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Economia politica:

daniela.grieco@unimi.it
Ricevimento: martedì 14,30-15,30, previo appuntamento via email in
dipartimento di scienze economiche.
PDF delle lezioni su ARIEL.
Manuale: “corso di economia politica”, per giurisprudenza, cattedra O-Z.

25/09:
Cos’è economia politica? È utile, anche in un corso come quello di
giurisprudenza, perché studia le decisioni in un contesto di scarsità. La
scarsità è il concetto cruciale nella definizione della economia politica e si
riferisce alle risorse, è l’allocazione delle risorse scarse. Possono essere
risorse materiali come il denaro, risorse immateriali. Come usiamo queste
risorse, come allocarle? La risorsa può essere abbondante ma comunque
LIMITATA ed è questo che rende la decisione su come utilizzare queste
risorse difficile.
In italiano economia vuol dire tre cose:
1) economia politica
2) management business= gestione d’aziende
3) finanza
Consideriamo due tipi di decisioni: 1) prese dai singoli agenti economici;
2) quelle che riguardano l’intero sistema economico.
I singoli agenti sono la microeconomia, singolo
consumatore/impresa/mercato, non si guarda alla collettività. Le decisioni,
invece, che riguardano l’intero sistema economico è la macroeconomia
(es.: disoccupazione, inflazione).
Come si prendono queste decisioni? Come si ragiona da economisti? Es.:
prendiamo come decisione l’idea di andare a pranzo dopo la lezione e la
decisione è mangio o non mangio una fetta di torta? Prendiamo la
generalità X, le decisioni per l’impresa chiaramente sono decisioni
economiche. Cosa fa l’economista?
1) Fa un’analisi costi-benefici. Analisi costi-benefici sono la
considerazione dei pro e dei contro, analizzando i costi e elencando i
benefici, quantificarli e prendere la decisione. Es.: nel caso della fetta di
torta cosa consideriamo? Prezzo, tempo e fa ingrassare. Il prezzo è costo
monetario uguale per tutti, mentre gli altri coefficienti son soggettivi e
sono variabili da persona a persona. Quando mangiamo la fetta di torta?
Quando la somma dei benefici è maggiore dei costi. Perciò se i benefici
sono maggiori dei costi decido di compiere l’attività X.
2) Quali costi considerano gli economisti? Es.: iscriversi all’università.
Costi: retta universitaria, vitto alloggio, trasporti (in senso monetario e
temporale), impegno, rinunciare a lavorare subito. Benefici: piacere di
studiare, status di laureato, ampliamento della propria cultura,
soddisfazione personale, conoscere nuove persone, aspettative di lavoro
migliore. La componente di incertezza è l’aspettativa di lavoro migliore e
la rinuncia di lavorare subito che rappresenta anche costo-opportunità).
Cos’è il costo-opportunità? È il costo della migliore alternativa a cui
rinuncio. Trade-off sono usi alternativi delle risorse. Se quantifico il costo-
opportunità scelgo l’alternativa migliore a cui rinuncio. E considero anche
i costi-irrecuperabili (es. biglietto treno).

30/09:
3) Incentivi: tenere conto del fatto che individui e persone quando
decidono rispondono a incentivi. Cos’è un incentivo? L’incentivo è un
premio/punizione che l’individuo riceve se si comporta in un determinato
modo, posso avere guadagno (incentivo positivo) o perdita (incentivo
negativo), che si ricevono in risposta ad un certo comportamento (es.: se
uso l’auto elettrica, che ha costi elevati, lo Stato mi aiuta ad acquistarla per
un miglioramento della società/ambiente). Di incentivi ce ne sono di
tantissimi tipi, perlopiù monetari (lo Stato usa le tasse), altri es.: voto in
università è l’incentivo non monetario di uno studio.
Per fare qualcosa c’è bisogno di una motivazione estrinseca per
comportarsi in un certo modo, cioè qualcosa di esterno rispetto a quello
che uno vuole (intrinseco) fare che conduce al comportamento adatto per
ricevere l’incentivo.
NUDGE: significa “spinta gentile”. Non fa riferimento a premi e punizioni
(no incentivo monetario), ma rappresenta la scelta per indurre le persone a
compiere le decisioni migliori (es.: porzioni di pop corn ridotte che
scocciano i clienti ad alzarsi e comprarne altri o trasportarne tanti in una
volta). Il nudge ha l’obiettivo di farvi scegliere la cosa migliore, senza
impedire nulla. Spesso si ricorre a nudge e non a incentivi monetari perché
spesso non funzionano (es.: sigarette, alzare il prezzo non funziona, allora
sono state inserite immagini; nel caso di guida, se infrangiamo il codice
veniamo multati e se non è sufficiente si scalano punti).
Il metodo in economia politica è SCIENTIFICO 1) si osserva la realtà;
2) elaboriamo una teoria dalla realtà e formuliamo IPOTESI/
generalizzazione della teoria; 3) test empirico della teoria, perciò di nuovo
osservo la realtà e così via fino a che la teoria non corrisponde alla realtà.
Come riassumo la teoria economica? Uso modelli che sono una
rappresentazione semplificata della realtà. Abbiamo due modelli: 1)
matematici e 2) grafici. Servono per fare l’analisi descrittiva o positiva e
l’analisi normativa. Analisi descrittiva descrivo la realtà per le sue
caratteristiche principali perciò dice com’è la realtà. Analisi normativa
come dovrebbe essere la realtà (concetto di efficienza nell’uso delle
risorse scarse importante in questa fase).

DOMANDA e OFFERTA: microeconomia


microeconomia guarda i singoli individui/agenti, macroeconomia guarda i
consumatori/acquirenti/compratori e imprese/venditori/produttori.
La domanda viene dai consumatori, l’offerta viene dal lato della
produzione.
Concetto di mercato importante come introduzione di domanda e offerta,
cos’è il mercato? “Luogo” dove si incontrano domanda e offerta, dove
interagiscono consumatori e imprese.
DOMANDA (consumatori). È la relazione tra il prezzo di un bene e la
quantità domandata di quel bene ceteris paribus (= a parità di altre
condizioni, cioè tenendo costante tutto ciò che può influenzare la quantità
domandata di quel bene). La curva di domanda e la domanda stessa si
concentrano sulla relazione prezzo/quantità, non sulle condizioni esterne
che rimangono costanti.
In merito alla domanda abbiamo da considerare lo SCHEMA di domanda,
la CURVA di domanda e la FUNZIONE di domanda.
Schema/scheda di domanda= relazione tra prezzo e quantità, ad ogni
livello di prezzo corrisponde una precisa quantità, la relazione tra prezzo e
quantità domandata è la proporzionalità inversa. Sono le varie
combinazioni tra prezzo e quantità rappresentati in tabella.
Curva: rappresentazione grafica.
Funzione: equazione.
La proporzionalità inversa è la LEGGE della DOMANDA alzo il
prezzo, i consumatori consumano meno, con eccezioni come per esempio
l’aumento del prezzo dei medicinali necessari per la cura di una persona.
Prezzo= P
Quantità= Q
Legge della domanda: se P aumenta Q diminuisce;
se P diminuisce  Q aumenta.
Esempio:
Q= 100-2p  funzione di domanda, LINEARE (retta). Dove vedo che si
rispetta la legge della domanda? Ci deve essere un meno nella relazione tra
Q e P, es.  se P=0, Q=100-0=100, se P=10  Q= 100-(2x10)? 100-
20=80.
Curva di domanda: metto nel grafico i punti che ho trovato, per
convenzione metto P in verticale (ordinate), e Q in orizzontale (ascisse).
GUARDO QUADERNO.

Domanda a ramo di iperbole (equilatera): la scrivo in forma diretta 


Q= 6/p, proporzionalità inversa. Come trovo l’inversa? QUADERNO.

Distinzione tra spostamenti LUNGO la curva di domanda o DELLA


curva di domanda.
1) Lungo la curva di domanda quaderno. Cosa succede se aumenta il
prezzo da Pa a Pb? Il consumatore reagisce all’aumento di prezzo (Pb>Pa)
riducendo la Q domandata. Quando cambia il prezzo ci spostiamo
LUNGO la curva di domanda. La curva di domanda riassume la reazione
del consumatore a variazioni di prezzo.
2) Altro spostamento? Quello di TUTTA la curva, perciò della curva
intera.
D0= domanda iniziale, succede uno shock esogeno che sposta la curva e
fa riferimento alla variazione di un fattore che influenza la quantità a parità
di prezzo, non succede nulla a P, succede qualcosa di esterno che sposta
l’intera curva (quaderno) verso l’esterno o l’interno e non è uno
spostamento legato ad una variazione di P ma ad altro (fattori che rientrano
nel ceteris paribus, a parità di altre condizioni). Quali sono questi fattori
che determinano/che causano spostamenti DELLA curva di domanda?
a) reddito: variazioni di reddito di un consumatore (quaderno). Per ogni
livello di prezzo del biglietto della metro consumerò comunque poco
perché utilizzerò il taxi. L’effetto del reddito dipende dal tipo di
bene/servizio: 1) beni normali, 2) beni inferiori. Bene normale= il
consumo/domanda aumenta all’aumentare del reddito (es. utilizzo di taxi),
beni inferiori= si riduce il consumo/domanda all’aumentare del reddito (es.
utilizzo mezzi pubblici). Il reddito lo indico con I (i maiuscola) che sta per
“income”, i beni normali se I aumenta la Q aumenta (o diminuiscono
entrambi), beni inferiori se I aumenta la Q diminuisce (o viceversa, se I
diminuisce Q di beni inferiori aumenta).
Guarda quaderno in data 1/10.

1/10:
b) prezzo dei beni collegati/correlati: collegato o correlato vuol dire che i
beni sono sostituti o complementari/complementi. Beni sostituti sono quei
beni che soddisfano lo stesso bisogno (es.: burro e margarina, grano e riso,
pepsi e coca cola), mentre i beni complementi sono utilizzati INSIEME per
soddisfare lo stesso bisogno (es.: calze e scarpe, automobile e benzina).
Ipotizziamo che ci sia uno shock sul prezzo di un bene in una coppia di
sostituti e complementi.  quaderno.

c) preferenze o gusti: tutti quegli shock che incidono sull’attitudine del


consumatore verso un certo bene (es.: diminuzione delle macchine diesel e
aumento dell’utilizzo di macchine gpl/benzina). Shock favorevole a un
bene: sviluppo internet aumenta la domanda di computer a parità di
prezzo di computer (la curva di Q si sposta verso l’esterno). Shock
sfavorevole a un bene: utilizzo diminuito dell’olio di palma (la curva di Q
si sposta verso l’interno).
Questo concetto vale sia per una domanda individuale (un solo individuo)
che per una domanda aggregata (più individui). La domanda di mercato
considera tutti gli individui di quel mercato. Es.: domanda di Alessandro
Qa= 8-3p, domanda di Beatrice Qb= 12-4p, sono funzioni di domanda
perché c’è il MENO (entrambi i coefficienti sono negativi, cioè -3p e -4p).
Domanda aggregata di Alessandro e Beatrice? Sommo le quantità, cioè
faccio una somma per orizzontale o somma orizzontale (variabile che
ho sull’asse orizzontale, cioè Q). Prendo le due funzioni di domanda in
forma diretta e sommo le quantità. Q aggregata= Qa+Qb= 8-3p+12-4p=
20-7p.
Domanda di mercato? Si ipotizza che ci sia un consumatore
rappresentativo, che rappresenta le caratteristiche più comuni dei
consumatori di quel mercato. Nel caso di Alessandro e Beatrice considero
per es. la domanda di Alessandro come la più rappresentativa dei
consumatori e moltiplico la Qa (8-3p) per il numero di consumatori di
quel mercato. Es.: N=1000, avrò (8-3p) x1000= 8000-3000p, forma
DIRETTA e questa è la domanda di mercato.

OFFERTA è la relazione tra il prezzo di un bene e la quantità


OFFERTA di quel bene, ceteris paribus.

2/10:
L’offerta riassume le decisioni dei produttori. Per convenzione si indica
con S (supply)/O.
Cos’è la produzione? Il modello di produzione è come le imprese
producono e rispecchia le regolarità dei processi produttivi. L’impresa
coincide con la sua tecnologia, la tecnologia rappresenta il modo in cui si
combinano gli input/fattori produttivi per produrre gli output/bene (finale).
Gli input sono le materie prime, il lavoro, il capitale che consiste negli
investimenti del processo produttivo. Il bene finale è quello destinato ai
consumatori. Cosa indica il prezzo e cosa il costo? Prezzo dell’output (P) è
il prezzo del bene finale acquistato dai consumatori, per i consumatori è
un’uscita mentre è un’entrata per i produttori. Gli input sono un costo per
l’impresa/produttori, es. assumere lavoratori vuol dire pagare un salario.
Quindi i costi si riferiscono agli input, processo produttivo. Cosa succede
all’offerta? È la relazione tra P del bene finale e Q offerta di quel bene,
ceteris paribus. Il produttore è disposto a offrire quando il prezzo è alto,
perché è un’entrata. Aumenta la Q offerta venduta. È una relazione
direttamente proporzionale tra P e Q. Se P aumenta Q aumenta, se P
diminuisce Q diminuisce proporzionalità diretta tra P e Q. Se la
domanda è decrescente, l’offerta è crescente. La curva di offerta in forma
diretta: S= (f)DP, curva di offerta inversa: P=(f)DQ.
Funzione di offerta: S=40+p (è offerta perché c’è il +).
Scheda/schema: P=0 Q=40
P=10 Q=40+10=50
Grafico: P ordinata, Q ascissa. Curva crescente (parte dall’origine verso
l’alto).
Quando rappresento la D o l’S (quaderno, ariel).
Inversa: P=-40.
Come sposto gli elementi da una parte all’altra in una formula inversa? In
una funzione lineare cambio il segno,

Spostamento LUNGO la curva di S, e DELLA curva di S.


1) spostamento LUNGO avviene come per la D, cioè quando cambia
una delle due variabili sugli assi, in genere cambia di più il prezzo.
[Quaderno]
Se il produttore può vendere ad un P più alto, sarà disposto a vendere una
quantità maggiore perché è più incentivato a vendere (avrà più
guadagno) legge dell’offerta. Se P scende sono disposti a vendere meno
perché hanno meno guadagno. I fattori sono a parità di condizioni, ceteris
paribus.
2) spostamento DELLA questi spostamenti sono causati da tre gruppi o
classi di fattori.
a) prezzi degli input o fattori produttivi: per es. supponiamo che il bene
finale è una bottiglietta d’acqua e aumenta il P della plastica. Lo schock
esogeno è l’aumento del prezzo della plastica. [quaderno] Cosa succede
alla curva di offerta? Ci sono due modi di ragionare: 1) ragiono “a parità di
quantità”, l’impresa vende la bottiglietta ad un P più alto (sostiene costi
più alti e così li copre); 2) ragiono “a parità di prezzo”, l’impresa vende
allo stesso prezzo una Q minore perché è meno incentivata a vendere
perché la distanza tra P e costo è minore (scende il margine prezzo-costo
detto profitto unitario). // Se invece il prezzo P di un fattore/input del bene
finale diminuisce cosa succede? [quaderno]. Il salario di chi imbottiglia
queste bottigliette in plastica scende perché è assimilabile al prezzo del
lavoro che è input produttivo. Quando il salario (W) scende a parità di P
l’impresa vende Q maggiore, a parità di Q l’impresa vende a P minore
(vedremo che dipenderà dalla concorrenza, questo accade solo in caso di
concorrenza perfetta).
b) miglioramenti o peggioramenti della tecnologia (cambiamenti della
tecnologia). Con cambiamenti (positivi e negativi) si intendono le modalità
con cui si combina l’input con l’output. I cambiamenti possono rendere la
tecnologia più efficiente o meno. Tecnologia efficiente vuol dire che è una
tecnologia che ha bisogno di meno input per produrre la stessa quantità di
output. Se la produzione è una torta e gli input sono pasticcere e
ingredienti, più il pasticcere è bravo a ottimizzare i prodotti più la
tecnologia è efficiente, diversamente se il pasticcere spreca di più la
tecnologia è meno efficiente. Tecnologia efficiente ha costi minori, non
efficiente ha costi maggiori. Non ho una riduzione del P dell’input ma ho
un utilizzo minore o maggior dell’input. In una tecnologia non efficiente
l’impresa usa Q minore per produrre lo stesso output (non aumenta il
prezzo ma sono aumentati i costi). Come si sposta la curva nel caso di
miglioramento o peggioramento della tecnologia? [quaderno].
c) condizioni meteorologiche: la produzione dei prodotti agricoli è
soggetta a condizioni meteorologiche a favore o sfavore del processo
produttivo. Consideriamo il caso del vino, un’ottima annata è un vino dato
da condizioni favorevoli, in tal caso la produzione della Q sarà maggiore a
parità di P e tecnologia, se il vino venisse da un’annata sfavorevole alla
produzione del vino stesso, a parità di P e tecnologia, produrrà meno Q.

Tutto ciò detto finora vale sia per offerta individuale (della singola
impresa) che per offerta aggregata (di più imprese) e se considero tutte le
imprese sto considerando l’intero mercato.
Come dall’offerta della singola impresa si arriva a quella del mercato?
Faccio moltiplicazione. Supponiamo di avere un’impresa rappresentativa,
l’offerta individuale è Q=3+2p (+ vuol dire offerta). Supponiamo che in un
mercato ci siano N=200 imprese identiche rappresentative dell’impresa
individuale. Dobbiamo trovare l’offerta aggregata o di mercato.

4/10:
Spostamento aula: lunedì e martedì h 12.30-14 in aula 208. Recuperi:
18/10 e 8/11.
Primo parziale nella prima settimana di novembre (da confermare),
secondo parziale nelle date di 12/12 o 16/01.
Per trovare l’offerta di mercato, che è un’offerta aggregata dove si
considerano tutte le offerte di quel mercato, dobbiamo fare NxQ=
600+400p.

Equilibrio di mercato:
l’equilibrio di mercato è la situazione in cui si soddisfano entrambe le
categorie di agenti economici (consumatori e imprese).
Grafico [quaderno]. L’equilibrio è nel punto di intersezione.
Analiticamente se ho:
D Qd= 100-2p (“meno” è domanda e nel grafico è inclinata
negativamente)
S Qs= 40+p (“più” è offerta e nel grafico è inclinata positivamente).
Equilibrio?
Q*= Qd= Qs
100-2p=40+p
-2p-p=40-100
-3p= -60
3p=60
p=20.
Q* sostituisco nell’offerta: Q*= 40+20= 60.
Perché un prezzo che non sia P* non può essere equilibrio? Cosa succede
se in un mercato prevale un P che non è quello di equilibrio? (cosa succede
se un certo bene in un certo momento è venduto a un P più alto o più
basso?)
[quaderno]- scelgo P1>P*. – eccesso di OFFERTA. È una situazione
inefficiente perché c’è spreco di risorse, quindi il mercato induce i
produttori ad abbassare il prezzo, facendo vedere che se a quel P non
vendono quanto vorrebbero è necessario abbassare il prezzo. Il prezzo
smette di scendere quando si arriva a P* e non si elimina l’eccesso di
offerta.
Cosa succede se il prezzo è più basso del P*? P2<P*. Si crea un eccesso di
DOMANDA [quaderno] perché la Q domandata è maggiore di quella di
offerta (S). L’eccesso di domanda è la distanza tra Q2D e Q2S. Succede
che il P è basso e le imprese sono disincentivate a produrre e perché c’è
eccesso di domanda? Perché ci sono più consumatori che vorrebbero
acquistare che quanto le imprese producono. Se il prezzo è basso ai
produttori non conviene produrre tanto perché non coprirebbero i loro costi
e il problema qual è ora? C’è domanda INSODDISFATTA. Anche questa
è una situazione inefficiente perché c’è chi vuole scambiare e non può
farlo perciò non solo spreco ma anche domanda insoddisfatta è
inefficienza. Cosa fa il mercato? Alza il prezzo per razionare le risorse
scarse seleziona i consumatori con maggiore disponibilità a pagare e
incentiva le imprese a produrre. Al prezzo di equilibrio non si arriva in
modo pianificato, è il mercato che da solo si aggiusta in termini di prezzo,
è questo è il modello libero di mercato nel senso che il mercato è libero di
arrivare spontaneamente al prezzo fenomeno detto “economia mista”.
Legge dell’equo canone? Anni ’70 (1978) questa legge ha stabilito un tetto
massimo per gli affitti nelle grandi città. Perché c’è stata necessità di
questa legge? Perché negli anni ‘60/70 c’è stata migrazione dalla
campagna alle città ed erano prevalentemente persone in cerca di lavoro e
avevano bisogno di case in affitto e lo stato interviene a sostegno. In
termini economici c’è stato uno shock esogeno che consisteva
nell’aumento della domanda di affitti in città. Shock che riguarda il gusto e
le preferenze di coloro che cercano casa. [quaderno]. Con l’aumentare
della Qd di case in affitto aumenta anche la Qs di case offerte e si
ristabilisce un nuovo equilibrio che presenterà nuova Q1 e nuovo P1 che
sale, essendoci tanta domanda salgono i prezzi delle case in affitto. È qui
che interviene la legge equo canone (governo Andreotti del ’78) che fissa
un tetto massimo di affitto. Ovviamente si crea eccesso di domanda e cosa
succede? Mercato nero, perché cresce la domanda ma meno l’offerta. La
legge nonostante abbia avuto scopo di equità ha creato spreco di risorse
ritirando case dal mercato dall’affitto maggiore e difatti questa legge è
stata abolita. Conclusione: ogni volta ci sia un intervento che sposta
l’equilibrio si crea inefficienza. È stato quindi un intervento distorsivo
perché: a) altera l’equilibrio di mercato, b) spreca risorse, c) forma un
mercato nero non regolamentato. Sarebbe stato più efficace/efficiente
perseguire l’equità sussidiando i lavoratori per esempio, non incidendo sul
prezzo di mercato. Un altro es.: nei promessi sposi (cap.12), calmiere al
prezzo del pane, i produttori smettono di vendere pane perché c’è stata
carestia che ha causato un aumento del prezzo del grano. [quaderno]
7/10:
[soluzione esercizi, quaderno].

8/10:
[soluzione esercizio n.3, quaderno].
Elasticità:
l’elasticità è la sensibilità di un agente rispetto ad una variazione. Ci sono
vari tipi di elasticità ma noi ci concentreremo sulla elasticità della
domanda al prezzo. Perciò ci interessa la domanda e vediamo quanto il
consumatore è sensibile alla variazione del prezzo, sensibilità in che
senso? Se P aumenta Q diminuisce, se P diminuisce Q aumenta =
LEGGE DELLA DOMANDA. L’elasticità ci dice in più, di quanto la
domanda aumenta o diminuisce in variazione del prezzo, perciò la
sensibilità è di QUANTO varia la quantità domandata. È indicata con
epsylon greca (E), e la formula è: deltaQ%/deltaP% (variazione
percentuale della quantità domandata, diviso, la variazione percentuale del
prezzo), l’elasticità dice di quanto varia in % la quantità domandata in
risposta ad una certa variazione percentuale del prezzo.
Valori dell’elasticità e classificazione:
1) in base alla legge della domanda, deltaQ% ha sempre segno opposto di
deltaP% (se uno aumenta l’altro diminuisce). Se la variazione del p è
negativa, quella della q sarà positiva e viceversa. Di conseguenza – x +=
meno, quindi l’elasticità è sempre negativa ma io la prendo in valore
assoluto e metto la E di elasticità tra due sbarrette.

Possibili valori di elasticità:


a) elasticità in valore assoluto=1 (elasticità unitaria). Applicando la
formula di prima metto tutte e due le variazioni sotto valore assoluto, non
considero quindi il meno, elasticità unitaria è perché sopra e sotto ho la
stessa quantità (deltaQ%=deltaP%). Es.: se aumento P del 20%, Q
diminuisce del 20%, se diminuisco P del 50%, Q aumenta del 50%).
b) elasticità in valore assoluto maggiore di 1. deltaQ%/deltaP% > 1, quale
variazione è più forte? La quantità! Perché il numeratore è più grande del
denominatore, quindi ho deltaQ%> deltaP%. Quindi data una certa
variazione di prezzo, la variazione della quantità è più forte (più che
proporzionale) - questa è detta domanda elastica o consumatore molto
sensibile a variazione di prezzo (reagendo alla variazione del prezzo
modificando molto la quantità domandata. Es.: p aumenta del 20% (deltaP
%), il consumatore reagisce riducendo la q del 40% (deltaQ%), calcoliamo
E: 40% / 20% = 2 > 1  domanda ELASTICA. Ci sono domande che
presentano elasticità maggiore (es.: deltaQ%= 80% e avrò elasticità=4,
quindi la domanda sarà elastica ma più della precedente la domanda è
più elastica all’aumentare di E in valore assoluto. Si può avere elasticità
infinita, cioè di fronte ad un P che aumenta non solo la domanda
diminuisce ma il consumatore non acquista più  caso limite. Quindi la Q
domandata diventa 0.
c) elasticità < 1. Il valore dell’elasticità è compresa fra 0 e 1 perché
l’elasticità è considerata in valore assoluto (quindi non importa il segno).
In questo caso la domanda è RIGIDA/ANELASTICA/INELASTICA. La
quantità domandata varia poco e il consumatore è poco sensibile alla
variazione del prezzo. Caso limite il consumatore non risulta sensibile
alla variazione del prezzo e può succedere che non vari la quantità
domandata. E= 0: domanda perfettamente rigida cioè quando il
consumatore non varia la quantità domandata. Es.: P aumenta del 3%, Q
aumenta dell’1%= 1 / 3= 1/3 < 1 domanda RIGIDA. Es. di domanda
perfettamente rigida: P aumenta del 3%, Q non varia= 0 / 3= 0<1
domanda perfettamente rigida.

2) relazione tra elasticità e spesa totale del consumatore. Cos’è la spesa


totale? È quanto il consumatore spende per acquistare tutte le unità che
acquista, spesa totale (ST) = PxQ. Dal punto di vista del produttore la
spesa totale è il ricavo totale (quanto al produttore entra vendendo a quel
consumatore). [quaderno].

9/10:

Anche nel caso di spesa totale si può parlare di domanda RIGIDA.


Consideriamo il caso in cui il P aumenta, Q diminuisce. Domanda rigida
vuol dire che il consumatore è poco sensibile a variazioni di prezzo (meno
che proporzionalmente, in percentuale minore alla variazione di prezzo).
La quantità diminuisce poco, perciò il prezzo ha un ruolo più forte rispetto
alla quantità (per questo due freccine su P). Se domanda rigida l’effetto sul
prezzo è più forte, mentre sulla quantità meno forte, quindi prevale
l’effetto sul prezzo e la spesa totale aumenta. Con domanda rigida al
produttore conviene aumentare il prezzo perché il consumatore rimarrà
meno o poco sensibile alla variazione. Con domanda rigida non conviene
al produttore abbassare il prezzo.
Ricapitolando: conviene abbassare il prezzo con domanda elastica,
conviene alzare il prezzo con domanda rigida.

vocale riparto da 19’ 30’’

14/10:
PARZIALE martedì 5/11, due turni, iscriversi tramite unimia, due
domande teoriche, due esercizi. Lunedì 4 novembre ripasso/esempi di
domande.

Elasticità della domanda al prezzo:


6) domanda lineare con pendenza standard (né 0 né infinito). Es.: P=80-
2Q, elasticità puntuale: 1/pendenza x p/Q pendenza: -2 (coefficiente di
Q, se non ce l’ho la ricavo con formula inversa), mi mancano P e Q (il
valore di E dipende dal punto in cui la calcolo, cioè dalla combinazione
prezzo/quantità. Troviamo l’intercetta orizzontale della funzione di D
(punto in cui la f di D incontra l’asse orizzontale) [quaderno].

NB Domanda A RAMO DI IPERBOLE ha E in valore assoluto


SEMPRE (in tutti i punti) =1.
La domanda LINEARE ha E=1 SOLO nel punto MEDIO. [quaderno]
USEREMO SEMPRE DOMANDA LINEARE.

15/10:
[correzione esercizi su elasticità dal n.2 al n.5]
Concludiamo la parte sull’elasticità.
Tipi di elasticità:
1) elasticità della domanda al reddito consideriamo il consumatore e
abbiamo visto che il reddito è uno dei fattori che determina la posizione
della curva di domanda nel piano (spostamento della curva) che dipende
dal tipo di bene (normale o inferiore). L’elasticità della domanda al reddito
dice quanto varia la Qd in risposta a variazione di reddito. Sensibilità
del consumatore, in questo caso, è a variazione di reddito non di prezzo.
Formula: E= variazione%Q / variazione%I. A seconda del segno
classifichiamo il bene come normale o inferiore, perciò l’elasticità non è
presa in valore assoluto. Le variazioni di I e Q sono concordi in quanto
vanno nello stesso segno, se I aumenta la Q aumenta, se I diminuisce la Q
diminuisce beni normali (elasticità al reddito positiva). Viceversa, sono
discordi se I aumenta consumo meno Q, se I diminuisce consumo più Q
beni inferiori (elasticità al reddito negativa). Es.: l’elasticità di reddito di
questo bene è -3, il segno è importante per capire se il bene è inferiore o
normale, in questo caso è inferiore.
Consideriamo i beni NORMALI  a) beni di prima necessità non
reagiscono a variazioni di reddito, per cui l’elasticità al reddito è compresa
tra 0 e 1, la sensibilità al reddito è scarsa; se I varia, varia anche la
domanda di questi beni ma meno che proporzionalmente, non è domanda
rigida, semplicemente non ha reazione di reddito. b) beni di lusso forte
sensibilità al reddito. Se I varia, la domanda varia più che
proporzionalmente. Elasticità di reddito maggiore di 1.
Elasticità al reddito=0, cosa succede? Vuol dire che la variaz. % della Q
rispetto a quella del reddito è uguale a 0, ma quando è uguale a 0? Quando
il numeratore è uguale a 0 beni per cui se I varia, la Qd non reagisce a
variaz. di reddito. E’ elasticità al reddito perfettamente rigida.
Elasticità al reddito=1, variaz. Q% / variaz. I% =1, numeratore e
denominatore c’è lo stesso valore affinché l’elasticità sia 1. Q reagisce alla
variazione di I nella stessa proporzione.

Curva di Engel  relazione tra I e Qd, ceteris paribus. Q in ascisse e I in


ordinate. Al P, nel grafico, sostituisco I. Se disegno una curva di Engel
crescente che bene avrò? NORMALE. Se disegno una curva di Engel
decrescente avrò un bene INFERIORE. Elasticità al reddito positiva per i
beni normali e curva inclinata positivamente, elasticità al reddito negativa
per beni inferiori e curva inclinata negativamente.
16/10:
Elasticità incrociata: positiva quando è maggiore di 0. L’elasticità
incrociata è l’elasticità della domanda di un bene X, al prezzo di un altro
bene Y. Incrociata perché fa riferimento a due beni diversi che hanno una
relazione tra di loro, se non hanno relazione l’elasticità incrociata=0.
Supponiamo che il P di Y aumenti, per l’effetto immediato sulla Q di Y
per la legge della domanda scende, se voglio elast. incrociata positiva devo
avere numeratore e denominatore che vanno nello stesso verso (variaz. Qx
e variaz. Py devono andare nella stessa direzione), per cui per avere variaz.
nella stessa direzione la Qx deve aumentare. Se ho che la Qx aumenta, Qy
diminuisce non sono beni complementari, ma devono andare nella stessa
direzione, in questo caso sono sostituti Qx e Qy in verso opposto = beni
sostituti. In termini di elasticità, quella positiva è quella relativa ai beni
sostituti.
Elasticità incrociata NEGATIVA? Parto da un aumento del Py, l’effetto
immediato è sul bene Y e per la legge della domanda Qy scende.
Relazione che ci porta in verso opposto (negativa), e avrò che la Qx scende
dato che il Py è aumentato. Vanno in direzione opposta Qx e Py, mentre i
due beni vanno nella stessa direzione perché li uso insieme. Concludiamo:
elasticità incr. positiva sono beni sostituti, quando è negativa sono
complementi.
[Rifate il ragionamento con Py che scende.]

Es. di esercizio: l’elasticità incrociata tra X e Y è 4, di che tipo di beni


si tratta? Motiva la risposta.

Elasticità dell’offerta: riguarda il produttore. In questo caso l’elasticità


cattura la sensibilità del PRODUTTORE a variazione di prezzo.
Definizione: variaz%Qs in risposta ad una certa variazione del prezzo. Si
indica con una epsylon con S (supply/offerta)= deltaQs%. Elasticità
calcolata in un punto 1/pendenza della curva di S x P/Qs, è sempre una
sensibilità perciò il concetto è lo stesso nel caso della domanda. Aldilà
delle formule, la differenza sta nel fatto che l’elasticità della domanda è
NEGATIVA, quella dell’offerta è sempre POSITIVA (curva di offerta
inclinata positivamente per la legge dell’offerta). Pendenza va in forma
inversa. Es.: P=1/2Q+5, elasticità dell’offerta nel punto in cui P=25?
Trovare la pendenza e poi P e Q. Pendenza= quando ho la forma inversa è
il coefficiente di Q, perciò in questo caso è ½. [quaderno].

Surplus c’è sia per il consumatore che per il produttore.


Surplus del consumatore: è una misura del benessere del consumatore.
Riprendiamo il concetto della curva di domanda e diamo
un’interpretazione diversa ragionando in termini di disponibilità a pagare
del consumatore. La curva di domanda ci dice quanto il consumatore è
disposto a pagare per ogni livello di Q, questo concetto è detto
“disponibilità a pagare o prezzo di riserva o prezzo massimo che il
consumatore è disposto a pagare”, è cruciale il concetto di prezzo massimo
in quanto la disponibilità a pagare fa riferimento al prezzo massimo al
quale il consumatore è disposto a pagare. Es.: Q caffè al bar e P del caffè.
Com’è fatta la domanda del caffè al bar? Dipende da quanto il bar mi fa
pagare il caffè, se costa €1 io vado tutti i giorni della settimana, se il caffè
costa €5 ci andrei solo la domenica, se fosse €2 vado un giorno sì e uno no,
congiungo i punti e trovo la curva di domanda. La curva che ne deriva ci
dice che il primo caffè sono disposta a pagarlo €5, e così via, perciò
ciascun livello di P dice quanto sono disposta a consumare, se ne bevo 4
sono disposta a pagarli €2, se ne bevo 7 sono disposta a pagarli €1.
Supponiamo che il prezzo del caffè sia €1, il produttore fa un P=1, e ho la
curva di S che interseca la mia domanda in P=1 (equilibrio). Il produttore
fa un P=1 a tutti, senza sapere la mia disponibilità di pagare i miei caffè,
dove sta il mio benessere/surplus? Deriva dal fatto che il consumatore
paga per alcune unità un P inferiore alla sua disponibilità a pagare, pago
per es. il mio primo e unico caffè €1, anche se sono disposta a pagarlo €5,
quindi tutte le unità fino alla settimana io le pago meno rispetto a quanto
sono disposta a pagare se bevessi un caffè alla settimana (che pagherei €5)
o se ne bevessi quattro (che pagherei €2 a caffè). [quaderno]

Concorrenza e monopolio: le forme di mercato rappresentano il modo in


cui le imprese competono tra di loro. Se c’è concorrenza c’è molta
competizione tra le imprese.
Quale forma di mercato è meglio dal punto di vista dell’efficienza per la
società? Il surplus ci serve per stabilire quale forma di mercato è più
efficiente per la società. Il monopolio è inefficiente per la società.
Tariffa in due parti cos’è? È quella che noi paghiamo quando paghiamo
il prezzo iniziale per accedere ad un servizio-bene e poi paghiamo in base
alle unità consumate. Es.: paghi iscrizione in palestra e in base ai corsi a
cui mi iscrivo pago il singolo corso. La prima parte della tariffa può
arrivare al massimo al valore del surplus, se è più alta del surplus non c’è
benessere e il consumatore non acquista. Es.: iscrizione ad un circolo di
tennis, il bene o servizio è il numero di campi di tennis affittati,
supponiamo che la D dei campi da tennis sia P=80-2q, dove Q è la quantità
dei campi di tennis che in un anno affitto, P è il prezzo dell’affitto. Il
consumatore paga una prima parte che è l’iscrizione al circolo, la seconda
parte è l’affitto del singolo campo da tennis (es.: €40). Quanto al massimo
chi è proprietario del circolo può farvi pagare l’iscrizione? Quanto al
massimo il consumatore è disposto a pagare per l’iscrizione? [quaderno]
(intercette).

[Cosa succede se P dei campi da tennis aumenta?]

18/10:
Surplus del consumatore se P aumenta. Consideriamo l’effetto di un
aumento del prezzo dell’affitto del campo da tennis. Se P aumenta
abbiamo un altro P di equilibrio, il consumatore sceglie di consumare
meno per la legge della domanda quindi nuovo equilibrio, il surplus è
sempre l’area tra Q e P, ora considero P** (nuovo equilibrio), perciò il
surplus diventa l’area del triangolino sopra. Quello che rimane sotto è la
variazione di surplus, perciò se P aumenta c’è una riduzione del benessere
del consumatore pari all’area del trapezio [area verde sul quaderno]. La
variazione è la variazione di benessere/surplus. Per calcolare l’area del
trapezio/variazione faccio la differenza tra i due surplus con i due prezzi
(P* e P**), oppure area del trapezio (base maggiore+base minore x altezza
/ 2).

Surplus del produttore: è la misura del benessere del produttore. Se


surplus del consumatore è la misura del benessere del consumatore ed è
dato dal fatto che il consumatore paga di meno di quanto è disposto a
pagare, in questo caso c’è un’interpretazione alternativa dell’offerta, ossia
se la D ci dà la disponibilità a pagare, l’offerta ci dice il prezzo MINIMO a
cui il produttore è disposto a offrire, il suo surplus/benessere deriva dal
fatto di ricevere di più rispetto al minimo a cui è disposto a offrire. Prezzo
è quanto i consumatori pagano e quanto i produttori ricevono. [quaderno]
Se il P aumenta, nel caso del produttore c’è un miglioramento del surplus
(a differenza di quello del consumatore che scende).

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Concentriamoci sul consumatore e la scelta ottima del consumatore.
Qual è l’obiettivo del consumatore che vuole massimizzare la sua
soddisfazione o utilità?
Consideriamo tre aspetti:
1) preferenze o gusti del consumatore ciò che il consumatore VUOLE
consumare.
2) vincolo di bilancio ciò che il consumatore PUO’ consumare.
3) scelta ottima ciò che il consumatore EFFETTIVAMENTE sceglie di
consumare/consuma. Perciò la scelta ottima è l’equilibrio del consumatore
tra ciò che vuole e può consumare.
1) Cosa si intende con preferenze o gusti? Bisogna considerare
innanzitutto un consumatore che abbia a disposizione due beni (x e y).
Sugli assi cosa metto? Bene X in ascisse (asse orizzontale), bene Y in
ordinate (asse verticale), che corrispondono alla Q di X (Qx) e l’altra alla
Q di Y (Qy), ma per convenzione segno solo x e y. Prendo un punto “a”
(sempre minuscolo) che rappresenta una combinazione tra x e y e
suppongo sia un paniere. Prendo un punto “b”, che sarà un altro paniere.
Per sapere se il consumatore preferisce paniere a o b, devo ORDINARE i
panieri per capire qual è il migliore/preferito sugli altri, quindi
l’ORDINAMENTO serve per classificare i panieri e corrisponderà a tre
proprietà (due assiomi senza dimostrazione in quanto auto evidenti e un
principio).
1) assioma di completezza non ha bisogno di dimostrazione, serve per
escludere le situazioni in cui il consumatore non è in grado di scegliere.
Dati due panieri a e b il consumatore è sempre in grado di dire se a è
meglio di b, se b è meglio di a o se a e b sono equivalenti (consumatore
indifferente tra a e b).
2) assioma di transitività è una proprietà di coerenza in quanto il
consumatore è coerente quando fa il confronto tra panieri. Dati tre panieri
a, b e c, se a>b, se b>c cosa succede? A>C (a meglio di c), ed è intuitivo.
Introdurre un terzo paniere non cambia le preferenze sui due precedenti
nella maggior parte dei casi. Se uno dei due è equivalente cosa succede?
Se a>b, b equivalente c, avrò: a>c.
3) principio di non-sazietà (principio in quanto non sempre è
verificato) è detto anche “principio del maialino” o “di più è meglio”. Ci
dice che dato un paniere a, qualsiasi altro paniere che contiene almeno
un’unità in più dei due beni a parità di unità dell’altro, è preferibile ad a.
Graficamente? [quaderno]. Perché è un principio ma non assioma? Perché
non sempre è vero che di più sia meglio, è un principio che dice che il
consumatore non è mai sazio.
Cos’è il punto di domanda nel mio grafico? Bisogna introdurre il concetto
di curva di indifferenza. Il concetto della curva di indifferenza è
l’insieme dei panieri ai quali il consumatore è indifferente in quanto
equivalenti, perciò danno al consumatore la stessa utilità o soddisfazione.
[quaderno]
Perché la curva di indifferenza non è inclinata positivamente? Perché
violerei il principio del maialino, se è indifferenza tutti i punti danno la
stessa utilità [quaderno]. La curva di indifferenza deve essere sempre
inclinata negativamente/decrescente/con pendenza negativa.
Come si chiama la pendenza negativa della curva di indifferenza? La
prendo in valore assoluto, ed è detta saggio marginale di sostituzione.
[quaderno]

21/10:
Saggio marginale di sostituzione  definizione: è il
saggio/tasso/proporzione a cui il consumatore è disposto a sostituire un
bene con l’altro per mantenere inalterato il suo livello di utilità. [quaderno]
Cosa succede se mi sposto (acquisto) dal paniere a al b? Sto mantenendo
inalterato il livello di utilità in quanto tutti i panieri su quella curva sono
equivalenti, cosa fa se si sposta da “a” a “b”? In termini di X in a aveva 2
unità, mentre su b ne ha 6, mentre in termini di Y in a aveva 3 unità ora ne
ha 1. Perciò, per ridurre il consumo di Y di 2 unità e mantenere inalterata
l’utilità, il consumatore deve essere compensato con 4 unità di X. Il
consumatore è disposto a sostituire 2 unità di Y con 4 unità di X. 
ragionando in termini di quantità.

Ragionando in termini di utilità quale tra X e Y dà più utilità/valore?


Mi dà più utilità quello per il quale ho bisogno di meno quantità (y) perché
2 unità di Y valgono 4 unità di X, quindi la singola unità di Y mi dà più
utilità. Il valore della singola unità prende il nome di UTILITA’
MARGINALE (singola unità/unità aggiuntiva). [quaderno]
SMS= rapporto tra le unità marginali dei due beni. L’utilità della singola
unità di X, è metà dell’utilità della singola unità di Y.
Es.:  [quaderno]

Mappa di curve di indifferenza abbiamo una mappa quando abbiamo più


di due curve di indifferenza (ariel lez. 13). Più la curva è in alto/verso dx
più ho utilità, quindi il consumatore vuole stare più in alto possibile (per
principio di non sazietà).

22/10:
Preferenze e funzione di utilità. È una funzione che associa un certo livello
di utilità al consumo di x e y. Con “al consumo di x e y” si intende la
quantità consumata di x e y (utilità aumenta all’aumentare del consumo dei
due beni per il principio di non sazietà). La funzione è detta “funzione
Cobb-Douglas” [quaderno].
Utilità marginale ragioniamo su quella di x (uguale anche per y).
L’utilità marginale è un’utilità aggiuntiva di x, posso anche dire “utilità
che mi dà la singola unità di x”. Io ho una certa utilità pari a 12 quanto
consumo il paniere a e b, se prendo un altro paniere che ha un’unità in più
di x, quando tale consumo contribuisce all’aumento dell’utilità? Come
varia il mio livello di utilità se consumo un’unità in più di x? Quanto
consumare un’unità in più di x contribuisce alla mia utilità? [quaderno e
slide]. Cosa succede per y? [slide lezione 14]. SMS quando c’è e quando
manca la funzione di utilità? [slide lezione 14].
2) Cosa il consumatore può (non più “vuole” consumare? Vincolo di
bilancio (passaggio n.2, guarda pag. 18 appunti).
Reddito scarso, i beni hanno un certo prezzo quindi il consumatore non
può consumare quanto VUOLE. Perciò il vincolo di bilancio mi dice cosa
posso effettivamente consumare.
Ipotesi:
a) supponiamo che il consumatore non fa il prezzo, non lo decide lui ma lo
decide il mercato. Ci sono situazioni in cui invece lo decide, “fa il prezzo”
quando ci sono contrattazioni o sconti sulla quantità (per esempio ne
compri 3 e ne paghi 2; perché fa il prezzo? Perché la decisione di comprare
3 unità e pagarne 2 fa variare il prezzo della singola unità). Per semplicità,
ipotizziamo che il prezzo non dipende dalla quantità acquistata.
b) supponiamo che il consumatore spende tutto il reddito nei due beni
considerati (x e y). Px e Py, I (reddito)= interamente speso in x e y. Un
altro modo per dirlo: questo consumatore che studiamo vive solo un
periodo, non ha senso per cui risparmiare perché il giorno successivo non
c’è più, ma non può spendere più del reddito. Consumare più o meno del
reddito vuol dire che deve esserci un periodo successivo in cui però dovrò
restituire eventuali prestiti.
Vincolo di bilancio spesa di x + spesa di y = reddito, (Px . x)+(Py.y)=I,
ci dice cosa il consumatore può permettersi di acquistare (in termini di
panieri mi dice quali panieri posso permettermi, panieri detti “ottenibili” o
“ammissibili”).
Es.: Px=2, Py=5, I=30, vincolo di bilancio (VDB)? (2.x)+(5.y)= 30.
Rappresento graficamente tale vincolo.
Per rappresentarlo però devo prima trovare l’intercetta orizzontale
(IO): y=0 (sempre), 2x+5.0= 30, 2x+0=30, 2x=30, x=15. Nell’IO il
consumatore spende tutto il suo reddito nel bene x x= I/Px.
Poi trovo l’intercetta verticale (IV): x=0, 2.0+5y=30, 5y=30, y=6.
IV= I/Py. [grafico slide lez.14 pag. 8].
Qual è la pendenza/inclinazione/coefficiente angolare del vincolo di
bilancio? Quanto vale la pendenza? Con domanda e offerta trovavamo la
curva in forma inversa (p=f(Q) ), con VDB stessa cosa, lo scrivo come y=
f (x), in ordinate. Es.: vincolo= 2x+5y=30, ricavo y: 5y=30-2x, y=5-2/5x,
la pendenza è -2/5 (che è in ascisse, x). Quando devo trovare la pendenza
di una curva qualsiasi, si deve sempre scrivere la curva esplicitando in
base alla variabile che c’è in ordinate. In generale, la pendenza del VDB=
-Px/Py (è il costo opportunità del bene x, rispetto al bene y).
Es.  Px=10, Py=5, pendenza VDB? –Px/Py= -10/5 = -2. Se rinuncio a 1
unità di x risparmio 10, e posso acquistare 2 unità di y, perché se rinuncio
a 1 unità del valore di 10, con quei 10 posso acquistare 2 unità del valore
di 5 l’una (totale 10). I panieri sul vincolo sono quelli ottenibili quindi mi
fanno spendere tutto il reddito.

23/10:
Vincolo di bilancio.
Cosa succede se varia uno dei due prezzi? [quaderno]
Cosa succede se varia il reddito? [quaderno]
Per arrivare all’equilibrio del consumatore il terzo passaggio è individuare
la sua scelta ottima. Come si trova? Mettendo insieme preferenze e vincolo
di bilancio (vdb), cosa sceglie il consumatore? [quaderno]
Condizione di tangenza? Due curve sono tangenti in un punto se in quel
punto hanno la stessa inclinazione o pendenza, dunque la pendenza della
curva di indifferenza deve essere uguale alla pendenza del vincolo di
bilancio. Prima condizione il saggio marginale di sostituzione è il valore
assoluto della pendenza della CDI, la pendenza del vdb è –Px/Py, quindi
impongo che sms=rapporto fra i P [quaderno]. Seconda condizione
aggiunto il vdb, risolvo un sistema che ha come prima condizione
sms=Px/Py e come seconda condizione il vdb.
Esempio quaderno.

28/10:
[correzione esercizi su scelta ottima].

Obiettivi dell’impresa.
Sono due:
a) massimizzazione del profitto. Il profitto è il guadagno, cioè la
differenza tra i ricavi totali (che coincidono con la spesa totale del
consumatore) e costi totali. Analizziamo i costi per capire come calcolare
il profitto e quello massimo. Ragioniamo su come l’impresa
produce/tecnologia dell’impresa. La tecnologia dell’impresa è la
combinazione di input per ottenere l’output, quindi è una sorta di scatola
nera in cui input o fattori riproduttivi confluiscono per dar luogo
all’output. Gli input possono essere svariati perciò ne prendiamo due
generici per semplicità (L= lavoro, K= capitale, PL= prezzo lavoro, PK=
prezzo capitale, indicati anche con w= wage salario, e k= tasso di
interesse), gli output sono la quantità Q di un bene finale venduto al prezzo
P. La funzione di costo totale dell’impresa è la somma di tutti i costi dei
fattori che l’impresa usa per produrre l’output Q, in questo caso i fattori
sono Lavoro e Capitale, per cui scrivo costo totale (CT)= costo del lavoro
impiegato + costo del capitale impiegato. CT= (PL.L)+(PK.K). L=
quantità di lavoratori, K= quantità di capitale.
A differenza del consumatore, nel caso dei produttori, si distingue tra
breve e lungo periodo. Breve periodo= si ipotizza che uno dei due fattori
abbia un ammontare fisso, non può essere modificato. Nel lungo periodo
tutti i fattori sono modificabili a piacimento dell’impresa. Es.: breve
periodo, non può modificare il numero dei lavoratori per particolari motivi,
lungo periodo invece l’impresa ha tempo per cambiare tutti i fattori (sia n.
lavoratori che capitale). Si ipotizza nel breve periodo che il capitale sia
fisso (capitale fisso= k con barretta sopra), nel lungo periodo sia L che K
sono variabili. Es.: il PL=20, PK=8, nel breve periodo K=fisso a 4, trova la
funzione di CT? CT= (PL.L)+(PK.K), CT= 20.L + 8.4= 20L+32.

29/10:
Siamo nel breve periodo (uno dei due fattori è fisso, di solito il capitale).
Funzione di CT [quaderno].
30/10:
Modello di concorrenza perfetta, diverse ipotesi:
1) non fanno il prezzo, non lo influenzano (il singolo consumatore acquista
una Q trascurabile rispetto a quella di mercato), sono detti price-taker.
Prendono il prezzo come dato, non possono contrattare e non possono
dettarlo.
2) i produttori non fanno il prezzo, sono detti price-taker. Non è il singolo
produttore a dettare il prezzo ma le infinite imprese che singolarmente
producono una Q trascurabile rispetto a quella di mercato.
3) il bene prodotto è OMOGENEO cioè tutte le imprese producono lo
stesso bene quindi i consumatori sono indifferenti tra acquistare il bene da
un produttore piuttosto che da un altro.
4) nel mercato c’è libertà d’entrata quindi qualunque impresa può entrare
quando vuole, non ci sono barriere d’entrata. Chi fa però il prezzo?
[quaderno, confronto tra domanda aggregata e singola impresa]. La singola
impresa fronteggia la domanda fatta così perché non può influenzare il
prezzo. Tutte le unità vengono vendute a P* (es.: €1) perché la singola
impresa non può permettersi di alzare il prezzo perché è un bene
omogeneo e perderebbero i consumatori che andranno ad acquistare lo
stesso bene ad un prezzo inferiore.
Come cambiano gli obiettivi dell’impresa in CONCORRENZA
PERFETTA?
1) massimizzazione del profitto il profitto si massimizza dove RM e CM
sono uguali (RM=CM).
2) non cessazione dell’attività l’impresa non cessa l’attività quando non
fa perdite ma profitti, quindi RA>CA.
Cosa succede al RM e al RA nel caso di concorrenza perfetta? RM=RA=P.
RM è il ricavo sulla singola unità che vendo e ci fa vedere come varia il
RT quando vendo un’unità in più. RM è sempre uguale a P.
In concorrenza perfetta sono D e S a determinare un certo P* (prezzo di
equilibrio), a quel punto l’impresa verifica se questo P* le consente di
coprire i costi medi (CA) evitando così di avere perdite che portano alla
cessazione dell’attività, per questo P*>CA. Quindi l’impresa offrirà la Q
che massimizza il profitto (P*=CM). [quaderno per esempio]

SECONDA PARTE

6/11:
al secondo parziale si accede se si è sufficienti nel primo (18/30). 12/12 e
primo appello di gennaio si può fare il secondo parziale, secondo appello
di gennaio e febbraio solo intero. Lezione fino al 9/12.

Finiamo parte di micro: equilibrio di concorrenza perfetta nel lungo


periodo. Significa che ciò che abbiamo fatto fino a settimana scorsa era
equilibrio di breve periodo, cosa cambia rispetto al lungo periodo?
Definizione di lungo periodo: c’è lungo periodo quando nel mercato il
numero di imprese è stabile/fisso. Cosa vuol dire stabile? In concorrenza
perfetta c’è libertà di entrata, cioè tutte le imprese che vogliono entrare in
quel mercato possono farlo, non succede nel monopolio questo! Quando le
imprese entrano nel mercato? Quando vedono che c’è possibilità di fare
profitti, quindi il numero è stabile quando non ci sono imprese che entrano
e escono da quel mercato, le imprese entrano per avere profitti (mercato
profittevole, P>CA) e escono quando incorrono in perdite (P<CA,
l’impresa non cessa l’attività quando il RA è superiore al CA). I casi nel
breve periodo erano due: se P<CA si trattava di perdita, l’impresa non esce
nell’immediato dal mercato ma dopo un po’ esce, se P>CA l’impresa fa
profitti; anche in questo caso è così, perciò l’unica possibilità per avere
numero stabile è che i profitti=0 (nulli) e P=CA (al minimo dei costi
medi).
Consideriamo il caso in cui ci siano profitti [quaderno].

MONOPOLIO In monopolio ci sono invece profitti anche nel lungo


periodo. In caso di monopolio è difficile che un’unica impresa venda solo
ed esclusivamente un bene e nessun’altra lo abbia. Quando c’è monopolio?
Ci sono varie ipotesi/modelli:
1) è identica a quella della concorrenza perfetta. I consumatori non fanno il
prezzo, lo prendono per dato (price-taker), non possono influenzarlo. Ci
sono molti consumatori che acquistano una Q trascurabile rispetto a quella
di mercato, quindi non possono trattare sul prezzo.
2) c’è un’unica impresa in questo mercato (impresa monopolista) che fa il
prezzo (price-maker). Rispetto alla concorrenza perfetta non ci sono tante
imprese di piccole dimensioni, ma una sola che serve l’intero
mercato/produce tutta la Q di mercato.
3) la terza ipotesi riguarda il tipo di bene. L’unica che produce è la
monopolista (bene unico) e le imprese al di fuori non producono un bene
omogeneo o sostituto rispetto a quello prodotto dal monopolista. Diverso
dalla concorrenza perfetta dove tutte le imprese producono la stessa cosa e
i consumatori sono indifferenti tra acquistare da un’impresa o un’altra. Il
consumatore non è indifferente ma anche perché in quel mercato c’è solo il
monopolista.
4) nel monopolio non c’è libertà di entrata nel mercato, ci sono “barriere
all’entrata”. Opposta rispetto alla concorrenza perfetta in quanto finché ci
sono profitti anche di lungo periodo le imprese entrano, in questo caso ciò
non accade.
Barriere all’entrata o cause di monopolio
1) barriere di tipo legale: la legge stabilisce chi può vendere un certo bene;
monopolio di stato: sigarette, concessione/appalti: autostrada, pubblica
utilità, brevetti (legato a invenzione): concedono il monopolio di una certa
invenzione (farmaco, prodotto ecc) TEMPORANEO (altrimenti
comporterebbe perdita di benessere se fosse persistente). Il brevetto
incentiva l’innovazione e la protegge temporaneamente perché tutte le
forme di monopolio peggiorano il benessere sociale rispetto ai mercati
concorrenziali (tipicamente hanno durata di 10 o 20 anni, 10 per prodotti
di utilità come i farmaci, e 20 per prodotti commerciale, con possibili
eccezioni). Per brevettare bisogna fare una domanda all’ufficio brevetti
nello stato dove si vuole brevettare l’invenzione. Inoltre contengono
descrizioni molto dettagliate di quella che è l’invenzione per dimostrare il
grado di novità contenuto nella propria invenzione e bisogna rivelare
TUTTO (quindi il brevetto protegge ma rivela anche, quando scadono i 20
anni tale bene protetto in precedenza, ora può essere copiato e
commercializzato).
2) barriere di tipo tecnologico: per come sono fatti costi di produzione/per
quella che è la tecnologia, conviene che un certo bene venga prodotto
soltanto da una impresa. Sono barriere di tipo tecnologico legate a costi
elevati perché di solito ci sono costi iniziali molto alti e non avrebbe senso
avere concorrenza perfetta per esempio nella costruzione di rete ferroviaria
(in quanto costruirla è molto costoso). C’è un forte investimento iniziale e
non conviene che venga sostenuto da molte imprese.

8/11:
Barriere di tipo tecnologico nel caso di barriere di tipo legale il mercato
può essere profittevole per le altre imprese che non possono entrare
(produrre quel bene), nel caso di monopolio con barriere di tipo
tecnologico è all’imprese che può non convenire entrare (produrre), perché
in questo tipo di barriere rientra il “monopolio naturale” cioè è la natura
(inteso per com’è fatta) della funzione di produzione o di costo che fa sì
che sia ottimale per un certo tipo di bene o mercato che ci sia un
monopolista/una sola impresa. Può non essere conveniente entrare perché
se c’è competizione non si riesce a coprire l’investimento iniziale. Quindi
il monopolio naturale è rappresentato da un ingente investimento iniziale.
L’ingente investimento iniziale è che la funzione di CT è data da costi fissi
molto alti [quaderno]. Non conviene che l’impresa entri nel mercato
perché i costi fissi sono altissimi e difficilmente l’impresa copre i costi di
investimento. I costi fissi altissimi li sostiene lo stato per introdurre
competizione.
3) barriere legate al controllo esclusivo degli input o di un solo input.
L’impresa De Beers è quella che vende diamanti e perché è stata
lungamente monopolista nel mercato dei diamanti? Perché metà ‘800
hanno scoperto che nel loro terreno c’era una miniera di diamanti e hanno
cercato di accordarsi con i proprietari delle miniere attorno per fare una
sorta di “cartello” = insieme di imprese che si comportano come un
monopolista, si mettono d’accordo per vendere ad un P alto un bene, in Q
molto ridotte. Comportarsi come monopolista vuol dire vendere/produrre
poco mantenendo un prezzo molto alto. Il cartello, detto anche collusione,
è illegale. Sono barriere di tipo tecnologico in un certo senso anche queste
ma sono considerate caso a parte che riguardano poche situazioni come per
esempio questa della De Beers. Un altro caso di cartello è il petrolio, Paesi
che si accordano per tenere prezzo alto e controllare l’estrazione in modo
che la Q sia ridotta e che il P non si abbassi. Differenza tra cartello e
oligopolio oligopolio prevede poche imprese che competono, mentre il
cartello/collusione prevede poche imprese che si accordano per
comportarsi come monopolista. La concorrenza monopolistica invece
prevede tantissime imprese come per la concorrenza perfetta ma ciascuna è
monopolista nello specifico bene che vende.
Come decide il prezzo il monopolista? (concorrenza perfetta il prezzo lo
decide il mercato, nel caso del monopolio è il monopolista a farlo)
[quaderno].

11/11:
[quaderno]. Cosa succede in caso di domanda perfettamente elastica?
E=infinito (come in concorrenza perfetta) [quaderno]. In caso però di
monopolio non c’è elasticità infinita perché per alcuni beni ci sono beni
sostituti, ma non è detto che sia =0 (non per forza è all’estremo opposto).
Elasticità=0, domanda rigida nel caso di insulina, non avendo beni sostituti
anche se P cresce, acquisto per forza. In concorrenza domanda
perfettamente elastica, in monopolio NON SEMPRE perfettamente rigida.
Equilibrio di monopolio la scelta dell’equilibrio vuol dire scegliere P e
di conseguenza Q, o viceversa, che massimizzi il profitto. Obiettivo quindi
è massimizzare, perciò la regola è quella che riguarda la massimizzazione
in generale: RM=CM. In questo caso non c’è bisogno di verificare la
seconda regola, cioè di non cessazione dell’attività, perché? Perché
essendo il monopolista a scegliere il prezzo non sceglie un prezzo che
massimizzi le perdite, ma facendo lui il prezzo si sceglie quello che
massimizza i profitti. Per l’equilibrio abbiamo bisogno solo di RM=CM.
Bisogna fare due osservazioni in tema di equilibrio di monopolio:
1) [quaderno]. Il monopolista produce sempre nel tratto elastico della
curva di domanda quindi sceglie un punto/combinazione P Q che si trova
nel tratto elastico della curva di domanda. Cosa succederebbe se scegliesse
un punto nel tratto rigido? Lo capiamo tramite l’intuizione economica,
potrebbe ulteriormente aumentare P, aumentando i RT ma vuol dire che
non sta massimizzando il profitto. Quindi se mi trovassi nel tratto rigido il
monopolista potrebbe alzare i RT a parità di costi, ma se può migliorare la
situazione vuol dire che non c’è equilibrio.
2) troviamo il mark-up, cioè la misura di potere del mercato. Il potere di
mercato è la capacità di far pagare un prezzo superiore al proprio costo
(marginale). [quaderno] quello cerchiato è il mark-up, ossia la distanza
prezzo-costo (marginale) in relazione al prezzo (al denominatore) /in
percentuale del prezzo. Che relazione c’è con l’elasticità? Il potere di
mercato è =1/E, perché? Più l’elasticità è alta, più il consumatore è
sensibile e meno il monopolista può permettersi di alzare P. Nella
concorrenza non esiste il potere di mercato, le imprese non hanno potere di
mercato, perché P-CM/P = 1/E, dove l’elasticità è infinita, quindi P-
CM/P = 1/infinito (che dà 0), infatti c’è P-CM/P = 0, P=CM quindi
numeratore 0.

12/11:
rappresentazione grafica dell’equilibrio di monopolio [quaderno]. I costi
marginali nel mio esercizio sono costanti, perché? Perché è una situazione
più semplice.

13/11:
Analisi normativa/di benessere del monopolio si può fare sia con il grafico
dell’esercizio prima ma essendo complicato lo facciamo nel caso più
semplice  [quaderno]. Quando facciamo un’analisi normativa di una
forma di mercato/in questo caso del monopolio, in realtà stiamo valutando
il grado di benessere della società se c’è questa forma di mercato
(monopolio). Differenza tra analisi normativa e descrittiva quella
normativa prevede una valutazione, quella descrittiva/positiva osserva e
spiega com’è fatta la realtà. Finora abbiamo fatto un’analisi descrittiva del
monopolio, ora facciamo quella normativa. Valutare il benessere vuol dire
considerare il surplus; la società è data da consumatori e imprese (nel
monopolio solo una), della società fa parte anche lo Stato (es.: Stato che
tassa il monopolista, si considera anche il benessere dello stato).
[quaderno]
Facciamo un confronto del surplus in concorrenza perfetta con quello in
monopolio. Ragioniamo a parità di curva di D, supponiamo di avere più
imprese anziché una sola, che producono lo stesso bene omogeneo con
costi uguali a quelli del monopolista. Il senso di questo confronto è capire,
a parità di tecnologia/costi, come cambia il benessere della società se ci
sono tante imprese che competono tra loro oppure una sola che fa il
prezzo. Serve a capire perché ci sono autorità come anti-trust che controlla
che non ci siano abusi del potere di monopolio.
Il profitto in concorrenza perfetta di lungo periodo è pari a zero perché?
Perché sulla singola unità l’impresa ricava per esempio 20, ma i costi sono
20 quindi fa profitti zero (caso di concorrenza perfetta di lungo periodo)/
con costi medi e marginali costanti e uguali fra loro, l’impresa
concorrenziale fa profitti zero (=equilibrio di lungo periodo). Di una
generica impresa il profitto, sia in monopolio che concorrenza, è calcolato:
(P*-CA)-Q*, se P* e CA sono uguali, ho profitto zero. In concorrenza
perfetta se CM e CA sono crescenti e P*cp>del minimo dei CA, l’impresa
fa profitti e siamo necessariamente nel breve periodo. Se CM e CA sono
costanti fra loro, allora l’impresa fa profitti zero come in caso di
concorrenza perfetta di lungo periodo. Se il profitto in concorrenza perfetta
è zero, anche il surplus dei produttori in concorrenza perfetta è zero.
Surplus del consumatore in concorrenza perfetta? È l’area tra D e P*cp=20
(triangolo fucsia sul quaderno).
Confronto tra le due forme di mercato:
1) surplus del consumatore ha maggior benessere in concorrenza perché
paga un prezzo minore (P*20 anziché P*50); l’area in concorrenza è più
grande, e il trapezio sotto è la perdita di surplus del consumatore passando
da concorrenza a monopolio [grafico quaderno, trapezio in azzurro]. A chi
va il surplus del trapezio che non è più del consumatore? In parte va al
monopolista (rettangolo/quadrato sotto il triangolo di surplus in
monopolio, la parte a dx di questo rettangolo è la parte/perdita secca di
monopolio). La perdita secca di monopolio non va a nessuno, è
semplicemente persa e non viene trasferita a nessuno. Perché c’è perdita
secca di monopolio? Ci sono risorse che non vengono utilizzate perché
semplicemente si produce meno per tenere il prezzo alto. A parità di
tecnologia si potrebbe vendere di più a prezzo più basso, il monopolista
non lo fa e quella perdita secca corrisponde a risorse perse. Per questo
esistono autorità che vigilano contro l’abuso del potere di monopolio
perché quest’ultimo spesso lede il benessere della società.

18/11:
28/11 aprono iscrizioni per secondo parziale del 12/12.
Analisi di benessere del monopolio o normativa per capire questa parte
prendiamo l’esercizio 3 degli esercizi sul monopolio [quaderno+slide
lez.25].

MACROECONOMIA

E’ un sistema economico preso nel suo complesso, a livello aggregato.


Qual è il ruolo dello Stato? Cosa c’entra la politica fiscale e monetaria?
Quali sono i fattori che ci consentono di valutare lo stato di salute di
un’economia?
1) PIL tasso di crescita
2) disoccupazione tasso di disoccupazione + tasso di
attività/partecipazione
3) andamento prezzo tasso di inflazione
In generale una economia che sta bene ha una buona crescita del pil, bassa
disoccupazione e tasso di inflazione positivo (prezzi che scendono ma non
troppo, rimangono sempre positivi).
PIL tre definizioni e tre modi di calcolarlo. È acronimo di prodotto
interno lordo. È il principale indicatore di riferimento di due cose: fa
riferimento al valore di produzione di un’economia e al suo reddito. 1^
definizione: Pil è il valore monetario dei beni servizi finali che sono
prodotti all’interno di un’economia in un dato periodo di tempo. Mettiamo
in evidenza tre aspetti:
a) valore monetario: vuol dire che dobbiamo far riferimento ad un certo
livello di prezzi, che prezzi si usano per calcolare il pil? Prezzi correnti
(=usati per calcolare il valore della produzione del periodo che stiamo
considerando, per questo sono detti “correnti”, e questo è detto PIL
NOMINALE= “€Y”, prezzi nella valuta di riferimento dell’economia, €
perché in Italia c’è l’euro; PIL REALE= “Y”, si calcola usando come
riferimento i prezzi non del periodo corrente ma nel “periodo base” , un
altro periodo preso come riferimento quando abbiamo vari anni e vogliamo
vedere se c’è variazione di prezzo o altro).
b) beni servizi finali vuol dire che non consideriamo gli intermedi
(utilizzati per produrre altro, es.: se il bene finale è dato dalle torte, i beni
intermedi sono le materie prime usate per queste torte). Perché si
considerano solo beni servizi finali? Per evitare una doppia
contabilizzazione.
c) prodotti all’interno di un’economia, quindi dove avviene la produzione?
Nel Pil vanno tutti i beni servizi ecc. prodotti in Italia, è la localizzazione
geografica della produzione. Da questo si discosta il prodotto nazionale
lordo (PNL) che considera beni servizi che vengono prodotti dai residenti
di un’economia, che possono produrre anche all’estero, es.: residente in
Italia e produco in Italia, il prodotto del mio servizio rientra nel PIL, se
lavoro in Svizzera e sono residente in Italia il mio prodotto rientra nel
PNL.

19/11:
Calcolo del pil basato sulla prima definizione valore monetario della
produzione. Vediamolo tramite un esempio: data un’economia
rappresentata da due imprese, la prima produce torte del valore di 50
(000€) e paga lavoratori per 30 (000€), la seconda impresa offre servizi di
catering e acquista le torte dalla prima impresa e ricava 100 (000€) e paga i
lavoratori per 20(000€); calcoliamo il pil. Il pil è il valore monetario dei
beni servizi finali prodotti all’interno di un’economia in un certo periodo.
Ciò che ci interessa quali bene considerare, se quelli della prima o della
seconda impresa, dato che dobbiamo considerare il bene finale escludiamo
il valore delle torte della prima impresa; quindi non consideriamo le torte,
invece il servizio di catering è il bene finale perciò quello considerato. Il
valore monetario della produzione coincide con i ricavi totali dal punto di
vista del produttore che sono la spesa totale del consumatore. Quindi qua il
pil è 100.
Calcolo del pil basato sulla seconda definizione il pil rappresenta la
somma del valore aggiunto lungo la filiera produttiva all’interno
dell’economia e in un certo periodo di tempo. Calcolo il valore che
ciascuna impresa aggiunge rispetto a quelli che sono i beni da cui parte per
la produzione. Nell’esempio precedente, nella prima impresa il valore
aggiunto è 50, nella seconda impresa il valore aggiunto è 100-50=50. Il pil
si calcola facendo la somma dei valori aggiunti: 50+50=100.
Calcolo del pil basato sulla terza definizione il pil è come reddito e
non più come produzione. È la somma dei redditi distribuiti all’interno di
un’economia in un certo periodo di tempo; ci sono tre tipi di reddito: a)
reddito da lavoro (salari), b) reddito delle imprese (profitti), c) reddito
dello Stato (tasse). Nell’esempio precedente: nella prima impresa 50 sono i
ricavi totali e 30 è il reddito da lavoro, il profitto è dato da RT-CT=50-
30=20, ovvero il reddito dell’impresa. Nella seconda impresa 100 sono i
ricavi totali e 50 è il costo del bene intermedio che corrisponde con i RT
della prima impresa, 20 è il reddito da lavoro, il profitto è 100-50-20= 30
ovvero reddito dell’impresa o da capitale. In questo terzo caso il pil si
calcola facendo la somma dei redditi= reddito da lavoro + reddito
dall’impresa + reddito dello stato. In questo caso abbiamo il reddito da
lavoro e il reddito dall’impresa: (30+20) + (20+30) +0= 50+50+0= 100.
Come cambia il pil se le imprese pagano il 10% dei loro profitti allo stato
sotto forma di tasse? Nel caso della prima impresa il 10% di 20 è 2, quindi
profitti al netto delle tasse è 20-2=18. Nel caso della seconda impresa il
10% di 30 è 3, quindi profitti netti sono 30-3=27. Ora inseriamo lo stato
nel calcolo. Il reddito da lavoro rimane invariato (30+20=50), reddito
dall’impresa o capitale, considero i profitti netti, quindi 18+27=45, il
reddito dello stato sono le tasse 2+3=5. Quindi PIL=50+45+5=100. Viene
sempre 100 ed è giusto così perché è cambiata la distribuzione dei redditi
ma il reddito complessivo di questa economia danno sempre 100.

Esercizio con beni servizi esportati all’estero c’è un’economia che


produce vestiti per 300 e vernici per 150. I vestiti sono acquistati dai
consumatori nazionali, mentre le vernici vengono interamente esportate.
Inoltre, nella stessa economia, si produce pellame per un valore di 100 che
viene usato dai produttori stranieri come bene intermedio. Calcola il pil.
Osserviamo subito che non possiamo usare l’ultima definizione perché
presuppone che sappiamo distinguere i vari tipi di reddito. Qua chiede
quali beni entrano nel pil, quindi ci basiamo sulla prima definizione. PIL=
300+150 (anche se è un prodotto esportato è prodotto all’interno della
stessa economia) +100 (è un bene intermedio per i produttori stranieri, non
quelli nazionali, quindi fa parte del pil) = 550. Diverso è per le
importazioni, ciò che viene prodotto fuori dal Paese non rientra nel pil,
perché ci interessa ciò che viene prodotto all’interno dell’economia. Un
cittadino residente in questa economia produce stoffe per 20 all’estero,
come cambia il pil? Il pil non cambia perché la sua produzione è al di fuori
di questa economia. Questo valore rientra nel PNL.

Distinzione tra pil REALE e NOMINALE pil nominale si calcola


usando i prezzi del periodo che consideriamo (es.: pil 2019, usiamo i
prezzi del 2019), il pil reale invece si calcola usando come riferimento il
periodo base di un anno base che non coincide necessariamente con il
periodo che stiamo considerando. Es.: economia “paese dei balocchi” dove
si producono solo giocattoli. Vediamo tre anni in cui abbiamo diverse Q
prodotte e diversi P. 2017 Q=10, P=30, 2018 Q=15, P=40, 2019 Q=12,
P=50. Calcoliamo il pil nominale (=€Y): Y 2017= QxP= 10x30=300€, Y
2018= QxP= 15x40=600€, Y 2019= QxP= 12x50= 600€.
Calcoliamo il pil reale (Y): si depura dall’andamento dei prezzi per capire
cosa succede effettivamente alla produzione. Si fissa un anno base,
tipicamente quando si hanno per esempio tre anni si fissa il primo (2017),
Y= QxP= 300 che è uguale al pil nominale, nell’anno base il pil reale è
uguale al pil nominale. Y 2018= Q2018 x P2017= 450. Y 2019= Q2019 x
P2017= 360.
Il tasso di crescita del pil (g) è una variazione percentuale, come si
calcola? Pil in un certo periodo T – Pil nel periodo precedente / ammontare
iniziale T-1. [slide lez. 26].
Congiuntura economica è un periodo di tre mesi in cui si fa analisi
congiunturale, se t=aprile, il trimestre precedente è t-1= gennaio. Tasso di
crescita congiunturale= €Yaprile 2019 - €Y gennaio 2019 / €Y gennaio
2019. € se nominale, lo tolgo se reale. L’analisi tendenziale è l’analisi di
un anno: €Y aprile 2019- €Y aprile 2018 / €Y aprile 2018.
g>0 pil in crescita
g=0 pil in crescita zero o stagnazione
g<0 pil in decrescita
La decrescita diventa recessione se ci sono almeno due trimestri
consecutivi di g<0. Si parla di depressione se g diminuisce almeno del
10%, vuol dire che deve esserci un fortissimo calo della produzione.
[grafici ariel]

20/11:
Contabilità nazionale  vuol dire indicatori relativi all’andamento di
un’economia. Capito com’è fatto il pil, il punto è ora capire come si
confronta il pil di un paese con quello di altri paesi. Una volta calcolato il
pil per esempio italiano, e così per tutti gli altri paesi, come si confrontano
questi livelli di pil? Prima bisogna convertire nella stessa moneta usando il
tasso di cambio (di solito si usa il $) e poi bisogna considerare il numero
della popolazione che può essere più o meno ridotta nei vari paesi, quindi
si corregge ragionando in termini di pro capite: pil pro capite=
pil/popolazione. L’ultima correzione è per la parità di potere d’acquisto,
perché va corretta? A parità di valuta è comunque necessario tener conto
del fatto che in alcuni paesi la vita costa di più o di meno. Nell’onda di
queste correzioni è stato introdotto un indice (dalla Economist) “big mac
index”, hanno selezionato questo bene considerato omogeneo, cioè lo
stesso bene venduto in più paesi per capire quanto costa la vita nei vari
paesi.
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Tasso di inflazione e andamento dei prezzi è il tasso di crescita dei


prezzi, è una variazione%. Prima vediamo quali prezzi prendiamo, non c’è
un solo prezzo, a livello aggregato abbiamo bisogno di un indicatore che
riassuma l’intero andamento dei prezzi. Abbiamo a disposizione due
indicatori:
1) deflatore del pil è basato sulla differenza tra pil nominale e pil reale.
Es.: deflatore del pil in un certo periodo t= pil nominale/pil reale, se stiamo
considerando l’anno base dato che pil nominale e reale sono uguali avremo
deflatore=1. Prendendo quelli che sono i prezzi dei beni prodotti abbiamo
la possibilità di creare questo deflatore e quindi il riferimento è dato da
tutti i beni servizi finali dati dal pil perciò prodotti da un’economia. Quindi
il deflatore riassume l’andamento dei prezzi dei beni servizi finali prodotti
all’interno dell’economia.
Tasso di inflazione è una variazione percentuale dei prezzi (riassunti dal
deflatore in questo caso) da un anno all’altro. Inflazione la indico con P
greco piccolo. [quaderno].
2) secondo indicatore del livello dei prezzi è detto indice dei prezzi al
consumo, perché c’è bisogno di un altro numero indice? Perché c’è quel
problema che il deflatore del pil fa riferimento dei beni prodotti all’interno
dell’economia che consideriamo, anche se acquistiamo beni che vengono
dall’estero. Usiamo questo secondo indicatore quando il deflatore fa
riferimento solo dei beni prodotti e non anche consumati all’interno di
un’economia. L’istat costruisce ogni anno il paniere della famiglia
rappresentativa (ci sono consumi comuni a tutte le famiglie): intorno a
1500 beni. Il prezzo di questo paniere è l’indice dei prezzi al consumo e si
indica con IPCt, usando questo indicatore il calcolo dell’inflazione diventa
pgreco= IPCt – IPCt-1 / IPCt-1.

L’ultima cosa da capire è come si calcolano i tassi di disoccupazione e


attività questo riflette l’andamento indicatori sull’andamento del
mercato del lavoro. Che cos’è il tasso di disoccupazione? Gli occupati (N)
sono persone che stanno lavorando, i disoccupati (U) sono coloro che non
lavorano ma stanno cercando lavoro. La somma tra occupati e disoccupati
dà la forza lavoro (L): L=N+U. La popolazione attiva è il totale della
popolazione tra i 15 e i 64 anni, popolazione che potenzialmente potrebbe
lavorare perché è in cerca di lavoro e può lavorare e può non lavorare e
non essere in cerca di lavoro (es.: studenti), quindi noi rientriamo nella
forza lavorativa ma non nella forza lavoro.
Tasso di partecipazione alla forza lavoro è data da: L/popolazione attiva
nella fascia 15/63= N+U/pop.att. 15/64. Perché bisogna parlare anche di
tasso di partecipazione e non solo di disoccupazione? Perché se c’è un
lavoratore che rimane disoccupato questo può uscire dalla forza lavoro se
smette di cercare lavoro, se cerco lavoro rientro nella forza lavoro. Questi
sono detti “lavoratori scoraggiati”, persone disoccupate che smettono di
cercare lavoro e quindi non sono più disoccupati e escono dal conteggio
del calcolo della forza lavoro.
Tasso di disoccupazione u=n. disoccupati/L, u=U/U+N. Se una persona
si scoraggia non solo riduce il numero dei disoccupati perché è uscito dal
calcolo di coloro che cercano lavoro, ma anche quello della forza lavoro.
Cosa sono i NEET? Not employed of engaged in training or education, si
riferisce a giovani che non studiano, non lavorano, non fanno attività di
formazione.

2/12:
Correzione esercizi su contabilità nazionale [quaderno+ariel].
Come si arriva a determinare il PIL nel breve periodo? Vediamo il
modello che spiega come si determina il PIL nel breve periodo con
determina si intende non come si calcola ma si intende perché in un certo
periodo un’economia è più ricca o più povera. Cerchiamo una spiegazione
a livello macro. Precisiamo che in macro che la definizione di breve
periodo è diversa da quella in micro, innanzitutto distinguiamo tra breve,
medio e lungo periodo. Breve periodo= in micro uno dei due fattori è fisso,
mentre in macro sono solo i fattori sul lato della domanda che influenzano
il PIL, il lato della domanda è rappresentato dall’andamento del mercato
dei beni e del mercato della moneta. Il medio periodo fa riferimento a ciò
che succede dell’offerta, in particolare a ciò che succede sul lato del
lavoro. Nel lungo periodo si guarda alle condizioni strutturali
dell’economia (tecnologia, crescita e debito).
Ora vediamo il modello che riguarda il mercato dei beni che guardiamo dal
punto di vista macro nel breve periodo dobbiamo guardare a tutti i
mercati di tutti i beni/servizi prodotti all’interno dell’economia=
aggregato. Per semplicità ne consideriamo uno che riassume le
caratteristiche di tutti, detto mercato o bene RAPPRESENTATIVO.
1) prima ipotesi= in questo modello c’è un unico mercato o bene che può
essere acquistato dalle tre categorie di agenti cioè da consumatori, imprese
e Stato. Per i consumatori è un bene di consumo (C) o consumo aggregato.
Per le imprese è un bene di investimento (I) o investimento aggregato.
Anche lo Stato può acquistare beni/servizi e questi diventano spesa
pubblica, che rappresenta le uscite dello Stato e che si indica con G.
Parentesi sullo Stato: siccome qua parliamo di spesa quelle sono le uscite
dello Stato, le entrate sono le tasse. Uscite indichiamo con G, le entrate
con T, entrate e uscite in un certo periodo ci danno quello che è
l’avanzo/disavanzo pubblico. Avanzo/disavanzo= T-G, differenza tra
entrate e uscite, quando ho una differenza positiva c’è un avanzo dello
Stato (più entrare di uscite), se la differenza è negativa (più uscite di
entrate) ho un disavanzo dello Stato, detto anche deficit. Il debito è lo
“stock” cioè l’insieme di tutti i disavanzi da sempre ad oggi con annessi gli
interessi che paghiamo sul debito.
2) seconda ipotesi= non c’è vincolo di capacità produttiva, vuol dire che le
imprese sono sempre in grado di fornire il nostro unico bene quando c’è
domanda, cioè soddisfano sempre la domanda del bene rappresentativo.
3) terza ipotesi= economia chiusa, la nostra economia non interagisce con
l’estero, vuol dire no importazioni e esportazioni. Se ci fosse interazione
con l’estero avremmo una economia aperta.
Date queste ipotesi possiamo scrivere la domanda aggregata di
beni/dell’unico bene rappresentativo: Z definita come (un = con tre
righette)= C+I+G.

3/12:
La domanda aggregata Z= (con 3 righette)= C+I+G. Si usano lettere
maiuscole perché si tratta di grandezze aggregate, i tassi si scrivono in t
minuscolo. Perché non c’è un = ma tre barrette? Perché si tratta di una
definizione. Ora lavoriamo sul consumo aggregato, manteniamo il cons.
aggr. così com’è ma lo endogenizziamo, lo definiamo all’interno del
modello (non sarà una unità fissa ma dipenderà da qualcosa/variabile che
si trova all’interno del modello). Definiamo l’EQUAZIONE DI
COMPORTAMENTO DEL CONSUMO C(aggregato) C=c0+c1 (Y-
T), co e c1 in minuscolo sono PARAMETRI (gli esercizi avranno valore
numero, troverò numeri al posto di c0 e c1, c0>0, 0<c1<1. c0 prende il
nome di componente autonoma del consumo, c1 prende il nome di
propensione marginale al consumo, Y= pil reale come reddito quindi è
reddito aggregato, T= tasse o imposte, Y e T sono VARIABILI (spesso T
avrà valore numerico specifico). Y-T= REDDITO DISPONIBILE o
reddito al netto delle tasse. Quindi cosa ci dice questa equazione? Ci dice
che il C è data da una componente autonoma che non dipende dal reddito e
dalla propensione marginale al consumo per il reddito disponibile (c1xY-T
 ci dice che a livello aggregato si consuma una parte di reddito
disponibile). In questo caso trattandosi di consumo aggregato il reddito
non viene speso tutto perché si tratta di reddito di un’intera economia
(differenza con micro). Grafico [quaderno].
Torniamo alla domanda aggregata (Z) per ora teniamo I fisso o esogeno,
G=spesa pubblica, per G non si introduce mai una equazione di
comportamento, è una variabile di politica economia che sceglie lo Stato,
vediamo la domanda aggregata con l’equazione di comportamento
[quaderno].
Ora possiamo trovare l’equilibrio nel mercato dei beni l’equilibrio si
ha eguagliando domanda e offerta, ricordiamoci che PIL è anche
produzione, quindi quando abbiamo dato le tre definizioni di pil il
presupposto che le prime due definizioni facevano riferimento al fatto che
pil fosse valore della produzione, la terza ci dice che pil è reddito, qui il pil
sul lato della domanda è sia produzione che reddito perché stiamo
guardando all’economia nel suo complesso. L’offerta è sempre Y,
l’equazione dell’offerta è Z=Y (si riferisce al fatto che pil è anche
produzione) [quaderno].
4/12:
Equilibrio nel mercato dei beni graficamente [quaderno].
Perché qualsiasi variazione della SA (spesa autonoma) comporta un
aumento del PIL più che proporzionale? Qualsiasi variazione della SA
quindi può variare qualsiasi elemento che rientra nella SA. Supponiamo
che c0, componente autonoma del consumo, vari di 100 (100milioni di
euro). c0= è quella parte di domanda da parte dei consumatori che non
dipende dal reddito, è la fiducia dei consumatori (perché l’idea è che a
livello aggregato se i consumatori hanno fiducia nell’andamento
dell’economia, che cresca, di aver lavoro ecc, ci si aspetta che se loro si
aspettano che l’economia vada bene, loro consumino di più), così aumenta
la fiducia dei consumatori. Cosa succede quindi se c0 cresce/aumenta di
100? c0 è una componente del consumo, quindi vuol dire che tutto il
consumo cresce trattandosi di aggregato, il consumo a sua volta è una
componente della domanda aggregata, quindi anche la domanda aggregata
(Z) cresce di 100, cosa succede se questa aumenta? Se c’è più domanda e
siamo in economia chiusa (no import/export) questa riesce a essere
soddisfatta dalle imprese del nostro paese perché non ci sono vincoli di
capacità, vuol dire che anche la produzione Y aumenta di 100. Siccome la
produzione è anche reddito allora anche questo aumenta di 100. Se il
reddito aumenta di 100, sappiamo che il consumo dipende dal reddito
quindi cresce proporzionalmente al reddito. Quindi consumo aggregato C
di quanto aumenterà? c1 x 100. Moltiplico per c1 perché non consumo
tutto il reddito ma la parte corrispondente a c1. Tutto aumenta di 100.
Produzione Y aumenta di c1x100, reddito aumenta di c1x100, la domanda
Z aumenta di c1x100. Aumenta il reddito e il consumo aumenterà di
c1xc1x100 e così via. Di quanto aumenta il PIL? 100+ c1x100+
c1xc1x100…= 100 (1+ c1+ c1 alla seconda+ c1 alla terza…- questa è
detta serie geometrica, somma geometrica perché aumenta l’esponente).
Questo concetto vale per ogni variazione (aumento o diminuzione) di una
delle componenti della SA.
Cosa succede se diminuisce la spesa pubblica G? Cosa vuol dire se lo stato
diminuisce la spesa pubblica? Vuol dire che per esempio governo
indebitato, l’Europa dice datti una regolata che sei già indebitato, cosa
succede se c’è un provvedimento di austerità/ spendere meno? G
diminuisce di 200, Z diminuisce di 200, produzione Y diminuisce di 200,
anche reddito diminuisce di 200, quindi il consumo aggregato C
diminuisce di c1x200 e così via. Se Z diminuisce di c1x200, Y diminuisce
di c1x200 ecc ecc, il consumo diminuisce di c1xc1x200. Anche se c’è
diminuzione di una sola componente di Z (es. G) c’è un effetto più che
proporzionale sul reddito. Quindi qualsiasi provvedimento di austerità
comporta una diminuzione più che proporzionale del pil nel breve periodo
(nostro caso) 1/1-c1 moltiplicatore keynesiano.
Vediamo quando l’investimento I è endogeno [quaderno].
Come diventa il moltiplicatore se anche l’investimento è endogeno?
Intuizione: se c’è aumento della SA, adesso ci sono due canali che portano
all’aumento moltiplicativo (consumo e investimento). Aumenta sia
consumo di c1xY che investimento di d1xY, quindi il pil varia più che
proporzionalmente perché ci sono due meccanismi moltiplicativi, se per
es. aumenta il reddito Y di 100, il consumo C aumenta di c1x100 e
l’investimento I aumenta di d1x100. Quindi ci sono due fonti di aumento
moltiplicativo, quindi quando aumenta il reddito non solo i consumatori
aumentano il consumo ma anche gli investimenti crescono.
Uguaglianza tra investimento e risparmio l’equilibrio tra domanda e
offerta può essere visto come un’uguaglianza tra investimento e risparmio.
Vediamo il risparmio, a livello aggregato è dato da risparmio privato e
risparmio pubblico risparmio aggregato (S=savings)= risparmio pvt
Spriv (delle famiglie) + risparmio pubblico Spubb (dello Stato). il
risparmio pvt è la parte del reddito al netto delle tasse che non viene
consumato, il reddito disponibile è reddito-tasse (al netto delle tasse):
Spriv= Y-T-C. Il risparmio pubblico è la differenza tra entrate e uscite
dello Stato= entrate (tasse)- uscite (spesa pubblica): Spubb= T-G (T-G>0
avanzo, T-G<0 disavanzo/deficit). Vediamo l’uguaglianza
domanda/offerta vista come uguaglianza investimento/risparmio
[quaderno].