche se hanno un ruolo importante, sopra u o
all’inizio, non dovrebbero essere troppo complicate, restri ive o
meccaniche. Se ci a eniamo rigorosamente a esse, resteremo
confinati nelle loro limitazioni. Ricorda che è l’essere umano a creare
il metodo e non il metodo a creare l’essere umano e non fare l’errore
di costringerti a seguire dei modelli costruiti da qualcun altro, che
sono forse stati utili per lui, ma non necessariamente lo saranno
anche per te. Stai «esprimendo» la tecnica, non «stai eseguendo» una
tecnica; di fa o, non esiste colui che agisce, ma l’azione stessa. Se
qualcuno ti a acca, non è la tecnica numero uno (o la numero due?)
che utilizzi, ma, nel momento in cui sei cosciente dell’a acco,
semplicemente ti muovi come un suono, come un’eco, senza alcuna
p
decisione premeditata. Quando ti chiamo, tu rispondi; quando ti
lancio qualcosa, tu l’afferri. È tu o qui.
Dopo tanti anni di pratica in diverse scuole ho capito che le
tecniche sono solo delle semplici linee guida per far capire a chi
pratica che ha fa o abbastanza! Certamente, persone diverse hanno
preferenze diverse e per questo io includo tecniche diverse, sia della
scuola di kung fu del Nord sia di quella del Sud. Bisogna osservare
da vicino tanto le differenze quanto le somiglianze di utilizzo.

21 dicembre 1964, Bruce Lee Papers


Insegna a te stesso l’autodifesa

Cosa faresti se un malvivente ti a accasse? Ti difenderesti e


comba eresti? O scapperesti a gambe levate? Cosa faresti nel caso
una persona che ami fosse con te? Ecco la questione più importante.
Basta prendere in mano un giornale e leggere quante aggressioni
capitano, non solo nelle periferie, ma anche nelle zone centrali delle
ci à, per capire quanto ci sia bisogno di metodi di autodifesa. Un
vecchio e affidabile proverbio dice: «uomo avvisato, mezzo salvato».
Lo scopo dei miei appunti sull’autodifesa non è soltanto quello di
avvisarvi, ma di premunirvi dandovi un’informazione pratica su
cosa fare se incontrate un aggressore, non importa quando grosso e
robusto sia.

Alcuni consigli sull’autodifesa


L’autodifesa non è uno scherzo. Puoi trovarti a dover comba ere
duramente per evitare seri danni e devi aspe arti d’essere colpito. Il
metodo d’autodifesa che sto per descrivere non ti eviterà di venire
a accato, ma ti darà un’o ima possibilità di uscire vincente
dall’a acco senza subire gravi lesioni. Devi acce are che possa
accadere e, se il tuo avversario dovesse colpirti, almeno in quel
momento devi ignorare il dolore e, invece di arrenderti, usarlo come
stimolo per passare al contra acco e vincere (tieni bene a mente che
quando sei a accato, il tuo aggressore ha una mente unilaterale, tesa
unicamente alla tua distruzione, e raramente considera quello che
puoi fare tu. Se gli fai vedere che deve confrontarsi con qualcosa che
non si aspe ava, il suo ego offensivo si ridimensionerà del 50 per
cento e per neutralizzare il suo a acco tu avrai un vantaggio
psicologico dalla tua parte). Forse non ti sembrerà molto
incoraggiante, ma le possibilità di subire un a acco possono ridursi
enormemente se, quando cammini per strada, sopra u o da solo di
no e e in posti isolati, resti sempre vigile e a ento.
Tieni gli occhi bene aperti su ogni persona che ti sembra ti stia
seguendo o che ti pare si avvicini. Cammina nella parte esterna del
marciapiede o in mezzo alla strada. Stai a ento se senti dei passi
avvicinarsi e guarda le ombre, perché, passando vicino a un
lampione, le ombre di chiunque sia dietro di te si proie ano per terra
proprio davanti a te. Lo stesso accade in presenza di luci provenienti
dalle case o dai fari delle automobili di passaggio. Non appena vedi
un’ombra in simili circostanze, girati immediatamente per vedere a
chi o a che cosa appartiene. Ovviamente, evita sempre i posti dove
non ci sono luci. In strade deserte, lo ripeto, cammina sul bordo
esterno del marciapiede. Ti servirà a evitare che un malintenzionato
salti fuori all’improvviso da un portone, da dietro una casa o da un
giardino e ti porti via la borsa, il portafogli o peggio ancora.
Esa amente per la stessa ragione, suggerisco di camminare al centro
delle strade prive di marciapiedi e magari male o per niente
illuminate. Se lo ritieni opportuno, puoi anche a raversare la strada
per evitare una persona sospe a. Se dovesse seguirti, perlomeno
renderebbe evidente la sua intenzione. Anche se sto per ripetermi,
sento il dovere di so olineare ancora una volta che il successo di un
a acco dipende dalla sorpresa, e se sei abbastanza vigile da
prevenire una sorpresa, il tuo contra acco ha già più probabilità
d’avere la meglio. La cosa principale è accorgersi che stai per essere
a accato, così puoi gridare e urlare, oppure concentrarti per capire
come reagire nei confronti dell’aggressore. Fai più rumore possibile,
perché questo, naturalmente, tende a scoraggiare i malviventi. Spero
di non averti spaventato e di non averti indo o a credere che
camminare per strada non sia sicuro. Di certo la mia intenzione non
voleva essere questa, ma le statistiche dei giornali dimostrano che le
aggressioni a persone indifese sono in aumento.

Le basi dell’autodifesa
C’è un unico principio basilare dell’autodifesa: colpire l’avversario
prima possibile con l’arma più efficace e nel punto più vulnerabile.
Sebbene il principio sia uno, è meglio suddividerlo in punti più
precisi e analizzarli accuratamente:

1. qual è l’arma più efficace;


2. la velocità;
3. il punto da a accare.

L’ARMA
Quando è possibile scegliere, consiglio di optare sempre per la
gamba. È più lunga del braccio e può assestare un colpo più pesante
ed è anche molto più potente. Così, se qualcuno manifestasse
l’intenzione di aggredirti, il tuo calcio lo colpirebbe prima che sia in
grado di sferrarti un pugno, se cominciate entrambi alla stessa
velocità.

LA VELOCITÀ
Non c’è tempo per rifle ere su che tipo di difesa o arma usare.
Ovviamente, se non sei pronto, sarà l’aggressore a sferrare per primo
il colpo, e a quel punto la tua difesa risulterà inutile. Solo
l’allenamento può dare risultati. Se credi che un allenamento di
pochi minuti sia inutile e pensi che le probabilità di un’aggressione
siano scarse, fai parte di quelle persone che incoraggiano i
delinquenti ad a accare, e nessuno potrà aiutarti se mai dovesse
verificarsi un’emergenza.

IL PUNTO PER IL CONTRATTACCO


I punti più vulnerabili per il contra acco, se sei aggredito da un
uomo, sono l’inguine, gli occhi, l’addome e le ginocchia.
Teach Yourself Self-Defense
Manoscri o, 1962, Bruce Lee Papers
La psicologia nella difesa e nell’a acco

La statura e il peso di un uomo non sono mai indicatori a endibili


della sua forza e della sua potenza muscolare. Gli uomini più piccoli
di solito compensano la loro minore potenza con una maggiore
agilità, flessibilità, velocità di movimento, e con un’azione nervosa.
Tieni bene a mente quanto segue, quando comba i corpo a corpo
con un avversario: cerca di fargli perdere l’equilibrio, senza badare a
quanto è grande e grosso. Continua a muoverti più velocemente di
lui e non lasciarti impressionare dalla sua statura, dalle smorfie della
sua faccia feroce né dalle sue imprecazioni. Il tuo obie ivo è sempre
quello di a accare l’avversario nei suoi punti più deboli, che sono
principalmente gravitazionali, facendogli perdere l’equilibrio, e di
applicare le tecniche adeguate per volgere a suo svantaggio il suo
stesso corpo e i suoi arti. «Più sono grandi, più pesantemente
cadono.»
Nel comba imento a mani nude devi imparare a usare bene la
testa, le ginocchia e i piedi, tanto quanto sai usare le mani. Il
comba imento ti dà l’opportunità di impiegare queste parti del
corpo, specialmente i gomiti. Un altro semplice metodo mentre lo i
contro il tuo avversario è quello di pestargli i piedi. Dà risultati
insperati. Ricorda bene che quando un malvivente ti a acca, lui ha
una mente unilaterale che pensa unicamente a distruggerti, e
raramente considera quello che tu puoi fare; in questo caso hai
sempre dalla tua parte un vantaggio psicologico. Con lo sviluppo
delle proprie capacità di difesa emergono anche la sicurezza e la
fiducia in se stessi.

Psychology in Defense and A ack


Manoscri o, 1961 circa
Come scegliere un istru ore di arte marziale

In tu a sincerità, mi sento di dare il seguente consiglio ai le ori che


intendono avvicinarsi alle arti marziali: credete solo alla metà di
quello che vedete e non credete a niente di quello che sentite.
Prima di prendere una lezione da un qualsiasi istru ore, chiarite
bene con lui qual è il suo metodo e domandategli educatamente di
mostrarvi come me e in a o alcune tecniche. Usate il buon senso, e
se vi convince, allora andate avanti. Come si fa a capire che un
istru ore è bravo? In realtà la domanda andrebbe formulata così:
come si fa a riconoscere se un metodo è valido? Dopotu o, non si
possono imparare la velocità o la potenza di un istru ore, ma si può
valutare la sua abilità. Considerate quindi il valore del sistema,
piu osto che quello dell’istru ore; quest’ultimo è lì solo per indicare
la via e per guidare gli allievi alla consapevolezza che proprio lui è la
persona in grado di dare un senso e un’espressione al sistema.
Il sistema non dovrebbe essere meccanico e complicato, ma
semplice, senza nessun «potere magico». Il metodo (che in ultima
analisi è un non metodo) esiste per ricordare a qualcuno quando ha
fa o abbastanza. Le tecniche non hanno un potere magico e non
sono speciali; sono soltanto il fru o della semplicità di un profondo
buon senso.
Non farti impressionare da istru ori che con le loro mani riescono
a spezzare ma oni, che hanno pe i invincibili, avambracci di ferro e
cose simili.
Ricorda che non puoi imparare la loro abilità, puoi soltanto
imparare la loro tecnica. In ogni caso, la capacità di spezzare le
pietre, di sopportare un pugno sul pe o, di saltare molto in alto non
sono che acrobazie nell’arte cinese del kung fu. Di primaria
importanza sono le tecniche. Spezzare un ma one e colpire un uomo
p p p
sono due cose diverse: un ma one non reagisce, se viene colpito; un
essere umano invece si muove in fre a, cade, e così via, e tu o ciò
a enua il potere del colpo che si infligge. A che serve, se non si
possiede la tecnica, imparare il cosidde o colpo mortale del
maestro? E poi i ma oni e le pietre non si muovono e non reagiscono
al tuo a acco. Quindi, la prima cosa da prendere in considerazione
dovrebbe essere il sistema e, come ho de o prima, un sistema non
dovrebbe essere meccanico, complicato e stravagante, ma molto
semplice.
Cosa succede se il maestro non vuole mostrarti il suo stile? Se cioè
è troppo «modesto» e si tiene stre o il suo segreto «mortale»? Spero
che i le ori riescano a capire, riguardo alla modestia e alla
discrezione orientali, che i maestri – anche se è vero che quelli
davvero qualificati non si vantano e a volte non insegnano kung fu a
nessuno – sono esseri umani e che di certo non hanno dedicato dieci,
venti o trent’anni della loro vita all’arte marziale solo per non
parlarne a nessuno. Anche Lao- u, l’autore del Tao Te Ching, l’uomo
che disse «Chi sa non parla; chi parla non sa», scrisse circa
cinquemila versi per esprimere la sua personale do rina.
Per sembrare più abili di quello che sono, gli onorevoli esperti,
maestri e professori (in America sopra u o) dicono poco. Hanno
senz’altro fa o propria la più alta via della modestia e della
discrezione, perché è certamente più facile apparire saggi che parlare
saggiamente (agire da saggi è ancora più difficile). Più si vuole
apparire validi, più si tiene chiusa la bocca. Perché non appena si
parla (o ci si muove), le persone possono classificarci di
conseguenza.
L’ignoto è sempre meraviglioso e chi è «cintura rossa di
quindicesimo grado», gli «esperti delle scuole superavanzate» e gli
«onorevoli maestri» sanno come mantenersi a orno una misteriosa
aura di segretezza. Un de o cinese ben si ada a a questo genere di
persone: «Il silenzio è l’ornamento e la salvaguardia dell’ignorante».

Manoscri o, 1964, pubblicato in Bruce Lee, The Tao of Gung Fu. A Study in the
Way of Chinese Martial Art, edited by John Li le, C.E. Tu le, Boston 1997
Gentilezza e fermezza

Ho sentito spesso istru ori di diverse scuole affermare che il loro


sistema della gentilezza non necessita assolutamente di forza (la
forza è diventata una bru a parola, secondo loro) e che con un solo
tocco del dito mignolo possono far volare via il loro indifeso
avversario che pesa un quintale.
Dobbiamo renderci conto che la forza, anche se usata in modo
molto raffinato, è necessaria in un comba imento, e che un
avversario normale non si ba e caricandolo alla cieca con la testa
china (neanche un placcatore di rugby lo farebbe). Alcuni istru ori,
d’altra parte, affermano che con il loro sistema superpotente, si può
sconfiggere chiunque senza lasciargli alcuna possibilità di difesa.
Ancora una volta dobbiamo capire che una persona si muove e
cambia di posizione esa amente come la canna di un bambù si
muove avanti e indietro durante la tempesta per neutralizzare la
forza del vento.
Gentilezza e fermezza sono le metà di un intero e soltanto insieme
formano la vera Via del kung fu. Gentilezza e fermezza sono forze
inseparabili di un’incessante azione reciproca di movimento. Sono
concepite essenzialmente come unite, o come due forze coesistenti di
un tu o indivisibile. Se una persona vuole andare da qualche parte
in bicicle a, non può spingere entrambi i pedali
contemporaneamente o non spingere affa o uno dei due. Per poter
andare avanti deve spingere un pedale e lasciare l’altro
alternativamente. Così, per muoversi in avanti, è necessaria questa
unione dello spingere e del lasciare. Spingere è il risultato del
lasciare e viceversa, dato che ognuno è la causa e l’effe o dell’altro.
Allora il movimento fluirà davvero, perché la fluidità del movimento
risiede in questa interscambiabilità.
q
Chi pratica le arti marziali deve tenere presente che la gentilezza e
la fermezza hanno la medesima importanza e che non sono
indipendenti l’una dall’altra. Rifiutare l’una o l’altra conduce alla
separazione, e la separazione porta agli estremi.
Gentilezza e fermezza non sono realtà distinte, ma realtà opposte
e complementari che nella loro fusione danno luogo all’unità.
Ricordati sempre questa cosa, e se riesci a non stare troppo dalla
parte dell’una o dell’altra, puoi davvero apprezzare il bene e il male
di entrambe. Non la gentilezza opposta alla fermezza, ma la
gentilezza e la fermezza insieme diventano la vera Via.

The Tao of Jeet Kune Do


The Way of the Stopping Fist
Chinese Boxing from the Jun Fan Gung Fu Institute
Manoscri i, 1967 circa, Bruce Lee Papers
Il mio punto di vista sul kung fu

Alcuni istru ori di arti marziali preferiscono le forme e più sono


articolate e ricercate meglio è. Altri, invece, sono ossessionati dal
superpotere della mente (come Superman). Altri ancora preferiscono
avere mani e piedi deformati e passano il loro tempo a spezzare
ma oni, pietre, assi e via dicendo. Per quanto mi riguarda, l’aspe o
più straordinario del kung fu sta invece nella sua semplicità. Il kung
fu è semplicemente la dire a espressione del sentimento di ciascuno
con il minimo dispendio di energia e di movimento. Ogni mossa è
semplice e priva delle artificiosità con cui le persone tendono a
complicarla. La via semplice è sempre la via giusta e il kung fu non è
niente di speciale: più si è vicini alla vera via del kung fu e meno
spreco c’è nell’esprimersi.
Invece di insegnare semplicemente ad affrontare un duello, molte
scuole di arti marziali accumulano complicazioni eccessive, che
confondono e bloccano i praticanti e li distraggono dall’effe iva
realtà del comba imento, che è semplice, dire a e non classica.
Invece di andare subito al nocciolo delle cose, le forme elaborate e
le tecniche artificiose (la disperazione organizzata!) sono eseguite
«simbolicamente» per simulare un vero comba imento. Così, invece
di «essere» nel comba imento, questi praticanti fanno
«idealisticamente» qualcosa di relativo al comba imento. Ma il
peggio è che la fissazione per il supermentale da una parte e lo
spirituale dall’altra viene inculcata ai praticanti per ignoranza, al
punto che essi finiscono col ritrovarsi lontano, sempre più lontano,
nelle regioni del mistero e dell’astrazione, e quello che fanno
assomiglia a tu o – dalle danze acrobatiche alla danza moderna –
fuorché alla vera realtà del comba imento. Tu e queste confuse
complicazioni sono un vano tentativo di «fermare» e di «fissare» i
p
movimenti sempre mutevoli del comba imento e di sezionarli e
analizzarli come si fa coi cadaveri. Il vero comba imento non è fisso;
al contrario, è molto vivo. Pensare alla pratica in questo modo (come
a una forma di paralisi) finisce solo col solidificare e limitare ciò che
una volta era fluido e vivo.
Quando si esce dalle sofisticatezze e dalle cose di scarsa
importanza e si osserva realisticamente, ci si accorge che questi robot
(cioè i praticanti di questi metodi) sono ciecamente devoti alla
sistematica inutilità di praticare mosse meccaniche o acrobazie che
non portano a niente.
Il kung fu va inteso senza mosse ricercate o colpi spe acolari e
rimane un segreto finché cerchiamo ansiosamente le tecniche
sofisticate e mortali. Se ci sono segreti, devono essere rimasti nascosti
agli sforzi e alla vista dei suoi praticanti (dopotu o, quanti modi ci
sono di affrontare un avversario «senza deviare troppo dal corso
naturale»?).
Davvero, il kung fu valorizza la straordinarietà dell’ordinario, e la
sua pratica non consiste nell’aumentare ogni giorno, quanto nel
diminuire ogni giorno. Essere saggi nel kung fu non significa
aggiungere qualcosa in più, ma essere capaci di rimuovere tu o
quanto è eccessivamente elaborato e inutile, allo scopo di diventare
semplici, come uno scultore scolpisce una statua non aggiungendo,
ma togliendo il superfluo, affinché la verità venga rivelata
liberamente. In breve, il kung fu si accontenta della semplice mano
nuda, non ha bisogno di guanti colorati che la abbelliscano e che
anzi tendono a imbrigliarne le funzioni naturali.
L’arte è l’espressione di sé. Più un metodo è complicato e
restri ivo, meno opportunità ci sono di esprimersi liberamente!
Le tecniche, anche se hanno un ruolo importante, specialmente
all’inizio, non dovrebbero essere troppo complicate, restri ive o
meccaniche. Se ci a eniamo rigorosamente a esse, resteremo
confinati nelle loro limitazioni. Ricordati che stai «esprimendo» la
tecnica, non stai «eseguendo» una tecnica; di fa o, non esiste colui
che agisce, ma l’azione in sé. Quando uno ti a acca, non è la tecnica
numero uno (o la tecnica numero due, posizione due, sezione
qua ro?) che utilizzi, ma nel momento in cui sei cosciente
q
dell’a acco, semplicemente ti muovi come un suono, come un’eco
senza alcuna decisione premeditata. Quando ti chiamo, tu rispondi,
o quando ti lancio qualcosa, tu l’afferri. È tu o qui.

My View on Gung Fu
Da iloscri o, 1967 circa
Parte seconda
FILOSOFIA
Chi pensa a Bruce Lee principalmente come a un artista marziale
potrebbe sorprendersi scoprendo che la sua vera passione fu la filosofia. E
ancora più sorprendente è la vastità della sua conoscenza sia della filosofia
orientale, sia di quella occidentale. Questi scri i furono composti
principalmente durante gli anni in cui Lee frequentò l’Università di
Washington, dove si laureò in filosofia. Questo periodo della sua vita
contribuì immensamente a estendere le sue competenze intelle uali e la sua
a enzione al pensiero filosofico occidentale. Lesse le opere di Platone, di
Hume, di Cartesio, di Tommaso d’Aquino (di cui Lee probabilmente aveva
già assorbito per osmosi il pensiero, quando frequentava la scuola ca olica a
Hong Kong negli anni Cinquanta). Inoltre, questi saggi rivelano il pensiero
di Bruce Lee sulla sua concezione del mondo o della metafisica. Le sue prime
ricerche e le sue credenze sul taoismo, per esempio, in modo particolare la
concezione metafisica del monismo, non solo rimasero inta e dopo che
vennero passate al vaglio del pensiero speculativo occidentale, ma di fa o ne
uscirono rafforzate. Ancora più interessante, comunque, rimane il fa o che
questi saggi me ono in luce tematiche che Lee avrebbe compreso ed espresso
ancora più accuratamente da adulto, e che gli furono utili per acquisire la
capacità di indagare in modo indipendente e rispondere al bisogno di
trovare delle giustificazioni razionali. Quelli che qui presentiamo sono
alcuni dei suoi scri i più eloquenti e stimolanti.
Perché ho scelto la filosofia

Quando tornai dalla Thailandia con il gruppo di lavoro del Golden


Harvest Ltd., dopo la realizzazione del film Il furore della Cina colpisce
ancora (The Big Boss), molte persone cominciarono a chiedermi che
cosa mi aveva spinto ad abbandonare la mia carriera negli Stati Uniti
e a ritornare a Hong Kong a girare film cinesi. Probabilmente
pensavano che fosse un inferno lavorare alla realizzazione di film
cinesi, dato che a quel tempo l’industria cinematografica cinese non
era molto sviluppata.
A questa domanda non so dare una risposta semplice, a parte il
fa o che sono cinese e che devo compiere il mio dovere come cinese.
La verità è che sono nato in America ma sono cinese. Che io sia un
cinese nato in America è accidentale oppure potrebbe essere il fru o
della volontà di mio padre.
A quel tempo i cinesi che abitavano negli Stati Uniti, quasi tu i
provenienti dalla regione del Guangdong, erano molto nostalgici:
avevano nostalgia di tu o quanto era associato alla loro patria.
In un simile contesto, l’Opera cinese, con le sue cara eristiche
cinesi indiscutibilmente uniche, si rivelò un successo.
Mio padre era un artista famoso dell’Opera cinese ed era molto
popolare fra la gente. Trascorse molto tempo a recitare negli Stati
Uniti. Io nacqui quando portò con sé mia madre durante una delle
sue tournée.
Mio padre però non voleva che io ricevessi un’educazione
americana. Quando ebbi l’età giusta per andare a scuola, mi rimandò
a Hong Kong, la sua seconda patria, a vivere con i suoi parenti.
Forse dipese dalla professione di mio padre o forse dall’influenza
dell’ambiente, fa o sta che mentre studiavo a Hong Kong mi
interessai tantissimo di cinema. Mio padre allora era in conta o con
p
molte stelle del cinema e molti produ ori cinematografici. Tra questi
c’era il defunto signor Chin Kam. Mi condussero sul set e mi diedero
delle parti da recitare. Cominciai come un piccolo a ore e a poco a
poco diventai la stella dello spe acolo. Quella fu un’esperienza
davvero cruciale della mia vita. Per la prima volta mi confrontai con
l’autentica cultura cinese. Sentii di appartenervi con tu o me stesso e
ne rimasi incantato.
Non me ne resi conto allora e neppure capii quanto grande possa
essere l’influenza dell’ambiente nel plasmare la personalità e il
cara ere di ciascuno. Comunque, il conce o di «essere cinese» allora
era debitamente radicato.
Tra l’infanzia e l’adolescenza combinai disastri e fui molto
disapprovato dai miei genitori. Ero estremamente litigioso,
aggressivo, con un temperamento furioso e collerico. Non soltanto i
miei «avversari», tu i più o meno della mia età, mi evitavano,
persino gli adulti a volte dovevano fare i conti con me.
Non riuscii mai a capire che cosa mi rendesse così comba ivo. La
prima cosa che pensavo ogni volta che incontravo qualcuno che non
mi andava a genio era: «Sfidalo».
Sfidarlo in che modo? La sola cosa concreta che mi veniva in
mente erano i miei pugni.
Pensavo che la vi oria significasse bu are a terra gli altri, ma finii
per rendermi conto che la vi oria o enuta con la forza non è una
vera vi oria.
Quando mi iscrissi all’Università di Washington e fui illuminato
dalla filosofia, mi rammaricai di tu e le mie precedenti e immature
presunzioni.
Il mio corso di studi in filosofia era stre amente collegato al
temperamento comba ivo della mia infanzia.
Spesso mi chiedevo: «Cosa c’è dopo la vi oria? Perché la gente dà
tanta importanza alla vi oria? Cos’è la “gloria”? Quale tipo di
vi oria è “gloriosa”»?
Il professore incaricato di assistermi nella scelta del corso di studi
mi consigliò di iscrivermi a filosofia, per via della mia innata
curiosità. Mi disse: «La filosofia ti dirà perché l’uomo vive». Quando
dissi ai miei amici e parenti che avevo scelto di iscrivermi alla facoltà
p
di filosofia, tu i rimasero sorpresi. Pensavano che avrei fa o meglio
a studiare educazione fisica, visto che l’unica a ività extrascolastica
a cui mi ero interessato dall’infanzia fino alla fine della scuola erano
le arti marziali cinesi. Evidentemente, le arti marziali e la filosofia
sembravano loro antitetiche.
Penso che la parte teorica delle arti marziali cinesi stia diventando
piu osto vaga.
Ogni azione deve avere il suo perché, e dovrebbe esserci una
teoria esauriente e completa per sostenere l’intero sistema
conce uale delle arti marziali cinesi.
Desideravo infondere spirito filosofico alle arti marziali e per
questo motivo ho insistito nell’intraprendere gli studi filosofici. Non
ho mai smesso di studiare e di praticare le arti marziali. Mentre
traccio l’origine e la storia delle arti marziali cinesi, mi assale sempre
questo dubbio: adesso che ogni ramo del kung fu cinese ha preso
una propria forma e uno stile definito, sono queste le intenzioni
originarie dei suoi fondatori?
Credo di no. Il formalismo può ostacolare il progresso in ogni
aspe o della vita, filosofia inclusa. La filosofia fa entrare il mio jeet
kune do in un nuovo regno nella sfera delle arti marziali, e il jeet
kune do apre la mia carriera di artista a nuovi orizzonti.

Me and Jeet Kune Do


Articolo per un quotidiano di Taiwan, 1972; poi nella rivista «Bruce Lee:
Studies on Jeet Kune Do», 1976, del Bruce Lee Jeet Kune Do Club, Hong Kong;
quindi in Bruce Lee, Words of the Dragon. Interwiews 1958-1973, edited by John
Li le, C.E. Tu le, Boston 1997
A proposito della comprensione umana

Riguardo alla comprensione umana, ci sono impressioni semplici e


idee semplici. Un’impressione semplice ha un’immagine più forte e
vivida rispe o a un’idea semplice, ed è anche la causa di un’idea
semplice.
In altri termini, le idee semplici sono le copie di impressioni
semplici. Per esempio, vedo qualcosa di stimolante, questo smuove
qualcosa in me e a causa di tale impressione posso poi farmi un’idea
al riguardo. Perciò le idee semplici sono una copia dire a di
impressioni semplici e non possono essere divise in parti, ma
costituiscono un unico insieme.

Anche se le impressioni semplici e le idee semplici sono


generalmente una la copia dell’altra (le idee complesse sono le copie
di impressioni complesse), in casi eccezionali non lo sono. Per
esempio, posso immaginare un luogo dove non sono mai stato,
oppure, prendiamo il caso di un uomo che non riesca a vedere il
colore blu, può farsi una propria idea di quel colore in base alla
propria esperienza degli altri colori. Il termine «idea complessa», tra
virgole e, significa che è composta da semplici idee: per esempio,
una mela che ha un colore, un gusto, una grandezza, e così via.

Manoscri o, 8 febbraio 1964, Bruce Lee Papers


Vivere l’unità delle cose

Molti filosofi predicano una cosa e ne fanno un’altra, e la filosofia che


un uomo professa è spesso diversa da quello che realmente pratica
nella vita. La filosofia corre il rischio di diventare sempre più
soltanto qualcosa che si insegna.
La filosofia non sta «vivendo», è un’a ività che concerne una
conoscenza teorica, e molti filosofi non vivono le cose, ma creano
semplicemente delle teorie a riguardo, le contemplano. E
contemplare una cosa implica restarne al di fuori, mantenendo una
distanza tra la cosa e se stessi.
Nella vita acce iamo naturalmente la piena realtà di ciò che
vediamo e sentiamo, di solito senza ombra di dubbio. La filosofia,
invece, non acce a quello che la vita acce a; cerca di trasformare la
realtà in un problema. Si pone domande come: «Questa sedia che
vedo di fronte a me è davvero qui?», «Può esistere di per sé?». Così,
invece di semplificare la vita per vivere in armonia con la vita, la
filosofia complica la realtà rimpiazzando la serenità del mondo con
problemi senza fine. È come chiedere a una persona normale in che
modo sta effe ivamente respirando! Questa domanda ha l’effe o di
«spezzare» il respiro quando la persona ne descrive coscientemente
il processo.
Perché cercare di fermare e interrompere il flusso della vita?
Perché creare una simile complicazione?
Una persona semplicemente respira. L’approccio occidentale alla
realtà è molto teorico, e la teoria inizia a negare la realtà – a parlare
della realtà, a girare a orno alla realtà, a cogliere quello che a rae i
nostri sensi –, l’intelle o e l’astrazione sono al di fuori della realtà
stessa. Così la filosofia comincia col dire che il mondo esteriore non è
un fa o sostanziale, che la sua esistenza può essere messa in dubbio
e che ogni proposizione che afferma la realtà del mondo esteriore
non è evidente, ma va divisa, sezionata e analizzata.
È come allontanarsi coscientemente e cercare di far quadrare un
cerchio.
René Descartes (1596-1650), conosciuto col nome di Cartesio,
grande filosofo e matematico francese, sollevò il problema sopra
citato. Dato che l’esistenza di alcunché, neppure del mio essere, è
certa, cosa esiste nell’universo al di là di ogni ombra di dubbio?
Quando si hanno dubbi riguardo al mondo, e perfino all’intero
universo, cosa rimane? Prova a «uscire» fuori dal mondo per un
istante e a seguire il ragionamento di Cartesio per vedere cosa resta
davvero.
Per Cartesio rimane il dubbio, perché, se dubito di qualcosa,
significa che il dubbio esiste; posso avere dubbi sull’intero universo
ma non del fa o che sto dubitando di esso.
Dubitare è pensare, e il pensare è la sola cosa nell’universo di cui
non si possa negare l’esistenza, perché il fa o di negare è già
pensare. Quando si afferma che il pensiero esiste, automaticamente
si so intende che si esiste, perché non c’è pensiero che non contenga,
come uno dei suoi stessi elementi, un sogge o pensante.
Nel taoismo cinese e nel ch’an (zen) il mondo è concepito come
una realtà indivisibile, un campo di forze interrelate, e nessuna parte
del mondo può sussistere separatamente dalle altre. Ovvero, non ci
sarebbero stelle brillanti se non ci fossero stelle spente, e senza il
buio che fa da sfondo non ci sarebbero le stelle. Gli opposti sono
diventati mutualmente dipendenti invece di escludersi l’un l’altro, e
non esiste confli o tra l’individuo e la natura.
Dunque, se esiste il pensiero, esistiamo anch’io che sto pensando e
il mondo a cui sto pensando; l’uno esiste per l’altro, dato che non c’è
la possibilità di una separazione tra i due. Perciò, io e il mondo
siamo entrambi in una correlazione a iva; io sono colui che vede il
mondo, e il mondo è ciò che viene visto da me. Io esisto per il mondo
e il mondo esiste per me. Se non ci fossero cose da vedere, da
pensare, da immaginare, io non potrei vedere, pensare, immaginare.
Quindi, io non esisterei. Un fa o sicuro, primario e fondamentale è
l’esistenza congiunta del sogge o e del mondo. Il primo non può
esistere senza il secondo. Non posso acquisire una comprensione di
me stesso senza tenere in considerazione gli ogge i e gli ambienti
che mi stanno intorno. Non penso finché non penso a cose; e proprio
per questo trovo me stesso.
Non serve parlare semplicemente degli ogge i della coscienza, sia
che si tra i di sensazioni pensate o della cera di una candela.
Un ogge o deve avere un sogge o e quella di sogge o-ogge o è
una coppia complementare (non opposta), come tu o il resto, che
costituisce le due parti di un intero, una in funzione dell’altra.
Quando arriviamo al nucleo, le parti opposte sono la medesima
cosa se vengono viste dal centro di un cerchio in movimento. Io non
faccio esperienza di qualcosa; io sono l’esperienza. Io sono la
consapevolezza. Nient’altro può essere me o può esistere.
Quindi noi non sudiamo perché fa caldo; il fa o di sudare è il
caldo. È vero dire che il sole è luce generata dal sole. Questo
peculiare punto di vista cinese non ci è familiare, perché è una nostra
ferrea convenzione pensare che il calore venga come prima cosa, e
poi, di conseguenza, che il corpo sudi. In altre parole, è sorprendente
come dire «formaggio e pane» anziché «pane e formaggio». Questo
capovolgimento apparentemente illogico e avverso al buon senso
può forse essere chiarito mediante il seguente esempio.

La luna nell’acqua
Il fenomeno della luna nell’acqua è paragonabile a quello
dell’esistenza umana. L’acqua è il sogge o e la luna è l’ogge o.
Quando non c’è l’acqua, non può esservi neanche la luna nell’acqua,
e lo stesso accade quando non c’è la luna. Ma quando la luna si alza
nel cielo, l’acqua non aspe a di ricevere la sua immagine, e quando
perfino la più piccola goccia d’acqua scorre, la luna non aspe a di
rifle ersi. La luna non ha intenzione di rifle ersi nell’acqua, e l’acqua
non riceve di proposito l’immagine della luna. Il fenomeno è causato
tanto dall’acqua quanto dalla luna, e come l’acqua rende visibile il
bagliore della luna, così la luna rende visibile la limpidezza
dell’acqua. Ogni cosa ha un’autentica relazione, una reciprocità in cui
il sogge o crea l’ogge o, proprio come l’ogge o crea il sogge o.
Dunque il conoscente non si sente più separato dal conosciuto; e
colui che fa esperienza non si sente più distaccato dall’esperienza che
sta vivendo. Di conseguenza, l’intera nozione di estrapolare qualcosa
dalla vita, di investigare a partire dall’esperienza, diventa assurda.
Per dirla in altre parole, diventa evidentemente chiaro che in
concreto io non ho un altro sé al di fuori dell’unicità delle cose di cui
sono consapevole.
Il maestro Lin-Chi della dinastia T’ang affermò: «Sii
semplicemente normale, per niente speciale. Mangia il tuo cibo, vai
di corpo, bevi e quando sei stanco vai a dormire. L’ignorante riderà
di me, ma il saggio comprenderà». Una persona non vive una vita
definita in modo conce uale o scientifico, perché la qualità
essenziale della vita vissuta consiste semplicemente nel viverla. Se
sei nel bel mezzo del divertimento, non lo puoi interrompere
fermandoti per un momento a esaminarti e a vedere se stai traendo il
massimo da quella occasione. Lo fai se non sei soddisfa o di questo
sentimento di felicità e vuoi sentire te stesso che si sente felice, per
essere sicuro di non perderti nulla.
Si esiste quando si lascia vivere la vita a raverso di noi, liberi nel
suo flusso, perché colui che sta vivendo non è conscio di vivere e
proprio in questo risiede la vita che lui sta vivendo. La vita vive; e
nel flusso dell’esistenza non si sollevano questioni. Perché la vita è
un istante che vive proprio adesso! La completezza, l’adesso, è
assenza della mente conscia che cerca di dividere quanto è
indivisibile. Se la completezza delle cose viene divisa, non è più
completa. Possono esserci tu i i pezzi di un’automobile che è stata
smontata, ma non si ha più la macchina nella sua natura originaria,
con la sua funzione o vita. Quindi, per vivere una vita in modo
autentico, la risposta è che la vita, semplicemente, è.

Living: The Oneness of Things


Manoscri o, 1963 circa, Bruce Lee Papers
L’unione di fermezza e gentilezza

La fermezza (Yang) e la gentilezza (Yin) sono due aspe i


complementari e interdipendenti nell’arte del kung fu.
L’idea degli opposti si forma perché si distingue la fermezza e la
si concepisce come se fosse un’entità separata dalla gentilezza.
Quando si fanno distinzioni riguardo a qualcosa, quel qualcosa
richiamerà il suo opposto. Apparentemente fermezza e gentilezza
sono opposti, ma in realtà sono interdipendenti, parti complementari
di un tu o. Il loro significato (gentilezza/fermezza) è dato DA
entrambe, ed entrambe trovano completamento l’una ATTRAVERSO
l’altra.
Questa unità delle cose è una cara eristica del pensiero cinese.
Nella lingua cinese, i fenomeni sono considerati come un tu o
perché il loro significato deriva l’uno dall’altro. Per esempio, gli
ideogrammi cinesi per «buono» e per «non buono», se combinati
insieme, rifle eranno la «qualità» di qualcosa (che sia buona o non
buona). Parimenti, l’ideogramma cinese per «lungo» e quello per
«corto», messi insieme, significano «lunghezza»; l’ideogramma che
designa il «comprare», se combinato con l’ideogramma «vendere»,
forma la parola «commercio». Tu i questi esempi dimostrano che
ogni cosa ha una parte complementare che va a formare un intero.
Adesso possiamo osservare l’unità della fermezza e della gentilezza
senza preferire troppo una delle due parti e, in questo modo,
apprezzare veramente il «bene/male» di ciascuna. Non solo ogni
cosa ha una parte complementare, persino in quella «unica» cosa
speciale ci deve essere la proprietà dell’altra parte complementare. In
altre parole, la gentilezza è nascosta nella fermezza e la fermezza a
sua volta è nascosta nella gentilezza. In entrambi i casi, che si tra i
della fermezza oppure della gentilezza, le due parti non dovrebbero
pp g p
mai stare separate; perché la separazione porterebbe agli estremi e
andare agli estremi non è mai la cosa migliore.

The Union of Firmness and Softness


Manoscri o, Bruce Lee Papers
Il taoismo

Il taoismo è la filosofia dell’unità essenziale dell’universo (monismo),


della reversibilità o polarizzazione (Yin e Yang) degli eterni cicli,
dell’annullamento di tu e le differenze, della relatività di tu e le
misure e del ritorno di tu o all’uno primordiale, alla divina
intelligenza, che è la fonte di ogni cosa.
Da questa filosofia nasce in modo naturale l’assenza di desiderio
per il confli o, per la contesa e la lo a in vista del proprio vantaggio.
Così gli insegnamenti del discorso evangelico della montagna
sull’umiltà e la mansuetudine trovano una base razionale e
nell’essere umano sorge un temperamento pacifico. Il taoismo me e
l’a enzione sulla non resistenza e sull’importanza della gentilezza.
L’idea di base del Tao Te Ching è la NATURALEZZA nel senso del wu
wei (la non azione), che realmente significa non compiere alcuna
azione innaturale. Significa spontaneità, cioè «sostenere tu e le cose
nel loro stadio naturale», il che le porta a «trasformarsi
spontaneamente».
In tal modo il Tao «non intraprende alcuna a ività e tu avia non
c’è niente che rimanga incompiuto».
Nella vita quotidiana ciò si esprime nel «produrre e costruire cose
senza possederle» e nello «svolgere un lavoro pur senza andarne
orgogliosi»; così la Via naturale risiede nel complemento a tu e le
altre vie artificiali, come per esempio le regole, le cerimonie e così
via.
Questa è la ragione per cui i taoisti non amano la formalità e
l’artificialità.
La Via naturale è paragonata alle vie dell’acqua, alla donna e al
bambino, ossia alla via del debole. In realtà, anche se sembra esserci
la glorificazione del debole, l’accento più forte è posto sulla
«semplicità». Una vita semplice è una vita schie a in cui il profi o è
messo da parte, la scaltrezza abbandonata, l’egoismo eliminato e i
desideri rido i. È una vita di «perfezione che sembra incompleta e di
pienezza che sembra vuota». È una vita luminosa come la fiamma di
una candela che non abbaglia. In breve, è una vita di armonia,
unione, contentezza, tranquillità, costanza, illuminazione, pace e
longevità.

Taoism
Da iloscri o, 1963 circa, Bruce Lee Papers
Yin e Yang

L’armonia veniva considerata il principio essenziale dell’ordine del


mondo, un campo cosmico di forza in cui lo Yin e lo Yang sono
eternamente complementari e continuamente in mutamento. Il
dualismo europeo vede il mondo fisico e quello metafisico come due
entità separate, al massimo come causa ed effe o, ma mai accoppiati
come il suono e l’eco, o la luce e l’ombra, come invece avviene nel
simbolo cinese che rappresenta tu i i fenomeni, lo Yin e lo Yang.
La filosofia dualistica ha regnato suprema in Europa, dominando
lo sviluppo della scienza occidentale. Ma con l’avvento della fisica
atomica, le scoperte basate su esperimenti dimostrabili sembrarono
negare la teoria dualistica e da allora la tendenza del pensiero è
tornata indietro alla concezione monistica tipica dell’antico taoismo.
Nella fisica atomica non viene riconosciuta una reale distinzione
tra materia ed energia; non è possibile fare una simile distinzione,
perché in realtà esse sono un’unica essenza, o quantomeno i due poli
di una medesima realtà. Non è più possibile, come accadde nell’era
scientifica meccanicista, definire in modo assoluto il peso, la
lunghezza, il tempo e così via, come hanno dimostrato i lavori di
Einstein, Planck, Whitehead e Jeans.
Allo stesso modo, la filosofia taoista, sullo sfondo in cui ebbe
origine e si sviluppò l’agopuntura, è essenzialmente monistica. I
cinesi concepiscono l’intero universo a ivato da due principi, lo
Yang e lo Yin, il positivo e il negativo, e credono che niente di ciò che
esiste, sia le cose de e animate sia quelle de e inanimate, esista se
non in virtù dell’interazione continua di queste due forze. Materia
ed energia, Yin e Yang, terra e cielo, sono concepite come un’unità
essenziale o come due poli coesistenti di un tu o indivisibile.
Il kung fu, la forma più antica di autodifesa, può essere definito
l’essenza concentrata della saggezza e del pensiero profondo nell’arte
dell’autodifesa. Non è mai stata superato in termini di capacità di
comprensione e per profondità di intelligenza. Kung fu significa
«allenamento e disciplina per scoprire la vera Via che conduce
all’obie ivo», che si tra i del promuovere la salute, della crescita
spirituale, o dell’autodifesa.
Lo scopo del kung fu, dunque, è promuovere la salute, educare la
mente e praticare l’autodifesa. La sua filosofia si fonda sul taoismo,
sul ch’an (zen) e sull’I’Ching (Il libro dei mutamenti), sull’ideale di
fronteggiare le avversità piegandosi delicatamente per poi tornare
diri i più forti di prima, e di ada arsi armoniosamente ai movimenti
dell’avversario senza sforzo né resistenza. Possiamo dire che il kung
fu è il tentativo cinese di scoprire i misteri della natura. L’armonia e
la calma sono gli elementi che contraddistinguono l’arte cinese del
kung fu.
Chi pratica il kung fu rinuncia a tu e le forme di
autoaffermazione e di competizione e pratica l’arte dell’oblio di sé,
per distaccarsi non solo dal suo avversario ma anche dal proprio
ego.
Essere docili e devoti non esclude a priori la forza, perché la forza
è necessaria alla delicatezza e le è di aiuto.
Se il rice ivo dovesse farsi avanti di sua iniziativa, si
allontanerebbe dalla sua proprietà naturale e non troverebbe la Via.
So ome endosi e seguendo il creativo, raggiunge il suo giusto e
stabile posto. E dato che il rice ivo nel suo movimento si ada a al
creativo, questi movimenti si realizzano. Così la terra dà alla luce
tu i gli esseri, ognuno nella propria particolare specie, in accordo
con la volontà del Creatore.

Yin-Yang
Da iloscri o, 1963 circa, Bruce Lee Papers
Wu shin
Il vuoto mentale

Il modo di muoversi nel kung fu è stre amente legato al movimento


della mente. Di fa o, la mente è allenata a dirigere il movimento del
corpo. La mente vuole e il corpo agisce di conseguenza.
Per eseguire la tecnica corre a nel kung fu, alla scioltezza fisica
deve far seguito la scioltezza mentale e spirituale, per rendere la
mente non soltanto agile, ma anche libera. Per o enere questa libertà
mentale, chi pratica il kung fu deve restare calmo e tranquillo e
padroneggiare il principio del vuoto mentale (wu shin). Il vuoto
mentale non è una mente vuota che esclude ogni tipo di emozione e
non è neppure semplicemente la calma e la quiete mentale. Anche se
la tranquillità e la calma sono fa ori importanti, è sopra u o il «non
a accamento» della mente a costituire il principio del vuoto mentale.
Chi pratica il kung fu usa la propria mente come uno specchio – non
si a acca a nulla e non rifiuta nulla; sa ricevere, ma non tra iene.
Come sostiene Alan Wa s, il vuoto mentale è «uno stato di pienezza
in cui la mente funziona liberamente e facilmente, senza la
sensazione di un secondo specchio o di un ego che le sta sopra con
un bastone». 14
Quello che egli intende è che la mente deve poter pensare ciò che
vuole senza interferenze provenienti da un pensatore separato o dal
nostro ego. Finché la mente pensa ciò che vuole, non fa alcuno sforzo
nel lasciar andare; la scomparsa dello sforzo nel lasciar andare è
esa amente la scomparsa di quel pensatore separato. Non c’è niente
che dobbiamo provare a fare, perché qualsiasi cosa arrivi, momento
dopo momento, viene acce ata, inclusa la non acce azione.
Il vuoto mentale, dunque, non significa essere privi di emozioni o
sentimenti, ma essere qualcuno i cui sentimenti non sono bloccati e
non si a accano a nulla. È una mente immune dalle influenze
emotive.
«Come questo fiume, tu o scorre incessantemente senza
interruzioni o soste.» 15 Il vuoto mentale adopera l’intera mente nello
stesso modo in cui noi usiamo gli occhi quando li posiamo sugli
ogge i senza fare alcuno sforzo particolare per fissarli. Chuang- u,
il discepolo di Lao- u, affermò: «Il bambino guarda le cose tu o il
giorno senza ba ere le ciglia e questo perché i suoi occhi non sono
focalizzati su alcun ogge o particolare. Lui va senza sapere dove sta
andando e si ferma senza sapere cosa sta facendo. Si immerge
nell’ambiente e fluisce con esso. Questi sono i principi della salute
mentale». 16
Pertanto la concentrazione nel kung fu non consiste, come si crede
solitamente, nel focalizzare l’a enzione su un singolo ogge o dei
sensi, ma nella serena consapevolezza di ciò che accade qui e ora.
Tale concentrazione si può notare, per esempio, negli spe atori di
una partita di calcio, che invece di concentrarsi specificamente sul
giocatore in possesso della palla, hanno una visione globale
dell’intero campo. In modo simile, la mente di chi pratica il kung fu
è concentrata, ma non rimane fissa su una specifica parte
dell’avversario. Ciò è vero sopra u o quando sta lo ando contro più
avversari. Supponiamo che dieci uomini lo stiano a accando uno
dopo l’altro, pronti a bu arlo a terra. Non appena ha messo fuori
gioco il primo avversario, si dirigerà verso il secondo senza
perme ere alla sua mente di «fermarsi» di fronte a nessuno. Anche
se un colpo succede a un altro colpo, egli non lascerà che ci siano
momenti di pausa fra l’uno e l’altro.
Ognuno dei dieci avversari sarà così affrontato uno dopo l’altro e
ba uto con successo. Ciò è possibile solo se la mente si muove da un
ogge o all’altro senza «fermarsi» o venire bloccata da alcunché. Se la
mente non sa muoversi in questo modo, si finirà di sicuro col
perdere il comba imento in uno degli a imi che intercorrono fra
due scontri. La mente è presente ovunque, perché non si a acca a
nessun ogge o particolare. E rimane sempre presente, perché, anche
se ha a che fare con questo o quell’ogge o, non si tiene stre a a esso.
Il flusso mentale è come l’acqua che riempie uno stagno e che è
sempre in procinto di scorrere via. La mente ha un potere
inesauribile perché è libera, e si può aprire a tu o perché è vuota.
Questo può essere paragonato a ciò che Chang Chen Chi chiamava
la «serena riflessione». Egli scrisse: «Serenità significa tranquillità del
non pensiero, e riflessione significa chiara e vivida consapevolezza.
Pertanto, la riflessione serena è la chiara consapevolezza del non
pensiero». 17
Non limitare e non avere preferenze è il fine dell’allenamento
spirituale. Quando non vi è a accamento a niente, si è ovunque.
Quando si occupa un decimo, si è assenti nei restanti nove decimi.
Chi pratica il kung fu deve disciplinarsi, imparando a lasciare fluire
la mente in modo spontaneo anziché confinarla volontariamente da
qualche parte.
No-Mindedness
Manoscri o, Bruce Lee Papers
Wu wei
La non azione

Chi pratica il kung fu aspira a essere in armonia con se stesso e con il


suo avversario. Raggiungere l’armonia con il proprio avversario è
possibile non a raverso la forza, che provoca confli i e reazioni, ma
arrendendosi alla forza dell’avversario. In altri termini, chi pratica il
kung fu promuove lo spontaneo sviluppo del suo avversario e non
cerca di interferire di propria iniziativa. Perde se stesso rinunciando
ai propri sentimenti sogge ivi e alla propria individualità, e
diventando un tu ’uno col suo avversario. Nella sua mente gli
opposti collaborano reciprocamente, anziché escludersi
reciprocamente. Quando il suo ego e i suoi sforzi coscienti si
arrendono a un potere che non gli appartiene, allora raggiunge la
suprema azione che è la non azione, il wu wei.
Wu significa «no», «non», e wei significa «azione», «a ività»,
«fare», «sforzo», «tensione». Wu wei, però, non vuole dire non far
niente, ma lasciar andare la mente da sé, avendo fiducia che
funzionerà bene per conto suo. La cosa più importante è non forzare
in nessun modo. Wu wei, nel kung fu, significa «azione dello spirito o
della mente», nel senso che la forza che governa è la mente e non i
sensi. Nel comba imento, chi pratica il kung fu impara a
dimenticarsi di sé e a seguire i movimenti del suo avversario,
lasciando che la mente sia libera di fare le proprie contromosse senza
interferire intenzionalmente. Si libera da tu e le resistenze mentali e
ado a un a eggiamento arrendevole. Tu e le sue azioni sono prive
di autoaffermazione; mantiene la sua mente libera e spontanea.
Appena sme e di fare questo, il suo flusso motorio sarà
disturbato e il suo avversario lo ba erà immediatamente. Perciò ogni
azione deve essere fa a «senza intenzione», senza neppure provare a
compierla.
p
Il fenomeno naturale che più assomiglia al wu wei è l’acqua.
L’acqua è la sostanza più arrendevole al mondo, ma può penetrare in
quella più dura.
L’acqua è così so ile che è impossibile afferrarla con una mano;
anche se la colpisci non puoi farle male; tagliala eppure non verrà
ferita; separala eppure non si dividerà. Non ha una sua forma
specifica, ma si modella a seconda dei suoi contenitori.
Il wu wei è l’arte della non arte, il principio del non principio. Per
dirla nei termini del kung fu, l’autentico novizio non sa niente del
modo in cui si parano i colpi e si colpisce, e ancora meno sa di se
stesso. Quando un avversario cerca di colpirlo, lui istintivamente
para il colpo. È tu o quello che può fare. Ma non appena ha inizio
l’addestramento, gli viene insegnato come difendersi e a accare, su
che cosa focalizzare la mente e molti altri espedienti tecnici che gli
perme ono di «fermare» la sua mente in particolari frangenti. Per
questa ragione, ogni volta che prova a colpire l’avversario si sente
insolitamente impacciato. Ha infa i perso del tu o il significato
originario dell’innocenza e della libertà. Ma col passare del tempo,
quando il suo addestramento acquisisce piena maturità, i suoi
movimenti corporei e il modo in cui padroneggia la tecnica del
vuoto mentale assomigliano allo stato mentale che aveva proprio
all’inizio del suo ammaestramento, quando non sapeva ancora
niente e ignorava totalmente l’arte del kung fu. L’inizio e la fine
diventano vicini di casa. Nella scala musicale si può iniziare dal tono
più basso e salire gradualmente al più alto. Quando si raggiunge il
tono più alto, ci si accorge che assomiglia a quello più basso.
Similmente, quando raggiunge lo stadio più alto nello studio del
kung fu, chi lo pratica torna a essere come una persona qualsiasi che
non sa niente del kung fu, priva di qualsiasi conoscenza. Lascia da
parte i calcoli intelle uali e fa prevalere lo stato del vuoto mentale.
Quando si raggiunge la perfezione finale, il corpo con tu e le
membra fa da solo ciò che deve fare, senza che la mente interferisca.
L’abilità tecnica diventa automatica al punto da essere indipendente
da qualsiasi sforzo cosciente.
È per questo che i cinesi affermano che la maggiore abilità
proviene da un livello pressoché inconscio.
p p
Wu wei
Manoscri o, Bruce Lee Papers
Lasciar andare

Esistono il QUI e l’ORA e per comprenderli c’è bisogno soltanto di una


cosa: l’apertura, la libertà – la libertà di essere aperti e non limitati da
alcuna idea, conce o e via dicendo. Possiamo continuare a provare,
ripetere, analizzare, seguire lezioni fino a diventare pallidi dalla
stanchezza, ma tu o questo non servirà a molto. Sarà solo quando
sme eremo di pensare e ci lasceremo andare che potremo
cominciare a vedere e a scoprire. Se la nostra mente è tranquilla, ci
sarà una pausa accidentale tra le sue febbrili a ività, ci sarà un
momento in cui ci si lascia andare, e sarà solo in quell’istante,
nell’intervallo tra due pensieri, che un lampo di COMPRENSIONE – che
non equivale al pensiero – potrà avere luogo.

The Le ing-Go
Manoscri o, 1960, pubblicato in Alan Wa s, This Is It, Pantheon, New York
1960, pp. 120-21
A proposito della filosofia occidentale

Il processo filosofico consiste nel ricavare o o enere un’informazione


chiara su praticamente qualsiasi tema, ma certi filosofi, come
Platone, si sono concentrati sull’indagine della sfera etica e morale.
In modo specifico, hanno preso in considerazione questioni che
riguardano il bene e il male o che cosa costituisce la vita ideale che
ogni essere umano dovrebbe impegnarsi a vivere.

Platone, a raverso il personaggio di Socrate, ha un metodo


particolare di presentare la sua posizione su un tema specifico. Il suo
metodo di argomentazione comprende tre fasi:
1. cominciando da determinate premesse,
2. passando a raverso un processo di ragionamento, condurre
l’avversario
3. alla sua conclusione.

L’unico modo di smontare il cosidde o metodo socratico di


argomentazione è un processo costituito anch’esso da tre fasi:

1. se la verità del primo viene sfidata con successo


2. e se le restanti premesse, basate sulla premessa originaria,
seguono logicamente,
3. la conclusione è falsa.

Philosophy
Manoscri o, 7 gennaio 1963, Bruce Lee Papers
Platone

Il filosofo greco Platone (428-348 a.C.) riteneva che l’educazione fosse


la chiave di tu o. Era convinto che, una volta che qualcuno avesse
appreso la giustizia, si sarebbe comportato in modo giusto; se
qualcuno si comporta ingiustamente, è semplicemente perché non
conosce l’alternativa.
Secondo Platone, tu i tendono per natura a essere buoni e, in
definitiva, tu e le azioni portano a qualcosa di buono. Platone era
convinto che la conoscenza morale è possibile.

Plato
Manoscri o, 7 gennaio 1963, Bruce Lee Papers
Il Gorgia di Platone

Autore: Platone.
Tipo di opera: filosofia della retorica, etica.
Il conce o e le principali idee sostenute: Socrate e Gorgia
discutono la questione concernente l’uso della retorica, e Socrate
inizia la discussione descrivendo la retorica come «l’arte della
persuasione». Ma, argomenta Socrate, se i retori non conoscono
quanto proclamano, si è di fronte al tentativo dell’ignorante di
insegnare a un altro ignorante; inoltre, se un retore parla di giustizia,
deve innanzitu o conoscere la giustizia, e se ha effe ivamente
conoscenza della giustizia, è un uomo giusto. Di conseguenza, non
può tollerare l’uomo ingiusto, che invece parlerebbe senza conoscere
davvero ciò di cui sta parlando.
Per Socrate, dal momento che tu i gli uomini desiderano agire
per interesse del bene comune, nessun uomo può agire come vuole,
se agisce ignorando il bene; se un uomo agisce in modo scorre o,
agisce ignorando il male che fa. Di conseguenza, la punizione
dovrebbe avere lo scopo di riabilitarlo, ed è meglio essere puniti per
il proprio errore, piu osto che evitare la punizione. Da tu o ciò,
argomenta Socrate, consegue che l’arte della retorica dovrebbe essere
usata per rendere gli uomini consapevoli dell’ingiustizia e per
rimediare all’ingiustizia. Callicle argomenta che la giustizia naturale
è la norma del più forte, ma Socrate suggerisce che i saggi sono i
forti; Callicle allora afferma che gli uomini saggi cercano il piacere,
ma Socrate mostra che il piacere e il dolore non coincidono con il
bene e il male.

Plato’s Gorgias
Manoscri o, 7 gennaio 1963, Bruce Lee Papers
Socrate

Socrate è riuscito a convincere Callicle che entrambi sono d’accordo


sul fa o che il bene è l’opposto del male e che i due non possono
esistere contemporaneamente. Per quanto riguarda il dolore e il
piacere, questi invece possono coesistere, perché quando un uomo è
assetato, e questo per lui costituisce qualcosa di doloroso, ha bisogno
di acqua, che per lui corrisponde al piacere.
Nel momento in cui beve l’acqua (se è assetato) sperimenta tanto
il dolore quanto il piacere. Questo mostra, allora, che il bene non può
essere paragonato al piacere o il male al dolore (è anche vero che un
uomo ca ivo e un uomo buono possono entrambi sentire dolore e
piacere a vari livelli) perché non sono coesistenti.
Bene e male o piacere e dolore esistono l’uno per l’altro. Invece
che opposti, sono complementari e in funzione l’uno dell’altro.
Innanzitu o, se non ho mai provato il dolore come posso riconoscere
il piacere, o viceversa?
Volgendo lo sguardo al cielo posso distinguere una stella più
piccola, perché ce ne sono di più grandi, e se non ci fosse il cielo
nero, non ci sarebbero nemmeno le stelle. Non si tra a di una lo a
tra il bene e il male, ma piu osto del fluire come onde nell’acqua.

Socrates
Manoscri o, 1964 circa, Bruce Lee Papers
La natura dell’umanità

La misura del valore morale di un uomo è la sua felicità. Più l’uomo


è buono, più è felice. La felicità è sinonimo di benessere. Inoltre, il
valore di un uomo, a sua volta, influenza il modo in cui il suo lavoro
dovrebbe essere.
Una volta che fa quello che deve fare, è felice.

– Qual è la giusta (ovvero la appropriata, etica, morale) condo a per


l’essere umano?

– Un essere umano è un’entità che si mantiene in vita (nutrimento,


sonno, piano fisico) e che si riproduce.
– Un essere umano è un’entità che ha sentimenti.
– Un essere umano è un’entità creativa.

Di fa o, è la facoltà creativa, prerogativa dell’essere umano, a


distinguere l’uomo dagli altri animali. La giusta condo a è
governata dalla ragione e dalla creatività.

Manoscri o senza titolo, 7 gennaio 1963, Bruce Lee Papers


La condo a morale: il relativo opposto all’assoluto

1. Per sostenere che una condo a morale è assoluta bisognerebbe


sostenere che l’azione può essere descri a in tu i i modi passati.
2. Bisognerebbe sostenere che l’azione descri a in un certo modo è
applicabile a tu i e in ogni momento.
3. Per sostenere che una condo a morale è relativa bisognerebbe
sostenere che si applica a un determinato periodo storico, a
precise condizioni geografiche, a precisi bisogni sociali ed
economici, a credenze religiose ecc.
4. Per sostenere che una condo a morale è relativa bisognerebbe
sostenere che l’espressione della giusta condo a può significare
che la giusta condo a è de ata da interessi pubblici ecc.
5. Per sostenere che una condo a morale è assoluta bisognerebbe
assumere che l’espressione della giusta condo a può essere
definita invariabilmente.

Moral Conduct: Relative versus Absolute


Manoscri o, 13 gennaio 1963, Bruce Lee Papers
Il giudizio ogge ivo e sogge ivo

1. Un giudizio è ogge ivo se riguarda questioni ogge ive; un


giudizio è sogge ivo se riguarda un punto di vista personale
sull’ogge ivo.
2. L’ogge ivo è un fa o. Il sogge ivo è una questione di opinione.

3. C’è una grande differenza tra PENSARE che qualcosa è sbagliato e


giustificare, spiegare, provare che qualcosa è sbagliato.
4. Un conce o è ogge ivo se la qualità che denota è la qualità
a uale dell’azione (inerente all’ogge ività).
Ciascuno è capace di raggiungere la felicità, ma ciò che è in
discussione è il modo di perseguirla o di agire per o enerla.

Objective and Subjective Judgments


Manoscri o, 13 gennaio 1963, Bruce Lee Papers
Cartesio

Il filosofo e matematico francese René Descartes, meglio conosciuto


col nome di Cartesio, è noto principalmente per la sua
epistemologia. L’epistemologia è considerata la «filosofia della
conoscenza» e riguarda questioni quali: come e cosa conosciamo?
La posizione epistemologica di Cartesio sorse per comba ere gli
sce ici, coloro che pensano che le persone non possono conoscere
niente con certezza.
Lo sce icismo, come disse Cartesio, fu generato da due domande:

1. In che modo conosci questa cosa?


2. Che cosa ti fa pensare di conoscere davvero questa cosa (cioè,
perché è una buona ragione)?

Lo sce ico non può essere davvero contestato. Le cose hanno


assolutamente bisogno di essere ragionevoli e giustificabili prima di
poter essere acce ate. Se puoi dubitare di certe cose, allora non sono
troppo stabili.
Il sogno – una falsa rappresentazione.
L’allucinazione – una falsa rappresentazione sensoriale o mentale.
È possibile per noi umani interpretare male la visione del mondo.

Descartes
Manoscri o, 13 gennaio 1963 e 23 gennaio 1963, Bruce Lee Papers
Le Meditazioni di Cartesio

Autore: Cartesio.
Tipo di opera: Epistemologia.
Meditazioni (1641).

1. Si parte dall’assoluta distinzione tra corpo e mente.


2. Il corpo è sogge o a leggi meccaniche causali.
3. La mente è libera da leggi meccaniche causali ed esiste
indipendentemente.
4. Tale distinzione costituisce l’intento di Cartesio di mostrare che
le do rine della fede ca olica sono conciliabili con il progresso e
con le scoperte nelle scienze fisiche.
5. Le Meditazioni sono il lavoro filosofico più importante di
Cartesio e contengono il suo principale insegnamento
metafisico.

Prima Meditazione
Nella prima di queste Meditazioni, Cartesio motiva il suo sce icismo
metodologico:

1. Il dubbio è utile, dal momento che ci libera dai pregiudizi.


2. Il dubbio ci mostra in che modo la mente può sfuggire ai sensi.
3. Il dubbio ci rende impossibile dubitare delle cose che abbiamo
già scoperto essere vere.

A proposito di ciò di cui si può dubitare


1. Cartesio voleva liberarsi di tu e le vecchie credenze, comprese
quelle che non erano del tu o false o di cui non era stata ancora
stabilita la falsità.
2. Tu o ciò che considerava vero era basato sulla percezione
sensoriale, «appreso sia dai sensi sia a raverso i sensi».
3. Anche se i sensi spesso sono ingannevoli. Cartesio tu avia
comprese che molte delle cose che si possono imparare grazie ai
sensi sono ragionevolmente sicure (il fa o di trovarsi seduto
dove era mentre scriveva le sue Meditazioni, per esempio).
4. Tu avia noi crediamo che le cose siano reali, mentre in realtà le
stiamo solo sognando.
5. Possiamo allora essere certi che proprio questo momento non
sia un’illusione (un sogno)?
6. Per Cartesio, Dio è l’Essere Perfe o che non può averci
ingannati.
7. Eppure a volte noi ci inganniamo e veniamo ingannati.
8. Perché un Dio che non ci perme e di rimanere sempre
nell’inganno dovrebbe perme ere che qualche volta ci
inganniamo?
9. Cartesio avanza l’idea di un demone maligno che fa di tu o per
indurre gli esseri umani alla falsità. (Nota: una risposta più
accurata alla questione si trova nella quarta Meditazione, in cui
Cartesio argomenta che è l’uso sbagliato del libero arbitrio
dell’essere umano a indurlo in errore; l’uso presuntuoso della
propria mente per farsi un giudizio a cui mancano ragioni
sufficienti che lo convalidino induce l’essere umano all’inganno.
La possibilità di errore dell’uomo, la malvagità morale non sono
imputabili a Dio. Nella prima Meditazione, la colpa era a ribuita
al demone maligno; in questa viene a ribuita all’uomo. Solo
predisponendoci a non acce are niente che non sia, secondo il
criterio cartesiano, genuinamente acce abile, potremo evitare di
sbagliare.)
10. Al termine della sua prima Meditazione, Cartesio continua a
vivere in uno stato di sospensione di giudizio.

Secondo Cartesio:
1. La mente e il corpo possono essere separati.
2. La mente può fare a meno del corpo.
3. La cosa di cui Cartesio non può dubitare è la propria esistenza.
Deve essere qui (cioè esistere) per dubitare sia di stare sognando
sia di essere stato ingannato da un demone (quantomeno pensa
di essere qui).
4. Perciò, conclude Cartesio, non esiste dubbio sulla propria
esistenza («Penso, dunque sono», «Cogito, ergo sum»).

Terza Meditazione (la dimostrazione dell’esistenza di Dio)


Sono presentati due tipi di argomentazione:

1. Per prima cosa, Cartesio si interroga dire amente sull’idea di un


essere perfe o e da dove tale idea possa essere giunta alla sua
mente: da qualche altra creatura? Da se stesso? O deve esistere
un essere perfe o all’origine di tale idea? La sua risposta è forse
poco chiara per i le ori contemporanei, a causa del contesto
filosofico tardomedievale in cui venne espressa. Per Cartesio,
l’idea di Dio contiene più «realtà ogge iva» di qualsiasi altra
idea (inclusa l’idea di se stesso). Ma un’idea tanto perfe a non
può essere originata da un essere meno perfe o. Perciò, ne
conclude Cartesio, l’idea di Dio presente nella sua mente deve
essere stata posta lì proprio da Dio.
2. Il secondo tipo di argomentazione procede a partire dalla
qualità accidentale della sua stessa esistenza, costituita da a imi
fugaci, nessuno dei quali è in grado di conservare se stesso o di
generare l’a imo successivo. Molto nell’argomentazione
rimanda a una delle tradizionali prove aristoteliche; ma c’è
questa differenza che rende chiaro che la nuova argomentazione
è soltanto un’altra versione della prima. Non va spiegata solo
l’esistenza di un essere accidentale, o di un essere pensante, ma
di «un essere che pensa e che ha una certa idea di Dio». Così il
principio che ci debba essere almeno tanta realtà nella causa
quanta nell’effe o preclude la possibilità che ogni essere meno
perfe o di Dio possa avere creato Cartesio, o qualsiasi altro
uomo.

Descartes Meditations
Manoscri o, 13 gennaio 1963 e 23 gennaio 1963, Bruce Lee Papers
Cartesio: un’opinione

Cartesio crede che alcune idee siano innate, che altre provengano
dall’esterno e altre ancora dalla combinazione delle prime due
tipologie di idee. Decide di considerare tali idee partendo da ogge i
esterni e di scoprire quali siano le ragioni che lo inducono a pensare
che tali idee delle cose (che lui ha) siano simili alle cose stesse. Egli
ritiene che le cose esteriori non siano causate dalla sua
immaginazione, perché quando il fuoco gli fa sentire il calore, la
sensazione di calore si imprime in lui involontariamente, che lo
voglia o no. La natura opera nel medesimo modo; tu avia, la natura
può fuorviare l’essere umano, perché, nella libera scelta tra vizio e
virtù, Cartesio ritiene che la maggior parte degli uomini scelga il
primo. Forse immaginiamo soltanto l’esistenza di questi ogge i
esterni di cui ci facciamo delle idee, e anche se queste idee che lui ha
provenissero da ogge i esterni, che sono diversi da lui, ciò non
prova ancora che l’idea che lui ha di fa o assomigli a un qualche
ogge o presente in natura. Al contrario, spesso c’è una grande
differenza nel sole (soltanto uno è quello giusto). Cartesio conclude
che «non proveniva da un giudizio certo».

Descartes
Manoscri o, 13 gennaio 1963 e 23 gennaio 1963, Bruce Lee Papers
Sul cogito di Cartesio

«Cogito, ergo sum», il de o di Cartesio che in traduzione è: «Io


penso, dunque sono», può significare soltanto «Io penso, dunque
sono un pensatore». Questo essere dell’«Io sono», che deriva dall’«Io
penso», è semplicemente un conoscitore.
Si tra a di conoscenza, non di vita. E la prima realtà non è che
cosa penso, ma cosa vivo, e proprio per questo motivo vive anche chi
non pensa. Anche se questo modo di vivere può non essere un
vivere autentico. Dio! Che contraddizioni quando cerchiamo di
ragionare.
La verità è «Sum, ergo cogito», «Io sono, dunque penso», anche se
non tu o ciò che è pensa.
È possibile un puro pensiero, senza coscienza di sé, senza
personalità? Può esistere una pura conoscenza senza la sensazione,
senza quella sorta di materialità che la sensazione le conferisce? Non
sentiamo forse il pensiero, e non sentiamo noi stessi nell’a o di
conoscere e volere? Il punto debole del Discorso sul metodo di
Cartesio sta nella sua risolutezza a prendere le distanze da se stesso
– da Cartesio, l’uomo reale, l’uomo in carne e ossa, l’uomo che non
vuole morire – per diventare un semplice pensatore, cioè
un’astrazione. Ma l’uomo reale è tornato a farsi sentire e si è spinto
nella sua filosofia.

Descartes
Manoscri o, 24 gennaio 1964, Bruce Lee Papers

Cogito Ergo Sum


Manoscri o, 7 gennaio 1964, Bruce Lee Papers
Tu i i colori che voglio

«Tira fuori la pi ura da questo bara olo e potrai dipingere la stanza


con tu i i colori che vuoi.» Questa citazione fu una delle prime cose
che udii in una conversazione con uno dei miei amici cinesi quando
menzionai il nome di Tommaso d’Aquino. Sono sicuro che la
citazione non fu una sua invenzione, ma quanto segue fu quasi
sicuramente la sua personale interpretazione: se un individuo è
disposto ad acce are una premessa in qualsiasi sistema filosofico,
allora si deve acce are anche quanto deriva da tale premessa.
E così accade per Tommaso d’Aquino e il suo terzo tra ato
sull’esistenza di Dio, che fa parte della Summa Theologica.

Le cinque prove

È impossibile che so o il medesimo aspe o una cosa sia al tempo


stesso motore e mossa, cioè che muova se stessa … È dunque
necessario arrivare a un primo motore che non sia mosso da altri; e
tu i riconoscono che esso è Dio.

Bisogna amme ere una prima causa efficiente, che tu i chiamano


Dio.

Dobbiamo concluderne l’esistenza di un essere che sia di per sé


necessario, e non tragga da altri la propria necessità, ma sia causa di
necessità agli altri. E questo tu i chiamano Dio.

[La gradazione, dal più al meno] Dunque vi deve essere anche


qualcosa che per tu i gli enti è causa dell’essere, della bontà e di
qualsiasi perfezione. E questo chiamiamo Dio.
[L’intelligenza, cioè l’impossibilità del caso o scopo] Vi è dunque
un qualche essere intelligente, dal quale tu e le cose naturali sono
ordinate a un fine: e quest’essere chiamiamo Dio. 18

L’argomentazione sopra citata sull’esistenza di Dio si basa sulla


prima premessa, o «prova», come viene anche chiamata. Così, se si
rimuove la prima premessa di Tommaso sul moto, si è presi in
trappola nella seconda premessa sulla causa efficiente, e così via per
la terza, la quarta e la quinta argomentazione.
Ciò che disturba in tali argomentazioni (a parte il fa o che la mia
prima scuola a Hong Kong era dire a dai padri domenicani) è il
fa o schiacciante che io posso sia acce arle sia rifiutarle senza
badare alla loro validità.
Per esempio, sperimentare il dolore non significa necessariamente
comprenderlo, acce arlo o perfino negare la sua esistenza:
semplicemente è. Ma non ne consegue che tu i comprenderanno il
dolore nello stesso modo e giungeranno alla medesima conclusione.
Tu o quello che occorre fare è osservare un po’ più da vicino la
professione medica. Comunque, quando dico che il dolore è, implica
che sto sperimentando una certa COSA , e la difficoltà sta nel me ere
in relazione questa COSA con qualcun altro che non sia me stesso.
Ritengo che si tra i di qualcosa di più che una difficoltà semantica,
un’impossibilità. Semanticamente, tu i noi rispondiamo a una
determinata idea, a un conce o, o a una parola, più o meno nello
stesso modo: cioè, se il conce o, l’idea o la parola sono espressi nella
nostra lingua madre.
Però, quando un uomo occidentale ragiona, fa distinzioni che per
un uomo cinese sarebbero impensabili; infa i il mondo cinese non
considererebbe neppure la «distinzione» come parte del suo modo di
pensare. I cinesi guardano le cose come se fossero essenzialmente
UNITE o come due parti coesistenti di un intero indivisibile. Il loro
significato (qualunque cosa accada) è dato da entrambe, che si
completano a vicenda. Pertanto, invece di escludersi reciprocamente,
sono reciprocamente dipendenti e in funzione l’una dell’altra.
Nella lingua cinese, per esempio, gli eventi sono visti come un
intero; perciò è impossibile provare a pensare a una relazione di
causa ed effe o. Per esempio, l’ideogramma cinese per «buono» è
, quello per «ca ivo» è . Combinandoli insieme , si crea
la parola «qualità». Per formare l’intera parola «qualità» c’è bisogno
di metà del positivo di . Invece è il cara ere cinese per
«lungo» e il cara ere per «corto», e insieme significano la
«lunghezza» di qualcosa.
Il cara ere per «comprare» e quello per «vendere» combinati
insieme formano la parola «commercio».
Invece di essere in opposizione le une alle altre, le cose sono
complementari, e i complementari coesistono. Non sono visti come
causa ed effe o, ma si accompagnano come il suono e l’eco o la luce
e l’ombra. Così, per andare in bicicle a, c’è bisogno dell’unica e
inseparabile forza della continua azione reciproca di spingere e di
rilasciare il pedale.
Ora, quando Tommaso d’Aquino inizia la sua argomentazione
presuppone l’essere o l’esistenza, perché parlare in termini di moto
implica che qualcosa esiste; cioè, che qualche cosa è in movimento.
Quello che allora, secondo me, chiede Tommaso nel suo terzo
tra ato è di acce are dal suo «bara olo di pi ura» l’essere assoluto
che lui concepisce come Dio.
Preferisco considerare la do rina di Tommaso d’Aquino come un
a o di fede piu osto che una ragione. Non posso e non voglio farmi
beffe della fede, proprio quando la ragione sembra essere qualcosa
di tanto arido. I cinesi ritengono che la più alta verità è inesprimibile,
e invece di sforzarsi, di presumere, di separare, sospendono tu e le
ricerche e le a ività mentali che richiedono di aggrapparsi e
a accarsi all’autoaffermazione o alla conquista spirituale;
semplicemente sono ciò che sono.

Any color I want?


Manoscri o, 1964 circa, Bruce Lee Papers
Parte terza
PSICOLOGIA
Dato che era la sua mente a rendere diverso Bruce Lee da tu i gli altri
artisti marziali (e, tra parentesi, da ogni altro essere umano) della sua
epoca, non dovrebbe sorprenderci scoprire che la mente e il suo
funzionamento lo interessavano immensamente. La biblioteca della sua casa
era piena di libri di psicologia e di psicoterapia degli studiosi più autorevoli
in quel campo. Anche se Lee non si è mai considerato abbastanza qualificato
per potere parlare di queste materie, il tempo che trascorse a studiare il tema
della salute mentale fu considerevole. Molte furono le ore che passò sui libri
in compagnia del pensiero di uomini quali Carl Jung, Carl Rogers e
Frederick S. Perls, il fondatore della terapia della Gestalt.
I risultati delle ricerche che questi personaggi condussero con centinaia
(in alcuni casi migliaia) di pazienti ebbero un enorme impa o sul processo
mentale di Lee, che trascrisse testualmente molte delle loro opinioni
(sopra u o quelle di Perls, che sono incluse in questa sezione), ado andole
sia come strumenti per conoscersi meglio in quanto essere umano, sia come
un aiuto per assistere i suoi allievi di arte marziale nel processo di
autoconoscenza.
Come risultato dire o della ricerca di Lee nel campo della psicologia, egli
divenne capace di ampliare ancor più la sua mente e di comprendere in
modo più profondo le sue relazioni personali e sociali.
Appunti sulla terapia della Gestalt

La salute è un giusto equilibrio del coordinamento di tu o ciò che


noi siamo (essere significa essere una mente piu osto che avere una
mente). Un organismo lavora come un insieme. Noi non siamo la
somma di più parti, ma una coordinazione molto so ile di tu i i
diversi pezze ini che insieme costituiscono l’organismo: noi non
ABBIAMO un fegato o un cuore: noi SIAMO fegato, cuore, cervello ecc.
Per promuovere il processo di crescita e lo sviluppo del potenziale
umano occorre:

a. passare a raverso un ruolo sociale;


b. colmare le lacune della personalità per tornare a essere integri e
completi.

L’ansia è l’agitazione che portiamo con noi e che diventa


stagnante, repressa, se siamo insicuri del ruolo che dobbiamo
recitare. Esitiamo, i nostri cuori cominciano a ba ere forte e tu a
l’agitazione non può fluire nell’a ività, e noi sperimentiamo la paura
– l’ANSIA –, l’intervallo tra l’ADESSO e il POI . Così, se sei nell’ADESSO ,
sei creativo, sei inventivo. Se sei nell’ADESSO , non puoi essere
ansioso, perché la tua agitazione fluisce immediatamente verso
un’a ività spontanea. Il significato della vita è che va vissuta, e non
negoziata, conce ualizzata e schiacciata in sistema di modelli. Ci
rendiamo conto che la manipolazione e il controllo non sono la più
grande gioia della vita – divenire reali, imparare a prendere una
posizione, a sviluppare il proprio centro, a sostenere la nostra
completa personalità, la liberazione della spontaneità – sì, sì, sì!

Io faccio le mie cose, e tu fai le tue.


Non sono venuto a questo mondo per soddisfare le tue aspe ative.
E tu non sei a questo mondo per soddisfare le mie.
Tu sei tu e io sono io,
e se per caso ci incontriamo l’un l’altro, è bellissimo.
Altrimenti, non possiamo farci nulla.

Una volta che hai un cara ere, hai sviluppato un SISTEMA rigido.
Il tuo comportamento è pietrificato, prevedibile, e perdi la capacità
di interagire liberamente con il mondo e con tu e le tue risorse. Sei
predisposto a interagire con gli eventi in un solo modo, cioè nel
modo de ato dal tuo cara ere. Sembra quindi un paradosso quando
dico che la persona più ricca, la più produ iva, la persona creativa è
quella che non ha un CARATTERE . Nella nostra società, noi ESIGIAMO
che una persona debba avere un cara ere, e sopra u o un «buon»
cara ere, perché così è prevedibile, può essere controllata, e così via.

Notes on Gestalt Therapy


Manoscri o, Misc. Notes, Bruce Lee Papers
La relazione dell’organismo nei confronti del suo ambiente

Il confine dell’ego non è qualcosa di fisso. Se fosse fisso, diventerebbe


un cara ere, o uno corazza, come quella che ha la tartaruga. Il
confine dell’ego è la differenziazione tra sé e gli altri.

1. I due fenomeni del confine dell’ego sono l’identificazione e


l’alienazione.
2. Così, dentro al confine dell’ego, generalmente vi è coesione,
amore, cooperazione; mentre fuori dal confine dell’ego vi è
sospe o, sensazione di stranezza, mancanza di familiarità.
3. La polarizzazione di a razione e repulsione: del desiderio e del
disgusto. C’è sempre una polarità che procede, e dentro al
confine sperimentiamo il senso di familiarità, di giustizia; fuori
invece sperimentiamo un senso di stranezza, di non
adeguatezza. Dentro è bene e fuori è male; giusto e sbagliato
sono sempre una questione di confini e dipendono da quale
parte della barriera mi colloco.
4. Il desiderio di cambiamento si basa sul fenomeno
dell’insoddisfazione. Ogni volta che vuoi cambiare qualcosa di
te, o che vuoi cambiare il tuo ambiente, alla base c’è sempre
l’insoddisfazione.
5. L’odio ha la funzione di bu are fuori dal confine qualcuno per
qualcosa, a raverso l’alienazione, la negazione.
Se qualche nostro pensiero o sentimento ci risulta inacce abile,
non lo vogliamo riconoscere. Ci sono tanti modi simili a questo per
rimanere interi, ma sempre e soltanto a costo di negare tante, troppe
parti preziose di noi stessi. Il fa o di vivere solo una minima parte
delle nostre potenzialità è perché non vogliamo – oppure è la società
o qualsiasi altra cosa a non volerlo – acce are noi stessi, gli altri, per
l’essere che siamo dalla nascita ecc. Non ci perme iamo – o non ci
viene permesso – di essere del tu o noi stessi. In questo modo il
confine dell’ego si restringe sempre di più.
Il tuo potere, la tua energia si riducono sempre di più. La tua
abilità di interagire con il mondo diventa sempre più piccola, sempre
più rigida, e sempre più ti concedi di interagire soltanto a seconda di
cosa ti incitano a fare il tuo cara ere e i tuoi modelli precostituiti.
Un organismo vivente è un organismo costituito da migliaia e
migliaia di processi che richiedono un interscambio al di fuori del
confine dell’organismo. Deve accadere qualcosa per riuscire ad
a raversare il confine, e questo qualcosa viene definito conta o.
Tocchiamo, entriamo in conta o e ampliamo il nostro confine verso
la cosa in questione. Se siamo rigidi e non possiamo muoverci, il
confine rimane fisso. Quando viviamo, utilizziamo energie; abbiamo
bisogno di energie per mantenere questa macchina. Questo processo
di scambio viene chiamato metabolismo. Sia il metabolismo di
scambio del nostro organismo con l’ambiente, sia il metabolismo
all’interno del nostro organismo funzionano continuamente, giorno
e no e.
Una Gestalt è una funzione organica (camminare – avere sete –
camminare); questa situazione adesso è terminata e può avere luogo
la prossima situazione non ancora terminata, il che significa che la
nostra vita praticamente non è altro che un infinito numero di
situazioni non ancora concluse, delle Gestalt incomplete. Non
appena abbiamo concluso una situazione, subito ne sopraggiunge
un’altra.

Relationship of the Organism to Its Environment


Manoscri o, Misc. Notes, Bruce Lee Papers
Tre tipi di filosofia

1. La filosofia dell’opinione. Se ne parla e riparla, ma non si arriva a


nulla. In una spiegazione scientifica normalmente si gira intorno
alla cosa e non si tocca mai il nocciolo della questione.
2. La filosofia del dovere. Dovresti essere questo, dovresti cambiare
te stesso, non dovresti fare questo – migliaia di ordini – ma non
viene fa a alcuna considerazione su fino a che punto la persona
che «deve» fare questo può realmente conformarsi al compito. E
inoltre, la maggioranza della gente crede che una formula
magica, usando semplicemente i suoni «tu devi fare così», possa
esercitare un effe o sulla realtà.
3. La filosofia dell’esistenzialismo. L’esistenzialismo vuole farla finita
con i conce i e operare con il principio della consapevolezza,
basandosi sulla fenomenologia. Il punto debole dei filosofi
esistenzialisti è che la base del loro sostegno, appoggio e
sopravvivenza, proviene da altrove. Osservando bene gli
esistenzialisti, essi affermano di non essere conce uali, ma se ci
si riferisce alle persone, si vede che tu e prendono in prestito
dei conce i da altre fonti. Buber dal giudaismo, Tillich dal
protestantesimo, Sartre dal socialismo, Heidegger dal
linguaggio, Binswanger dalla psicoanalisi.

La terapia della Gestalt è la prima filosofia esistenziale che sta in


piedi da sola. Trova il proprio sostegno nella sua stessa formazione,
perché la formazione della Gestalt, con i bisogni che emergono, è un
fenomeno anzitu o biologico. La terapia della Gestalt cerca di
restare in armonia, allineata a tu o il resto, con la medicina, la
scienza, l’universo, con ogni cosa. Un organismo è un sistema
equilibrato e deve funzionare corre amente. Ogni squilibrio viene
sperimentato come bisogno di correggere lo squilibrio. In pratica,
abbiamo centinaia di situazioni incomplete in noi. Come è possibile,
allora, non confondersi totalmente e non volere andare in tu e le
direzioni? E c’è un’altra osservazione: dal punto di vista della
sopravvivenza, la situazione più urgente diventa la situazione che
controlla, che dirige e che ha il sopravvento.
La situazione più urgente prende il sopravvento e, in caso di
emergenza, diventa chiaro che essa ha la precedenza su tu e le altre
a ività (per esempio, scappando da un incendio divampato
all’improvviso, ci si ferma affannati a riprendere fiato, per poter
continuare a correre via).

Three Types of Philosophy


Manoscri o, Misc. Notes, Bruce Lee Papers
L’autoregolazione interna opposta alla regolazione esterna

La cosa importante da ricordare e da capire è che la


CONSAPEVOLEZZA , in se stessa, può essere terapeutica. Con una piena
consapevolezza si diventa coscienti dell’autoregolazione
dell’organismo; si può lasciare vivere l’organismo senza interferire,
senza interruzione; ci si affida alla saggezza dell’organismo.
L’opposto di ciò è la patologia della manipolazione di sé, del
controllo ambientale e così via, che interferisce con il delicato
autocontrollo dell’organismo. La manipolazione di noi stessi viene
solitamente definita con il termine «coscienza», che non è altro che
una fantasia, una proiezione nei genitori. La «strada per l’inferno è
lastricata di buone intenzioni»: e qualsiasi intenzione verso un
cambiamento idealistico farà accadere l’opposto (i buoni propositi
del primo giorno dell’anno, la disperazione nel cercare di essere
qualcuno di diverso, il tentativo di controllare se stessi ecc.). Se
vogliamo restare al centro del nostro mondo, davvero al centro,
invece di avere il centro nel nostro computer o altrove, allora
dobbiamo essere come degli ambidestri e riuscire in tal modo a
vedere i due poli di qualsiasi evento. La luce non può esistere senza
l’oscurità. Se c’è identità, non puoi più essere consapevole. Se c’è
sempre luce, non puoi fare l’esperienza della luce. C’è bisogno del
ritmo alternato di luce e oscurità.
Self-Regulation versus External Regulation
Manoscri o, Misc. Notes, Bruce Lee Papers
Il carnefice e la vi ima

Se esaminiamo i due pagliacci – la vi ima e il carnefice – che


me ono in scena lo spe acolo dell’autotortura su un piano
immaginario, di solito ci accorgiamo che i due personaggi sono così.

Il carnefice
Il carnefice di solito è virtuoso e autoritario; ne sa più degli altri.
Talvolta ha ragione, ma è sempre autoritario. Il carnefice fa il
prepotente e agisce in base allo schema del «tu devi» e «tu non
devi». Il carnefice manipola per mezzo di pretese e minacce
intimidatorie, quali per esempio «se non fai così, allora non sarai
amato, non andrai in paradiso, morirai» ecc.

La vi ima
La vi ima manipola stando sulla difensiva, si scusa, è adulatrice,
recita il ruolo del bambino lamentoso ecc. La vi ima non ha potere.
La vi ima è Topolino. Il carnefice è Supertopolino. La vi ima agisce
in questo modo: «Faccio del mio meglio»; «Guarda, ci provo ancora.
Non posso farci niente se non ce la faccio»; «Ho davvero buone
intenzioni». Il perdente è furbo, e di solito ha la meglio sul carnefice,
perché la vi ima non è poi così semplicio a come il carnefice. Il
carnefice e la vi ima lo ano per avere il controllo. Come ogni
genitore e bambino, si sforzano di o enere il controllo l’uno
sull’altro. La persona è interiormente divisa tra colui che controlla e
colui che è controllato. Tale confli o interiore, la lo a tra il carnefice
e la vi ima, non si esaurisce mai, perché il carnefice, proprio come la
vi ima, lo a per la sua stessa vita.
Questa è la base del famoso gioco dell’autotortura. Di solito diamo
per scontato che il carnefice abbia ragione, anche se in molti casi il
carnefice ha pretese di perfezione impossibile. Così, se sei un
perfezionista, ci caschi. Questo ideale di perfezione è una pietra di
paragone che ti dà sempre l’opportunità di tormentarti, di
rimproverare te stesso e gli altri. Dato che questo ideale è
impossibile da realizzare, non potrai mai viverlo. Sei soltanto
innamorato di questo ideale, e non c’è fine all’autotortura,
all’autorimprovero, all’autocastigo. Ci si nasconde so o la maschera
del perfezionismo. Non funziona mai. Se la persona cerca di
soddisfare le pretese di perfezionismo del carnefice, il risultato è un
disastro o un volo nella follia. Questo è uno degli strumenti della
vi ima. Una volta che riconosciamo la stru ura del nostro
comportamento, che nel caso del perfezionismo è la scissione tra la vi ima
e il carnefice, e capiamo quanto, con l’ascolto, possiamo riuscire a
riconciliare questi due pagliacci che litigano, allora comprendiamo
che non possiamo volutamente cambiare noi stessi e gli altri.
Questo è un punto decisivo: MOLTE PERSONE DEDICANO LA LORO
VITA A REALIZZARE UN ’IDEA DI CIÒ CHE DOVREBBERO ESSERE , INVECE
DI REALIZZARE SE STESSE . La differenza tra L’AUTOREALIZZAZIONE e
LA REALIZZAZIONE DI UN ’IMMAGINE DI SÉ è molto importante. Molte
persone vivono solo per la propria immagine. Mentre alcune
persone hanno un sé, le altre, che sono la maggior parte,
sperimentano un vuoto, perché vivono impegnate a PROIETTARE se
stesse su questo o quell’altro. Ciò è, ancora una volta, una disgrazia
dovuta all’ideale. La disgrazia si riassume così: non devi essere
quello che sei. Ogni controllo esterno, perfino un controllo esterno
interiorizzato – «tu devi» – interferisce con il funzionamento sano
dell’organismo. C’è solo una cosa che dovrebbe controllare la
situazione. Se tu capisci la situazione in cui ti trovi, e lasci che sia la
situazione in cui ti trovi a controllare le tue azioni, allora impari l’arte di
interagire con la vita. Per esempio, non guidi seguendo un
programma di guida, ma guidi in funzione della situazione in cui ti
trovi (la stessa cosa accade nel comba imento). Guidi a una velocità
diversa quando sei stanco, quando sta piovendo e così via.
Meno abbiamo fiducia in noi stessi, meno siamo in conta o con
noi e il mondo, e più vogliamo controllare.

ADESSO = ESPERIENZA = CONSAPEVOLEZZA = REALTÀ .

La terapia della Gestalt = approccio fenomenologico


(consapevolezza di ciò che è) + approccio comportamentale (il
comportamento nel qui e ora).

The Top Dog and the Underdog


Manoscri o, Misc. Notes, Bruce Lee Papers
I qua ro approcci filosofici di base

1. La filosofia delle opinioni rifiuta ogni risposta emotiva o un


autentico coinvolgimento, come se noi fossimo cose. In terapia
la filosofia delle opinioni si fonda sulla razionalizzazione e
l’intelle ualizzazione, e sul gioco dell’«interpretazione», in cui
un terapeuta dice «Ecco quali sono le tue difficoltà». È un
approccio basato sul non coinvolgimento.
2. Con la filosofia del dovere si cresce completamente circondati da
cosa devi e non devi fare, e si passa la maggior parte del tempo
a recitare questo ruolo con se stessi: il gioco che chiamo «il
carnefice/la vi ima» o anche il «gioco del perfezionismo» o il
«gioco dell’autotortura». La filosofia del dovere si basa sul
fenomeno dell’insoddisfazione.
3. L’approccio esistenziale è l’eterno tentativo di raggiungere la
verità. Ma che cos’è la verità? La verità è ciò che chiamo il «gioco
appropriato».
4. La Gestalt cerca di comprendere l’esistenza degli eventi
a raverso il modo in cui accadono, cerca di capirli a raverso il
come e non a raverso il perché; a raverso la formazione
onnicomprensiva della Gestalt; a raverso la tensione di una
situazione non compiuta, che è un fa ore biologico. In altre
parole, nella terapia della Gestalt si cerca di essere coerenti con
ogni evento, specialmente con la Natura, perché noi siamo parte
della Natura.

The Four Basic Philosophical Approaches


Manoscri o, Misc. Notes, Bruce Lee Papers
Pensare è provare

Pensare è provare con la fantasia il ruolo che si deve recitare in


società. Quando arriva il momento della rappresentazione, non si è
sicuri che la propria recita sarà acce ata, e allora si ha paura. Questa
fase, in cui si prova paura, viene definita dagli psichiatri con il
termine di «ansia». «Cosa devo dire in questo esame?», «Cosa dirò
nel mio tema?». Incontri una ragazza e pensi: «Cosa devo indossare
per fare colpo?», e così via. Tu o ciò è fare le prove del ruolo che si
deve recitare. Nella nevrosi una parte della personalità o del nostro
potenziale non è a disposizione.
La «consapevolezza continua» si ha «scoprendo» e «diventando»
pienamente consapevoli di ogni esperienza presente. Se riesci a
essere consapevole, presto ti confronterai con qualche esperienza
non piacevole. Questo momento critico è la frequente interruzione di
qualsiasi cosa stiamo sperimentando nel momento presente. Questa
interruzione del flusso continuo di consapevolezza impedisce il
processo di maturazione, ostacola il successo della terapia,
impedisce alla relazione di diventare più ricca e profonda, e ostacola
la risoluzione dei confli i interiori.
Il solo scopo di questa tendenza alla fuga è di mantenere lo status
quo (cos’è lo status quo? Lo status quo è rimanere a accati all’idea di
essere dei bambini). Siamo infantili perché abbiamo paura di
assumerci la responsabilità nel momento presente. Prendere il
proprio posto nel mondo, essere maturi, significa abbandonare l’idea
che abbiamo dei genitori, che dobbiamo essere so omessi oppure
insolenti, o tu e le altre varianti del ruolo di bambini che stiamo
interpretando.
LA MATURITÀ È LO SVILUPPO CHE CONDUCE DAL SOSTEGNO
AMBIENTALE ALL ’AUTOSOSTEGNO .
Tu avia, il bambino nevrotico userà il suo potenziale non per
autosostenersi, ma per impersonare ruoli fasulli. Questi ruoli fi izi
hanno lo scopo di mobilitare l’ambiente per il suo sostentamento e
sono una scusa per non a ivare da sé il proprio potenziale.
Manipoliamo l’ambiente restando indifesi, istupiditi, facendo
domande, o a raverso adulazioni; il risultato è che finiamo per
ritrovarci a un punto morto o in un vicolo cieco.
Ci troviamo in un vicolo cieco quando non siamo in grado di
produrre il nostro autosostegno e quando il sostegno ambientale ci
viene meno. Una persona non ha occhi, un’altra non ha orecchie,
un’altra non ha gambe per stare in piedi, un’altra non ha prospe iva,
un’altra non ha emozioni. Per poter rimediare a queste
manchevolezze, che di solito sperimentiamo come un senso di
disagio nella vita, come un vuoto, come una solitudine, dobbiamo
passare a raverso un vicolo cieco e le frustrazioni che ne derivano,
che di solito ci inducono ad a enuare le frustrazioni e con esse
l’intero processo di apprendimento.

Manoscri o senza titolo, Misc. Notes, Bruce Lee Papers


L’apprendimento

Ci sono due modi di imparare. Nel primo, si raccolgono


informazioni; c’è qualcuno che ti dice quali conce i ti saranno utili e
come funziona il mondo. Poi inserisci i dati nel tuo computer e reciti
il ruolo appropriato. Questo conce o si accorda bene a questi altri
conce i?
Eppure, il modo migliore di imparare non avviene a raverso un
calcolo di informazioni. Imparare è fare scoperte, far uscire quello
che c’è in noi. Quando facciamo scoperte, portiamo alla luce le nostre
potenzialità, i nostri stessi occhi, per trovare il nostro potenziale, per
vedere cosa sta succedendo, per scoprire come possiamo far
espandere la nostra vita, per trovare i mezzi che abbiamo a
disposizione affinché ci aiutino a fronteggiare le situazioni difficili.
Qualsiasi speculazione sulle cose, qualsiasi tentativo di o enere
informazioni e assistenza da un aiuto esterno non produrrà
un’autentica maturazione. Chi lavora con me deve continuamente
prestare a enzione al momento presente. «Sto sperimentando
questo; adesso sento questo; adesso non ho più voglia di lavorare;
adesso sono annoiato.» Da questo punto si può procedere,
discernendo che cosa, nell’esperienza presente, è acce abile per te,
quando vuoi scappare, quando sei determinato a tollerare te stesso,
quando senti che stai soffrendo, e così via. L’abilità di vedere
davvero è salutare, e il mondo si svela di conseguenza.

Learning
Manoscri o, Misc. Notes, Bruce Lee Papers
Centrarsi

Centrarsi è la riconciliazione degli opposti, in modo che questi


sme ano di sprecare energia in un’inutile lo a l’uno contro l’altro e
possano unirsi in «una proficua combinazione e azione reciproca».
Cos’è l’opposto dell’esistenza? La risposta immediata sarebbe la
non esistenza, ma è una risposta sbagliata. L’opposto dovrebbe
essere l’anti-esistenza, proprio come l’opposto della materia è l’anti-
materia. Nella scienza, finalmente, siamo tornati al filosofo
presocratico Eraclito, che afferma che tu o è una corrente, un flusso,
un processo in divenire. Non ci sono «cose». Il NULLA nel linguaggio
occidentale è il «non esistente». In Occidente pensiamo al nulla come
a un vuoto, alla vacuità, al non esistente. Nella filosofia orientale e
nella moderna scienza fisica, il nulla – il non esistente – è la forma di
un processo perennemente in movimento.
Nella scienza cerchiamo di trovare la materia ultima, ma più
dividiamo la materia, più troviamo altra materia. Troviamo il
movimento, e il movimento corrisponde all’energia: movimento,
conta o, energia, ma non cose. Le cose derivano, più o meno, dal
bisogno umano di sicurezza. Puoi manipolare una cosa e puoi
giocare con essa. Questi conce i, questi «qualcosa», possono essere
messi insieme a qualcos’altro. «Qualcosa» è una cosa, così perfino
una parola astra a diventa una cosa.

The Process of Centering


Manoscri o, Misc. Notes, Bruce Lee Papers
Il processo

Per riportare le cose in vita, dobbiamo trasformarle in un processo:


questo è capire il significato di avere a che fare con le cose.
L’estrapolazione, il togliere una cosa dal processo in cui si trova, è
il funzionamento di ciò che chiamo stadio implosivo o catatonico o
di morte. Se hai un corpo, se hai una mente, queste cose sono
apparentemente ogge i che appartengono a un’istanza che chiamo
«Io». «Io» sono il possessore orgoglioso – o il possessore sprezzante
– di una mente, di un corpo, di un mondo. Così, in effe i, io dico «ho
un corpo» invece di realizzare che IO SONO il corpo. Nella terapia
della Gestalt si osserva il modo in cui una persona manipola il
proprio linguaggio e si constata, che più è alienata da se stessa, più
userà nomi anziché verbi, e più d’ogni altra la parola «esso». «Esso»
è una «cosa» che si usa per evitare di essere vivi. Quando sono vivo,
io parlo, io sto «esprimendo». Quando sono morto, io «ho» una voce
con delle parole; questo linguaggio avrà un’espressione e così via.
Noterete che questa descrizione è sopra u o una successione di
nomi e che tu o quello che resta di vivo è me erli insieme.

Process
Manoscri o, Misc. Notes, Bruce Lee Papers
Il punto d’arresto (il vicolo cieco, lo stadio della paura)

Una volta che siamo capaci di individuare la nostra rilu anza ad


acce are esperienze spiacevoli, possiamo avanzare verso lo stadio
successivo, lo stadio della paura, della resistenza, dell’avversione a
essere ciò che siamo. Qui è dove si fanno vivi tu i i «non devo», di
cui ho precedentemente parlato. Se rimaniamo nello stadio della
paura, delle resistenze, ci accorgiamo di trovarci in un vicolo cieco.
Nel vicolo cieco proviamo la sensazione di non essere vivi, di essere
morti. Sentiamo di non essere nulla, di essere cose. In qualsiasi
terapia dobbiamo a raversare questo stadio implosivo per poter
arrivare al sé autentico. È proprio a questo punto che molte scuole di
terapia e molti terapeuti indietreggiano, perché anche loro temono la
morte. Ovviamente non si tra a di essere davvero morti, ma della
paura e della sensazione di essere morti, di scomparire. La fantasia
viene scambiata per la realtà. Una volta che superiamo lo stadio
implosivo, ci accorgiamo che succede qualcosa di molto particolare.
Lo si può vedere in modo particolarmente drammatico nello stato
catatonico, quando il paziente, che sembrava un cadavere, ritorna in
vita. È proprio ciò che accade quando lo stadio implosivo svanisce: si
ha un’esplosione. L’esplosione è lo stadio nevrotico finale che
avviene quando si supera lo stadio implosivo. Secondo me, tale
progressione è necessaria per diventare autentici. Ci sono
fondamentalmente qua ro tipi di esplosioni: esplosione nella gioia,
nel dolore, nell’orgasmo, nella rabbia. Qualche volta queste
esplosioni sono molto moderate, dipende dalla quantità di energia
investita nello stadio implosivo. L’a eggiamento fobico di base
consiste nell’avere paura di ciò che si è. E si proverà un sollievo
immediato osando indagare chi siamo. Si scoprirà che niente
sviluppa la propria intelligenza quanto il prendere una qualsiasi
pp p p g q p q
domanda e trasformarla in una genuina affermazione.
All’improvviso l’ambiente comincerà ad aprirsi e il motivo per cui
era sorta la domanda diventerà chiaro.
La cosa incredibile e difficile da capire è che l’esperienza, la
consapevolezza dell’adesso, è sufficiente a far svanire le difficoltà di
questo tipo, cioè le difficoltà nevrotiche.
Se sei pienamente consapevole di trovarti in un vicolo cieco,
questo vicolo cieco svanirà, e ti ritroverai immediatamente fuori (per
esempio, la preferenza naturale nel decidere fra due tipi di cibo).

Sticking Point (Impasse) (Phobic Layer)


Manoscri o, Misc. Notes, Bruce Lee Papers
La volontà interiore

La volontà interiore è la sola virtù che non tenga conto delle leggi
istituite dall’uomo. Un uomo che abbia una volontà interiore
obbedisce a un’altra legge, la sola legge che io ritengo assolutamente
sacra: la legge presente in se stessi, la propria «volontà». Cosa
significa che un uomo ha una volontà interiore? Non significa forse
«avere una volontà propria»? L’indistinto gregge umano necessita di
ada amento e di subordinazione, ma per il suo più alto onore
l’uomo elegge non il mansueto, il pusillanime, l’indolente, ma
l’uomo di volontà, l’eroe.
Un uomo con una volontà interiore ha come unico scopo la sua
crescita personale. Dà importanza solo al potere misterioso presente
in se stesso, che gli ordina di vivere e lo aiuta a crescere. Questa
forza interiore non può essere conservata, accresciuta o approfondita
con il denaro o con il potere, perché il denaro e il potere sono
invenzioni della diffidenza, del sospe o.
Coloro che non si fidano della forza interiore presente in loro, o
che non ne hanno, devono compensarla con dei sostituti, per
esempio il denaro. Quando un uomo ha fiducia in se stesso, quando
tu o ciò che desidera al mondo è vivere il proprio destino in libertà e
purezza, considera tu i i suoi possedimenti e beni, sovrastimati e
troppo costosi, come semplici accessori, forse piacevoli da avere e da
usare, ma mai essenziali.
Il suo unico destino vivente è la silenziosa, invincibile legge nel
suo cuore, che le abitudini comode rendono così difficile da
perseguire, ma che costituisce il destino e la divinità dell’uomo di
volontà.

Hesse on Self-Will
Manoscri o, Misc. Notes, Bruce Lee Papers
Verso la liberazione

Scegliere un metodo significa coltivare la resistenza, e dove c’è


resistenza non c’è comprensione. Una mente cosidde a ben
disciplinata non è una mente libera. Scegliere un metodo, per essere
esa i, fissa la mente in un modello, una cristallizzazione. Fissare le
forme non può mai condurre alla libertà (che proviene dalla fluidità).
Questo tipo di esercitazione morta non è una risposta adeguata al
momento sempre mutevole del comba imento. Questo momento
sempre mutevole deve essere affrontato in modo nuovo, fresco,
perché il momento è sempre nuovo.
Le forme classiche sono un impedimento alla libertà, perché le
forme sono qualcosa che non è ancora accaduto. Come può una
mente che è il risultato di una forma meccanica parcellizzata arrivare
alla comprensione del senza forma?

Toward Liberation
Manoscri o, Misc. Notes, Bruce Lee Papers
Parte quarta
POESIA
Quando non stava lavorando, scrivendo sceneggiature, giocando con i
bambini o insegnando arti marziali, Bruce Lee era spesso intento a scrivere
poesie. Amava la poesia come veicolo a raverso cui poteva esprimere le
sensazioni e i sentimenti e perme ere alla sua anima di esprimersi sulle tele
della vita. Gli piaceva anche tradurre poesie cinesi in inglese (Il gelo, del
poeta cinese Tzu-yeh, ne è un esempio) e aggiungere la propria
interpretazione le eraria al sentimento originale dell’artista.
Le poesie di Lee sono, per i nostri canoni comuni, piu osto cupe,
rifle endo i recessi più profondi e oscuri della psiche umana. Molte
sembrano esprimere una sensazione ricorrente della transitorietà della vita,
dell’amore e della passione umana. Ma, cosa più importante, queste poesie
rifle ono un’altra parte di Bruce Lee: l’anima sensibile, che cerca la
comprensione, l’amore, la compagnia. Le sue poesie rifle ono la sua
convinzione che la vita è quello che noi facciamo di essa, e che il solo tempo
a nostra disposizione per questo compito è l’oggi.
Pioggia, nuvole nere
Pioggia,
Nuvole nere,
Fiori caduti dagli alberi e pallida luna,
Il volo affre ato degli uccelli,
L’arrivo dell’autunno solitario,
Per noi è tempo di lasciarci.

Le nuvole là sopra ondeggiano nel cielo


Rapide, veloci passano
O si confondono insieme.

Molto si è de o, eppure non siamo ancora


Arrivati alla fine dei nostri sentimenti.
Lunga deve essere questa partenza e
Ricorda, ricorda che tu i
I miei pensieri sono sempre stati per te.

I tempi felici probabilmente non torneranno più.


Fra un istante – la nostra separazione sarà già finita.
Quando i giorni sono corti e lunghe le no i tristi

Leggi questi versi che ti lascio, leggili


Quando il silenzio del mondo si impossessa di te,
O quando ti senti inquieta e senza pace,
Lunga deve essere questa partenza e
Ricorda, ricorda che tu i
I miei pensieri sono sempre stati per te.

Rain
Manoscri o, Bruce Lee Papers

Giù per la collina a occidente


Giù per la collina a occidente sprofonda il sole lucente
Impregnando di giallo dorato tu a l’atmosfera.

Sulla cima solitaria di una collina, lontano dalla foschia,


Un drago dorato si innalza alla vista,
Con sogni che svaniscono e muoiono nel chiaro occidente.

Down the Western Hill


Manoscri o, Bruce Lee Papers
Il sole morente
Il sole morente è triste nel lontano orizzonte.
Il vento autunnale soffia crudele;
Cadono le foglie gialle.

Dalla ve a della montagna,


Due ruscelli senza volerlo si sono divisi,
Uno si volge a occidente, l’altro a oriente.
Il sole sorgerà di nuovo doma ina.
Le foglie saranno ancora verdi in primavera.
Ma noi dobbiamo essere come il ruscello di montagna,
E non incontrarci mai più?

The Dying Sun


Manoscri o, Bruce Lee Papers

L’amore è un’amicizia che prende fuoco


L’amore è un’amicizia che prende fuoco.
All’inizio una fiamma,
Molto a raente, spesso ardente e fiera
Ma ancora soltanto una luce tremula.

Quando l’amore fiorisce, i nostri cuori maturano


E il nostro amore diventa come carboni
Che bruciano d’ardore inestinguibile.

Versi citati in Linda Lee Cadwell, Bruce Lee: The Man Only I Knew, Warner
Books, New York 1975

Ancora una volta ti stringo nelle mie braccia


Ancora una volta ti stringo nelle mie braccia;
E ancora una volta mi perdo
Nel mio paradiso.

Proprio ora tu e io siamo


Su una barca dorata che si abbandona libera al mare luminoso
Lontano, lontano dal mondo degli umani.
Sono felice come le onde che danzano a orno a noi.
Troppo pensiero uccide la spontaneità,
Come troppa luce abbaglia i miei occhi.
Troppa verità mi sorprende.
Malgrado tu i gli ostacoli,
L’amore esiste ancora tra di noi.

È inutile cercare di togliere il fango,


Dall’acqua torbida,
Perché diventerebbe ancora più scura.
Ma lasciala sola,
E si rischiarerà;
Tornerà limpida da sé.

Manoscri o, 1964 circa, Bruce Lee Papers

Tu i i fiumi che scorrono a oriente o a occidente


Tu i i fiumi che scorrono a oriente o a occidente
Devono affluire al mare;
La corrente dalla terra di mezzo
Si muove rapidamente dall’isola solitaria.

Cio oli d’oro e d’argento si confondono,


Si intrecciano le alghe marine e il fuco.
Ruscelli nati dalle nevi di montagna
Formano un’onda magnifica.
L’arco soffiato si muove
In corsa contro il grigio
Tocchi di bianco come ba iti del cuore
Sono trascinati in mezzo alle onde.

L’onda dalle cime montane diventa


Un martello per scolpire le rocce,
Per lasciare lisce le forme e lucide le superfici.
Dal macigno alla roccia alla sabbia.

E con un ultimo gesto di fiducia il sole


Ge a un’onda sulla spiaggia
La medusa con fatica
si nasconde in uno specchio d’acqua.

Manoscri o, 1963 circa, Bruce Lee Papers

In barca sul lago Washington


Vivo ricordando un sogno
Che è arrivato e se ne è andato;
In solitudine siedo sulla mia barca
Che scorre libera sulla superficie tranquilla del lago.

Nel cielo blu, le rondini volano a coppie;


Sull’acqua quieta, le anatre nuotano fianco a fianco.
Appoggiato al remo fisso l’acqua in lontananza.
Il cielo è distante, l’amata lontana.

Il sole sprofonda nelle fiamme del lontano orizzonte.


E presto il tramonto arriverà al culmine a raversando
Ogni possibile fase di violenza e splendore.
Di solito il tramonto del sole è una parola di pace,
Ma questa sera come i morbidi e invisibili
Legami di amore aggiunge solo pena al mio cuore.
g gg g p
Sopra al lago la luna rotonda sorge luminosa
E inonda l’orizzonte con la sua argentea luce.
Guardo nell’acqua; è chiara come la no e.

Quando le nuvole galleggiano vicine alla luna,


Le vedo ondeggiare nel lago,
E mi sembra di remare nel cielo.
All’improvviso ti penso – ti ho vista riflessa nel mio cuore.

Il lago dorme in pace,


E non si ode neanche il più so ile mormorio delle onde.
Sdraiato sulla barca,
Provo a far comparire la terra di sogno dove posso cercarti.
Ma purtroppo i sogni non compaiono.
Solo un punto in movimento, un fuoco nell’oscurità,
La luce lontana di una barca che passa.

Boating on Lake Washington


Manoscri o, Bruce Lee Papers

Per un istante
Per un istante
Tu o ciò che mi circonda è silenzioso.
Il tempo cessa.
Il Paradiso dei Sogni si avvera.

Manoscri o, Bruce Lee Papers


Camminando sulla riva del lago Washington
La brezza sulla riva
Soffia già fresca e mite;
In lontananza si fondono lago e cielo
Nella linea rossa del tramonto.

Il silenzio profondo del lago,


Allontana da me il tumulto.
Lungo la riva deserta
Mi muovo lentamente:

Solo le ranocchie disturbate si allontanano.


Qua e là ci sono case,
Perle fresche di luce si sprigionano da esse.
Una luna abbagliante
Splende dalle profonde solitudini del cielo.
Alla luce della luna mi muovo piano in un gesto di kung fu.
Corpo e anima si fondono insieme.
Walking Along the Bank of Lake Washington
Manoscri o, Bruce Lee Papers

Pioggia no urna
Siedo nella lunga no e
Nella torre alta,
E ascolto la pioggia d’autunno
Che cade fuori dalla mia finestra.
Non c’è suono di vita umana,
A parte, proprio ora,
Un tardivo viaggiatore che si affre a.

Nel cielo buio,


Un’oca selvatica dà ali al suo solitario volo.
Nella fredda oscurità,
Canta un grillo
L’acqua sgocciola triste
Dagli alberi di tung;
E i fiori degli alberi
Cadono zi i
Sulla terra bagnata.

La tristezza cova
Sopra il mondo.
Ho paura di camminare nel mio giardino,
Ho timore di scorgere
Una coppia di farfalle
Giocare al sole
Tra i fiori.

Night Rain
Manoscri o, Bruce Lee Papers

Il nostro stare insieme è un dolce sogno


Il nostro stare insieme è un dolce sogno
Troppo dolce, troppo agrodolce,
Il suo risveglio dovrebbe essere in Paradiso.

E ora come un sogno tu svanirai.


E solo in sogno potremo incontrarci ancora.
Vivere la nostra vera vita ancora,
Come in luglio, agosto e se embre.
Cara, vieni da me, nei sogni
Possiamo vivere ancora la nostra vita
Nella terra verde della speranza.
Molto si è de o,
Ma non sono ancora giunto alla fine dei miei sentimenti.

Esci dalla mia mente, ed entra nel mio cuore.


Ricorda che i miei pensieri sono sempre stati per te.

Quando, oh, quando potremo camminare ancora.


Mano nella mano
Tu e io?

Manoscri o, 1973 circa, Bruce Lee Papers


Ciò che mi circonda è senza suoni
Ciò che mi circonda è senza suoni.
Il tempo all’improvviso cessa.
Delicatamente ti lasci andare nelle mie braccia.

Gli anni di una vita non arrivano mai a cento,


Ma vi sono in essi mille anni di dolore.
Quando i giorni sono corti e lunghe le no i tristi,
Perché non camminiamo al chiarore della luna?
La pallida luna, ancora, come splende chiara,
Splende sul mio le o solitario.
A lungo sono rimasto a le o coi miei pensieri,
Torturato dal dolore mi agito e non riesco a dormire.
Raccolgo i miei vestiti, vago su e giù.
Le stelle e i pianeti sono indistinti nel cielo
Rivolto alla luna, esito, da solo.
A chi posso dire la mia tristezza?

I tempi felici probabilmente non torneranno più.


Tra un istante, la nostra separazione sarà finita.
Con ansia, fermo la macchina sul ciglio della strada,
Esitando, ci stringiamo le mani.

Le nuvole flu uano nel cielo,


Passano rapide o si uniscono insieme.
I petali cadono senza fre a, gli uccelli si richiamano sulle colline.
D’ora in avanti, lunga deve essere la nostra separazione,
Fermiamoci ancora una volta per un istante.

Come i torrenti di montagna, ci separiamo e ci incontriamo.


Tu o è silenzioso,
A parte il fugace abbaiare solitario di un cane.

Manoscri o, Bruce Lee Papers


È primavera
È primavera,
E da qualche parte nella no e
Suona un flauto.
Di giovinezza e di gioia
E d’amore canta.

Ma che può importarmi,


Quando il mio cuore è con te,
Lontano da qui?

Manoscri o, Bruce Lee Papers

Le cose che vedo


Da solo vago in silenzio
E nel cielo i due parrocche i scappati
Precipitano per paura del pescatore.

I due pesci nuotano;


Uno bianco, l’altro d’oro.
Dal recinto
Una rosa si tende cercando il sole.

Tra i fiori volano due farfalle.


Forse sanno dove vogliono andare,
Ma non sanno come arrivarci.

Manoscri o, Bruce Lee Papers

Il colibrì
I raggi di primavera da oriente come frecce purpuree.
Il colibrì comincia il suo volo.
Felicemente vola nel cielo purpureo,
Cercando le amate rose.

Sulla cima della montagna,


Lontano dal mondo degli umani,
Una rosa lo sta aspe ando.
Sulla ve a della montagna si libra
In silenzio sopra la rosa e aspe a
p p
Che l’alba da porpora diventi oro.

Il sole si muove nel meriggio,


È tempo di partire.
Senza voglia, il colibrì spicca il volo,
Si libra, gira a orno alla rosa tre volte,
Poi torna al suo nido,
Lontano, lontano verso oriente.
Dalla mia finestra ho visto
Il cremisi intenso del giorno che tramonta
Seguito dalla quiete argentea della no e.

Nella mia stanza tu o è silente.


Chi sa che tu e le sere nel le o,
Non sono malato,
Eppure non mi addormento?

Un secondo è un’ora,
E un’ora diventa una no e quando sto fermo,
Aspe ando il sole nascente.
Oh, se potessi essere un colibrì
E veloce volare da te.

In sogno la cosa più meravigliosa si avvera


Ma io non sono più un colibrì
E lei non è più una rosa
Non c’è più mezzano e o no e
Ma sempre il ma ino.
Quanto spero che un giorno
Anche il sogno non sia più un sogno.

The Humming Bird


Manoscri o, Bruce Lee Papers
Il gelo
Giovane uomo,
Cogli ogni minuto
Del tuo tempo.

I giorni volano via;


Presto anche tu
Diventerai vecchio.

Se non mi credi,
Guarda qui, nel cortile,
Come il gelo
Scintilla bianco e freddo e crudele
Sul prato che un tempo era verde.

Non vedi
Che tu e io
Siamo i rami
Dello stesso albero?

Dalla tua gioia


Nasce il mio riso;
Dalla tua tristezza
Comincia il mio pianto.

Amore,
Potrebbe essere altrimenti
Per te e me?

Tzu-yeh, The Frost

La foglia che cade


Il vento scherza con la pioggia.
Fuori in giardino una piccola foglia gialla
Si stringe disperatamente al suo ramo.

Colgo la foglia
E la me o nel mio libro,
Dandole una dimora.

Manoscri o, Bruce Lee Papers

La no e è fa a per amare
La no e è fa a per amare,
E troppo presto ritorna il giorno.

E così il tempo vola via fiducioso


Anche se lei è lontana.
Gli altri pensieri vanno e vengono,
Ma il pensiero di te,
Rimane profondo nel mio cuore.

Manoscri o, Bruce Lee Papers

Il flauto silenzioso
Spero di non possedere mai,
Né d’esser posseduto.
Non aspiro più al paradiso,
Sopra u o non temo più l’inferno.

Il rimedio alla mia sofferenza


L’avevo in me fin dall’inizio,
Ma non l’ho preso.
Il mio malessere proviene da dentro,
Ma non l’ho considerato
Fino a questo momento.

Ora mi accorgo che non troverò mai la luce


Se, come una candela, non divento il mio stesso combustibile
Consumando me stesso.

Cord’s closing speech, nel copione di The Silent Flute, 19 o obre 1970
Bruce Lee Papers
Da quando sei partita
Il sole tramonta piano a occidente;
È finita la canzone d’addio;
Ci siamo lasciati.
Appoggiato al remo di legno di sandalo osservo l’acqua,
Lontano, il cielo.
Lontana, l’amata.
Da quando sei partita, non so se sei lontana o vicina,
So solo che i colori della natura sono impalliditi
E che il mio cuore si è chiuso in uno struggimento infinito.

Appoggiato sul cuscino,


Cerco di far comparire la Terra dei Sogni dove posso incontrarti.
Ma i sogni non arrivano, soltanto il debole bagliore del lampione si
mescola alle ombre.
La mia barca scivola sul lago tranquillo,
Oltre il fru eto che costeggia la riva.

Ti lascio le mie poesie.


Leggile
Quando il silenzio del mondo si impossessa di te,
O quando ti senti inquieta e senza pace.
Per andare a remare nella nostra barca abbiamo aspe ato
Il tramonto del sole.
Una brezza leggera increspa la superficie blu
E fa ondeggiare i fiori di loto.

Lungo le rive,
Dove i fiori di ciliegio cadono come pioggia,
Guardiamo la visione fugace degli amanti girovaghi.

Un desiderio ardente si impossessa di me.


Voglio raccontare loro la passione.
Ma la mia barca scivola via
Seguendo i moti della corrente.
Il mio cuore si volta indietro con tristezza.

Due rondini, e altre due rondini,


Sempre le rondini volano a coppie.
Quando scorgono una torre di giada
O un padiglione lucente,

Non si fermano mai l’una senza l’altra.


Quando trovano una balaustra di marmo
O una finestra dorata,
Non si separano mai.

Veloce la mia barca scorre lungo il fiume,


So o un cielo striato di nuvole.
Guardo nell’acqua;
È chiara come la no e.
Quando le nuvole flu uano vicine alla luna,
Le vedo ondeggiare nel fiume,
E mi sembra di remare nel cielo.
Penso all’amata
Riflessa nel mio cuore.

Manoscri o, Bruce Lee Papers

La dipartita
Chi sa quando ci vedremo ancora.
Forse tra anni,
Forse mai più.

Prendiamo allora un pezzo di creta,


Da inumidire, da plasmare,
E facciamone un’immagine di te
E un’immagine di me.
Poi frantumiamole, rompiamole,
p
E con una goccia d’acqua
Mescoliamole insieme.

E dalla creta riformeremo


La mia immagine e la tua immagine.
Così nella mia creta ci sarà un po’ di te,
E nella tua creta un poco di me.
E niente ci separerà più.

Da vivi, saremo per sempre l’uno nel cuore dell’altro


E da morti, saremo sepolti insieme.

Versi senza titolo di Madame Kuan, pi rice alla corte imperiale cinese e moglie
del grande pi ore Chao Mengfu. La leggenda racconta che quando Chao prese
in considerazione l’idea d’avere un’amante, Madame Kuan scrisse questa
poesia, che gli toccò il cuore e gli fece cambiare idea
Parte quinta
JEET KUNE DO
LA LIBERAZIONE
Bruce Lee una volte disse che il jeet kune do «è l’arte dell’anima in pace,
come la luce della luna riflessa in un lago profondo». 19 Forse questo
sorprenderà alcuni, anche chi è stato studente di Lee nelle sue scuole di
Oakland, Sea le e Los Angeles, che si ricordano che l’insegnamento
puntava su un approccio efficace e non classico del comba imento, opposto
alle verità spirituali.
Eppure questa affermazione non fu un semplice a eggiamento poetico
del personaggio Lee. Anche se mantenne sempre un’impostazione filosofica,
vide arrivare il tempo in cui tu e le sue ricerche precedenti sul kung fu, la
filosofia, la psicologia, e perfino la poesia, trovarono espressione nella
creazione di qualcosa di nuovo, in una profonda visione del mondo delle arti
marziali. Quel qualcosa di nuovo era un nuovo modo di intuire la vita, che,
per estensione, influenzò Lee nel suo approccio al comba imento.
Il suo approccio alla lo a venne da allora basato – per la prima volta
nella storia delle arti marziali – sulla libertà totale del singolo praticante.
All’inizio, nel 1967, il jeet kune do (o jkd, come Lee lo chiamava) costituiva
un nuovo approccio alle arti marziali scaturito da anni di ricerca da parte di
Lee nell’ambito delle scienze (chinesiologia, fisiologia ecc.) e fu concepito
come un sistema di comba imento semplice, dire o ed efficace. Comunque,
una lesione alla schiena che Lee subì (o forse una vecchia lesione che si
aggravò) nel 1970 lo costrinse a le o per diversi mesi. Non potendo allenare
il suo corpo per un certo periodo, Lee allenò la sua mente come mai prima
d’allora, con il risultato che poi mise a fru o le sue profonde intuizioni sulla
condizione umana, intuizioni che trascendevano di gran lunga l’universo
puramente fisico del comba imento.
Lee cominciò a trovare risposte. Cominciò finalmente a comprendere
perché gli esseri umani fanno quello che fanno, incluso il comba ere; le
nostre motivazioni; come evolviamo, cresciamo e ci sviluppiamo; e a cosa
portano, alla fine, tu e le nostre a ività quotidiane. Questo gli permise di
scorgere le limitazioni implicite in ogni sistema o metodo di comba imento,
compreso il sistema tanto efficace che lui stesso aveva creato. Lee cominciò a
concepire la possibilità di un metodo «senza metodo», di uno «stile senza
stile», che avrebbe portato a una pratica atletica senza restrizioni e alla
libertà spirituale delle persone. In definitiva, allora, il jeet kune do non era
soltanto una via più efficace di altre per mantenere il controllo sul proprio
avversario, quanto piu osto una via efficace per controllare se stessi; per
liberarsi dai propri a accamenti, dalle insicurezze, dalle paure, dalle
emozioni represse; in altre parole, da tu o ciò che impedisce all’individuo di
diventare la massima espressione di se stesso. Bruce Lee si rese conto che, in
fondo, una persona non può ricevere consigli o aiuto che da se stesso, e
questa consapevolezza lo indusse a scrivere: «Ognuno deve trovare la
propria realizzazione. Nessun maestro può dartela». 20
Quanto segue in questa sezione del libro sono i commenti di Bruce Lee
sulla sua nuova visione della condizione umana, cominciando dal suo
approccio al comba imento per gli artisti marziali e concludendo con un
insegnamento per la libertà spirituale di tu i gli esseri umani. Sono
comprese le o o bozze di un tema che Lee concluse mentre preparava il suo
primo discorso pubblico sul suo nuovo sistema di convinzioni. La bozza
finale venne pubblicata nel se embre 1971 dalla rivista «Black Belt» con il
titolo di Libera te stesso dal karate classico 21 (l’articolo fu
successivamente ristampato in The Legendary Bruce Lee, Ohara,
Burbank 1986, ed è una valida testimonianza dell’evoluzione finale e del
processo mentale dell’autore).
Vi accorgerete, leggendo queste diverse bozze, che nuove idee – tu e
significative – vennero in mente a Lee a ogni nuova versione e che tu e le
bozze ci forniscono ulteriori riflessioni e contesti, chiarendo ulteriormente il
suo punto di vista sulla natura fondamentale del jeet kune do. Per la prima
volta qui vengono riuniti tu i gli scri i di Lee sul jeet kune do.
Jeet kune do: la via del «pugno che interce a»

Il jeet kune do è l’allenamento e la disciplina verso la realtà


fondamentale del comba imento. La realtà fondamentale consiste
nel ritornare alla libertà originaria, che è semplice, dire a e non
classica.
Un buon praticante di jeet kune do non oppone forza e non si
arrende completamente. È flessibile, arrendevole come una sorgente,
è complementare e non antitetico alla forza del suo avversario. Non
ha tecnica e fa sua la tecnica dell’avversario. Bisogna rispondere alle
circostanze senza predisposizioni artificiali e «rigide». L’azione deve
essere immediata come l’ombra che si ada a all’ogge o in
movimento. Il compito di ciascuno è semplicemente di completare
l’altra faccia dell’«unità» in modo spontaneo.
Nel jeet kune do non si accumula, si elimina. Esso non consiste in
un processo di accumulazione quotidiana, ma in un processo di
eliminazione quotidiana. La ve a della cultura conduce sempre alla
semplicità. È la cultura a metà strada che conduce all’artificiosità.
Perciò non è importante quanta conoscenza si è accumulata; conta
piu osto quanto si riesce a me ere in pratica. «Essere» è
decisamente più importante che «fare».
La comprensione del jeet kune do arriva grazie a un sentire
personale a imo dopo a imo, nello specchio delle relazioni e non
a raverso un processo di isolamento. Essere significa essere
collegati. Isolarsi equivale a morire. Ogni tecnica, anche se degna,
apprezzabile e piacevole, diventa una mala ia, se la mente ne è
ossessionata. Impara i principi, conformati ai principi, e poi disfati
dei principi. In breve, entra in una forma senza esserne prigioniero, e
obbedisci ai principi senza venirne limitato.
I miei allievi di jeet kune do prestano ascolto a questo: tu i gli
schemi rigidi sono incapaci di ada abilità e di flessibilità. La verità
sta al di fuori dei modelli prestabiliti. Prova a o enere la docile
forma di una carta da pacchi riempita d’acqua! Quando si raggiunge
la maturità in quest’arte, si raggiunge la forma senza forma. È come
il dissolversi o lo sciogliersi del ghiaccio nell’acqua, che può ada arsi
a ogni stru ura. Quando non si ha forma, si può assumere qualsiasi
forma; quando non si ha stile, ci si può ada are a tu i gli stili.
Nella libertà originaria, si utilizzano tu e le vie e non si è legati a
nessuna via e al contempo si utilizzano tu e le tecniche e gli
strumenti che servono allo scopo. L’efficienza non è altro che
l’o enere risultati. Quando percepisci la verità nel jeet kune do, ti
senti al centro di un cerchio senza circonferenza.
Bruce Lee
Presidente del jeet kune do

Le era indirizzata agli allievi della scuola di Chinatown, Los Angeles, 1967
circa
Verso la liberazione personale (jeet kune do)
I

In passato si è scri o molto sul jeet kune do, sia qui sia all’estero,
specialmente a Hong Kong. Tu avia, nessuno degli articoli scri i
coglie il nucleo fondamentale; è sostanzialmente una questione di
grado di precisione. È davvero difficile scrivere che cos’è il jeet kune
do (JKD ), mentre è più facile scrivere che cosa non è.
È probabilmente per evitare di estrapolare una COSA da un
PROCESSO che non ho ancora scri o un articolo sul JKD . Per iniziare
questo articolo, mi sembra appropriata una storia zen:

Una volta un erudito si recò da un maestro zen per fargli delle


domande sullo zen. Quando il maestro zen parlò, l’erudito lo
interruppe più volte con i suoi commenti, del tipo: «Oh sì, anche noi
abbiamo questo», e così via. Alla fine il maestro zen smise di parlare
e cominciò a servire il tè all’uomo do o; continuò però a versarlo
nella tazza e il tè traboccò. «Basta così! Non ci sta altro tè nella
tazza!» interruppe l’erudito. «Lo so» rispose il maestro zen. «Se
prima non svuoti la tua tazza, come puoi assaporare la mia tazza di
tè?»

Spero che i miei compagni di arti marziali leggeranno i paragrafi


seguenti con mente aperta, lasciandosi alle spalle tu i i pesi delle
opinioni e delle conclusioni preconce e; questo a o, tra l’altro, ha in
sé un potere liberatorio: dopotu o, l’utilità di una tazza di tè risiede
proprio nel suo essere vuota.
D’altra parte, me ete in relazione questo testo con voi stessi
perché, anche se l’argomento è il JKD , riguarda principalmente lo
sbocciare dell’artista marziale, e non dell’artista marziale «cinese» e
così via. Sia chiaro infa i una volta per tu e che un artista marziale è
prima di tu o un essere umano, cioè se stesso; le nazionalità non
hanno niente a che vedere con l’arte marziale.

La vera osservazione inizia quando ci si libera dai modelli


prestabiliti; la libertà di espressione si o iene quando si va
oltre il sistema
Immaginiamo che tante persone, allenate secondo diverse forme di
arte del comba imento, abbiano appena assistito a un duello. Sono
sicuro che alla fine del comba imento sentiremo versioni differenti
da ognuna di queste persone.
La conclusione è piu osto comprensibile: non si può vedere un
comba imento «così com’è» perché ognuno lo interpreta in base ai
limiti della sua particolare condizione, ovvero dal suo punto di vista
di pugile, di lo atore, di praticante di karate, di praticante di kung
fu o comunque di chi si è formato con un particolare metodo. Ogni
tentativo di descrivere il comba imento in realtà esprime soltanto
un’idea parziale del comba imento, a seconda delle proprie simpatie
e antipatie. La lo a così com’è, semplice e totale, non dipende dalla
condizione di artista marziale cinese, di artista marziale coreano o di
qualsiasi tipo di artista marziale tu sia. La vera osservazione inizia
quando ci si libera dai modelli prestabiliti e la libertà di espressione
si o iene quando si va oltre i sistemi.

Uno stile è una risposta codificata all’inclinazione di


ciascuno
Prima di rivolgerci al JKD , vediamo che cos’è esa amente uno stile
classico di arte marziale. Tanto per cominciare, dobbiamo capire che
è l’uomo a creare uno stile. Non diamo re a alle tante storie
fantasiose sui fondatori dei diversi stili (un misterioso monaco
saggio, un particolare messaggio ricevuto in sogno, una rivelazione
sacra, piena di luce dorata ecc.). Uno stile non deve mai essere un
vangelo di cui non si possono violare le leggi e i principi. L’uomo,
l’essere umano, è sempre più importante di qualsiasi stile.
Il fondatore di uno stile può avere scoperto qualche verità
parziale, ma con il passare del tempo, sopra u o dopo la sua morte,
i suoi postulati, la sua inclinazione, la sua formula conclusiva – che
studiamo costantemente e non facciamo mai nostra – diventano una
legge. Le credenze furono inventate, i rituali furono prescri i, le
diverse filosofie furono formulate e, alla fine, furono ere e le
istituzioni; così, ciò che forse era cominciato come una sorta di
personale fluidità del suo fondatore, è poi diventato una conoscenza
solidificata, fissa – una risposta organizzata e codificata presentata
secondo un ordine logico –, una panacea mantenuta per
condizionare le masse. In questo modo, i discepoli ben intenzionati
hanno fa o diventare questa conoscenza non soltanto un altare
sacro, ma anche una tomba in cui viene sepolta la saggezza del
fondatore.
Se osserviamo onestamente la realtà del comba imento per quella
che è, e non per quella che vorremmo che fosse, sono sicuro che ci
accorgeremmo che uno stile tende a generare regole, parzialità,
rifiuti, condanne e tante giustificazioni. In breve, la soluzione offerta
è la causa stessa del problema, perché limita e ostacola la nostra
crescita naturale e di conseguenza ostacola la via all’autentica
comprensione.
Ovviamente, come dire a reazione all’«altra verità», un altro
fondatore o forse anche un discepolo insoddisfa o vorrà
«organizzare» un approccio opposto – come nel caso dello stile
morbido opposto allo stile duro, della scuola interna opposta alla
scuola esterna ecc. – che in poco tempo diverrà una vasta
organizzazione con le sue leggi costituite e i suoi modelli predile i.
In questo modo comincia la lunga lo a tra uno stile che rivendica di
possedere la «verità» e gli altri stili, che vengono esclusi. Così,
sebbene l’essere umano sia totale e universale – mentre uno stile è
solo la proiezione parziale di un individuo, limitata da quel
particolare segmento, e di conseguenza mai totale –, lo stile è
diventato molto più importante delle persone che lo praticano. Il
peggio è che questi stili sono spesso in opposizione l’uno all’altro,
perché tendono a essere separati nei principi l’uno dall’altro. Di
conseguenza, gli stili separano gli uomini anziché unirli.

La verità non può essere stru urata o delimitata


Non ci si può esprimere appieno e completamente quando ci viene
imposta una forma parziale e predefinita o uno stile. Il
comba imento «così com’è» è totale, incluso tu o «ciò che è» e tu o
«ciò che non è», senza tra i o angolature preferiti, senza confini; è
sempre fresco e nuovo, mai predefinito, e cambia continuamente.
Senza dubbio, il comba imento non si deve limitare ad assecondare
l’inclinazione personale dell’individuo, i suoi condizionamenti
ambientali o la sua costituzione fisica, anche se questi aspe i sono
parti della totalità del comba imento. Tu avia, è proprio questo tipo
di «sicurezza particolare» o di «sostegno» a limitare e bloccare la
crescita spontanea dell’artista marziale. Di fa o, molti praticanti
sviluppano un tale a accamento ai loro «sostegni» che non possono
più farne a meno. Ogni tecnica particolare, anche se corre a o ideata
con intelligenza, in realtà è una mala ia, quando se ne rimane
ossessionati. Purtroppo, molti artisti marziali cadono spesso nella
trappola di tale ossessione. Questi individui sono costantemente alla
ricerca del maestro che soddisfi i loro particolari desideri.

Cos’è il jeet kune do?


Sia chiaro che io non ho MAI inventato un nuovo stile, composito,
modificato o diverso; cioè basato su una forma distinta e su leggi
diverse.
Il jeet kune do non è una forma speciale di condizionamento
mediante una serie di credenze e un approccio particolare. Non
guarda al comba imento da un certa prospe iva, ma da tu e le
prospe ive possibili, e anche se il JKD utilizza tu i i metodi e gli
strumenti per raggiungere il suo scopo – dopotu o, l’efficienza non è
altro che l’o enere risultati –, non ne viene affa o limitato, e per
questo è libero.
In altre parole, il JKD , anche se possiede tu i i punti di vista, non
ne è posseduto. Perché, come ho de o prima, ogni forma, anche se
efficacemente ideata, diventa una gabbia quando il praticante ne è
ossessionato.
Definire il JKD come uno stile – kung fu, karate, kickboxing, il
comba imento da strada di Bruce Lee ecc. – significa mancare del
tu o il bersaglio, semplicemente perché il suo insegnamento non si
può ridurre a un sistema.
Se il JKD non è uno stile né un metodo, alcuni potrebbero pensare
che si tra i di qualcosa di neutrale o di indifferente. Eppure non si
tra a di nessuno dei due, perché il JKD è contemporaneamente
«questo» e «non questo» e, quindi, non è né contro né a favore degli
stili. Per comprendere pienamente, bisogna

[il testo non fu terminato]

Toward Personal Liberation (Jeet Kune Do)


Manoscri o, 1971 circa, Bruce Lee Papers
Verso la liberazione personale (jeet kune do)
II

Sono un maestro esa amente come sono uno studente, perché sono
sempre in un processo di sviluppo e semplificazione, ma sono
conosciuto sopra u o come un maestro, e uno di quelli
notoriamente cari, perché quando mi viene richiesta una parte del
mio tempo i miei studenti pagano per il valore che essa ha.
Il tempo è molto importante per me, perché, vedete, anche io sono
un apprendista, e spesso mi perdo nell’eterna gioia di sviluppare e di
semplificare. Interrompere il fluire del tempo per scrivere un articolo
sul JKD non è una cosa che mi piaccia particolarmente.
In passato si è scri o molto sul jeet kune do, sia qui sia all’estero,
specialmente a Hong Kong. Tu avia, nessuno degli articoli scri i
coglie il nucleo fondamentale; è sostanzialmente una questione di
grado di precisione. È davvero difficile scrivere che cos’è il jeet kune
do (JKD ), mentre è più facile scrivere che cosa non è.
È probabilmente per evitare di estrapolare una COSA da un
PROCESSO che non ho ancora scri o un articolo sul JKD . Per iniziare
questo articolo, mi sembra appropriata una storia zen. Alcuni le ori
forse la conosceranno già, ma l’ho scelta lo stesso per la sua
pertinenza. Non che lo zen sia qualcosa di misteriosamente alla
moda e neppure qualcosa di assolutamente speciale. Raccontare
degli aneddoti è un modo efficace per riscaldare i muscoli della
flessibilità dei propri sensi, del proprio a eggiamento e della propria
mente:

Una volta un erudito si recò da un maestro zen per fargli delle


domande sullo zen. Quando il maestro zen parlò, l’erudito lo
interruppe più volte con i suoi commenti, del tipo: «Oh sì, anche noi
abbiamo questo», e così via. Alla fine il maestro zen smise di parlare
e cominciò a servire il tè all’uomo do o; continuò però a versarlo
nella tazza e il tè traboccò. «Basta così! Non ci sta altro tè nella
tazza!» interruppe l’erudito. «Lo so» rispose il maestro zen. «Se
prima non svuoti la tua tazza, come puoi assaporare la mia tazza di
tè?»

La ragione mi suggerisce che si tra a di una vana speranza, ma


spero comunque che coloro che sono imbevuti di credenze
solidificate, compresi i miei compagni di arte marziale, leggano i
paragrafi seguenti con la mente aperta, lasciandosi alle spalle tu i i
pesi delle opinioni e delle conclusioni preconce e; questo a o, tra
l’altro, ha in sé un potere liberatorio: dopotu o, l’utilità di una tazza
di tè risiede proprio nel suo essere vuota.
D’altra parte, me ete in relazione questo testo con voi stessi
perché, anche se l’argomento è il JKD , riguarda principalmente lo
sbocciare dell’artista marziale, e non dell’artista marziale «cinese» e
così via. Sia chiaro infa i una volta per tu e che un artista marziale è
prima di tu o un essere umano, cioè se stesso; le nazionalità non
hanno niente a che vedere con l’arte marziale.

Vivere è un continuo processo di relazione, quindi, per favore,


finitela con tu o quel chiacchiericcio mentale, uscite dal guscio del
vostro isolamento prote ivo, da quell’orgogliosa conclusione o da
qualsiasi altra cosa, per entrare in relazione DIRETTAMENTE con
quanto sto dicendo. Sme etela con quel confuso borbo io
intelle uale o mentale e ritornate a sintonizzarvi sui vostri sensi, e
tenete bene a mente che non sto cercando la vostra approvazione e
neanche di influenzarvi. Invece di fare costruzioni mentali e di dire:
«Allora questo è così» e «Quello è cosà», sarei più che soddisfa o se,
in seguito a questo articolo, d’ora in poi cominciaste a indagare voi
stessi.

La vera osservazione inizia quando ci si libera dai modelli


prestabiliti; la libertà di espressione si o iene quando si va
oltre il sistema
Immaginiamo che tante persone, allenate secondo diverse forme di
arte del comba imento, abbiano appena assistito a un duello. Sono
sicuro che alla fine sentiremo versioni differenti da ognuna di queste
persone. La conclusione è piu osto comprensibile: non si può vedere
un comba imento «così com’è», perché ognuno lo interpreta in base
ai limiti della sua particolare condizione, ovvero dal suo punto di
vista di pugile, di lo atore, di praticante di karate, di judo o di kung
fu o di chi si è formato con un particolare metodo, dato che spesso si
è accecati dai modelli predile i e, naturalmente, si interpreta la lo a
in base ai limiti del proprio particolare condizionamento. Quindi,
ogni tentativo di descrivere il comba imento in realtà esprime
soltanto un’idea parziale del comba imento, a seconda delle proprie
simpatie e antipatie. La lo a così com’è, semplice e totale, non
dipende dalla condizione di artista marziale «cinese», «coreano» o di
«qualsiasi» tipo di artista marziale tu sia. La vera osservazione inizia
quando ci si libera dai modelli prestabiliti e la libertà di espressione
si o iene quando si va oltre i sistemi.

Uno stile è una risposta codificata all’inclinazione di


ciascuno
Prima di rivolgerci al JKD , vediamo che cos’è esa amente uno stile
classico di arte marziale. Tanto per cominciare, dobbiamo capire che
è l’uomo a creare uno stile. Non diamo re a alle tante storie
fantasiose sui fondatori dei diversi stili (un misterioso monaco
saggio, un particolare messaggio ricevuto in sogno, una rivelazione
sacra ecc.). Uno stile non deve mai essere un vangelo, di cui non si
possono violare le leggi e i principi. L’uomo, l’essere umano, è
sempre più importante di qualsiasi stile stabilito e sterile.
Amme iamo che il fondatore di uno stile possa avere scoperto
una verità parziale, e che forse nel suo processo di scoperta non
abbia pensato di organizzare questa verità parziale; ma dopo la sua
morte i suoi postulati, la sua inclinazione, la sua formula conclusiva
– che, amici miei, studiamo costantemente e non facciamo mai nostra
– sono trasformati in legge dai suoi allievi e seguaci.
Le credenze furono inventate, le cerimonie consolidate furono
prescri e, le diverse filosofie furono formulate e, alla fine, furono
ere e le istituzioni, così ciò che forse era cominciato come una sorta
di personale fluidità del fondatore, è diventato una conoscenza
solidificata, fissa – una risposta organizzata e codificata, presentata
secondo un ordine logico –, una panacea mantenuta per
condizionare le masse. In questo modo, i discepoli fedeli e bene
intenzionati hanno fa o diventare questa conoscenza non soltanto
un altare, ma una tomba in cui viene sepolta la saggezza del
fondatore. Ovviamente, come dire a reazione all’«altra verità», un
altro fondatore o forse anche un discepolo insoddisfa o vorrà
elaborare un approccio opposto – come nel caso dello stile morbido
opposto allo stile duro, della scuola interna opposta alla scuola
esterna ecc. –, che in poco tempo diverrà un’organizzazione con le
sue leggi stabilite e i suoi modelli predile i. In questo modo
comincia la lunga lo a tra uno stile che rivendica di possedere la
«verità» a esclusione degli altri. Gli stili sono soltanto parti separate
e organizzate di un tu o unitario.
Se osserviamo onestamente la realtà del comba imento per quel
che è, e non per quello che vorremmo che fosse, sono sicuro che ci
accorgeremo che uno stile tende a generare regole, parzialità, rifiuti,
condanne e tante giustificazioni. In breve, la soluzione offerta è la
vera causa del problema, perché limita e ostacola la nostra crescita
naturale e di conseguenza ostacola la via all’autentica comprensione.
Il peggio è che, dato che questi stili tendono a essere separati nei
principi gli uni dagli altri e sono di conseguenza opposti gli uni agli
altri, separano gli uomini invece di unirli.

La verità non può essere stru urata o delimitata


Non ci si può esprimere appieno e completamente quando ci viene
imposta una stru ura parziale e predefinita o uno stile. Il
comba imento «così com’è» è totale, incluso tu o «quello che è» e
tu o «quello che non è», senza tra i o angolature preferiti, senza
confini; è sempre fresco e nuovo, mai predefinito e cambia
continuamente. Senza dubbio, il comba imento non si deve limitare
all’inclinazione personale dell’individuo, ai condizionamenti
ambientali o alla costituzione fisica, anche se queste costituiscono
parti della totalità del comba imento. Tu avia, è proprio questo tipo
di «sicurezza particolare» o di «sostegno» che limita e blocca la
crescita spontanea dell’artista marziale. Di fa o, molti praticanti
sviluppano un tale a accamento per i loro «sostegni» che non
possono più farne a meno. Così ogni tecnica particolare, anche se
corre a o ideata con intelligenza, in realtà è una mala ia, quando se
ne diventa ossessionati. Purtroppo molti artisti marziali, nel passato
e nel presente, finiscono spesso nella trappola di tale ossessione.
Sono costantemente alla ricerca del maestro che soddisfi i loro
particolari desideri.

Cos’è il jeet kune do?


O, più precisamente, che cosa non è il jeet kune do.
Sia chiaro una volta per tu e che io non ho MAI inventato un
nuovo stile, composito, modificato o diverso; cioè basato su una
forma distinta e su proprie leggi.
Il jeet kune do non è una forma speciale di condizionamento con
una serie di credenze e un approccio particolare. Non si accosta al
comba imento da un certa prospe iva, ma da tu e le prospe ive
possibili, e anche se il JKD utilizza tu i i modi e gli strumenti per
raggiungere il suo scopo – dopotu o l’efficienza non è altro che
l’o enere risultati –, non ne viene affa o limitato, e proprio per
questo è libero.
In altre parole, il JKD , anche se possiede tu i i punti di vista, non
ne è posseduto. Perché qualsiasi ossessione per qualsiasi stru ura,
anche se efficacemente ideata, diventa facilmente una gabbia: siatene
consapevoli!
Definire il JKD come uno stile – kung fu, karate, kickboxing, il
comba imento da strada di Bruce Lee ecc. – significa mancare del
tu o il bersaglio, semplicemente perché il suo insegnamento non è
riducibile a nessun sistema.
Se il JKD non è uno stile né un metodo, alcuni potrebbero pensare
che si tra i di qualcosa di neutrale o che sia qualcosa di indifferente.
Tu avia, non si tra a di nessuno dei due casi, perché il JKD è
contemporaneamente «questo» e «non questo», e quindi non è né
contro né a favore degli stili. Per comprendere pienamente, bisogna

[il testo non fu terminato]

Toward Personal Liberation (Jeet Kune Do)


Manoscri o, 1971 circa, Bruce Lee Papers
Jeet kune do: che cosa non è
III

In passato si è scri o molto sul jeet kune do (JKD ), sia qui sia a Hong
Kong. Tu avia, nessuno degli articoli scri i coglie il nucleo
fondamentale; si tra a meramente di una questione di grado di
precisione. Sono il primo ad amme ere che ogni tentativo di
cristallizzare il jeet kune do in un articolo scri o non sia un compito
facile. Al contrario, è difficile scrivere che cosa sia il jeet kune do,
mentre risulta un po’ più facile scrivere che cosa non è. Forse per
evitare di estrapolare una cosa da un processo, non ho ancora scri o
un articolo sul JKD .
Lasciatemi iniziare con una storia zen. Alcuni le ori forse la
conosceranno già, ma l’ho scelta comunque per la sua pertinenza.
Non che lo zen sia qualcosa di misteriosamente alla moda e
nemmeno qualcosa di speciale. Prendete questo aneddoto come una
sorta di riscaldamento per i muscoli della flessibilità dei vostri sensi,
del vostro a eggiamento e della vostra mente. Avete bisogno di tale
flessibilità per leggere questo articolo; altrimenti potreste anche
dimenticarvene.

Una volta un erudito si recò da un maestro zen per fargli delle


domande sullo zen. Quando il maestro zen parlò, l’erudito lo
interruppe più volte con i suoi commenti, del tipo: «Oh sì, anche noi
abbiamo questo», e così via. Alla fine il maestro zen smise di parlare
e cominciò a servire il tè all’uomo do o; continuò però a versarlo
nella tazza e il tè traboccò. «Basta così! Non ci sta altro tè nella
tazza!» interruppe l’erudito. «Lo so» rispose il maestro zen. «Se
prima non svuoti la tua tazza, come puoi assaporare la mia tazza di
tè?»
Spero che i miei compagni di arti marziali possano leggere i
paragrafi seguenti con mente aperta, lasciandosi alle spalle il peso
delle opinioni e delle conclusioni preconce e; questo a o, tra l’altro,
ha in sé un potere liberatorio: dopotu o, l’utilità di una tazza di tè
risiede proprio nel suo essere vuota.
D’altra parte, relazionate questo testo a voi stessi perché, anche se
l’argomento è il JKD , ha a che vedere principalmente con lo sbocciare
dell’artista marziale, e non di un artista marziale «cinese»,
«giapponese», e così via. Un artista marziale è prima di tu o un
essere umano, cioè se stesso; le nazionalità non c’entrano niente con
l’arte marziale.
Quindi, per favore, uscite dal guscio del vostro isolamento
prote ivo, per entrare in relazione dire amente con quanto sto
dicendo; ancora una volta ritornate ai vostri sensi, finendola con
tu o quel confuso borbo io intelle uale o mentale. Ricordate che
vivere è un costante processo di relazione. Ricordatevi anche che io
non sto cercando la vostra approvazione e neppure di indurvi a
pensare come me. Sarei molto più che soddisfa o se, in seguito a
questo articolo, d’ora in poi, invece di stru urare la vostra mente e
dire: «Allora questo è così» e «Questo è cosà», imparaste a indagare
voi stessi.

Sulla libera osservazione


Immaginiamo che tante persone, allenate in diverse forme di arte del
comba imento, abbiano appena assistito a un comba imento per
strada. Sono sicuro che udremmo versioni differenti da ognuno di
questi diversi artisti marziali. La conclusione è piu osto
comprensibile: una persona non può vedere un duello «così com’è»,
perché spesso è così accecata dal suo punto di vista di artista di kung
fu, di pugile, di praticante di karate, di lo atore, di praticante di judo
o di chi si è formato con un particolare metodo, che, naturalmente,
interpreterà la lo a in base ai limiti del suo particolare
condizionamento. La lo a così com’è – semplice e totale – non
dipende dalla condizione di artista marziale «cinese», di artista
marziale «coreano», o di «qualsiasi» tipo di artista marziale tu sia. La
vera osservazione inizia quando ci si libera dai modelli prestabiliti e
la libertà di espressione si o iene quando si va oltre i sistemi.

Uno stile è una risposta codificata all’inclinazione di


ciascuno
Prima di interessarci al JKD , vediamo che cos’è esa amente uno stile
classico. Tanto per cominciare, dobbiamo capire che è l’uomo a
creare gli stili. Non diamo re a alle tante storie fantasiose sui
fondatori dei diversi stili (un misterioso monaco saggio, un
particolare messaggio ricevuto in sogno, una rivelazione sacra ecc.).
Uno stile non deve mai essere un vangelo, di cui non si possono
violare le leggi e i principi. L’uomo, l’essere umano, è sempre più
importante di qualsiasi stile stabilito.
Amme iamo che tanto tempo fa un artista marziale riceve e una
verità parziale. Anche se nel suo processo di scoperta non aveva
pensato di organizzare questa verità parziale – il che spesso è la
tendenza comune dell’umana ricerca di sicurezza e certezza –, dopo
la sua morte, però, le sue ipotesi, la sua personale inclinazione, i suoi
postulati, e probabilmente la sua formula finale (che studiamo
costantemente e non facciamo mai nostra), vennero trasformati in
legge dagli studenti e seguaci. Credenze suggestive vennero
inventate, solenni cerimonie furono prescri e, diverse filosofie e
modelli di condo a furono formulati ecc., e alla fine furono ere e le
istituzioni. Così, ciò che forse era cominciato come una sorta di
personale fluidità del suo fondatore, è diventato una conoscenza
solidificata, fissa – una risposta organizzata e codificata, presentata
con un ordine logico –, una sorta di panacea mantenuta per
condizionare le masse. In questo modo, i discepoli fedeli e bene
intenzionati hanno fa o diventare questa conoscenza non soltanto
un altare, ma una tomba in cui viene sepolta la saggezza del
fondatore. Ovviamente, come dire a reazione all’«altra verità», un
altro fondatore o forse anche un discepolo insoddisfa o vorrà
«organizzare» un approccio opposto, come nel caso dello stile
morbido opposto allo stile duro, della scuola interna opposta alla
scuola esterna e di tu i questi nonsensi che separano. In poco tempo,
anche questo approccio diverrebbe un’organizzazione con le sue
leggi stabilite e i suoi modelli predile i. È cominciata così la rivalità,
per cui ogni stile rivendica di possedere la «verità» a esclusione degli
altri; anche se gli stili sono soltanto semplici parti separate da un
tu o unitario.
Se osserviamo onestamente la realtà del comba imento per quello
che è, e non per quello che vorremmo che fosse, sono sicuro che ci
accorgeremmo che uno stile tende a generare regole, parzialità,
rifiuti, condanne e tante giustificazioni. In breve, la soluzione offerta
è la vera causa del problema, perché limita e ostacola la nostra
crescita naturale e di conseguenza ostacola la via all’autentica
comprensione. Dato che questi stili tendono spesso a essere separati
nei principi gli uni dagli altri e sono, di conseguenza, opposti gli uni
agli altri, separano gli uomini invece di unirli.

La verità non può essere stru urata o delimitata


Non ci si può esprimere appieno e completamente quando ci viene
imposta una stru ura parziale e predefinita o uno stile. Il
comba imento «così com’è» è totale, incluso tu o «ciò che è» e anche
tu o «ciò che non è», senza tra i o angolature preferiti, senza
confini; è sempre fresco e nuovo, mai predefinito, e cambia
continuamente. Senza dubbio, l’arte marziale non si deve limitare ad
assecondare l’inclinazione personale dell’individuo, i suoi
condizionamenti ambientali o la sua costituzione fisica, anche se
questi aspe i sono parti della totalità dell’arte marziale.

Se c’è una qualsiasi limitazione – cioè un comba imento


preparato in una forma stabilita –, ci sarà sempre una certa
resistenza fra il proprio modello, che stabilisce che cosa «deve
essere», e la realtà sempre mutevole del che cosa «è». Vale la pena
ricordare che l’intero è presente in tu e le parti, mentre una parte
isolata, che sia valida o meno, non costituisce l’intero. Così il de o:
«Un piccolo insegnamento è una cosa pericolosa» si ada a bene a
coloro che sono condizionati da un particolare approccio al
comba imento.
Forse una persona organizza un modello stabilito di
comba imento proprio perché non vuole rimanere incerta o
insicura. Senza neanche sapere come, i seguaci vengono ingabbiati e
controllati nella limitazione di uno stile, che certamente è meno del
loro stesso potenziale umano. Come qualunque altra cosa,
un’esercitazione prolungata di mosse imitate svilupperà senz’altro
una precisione meccanica e una sicurezza nella normale routine.
Tu avia, è proprio questo tipo di «sicurezza particolare» o di
«sostegno» che limita e blocca la crescita spontanea dell’artista
marziale. Di fa o, molti praticanti sviluppano un tale a accamento
ai loro «sostegni» che non possono più farne a meno. Così ogni
tecnica particolare, anche se ideata con intelligenza, in realtà è una
mala ia, quando se ne rimane ossessionati. Purtroppo molti artisti
marziali, nel passato e nel presente, sono caduti e cadono spesso
nella trappola di tale ossessione. Sono costantemente alla ricerca del
maestro che soddisfi i loro particolari desideri.

Che cosa non è il jeet kune do


Sia chiaro una volta per tu e che io non ho MAI inventato un nuovo
stile, composito, modificato o diverso, cioè basato su una forma
distinta e su leggi, come separato da «questo» stile o da «quel»
metodo.
Al contrario, spero di liberare i miei compagni da ogni
a accamento agli stili, ai modelli o alle credenze.
Allora, cos’è esa amente il jeet kune do? Le eralmente, jeet
significa «interce are», «fermare»; kune significa «pugno»; do «la via,
la realtà ultima»; quindi: «la via che interce a il pugno». Ricordate
che jeet kune do è soltanto un nome, uno specchio in cui ci si vede
riflessi. Non mi interessa e non mi riguarda il suo nome; mi interessa
di più il suo aspe o liberatorio.
Diversamente dall’approccio tradizionale, non c’è una serie di
regole, una codificazione di tecniche ecc., che costituiscano il
cosidde o metodo di comba imento JKD . Tanto per cominciare, non
esiste proprio un metodo di comba imento. Creare un simile
metodo è praticamente come me ere dell’acqua in un pezzo di carta
da pacchi e darle forma, anche se oggi ci sono tante futili discussioni,
per esempio sulla scelta dei colori, del tipo di carta ecc.
In breve, dunque, il JKD non è una forma speciale di
condizionamento con una serie di credenze e un approccio
particolare. Non si accosta al comba imento da un certa prospe iva,
ma da tu e le prospe ive possibili, e anche se il JKD utilizza tu i i
modi e gli strumenti per raggiungere il suo scopo – dopotu o,
l’efficienza non è altro che l’o enere risultati – non ne viene affa o
limitato, e per questo è libero. Definire il JKD come uno stile (kung fu,
karate, kickboxing, comba imento da strada di Bruce Lee ecc.)
significa mancare del tu o il bersaglio, semplicemente perché il suo
insegnamento non si può ridurre a un sistema.
Se il JKD non è uno stile né un metodo, alcuni potrebbero pensare
che si tra i di qualcosa di neutrale o di indifferente. Tu avia, non si
tra a di nessuno dei due, perché il JKD è contemporaneamente
«questo» e «non questo». Quindi non è naturalmente contro o a
favore di nessuno stile. Per comprenderlo pienamente, bisogna
trascendere la dualità dell’«a favore di» o «contro di» e guardare al
tu o organico. Nell’assoluto semplicemente non vi è distinzione,
tu o è. Un buon praticante di JKD si affida alla dire a intuizione.
Spesso mi viene chiesto se il JKD sia contro la forma. È vero che
non ci sono modelli prestabiliti o kata nell’insegnamento del JKD .
Tu avia sappiamo, a raverso l’istintivo percepire del corpo, che in
ogni movimento fisico e in ogni individuo c’è sempre un modo
efficace e vivo di raggiungere il fine dell’esecuzione, cioè riguardo
alla potenza appropriata, all’equilibrio nel movimento, all’uso
efficace ed economico del movimento e dell’energia ecc. Una cosa
sono i movimenti vivi, efficaci, che liberano. Un’altra cosa sono i
modelli sterili e classici che accecano e condizionano. Inoltre, esiste
una so ile differenza tra il «non avere forma» e l’avere una «non
forma». La prima è ignoranza, la seconda è trascendenza.

L’arte è la libertà d’espressione di sé


Se bastasse l’efficacia di una routine meccanica a fare di una persona
un artista marziale, allora tu o andrebbe bene. Purtroppo il
comba imento, come la libertà, è qualcosa su cui non si possono
avere preconce i. Con i preconce i, semplicemente, non si hanno la
flessibilità e la totalità necessarie per ada arsi al continuo
mutamento. A questo punto, molti si chiederanno: «Allora, come si
conquista la libertà assoluta?». Non posso dirvelo, perché
diventerebbe un approccio. Anche se posso dirvi che cosa non è, non
posso dirvi che cosa è. Così, amici, dovrete trovare tu o da soli,
perché è il momento di capire un semplice fa o, e cioè che non c’è
aiuto, ma soltanto autoaiuto.
E inoltre, chi dice che dobbiamo «o enere» la libertà? Essere saggi
nell’arte marziale tradizionale sembra consistere in un processo
continuo di accumulazione di una conoscenza stabilita; chi è al
primo grado conosce un certo numero di mosse o tecniche, chi è al
secondo grado ne conosce un po’ di più; un artista marziale del tipo
X dovrebbe accumulare Y tecniche manuali. Non dobbiamo
«o enere» la libertà, perché la libertà è sempre stata con noi e non è
qualcosa che si o iene alla fine come premio della scrupolosa e
fiduciosa aderenza a qualche formula definita. Le formule possono
soltanto inibire la libertà, e i preconce i possono solo opprimere la
creatività e imporre la mediocrità. I cosidde i allenamenti spirituali
non promuovono il tanto promesso potere interiore, ma la
congestione psicologica. Tenete a mente che la libertà non è un ideale
o un fine da desiderare. Noi non «diventiamo»; noi semplicemente
«siamo». L’allenamento nell’arte marziale è focalizzato su questo:
«essere» mente, piu osto che «avere» una mente, liberando lo spirito
piu osto che vincolando il corpo.
Imparare, in definitiva, non è una mera imitazione o la capacità di
accumulare e di conformarsi a una conoscenza stabilita. Imparare è
un costante processo di scoperta e non un processo conclusivo.
Nel JKD cominciamo non dall’accumulo, ma dalla scoperta della
causa dell’ignoranza; e spesso questo ha a che vedere con il processo
del lasciar andare. I modelli, le tecniche, le credenze ecc. toccano
soltanto il margine della comprensione autentica. Il suo nucleo,
invece, risiede nella mente individuale, e finché non viene toccato,
tu o rimane incerto e soltanto a un livello superficiale. La verità non
arriverà finché non avremo compreso personalmente l’intero
processo del lavoro su noi stessi. Dopotu o, alla fine, la conoscenza
nell’arte marziale significa soltanto autoconoscenza, e il JKD può
diventare comprensibile solo nel costante e vigoroso processo
dell’autoanalisi e della scoperta di sé.
Sfortunatamente, molti studenti di arte marziale si conformano.
Lo studente raramente impara a dipendere da se stesso per la sua
espressione. Segue invece ciecamente o fiduciosamente un istru ore,
una figura autoritaria, e il modello imposto dal suo maestro. In
questo modo lo studente non si sente più solo e trova un senso di
sicurezza nell’imitare la massa. Ma quello che viene nutrito in questo
modo è la mente dipendente e non la ricerca indipendente, che è
invece essenziale alla comprensione autentica. Così, a raverso un
condizionamento quotidiano uno studente probabilmente diventerà
abile nel conformarsi a un modello; ma non riuscirà a comprendere
se stesso.
Molti maestri di arte marziale sono bloccati in una routine. Dato
che dipendono da un metodo e da esercitazioni abitudinarie e
sistematiche, possono solo produrre dei prigionieri prefabbricati in
base a un conce o sistematico e morto. Un maestro, un maestro
davvero bravo, non è mai qualcuno che dà la verità; è una guida,
qualcuno che indica la verità.
Perciò un buon maestro, o, più precisamente, una guida,
considera ogni studente individualmente e aiuta a risvegliare in lui
la voglia di scoprire se stesso, dentro e fuori, e fondamentalmente a
integrare le diverse parti di se stesso. Per esempio, per sostenere la
crescita di uno studente, un maestro deve fare in modo che si
confronti con delle frustrazioni intelligenti. Tu o sommato, un
maestro agisce come un catalizzatore, e non deve solo essere dotato
di un’enorme capacità di comprensione; deve anche possedere una
mente sensibile, oltre che una grande flessibilità e capacità di
ada amento.

Cambiare con il mutamento è lo stato senza mutamento


Quante volte diversi «professori» e «maestri» – con molti filosofi e
ricercatori accademici a orno – ci hanno de o che l’arte marziale è la
vita stessa? Mi chiedo quanti di loro lo capiscano davvero.
Sicuramente, la vita non significa stagnazione, qualcosa di parziale o
di limitato. La vita è un continuo movimento, ritmico e aritmico, e
un continuo processo di mutamento. Invece di fluire liberamente con
il processo del cambiamento, molti «maestri» di arte marziale, del
passato e del presente, hanno creato un’illusione di forme fisse,
solidificando il flusso eterno, frantumando la totalità, organizzando
un modello predile o, pianificando la spontaneità. Guardatevi
a orno e vedrete che adesso, nell’arte marziale, abbiamo un
assortimento di artisti abitudinari, di giocolieri, di robot insensibili,
di glorificatori del passato: tu i organizzatori di disperazione.
È penoso vedere sinceri studenti che seriamente ripetono,
imitandole, queste esercitazioni, prestando ascolto alle loro grida e
alle loro urla spirituali. In molti casi, gli strumenti che vengono dati
sono talmente elaborati che necessitano di estrema a enzione,
finché, poco a poco, ci si dimentica dello scopo. Così questi studenti
si dedicano a una mera esecuzione di pratiche abitudinarie, invece di
rispondere a «ciò che è». Non «ascoltano» più le situazioni;
«recitano» le loro situazioni. Queste povere anime, senza saperlo,
sono diventate un vero e proprio caos. Sono il prodo o di una
limitazione che è stata prescri a per loro centinaia e migliaia di anni
fa.

Un dito che indica la luna


Non vi è un modello standard nel comba imento totale, e
l’espressione deve essere libera. Liberare la verità è una realtà che
può essere sperimentata e vissuta nella sua essenza solo
dall’individuo stesso, e questa verità va ben oltre ogni stile o
disciplina. Ricordatevi anche che JKD è soltanto un nome, una barca
che ci serve per fare una traversata e che, una volta arrivati, va
abbandonata e non trasportata sulle proprie spalle.
Questi pochi paragrafi sono tu ’al più come un dito che indica la
luna. Per favore, non scambiate il dito per la luna e non fissate il
vostro sguardo più intenso sul dito, perdendovi così la bella visione
del cielo. Dopotu o, l’utilità di un dito sta nell’indicare lontano da sé
la luce che illumina il dito e tu o il resto.

Jeet Kune Do: What It Is Not


Manoscri o, 1971 circa, Bruce Lee Papers
Verso la liberazione personale (jeet kune do)
IV

Una tazza è utile perché è vuota

Una volta un erudito si recò da un maestro zen per fargli delle


domande sullo zen. Quando il maestro zen parlò, l’erudito lo
interruppe più volte con i suoi commenti, del tipo: «Oh sì, anche noi
abbiamo questo», e così via. Alla fine il maestro zen smise di parlare
e cominciò a servire il tè all’uomo do o; continuò però a versarlo
nella tazza e il tè traboccò. «Basta così! Non ci sta altro tè nella
tazza!» interruppe l’erudito. «Lo so» rispose il maestro zen. «Se
prima non svuoti la tua tazza, come puoi assaporare la mia tazza di
tè?»

Spero che i miei compagni leggano i paragrafi seguenti con mente


aperta, lasciandosi alle spalle tu i i pesi delle opinioni e delle
conclusioni preconce e. Questo a o, tra l’altro, ha in sé un potere
liberatorio. D’altra parte, me ete in relazione questo testo con voi
stessi perché, anche se l’argomento è il JKD , ha a che vedere
principalmente con lo sbocciare dell’artista marziale e non di un
artista marziale «cinese», «giapponese» e così via. Un artista
marziale è prima di tu o un essere umano, cioè se stesso; le
nazionalità non c’entrano niente con l’arte marziale. Vi sto chiedendo
di non acce are e di non rifiutare a priori quanto dico; tu o quello
che vi chiedo è di sospendere il giudizio e di ascoltare liberamente.
Immaginiamo che tante persone, allenate in diverse forme di arte del
comba imento, abbiano appena assistito a un comba imento. Sono
sicuro che udremmo versioni differenti da ognuno di loro. La
conclusione è piu osto comprensibile: una persona non può vedere
un duello «così com’è», perché vedrà il comba imento in base ai
limiti della sua particolare condizione, ovvero dal punto di vista di
p p
un pugile, di un lo atore, di un praticante di karate, di judo, di kung
fu o di chi si è formato con un particolare metodo. Ogni tentativo di
descrivere il comba imento dipende dalle nostre simpatie e
antipatie. Lo are non è qualcosa che dipende dalla condizione di
artista marziale coreano, cinese ecc. La vera osservazione inizia
quando ci si libera dai modelli prestabiliti e la libertà di espressione
si o iene quando si superano i sistemi.

Lo stile
Che cos’è uno stile classico di arte marziale? Prima di tu o,
dobbiamo capire il fa o che è l’uomo a creare gli stili. Non diamo
re a alle tante storie fantasiose sui fondatori dei diversi stili (un
misterioso monaco saggio, un particolare messaggio ricevuto in
sogno, una rivelazione sacra ecc.); uno stile non deve mai essere un
vangelo, di cui non si possono violare le leggi e i principi. L’uomo,
l’essere umano, è sempre più importante di qualsiasi stile.
Il fondatore di uno stile ha forse scoperto una verità parziale, ma
col passare del tempo, specialmente dopo la sua morte, questa verità
parziale è diventata una legge, una fede piena di pregiudizi contro
gli altri stili. Per trasme ere questa conoscenza di generazione in
generazione, si sono dovute organizzare e codificare le diverse
risposte presentandole in un ordine logico. Vennero inventate delle
credenze, solenni cerimonie furono stabilite per la glorificazione,
diverse filosofie furono formulate, nacquero le istituzioni. In tal
modo ne è emersa una forma definita e tu i coloro che vogliono
apprendere uno stile sono limitati da quella stessa forma.
Così, ciò che forse era cominciato come una sorta di personale
fluidità del suo fondatore ora è diventato una conoscenza
solidificata, una sorta di panacea mantenuta per condizionare le
masse. Col passare del tempo, i discepoli fedeli e bene intenzionati
hanno fa o diventare questa conoscenza non soltanto un altare, ma
una tomba in cui viene sepolta la saggezza del fondatore. A causa
della natura dell’organizzazione e della preservazione, gli strumenti
diventano talmente elaborati che bisogna dedicarvi immensa
a enzione, finché, a poco a poco, ci si dimentica del fine.
Se osserviamo onestamente la realtà del comba imento per quello
che è, e non per quello che vorremmo che fosse, sono sicuro che ci
accorgeremmo che uno stile tende a generare parzialità, ada amenti,
interpretazione, giustificazione, condanne, rifiuti ecc.; in breve, la
soluzione offerta è la vera causa del problema, perché pone ostacoli e
limiti alla luce che illuminerà le nostre ombre, impedendoci di
percorrere la via che porta alla comprensione. Se guardiamo davvero
e totalmente in modo organico, allora scopriremo che il fine sta
anche nei mezzi, che la risposta risiede nella domanda, perché uno è
la causa e l’effe o dell’altro.
In ogni caso, i seguaci di uno stile di comba imento acce ano il
suo «segmento organizzato» come se fosse la realtà totale del
comba imento. Ovviamente, come dire a reazione all’«altra verità»,
un altro fondatore o forse anche un discepolo insoddisfa o vorrà
«organizzare» un approccio opposto, e, in poco tempo, anch’esso
diverrebbe una vasta organizzazione con le sue leggi stabilite e i suoi
metodi predile i. Questi stili sorgono dalla divisione di un’unità
p g
totale, spesso tendono a essere separati nei principi gli uni dagli altri
e sono quindi in opposizione, e di conseguenza separano gli uomini.
Oltre a ciò, ogni stile rivendica di possedere la «verità» esclusiva, che
invece tu i gli altri stili non hanno. Così, nonostante l’essere umano
sia totale e universale – mentre uno stile è solo una proiezione
particolare di un individuo, limitata da una visione parziale e di
conseguenza mai totale –, lo stile è diventato molto più importante
delle persone che lo praticano.

Una risposta codificata all’inclinazione di ciascuno


Un uomo non può esprimersi totalmente e pienamente quando una
stru ura parziale o uno stile gli vengono imposti. Il comba imento
«così com’è» è totale (incluso tu o «quello che è» e anche tu o
«quello che non è»), senza tra i o angolature preferiti, senza confini;
è sempre fresco e nuovo, mai predefinito, e cambia continuamente.
Senza dubbio, il comba imento non si deve limitare all’inclinazione
personale dell’individuo, ai suoi condizionamenti ambientali o alla
sua costituzione fisica, anche se queste cose costituiscono parte della
totalità del comba imento.
Se c’è una qualsiasi limitazione – cioè un comba imento
preparato in una forma prescelta –, ci sarà sempre una resistenza tra
il proprio modello basato su che cosa «deve essere» in opposizione
alla realtà sempre mutevole del che cosa «è».
Ricordate che l’intero è presente in tu e le parti, ma una parte
isolata, che sia valida o meno, non costituisce l’intero. Nell’ambito
della legge, ci sono avvocati specializzati nel diri o penale, avvocati
specializzati nel diri o civile; sfortunatamente, una cosa simile non
si ha nel «comba imento totale». Preferire alcune parti non si
accorda molto con il «comba imento totale». Così il de o: «Un
piccolo insegnamento è una cosa pericolosa» si ada a bene a coloro
che sono condizionati da un particolare approccio al comba imento.
Una volta che ci accorgiamo che uno stile ha la tendenza a
«preparare» e a «intrappolare» la realtà, capiamo che ciò che sembra
un rimedio in realtà è una mala ia.
Forse, proprio perché la gente non vuole rimanere nell’incertezza
o nell’insicurezza, «organizza» un modello prestabilito di
comba imento. Senza neanche sapere perché, i praticanti vengono
«rinchiusi» e «controllati» nella limitazione di uno stile, che
certamente è meno del loro stesso potenziale umano. Come per
qualunque altra cosa, un’esercitazione prolungata di mosse imitate
svilupperà senz’altro una precisione meccanica e una sicurezza nella
routine. Tu avia, è proprio questo tipo di «sicurezza particolare» o
di «sostegno» che limita e blocca la crescita spontanea dell’artista
marziale e l’ostacola nel suo percorso di ricongiungimento con il
proprio essere totale. Molti artisti marziali sviluppano un tale
a accamento per i loro «sostegni» che non possono più farne a
meno. Così ogni tecnica particolare, anche se classicamente corre a e
ideata con intelligenza, in realtà è una mala ia, quando ci si lascia
ossessionare. Molti artisti marziali restano intrappolati in tale
ossessione. Questi artisti marziali, come molti ricercatori di arte
marziale, sono costantemente alla ricerca del maestro che soddisfi i
loro particolari desideri.

Cos’è il jeet kune do?


Sia chiaro una volta per tu e che io non ho MAI inventato un nuovo
stile, composito, modificato o diverso; cioè uno stile o un metodo
basato su una forma distinta e su leggi, come se fosse a parte da
«questo» stile o da «quel» metodo.
Al contrario, spero di liberare i miei compagni da ogni
a accamento agli stili, ai modelli o alle stru ure.
Ricordate che l’espressione jeet kune do è soltanto un nome, uno
specchio in cui ci si vede riflessi.
Diversamente dall’approccio tradizionale, non ci sono una serie di
regole, una codificazione di tecniche ecc., che costituiscano il
cosidde o metodo di comba imento JKD . Tanto per iniziare,
lasciatemi dire che non c’è affa o un metodo di comba imento.
Creare un simile metodo è praticamente come me ere dell’acqua
nella carta da pacchi e darle una forma, anche se al giorno d’oggi ci
sono tante futili discussioni, per esempio sulla scelta dei colori, del
tipo di carta ecc.
In breve, il JKD non è una forma speciale di condizionamento con
una serie di credenze e un approccio particolare. Quindi
essenzialmente non è un’arte per la massa. Stru uralmente, non si
rivolge al comba imento da un certa prospe iva fra tu e quelle
possibili, perché non è legato a nessun sistema. E, di conseguenza, le
sue tecniche non sono riducibili a un sistema. E anche se il JKD
utilizza tu i i modi e gli strumenti per raggiungere il suo scopo
(l’efficienza non è altro che l’o enere risultati), non viene limitato da
niente, e per questo è libero. In altre parole, il JKD , anche se possiede
tu i i punti di vista, non ne è posseduto; perché, come ho de o
prima, qualsiasi stru ura, anche se ideata in modo intelligente,
diventa una gabbia se il praticante ne viene ossessionato. Definire il
JKD come uno stile (kung fu, karate, kickboxing ecc.) significa
mancare del tu o il bersaglio, semplicemente perché il suo
insegnamento non si può ridurre a un sistema. Se il JKD non è uno
stile né un metodo, alcuni potrebbero pensare che si tra i di
qualcosa di neutrale o di indifferente. Tu avia, non si tra a di
nessuno dei due casi, perché il JKD è contemporaneamente «questo»
e «non questo» e non è contro né a favore di nessuno stile. Per
comprenderlo pienamente, bisogna trascendere la dualità che
contrappone l’essere «a favore di» o «contro» qualcosa e guardare al
tu o organico. Nell’assoluto semplicemente non vi è distinzione,
tu o è. Un buon praticante di JKD si affida alla dire a intuizione.

«Non avere forma» e avere una «non forma»


Spesso mi viene chiesto se il JKD sia contro la forma. È vero che non
ci sono modelli prestabiliti o kata nell’insegnamento del JKD ; tu avia
sappiamo, a raverso la percezione del corpo, che in ogni movimento
fisico e per ogni individuo c’è sempre un modo efficace e vivo di
raggiungere lo scopo dell’esecuzione, in riferimento alla potenza
appropriata, all’equilibrio nel movimento, all’uso efficace ed
economico del movimento e dell’energia ecc. Una cosa sono i
movimenti vivi, efficaci, che liberano. Un’altra cosa sono i modelli
sterili e classici che accecano e condizionano. Inoltre, esiste una
so ile differenza tra il «non avere forma» e l’avere una «non forma».
La prima è ignoranza, la seconda è trascendenza.
Se bastasse l’efficacia di una routine meccanica a fare di una
persona un artista marziale, allora tu o andrebbe bene. Purtroppo il
comba imento, come la libertà, è qualcosa su cui non si possono
avere preconce i. Con i preconce i semplicemente non si hanno la
flessibilità e la totalità necessarie per ada arsi al continuo
mutamento.

A questo punto molti si chiederanno: «Allora, come si conquista


la libertà assoluta?». Non posso dirlo, perché diventerebbe un
approccio. Anche se posso dire che cosa non è, non posso dire che
cosa è. Amico mio, dovrai trovare tu o da solo, perché è il momento
di capire un semplice fa o, e cioè che non c’è aiuto, ma soltanto
autoaiuto.
E inoltre, chi dice che dobbiamo «o enere» la libertà?
Essere saggi nell’arte marziale tradizionale sembra equivalere a
un processo continuo di accumulazione di una conoscenza
prestabilita. Chi è al primo grado conosce così tante mosse o
tecniche, chi è al secondo grado ne conosce un po’ di più; un artista
marziale X dovrebbe accumulare Y tecniche manuali.
Accumulare una conoscenza statica di se stessi in modo esterno
non è il processo del JKD ; anzi, il JKD è un processo di scoperta delle
cause delle propria ignoranza, e spesso richiede un processo di
lasciar andare. Accumulare conoscenza statica non porta
necessariamente alla verità. La verità sopraggiunge quando noi
comprendiamo personalmente l’intero processo del lavoro su noi
stessi. Nessun tipo di conoscenza prestabilita o di «insegnamento
segreto» può essere paragonato alla chiarezza della comprensione. I
modelli, le do rine ecc. toccano solo i margini dell’arte marziale. Il
suo nucleo risiede nella mente umana, e finché non viene toccato,
tu o resta incerto e a un livello superficiale. Ricordate, compagni
miei, che in fondo la conoscenza nell’arte marziale significa
semplicemente autoconoscenza, e che il JKD può diventare
comprensibile solo all’interno di un vigoroso e costante processo di
autoconoscenza. Prima ho de o che noi non dobbiamo «o enere» la
libertà, perché la libertà è sempre stata con noi e non è qualcosa che
si o iene alla fine come premio di una stre a e fiduciosa aderenza a
qualche formula particolare.
La libertà non è un ideale, un fine da desiderare. Noi non
«diventiamo», semplicemente «siamo». Perciò, l’allenamento
nell’arte marziale è focalizzato su questo: «essere» mente, piu osto
che «avere» una mente. Una volta per tu e, rendiamoci conto che i
modelli sterili sono incapaci di una tale vivacità e freschezza, e che
gli insegnamenti prefabbricati opprimono la creatività e impongono
la mediocrità. Inoltre, gli allenamenti per o enere una mente mistica
non promuovono il tanto promesso potere interiore, ma la
congestione psicologica. Nel JKD , che si tra i di allenamento interiore
o esteriore, le tecniche usate sono spesso soltanto espedienti
temporanei, il cui scopo è liberare lo spirito piu osto che vincolare il
corpo.
Quando arrivai negli Stati Uniti, insegnai la mia versione dello
stile wing chun (a quel tempo avevo il mio sistema «cinese»).
Tu avia, da allora non mi sono più interessato ai sistemi o alle
organizzazioni. Le istituzioni tendono a produrre dei prigionieri
rinchiusi dentro un conce o; gli istru ori si fossilizzano nella
routine. E quel che è peggio, imponendo una formazione
q p gg p
precostituita e senza vita, bloccano la crescita spontanea dei
praticanti.
Un maestro, un maestro davvero bravo, non è mai qualcuno che
dà la verità; è una guida, qualcuno che indica la verità. Impiega il
minimo possibile di forma per condurre il suo studente alla non
forma. Inoltre, rimarca l’importanza di essere capaci di entrare in un
modello senza diventarne prigionieri o di seguire certi principi senza
venirne limitati. Perché nella pratica dell’arte marziale è essenziale
una flessibile e libera osservazione che non esclude nulla, «una
consapevolezza assolutamente vigile» senza centro né circonferenza,
che è nella realtà, ma non vi appartiene. Sopra u o, un maestro non
dovrebbe dipendere da un metodo e da un allenamento sistematico
e di routine; invece, dovrebbe considerare ogni studente
individualmente e aiutare a risvegliare in lui la voglia di scoprire se
stesso, dentro e fuori, e alla fine aiutarlo a integrare le diverse parti
di se stesso. Un simile insegnamento, che in realtà è un non
insegnamento, richiede una mente sensibile e una grande flessibilità
e capacità di ada amento, cosa piu osto difficile da trovare al giorno
d’oggi.
È anche raro trovare studenti seri e sinceri. Molti studenti
rimangono entusiasti per cinque minuti; alcuni di loro arrivano con
motivazioni egoistiche. Sfortunatamente, molti di loro sono artisti di
seconda categoria, sono essenzialmente dei conformisti.
Un comune praticante di arte marziale raramente impara a
esprimere se stesso; al contrario, segue fiduciosamente un istru ore,
una figura autoritaria e un modello imposto. Penso che una persona
trovi più sicurezza imitando la massa; purtroppo quel che viene
nutrito in questo caso è la mente dipendente e non la ricerca
indipendente. Questi maestri legati alla tradizione rinforzano il
condizionamento a raverso i loro insegnamenti quotidiani e non
cercano di capire la realtà per ciò che è. Con il passare del tempo i
loro studenti potranno capire alcune pratiche e forse diventeranno
abili, in accordo a un modello particolare. Tu avia, non riusciranno a
capire se stessi. In altre parole, hanno o enuto il controllo di
un’abilità di pratiche manipolate, ma non controllano se stessi. L’arte
marziale non è un mero a o fisico in cui si riempie il tempo e lo
p p
spazio con un certo movimento preciso. Anche le macchine possono
farlo.
Appena matura, un artista marziale comprenderà che il suo calcio
o il suo pugno non è un mezzo per vincere l’avversario, ma uno
strumento per esplodere a raverso la sua consapevolezza, il suo ego,
la sua paura e tu i i suoi blocchi mentali. In realtà, i calci e i pugni
sono mezzi per penetrare la profondità del proprio essere e per
instaurare l’equilibrio nel proprio centro interiore di gravità e
ritrovare l’armonia. Con questa vitale scioltezza interiore fluisce
l’espressione esteriore dei propri mezzi. Dietro a ogni movimento di
un artista marziale esperto risalta l’interezza del suo essere,
l’a itudine a includere tu o.
Quante volte diversi «professori» e «maestri» – con molti filosofi
astra i e ricercatori accademici a orno – ci hanno de o che l’arte
marziale è la vita stessa; tu avia, mi chiedo quanti di loro
apprezzino questa affermazione e la comprendano davvero.
Sicuramente la vita non è qualcosa di parziale o limitato. La vita non
è mai stagnazione. È un costante movimento, un movimento
aritmico e un mutamento perenne.
Invece di fluire liberamente con il processo del cambiamento,
molti «maestri» di arti marziali, del passato e a uali, hanno creato
un’illusione di forme fisse, solidificando il flusso eterno,
frantumando la totalità, organizzando un modello predile o,
pianificando la spontaneità, separando l’armoniosa unità nella
dualità della morbidezza contrapposta alla durezza, indulgendo
nella creazione e nella glorificazione di una lontana età dell’oro, e
così via.
Il risultato è evidente. Nell’arte marziale abbiamo un assortimento
di artisti abitudinari, di giocolieri, di marione e, di disperazione
organizzata, e moltissimi robot insensibili che stanno ad ascoltare le
loro grida e le loro urla spirituali. Si limitano a una mera esecuzione
di pratiche abitudinarie, invece di rispondere a «ciò che è». Non
«ascoltano» più le situazioni; «recitano» le loro situazioni. Queste
povere anime senza saperlo sono il prodo o di una limitazione che
si è perpetrata per centinaia e migliaia di anni.
Non vi è un modello nel comba imento totale, e l’espressione
deve essere libera. Liberare la verità è una realtà che può essere
sperimentata e vissuta nella sua essenza solo dall’individuo, e questa
verità va ben oltre ogni stile o disciplina. Ricordatevi anche che il JKD
è soltanto un nome, una barca che ci perme e di fare una traversata
e che, una volta concluso il viaggio, va messa da parte e non
trasportata sulle proprie spalle.
Questi pochi paragrafi sono tu ’al più soltanto un dito che indica
la luna. Per favore, non scambiate il dito per la luna e non fissate lo
sguardo sul dito, perdendovi così la bella visione del cielo.
Dopotu o, l’utilità di un dito sta nell’indicare lontano da sé la luce,
che illumina il dito e tu o il resto.

Toward Personal Liberation (Jeet Kune Do)


Manoscri o, 1971 circa, Bruce Lee Papers
Verso la liberazione personale (jeet kune do)
V

Non si può vedere il comba imento «così com’è» dal punto di vista
di un pugile, di un lo atore o di chiunque sia allenato con un
metodo particolare, perché si vedrà il comba imento in base ai
condizionamenti del proprio punto di vista. Ricordate, ogni sport o
arte – inclusi il judo, il karate, il kung fu –, ogni tentativo di
descrivere la lo a è proprio «una» versione di essa, una personale
replica mentale o un’idea parziale del comba imento totale, a
seconda delle nostre antipatie e simpatie.
La lo a tu o sommato non è qualcosa che dipende dalla
condizione di artista marziale coreano, giapponese, cinese ecc.
Mentre il lo atore … potrebbe avere calciato o sferrato un pugno
come mezzo per colmare la lacuna della sua specialità, la vera
osservazione comincia quando si è privi di modelli stabiliti, e la
libertà di espressione c’è quando si va oltre il sistema.
In modo simile, una persona non può esprimersi pienamente – la
parola decisiva è pienamente – quando le viene imposto un modello
stru urato o uno stile. Il comba imento «così com’è» è totale
(incluso tu o «quello che è» e anche tu o «quello che non è»), senza
tra i o angolature preferiti, senza confini; è sempre fresco e nuovo,
mai predefinito, e cambia continuamente. Non si deve limitare
all’inclinazione personale dell’individuo, alla sua costituzione fisica
e ai suoi condizionamenti ambientali, anche se queste cose sono
parte della totalità dell’arte marziale.
Se una persona comba e secondo un particolare modello, non
potrà mai esprimersi liberamente. Come potrebbe esprimersi
liberamente se c’è lo schermo di un modello predefinito, sulla base di
ciò che «dovrebbe essere» invece di «ciò che è»? Proprio perché non
vuole restare senza certezze, «organizza» un modello predile o di
comba imento, un’esecuzione precisa di mosse, una spontaneità
pianificata ecc. Eseguendo il comba imento basandosi su dei
modelli prestabiliti, il margine di libertà del praticante di arti
marziali si riduce sempre di più. Dopotu o, un mezzo sbagliato
conduce a un fine sbagliato. Così, non ci vorrà molto prima di restare
paralizzati all’interno dello schema di un modello sterile e di finire
per acce are quel modello limitato come se fosse la realtà totale.
Molti artisti marziali oggi stanno solo facendo una mera esecuzione
di pratiche abitudinarie, invece di rispondere a «ciò che è». Non
«ascoltano» più le situazioni; «recitano» le loro situazioni. Ma dentro
l’assoluto non esistono distinzioni.

Jeet kune do: un nuovo stile?


Sia chiaro una volta per tu e che io non ho MAI inventato un nuovo
stile, composito, modificato o diverso; cioè uno stile o un metodo
basato su una forma distinta e su leggi, come se fosse a parte rispe o
a «questo» stile o a «quel» metodo. Al contrario, spero di liberare i
miei compagni da ogni a accamento agli stili, ai modelli o agli
schemi.
Ricordate che l’espressione jeet kune do è soltanto un nome, uno
specchio in cui ci si vede riflessi. Il nome che usiamo non è niente di
speciale.

Cos’è uno stile classico?


Diversamente dall’approccio tradizionale, non c’è mai una serie di
regole, una codificazione di tecniche ecc., che costituiscano il
cosidde o sistema/metodo di comba imento JKD . Tanto per
cominciare, lasciatemi dire che non esiste affa o un sistema/metodo
di comba imento; benché ci sia una specie di approccio progressivo
all’allenamento. Creare un metodo di comba imento è praticamente
come tentare di me ere dell’acqua nella carta da pacchi e darle una
forma. La sua forma sembra dipendere dalla relazione.
In un certo senso, l’acqua è un buon esempio del JKD .
Relativamente alla stru ura, le persone tendono a scambiare il JKD
per uno stile composito, perché la sua efficacia risiede nell’usare
qualsiasi mezzo per vincere, proprio come l’acqua trova la sua via
nelle fessure. Dato che il JKD non è né contro né a favore di uno stile,
si può dire che è dentro e fuori rispe o a tu e le stru ure particolari
e ai diversi stili. Inoltre, dato che il JKD afferma di non essere uno
stile, alcune persone ne concludono che forse il JKD sia qualcosa di
neutrale o di indifferente. Non è così, perché il JKD è sia «questo» sia
«non questo». Per comprendere pienamente, bisogna trascendere in
un tu o organico la dualità dell’essere «a favore di» o «contro»
qualcosa. Un buon artista marziale si basa sulla dire a intuizione.

Che cos’è uno stile classico di arte marziale? Tanto per cominciare,
dobbiamo capire il fa o che è l’uomo a creare uno stile. Non diamo
re a alle fantasiose origini storiche del fondatore (un misterioso
monaco, in seguito a un messaggio ricevuto in sogno o a una
rivelazione sacra ecc.). Uno stile non deve mai essere come un
vangelo, di cui non si possono violare le leggi e i principi. Così – non
importa quale propaganda sia stata fa a durante i secoli – uno stile
classico è opera di un uomo. Ma proprio per il fa o che siamo
umani, ci saranno sempre differenze in merito alla qualità
dell’allenamento, alla costituzione fisica, alle circostanze ambientali,
alle simpatie, alle antipatie ecc. Di conseguenza, gli stili più classici
furono creati e mantenuti a partire dalla predisposizione di qualcuno
in determinate circostanze. Il fondatore di uno stile può avere
scoperto qualche verità parziale, ma con il passare del tempo questa
verità parziale diventa una se a, una legge, o – peggio ancora – una
fede basata sul pregiudizio. Inoltre, per tramandare questa
«conoscenza» di generazione in generazione, le diverse risposte sono
state organizzate, codificate e presentate in un ordine logico. Così,
ciò che forse era cominciato come una sorta di personale fluidità del
suo fondatore, ora è diventato una conoscenza solidificata,
preservata e impacche ata per molte generazioni e per la
distribuzione e l’indo rinamento di massa.
A causa della natura dell’organizzazione e della preservazione,
molto presto gli strumenti diventano così elaborati che occorre
prestare loro un’enorme a enzione, al punto che ci si dimentica in
fre a dello scopo. Certamente, nasceranno molti altri stili diversi,
probabilmente come reazione dire a all’«altra verità». Ognuno
afferma di possedere la più alta verità, escludendo tu i gli altri stili.
Se si vuole studiare l’albero, non è forse futile disquisire su quale
singola foglia, quale tipo di ramo o quale fiore ci piacciono di più?
Perché se lo capisci alla radice, capisci anche tu o il suo sviluppo.
Tra parentesi, una pianta di plastica può sembrare più bella, sempre
che ti piacciano le cose morte.
La pretesa cura di uno stile classico è essa stessa una mala ia.
Uno stile «stabilisce» e «intrappola» la realtà parziale in un modello
prescelto. Di conseguenza, i suoi praticanti rimangono intrappolati
nelle limitazioni dello stile, che è meno del loro potenziale.
Molti praticanti di arti marziali spesso sono artisti di seconda
categoria. Raramente imparano a dipendere da se stessi per
l’espressione; mentre invece seguono fiduciosamente un modello
imposto. Sicuramente, molti di loro sono diventati bravi nella
routine, prescri a/tracciata da un particolare modello. Ma non sono
p p
riusciti a comprendere se stessi, perché la conoscenza finale nell’arte
marziale è autoconoscenza. Per questo non si deve seguire
ciecamente un modello sterile. Seguire ciecamente un modello sterile
nuocerebbe e distorcerebbe la loro crescita naturale. Al contrario,
troviamo noi stessi, a raverso l’esplorazione di sé, una
consapevolezza flessibile e l’autoespressione. Il processo di
autoconoscenza è continuo e l’artista che lo persegue esprime se
stesso con la massima libertà.
La libertà è qualcosa su cui non si possono avere preconce i, e la
fluidità in definitiva significa non resistere con il proprio schema
parziale al naturale flusso della vita.
Ricordate che tu o ciò che è parziale e preconce o non ha la
flessibilità necessaria per affrontare la totalità sempre mutevole.
Molti diversi «stilisti» sono diventati robot insensibili. Diventano
forme organizzate, vi ime del condizionamento durato migliaia di
anni. Un artista marziale non è mai una replica di «questo» o di
«quello» stile. Non è assolutamente un prodo o, ma un individuo
vivo, e ricordate che l’individuo è sempre più importante del
sistema.
Nell’arte marziale tradizionale, essere saggi somiglia a un
processo di accumulazione: una cintura bianca conosce due serie di
mosse, una cintura marrone conosce qua ro serie di mosse ecc. Non
è vero. Nel JKD il processo NON consiste nell’accumulare una
conoscenza fissa; è piu osto un processo che ci induce a scoprire la
causa dell’ignoranza. Molto spesso richiede un processo di
eliminazione, un lasciar andare ogni giorno il superfluo, invece di
accumulare costantemente. Ricordiamoci che la libertà è sempre con
noi; non è qualcosa che possiamo o enere alla fine grazie
all’adesione a qualche particolare formula. Noi non «diventiamo»,
semplicemente «siamo». L’allenamento nell’arte marziale è orientato
a un fine, «essere» mente piu osto che «avere» una mente. Un
modello sterile è incapace di una simile vivacità e freschezza. Le
formule precostituite limitano e controllano il praticante. Inoltre,
l’allenamento per o enere una mente mistica non promuove il tanto
agognato e cosidde o potere interiore, ma la congestione
psicologica. Che si tra i di un allenamento esteriore o interiore, le
p g
tecniche del JKD servono a liberare lo spirito e non a vincolare il
corpo.
Spesso mi viene chiesto se il JKD sia contro la forma. In ogni
movimento fisico c’è sempre il modo più efficace e vivo di
compierlo, cioè riguardo alla potenza appropriata, all’uso efficace ed
economico del movimento e dell’energia ecc. Comunque, una cosa
sono i movimenti vivi, efficaci, che liberano; un’altra cosa sono i
modelli sterili e classici che accecano e condizionano. Inoltre, esiste
una so ile differenza tra il «non avere forma» e l’avere una «non
forma». La prima è ignoranza, la seconda è trascendenza.
La verità è una strada senza sentiero. Il jeet kune do è sangue
fresco e rosso portato nelle vene e nei vasi sanguigni. È
consapevolezza totale che non esiste un «prima» o un «dopo».
Dunque non è un’istituzione organizzata di cui si può diventare
membri. O lo capisci, oppure no, è tu o qui. Quando insegnavo il
mio sistema cinese di kung fu, avevo appunto un sistema. Arrivato
negli Stati Uniti, ho creato il mio «istituto cinese»; ma da allora non
credo più ai sistemi (cinesi o non cinesi) né alle organizzazioni. Le
grandi organizzazioni, le filiali nazionali o estere ecc., non sono
necessariamente i posti dove un artista marziale scopre/trova se
stesso. Anzi, più spesso accade il contrario. Per stare al passo con il
numero crescente di studenti, vanno stabiliti alcuni modelli
precostituiti per perme ere agli istituti affiliati di agire in conformità
allo standard. Di conseguenza, tu i i membri verranno condizionati
sulla base del sistema prescri o. Molti probabilmente finiranno per
diventare prigionieri di un’esercitazione sistematica.
Credo che per insegnare si debbano avere pochi studenti alla
volta, perché l’insegnamento richiede una costante e a enta
osservazione di ogni singolo individuo, per riuscire a stabilire una
relazione dire a con tu i. Un buon insegnante non può mai
rinchiudersi in una routine, eppure al giorno d’oggi quasi tu i lo
fanno. Durante l’insegnamento, c’è bisogno di una mente sensibile
che cambia e che si ada a in continuazione, in ogni momento. Ma
sopra u o, un insegnante non deve mai forzare il suo studente a
conformarsi al suo modello preferito, che è qualcosa di precostituito.
Un insegnante è qualcuno che indica la verità, me endo a nudo la
vulnerabilità del suo studente, incitandolo a esplorarsi interiormente
ed esteriormente e, alla fine, a integrare tu o il suo essere.
Il processo è molto simile al prendersi cura di un fru o che sta
maturando, lasciandolo maturare.
Il fru o è fresco, succulento e pieno di vita. Certo, forse un fru o
di plastica può sembrare più bello.
Molti istru ori di arte marziale hanno de o che l’arte marziale è la
vita stessa; eppure mi chiedo quanti di loro la apprezzino e la
comprendano davvero. Senza dubbio, la vita non è qualcosa di
limitato e parziale. La vita è un costante movimento, un movimento
aritmico, e un continuo mutamento. Invece di fluire con questo
cambiamento, molti «maestri» di arte marziale, nel passato e nel
presente, hanno costruito un’illusione di forme fisse, solidificando
così il flusso eterno, frantumando la totalità, organizzando modelli
predile i, pianificando la spontaneità, separando l’unità nella
dualità del morbido contrapposto al duro, e così via. Non ci
sorprende allora che la nostra crescita naturale sia bloccata
dall’inutile ripetizione di un modello imposto da qualcun altro.
L’arte marziale non è semplicemente un a o fisico o il riempire il
tempo e lo spazio con movimenti eseguiti con precisione. Anche le
macchine possono farlo.
L’arte marziale non è neanche una serie di discorsi intelle uali o
di azioni da circo. Un artista marziale deve essere assolutamente
consapevole e capace di esprimere se stesso in modo creativo. Il suo
movimento fisico è la sua anima resa manifesta. In verità, l’arte
marziale è la dire a espressione dell’anima umana.
L’efficacia meccanica o la capacità manipolatoria non è mai
importante quanto l’espressione della nostra consapevolezza
interiore. Ricordate, un artista marziale non è solo un esponente
fisico di una qualche prodezza che può avere imparato da qualche
parte.
Appena matura, un artista marziale comprenderà che il suo calcio
o il suo pugno non sono mezzi per vincere l’avversario, ma
strumenti per esplodere a raverso la sua consapevolezza, il suo ego,
la sua paura e tu i i suoi blocchi mentali. Davvero, tu i gli strumenti
in fondo sono soltanto mezzi per penetrare le profondità del proprio
essere, per conquistare e instaurare l’equilibrio del proprio centro
interiore di gravità. Con questa vitale scioltezza interiore fluisce
l’espressione esteriore dei propri strumenti. Dietro a ogni
movimento si manifesta allora l’interezza dell’essere, l’a itudine a
includere tu o.
In definitiva, un uomo di JKD che afferma che il JKD è
esclusivamente il JKD , non ha capito niente. Si aggrappa ancora alla
resistenza del suo io limitante; in tal caso, è ancorato a un modello
reazionario, e naturalmente è anche limitato da un modello
modificato e si può muovere solo all’interno dei suoi limiti. Non ha
digerito il semplice fa o che la verità esiste al di là degli schemi e dei
modelli, e che la consapevolezza non è mai esclusiva.
p
Lasciatemi ripetere ancora una volta che il JKD è soltanto un
nome, una barca per fare una traversata e che, una volta a riva, va
abbandonata e non va trasportata sulle proprie spalle. Questi pochi
paragrafi sono, al massimo, un dito che indica la luna. Per favore,
non fissate il vostro sguardo sul dito, perdendovi così la gloria
celeste. Dopotu o, l’utilità di un dito sta proprio nell’indicare
lontano da sé la luce che illumina il dito stesso e tu o il resto.

Toward Personal Liberation (JKD )


Manoscri o, 1971 circa, Bruce Lee Papers
Il condizionamento parziale (jeet kune do)
VI

Non si può vedere il comba imento «così com’è» dal punto di vista
di un pugile, di un lo atore o di chiunque sia allenato con un
metodo particolare, perché si vedrà il comba imento in base ai limiti
del proprio particolare condizionamento. Ogni tentativo di
descrivere la lo a è proprio una versione di essa, una replica mentale
o un’idea parziale del comba imento reale, a seconda delle proprie
antipatie e simpatie.
La lo a in definitiva non è qualcosa che dipende dalla tua
condizione di artista marziale cinese, giapponese ecc. Prendi per
esempio il caso del pugile: probabilmente criticherà il fa o che i due
avversari sono troppo vicini e non hanno spazio per un pugno
«incisivo». Mentre il lo atore, d’altra parte, si lamenterà del fa o che
uno dei due avversari dovrebbe «riempire» e appianare la
«crudezza» dell’altro, avvicinandosi abbastanza per me ere in a o
delle ta iche di lo a. Così, nel medesimo frangente, secondo le due
affermazioni sopra citate – se osservate dalla totalità –, il pugile si
sarebbe rivolto a ta iche di lo a nel caso non ci fosse stato lo spazio
per sferrare un pugno; il lo atore, invece, avrebbe colpito o calciato
per colmare il vuoto con la sua specialità.
Una persona non può esprimersi pienamente – la parola decisiva
è pienamente – quando gli viene imposto un modello stru urato o
uno stile. Il comba imento «così com’è» è totale (incluso tu o
«quello che è» e anche tu o «quello che non è»), senza confini o linee
guida; è sempre vivo e cambia continuamente.
Come si può avere una consapevolezza flessibile, se c’è lo schermo
del proprio modello predefinito basato su ciò che «dovrebbe essere»
anziché su «ciò che è»? Proprio perché una persona non vuole
restare senza certezze o nell’insicurezza, «organizza» un modello
g
predile o di comba imento, un modello di relazione artificiale con
l’avversario, una spontaneità pianificata ecc. Eseguendo il
comba imento basandosi su modelli prestabiliti, il margine di libertà
del praticante si riduce sempre di più. Il mezzo sbagliato conduce al
fine sbagliato, e non ci vorrà molto prima di paralizzarsi all’interno
di un modello limitato e di scambiarlo per la realtà, che è illimitata.
Infa i, molti artisti marziali si riducono a una mera esecuzione di
pratiche abitudinarie invece di rispondere a «ciò che è». Non
«ascoltano» più le situazioni; «recitano» le loro situazioni.

Il jeet kune do è un nuovo stile?


Sia chiaro una volta per tu e che io non ho MAI inventato un nuovo
stile, composito, modificato o diverso; cioè uno stile basato su una
forma e su leggi, distinto da «questo» stile o «quel» metodo. Al
contrario, spero di liberare i miei compagni da ogni a accamento
agli stili, ai modelli o agli schemi.
In realtà, la cura dichiarata di un modello è essa stessa una
mala ia, perché «fissa» e «intrappola» la realtà in uno schema
predile o. Proprio come non si può prendere una carta da pacchi
per riempirla d’acqua e darle una forma, il comba imento non può
mai conformarsi ad alcun sistema. La libertà semplicemente non può
basarsi su dei preconce i, e dove c’è libertà, non c’è né il bene né il
male. Non ci sono distinzioni, nell’assoluto. Le mie preoccupazioni
sono rivolte a coloro che, senza saperlo, sono condizionati e irrigiditi
da una stru ura parziale e altamente classica, i quali o engono solo
una certa «efficienza nella pratica», ma non hanno la libertà di
esprimere se stessi. In molti casi, sono diventati dei robot insensibili
e standardizzati, che ascoltano le loro stesse urla. Sono delle forme
organizzate. Sono dei blocchi classici. In breve, sono il risultato di
migliaia di anni di condizionamento.
Non si dovrebbe mai guardare al comba imento da una certa
angolatura, ma da tu e le visuali possibili. Per questo nel jeet kune
do si insegna a utilizzare tu e le vie e tu i gli strumenti per
raggiungere il proprio scopo (l’efficienza non è aderenza alla forma
classica; l’efficienza non è altro che l’o enere risultati), ma – e questo
è un «ma» importante – non viene limitato da niente.
In altre parole, la stru ura del JKD , anche se possiede tu i i punti
di vista, non ne è posseduta. La ragione è semplice: qualsiasi
stru ura, anche se ideata in modo intelligente, diventa facilmente
una gabbia se lo studente ne è ossessionato. Così un bravo studente è
qualcuno che è in grado di entrare in un modello senza restarvi
imprigionato, di seguire i principi senza esserne limitato o confinato.
Questo è importante, perché un’osservazione flessibile e libera, che
non esclude nulla, è essenziale per coltivare il JKD . Ciò che importa
qui non è tanto avere una filosofia di comba imento organizzata o
un metodo di comba imento, quanto di osservare in modo neutrale
cosa sta accadendo nel comba imento presente, sia interiormente sia
esteriormente.
Il JKD crede che la libertà sia sempre stata con noi, e che non è
qualcosa che si può o enere alla fine di un processo di
accumulazione. Noi non «diventiamo», semplicemente «siamo».
L’allenamento è orientato a questo, a «essere» una mente, piu osto
che ad «avere» una mente. Lo stato di trasformazione è
semplicemente uno stato d’«essere» e non uno stato di «divenire»;
non è un ideale, un fine da desiderare e raggiungere. Un modello
sterile distorce e nuoce ai suoi praticanti, e l’allenamento per o enere
una mente mistica non promuove il potere interiore, ma la
congestione psicologica. Che l’allenamento sia interiore o esteriore,
la tecnica usata dal JKD serve a liberare lo spirito e non a vincolare il
corpo. Definire il JKD come un sistema particolare (kung fu, karate,
kickboxing ecc.) significa mancare del tu o il bersaglio. È al di fuori
di tu e le stru ure particolari e di tu i i diversi stili.

Definizione: lo stile è una risposta codificata


all’inclinazione di ciascuno
Il jeet kune do non è un metodo di tecniche codificate, ma uno
strumento per la totale espressione di sé. Non c’è mai una serie di
regole, tecniche, leggi, principi ecc. che costituisca un sistema di
comba imento. Perché il JKD è un processo, non un fine, un
movimento costante piu osto che un modello fisso e prestabilito; è
sia lo scopo che i mezzi, a dire il vero, ma mai un mezzo per un fine.
Molte persone scambiano il JKD per uno stile composito o per
qualcosa di neutrale o di indifferente.
Non è vero, perché è allo stesso tempo sia «questo» sia «non
questo». Così il JKD non è né contro né a favore degli stili. Per capire,
occorre trascendere in un tu o organico la dualità dell’essere «a
favore di» o «contro» qualcosa. Un uomo di JKD si sostiene
sull’intuizione dire a.
Le persone spesso credono a torto che il JKD sia contro la forma.
Non mi soffermerò su questo punto, perché altri paragrafi lo
spiegheranno bene. Bisogna capire una cosa: cioè che c’è sempre un
modo più efficace e vivo di eseguire un movimento (senza violare le
leggi basilari della potenza, della posizione del corpo, dell’equilibrio,
del movimento dei piedi ecc.). Tu avia, una forma viva, efficace, è
una cosa; un’altra cosa sono gli sterili modelli classici che legano e
condizionano. A parte quanto ho appena menzionato, bisogna anche
riconoscere la so ile differenza tra «avere una forma» e avere una
«non forma». La prima è ignoranza, la seconda è trascendenza.
Lo scopo finale del JKD è la liberazione personale. Le istruzioni
semplicemente indicano la via verso la libertà individuale e la
maturità spirituale. Il jeet kune do non impone mai un modello
stabilito ai suoi praticanti. L’efficacia meccanica o la capacità
manipolatoria non sono mai importanti quanto il raggiungimento
della consapevolezza interiore. Ricorda che un artista marziale non è
solo un esponente fisico di qualche prodezza che può avere imparato
da qualche parte.
Quando matura, comprende che il suo calcio non è uno strumento
per sconfiggere l’avversario, ma uno strumento per esplodere
a raverso il suo ego, la sua rabbia, la sua consapevolezza ecc. Infa i,
tu i gli strumenti in fondo sono soltanto mezzi per penetrare nelle
profondità del nostro essere, per raggiungere l’imperturbabilità del
proprio centro di gravità. Sentiamo espressioni come per esempio
«calciare» invece di «tirare un calcio». Significa semplicemente che il
calcio è sferrato con l’interezza del proprio essere, con un’a itudine a
includere tu o, senza il minimo calcolo da parte di colui che calcia.
Tu i gli allenamenti servono a farci diventare uomini completi e non
dei superman. Essere un uomo libero è più importante che essere un
grande comba ente.
La verità è una strada senza sentiero. È l’espressione totale senza
un prima o un dopo. In modo simile, il JKD non è un’istituzione
organizzata di cui si diventa membri. O lo capisci, o non lo capisci, è
così. Non credo nelle grandi organizzazioni con filiali nazionali o
estere, membri onorari ecc. Per raggiungere le masse, c’è bisogno di
una sorta di sistema stabilito, preconfezionato. Di conseguenza, i
membri verranno condizionati sulla base di quel sistema.
Credo nell’insegnamento rivolto a pochi studenti alla volta,
perché l’insegnamento richiede una costante e a enta osservazione
di ogni singolo individuo, per riuscire a stabilire una relazione
dire a con tu i. Un buon insegnante non può mai rinchiudersi in
una routine, eppure al giorno d’oggi quasi tu i lo fanno. Durante
l’insegnamento, c’è bisogno di una mente sensibile che cambia e che
si ada a in continuazione, a ogni momento. L’insegnante non deve
mai imporre al suo studente un modello rigido, precostituito.
Diversamente dalle arti marziali tradizionali che si basano su prece i
di forme statiche, il JKD può essere insegnato solo a raverso la
personale e individuale esperienza nel momento presente.
Invece di acce are il cambiamento, molti cosidde i leader hanno
costruito un’illusione in forme rigide e creato la dualità del morbido
g
opposto al duro. La nostra crescita è bloccata in una ripetizione
infinita di modelli sistematici.
Molti istru ori hanno affermato che l’arte marziale è la vita stessa;
però solo in pochi lo capiscono davvero. La vita non è mai
stagnazione, un modello sterile, qualcosa di non vitale. La vita è un
movimento continuo, un movimento aritmico. È cambiamento,
trasformazione. Non basta riempire il tempo e lo spazio con una
sorta di movimenti organizzati; anche le macchine sono in grado di
farlo. Un artista marziale deve esprimere se stesso con la massima
libertà. Deve essere cosciente. Il suo movimento fisico è la sua anima
che si fa visibile. Davvero, l’arte marziale è l’espressione dell’anima
umana. Nella maggior parte dei casi, un praticante di arte marziale è
un artista di seconda categoria, un conformista. Di rado impara a
dipendere da se stesso per esprimersi. Piu osto, segue fedelmente
un modello imposto. Con il tempo, probabilmente imparerà qualche
morta pratica abitudinaria e sarà abile in relazione a quel modello,
ma non riuscirà a comprendere se stesso. In altre parole, è riuscito a
padroneggiare un’abilità manipolatoria, ma non sa controllare se
stesso. Solo l’autoconoscenza conduce alla libertà. Una persona viva
non è la riproduzione di questo o di quello stile. È un individuo, e
l’individuo è sempre più importante del sistema.
Il jeet kune do non è per tu i. Ho insegnato a tanti allievi, ma
pochi sono diventati discepoli. Molti studenti non mostrano la loro
capacità di comprensione, né la capacità di applicarla nel modo
giusto, fisicamente e mentalmente. L’arte marziale non deve essere
impartita a tu i senza discernimento; lo studente deve esserne
meritevole. Mi fido raramente delle cinture nere che vengono a
bussare alla porta per o enere un insegnamento. A meno che non mi
dimostrino il loro valore e la loro fiducia, a loro non insegno. Non mi
interessa che titolo hanno.
Nell’arte marziale, molti istru ori prendono le loro tecniche e i
loro principi da teorie intelle uali e non dalla propria esperienza.
Istru ori del genere possono parlare di comba imento, e ci sono
tanti maestri che ne parlano, ma non sono in grado di insegnarlo
davvero. Possono forse formulare una certa legge e una certa via, ma
i loro studenti saranno condizionati e controllati invece di liberare se
stessi per diventare artisti migliori. In verità, sono stati rinchiusi
nella limitazione del sistema, che è assolutamente meno del loro
potenziale di esseri umani vivi. Più un metodo è ristre o, meno
opportunità ci sono per l’individuo di esprimere se stesso.
Un eccellente istru ore è un atleta eccellente. Sono sicuro che, in
età avanzata, sarà messo in difficoltà da un bravo giovano o. Però
non ha scuse se non è un artista eccezionale fra i suoi coetanei,
fisicamente e mentalmente. Un istru ore ina ivo e incapace può
forse essere d’aiuto per studenti mediocri, ma non potrà mai davvero
sentire o capire.
In fondo, un uomo di JKD che afferma che il JKD è esclusivamente
il JKD , non ha capito niente. Si aggrappa ancora alla resistenza del
suo io limitante; in tal caso, è ancorato a un modello reazionario, e
naturalmente è ancora limitato da un modello modificato e si può
muovere solo all’interno dei suoi limiti. Non ha digerito il semplice
fa o che la verità esiste al di là degli schemi e dei modelli, e che la
consapevolezza non è mai esclusiva.
Il JKD è soltanto un nome, una barca che serve a fare una
traversata e che, una volta dall’altra parte, va abbandonata e non va
trasportata sulle proprie spalle. Lasciatemi anche dire che questi
pochi paragrafi sono, al massimo, un dito che indica la luna. Per
favore, non scambiate il dito per la luna.

Partial Conditioning
1971 circa, Bruce Lee Papers
JKD (jeet kune do)
VII

Ogni volta che qualcuno scrive sul jeet kune do, lo fa in base alla sua
conoscenza.
Non si può vedere il comba imento «così com’è» dal punto di
vista di un pugile, di un lo atore o di chiunque sia allenato con un
metodo particolare, perché si vedrà il comba imento in base ai limiti
del proprio particolare condizionamento.
La lo a non è qualcosa che dipende dalla tua condizione di artista
marziale cinese, giapponese ecc. Prendi per esempio il caso del
pugile: probabilmente criticherà il fa o che i due avversari sono
troppo vicini e non lasciano spazio per un pugno «incisivo». D’altra
parte, il lo atore, si lamenterà del fa o che uno dei due avversari
dovrebbe «riempire» e appianare la «crudezza» dell’altro,
avvicinandosi a lui abbastanza per me ere in a o delle ta iche di
lo a. Così, nel giro di un secondo, tra le due affermazioni sopra
citate, il pugile si sarebbe rivolto a delle ta iche di lo a, nel caso non
ci fosse stato lo spazio per sferrare un pugno incisivo. Il lo atore,
invece, avrebbe colpito o calciato per colmare il vuoto con la sua
specialità.
La vera osservazione inizia quando ci si è liberati dai modelli
definiti, e la verità di espressione si o iene quando si va al di là dei
sistemi.
Una persona non può esprimersi pienamente – la parola decisiva
è pienamente – quando gli viene imposto un modello stru urato o
uno stile.
Come si può avere una vera consapevolezza, se c’è lo schermo del
proprio modello predefinito che si oppone a «ciò che è»? «Ciò che è»
è totale (incluso «ciò che è» e «ciò che non è»), senza confini ecc.
Eseguendo il comba imento basandosi su dei modelli prestabiliti,
il margine di libertà del praticante si riduce sempre di più. Egli si
paralizza all’interno della cornice del modello e scambia il modello
per una cosa reale. Non «ascolta» più le situazioni, ma «recita» le sue
situazioni. Queste persone sono robot insensibili e standardizzati,
che prestano ascolto alle loro urla e grida. Sono dei blocchi classici;
sono delle forme organizzate; in breve, sono il risultato di migliaia di
anni di condizionamento.
Sia chiaro una volta per tu e che io non ho MAI inventato un
nuovo stile, basato su una forma distinta, da considerare a parte
rispe o a «questo» stile o «quel» metodo.
Al contrario, spero di liberare i miei compagni dagli stili. Come ho
già de o, gli stili «fissano» e «intrappolano» la realtà in un modello
scelto.
La libertà semplicemente non può basarsi su dei preconce i, e
dove c’è libertà non c’è né il bene né il male. Le mie preoccupazioni
sono rivolte a coloro che sono condizionati e irrigiditi da una
stru ura parziale, che o engono solo un’efficienza di routine, ma
non la libertà di esprimere se stessi.
Il jeet kune do non guarda al comba imento da una certa
angolatura, ma da tu e le visuali possibili. Utilizza tu e le vie e tu i
gli strumenti per raggiungere il proprio scopo, ma – e questo è un
«ma» molto importante – non viene limitato da niente; in altre
parole, il JKD , anche se possiede tu i i punti di vista, non ne è
posseduto. Questo perché qualsiasi stru ura, anche se ideata in
modo intelligente, diventa una gabbia se il praticante ne è
ossessionato. Qui risiede il valore: la libertà sia di usare le tecniche
sia di farne a meno. Perciò definire il JKD come un sistema particolare
(kung fu, karate, kickboxing ecc.) significa mancare del tu o il
bersaglio. È al di fuori di tu e le stru ure particolari e di tu i i
diversi stili. Ma non si confonda il JKD per uno stile composito o
qualcosa di neutrale o di indifferente; perché è sia «questo» sia «non
questo». Non è né contro né a favore degli stili. Per capirlo, bisogna
trascendere la dualità dell’essere «a favore di» o «contro» qualcosa.
Un bravo uomo di JKD si basa sull’intuizione dire a. La verità è una
strada senza sentiero. È l’espressione totale senza un prima o un
dopo. In modo simile, il JKD non è un’istituzione organizzata di cui si
diventa membri. Lo capisci oppure no, è così. (C’era un Istituto Jun
Fan Kung Fu, c’era un metodo wing chun, ma adesso non ci sono né
un’organizzazione né un metodo.)
Un artista di seconda categoria
Nella maggioranza dei casi, un praticante di arti marziali è ciò che io
chiamo un artista di seconda categoria. Raramente impara a
dipendere da se stesso per l’espressione; piu osto, segue
fiduciosamente un modello. Con il passare del tempo,
probabilmente comprenderà alcune morte routine e diventerà bravo
in relazione al suo particolare modello. Esercitarsi nella pratica
abitudinaria e seguire modelli stabiliti forse lo renderà bravo in
relazione a quel tipo di routine e di modelli, ma solo la
consapevolezza di sé e l’espressione di sé portano alla verità. Una
persona viva non è un prodo o morto di «questo» o di «quello» stile;
è un individuo, e l’individuo è sempre più importante del sistema.
Nell’arte marziale, molti istru ori prendono le loro tecniche e i
loro principi da teorie intelle uali e non dalla propria esperienza. Un
istru ore del genere può parlare di comba imento, e ci sono tanti
maestri che ne parlano, ma non è in grado di insegnarlo davvero.
Può forse istituire questa legge e questa via, ma il suo studente sarà
condizionato e controllato invece di liberare se stesso per sbocciare,
diventando un artista marziale migliore.
In verità, il modello e il sistema sono limitanti e interferiscono con
la realtà.
Come in ogni sport, ci hanno de o che centinaia di anni fa un
artista marziale era in grado di saltare su di te o, ma sono sicuro di
questo: le prestazioni superiori nell’arte marziale si baseranno su
uno sviluppo futuro e non su quei metodi di allenamento obsoleti e
antiquati che oggi esistono.
Un eccellente istru ore è un atleta eccellente. Davvero, sono
sicuro che una persona in età avanzata sarà messa in difficoltà da un
bravo giovano o. Ma non ha scuse se non è un artista eccezionale fra
i suoi coetanei, dal punto di vista fisico e mentale. Un istru ore
ina ivo e incapace può forse essere d’aiuto a studenti mediocri, ma
non potrà mai davvero capire.
Proprio come non si può prendere una carta da pacchi per
riempirla d’acqua e darle una forma, il comba imento non può mai
conformarsi ad alcun sistema, specialmente forzandolo in una
stru ura altamente classica. Questa stru ura uccide e limita la vita
dell’individuo tanto quanto la situazione.
La cura dichiarata per tale stru ura è essa stessa una mala ia,
perché «fissa» e «intrappola» la realtà in uno schema prescelto. Nella
pratica del JKD non c’è un sistema o una forma, perché il JKD non è
un metodo di tecniche codificate, di leggi ecc., che costituiscono un
sistema di comba imento. Impiega un approccio sistematico
all’allenamento, ma mai un metodo di comba imento. Inoltre, il JKD
è un processo, non uno scopo; un mezzo ma non un fine, un
movimento costante piu osto che un modello sistematico e statico.
Lo scopo finale del JKD è la liberazione personale. Indica la via alla
libertà individuale e alla maturazione. L’efficacia meccanica e l’abilità
manipolatoria non sono mai importanti come il raggiungimento di
una consapevolezza interiore, perché imparare un movimento senza
consapevolezza interiore è solo una ripetizione imitata, un mero
prodo o. Un vero comba ente «ascolta» le circostanze, mentre un
uomo classico «recita» le sue circostanze. Ricordate che un artista
marziale non è solo un esponente fisico di una qualche prodezza che
ha imparato da qualche parte. Quando matura, si rende conto che il
suo calcio non è tanto uno strumento per ba ere il suo avversario,
quanto un mezzo per esplodere a raverso il suo ego e le sue follie.
Tu o l’allenamento è rivolto a farci diventare uomini completi.
Essenzialmente, allora, il JKD cerca di riportare l’allievo al suo
stadio primitivo, in modo che possa esprimere liberamente il suo
stesso potenziale. L’allenamento consiste nel minimo di forma per
sviluppare naturalmente i propri strumenti verso il «senza forma».
In breve, l’idea è quella di essere capaci di entrare in un modello
senza restarne prigionieri o di a enersi a dei principi senza esserne
limitati. Ciò è importante, perché un’osservazione flessibile e libera
che non esclude nulla è il fondamento dell’uomo di JKD . Una
consapevolezza a enta e onnicomprensiva senza un centro né una
sua circonferenza; essere dentro, ma senza appartenervi.
Per concludere, un praticante di JKD che dice che il JKD è
esclusivamente il JKD , non ha capito niente. Si aggrappa ancora alla
resistenza del suo io limitante; in tal caso, è ancorato a un modello
reazionario. Naturalmente è ancora limitato da un modello
modificato e si può muovere solo all’interno dei suoi limiti. Non ha
digerito il semplice fa o che la verità esiste al di là degli schemi e dei
modelli, e che la consapevolezza non è mai esclusiva.
Jeet kune do è soltanto un nome, una barca che serve a fare una
traversata e che, una volta dall’altra parte, va abbandonata e non va
trasportata sulle proprie spalle. Infine, lasciatemi ricordare ancora
che questi pochi paragrafi sono, al massimo, un dito che indica la
luna. Per favore, non scambiate il dito per la luna.
p
JKD
1971 circa, Bruce Lee Papers
Verso la liberazione personale (jeet kune do)
VIII

L’utilità di una tazza sta nel suo essere vuota, e lo stesso si può dire
di un artista marziale che non ha forma e che perciò è libero dallo
«stile», perché non ha pregiudizi e preconce i in merito al
comba imento, né preferenze né avversioni. Di conseguenza, è
fluido, si ada a, è capace di trascendere la dualità nella realtà
assoluta.

Spero che sarai come una tazza da tè e che ti unirai a me in questo


breve discorso, e che ti avventurerai con me in modo leggero; cioè
lasciandoti dietro tu o il peso delle opinioni e delle conclusioni
preconce e. D’altra parte, riguarda ciò che verrà de o a te, perché ha
a che fare con lo sbocciare dell’artista marziale, e non di un artista
marziale cinese, giapponese, coreano, americano e così via. Un
artista marziale è prima di tu o un essere umano, e questo ha a che
fare con noi tu i. Le nazionalità non c’entrano niente con l’abilità
nell’arte marziale.
Immaginiamo che tante persone, allenate in diverse forme di arte
marziale, abbiano appena assistito a un comba imento. Sicuramente
udremo versioni differenti da ognuna di loro. Ciò è piu osto
comprensibile, dato che non si può vedere un comba imento «così
com’è», perché sarà visto a raverso i rispe ivi filtri di un pugile, di
un lo atore, di un praticante di karate o di judo, o di chi si è formato
con un particolare metodo. Tu i vedranno la lo a in relazione ai
limiti del loro particolare condizionamento. Ogni tentativo di
descrivere il comba imento è in realtà una reazione intelle uale,
un’idea parziale del comba imento totale; in questo caso, qualcosa
che dipende dalle proprie simpatie e antipatie. In realtà il
comba imento non dipende dalla tua condizione di artista marziale
coreano, cinese, o di qualsiasi altro stile tu applichi.
La vera osservazione inizia quando ci si libera dai modelli
prestabiliti e la libertà di espressione si o iene quando si superano i
sistemi.
Una persona non può esprimersi pienamente e totalmente quando
gli viene imposto un modello stru urato o uno stile. Il
comba imento «così com’è» è totale (incluso tu o «quello che è» e
anche tu o «quello che non è»), senza angolature o tra i preferiti,
senza confini e sempre fresco e vivo; non è mai stabilito e cambia
continuamente.
Il comba imento, in definitiva, non si deve limitare
all’inclinazione personale dell’individuo, alla sua costituzione fisica
e ai suoi condizionamenti ambientali, anche se queste cose sono
parte della totalità dell’arte marziale.
Se dovesse esserci qualche tipo di prigionia, se cioè si rinchiude il
comba imento in un modello predile o, ci sarà sempre la resistenza
del proprio modello predefinito sulla base di «ciò che dovrebbe
essere» invece di «ciò che è».
Sia chiaro una volta per tu e che io non ho MAI inventato un
nuovo stile, composito, modificato o diverso; cioè, basato su una
forma distinta e su leggi, come se fosse distinto da «questo» stile o
da «quel» metodo.
Al contrario, spero di liberare i miei compagni da ogni
a accamento agli stili, ai modelli o agli schemi.
Ricordate che jeet kune do è soltanto un nome, uno specchio in
cui si vede riflessi se stessi. Il nome che usiamo non è niente di
speciale.
Che cos’è uno stile classico di arte marziale? Prima di tu o,
dobbiamo capire che è l’uomo a creare gli stili. Non diamo re a alle
tante storie fantasiose sulle origini dei loro fondatori (un misterioso
monaco saggio, un messaggio ricevuto in sogno, una rivelazione
sacra ecc.); uno stile non deve mai essere un vangelo, di cui non si
possono violare le leggi e i principi. L’uomo, l’essere umano, è
sempre più importante di qualsiasi stile.
Il fondatore di uno stile ha forse scoperto una verità parziale, ma
con il passare del tempo, specialmente dopo la sua morte, questa
verità parziale è diventata una legge o, ancora peggio, una fede
piena di pregiudizi contro le altre se e. Per trasme ere questa
conoscenza di generazione in generazione, si sono dovute
organizzare e classificare le diverse risposte presentandole in un
ordine logico. Così, ciò che forse era cominciato come una sorta di
personale fluidità del fondatore ora è diventato una conoscenza
solidificata, una panacea mantenuta per condizionare le masse. Nel
corso del tempo i discepoli hanno fa o diventare questa conoscenza
non soltanto un altare, ma una tomba in cui viene sepolta la
saggezza del fondatore. A causa della natura dell’organizzazione e
della preservazione, gli strumenti diventano talmente elaborati che
bisogna dedicarvi un’immensa a enzione, finché a poco a poco ci si
dimentica del fine.
I seguaci acce eranno poi questo «segmento organizzato» come
se fosse la realtà totale del comba imento. Ovviamente poi,
probabilmente come dire a reazione all’«altra verità», sorgeranno
molti altri approcci «diversi». In poco tempo anche questi approcci
diventeranno vaste organizzazioni che rivendicano il possesso della
«verità», con esclusione di tu i gli altri stili.
Sempre di più, gli stili diventano più importanti dei loro
praticanti.
La cura di uno stile classico è essa stessa una mala ia. Uno stile ha
la tendenza a «stabilire» e a «intrappolare» la realtà parziale in un
modello predile o. Forse perché non vuole restare nell’incertezza o
nell’insicurezza, «organizza» un modello prestabilito di
comba imento. Senza saperlo, i suoi seguaci rimangono intrappolati
e sono controllati dalle limitazioni dello stile, che di certo limita il
loro potenziale. Come per tu e le cose, un’esercitazione continua
basata sull’imitazione promuoverà una precisione meccanica, ma il
margine di libertà espressiva diminuirà sempre di più. Così si
possono seguire delle formule «tenendo in alto i gomiti», «facendo
p g g
sprofondare il proprio spirito», «essendo questo» o «quello», ma
comunque ci si modellerà sulle inclinazioni di qualcun altro.
Ricordate, l’intero è presente in tu e le parti, ma una parte isolata,
che sia valida o no, non costituisce l’intero. Si può quindi affermare
che il de o: «Un piccolo insegnamento è una cosa pericolosa» si
ada a bene a chi è condizionato da un particolare approccio al
comba imento.
Bastasse l’efficacia di una routine meccanica a fare di una persona
un artista marziale, allora tu o andrebbe bene. Purtroppo il
comba imento, come la libertà, è qualcosa su cui non si possono
avere preconce i. Con i preconce i semplicemente non si hanno la
flessibilità e la totalità necessarie per ada arsi al continuo
mutamento. A questo punto molti si chiederanno come si conquista
la libertà assoluta. Non posso dirlo, perché diventerebbe un
approccio. Anche se posso dire che cosa non è, non posso dire che
cosa è. Così, amico, dovrai trovare tu o da solo, perché è il momento
di capire un semplice fa o, e cioè che non c’è aiuto, ma soltanto
autoaiuto.
E inoltre, chi dice che dobbiamo «o enere» la libertà?
Essere saggi nell’arte marziale tradizionale sembra equivalere a
un continuo processo di accumulazione di una conoscenza stabilita:
chi è al primo grado di cintura nera conosce un certo numero di
mosse o tecniche, chi è al secondo grado ne conosce un po’ di più; un
artista marziale del tipo X dovrebbe accumulare Y tecniche manuali
ecc. Accumulare una conoscenza statica non fa parte del processo
del JKD ; piu osto, si tra a di scoprire la causa dell’ignoranza, e
spesso questo ha a che vedere con il processo del lasciar andare.
Ricordatevi, amici, che in fondo la conoscenza nell’arte marziale
significa semplicemente autoconoscenza, e che il JKD diventa
comprensibile solo nel processo di scoperta di sé.
La libertà è sempre stata con noi e non è qualcosa che si o iene
alla fine come premio della scrupolosa e fiduciosa aderenza a
qualche formula definita. Noi non «diventiamo»; noi semplicemente
«siamo». Quindi l’allenamento, nell’arte marziale, è focalizzato a
questo: «essere» mente, piu osto che «avere» una mente.
I modelli sterili sono incapaci di una tale freschezza e vivacità, e le
cose precostituite opprimono la creatività e impongono la
mediocrità. Inoltre, l’allenamento per o enere una mente mistica
promuove non il tanto promesso potere interiore, ma la congestione
psicologica. Nel JKD , che si tra i di un allenamento interiore o
esteriore, le tecniche utilizzate sono spesso espedienti provvisori, il
fine è liberare lo spirito, piu osto che vincolare il corpo.
Diversamente dall’approccio tradizionale, non c’è mai una serie di
regole, una codificazione di tecniche ecc., che costituiscano il
cosidde o metodo di comba imento JKD . Tanto per cominciare, non
esiste affa o un metodo di comba imento. Creare un metodo è
praticamente come tentare di me ere dell’acqua nella carta da pacchi
e darle una forma (e poi cercare di argomentare su quale sia il colore
migliore o il tipo migliore di carta).
In breve, il JKD non è una forma di condizionamento speciale
mediante un sistema di credenze e un approccio particolare. Quindi,
essenzialmente, non è un’arte per la massa. Non guarda al
comba imento da una certa angolatura, ma da tu i i punti di vista
possibili, perché non si basa su alcun sistema. Anche se utilizza tu e
le vie e gli strumenti (l’efficienza non è altro che l’o enere risultati),
non ne viene affa o limitato, e per questo è libero da tu e le vie e da
tu i gli strumenti. De o altrimenti, il JKD , anche se possiede tu i i
punti di vista, non ne è posseduto; perché ogni stru ura, anche se
concepita in modo efficace, diventa una gabbia quando chi la pratica
ne viene ossessionato.
Definire il JKD come uno stile (cioè kung fu, karate, kickboxing
ecc.) significa mancare del tu o il bersaglio, semplicemente perché il
suo insegnamento non si può ridurre a un sistema. Se il JKD non è
uno stile né un metodo, forse è qualcosa di neutrale o di indifferente.
Tu avia, non si tra a di nessuno dei due casi, perché il JKD è
contemporaneamente sia «questo» sia «non questo» e non è contro o
a favore di nessuno stile. Per comprenderlo pienamente, bisogna
trascendere la dualità dell’essere «a favore di» o «contro di» e
guardare al tu o organico. Nell’assoluto semplicemente non vi è
distinzione, tu o è. Un buon artista di JKD si basa sulla dire a
intuizione.
Quando arrivai negli Stati Uniti, insegnavo la mia versione di
wing chu: avevo il mio sistema «cinese». Ma da allora non mi
interesso più ai sistemi né alle organizzazioni. Gli istituti organizzati
tendono a produrre prigionieri modellati su un conce o sistematico,
e gli istru ori spesso si irrigidiscono in una routine. Quel che è
peggio, è che forzano gli allievi a conformarsi a qualcosa di
preconce o e senza vita, il che blocca la loro crescita spontanea.

Un maestro, un buon maestro, è qualcuno che indica la verità, ma


non è mai un dispensatore di verità. Utilizza il minimo di forma per
guidare gli studenti verso il regno del «senza forma». Inoltre
so olinea l’importanza di essere capaci di entrare in un modello
senza diventarne prigionieri; o di seguire i principi senza venirne
limitati. Una flessibile e libera osservazione che non esclude nulla è
essenziale nel JKD , o nell’arte marziale, una «consapevolezza a enta
e onnicomprensiva» senza centro né circonferenza; essere nella
realtà, ma non appartenervi.
Sopra u o, credo che un maestro non debba dipendere da un
metodo o da routine sistematiche; egli, invece, studia
individualmente ogni studente e risveglia in lui la voglia di
esplorare se stesso, dentro e fuori, e in definitiva lo aiuta a integrare
tu e le parti del suo essere. Un simile insegnamento, che in realtà è
un non insegnamento, richiede una mente sensibile e una grande
flessibilità, difficile da trovare al giorno d’oggi. È ugualmente
difficile trovare sinceri e seri apprendisti. Molti studenti rimangono
entusiasti per cinque minuti, alcuni di loro arrivano con intenzioni
sbagliate. Sfortunatamente, la maggior parte di loro sono artisti di
seconda categoria, essenzialmente conformisti.
Un artista di seconda categoria raramente impara a dipendere da
se stesso per l’espressione; piu osto, segue fiduciosamente un
modello. Così, ciò che viene nutrito è la mente dipendente piu osto
che la ricerca autonoma. Con il passare del tempo, probabilmente,
comprenderà alcune prassi abitudinarie e forse diventerà bravo in
relazione al suo particolare modello. Ma anche se riesce a
padroneggiare una certa capacità manipolatoria, non è in grado di
comprendere se stesso.
L’arte marziale non è un banale a o fisico che riempie lo spazio e
il tempo con dei movimenti precisi. Anche le macchine possono
farlo. Quando matura, un artista marziale si accorge che il suo calcio
o il suo pugno non sono tanto uno strumento per ba ere
l’avversario, quanto un mezzo per esplodere a raverso la sua
consapevolezza, il suo ego e tu i gli ostacoli mentali. Tali strumenti
sono in realtà i mezzi per penetrare nelle profondità del nostro
essere, per ricreare l’equilibrio del nostro centro interiore di gravità.
Con questa vitale scioltezza interiore fluisce l’espressione esteriore
dei nostri strumenti. Dietro a ogni movimento fisico di un artista
marziale esperto c’è l’interezza dell’essere, questa a itudine
onnicomprensiva.
Quante volte diversi «professori» e «maestri» (e mi pare che
abbiano intorno a loro molti professori di filosofia e molti eruditi) ci
hanno de o che l’arte marziale è la vita stessa. Mi chiedo quanti di
loro apprezzino questa affermazione e la comprendano davvero.
Sicuramente, la vita non è qualcosa di parziale o limitato, una
q p
stru ura. La vita non è mai stagnazione. È un costante movimento,
un movimento aritmico e un mutamento perenne. Invece di fluire
con questo cambiamento senza pregiudizio, molti «maestri» di arte
marziale – del passato e a uali – hanno creato un’illusione di forme
fisse, solidificando il flusso eterno, frantumando la totalità,
organizzando modelli predile i, pianificando la spontaneità,
separando l’armoniosa unità nella dualità della morbidezza
contrapposta alla durezza, e così via. Il risultato è piu osto evidente,
oggi; abbiamo molti, moltissimi robot insensibili e prefabbricati che
stanno ad ascoltare le loro grida e le loro urla spirituali. Stanno
facendo una mera esecuzione di pratiche abitudinarie, invece di
rispondere a «ciò che è». Non «ascoltano» più le situazioni;
«recitano» le loro situazioni. Queste povere anime sono diventate
delle forme organizzate, sono dei blocchi classici; in breve, sono il
prodo o di un condizionamento che si è trasmesso per centinaia e
migliaia di anni.
Spesso mi viene chiesto se il JKD sia contro la forma. È vero che
non ci sono modelli prestabiliti o kata nell’insegnamento del JKD .
Tu avia, in ogni movimento fisico c’è sempre un modo efficace e
vivo per un individuo di raggiungere lo scopo dell’esecuzione, cioè
riguardo alla potenza appropriata, all’equilibrio nel movimento,
all’uso efficace ed economico del movimento e dell’energia ecc. Una
cosa sono i movimenti vivi ed efficaci che liberano. Un’altra cosa
sono i modelli sterili e classici che accecano e condizionano. Inoltre,
esiste una so ile differenza tra il «non avere forma» e l’avere una
«non forma». La prima è ignoranza, la seconda è trascendenza.
Non c’è un modello standard nel comba imento totale, e
l’espressione deve essere libera. Questa verità che libera diventa
realtà solo in proporzione all’esperienza dell’essenza che l’individuo
vive. E questa verità è ben lontana dagli stili e dalle discipline.
Ricorda anche che il JKD è soltanto un nome, un veicolo per farti
superare gli ostacoli, come una barca usata per a raversare un
fiume. Una volta sull’altra sponda del fiume, la barca va
abbandonata e non va trasportata sulle proprie spalle. Questi pochi
paragrafi sono, al massimo, «un dito che indica la luna». Per favore,
non fissare l’a enzione sul dito, altrimenti non vedrai la luna, e in
questo modo ti perderai tu o lo splendore della gloria celeste.
Dopotu o, l’utilità di un dito sta nel fa o che indica lontano da sé la
fonte di luce che illumina il dito e tu o il resto.

Jeet Kune Do – Toward Personal Liberation


Da iloscri o, 1971 circa, Bruce Lee Papers

A Zen Story of Tea Serving


Manoscri o, 1971 circa, Bruce Lee Papers
Appunti sul jeet kune do

Nell’esercizio delle arti marziali deve esserci un senso di libertà. Una


mente condizionata non è mai libera. Il condizionamento limita una
persona all’interno della stru ura di un particolare sistema. Si ha la
semplice ripetizione di movimenti ritmici e calcolati, che spegne la
vitalità e la spontaneità. Diventa allora un’ancora che tra iene e
blocca, un accumulo continuo di forme – una forma di qua e una
forma di là (una modifica del condizionamento) –, di mezzi e di fini.
La relazione è comprensione
Più sei cosciente, più lasci andare giorno per giorno quello che hai
imparato, e così la tua mente si mantiene sempre fresca e
incontaminata dai condizionamenti precedenti.
La verità è la tua relazione con l’avversario; è un movimento di
interazione costante. È qualcosa di vivente, non è mai statica.
La forma è la coltivazione della resistenza, l’esclusiva ripetizione
di un modello prescelto. Invece di creare resistenza, entra in modo
dire o nel movimento, nel momento in cui si presenta. Non
condannare e non apprezzare. La consapevolezza obie iva, senza
pregiudizi, può portare alla riconciliazione con l’avversario nella
totale comprensione di quello che è.

L’isolamento è un modello chiuso


Quando è condizionato da un metodo parziale, il praticante affronta
il suo avversario con uno schermo di resistenza: in realtà sta
«me endo in scena» le sue mosse stilizzate e prestando ascolto alle
sue urla, e non a ciò che l’avversario sta davvero facendo. Per
armonizzarsi con il proprio avversario, una persona dovrebbe avere
una percezione dire a, e non si ha percezione dire a dove c’è
resistenza, l’a itudine a pensare che «questa è la sola vera via».
Essere nella TOTALITÀ significa riuscire a fluire con ciò che è,
perché ciò che è si muove e cambia costantemente, e se si rimane
ancorati a una visione limitata, non si è in grado di seguire il
movimento rapido di ciò che è.
Comunque la pensiate sui vantaggi o meno di a accarsi e di
entrare a fare parte di uno stile, è fuori discussione la necessità di
acquisire complete difese contro di esso. Davvero, quasi tu i i
lo atori naturali lo fanno (la versatilità dell’a acco). Devi colpire
partendo da dovunque sia la mano.
Il sistema diventa importante solo a discapito dell’essere umano!
Conoscersi è studiare se stessi nell’interazione con un’altra
persona.
Per capire il comba imento, bisogna affrontarlo in modo molto
semplice e dire o.
La relazione è un processo di autorivelazione. La relazione è lo
specchio in cui puoi scoprire te stesso; essere significa essere in
relazione. Un modello rigido è incapace di ada amento, di
flessibilità; ti offre solo una gabbia.
LA VERITÀ È AL DI FUORI DI TUTTI I MODELLI.
Le forme: un’inutile ripetizione che offre una disciplinata e una
piacevole fuga dalla conoscenza di sé con un avversario vivente.
L’accumulo di forme è una resistenza che imprigiona e le tecniche
complicate rinforzano la resistenza.

Notes on Jeet Kune Do


Manoscri o, 1971 circa, Bruce Lee Papers
Altri appunti sul jeet kune do

La libertà non può essere qualcosa di preconce o. Per realizzare la


libertà si ha bisogno di una mente vigile, una mente profonda e
piena di energia, capace di percezione immediata, senza il processo
di gradualità, senza l’idea di un fine che si raggiunge lentamente. Il
margine di libertà per il praticante classico si riduce sempre di più.
Nella comprensione non c’è condanna, né la richiesta di un
modello di azione. Semplicemente si osserva, basta guardare e
osservare. La mente perce iva è viva, si muove, piena di energia, e
soltanto una mente simile è in grado di cogliere la verità.
I metodi classici e la tradizione rendono schiava la mente. Tu non
sei più un individuo, ma semplicemente un prodo o. La tua mente è
il risultato di migliaia di anni.
La vita è vasta, senza limiti, non ci sono confini né frontiere.
La via che porta verso la verità non è la convinzione, né il metodo,
ma la percezione. È uno stato di consapevolezza senza sforzo, di
consapevolezza fluida, di consapevolezza assoluta.
Quando hai un centro, deve esserci anche una circonferenza; e
funzionare come un centro, dentro una circonferenza, è schiavitù.
È un sentire «onnicomprensivo», senza un centro. Cancella e
dissolvi tu e le esperienze precedenti e «nasci» di nuovo.
Quando continui ad ascoltare qualcosa, hai smesso di ascoltare.
Conoscere è un movimento costante; perciò non c’è uno stato fisso né
un punto fisso da cui agire. La conoscenza vincola, ma l’a o del
conoscere non lega.
La vita è qualcosa a cui non c’è risposta; va compresa momento
per momento. La risposta che troviamo è inevitabilmente conforme
al modello di ciò che pensiamo di sapere.
La semplicità è un modo d’essere interiore in cui non c’è
contraddizione né confronto; è la qualità della percezione che sa
affrontare qualsiasi problema. Non è affa o la mente che affronta i
problemi con un’idea o una convinzione rigida o con un particolare
modello di pensiero.
Una mente semplice, sicuramente, funziona, pensa e percepisce
senza un motivo. Dove esiste un motivo, deve esserci una via, un
metodo, un sistema di disciplina. Il motivo deriva dal desiderio di
un fine, uno scopo, e per raggiungere lo scopo ci deve essere un
modo ecc. La meditazione è la liberazione della mente da tu e le
motivazioni.
Per non volere essere disturbati, per non ritrovarsi nell’incertezza,
si stabilisce un modello comportamentale, di pensiero, un modello
relazionale ecc. In questo modo si diventa schiavi del modello e si
scambia il modello per qualcosa di reale. Qualunque sforzo faccia la
mente, limiterà ulteriormente la mente, perché lo sforzo implica la
lo a per un fine; e se si ha un fine, uno scopo, una meta, si è imposto
un limite alla mente, ed è proprio con una mente del genere che si
cerca di meditare.
Questa sera vedo qualcosa di totalmente nuovo, e questa tensione
viene vissuta dalla mente; ma domani l’esperienza diventa
meccanica, perché voglio ripetere la sensazione, il piacere implicito
in essa. La descrizione non è mai reale. È reale cogliere la verità
nell’istante, perché la verità non ha futuro.
Osserva cosa c’è con una consapevolezza indivisa.
Certamente la meditazione non può essere un processo di
concentrazione, perché la più alta forma di pensiero è la negazione.
La negazione non è l’opposto dell’affermazione, ma uno stato in cui
non c’è il positivo e neppure la sua reazione in negativo.
È uno stato di vuoto totale.
La concentrazione è una forma di esclusione; e dove c’è esclusione
c’è un pensatore che esclude. È il pensatore, colui che esclude, colui
che si concentra, che crea la contraddizione, perché a quel punto
esiste un centro da cui può esserci una deviazione, una distrazione.
La consapevolezza non ha frontiere, è un donare se stessi a
qualcosa, senza esclusione.
La concentrazione limita la mente, ma a noi interessa il processo
totale della vita, e concentrarsi esclusivamente su un particolare
aspe o della vita sminuisce la vita.
Come si può arrivare a qualcosa di vivente a raverso metodi e
sistemi? Può esserci una via, un sentiero tracciato per arrivare a ciò
che è statico, fisso, morto; ma non può esserci per arrivare a qualcosa
di vivo. Non ridurre la realtà a una cosa statica, per poi inventare
metodi con cui raggiungerla.
L’approvazione, il rifiuto e la convinzione impediscono la
comprensione. Lascia che la tua mente e quella del tuo interlocutore
si muovano insieme comprendendosi, con sensibilità; a quel punto si
presenta una reale possibilità di comunicazione con gli altri. Per
capire, certo, deve esserci uno stato di consapevolezza assoluta in cui
non è presente alcun senso di confronto o di condanna, né l’a esa di
uno sviluppo ulteriore della cosa di cui stiamo parlando per
concordare o dissentire riguardo a essa. Sopra u o non partire mai
da una conclusione.
La comprensione richiede non solo un momento di percezione,
ma una consapevolezza ininterro a, uno stato continuo di indagine
in cui non vi è conclusione. Non esiste un pensiero che sia libero,
tu o il pensiero è parziale; non può essere totale. Il pensiero è la
risposta della memoria e la memoria è sempre parziale, perché la
memoria è il risultato dell’esperienza; dunque il pensiero è la
reazione della mente che è condizionata dall’esperienza.
La CONOSCENZA , sicuramente, è sempre nella dimensione
temporale, mentre il CONOSCERE è senza tempo.
La CONOSCENZA proviene da una fonte, da un’accumulazione, da
una conclusione, mentre il CONOSCERE È UN MOVIMENTO .
Il processo di accumulazione è un semplice esercizio della
memoria, che diventa meccanico. Imparare non è mai un accumulo
di conoscenza; è un movimento del conoscere che non ha inizio né
fine.
C’è una consapevolezza assoluta, senza pretese, una
consapevolezza in cui non esiste ansia, e in quello stato mentale c’è
percezione. Soltanto la percezione risolverà tu i i nostri problemi.
Uno stato di percezione e basta, ossia uno stato d’essere.
L’azione è la nostra relazione con tu o. L’azione non è una
questione di giusto o sbagliato. È solo quando l’azione è parziale,
non totale, che si ha qualcosa di giusto o di sbagliato.
Non mi riferisco all’innocenza calcolata da una mente scaltra che
vuole essere innocente, ma allo stato di innocenza in cui non c’è
rifiuto o approvazione, e in cui la mente vede proprio ciò che è.
Troveremo la verità quando esamineremo il problema. Il
problema non è mai separato dalla risposta; il problema è la risposta,
p p p p p
la comprensione del problema coincide con la scomparsa del
problema.
QUANDO LA MENTE È LEGATA A UN CENTRO, NON PUÒ ESSERE
NATURALMENTE LIBERA; PUÒ SOLTANTO MUOVERSI DENTRO I LIMITI DI
QUEL CENTRO.
Se si è isolati, si è morti, paralizzati nella fortezza delle proprie
idee.
La mente deve essere molto aperta per funzionare liberamente.
Una mente limitata non è in grado di pensare liberamente.
Una mente concentrata non è una mente a enta, ma una mente
che si trova in uno stato di consapevolezza può concentrarsi. La
consapevolezza non è mai esclusiva; include tu o.

More Notes on Jeet Kune Do


Manoscri o, Bruce Lee Papers
Appunti supplementari sul jeet kune do

Il jeet kune do non è un metodo di concentrazione o di meditazione.


È «essere». È un’«esperienza», una «via» che è una «non via». Il jeet
kune do cerca l’«illuminazione» che deriva dalla risoluzione di tu e
le relazioni sogge o-ogge o e delle opposizioni in un puro vuoto
(che non è vuoto); l’«illuminazione» non è un’esperienza o l’a ività
di un sogge o pensante e autocosciente.
Il jeet kune do è la consapevolezza dell’«essere puro» (oltre il
sogge o e l’ogge o), un’intuizione immediata dell’essere nella sua
essenza (non una «realtà particolare»).
La mente è una realtà ultima cosciente di sé e non è la sede della
nostra coscienza empirica. «Siamo» una mente, invece di «avere»
una mente.
Convergi con tu o ciò che è. Pensare che questa intuizione sia
un’esperienza sogge iva conseguibile grazie a qualche tipo di
processo di purificazione mentale significa condannarsi, votarsi
all’errore e all’assurdità.
Non è una tecnica di introversione a raverso cui si cerca di
escludere la materia e il mondo esterno, di eliminare i pensieri che ci
distraggono, di sedere in silenzio svuotando la mente da ogni
immagine e di concentrarsi sulla purezza della propria essenza
spirituale. Lo zen non è un misticismo di introversione e di «ritiro in
sé». Non è una «contemplazione acquisita».
Non separare la meditazione come mezzo (dhyana)
dall’illuminazione come fine (prajana); le due realtà sono
assolutamente inseparabili, e la disciplina zen consiste nel cercare di
realizzare questa completezza e unione di prajana e dhyana in ogni
azione.

I tre errori
1. L’invenzione di un sé empirico che osserva se stesso.
2. Considerare il pensiero come un tipo di ogge o o possedimento,
collocandolo in una parte di sé separata e isolata: io «ho» una
mente.
3. Lo sforzo di pulire lo specchio.

Questa stre a e possessiva coscienza dell’ego, che cerca di


affermarsi nella «liberazione», cerca astutamente di superare la
realtà rifiutando i pensieri che «possiede» e svuotando lo specchio
della mente che «possiede»; il vuoto in se stesso è considerato un
possesso e un «conseguimento».
Non vi è illuminazione da raggiungere e non vi è alcun sogge o
che deve raggiungerla.
Lo zen non si «o iene» con una meditazione che pulisce lo
specchio della mente, ma con il «dimenticarsi di sé nel “presente”
della vita qui e ora».
Noi non «arriviamo», noi «siamo». Non cercare di diventare,
semplicemente sii. Il vuoto, si può dire, ha due aspe i: è
semplicemente ciò che è; è realizzato, è consapevole di sé. Per
parlare impropriamente, questa consapevolezza è in noi, o meglio,
noi siamo in essa.
Si tra a di vedere le cose come stanno e di non a accarsi a niente.
Essere inconsapevoli significa essere innocenti rispe o al lavoro di
una mente relativa (empirica).

Essere sciolti
QUANDO IL PENSIERO NON SI FISSA DA NESSUNA PARTE E SU NIENTE:
QUESTO SIGNIFICA ESSERE SCIOLTI . Questo NON FISSARSI DA NESSUNA
PARTE è la radice della nostra vita. Prajana non è l’autorealizzazione,
ma la realizzazione pura e semplice, oltre il sogge o e l’ogge o.
Vedere dove non c’è niente (ogge o): questo è il vero vedere. Il
vedere è il risultato del non avere niente a cui opporsi. È
semplicemente «un puro vedere», al di là dell’ogge o e del sogge o,
e quindi è un «non vedere». Lo zen libera la mente dalla schiavitù di
presunti stati spirituali come «ogge i» che troppo facilmente
vengono ipotizzati e si trasformano in idoli che ossessionano e
deludono colui che cerca.

Il puro vedere
Il «non vedere» e la «non mente» non sono rinunce, ma
appagamento. Il vedere che è senza sogge o o ogge o è il «puro
vedere». La consapevolezza immediata in cui si manifesta la «verità
che rende liberi»; non la verità come un ogge o di conoscenza, ma la
verità vissuta ed esperita nella consapevolezza dell’esistenza.

Cos’è l’arte
L’arte è la comunicazione dei sentimenti. L’arte si origina da
un’esperienza o da un sentimento dell’artista. La pseudo-arte
proviene dall’insincerità o dal tentativo di creare un lavoro artistico
che non nasce dalla reale esperienza o dal sentimento. Una forma
adeguata richiede l’INDIVIDUALITÀ piu osto che l’imitazione
ripetitiva, l’essenzialità invece della quantità, la chiarezza invece
dell’oscurità, la SEMPLICITÀ DI ESPRESSIONE PIUTTOSTO CHE LA
COMPLESSITÀ DELLA FORMA .

Additional Notes on Jeet Kune Do


Manoscri o, Bruce Lee Papers
La fonte suprema del jeet kune do

L’illuminazione
È essere se stessi, diventare se stessi. La realtà nel suo essere,
l’essenza (la sostanzialità di una cosa).
Questa essenza – non limitata da a accamenti, confini, parzialità,
complessità – è la libertà nella sua accezione originaria.

MORALMENTE
Ci insegna a non voltarci indietro una volta che si è decisa la ro a.

FILOSOFICAMENTE
Tra a la vita e la morte indifferentemente (jeet kune do non significa
fare del male, ma è uno dei sentieri a raverso cui la vita ci rivela i
suoi segreti).
Il lo atore deve restare sempre semplice e con un obie ivo in
vista: lo are, non guardarsi indietro né di fianco.
Sbarazzarsi degli ostacoli nel movimento a livello emozionale,
fisico o intelle uale.
Un modo di vivere, un sistema di forza di volontà e controllo,
anche se dovrebbe essere illuminato dall’intuizione. Relazionarsi al
jeet kune do con l’idea di essere padroni della volontà. Dimenticati
di vincere o perdere, dimenticati dell’orgoglio e del dolore: lascia che
il tuo avversario sfiori la tua pelle e vai a sba ere contro la sua carne;
lascia che anche lui si scontri con la tua carne e rompa le tue ossa;
lascia che ti faccia a pezzi e tu prendi la sua vita!
Non preoccuparti di me erti al sicuro; rischia la tua vita di fronte
a lui!

Gli strumenti (le tue armi naturali) hanno un duplice scopo


1. Distruggere l’avversario che hai di fronte: annientamento delle
cose che si frappongono sulla via della pace, della giustizia e
dell’umanità.
2. Distruggere i tuoi impulsi dall’istinto di autoconservazione
(tu o ciò che preoccupa la tua mente): non ferire o mutilare
niente, a parte la propria avidità, rabbia e follia. In questo senso,
il jeet kune do è dire o verso se stessi.

I pugni e i calci sono strumenti per uccidere l’ego. I mezzi


rappresentano la forza della spontaneità intuitiva o istintiva, che, a
differenza dell’intelle o o di quanto è complicato, non divide se
stessa, bloccando la sua stessa libertà. Gli strumenti si muovono in
avanti senza guardare indietro o di fianco. Gli strumenti sono i
simboli dello spirito invisibile che mantiene la mente, il corpo e le
membra in piena a ività.

La fase stabile (lasciar andare se stessi da se stessi)


Il punto dove la mente sme e di a endere: l’a accamento a un
ogge o, il fermarsi della fluidità. Non perme ere alla propria
a enzione di fermarsi. Trascendere la comprensione dualistica della
situazione.

Prajana immobile
Prajana immobile non significa affa o immobilità o insensibilità, ma
significa che la mente è dotata di infinita mobilità che non conosce
impedimento. Il prajana immobile distrugge l’illusione. Non
muoversi significa non «fermarsi» su un ogge o che si è visto.
«La Mente Unica.» «La non imposizione.»
Il jeet kune do non ama la «polarizzazione» o la «localizzazione».
La totalità incontra tu e le situazioni. La fluidità della mente – la
luna nel torrente – dove c’è allo stesso tempo mobilità e immobilità.
Lo spazio tra due ogge i dove qualcosa d’altro può entrare. Gli
«strumenti» si trovano nel «centro indifferenziato di un cerchio
senza circonferenza». Muoversi senza muoversi, in tensione eppure
rilassati, vedendo che si va avanti ma senza quell’ansia di sapere
come la situazione andrà a finire, senza niente di definito
intenzionalmente, niente di appositamente calcolato, nessuna
anticipazione né aspe ativa. In breve essere innocente come un
bambino e allo stesso tempo avere tu a l’ingegnosità e la scaltrezza
tipiche della più acuta intelligenza di una mente pienamente matura.
La mente illusoria è la mente intelle ualmente ed effe ivamente
oppressa. Non può quindi andare avanti senza sme ere di rifle ere
su se stessa, e questo ostacola la sua innata fluidità.
La fluidità è il non impedimento nel seguire il proprio corso,
proprio come l’acqua.
La ruota gira quando non è a accata troppo stre a all’asse.
Quando la mente è legata, si sente inibita in tu i i suoi movimenti, e
non potrà o enere niente spontaneamente. Ma non si tra a solo di
questo, anche il lavoro risulterà di scarsa qualità, oppure non verrà
affa o portato a termine.
Il ricordo e l’anticipazione sono belle qualità della
consapevolezza, che distinguono la mente umana da quella degli
animali. Sono utili e servono a certi scopi, ma quando le azioni sono
dire amente collegate al problema della vita e della morte, bisogna
rinunciare al ricordo e all’anticipazione per non farli interferire con
la fluidità dello stato mentale e con la rapidità d’azione.
L’allenamento mentale aggressivo del JKD non è una mera
contemplazione filosofica dell’esuberanza della vita o un tipo di
modello congelato, ma un accesso nel regno della non relatività, ed è
reale.
Il nocciolo della questione è utilizzare l’arte come un mezzo per
avanzare nello studio della Via. Essere vigili significa essere
mortalmente seri, essere mortalmente seri significa essere sinceri con
se stessi, ed è questa sincerità che alla fine conduce alla Via.

Il nirvana
Essere consapevolmente inconsapevoli, o inconsapevolmente
consapevoli è il segreto del nirvana. L’azione è così dire a e
immediata che l’intelle o non trova spazio per introme ersi e farla a
pezzi.
Qualsiasi tipo di lo a non può venire risolta in modo
soddisfacente fino a che non si coglie la verità assoluta. Quando
nessuno degli avversari ha la meglio sull’altro, non si ha bisogno di
neutralità, di indifferenza, ma di TRASCENDENZA .
In definitiva il jeet kune do non è una questione di padronanza
della tecnica, ma di percezione spirituale e di allenamento.
È l’ego che si pone in modo rigido contro le cose che provengono
dall’esterno, ed è proprio questa «rigidità dell’ego» che ci rende
impossibile acce are tu o quello con cui ci confrontiamo.
L’arte vive dove c’è ASSOLUTA LIBERTÀ , perché dove questa non è
presente, non può esserci creatività. Essere senza mente significa
«mente ordinaria».
La coscienza di sé o la coscienza dell’ego è eccessivamente
presente nell’intero campo della tua a enzione, e questo fa o
interferisce con la libera manifestazione di qualsiasi abilità hai
acquisito finora o stai per acquisire. Dovresti sbarazzarti di questo sé
inopportuno – la coscienza dell’ego – e dedicarti al compito, che va
svolto come se niente di particolare stesse accadendo in quel
momento. L’acqua è sempre in movimento, ma la luna mantiene la
sua serenità.
La mente si muove rispondendo alle molteplici situazioni, ma
rimane sempre la stessa.

La purezza originaria
Per esibire le a ività innate fino al limite estremo, rimuovi tu i gli
ostacoli fisici. Aguzza il potere psichico della visione per agire
istantaneamente in accordo a ciò che la mente vede; la visione risiede
nella mente interiore.
Imparare a vincere è imparare a perdere.
La conoscenza e l’abilità che hai acquisito vanno «dimenticate»,
affinché tu possa flu uare nel vuoto senza impedimenti e sentendoti
a tuo agio. L’apprendimento è importante, ma non diventarne
schiavo. Sopra u o, non dare rifugio a niente di esterno e di
superfluo; la mente è la cosa principale.
Non puoi padroneggiare la tua conoscenza tecnica finché tu i i
tuoi impedimenti psichici non saranno rimossi e finché non riuscirai
a mantenere la mente in uno stato di vuoto (fluidità) – perfino
purificato da qualsiasi tecnica tu sappia padroneggiare – senza
sforzo consapevole. Quando ti sei liberato di tu o ciò che hai
appreso, con una mente perfe amente inconsapevole del suo stesso
operare, con il sé che scompare chissà dove, l’arte del jeet kune do
raggiunge la perfezione.
Imparare le tecniche nello zen corrisponde a una comprensione
intelle uale della sua filosofia, e sia nello zen sia nel jeet kune do
una competenza in quest’ambito non esaurisce l’intero campo della
disciplina. Entrambi richiedono di arrivare al raggiungimento della
realtà ultima, che è il vuoto o l’assoluto. Quest’ultimo trascende tu e
le modalità della relatività. Nel jeet kune do tu e le tecniche vanno
dimenticate, e l’inconscio deve gestire da solo la situazione – quando
la tecnica assicurerà le sue meraviglie automaticamente o
spontaneamente – per flu uare nella totalità. Non avere alcuna
tecnica significa avere tu e le tecniche. Ogni tecnica, anche se di
valore e desiderabile, diventa una mala ia se la mente ne è
ossessionata.

Le sei mala ie
1. Il desiderio di vi oria.
2. Il desiderio di ricorrere all’astuzia tecnica.
3. Il desiderio di manifestare tu o quanto si è appreso.
4. Il desiderio di intimidire il nemico.
5. Il desiderio di assumere un ruolo passivo.
6. Il desiderio di liberarsi da qualsiasi mala ia da cui si è affe i.

«Desiderare» è un a accamento. Anche «desiderare di non


desiderare» è un a accamento. Non provare a accamento, allora,
significa essere liberi dalle affermazioni, sia positive sia negative. In
altre parole, significa essere contemporaneamente «sì» e «no», cosa
che intelle ualmente è assurda.
Ma non nello zen!
Il centro indifferenziato di un cerchio senza circonferenza: chi
pratica jeet kune do dovrebbe stare a ento a incontrare
l’interscambiabilità degli opposti. Ma non appena la sua mente «si
arresta» su uno di essi, perde la sua cara eristica fluidità. Un
praticante di jeet kune do dovrebbe mantenere la mente in uno stato
di vuoto, per non ostacolare la propria libertà d’azione.
Dove non ci sono ostacoli di nessun tipo, i movimenti del
praticante di jeet kune do sono come dei fulmini o come lo specchio
che rifle e immagini.
Lo spirito è senza dubbio l’agente che controlla la nostra esistenza
(anche se non possiamo mai dire dove si trovi), eppure si trova
assolutamente al di là del regno della corporeità. Questa sede
invisibile controlla ogni movimento in qualsiasi situazione esterna in
cui ci si può trovare. Quindi è estremamente mobile, non si «ferma»
mai da nessuna parte. Mantieni lo stato di libertà spirituale e di non
a accamento non appena ti me i in una posizione di jeet kune do.

«Il padrone di casa»: far vedere gli strumenti


Tu i i movimenti provengono dal vuoto; la mente è il nome
a ribuito a questo aspe o dinamico del vuoto, e da questo punto in
poi non esistono disonestà né motivazioni incentrate sull’ego, dato
che il vuoto è sincerità, spontaneità e semplicità che non perme e a
niente di introme ersi tra sé e i suoi movimenti.
Il jeet kune do consiste nel tuo non vedermi e nel mio non vederti;
lo Yin e lo Yang non si sono ancora distinti.
Mentre cammini o riposi, stai seduto o sei sdraiato, mentre parli o
resti calmo, mentre mangi o bevi, non perme ere a te stesso di essere
indolente, ma vai ardentemente in cerca di QUESTO .
Invece di affrontare dire amente una situazione, ci si tiene stre i
alle forme (le teorie) e ci si ingarbuglia sempre di più, cadendo infine
in una trappola inestricabile.
Non vediamo QUESTO nella sua essenzialità, a causa del nostro
indo rinamento, distorto e contorto.
La disciplina in conformità alla natura.
Il processo di maturazione non significa diventare prigionieri
della conce ualizzazione. Vuol dire arrivare alla realizzazione di ciò
che risiede nel sé più profondo. Il grande errore è fare previsioni sul
risultato del comba imento; non si dovrebbe pensare se finirà in una
vi oria o in una sconfi a. Lascia che la natura faccia il suo corso, e i
tuoi strumenti colpiranno al momento giusto.

Jeet kune do
1. L’assenza di un sistema di tecniche stereotipate.
2. L’«assestamento» nello spirito.
3. Ripulirsi da tu a la sporcizia che il nostro essere ha accumulato
e rivelare la realtà nella sua essenza o nella sua nudità, che
corrisponde al conce o buddista del vuoto.

Grazie alla purezza di cuore e al vuoto mentale (wu wei) di un


uomo, i suoi «strumenti» partecipano di questa qualità e svolgono il
loro ruolo con il massimo grado di libertà.
Il jeet kune do, in definitiva, non riguarda tecniche insignificanti,
ma il pieno sviluppo della spiritualità e del fisico di una persona.
Non mira a sviluppare quanto è già stato sviluppato, ma a
recuperare quanto si è lasciato indietro, anche se questo qualcosa è
rimasto con noi e in noi per tu o il tempo e non si è mai perso o
distorto, se non perché noi lo abbiamo manipolato in modo
sbagliato.
Mentre si allena al jeet kune do, l’allievo è a ivo e dinamico in
tu i i modi. Ma nel vero comba imento la sua mente deve essere
calma e assolutamente non perturbata. Deve provare la sensazione
che niente di critico stia per accadere. Quando avanza, i suoi passi
sono leggeri e sicuri, e i suoi occhi non restano fissi sull’avversario,
come potrebbero essere quelli di un uomo non equilibrato. Il suo
comportamento non è diverso da quello di tu i i giorni. La sua
espressione non subisce cambiamenti. Niente tradisce il fa o che sta
per affrontare una lo a mortale. L’abilità tecnica deve essere
subordinata all’allenamento psichico, che alla fine innalzerà il
praticante fino al livello dell’alta spiritualità. Chi pratica il jeet kune
do affronta la realtà, e non la cristallizzazione di forme. Lo
strumento è uno strumento di una forma senza forma.
«Senza dimora» significa che la fonte suprema di tu e le cose è al
di là della comprensione umana, oltre le categorie spazio-temporali.
Dato che ciò trascende tu e le modalità della relatività, viene
chiamato «senza dimora», a cui è applicabile qualsiasi a ributo. Chi
pratica jeet kune do non è più se stesso. Si muove come una sorta di
automa. Si è arreso a un’influenza esterna alla sua coscienza
ordinaria, che non è altro che il suo stesso inconscio profondamente
sepolto, di cui non conosceva l’esistenza.
L’arte non è mai una decorazione, un abbellimento; è, invece, il
lavoro di illuminazione. L’arte, in altre parole, è una tecnica per
acquisire la libertà. Il jeet kune do è conosciuto come l’arte «non
fondata su tecniche o do rine», proprio come sei tu.
L’assenza di pensiero: la mente deve essere libera dalle influenze
del mondo esterno, deve poter prendere il suo corso senza ostacolo
tra i fenomeni. Per me ere bene a fuoco la mente e per renderla
vigile, in modo che possa intuire immediatamente la verità, che è
ovunque, la mente deve venire emancipata dalle vecchie abitudini,
pregiudizi e processi di pensiero limitanti, e perfino dal pensiero
ordinario.

Le tre componenti
L’assenza di pensiero è la do rina: significa non essere portati via
dal pensiero nel processo del pensiero – non essere distra i da
ogge i esteriori –, essere nel pensiero e tu avia privi di pensiero.
L’«assenza di tecniche stereotipate» come essenza, per essere
completi e liberi. Il non a accamento come fondamento. Tu e le
linee di condo a e le mosse sono la funzione. È la natura originale
dell’uomo. Nel suo processo ordinario, i pensieri vanno avanti senza
fermarsi; pensieri del passato, del presente e del futuro continuano a
scorrere come un torrente continuo.
Assenza significa libertà dalla dualità e da tu e le contaminazioni.
Pensiero significa pensiero essenziale e autonatura.
La vera essenza è la sostanza del pensiero, e il pensiero è la
funzione della vera essenza.
Meditare significa realizzare l’imperturbabilità della propria
natura originaria. Meditazione significa essere liberi da tu i i
fenomeni, e calma significa non essere interiormente perturbati. C’è
calma quando si è liberi dagli ogge i esteriori e non si è perturbati.
La vera essenza è priva della contaminazione del pensiero; non si
può conoscere a raverso il conce o e il pensiero.
Non ci sono pensieri, a parte quello della vera essenza. L’essenza
non si muove, ma il suo moto e la sua funzione sono inestinguibili.
La mente è originariamente senza a ività; la Via è sempre senza
pensiero.
Per conoscenza si intende conoscere il vuoto e la tranquillità
mentale. Percezione intuitiva significa che la tua natura originaria
non è creata. Essere vuoti significa non avere aspe o: non avere uno
stile o una forma su cui il nostro avversario possa basarsi. Essere
tranquilli significa non essere stati creati; non essere creati significa
non avere illusioni o disillusioni.
Non cultura non significa davvero l’assenza di qualsiasi cultura.
Significa «cultura a raverso la non cultura». Praticare la cultura
a raverso la cultura è agire con una mente consapevole, cioè
praticare un’a ività positiva.

La separazione
La separazione non si può esprimere, perché appena si cerca di
esprimere, quello che esprime è una cosa, e facendo così si rimane in
uno stato di legame con le cose.
Proprio come le foglie gialle possono trasformarsi in monete d’oro
per far sme ere il pianto di un bambino, così le cosidde e mosse
segrete e le posizioni più contorte non significano che non si deve
fare proprio niente, ma che occorre una mente non intenzionale in
tu o quello che si fa.
Non avere una mente che seleziona o rifiuta; essere senza una
mente intenzionale significa non avere pensieri. Non c’è bisogno di
esercitarsi in speciali esercizi fuori dall’abituale ambito della nostra
vita.
Non c’è differenza tra una tale illuminazione e ciò che viene
ordinariamente chiamato conoscenza, perché in quest’ultima esiste
un contrasto tra il conoscente e il conosciuto; mentre nella prima non
può esserci questo contrasto.

Le due mala ie
1. Cavalcare un asino per cercare un altro asino.
2. Cavalcare un asino e non voler smontare.

Ci sono stili che favoriscono linee diri e; poi ci sono stili che
preferiscono curve e cerchi. Gli stili che aderiscono stre amente a un
aspe o parziale del duello sono in stato di schiavitù. Il jeet kune do è
una tecnica per acquisire la libertà, è il lavoro di illuminazione. L’arte
non è mai una decorazione o un abbellimento. Un metodo scelto,
anche se esa o, fissa i suoi praticanti in un modello (il
comba imento non è mai fisso, ma varia a seconda del momento). È
sostanzialmente una pratica di resistenza. Tale pratica porta a
bloccarsi e impedisce la comprensione, e i suoi seguaci non sono mai
liberi, perché la Via del comba imento non è stata basata sulla scelta
e sulle inclinazioni personali.
La verità della Via del comba imento si percepisce momento per
momento, e solo quando c’è consapevolezza senza condanna,
giustificazione, o qualsiasi altra forma di identificazione.
Il jeet kune do favorisce il senza forma, per poter assumere tu e le
forme, e proprio perché non ha uno stile, il jeet kune do si ada a a
tu i gli stili. Di conseguenza, il jeet kune do utilizza tu e le vie senza
venire delimitato da nessuna di queste e, allo stesso modo, utilizza
tu e le tecniche o gli strumenti che servono al suo fine. In quest’arte,
l’efficacia non è altro che qualcosa che dà risultati.
Molti artisti marziali desiderano essere «di più» o «diversi»
perché non sanno che la verità e la Via si esprimono nei movimenti
semplici di tu i i giorni, perché è lì che loro perdono di vista queste
cose (se c’è un segreto, cercando di scoprirlo, non lo si trova). Il
limite fisico ricerca l’esagerazione e lo sforzo eccessivo, e perde la via
delicata (il divertimento e il pugno); il limite intelle uale ricerca
l’idealismo e l’esotico e manca di efficacia e di vera visione della
realtà.
Quando l’insostanzialità e la sostanzialità non sono fissate e
stabilite, quando non c’è traccia di cambiamento, si padroneggia la
forma senza forma. Quando ci si tiene stre i alla forma, quando c’è
a accamento da parte della mente, non si è sul vero cammino.
Quando la tecnica viene fuori da sola, è la Via che si sviluppa senza
via.

La mente immobile

Non essere eccessivamente consapevole nell’allenarti, altrimenti


verrai vincolato. Bisognerebbe insegnare a fare un passo avanti,
piu osto che a pensare di fare un passo indietro.
I cinque punti principali
1. La somma verità è inesprimibile.
2. La spiritualità non può essere coltivata.
3. Nell’ultima stazione non si guadagna niente.
4. Non c’è molto di più nell’insegnamento.
5. Nel tirare pugni e nel muoversi risiede il meraviglioso Tao.

Lascia perdere la saggezza e rituffati ancora una volta nella


comune umanità. Dopo avere compreso l’altra parte, si torna indietro
e si vive da questa parte.
Quando si è riusciti pienamente a coltivare se stessi (a non
coltivare), i propri pensieri continuano a restare distaccati dalle cose
fenomeniche, e si rimane ancora in mezzo ai fenomeni, ma privi dei
fenomeni. Quando sia l’uomo sia il suo ambiente sono eliminati – né
l’uomo né il suo ambiente sono eliminati – VAI AVANTI !

The Ultimate Source of Jeet Kune Do


Manoscri o, 1971 circa, Bruce Lee Papers
Il tema

Essenzialmente questa è la storia di un uomo in cerca della sua


libertà, del ritorno al suo originario senso di libertà. Il protagonista
non vuole affilare i suoi strumenti per distruggere l’avversario; anzi,
i suoi calci e i suoi pugni sono dire i prima di tu o verso se stesso.

È a causa del sé che ci appare il nemico. Quando non ci sono


segnali (o intenzioni di movimento) che si muovono nella tua mente,
non hanno luogo confli i di opposizione; e quando non ci sono
confli i (di uno che cerca di «avere la meglio» sull’altro), si ha ciò che
viene chiamato «né sé né il nemico». Tu ’al più, gli «strumenti»
rappresentano la forza della spontaneità intuitiva o istintiva, che, a
differenza dell’intelle o, non divide se stessa, bloccandosi da sola.
Va avanti senza guardarti indietro o di fianco. Il problema di base
dell’artista marziale viene chiamato «blocco psichico». Questo accade
quando l’artista marziale si trova in un contesto mortale con il suo
avversario e la sua mente si a acca ai pensieri o a qualsiasi ogge o
incontri.
Diversamente dalla mente fluida della vita ordinaria, la sua mente
è bloccata, incapace di fluire da un ogge o all’altro senza bloccarsi.
A questo punto, l’artista marziale sme e di essere padrone di sé e,
di conseguenza, i suoi strumenti non esprimono più se stessi nella
loro essenza.
Dunque, avere qualcosa nella propria mente significa essere
preoccupati e non avere tempo per nient’altro; ma tentare di
rimuovere il pensiero presente in essa non significa rimpiazzarlo con
qualcos’altro!
In fondo, bisognerebbe essere «senza scopo». Essere «senza
scopo» non vuol dire mera assenza di cose dove prevale il vuoto
nulla. L’ogge o non va bloccato con un processo mentale. Lo spirito
per sua natura è senza forma e nessun ogge o vi può essere
bloccato. Se qualcosa si blocca, la tua energia psichica perde il suo
equilibrio; la sua a ività innata viene soffocata e non fluisce più nella
corrente. Dove l’energia è direzionata, vi è un eccesso in una
direzione, mentre nell’altra si manifesta una carenza. Se c’è un
eccesso di energia, questa trabocca e non può essere controllata; se
c’è una carenza, non è abbastanza nutrita e avvizzisce. In entrambi i
casi, non è in grado di affrontare le situazioni sempre mutevoli.
Ma quando prevale uno stato di «assenza di scopo» (che è uno
stato di fluidità, di vuoto mentale, o semplicemente di mente
ordinaria), lo spirito non dà rifugio a niente e non è dire o da
nessuna parte; trascende il sogge o e l’ogge o; risponde con il vuoto
mentale ai cambiamenti dell’ambiente e non lascia traccia.
Chuang- u disse: «L’uomo perfe o usa la sua mente come uno
specchio; non si a acca a nulla, ma non rifiuta nulla; accoglie, ma
non tra iene». Come l’acqua che riempie uno stagno ed è sempre
q p g p
pronta a scorrere di nuovo fuori, lo spirito me e in moto il suo
potere inesauribile perché è libero, e si apre a tu o, perché è vuoto.

The Theme
Manoscri o, dagli appunti per The Silent Flute, maggio 1970, Bruce Lee Papers
La vera padronanza

Tre uomini armati di spada, seduti a un tavolo in un’affollata


locanda giapponese, cominciarono a fare commenti ad alta voce sui
loro vicini, sperando di istigarli al duello. Il padrone sembrava non
prenderli in considerazione, ma quando i loro commenti si fecero
più pesanti e volgari, tirò fuori i suoi bastoncini e, in un ba er
d’occhio, senza sforzo, tagliò le ali a qua ro mosche. Non appena
rimise a posto i bastoncini, i tre uomini armati di spada lasciarono il
locale in tu a fre a.
La storia me e in evidenza una grande differenza tra il pensiero
orientale e quello occidentale. Un occidentale rimarrebbe affascinato
dall’abilità di qualcuno nell’afferrare le ali di un inse o con dei
bastoncini, e probabilmente direbbe che non ha niente a che fare con
la sua abilità nel comba imento. Ma l’orientale capirebbe che un
uomo che ha acquisito la completa padronanza in un’arte rivela la
sua presenza mentale in ogni azione. Lo stato di pienezza e di
imperturbabilità dimostrato dal padrone manifesta la sua
padronanza di sé. E così è per le arti marziali. Per gli occidentali,
tu i i diversi pugni e calci sono strumenti di distruzione e violenza,
che, in realtà, sono soltanto un paio delle loro funzioni. Ma gli
orientali credono che la funzione principale di tali strumenti si riveli
quando sono dire i su di sé e distruggono l’avidità, la paura, la
rabbia e la follia. L’abilità manipolatoria non è l’obie ivo
dell’orientale. Egli rivolge i suoi calci e i pugni a se stesso, e se ha
successo, può perfino riuscire a me ere fuori comba imento se
stesso.
Dopo anni di allenamento, spera di raggiungere la fluidità vitale e
l’equilibrio di tu i i poteri, che è quanto i tre uomini vedono nel
padrone della locanda.
p
Nella vita quotidiana la mente è capace di muoversi da un
pensiero o da un ogge o all’altro: «essere» mente anziché «avere»
una mente. Tu avia, quando si è faccia a faccia con un avversario in
una lo a mortale, la mente tende a bloccarsi e a perdere la sua
mobilità. La tendenza a bloccarsi o a fermarsi è un problema con cui
ogni artista marziale si confronta.
Kwan-yin (Avalokitesvara), la dea della compassione, è
rappresentata con mille braccia, ognuna delle quali tiene uno
strumento diverso. Se la sua mente si blocca nell’uso, per esempio, di
una lancia, tu e le altre 999 braccia saranno inservibili. È soltanto
perché la sua mente non si ferma mentre utilizza un braccio, ma si
muove da uno strumento all’altro, che tu e le sue braccia possono
essere adoperate con la massima efficienza. Così questa figura
dimostra che quando si realizza la verità, perfino migliaia di braccia
in un corpo solo possono essere utili in un modo o nell’altro.
«Senza scopo», «vuoto mentale» o «non arte» sono espressioni
frequenti in Oriente per indicare la realizzazione finale di un artista
marziale. Secondo lo zen, lo spirito per sua natura è senza forma e
nessun ogge o può trovare rifugio in esso. Quando qualcosa trova
rifugio nello spirito, l’energia psichica perde il suo equilibrio, la
naturale a ività viene bloccata e l’energia non fluisce più.
Se l’energia è direzionata, vi è un eccesso in una direzione, mentre
nell’altra si manifesta una carenza. Se c’è un eccesso di energia,
trabocca e non può essere controllata.
In entrambi i casi, non è in grado di affrontare le situazioni
sempre mutevoli.
Ma quando prevale uno stato di «assenza di scopo» (che è uno
stato di fluidità o di vuoto mentale), lo spirito non dà rifugio a niente
e non è dire o da nessuna parte. Trascende il sogge o e l’ogge o;
risponde con il vuoto mentale a tu o ciò che accade.
La vera padronanza trascende ogni arte particolare. Si basa sulla
padronanza di sé, la capacità sviluppata a raverso l’autodisciplina
di essere calmi, pienamente consapevoli e del tu o in accordo con se
stessi e l’ambiente. Allora, solo allora, una persona è in grado di
conoscere se stessa.
Manoscri o, prefazione per The Silent Flute, 19 o obre 1970, Bruce Lee Papers
L’arte marziale

L’arte marziale, come ogni arte, è un’espressione dell’essere umano.


Alcune espressioni hanno gusto, altre sono più logiche (forse in certe
particolari situazioni), ma la maggior parte ha a che fare
semplicemente con l’esecuzione di alcune ripetizioni meccaniche di
un modello prestabilito. Ciò è estremamente insano, perché vivere è
esprimere, e per esprimere bisogna creare. La creazione non è mai
qualcosa di vecchio, e di certo non è una banale ripetizione. Ricorda
bene, amico mio, che tu i gli stili sono creati dall’uomo, e l’uomo è
sempre più importante di qualsiasi stile.

Lo stile finisce. L’uomo evolve.


Dunque, l’arte marziale in definitiva è un’espressione atletica del
dinamico corpo umano. Ma è più importante la persona che sta
esprimendo la propria anima. Sì, l’arte marziale è il dispiegarsi di
quello che una persona è – della sua rabbia, delle sue paure – e
tu avia, nonostante tu e queste naturali tendenze umane, che
chiunque sperimenta, un valido artista marziale riesce – in mezzo a
tu i questi tumulti – a rimanere se stesso.
E non è una questione di vincere o perdere, ma una questione di
essere quello che si è in quel momento, di essere sinceramente
coinvolti in quel particolare momento e di fare del proprio meglio.
Non importa che cosa accadrà.
Perciò, essere un artista marziale significa anche essere un artista
della vita. Dal momento che la vita è un processo sempre in divenire,
bisognerebbe fluire in questo processo e scoprire come a ualizzare
ed espandere se stessi.

Manoscri o senza titolo, Bruce Lee Papers


Ostacoli sulla via della conoscenza

Nella lunga storia delle arti marziali, l’istinto di seguire e imitare


sembra appartenere alla maggior parte degli artisti marziali,
istru ori e studenti. Ciò può essere dovuto in parte alla natura
dell’essere umano e in parte ai modelli degli stili (di conseguenza
trovare un maestro che insegni in modo originale oggi è una rarità).
Da quando vennero fondati istituti, accademie, scuole, con i loro
istru ori appartenenti ai diversi stili, il bisogno di un «indicatore
della Via» si è ripresentato.
Ogni uomo appartiene a uno stile che sostiene di possedere la
verità assoluta, sopra tu i gli altri stili, e questi stili si trasformano in
istituti con le loro spiegazioni della Via, frantumando e isolando
l’armonia di fermezza e gentilezza, stabilendo forme ritmiche quali
enciclopedie delle loro tecniche particolari.
Tu i gli scopi sono quindi un’illusione e il divenire è un rifiuto
dell’essere. Per un errore ripetuto nei secoli, la verità, diventata una
legge o una fede, pone ostacoli sulla via della conoscenza. Il metodo,
che nella sua vera essenza è ignoranza, rinchiude la verità in un
circolo vizioso. Dovremmo rompere questo circolo vizioso, non tanto
cercando la conoscenza, quanto piu osto scoprendo la causa
dell’ignoranza.

Manoscri o, Bruce Lee Papers


Una valutazione ogge iva dell’abilità di Bruce Lee nel
comba imento

A partire dal film Il furore della Cina colpisce ancora (The Big Boss)
sembra esserci un’onda di entusiasmo nel voler trovare «un altro
Bruce Lee» tra tu e le tipologie di persone, specialmente tra gli
artisti marziali, che praticano karate, judo ecc. Non importa che
questi atleti abbiano o no la capacità di recitare, basta solo che siano
in grado di calciare o tirare pugni decentemente e che conoscano
qualche trucco o trovata, e i produ ori faranno di loro delle stelle.
Ma adesso basta. È così semplice diventare una stella? Posso
assicurarvi che non è poi tanto semplice. Vi dico anche che quando
verranno messi in onda più film di Bruce Lee, il pubblico si renderà
conto presto della differenza, non solo per la sua capacità di recitare,
ma anche per le sue abilità fisiche. Per esempio, nel film L’urlo di
Chen terrorizza anche l’Occidente (The Way of the Dragon) l’abilità di
Bruce Lee si confronta con quella di un campione americano, Chuck
Norris, per se e volte campione degli All-American Open e del
World Karate Championship. Poi con Bob Wall, il campione dei pesi
massimi di karate nel 1970, e ancora con Wong In Sik, l’esperto di
hapkido di se imo grado, che alcuni degli spe atori avranno visto
nel film intitolato Hapkido.
«Naturalmente si tra a solo di fare un film» diranno le persone.
Ma io sono sicuro che il pubblico non è così insensibile da non essere
in grado di vedere e valutare da sé e di confrontare la velocità, la
potenza, il ritmo, la coordinazione, la versatilità ecc. di questi
uomini.
«Black Belt», la rivista più diffusa al mondo e la più autorevole
sulle arti marziali, ha pubblicato molti articoli su Bruce Lee prima
che diventasse a ore. Devo so olineare qui che «Black Belt» è un
punto di riferimento per quello che accade sulla scena internazionale
delle arti marziali, un’autorevole rivista di qualità. In un’esclusiva
intervista di «Black Belt» fa a non tanto tempo fa, vennero espresse
dire amente o indire amente da esperti di arti marziali alcune
opinioni sull’abilità di Bruce Lee nel comba imento.
Ernest Lieb
Ernest Lieb è cintura nera di quinto grado (karate) e dire ore
dell’Associazione americana di karate negli Stati Uniti. Di Bruce Lee
dice: «Ho incontrato il signor Lee e ho avuto il privilegio di lavorare
con lui più volte. Anche se ho vinto quarantadue tornei di karate,
non ritengo di essere alla sua altezza. La sua velocità supera quella
di molte cinture nere che conosco».

Jhoon Rhee
Jhoon Rhee, cintura nera di se imo grado di tae kwon do,
considerato generalmente l’uomo che ha introdo o l’arte coreana del
tae kwon do in America, descrive il jeet kune do di Bruce come
qualcosa di «davvero scientifico e pratico, sopra u o nelle situazioni
di strada».

Chuck Norris
Chuck Norris, il campione americano di karate che di recente ha
interpretato un ruolo con Bruce nel film L’urlo di Chen terrorizza anche
l’Occidente (The Way of the Dragon), ha ammesso subito davanti a
milioni di telespe atori, in una recente intervista a Hong Kong, che
Bruce è il «suo» maestro e che lo considera «fantastico». Devo
aggiungere anche che due altri campioni di karate – i campioni dei
pesi massimi Joe Lewis e Mike Stone – hanno preso lezioni da Bruce,
insieme con Chuck. Ora, tu i e tre questi uomini provengono da stili
diversi e sono molto affermati. Tu avia hanno voluto imparare da
Bruce. Nella rubrica sportiva di «Washington Stars» del 16 agosto
1970, è stato scri o quanto segue:

Tre degli allievi di Bruce Lee, Joe Lewis, Chuck Norris e Mike Stone,
hanno vinto tu i i maggiori tornei di karate negli Stati Uniti. Joe
Lewis è stato il Grande Campione Nazionale per tre anni successivi.
Bruce Lee si occupa e insegna loro, quasi come farebbe un padre coi
suoi giovani figli. È qualcosa che potrebbe forse sconcertare a
vedersi, come entrare in un saloon del vecchio West e vedere i
ragazzi più veloci del territorio starsene lì con le loro rivoltelle. Poi
arriva un gentile e piccolo compagno che dice: «Quante volte devo
dirvelo? State sbagliando!» E i tre ragazzi lo stanno ad ascoltare.
A entamente.

Ken Knudson
Ken Knudson, un grande artista marziale dello stile goju shorei,
vincitore di molti tornei, dice: «La potenza dei calci e dei pugni di
Bruce Lee è dirompente. Mi ha mostrato un calcio laterale, che mi ha
mosso così velocemente da lasciarmi la sensazione che i miei occhi
fossero ancora lì dov’ero prima che sferrasse il calcio. Usa la logica,
intendo una buona logica, in tu e le sue tecniche». Ken è
a ualmente uno dei migliori atleti di karate degli Stati Uniti.

Allen Steen
Vincitore del campionato di karate di Long Beach, Allen Steen dice
che «quello che Bruce mi ha mostrato della sua arte mi ha davvero
impressionato».

Fred Wren
Fred Wren, un altro dei migliori dieci atleti di karate in America, ha
solo lodi per Bruce Lee. Per dirla con le sue parole: «Non ho mai
incontrato nessuno con maggiore abilità nel comba ere e con più
conoscenza del signor Lee».
Wally Jay
Wally Jay, quinto grado di cintura nera di judo e allenatore di judo
dell’anno in America, addestra con successo molte squadre di judo.
Sa che cosa significa essere un campione e un buon rivale. Su Bruce
Lee ci dice quanto segue: «Bruce è vivace, affascinante,
impareggiabile». Continua affermando che è «continuamente
sbalordito da come Bruce riesca a essere veloce come un lampo
senza diminuire la tremenda potenza del suo pugno».
Wally si dedica all’arte marziale da oltre quarant’anni. Paragona
Bruce «alla grazia, all’agilità e alla potenza di una pantera nera».

Louis Delgado
La cintura nera Louis Delgado, che una volta ha ba uto Chuck
Norris nel Grande Campionato a New York, descrive Bruce Lee,
nella rivista «Black Belt» del novembre 1969, come segue: «Io non ho
mai visto nessuno come Lee. Ho incontrato e mi sono allenato con
molti atleti di karate, ma Bruce è stato il solo che mi ha
completamente spiazzato. Sono completamente intimorito quando
comba o con lui».

Jay Mather
In una le era circolare che annunciava il prossimo campionato
invernale di karate, Jay Mather, cintura nera e detentore del titolo,
descrive l’abilità di Bruce come qualcosa che «ha fa o di lui una
leggenda del suo tempo».

Hayward Nishioka
Hayward Nishioka è il campione del torneo nippo-americano di
judo, e anche cintura nera nello stile shokotan di karate. Hayward ha
condo o un test scientifico all’Università della California per
scoprire la differenza tra un pugno di karate e un pugno di jeet kune
do. La conclusione è che il pugno di jeet kune do è davvero più
potente e distru ivo del classico pugno di karate.

Joe Lewis
È assai interessante menzionare qui (anche se sono consapevole che
l’ambiente delle arti marziali di Hong Kong non è in stre i rapporti
con quello delle arti marziali americane) l’incontro tra Bruce Lee e
l’indiscusso peso massimo campione di karate Joe Lewis. A quanto
sembra, Joe Lewis nutre un profondo rispe o per la conoscenza e
l’abilità di Bruce.

Nel caso non siate al corrente della reputazione che ha Joe Lewis
nell’ambiente delle arti marziali in America, egli viene considerato
una specie di «ca ivo ragazzo» del karate. Molte persone pensano
che sia un prepotente. In effe i ha spezzato qualche costola. Quando
Bob Wall, uno dei suoi allievi, apparso anche nel film L’urlo di Chen
terrorizza anche l’Occidente (The Way of the Dragon), lo incontrò per la
prima volta in un allenamento di stile libero, con un calcio Joe Lewis
gli spezzò tre costole. Anche se Joe è egoista e arrogante per natura,
è bravo in quello che fa. L’inserto annuale del 1968 della rivista
«Black Belt» parla della vi oria di Lewis nel Torneo nazionale di
karate a Washington:

Lewis era eccezionalmente in forma, evidentemente rinato con una


nuova tecnica, che incorporava il jeet kune do, e con l’ambizione di
ba ere ogni avversario e di vincere il suo terzo campionato
consecutivo di karate in questa arena. Il suo cara ere di solito
scontroso era cambiato, o almeno così sembrava in questo torneo, e
in genere appariva di buon umore, sostenuto senza dubbio dal suo
sifu Bruce Lee, che è stato molto orgoglioso del risultato o enuto.
Lewis ha dimostrato nel comba imento un’agilità mai vista
prima, e ha ba uto l’avversario con un tale livello di qualità che, in
confronto a lui, il suo avversario era una pallida ombra. Quando gli
è stata assegnata la corona, Lewis ha umilmente ringraziato il suo
sifu, Bruce Lee, dandogli il merito del suo miglioramento. Qualcosa
che Lewis non aveva mai fa o prima! Sembrava un nuovo Lewis.

Nel caso vi siate persi le ultime notizie, il jeet kune do – di cui


Bruce Lee è il fondatore – è stato scelto e acce ato nella Black Belt
Hall of Fame in America. È la prima volta che una forma
recentemente sviluppata di arte marziale viene acce ata a livello
nazionale.
No, il jeet kune do non ha migliaia o centinaia di anni. È nato
intorno al 1965 grazie a un uomo appassionato e forte di nome Bruce
Lee. La sua arte marziale è qualcosa che nessun artista marziale serio
può ignorare. E dietro la sua abilità e la sua saggezza c’è un vero
uomo, e posso dire con orgoglio che è uno di noi; è il nostro
rappresentante dell’arte marziale cinese. Casualmente, il nostro
articolo termina proprio qui.
An Objective Evaluation of the Combative Skill of Bruce Lee by Those Who Know
What It Is
Registrazione su audiocasse a, 1972, Bruce Lee Archive
Parte sesta
RECITAZIONE
Non diversamente dall’arte marziale, Lee considerava la recitazione
un’espressione del proprio sé, riferendosi a essa come alla «musica
dell’anima resa visibile». Non tu i sanno che Lee era un a ore prima
ancora di diventare un artista marziale, e che recitò in dicio o film in
lingua cinese a Hong Kong prima ancora di compiere i dicio o anni.
Lee si confrontò con la recitazione molto presto. Suo padre, Lee Hoi
Chuen, era un a ore famoso dell’Opera cantonese e molti degli amici di
famiglia erano a ori. Recitare fu una forma d’arte che continuò ad
affascinare Lee per tu a la vita. Perfino dopo essere «riuscito» negli affari,
diventando il produ ore cinematografico più a ivo del mondo nel 1973,
continuava a procurarsi libri sulla recitazione e la regia dei film, nello
sforzo di ampliare le sue conoscenze sul cinema e di sviluppare le abilità,
come lui diceva, di un «messaggero efficiente».
Questi scri i furono composti nel periodo in cui Lee tornò a Hong Kong
per girare dei film, tra il 1971 e il 1973. Non sono disponibili le date esa e,
visto che Lee non le indicò. Comunque, rivelano una mente vivamente
legata all’onestà e all’integrità intelle uale e professionale. Il risultato finale
fu un bellissimo e fortunato «matrimonio» tra business e arte.
Cos’è esa amente un a ore

Per quanto mi riguarda – e la mia è soltanto un’opinione personale –


un a ore è prima di tu o, come te e me, rigorosamente un essere
umano e non un simbolo affascinante conosciuto come una «stella»:
questo è, dopotu o, un termine astra o, un titolo che viene
a ribuito dalla gente. Se credi e ti compiaci delle adulazioni (sì,
siamo umani e tu i lo facciamo, in una certa misura) e ti dimentichi
del fa o che le stesse persone che un tempo erano i tuoi «amici»
potrebbero appunto abbandonarti per diventare amici di un altro
«vincente», nel momento in cui tu non lo sei più, bene, è una tua
scelta.
Ne hai il diri o (anche se scegliere richiede una certa auto-
osservazione, è sempre la tua scelta; hai questo diri o).
Oltre venti anni di esperienza come a ore mi hanno fa o capire
che un a ore è un essere che si impegna a lavorare duramente, tanto
duramente che il suo livello di comprensione lo rende un artista
qualificato nell’espressione di sé, fisicamente, psicologicamente e
spiritualmente.
Molti di voi sanno che sono un artista marziale per scelta, un
a ore di professione, e che spero di diventare anche un artista della
vita, realizzando ogni giorno le mie potenzialità a raverso le
scoperte dell’anima e costanti esercitazioni (nel mio caso).

What Is an Actor?
Manoscri o, Bruce Lee Papers
Un a ore: la somma totale

A seconda del proprio livello di comprensione, l’industria


cinematografica al giorno d’oggi è fondamentalmente una
coesistenza di senso pratico degli affari e di talento creativo, dato che
l’uno è legato all’altro.
Per gli amministratori che stanno nei loro uffici, un a ore è una
merce, un prodo o, una questione di soldi, soldi, soldi. Al loro capo
interessa «se vende o meno». La cosa importante è la richiesta di
biglie i ai bo eghini delle sale. In un certo senso si sbagliano, ma
d’altra parte hanno ragione. Mi addentrerò dopo, in questo.
Anche se il cinema è di fa o un matrimonio di senso degli affari e
di talento creativo, considerare un a ore – un essere umano – come
un prodo o è qualcosa che, emotivamente, mi irrita.
Un a ore, un buon a ore, non un cliché, è in realtà un
«messaggero competente», qualcuno che non solo è preparato, ma
che sa armonizzare in modo creativo l’invisibile dualità di affari e
arte in un insieme adeguato e di successo. Gli a ori mediocri o quelli
che si limitano a seguire dei cliché abbondano, ma dedicarsi a
diventare un a ore «competente» a livello mentale e fisico è
indubbiamente un compito difficile. Proprio perché non esistono due
uomini uguali, lo stesso si può dire degli a ori.
Un buon a ore, ben esercitato, è una merce rara da trovare
a ualmente, perché gli si richiede di essere vero, di essere se stesso.
Il pubblico di oggi non è stupido; un a ore non deve semplicemente
mostrare quello che vuole che gli altri credano lui stia esprimendo.
Questa è mera imitazione, ma non è qualcosa di creativo, anche se
una simile rappresentazione superficiale può essere eseguita con
notevole abilità.
Allora, cos’è un a ore di qualità? Per cominciare, non è una «stella
del cinema», che è soltanto un simbolo e una qualifica astra a
a ribuita a qualcuno dalle persone. Ci sono molte più persone che
aspirano a diventare «stelle del cinema» rispe o a quelle che
vogliono diventare a ori. Per me, un a ore è la somma totale di tu o
ciò che la persona è – il suo livello di comprensione della vita, il suo
buon gusto, l’esperienza che ha fa o della felicità e delle difficoltà, la
sua intensità, la sua educazione, e molto, molto altro ancora –, ripeto:
la somma totale di ciò che è. Un’ulteriore cara eristica dell’a ore è
che deve essere autentico nell’esprimere se stesso onestamente in
una data situazione.
Un problema degli a ori, tu avia, è quello di non restare
egocentrici e freddi, ma di imparare di più a raverso le scoperte e
una profonda ricerca dell’anima.
La dedizione, l’assoluta dedizione è quello che ci fa andare avanti.

Manoscri o senza titolo, Bruce Lee Papers


L’autorealizzazione e la realizzazione dell’immagine di sé
nell’arte della recitazione

L’industria cinematografica è una specie di dipendenza reciproca tra


il senso pratico degli affari e il talento creativo, anche se il primo ha
forse la tendenza a predominare. Bisogna sperare che gli a ori e le
a rici siano in realtà dei «messaggeri», e che riescano ad
armonizzare la dualità degli affari e dell’arte in una formula riuscita,
in un’unità adeguata. È facilissimo trovare a ori mediocri.

Come nelle arti del comba imento, allenare qualcuno e


prepararlo mentalmente e fisicamente è già abbastanza difficile; e
trovare una persona che abbia le rare e necessarie qualità di un
artista impegnato succede a ogni morte di papa.
Cos’è un a ore? Non è forse la somma totale di ciò che è? Il suo
livello di comprensione, la sua capacità di coinvolgere il pubblico
perché è se stesso nell’esprimere i propri sentimenti personali sulla
scena. Artisti del genere si distinguono da quelli comuni. Gli
americani utilizza il termine «carisma» per indicare questo. Quello
che vedi sullo schermo è la somma totale del livello di comprensione
della persona, del suo gusto, della sua educazione, della sua
intensità ecc.

Self-Actualization and Self-Image Actualization in the Art of Acting


Manoscri o, Bruce Lee Papers
Un altro a ore apre la sua mente

Questo articolo esprime la mia autentica convinzione, una sorta di


visione personale sull’industria cinematografica, e il vero credo di un
a ore e di un essere umano al tempo stesso.
Anzitu o, sono responsabile di me stesso e devo fare ciò che è
giusto. Il copione dev’essere pronto, il regista dev’essere pronto, il
mio tempo dev’essere dedicato alla preparazione del ruolo da
interpretare. Poi vengono i soldi.
Ora, per le persone che si occupano di affari nell’ambito
cinematografico (e devo dire che il cinema è un connubio di affari e
arte), l’a ore non è un essere umano, ma una merce, un prodo o.
Nonostante ciò, tu, che sei un essere umano, hai il diri o di essere il
miglior «prodo o» che abbia mai lavorato così duramente e chi si
occupa di affari deve stare ad ascoltarti. Hai il dovere verso te stesso
di fare di te il miglior prodo o possibile secondo le proprie facoltà.
Non il più grande o quello di maggior successo, ma l’a ore di
miglior qualità: se raggiungi la qualità, tu o il resto arriverà da sé.
Non necessariamente una cosidde a «grande stella» è un a ore o
un’a rice di qualità. Anzi, a dire il vero, il problema in questo caso è
che esistono troppe persone che vogliono diventare delle stelle
anziché dei buoni a ori. Questo status symbol è una parola che parla
di ingenuità, del fa o che ci piace sentire solo quello che vogliamo
sentire, e crediamo che gli ammiratori continuino a sostenerci anche
quando, all’improvviso, la stella diventa un prodo o senza valore,
un ogge o che non si può più vendere.
Another Actor Speaks his Mind
Manoscri o, 1973 circa, Bruce Lee Papers
Parte se ima
AUTOCONOSCENZA
Bruce Lee una volta scrisse che «tu i i tipi di conoscenza in definitiva
significano autoconoscenza» e, senz’altro, la spinta a conoscere se stesso fu
uno dei temi dominanti dei suoi insegnamenti, in particolare durante gli
ultimi qua ro anni della sua vita. La superstar hollywoodiana Steve
McQueen, che era un caro amico di Lee, una volta dichiarò: «Bruce cercava
intensamente di scoprire chi fosse. Il consiglio che dava alle persone era
“conosci te stesso” … La buona volontà che aveva acquisito era dovuta alla
conoscenza di sé. Lui e io eravamo soliti fare lunghe discussioni in merito.
Nella vita, se non conosci te stesso, qualunque cosa tu faccia non sarai mai
in grado di apprezzare niente».
Questa parte del libro presenta le convinzioni che Lee decise di me ere
per iscri o riguardo all’autoconoscenza. Le diverse bozze del testo intitolato
Nel mio processo interiore rievocano la sua ricerca in campo psicologico,
so olineando l’autorealizzazione, come opposta alla realizzazione
dell’immagine di sé. Questo per Lee non fu semplicemente un
a eggiamento accademico, ma un’intuizione chiave per comprendere
davvero che cosa significa, in definitiva, essere un uomo. Questi testi sono
indiscutibilmente i più rivelatori e convincenti che Bruce Lee abbia mai
scri o.
Il primo articolo su me stesso

Questo è il primo articolo che mi accingo a scrivere su me stesso.


Non si tra a della solita cosa. Mi domando già per chi sto scrivendo
questo «caos organizzato». Amme o che sto per scrivere di ge o. In
questi sentimenti è compreso anche l’impulso di essere onesto come
posso. Oh, lo so, non sono convocato dalla corte a dire tu a la verità
e nient’altro che la verità.
Il fa o innegabile è che sto diventando un personaggio pubblico.
Da pugile cinese di talento improvvisamente sono diventato un
a ore famoso. Dico a ore, non stella del cinema, sebbene abbia
sperimentato anche questo. Il fa o triste è che ci sono troppe persone
che vogliono essere stelle del cinema piu osto che a ori e a rici di
qualità.
Mi sento meglio quando esibisco la mia abilità al pubblico.
Perché? Perché, amico, ho lavorato molto per essere in grado di fare
proprio questo, e ciò significa impegno, duro e costante lavoro,
continuo apprendimento e scoperta, oltre a molti sacrifici.

Manoscri o senza titolo, 1973 circa, Bruce Lee Papers


Nel mio processo interiore
I

Tanto per cominciare, questo articolo non uno è dei più semplici,
perché è difficilissimo scrivere di se stessi, dato che ciascuno di noi è
davvero complesso.
È come un occhio che può vedere fuori, ma non dentro.
Ovviamente, sarebbe un compito molto più semplice, se fossi quel
tipo di persona che riesce a compiacere se stesso giocando a
manipolare un sé immaginario.
Ho capito che prima o poi ciò che conta davvero è il fa o nudo e
crudo che perfino il tentativo di scrivere veramente qualcosa di sé
richiede innanzitu o onestà verso se stessi, oltre alla capacità di
assumersi la responsabilità di essere ciò che davvero si è, e cioè un
autentico essere umano.
Bene, fin da ragazzino ho sentito dentro di me questo impulso
istintivo di crescita e di espansione quotidiana del mio potenziale.
Da tempo ho acquisito e davvero compreso la distinzione tra
l’autorealizzazione e l’illusione della realizzazione dell’immagine di
sé. A raverso il mio personale processo di osservazione, mi sono
convinto che un’indagine assolutamente onesta e rivolta a se stessi
conduce alla comprensione. La verità è che la vita è un processo
continuo, che si rinnova sempre, e che «va vissuta» e non «vissuta
per». È qualcosa che non può essere intrappolato nella sicurezza di
un modello autocostruito, in un gioco di rigido controllo e di abile
manipolazione. Anzi, per essere ciò che io definisco un essere umano
«di qualità», bisogna essere reali in modo trasparente e avere il
coraggio di essere ciò che si è.
Ma molte persone fanno proprio il contrario; si impegnano in una
routine quotidiana che dà loro un senso di sicurezza e protezione
(qualcosa di simile a succhiarsi il pollice), vedendo se stessi in
q p
qualche tipo di autocostruzione, in modelli sicuri che recitiamo
abitudinariamente, in un gioco rigido. Sono passato per molti alti e
bassi, e ho capito che non esiste aiuto, ma solo autoaiuto. L’autoaiuto
si manifesta in molte forme: nelle scoperte quotidiane a raverso una
libera e onesta osservazione, nel fare sempre sinceramente del
proprio meglio; in una specie di indomita dedizione ossessiva; e,
sopra u o, nel comprendere che non c’è fine o limite a tu o ciò,
perché la vita è semplicemente un processo in continuo divenire, un
processo che si rinnova sempre.
Il dovere dell’essere umano, secondo me, è di diventare reale in
modo trasparente, semplicemente di essere.
A questo mondo ci sono tante persone che non sono capaci di
arrivare al nocciolo della questione, ma parlano intelle ualmente
(non emotivamente) di come loro farebbero questo e quello. Ne
parlano, e tu avia non realizzano e non o engono niente.
Un’altra tipologia rappresenta i «dovresti» essere questo,
«dovresti» cambiare quello. Un esempio di cosa dovrebbe essere –
cioè qualcosa di cristallizzato – in opposizione a ciò che è.
Potete ben dire che non ho uno stile, anche se devo amme ere che
ho iniziato col mio maestro di wing chun, il signor Yip Man.
Abbiamo bevuto insieme un tè poco tempo fa e, anche se le nostre
idee sono diverse, ho rispe o del mio maestro. Qualsiasi cosa
accada, rimane il mio maestro di wing chun.
Quello che sto scrivendo è la sincera e onesta rivelazione di un
uomo chiamato Bruce Lee, quello che pensa dell’arte marziale (che
viene sempre per prima), il suo punto di vista sul cinema, e infine la
sua risposta alle seguenti domande: chi è Bruce Lee? Dove sta
andando? Cosa spera di scoprire?
Per fare ciò, una persona deve sostenersi sulle proprie gambe e
scoprire le cause della propria ignoranza. Chi è pigro e senza
speranza può dimenticarsi quanto ho de o e fare ciò che più gli
aggrada.

In My Own Process
Manoscri o
Nel mio processo interiore
II

Non so cosa scriverò, ma scriverò lasciando emergere quanto vuole


uscire. Se quanto scrivo comunica e smuove qualcosa in qualcuno, è
bello. Altrimenti, non posso farci nulla.
La grande maggioranza delle persone non si sente affa o a suo
agio di fronte allo sconosciuto, cioè quando ha a che fare con
qualcosa di estraneo che minaccia il suo sicuro modo di essere
quotidiano. Così, per amore del loro senso di sicurezza, si
costruiscono schemi predefiniti e giustificabili.
Diversamente dagli animali, gli esseri umani sono invece dotati di
intelligenza. Essere un artista marziale significa e richiede assenza di
pregiudizio, di superstizione, d’ignoranza: questa è la cara eristica
basilare ed essenziale di un comba ente di qualità, e lasciamo che il
circo faccia spe acolo con gli artisti da circo.
Mentalmente significa scegliere di essere neutrali, con un ardente
entusiasmo.

Manoscri o senza titolo, Bruce Lee Papers


Nel mio processo interiore
III

Questo articolo racchiude il mio punto di vista sulle arti marziali,


così come sulla recitazione e la vita in generale. Certamente me erò
per iscri o i pensieri che mi verranno in mente, oltre a quello che
provo scrivendo questo articolo in questo momento e che sento
avere il potenziale per una buona comunicazione.
Sono certo che alla maggior parte delle persone non piace ciò che
è sconosciuto e penserà che, diversamente dagli animali, noi siamo
esseri intelligenti.
Comunque il problema è che mentre alcune persone hanno un sé,
la maggioranza della gente sperimenta un vuoto, perché è troppo
occupata a sprecare la propria energia vitale e creativa proie ando
se stessa su questo e su quello, dedicando la vita a realizzare un’idea
di ciò che dovrebbe essere anziché realizzare il potenziale infinito
dell’essere umano; una specie di «essere» opposto all’«avere». Ma
noi non «abbiamo» una mente, noi semplicemente «siamo» una
mente. Siamo quello che siamo.
Una volta che si è stabilito che siamo intelligenti, mi chiedo quanti
di noi si pongano il problema di riesaminare tu e quante le
cosidde e risposte intelligenti già pronte per l’uso che abbiamo
pronunciato chissà quante volte.
Forse bisogna cominciare dalla nostra prima facoltà di
apprendimento. Sì, siamo in possesso di un paio di occhi, la cui
funzione è osservare, scoprire e così via. Eppure molti di noi
semplicemente non vedono nel vero senso del termine. Devo dire
che quando gli occhi sono usati esteriormente per osservare gli
inevitabili errori degli altri esseri, molti di noi sono piu osto veloci a
decretare condanne.
Perché è facile criticare e abba ere lo spirito altrui, mentre per
conoscere se stessi ci vuole forse un’intera vita. Prendersi la
responsabilità delle proprie azioni, buone o ca ive, è un’altra cosa.
Dopotu o, l’intera conoscenza significa semplicemente
autoconoscenza.

Manoscri o senza titolo, Bruce Lee Papers


In cerca di qualcosa di vero (nel mio processo interiore)
IV

Diamine, sei quello che sei, e l’onestà verso te stesso occupa una
parte precisa e vitale nel processo continuo del diventare un «reale»
essere umano e non un essere umano di plastica.
Fin da ragazzino, la parola qualità ha significato molto per me. In
un modo o nell’altro sto dedicando me stesso sinceramente a questo,
con molto sacrificio e puntando verso una direzione, e puoi stare
certo che il Signor Qualità in persona ci sarà sempre. In qualche
modo, un giorno, sentirai dire: «Ehi, questa è qualità. Qui c’è
qualcuno di REALE ».

Mi piacerebbe.
Nella vita cosa puoi chiedere se non di essere reale, di sviluppare
pienamente il tuo potenziale, invece di sprecare energia cercando di
realizzare un’immagine di te che si dissolve, che non è reale e che
consuma la tua energia vitale? Ci aspe a un grande lavoro, che
richiede devozione e molta, molta energia. Per crescere e scoprire
dobbiamo impegnarci, ed è qualcosa che io sperimento ogni giorno,
a volte va bene, altre volte è frustrante. Qualsiasi cosa accada, devi
lasciare che la tua luce interiore ti guidi fuori dal buio.
Amme o che sto scrivendo quello che affiora nella mia mente. A
qualcuno potrebbe sembrare incoerente, ma davvero non m’importa.
Sto semplicemente scrivendo esa amente i pensieri che mi vengono
in mente. Se riusciamo a comunicare, cosa che sinceramente spero di
fare, è bello. Altrimenti, non possiamo farci nulla.
Per chi vuole saperlo, sono un artista marziale per scelta, un a ore
di professione (che per me è una rivelazione espressiva e/o una
conoscenza di me stesso) e sto realizzando me stesso ogni giorno per
essere anche un artista della vita.
Dopotu o, tu e le arti hanno un fondamento simile! Sei libero di
fare la tua scelta di esprimere la tua potenzialità intrinseca. Qual è la
tua concezione di qualità? Io inizio dall’arte marziale, che è il mio
primo amore.

In My Own Process
Manoscri o, 1973 circa, Bruce Lee Papers
Nel mio processo interiore
V

Qualsiasi tentativo di scrivere un articolo «significativo» su


qualcuno, cioè su come sente e pensa, è un compito molto difficile.
Scrivere in modo sensato di se stessi è ancora peggio. Come se
questo non bastasse, sono nel bel mezzo della preparazione di un
nuovo film, I tre dell’operazione drago (Enter the Dragon), una
coproduzione tra la Concord e la Warner Brothers, e di un’altra
produzione Concord, L’ultimo comba imento di Chen (The Game of
Death), che è stata completata solo a metà. Sono stato occupato; ma
questo articolo merita la mia più grande a enzione in questo
momento. Se in qualche modo riesco a comunicare con qualcuno, mi
sento soddisfa o; altrimenti, non posso farci nulla.
Di certo potrei scrivere più facilmente, se perme essi a me stesso
di lasciarmi andare nel solito gioco manipolatorio della recitazione
di un ruolo, ma la mia responsabilità verso me stesso non me lo
perme e.
Sono quello che sono qui e ora. Oh, lo so, non sono obbligato a
scrivere alcuna confessione, ma io voglio essere onesto; è il minimo
che un essere umano possa fare e il solo elemento che renda questo
articolo significativo.
Sono sempre stato un artista marziale per scelta, un a ore per
professione, ma sopra u o sto realizzando me stesso per diventare
un artista della vita. Si, c’è della differenza tra l’autorealizzazione e la
realizzazione di un’immagine di sé.
La maggior parte delle persone vive solo per la propria immagine;
mentre alcune persone hanno un sé, la maggior parte della gente
sperimenta un vuoto, perché è troppo occupata a proie are se stessa
su questo o su quello.

Si spreca e dissipa tu a l’energia personale nel proge are e


costruire una facciata, invece di concentrare la propria energia
nell’espandere e ampliare il proprio potenziale o nell’esprimere e nel
trasme ere questa energia unificata per un’efficace comunicazione.
Quando un essere umano vede una persona autorealizzata passarle
accanto, non può che esclamare: «Ehi, ecco qualcuno di reale!».
Oh, so che tu i amme iamo che gli esseri umani sono dotati di
intelligenza; ma mi chiedo quanti di noi si siano chiesti e/o abbiano
fa o una sorta di autoverifica di tu e quelle cosidde e verità o dati
di fa o pronti per l’uso che abbiamo pronunciato chissà quante volte
da quando abbiamo acquisito la capacità di imparare.
Anche se abbiamo un paio di occhi, molti di noi semplicemente
non vedono nel vero senso del termine. Vedere veramente, nel senso
di avere una consapevolezza assoluta, porta a nuove scoperte, e la
scoperta è uno dei mezzi per rivelare il nostro potenziale. Però,
quando questo stesso paio di occhi è usato esteriormente per
osservare o scoprire gli errori degli altri, siamo veloci a decretare
condanne. Perché è facile criticare e abba ere lo spirito altrui, mentre
per conoscere se stessi ci vuole forse un’intera vita.

In My Own Process
Manoscri o, 1973 circa, Bruce Lee Papers
Nel mio processo interiore
VI

Bruce Lee è una persona che cambia, perché è e sempre sarà nel
processo di apprendimento, scoperta ed espansione. Come la sua
arte marziale, i suoi insegnamenti non sono mai statici. Continuano a
cambiare. Tu ’al più Bruce Lee indica una direzione possibile, ma
nient’altro.
Alcuni tra i notevoli di Bruce Lee che l’autore trova ammirevoli
sono l’onestà verso se stesso, la preferenza per la qualità piu osto
che per la quantità (per dirla come lui: «Posso rifiutare dei milioni
perché non è giusto, ma mi venisse un colpo se allontanerò un dito
da dieci centesimi solo perché dev’essere così»).
Infine, è un uomo che lavora duramente, anche se il 90 per cento
delle superstar che si trovassero nei suoi panni disdegnerebbero il
suo valore e abuserebbero della sua influenza.
Notes on Article
Manoscri o, Bruce Lee Papers
Sull’autorealizzazione (nel mio processo interiore)
VII

Fin da ragazzino ho sentito questo istintivo impulso e questa voglia


di espandermi e crescere. Per me il fine e il dovere di un essere
umano, intendo un essere umano di qualità (non includo qui i
gruppi di persone che non hanno assolutamente idea di che cosa sia
la vita), è il sincero e onesto sviluppo del suo potenziale e
dell’autorealizzazione. Non parlo di realizzazione dell’immagine di
sé. Anche se qui devo interrompermi, per amme ere che un tempo,
tanto tempo fa, rincorrevo la realizzazione di un’immagine di me
piu osto che l’autorealizzazione.
Ho scoperto un’altra qualità nell’arco del decennio scorso.
Ho capito a raverso serie esperienze personali e un costante
apprendimento che in definitiva l’aiuto più grande è l’autoaiuto. Che
non c’è altro aiuto se non aiutare se stessi, fare onestamente il
proprio meglio, dedicarsi con tu o il cuore a un dato compito, e che
tu o ciò non ha fine ma che è, piu osto, un processo sempre in
divenire. Ho fa o molto durante questi anni. Bene, sono cambiato
passando dalla realizzazione di un’immagine di me
all’autorealizzazione, dalla propaganda cieca e dalle verità
organizzate alla ricerca interiore della causa della mia ignoranza.
Sono un uomo che lavora duro.
Manoscri o senza titolo, 1973 circa, Bruce Lee Papers
Nel mio processo interiore
VIII

Ogni tentativo di scrivere un articolo «significativo» su come io,


Bruce Lee, sento e penso o esprimo me stesso, è un compito molto
difficile, perché sono ancora nel processo di apprendimento, nella
costante scoperta e nella crescita continua.
Come se questo non bastasse, sono nel bel mezzo della
preparazione del mio prossimo film, I tre dell’operazione drago (Enter
the Dragon), una coproduzione tra la Concord e la Warner Bros., e di
un’altra produzione della Concord, L’ultimo comba imento di Chen
(The Game of Death), completata solo a metà. Sono stato impegnato e
occupato con tante emozioni fino a poco fa.
Di certo potrei scrivere più facilmente se perme essi a me stesso
di lasciarmi andare nel solito gioco manipolatorio della recitazione
di un ruolo. Fortunatamente per me, la mia autoconoscenza ha
trasceso questo limite, e ho capito che la vita è meglio viverla, non
conce ualizzarla.
Sono felice perché sto crescendo ogni giorno e onestamente, e non
conosco dove sia il mio ultimo limite. Di sicuro, ogni giorno può
esserci una rivelazione o una nuova scoperta da raggiungere.
Tu avia, la maggiore gratificazione deve ancora venire, sentire un
altro essere umano dire: «Ehi, ecco qualcuno di reale!».
Oh, lo so, non sono obbligato a scrivere una vera confessione, ma
io voglio essere onesto, è il minimo che un essere umano possa fare.
Sostanzialmente sono sempre stato un artista marziale per scelta e
un a ore di professione. Ma, sopra u o, spero di realizzare me
stesso, per essere un artista della vita.
Per arte marziale intendo, come per ogni arte, una libera
espressione atletica dell’anima di un individuo. Sì, l’arte marziale
significa anche allenarsi quotidianamente per accrescere o
mantenere la propria qualità. Tu avia, l’arte marziale riguarda anche
lo svelamento dell’anima umana. È questo che mi interessa.
Sì, sono cresciuto un po’ dal giorno in cui divenni un artista
marziale, e continuo a crescere, dato che continuo a vivere il mio
processo. Vivere è esprimere se stessi liberamente nella creazione.
Ma la creazione non è qualcosa di fisso, una solidificazione. Così
spero che i miei compagni di arte marziale si apriranno e
diventeranno reali in modo trasparente, e auguro loro il meglio nel
loro personale processo che li porterà a trovare la loro causa.

In My Own Process
Manoscri o, 1973 circa, Bruce Lee Papers
Lo stato appassionato della mente

Possiamo vedere a raverso gli altri solo se vediamo a raverso noi


stessi.
La mancanza di autocoscienza ci rende trasparenti; un’anima che
conosce se stessa è opaca.
È la compassione più che il senso di giustizia che può evitarci di
fare del male ai nostri simili.
Noi abbiamo più fede in ciò che imitiamo che in ciò che creiamo.
Non riusciamo a trarre un senso di certezza assoluta da niente che
abbia le sue radici in noi. Il più acuto senso d’insicurezza proviene
dallo stare soli; quando imitiamo non siamo soli. È così per molti di
noi! Siamo quello che le altre persone dicono di noi. Conosciamo noi
stessi sopra u o per sentito dire.
Il nostro senso del potere è più vivido quando abba iamo lo
spirito di un uomo che quando conquistiamo il suo cuore. Perché
possiamo conquistare il cuore di un uomo un giorno e perderlo il
giorno dopo. Ma quando abba iamo uno spirito fiero, conquistiamo
qualcosa di decisivo e assoluto.
La paura nasce dall’incertezza. Quando siamo assolutamente certi
sia del nostro valore sia della nostra mancanza di valore diventiamo
praticamente impassibili di fronte alla paura. La sensazione di non
avere il minimo valore può diventare fonte di coraggio.
Molti di noi desiderano ardentemente essere strumenti nelle mani
di altri e liberarsi della responsabilità delle azioni che provengono
dalle nostre discutibili inclinazioni e dai nostri impulsi. Sia i deboli
sia i forti ricercano un alibi. I primi nascondono la loro malevolenza
so o la virtù dell’obbedienza; hanno agito in modo disonorevole
perché dovevano obbedire a degli ordini. Anche i forti rivendicano
l’assoluzione proclamandosi gli strumenti predile i di un potere
superiore: Dio, la storia, il fato, la nazione o l’umanità.
Tu o sembra possibile quando siamo assolutamente impotenti o
del tu o potenti, ed entrambe le situazioni stimolano la nostra
credulità.
L’orgoglio è un senso di valore derivato da qualcosa che non fa
organicamente parte di noi, mentre l’autostima deriva dalle
potenzialità e dalle realizzazioni di sé. Siamo orgogliosi quando ci
identifichiamo con un sé immaginario, un capo, una causa santa, una
stru ura colle iva di beni. Nell’orgoglio ci sono paura e intolleranza;
l’orgoglio è insensibile e intransigente. Meno abbiamo fiducia e forza
in noi stessi, più imperativo è il bisogno di orgoglio. Il nucleo
dell’orgoglio è il rifiuto di sé. È vero anche che, quando l’orgoglio
libera energie e serve da incentivo per il successo, può portare alla
riconciliazione col sé e al conseguimento di un’autentica autostima.
Acquisiamo un senso di valore realizzando i nostri talenti,
mantenendoci occupati o identificandoci con qualcosa a prescindere
da noi, che sia una causa, un capo, un gruppo, un possedimento ecc.
Dei tre, il sentiero dell’autorealizzazione è il più difficile. Lo si
imbocca soltanto quando le altre vie che ci perme ono di darci
valore sono più o meno bloccate. Gli uomini di talento vanno
incoraggiati e spronati a impegnarsi in un lavoro creativo. I loro
gemiti e lamenti riecheggiano nei secoli.
L’azione è una strada importante che sviluppa la fiducia in se
stessi e l’autostima. Dove è aperta, tu e le energie fluiscono in essa.
Arriva prontamente alla maggior parte della gente e le sue
ricompense sono tangibili. Coltivare lo spirito è qualcosa di
fuggevole e difficile, e la tendenza a fare questo raramente è
spontanea. Quando le opportunità per l’azione sono molte, la
creatività culturale probabilmente sarà trascurata. Il fiorire culturale
nel New England finì improvvisamente con l’apertura verso il West.
La relativa sterilità culturale dei romani può forse essere spiegata dal
loro impero, piu osto che da un’innata mancanza di genio. I migliori
talenti furono a irati dalle ricompense delle cariche amministrative,
proprio come i migliori talenti in America sono stati a ra i dalle
ricompense di una carriera negli affari.
p g
Un processo decisivo si me e in moto quando l’individuo si
arrende «alla libertà della propria impotenza» e giustifica la propria
esistenza mediante i propri sforzi personali. L’individuo autonomo
che si sforza di realizzare se stesso e di dar prova del proprio valore
ha creato tu o quanto vi è di grandioso nella le eratura, nell’arte,
nella musica, nella scienza e nella tecnologia. L’individuo autonomo,
inoltre, quando non può realizzare se stesso né giustificare la sua
esistenza mediante i suoi sforzi personali, diventa il germe della
frustrazione e il seme dell’inquietudine che scuotono il nostro
mondo dalle fondamenta. L’individuo è stabile soltanto se ha stima
di sé. Mantenere l’autostima è un compito continuo che me e alla
prova tu a la forza e le risorse interiori dell’individuo. Dobbiamo
dimostrare il nostro valore e giustificare nuovamente la nostra
esistenza ogni giorno. Quando, per qualsiasi ragione, l’autostima
non viene raggiunta, l’individuo autonomo diventa un’entità
altamente esplosiva. Si allontana da un sé poco prome ente e si
me e a ricercare l’orgoglio, il sostituto esplosivo dell’autostima. Tu i
i disordini e gli sconvolgimenti sociali hanno le loro radici nella crisi
dell’autostima individuale, e il grande sforzo in cui le masse si
uniscono più prontamente è fondamentalmente la ricerca
dell’orgoglio.
La tendenza all’azione è sintomatica di uno squilibrio interiore.
Essere equilibrati significa essere più o meno tranquilli. L’azione è in
fondo un’oscillazione delle braccia per recuperare il proprio
equilibrio e rimanere in piedi. E se fosse vero ciò che Napoleone
scrisse a Carnot, che «l’arte di governare è non lasciare che gli
uomini crescano ina ivi», allora è un’arte non equilibrata. La
differenza essenziale tra un regime totalitario e un ordine sociale
libero sta forse nei metodi non equilibrati con cui le persone sono
tenute a ive e so o sforzo.
Abbiamo de o che il talento crea le sue stesse opportunità. Ma
qualche volta sembra che l’intenso desiderio non solo crei le sue
possibilità, ma i suoi stessi talenti.
I tempi di cambiamento drastico sono tempi di passione. Non
possiamo mai essere completamente pronti di fronte a ciò che è
totalmente nuovo. Dobbiamo adeguare noi stessi, e ogni
g g
ada amento radicale me e in crisi l’autostima: ci so oponiamo a
una prova; dobbiamo me ere alla prova noi stessi. Una popolazione
sogge a a un cambiamento drastico è dunque una popolazione di
pesci fuor d’acqua, che vivono e respirano in un’atmosfera di
passione.
Il fa o di inseguire qualcosa appassionatamente non significa che
davvero la vogliamo o che abbiamo un’a itudine speciale verso di
essa. Spesso la cosa che inseguiamo più appassionatamente è solo un
sostituto di ciò che davvero vogliamo e che non possiamo avere.
In generale, si può predire con certezza che l’esaudire un
desiderio a cui si è tenuto moltissimo non è probabilmente in grado
di calmare la nostra continua ansia. Nella ricerca davvero
appassionata, la ricerca conta più di quello che si ricerca.
L’umiltà non è la rinuncia all’orgoglio, ma la sostituzione di un
orgoglio con un altro.
È poco probabile che esista una cosa simile alla tolleranza istintiva
o naturale. La tolleranza richiede uno sforzo di pensiero e di
autocontrollo. E anche le azioni buone e gentili raramente nascono
spontaneamente e senza pensarci. Quindi sembra che una certa
artificiosità, un certo a eggiarsi e una certa ostentazione siano
inseparabili da qualsiasi azione o a eggiamento che implica una
limitazione dei nostri desideri e del nostro egoismo. Noi dovremmo
prestare a enzione a quelle persone che non pensano sia necessario
fingere di essere buoni e irreprensibili. La mancanza di ipocrisia in
queste cose rimanda alla capacità di compiere crudeltà molto
pesanti. (Fingere è spesso un passo indispensabile verso il
raggiungimento della genuinità; è una forma verso cui scorrono e si
solidificano le inclinazioni genuine.)
Il controllo del nostro essere non è diverso dalla combinazione di
una cassaforte. Una volta che la manopola è stata girata, raramente si
apre la cassaforte. Ogni passo avanti e ogni passo indietro è un passo
verso il proprio obie ivo.
La riservatezza può essere una fonte di orgoglio.
Paradossalmente, la riservatezza gioca lo stesso ruolo della
vanagloria: in entrambi i casi si è occupati a creare una maschera. La
vanagloria cerca di costruire un sé immaginario, la riservatezza ci dà
g g
la sensazione esaltante di essere dei prìncipi nascosti dalla
discrezione. Dei due, la riservatezza è la più difficile ed efficace,
perché la vanagloria genera disprezzo di sé. Ma è proprio come disse
Spinoza: «Gli uomini non controllano niente con più difficoltà delle
loro lingue, e riescono a tenere a freno i loro desideri più delle loro
parole».
Per diventare diversi da quello che siamo, dobbiamo avere una
certa coscienza di ciò che siamo. Se essere diversi dà per risultato la
dissimulazione oppure un reale cambiamento del cuore, in entrambi
i casi non è possibile realizzare un cambiamento senza coscienza di
sé. Tu avia va notato che proprio le persone che sono più
insoddisfa e di sé e che aspirano a crearsi una nuova identità sono
quelle che hanno meno autocoscienza. Si sono allontanate da un sé
non desiderato e da allora non lo vedono di buon occhio. Ne risulta
che queste persone così insoddisfa e non riescono né a dissimulare
né a compiere un autentico e sincero cambiamento. Sono trasparenti,
e le loro qualità indesiderate persistono, nonostante tu i i loro
tentativi di autodrammatizzazione e di autotrasformazione.

The Passionate State of Mind


Manoscri o, Bruce Lee Papers
Parte o ava
LETTERE
Durante la sua vita Bruce Lee tenne una fi a corrispondenza. Scriveva di
frequente agli amici, e spesso in modo molto profondo, per aggiornarli sugli
sviluppi della sua carriera o sulle sue intuizioni filosofiche e spirituali. Qui
sono raccolte alcune le ere, efficaci istantanee di molti argomenti tra ati
nelle sezioni precedenti del libro. Ognuna rappresenta un aspe o della
filosofia, delle psicologia, della poesia, dell’autoconoscenza di Lee e delle sue
convinzioni sull’arte marziale; insieme mostrano ulteriormente come egli fu
capace di interagire con tu i questi temi nella sua realtà quotidiana.
Il vero senso della vita: la pace della mente

A Pearl Tso
Se embre 1962
Caro Pearl, 22
questa le era è difficile da comprendere. Contiene molti dei miei
sogni e dei miei modi di pensare. Tu o sommato, puoi considerarla
come la mia vita. Forse ti sembrerà piu osto confusa, perché è
difficile me ere per iscri o esa amente ciò che sento. Ma voglio
scriverlo e fartelo sapere. Farò del mio meglio per scrivere
chiaramente e spero che anche tu ti accosterai a questa le era con
una mente aperta e non ne trarrai conclusioni prima di averla
terminata.
Ci sono due modi per guadagnarsi da vivere. Uno è il risultato di
un duro lavoro, l’altro è il risultato dell’immaginazione (certamente,
anche questo modo richiede lavoro). È un dato di fa o che il lavoro e
la parsimonia producono i mezzi sufficienti per vivere, ma la
fortuna, nell’accezione di prosperità, è la ricompensa di un uomo che
abbia saputo escogitare qualcosa che non era mai stato pensato
prima. In ogni industria, in ogni professione, l’America ricerca idee.
Le idee hanno fa o dell’America quello che è, e una buona idea
renderà un uomo quello che vuole essere.
Una parte della mia vita è il kung fu. Quest’arte ha esercitato una
grande influenza nella formazione del mio cara ere e delle mie idee.
Pratico il kung fu come un esercizio fisico, una forma di allenamento
mentale, un metodo di autodifesa e un modo di vivere. Il kung fu è
quanto di meglio vi sia in tu a l’arte marziale; tu avia, i derivati
cinesi del judo e del karate, che sono soltanto basi del kung fu,
stanno fiorendo ovunque negli Stati Uniti. Succede perché nessuno è
ancora venuto a conoscenza di quest’arte suprema e perché, inoltre,
non ci sono istru ori competenti. Io credo che i miei lunghi anni di
pratica mi diano il diri o di diventare il primo istru ore di questo
movimento. Ma mi aspe ano ancora lunghi anni per raffinare le mie
tecniche e il mio cara ere. Il mio obie ivo, perciò, è di fondare un
primo istituto di kung fu che poi abbia succursali in tu i gli Stati
Uniti (ho fissato un tempo limite dai dieci ai quindici anni per
portare a termine questo proge o).
Il motivo che mi induce a fare questo non è soltanto quello di fare
soldi. Le motivazioni sono molte e tra queste ci sono le seguenti: mi
piace l’idea che il mondo possa conoscere la grandezza di quest’arte
cinese; mi piace insegnare e aiutare le persone; vorrei avere una bella
casa per la mia famiglia; mi piace essere l’iniziatore di qualcosa; e
infine, uno dei motivi più importanti è che il kung fu è parte di me.
So che la mia idea è giusta e che i risultati saranno soddisfacenti.
Non mi preoccupo molto dei guadagni, ma di me ere in moto tu o
questo proge o. Il mio impegno sarà la misura della mia ricompensa
e del successo.
Prima che morisse, alcuni chiesero al do or Charles P. Steinme ,
il geniale ingegnere ele rico, la sua opinione su: «Che ramo della
scienza progredirà di più nei prossimi venticinque anni?». Si fermò a
pensare per qualche minuto, poi d’un tra o rispose: «La
realizzazione spirituale». Se l’essere umano arriva alla cosciente e
vitale realizzazione delle immense forze spirituali che risiedono in
lui e comincia a utilizzare quelle forze nella scienza, negli affari e
nella vita, il suo progresso futuro diventerà incomparabile.
Io sento di avere questa grande forza creativa e spirituale in me,
più grande della fede, più grande dell’ambizione, più grande della
fiducia, più grande della determinazione, più grande della visione. È
tu o questo insieme. Il mio cervello è magnetizzato da questa forza
enorme che tengo in mano.
Quando fai cadere un sassolino in una pozza d’acqua, il sassolino
me e in moto una serie di piccole onde concentriche che si
espandono per tu a la pozza. Questo è esa amente ciò che accadrà
quando darò alla mia idea un piano d’azione definito. Proprio ora,
riesco a proie are i miei pensieri nel futuro e a vedere davanti a me.
Io sogno (ricorda che il vero sognatore non sme e mai di sognare).
Adesso ho soltanto un piccolo locale in un seminterrato, ma quando
me o in moto la mia immaginazione vedo nella mia mente
l’immagine di un grande e bell’istituto di kung fu di cinque o sei
piani, con istituti affiliati in tu i gli Stati Uniti. Non mi scoraggio
tanto facilmente, visualizzo prontamente me stesso in procinto di
superare gli ostacoli, di vincere nonostante gli impedimenti, di
raggiungere obie ivi «impossibili».
gg g p
Che si tra i o meno della volontà divina, sento una grande forza,
un potere inestinguibile, qualcosa di dinamico presente in me.
Questa percezione non può essere descri a, e non c’è alcuna
esperienza a cui possa venire paragonata. È qualcosa di simile a una
grande emozione a cui si somma la fede, ma molto più forte.
Tu o sommato, l’obie ivo che ho in mente di a uare è di
ricercare il vero senso della vita: la pace della mente. So che la
somma di tu e le cose che ho menzionato non accresce
necessariamente la pace della mente; però può farlo, se dedico me
stesso alla conquista del sé anziché al comba imento nevrotico. Per
raggiungere la pace mentale, si rivela valido l’insegnamento del
distacco del taoismo e dello zen.
Probabilmente, la gente dirà che sono troppo consapevole del
successo. Bene, non lo sono. Vedi, la mia volontà di fare nasce dal
sapere che IO POSSO . Non esiste paura o dubbio nella mia mente.
Pearl, il successo arriva per chi diventa consapevole del successo.
Se non ti poni di fronte un obie ivo, come pensi di raggiungerlo?
Cari saluti,
Bruce

Le era a Pearl Tso, se embre 1962, Bruce Lee Papers


Usa la tua esperienza personale e la tua immaginazione

A Taky Kimura
Taky, 23
ti ho appena inviato il simbolo del T’ai Chi da appendere al muro.
Nel pacche o ti ho messo anche una giacca cinese. Come ti ho de o,
sono appena tornato da Oakland, e James Lee ti manderà un
accessorio per il Lop Sao con una resistenza incorporata.
Anzitu o vorrei imprimere nella tua mente una delle più
importanti regole dell’insegnamento, e cioè l’economia della forma.
Segui questo principio e non sentirai MAI di dovere AGGIUNGERE
sempre più tecniche per mantenere vivo l’interesse nei tuoi allievi.
Ti spiego l’«economia della forma» prendendo a esempio una
tecnica per illustrare la teoria. Questo conce o può poi essere
applicato a qualsiasi tecnica. Insieme all’idea delle «Tre Fasi di una
Tecnica» (la sincronizzazione di sé; la sincronizzazione con
l’avversario; nelle condizioni del comba imento) questo programma
di insegnamento non solo prevede un’infinita pratica, ma un piano
di lezioni più efficiente che darà risultati a TUTTI gli allievi. L’ho
messo alla prova e, indipendentemente da quanto POCO mostriamo
loro ogni volta, l’interesse degli allievi viene ca urato, perché
devono eliminare le emozioni superflue e, facendolo, si sentono
bene. Ma ritorniamo all’idea dell’ECONOMIA DELLA FORMA .
Per illustrare l’idea, prenderò il Pak Sao («la mano che
schiaffeggia»). Essenzialmente, ECONOMIA DI MOVIMENTO significa
che TUTTI i movimenti cominciano nella posizione By-Jong;
secondariamente, LE MANI SI MUOVONO PER PRIME SE È UNA TECNICA
DI PUGNO (IL PIEDE SEGUE ), I PIEDI VENGONO PER PRIMI SE È UNA
TECNICA DI CALCIO .
Così tu so olinea le «Due Verità» menzionate sopra, praticando il
Pak Sao prima nella maniera della mano che tocca – in altre parole,
gli allievi nella posizione Bai-Jong si toccano uno la mano dell’altro
–, anche se nel vero comba imento non si comincia mai toccandosi le
mani. Questa posizione assicura una forma corre a per i
principianti, cioè l’economia della forma.
Ogni studente deve a accare all’unisono DAL BAI -JONG senza
sprecare alcun movimento. Questa teoria di base così importante è
stata trascurata. Se ogni allievo fa il suo Pak Sao (o qualsiasi tecnica)
con uno spreco di movimento, tornando indietro nella posizione
delle mani che si toccano MINIMIZZA le mosse superflue. Vedi quindi
che, per progredire applicando il Pak Sao da una certa distanza,
bisogna padroneggiare la posizione delle mani che si toccano. Ma
non solo, lo studente deve ritornare di tanto in tanto alla posizione
delle mani che si toccano per ricordarsi di eliminare le mosse
superflue.
Da una certa distanza, il Pak Sao è molto più difficile. Senza
nessuno spreco di movimento, bisogna iniziare prima con la mano,
poi con i piedi, in un movimento progressivo e armonioso. Non
importa se solo in pochi riescono a colpire con un singolo Pak Sao!
Ti è chiaro adesso il conce o dell’economia di movimento? Questa
teoria dell’economia di movimento richiede tanto tempo per
raggiungere la perfezione, per non parlare delle «Tre Fasi di una
Tecnica» – cioè, in termini di Pak Sao –; e dopo aver imparato e
padroneggiato il Pak Sao da una certa distanza, bisogna colmare lo
spazio vuoto tra sé e l’avversario con un calcio, per concludere senza
pericolo.
Se segui i consigli che ti ho dato potrai insegnare all’infinito.
Certo, devi usare il sistema convenzionale, cioè la RIPETIZIONE di
ogni tecnica finché non è stata perfezionata. Comincia
immediatamente a lavorare su ciò che ti ho de o e ad applicare tu o
ciò che hai imparato con l’ECONOMIA DI MOVIMENTO . Così
raddoppierai la tua velocità e la tua abilità.
Spero di avere impresso nella tua mente una delle più importanti
regole del nostro stile. Segui il programma che ti ho dato, usa la
varietà, e non preoccuparti troppo che i tuoi studenti abbiano
sempre più bisogno di stare con te. Importa solo se riescono a fare
perfe amente tu o quello che hai insegnato loro.
Ricordati che ci vuole tantissimo tempo per perfezionare il
proprio judo. E, ovviamente, me i a fru o la tua esperienza e la tua
immaginazione. Vedrai che andrà bene.
Ho fiducia in te,
Bruce

Le era a Taky Kimura, 1965 circa, Bruce Lee Papers


Chi sono?

A Jhoon Goo Rhee


Jhoon Goo, 24
la le era acclusa è una nota di Chuck Norris. È la più recente.
Cercherò di tenerle da parte per te in futuro. Te ne ho anche allegate
altre dello stesso tipo, che potrebbero esserti di aiuto.
[Bruce Lee aggiunge poi le due seguenti poesie, che scrisse per
incoraggiare il suo vecchio amico, suggerendogli di non farsi
abba ere dalle circostanze sfavorevoli e di comprendere che ogni
persona è il capitano della propria anima e il controllore del proprio
destino.]

Chi sono?

Chi sono?
È la domanda antica
Che tu i gli umani si pongono
In ogni tempo.

Anche se guarda in uno specchio


E riconosce il suo volto,
Anche se conosce il suo nome
La sua età e la sua storia,
Si domanda ancora, nel profondo,
Chi sono?
Sono un gigante tra gli uomini,
Signore di tu o,
O un misero pigmeo
Che maldestramente blocca la sua stessa via?

Sono il gentiluomo sicuro di sé


Con uno stile da vincente,
Naturalmente nato per essere un capo
Che si fa amici all’istante,
O il cuore spaventato
Che cammina in punta di piedi tra stranieri,
Che, dietro a un freddo sorriso, trema
Come un ragazzino sperduto in una foresta?
Quasi tu i desiderano essere il primo,
Ma hanno paura di essere l’altro.
Eppure POSSIAMO essere
Ciò che aspiriamo a essere.

Chi coltiva
I propri istinti naturali,
Chi si concentra
Sul buono, l’ammirevole, l’eccellente,
E crede di poterlo raggiungere
Vedrà la sua fiducia ricompensata.

E, nel processo,
Scoprirà la vera identità
Di chi si guarda riflesso nello specchio.

Chi sei tu?

Chi esita dice:


«L’uomo non può volare».
Chi agisce dice:
«Forse, ma ci proverò».
E alla fine spiccarono il volo
Nel bagliore del ma ino,
Mentre gli increduli
Li guardarono dal basso.

I dubbiosi affermarono
Che la terra era pia a.
Le navi salparono verso il confine della terra.
Ma un nuovo mondo trovarono
Alcuni di coloro che agiscono,
E ritornarono per provare
Che questo pianeta è tondo.

I dubbiosi sapevano
Che era un fa o: «Certo,
Nessun congegno rumoroso
Sostituirà il cavallo».
Ma le ve ure
Di coloro che fanno,
senza cavallo, a raversarono
Tu e le nostre strade.

Per coloro che continuarono a dire:


«Non può essere fa o»,
Non ci furono mai vi orie
Od onori da guadagnare.
Ci furono, piu osto,
Per chi lo credeva possibile,
Mentre i dubbiosi
Restarono a guardarli da molto lontano.

Per concludere, ti avviso che la negatività molto spesso, senza che


ce ne accorgiamo, si avvicina a noi. Ogni tanto è d’aiuto fermare i
pensieri (il chiacchiericcio delle preoccupazioni, delle anticipazioni
ecc., nella tua mente) e poi, una volta che ti sei rinfrescato, andare
avanti coraggiosamente.
Proprio come per mantenere una buona salute a volte bisogna
prendere una medicina sgradevole, così per poter fare le cose che ci
piacciono, spesso bisogna fare qualcosa che non ci piace. Ricorda,
amico mio, che non è tanto importante quello che ti succede, ma
come reagisci agli eventi.
Hai ciò che ti occorre. So che ce la farai in un modo o nell’altro.
Così, dannato siluro, vai avanti come un missile! Ricorda cosa ti dice
quest’uomo cinese: «Le circostanze? Diavolo, io creo le circostanze!».
Pace e armonia,

Bruce

Le era a Jhoon Rhee, Jhoon Rhee Archives


Trasformare gli ostacoli in scalini

A Jhoon Goo Rhee


Jhoon Goo,
saluti da Los Angeles, dove, come in molti luoghi degli Stati Uniti,
gli affari non vanno troppo bene. Non fraintendermi, non si tra a di
un’affermazione pessimistica, le cose stanno proprio così, e come
chiunque altro, hai la scelta di reagire a ciò. Ti chiedo, Jhoon Goo, se
trasformerai i tuoi ostacoli in scalini per raggiungere i tuoi sogni o se
ti lascerai sconfiggere, senza accorgertene, dalla negatività, dalle
preoccupazioni, dalla paure ecc.
Credimi, in ogni grande cosa o conquista ci sono sempre ostacoli,
grandi o piccoli, e non è tanto importante l’ostacolo in sé; ciò che più
conta è la reazione che si ha di fronte a tali ostacoli. Non c’è sconfi a
fino a che non lo amme i davanti a te stesso, non fino ad allora!
Amico mio, pensa al passato ricordandoti degli eventi e delle
conquiste che per te sono stati piacevoli, utili e soddisfacenti. Il
presente? Bene, pensaci in termini di sfide e opportunità e di
ricompense possibili grazie all’applicazione dei tuoi talenti e delle
tue energie. Come per il futuro, che è un tempo e uno spazio in cui
ogni valida ambizione che hai è in mano tua.
Hai la tendenza a sprecare tanta energia in preoccupazioni e
previsioni. Ricorda, amico mio, di godere del tuo proge o come
pure del tuo risultato, perché la vita è troppo corta per lasciare
spazio all’energia negativa.
Dal mio viaggio in India, la mia schiena è così così. Silent Flute è
ancora in pista con la Warner Bros. Stiamo aspe ando di sapere
quale sarà il prossimo passo, entro dieci giorni dovremmo saperlo
(l’approvazione del nuovo budget, stabilire un altro viaggio ecc.). A
parte Silent Flute, farò la comparsa nelle serie televisiva Longstreet
per la prossima stagione. Poi c’è un altro film che farò (interpretando
uno dei tre personaggi principali), se la proposta sarà approvata, e
anche questo lo saprò entro una decina di giorni.
Certo, la cosa dannata è che voglio fare qualcosa adesso! Così ho
creato un’idea per una serie televisiva e dovrei sapere qualcosa in
proposito nel giro di un paio di se imane. Nel fra empo, sto
lavorando a un altro proge o per un film da girare a Hong Kong (un
film cinese). Dunque azione! Azione! Non sprecare mai energia in
preoccupazioni e in pensieri negativi. Chi ha il lavoro più insicuro
del mio? Di che cosa vivo? È la fiducia nella mia abilità che mi fa
andare avanti. Di sicuro la mia schiena mi ha tenuto bloccato per un
buon anno, ma insieme a ogni avversità c’è sempre anche una
benedizione, perché un trauma agisce facendoci ricordare che non
dobbiamo esaurirci nell’abitudine.
Guarda il temporale; quando è finito ogni cosa comincia a
crescere! Ricordati dunque che chi si fa assalire dalle preoccupazioni
non solo non ha l’equilibrio per risolvere il problema, ma il suo
nervosismo e la sua irritabilità creano ulteriori problemi a coloro che
gli stanno vicino. Bene, cos’altro posso dirti se non di andare avanti
come un missile, dannato siluro!
Da un artista marziale con una schiena bloccata, ma che ha
scoperto un nuovo calcio potente!

Bruce Lee

Le era a Jhoon Rhee, Jhoon Rhee Archives


Tu o dipende dallo stato mentale

A Larry Hartsell
6 giugno 1971
Caro Larry, 25
come va la tua anca? Spero che ti stia prendendo cura di te.
Farò uno spe acolo televisivo alla fine di questo mese. Lo
spe acolo si chiama Longstreet, una nuova serie televisiva che uscirà
il prossimo autunno. L’episodio a cui parteciperò si chiama La via del
colpo che interce a. Nessun nuovo sviluppo per Silent Flute, è una
questione di tempo.
Sono in procinto di creare una nuova serie televisiva basata
sull’arte marziale, spero che si realizzerà. Te lo farò sapere.
Sono sulla copertina del prossimo numero di «Black Belt».
Leggilo, potrebbe interessarti. Non ho mai incontrato la tua famiglia,
ma salutala tanto da parte mia.
Abbi cura di te, amico mio,
Bruce Lee

[Lee termina poi con una delle sue poesie preferite, che elogia il
potere del pensiero positivo per affrontare le avversità. L’aggiunge
con l’intento di rafforzare la volontà di ristabilirsi del suo amico.]

Se pensi di essere sconfi o, lo sei.


Se pensi di non osare, non lo farai.
Se vuoi vincere, ma pensi che non ce la farai,
È quasi certo che non vincerai.
Se pensi che perderai, sei perso.
Perché fuori nel mondo capiamo che
Il successo COMINCIA con la VOLONTÀ dell’individuo.
Tu o dipende dallo stato mentale.
Se pensi di essere un perdente, lo sei.
Per crescere hai bisogno di pensare in grande.
Hai bisogno di essere sicuro di te stesso per poter
Vincere un premio.
La ba aglia della vita non è sempre a favore
Dell’uomo più forte o più veloce.
Ma prima o poi
chi vince è colui
CHE SA DI POTERCELA FARE!

Le era a Larry Hartsell, giugno 1971, Larry Hartsell Archives


L’arte vive dove c’è assoluta libertà

A John
Caro John, 26
cogli nel segno. Sono appena tornato da un doppiaggio. Com’è
a ivo il mondo!
La sincerità sembra essere parte del tuo temperamento e, anche se
non ci vediamo da tanto tempo, la mia immediata risposta per te è la
seguente. Non avrei il tempo di insegnare, ma sono intenzionato – se
il tempo lo perme e – a esprimere onestamente o, meglio, ad «aprire
me stesso» a te, a essere una specie di cartello segnaletico per chi si
trova in viaggio.
La mia esperienza mi sarà d’aiuto, ma insisto e ribadisco che l’arte
– la vera arte – non può essere elargita. Inoltre, l’arte non è mai una
decorazione o un abbellimento. È invece un continuo processo di
maturazione (nel senso che NON si arriva mai alla fine!).
Vedi, John, quando abbiamo l’opportunità di lavorarci sopra, che
il tuo modo di pensare non è assolutamente uguale al mio. L’arte,
dopotu o, è un mezzo per conquistare la libertà personale. Il tuo
cammino non è il mio, e viceversa.
Così, sia che noi possiamo stare insieme oppure no, ricorda bene
che l’arte VIVE dove c’è assoluta libertà. Con tu o l’allenamento fa o,
con una mente (se c’è una tale sostanza verbale) perfe amente
ignorante del suo stesso operare, con il «sé» che svanisce nel nulla,
l’arte del JKD raggiunge la sua perfezione.
Devo lasciarti adesso, perché doma ina devo lavorare presto e ho
un allenamento anche più tardi.
Questa è solo una piccola nota a un compagno di arte marziale.
«Il processo del divenire»,

Bruce

Le era a John, 1972 circa, Bruce Lee Papers


Ringraziamenti

La famiglia di Bruce Lee desidera ringraziare John Li le, il quale,


appassionato dell’arte e della filosofia di Bruce, ha trascorso molte
ore a ricercare, studiare, annotare e organizzare i numerosi scri i e le
foto di Bruce, raccogliendo i ricordi di amici e allievi. E inoltre
Adrian Marshall, che è stato avvocato di Bruce per quasi trent’anni e
che, dedicandosi con impegno a curare gli interessi dell’amico, ha
avuto un ruolo importante nella pubblicazione di questo libro.
Al le ore

Una parte dei diri i d’autore ricavati dalla vendita di questo libro
andrà a beneficio di due proge i: la borsa di studio in medicina
«Bruce Lee & Brandon Lee» all’Università dell’Arkansas e la borsa di
studio in recitazione «Brandon Bruce Lee» al Whitman College di
Walla Walla, Washington.
Dello studio e della diffusione degli autentici insegnamenti di
Bruce Lee nel campo della filosofia, della sociologia, dell’arte
marziale e del fitness si occupa la Bruce Lee Foundation, che è anche
punto di riferimento per la ricerche di cara ere storico-biografico.
Per informazioni sulle a ività della fondazione è utile consultare il
sito www.bruceleefoundation.com; per ulteriori notizie sul jeet kune
do: www.jkd.com.hk.
Note

Introduzione
1. Bruce Lee, In My Own Process, manoscri o, 1973 circa, Bruce Lee Papers.
2. In Bruce Lee. Words from a Master, edited by John R. Li le, Contemporary
Books, Lincolnwood 1999, p. 11.
3. Ibid., p. 37.
4. Bruce Lee, Commentaries on the Martial Way, I, manoscri o, 1970 circa, Bruce
Lee Papers.
5. Le era a John, in Le ers of the Dragon. An Anthology of Bruce Lee’s
Correspondence with Family, Friends and Fans, 1958-1973, edited by John Li le,
C.E. Tu le, Boston 1998, p. 167.

Il Tao del Dragone


1. Bruce Lee, annotazione manoscri a nel copione della serie televisiva
Longstreet, 27 giugno 1971, Bruce Lee Papers.
2. Lily Adams Beck, The Story of Oriental Philosophy, Cosmopolitan Book Corp.,
New York 1928.
3. Frank Northen Magill, Masterpieces of World Philosophy in Summary Form,
Harper, New York 1961.
4. Huston Smith, The Religions of Man, Harper, New York 1958.
5. Glenn Clark, Power of the Spirit on the Athletic Field, G. Clark, St. Paul 1929.
6. Alan Wa s, The Way of Zen, Pantheon, New York 1957.
7. Confucio, I’Ching.
8. Lily Adams Beck, op. cit.
9. Chang Chen Chi, The Practice of Zen, Harper, New York 1959.
10. Lily Adams Beck, op. cit.
11. Eric Hoffer, The Passionate State of Mind and Other Aphorisms, Harper, New
York 1955.
12. Ibid.
13. Loong è la trasli erazione inglese della parola cantonese leung, che significa
«dragone». Il soprannome cinese di Bruce Lee era Lee Siu Leung, cioè Lee
Piccolo Dragone.
14. Alan Wa s, op. cit.
15. Confucio, I’Ching.
16. Lily Adams Beck, op. cit.
17. Chang Chen Chi, op. cit.
18. Tommaso d’Acquino, Summa Theologica, Art. III.
19. Bruce Lee, Commentaries on the Martial Way, I, manoscri o, 1970 circa, Bruce
Lee Papers.
20. Bruce Lee, appunti manoscri i per The Silent Flute, 1970 circa, Bruce Lee
Papers.
21. Il titolo, Liberate Yourself from Classical Karate, probabilmente non fu scelto
da Bruce Lee, perché il testo parla di tu i gli artisti marziali limitati dalla
tradizione e non soltanto dei praticanti di karate.
22. Pearl Tso e i suoi familiari furono amici della famiglia Lee fin dagli anni
Cinquanta. Questa le era, come tu e le seguenti, è stata pubblicata in
Le ers of the Dragon. An Anthology of Bruce Lee’s Correspondence with Family,
Friends and Fans, 1958-1973, op. cit.
23. Taki Kimura fu uno dei migliori amici di Bruce Lee e suo assistente nella
scuola di Sea le.
24. Jhoon Rhee, considerato il padre del tae kwon do in America, era un caro
amico di Bruce Lee.
25. Larry Hartsell fu allievo di Bruce Lee nella scuola di Chinatown a Los
Angeles.
26. John, del quale non è stato accertato il cognome, intra enne
corrispondenza con Bruce Lee intorno al 1972.
Questo ebook contiene materiale prote o da copyright e non può
essere copiato, riprodo o, trasferito, distribuito, noleggiato,
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dei diri i costituisce una violazione dei diri i dell’editore e
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Il Tao del Dragone


di Bruce Lee
Copyright © 1999 Linda Lee Cadwell
Titolo originale dell’opera: Artist of Life
© 2006 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
© 2018 Mondadori Libri S.p.A., Milano
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Le fotografie di questo volume sono pubblicate per gentile
concessione dell’Archivio di Linda Lee Cadwell, degli eredi di
Bruce Lee e della Warner Bros Films
Proge o grafico di Anna Maria Schneider
Ebook ISBN 9788852090851

COPERTINA || ART DIRECTOR: GIACOMO CALLO |


PROGETTO GRAFICO: WANDA LAVIZZARI | GRAPHIC
DESIGNER: MANUELE SCALIA | FOTO © GETTY IMAGES
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