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INTRODUZIONE

La diversità culturale nelle società europee è un tema fondamentalmente legato ai movimenti


migratori, alle seconde e terze generazioni delle comunità immigrate e ad altri gruppi che vengono
tendenzialmente percepiti come culturalmente diversi.

La diversità culturale non esiste in assoluto, ma è sempre frutto di percezioni, narrazioni,


identificazioni, interazioni.

Con il concetto di diversità culturale intendiamo riferirci anche al pluralismo culturale che
caratterizza le società contemporanee.

Il fatto che la popolazione immigrata sia una componente ormai stabile delle nostre società
costituisce il punto di partenza e soprattutto la ragione della rilevanza del tema della diversità
culturale.

Le persone portano con sé usi, abitudini, regole, eventualmente religioni e lingue.

Molto più spesso di quanto si pensi, questi usi, queste abitudini, queste regole, si modificano o
vengono abbandonate, come è normale che sia, se e quando il progetto della persona che si è
stabilita in un altro paese è un progetto di integrazione.

È altrettanto possibile che quando alcuni aspetti della propria cultura sono sentiti come
particolarmente importanti, la persona, eventualmente assieme ad altre con le quali condivide
questi aspetti, faccia di tutto per poterli mantenere, chiedendo che vengano formalmente
riconosciuti.

E dunque le società europee si confrontano con richieste di riconoscimento della propria libertà
religiosa, con culture familiari diverse, con regole di abbigliamento, culturali e religiose che
vengono considerate lesive di diritti e principi giuridici fondamentali.

Ma tutti questo è diverso perché qualcuno lo definisce tale.

La diversità culturale è infatti frutto di percezioni, di interazione e di classificazioni.

Ben prima degli immigrati sono stati i movimenti delle donne, dei neri, degli omosessuali, nelle
società occidentali, a porre il tema della differenza e del suo riconoscimento.

La diversità di cui ci si occupa in questo libro è quella connessa ai movimenti migratori.

Un buon punto di partenza viene da Ferrajoli e dal concetto che propone di uguaglianza.

Partendo dall’articolo 3 della costituzione, afferma che il principio di uguaglianza espresso è un


principio a tutela delle differenze di identità e culturali che rendono ogni individuo diverso dagli
altri (è un dato di fatto appartenere a sessi diversi o avere età diverse o idee politiche diverse).

Se individuare nell’uguaglianza il principio di tutela della differenza sembra indicare contorni nitidi
entro i quali muoversi per riconoscere la diversità culturale, le questioni che il pluralismo culturale
pone sono complesse e quasi mai di facile soluzione.

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LA DIVERSITA’ CULTURALE NELLE SOCIETA’ CONTEMPORANEE

Le società europee, culturalmente plurali, sono società conflittuali.

Le ragioni dei conflitti che le attraversano sono diverse, in prima battuta riconducibili a pretese di
origine culturale.

Queste ragioni spesso si intrecciano a situazione di diseguaglianza e marginalità economico-


sociale e più in generale ad asimmetrie di potere delle parti coinvolte.

Ferrajoli sostiene che ormai si assiste alla lotta di classe tra chi sta in basso e chi sta ancora più
in basso che avvantaggia chi sta in alto, rispetto alla classica lotta tra chi sta in alto e chi sta in
basso.

L’odio e la rabbia indotti nei confronti delle minoranze riverberano in questo scontro di poveri ed
emarginati contro migranti.

Il conflitto sociale ha cambiato la sua connotazione e non riguarda più i gradini più alti della scala
sociale.

Baumann pone invece l’accento sul legame tra libertà e risorse: la diversità è in sé fonte di
incertezza esistenziale e trasformare in nemico l’altro sarebbe una delle strategie messe in campo
per affrontare tale incertezza da parte di quelle componenti sociali prive di risorse di potere o, più
precisamente, dei mezzi economici in grado di consentire libertà sia sul fronte dei consumi che di
azione.

Ciò che i movimenti migratori hanno evidenziato per la prima volta in maniera tanto esplicita
quanto irriducibile sono le differenze tra le persone e, sul piano giuridico, l’urgenza di declinare
l’uguaglianza in senso sostanziale.

Anche sotto il profilo normativo competizioni e conflitti sono possibili in un’ottica inclusiva.

Il pluralismo acquisisce un significato tanto più liberale quanto più le opzioni fornite di valore tra
cui gli individui possono scegliere, sono differenti, fino al limite dell’incompatibilità.

Il pluralismo culturale rappresenta allora una sfida enorme per il diritto e per la politica per due
motivi:

1. Individuazione delle opzioni possibili e i criteri in base ai quali è possibile questa


individuazione.

2. Rapporto tra il riconoscimento della diversità culturale e l’integrazione delle


persone.

L’integrazione rientra nel progetto di vita degli immigrati, soprattutto quando diventa un
fenomeno familiare.

In particolare la presenza di bambini rende maggiori i contatti con il territorio e con le istituzioni.

Il fine a cui il processo di integrazione deve tendere è la piena partecipazione alla vita sociale,
economica, culturale e civile della società e all’accesso ai beni e servizi, a pari titolo e con pari
dignità rispetto agli altri cittadini.

La diversità culturale rimanda alle percezioni, alle narrazioni, alle identificazioni e al


riconoscimento. Questo significa che le pratiche concrete dell’interazione, delle azioni e delle
strategie messe in atto per raggiungere i propri obiettivi rappresentano una dimensione
fondamentale nello studio della diversità culturale tra diritto e società.

La persona esprime una molteplicità di affiliazioni che hanno molto a che fare con l’identità in
quanto indicative della percezione di sé. Questo sentimento di comune appartenenza (groupness)
è prodotto dalla condivisione di alcuni attributi comuni (commonality) e dai legami di relazione che
uniscono le persone (connectedness).

Il concetto di groupness supera le semplici reti di rapporti di amicizia o lavorativi, fino a


comprendere reti migratorie con legami più stretti tra paese di origine e di destinazione (come la
famiglia o l’amicizia stretta).

L’identità culturale viene usata nelle attività quotidiane dagli attori per dare un senso a sé stessi e
al proprio agire.

Trovandosi ad agire in diversi contesti può venire utile il concetto di interleglità per evidenziare la
posizione di un soggetto immerso in un groviglio di spazi giuridici sovrapposti.

La prospettiva pluralistica del diritto ha contribuito alla comprensione della diversità culturale nelle
società contemporanee.

La prospettiva dell’intersezionalità rappresenta uno dei contributi più significativi per individuare le
asimmetrie nel posizionamento sociale delle persone e i fattori che producono discriminazione a
partire dalle diversità.

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La cultura può essere intesa come una rete di significati attraverso cui le persone conferiscono un
significato alle proprie azioni.

Bisogna distinguere tra uso processuale e uso reificato della cultura.

Un uso processuale permette di chiedersi i fondamenti dei comportamenti delle persone, mentre
un uso reificato è spesso utilizzato per dar voce alle proprie ragioni, viene usato come cassa di
risonanza.

Un uso reificato può anche essere utilizzato all’interno di un gruppo per ottenere maggiore potere.

Resta comunque la critica mossa da molti, ovvero il rischio che l’uso reificato della cultura possa
fungere da giustificazione per comportamenti illeciti.

Alla fine, ciò che la dimensione microsociologica racconta, è che la diversità culturale è il risultato
di processi di dialogo e di conflitto, caratterizzati dalle asimmetrie di potere e influenzati dal
diverso posizionamento e dalla disparità delle risorse disponibili.

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DIVERSITA’ CULTURALE E LOCALISMO DEI DIRITTI

L’identità culturale e il rispetto della diversità culturale sono principi che hanno trovato nel tempo
un loro esplicito riconoscimento giuridico (ad esempio convenzione ONU, carta dei diritti
fondamentali dell’Unione europea).

In Italia ricordiamo il già citato articolo 3 della costituzione o le leggi sull’immigrazione emanate a
partire dalla fine degli anni Ottante che hanno iniziato a fare riferimento all’identità del migrante.

A parte i principi sopra citati, le legislazione italiana in tema di immigrazione è sempre stata
caratterizzata dal carattere di gestione dell’emergenza.

Vediamo un excursus storico:

• A partire dagli anni Ottanta la legislazione sull’immigrazione è stata caratterizzata da


lentezza e ritardo e è stata regolata per via amministrativa oscillando tra repressione e
tolleranza. Gli interventi erano mirati al controllo dell’ingresso degli immigranti per
evitare l’immigrazione clandestina.

• Legge 943/1986: norme in materia di collocamento e trattamento dei lavoratori


extracomunitari immigrati e contro le immigrazioni clandestine.

• Legge 39/1990: si tratta di un primo tentativo di ordinamento organico in materia di


immigrazione e segna l’inizio dell’attenzione crescente, politica e sociale, rivolta a
questo fenomeno. Sul fronte degli ingressi la normativa introdusse il principio del
contingentamento numerico dei flussi in base al quale il governo avrebbe deciso
annualmente la quota massima di autorizzazioni al lavoro rilasciabili per l’anno in corso.
Si cercava di controllare l’immigrazione a monte, come se si decidesse chi può partire.

• Legge Turco-Napolitano 40/1998: prima vera e propria legge organica sul tema. Prima
di tutto cercava di dare garanzia ai diritti della popolazione immigrata tramite la
possibilità di ricongiungimento famigliare e misure che stabilizzassero il soggiorno. La
legge sui flussi fu modificata favorendo i paesi con i quali si intrattenevano rapporti
bilaterali di respingimento tenendo sempre presente il ricongiungimento famigliare. Fu
poi introdotta la possibilità di avere un permesso di soggiorno temporaneo se un
cittadino italiano faceva da garante (poi diventava permanente). Vennero introdotti centri
di trattenimento non carcerari per identificare immigrati privi di documenti o trattenere
stranieri in attesa di espulsione. Furono dati permessi speciali alle donne vittime di tratta
di prostituzione e alle persone clandestine sfruttate sul lavoro.

La legge fu applicata in modi diversi in base alla regione.

Fu però istituito un gruppo di lavoro per guidarne l’attuazione, ma i migranti si trovarono


a fare affidamento su sé stessi, la cerchia di conoscenze e l’amministrazione.

• Legge Bossi-Fini: volta a ridurre i flussi legali e ad aumentare le espulsioni. Il permesso


di soggiorno fu affianco dal permesso di soggiorno per lavoro, mentre fu abolito il
permesso di ricerca di lavoro con sponsor. Fu raddoppiato a 60 giorni il tempo di
detenzione massimo nei centri di trattenimento ma non fu inserito il reato di
immigrazione clandestina. Fu velocizzato il processo di accoglimento della domanda
d’asilo.

• Negli anni successivi, in seguito all’11 settembre, la normativa fu resa sempre più
restrittiva.

Come si può vedere la legislazione ha sempre puntato all’aspetto economico e pratico, lasciando
le leggi sull’integrazione vera ai margini nonostante il continuo aumento degli immigrati per lavoro
o per ricongiungimento.

Essendo raddoppiato il numero di donne e bambini (prima gli uomini venivano soli in cerca di
fortuna con l’obiettivo di tornare a casa) è necessario che venga modificato il ruolo delle istituzioni
per agevolare il loro inserimento.

La legge Turco-Napolitano prevedeva l’emanazione di documenti programmatici ogni tre anni a


cura del presidente del consiglio dei ministri. Doveva essere un resoconto delle misure adottate e
della situazione quantitativa e qualitativa dell’immigrazione.

Nei primi due (1998-2003) ci si concentra sul controllo dei flussi e sulla lotta all’immigrazione
clandestina nonostante venga dichiarata un’attenzione ai processi di integrazione.

A partire dal terzo documento invece si pone l’accento sui rischi dati dalla clandestinità e
scompare il concetto di contaminazione tra culture soppiantato dalla descrizione della società
italiana come culturalmente coesa e identitaria.

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A partire dal 2009 si abbandona l’idea di immigrazione strutturale (vengono per restare) a favore di
una visione di fenomeno temporaneo.

Si superano i documenti programmatici e si propone una sorta di accordo tra lo Stato e il


migrante che prevede l’espulsione se non vengono rispettati certi requisiti.

Si enfatizza ulteriormente il problema della clandestinità.

Questo riepilogo evidenzia come la legislazione sia volta al non riconoscimento delle differenze e
all’affermazione della maggioranza.

La poca attenzione del legislatore verso le richieste di accettazione culturale porta a risolvere
screzi direttamente in tribunale, dove i giudici grazie all’interpretazione si trovano a dover colmare
molte lacune.

Eppure le strade sarebbe molte:

• Creare una legislazione adattabile a tutti (ad esempio permettendo di scegliere il giorno di
riposo dal lavoro).

• Mantenere inalterata la norma, ma prevedere eccezioni per culture e religioni diverse.

Nel campo di nostro interesse, è sensato notare che si ha una traslazione della legislazione dal
livello statale a quello delle istituzioni locali.

Sono queste infatti che vivono fianco a fianco ai fenomeni di integrazione e gestione degli spazi
pubblici e dell’amministrazione.

L’immigrazione è materia esclusiva dello stato, ma le istituzioni locali si occupano di problemi


concreti come la sicurezza, l’assistenza scolastica, l’edilizia di culto, ecc.

Va poi sottolineato il progressivo utilizzo delle circolari in materia di immigrazione dovuto alla
frammentazione legislativa.

Questo causa il problema della comprensione dei testi da parte degli immigrati che non sanno
destreggiarsi nel mare che è la nostra amministrazione.

Altro problema è dato dalla scarsa conoscibilità e diffusione non essendo diritto primario e quindi
spesso dà vita a inconsapevoli comportamenti criminosi.

Il localismo del diritto così inteso ha però un risvolto positivo: può rappresentare una risorsa nei
contesti di maggiore apertura e contaminazione, come le città urbane e metropolitane.

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CONFLITTI MULTICULTURALI

Con l’espressione conflitti multiculturali ci si riferisci ai conflitti che trovano nella giurisdizione
ordinaria la loro composizione.

Il pluralismo culturale investe gli operatori del diritto di responsabilità nuove e complesse.

Il giudice supplisce alla lentezza da parte del legislatore ad intervenire su alcune tematiche, prima
fra tutte la libertà religiosa.

Si avverte spesso chiaramente, nelle motivazioni dei provvedimenti, il disagio per l’essere stretti
fra l’interpretazione letterale, che porta ad applicare indiscriminatamente le leggi in modo identico
indipendentemente dai soggetti cui si applicano e l’adattamento al caso concreto delle regole,
senza bene sapere entro quali limiti sia lecito muoversi.

Entrando nel merito delle dispute multiculturali si può osservare come anche in Italia la
giurisprudenza sia ormai consistente.

Un ambito di particolare importanza è quello della famiglia.

Le norme risultanti dalla tipologia di famiglia tradizionale in materia di rapporti tra membri, potestà
e conflitti, sono ormai inapplicabili e inadattabili al nuovo contesto. A maggior ragione questa
inadeguatezza si avverte a fronte di una società multiculturale che propone modelli di relazione
familiare sconosciuti alla cultura comune italiana.

Così la giurisprudenza italiana si è confrontata con cui concernenti la possibilità di riconoscere


istituti islamici (vedi i matrimoni precoci).

Un altro ambito è quello dei conflitti che si riconducono alla libertà religiosa e alle sue
manifestazioni. Una delle questione è quella dei simboli religiosi.

Alla libertà religiosa si contrappone il principio della sicurezza pubblica e si introducono principi
come quelli del vivere bene che chiedono anche all’immigrato un’accettazione dei valori
occidentali.

CASI CONCRETI
Quando parliamo di rom e sinti tendiamo a pensare a dei nomadi che vivono in campi, in realtà i
4/5 conducono in Italia conducono una vita “normale”.

I loro matrimoni non sono riconosciuti dal nostro ordinamento quindi il problema è capire come
adattare il nostro ordinamento e pratiche formalmente non riconosciute.

Il problema su cui si sono più volte espressi i giudici è quello dei matrimoni precoci (legalità alla
verginità) che non sempre coincidono con matrimoni obbligati.

Dal punto di vista giuridico il diritto vigente è fortemente contrario a questi matrimoni, ma non
esiste una normativa speciale ad hoc.

In realtà c’è un disegno di legge fermo in senato che chiede la carcerazione da uno a cinque anni
per chi obbliga altro soggetto a contrarre matrimonio, anche se un matrimonio non riconosciuto
dalla nostra legislazione.

Casi concreti:

• La cassazione ha bocciato la richiesta di un cittadino irregolare rom vittima di un decreto


d’espulsione di restare sul territorio in quanto sposato con matrimonio rom e la moglie era
incinta. Il matrimonio non subisce riconoscimento legale e quindi è stato negato il
permesso di restare.

• La CEDU ha invece accolto le lamentele di una cittadina bulgara che lamentava la


mancanza di sufficiente attenzione nella ricerca di prove e indagini a seguito della
denuncia di rapimento e violenza sessuale ripetuta. Le autorità avevano archiviato il caso
perché esistevano prove di un matrimonio secondo le usanze rom.

• Una coppia rom già sposata si rivolge in cassazione per chiedere la revoca di una
sentenza di condanna a un anno di carcere per il ragazzo 22enne che avrebbe compiuto
anni sessuali con la moglie sedicenne. La cassazione conferma la pena in quanto il
matrimonio rom non rileva e la fattispecie è quella di atti sessuali con minore.

Gli esempi portati mostrano come sia necessario sforzarsi di coniugare diversità culturale e tema
dei diritti. Mi chiedo se non sia possibile trovare una soluzione che riconosca qualche valore al
matrimonio rom, non come celebrazione, ma come rilevanza del rapporto almeno.

Questo sarebbe già un primo passo importante.

Un passo in avanti è stato fatto dalla corte di Strasburgo che ha riconosciuto il diritto alla
pensione di reversibilità a una donna sposata solo con matrimonio rom in Spagna, in quanto in
quegli anni era possibile solo il rito cattolico per il matrimonio. Si riconosce quindi valenza anche
a una cerchia di altre tipi di unioni.

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LA KAFALAH
Istituto giuridico che prevede che il giudice affidi la cura e la protezione di un minore ad un
soggetto che si occuperà della crescita e istruzione del suddetto minore, privato in via
temporanea o definitiva del suo ambiente famigliare.

Il nucleo ospitante deve essere una coppia musulmana sposata da almeno tre anni e socialmente
e moralmente idonea.

Non si crea un legame come nell’affido o nell’adozione.

Può essere un istituto consensuale o legale.

Serve solo la certificazione di abbandono del minore e l’accertamento dell’identità dell’affidatario.

La Francia ha introdotto una norma che vieta l’adozione di un minore proveniente da un paese
che limiti l’adozione di un minore straniero a meno che questo non risieda in Francia (il problema
di fondo è che l’istituto non crea un rapporto di filiazione). Sono stati riconosciuti però
formalmente molti kafalah basandosi sul luogo di nascita.

In Italia non esiste un riferimento normativo esplicito. Il problema più grande è stato dato dai casi
di necessario ricongiungimento tra minore all’estero e affidatario in Italia.

Ad oggi sembra comunque un istituto accettato se si passa il vaglio dell’autorità del paese di
provenienza del minore.

COPRIRSI IL VOLTO
Tema dibattuto e attuale è quello dei simboli religiosi legali al vestiario.

Se in alcuni paesi negli spazi pubblici si assume una esplicita normativa repressiva (vedi la
Francia) negli spazi comuni non dovrebbero esserci restrizioni.

In realtà questo assunto viene spesso scavalcato per i temi di pubblica sicurezza.

Le ondate repressive verso questi indumenti tendono però ad aumentare l’intolleranza verso le
donne musulmane.

Oltre al tema della sicurezza, le correnti contrarie si appoggiano anche all’idea che la donna deve
indossare questi indumenti perché considerata inferiore e con meno diritti.

In Lombardia, nel 2015, la giunta regionale ha emanato una delibera volta a vietare l’ingresso in
certi luoghi pubblici a chi non si rende riconoscibile (tra cui la sede dell’ente e gli ospedali). Si è
provato a contestare la natura discriminatoria, ma il giudice ha ritenuto proporzionato il divieto.

Anche la CEDU ha avvallato certe normative, nello specifico quella francese, perché ha ritenuto
che coprirsi il volto leda il diritto degli altri al vivere bene.

KIRPAN
È un coltello ricurvo, provvisto di lama da un solo lato, di lunghezza variabile, che in alcuni casi
supera anche i 20 cm.

Si tratta di un oggetto fondamentale nella religione sikh e rientra tra i comandamenti che
impongono di indossare sempre 5 oggetti sacri.

Si tratta di un’arma difensiva che è lecito usare solo come ultima spiaggia in caso di aggressione.

Il porto del kirpan costituisce un classico esempio di reato culturalmente motivato.

In Italia i primi casi in cui la questione è stata dibattuta dai giudici risale al 2009.

I giudici oscillavano tra la pubblica sicurezza e il giustificato motivo.

La cassazione ha fatto prevalere invece la sicurezza pubblica e non si limita a quello, ma richiama
la necessità per l’immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale.

È stata avanzata l’ipotesi di eliminare l’elemento di pericolosità (la lama) dall’arma per ovviare il
problema, ma ad oggi questa soluzione è stata ibernata.

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CONCLUSIONI

All’interno di questo libro ho voluto analizzare il tema della diversità culturale come una delle
espressioni del pluralismo culturale delle nostre società e come elemento di differenza tra le
persone, mantenendo la consapevolezza che esso debba essere comunque sempre collegato al
processo di integrazione.

Ho scelto inoltre di tenere una prospettiva sociologica.

In primo piano dunque la persona e i suoi diritti.

Per agire correttamente nei confronti della diversità esistono compiti specifici dei singoli attori (ad
esempio nel caso degli operatori istituzionali si dovrebbe tradurre l’integrazione in garanzia di pari
opportunità).

Integrazione significa godimento dei diritti di cittadinanza e necessità di riconoscersi in un nucleo


di valori comuni, nella consapevolezza che siamo molto più uguali di quanto non pensiamo.

Sono diritti della persona, non solo di gruppo.

I compiti degli operatori del diritto appaiono per certi versi di sintesi e di ponte tra il lavoro degli
scienziati sociali e quello degli operatori istituzionali. Di particolare interesse il ruolo del giudice.

In realtà il compito dell’operatore giuridico dovrebbe essere cercare di interpretare la diversità


all’interno della cornice dei diritti fondamentali, evitando che entrino nella decisione giudici sulle
pratiche e sulle culture.