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EVELINE

Questo è il quarto dei racconti che compongono la collezione DUBLINERS, fa parte del gruppo chiamato
“Storie di adolescenza” e il “Dubliner”presenta una ragazza di 19 anni, Eveline Hilf.

Stava seduta vicino alla finestra a guardare la sera che calava sul viale. Con la testa appoggiata contro le
tendine, aveva nelle mani l’odore della cretonne (tipo cotone) polverosa. Era stanca. Passava poca gente.
Passò l’uomo della casa infondo che rientrava , e lei sentì il rumore dei suoi passi sul cemento del
marciapiede, poi lo scricchiolare dei suoi piedi sulla cenere del sentiero davanti alla casa nuova rossa. Lì una
volta c’era un campo dove loro giocavano tutte le sere con gli altri ragazzi. Poi un uomo di Belfast aveva
comprato il terreno e su di esso aveva fatto costruire le case - non piccole case scure, come la loro, ma
allegre case di mattoni rossi, con il tetto lucido. I bambini che abitavano nel viale di solito giocavano di
solito in quel prato – i Devines, i Walters, i Dunns, il piccolo Keogh lo zoppo, lei e i suoi fratelli e le sue
sorelle. Ernest no, non giocava mai: era troppo grande. Molte suo padre veniva a cacciarli via con il suo
bastone da passeggio; ma di solito il piccolo Keogh stava di guardia e avvisava quando vedeva il padre
arrivare. Sembravano ancora felici a quei tempi. Suo padre non era tanto cattivo, e poi c’era ancora la
mamma. Era passato molto tempo da allora; lei e i suoi fratelli e sorelle erano cresciuti, la mamma era
morta. Anche Tizzie Dunn era morta, e i Waters erano tornati in Inghilterra. Tutto cambia. Anche lei adesso
stava per andare via, come gli altri stava per lasciare la sua casa. La Casa! Si guardò in giro per la stanza,
vide ancora una volta tutti quegli oggetti familiari che aveva spolverato una volta a settimana per tanti anni,
chiedendosi da dove diavolo venisse tutta la polvere. Forse non li avrebbe mai più rivisti quegli oggetti
familiari dai quali non avrebbe mai immaginato di doversi separare. Eppure in tutti quegli anni non era
riuscita a scoprire il nome del prete, la cui fotografia ingiallita stava appesa al muro sopra l’armonio rotto, di
fianco alla stampa a colori della beata Maria Margherita Alacoque. Era stata compagna di scuola di suo
padre. Ogni volta che faceva vedere a qualche ospite quella fotografia, suo padre si limitava sempre a dire
distrattamente: “vive a Melbourne adesso”. Aveva acconsentito ad andare via, a lasciare la sua casa. Aveva
fatto bene? Cercò di considerare la questione di tutti i punti di vista. In quella casa aveva comunque un
tetto e qualcosa da mangiare; aveva intorno la gente che conosceva da quando era piccola. Ceto che
doveva faticare molto, a casa come al lavoro. Che cosa avrebbe detto, ai Magazzini, quando avrebbero
saputo che era scappata con un uomo? Che era una sciocca forse, e avrebbero messo un annuncio per
rimpiazzarla. La signorina Gavan sarebbe stata ben contenta, la punzecchiava sempre, specialmente se
c’era qualcuno che ascoltava. ”Miss Hill non vedi che queste donne stanno aspettando?” “Un po’ di energia,
signorina Hill, per favore!”. Non c’era proprio da farsi una malattia a lasciare il negozio. Nella casa nuova, in
un lontano paese sconosciuto, sarebbe stato diverso. Sarebbe stata una donna sposata -lei, Eveline. Le
persone l’avrebbero trattata con rispetto, non l’avrebbero trattata come la trattava la madre. Anche ora
che aveva 19 anni compiuti, le capitava di sentirsi minacciata dalla violenza di suo padre. Lei sapeva che per
questo le erano venute le palpitazioni. Quando erano ancora piccole, lui non se l’era mai presa con lei come
faceva con Harry e Ernest, perché era femmina; ma ultimamente aveva iniziato a minacciarla, a dirle che
cosa le avrebbe fatto se non fosse stato per il ricordo della sua povera madre. E adesso non c’era più
nessuno a difenderla. Ernest era morto e Herry, che lavorava come decoratore di chiesa era quasi sempre
lontano, in giro. E poi le continue discussioni per i soldi, tutti i sabato sera, inspiegabilmente erano
diventate ormai stancanti per lei. Dava in casa tutto il salario di 7 scellini, e anche Herry mandava quel che
poteva, ma il problema era farsi dare qualcosa da suo padre. Le diceva che era una spendacciona senza
testa, che non era affatto disposto a darle i suoi sudati quattrini per farli sperperare in strada e le diceva
anche di peggio, perché di solito il sabato sera era di pessimo umore.

Alla fine le avrebbe dato il denaro e le avrebbe chiesto se avesse avuto intenzione di comprare la cena
della domenica. Così lei doveva precipitarsi il più velocemente possibile a fare la spesa, trattenendo con
forza il suo portamonete di pelle nero nella sua mano mentre si faceva strada tra la folla e tornare a casa
tardi sotto il carico di provviste. Ha dovuto lavorare sodo per mantenere la casa e assicurarsi che i due
bambini piccoli che le erano stati affidati andassero a scuola regolarmente e avessero da mangiare
regolarmente.

Era un lavoro duro-una dura vita- ma ora che stava per lasciarla non la trovava una vita totalmente
indesiderabile.

Con Frank stava per esplorare un’altra vita. Frank era molto gentile, virile e sincero. Stava per partire con lui
col battello notturno per essere sua moglie e per vivere con lui a Buenos Aires, dove egli aveva una casa che
l’aspettava. Come si ricordava bene la prima volta che l’aveva visto; alloggiava in una casa sulla strada
principale dove lei passava spesso. Sembravano poche settimane fa. Lui stava in piedi al cancello, il suo
berretto con visiera spostato indietro e i capelli che gli ricadevano in avanti sul volto abbronzato. Poi erano
arrivati a conoscersi. Egli era solito incontrarla tutte le sere fuori dai negozi e accompagnarla a casa. La
portò a vedere “La ragazza di Bohemia” e lei si sentiva entusiasta come se fosse seduta con lui in una parte
insolita del teatro.

Lui era terribilmente appassionato di musica e cantò un po’. La gente sapeva che essi si stavano
corteggiando e, quando lui cantava di una ragazza che ama un marinaio, lei si sentiva sempre
piacevolmente confusa. Egli spesso per scherzo la chiamava Poppens. Prima di tutto era stata un’emozione
per lei avere un compagno, poi aveva cominciato a piacerle. Aveva da raccontare storie di paesi lontani.
Egli ha iniziato come mozzo a una sterlina al mese su una nave della linea Allan diretta in Canada. Le
raccontò i nomi delle navi su cui è stato e i nomi dei diversi servizi. Aveva navigato attraverso lo stretto di
Magellano e le ha raccontato storie sui terribili abitanti della Patagonia. Le cose gli erano andate bene a
Buenos Aires, disse, ed era passato al vecchio paese solo per una vacanza. Ovviamente, suo padre aveva
scoperto la relazione e le aveva proibito di avere a che fare con lui.

“La conosco questa razza di marinai”, diceva.

Un giorno egli aveva litigato con Frank dopodiché lei doveva incontrare il suo amore di nascosto.

La sera sprofondò sul viale. Il bianco delle due lettere sul suo grembo diventò indistinto. Una era per Harry;
l’altra era per suo padre. Ernest era stato il suo preferito, ma a lei piaceva anche Harry. Aveva notato che
suo padre stava diventando vecchio ultimamente, gli mancherebbe.

Qualche volta poteva essere gentile. Non molto tempo prima, quando lei era stata male a letto per un
giorno, le aveva letto una storia di fantasmi e le aveva preparato del pane abbrustolito. Un altro giorno,
quando la loro mamma era viva, erano andati tutti a fare un picnic sulla collina di Howth. Lei ricordò suo
padre che indossò il cappellino di sua madre per far ridere i bambini.

Il suo tempo stava per finire ma ella continuava a stare seduta alla finestra, appoggiando la testa contro la
tenda della finestra, inalando l’odore del cretonne polveroso. Giù lungo il viale poteva sentire un organetto
da strada suonare. Conosceva la melodia. Strano che essa dovesse arrivare proprio quella note a ricordarle
della promessa a sua madre, ella promise di tenere insieme la casa più a lungo possibile.

Si ricordò dell’ultima notte della malattia di sua madre, era di nuovo nella chiusa e buia stanza dall’altro lato
della sala e fuori sentiva una malinconica musica italiana. All’organista era stato ordinato di andare via
dandogli una moneta da sei pence.

Ella si ricordò di suo padre che rientrava impettito nella camera dell’ammalata dicendo: “ Dannati Italiani! A
venire fin qui!”

Mentre meditava sulla pietosa immagine della vita di sua madre, poggiava il suo incantesimo nel suo essere
più profondo- quella vita di comuni sacrifici che finiva nella pazzia finale.
Tremava mentre sentiva ancora la voce di sua madre che diceva costantemente con assurda insistenza:
“Derevaun Seraun! Derevaun Seraun!” si alzò in un improvviso impulso di terrore. Scappare! Doveva
scappare! Frank l’avrebbe salvata. Le avrebbe dato la vita, forse anche l’amore. Ma lei voleva vivere. Perché
doveva essere infelice? Aveva diritto alla felicità. Frank l’avrebbe presa tra le sue braccia, stretta fra le sue
braccia. L’avrebbe salvata.

Era ferma in mezzo alla folla ondeggiante della stazione di North Wall. Lui le teneva la mano e lei sapeva
che lui stava parlando a lei, stava dicendo qualcosa sul viaggio più e più volte. La stazione era piena di
soldati con bagagli marroni. Attraverso le ampie porte del rifugio aveva intravisto la massa nera della barca,
ferma accanto al muro della banchina, con gli oblò illuminati. Non rispose nulla. Si sentiva le guance pallide
e fredde e, in mezzo a una confusione mentale, pregò Dio di indirizzarla, di mostrarle quale fosse il suo
dovere. La nave soffiò un lungo e lugubre fischio nella nebbia. Se fosse andata, l’indomani sarebbe stata in
mare con Frank, diretta verso Buenos Aires. Il loro passaggio era già prenotato. Poteva ancora tirarsi
indietro dopo tutto quello che lui aveva fatto per lei? La sua angoscia provocò nausea nel suo corpo ed ella
continuava a muovere le labbra in una silenziosa e fervente preghiera. Una campana risuonò nel suo cuore.
Lei lo sentì afferrarle le mani: “Vieni!”

Tutti i mari del mondo si abbatterono sul suo cuore. Lui la stava spingendo dentro di essi: l’avrebbe
annegata. Si aggrappò con entrambe le mani alla ringhiera in ferro.

“Vieni!”

No! No! No! Era impossibile. La sua mano si aggrappò freneticamente alla ringhiera. Lanciò un grido di
angoscia in mezzo ai mari.

“Eveline! Evvy!”

Egli si precipitò aldilà della barriera e le gridò di seguirlo. Gli fu urlato di continuare avanti, ma lui
continuava a chiamare lei. Lei fissò su di lui il suo viso bianco, passivo, come un animale inerme. I suoi occhi
non gli davano segni di amore, nè di addio, né di riconoscimento.