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(leggere) SOCIETA’ BORGHESE E MONDO OPERAIO:

La situazione europea, dopo il fallimento delle rivoluzioni del 48 e del 49, era caratterizzata da un
conservatorismo politico, il quale venne messo in crisi da un profondo mutamento sociale; infatti il
ventennio successivo al 48 vide la crescita della BORGHESIA: un ceto sociale attraversato da notevoli
differenziazioni interne e tuttavia portatore di uno stile di vita e di un insieme di valori sostanzialmente
unitari. La borghesia diventa portavoce di novità e trasformazione; essa è costituita da artigiani, contadini
piccoli proprietari, fino ai grandi imprenditori dell’industria e della finanza. Uno dei valori centrali borghesi
era la fede nel progresso generale dell’umanità, che poggiava sull’impotente sviluppo economico e
scientifico della seconda metà dell’800. Sul piano culturale, il progresso scientifico diede origine al
positivismo (Darwin), che diventò l’ideologia della borghesia in ascesa e influenzò tutta la mentalità
dell’epoca. Dalla fine degli anni 40, l’economia europea conobbe una fase di forte sviluppo, durata quasi un
quarto di secolo (anche se vi erano delle oscillazioni, ad esempio dovute ai mancati raccolti che portava ad
un aumento dei prezzi…). Lo sviluppo interessò principalmente l’industria, soprattutto nel settore
siderurgico e meccanico, nella quale si valorizzò l’impiego delle macchine a vapore e del combustibile
minerale. Vediamo i 5 fattori principali del boom industriale degli anni 50-60: -rimozione dei vincoli giuridici
che ostacolavano le attività economiche; -l’affermarsi del libero scambio; -la disponibilità delle materie
prime; -la diminuzione dei tassi di interesse e l’espansione del credito a favore degli impieghi industriali; -lo
sviluppo di nuovi mezzi di trasporto che hanno cambiato anche le abitudini e i modi di pensare della
popolazione (un mondo unito). Inoltre, nello stesso periodo, si stava diffondendo la figura dell’OPERAIO di
fabbrica, le cui dure condizioni di vita e di lavoro favorivano il formarsi di una coscienza di classe (la
consapevolezza di una condizione comune unita alla spinta ad associarsi per mutale tale condizione) e delle
prime associazioni operaie (soprattutto in Inghilterra: trade union, in Germania e Francia). Infine, emerse la
teoria SOCIALISTA di MARX che è di carattere scientifico e contiene anche una previsione del superamento
del capitalismo. Nel 1864 venne fondata la Prima Internazionale, la cui storia fu caratterizzata da contrasti
fra le varie correnti (marxisti e anarchici) che avrebbero presto condotto alla sua dissoluzione. L’anarchismo
di Bakunin affermava: una volta abbattuto il potere statale, il comunismo si sarebbe instaurato
spontaneamente, senza dunque la fase di “dittatura del proletariato” provista da Marx. Egli considerava,
inoltre, le masse diseredate come soggetto della rivoluzione e non il proletariato industriale; per questo
motivo il movimento anarchico si diffuse nei paesi più arretrati.

--“dittatura del proletariato”-> prassi della teoria di Marx che consiste nell’assunzione di potere da parte
dei lavoratori, come fase intermedia per la realizzazione del comunismo.

(leggere) CITTA’ E CAMPAGNA:

nell’Europa dell’800 di pari passo all’affermazione della borghesia e la crescita del proletariato, troviamo lo
sviluppo dei grandi centri urbani: grande processo storico-> l’URBANESIMO. Le città si moltiplicarono,
soprattutto Londra, poi Parigi, Berlino, Chicago e New York. Ora i punti di riferimento essenziali sono: le
stazioni ferroviarie, la borsa, i centri commerciali, il tribunale, i palazzi dei ministeri. inoltre i ceti popolari
erano esclusi dal centro e si ammassarono nelle grandi periferie, ben distinte dai quartieri residenziali
borghesi. Sempre in questo periodo, quasi tutte le grandi città europee moltiplicarono l’incremento dei
trasporti e dei progetti pubblici come l’instaurazione della rete fognaria e idraulica. Resta il fatto che la
popolazione che lavorava di più e che ricopriva il ceto inferiore, è quella contadina.
Cap 4: L’UNITA’ D’ITALIA (17 marzo 1861):

In Italia, dopo il fallimento delle rivoluzioni del 48 e del 49, il ritorno dei sovrani legittimi (SECONDA
RESTAURAZIONE) segnò l’arresto di qualsiasi esperimento riformatore. Le conseguenze di questa seconda
restaurazione furono gravi sia a livello politico che economico:

- La regione Lombardo-Veneta, che era la più economicamente avanzata


della penisola, fu sottoposta ad un regime di occupazione militare
accompagnata da un inasprimento della già forte tensione fiscale; il tutto
andò a colpire ogni ceto specialmente quello popolare.

- Gli stati minori del Centro-Nord (gran ducato di toscana, Modena e


parma) accentuarono il distacco fra te corti e l’opinione pubblica borghese.

-Lo stato pontificio riprese il suo vecchio modello teocratico-assolutistico


con qualche piccolo ritocco che non intaccava i fondamenti di base.

-il regno delle due Sicilie furono sconvolte dal ritorno borbonico che
manteneva il proprio conservatorismo e quindi vennero mantenuti gli alti
dazi doganali che ostacolavano lo sviluppo dell’agricoltura; inoltre, la
pressione fiscale intaccava anche le sfere dell’istruzione e delle opere
pubbliche.

-Ben diversa, rispetto a questi stati italiani, è la situazione del Piemonte


sabaudo, dove riuscì a sopravvivere l’esperimento costituzionale inaugurato
con la concessione dello statuto albertino. Vittorio Emanuele II cominciò un duro contrasto con la camera
composta soprattutto da democratici. Infatti ricordiamo che quando fu conclusa la pace di Milano con
l’Austria (dove il Piemonte doveva pagare l’indennità di guerra senza perdere territori), la camera si rifiutò
di approvarla; così la corona e il governo (comandato dal moderato D’Azeglio) decisero di sciogliere la
Camera. In questo modo, la nuova camera composta da moderati, decisero di accettare la pace di Milano.
Fu così che D’Azeglio poté senza ostacoli iniziare la sua opera di modernizzazione dello stato, già avviata da
Carlo Alberto; una tappa fondamentale fu l’approvazione delle leggi Siccardi, con le quali venivano
riordinati i rapporti clero-stato (il clero si oppose a lungo); la battaglia per la loro approvazione vide
emergere CAVOUR, il cui ideale politico era basato su un LIBERALISMO MODERATO, molto lontano dai
valori di base della democrazia ottocentesca. Cavour credeva che per allargare le basi dello stato, si aveva
bisogno di un sistema monarchico-costituzionale fondato sulla libertà individuale e sulla proprietà privata.
Cavour venne inizialmente eletto da D’Azeglio titolare del ministero dell’agricoltura e del commercio e poi
divenne ministro del consiglio con l’incarico di formare un nuovo governo quando D’Azeglio fu costretto a
dimettersi. Cavour promosse il “connubio”, cioè l’accordo tra la maggioranza moderata (centrodestro:
Cavour) e la componente moderata dalla sinistra democratica (centrosinistro: Rattazzi). Dunque, Cavour
diede un’interpretazione parlamentare dello statuto, cioè la vita del governo dipende non solo dalla fiducia
del sovrano, ma anche e soprattutto dal sostegno di una maggioranza in parlamento. In ambito economico,
Cavour adottò una linea LIBERO-SCAMBISTA per sviluppare e integrare nel contesto europeo l’economia del
suo paese. Infatti vennero stipulati vari trattati commerciali (con Francia, Inghilterra, Belgio e Austria) e
vennero eliminate le barriere doganali; ciò portò a vari progressi: -nel settore agricolo; -sviluppo delle
ferrovie; -costruzione delle strade, canali, porto di Genova, opere pubbliche; -sviluppo nell’industria
siderurgica e meccanica; -sviluppo dell’industria tessile. Nonostante tutto quello che abbiamo appena
detto, solo il Piemonte vantava di un vero e proprio vantaggio che lo portò a diventare il maggiore
esponente della borghesia liberale, in quanto le condizioni delle classi subalterne della città e delle
campagne non subirono miglioramenti; il tasso di alfabetizzazione è ancora molto alto ad esempio.

Mazzini, nonostante le sconfitte del 48 e del 49, continuava ad essere convinto che l’unità d’Italia sarebbe
scaturita da un moto insurrezionale, ma sul piano pratico fallì nonostante la costruzione del partito d’azione
che doveva essere un pure strumento di battaglia. Pisacane e Ferrari introdussero il tema del socialismo;
Ferrari credeva in un’iniziativa italiana che riprendesse dalla linea francese, mentre Pisacane pensava che
L’Italia, specialmente l’Italia meridionale, potesse essere il terreno più adatto per la rivoluzione in quanto le
caratteristiche del territorio italiano sono tipiche di un paese arretrato rispetto alla Francia. Così Mazzini
iniziò una collaborazione con Pisacane per promuovere un nuovo progetto insurrezionale nell’Italia del sud,
chiamata la spedizione di Sapri, ma fu annientato anche questa dalla polizia borbonica. Poco dopo nacque il
movimento indipendista filopiemontese di Manin che era rivolto all’unione del governo d’Italia e di tutte le
corone democratiche e moderate sotto l’unica forza: la monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele II. A
questo movimento, definito Società Nazionale, aderì anche Garibaldi in quanto l’unità venne considerata
necessaria e utile.

DIPLOMAZIA DI CAVOUR E SECONDA GUERRA D’INDIPENDENZA: Cavour non aveva tra i suoi obiettivi l’unità
d’Italia, la sua azione era orientata verso gli scopi tradizionali della monarchia sabauda, cioè allargare i
confini piemontesi verso l’Italia settentrionale. In politica estera, importante per Cavour era di avvicinare il
Piemonte all’ Europ più moderna e più sviluppata; così il governo piemontese risposte positivamente
all’invito della Francia e dell’Inghilterra di associarsi alla guerra contro la Russia: Cavour inviò delle truppe
sotto il generale LA MARMORA, in CRIMEA; le quali uscite vittoriose, permisero al Piemonte di sedere come
stato vincitore alla conferenza di Parigi del 1856; questo sembrò il momento più opportuno per sollecitare
la questione italiana di fronte ad un consenso internazionale. Cavour protestò contro la presenza militare
austriaca in Italia e contro il malgoverno dello stato della chiesa e del regno delle due Sicilie; in quanto le
identificava come cause principali dell’instabilità e della tensione rivoluzionaria dell’Italia e di conseguenza
di tutta l ‘Europa. Importantissimo fu il gesto isolato di un mazziniano che provò ad attentare l’imperatore
Napoleone III: ORSINI, che fu condannato a morte. Ciò portò ad affettare i tempi dell’alleanza franco-
piemontese, infatti Napoleone III si convinse ben presto che l’Italia necessitava dell’aiuto francese. Dunque,
nel 1858 venne stipulata l’alleanza, firmando un accordo in segreto a Plombieres, il quale affermava una
nuova sistemazione dell’Italia, che doveva essere divisa in tre stati: -regno dell’alta Italia (Piemonte,
lombardo-veneto ed Emilia Romagna sotto il regno sabaudo); -regno dell’Italia centrale (toscana e province
pontificie: al papa rimaneva la sovranità su Roma e dintorni); -regno meridionale (regno delle due Sicilie
liberate dalla presenza borbonica). Sotto quest’unico progetto emergono due obiettivi diversi: quello di
Napoleone III che voleva l’Italia sotto il suo controllo; e quello di Cavour che assecondando i progetti di
Napoleone, contava sulla forza di attrazione del Piemonte nei confronti degli altri stati italiani. Abbiamo già
detto che il primo passo, secondo Cavour, è caratterizzato dalla guerra contro l’Austria, la quale inviò il
tanto aspettato ultimatum al Piemonte, che ovviamente venne rifiutato. Così i franco-piemontesi
sconfissero gli Austriaci in varie battaglie, ma ad un certo punto, Napoleone III decise di firmare l’armistizio
di Villafranca con l’impero asburgico: gli accordi dichiarava che l’Austria avrebbe dovuto rinunciare alla
Lombardia (ceduta alla Francia che poi l’avrebbe girata al Piemonte) mantenendo il Veneto, Mantova e
Peschiera. Cavour, appena saputo dell’armistizio di Villafranca, decide di dimettersi lasciando il posto al
generale La Marmora. Napoleone III dovette cambiare idea perché l’opinione pubblica francese era molto
pressante riguardo ai costi umani e finanziari della guerra italiana, e perché c’era la possibilità di
un’alleanza tra Austria e Germania. L'armistizio di Villafranca fu ratificato dalla pace di Zurigo del novembre
1859, la quale prevedeva la restaurazione dei monarchi destituiti affermando così una situazione di stallo,
finché Cavour non ritorna al potere per concludere la questione con Napoleone III che chiedeva Nizza e la
Savoglia; In caso di rifiuto piemontese, l'esercito di Napoleone III avrebbe abbandonato il Regno di
Sardegna all'Austria.

GARIBALBI E LA SPEDIZIONE DEI MILLE: Per il Piemonte allargare i propri confini verso la Lombardia e l’Italia
centrale, significava avviarsi verso uno stato nazionale, e ciò poteva essere un buon raggiungimento, ma
certamente non accontentava i democratici i quali erano pronti alle nuove insurrezioni nell’Italia
meridionale. Due mazziniani esuli in Piemonte: Crispi e Pilo, concepirono il progetto di una spedizione in
Sicilia come prima tappa di un movimento insurrezionale che avrebbe dovuto estendersi al continente.
Crispi e Pilo cercarono di organizzare una rivolta locale prima dello sbarco dei volontari, di assicurare alla
spedizione un’efficiente guida politica e militare e di garantire l’appoggio Piemontese. Così nel 1860
scoppiò un’insurrezione popolare a Palermo, poi la spedizione che iniziò il 6 maggio da Quarto (Genova)
venne affidata a Garibaldi (repubblicano allontanato dalle idee di Mazzini). I volontari sbarcarono a Marsala
e penetravano all’interno dell’isola appoggiati dalla popolazione. Il 15 maggio a Calatafimi, le colonne
garibaldine entrarono in contatto con un contingente borbonico, e nonostante l’inferiorità numerica e i
pochi finanziamenti, riuscirono a metterlo in fuga. Alla fine di maggio Palermo e, mentre nell’isola si creava
un governo provvisorio sotto la guida di Crispi basato su una prima riforma sociale, nell’Italia settentrionale
un’organizzazione con a capo Bertani raccoglieva uomini e mezzi da inviare in Sicilia; così i Borboni vennero
definitivamente sconfitti a Milazzo. Di fronte all’inattesa vittoria garibaldina, il primo ministro piemontese
mostrò di favorire la spedizione inviando armi e uomini in Sicilia e allo stesso tempo tentò di bloccare gli
ulteriori sviluppi suscitando un movimento di opinione pubblica favorevole all’annessone al Piemonte:
tentativo fallito per la ferma reazione di Garibaldi. Garibaldi aveva cercato di andare incontro alle esigenze
dei contadini, ma senza mettere in discussione il quadro dei rapporti di proprietà e comunque
subordinando le iniziative riformatrici all’esigenza primaria di raccogliere sul posto un esercito capace di
respingere i Borboni; così emerge la repressione tra patrioti giunti al nord che miravano ad una meta
politica e i contadini che erano interessati a proprio obiettivi particolari. Il più noto episodio di repressione
fu quello di Bronte dove alcuni ribelli furono fucilati per ordine di Bixio, braccio destro militare di Garibaldi.
E intanto i proprietari terrieri guardavano sempre di più all’annessione al Piemonte come all’unica efficace
garanzia per la tutela dell’ordine sociale.

INTERVENTO PIEMONTESE E PLEBISCITI: PLEBISCITO= “decisione della plebe” oggi è visto in senso negativo
in quanto è considerato lo strumento di cui si servono i regimi autoritari per richiamarsi alla legittimazione
popolare e afforzare così il ruolo del capo, senza correre rischi connessi alla libera espressione del voto
democratico, che presuppone la possibilità di scegliere senza costrizioni fra le alternative reali.

Garibaldi riuscì a sbarcare in Calabria e poi risalì velocemente la penisola fino a Napoli; nel frattempo
Cavour aveva tentato di suscitare un movimento liberale-annessionista a Napoli ma Garibaldi lo ha battuto
sul tempo, e così Napoli rischiava di diventare la base per una spedizione nello stato pontificio: un’impresa
che avrebbe provocato il dissenso della Francia, smantellando il progetto di Cavour del regno sabaudo.
Quindi il governo piemontese decise di prevenire l’iniziativa garibaldina con un intervento militare; le
truppe sabaude arrivano nelle marche e sconfiggono le truppe pontificie nella battaglia di Castelfidardo. Poi
mentre Garibaldi era occupato nella battaglia del Volturno contro i borbonici, le truppe piemontesi
iniziarono il viaggio verso il meridione. Pochi giorno dopo il Parlamento piemontese approvò una legge
proposta da Cavour, che autorizzava il governo a decretare l’annessione, senza condizioni, di altre regioni
italiane allo stato sabaudo, purché le popolazioni interessate esprimessero la loro volontà mediante i
plebisciti. E a questa iniziativa Garibaldi non poté opporsi; così si tennero subito vari plebisciti a suffragio
universale maschile, nella forma voluta da Cavour: accettare o respingere l’annessione allo stato sabaudo->
la maggioranza decise di sì. Così a Garibaldi non restò che aspettare l’arrivo dei Piemontesi (a Napoli) e si
ritirò mentre Mazzini ritornava in esilio. L’esercito piemontese eliminò le ultime resistenze borboniche e nel
17 marzo 1861, il Parlamento nazionale proclamò Vittorio Emanuele II re d’Italia “per grazia di Dio e volontà
della nazione”.

LE RAGIONI DELL’UNITA’: L’Italia avrebbe dovuto unirsi attraverso libere


decisioni di un’assemblea basata su un’iniziativa popolare; invece l’Italia
unita si è presentata come il risultato dell’espansione di uno stato forte,
dinamico e fortunato che è stato in grado di assorbire diversi territori.
Inoltre, l’unità non è solo il prodotto dell’iniziativa piemontese guidata
da Cavour, ma essa coinvolse la maggioranza dell’opinione pubblica
(studenti, borghesi e intellettuali), e non solo: come essa è partita
dall’alto (Piemonte con Cavour), è anche partita dal basso (con la
spedizione dei mille e Garibaldi). Infine possiamo dire che l’unità non ci
sarebbe stata senza l’intervento di Napoleone III e la neutralità inglese.

Cap.5: L’EUROPA DELLE GRANDI POTENZE:

Dopo le rivoluzioni del 48-49, la scena europea era ancora governata


dalle 5 grandi potenze (Inghilterra, Francia, Austria, Russia e Prussia) le quali sono in lotta per l’egemonia
(primato di uno stato rispetto all’altro), anche se le rivalità sono ancora mantenute in termini pacifici, il
ventennio tra 1850 e 1870 fu costituito da 4 guerre. Napoleone III voleva affermare la massima potenza
della Francia rovesciando il sistema del congresso di Vienna e contrapponendosi all’impero Austriaco. Ma
indebolire l’Austria significa favorire l’ascesa della Prussia in Germania: cosa molto pericolosa per la Francia
che sta tentando di promuovere la sua egemonia basandosi sulla frammentazione della Germania. Quindi la
strada dell’unità tedesca passava inevitabilmente attraverso lo scontro con la Francia; l’esito di questo
scontro fu fatale per il secondo impero (francese) ma portò all’emergere della Germania.

LA FRANCIA DEL SECONDO IMPERO: Il secondo impero differiva dai sistemi liberal-parlamentari e dai regimi
monarchici tradizionali, infatti per molti aspetti questo fu un nuovo regime, detto: bonapartismo, il quale si
basava sulla sovranità popolare (espressa con i plebisciti), ma in realtà legittimava un potere fondato sulla
forza delle armi. Oltre al consenso delle campagne, Napoleone cercò anche quello della borghesia urbana, e
un aspetto molto importante a livello culturale del secondo impero è quello definito: tecnocratico, cioè la
tendenza ad affidare sempre maggior potere ai tecnici (scienziati, ingegneri, esperti di finanza...) e a
ravvisare nel trionfo della tecnica e della civiltà industriale la via più sicura per la realizzazione del bene
comune. i proposti pacifisti però, tendano a scontrarsi con un’altra componente essenziale del secondo
impero: la tradizione bonapartista, cioè bisognava tener conto delle tradizioni belliche del Primo impero e
quindi Napoleone III doveva aspirare ad una politica estera aggressiva ed ambiziosa. La prima occasione per
misurare le nuove ambizioni imperiali della Francia fu offerta dalla questione d’oriente: la Russia vuole
espandersi verso il mar nero e i Balcani approfittando dell’incapacità dell’impero ottomano; i primi successi
della Russia fa intervenire l’Inghilterra, spinta da un’opinione pubblica bellicosa e anti-russa, alla quale si
accompagna la Francia che voleva affermare la propria presenza nel mediterraneo; mentre l’Austria si
dichiarò neutrale, deludendo la Russia. Dunque nel 1854 la flotta anglo-francese raggiunge Crimea e
assediò Sebastopoli (intervenne anche il Piemonte per il consenso francese). La guerra finì con il congresso
di Parigi che dichiarava la neutralizzazione del mar nero; e la Francia non ottenne nient’altro che un
maggior prestigio. L’anno dopo: guerra contro l’Austria per aiutare Cavour ma la Francia ne uscì indebolita.

DECLINO DELL’IMPERO ASBURGICO E L’ASCESA DELLA PRUSSIA: La restaurazione del vecchio sistema
assolutistico da parte dell’Austria, rafforzò il centralismo amministrativo e la burocrazia sempre più
germanizzata. Il centralismo burocratico però porta ad esasperare il problema fondamentale della
monarchia asburgica: la coesistenza all’interno dell’impero di diverse nazionalità, diverse lingue e culture;
anche l’aristocrazia era molto divisa perché era stata danneggiata dall’abolizione della servitù della gleba.
Però questa misura ha giovato i contadini che hanno potuto riscattare le proprie terre a prezzi moderati,
quindi questo fu il primo pilastro su cui poggiò la restaurazione assoluta, mentre il secondo grande pilastro
fu la Chiesa cattolica. Dunque, appoggiandosi sulla Chiesa e sui contadini, la monarchia sacrificò le esigenze
della borghesia produttiva e in questo modo l’impero sacrificò lo sviluppo economico degli anni 50-60. Fu
così che la Prussia ripropose con autorità la sua candidatura alla guida della nazione tedesca e all’egemonia
sul centro Europa, fidando sulla forza economica ed industriale. L’abolizione degli ordinamenti feudali non
aveva scalfito il potere dei nobili latifondisti, gli junker: gruppo sociale e compatto, fortemente
conservatore che esercitava un peso sulla vita dello stato. I vari problemi, compreso quello del parlamento
che non esercitava un reale controllo sull’attività del governo, non ebbero però effetti negativi per il
progresso economico e civile che si ebbero in Russia e nell’impero Asburgico. Al contrario, autoritarismo
politico e conservatorismo sociale si rilevarono componenti essenziali della via prussiana verso lo sviluppo.
La Prussia riesce a diventare un modello industriale alternativo a quello britannico, questo perché in
Germania esistevano elementi di modernità nelle comunicazioni interne e in campo militare. Si costruì il
terreno per una politica di potenza, data dal tradizionalismo degli junker e dalle aspirazioni nazionali della
borghesia. Guglielmo I costruì il progetto di milizia territoriale ma fu respinto, così nominò cancelliere
Bismark (reazionario junker), il quale era in alleanza con l’impero asburgico ma si era convertito alla causa
dell’unificazione della Germania senza o contro l’Austria. In pochi anni, l’uso spregiudicato della forza unito
all’abilità diplomatica, consentì alla Prussia di realizzare l’unificazione della Germania. Il primo ostacolo per
la via dell’unità era l’Austria che da un lato era plurinazionale ma dall’altro era pur sempre membro
importante della Confederazione germanica; il contrasto si fece acuto fino a quando Prussia e Austria
decisero di togliere alla Danimarca tre ducati ed entrarono in conflitto per l’amministrazione dei nuovi
territori. Bismark aveva il consenso del neo regno d’Italia e si era assicurata la neutralità della Francia e
della Russia; invece l’Austria aveva intorno a sé molti stati minori appartenenti alla Confederazione
germanica che erano spaventati per un probabile assorbimento da parte della Prussia. La guerra austro-
prussiana inizia nel 1866 e i prussiani infliggono varie sconfitte agli austriaci (a Sadowa), giungendo alla
pace di Praga: con la quale l’Austria non perse territori salvo quella del Veneto che fu restituita all’Italia, ma
dovette accettare lo scioglimento della vecchia confederazione germanica e dunque dovette rinunciare alla
sua influenza nell’Europa centrale e settentrionale. Così l’attenzione austriaca si sposta verso l’area
danubiano-balcanica. Nel 1867 l’impero fu diviso in due stati: AUSTRIA – UNGHIERIA, uniti fra loro da un
sovrano ma con diverso parlamento. il trionfo di Bismark è quindi segnato dall’arresa da parte della
borghesia liberale di guidare il processo dell’unificazione, e dovette accettare una posizione subalterna nei
confronti della monarchia e dell’aristocrazia terriera (diversamente da quanto era accaduto in Francia e in
Inghilterra).

LA GUERRA FRANCO-PRUSSIANA E L’UNIFICAZIONE TEDESCA: La Prussia, ormai uscita vincitrice dal conflitto
con l’Austria, sta per realizzare il suo obiettivo: unificazione di tutti gli stati tedeschi tranne l’Austria in un
grande Reich tedesco sotto la corona degli Hohenzollern. L’ultimo ostacolo fu la Francia che aveva
sottovalutato la forza della Prussia e questa stava per rivendicare un risultato migliore di quello ottenuto
dalla Francia nella pace di Westfalia (aveva distrutto l’unità della Germania). L’occasione del conflitto si
ebbe per una questione dinastica: 1868 il trono di Spagna rimase scoperto per un colpo di stato e salì al
governo provvisorio Hohenzollern, parente del re di Prussia; e la prospettiva di un principe tedesco sul
trono di Spagna spaventava la Francia che si poteva sentire accerchiata così quest’ultima mandò un
ultimatum che venne rifiutato. La Francia infuriata dichiara guerra il 19 luglio 1870 anche se però non è
preparata militarmente; infatti subirà numerose sconfitte (battaglia di Sedan) fino a quando la Prussia
dovette per forza firmare un armistizio il 28 gennaio del 1871: trattato di Francoforte, con il quale la Francia
dovette pagare una tassa elevatissima per i debiti di guerra e a mantenere truppe tedesche sul suo
territorio fino al completo pagamento; dovette anche cedere l ‘Alsazia e la Lorena: punti molto strategici e
ricchi anche dal punto di vista economico. La Francia subì una vera e propria umiliazione.

LA COMUNE DI PARIGI: nella primavera del 1871, mentre si stava ancora negoziando la pace con la
Germania, la Francia dovette affrontare una drammatica crisi interna: dopo la sconfitta di Sedan, il popolo
francese costruì una Guardia Nazionale che doveva decretare la fine del regime napoleonico. Molto diverse
invece, sono le opinioni della Francia rurale che è molto conservatrice e vorrebbe solo firmare presto una
pace; così alle elezioni del 1871 grazie all’appoggio delle campagne, al governo fu chiamato Thiers
(rappresentante della Francia moderata), ma il resto del popolo di Parigi (quello rivoluzionario) protestò
durante, soprattutto dopo aver visto i vincoli della pace di Francoforte. A questo punto la capitale viene
lasciata a se stessa e quindi prende piede la Guardia nazionale che è fortemente di sinistra e al momento di
eseguire gli ordini, questa si rifiuta e induce le elezioni per il Consiglio della Comune. “comune”: organo di
autogoverno cittadino, di stampo rivoluzionario (1871). Alle elezioni non si presentarono i conservatori e
quindi venne lasciato il potere alla sinistra, che diede vita all’esperimento più radicale di democrazia
diretta, fu abolita la differenza tra potere esecutivo e legislativo. A questo punto i conservatori si allarmano;
ma comunque, in realtà il governo rivoluzionario parigino non si caratterizzò in senso strettamente
socialista, furono si presi provvedimenti a livello sociale, ma non fu possibile andare più in là perché la
Comune sopravviveva solo all’interno di una sola città e per continuare a vivere avrebbe avuto bisogno di
consensi anche da parte dei piccoli centri e delle campagne. Così poi venne repressa la comune con
l’occupazione di Parigi delle truppe governative.

LA SVOLTA DEL 1870 E L’EQUILIBRIO BISMARCKIANO: si rafforzava sempre di più l’ideologia della forza della
politica di potenza fondata sullo sviluppo degli eserciti permanenti. Il nuovo clima economico costrinse tutti
gli stati europei a ripudiare la politica del libero scambio ed accentuare le misure protezionistiche. Si
dissolse così, quell’atmosfera di ottimismo e di fiducia nella cooperazione economica internazionale e nella
libera concorrenza che aveva caratterizzato gli anni 50 e 60. Eppure, dopo 1870 ci fu il periodo più lungo di
pace, che venne assicurata dalla suprema egemonia dell’impero tedesco, e Bismark era il più geloso
custode dell’equilibrio europeo, e si concentrò su uno scopo fondamentale: impedire che la Francia potesse
uscire da sul isolamento diplomatico per stipulare un’alleanza con un’altra qualsiasi delle grandi potenze.
Bismark volle stipulare il patto dei tre imperatori del 1873 tra Germania, Russia e Austria: un patto difensivo
che tutelasse gli equilibri conservatori all’interno dei singoli stati. L’alleanza però aveva un punto debole: la
Russia rivendicava all’Austria la penisola balcanica. Nel 77 la Russia, protettrice delle popolazioni slave
attaccate dai turchi, dichiarò guerra alla Turchia e la sconfisse dopo quasi un anno; così la Russia ottenne
l’assoluta egemonia sui Balcani. A questo punto Bismark nel 1878 prese l’iniziativa di convocare un
congresso fra le grandi potenze che fu tenuto a Berlino, in cui si ridimensionavano i vantaggi ottenuti dalla
Russia; Serbia e Montenegro conservarono l’indipendenza; la Bulgaria anche ma venne ridimensionata; la
Bosnia e la Erzegovina furono dichiarate autonome; alla gran Bretagna venne data la posizione strategica
dell’isola di Cipro; dal vantaggio territoriale rimase esclusa la Francia e La Germania, la quale non aveva
chiesto nulla. Bismark tentò ancora di mantenere salda l’alleanza con la Russia e con l’Austria e così nel
1882 stipulò la Triplice Alleanza (Germania, Austria, Italia) e rafforzò il patto dei tre imperatori; il problema
erano le fragilità tra la storica inimicizia tra Italia e Austria e tra Russia e Austria. A questo punto Bismark
decide di lasciare l’alleanza con l’Austria e di firmare di nascosto da questa, il trattato contro-assicurazione,
con cui la Russia non doveva aiutare la Francia in caso di attacco alla Germania e la Germania a non unirsi
all’Austria in una guerra contro la Russia.

LA GERMANIA IMPERIALE: Il nuovo stato tedesco è nato dalla sconfitta della Francia ed è diventata la più
grande potenza economica e politica. Dal punto di vista istituzionale, il Reich aveva la stessa struttura della
vecchia Confederazione germanica: diviso in 25 stati con propri governi e parlamenti. Il potere legislativo
era esercitato dalla Camera eletta a suffragio universale e da un consiglio federale, cui spettava il compio di
ratificare o meno le leggi votate dalla camera. Dunque quest’ultima ha pochissimo potere, in quanto quello
esecutivo era nelle mani dell’imperatore e del cancelliere (Bismark). Il blocco sociale dominante era basato
sull’alleanza tra il mondo industriale e bancario e l’aristocrazia terriera militare, dovuto anche alla politica
protezionistica di Bismark attuata dopo il 1879. Questo però non intaccò il processo di costruzione di altri
movimenti politici; infatti adesso, si aggiungono al partito conservatore e al partito nazional-liberale, anche
il Centro (di ispirazione cattolica, agricoltore e ceti medi urbani) e il Partito Socialdemocratico tedesco
(massa operaia). Bismark tentò la kulturkrampf (battaglia della civiltà) per lottare contro il partito cattolico,
rivendicando il carattere laico dello stato e la sorveglianza della Chiesa sotto l’occhio dello stato. Ma i
cattolici tedeschi, con la loro guida Windthors, riuscirono a raddoppiare la loro presenza parlamentare e
quindi Bismark dovette lasciar perdere i suoi vincoli. Riguardo al partito socialdemocratico invece, Bismark
emanò delle leggi eccezionali, che ponevano gravi limitazioni alla libertà di stampa e indicavano come
illegali le associazioni con aventi lo scopo di rovesciare l’ordinamento sociale. Inoltre, Bismark prese in
mano la situazione sociale e fece farsi approvare delle leggi di tutela delle classi lavoratrici che istituivano
assicurazioni obbligatorie per malattia, vecchiaia e infortuni sul lavoro (questo pesò a imprenditori, stato e
operai). Questa operazione è riconducibile ad un riformismo conservatore, che sviluppò anche nel
cosiddetto socialismo di cattedra, dove “socialismo” indica che lo stato ha ampi poteri di intervento nella
sfera dei rapporti economico-sociali (in opposizione alle teorie liberiste). Bismark tentava di integrare le
masse lavoratrici nello Stato in una posizione subalterna, quindi si ispirava al governo bonapartista della
Francia, piuttosto che dell’Inghilterra liberale. Comunque, la legislazione sociale non impedì la nascita alla
fine degli anni 80 di un forte movimento sindacale guidato da leader social democratici --> fallisce Bismark.

LA TERZA REPUBBLICA IN FRANCIA: dopo i traumi subiti dalla guerra civile e dalla vittoria della Prussia, la
Francia introdusse un servizio militare obbligatorio e piano piano ricominciò la sua salita verso il ritorno al
prestigio internazionale; la ripresa più che sull’economia, si basò sul patriottismo dei contadini e della
piccola borghesia che sentirono una durissima pressione fiscale e quindi sull’efficienza dell’organizzazione
bancaria: il risparmio nazionale fu la base per l’espansione imperialistica. La ricostruzione economica è
stata dunque, rapida, ma quella politica è rimasta instabile per parecchio tempo. I membri dell’assemblea
nazionale, incaricata di dirigere la nuova costituzione, erano in maggioranza favorevoli alla restaurazione
della monarchia: -legittimisti (ritorno dei Borbone) –orleanisti (eredi di luigi Filippo). La costituzione fu di
stampo repubblicano e gli articoli vennero approvati nel 1875: venne costruita la Terza Repubblica che
prevedeva il potere legislativo nelle mani di una camera eletta a suffragio universale maschile e da un
senato composto da membri eletti e membri vitalizi; poi troviamo il presidente della Repubblica, eletto
dalle camere e con in mano il potere esecutivo. Questo fu un vero successo per i repubblicani francesi che
riuscirono a capovolgere la tendenza conservatrice, fino allora predominante. Nel 1877 il presidente della
Repubblica Mac Mahon (conservatore)cercò di opporsi a questa tendenza facendo ricordo all’arma dello
scioglimento della carica, che non fu comunque possibile, perché ormai c’era una conferma della
prevalenza di repubblicani. A dominare la scena per i primi anni furono gli opportunisti (ferry: legame con
commercianti, impiegati e piccoli agricoltori) che avevano ispirazione al progresso e anche tendenze sociali
conservatrici; a questo movimento si oppongono i repubblicani radicali (clemenceau). Il consolidamento
della democrazia iniziò con il ritorno del Parlamento a Parigi (da Versailles), poi vennero istituite delle leggi
di notevole importanza: autonomie sindacali, divorzio, laicità dello stato, scuole elementare obbligatoria,
gratuita e laica. I valori laici furono contrastati in quanto i gruppi clericali e conservatori erano sempre forti.
L’indebolimento dei poteri del presidente della repubblica e l’instaurarsi di una prassi parlamentare ebbero
come conseguenza negativa un’instabilità dei governi. Un altro male storico della terza repubblica fu la
corruzione diffusa nelle alte sfere del potere, e non solo, ma anche le sempre vive tentazioni autoritarie:
ricordiamo il caso Boulanger, autoritario e antiparlamentare fu accusato di complotto contro la repubblica.

L’INGHILTERRA VITTORIANA: dopo il 1848 la Gran Bretagna visse un lungo periodo di stabilità politica,
sociale ed economica, infatti essa era diventata la più prosperosa delle grandi potenze europee: la
popolazione era attiva, c’era bassissimo tasso di analfabetismo, le reti ferroviarie erano le più eccellenti e
l’impero coloniale era già avviato. Il ventennio dal 1848 al 66 è stato un susseguirsi di liberali al governo che
consolidavano il sistema parlamentare: il Parlamento è capo indiscusso della vita politica e la Corona ha
ruolo simbolico di personificazione dell’identità nazionale (regina Vittoria); però non era affatto sinonimo di
democrazia: molti poteri spettavano alla Camera Alta (dei Lords), alla quale si accedeva per via regia o per
diritto ereditario, e altri poteri invece spettavano alla Camera elettiva (la camera dei comuni) che
rappresentava un piccolo gruppo di popolazione (pochi avevano diritto al voto). Importante fu la lotta per la
riforma elettorale: Glandstone presentò un progetto di legge che prevedeva una limitata estensione del
diritto di voto; però il progetto incontrò resistenza dai conservatori, i quali erano sotto la guida del dinamico
Disraeli, che assume esso stesso l’iniziativa della riforma elettorale: 1867 il diritto al voto aumentava quasi
di un milione. In un primo tempo l’allargamento del suffragio favorì i liberali e quindi, anche se Disreali
aveva mostrato di riconoscere il peso dei lavoratori, tornò al potere Glandstone che cominciò a
promuovere numerose riforme nei più importanti settori sociali: -istruzione pubblica migliorata (la chiesa
doveva occuparsi delle università); -abolizione del voto palese; -amministrazione pubblica reclutata tramite
concorsi. Poi tornò al potere Disreali che assunse un aspetto bismarkiano, in quanto decise di prendere
come priorità il colonialismo, cercando anche il consenso delle masse popolari; ma dopo i vari fallimenti
coloniali, egli fu sconfitto alle elezioni e tornò Glandstone che riformula la legge elettorale nel 1884:
comprende anche la maggioranza dei lavoratori agricoli. Un problema che Glandston dovette affrontare è la
questione irlandese: l’Irlanda è costretta a fare affidamento solo sull’agricoltura povera e condotta da
sistemi arretrati; erano frequenti le azioni terroristiche condotte dall’ala estremiste e repubblicana e c’era
anche un’intensa pressione esercitata in Parlamento dalla rappresentanza irlandese per introdurre il
problema dell’autonomia dell’isola. Glandston per fronteggiare la situazione, prova una riforma agraria
(1881) che migliorava i contratti di affitto e affidava garanzie; ma poi si convinse che l’unica vera soluzione
fosse la concessione all’Irlanda di una più ampia autonomia: progetto Home Rule. Ovviamente Glandstone
fu criticato dai conservatori e da una parte del suo partito, e quindi il progetto fallì e provocò la caduta del
governo di Glandstone, battuto dai tories che dovettero rinnovare il progetto colonialista di Disraeli.

LA RUSSIA DI ALESSANDRO II: Il paese più arretrato era la Russia, maggiormente occupato dall’attività
agricola era ancora in mano alla servitù della gleba (contadini legati alla terra che coltivavano, cioè
venivano venduti e comprati con essa). L’organizzazione del lavoro era fondata sui mir: comunità di villaggi,
dove assemblee di capifamiglia assegnavano ai contadini le terre da coltivare e controllavano l’esazione
delle imposte dovute ai signori. L’immobilismo sociale, politico ed economico però non frenò gli intellettuali
che mostrano molto interesse per la società europea, infatti essi si divisero in: -Occidentalisti (prendere
come modello la Francia e L’Inghilterra); -Slaofili (la riforma deve partire dalla Russia). Il nuovo zar
Alessandro II fece una cosa importantissima: abolì la servitù della gleba nel 1861, i servi acquistarono la
libertà e poterono diventare piccoli proprietari terrieri; però in realtà la riforma non fu così efficiente, in
quanto i pover uomini si trovarono a dover pagare il riscatto delle terre che era molto più alto del valore
delle stesse, e le terre affidate erano molto più piccole. Dunque la servitù della gleba era stata eliminata
solo nella carta, mentre a livello pratico tornò a tutti gli effetti.si andarono a diffondere atteggiamenti di
rifiuto totale dell’ordine costituito, un rifiuto che poteva sfociare nell’anarchia individuale al nichilismo.
Inoltre troviamo i populisti: intellettuali rivoluzionari di diversa appartenenza avente in comune l’utopia di
un socialismo agrario.

Cap 6: I NUOVI MONDI: STATI UNITI E GIAPPONE:

STATI UNITI: Gli stati uniti erano in crescente espansione, la popolazione era in costante aumento (grazie
anche e soprattutto ai flussi migratori europei) e la produzione agricola progrediva a ritmi che non avevano
eguali nel mondo. Negli Usa esistevano tre diverse società: -NORD-EST: sede delle prime colonie
britanniche è la società più ricca e industrializzata (cominciano a crearsi città sempre più popolose come
New York, Philadelphia e Boston). –STATI DEL SUD: società agricola profondamente tradizionalista che
fondava la sua economia sulle grandi piantagioni di cotone (la manodopera era affidata agli schiavi neri), ed
era costituita da uno stretto gruppo di grandi proprietari, che anche essendo in minoranza sono molto
incisivi a livello politico e sociale. –STATI DELL’OVEST: società di liberi agricoltori e allevatori di bestiame in
rapida evoluzione e molto legata all’etica della frontiera basata sull’iniziativa personale, l’indipendenza e
l’uguaglianza delle opportunità. I primi contrasti si sentirono tra il Nord e il Sud, in quanto per il primo era
impossibile accettare la schiavitù e la società settentrionale era incompatibile anche con il capitalismo
moderno. Le piantagioni sono una risorsa fondamentale per l’America fino a quando negli anni 50 lo
sviluppo industriale interessò il settore meccanico piuttosto che il cotone; a questo punto si fecero più
strette le relazioni tra Nord-est industriale e Ovest agricolo. Riguardo alla schiavitù, il dibattito non interessa
la sua esistenza ma si basa sulla possibilità di introdurla nei territori di nuova acquisizione. L’espansione
delle piantagioni ai nuovi territori era richiesta dal Sud che voleva trovare terre vergini più produttive; ma
ciò non fu accettato dalle altre società e il problema della schiavitù cominciò a farsi sentire anche in ambito
politico. Nei decenni precedenti la scena americana era divisa in due partiti: -partito democratico
(interessava il Sud e i migranti del Nord-est) che era incentrato sugli ideali di democrazia rurale e di
liberismo economico: ideali di Jefferson. –partito whig (appoggiata dalla borghesia del Nord) riprende il
rafforzamento centrale di Hamilton. Con l’inizio degli anni 50, entrambi i partiti entrano in profonda crisi ed
emerge il partito repubblicano nel 1854 (Lincoln nel 1860), che è antischiavista e accoglie i problemi
industriali e agricoli.

LA GUERRA DI SECESSIONE E LE SUE CONSEGUENZE:


nonostante Lincoln fosse contrario alla schiavitù, non fece nulla
per abolirla, però da una parte il nuovo regime è visto come
l’inizio di un processo irreversibile che avrebbe portato alla
vittoria degli interessi industriali, al rafforzamento del potere
centrale e alla progressiva emarginazione degli stati schiavisti.
Da qui, la decisione del Sud di uscire dall’unione e di costituirsi
in una Confederazione Indipendente che ebbe come capitale
Richmond in Virginia. La secessione del sud suscitò una
reazione del potere federale e quindi fu inevitabile una guerra civile nel 1861: le forze confederate (sud)
attaccarono la piazzaforte di fort sumter occupata dall’esercito unionista. I confederati erano militarmente
più pronti e quindi inizialmente ebbero la meglio, ma nel frattempo speravano nell’aiuto della gran
Bretagna (la prima acquirente del cotone); quando finirono le risorse e la Gran Bretagna decise di starne
fuori, i confederati cominciarono a decadere in quanto, l’armata nordista aveva maggior potenziale
economico e superiorità numerica della popolazione. La guerra è durata 4 anni e fu definita la prima guerra
totale, che ha coinvolto così a lungo la società civile di un grande paese moderno. Nel 1862 fu approvata
una legge che assegnava gratuitamente ai cittadini che ne facessero richiesta quote di terre, ma fu revocata
dopo poco tempo; inoltre venne approvata anche l’abolizione della schiavitù, ma anche se adesso gli schiavi
sono liberi, le loro condizioni non migliorarono da quelle che si stavano verificando in Russia (servi della
gleba: abolizione di Alessandro II nel 62). Negli anni successivi la fine della guerra civile il Sud fu sottoposto
a un regime di vera e propria occupazione militare, fu in pratica governato da uomini repubblicani venuti
dal nord. Il bilancio deli esiti della guerra non furono del tutto negativi: ora gli stati uniti uscivano con una
struttura politica, economica e sociale più compatta del passato.

NASCITA DI UNA GRANDE POTENZA: Gli stati uniti conobbero un periodo di grandi trasformazioni interne e
di rapido sviluppo territoriale. Chiuso il capitolo della guerra di secessione e della ricostruzione postbellica,
riprese lo slancio verso la colonizzazione dei territori dell’ovest; sviluppò notevolmente la rete ferroviaria
fino a quando, nel 1890 la conquista del West era praticamente avvenuta grazie all’inaugurazione della
prima linea transcontinentale dall’atlantico al pacifico. Le vittime principali della conquista del West furono
sicuramente i pellerossa che vennero costretti a limitare i loro spazi; questi inizialmente si ribellarono ma
alla fine furono decimati. A questo punto i flussi migratori continuano ad entrare sempre di più anche per
occupare le nuove industria a ovest, così l’America divenne uno centro di diverse culture e tradizioni. Pur
restando in larga misura si stampo agricolo, gli usa percorrono una grande crescita economica industriale e
urbana. Il motore del loro sviluppo è lo spirito di competizione e il progresso materiale, dovuto in parte a
non aver avuto a che fare in passato con il feudalesimo. Gli stati uniti erano interessati ad aumentare il
proprio potenziale senza avere tanti riguardi per il sud America, fatta ad eccezione un aiuto rivolto al
Messico contro le forze europee: a causa di una guerra civile tra democratici e conservatori in Messico, il
presidente dovette sospendere il pagamento ai debiti esteri (Francia gran Bretagna e spagna), i quali si
indignarono e sotto le truppe francesi fu creato un impero del Messico sotto gli Asburgo, ma gli stati uniti
cominciarono a mandare soldi e armi così da far rinunciare a Napoleone III il sogno latino.

LA CINA E IL GIAPPONE: la Cina e il Giappone si trovarono a fronteggiare le pressioni delle potenze europee
che volevano imporre la loro presenza commerciale in quelle terre.

CINA: a metà 800 era già lo stato più popoloso del mondo e la sua organizzazione politica, rimasta
immutata per tanto tempo, era basata sull’imperatore appoggiato da una classe di potenti funzionari
(nobiltà terriera). La società era basata sull’agricoltura, che anche questa è sotto il controllo imperiale, ed
era considerata inaccessibile ai commercianti occidentali, l’unico punto della Cina in cui era consentito
operare agli stranieri era Caton (Cina meridionale). La formazione filosofica e letteraria è fondamentale
nella cultura cinese e per questo vengono rallentati i progressi tecnologici, dunque la Cina per tantissimi
anni si trovava in una profonda crisi economica. Ad aggravare le cose si aggiunge la guerra dell’oppio contro
la Gran Bretagna: l’oppio prodotto in India veniva clandestinamente importato in Cina e quindi questa
chiude il porto di Canton, così gli inglesi procedono militarmente sconfiggendo i cinesi e ottenendo la citta
di Hong Kong. Poi si aggiunge una seconda guerra detta impropriamente, anche questa, dell’oppio, in
seguito ad un attacco ad una nave inglese. Dunque crisi e guerre hanno costretto la Cina ad aprire le porte
al flusso occidentale.

GIAPPONE: agli inizi la vicenda è analoga a quella cinese; il Giappone è organizzato secondo uno schema
feudale: l’imperatore è il capo religioso, è simbolico; il vero governo è affidato alla dinastia di feudatari:
tokuwa che si trasmettevano per eredità la carica degli shogun. Poi troviamo i grandi feudatari che
godevano di poteri assoluti sui propri feudi, al di sotto troviamo i samurai che sono numerosi e rispecchiano
la piccola nobiltà dedita alle armi; infine troviamo i pochi mercanti e artigiani che sono emarginati. Le poche
industrie giapponesi si concentravano sulla produzione di armi e navi da guerra, e l’unica attività di rilievo
era l’agricoltura del riso. Isolamento si è rotto con per la Cina, a causa delle pressioni europee, questa volta
degli Stati Uniti, che inviarono delle navi chiedendo formalmente allo shogun il libero accesso ai porti e
l’apertura alle relazioni commerciali; lo shogun dovette firmare nel 1858 per la penetrazione europea.

La firma di questi trattati ineguali portò nel Giappone un’ondata di risentimento da parte dei grandi
feudatari e dai samurai, che si indirizzò contro lo shogun. I daimyo (grandi feudatari) si resero più
indipendenti e cominciarono a costruire dei personali eserciti, i quali furono in grado di occupare Kyoto nel
1868 richiamando l’autorità dell’imperatore (Meiji) e dando vita al governo di Tokyo. La restaurazione
Meiji, si ebbe per due motivi: alcuni per lottare contro i Tokugawa (dinastia degli shogun); mentre la classe
dirigente era consapevole dell’arretratezza del Giappone rispetto all’occidente e quindi era decisa a
colmare il dislivello. L’operazione fu veloce ed efficace: la transizione dal sistema feudale ad uno Stato
moderno fu la più breve e la meno sanguinosa di tutti i tempi. Lo stato moderno portò notevoli riforme:
-obbligo scuola elementare, -uguaglianza giuridica, -unificazione della moneta, -sistema fiscale, -esercito
nazionale, -crescita delle infrastrutture, -modernizzazione economica: agricoltura e industria (la quale partì
da zero ma si riprese grazie all’importazione della tecnologia occidentale). Questa restaurazione fu l’unica
al mondo a partire dall’alto, cioè lo stato moderno non si è creato dalle classi inferiori o da una crescita
della borghesia, ma è emerso grazie alla spontanea decisione delle classi dirigenti tradizionali di
abbandonare i loro antichi diritti senza perdere la posizione privilegiata per investire nell’economia e nella
società.

(leggere) LA SECONDA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE:

la nuova fase dell’economia si ebbe nel 1873, quando si ebbe un’improvvisa crisi di sovrapproduzione che
portò alla caduta dei prezzi: la grande depressione. La caduta dei prezzi fu dovuta alle trasformazioni
organizzative e alle innovazioni tecnologiche che permisero di ridurre progressivamente i costi di riduzione.
Il rallentamento dei ritmi fu molto breve negli Usa e in Germania, mentre in Inghilterra fu più lungo;
nonostante ciò il tenore di vita non si era abbassato, anzi per i salariati i prezzi diventarono molto più
abbordabili. Un ruolo decisivo fu svolto dalle grandi banche che potevano assicurare un grande flusso
finanziario.

-LIBERISMO: affida al mercato il compito di regolare l’attività economica, che si oppone all’intervento dello
stato nel mondo della produzione e del commercio: libero scambio.

-PROTEZIONISMO: tende a proteggere la produzione nazionale imponendo sui prodotti di importazione dazi
doganali così elevati da scoraggiarne l’acquisto.
Nel settore agricolo troviamo una crisi agraria: i progressi tecnici hanno portato all’uso dei concimi chimici,
alla meccanizzazione e ai sistemi di rotazione questi appartengono solo a determinati paesi come
L’Inghilterra e la Germania, ma in quasi tutta l’Europa orientale e nella parte mediterranea la situazione era
molto diversa, ancora vi erano colture estensive, basate sullo sfruttamento del lavoro umano. Dunque
l’agricoltura restava frenata da questi squilibri. Inoltre anche i prezzi agricoli sono diminuiti, quando i
progressi nella navigazione a vapore determinarono l’abbassamento dei costi di trasporto, che
consentirono all’agricoltura americana di raggiungere i mercati del vecchio continente. Così si
intensificarono i movimenti migratori. La seconda rivoluzione industriale fu meno radicale della prima in
quanto di conseguenze sul lungo periodo, ma di certo fece sentire i suoi effetti su un’area più vasta
cambiando abitudini, comportamenti e modelli. Mentre la prima rivoluzione industriale aveva avuto come
protagonisti imprenditori e dilettanti, invece la seconda coinvolse le energie del mondo scientifico, cioè fu
l’applicazione della scienza alla tecnica a costruire la tecnologia. E man mano crescono i rapporti tra scienza
ed economia: i settori crebbero tutti specialmente quelli nuovi come la chimica, la produzione dell’acciaio e
l’elettricità. La crescita delle nuove industri portò all’aumento della domanda di prodotti intermedi come
l’acido solforico (concimi esplosivi e coloranti) e la soda. Anche l’industria alimentare migliorò nettamente,
grazie all’invenzione della conservazione e della sterilizzazione dei cibi. La prima rivoluzione industriale era
basata sulla macchina a vapore a carbone fossile, adesso invece si ha il passaggio al motore a combustione
interna: il motore a scoppio, notevolmente migliorato dall’applicazione dell’elettricità; di conseguenza si
sviluppano le petrolifere, anche se il prezzo del petrolio era troppo alto rispetto al carbone. Alla fine degli
anni 80 l’elettricità aveva raggiunto interi quartieri urbani, mentre più lenta fu l’affermazione dell’elettricità
come mezzo di illuminazione pubblica. Anche la medicina cambiò radicalmente grazie: -alla diffusione delle
pratiche igieniste e la prevenzione alle malattie -progressi della chimica: farmacologia –nuova ingegneria
sanitaria – sviluppo della microscopia. Tutto ciò portò ad un boom demografico e la vita media crebbe
notevolmente.

(Leggere) IMPERIALISMO E COLONIALISMO:

alla fine dell’800 fu caratterizzato dalla costruzione degli imperi coloniali, basata sullo sfruttamento
economico, cioè c’era la spinta ad accaparrarsi le materie prime a basso costo e la ricerca di sbocchi
commerciali. Le colonie potevano essere protettorati (controllo esercitato in modo indiretto) oppure vere e
proprie colonie (se venivano direttamente controllate). Riguardo alle motivazioni ideologiche e politiche
troviamo il nazionalismo e la politica di potenza basata sul razzismo e sullo spirito missionario. L’esperienza
coloniale si tradusse in veri e propri massacri, ma dal punto di vista economico ebbe molti effetti positivi
per i paesi che ne furono investiti, infatti vennero messe a coltura nuove terre, nuove tecniche agricole e
infrastrutture. Ma tutto ciò aveva un prezzo: la continua esportazione di materie prime. Anche le culture
meno solide vennero completamente trasformate dal senso imperialista emerso in Europa. Le colonie
riguardavano i territori dell’Asia e dell’Africa (quest’ultima fu conquistata molto veloce e i territori vennero
spartiti da Belgio, Inghilterra e Francia).

Cap: 9 SOCIETA’ E STATO DELL’ITALIA UNITA:

L’Italia nel 1861 non viveva in buone condizioni: la maggior parte delle città, ad esclusione dei maggiori
centri come Milano, Torino, Genova e Napoli, era priva di attività produttive di grande rilievo. Gli italiani
preferivano vivere nelle campagne e l’agricoltura ricopriva il 70 % nonostante il terreno per lo più
montuoso. Quella italiana, era un’agricoltura povera, ad eccezione della pianura padana in cui si erano
sviluppate delle aziende agricole moderne dove trovò posto la manodopera salariata, infatti ricordiamo che
nell’ Italia centrale dominava la mezzadria cioè il coltivatore doveva dare al proprietario metà del prodotto
senza contare sull’aiuto economico per gli attrezzi e il bestiame. Questo contratto lasciava in miseria il
contadino e allo stesso tempo significò un blocco all’innovazione tecnica dell’agricoltura moderna. Nel
mezzogiorno e nelle isole invece, il territorio era dotato di vaste distese coltivate fondate sul latifondo;
infatti in meridione e in Sicilia trovavamo una situazione-limite: questa realtà era ben nota ai dirigenti, ma
non fu mai contemplata dalla borghesia urbana, in quanto non esisteva neppure una ferrovia nazionale che
potesse collegare il nord e il sud, anzi il sud non aveva neanche molte strade. Questo fu un punto molto
complicato da risolvere: si è unità un’Italia che è composta da due realtà molto diverse che neanche si
conoscono, il contatto tra le due sarebbe stato molto difficile.

LA CLASSE DIRIGENTE: DESTRA E SINISTRA: i successori di Cavour si attennero al piano politico già
impostato da questo: -stato laico in senso di rapporti tra stato e chiesa –politica rispettosa delle libertà
costituzionali e del senso liberista dell’economia. Si vennero a creare: DESTRA STORICA Il nucleo centrale
era composto da piemontesi, lombardi, toscani e pochissimi meridionali. In realtà più che una forza di
destra, era un gruppo di centro moderato: la vera destra è quella dei clericali e dei nostalgici del vecchio
regime, la quale si era autoesclusa dal nuovo governo. Fin da subito è stato il partito preferito. SINISTRA
STORICA troviamo mazziniani, garibaldini e vecchia sinistra piemontese. La sinistra si appoggiava su una
base più ampia e composita formata da gruppi di piccoli e medi borghesi e un po’ di artigiani e operai del
nord. Ma comunque destra e sinistra sono espressione di una classe ristretta di dirigenti, e quindi
rappresentano il paese legate piuttosto che quello reale; infatti la politica era di tipo oligarchico e
personalistico: erano assenti i partiti costruiti sulla base moderna, la lotta politica si imperniava su singole
personalità più che su programmi definiti. Differenza tra: -accentramento (stretto controllo del potere
centrale sugli organi di governo locale, realizzato attraverso una fitta rete di funzionari: francese);
-decentramento (lascia ampi spazi nel campo amministrativo e giudiziario all0iniziativa delle comunità
locali: inglese). Il primo problema posto dalla sinistra è quello relativo al suffragio universale: la legge
prevedeva criteri non molto diversi da quelli britannici, ma a differenza di questi, le condizioni italiane
erano peggiori, infatti era previsto che potesse votare solo uomini alfabeti con più di 25 anni e con una
tassa di 40 lire (erano più analfabeti degli inglesi, quindi votavano in pochi). Inizialmente va a capo la destra,
che ammirava molto l’esempio britannico, anche se nella realtà dei fatti si rilevò molto più propensa allo
stato accentrato, infatti già la stessa unificazione era stata un atto di accentramento (le leggi piemontesi
vengono estese); però in altri casi vengono costituite nuove leggi per tutti come la legge Casati
sull’istruzione e la legge Rattazzi sull’ordinamento comunale e provinciale che affidava il governo dei
comuni ad un sindaco scelto dal re e ad un consiglio eletto. La questione meridionale si sente sempre di più,
in quanto le province liberate dall’assedio borbonico continuavano a vivere il malessere antico, che si
accentuava con i contrasti con il nuovo regime. Appena dopo l’unità nasce il brigantaggio cioè emersero
delle bande che assalivano i piccoli centri e li occupavano per giorni massacrando i notabili liberali e
incendiando gli archivi comunali; nel 1863 si decide di intervenire militarmente sconfiggendo del tutto il
grande brigantaggio, grazie alla stanchezza della popolazione e alle misure repressive adottate. Però
rimasero irrisolti i problemi politici e sociali che avevano reso possibile la diffusione del brigantaggio; infatti
ai governi di destra mancò la capacità di risolvere la questione meridionale. La divisione dei terreni
demaniali (terre pubbliche di origine feudale) e la vendita dei terreni ecclesiastici non migliorarono di certo
la situazione, i contadini non riuscivano a far fronte alle spese; e quindi la destra non fece nulla di
vantaggioso a livello economico per il Sud. La destra dovette affrontare i problemi dell’unificazione:
uniformare i sistemi monetari e fiscali, rimuovere le barriere doganali e costruire un’efficiente rete di
comunicazioni stradali e ferroviarie. Sia la destra che la sinistra, erano state educate sotto il senso liberista
dettato da Cavour, quindi molto rapido fu l’estensione di tali principi basati sulla legislazione doganale,
composita da dazi in entrata molto bassi. Molto rapido fu lo sviluppo delle vie di comunicazione, della rete
ferroviaria (anche nel mezzogiorno), degli scambi commerciali che adesso venivano conosciuti anche dal
sud, colture specializzate ed esportabili e dell’industria della seta. Invece, meno progressista era il settore
industriale che vide delle crisi al settore della lana, siderurgico e meccanico (non raggiungevano il passo
europeo). Gli effetti negativi della scelta liberista furono sentiti soprattutto dai pochi nuclei industriali del
mezzogiorno che vennero cancellati dalla caduta dei dazi protettivi; inoltre, ciò portò alla scomparsa di
alcuni lavori artigianali. Questi processi, anche se hanno avuto delle complicazioni, hanno contribuito al
processo di modernizzazione dell’apparato produttivo. Per colmare i vuoti economici dovuti all’unificazione
e alla guerra contro l’Austria (66) si intraprese una dura politica fiscale, basata sia da imposte dirette e che
indirette, e colmate anche da nuove tasse come quella sul pane che aggravò la situazione dei più poveri.
Questa dura politica portò ai suoi frutti nel 75 quando fu raggiunto l’obiettivo del pareggio del bilancio.

IL COMPLETAMENTO DELL’UNITA’: la destra dovette affrontare anche questo problema: completare l’unità,
e cioè riunire alla madrepatria il Veneto, il Trentino, il Lazio e soprattutto Roma. La rivendicazione di Roma
capitale era già stata espressa da Cavour, ma mentre la destra tentava di inserire gradualmente per vie
diplomatiche l’Italia nel mondo europeo, la sinistra restava fedele all’idea di una guerra popolate che
avrebbe condotto alla liberazione di Roma. I problemi erano principalmente questi: -la Francia era un forte
alleato del papa e quindi essa era l’alleato più sicuro e rappresentava per l’Italia il principale partner
economico; -la maggioranza dei cittadini sono cattolici; - il clero rappresentava in molte zone rurali l’unico
punto di riferimento culturale e l’unica presenza organizzata; -la maggior parte degli insegnanti erano
ecclesiastici. Cavour chiedeva una “libera Chiesa in un libero Stato”, cioè credeva in una soluzione che
assicurasse al papa la piena libertà di esercitare il proprio potere spirituale, in cambio della rinuncia al
potere temporale e del riconoscimento del nuovo stato. Queste proposte si scontrarono notevolmente con
Pio IX. I vari fallimenti portarono Garibaldi a ritornare in Sicilia dove era ancora piuttosto popolare e
cominciò a preparare una spedizione verso lo stato pontificio nel 1862; ma quando napoleone III venne a
conoscenza del fatto, costrinse Vittorio Emanuele a reprimere il tentativo di Garibaldi (anche se
inizialmente il re non aveva fatto nulla per sopprimerlo perché sembrava una buona occasione per liberare
Roma). Dunque Garibaldi venne sconfitto all’Aspromonte in Calabria, e questo segnò un ulteriore passo
indietro alla soluzione dell’Italia completa. I governanti italiani, preoccupati di ristabilire i buoni rapporti
con la Francia nel 1864 decisero di firmare la convenzione di settembre: l’Italia garantisce il rispetto dei
confini dello stato pontificio e in cambio le truppe francesi vengono tolte dal territorio laziale. A questo
punto il governo decide di spostare la capitale da Torino a Firenze. Nel frattempo, nel 66 si coglie
l’occasione per rivendicare il Veneto: Bismark propone un’alleanza militare italo-prussiana per sconfiggere
l’impero austriaco; e l’Italia fu molto importante per la sconfitta degli austriaci a Sadowa, però i risultati
furono deludenti, in quanto all’Italia venne affidato solo il Veneto senza la Venezia Giulia e il Trentino. Tutti
queste delusioni portarono a forti tensioni popolari che attivò i gruppi democratici di opposizione: Mazzini
intensificò la propaganda e Garibaldi ricominciò a progettare la spedizione a Roma, sperando di non turbare
i francesi perché si voleva fare un’insurrezione popolare (cioè insurrezione come atto di volontà del
popolo), ma immediatamente Napoleone III rispedì le sue truppe nel Lazio, e anche questa volta il tentativo
fallisce. L’occasione per la conquista di Roma si sarebbe presentata da eventi esterni imprevedibili, come la
guerra franco-prussiana e la caduta del Secondo Impero. Nel 1870 il governo manda un corpo di spedizione
nel Lazio e contemporaneamente negoziano con il papa per giungere ad una soluzione concordata, ma Pio
IX rifiutò ogni accordo e così il 20 SETTEMBRE DEL 1870 le truppe italiane attraverso Porta Pia entrarono a
Roma appoggiate dal popolo. Così l’anno dopo venne trasferita la capitale da Firenze a Roma e il papa
dovette firmare la legge delle guarentiglie, cioè delle garanzie: stesso piano di Cavour, che attuava la libertà
della Chiesa ma la liberava dal potere temporale; ciò permise ad essa di prendere sempre più influenza nel
popolo (infatti ricordiamo il non expedit: invito ai cattolici da parte del papa a non votare 1874).

LA SINISTRA AL GOVERNO: negli anni 70 il quadro politico si andava allargando, e vide la nascita di deputati
di Centro, non di destra né di sinistra. Inoltre la destra cominciò a fratturarsi in base ai gruppi regionali;
mentre nasceva una nuova sinistra (la sinistra giovane), composta da una borghesia moderata poco
sensibile alla tradizione e attenta ai propri interessi. Le elezioni di novembre 1876 videro il successo della
sinistra guidata da Depretis che attuò immediatamente la rivoluzione parlamentare: giungeva al potere un
ceto dirigente nuovo che si allontanava dalle lotte e andava incontro alle esigenze della borghesia. Il
programma della sinistra si basava su alcuni punti fondamentali: -suffragio universale: nuova legge
elettorale (1882) che concedeva il diritto di voto a tutti i cittadini sopra i 25 anni che sapevano scrivere,
come in Inghilterra; -effettiva obbligatorietà e gratuità della scuola elementare e sanzioni per i genitori che
non aderivano alla legge Coppino. Le preoccupazioni suscitate dall’allargamento del suffragio e dal
conseguente prevedibile rafforzamento dell’estrema sinistra a favorire quel processo di convergenza fra le
forze moderate che nacque da un accordo tra Depretis e il leader della destra Minghetti e che prese il nome
di trasformismo. “trasformismo” non indica una trasformazione dei modelli progressisti, ma piuttosto nel
venir meno delle tradizionali distinzioni ideologiche fra Destra e Sinistra, e nella rinuncia da parte della
sinistra, a una precisa caratterizzazione programmatica. Così al modello inglese bipartitico se ne sostituiva
uno basato sul grande centro che tendeva a inglobare le opposizioni moderate e a emarginare le ali
estreme. La svolta moderata di Depretis ebbe come conseguenza il distacco di una maggioranza dei gruppi
democratici più avanzati che continuavano a battersi per il suffragio universale, e così venne a crearsi un
nuovo gruppo: quello radicale che è contro le posizioni trasformiste.

CRISI AGRARIA E SVILUPPO INDUSTRIALE: Fra le cause che avevano portato alla caduta della destra c’era il
malcontento dovuto alla sua politica economica; i governi della sinistra cercarono di andare incontro alle
esigenze popolari e borghesi che non sono facilmente conciliabili. La tassa sul macinato venne ridotta e poi
abolita nel 1884 e contemporaneamente venne aumentata la spesa pubblica; questa politica, se da un lato
favorì l’industrializzazione, dall’altro provocò la ricomparsa di un forte deficit nel bilancio statale, senza
riuscire superare le difficoltà economiche, dovute soprattutto all’arretratezza del settore agricolo. Gli
sviluppi registrati dall’agricoltura dopo l’unità, erano dovuti alla caduta delle barriere doganali e allo
sviluppo dei trasporti, ma comunque erano stati più quantitativi che qualitativi. I miglioramenti colpivano
determinate zone e settori già progrediti; infatti ricordiamo i grandi lavori di bonifica promossi dagli
imprenditori sulla bassa padana (Ferrara), però nel resto d’Italia la situazione rimaneva la stessa. Così nel
1877 ci fu un’inchiesta agraria presieduta da Jacini, nella quale emergeva il quadro drammatico dello stato
dell’agricoltura italiana e si tentava di risolverlo con un’estensione delle opere di bonifica e di irrigazione,
favorendo anche una maggiore diversificazione; il problema però, soprattutto nel mezzogiorno, era che non
si trovavano imprenditori disposti ad investire e scarseggiava il capitale statale. Nel 1881 L’Italia risentì della
forte crisi agraria che ha colpito quasi tutta l’Europa, e anche nel nostro caso, troviamo un brusco
abbassamento dei prezzi (prima i cereali poi tutto il resto, ad eccezione delle colture da esportazione) che
portò ad un calo della produzione, provocando gravissimi danni per tutte le categorie agricole. Anche gli
effetti sociali sono analoghi a quelli europei: aumentano le conflittualità e i flussi migratori. Però, se da un
alto la crisi agraria costituì un ulteriore fattore di ritardo per il decollo industriale italiano (indebolendo la
base produttiva del paese, viene rallentato il processo di trasformazione capitalistica dell’agricoltura), per
altri versi finì col favorirlo. La crisi distolse i capitali dal settore agricolo e fece cadere le illusioni che lo
sviluppo economico italiano dovesse fondarsi solo sull’agricoltura e sull’esportazione dei prodotti. La
sinistra, pur andando incontro alle richieste industriali, erano avversi all’intervento dello stato
nell’economia. Queste convenzioni liberiste furono scosse dal primato della politica tedesca e quindi un
primo mutamento di rotta si ebbe nel 1878, con l’approvazione di una serie di dazi doganali che offrivano
una moderata protezione ai prodotti dell’industria. Nel 1884 fu realizzato un grande complesso siderurgico
impiegato sulle armerie (considerata all’epoca, indispensabile): l’acciaieria di Terni; però queste industria
non potevano sopravvivere poggiando sul solo stato, quindi fu necessaria un’elevata protezione doganale.
Dunque, le conseguenze della crisi agraria hanno costretto l’Italia a passare dal liberismo al protezionismo.
Si giunse così nel 1887 alla nuova tariffa generale che colpì le merci di importazione con pesanti dazi di
entrata. In campo agricolo, il nuovo regime doganale fu esteso ai cerali; eliminando definitivamente la
tradizione liberoscambista, ponendo così le basi per un nuovo blocco di potere economico. La tariffa dell’87
produsse una serie di effetti negativi e accentuò gli squilibri fra i vari settori economici; i dazi doganali non
proteggevano in modo uniforme i diversi comparti: c’era un forte sostegno dell’industria siderurgica, ma
scarso interesse per quella meccanica; c’erano progressi nel settore della lana e del cotone, ma con cadute
nella seta; la tassa sui cereali giovò la produzione ma ne mise in crisi i consumatori, e così ne mezzogiorno
continuava ad esserci una realtà produttiva arretrata, mentre diventava più moderno il settore delle colture
specializzare. Inoltre la tariffa dell’87 provocò la rottura commerciale con il più grande alleato commerciale,
che poi sfociò anche in una guerra doganale: la Francia (maggior acquirente per le colture del
mezzogiorno).

POLITICA ESTERA: LA TRIPLICE ALLEANZA E L’ESPANSIONE COLONIALE: la sinistra con Depretis abbandonò
l’equilibrio seguito dai governi precedenti, basata sul mantenimento di buone relazioni con tutte le grandi
potenze e sul rapporto preferenziale con la Francia, e decise di entrare nella TRIPLICE ALLEANZA con la
Germania e l’Austria-Ungheria. Questa scelta fu molto screditata dall’opinione pubblica, ma la spinta ad a
prenderla, fu il timore dell’isolamento: L’Italia nel 1878 con il congresso di Berlino, era rimasta a mani vuote
senza Trentino, Venezia Giulia, inoltre aumentarono i contrasti con la Francia per Tunisi. La triplice alleanza
era di carattere difensivo, in cui gli stati si impegnavano a garantirsi reciproca assistenza in caso di
aggressione da parte di altre potenze. Così l’Italia prendeva protezione senza però rivendicare le terre
irredente: cioè il Trentino e la Venezia Giulia che non erano state liberate dal potere austriaco. La
situazione Italiana migliorò nel 1887 quando rinnovò la triplice alleanza, in cui furono messe due clausole:
-eventuali modifiche dei Balcani sarebbero dovute essere spartite tra Italia e Austria; -la Germania doveva
proteggere l’Italia da eventuali iniziative francesi in Marocco e in Tripolitania. Nel frattempo Depretis aveva
ritenuto opportuno porre le basi per una piccola spedizione in una zona dell’Africa orientale, dove la
concorrenza era meno agguerrita: L’Italia acquistò la baia di Assab sulla costa meridionale del Mar Rosso,
poi intervennero delle truppe che occuparono la città di massua; così si avvicinava all’Etiopia (paese
fortemente arretrato), con la quale voleva far penetrare un controllo commerciale, che venne rifiutato. Gli
etiopi sterminarono un esercito italiano, che poi venne rinforzato per aumentare il controllo sulla fascia
costiera.

MOVIMENTO OPERAIO E ORGANIZZAZIONI CATTOLICHE: la crescita di un movimento operaio organizzato


fu rallentata, in Italia, da ritardo nello sviluppo industriale e dalla conseguente assenza di un proletariato di
fabbrica moderno e numericamente consistente. La maggioranza era costituita da lavoranti di botteghe
artigiane, e fino agli anni 70, l’unica organizzazione operaia fu quella della società di mutuo soccorso che
era governata da mazziniani e moderati, e avevano scopi di solidarietà, rifiutavano la lotta di classe
andavano contro lo sciopero. Queste persero credito man mano che la situazione si aggravava, così l’Italia,
conoscendo poco Marx, era interessata alle teorie anarchiche di Bakunin, che facevano leva sul proletariato
delle campagne e spingevano a moti insurrezionali. I fallimenti di questi tentativi convinsero Costa ad
effettuare un programma concreto, che riguardasse la vita di tutti i giorni; così nel 1881 fondò il partito
socialista rivoluzionario di Romagna però rimase una formazione regionale priva di legami con i nuclei
operai più avanzati. Nell’82 si formò il Partito operaio italiano: gli operaisti che cercarono di stabilire un
contatto con quel proletariato rurale della Bassa Padana che fu protagonista dei primi grandi scioperi
agricoli in Italia. Come ho già detto, Mare era poco conosciuto, solo Labriola contribuì alla conoscenza del
pensiero marxiano in Italia, però rimase isolato. Il principale protagonista delle vicende che portarono alla
formazione del PARTITO SOCIALISTA ITALIANO, fu TURATI, che con l’incontro di Anna Kuliscioff, fece
nascere il Partito dei lavoratori italiani, che poi divenne il Partito socialista: Turati voleva affermare
l’autonomia del movimento operaio dalla democrazia borghese, il rifiuto dell’insurrezionismo anarchico,
riconoscere la priorità delle lotte economiche e avere come obiettivo la socializzazione dei mezzi di
produzione. In opposizione troviamo i liberali i moderati, e il papa: i cattolici non insorgevano ma erano una
vera e propria forza; infatti ricordiamo il non-expedit: divieto papale del 1873 di partecipare alle elezioni.
Inoltre, nel 74 venne costituita l’Opera dei congressi, governata dal clero assicurava ostilità nei confronti del
liberalismo laico, della democrazia e del socialismo. Una prima apertura con il papato si ebbe con Leone
XIII: il territorio italiano fu più aperto al socialismo e alle cooperative.

CRISPI: DEMOCRAZIA AUTORITARIA: Quando morì Depretis, venne al comando Crispi (siciliano, esponente
della Sinistra) in quanto poteva contare sia sulla sinistra per il suo passato mazziniano e garibaldino, ma
anche per una parte dei conservatori, attratti dalle suo promesse autoritarie ed efficienti in linea con il
modello bismarkiano. Nel 1888 fu approvata una legge comunale e provinciale che allargava il diritto di
voto a tutti i maschi che sapevano leggere e scrivere o che potessero pagare almeno 5 lire; poi nell’87 fu
emanato il nuovo codice penale: codice Zanardelli: in cui la pena di morte viene abolita e viene legittimato il
diritto allo sciopero, però è temperato da una legge di pubblica sicurezza che limita la libertà sindacale e
lascia ampi poteri alla polizia. Riguardo alla politica estera, Crispi rafforzò la triplice alleanza inasprendo il
conflitto con la Francia; i possedimenti italiani vennero ampliati e riorganizzati con il nome di Colonia Eritrea
e vennero poste le basi per l’espansione verso la Somalia. La politica coloniale di Crispi, però, suscitava
polemiche, in quanto le spese erano troppo elevate per lo stato ancora in crisi, così Crispi si dimise,
lasciando il posto a Rudinì nel 1892 (esponente della destra conservatrice).

GIOLITTI, I FASCI SICILIANI E LA BANCA ROMANA: Giolitti entrò al governo le 92-93 e mirava ad una più
equa ripartizione del carico fiscale che risparmiasse i ceti più disagiati e colpisse con aliquote più alte i
redditi maggiori (sistema della progressività delle imposte, oggi accettato). Inoltre, egli si astenne da
misure preventive nei confronti dei movimenti e delle organizzazioni popolari; infatti egli non fece nulla
neanche riguardo la formazione dei fasci siciliani e lo scandalo della banca di Roma. I fasci dei lavoratori si
diffusero sia nelle campagne che nei centri urbani, contro le tasse troppo pesanti e contro il malgoverno
locale, inoltre chiedevano delle terre migliori per i contadini. Non furono rivoluzionisti, ma essi fecero
aumentare le pressioni dei conservatori su Giolitti che non adottò nessuna misura speciale. Riguardo alla
Banca romana portò alla caduta del governo, già indebolito dall’ostilità dei conservatori. La Banca romana
aveva il privilegio di stampare biglietti a corso legale, e impegnava molte somme cospicue nell’edilizia, ma
quando la crisi economica colpì il settore delle costruzioni, molte imprese debitrici fallirono e così, i
dirigenti bancari, per uscire dalle difficoltà, cominciano ad effettuare gravissime irregolarità. Molti deputati
e giornalisti erano stati finanziati dalla banca romana, e questa venne sfruttata anche da Crispi e Giolitti per
avere denaro che serviva ad influenzare la stampa e l’opinione pubblica in occasione delle campagne
elettorali. A questo punti Giolitti è costretto a dimettersi per aver nascosto lo scandalo della banca romana;
alle sue dimissioni ci sono dietro i conservatori e probabilmente anche Crispi, perché venne richiamato al
governo dopo Giolitti nonostante anche lui avesse nascosto le irregolarità della banca.

IL RITORNO DI CRISPI E LA SCONFITTA DI ADUA: nel 93 torna al governo Crispi, che ricominciò a porre delle
soluzioni ai vari problemi; in campo economico avviò una politica di risanamento del bilancio basata su
pesanti inasprimenti fiscali e completò la riorganizzazione del dissestato sistema bancario, già iniziata da
Giolitti, con una legge che istituita la Banca d’Italia: monopolio dell’emissione e controllo sull’intero sistema
bancario. Riguardo all’ordine pubblico, Crispì non esitò a ricorrere a misure eccezionali; infatti emanò nel 94
lo stato di assedio in Sicilia e poi in Lunigiana, dove si erano verificati dei tentativi di insurrezione anarchica.
Nello stesso anno vennero approvate un complesso di leggi limitative la libertà di stampa, di riunione e di
associazione (leggi antisocialiste sul modello bismarkiano). Gli effetti però non furono quelli sperati e le
persecuzioni non riuscirono a respingere la rete organizzativa dei partiti socialisti (appoggiati anche da
intellettuali socialisti). Crispi subì diversi colpi, a causa della Banca romana e infine con il fallimento di
conciliare la politica di austerità finanziaria col mantenimento delle alte spese militari per le iniziative
coloniali. Crispi dal suo primo governo, aveva cercato di stabilire un protettorato sull’Etiopia e nel’89 venne
firmato il trattato di Ucialli (redatto in due versioni: italiana e amarico) che fu interpretato diversamente:
-come protettorato per l’Italia –come collaborazione per l’Etiopia; così i contrasti si inasprirono fino
all’importante sconfitta dell’esercito italiano in Adua. Questa sconfitta ebbe molte ripercussioni in Itala:
violente manifestazioni contro la guerra in Africa e spingeva Crispi alle dimissioni. Così il suo successore,
Rudinì firmò immediatamente la pace con l’Etiopia.

Cap.10: VERSO LA SOCIETA’ DI MASSA:

di “massa” nel senso di moltitudine indifferenziata al suo interno, di aggregato omogeneo in cui i singoli
tendono a scomparire rispetto al gruppo. Alla fine dell’800 la società diviene di massa grazie
all’industrializzazione e all’urbanizzazione, che colpirono gli stati più avanzati come l’Europa occidentale e
l’America del nord. La maggioranza dei cittadini vivono a stretto contatto negli agglomerati urbani; i loro
rapporti sono di carattere anonimo e impersonale e tutti fanno riferimento alle grandi istituzioni nazionali
che sostituiscono le piccole comunità locali. La maggior parte della popolazione è uscito dall’autoconsumo
ed è diventato produttore e, allo stesso tempo, consumatore di beni e servizi. La società di massa è una
realtà di cui non abbiamo potuto fare a meno, e che ovviamente ha suscitato sia reazioni ottimiste (massa
come diffusione di benessere), che resistenza basate sulla preoccupazione dovuta alla minaccia della libertà
individuale.

SVILUPPO INDUSTRIALE E RAZIONALIZZAZIONE PRODUTTIVA: il periodo dal 1873 al 1895 era stato
caratterizzato da progressi nei settori giovani come la chimica, l’acciaio e l’elettricità; mentre dal 96 al 1913
troviamo uno sviluppo in quasi tutti i settori e toccò anche i paesi come la Russia e l’Italia; unica
interruzione nel 1907 con una breve crisi. I prezzi, che erano stati sempre calanti, dal 1873 cominciano a
crescere costantemente, e ciò portò all’allargamento del mercato: la domanda aumenta sempre di più, e
cominciano ad emergere i primi prodotti in serie, che si estendevano dalle grandi città ai piccoli centri
urbani. Le esigenze della produzione in serie per un mercato di massa spinse le imprese ad accelerare i
processi di meccanizzazione e di razionalizzazione produttiva: nel 1913 la Ford di Detroit introduce la prima
catena di montaggio, che riduce i tempi di lavoro e migliorò la produttività. Importante fu il contributo di
Taylor che con il suo libro “principi di organizzazione scientifica del lavoro”, introdusse uno studio
sistematico del lavoro in fabbrica che implicano tempi standard necessari eliminando le pause non
necessarie. Le teorie di Taylor furono applicate con un certo successo in molte grandi imprese americane ed
europee.
LE NUOVE STRATIFICAZIONI SOCIALI: La società di massa ha creato uniformità nei comportamenti e nei
modelli culturali, però da un lato ha aumentato la stratificazione sociale: -nella classe operaia si accentua la
distinzione tra manodopera generica e i lavoratori qualificati; -aumenta il ceto medio: dipendenti e
lavoratori autonomi (si moltiplicano gli esercizi commerciali e nascono alcune attività come fotografo e
meccanico, eliminandone altre come lo scrivaglio e l’acquaiolo), il ceto medio si rifiuta di essere identificato
con le masse lavoratrici; -sia allarga la categoria dei dipendenti pubblici; -colletti bianchi (i blu erano gli
operai): addetti al settore privato che svolgevano mansioni non manuali come i tecnici e i commessi. Agli
ideali tipici della tradizione operaia (solidarietà, spirito di classe) contrapponevano i valori storici della
borghesia (l’individualismo e la rispettabilità, la proprietà privata e il risparmio). Il ceto di confine era la
piccola borghesia, che aveva un importante ruolo sia in ambito economico che politico.

ISTRUZIONE E FORMAZIONE: la scolarizzazione ha bisogno di contare non soltanto sulla Chiesa, ma anche
sullo stato e sulle amministrazioni locali. La scuola aperta a tutti e controllata dai poteri pubblici presentava
molto interesse per le classi dirigenti, in quanto essa permetteva: promozione sociale, educazione per
ridurre la criminalità e per nazionalizzare le masse, e lo stato poteva diffondere attraverso di essa dei
messaggi patriottici. Così a partire dagli anni 70 l’istruzione elementare diviene obbligatoria e gratuita per
tutti. Il processo di laicizzazione e di statizzazione del sistema scolastico ebbe diversi tempi e forme a
seconda dei paesi: Gran Bretagna, la chiesa anglicana aveva spazi ampi; Francia, fu più radicale con
contrasti con la chiesa. L’effetto più immediato della scolarizzazione fu l’aumento della frequenza scolastica
con conseguente diminuzione del tasso di analfabetismo nelle classi giovani. Legato ai processi di istruzioni,
troviamo la diffusione della stampa quotidiana e periodica: nasce il giornale popolare in America; così si
diffonde l’opinione pubblica, in quanto diventata più semplice per il cittadino leggere le informazioni di
interesse generale.

GLI ESERCITI DI MASSA: un altro contributo notevole allo sviluppo della società di massa venne dalle
riforme degli ordinamenti militari che introdussero il servizio militare obbligatorio per la popolazione
maschile; il problema di questo principio era sia di carattere economico (risorse finanziare insufficienti a
mantenerlo) che di carattere politico (come potevano le classi dirigenti negare il diritto di voto a coloro che
lo stato chiedeva di mettere in pericolo la propria vita? E perché i governi avrebbero dovuto addestrare le
masse potenzialmente rivoluzionarie?). però c’erano diversi motivi che indicavano la necessità di grandi
eserciti: -per avere un buon esercito bisogna avere la disponibilità delle grandi masse; -la tecnologia e
l’industria consentivano la produzione in serie di armi e munizioni; -amplificazione delle ferrovie che
permettevano agli eserciti rapidi spostamenti.

SUFFRAGIO UNIVERSALE, PARTITI DI MASSA E SINDACATI: La società di massa accompagna la sempre più
ampia partecipazione sociale, che sfociò nell’estensione del diritto di voto; nel 1890 il suffragio universale
maschile era praticato solo in Francia, Germania e Svizzera; poi piano piano si estese al resto dell’Europa e
di altri paesi. Questo allargamento del voto portò al nuovo modello di partito, quello proposto dai socialisti,
basato sull’inquadramento di larghi strati della popolazione attraverso una struttura permanente, articolata
in organizzazioni locali e facente capo a un unico centro dirigente. A questo punto crescono anche i
sindacati (trade unions inglesi, confederazione generale del lavoro italiana) di stampo socialista, ma anche
cattoliche e organizzazione a guida liberale o conservatrice.

LA QUESTIONE FEMMINILE: i primi movimenti di emancipazione femminile si ebbero alla fine del 1700 ma
senza risultati; e nell’1800 ancora erano escluse dall’elettorato e in molti paesi, anche dalla possibilità di
accedere agli studi universitari e professionali. Le donne che lavoravano erano costrette a subire
discriminazioni e venivano pagate molto meno degli uomini; tuttavia i maggiori contatti con il mondo
esterno, portarono le donne lavoratrici a rivendicare i loro diritti. I vari movimenti femministi rimasero
fortemente nascosti a parte in Gran Bretagna, dove Emmeline PAnkhurst (fondatrice del women’s social
and political union) riuscì ad imporsi nell’attenzione pubblica ricevendo il diritto di voto. Purtroppo questo
diritto non ebbe rapida estensione in quanto, perfino i dirigenti socialisti guardavano con sospetto il voto
alle donne, perché temevano che ciò avrebbe significato un vantaggio per i partiti di ispirazione cristiana.

RIFORME E LEGISLAZIONE SOCIALE: tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, grazie alle pressioni delle
organizzazioni sindacali, vengono introdotte forme di legislazione sociale ispirate a bismark; così vennero
istituiti sistemi di assicurazione contro gli infortuni, per i disoccupati e prevenzione alla vecchiaia. Emergono
anche i controlli sull’igiene e sulla sicurezza nelle fabbriche, vengono introdotte limitazioni alle ore di lavoro
e si cercò di impedire l’impego dei bimbi in età scolare. All’azione dei governi si affiancò quella delle
amministrazioni locali, soprattutto nei centri urbani; così si estesero sempre di più i servizi pubblici ad opera
dei comuni, come nell’ambito dell’istruzione, dell’assistenza e dell’edilizia popolare. Per compensare
l’aumento delle spese aumentò la tassazione diretta (colpiscono il reddito delle persone), a scapito di quelle
indirette (colpiscono i consumi e le attività economiche), introducendo il principio della progressività (tasse
in base al reddito).

PARTITI SOCIALISTI E LA SECONDA INTERNAZIONALE: tra il 1870 e il 1880, i movimenti socialisti costituivano
piccole minoranze emarginate; ma nell’ultimo ventennio del secolo, la situazione mutò: furono i partiti
socialisti a proporre il primo modello di partito di massa. Il primo di questi partiti fu il partito social
democratico tedesco, nato da Bebel e basato sul marxismo; queste ideologie presero poco piede nei paesi
tradizionali: -Francia: un partito di ispirazione marxista nasce ma poi si divide con forte concorrenza; -Gran
Bretagna: i gruppi marxisti non riuscirono a imporre la loro egemonia sul grosso dei lavoratori organizzati
nelle Trade Unions. Poi nacque il laburismo che si fondava sull’adesione collettiva degli organizzatori
sindacali ed era privo di caratterizzazione ideologica fortemente definita. Ma comunque, tutti si
proponevano il superamento del sistema capitalistico e la gestione sociale dell’economia, cioè tutti si
ispiravano ad ideali socialisti e pacifisti. Nel 1889 nasce la seconda internazionale (o internazionale
socialista) quando si riunirono a Parigi i maggiori rappresentanti di ispirazione marxista, essa ha come
obiettivo primario la giornata lavorativa di otto ore e proclama il primo maggio, come il giorno mondiale di
lotta. La ricostituzione dell’internazionale socialista fu sancita ufficialmente a Bruxelles nel 1891 ed era di
stampo fortemente marxista. Col passare del tempo, però, presero corpo due diversi e opposti
orientamenti: -la tendenza a prendere atto dei mutamenti intervenuti nella situazione politica e sociale per
valorizzare l’aspetto democratico-riformistico dell’azione socialista; -il tentativo di bloccare le tentazioni
legalitarie e parlamentaristiche recuperando l’originaria impostazione rivoluzionaria del marxismo.
Un’esponente della prima tendenza è Bernstein che andava emanò delle tesi revisioniste della teoria
marxiana: il proletariato non si impoveriva, ma migliorava lentamente la sua condizione, il capitalismo
rivelava la capacità di uscire dalla crisi e lo stato borghese diventava sempre più democratico. Queste tesi
furono rispinte e fecero emergere nuove correnti di sinistra che andavano contro il revisionismo e che
consideravano la politica centrista dei dirigenti socialdemocratici tedeschi ed europei come pratiche
riformiste. Riguardo alla Russia ricordiamo Lenin che contestava il modello organizzativo della
socialdemocrazia tedesca, e gli contrapponeva il progetto di un partito tutto votato alla lotta con una
direzione fortemente accentrato. Le tesi di Lenin acquistò maggioranza e poi il partito si spaccò in due
( bolscevico: guidato da Lenin; e menscevico: minoritario, guidato da Martov). In Francia vediamo la nascita
di un sindacalismo rivoluzionario, che al contrario a quanto accadeva nella maggior parte dei paesi europei,
i sindacati francesi si muovevano in una linea anarchico-rivoluzionaria (estranea alla seconda
internazionale). Il momento più importante dell’azione operaia è lo sciopero e così venne attuato il grande
sciopero generale rivoluzionario che avrebbe segnato la fine dell’ordine borghese. Ma il sindacalismo
rivoluzionario non riuscì a piantare solide basi nei partiti socialisti.

CATTOLICI E LA “RERUM NOVARUM”: Di fronte all’inarrestabile industrializzazione, la Chiesa reagì in modo


complesso; accano al rifiuto tradizionale della società industriale, c’era anche il tentativo di rilanciare la
missione della Chiesa. Sul piano della pratica religiosa, il declino di alcuni culti tipici delle società rurali
furono compensati dalla promozione di forme di religiosità più individuali e allo stesso tempo meglio
controllate dalla gerarchia ecclesiastica. Sul piano sociale, la Chiesa fu disorientata dai nuovi processi
sociali, ma fu anche l’unica istituzione a poter supplire ai fenomeni di disgregazione sociale e di perdita di
identità indotti dall’urbanizzazione con una struttura organizzativa capillare (quella delle parrocchie, delle
associazioni caritative e dei movimenti di azione cattolica). L’impegno cattolico su questo terreno fu iniziato
da Pio IX e ampliato da Leone XIII, che favorì il ravvicinamento tra cattolici e classi dirifenti dove i rapporti
fra stato e chiesa erano ancora in tensione, ma soprattutto cercò di riqualificare il ruolo della chiesa in
materia di questione sociale. Il documento più importante emanato da Leone XIII nel 1891 fu il “rerum
novarum”, dedicato ai problemi della condizione operaia e riaffermava la condanna al socialismo e l’ideale
della concordia fra le classi. La parte più innovativa dell’enciclica, riguardava il movimento associativo tra i
lavoratori e la creazione di società artigiane e operaie, ispirate ai principi cristiani, veniva incoraggiata.
Dunque, si estese il pensiero sociale cattolico, che muoveva all’interno di una concezione tradizionalistica e
vedeva nelle associazioni cattoliche uno strumento di collaborazione tra le classi. Nella pratica, però, gli
ideali corporativi si rivelarono di difficile attenuazione, infatti i sindacati cattolici si svilupparono solo in
poche classi, come quella dei dipendenti. Alla fine degli anni dell’800 troviamo la democrazia cristiana che
mirava a conciliare la dottrina cattolica con l’impegno sociale e con la democrazia; la nascita della
democrazia cristiana si collegò al modernismo (reinterpretare la dottrina cattolica in chiave moderna). Il
modernismo venne condannato con l’avvento di Pio X che rivendicò il divieto di ogni azione politica
indipendente dalle gerarchie ecclesiastiche.

IL NUOVO NAZIONALISMO: alla fine dell’800 la nazione, intesa come insieme di valori politici e culturali,
costituiva ancora un fattore centrale, sia nei rapporti tra gli stati sia nelle vicende interne dei singoli paesi;
ma gli ideali nazionalisti vennero pian piano modificandosi. Il nazionalismo era stato soprattutto il principio
ispiratore di movimenti di liberazione e si era collegato all’idea di sovranità popolare e alla democrazia. Le
cose cambiarono con l’unificazione tedesca di Bismark e con l’imperialismo coloniale. La battaglia per i
valori nazionali finì spesso col legarsi alla lotto contro il socialismo e quindi il nazionalismo tendeva a
spostarsi a destra e si ricollegava alle teorie razziste. Il successo del nuovo nazionalismo basato sul
conservatorismo e sul razzismo, si può spiegare con l’appello alle componenti irrazionali della psicologia
collettiva. In Francia il nazionalismo non era rivolto all’esterno ma andava contro i nemici interni
8protestanti, immigrati, ebrei). Anche il nazionalismo tedesco era rivolto, come quello francese al passato,
ma non aveva un’antica tradizione con cui rispecchiarsi, quindi cercava le sue basi nel mito del popolo
(volk), concepito come comunità di sangue e come legame mistico con la terra d’origine: ciò fornì le basi
per l’aspirazione alla riunificazione del Reich. Così nasce la Lega pantedesca nel 1894; alla quale si oppone il
movimento del panslavismo russo, implicato in una politica imperiale zarista (anche questo legato a tesi
raziali). Nell’impero russo, erano addirittura sancite le leggi discriminatorie; e una reazione a queste fu il
sionismo, cioè il movimento fondato da Herzl, che si proponeva di restituire un’identità nazionale alle
popolazioni israelite sparse per il mondo e di promuovere la costruzione di uno stato ebraico in Palestina.

Secolarizzazione nel linguaggio della Chiesa significa passaggio allo stato laicale di chi ha ricevuto
gli ordini religiosi; nel linguaggio delle scienze sociali si intende il processo di emancipazione delle società
dal condizionamento dei valori sacri e dal controllo delle autorità religiose. Una società secolarizzata non è
irreligiosa, ma è laica, in cui le credenze e le pratiche religiose non si traducono in norme vincolanti per
tutti. Prese piede con la società di massa.

CRISI DEL POSITIVISMO: il positivismo entra in crisi alla fine dell’800 in quanto si assistette alla nascita di
nuove correnti irrazionalistiche e vitalistiche, diverse tra loro ma tutte convergenti negli elementi costitutivi
dell’attività umana, quali l’istinto e la volontà. Ora la psicologia è anch’essa una realtà oggettiva, ma dotata
di leggi proprie. Importante critico al positivismo fu Nietzsche che si oppose alla concezione lineare di
tempo, affermano quella ciclica dell’eterno ritorno. Nietzsche prese piede solo più tardi, alla fine dell’800 in
Germania si era ritornati alla filosofia kantiale e idealistica. Anche in Italia vi fu una rinascita idealistica con
Croce e Gentile. In Francia la reazione al positivismo di bergson, portò a concepire la realtà come atto
pensante del soggetto. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, prese piede il pragmatismo che considerava
determinante il rapporto di reciproca verifica fra teoria e pratica e fra individuo e natura. Inoltre, la crisi del
positivismo fu nettamente segnata anche dalle nuove ricerche scientifiche, che hanno stravolto la fisica
classica (grazie alla fisica atomica e alle scoperte sulla relatività di Einstein). Importante fu sicuramente
Freud con la scoperta di una parte inconscia della mente, e decisiva fu la riflessione sulla relatività e sulla
soggettività della conoscenza, di cui ricordiamo Weber con il metodo delle scienze sociali, con il quale
affermò la partenza da un punto di vista soggettivo per poi arrivare a risultati validi attraverso procedimenti
logici e corretti.

Cap 11: L’EUROPA TRA DUE SECOLI:

UN QUADRO CONTRADDITTORIO: nei 25 anni che precedono la guerra mondiale, abbiamo trovato un
intenso sviluppo economico ma anche un inasprimento delle conflittualità sociali all’interno dei singoli stati
e internazionali. Infatti notiamo la compresenza di spinte diverse: -da un lato c’è un immagine idilliaca e
nostalgica dell’età dell’oro, del progresso e della spensieratezza: la belle epoque. –dall’altro c’è l’idea
dominata dal militarismo, dall’imperialismo e dalla spietata logica di potenza. La maggior parte dei giovani e
degli intellettuali invocavano la guerra e quasi tutti gli stati, più o meno consapevolmente, ricorrevano ad
essa; il tutto fu aggravato dal capitalismo finanziario.

LE NUOVE ALLEANZE: dal 1890 (anno delle dimissioni di Bismark) i rapporti tra le grandi potenze subirono
radicali cambiamenti; gli equilibri internazionali di Bismark furono rotti da un assetto bipolare fondato sulla
contrapposizione fra due blocchi di potenze. Guglielmo II fu a favore di una politica di respiro mondiale più
dinamica e aggressiva di quella di Bismark, che era riuscito in qualche modo a legare a sé entrambe le
potenze, Austria e Russia; i successori, invece optarono per l’alleanza con l’Austria, non rinnovando nel
1890 il trattato di contro assicurazione stipulato tre anni prima con la Russia (che impegnava questa a non
aiutare la Francia in caso di attacco alla Germania e quest’ultima a non unirsi all’Austria in caso di guerra
contro la Russia): ciò nella convinzione che L’impero zarista non avrebbe mai stretto alleanza con la francia
repubblicana. ma queste due potenze avevano una sola cosa in comune: la necessità di trovare un alleato,
così nel 1894 viene firmata la Duplice franco-russa, e così viene meno il progetto di Bismark di isolare la
Francia, e la Germania era costretta a premunirsi contro l’eventualità di una guerra su due fronti. Pochi anni
dopo la Germania decide di costruire una grande flotta da guerra capace di contrastare la superiorità
inglese nel mare, con l’intendo di indurre rispetto ai britannici; ma l’effetto fu diverso, la Gran Bretagna fu
decisa a mantenere la propria superiorità e quindi fece una vera e propria corsa agli armamenti navali. Nel
frattempo la Gran Bretagna riallacciava i rapporti con la Francia sistemando le vecchie vertenze coloniali in
Africa e firmando un accordo detto intesa cordiale , ciò segnò un notevole successo per la Francia rispetto
alla Germania. Quando anche la Russia e l’inghilterra riallacciarono i rapporti nel 1907, possiamo
cominciare a parlare di triplice intesa: francia inghilterra e russia. (triplice alleanza: germania, italia e
austria-ugheria).

FRANCIA: TRA DEMOCRAZIA E REAZIONE: alla fine dell’800 la Francia aveva compiuto progressi verso la
democrazia; eppure le istituzioni repubblicane continuavano ad essere oggetto di una insidiosa critica che
prendeva le forme di nazionalismo a sfondo militarista e bonapartista, ma anche soggette alla
contestazione delle reazioni clericali contro il laicismo della classe dirigente e dal tradizionalismo
monarchico. Il caso di Deyfus mise a serio rischio la terza repubblica: ufficiale accusato di aver dato
documenti riservati ai tedeschi fu arrestato senza prove consistenti e non solo il tribunale decise di non
revisionare il processo per rimediare all’errore giudiziario, ma giunsero al punto di falsificare i documenti
per coprire i veri colpevoli. Zola pubblicò tale ingiustizia e l’opinione pubblica si spaccò tra socialisti, radicali
e una parte di moderati repubblicani che si batterono per l’innocenza dell’ufficiale; clerici, monarchici e
nazionalisti di destra e non pochi moderati insistettero sulla tesi della colpevolezza. Questo processo si
trasformò in uno scontro politico che aveva per oggetto le istituzioni repubblicane; nel 1899 si giunse alla
revisione del processo di Deyfus, e nonostante le prove dell’innocenza fu comunque considerato colpevole.
Dunque i sostenitori dell’innocenza furono sconfitti, ma in ambito politico presero piede, fino a creare una
coalizione repubblicana con un esponente socialista: Millerand, l’esito delle elezioni presero la direzione
radicale e la Francia si avvia al laicismo e alla repubblica, prendendo la rivincita sul clero e sui nazionalisti.
Alcune cariche di destra vennero sciolte, e la separazione con le posizioni del clero fu netta con la battagli
anticlericale, che suscitò nel paese ulteriori divisioni.

Radicalismo: nel linguaggio politico è la tendenza opposta al moderatismo, cioè è la tendenza


favorevole alle innovazioni profonde e decisive; in questo senso è sia di sinistra che di destra. In Inghilterra
nacque il radicalismo moderno che attuò varie riforme economiche e politiche. In Francia i radicali erano i
democratici-repubblicani che emersero nella terza repubblica, e si opponeva agli opportunisti
(repubblicani-moderati). Dopo la crisi del caso di Deyfus i radicali divennero la forza dominante dello
schieramento politico francese, promuovendo la battaglia anticlericale. Il partito radicale francese funge da
modello per l’Italia, la Spagna e in paesi latino-americani. In Italia il partito radicale nacque negli anni 80
come frazione dalla sinistra e si sviluppò in età giolittiana ma rimase sempre una forza minoritaria.

GRAN BRETAGNA: IMPERIALISMO E RIFORME: negli anni a cavallo tra l’800 e il 900, la Gran Bretagna fu
governata dalla coalizione tra conservatori e liberali unionisti (chamberlein). Come aveva fatto Disraeli,
anche i governi conservatori-unionisti cercarono di espandere il proprio imperialismo con una certa dose di
riformismo sociale: non tale, tuttavia, da intaccare seriamente i privilegi delle classi agiate. Tra la fine
dell’800 e l’inizio del 900, furono varate leggi che stabilivano la responsabilità degli imprenditori in materia
di infortuni sul lavoro, aumentavano i finanziamenti per le scuole elementari e prevedevano alcune misure
a favore dei disoccupati. A mettere in crisi l’egemonia conservatrice fu il progetto di Chamberlain che
introdusse il protezionismo attraverso una tariffa imperiale (comune a tutti i paesi della Gran Bretagna),
sconvolgendo così una tradizione liberoscambista. Così nelle elezioni del 1906 i liberali acquistarono la
maggioranza e per la prima volta vediamo l’ingresso alla camera di alcuni deputati laburisti. I governi
liberali avevano una linea meno aggressiva in campo coloniale e un’energica politica di riforme sociali; ma
l’aspetto più nuovo della loro azione fu il tentativo di sopperire alle spese per le riforme con una politica
fortemente progressiva, mirate soprattutto a colpire i grandi patrimoni. Questo tentativo fece reagire la
Camera dei Lords che avevano il diritto di respingere le leggi votate dalla Camera dei Comuni, ad esclusione
delle leggi finanziarie; però nel 1909 i Lords violarono questa prassi respingendo il bilancio preventivo
presentato dal governo liberale, e ne nacque un conflitto costituzionale che vedeva opposte le due camere;
così i liberali presentarono il progetto di legge parlamentare, con cui viene negato ai Lords il diritto di
respingere le leggi di bilancio e lasciava loro, per tutte le altre leggi, solo la facoltà di inviarle di nuovo alla
camera per un ulteriore revisione (e poi venivano comunque accettate). Le elezioni successive vengono
vinte dai liberali e quindi i Lords, sotto pressioni del nuovo re Giorgio V, furono costretti ad accettare la
situazione. Però, questo successo politico non servì a portare un clima di tranquillità, infatti troviamo
diverse proteste, ricordiamo le suffragette e il rafforzamento dei laburisti. Infine importante è la questione
irlandese: l’irlanda autonoma con un proprio governo e un proprio parlamento, ma pur sempre legata alla
corona britannica e dipendente dall’Inghilterra per tutte le questioni di comune interesse; in realtà, i
nazionalisti irlandesi richiedevano una completa autonomia, che fu dopo un lungo dibattito, approvata, ma
poi bloccata per lo scoppio della guerra.

LA GERMANIA: DI GUGLIELMO II: Guglielmo II, con la caduta di Bismark, aveva annunciato di voler
inaugurare un nuovo corso nella vita del paese e aveva apertamente criticato le leggi eccezionali contro i
socialisti; però, il passaggio all’era guglielmina non segnò un reale cambiamento, l’imperatore mostrò ben
presto la sua inclinazione alle soluzioni autoritarie che mettevano i cancellieri al di sopra dei partiti.
Dunque, la politica estera guglielmina finiva per rafforzare la tradizionale alleanza tra grande industria,
aristocrazia terriera e vertici militari, e finiva per ottenere l’appoggio di tutte le forze politiche, anche quelle
nuove, ad esclusione del partito socialdemocratico (ricordiamo il progetto Welpolitik per la politica
mondiale). La Germania vantava di superiorità tecnologica e di crescita produttiva, e la coscienza di questa
grandezza spingeva la classe dirigente ad un carattere nazionalistico; infatti, la Germania, pur essendo ricca
di risorse naturali, era priva di materie prime rispetto alle altre grandi potenze, così era volenterosa di
modificare a proprio vantaggio la distribuzione mondiale delle risorse primarie (portando la Germania nella
posizione antagonista agli altri imperi). Dunque, tutti erano a favore di questa politica, anche i cattolici e la
popolazione; gli unici ad opporsi erano i socialdemocratici che rimasero appunto, isolati anche se
costantemente aumentavano gli iscritti e venivano costituendosi varie organizzazioni collaterali (sindacati,
cooperative, circoli); però alla fine anche la Spd cominciò a risentire delle ideologie nazionalistiche in
quanto, c’era bisogno di uscire dall’isolamento e di non sembrare un nemico interno. Ma comunque fu di
portata limitata.

AUSTRIA-UNGHERIA: CONFLITTI DI NAZIONALITA’: dopo il 1848 l’impero asburgico subì un grave declino
delineato da un ritardo nello sviluppo dell’economia e dai contrasti fra le diverse nazionalità. Questo era un
paese fortemente agricolo e più povero della Germania e della Francia, e poco più ricco dell’Italia; lo
sviluppo economico e civile colpirono solo i grandi centri sulle isole, che portarono alla crescita di grandi
partiti di massa: socialdemocratici e cristiano-sociali, le quali si opponevano all’immobilismo politico delle
strutture tradizionali come la Chiesa e i grandi proprietari. In Austria-Ungheria, le tensioni tra i diversi
gruppi etnici erano fortemente sentite; con la soluzione dualistica (dovuta nel 67 con la guerra con la
Prussia), la monarchia asburgica fece un compromesso con il gruppo nazionale più forte, quello magiaro
che aveva una posizione privilegiata nell’impero. La situazione degenera negli anni tra la fine dell’800 e
l’inizio del 900, in cui crescono movimenti nazionali tutti in forte contrasto che erano uniti solo dall’ostilità
dell’imperialismo centrale. I popoli più irrequieti erano gli cechi e slavi del sud: -i giovani cechi, che si
battevano contro la germanizzaione del governo di Vienna; -slavi del sud, che comprendevano serbi e croati
erano soggetti al governo ungherese (più duro di quello austriaco) e subivano l’attrazione del Regno di
Serbia. A questo punto una parte della classe dirigente si orientò verso l’idea di trasformare la monarchia
da dualistica, a trialistica: cioè di staccare gli slavi del sud dall’Ungheria e di creare così un terzo popolo
nazionale. Questo progetto di Ferdinando, si scontrava con gli ungheresi e i nazionalisti serbi e croati, che
miravano all’indipendenza dello stato slavo, e dato che questi erano appoggiati dalla Serbia e dalla Russia, il
progetto non fu portato a termine, ma anzi aumentarono i contrasti che portarono alla dissoluzione
dell’impero austro-ungarico.

RUSSIA: TRA INDUSTRIALIZZAZIONE E AUTOCRAZIA: la Russia, fra le altre grandi potenze, era rimasta la sola
che si reggesse ancora su un sistema autocratico, che respingeva ogni sorta di occidentalizzazione. La Russia
restava ferma a livello politico, ma nel senso economico procedette verso un decollo industriale, dovuto
allo sviluppo delle grandi ferrovie e all’aumento del sostegno finanziario, che colpiva lo stato e i capitali
stranieri (inasprimento del protezionismo). Però, l’industrializzazione era calata dall’alto e fortemente
concentrata in piccoli luoghi, e pertanto anche gli operai erano concrentrati in poche zone. Il paese è
essenzialmente agricolo, e l’agricoltura soffriva di arretratezza e di sovrabbondanza di manodopera, infatti
la popolazione cresceva sempre di più, ma il tenore di vita non tendeva a migliorare (uno dei primi paesi
con alto tasso di mortalità infantile e di analfabetismo). Mentre la classe operaia subiva l’influenza del
partito socialdemocratico; i contadini appoggiavano il partito socialista rivoluzionario.
-PRIMA RIVOLUZIONE RUSSA: 1905: una delle cause ultime che la fece scoppiare, fu la guerra con il
Giappone che comportò un aumento dei prezzi facendo aumentare la tensione sociale. In una domenica di
gennaio (domenica di sangue) del 1905, a Pietroburgo, venne organizzato un corteo di persone che
raggiunsero il palazzo d’Inverno (sede dello zar), che serviva a chiedere maggiori libertà politiche e
interventi per alleviare il disagio delle classi popolari; ma il corte fu sterminato dai militari e ciò portò ad un
profondo risentimento del popolo, e dato che l’ersercito russo era impegnato con il Giappone, le forze
all’interno del paese scarseggiavano, e così fino alla primavera, la Russia visse uno stato di semianarchia. Di
fronte alla crisi del governo, nascono i Soviet (consigli), cioè rappresentanza popolari elette attraverso la
democrazia diretta sui posti di lavoro e composti da membri continuamente revocabili. In ottobre lo zar
pare disposto ad accettare le libertà chieste, però allo stesso tempo le autorità spingevano la costruzione di
movimenti di estrema destra (centurie nere); poi, una volta finita la guerra con il Giappone e quindi le
truppe sono ritornate a casa, lo zar procedette con una controffensiva che fece arrestare quasi tutti i soviet
di Pietroburgo. Ristabilito l’ordine, lo zar decise di convocare la Duma (assemblea rappresentativa su cui
sperano i liberl-democratici e i menscevichi), che risultò comunque un ostacolo facendo tornare la russia al
regima assolutista. Ricordiamo infatti Stolypin con le sue repressioni contr ogni opposizione e la
dissoluzione comunitaria del mir, affermando una riforma agraria importante per lo sviluppo a lungo
termine, ma molto sofferta dalla popolazione nell’immediato: con lo scopo di creare una piccola borghesia
rurale, i contadini ebbero la possibilità di diventare proprietari della terra che coltivavano.

VERSO LA GUERRA: nel decennio prima della guerra mondiale, i due blocchi di potenze che si erano venuti a
creare continuavano ad ostacolarsi; ricordiamo le tensioni tra Germania e Francia, tra Germania e
Inghilterra (per la superiorità navale), tra Russia e Austria per i balcani. La guerra in Marocco tra Francia e
Germania portò alla sconfitta della Germania che ottenne solo una striscia del congo francese. Anche
l’annessione all’Austria della bosnia-ezegovina, portò all’inasprimento della Serbia e della Russia (che era
estremamente protettiva verso la Serbia). Infine troviamo le due guerre balcaniche: guerra italo-turca
dovuta all’occupazione italiana della Tripolitania, da più la Turchia subì molte sconfitte da parte di tanti
paesi balcanici; ma nel momento della spartizione dei territori conquistati, si ruppe l’alleanza fra gli stati
balcanici e così la Bulgaria attaccò improvvisamente la Grecia e la Servia, poi si aggiunge anche la Romania.
Queste due guerre non portarono a nulla di buono, anzi inasprivano i rapporti tra Austria e Serbia, protetta
dalla Russia.
Cap. 13: L’ITALIA GIOLITTIANA:

LA CRISI DI FINE SECOLO: Alla fine del’800 l’Italia fu tatro di una crisi politica e istituzionale, simile a quella
francese con Dreyfus e a quella inglese con i contrasti tra le due camere; infatti anche qui, lo scontro si
concluse con l’affermazione delle forze progressiste che portarono allo sviluppo industriale secondo i
modelli più vicini alla posizione liberal-democratica. La caduta di Crispi, determinata dall’opposizione della
sinistra e da insuccessi coloniali, portò alla salita di Rudinì che fece emergere le forze conservatrici,
attraverso la tendenza ad andare contro i nemici delle istituzioni (socialiste, clericali e repubblicani).
Ricordiamo la proposta Sonnino: tornare all’interpretazione restrittiva dello statuto che rendesse il governo
responsabile di fronte al sovrano, lasciando alle Camere i soli compiti legislativi. La tensione esplose nel
1908 con i moti per il prezzo del pane (provocato da un blocco delle esportazioni e da un cattivo raccolto),
cioè una serie di manifestazioni popolari spontanee e senza nessuna misura rivoluzionistica, che però
vennero comunque represse militarmente; infatti Rudinì dichiarò lo stato di assedio in alcuni centri e la
repressione raggiunse il culmine a Milano: uso delle armi sulla folla e vennero arrestati socialisti, radicali e
repubblicani. Una volta riportato l’ordine nel paese lo scontro si trasferì dalle piazze al parlamento. Rudinì
propose un progetto fallito e quindi prese piede il piemontese Pelloux che prese vari provvedimenti che
limitavano il diritto di sciopero e la libertà di stampa e di associazione. A questo, i gruppi di sinistra,
risposero con l’ostruzionismo, consistente nel prolungare all’infinito le discussioni paralizzando così l’azione
della maggioranza. Incapace di venire a capo dell’ostruzionismo, Pelloux sciolse la Camera, ma nelle elezioni
del 1900, mentre guadagnarono le opposizioni, decise di dimettersi. Ricordiamo anche l’attentato a
Umberto I.

LA SVOLTA LIBERALE: dopo Pelloux, il governo di Sarocco inaugurò una fase di distensione nella vita politica
italian, favorita dal buon andamento economico e dall’allentamento delle tensioni sociali; infatti il nuovo re
Vittorio Emanuele III fu più propenso del padre ad assecondare l’affermazione delle forze progressiste.
Sarocco venne fatto dimettere per il suo comportamento incerto e contraddittorio, così il re proclama alla
guida del governo il leader di sinistra liberale: Zanardelli, che affidò il ministero degli interni a Giolitti. Il
governo Zanardelli-Giolitti portò ad una vera e propria svolta, lo stato liberale non ha nulla da temere dallo
sviluppo delle organizzazioni operaie e quindi non serve applicare delle repressioni contro le loro attività.
Questa nuova idea sembra scontata oggi, ma al tempo segnò un cambio di rotta significativo. Il nuovo
governo favorì la crescita di alcune leggi: -riforma della legge di Depretis sulla limitazione del lavoro
minorile e femminile nelle fabbriche; -riforma della legislazione attuata da Rudinì; -fu costituito il Consiglio
superiore del lavoro (organo consultivo per la legislazione sociale); -municipalizzazione (legge che
autorizzava ai comuni l’esercizio diretto dei servizi pubblici. Fondamentale, tra queste riforme, è il nuovo
atteggiamento del governo in materia di conflitti di lavoro: Giolitti mantenne la neutralità nei conflitti del
lavoro, purchè non degenerassero in manifestazioni violente. Le conseguenze furono immediatamente
evidenti: le organizzazioni sindacali, operaie e contadine, cancellate la vecchio governo, tornano ad
emergere e si svilupparono rapidamente; infatti troviamo le Camere del Lavoro, le organizzazioni di
categoria e le leghe rosse che si riunirono nella federazione italiana dei lavoratori della terra (che
aspiravano alla socializzazione delle terre, chiedendo nell’immediato l’aumento dei salari, la riduzione delle
ore di lavoro e l’istituzione di uffici controllati dai lavoratori stessi). A tutto ciò si accompagna l’aumento
degli scioperi che interessò sia l’industria che il settore agricolo, da cui ne derivò l’aumento dei salari
contribuendo a migliorare le sorti economiche del paese già iniziate.
DECOLLO INDUSTRIALE E PROGRESSO CIVILE: a partire dalla fine dell’800 l’Italia conobbe il suo primo
autentico decollo industriale: -costruzione di una rete ferroviaria 8iniziata con la destra); -riordinamento del
sistema bancario grazie allo scandalo della banca romana, culminato nella Banca commerciale e nel Credito
italiano (entrambi ispirati al modello della banca mista), e con struttura molto solida; -progressi nei settori
siderurgici (nuovi centri accanto all’acciaieria di Terni); -progressi nel settore tessile (cotoniero); -progressi
nel settore agro-alimentare (protezione dello zucchero); -progressi nel settore meccanico (specialmente per
il materiale ferroviario e poi per l’industria automobilistica); -industria elettrica (boom all’inizio del 900).
Tutti questi progressi che segnarono il passaggio dall’800 al 900, furono ragguardevoli, infatti L’italia
aumentava il suo valore pro-capite (anche se era ancora basso rispetto alle altre potenze), raddoppiava la
produzione e migliorava la qualità di vita dei cittadini (la mortalità infantile si abbassava). Però bisonga dire
che anche se i servizi pubblici andavano aumentando, le condizioni abitative dei lavoratori urbani erano
ancora precarie, l’analfabetismo ancora molto presente e le migrazioni erano raddoppiate; riguardo ai flussi
migratori però, dobbiamo dire che c’è un vantaggio dal punto di vista economico: innanzitutto, la
popolazione non rischiava problemi di densità demografica e poi, le rimesse degli emigranti alle loro
famiglie, contribuivano a migliorare l’economica delle zone più depresse. D’altra parte però l’emigrazione
portò all’impoverimento di forza-lavoro e di energie intellettuali.

LA QUESTIONE MERIDIONALE: Gli effetti del progresso economico non si distribuirono in modo uniforme in
tutto il paese: l’industrializzazione si concentrava al nord, specialmente nel triangolo industriale (Milano,
Torino, Genova); l’agricoltura si modernizzò solo al nord, nella pianura padana. Così si accentua il divario tra
Nord e Sud, il quale non aveva vere aziende agrarie e industrie; contrastando così il cammino di tutto il
paese, verso forme più avanzate di organizzazione politica e sociale.

I GOVERNI GIOLITTI E LE RIFORME: Giolitti, chiamato al governo, agli inizi del 900, da Zanardelli, cercò non
soltanto di portare avanti l’esperimento liberal-progressista, ma offrendo anche un posto nella compagnia
governativa al socialista Turati (il quale, 5 anni prima era stato arrestato), che rifiutò il posto e così, Giolitti
finì col costituire un ministero nettamente spostato al centro e aperto alla partecipazione di elementi
conservatori. Il riformismo giolittiano era sempre soggetto a dei limiti, in quanto era condizionato dal peso
delle forze moderate e attento agli interessi della conservazione, infatti i molto progetti vennero messi da
parte perché risultavano incompatibili con la solidità della maggioranza (tipico caso della riforma fiscale,
lasciata cadere). Le riforme che invece andarono i porto sono le leggi speciali per il Mezzogiorno (1904):
quelle per la Basilicata e per Napoli, che poi si estense anche in Calabria, volte a incoraggiare la
modernizzazione dell’agricoltura; purtroppo anche queste hanno un limite, cioè andavano ad eliminare i
sintomi e non le cause del problema, ma almeno potevano essere applicate in tempi brevi. Un altro
progetto importante elaborato da Giolitti è quello riguardante la statizzazione delle ferrovie, ancora affidate
ai privati; questo progetto andava contro i socialisti che temevano il divieto di sciopero per i ferrovieri che
sarebbero diventati dipendenti pubblici. Giolitti si dimise subito lasciando spazio a Fortis che governo per
meno di un anno, (poi Sonnino con governo ancora più breve): strategia giolittiana, abbandonare le redini
governative nei momenti problematici e ritornare nei periodi più favorevoli. Nel 1906 Giolitti tornò al
governo e vi restò per altre tre anni, questo periodo detto “lungo ministero Giolitti” fu caratterizzato dalla
conversione della rendita, cioè della riduzione del tasso di interesse versato dallo stato ai possessori di titoli
del debito pubblico, un provvedimento che serviva a ridurre gli oneri gravanti sul bilancio statale. Il
progetto ebbe successo, ma nel 1907 l’Italia sentì i sintomi della crisi internazionale che si tradusse in forti
difficoltà per le banche e per le imprese dipendenti dai loro crediti. La crisi fu superata in tempi brevi grazie
anche all’intervento immediato della Banca d’Italia. Già dal 1908 la crescita del paese riprese, ma le lotte
sociali si intensificarono: gli industriali diventano più duri con gli operai dando vita alla Confindustria
(confederazione italiana dell’industria: associazione padronale). Nel 1909 Giolitti se ne va di nuovo
lasciando spazio a Luttazzi con la sua riforma scolastica. Nel 1911 torna Giolitti con un programma tutto di
sinistra, che mirava principalmente all’estensione del suffragio universale maschile e al monopolio statale
delle assicurazioni sulla vita: Questi due scopi segnarono il punto più alto del riformismo giolittiano; ma il
loro significato politico rimase oscurato a causa della contemporanea decisione di procedere alla conquista
della Libia che contribuì ad accentuare gli squilibri politici giolittiani.

MASSONERIAè un’associazione segreta i cui membri erano tenuti all’aiuto reciproco e alla conservazione
dei segreto del mestiere (liberi muratori); essa emerse quando cominciarono a decadere le corporazioni
artigiane e così la massoneria assunse un carattere esoterico. Nasce in Inghilterra ma si espande a tutta
l’Europa, crede nella tolleranza religiosa e in ideali illuministi, infatti in molti paesi veniva definita come
accademia del libero pensiero. Gli avversari sono i cattolici ei partiti sia di destra che di sinistra.

GIOLITTISMO E I SUOI CRITICI: quella di Giolitti fu una dittatura parlamentare, simile a quella realizzata da
Depretis ma con contenuti più ampi; Giolitti puntava sul controllo del parlamento (ecco perché potè salire e
scendere dalla guida) in cambio dei vecchi sistemi trasformistici che finivano per limitare i progressi
dell’esperienza giolittiana. Esistono vari critici al giolittismo: -socialisti rivoluzionari e cattolici democratici,
che accusavano Giolitti di corruzione; -liberali-conservatori (sonnino) che lo accusavano di scendere a patti
con i nemici delle istituzioni mettendo in pericolo l’autorità dello stato; -meridionalisti (salvemini) che
criticavano la sua politica economica al Sud. Molte delle accuse erano infondae però Giolitti dovette
comunque fare i conti con la debolezza del sistema e con la netta spaccatura tra la classe dirigente e il
popolo.

POLITICA ESTERA: NAZIONALISMO E GUERRA IN LIBIA: Dal 1896 (caduta di Crispi), la politica estera italiane
subì un cambio di rotta, fu attenuata migliorando i rapporti con la Francia nel 1898 attraverso la firma del
trattato di commercio che poneva fine alla guerra doganale, e poi nel 1902 quando accettò l’accordo di
lasciare il Marocco alla Francia, tenendosi la priorità sulla Libia. Però questa situazione creava contrasto con
al Triplice alleanza, in quanto la Germania non era a favore del libero campo alla Francia; e meno piacque
agl italiani il modo in cui l’Austria-Ungheria si prese la Bosnia-ezegovina nel 1908, sottolineando l’inferiorità
dell’Italia rispetto alle altre due della triplice. A questo punto, la voglia di rivendicare il trentino e la venezia
giulia si andava ad unire alle richieste coloniali; Corradini crede che il contrasto fondamentale non era più
quello tra le diverse classi all’interno di un paese, ma quello tra paesi ricchi e paesi poveri, dunque questa
teoria applicata all’Italia, la portava in opposizione alle democrazie occidentali. In questo clima potè sorgere
il senso di nazionalismo (1910: associazione nazionalista italiana), appoggiato da democratici, reazionari, da
imperialisti, cattolici e conservatori; e questa idea nazionale diede avvio alla conquista della Libia. Sia le
pressioni del banco di roma (finanza vaticana che da anni era impegnata in Libia), che quelle di stampo
nazionalista, portarono l’Italia ad attaccare nel 1911 la Libia, che però è sotto il controllo turco, così la
guerra si fece più lunga del previsto e portarono l’Italia a doversi estendere nell’isola di Rodi; solo nel 1912 i
turchi firmarono la pase di Losanna, rinunciando alla sovranità sulla Libia e conservando per il sultano
l’autorità religiosa. Dal punto di vista economico la conquista della Libia fu un pessimo affare, le ricchezze
naturali non coprivano i costi della guerra e la pace non servì a fermare l’ira araba nei confronti dell’Italia.
Nonostante ciò il paese seguì l’impresa con uno spirito diverso dal fallimento di Crispi, anche se ovviamente
non mancavano gli oppositori: -socialisti: manifestazioni contro la guerra, -repubblicani, -radicali,
-intellettuali. Ma comunque, la maggioranza dell’opinione borgherse pubblica si schierò a favore
dell’impresa coloniale e ne uscì soddisfatta dalla conquista. Però, a livello politco, la guerra a declinato in
definitiva il governo giolittiano e favorì il rafforzamento della destra liberale, dei clerico-conservatori e
soprattutto dei nazionalisti. Ovviamente, sull’opposto versante troviamo i socialisti.
RIFORMISTI E RIVOLUZIONARI:

il grande sviluppo delle organizzazioni operaie e contadine nei primi anni del 900 sembrò dare ragione a
Turati, che pensava che la via delle riforme e della collaborazione con la borgheria progressista, pur
nell’autonomia della classe, fossi per il movimento operaio l’unica capace di assicurare il consolidamento
dei risultati appena conseguiti. Le tesi di Turati incontrarono delle opposizioni ma mano che venivano
crescendo i limiti del sistema giolittiano: per i socialisti rivoluzionari le repressioni da parte della polizia
verso i lavoratori del mezzogiorno mostravano la vera natura dello stato monarchico e borghese, contro cui
cisi doveva opporre. Nel congresso di Bologna del 1904 le correnti rivoluzionaria coalizzare riuscirono a
strappare ai riformisti la guida del partito. Pochi mesi dopo ci fu il primo sciopero generale nazionale
dovuto all’ennesimo eccidio proletario; lo sciopero non diede luogo a manifestazione violente anche se le
pressioni al governo furono forti, però Giolitti rimase fedele alla sua politica e non fece nulla per attenuarlo.
lo sciopero costituì un punto di forza degli operai, ma ne sottolineava anche la mancata organizzazione.
Dunque c’era una forte esigenza, soprattutto per i riformisti, di un più stretto coordinamento nazionale,
così nel 1906 fu fondata la Confederazione generale del lavoro (cgl), con esponente Rigola. Così i
rivoluzionari riuscirono a prendere piede anche nel partito, la cui corrente più estremista era quella
sindacalista-rivoluzionari che fu emarginata e poi allontanata. I riformisti riassunsero il controllo del partito,
ma conobbero le prime divisioni interne; infatti troviamo una tendenza revisionista (Bissolati e Boemi)
ispirata al laburismo inglese, che voleva trasformare il Psi in partito del lavoro aperto alla collaborazione
democratica e liberale. Nel congresso di Reggio Emilia del 1912, i rivoluzionari riuscirono a imporre
l’espulsione dal Psi dei riformisti di destra che diedero vita al partito socialista riformista italiano. I riformisti
rimasti nel Psi erano ridotti in minoranza e la guida del partito viene dato agli intransigenti, tra i quali Benito
Mussolini che si era distinto nelle manifestazioni contro la guerra libica ed era stato uno dei protagonisti del
congresso di Reggio Emilia.

DEMOCRATICI CRISTIANI E CLERICO-MODERATI: nel corso dell’età giolittiana anche il movimento cattolico
italiano conobbe degli sviluppi, nonostante il clima chiuso e immobilista: la trasformazione fu segnata da
Murri con il movimento democratico-cristiano in cui la polemica contro il capitalismo e lo stato borghese si
andava riempiendo di contenuti progressisti (suffragio universale, legislazione sociale, decentramento
amministrativo). I democratici cristiani svolsero un’intensa attività organizzativa e fondarono circoli politici
che diedero vita alle prime unioni sindacali cattoliche di classe. L’azione dei democratici cristiani era in
parte incoraggiata da Leone XIII, ma venne rifiutata dal papa successivo, PioX che sciolse l’opera dei
congressi per timore che questa andasse sotto il controllo dei democratici cristiani. A posto di questa il papa
istituisce tre organizzazioni distinte, dipendenti dall’autorità ecclesiastica: unione popolare, unione
economico-sociale e unione elettorale, più tardi riunite nella Direzione generale dell’Azione Cattolica. Murri
che aveva deciso di non seguire il papa venne sconfessato. La condanna di Murri e della democrazia
cristiana non impedì al movimento sindacale cattolico di continuare a svilupparsi: troviamo molte leghe
bianche tra i lavoratori agricoli sia del nord che del sud (sturzo). Il papa favorì le tendenze clerico-moderate
che si andavano manifestando nel movimento cattolico e che miravano a far fronte comune con i partiti
d’ordine per bloccare l’avanzata delle sinistre. Queste alleanze vennero incoraggiate anche da Giolitti e il
non expedit fu sospeso. Sul piano politico le forze clerico-moderate stabilirono alleanza elettorali, in
funzione conservatrice, con i liberali: patto Gentiloni delle elezioni del 1913: rispettare la tutela
dell’insegnamento privato , opposizione al divorzio, riconoscimento delle organizzazioni sindacali cattoliche.
Il patto gentiloni fu criticato dai cristiani democratici.

CRISI DEL SISTEMA GIOLITTIANO: se si prescinde dalle conseguenze del patto gentiloni, l’allargamento del
suffragio non ebbe effetti sconvolgenti sugli equilibri parlamentari; e nonostante tutto i liberali
conservavano la maggioranza che rendeva la mediazione giolittiana sempre più problematica. Nel 1914
Giolitti si dimise definitivamente, indicando come suo successore Salandra (destra liberale), come sempre
Giolitti dopo di sé vuole un governo di destra per farlo logorare e quindi far riemergere un partito di
sinistra. Ma la situazione stavolta è diversa: la guerra in Libia aveva fortemente radicalizzato i contrasti
politici e anche la situazione economica inasprì le tensioni sociali. Il dibattito tendeva a polarizzarsi tra
destra conservatrice, appoggiata dai clerico-moderati e dai nazionalisti; e una sinistra in cui le correnti
rivoluzionare sopravvengono su quelle riformiste e gradualiste. Un esempio che dimostra questo clima di
conflitto è la cosiddetta Settimana Rossa del giugno 1914: vengono uccisi tre dimostranti durante una
manifestazione antimilitarista ad Ancona, e questo portò all’inasprimento dell’opinione pubblica; nelle
marche e in romagna, la protesta, guidata da repubblicani, anarchici e appoggiata dai socialisti rivoluzionare
(mussolini con “avanti”), assunse un carattere insurrezionale. Questa manifestazione non era appoggiata
dal Cgl e l’agitazione si esaurì subito, con l’unico risultato di rafforzare le tendenze conservatrici nella classe
dirigente. Gli echi della settimana rossa non si spensero con lo scoppio della guerra mondiale che distolse
l’opinione pubblica dai problemi interni; ma comunque lo scoppio della guerra segnò un inevitabile crisi del
sistema giolittiano che puntava alla democratizzazione della cosietà, incoraggiando lo sviluppo economico,
ma che è anche fondato sulla mediazione parlamentare che non è in grado di controllare la radicalizzazione
della società.

Cap. 14: LA PRIMA GUERRA MONDIALE: 28 giugno 1914 – 11 novembre 1918

DALL’ATTENTATO A SARAJEVO ALLA GUERRA EUROPEA: il 28 giugno 1914, uno stuedente bosniaco (Gavrilo
Princip) uccise l’erede al trono d’Austria, Francesco Ferdinando a Sarajevo (capitale della Bosnia).
L’attentatore faceva parte di un’organizzazione irredentista che aveva la sua base operativa in Serbia e
godeva di una certa tolleranza da parte del governo di quel paese. Questo evento singolo bastò per
suscitare la reazione dell’Austria, che da tempo voleva impartire una dura lezione alla Serbia. Nell’Europa
del 1914 esistevano tutte le premesse per lo scoppio di una grande guerra: -rapporti tra le grandi potenze
(Germania VS Inghilterra per la superiorità navale; Germania VS Francia per l’unità tedesca che intaccava la
pace di Westfalia, per il trono spagnolo con cui trionfò, con la pace di francoforte, la Germania, e per la
guerra in marocco; Russia VS Austria per i balcani). –divisione di blocchi: Triplice alleanza: Germania, Italia e
Austria \\ Triplice intesa: Francia, Inghilterra e Russia. –corsa agli armamenti (che simboleggiava superiorità
internazionale). –spinte bellicistiche all’interno di quasi tutti i paesi che stavano permeandosi di
Nazionalismo ed Imperialismo. Ma comunque fu proprio l’attentato a Sarajevo che portò allo scoppio della
prima guerra mondiale, che forse, senza tale evento, non si sarebbe verificata: furono le decisioni dei
governanti a trasformare una crisi locale in un conflitto generale. L’Austria compì la prima mossa inviando
un durissimo ultimatum alla Serbia, la quale sapendo della sua forte alleanza con i Russi, decise di accettare
solo una parte dell’ultimatum, eliminando la clausola che prevedeva la partecipazione di funzionari
austriaci alle indagini sui mandanti dell’attentato. L’Austria giudicò al risposta insufficiente e così dichiarò
subito guerra alla Serbia; ma la Russia intervenne immediatamente ordinando la mobilitazione delle forze
armate: i russi estesero questa mobilitazione all’intero confine occidentale (non solo con alle frontiere con
l’Austria-Ungheria) per prevenire un eventuale attacco della Germania, ma quest’ultima ricevette il
messaggio come un attacco, e quindi inviò un ultimatum alla Russia intimandole l’immediata sospensione
dei preparativi bellici. L’ultimatum non ebbe risposta e così la Germania dichiarò guerra alla Russia, il giorno
stesso la Francia (alleata militarmente della Russia) inviò le proprie forze armate; la Germania rispose con
un nuovo ultimatum e con la successiva dichiarazione di guerra alla Francia. Ma perché la Germania si
attivò in questa crisi che non stava intaccando direttamente i suoi interessi? La Germania soffriva da tempo
di un complesso accerchiamento che bloccava le sue ambizioni internazionali; inoltre vi erano anche
motivazioni militari e la strategia di guerra tedesca si basava sulla sorpresa e sulla rapidità (mai lasciare al
nemico la possibilità di iniziativa). Il piano di guerra fu elaborato all’inizio del 900 da Schileffen che oramai
dava per scontata una guerra su due fronti, il piano prevedeva uno scontro massiccio e rapido con la
Francia, e una volta raggiunto questo obiettivo, le forze sarebbero poi state investite contro la Russia (la cui
macchina militare era potenzialmente fortissima, ma molto più lenta a mettersi in azione). La Germania
decise di attaccare la Francia dal nord-est (punto più debole e direttamente rivolto verso Parigi) invadendo
il Belgio, che da tempo aveva firmato il trattato di neutralità, ma la violazione del trattato scosse
profondamente l’opinione pubblica europea e soprattutto, mobilitò l’Inghilterra che, già si stava
preoccupando per l’eventuale successo tedesco, e che non poté tollerare l’invasione in un territorio
neutrale che si affacciava sulle coste della Manica. Così il 5 agosto l’Inghilterra dichiara guerra alla
Germania. Tutti i governi sottovalutarono lo scontro che si stava preparando; infatti per la maggior parte, la
guerra veniva vista come l’unica possibilità per soffocare i contrasti sociali e per rafforzare la posizione delle
classi dirigenti. Le grandi città si riempirono di dimostrazioni belliciste e gli intellettuali preparavano il
popolo alla necessità della guerra. Neanche i socialisti che credevano da sempre nel pacifismo, vollero
sottrarsi al clima generale di unione sacra: notiamo una crisi dell’internazionalismo socialista (in Francia
rinunciarono alle manifestazioni di protesta ed entrarono nel governo; stessa cosa fecero i laburisti; solo in
Russia e in Serbia i socialisti mantennero un atteggiamento di opposizione, questo perché i socialisti erano
ancora fortemente esclusi).

DALLA GUERRA DI MOVIMENTO ALLA GUERRA DI LOGORAMENTO (O DI USURA): lo sviluppo dei mezzi di
trasporto e delle industrie siderurgiche impegnate nella costruzione di armi, consentirono ai belligeranti di
mettere in campo rapidamente eserciti imponenti e meglio armati delle truppe ottocentesche
(numerosissimi morti solo in 4 mesi). Eppure nonostante le novità (mezzi di trasposto, mitragliatrici
automatiche..), la prima guerra mondiale non adottò una strategia diversa dalle battaglie ottocentesche che
si fondavano sull’idea di una guerra di movimento, cioè sulla manovra offensiva, sullo spostamento rapido
di grandi masse di uomini in vista di pochi e risolutivi scontri. Così, i tedeschi ottennero una serie di
clamorosi successi iniziali, infatti riuscirono ad entrare in Francia conquistando la Marna (a pochi km da
Parigi), costringendo il governo francese e i civili a lasciare la capitale continuamente sotto attacco. Nel
frattempo le truppe tedesche fermavano i russi che tentavano di penetrare in Prussia orientale; l’offensiva
russa però mise in serie difficoltà gli austriaci e preoccupo i tedeschi che mandarono altre truppe. A queste
nuove spedizioni di uomini si aggiunse un attacco a sorpresa da parte dei francesi che arrestò il progetto
tedesco dell’offensiva sulla Marna. La guerra di movimento si stava trasformando in una guerra di
logoramento, che vedeva due schieramenti praticamente immobili che si affrotavano in una serie di
sanguinosi attacchi, inframezzati da lunghi periodi di stasi. L’aspetto nuovo della guerra cambiò le sorti, in
quanto la superiorità militare degli imperi passava in secondo piano, lasciando spazio ai paesi che avevano
garantite le risorse (anche coloniali) e la superiorità navale: così l’Inghilterra e la Russia (per il numero di
uomini) acquista potere nello scontro. Un problema vitale per entrambi gli schieramenti era costituito
dall’atteggiamento dei paesi minori che inizialmente erano rimasti estranei dal combattimento, ma che poi
cominciarono a profittare della guerra per soddisfare le loro ambizioni e per fare in modo di non restare
sacrificate da una eventuale nuova sistematizzazione internazionale decisa dalle grandi potenze. Da qui, il
conflitto prende rilevanza globale: nell’agosto del 1914, il Giappone, richiamandosi al trattato che lo legava
con l’Inghilterra dal 1902, dichiarava guerra alla Germania, profittando dell’occasione per impadronirsi dei
possedimenti tedeschi in estremo oriente. Nello stesso anno la Turchia, legata alla Germania, interveniva a
favore degli imperi centrali. Poi nel maggio 1915 anche l’Italia entra nel conflitto contro l’Austria-Ungheria.
Poi a fianco degli imperi centrale troviamo anche la Bulgheria, mentre nel campo opposto: Portogallo
Romania, Grecia. Decisivo fu anche l’intervento degli Stati Uniti che trascinarono con se molti altri paesi
extraeuropei, il cui contributo non fu tanto rilevante. A tutto questo si aggiungono i conflitti in campo
europeo.

ITALIA: DALLA NEUTRALITA’ ALL’INTERVENTO: maggio 1915: l’Italia entrò in conflitto schierandosi con
l’Intesa contro l’impero austro-ungarico, fino ad allora suo alleato. Inizialmente, quando la guerra era
appena scoppiata, Salandra decise di dichiarare la neutralità dell’Italia; questa decisione era giustificata con
il carattere difensivo della triplice alleanza (l’Austria non era stata attaccata, né aveva consultato l’Italia
prima di dichiarare guerra alla Serbia). Però, pian piano cresce la voglia di rivendicare Trento e Trieste, e
così emerge una sensazione opposta, favorevole all’entualità della guerra. Portavoce della linea
interventista furono: -partiti di sinistra democratica: repubblicani (tradizione garibaldina); -radicali e
socialriformisti (Bissolati, fortemente legati alla Francia); -gruppi estremisti del movimento operaio,
convertiti alla guerra rivoluzionaria; -nazionalisti (guerra per affermare la potenza italiana); -alcuni ambienti
liberal-conservatori (Sonnino e Salandra temevano che non partecipare significasse rinunciare alla potenza
internazionale e che una vittoria avrebbe giovato al governo e alla istituzioni). Invece sul versante
neutralista troviamo: -Giolitti che intuiva i grandi costi della guerra che il paese non era pronto ad
affrontare e poi credeva che l’Italia sarebbe stata ricompensata per la sua neutralità; -cattolici (Benedetto
XV assunse un atteggiamento totalmente pacifista; -i socialisti (Mussolini fece una campagna neutralista,
ma poi fu cacciato perché diventato a favore della guerra, così formò il “popolo d’italia”, che divenne la
principale tribuna dell’interventismo di sinistra. In termini di forza parlamentare e di peso nella società, i
neutralisti erano in netta prevalenza, ma non costituivano uno schieramento omogeneo, capace di
trasformarsi in alleanza politica; il fronte interventista era invece, unito da un obiettivo comune: guerra
contro l’Austria e la fine del governo giolittiano, inoltre questo riuscì ad impadronirsi delle piazza
rappresentandosi come il “paese reale” in opposizione al corrotto Giolitti. Gli interventisti erano studenti,
insegnanti, impiegati, cioè la piccola e media borghesia colta, più sensibile ai valori patriottici (ricordiamo
d’Annunzio). Salandra e Sonnino, dopo il fallimento del piano di guerra tedesco, decisero insieme al re, ma
senza consultare il parlamento, di stringere contatti segreti con l’Intesa; pur continuando a trattare con gli
imperi centrali per strappare qualche ricompensa territoriale in cambio della neutralità. Infine però,
decisero di firmare per unirsi all’Intesa (26 aprile 1915) con il patto di Londra; le clausole principali
prevedevano in caso di vittoria: -Trentino –sud Tirolo fino al confine naturale del Brennero -Venezia Giulia –
la penisola istriana con l’esclusione della città di Fiume –una parte della Dalmazia. L’unico problema
riguardava la scontata opposizione della maggioranza neutralista nella Camera, cui spettava la retifica del
trattato. Giolitti, non ancora a conoscenza del patto di Londra, si pronunciò per stipulare accordi con
l’Austria, inducendo Salandra a dimettersi attraverso delle manifestazioni; ma il re negò le dimissioni di
questo, mostrando così di approvarne la firma del trattato. Queste manifestazioni si intensificarono e
vennero definite “le radiose giornate” (maggio 1915), che portarono il governo a dover scegliere in
definitiva se aderire o meno alla guerra; la camera approvò l’intervento con la sola esclusione dei socialisti.
Quest’ultimi non riuscirono a organizzare un opposizione efficace e dovettero accontentarsi di ribadire
solennemente la loro ostilità alla guerra e alla loro fedeltà all’internazionalismo proletario.

LA GRANDE STRAGE: 1915-16: al momento dell’entrata in guerra l’Italia pensava che potesse bastare una
rapida campagna militare per svolgere le sorti del conflitto a favore dell’Intesa. La realtà però fu ben
diversa. Sul confine austro-ungariche, nettamente inferiori di numero, ripiegarono per pochi km: quanto
basta per occupare le posizioni difensive più favorevoli, lungo l’Isonzo e sulle alture del Carso. Lungo queste
linee le truppe comandate da Cadorna sferrarono 4 sanguinose offensive (battaglie dell’Isonzo), senza
riuscire a cogliere alcun successo. Alla fine dell’anno, l’esercito italiano si trovava a combattere sulle stesse
posizioni su cui si era schierato a giugno. Una situazione analoga, solo che in vasta scala, si era creata sul
fronte francese: gli schieramenti rimasero immobili nel 1915. Nel febbraio del 1916 però, i tedeschi
ripresero l’iniziativa sul fronte occidentale, sferrando un attacco in forze contro la piazzaforte francese di
Verdun. Scopo dell’azione non era tanto la conquista ma il massacro delle truppe francesi, ma la battaglia
risultò troppo costosa per gli attaccanti che non ebbero perdite molto inferiori degli sconfitti francesi. Nel
giugno del 1916, mentre si andava esaurendo l’offensiva tedesca contro Verdun, l’esercito austriaco passò
all’attacco sul fonte italiano, tentando di penetrare dal Trentino nella pianura veneta e di spezza in due lo
schieramento nemico. Gli italiani furono colti di sorpresa dall’offensiva detta “strafexpedition” (ossia
spedizione punitiva contro l’antico alleato ritenuto colpevole di tradimento), ma riuscirono ad arrestarla,
anche se psicologicamente fu un attacco molto intenso. Il governo Salandra fu costretto alle dimissioni e
sostituito da un ministero di coalizione nazionale (comprendente tutte le forze politiche tranne i socialisti)
presieduto da Boselli: il cambio di governo non portò a nessuna trasformazione militare. Venenro
combattute altre 5 battaglie nell’Isonzo, tutte molto sanguinose ma senza risultati tangibili, salvo quello
della conquista di Gorizia (a livello morale e non strategico). I soli successi militari tra il 1915-16 furono
conseguiti sul fronte orientale: -tedeschi costringono i russi a lasciare una parte della Polonia; -gli austriaci
attaccarono la Serbia che fu conquistata in termini di risorse; -le truppe anglo-francesi fallirono mentre
cercavano di aiutare i russi portando la guerra in Turchia che era l’alleanza maggiore degli imperi centali; -i
russi mandano un’offensiva agli austriaci sul fronte italiano; -austro-tedeschi attaccarono la Romania che
era al fianco dell’intesa, stessa sorte della Serbia. Questi risultati però, non riuscirono a riportare gli imperi
centrali alla guida della battaglia, in quanto essi rimanevano pur sempre inferiori all’Intesa per risorse
economiche, per quantità di uomini e per blocchi navali. Ricordiamo a questo proposito, la battagli dello
Jutland: la flotta tedesca tenta un attacco alla flotta inglese, ma dovette rinunciare.

LA GUERRA NELLE TRINCEE: la guerra d’usura era dovuta soprattutto alla combinazione micidiale fra la
vecchia dottrina militare e le nuove armi automatiche, capaci di trasformare ogni assalto in un’autentica
carneficina per gli attaccanti. Dal punto di vista tecnico, la vera protagonista della guerra fu la trincea, ossia
la più semplice e primitiva tra le fortificazioni difensive: un fossato scavato nel terreno per mettere i soldati
al riparo dal fuoco nemico; all’inizio concepite come rifugi provvisori per le truppe in attesa del balzo
decisivo, ma poi divennero la sede permanente dei reperti in prima lineaa. Con il passare del tempo le
trincee si allargano e diventano più fortificate, ma comunque la vita nelle trincee è monotona, rischiosa e
moralmente distruttiva. Pochi mesi di trincea portarono a far svanire l’entusiasmo patriottico con cui molti
combattenti avevano iniziato il conflitto; ma mentre gli ufficiali si completamento (gradi inferiori) per
quanto disillusi e provati, restarono nel complesso fedeli alle motivazioni originarie della guerra. Gran parte
dei soldati semplici (contadini) non aveva precise idee sui motivi della guerra e la considerava come un
flagello naturale che spremeva la loro sopportazione. La visione eroica della guerra restò nelle mani di
minoranze di combattenti come le truppe d’assalto tedesche e gli arditi italiani, impiegati in azioni speciali e
rischiosissime. Le persone, per non tornare al fronte, tendevano ad automutilarsi ed a non rientrare nelle
licenze; meno frequenti invece erano gli scioperi collettivi militari.

NUOVA TECNOLOGIA MILITARE: la prima guerra mondiale scoppiò in un periodo di grandi progressi
scientifici ed economici, infatti lo scontro intensificava la produzione di vecchie e nuove armi. Del tutto
nuova fu l’introduzione delle armi chimiche (gas nelle trincee che soffocava chi lo respirava), usate per la
prima volta dalla Germania nel 1915; a fianco a questa novità, emergono le maschere antigas che
entrarono a far parte dell’equipaggiamento per far aumentare i costi per chi usava le armi chimiche.
Importanti furono anche gli sviluppi delle telecomunicazioni (radiofonia) e dei mezzi di trasposto che però
non riuscirono ad influenzare il corso della guerra: -aviazione (serviva solo alla ricognizione e a vedere il
nemico); -carro armato (limitati nel loto impiego perché potevano muoversi solo su strada, gli inglesi furono
i primi a sostituire le ruote che i cingoli); -sottomarino (guerra sottomarina molto efficace ma limitata nei
mezzi; quando i tedeschi affondarono il sottomarino inglese che conteneva molti passeggeri americani, gli
stati uniti convinsero i tedeschi a sospendere la guerra sottomarina).

MOBILITAZIONE TOTALE E IL “FRONTE INTERNO”: Durante il primo conflitto mondiale, anche le popolazioni
civili furono investite dagli interventi bellici; i più colpiti furono gli abitanti delle zone vicine alle trincee che
dovettero lasciare la loro casa, e le minoranze etniche che risiedevano in un paese diverso dalla propria
patria d’origine: soggette alla confisca dei beni e a varie restrizioni personali. Un caso limite fu quello deli
armeni: antica popolazione cristiana che viveva nel Caucaso, divisa tra l’impero ottomano e quello russo. Gli
armeni di Turchia avevano già pagato persecuzioni nel passato (giovani turchi), ma stavolta ci fu un vero e
proprio sterminio mentre Russia e Turchia si combattevano nel Caucaso. A livello economico ed industriale,
la guerra si rivelò molto produttiva; i mutamenti più vistosi si ebbero nelle industrie di forniture belliche
(siderurgica, meccanica, chimica), di cui cliente principale era lo stato. Tutti i settori dell’industria, ma
anche della produzione agricola, furono posti sotto il controllo pubblico, ricordiamo in Germania il
socialismo di guerra (forniture e prezzi controllati), che in realtà era solo un pretesto per prendere potere
da parte dei militari e industriali. Altri mutamenti riguardarono il rafforzamento degli apparati statali,
dovuti all’aumento della burocrazia. Inoltre, il potere dei governi fu largamente condizionato da quello dei
militari e, in genere, tutta la società fu soggetta a un processo di militarizzazione che serviva a combattere i
nemici interni e a mobilitare la popolazione. Strumento essenziale per la mobilitazione dei cittadini era la
propaganda che serviva ai governi a controllare i segni di stanchezza tra i combattenti e la popolazione
civile. I socialisti tennero due conferenze internazionali in Svizzera (a Zimmerwald e a Kienthal) dove
firmarono la completa condanna della guerra e si richiedeva una pace senza annessioni e senza perdite.
Con il passare del tempo, i socialisti allargarono la loro posizioni: -pacifismo delle sinistre riformiste
(volevano firmare la pace con il ritorno alla democrazia); -disfattismo rivoluzionario dei più radicali
(spartachisti tedeschi, bolscevichi russi con a capo Lenin, il quale sosteneva che bisognava approfittare della
guerra per far emergere il movimento operaio e per far cadere il regime capitalista; così le vicende della
rivoluzione russa si andavano intrecciando con quellle della guerra.

LA SVOLTA DEL 1917: nei primi mesi del 1917, due fatti nuovi intervennero a mutare il corso della guerra e
dell’intera storia europea e mondiale. –la rivoluzione russa: uno sciopero generale di Pietrogrado si
trasformò in un’impotente manifestazione politica contro il regime zarista. Quando i soldati chimati a
ristabilire l’ordine si rifiutarono di sparare sulla folla e fraternizzarono con i dimostrant, la sorte della
monarchia fu segnata e lo zar abdicò nel marzo del 1917. Circa un mese dopo, gli Stati Uniti decidevano di
entrare in guerra contro la Germania, che aveva ripreso la guerra sottomarina indiscriminata nel tentativo
di chiudere in tempi brevi la partita con l’Intesa infliggendo un colpo mortale alle economie dei paesi
nemici. L’intervento americano sarebbe risultato decisivo sia sul piano economico che militare, tanto da
compensare il gravissimo colpo subito dall’Intesa con l’uscita dalla scienza della Russia. Il crollo del regime
zarista portò alla disgregazione dell’esercito russo, infatti molti soldati-cittadini abbandonarono il fronte per
tornare nei loro villaggi nella speranza di una spartizione dei terrenti. Il tentativo del governo provvisorio di
lanciare una nuova offensiva all’esercito austro-tedesco, si rivelò un fallimento e da quel momento la Russia
cessò di fornire qualsiasi contributo militare agli alleati. I tedeschi penetrarono in profondità del territorio
russo e così poterono trasferire il loro obiettivo sul fronte occidentale. Alle difficoltà militari si
aggiungevano quelle politico-psicologiche derivanti dalle ripercussioni degli avvenimenti russi sugli
orientamenti delle masse lavoratrici e sul morale delle truppe al fronte. Si intensificarono ovunque le
manifestazioni di insofferenza popolare contro la guerra, gli scioperi operai e gli ammutinamenti (spesso
dominati dalla repressione ma a volte anche appoggiati). Ma anche gli imperi centrali vedevano
moltiplicarsi le manifestazione di stanchezza dovuta alla guerra; troviamo scioperi in Germania, e
soprattutto in Austria, in cui l’andamento non brillante della guerra aveva ridato forza alle “nazionalità
oppresse”: -costituzione del governo cecoslovacco; -accordo tra serbi, croati e sloveni per la costruzione di
uno stato unitario degli slavi del sud (futura Jugoslavia). Così l’Austria cominciò a cercare una pace che
venne rifiutata dall’Intesa. Non ebbe fortuna neanche la proposta di Benedetto XV che dichiarò la guerra
inutile e sperava in una pace anche senza annessioni.

L’ITALIA E IL DISASTRO DI CAPORETTO: anche per l’Italia il 1917 fu l’anno più difficile della guerra. Cadorna
ordinò una nuova serie di offensive sull’Isonzo, con risultati modesti e costi umani superiori alle ultime
battaglie; così, tra i soldati le manifestazioni erano sempre più frequenti, proprio come i disagi della
popolazione causati dall’aumento dei prezzi e dalla carenza dei generi alimentari. Erano manifestazioni
spontanee che finivano presto, l’unica eccezione fu la protesta tra il 22 e il 26 agosto a Torino: protesta
originata dalla mancanza del pane, si trasformò in una vera sommossa con forte partecipazione operaia. Fu
in questa situazione che i comandi austro-tedeschi decisero di approfittare della disponibilità di truppe
provenienti dal fronte russo per infliggere un colpo decisivo all’Italia. Così il 24 ottobre del 1917, un’armata
austriaca attaccò sull’alto Isonzo l’Italia che subì la grave sconfitta di Caporetto. Gli attaccanti usarono per la
prima volta la tecnica dell’infiltrazione, penetrando il più rapidamente possibile in territorio nemico senza
preoccuparsi di consolidare le posizioni raggiunte, ma sfruttando la sorpresa per mettere in crisi
l’avversario. La manovra fu efficace e l’Italia si dovette ritirare fino alla linea difensiva sul Piave, lasciando al
nemico parte del proprio territorio. Cadorna gettò le colpe della sconfitta sui suoi soldati, accusando di
essersi arresi di combattere; ma in realtà la colpa era del comando che non era stato in grado di preparare
una prevenzione in caso di attacco dall’alto Isonzo; a tutto ciò si univa la stanchezza e la demoralizzazione
delle truppe. Del resto i soldati italiani dimostrarono di saper combattere valorosamente resistendo sul
piace e sul Monte Grappa, all’avanzata degli austro-tedeschi che minacciavano la pianura Padana, ed
evitando così che la sconfitta si trasformasse in una definitiva catastrofe. Paradossalmente la disfatta di
caporetto, ebbe anche un esto positivo per l’Italia: innanzitutto, la ritirata sul Piave aveva consentito un
notevole accorciamento del fronte e quindi una minore sofferenza per i soldati; e poi perché quest’ultimi si
trovarono ad affrontare una guerra difensiva, contro un nemico che occupava parte del territorio, ciò
contribuì a rendere più comprensibili i motivi del conflitto e ad aumentare il senso di coesione patriottica
nelle trincee e nel paese. Con il governo del nuovo re Vittorio Emanuele Orlando, le forze politiche
poterono trovare una maggiore concordia e il nuovo capo di stato, Diaz, si mostrò meno incline all’uso
indiscriminato di Cadorna dei mezzi repressivi, e più attento alle esigenze dei soldati, migliorando le loro
condizioni: licenze più frequenti, vitto più abbondante e maggiori possibilità di svago. Inoltre, all’inizio del
1918, fu attuata una nuova propaganda fra le truppe, favorita dalla diffusione dei giornali di trincea
(servizio P: propaganda), che dichiaravano la possibilità dei vantaggi materiali per i paese e per i cittadini, e
che tentavano di mostrare una nuova ideologia di guerra, basata sul fatto che essa è l’unica soluzione per
ristabilire l’ordine interno e internazionale. Così emerge il concetto di guerra democratica, già agitata degli
interventisti di sinistra e rilanciata dall’americano Wilson.

RIVOLUZIONE O GUERRA DEMOCRATICA: Nella notte tra il 6-7 novembre (24-25 ottobre per il calendario
russo), un’insurrezione guidata dai bolscevichi rovesciava in Russia il governo provvisorio. Il potere fu
assunto da un governo rivoluzionario presieduto da Lenin, che decise immediatamente di porre fine alla
guerra proponendo una pace. Il 3 marzo del 1918 la Russia firmò la pace di Brest-Litovsk, con la quale
dovette perdere un quarto dei territori europei. Lenin riuscì comunque con la pace, a salvare il suo stato
socialista, anche perché alla pace aggiunse delle clausole: l’Intesa dovettero accentuare il carattere
ideologico della guerra contro l’autoritarismo e contro l’egemonia dell’imperialismo tedesco. Questa
concezione della guerra venne ripresa da Wilson che aveva dichiarato solennemente che gli Stati uniti non
avrebbero combattuto in vista di particolari rivendicazioni territoriali, ma col solo obiettivo di ristabilire le
libertà dei mari violata dai tedeschi, di difendere i diritti delle nazioni e di instaurare un nuovo ordine
internazionale basato su un accordo tra i popoli liberi. Nel gennaio 1918 Wilson emanò il programma di “14
punti” con cui riprestinare la libertà di navigazione, l’abbassamento delle barriere doganali, riduzione degli
armamenti, e formulava alcune proposte per il nuovo assetto europeo: reintegrazione del Belgio e della
Romania, evacuazione dei territori russi occupati dai tedeschi, restituzione alla Francia dell’Alsazia e la
Lorena, possibile sviluppo autonomo per i popoli sotto l’impero austro-ungarico, come quello turco, e
rettifica dei confini italiani. Infine l’ultimo punto richiedeva l’istituzione di un nuovo organismo
internazionale, la Società delle Nazioni, per assicurare il rispetto delle norme di convivenza tra i popoli.
Questa rivoluzione diplomatica fu accolta dall’opinione pubblica come una sorta di vangelo, capace di
ripristinare una lunga pace. In realtà, l’Intesa non appoggiava tale programma ma, avevano bisogno
dell’alleanza americana e speravano che il vangelo wilsoniano coprisse quello rivoluzionario esposto dalla
Russia bolscevica.

ULTIMO ANNO DI GUERRA: L’inizio del 1918 vedeva ancora due schieramenti in una situazione di
sostanziale equilibrio sul piano militare. La partita decisiva continuava sul fronte francese. Fu qui che lo
stato maggiore tedesco tentò la sua ultima e disperata scommessa impegnando tutte le forse rese
disponibili dalla firma della pace con la Russia, riuscì a penetrare di nuovo fino alla Marna fino a quando
l’attacco non fu fermato dagli anglo-francesi che agivano sotto un comando unificato affidato al generale
Foch e cominciavano a giovarsi del massiccio apporto degli Stati Uniti. Nel frattempo anche l’Austria
tentava di sferrare un ultimo attacco all’Italia, ma furono respinti. Alla fine di luglio, l’Intesa, superiori in
uomini e mezzi, passarono al contrattacco: nella grande battagli di Amien, i tedeschi subirono la prima
grave sconfitta sul fronte occidentale, da quel momento cominciarono ad arretrare mentre le truppe erano
sempre più esauste. I tedeschi capirono di aver perso la guerra e subentrò una crisi politica, la quale fu
“risolta” con un nuovo governo di coalizione democratica, con la partecipazione socialdemocratica e dei
cattolici, si sperava in un governo che potesse costituire un interlocutore credibile per l’Intesa e per Wilson.
Ma ormai era troppo tardi, la Germania cercava invano un compromesso mentre i suoi alleati cadevano
militarmente o politicamente: Bulgaria, Turchia, Austria-Ungheris, slavi del sud e cecoslovacchi. La crisi
dell’impero austro-ungarico portò gli italiani a rilanciare un’offensiva sul fronte del Piave che ebbe
successo, e così nella battaglia di Vittorio Veneto, gli austriaci non riuscirono a fermare la propria sconfitta e
quindi firmarono a Villa Giusti (Padova), l’armistizio con l’Iralia. Intanto in Germania la situazione
precipitava: i marinai di Kiel (dove troviamo il grosso della flotta) si ammutinarono e diedero vita, insieme
agli operai, a consigli rivoluzionari ispirati al modello russo; così il socialdemocratico Ebert firmò l’11
novembre del 1918, l’armistizio accettando durissime condizioni: -consegna dell’armamento pesante e
della flotta (che per non consegnarsi si autoaffondò); -ritiro dal Reno delle truppe; - annullamento dei
trattati con la Russia e la Romania; -restituzione dei prigionieri. La Germania perdeva così una guerra che
più degli altri aveva contribuito a far scoppiare. Gli stati dell’Intesa vincono ma il riscontro con i costi sono
troppo elevati da dire di aver trovato dei vincitori.

TRATTATI DI PACE E LA NUOVA CARTA D’EUROPA: il 18 gennaio del 1919 nella reggia di Versailles presso
Parigi venne iniziato il progetto di ridisegnare la carta politica del vecchio continente, sconvolta dal crollo
contemporaneo di ben 4 imperi (tedesco, austro-ungarico, russo e turco). Bisognava ricostruire l’equilibrio
europeo, tenendo conto i principi di democrazia e di giustizia internazionale a cui i governi dell’Intesa si
erano esplicitamente richiamati nell’ultima fase del conflitto. Quando la conferenza si aprì, era convinzione
diffusa che la sistemazione dell’Europa postbellica si sarebbe fondata sul progetto indicato da Wilson nei
suoi 14 punti e che le nuove frontiere avrebbero tenuto conto del principio di nazionalità della volontà
liberamente espressa dalle popolazioni interessante. In pratica, però il programma wilsoniano restava
utopico e irrealizzabile perché, in un Europa popolata dai gruppi etnici spesso intrecciati fra loro, non era
facile applicare principi di nazionalità e di autodeterminazione senza far nascere schieramenti irredentismi.
Inoltre, il programma wilsoniano non fu attuabile anche perché i suoi principi non erano compatibile con
l’esigenza di punire gli sconfitti e di ricompensare i vincitori. Questi problemi si manifestarono fin dalle
prime discussioni fra i capi di governo delle principali potenze vincitrici: l’americano Wilson, l’inglese loyd
George, l’italiano Orlando (poco considerato) e il francese Clemenceau. Il contrasto fra l’ideale di una pace
democratica e l’obiettivo di una pace punitiva risultò evidente soprattutto quando vennero discusse le sorti
della Germania. I francesi non si accontentavano dell’Alsazia e la Lorena, ma chiedevano di spostare i loro
confini al di là del Reno, ma questi progetti videro oppositori sia Wilson che gli inglesi e così la Francia
dovette accettare la rinuncia del Reno, in cambio della promessa di una garanzia anglo-americana delle
nuove frontiere franco-tedesche. La Germania poté così limitare i danni territoriali, ma subì una serie di
clausole senza discussione, che se eseguite integralmente, sarebbero state sufficienti a cancellarla per
molto tempo dal quadro delle grandi potenze. Il trattato di pace con la Germania della conferenza di
Versailles, fu firmato il 28 giugno 1919, e si trattò di una vera e propria impostazione (diktat) subita sotto la
minaccia dell’occupazione militare e del blocco economico. Dal punto di vista territoriale la Germania
dovette restituire l’Alsazia e la Lorena alla Francia, il passaggio alla ricostituita Polonia di alcune regioni
orientali abitate solo in parte dai tedeschi, dividendo così la Prussia orientale da quella occidentale. La
Germania perse inoltre le sue colonie, spartite tra Francia, Inghilterra e Giappone. Ma la parte più pesante
del trattato riguardava il fatto che la Germania era ritenuta come unica responsabile della guerra e quindi
dovette impegnarsi a versare capitali di riparazione per i paesi vincitori. Infine, la Germania fu costretta ad
abolire il servizio di leva, a rinunciare alla marina di guerra, a ridurre la consistenza dell’esercito e a
smilitarizzare l’intera valle del Reno. Un problema diverso che le forze vincitrici dovettero affrontare, è
quello riguardante la nuova sistemazione dell’impero asburgico: nasce la Repubblica di Austria, che si
ritrovò un territorio molto più piccolo, e l’Ungheria fu severamente privata di tutte le regioni slave. A trarre
vantaggio dal crollo dell’impero asburgico furono: i popoli slavi, quelli della Galizia si unirono nella nuova
Polonia; i boemi e slovacchi confluirono nella Repubblica di Cecoslovacchia; gli stati del su diventano
Jugoslavia; l’impero ottomano viene estromesso dall’Europa e privato di tutti i suoi territori arabi e diventò
lo stato nazionale turco; l’Italia che si riprese le sue terre. Un altro problema particolarmente delicato per
gli stati vincitori era infine quello dei rapporti con la Russia rivoluzionaria. Le potenze occidentali, imposero
alla Germania l’annullamento del trattato di Brest-Litovsk. Ma non riconobbero la Repubblica socialista,
anzi cercarono di abbatterla aiutando in ogni modo i gruppi controrivoluzionari. Furono invece riconocute
le nuove repubbliche indipendenti: Finlandia, Estonia, Lettonia e Lituania (territori balcanici perduti dalla
Russia). La nuova Russia era così circondata da tanti stati cuscinetto che formavano un 2cordone sanitario”
cioè aveva la funzione di bloccare ogni eventuale spinta espansiva della repubblica socialista e ogni
possibile contagio rivoluzionario. Dunque la fine della guerra vede la nascita di ben otto stati, sorti dalle
rovine dei vecchi imperi. Ad essi si sarebbe poi, 1921 aggiunto lo stato libero d’Irlanda a cui era concesso
una semi-autonomia dall’Inghilterra. Tutto poggiava sui 14 punti di Wilson che doveva assicurare la
salvaguardia della pace e della società delle nazioni, ma questa portava diverse contraddizioni e gli stessi
Stati Uniti nel 1920 decisero di non aderire più ad essa, in quanto l’opinione pubblica americana non voleva
il coinvolgimento negli affari europei. Wilson, ammalato non si ripresentò alle elezioni e così iniziò un
periodo di isolazionisto per gli Stati Uniti, ossia di rifiuto delle responsabilità mondiali. Quanto alla società
delle nazioni, questa finì per essere egemonizzata dall’Inghilterra e Francia.
Cap.15: LA RIVOLUZIONE RUSSA: 1917:

DA FEBBRAIO A OTTOBRE: già prima dello scoppio della grande guerra, erano i molti a pensare che il
regime assolutistico degli zar non potesse resistete a lunggo e fosse destinato ad essere sostituito da forme
di governo più adeguate ai tempi. Nel febbraio (calendario russo) del 1917, il regime zarista fu abbattuto
dalla rivolta degli operai e dei soldati di Pietroburgo, e la successione fu assunta da un governo provvisorio
di orientamento liberale, costituito per iniziativa dei membri della Duma e presieduto dall’aristocratico
L’vov. L’obiettivo del governo era quello di continuare la guerra a fianco dell’Intesa e di promuovere al
tempo stesso l’occidentalizzazione del paese sul piano delle strutture politiche e dello sviluppo economico.
Condividevano questa prospettiva, basata sull’inevitabile passaggio ad una fase democratico-borghese:
-liberali e moderati che erano al capo del partito dei cadetti; -menscevichi (ispirati dalla socialdemocrazia
europea; -socialisti rivoluzionari (che avevano solide radici nella società rurale russa e interpretavano le
aspirazioni delle masse contadine a una radicale forma agraria), i quali erano divisi in correnti molto
eterogenee (si andava dai democratico-radicali agli anarchici ancora di stampo terroristico). Gli unici a
rifiutare ogni partecipazione al potere furono i bolsceviche di Lenin, convinti che la classe operai, alleata
agli strati più poveri della società, avrebbe potuto assumersi la guida della trasformazione del paese; ma
anch’essi colpiti di sorpresa dallo scoppio della rivoluzione, assunsero sulle prime delle posizioni di attesa.
Com’era già accaduto con la rivoluzione del 1905, al potere legale del governo si era subito affiancato e
sovrapposto il potere di fatto dei Soviet (operai e contadini uniti in comitati che emanavano ordini spesso in
contrasto con le disposizioni governative). Lenin rientrò in Russia dalla Svizzera, dopo un viaggio dell’Europa
in guerra, grazie anche all’appoggio dei tedeschi che speravano che il suo rientro avrebbe indebolito la
posizione dei russi che volevano continuare il conflitto. Infatti, appena giunto a Pietrogrado, Lenin emanò le
“tesi di aprile”, in cui si rifiutava la diagnosi del carattere borghese e poneva in termini immediati il
problema della presa del potere, rovesciando la teoria marxista ortodossa, secondo cui la rivoluzione
proletaria sarebbe scoppiata prima nei paesi più sviluppati come risultato delle contraddizioni del sistema
capitalistico, giunto al suo ultimo stadio. Lenin invece, afferma che era la Russia, in quanto anello più
debole della catena imperialistica, a offrire le condizioni più favorevoli per la messa in crisi del sistema. Il
programma Leniniano poneva come obiettivo quello di conquistare la maggioranza nei soviet e di lanciare
le parole di: pace, terra ai contadini poveri e controllo sociale della produzione da parte dei consigli operai.
Programma che sembra utopico ma venne largamente accettato perché toccava i punti principali per la
popolazione, così i bolschevichi prendono piede e al tempo stesso si accentuava la frattura tra i socialisti
che volevano il continuo della guerra. Il primo episodio di esplicita ribellione contro il governo provvisorio
avvenne in luglio a Pietrogrado, quando soldati e operai armati scesero in piazza per impedire la partenza
per il fronte per alcuni reparti. i bolschevichi, inizialmente non avevano approvato l’iniziativa ma poi ne
assunse il controllo, anche se però l’insurrezione fallì per l’intervento delle truppe fedeli al governo. Per il
governo provvisorio fu questo l’ultimo successo, e l’Vov si dimise lasciando posto a Kerensky che era molto
screditato per il fallimento dell’offensiva alle truppe austro-tedesche sia dal popolo che dai membri del suo
stesso partito, ma non solo, esso era fortemente contrapposto al comandante dell’esercito generale
Kornilov, il quale a settembre lanciò un ultimatum al governo chiedendo il passaggio dei poteri alle autorità
militari; Kerenskij reagì richiamando all’appello i socialisti, soprattutto i bolschevichi e così il tentativo fallì;
facendo uscire sempre più numerosi i bolschevichi che conquistarono la maggioranza nei soviet di
Pietrogrado e di Mosca.

LA RIVOLUZIONE DI OTTOBRE: la decisione di rovesciare il governo Kerenskij fu presa il 23 ottobre dai


Bolschevichi, ma l’insurrezione aveva molte contrapposizioni, l’unico leader che l’appoggiava fu Trotskij,
proveniente dalla sinistra menscevica fu l’organizzatore militare dell’insurrezione. Kerenskj cercò riparo
ordinando, come aveva fatto a luglio, l’arresto dei bolscevichi, ma stavolta le truppe non obbedirono. Così
durante la mattina del 25 ottobre, soldati rivoluzionari e guardie rosse (operai armati) circondarono il
palazzo d’inverno (sede prima dello zar adesso del governo provvisorio) senza nessun segno di violenza.
Nello stesso tempo si riuniva a Pietrogrado, il congresso panrusso dei soviet, cioè l’assemblea dei delegati
dei soviet di tutte le province dell’ex impero russo; il congresso approvò due decreti proposti da Lenin:
-pace giusta e democratica senza annessioni e senza indennità; -abolizione della grande proprietà terriera;
garantendosi l’appoggio dei contadini, o almeno la loro neutralità. Nel frattempo veniva a costruirsi un
nuovo governo rivoluzionario, composto solo da bolscevichi e con a capo Lenin, che fu detto Consiglio dei
commissari del popolo. La fulminea presa di potere da parte dei bolscevichi lasciò disorientate tutti gli altri
partiti (ad eccezione del loro unico alleato: alcuni socialrivoluzionari di sinistra): manschevichi, cadetti,
social-rivoluzionari protestarono contro il nuovo governo ma non organizzarono manifestazioni e
preferirono puntare sulla convocazione dell’Assemblea costituente, le cui elezioni erano state fissate per
novembre. I risultati delle urne sconvolse il bolschevichi, in quanto i veri trionfanti furono i social-
rivluzionari; ma i bolschevichi non avevano nessuna intenzione di abbandonare il governo appena preso,
così sciolsero immediatamente l’assemblea costituente e dunque, ciò dimostrò che il potere bolscevichi
rompeva definitivamente con le altre componenti del movimento socialista e pose le basi per un nuovo
governo dittatoriale.

DITTATURA E GUERRA CIVILE: il governo rivoluzionario si trovò di fronte a numerosi problemi presentati da
un paese arretrato, grande e pieno di debiti di guerra; e un compito che i bolscevichi dovettero affrontare
altrettanto duramente fu quello di governare senza l’appoggio di nessuno strato sociale più elevato
(fenomeno importante di emigrazione politica: imprenditori, ufficiali, intellettuali..). i bolscevochi però,
restavano convinti di poter contare sulle masse popolari, costruendo un nuovo Stato proletario ispirato
all’esperienza della Comune di Parigi, secondo il modello delineato da Lenin, il quale riprendeva marx sullo
stato come strumento di dominio da parte di una classe sulle altre, e prevedeva che una volta scomparso,
le masse stesse si sarebbero autogovernate secondo i principi di democrazia diretta sperimentata nei
Soviet. Per quanto riguarda la guerra, i bolscevichi dovettero accettare per forza una pace, dato che il loro
programma si basava su di essa, anche se non venne firmata la sperata pace senza annessioni e senza
indinnità; infatti i bolscevichi firmarono il trattato di BestlLivstok (1918) con la Germania (anche se
trovarono l’opposizione di tutte le forze politiche compresi i social-risoluzionari di sinistra), la quale impose
gravissime conseguenze. Le potenze dell’intesa, ancora impiegate nella lotto contra gli imperi centrali, e
preoccupate di un possibile contagio rivoluzionario, considerarono la pace di Brest-Livstok come un
tradimento, e in risposta cominciarono ad appoggiare gli anti-bolschevichi. L’arrivo dei contingenti stranieri
servì a rafforzare l’opposizione al governo bolscevico, soprattutto quella dei monarchico-conservatori (i
bianchi), alimentando così la guerra civile in diverse zone del paese. La prima minaccia delle armate bianche
le troviamo nei territori della Siberia (fu in questa circostanza che venne ucciso lo zar per paura che fosse
liberato dai contro-rivoluzionari), al nord della Russia dove era più forte la presenza dell’Intesa (ecco perché
la capitale viene spostata da Pietrogrado a Mosca), e in Ucraina che divenne uno stato indipendente sotto il
protettorato tedesco. Nel frattempo il governo rivoluzionario accentuava la sua autorità lasciando da parte
le utopie antimilitariste e di governo popolare; infatti troviamo la creazione della polizia politica (Ceka), e
nello stesso periodo venne costruito il Tribunale rivoluzionario centrale con il compito di processare
chiunque dubbiasse del governo operaio e contadino, e così nel 1918 vennero messi fuori legge tutti i
partiti di opposizione (venne anche ristabilita la pena di morte). Si procedeva poi, alla riorganizzazione
dell’esercito: Armata rossa degli operai e contadini, il cui artefice fu Tronskij che trasformò la militia
popolare, attraverso un educazione ferrea, in una vera e propria potente macchina da guerra. La
costruzione di un potente esercito significava per i bolsceviki la possibiltà di sopravvivere allo scontro con i
nemici, i quali erano messi meglio in senso militare, ma erano divisi e mal coordinati per motivi di rivalità
politica (dovuta anche alla distanza geografica), e quindi i contadini continuavano ad appoggiarsi ai
bolsceviki. Nel 1919 i bianchi presero l’appoggio diretto dei governi occidentali, preoccupati per le proteste
che l’intervento suscitava nei loro paesi e per la diffusione del contagio rivoluzionario fra gli stessi reparti
invitati in Russia. Nella primavera del 1920, le armate vianche erano sconfitte e la fase più acuta della
guerra civile poteva definirsi conlusa; ma nel momento in cui Lenin trionfa sui nemici interni, egli dovette
affrontare un problema esterno: nel 1920 la Polonia, approfittando della situazione di crisi russa, dato che
era insoddisfatta delle clause del trattato di Versailles, decise di attaccare; ma le armate rosse riuscirono ad
entrare a Varsiavia e a sconfiggerli, anche se gli esiti della guerra andarono a favore della Polonia che
costrinse i russi ad una ritirata. Nel 1921 viene firmata la pace con la Polonia che riceveva, in parte, i
territori della Biellorussia e dell’Ucraina dalla Russia.

LA TERZA INTERNAZIONALE: con l’insurrezione di ottobre e poi con la vittoria della guerra civile, i
bolscevichi riuscirono a far nascere il primo Stato socialista in un paese fortemente arretrato con minoranza
operaia, e per giunta circondato da potenze ostili. Tuttavia i dirigenti bolscevichi si resero conto che questa
poteva essere soltanto una transizione che porti al comunismo al lungo termine, il quale sarebbe stato
possibile soltanto con l’aiuto del proletario dell’Europa più sviluppata (in particolare con quello tedesco).
Lenin decise di realizzare la Terza internazionale comunista, che coordinasse gli sforzi dei partiti
rivoluzionari di tutto il mondo e rappresentasse, anche nel nome, una rottura definitiva con la social-
democrazia europea, colpevole di aver tradito gli ideali internazionalisti. I bolscevichi costituirono il Partito
comunista di Russia e la Terza internazionale ebbe luogo a Mosca nel 1919: vi parteciparono circa 50
province dell’ex impero russo, la nuova organizzazione non svolse alcun attività di rilievo fino a quando non
diventò effettivamente operante nel 1920. La struttura e i compiti dell’internazionale comunista furono
fissati nel secondo congresso, proprio con la coincidenza della vittoria sui bianchi e l’avanzata rossa in
Polonia; stavolta i partecipanti erano numerosi e autorevoli e provenivano da tutte le parti del mondo. Il
problema principale del congresso riguardava le condizioni a cui i singoli partiti avrebbero dovuto
sottostare: “ventun punti” di Lenin: i partiti aderenti dovevano cambiar nome in Partito comunista, gli altri
partiti avrebbero dovuto ispirarsi al modello bolscevico e fedeli alle direttive del partito-guida; dovevano
accettare la Russia sovietica come il centro del comunismo mondiale e impegnare la difesa del socialismo ai
movimenti rivoluzionari di tutti i paesi. Fu però mancato l’obiettivo di coinvolgere nei nuovi partiti la
maggioranza della classe operaia dei paesi più sviluppati; in tutta l’Europa occidentale i partiti comunisti
rimasero, infatti minoritari rispetto ai socialisti.

DAL COMUNISMO DI GUERRA ALLA NEP: la Russia viveva una profonda crisi economica e il decreto sulla
terra aveva provocato la creazione di piccole aziende che producevano tutto per l’autoconsumo e non
contribuivano all’approvvigionamento delle città. Molte industri furono lasciate in mano ai vecchi
imprenditori, ma sotto la sorveglianza dei consigli operai; altre furono gestite direttamente dai lavoratori; e
altre ancora divennero statali. Ancora più caotica era la situazione finanziaria, le banche furono tutte
nazionalizzate e i debiti con l’estero vennero eliminati, ma questo non portò a nessun vantaggio visto che il
governo non era in grado di riscuotere le tasse e il popolo era costretto a regredire al baratto. Dal 1918 i
bolscevichi cercarono di attuare anche in campo economico una politica autoritaria, che fu definita
“comunismo di guerra” (ripreso dal socialismo di guerra tedesco): si cercò di risolvere il problema degli
approvvigionamenti delle città dove la fame si faceva sentire di più; vennero costruite fattorie collettive,
fattorie sovietiche (controllate dallo stato) e squadre di operai e contadini percorsero le campagne
requisendo il grano ai più ricchi. Nel campo industriali il comunismo di guerra serviva a nazionalizzare i
settori più importanti: misura di emergenza che aveva lo scopo di normalizzare la produzione e di
centralizzare le decisioni più importanti. Il comunismo di guerra fu funzionale per la vita organizzata e per
armare l’esercito, ma non fu molto vantaggioso per diversi aspetti: innanzitutto, la produzione industriale
era troppo inferiore rispetto agli altri paesi, le città morivano letteralmente di fame e i raccolti risutlavano
dimezzati. I tentativi di razionalizzare i generi alimentari si scontravano con la scarsezza dei prodotti e con
l’ostilità dei contadini. Il commercio privato era illegale ma molto presente e così spesso la polizia
confiscava varie scorte, facendo accrescere la sofferenza della popolazione. Gli operai, stanchi della
gestione autoritaria dell’economia e della scomparsa dei sindacati, cominciarono a manifestare: esempio
più noto del 1921, i marinari di Krontadt, si ribellarono chiedendo elezioni libere nei soviet e maggiori
libertà politiche e sindacali, ma il governo rispose con il fuoco. Così nello stesso anno si tenne il X congresso
a Mosca del Partito comunista, che segnò la fine di ogni spaccatura interna del partito e, a livello
economico abbandonò il comunismo di guerra, avviando una parziale liberalizzazione della produzione e
degli scambi. La Nuova Politica Economica (NEP) aveva l’obiettivo di stimolare la produzione agricola e di
favorire l’afflusso dei generi alimentari verso le città. Ai contadini si consentiva di vendere sul mercato le
eventuali eccedenze, una volta che avessero consegnato allo stato una quota fissa dei raccolti. La
liberalizzazione si estese anche al commercio e alla piccola industria; anche se lo stato continuò a
mantenere il controllo delle banche e dei maggiori gruppi industriali. La Nep ebbe conseguenze
sicuramente positive sull’economia stremata, ma produsse vari effetti sociali non previsti; nelle campagne i
nuovi spazi concessi all’iniziativa privata stimolarono la ripresa produttivi, ma favorirono il riemergere dei
contadini ricchi (kulaki) che giunsero in breve a controllare il mercato agricolo. La liberalizzazione del
commercio provocò la comparsa di una nuova classe di trafficanti (nepmen) la cui ricchezza contrastava con
il basso tenore di vita del resto della popolazione. Se le piccole imprese hanno conquistato dei progressi, le
grandi industrie sotto il controllo statale non riuscivano a progredire per la ristrettezza del mercato interno.
Dunque i più sacrificati della Nep erano gli operai.

L’UNIONE SOVIETICA: la prima costituzione della Russia rivoluzionaria si ebbe nel 1918, in piena guerra
civile, e venne aperta con la Dichiarazione dei Diritti del Popolo lavoratore e sfruttato, dove si proclamava
che il potere doveva esclusivamente appartenere alle masse lavoratrici e ai loro organi rappresentativi: i
soviet dei contadini, operai e soldati. La costituzione prevedeva che il nuovo Stato avesse carattere
federale, cioè che rispettasse l’autonomia delle minoranze etniche e che si aprisse verso l’unione paritaria
con altre future repubbliche sovietiche. Quindi la prospettiva a lungo termine consisteva in una repubblica
socialista mondiale. In realtà tra il 20 e il 22, si attò semplicemente l’unione della repubblica russa che
comprendeva le province dell’ex impero zarista e tutta la Siberia; i congressi del 1922 decisero di dar vita
all’Unione delle repubbliche socialiste Sovietiche (URSS). La nuova istituzione dell’urss, approvata nel 1924,
diede vita al Congresso dei soviet dellunione che aveva il potere assoluto, anche se però, il potere reale era
nelle mani dell’unico partito legale: quello comunista. Divenne una vera e propria dittatura del partito, in
quanto solo esso poteva controllare le ideologie politiche, la polizia politica e ad eleggere i candidati dei
Soviet. Come tutti i rivoluzionari, anche i comunisti vollero cambiare la società nel profondo per cancellare
i valori tradizionali, dunque essi procedettero in due direzioni: -educazione della gioventù (uomo nuovo),
-lotta contro la Chiesa ortodossa, in quanto espressione di una visione del mondo antica, che si voleva
eliminare perché incompatibili con i fondamenti materialisti marxiani (la lotta contro la chiesa fu durissima
e venne molto ridimensionato il suo potere). La battaglia contro la chiese presento il problema della
famiglia e dei rapporti sessuali: vennero semplificati i divorzi, legittimati i soli matrimoni civili, introdotto
l’aborto e stabilita la parità tra i sessi. Importantissimi furono i progressi dell’istruzione che serviva a
combattere la forte presenza analfabeta: istruzione obbligatoria fino a 15 anni, si cercò di collegare la
scuola al mondo della produzione privilegiando la tecnica e lo studio umanistico. Gli effetti rivoluzionari
vide il fenomeno dell’emigrazione politica, ma gli intellettuali più giovani accolsero con entusiasmo il nuovo
regime creando diverse tendenze all’avanguardia. La stagione d’oro durò ben poca durata poichè dalla
metà degli anni 20 la libertà di espressione artistica veniva condizionata dal carattere propagandistico.
DA LENIN A STALIN: Lenin che aveva tenuto ben salda la sua indiscussa autorità, morì a causa di una
malattia nel 1924, e subito dopo cominciarono i dissensi interni: il primo grave scontro lo abbiamo per il
problema della burocratizzazione del partito e videro come nemici Tronkij (per le sue imprese era il più
autorevole dopo Lenin) e Stalin. Ma c’era anche un altro problema da affrontare: l’unione sovietica doveva,
secondo Tronskij accelerare i suoi ritmi di industrializzazione, dall’altro concentrare i suoi sforzi nel
tentativo di favorire l’estendersi del processo rivoluzionario nell’occidente capitalistico e soprattutto nei
paesi più sviluppati. Contro questa tesi, Stalin afferma “il socialismo in un solo paese”, cioè pur non
rinnegando la teoria tradizionale secondo cui la realizzazione dell’ideale socialista sarebbe dovuto essere
accettato dal proletario mondiale, sosteneva che l’unione sovietica aveva già in sé le carte in regola per
fronteggiare le ostilità del mondo capitalistico. La teoria del socialismo in un solo paese rappresentava una
rottura dei principi bolscevichi, ma aveva il vantaggio di adattarmi meglio alla situazione reale, e inoltre
poteva contribuire anche ad accrescere il senso patriottico. Anche le grandi potenze europee erano a
favore del programma di Stalin; così Tronskij venne sconfitto ed emarginato. A questo unto però si viene a
creare una spaccatura: due sostenitori di Trowskij si pronunciarono per la chiusura della Nep che stava
riportando al capitalismo nelle campagne; la tesi opposta, favorevole alla nep, fu sostenuta da Bucharin che
ebbe l’appoggio di Stalin; così i sostenitori di Tronkij, in minoranza vennero addirittura espulsi e Tronskij
deportato. Con la sconfitta dell’opposizione di sinistra, si chiudeva definitivamente la prima fase della
rivoluzione comunista, la fase eroica della costruzione del nuovo stato. Cominciava una nuova fase, in cui
Stalin intraprende la via del potere personale.

Cap. 16: L’EREDITA’ DELLA GUERRA:

MUTAMENTI SOCIALI E NUOVE ATTESE: la guerra era stata la più grande esperienza di massa mai vissuta
nella storia, e portò con sé non solo le popolazioni dimezzate, ma anche veri e propri fenomeni sociali; i
cittadini si ritrovarono inseriti in una comunità organizzata e articolata gerarchicamente e quindi si erano
abituati a vivere in gruppo e a obbedire o a comandare. La vita umana si era svalutata per l’assuefazione
dell’uso delle armi, e l’assenza prolungata dei capifamiglia portò le donne e i bambini a lavorare sempre più
duramente, e ciò cambiò profondamente anche la mentalità delle famiglie, dove le donne acquistano più
indipendenza, c’era minor rispetto per le tradizioni e l’abbigliamento si fece più libero e disinvolto. Il
problema principale fu il reinserimento dei reduci: i soldati che tornarono dal fronte, rientravano in patria
con una nuova coscienza dei propri diritti e con la convinzione di aver maturato un credito nei confronti
della società. Quelli che al fronte avevano avuto ruoli di comando, ora trovano difficoltà a reinserirsi nel
lavoro subordinato. Dunque, nacque un nuovo tipo sociale, quello reduce dalla guerra, in cui emerge un
nuova mentalità, combattentistica, fatta di fierezza, di attaccamento alla memoria dei morti e di ostilità
verso la politica. Così sorsero grandi associazioni di ex combattenti pronti a mobilitarsi per la difesa dei
propri valori ed interessi; i governanti fecero molte promesse ai reduci che però nella realtà, a causa dei
problemi finanziari, furono piuttosto modeste. La guerra aveva dimostrato l’importanza del principio di
organizzazione applicato alle masse e per far valere i propri diritti, è necessario organizzarsi in gruppi più
possibile numerosi: comincia la massificazione politica. Di fronte alla crescita delle nuove associazioni, le
forme più tradizionali della politica liberale andavano decadendo a causa del loro ristretto numero di
notabili che si occupavano dell’azione parlamentare. Acquistavano invece, maggior peso le manifestazioni
pubbliche basate sulla partecipazione diretta dei cittadini, questo fu scatenato dal fatto che il sacrificio
subito dal popolo doveva servire a qualcosa e quindi si attendevano delle nuove soluzioni. L’aspirazione ad
un nuovo ordine era comune alla maggioranza degli europei e i progetti rivoluzionari più evidenti sono
avvenuti in Russia, ma questa prospettiva radicale era propria solo di alcune minoranze, per quanto attive e
consistenti. Più numerosi invece erano colo che richiedevano una pace generica basata su una società equa
e più democratica (seguendo i principi di Wilson sulla convivenza tra i paesi).

RUOLO DELLA DONNA: la prima guerra mondiale fu una tappa importante per l’emancipazione femminile: il
massiccio invio di uomini al fronte, travolse il tradizionale ordine sociale e familiare, offrendo delle
opportunità per le donne. I cambiamenti più evidenti riguardano il mondo del lavoro, dove le donne
assunsero delle responsabilità e fecero dei lavori, dei quali prima non era dovuto l’accesso. Inoltre, in
assenza dei capifamiglia, le decisioni vengono stabilite dalle donne e le giovani cominciarono a rendersi più
autonome del padre e dei fratelli e quindi ad assumere comportamenti più liberi. Ricordiamo il diritto di
voto femminile in Inghilterra nel 1918, poi in Germani nel 1919, e negli stati uniti nel 1920. Ovviamente
questa trasformazione della donna suscitò polemiche nei gruppi conservatori e da parte dell’opinione
pubblica maschile che si sentì priva di potere. Ma comunque, al di là delle resistenze, l’emancipazione
femminile non si arrestò durante gli anni delle due grandi guerre.

CONSEGUENZE ECONOMICHE: tutti i paesi belligeranti, ad esclusione degli Stati Uniti, uscirono dalla guerra
in condizioni gravissime di dissesto economico; per far fronte a queste spese, i governi ricorsero
all’aumento delle tasse interne ed esterne, ma questo non bastò alla ripresa dell’economia. Così i governi
sopperirono al bisogno di denaro stampando carta moneta in eccedenza e mettendo in modo il fenomeno
dell’inflazione (perdita di potere d’acquisto della moneta dovuto al fatto che la moneta stessa circola in
quantità superiore a quella richiesta dai bisogni del mercato). Tra il 1915 e 1918 i prezzi crebbero
notevolmente in tutti i paesi, e così l’inflazione distruggeva le posizioni economiche solidissime come i
proprietari terrieri o che affittavano case, ed erodeva i risparmi dei ceti medi. Gli operai riuscirono a
difendere le loro abituali retribuzioni, ma gli impiegati e i dipendenti pubblici trovarono diversi problemi,
così da diffondere le tensioni sociali. Gli Stati Uniti e il Giappone avevano fortemente aumentato le loro
esportazioni, superando l’Europa e i primi riuscirono ad avviarsi verso una maggiore autonomia dalla madre
patria. La situazione Europea dunque, era piuttosto grave e invece di seguire il programma di Wilson, nel
dopoguerra di ebbe una ripresa del nazionalismo economico e di protezionismo doganale, soprattutto nei
paesi che volevano sviluppare una propria industria. Pe non aggravare le tensioni sociali e per andare
incontro alle richieste della popolazione, i governanti dovettero bloccare i prezzi dei generi di prima
necessità e sui canoni d’affitto; così rimasero in vita molti apparati burocratici destinati a diversi compiti,
come quello del controllo dei prezzi sui generi necessari, delle pensioni di guerra e di intervenire sulle
materie. L’industria europea riuscì in un primo tempo a mantenere o incrementare i livelli produttivi degli
anni di guerra, ma questa espansione “artificiale”, che si accompagnò a una stagione di lotte sociali, durò
fino al 1920, quando riemerse una crisi che portò all’aumento della disoccupazione.

BIENNIO ROSSO: tra il 18 e il 20 il movimento europeo, fu protagonista di un’impetuosa avanzata politica


che assunse i caratteri rivoluzionari; i partiti socialisti registrarono notevoli incrementi elettorali, e il
lavoratori organizzati in sindacati diedero vita a delle agitazioni che consentirono agli operai di migliorare le
loro condizioni, importante fu la riduzione dell’orario di lavoro a 8 ore giornaliere a parità di salario. Il
biennio rosso non si esaurì nelle rivendicazioni sindacali, ma le aspirazioni diventavano sempre più radicali,
riprendendo il modello russo, così da prendere come parola d’ordine “fare come in Russia”. Si formarono
consigli operai che scavalcavano le organizzazioni tradizionali dei lavoratori, e sull’esempio dei Soviet, si
proponevano come rappresentanze del proletariato e come organo di governo della futura società
socialista. L’ondata rossa si manifestò in vari paesi europei con modi e intensità diversi; ma comunque nelle
vincitrici Francia e Inghilterra, le classi dirigenti riuscirono senza difficoltà a contenerla; nei paesi sconfitti,
Germania, Austria e Ungheria, ci furono invece dei veri e propri atti rivoluzionari dovuti ai traumi della
sconfitta che bloccarono la possibilità di contenimento da parte dei governi. Ciò che era stato possibile in
Russia, era dovuto al capitalismo debole, ad una borghesia esigua, ad un moviemento operaio abituato alla
cospirazione più che alle lotte quotidiane; invece, in Europa la borghesia e il capitalismo non erano stati
emarginati ma trasformati dalla guerra e lo stesso movimento operaio ricercava l’azione pacifica. Dunque,
l’ipotesi rivoluzionaria fallì ovunque, mentre si accentuò, entro il movimento operaio, la divisione tra
riformisti e rivoluzionari, con la fondazione dell’ internazionale comunista e la nascita dei partiti comunisti.

RIVOLUZIONE E CONTRORIVOLUZIONE NELL’EUROPA CENTRALE: GERMANIA: la rottura tra


socialdemocrazia e comunismo era stata segnata dagli eventi russi con l’ascesa al potere dei bolscevichi. Lo
stato tedesco si ritrovava con l’esercito disgregato dopo le vicende sul Reno e il governo legale era affidato
ad un Consiglio dei commissari del popolo presieduto dal socialdemocratico Ebert e composto
esclusivamente da socialisti. Ma nelle città i veri padroni erano i consigli degli operai e dei soldati, che
occupavano aziende e retribuivano alla popolazione i beni di prima necessità. A Berlino, roccaforte della
sinistra, le manifestazioni somigliavano a quelle russe; ma in realtà le differenze erano notevoli: in
Germania c’erano delle truppe vincitrici, schierate sul Reno, pronte a bloccare ogni tentativo di sviluppo
rivoluzionario; mancava la mobilitazione della masse rurali che rimasero ostili verso i movimenti
rivoluzionari urbani; e la classe dirigente era più numerosa e più radicata di quella russa. Contrariamente ai
menscevichi, i socialdemocratici tedeschi avevano dietro di sé una lunga tradizione di lotte legavi,
controllavano i sindacati e disponevano un apparato organizzativo efficiente; anzi essi erano l’unica grande
forza organizzativa dopo la dissoluzione dell’esercito. I leader socialdemocratici erano contrari alla
rivoluzione di tipo sovietico e favorevoli ad una democratizzazione del sistema politico; essi non volevano
smantellare le strutture militari, anzi strinsero un compromesso con esse: i capi dell’esercito si
impegnavano a servire lealmente le istituzioni repubblicane in cambio di tutela dell’ordine pubblico e del
mantenimento della tradizionale gerarchia militare. Le correnti più radicali, rivoluzionarie, ricordiamo la
lega di Spartaco e gli indipendenti del Uspd (partito socialdemocratico indipendente di Germania),
puntavano invece sui consigli, visti come costituenti di una nuova democrazia socialista; gli spartachisi
erano consapevoli della loro minoranza e quindi non vollero attaccare i socialdemocratici, ma lo scontro fu
forzato dalle iniziative spontanee della massa. Così nel 1919, centinaia di berlinesi scesero in piazza per
protestare contro la destituzione di un esponente della sinistra dalla carica di capo della polizia della
capitale. I dirigenti spartachisti decisero allora di approfittare di questa mobilitazione di massa e diffusero
un comunicato in cui si incitavano i lavoratori a rovesciare il governo; ma la risposta del proletariato
berlinese fu inferiore alle aspettativa e durissima fu la reazione del governo socialdemocratico che
fronteggiò a sangue la rivolta e i leader spartachisti vennero arrestati. Poco dopo la fine della rivolta
spartachista, si tennero le elezioni per l’Assemblea Costituente, in cui erano assenti i comunisti che
volevano boicottare le elezioni; emergono i socialdemocratici, ma non riuscirono a prendere la maggioranza
assoluta nemmeno con l’apporto del Uspd. Dunque, non potevano, i socialdemocratici, esercitare da soli il
potere, ma dovevano cercar e un accordo con i gruppi borghesi, cioè i cattolici del centro o i partiti liberali.
L’accordo tra socialisti, cattolici e democratici rese possibile l’elezione di Ebert alla presidenza della
repubblica sotto una direzione socialdemocratica. Dubito venne formata la costituzione di Weimar che
prevedeva il mantenimento della struttura federale dello stato, il suffragio universale maschile e femminile
e un presidente della repubblica eletto direttamente dal popolo. La costituzione però non riportò la
tranquillità sociale, e subito ricominciarono nuovi disordini a Berlino, repressi con un notevole spargimento
di sangue. Poi l’epicentro rivoluzionario si spostò in Baviera, dove comunisti e indipendenti avevano
proclamato la Repubblica dei Consigli, stroncata quasi subito grazie all’intervento dell’esercito. Più grave
della minaccia comunista, era quella dell’ala dell’estrema destra: militari smobilizzati e capi dell’esercito
che volvevano abbandonare i loro impegni di lealtà alle istituzioni repubblicane. Furono proprio questi a
diffondere la leggenda della “pugnalata alla schiena”, quella secondo cui l’esercito tedesco sarebbe stato
ancora in grado di vincere se non fosse stato tradito da una parte del paese; questa leggenda priva di
fondamento, servì ugualmente a screditare la Repubblica (nata dalla sconfitta) e la classe dirigente. Quindi
di questo ne sentì il peso i socialdemocratici che subirono una sconfitta nel 1920 da parte dei cattolici del
Centro, che si misero al governo. Molto simile la situazione in Austria: i socialdemocratici governano il
paese nel periodo difficile del dopoguerra e i comunisti tentavano continuamente delle insurrezioni senza
successo; e poi nel 1920 salì al governo il Partito cristiano-sociale. Drammatica fu la vita della repubblica di
Ungheria: socialisti uniti ai comunisti per instaurare una repubblica sovietica che attò una dura repressione
contro la borghesia e l’aristocrazia agraria: durò poco a causa dell’urto con le forze conservatrici e così
emerse il £terrore bianco”: l’Ungheria cadeva sotto il governo autoritario della Chiesa e dei grandi
proprietari terrieri.

LA STABILIZZAZIONE MODERATA IN FRANCIA E IN INGHILTERRA: la fine del biennio rosso e la recessione


economica del dopoguerra segnarono in tutta Europa la crescita delle agitazioni operaie che portò alla
riscossa delle forze moderate e un ritorno alle soluzioni conservatrici. Le classi dirigenti si preoccuparono
soprattutto di stabilizzare l’assetto interno ed esterno: Francia e Inghilterra (forze vincitrici) riuscirono nel
loro intento:

FRANCIA: la maggioranza del centro-destra controllò il governo dal 19, attuando una politica conservatrice
che faceva ricadere il peso della ricostruzione sulle classi popolari; solo nel 24 i radicali di sinistra, uniti ai
socialisti, riuscirono a strappare la maggioranza ai moderati, ma l’esperimento fu breve poiché nel 26
ritornarono al potere i moderati con Poicarè, che riuscì a stabilizzare il corso della moneta e a risanare il
bilancio statale aumentando ulteriormente la pressione fiscale sui consumi popolari. In questi anni la
Francia conobbe un boom economico.

INGHILTERRA: più lenta e incerta fu la ripresa economica inglese, in quanto l’apparato produttivo si
presentava più invecchiato e incapace di reggere la concorrenza degli altri paesi industrializzati: ci fu un
ristagno produttivo, dal 14 al 29 la produzione rimase uguale. Anche qui furono le forze moderate a
governare duranti gli anni più bui del dopoguerra, e solo nel 24, per pochissimo tempo, emersero i laburisti
con mc Donald; ma i conservatori riacquistarono subito, fino al 29, il potere sciogliendo la camera e
vincendo di nuovo le elezioni. I conservatori tornati al potere decisero di avviare una politica di austerità
finanziaria e di contenimento dei salari che li portò a scontrarsi duramente con i sindacati; nel 1926 un
milione di minatori scioperarono chiedendo l’aumento dei salati e la nazionalizzazione del settore. Poi si
aggiungono altre categorie di lavoratori alle manifestazioni, così il governo decise di vietare gli scioperi e fu
dichiarata illegale la pratica dei membri delle trade unions che volevano iscriversi al partito laburista. I
laburisti accusarono il colpo ma riuscirono a risalire ed affermarsi nelle elezioni del 29 (anche stavolta
governo breve).

REPUBBLICA DI WEIMAR: Nonostante i drammatici travagli che ne avevano segato la gestazione, la


Repubblica nata dalla costituzione di Weimar rappresentò in tutta Europa degli anni 20, un modello di
democrazia parlamentare aperta e avanzata, in cui c’era un clima di grande libertà. Tuttavia erano molti i
fatto che contribuivano a insidiare la vita democratica e a indebolire il sistema repubblicano. Il più evidente
motivo di debolezza stava nella sempre più vasta frammentazione dei gruppi politici che rendevano le
maggioranze instabili e quindi incapaci di superare le fratture presenti anche nella società. L’unica forza in
grado di aspirare al ruolo di guida del paese, era la socialdemocrazia che nel 22 si riunificò con l’aiuto
dell’Uspd e alla maggioranza della classe operaia numerosa e ben organizzata; la Spd non riuscì mai ad
allargare i suoi consensi al di là del movimento operaio. Le classi medie (partiti borghesi) si riconoscevano in
parte del centro cattolico e in parte nella destra conservatrice e moderata: Partito popolare tedesco-
nazionale e Partito tedesco-popolare, e troviamo un terzo: partito democratico tedesco (intellettuali,
divenne marginale). Tutto ciò dimostrava la diffidenza di quasi tutti nei confronti del sistema democratico.
Riguardo ai ceti medi, questi credevano che l’età imperiale si identificava con il periodo di tranquillità,
mentre la repubblica veniva associata alla sconfitta e all’umiliazione di Versailles. La repubblica aveva
portato il problema delle riparazioni: nel 1921 venne esplicitata la sconvolgente cifra delle riparazioni di
guerra, che suscitò molti dissensi, tra cui i gruppi dell’estrema destra nazionalista (Hitler: Partito
nazionalsocialista), che scatenarono una vera e propria protesta terroristica contro la classe dirigente
repubblicana, la quale aveva accettato di piegarsi alle tremende imposizioni dei vincitori. Nel 21 fu uccido
un esponente del centro cattolico, colpevole di ver firmato l’armistizio e poi un grande industriale ed
esponente del partito democratico. I governi, pur continuando a pagare le rate delle riparazioni, cercarono
di non intervenire drasticamente sulle tasse e sulla spesa pubblica, perché altrimenti l’opinione pubblica li
avrebbe resi ulteriormente screditati; a ciò consegue la caduta del marco, poiché i governi furono costretti
ad aumentare la stampa di carta-moneta mettendo in atto un rapido processo inflazionistico. La caduta del
marco avrebbe dovuto allarmare le potenze vincitrici e convincerle di ritirare i debiti tedeschi, che non
riuscivano a sopportare il peso delle imposte.

CRISI DI RUHR: nel 1923 la Francia e il Belgio, traendo pretesto dalla mancata retribuzione delle riparazioni,
inviarono truppe nel bacino della Rurh, la zona più ricca e industrializzata della Germania. L’azione aveva
come scopo ufficiale quello di controllare la consegna dei materiali dovuti, ma in realtà il vero obiettivo
consisteva nel fare in modo che la Germania non si sottrasse completamente al pagamento. Il governo
tedesco, impossibilitato a reagire militarmente, incoraggiò la resistenza passiva della popolazione: operai e
imprenditori della Rurh abbandonarono le fabbriche per rifiutare ogni collaborazione con i franco-belgi. Nel
frattempo si venivano organizzando i corpi franchi che ricevettero solo fucilazioni di massa. L’occupazione
della Rurh rappresentò il definitivo tracollo finanziario, in quanto privava una parte delle risorse produttive
e costringeva il governo a nuove tasse che compensassero la situazione. Il marco venne completamente
annullato e le conseguenze furono sconvolgenti: chi riceveva soldi tedeschi cercava di liberarsene
immediatamente, chi possedeva risparmi o titoli perse tutto, chi viveva del proprio stipendio dovette
sacrificarsi, e l’inflazione aumentava sempre di più. Furono invece avvantaggiati: chi aveva contratto debiti,
gli industriali che producevano per l’esportazione. Il governo repubblicano cominciò a decadere più
velocemente e nel 1923 si formò il governo della grande coalizione, comprendente tutti i partiti
costituzionali e presieduto da Stresemann (leader del partito tedesco-popolare), il quale era convinto che la
rinascita della Germania sarebbe stata favorita soltanto dall’appoggio con le potenze vincitrici. Così, con
l’opposizione dei conservatori, il governo decise di decretare lo stato di emergenza e di riallacciare i contatti
con la Francia. Il partito nazionalsocialista di Hitler organizzò un’insurrezione contro il governo centrale, ma
essa non andò a buon fine e Hitler fu incarcerato. Ristabilita l’autorità si procedette verso la stabilizzazione
monetaria: nel 23 fu emessa una nuova moneta detta marco di rendita (rentenmark) il cui valore era
garantito dal patrimonio agricolo e industriale della Germania. Nel contempo fu avviata una politica
deflazionistica (basata cioè sulla limitazione del credito e della spesa pubblica e sull’aumento delle imposte)
che costò ai tedeschi ulteriori sacrifici, ma portò alla normalità monetaria. La vera stabilizzazione del
capitale però, si poteva avere solo con l’accordo con le potenze vincitrici; il primo accordo fu trovato con lo
statunitense Dawes che aveva emanato un piano basato sul principio che la Germania avrebbe potuto far
fronte ai suoi impegni solo se fosse stata messa in grado di funzionare al meglio la sua sua macchina
produttiva, e quindi si prevedeva la diminuzione delle imposte nelle rate e l’America si impegnava a
prestarle denaro(e immediatamente cacciò le truppe dalla Rurh). Questo alleviava un po’ le pressioni ma la
crisi della Rhur e la grande inflazione avevano sconvolto notevolmente il paese i così nel 24 le elezioni
videro un calo dei partiti democratici e un’avanzata dei comunisti e dei tedesco-nazionali (due estremi) che
rifiutavano il programma di Dawes. Tuttavia la ripresa economica, graduale e lenta, fu comunque intrapesa
e nel 28 ritornarono al governo i socialdemocratici.

LA RICERCA DELLA DISTENSIONE IN EUROPA: FRANCIA E GERMANIA: il piano di Dawes e il superamento


della crisi del Rurh non giovò soltanto i rapporti franco-tedeschi, ma quelli dell’intero assetto mondiale. La
Francia fu la prima ad impegnare impegni militari sul continente, in seguito al tradimento degli Stati Uniti
che proclamarono la loro scelta isolazionista e dell’Inghilterra che era riluttante a ciò. Così i francesi si
trovarono solo a dover costruire il proprio sistema di sicurezza e quindi legarono a sé tutti i paesi
avvantaggiati dai trattati di Versailles che erano ovviamente contrari a ogni ipotesi di revisione dell’assetto
mondiale. Ricordiamo l’occupazione della Rhur da parte dei francesi per rivedicare le imposte per le
riparazioni, che subì un mutamento con il piano di Dawes del 1924, accettato da francesi e tedeschi. Da
questo momento inizia un periodo di distensione e di collaborazione tra le due potenze con: Stresmann e
Briand che avevano obiettivi diversi: -il tedesco cercava di superare l’equilibrio di Versailles per riportare il
paese alla condizione di grande potenza; -il francese cercava di mantenere l’equilibrio e di rafforzarne le
basi. Ma comunque entrambi avevano alla base della loro alleanza, la voglia di normalizzare i rapporti
chiudendo le fratture per raggiungere il grande obiettivo di sicurezza collettiva. Il risultato più grande della
loro relazione furono gli accordi di Locarno del 25, con cui la Germania riconosceva i confini stabiliti da
Versailles co Belgio e Francia, e stabiliva l’impegno di Inghilterra e Italia a farsi garanti contro eventuali
violazioni. La Francia otteneva così una garanzia dei suoi confini, e la Germania accettava la perdita
dell’Alsazia e della Lorena ma in cambio non aveva subito mutilamenti nelle frontiere orientali. Un anno
dopo la Germania fu ammessa alla società delle nazioni. Nel 1929 venne attuato un nuovo piano, di Young
(americano) che ridusse ulteriormente le tasse delle riparazioni e le estese a moltissimi annii; così si
aprirono definitivamente le porte verso un equilibrio europeo dovuto soprattutto alla pace tra Germani e
Francia. Nel 1928 venne firmato anche il Patto di Parigi tra Briand e Kellog (americano) che si impegnavano
a rinunciare alla guerra come mezzo per risolvere le controversie. Il piano di Young e il patto di parigi furono
importanti per la distensione internazionale che caratterizzò gli anni 20; purtroppo questa si fermò quando
nel 1930, la Francia decise di costruire fortificazioni difensive contro la Germania.

Cap. 17: IL DOPOGUERRA IN ITALIA E L’AVVENTO DEL FASCISMO:

PROBLEMI DEL DOPOGUERRA: con la vittoria, l’Italia aveva superato la prova più grande della sua storia
unitaria, ma restava alle prese con mille problemi, comuni a tutti le potenze belligeranti (comprese le
vincitrici, anche se l’Italia, essendo molto meno sviluppata di esse, ne risentì il doppio): -sconvolgimento dei
flussi commerciali, deficit del bilancio statale, progressiva inflazione; -gli operai cominciarono a chiedere, su
spunto della Russia, miglioramenti economici e maggior potere in fabbrica; -i contadini tornavano dal
fronte con un’accresciuta consapevolezza dei propri diritti e quindi decisero di voler ottenere una propria
classe dirigente; -i ceti medi, fortemente coinvolti dalle conseguenze economiche, cominciarono ad
organizzarsi di più del passato per difendere i loro ideali patriottici; -processo di democratizzazione ancora
agli inizi, che portò ad una crisi della classe dirigente liberale.

CATTOLICI, SOCIALISTI E FASCISTI: il più importante fattore di novità venne dai cattolici che nel 1919
formarono un nuovo partito che segnò una svolta nella democratizzazione del paese: Ppi: partito popolare
italiano, con a capo Sturzo, di stampo democratico e legato alla Chiesa. La nascita del Ppi fu resa possibile
dal nuovo atteggiamento dopo la guerra del papa, che cercava di porre un argine alla minaccia socialista.
L’altra novità riguarda la continua crescita del Partito socialista, nel quale troviamo una maggioranza di
sinistra, rispetto alla minoranza riformista che conservava però un punto di forza a livello parlamentare e
nelle organizzazioni economiche. La corrente sinistra socialista, fu chiamata massimalista: Serrati aveva
l’obiettivo immediato dell’instaurazione della repubblica socialista fondata sulla dittatura del proletariato,
ispirandosi al modello bolscevico. In realtà, i massimalisti, più che essere dei rivoluzionari, aspettavano una
rivoluzione che credevano inevitabile. Questa impostazione suscitò delle polemiche che colmarono con la
nascita nel Partito socialista di gruppi di estrema destra, i quali si battevano per un migliore impegno
rivoluzionario come quello russo; tra questi troviamo: -il gruppo napoletano con Bordiga: voleva ricalcare il
modello bolscevico; -gruppo torinese con Gramsci: affascinato dalla lotta contro la borghesia in Russia.
Dunque il partito socialista, dopo la guerra, si aprì in due posizioni rivoluzionarie, ma la radicalizzazione finì
con l’isolare il movimento operaio ed a ridurne il potere politico. Esso prospettava il rifiuto del
nazionalismo, ferendo il patriottismo, da cui nascono diversi movimenti, quello che fa più spicco è nato a
Milano a marzo del 1919 con a capo Mussolini: fasci di combattimento: politicamente a sinistra e a favore
della repubblica e delle riforme sociali, questo partito nutriva comunque una profonda avversione verso i
socialisti. Al suo esordio, il fascismo non acquistò molte adesioni, ma si fece notare per il suo tono
aggressivo e violente.

LA VITTORIA MUTILATA E L’IMPRESA DI FIUME: L’Italia era uscita dalla guerra rafforzata perché aveva
raggiunto i suoi voluti confini naturali e aveva visto scomparire dalle sue frontiere il menico tradizionale,
l’impero asburgico. la dissoluzione dell’Austria-Ungheria poneva però una serie di proble,i non previsti nel
momento in cui era stato stipulato il patto di Londra, in cui la Dalmazia (abitata in prevalenza slavi, e quindi
interessata alla nuova Jugoslavia) fosse annessa all’Italia e che la città di Fiume (in prevalenza italiani)
restasse all’Austria-ungheria. Così i governanti italiani erano dovettero scegliere tra restare in accordo con i
canoni del patto di Londra, o abbracciare i pensieri della nuova politica delle nazionalità, rinunciando ai
vantaggi territoriali in Dalmazia e puntando sull’amicizia con la Jugoslavia. Così Orlano e Sonnino chiesero
più volte Fiume ma non ebbero successo e quindi cessò il governo Orlando, lasciando spazio a NITTI, in
quanto ‘opinione pubblica era molto ostile e nel 19, dopo che D’annunzio proclamò la vittoria mutilata,
venne occupata la città di Fiume. Una volta occupata venne annessa all’Italia ma ciò portò a diverse
agitazioni sociali dovute all’aumento dei prezzi; iniziarono anche molte proteste agrarie. Al nord erano in
maggioranza le leghe rosse (sindacati) mentre al centro preodminavano le leghe bianche (cattoliche),
entrambi avevano gli stessi obiettivi a breve termine ma non erano in accordo su quelli a lungo termine:
-leghe rosse volevano la socializzazione della terra, mentre le leghe bianche miravano a difendere la
mezzadria. Comunque le varie agitazioni furono troppo frammentarie e quindi non ebbero nessuna
successo. Nel 19 ci furono delle elezioni basate sul metodo della rappresentanza popolare (confronto tra
liste e non tra i singoli candidati, ciò permetteva ai partiti un numero di seggi proporzionale ai voti ottenuti)
che portò ad un disastroso risultato per la classe dirigente in quanto vinsero i socialisti, i quali però, si
rifiutavano di collaborare con i borghesi e quindi l’unica maggioranza possibile restava quella basata
sull’accordo tra popolari e liberal-democratici.

GIOLITTI E LA NASCITA DEL PCI: indebolito dall’esito delle elezioni il governo Nitti smise di esistere quando
venne chiamato il vecchio Giolitti che formò un programma avanzato in cui veniva proposto la nominatività
dei titoli azionari (cioè obbligo di intestare le azioni a nome del possessore così da favorirne la tassazione) e
un’imposta straordinaria sui sovraprofitti realizzati dall’industria bellica. Così in ambito di politica estera,
Giolitti decise di firmare il trattato di rapallo con la jugoslavia, in cui veniva stabilito che l’Italia potesse
conservare Trieste, Gorizia e Istria, mentre alla jugoslavia andava la Dalmazia tranne Zara (italiana) e Fiume
(città libera), così anche se D’annunzio fu scosso dalla decisione e provò a resistere, Fiume alla fine venne
liberata. Riguardo alla politica interna, per Giolitti fu importante la liberalizzazione del prezzo del pane e il
risanamento del bilancio statale, ma il disegno di Giolitti fallì poiché come i vecchi governi, anchegiolitti
voleva ridimensionare le spinte operaie facendo alcune riforme ma non ci riuscì, infatti alla fine del 20
vennero occupate molte fabbriche metalmeccaniche. Gli scontri sindacali erano forti e accesi, si
scontravano il mondo imprenditoriale con il movimento operaio: gli operai erano forti, compatti ed erano
riuniti nella Cgl ma aldilà dei sindacati ufficiali si erano sviluppati dei consigli di fabbrica (soviet italiani). I
sindacati facevano delle richieste che gli industriali rifiutavano e dopo la chiusura degli stabilimenti di
alcune fabbriche, gli operai le occuparono. Gli operai speravano che questo loro moto si allargasse oltre la
realtà delle fabbriche ma così non fu, poiché prevalsero le direttive della Cgl: scontro sul piano economico e
controllo sindacale delle aziende grazie a Giolitti che aveva proposto un accordo tra richieste economiche
ed industriali. Ma questa soluzione lasciò dei contrasti e delle obiezioni: -gli operai erano delusi perché non
vennero rispettate le aspettative rivoluzionarie e accusarono la Cgl di aver patteggiato; inoltre vi erano
contrasti interni al partito socialista e queste fratture si intrecciarono con i problemi del II congresso del
cominterm (rinominare il partito comunista e espulsione delle correnti riformiste). –borghesia: voleva la
rivincita. --Partito popolare italiano fu da 19 il primo partito cattolico diretto da Sturzo; --Partito socialista
esisteva già ma in questo periodo c’era un boom di consensi ed emersero i MASSIMALISTI con Serrati che
erano contrapposti all’estrema sinistra, cioè quella rivoluzionaria, essi ammirarono l’azione bolscevica e
credevano nell’istituzione della repubblica socialista e nella dittatura del proletarito. –sinistra riformista con
Gramsci e Togliatti isola il movimento operaio e al congresso del “1 a Livorno, i riformisti non furono espulsi
ma abbandonarono il partito di minoranza della sinistra; così nasce il --PARTITO COMUNISTA ITALIANO PCI:
distaccato dla partito socialista si basava sul programma di lenin. Infine vediamo la nascita dal 19 dei
--FASCI DI COMBATTIMENTO di Mussolini che si schierava a sinistra con la voglia di riforme sociali e
favorevole alla repubblica ma che aveva anche un forte nazionalismo. All’inizio aveva pochi consensi ma si
fa notare perché molto violento e aggressivo.

FASCISMO: Finito il biennio rosso la classe operia iniziò a sentire la crisi recessiva che stava colpendo l’Italia:
aumento della disoccupazione e meno potere contrattuale.

IL FASCISMO AGRARIO E LE ELEZIONI DEL 21: Prima del 20 il fascismo aveva quindi pochi consensi ma
Mussolini abilmente sfrutta l’ondata di riflusso antisocialista e cambia il programma originario radical-
democratico ed ebbe consensi soprattutto nelle campagne paadane dove vi era una forte presenza delle
leghe rosse. Le leghe rosse nel biennio precedente aveva ottenuto buoni risultati ma questo sistema nato
spontaneamente era autoritario e aveva delle debolezze: -le organizzazioni socialiste volevano la
socializzazione e ciò è in contrasto con le categorie intermedie che aspiravano a distinguere la loro
posizione da quella dei braccianti trasformandosi in proprietari. il fascismo agrario nacque ufficialmente coi
fatti del palazzo d’Accursio: i fascisti impedirono la cerimonia di insediamento di una nuova
amministrazione comunale socialista e per sbaglio i socialisti spararono sulla folla sostenitrice e così i
fascisti usarono questo episodio per fare delle sommosse antisocialiste, così i socialisti presi alla sprovvista
non reagirono. Intanto i proprietari terrieri trovano affinità con i fasci che sono in grado di distruggere le
leghe e così in pococ tempo lo squadrismo fascista prese piede in tutta la padana, in umbria e toscana. –
squadre da città e centri rurali per eliminare e bruciare comuni, luoghi dìincontro, case ecc… socialiste! E la
maggiora parte dei socialisti padani dovette dimettersi e molti furono costretti ad aderire ai fasci. La
grandissima adesione ai fasci gli permise di agire senza essere mai puniti (sostegno delle autorità e della
classe dirigente); anche giolitti era permissivo perché loro potevano essere la soluzione per ridurre le idee
socialiste. Le elezioni del 21 videro Giolitti appoggiare l’ingresso dei fascisti nei blocchi nazionali impedendo
l’affermazione dei partiti di massa, ciò fu possibile dall’appoggio da parte della classe dirigente e
dell’aumento dei loro metodi illegali. I risultati furono che i socialisti scesero del 5 %, i popolari si rafforzano
ed entrarono ben 35 fascisti guidati da Mussolini.

CRISI DELLO STATO LIBERALE: Successo a Giolitti fu Bonomi che cercò di far finire la guerra civile facendo
firmare un patto di pacificazione ai socialisti e ai fascisti in cui entrambi dovevano rinunciare alla violenza e
soprattutto i socialisti dovevano sconfessare gli arditi del popolo (gruppo di militanti di sinistra che si erano
spontaneamente nati in alcune città per opporsi allo squadrismo). Il patto rientrava nei progetti di Mussolini
che lo poteva far entrare ufficialmente nel governo, ma non andava bene ai fascisti estremisti (ras: squadre
agrarie) che sabotarono il patto di pacificazione, e dato che il loro appoggio era fondamentale per
Mussolini, egli dovette accettare di rifiutare il patto. Così i ras accettano la guida di Mussolini e accettarono
la trasformazione del movimento in PARTITO NAZIONALE FASCISTA nel 1921. I fascisti attaccarono tutti i
movimenti operai che ne escono distrutti e dopo una ribellione dei parlamentari socialisti alla direzione del
partito, nacque il PARTITO SOCIALISTA UNITARIO nel 1922 guidato da TURATI.

MARCIA SU ROMA: il fascismo per conquistare lo stato iniziò trattative con i liberali, i monarchici
(sconfessando la repubblica), si presentò a favore egli industriali annunciando di voler sostituire spazio
all’iniziativa privata; ma non solo, Mussolini lasciò anche che l’apparato militare del fascismo preparasse un
colpo di stato per prendere il potere. Lo stesso Mussolini non credeva nella riuscita militare ma usò la
mobilitazione (27 ottobre parte la marcia su Roma) come mezzo per porre pressione politica e fu decisiva la
scelta del re Vittorio Emanuele II che rifiutò di firmare la proclamazione dello stato d’assedio (cioè il
passaggio dei poteri alle autorità militari) e così mentre i militari fascisti entravano a Roma, Mussolini fu
ricevuto dal re e gli fu assegnato il ruolo di primo ministro, perché solo rifiutando lo stato d’assedio i fascisti
potevano uscire dalla marcia su Roma vittoriosi. Nessuno si rese conto che stava per cambiare on solo il
governo ma l’intero regime.

VERSO LO STATO AUTORITARIO: Mussolini da guida del governo alternò due atteggiamenti: una linea dura
e una morbida, cioè o prometteva la normalizzazione moderata o minacciava una secondata andata
rivoluzionaria. Nel 22 fu creato il Gran Consiglio del Fascismo che indicava le linee principali del fascismo e
venne creata la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale: cioè gli squadristi che divennero il corpo
armato per fermare gli sviluppi delle rivoluzioni ma che servivano anche a limitare il potere dello stesso
squadrismo. Alla repressione illegale si accompagna quella legale, fatta dalla polizia e dalla magistratura che
erano contro i socialisti/comunisti che arrestavano e chiudevano sedi e giornali, così dimuirono gli scioperi
operai perché erano in forte crisi. La politica economica era LIBERISTA che mirava ad ampliare la libertà
dell’iniziativa privata, essa riuscì a portare il pareggio del bilancio grazie all’abolizione del monopolio statale
delle assicurazioni sulla vita, spesa pubblica contenuta ma con miglioramenti, diminuzione delle tasse sulle
imprese e privatizzazione del servizio telefonico, riforma Gentile scolastica buoni risultati. La chiesa e
molti ex liberali accettarono di candidarsi insieme ai fascisti nelle liste nazionali contro gli antifascisti che
persero poiché erano molto frammentari; così le elezioni del 24 furono vinte dalle liste nazionali e le
opposizioni non protestarono per i risultati delle elezioni perché non erano abbastanza forti, tranne uno:
GIACOMO MATTEOTTI: che pronunciò un discorso di denuncia della non veridicità delle elezioni, egli
scomparì due giorni dopo portando ad una forte reazione popolare che però non ebbe voce a causa della
sua debolezza. Così il fascismo venne isolato e le riviste antifasciste moltiplicò le vendite, ma l’opposizione
non aveva la possibilità di mettere in minoranza il governo e l’unica iniziativa concreta fu la secessione
dell’Aventino con cui l’opposizione si asteneva dai lavori parlamentari e si riuniva separatamente finchè
non fosse stata ripristinata la legalità democratica; l’opposizione sperava nell’appoggio del Re ma questo
non intervenne e quindi Mussolini accettò di dimettersi come primo ministro, di conseguenza aumentò
l’ondata antifascista che portò Mussolini a contrattaccare dichiarando chiusa la questione morale del
delitto matteotti e così esplicitò apertamente di usare la forza contro le opposizioni.

DITTATURA: il 3 gennaio 1925 Mussolini il discorso alla Camera di Mussolini ruppe ogni cautela legalitaria e
da quel momento iniziarono perquisizioni, sequestri e arresti di fronte alle opposizioni. Anche gli
intellettuali presero una posizione: -Gentile: manifesto degli intellettuali del fascismo VS –Croce:
contromanifesto; m comunque gli antifascisti vennero perseguitati e la stampa assunse definitivamente
carattere fascista. Vennero eliminate le libertà politiche e sindacali, molti antifascisti vennero costretti
all’esilio, venne chiusa dunque la stampa antifascista, venne reintrodotta la pena di morte, istituzione del
TRIBUNALE SPECIALE PER LA DIFESA DELLO STATO e introduzione di una lista unica (gli elettori accettano o
no.) legge elettorale del 1928.

Cap.18: LA GRANDE CRISI: ECONOMIA E SOCIETA’ NEGLI ANNI 30:

INTRODUZIONE: gli anni 20 erano stati caratterizzati dalla ripresa dalle ferite lasciate dalla prima guerra
mondiale e finalmente il problema tedesco sembrava superato, infatti le potenze erano in fase di
distensione e l’economia dell’ Europa era fortemente trainata dagli Usa. Ma negli anni 30 l’equilibrio
sembra cessare e così si da vita ad una profonda crisi che parte dall’America e che poi si diffonde in tutto il
mondo ponendo i presupposti per la seconda guerra mondiale. Negli anni 30 ci furono diverse
trasformazioni: compenetrazione fra apparati statali ed economia, capitalismo diretto (programmato
dall’alto), sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, sviluppo del settore terziario e la crescita delle
classi medie.

USA IL GRANDE CROLLO DEL 1929: Il corso dei titoli di Wall Street raggiunse i livelli massimi nel settembre
del 29, ma le settimane successive furono piene di incertezze e così si iniziarono a vendere i propri pacchetti
azionari per realizzare i guadagni fino allora ottenuti e così il 24 ottobre (GIOVEDI’ NERO) ci fu una vera e
propria corsa alle vendite che portò alla caduta del valore dei titoli distruggendo in pochi giorni i sogni di
ricchezza dei loro possessori. Le conseguenze si basano sul fatto che prima il crollo colpisce tutti i ceti
benestanti, poi tutto il mercato mondiale che era strettamente legato a quello americano. Così a seguito
della crisi, gli Usa decidono di inasprire il loro protezionismo e ridussero, fino ad estirparla, l’erogazione del
credito all’estero (piano Dawes) coinvolgendo definitivamente tutta l’Europa. Il valore del commercio
mondiale si ridusse del 60%, i prezzi caddero bruscamente e ad una crisi agraria si passa a quella industriale
e la disoccupazione raggiunge un numero esorbitante. Nel 1932 ci furono le elezioni presidenziali poiché il
governo di Hoover non era riuscito a fronteggiare la crisi e aveva acquistato apatia, così ROOSEVELT si
presentò alle elezioni senza un programma organico da contrapporre alla repubblica, ma seppe instaurare
un ottimo dialogo con il popolo e questo gli permise di attuare il New Deal in soli 100 giorni, in cui veniva
dichiarato un più energico intervento dello stato nei processi economici e sociali; questo nuovo patto servì
ad adottare dei provvedimenti immediati per far risalire il paese (1933). Le misure di emergenza
riguardavano un aumento dei sussidi per i disoccupati, svalutazione del dollaro (esportazioni più
competitive) e concessione dei prestiti; a questi interventi d’urto si affiancarono: -l’agricultural adjustment
act: limitare la sovrapproduzione agricola dando premi a chi riduceva le coltivazioni e gli allevamenti;
-national industry recovery act: impone codici di comportamento per le imprese per evitare dure
concorrenze e per tutelare i diritti e i salari dei lavoratori. –tennessee valley authority: sfruttare il bacino del
Tennessee per produrre energia a basso costo. Questi tre interventi furono molto lenti perché non ben visti
dalla popolazione a parte quello del Tennessee V. A. così lo stato continuò ad intensificare le opere
pubbliche per assumere e dare nuovi sbocchi agli investimenti industriali allargando la spesa pubblica per
favorire le riforme sociali. RIFORMA FISCALE + LEGGE SULLA SICUREZZA SOCIALE= pensione vecchiaia e
riorganizzazione dell’assistenza sociale e appoggio alle attività sindacali; a questo ci furono delle
opposizioni: la corte suprema cercò di bloccare alcune riforme e quindi si pose un limite al New Deal che
non riuscì a raggiungere completamente i suoi obiettivi: non riesce a dare slancio all’iniziativa economica
dei privati.

CRISI IN EUROPA: il declino delle attività produttive e commerciali si sovrappose ad una crisi finanziaria
dovuta alla privazione del credito da parte degli Usa.

INGHILTERRA: il laburista McDonald per fronteggiare la crisi impose una dura politica di austerità e tagliò il
sussidio ai disoccupati ma incontrò l’opposizione delle Trade Unions; a sorpresa McDonald ruppe con il suo
partito e formò un governo nazionale con liberali e conservatori. L’Inghilterra dovette far fronte al ritiro
precipitoso dei capitali stranieri e quindi venne svalutata la sterlina e dovette essere sospesa la
convertibilità della sterlina. Solo nel 33 c’è segno di ripresa.

GERMANIA: le conseguenze della crisi in Germania furono più dure che nel resto dei paesi perché venne
introdotto negli Usa il piano dawes che pose fine ai finanziamenti americani. Il governo du messo in crisi e ci
fu una spaccatura tra la Spd e i partiti di destra. Nel 30 salì a capo del governo il cattolico Bruning che
impose una dura politica di sacrifici per far vedere al mondo i sacrifici che la Germania doveva fare per
rispettare il pagamento delle riparazioni (scopo raggiunto nel 32 quando iniziano a diminuire).

FRANCIA: Politica di austerità fu applicata in modo rigoroso e la crisi arrivò nel 31 ma durò più a lungo
perché i governi ritardarono la svaluta della moneta.

CRISI E CAMBIAMENTI: -provvedimenti doganali; -misure di controllo sui prezzi e salari; -stato diventa
soggetto attivo (es: Usa=espansione spesa pubblica per potenziare la domanda interna; Italia=stato assume
le imprese in difficoltà; -Inghilterra=elabora programmi di sviluppo per orientare l’attività economica).
Nasce così il capitalismo diretto che limita un po’ le scelte dei privati ma erano limitazioni accettabili.
Keynes elaborò una nuova teoria: i meccanismi spontanei del capitalismo non sono in grado di attuare
l’ottimizzazione delle risorse e del mercato. Lo stato deve far crescere la domanda espandendo la spesa
pubblica. Iniziano i nuovi consumi: -aumento urbanizzazione e crescita della crisi agricola; -sviluppo del
settore edilizio e condizioni di vita migliorano (case con luce, servizi igienici e acqua), aumento servizi
pubblici per i trasporti ; -miglioramento retribuzioni e con il calo dei prezzi dei prodotti agricoli si può
spendere di più per altri beni; -motorizzazione privata: produzione veicoli a motori per i privati; -produzione
elettrodomestici; -comunicazione di massa: radio a basso costo (primo svago per le masse e primo mezzo
pubblicitario), cinema che aiuta la divulgazione delle ideologie; -inizio ricerche nucleari; -progressi
nell’aereonautica e incremento aviazione civile, sviluppi applicati all’aereonautica militare; -cultura: fine dei
sentimenti di unità, le scuole di pensiero sono molto diverse tra loro non ce n’è una che prevale sulle altre e
ci sono forti divisioni politico-ideologiche ed intellettuali.

Cap.19: L’ETA’ DEI TOTALITARISMI:

FINE DELLA DEMOCRAZIA: La democrazia ha i suoi momenti più bui negli anni 30; già negli anni 20 i regimi
totalitari avevano iniziato a imporsi ma nei paesi più progrediti erano visti come segno di arretratezza; ma
con il passare del tempo anche i più sviluppati adottarono il totalitarismo poiché si venne a creare una
profonda sfiducia nella democrazia in quanto questa non era in grado di tutelare gli interessi nazionali e
non garantiva il benessere dei cittadini. Questi movimenti autoritari venivano chiamati fascismi anche se in
realtà non riguardano una vera e propria dottrina; questi fascisti si propongono come artefici di un nuovo
ordine politico e sociale: -potere nelle mani di un capo; -stato gerarchizzato; -popolo inquadrato nelle
organizzazioni di massa e controllo sulla cultura; -terza via tra capitalismo e comunismo (mai riuscita) e si
sopprimono i sindacati andando incontro alla borghesia. In alcuni aspetti i fascisti cercano di proteggersi da
alcuni aspetti della società di massa ma allo stesso tempo ne esaltano altri come la stampa e la radio come
mezzi di propaganda. Quindi adesso vediamo schierati: REGIMI DEMOCRATICI (esistono più partiti, le
elezioni sono regolari e gestite attraverso procedure di legge, le elezioni servono a decidere chi è
legittimato ad esercitare il potere, riconoscimento costituzionale dei diritti inviolabili dei cittadini, esercizio
cittadinanza, parlamento come organo fondamentale) VS REGIMI NON DEMOCRATICI (possono essere di
due tipi: -AUTORITARI: affermati dall’800 fioriscono tra le due guerre mondiali e dichiarano che la
costituzione non può essere eliminata ma non è rispettata; esiste il pluralismo fittizio, tanti partiti, ma è
falso; il dittatore è l personalità di riferimento; il parlamento è privo delle sue funzioni; uso della forza per
mantenere il potere; assoluta obbedienza, disciplina e conformismo; monopolio dell’autorità. –TOTALITARI:
nascono negli anni 30 e si basa sull’uso della comunicazione di massa per la propaganda, mobilitazione
masse e invasione nella sfera privata, controllo totale della società, si vuole costruire un tipo di uomo
nuovo con una fede totale ai principi, no pluralismi, libertà e tutela dei diritti individuali, uso del terrore e
delle ideologie religiose e politiche, leader carismatico visto come nuovo messia).

GERMANIA:

CRISI DELLA REPUBBLICA DI WEIMAR E AVVENTO DEL NAZISMO: Hitler inizialmente era a capo di un piccolo
partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi, poi nel 1933 ricevette l’incarico di formare il governo. il
partito nazionalsocialista (nazista) si serviva della violenza contro gli avversari politici e fondava la sua forza
su un’organizzazione armata: SA (reparti d’assalto) comandate da Rhom. L’ascesa del nazismo è dovuta alle
conseguenze della crisi dove la maggioranza dei tedeschi perse fiducia nella repubblica e nei partiti
democratici e prestò ascolto alla propaganda del nazismo che prometteva il ritorno della Germania alla
passata grandezza, indicano nelle sinistre e negli ebrei i responsabili delle difficoltà del paese. Hitler aveva
esposto i suoi progetti nel MEIN KAMPF pubblicato nel 1925 che diverrà la bibbia del nazismo; ci sono tre
passi fondamentali: -ANTISEMITISMO: il razzismo tedesco risale alla fine del 700 quando dei linguisti
trovano un collegamento tra sanscrito (lingua indiana) e alcune lingue occidentali (latino, greco, tedesco e
persiano) che sono complesse e mostrano la ricchezza intellettuale di che le parla, dunque si parla di popoli
ariani, superiori e nobili. I popoli ariani erano riconoscibili fisicamente ed erano la razza superiore che aveva
creato le tecniche e soprattutto la scienza, ma i popoli inferiori stavano continuamente cercando di
inquinare la razza ariana e soprattutto il popolo tedesco che doveva dominare il mondo. Perciò bisognava
eliminare le altre razze, a partire dagli ebrei perché bisognava partire dall’interno e loro erano visti come
colpevoli della crisi in appoggio con l’urss. –SPAZIO VITALE: i tedeschi dovettero rifiutare i patti del trattato
di Versailles poiché la loro intenzione era quella di espandersi ad est a danno dei popoli slavi (inferiori),
dunque il popolo tedesco aveva bisogno di uno spazio vitale per il proprio sostentamento e l’espansione a
est avrebbe eliminato altri popoli inferiori e portato avanti la crosciata contro il comunismo. Un programma
così estremo non fu molto appoggiato nelle elezioni del 24 e del 28, solo grazie alla crisi Hitler riesce a
prendere piede. I nazisti uscirono dall’isolamento facendo leva sulla paura e sulla sfiducia nella democrazia
e cercava in tutti i modi di far acquistare potere alla Germania, così alle elezioni del 30 i nazisti ottennero la
maggioranza; con il peggiorare della crisi le elezioni vennero vinte e Hitler salì al governo nel gennaio del
33.

CONSOLIDAMENTO DEL POTERE DI HITLER: Mussolini ci aveva messo 4 anni per costruire una dittatura
monopartito, invece a Hitler bastò pochi mesi: il 27 febbraio 1933 ci fu l’incendio Reichstag (parlamento
tedesco) e la colpa fu data ad un comunista, così il governo ebbe il pretesto per mettere fuori legge tutti i
comunisti e i loro partiti, infatti venne subito limitata e poi abolita la libertà di stampa e associazione. Nelle
elezioni di marzo del 33 i nazisti non ottennero la maggioranza assoluta, ma il numero di voti uniti a quelli
dei gruppi di destra, sarebbero bastati ad assicurare una grande base parlamentare; ma l’obiettivo di Hitler
era proprio quello di abolire il parlamento e così fece approvare un provvedimento che dava pieni poteri al
governo. Nel giugno del 33 la SPD viene accusata di tradimento e sciolta e poco dopo vennero perseguitati i
suoi membri; venne sciolto anche il partito nazionale tedesco da quello cattolico. A questo punto inizia la
vera e propria fase totalitaria. Hitler varò una legge che dichiara come unico partito legale il partito
nazionalsocialista e ottenne il 92% dei voti; ma erano presenti ancora degli ostacoli: il nazismo estremista
(SA di Rhom) che non era disposto a sottostare al controllo dei poteri legali, Hitler le temeva e così si era
costituito una propria milizia personale le SS (squadre di difesa) e risolse la minaccia nella notte dei lunghi
coltelli dove vennero uccisi tutti i membri delle SA e Rhom venne ucciso. Morto il capo del governo, Hitler si
ritrovò sia cancelliere che capo dello stato nel 34.

TERZO REICH: con Hitler andavano scomparendo tutte le tracce repubblicane e nasceva il terzo Reich che
vedeva come base il PRINCIPIO DEL CAPO dove si giurava fedeltà al duce. Gli unici contatti con le masse
erano fondati sul partito unico: fronte del lavoro, che sostituiva i disciolti sindacati e aveva il compito di
trasformare l’insieme dei cittadini in una comunità di popolo da cui erano esclusi i cittadini di origine
straniera. Gli ebrei erano concentrati nelle grandi città e occupavano le zone medio-alte della scala sociale;
la propaganda nazista aumentava i sentimenti di ostilità e così nel 1935 vennero costituite le LEGGI DI
NORIMBERGA, che tolsero agli ebrei la parità dei diritti e proibirono i matrimoni tra ebrei e non,
emarginandoli sempre di più dalla vita sociale fino a sfociare nella notte dei cristalli (vetrine degli ebrei
rotte) e così molti ebrei abbandonarono la Germania. Per avere una razza ariana bisognava anche eliminare
i malati ereditari e mentali (spesso criticato dai cristiani ma ritenuto necessario dal regime). Le opposizioni
al regime nazista erano molto deboli e inefficaci:

-comunisti: dopo l’incendio del parlamento mantennero in vita poche organizzazioni clandestine:
-socialdemocratici erano poco pronti alle lotte illegali e comunicavano solo attraverso gli esuli, -cattolici
finirono con l’adattarsi al regime incoraggiati dall’atteggiamento della Chiesa di Roma (il nazismo non
interveniva negli affari del cero e permetteva la sua predicazione solo nel 37 il papa scrisse un enciclica
contro l’antisemitismo ma non fu mai ufficiale.

-protestanti: si adeguarono al regime e i pastori giurarono fedeltà al duce

-conservatori: negli ultimi anni del regime si opposero duramente le persone che videro la nascita del
nazismo e nel 44 cercarono di uccidere Hitler.

Queste opposizioni erano molto deboli a causa di un apparato repressivo (molte polizie come le SS e la
Gestapo che controllavano la vita dei cittadini in modo costante; ma anche a causa dei campi di
concentramento dove venivano rinchiusi gli oppositori. I motivi che fecero ottenere grande consenso al
nazismo furono:

>successi nella politica estera: riporta pian piano la Germania al vecchio splendore e quindi stimola
l’orgoglio dei tedeschi e li fa sentire pronti per una rivincita.

>ripresa economica: nel 33 si supera la peggiore fase della crisi e la produzione ritorna superando anche i
livelli precedenti; Hitler si occupò di moltissimi lavori pubblici, diminuzione della disoccupazione fino a farla
scomparire, e incoraggiamento all’iniziativa privata che viene legata al potere politico il quale la vincola in
modo da preparare il paese alla guerra.

>mito e ideologia: capacità di raggiungere il popolo attraverso i mezzi di comunicazione di massa, il nazismo
proponeva un’ utopiareazionaria e ruralista: mondo fatto di uomini belli, forti, sani e legati alla loro terra:
preparava contadini-guerrieri che riflettevano bene la tradizione romantica del mito della terra e del
sangue.

>propaganda: per diffondere un utopia antimoderna essi usano i mezzi moderni: stampa controllata,
intellettuali inqudrat nella camera di cultura del Reich e dovevano aderire al regime, uso dei riti e delle
cerimonie pubbliche (religione laica che favoriva la socializzazione.

Nel 33 Hitler si ritirò dalla conferenza internazionale di Ginevra dove le nazioni si erano messe in accordo
per limitare la corsa agli armamenti e dalla società delle nazioni; ciò portò a forti preoccupazioni da parte
degli altri stati. Hitler riammise la leva militare obbligatoria (tolta dal trattato di Versailles) e così FRANCIA,
INGHILTERRA E ITALIA si riunirono alla conferenza di stresa dove condannavano il riarmo da parte della
Germania. Nel frattempo l’Urss, da sempre rimasta lontana dalle attività delle società per azioni,
preoccupata dei successi di Hitler entrò nella società delle nazioni e nel 35 stipulò un’alleanza militare con
la Francia. Iniziarono in entrambi gli stati una lotta al fascismo basandosi sull’unione di tutta la classe
operaia, pensando che ciò sarebbe bastato a spegnere l’iniziativa fascista. Francia e Inghilterra mostrarono
segni di arresa e così Hitler voleva iniziare a velocizzare i suoi piani, ma comunque egli voleva evitare a tutti
i costi una guerra con l’Inghilterra a patto che essa si fosse alleata alla Germania. Il governo di Chamberlain
portava avanti una politica pacifista in accordo con la morale del popolo, e così pensava di diminuire la
minacci di hitler accontentandolo di alcuni richieste ragionevoli poiché la Germania doveva essere risarcita
dai danni del trattato di Versailles, ma a questa idea si oppose Churchill che credeva che l’unico modo per
limitare Hitler fosse quello di opporsi in modo deciso e di preparare una guerra se necessaria. In Francia
invece la paura di una guerra era troppo forte e quindi si arrese davanti alla sua grande speranza data dal
trattato di Versailles, perciò essa mantenne una politica accondiscendente verso la Germania. Hitler provò
ad annettere l’Austria alla Germania nel 34 ma fallì, mentre nel 38 ci riesce e tutto ciò fu legittimato dal
fatto che l’Italia e l’Inghilterra non intervennero perché non è sbagliata come annessione dato che l’Austria
è per la maggior parte tedesca. La cecoslovacchia è forte alleata della Francia e dell’Urss, ma la Francia non
ha intenzione di intervenire mentre l’Urss può attaccare solo in caso di attacco da parte della Francia. Così
nel 38 alla conferenza di Monaco le maggiori potenze europee (tranne la Russia) accettarono il progetto
fatto dall’Italia che accoglieva quasi alla lettera le richieste tedesche per salvare la pace, ma invece questò
spianò la strada alla II guerra: FALSA PACE.

CONTAGIO AUTORITARIO: IN Europa ci furono molti contagi autoritari in questi anni ed avvennero
soprattutto negli stati liberali: Ungheria, Polonia, Austria, Grecia e Bulgaria, che avevano affinità con il
fascismo ma non erano del tutto fascisti; erano regimi autoritari di tipo nazionale sostenuti dall’esercito e
dai gruppi conservatori e privi di una base di massa. Con la vittoria di Hitler questi crebbero con le idee
estremiste e antisemite.

SPAGNA: c’era uno scontro forte tra democrazia e fascismo; inizialmente era presente una dittatura
militare appoggiata dalla chiesa e dall’esercito, poi per poco tempo subentro la repubblica governata dalla
sinistra, ma questo fu il periodo della grande crisi e la Spagna essendo un paese agricolo e arretrato i
contadini protestarono molto contro i grandi proprietari che attaccarono con la forza. Franco si ribella alla
Repubblica grazie all’appoggio di movimenti fascisti; le grandi potenze non intervennero a favore della
repubblica, ma Germania e Italia aiutarono i nazionalisti di Franco. Solo l’urss aiutò la Spagna inviando i
materiali per la formazione di Brigate internazionali (antifascisti) però i repubblicani erano troppo divisi e
deboli e così perdevano consensi.

Cap.20: ITALIA FASCISTA:

TOTALITARISMO IMPERFETTO: negli anni 20 in Italia lo stato totalitario era ben consolidato a differenza
della Germania e si sovrapponevano due strutture gerarchiche parallele: -stato –partito del Gran Consiglio
del fascismo, dove al di sopra di tutto vi era Mussolini che era sia capo del governo che duce del fascismo.
Egli usò molto di più i poteri dello stato per ramificare anche l’appartenenza al partito, attraverso la pratica
di massa. Per la fascistazione del paese, Mussolini ammise delle organizzazioni collaterali al partito: OPERA
NAZIONALE DOPOLAVORO, dove si organizza il tempo libero dei lavoratori e il COMITATO OLIMPICO
NAZIONALE, che incoraggiava e controllava le attività sportive e le organizzazioni giovanili: -FASCI
GIOVANILI: gruppi universitari fascisti, figli della lupa e Opera nazionale Balilla (istruzione premilitare e
ideologica).  PROGETTO TOTALITARIO (leva sui giovani per plasmare e occupare la società)
IMPERFETTO: il fascismo aveva due ostacoli:

-Chiesa: il 99% della popolazione è cattolica perciò bisogna trovare un accordo per coesistere nello stesso
paese: nel 29 vengono fatti i patti lateranensi: trattato internazionale dove di giungeva alla fine della
questione romana: la Chiesa riconosce lo stato italiano e la sua capitale in cambio essa ha la sovranità nella
città del Vaticano e accetta una convenzione finanziaria. I patti lateranensi furono un gran vantaggio per la
Chiesa e anche per lo Stato: elezioni del 29: il 98% dei consensi.

-Monarchia: il re ha il potere assoluto, Mussolini è sotto il re, il quale ha il diritto di nomina e revoca del
capo del governo.

REGIME E PAESE: il ritratto di Mussolini era ovunque sui muri dei palazzi pieni di scritte di guerra, nella
radio erano presenti i discorsi del duce e i scolari erano disposti in formazione militare. Il paese aumentò la
sua popolazione e accentò l’urbanizzazione basandosi sull’industria e sui servizi; ma comunque l?italia era
un paese arretrato dove c’era un reddito medio inferiore, un alimento principale che era la farina, una
spesa per il vestiario e per i beni di consumo inferiori rispetto agli altri paesi. Questa arretratezza da una
parte favorì il regime poiché veniva promossa la ruralizzazione.

-politica demografica: esaltò il matrimonio e la famiglia, incoraggiò le numerose famiglie con premi,
assegni, occupazione e tassa sui celibi. La donna era organizzata in fasci femminili, piccole italiane e massaie
rurali, ciò sembrava emancipazione ma finiva con il valorizzare solo le capacità domestiche della donna.

-uomo nuovo: tutta la popolazione deve essere inquadrata nelle strutture del regime

-scuola italiana: riforma Gentile: primato delle discipline umanistiche; venivano controllati libri, insegnanti
che dovevano giurare fedeltà, stampa politica controllata; trasmissioni radio controllate e il cinema era un
forte mezzo di propaganda.

-POLITICA ECONOMICA: le risorse del paese erano scarse e quindi era difficile accontentare le masse, nel 27
venne fatta la carta del lavoro dove si imponeva un’uguaglianza giuridica tra lavoratori e imprenditori ma
non fu sufficiente per ripagare la scomparsa dei sindacati; infatti il fascismo ebbe molto più consenso tra
media e piccola borghesia piuttosto che tra le masse. Il fascismo presenta una terza via tra capitalismo e
socialismo: CORPORATIVISMO: gestione diretta dell’economia da parte delle categorie produttive e
organizzate in corporazioni, ma non si attuò mai. Nella prima fase del governo di Mussolini, il fascismo
adottò una fase liberista e produttivista (22) per rilanciare la produzione favorendo l’attività dei privati e
diminuendo i controlli statali, ciò portò ad un aumento produttivo ma anche all’inflazione. Poi nella
seconda fase troviamo un nuovo ministro delle finanze: Volpi che adotta una politica protezionistica (25)
per la stabilizzazione monetaria e per favorire l’intervento statale. Nel 25 ci fu un aumento del dazio sui
cereali per favorirne il settore: si scatenò la BATTAGLIA DEL GRANO (propaganda per raggiungere
l’autosufficienza nella produzione di cereali), la produzione così raddoppiò nel 30 ma l’allevamento e le
colture specializzate vennero danneggiate. Mussolini volle portare il corso internazionale della lira a quota
90 (per una sterlina), in un anno ci riuscì, fu un vantaggio per le industri e le aziende ma i lavoratori
dipendenti subirono un calo dei salari e le piccole aziende andarono in crisi a causa delle esportazioni
sfavorite dalla sopravvalutazione della lira. Però nel 29 la crisi mondiale si fece sentire meno in Italia
rispetto a molti altri paesi grazie alla politica economica adottata nel 25.

-provvedimenti del regime: sviluppo lavori pubblici= costruzione strade, ferrovie, edifici pubblici,
risanamento centro storico Roma, bonifica integrale dell’Agro Pontino: grande successo di propaganda,
intervento diretto e indiretto dello stato nei settori in crisi: banche miste erano in forte crisi e il governo per
salvarle creò l’Istituto Mobiliare italiano e l’istituto per la Ricostruzione Industriale, che divenne azionista di
maggioranza delle banche in crisi e acquistò il controllo delle imprese italiane (stato imprenditore che
controlla tutto).

IMPERIALISMO FASCISTA: in politica estera si sentiva una forte componente nazionalistica per la volontà di
ristabilire la gloria dell’antica Roma, ma l’ Italia non aveva rivendicazioni territoriali capaci di scuotere le
masse. Le delusioni del trattato di Versailles portarono a rendere i rapporti con la Francia sempre più tesi
ma comunque l’Italia mantenne buoni rapporti con l’Inghilterra e si manteneva sicura firmando l’accordo di
stresa contro il riarmo tedesco nel 35. Però Mussolini allo stesso tempo pensava di poter sfruttare la
favorevole congiuntura diplomatica creata dalla politica Hitleriana. Così Mussolini preparò un assalto
inaspettato verso l’Etiopia per vendicarsi della sconfitta di Adua e per mobilitare le masse per farle
dimenticare dei problemi economici del paese. I francesi e gli inglesi sanzionarono l?italia vietandole di
esportare in Italia merci necessarie all’industria di guerra, ma il blocco non fu esteso alle materie prime e
non impegnava la Germania e gli Usa, ma comunque accentua le divergenze con le potenze europee. La
conquista dell’ETIOPIA non fu molto vantaggiosa sul piano economico perché era un paese povero,
arretrato e non adatto all’agricoltura; ma sul piano politico ebbe un grande successo poiché gli stati
occidentali accettarono la conquisa e l’Italia si mostra come forte anche se non è realmente pronta alla
guerra. Mussolini puntava anche ad un riavvicinamento con la Germania, ciò venne sancito nel 36 con
l’ASSE ROMA-BERLINO, che fu spinto dalle forze congiunte nella guerra civile spagnola e dal patto
anticomintern già firmato da Germania e Giappone (aderì anche l’Italia) che andava contro il comunismo
internazionale. Ma questa non fu una vera alleanza militare, Mussolini prevedeva di prendere dei vantaggi
coloniali ma Hitler lo schiaccia e quindi può solo sottostare al suo potere per accettare un alleanza in grado
di fare pressione sulle potenze occidentali.

APOGEO: il consenso ottenuto dal regime cominciò ad incrinarsi dopo l’impresa etiopica, la politica
economica fascista suscitò delle perplessità: la volontà di prestigio internazionale era condizionata da spese
militari sempre più alte e dal 35 subentra la politica dell’autarchia finalizzata all’obiettivo
dell’autosufficienza economica in caso di guerra, essa ottenne solo parziali successi in alcune industrie,
mentre il tenore di vita diminuisce, aumentano i prezzi e ampio controllo dello stato sull’economia. La
politica estera suscitò preoccupazioni soprattutto l’amicizia con la Germania che non portò immediati
risultati positivi e faceva sembrare vicina una guerra. Uniche acclamazioni da parte del popolo fu quando
Mussolini ritornò dalla conferenza di Monaco come presunto salvatore della pace, ma i suoi programmi
erano quelli di prepararsi al riarmo e il popolo doveva trasformarsi. Così iniziano anche le leggi raziali nel 38
contro gli ebrei come in Germania, questo era necessario per giungere alla totalitarizzazione.

ANTIFASCISMO: dal 25 al 26 l’opposizione fu silenziosa per gli ex popolari, i liberali non fascisti e socialisti;
solo Croce fu di riferimento che portò avanti una propaganda antifascista; altre opposizioni agivano dalla
Francia su scala internazionale: Concentrazione antifascista. Mentre Giustizia e Libertà (liberal-socialista)
come i comunisti operavano in modo clandestino. Nonostante tutto l’Italia non era pronta a rinunciare al
fascismo.

Cap.22 LA SECONDA GUERRA MONDIALE:

CAUSE E RESPONSABILITA’: dopo la falsa pace della conferenza di Monaco tra Hitler e le potenze
democratiche fu solo un rinvio dello scontro inevitabile, poiché alla Germania non bastava i Sudeti ma
voleva conquistare anche la Boemia e la Moravia; così nel 39 la distruzione dello stato cecoslovacco
determinò una svolta nelle potenze occidentali. Sempre nel 39, finita la politica dell’appasement in Gran
Bretagna e in Francia che fanno alleanze diplomatiche per contenere l’Asse Roma-Berlino, e questi patti si
estesero al Belgio, Grecia, Romania, Olanda, Turchia e soprattutto Polonia. A questo punto, l’alleanza tra
Inghilterra, Francia e Polonia segnava che le potenze occidentali erano disposte ad affrontare una nuova
guerra per impedire che la Polonia subisse quello che è successo alla cecoslovacchia. L’italia cerca di
contrapporsi alla Germania conquistando una parte dell’Albania che poteva essere la base per la conquista
dei balcani, e ciò aumentò le tensioni tra le potenze. Ma poi, Mussolini si trova bloccato dalle azioni di
Hitler ma rimane convinto che l’Italia possa restare neutrale in caso di scontro; ma Hitler gli fa firmare una
vera e propria alleanza militare pur sapendo che l’Italia non era pronta: il patto d’acciaio: se uno stato
partecipa al conflitto, anche l’altro deve partecipare. I sovietici erano convinti che non avrebbero ottenuto
nulla se si sarebbero schierati a favore delle potenze occidentali, così in modo inaspettato l?urss decide di
firmare un patto di non aggressione con la Germania (Ribbentrop e Molotov), poiché in questo modo la
Russia poteva allontanare momentaneamente la minaccia tedesca e attraverso un protocollo segreto
avrebbe soddisfatto le proprie aspirazioni territoriali nei confronti dei baltici, romania e Polonia (sarebbe
stata divisa). Per la Germania l’accordo con il suo rivale prediletto fu efficace per occuparsi della questione
polacca. Così il 1° settembre 1939 la Germania attacca la Polonia e subito dopo Francia e Inghilterra
dichiaravano guerra alla Germania, mentre l’Italia proclamò la sua non belligeranza. Dunque il motivo
scatenante è un continuo della prima guerra mondiale: Germania vuole vendicare la sua egemonia, mentre
Francia e Inghilterra cercano di spegnerla. La guerra tra Germania e Polonia fu battezzata come guerra
lampo poiché vennero impiegati l’aviazione e le forze corrazzate e così la guerra fu molto breve. Poco dopo
la Polonia venne conquistata e divisa con i russi, che insieme ai tedeschi, adottarono uno spietato regime di
occupazione. Le potenze occidentali non fanno nulla per aiutare la Polonia e quindi, nel frattempo i russi
colgono l’occasione e attaccano la Finlandia, colpevole di aver rifiutato alcune rettifiche dei confini; poi la
Germania attacca la Danimarca (si arrese senza combattere) e la Norvegia. L’azione tedesca era ormai
incontenibile e controllava quasi tutta l’Europa. La Germania poi attacca la Francia passando, come per la
prima guerra, dagli stati neutrali: Belgio, Lussemburgo e Olanda; la Francia si trovò impreparata perché era
sicura delle fortificazioni che coprivano solo il confine tedesco (ma appunto i tedeschi passarono dal nord).
Così a giugno del 40 i tedeschi invadono Parigi e nel frattempo in Francia emerge Petain (conservatore di
destra) che iniziò subito le trattative per un armistizio che stabilì la nuova capitale a Vichy e che la Francia
governava le colonie e la metà centro-sud, mentre il nord rimaneva in mano alla Germania. Questo segnò la
fine della terza repubblica francese, con il ripristino dell’ancienne regime da parte di Petain.

INTERVENTO DELL’ITALIA: nel 39 l’Italia aveva annunciato la sua non belligeranza a causa
dell’impreparazione di fronte ad una lunga guerra nonostante il patto d’acciaio. Però con il passare del
tempo Mussolini e l’opinione pubblica, prima avversa alla guerra e all’alleanza con la Germania, decisero
che si poteva conquistare una vittoria a basso prezzo; così L’italia attacca la Francia già sconfitta, ma la
penetrazione fu limitata e le spese ingenti. La Francia chiede subito un armistizio che modifica di poco i
confini. A questo punto Mussolini decide di combattere contro la flotta inglese nel mediterraneo, ma subì
diverse sconfitte in Africa; la Germania offrì il suo aiuto all’Italia che non accettò perché Mussolini voleva
vincere una guerra sua, parallela a quella tedesca e non coincidente. Gli inglesi si prendono la Somalia,
l’Eritrea e l’Etiopia. Nel 40 l’Italia decide di conquistare la Grecia (per avere la guerra parallela con la
Germania che stava attaccando la Romania) passando dall’Albania, ma i greci passarono al controattacco e
gli italiani furono costretti a ritirarsi; a questo punto Mussolini deve accettare l’aiuto tedesco per
conquistare rapidamente la Grecia e la Jugoslavia.

LA BATTAGLIA D’INGHILTERRA: nel 40 la Gran Bretagna era rimasta sola a combattere contro Hitler e i suoi
alleati; Churchill (conservatore) affermò di poter vincere in tutto e per tutto. Hitler progettò l’invasione
dell’Inghilterra (operazione leone marino) per via aerea per compensare alla superiorità della flotta navale
inglese; ma le minacce aeree tedesche vennero spente dai caccia inglesi che segnava il fatto che
l’Inghilterra non poteva essere piegata, e così l’operazione leone marino fu rinviata a tempo indeterminato.

ATTACCO ALL’URSS: all’inizio dell’estate del 41 i tedeschi firmano l’operazione barbarossa contro l’Urss, ma
a causa dell’aiuto fornito all’Italia, Hitler dovette aspettare l’inverno per attaccare la Russia, la quale non si
sarebbe mai aspettata un’offensiva poiché credeva che Hitler avrebbe prima chiuso la battagli con gli
inglesi. Ma Stalin si sbagliava, infatti Hitler decise di attaccare su tre fronti: -nord Leningrado, -sud Ucraina,
-centro Mosca; inizialmente la Germania riesce nelle imprese, ma l’attacco a Mosca si rivelò fatale, in
quanto l’inverno era iniziato e i soldati tedeschi dovettero affrontare il rigidissimo freddo e a ciò si aggiunge
la resistenza molto forte da parte dei russi. Perciò la Germania iniziò a perdere il suo vantaggio iniziale e
l’Urss riuscì a compensare le sue perdite.

AGGRESSIONE AL GIAPPONE E COINVOLGIMENTO DEGLI USA: Gli USA erano rimasti fuori dal conflitto
finchè non venne rieletto Roosevelt che aprì una politica di sostegno alla Gran Bretagna che era rimasta
l’unica a combattere contro Hitler; gli Usa nel 41 firmarono la legge degli affitti e prestiti in cui veniva
consentita la fornitura di materiale bellico agli stati la cui difesa fosse considerata vitale per gli interessi
americani. Nello stesso anno gli Usa interrompono i rapporti diplomatici con la Germania e con l’Italia, e
Churchill e Roosevelt firmarono la carta atlantica: documento di otto punti in cui veniva ribadita la
condanna dei regimi fascisti e fissavano le linee del nuovo ordine democratico da costruire a guerra finita
sulla base di principi di sovranità popolare, libero commercio e libertà dei mari. Dunque la guerra stava
diventando antifascista (tutti compresi i comunisti contro i fascisti). Il vero motivo per cui gli Usa entrarono
in guerra fu l’aggressione subita dal Giappone nel Pacifico; il Giappone era legato alla Germania e all’Italia
con il patto tripartito. Il Giappone stava cogliendo l’occasione per continuare la propria espansione: attacco
alla Cina e poi invase l’Indocina francese, a questo punto Inghilterra e Usa reagiscono attuando un blocco
alle esportazioni verso il Giappone, il quale decide di iniziare un’altra guerra invece di sottomettersi al
decreto. Così sempre nel 41, l’aviazione giapponese attaccò senza dichiarazione di guerra gli Usa nel porto
di Pearl Harbor nelle Hawaii, dove distrusse la base americana e continuo a perseguire i suoi obiettivi
conquistando le Filippine, la Malesia e l’Indonesia olandese.
IL NUOVO ORDINE. RESISTENZA E COLLABORISMO: le potenze del patto tripartito (asse Roma-Berlino-
Tokyio) erano alla massima espansione: Giappone con molte isole del Pacifico, sud-est asiatico e parte della
Cina; Germania e Italia avevano un territorio vasto e altri alleati minori (partner commericali): Ungheria,
Romania, Bulgaria, Croazia, Slovacchia, Francia, Turchia, Spagna e Svezia. Germania e Giappone avevano i
ruoli egemoni e volevano costruire nei loro territori un NUOVO ORDINE: Giappone usando movimenti
indipendentisti e opponendosi all’imperialismo europeo; Germania non concedendo autonomie ma usando
la violenza soprattutto contro i popoli slavi che erano considerati nettamente inferiori ai tedeschi (slavi
messi in schiavitù agricola). Nel frattempo la Germania realizzava la persecuzione ebraica e nel 42 adottò la
SOLUZIONE FINALE: decisione assunta dalla conferenza del Wannsee, inizialmente i soldati avevano il
compito di uccidere tutti gli ebrei che incontravano ma i costi umani (compito troppo duro per i soldati che
iniziavano ad impazzire o solo sotto alcool effettuavano gli ordini) e quelli economici erano troppo pesanti;
e il numero degli ebrei aumentavano a dismisura anche perché la parte di Russia conquistata era piena di
ebrei e quindi la strategia non era più sufficiente. così iniziò la deportazione nei campi di sterminio dove gli
ebrei erano costretti a lavorare (forza-lavoro immensa) per poi morire nelle camere a gas. La resistenza al
nazismo assunse una vita solo nel 41 quando emergono i movimenti nati nella jugolavia e in Grecia e
quando viene conquistata l’Ursss e ciò fece aggiungere agli antifascisti anche i comunisti; ma comunque le
resistenze erano ancora molto deboli. E non fu difficile trovare volontari con la voglia di appoggiare ancora
il nazismo.

1942-1943: LA SVOLTA DELLA GUERRA E LA GRANDE ALLEANZA: tra il 42 e il 43 ci fu una svolta decisiva su
tutti i fronti; i giapponesi vennero fermati dagli Usa nelle battaglie del Mar dei Coralli e delle isole Midway,
a questo punto il Giappone decide di rinunciare ai suoi obiettivi espansionistici. Nel frattempo la Germania
perde il predominio sottomarino nell’Atlantico, che gli serviva a bloccare l’entrata in Inghilterra degli
approvvigionamenti spediti dagli Usa; gli alleati riuscirono a limitare le perdite grazie ad una serie di
innovazioni tecniche e grazie ad una migliore organizzazione tattica. Ma l’episodio decisivo di questa fase
della guerra si verificò in Russia; i tedeschi iniziarono l’assedio di Stalingrado ma i sovietici riuscirono a
bloccarli, e Hitler invece di far ritirare le sue truppe, decide di sacrificare l’intera armata. Così Stalingrado
diventa simbolo di riscossa per tutti gli antifascisti. Nel 1943 ci fu un’altra decisiva battaglia nel nord Africa
ad El Alamein dove l’esercito inglese combatteva contro gli italiani e i tedeschi, gli inglesi erano molto più
numerosi e costringono gli italo-tedeschi alla ritirata. Gli inglesi, americani e russi combattono dalla stessa
parte e quindi devono elaborare una strategia, così nella conferenza di Washington 1941: tutte le nazioni
contro il fascismo hanno sottoscritto un patto delle nazioni unite, cioè si impegnavano a rispettare la carta
atlantica, a combattere i fascismi e a non concludere armistizi o paci separate. Ma comunque rimangono
diversi contrasti interni tra gli alleati soprattutto su quando e come aprire un secondo fronte in Europa:
Stalin lo voleva subito e nell’Europa del nord, Churchill voleva prima chiudere la battagli in Africa e pensava
all’Europa meridionale; alla fine prevalse il punto di vista inglese. Così nel 1943 alla conferenza di
Casablanca parteciparono inglesi e americani, senza russi perché Stalin nel frattempo sta difendendo
Stalingrado; alla conferenza venne deciso che una volta chiuso il fronte africano, lo sbarco sarebbe
avvenuto in Italia (preda più facile) e che la guerra sarebbe finita solo con una vittoria totale senza nessun
patteggiamento con la Germania e i suoi alleati.

ITALIA: CADUTA DEL FASCISMO E L’8 SETTEMBRE: nel 43 i primi contingenti anglo-americani sbarcavano in
Sicilia e in poche settimane si impadronivano dell’isola anche perché molti cittadini accolsero le truppe
come salvatori. Il fascismo era già in crisi a causa dei vari insuccessi durante la guerra e lo sbarco anglo-
americano segnò un durissimo colpo. A determinare la caduta di Mussolini non furono le proteste popolari,
né le iniziative antifasciste, ma fu una scelta del Re Vittorio Emanuele III. Il pretesto formale del re fu offerto
da una riunione del Gran consiglio del fascismo che si concluse con l’invito da parte di Vittorio Emanuele a
Mussolini a dimettersi. La disfatta di Mussolini venne accolta con esultanza dalla popolazione e dopo di lui
venne nominato capo dello stato Badoglio. Il crollo del fascismo fa piacere al popolo perché segna la fine
della guerra; ma erano ancora presenti molti tedeschi nel territorio e quindi Badoglio disse ai tedeschi che
l’Italia avrebbe continuato a combattere ma in realtà egli stava firmando patti segreti con gli alleati: 8
settembre. L’annuncio al popolo italiano dell’armistizio portò il caos: mentre il re e il governo
abbandonarono la capitale per riparare a Brindisi, sotto la protezione degli anglo-americani, i tedeschi
iniziarono ad occupare dal nord l’Italia.

ITALIA: GUERRA CIVILE, RESISTENZA E LIBERAZIONE: nel 43 l’Italia non solo era divisa da un fronte, ma
anche spezzata in due entità statali distinte e in guerra l’una contro l’altra. Nello stesso anno i tedeschi
riuscirono a liberare Mussolini il quale voleva formare una “repubblica sociale italiana” un il “partito
fascista repubblicano” trasferendo le istituzioni al nord vicino a Garda, nella parte occupata dai tedeschi. La
nuova repubblica non acquistò credibilità per la sua totale dipendenza dai tedeschi che si comportavano
come in stato di occupazione sfruttando il territorio e attuando dure leggi raziali. Nascono piano piano i
partigiani che cercavano di opporsi ai tedeschi; il movimento partigiano emerse al nord contro la repubblica
di Salò dove la guerra civile era tra fascisti e partigiani. I tedeschi rispondono duramente e così nascono le
prime formazioni partigiane: -BRIGATE GARIBALDI (comunisti, i più numerosi), -BRIGATE MATTEOTTI
(socialisti), -AUTONOME (cattolici e liberali)  tutte erano intrecciate con i primi partiti antifascisti:
Giustizia e Libertà che rinascono in questo periodo. Vediamo i partiti antifascisti che si organizzano: -Partito
D’azione (liberali e socialisti); -Democrazia Cristiana (cattolici), -Partito Liberale, -Partito Repubblicano,
-Democrazia del lavoro  formarono il Comitato della Liberazione Nazionale, che incoraggiava la
popolazione alla resistenza, questi partiti si mostravano come alternativa al fascismo e alla monarchia di
Badoglio. I contrasti tra il governo e la Cln vennero spenti da Togliatti che propose di accantonare ogni
pregiudizio contro il re e contro Badoglio, e di formare un governo di unità nazionale; così ci fu la svolta di
Salerno che era in armonia con le scelte dell’Urss e serviva anche a legittimare il Pci agli occhi degli alleati e
dell’opinione pubblica (il nuovo governo doveva combattere contro i fascisti e contro la guerra). Una volta
liberata Roma il re lasciò il posto a suo figlio Umberto che decise di dimettere Badoglio e di far salire a capo
del governo Bonomi: rafforzamento della resistenza: le formazioni partigiane hanno un’unica guida, il Cln
Alta Italia e reclutano molti operai e contadini; così le azioni antifasciste si intensificarono e molte città
furono liberate prima dell’arrivo degli alleati e vennero battezzate come repubbliche partigiane.
Nonostante ciò i limiti della resistenza erano ancora molto ampi a causa dei contrasti interni e della paura
di combattere ancora; nel 44 ci furono dei contrasti anche con gli alleati ma i partigiani riuscirono lo stesso
a sopravvivere e si sviluppava in tutto il sud Italia.

SBARCO IN NORMANDIA E LE VITTORIE SOVIETICHE: Tra il 43 e il 44, mentre gli anglo-americani erano
impegnati nella campagna italiana, i sovietici riprendevano l’iniziativa su tutto il fronte orientale; alla
conferenza di Teheran parteciparono Churchill, Roosevelt e Stalin, dove la Russia ottenne il consenso da
parte degli anglo-americani per sbarcare in Francia per poi arrivare a Berlino. Per attuare il piano fu
fondamentale una preparazione eccezionale, il piano prevedeva lo sbarco in Normandia, dove iniziarono i
primi bombardamenti. I sovietici grazie alla loro superiorità aereonavale riuscirono ad arrivare a Parigi, già
liberata dai partigiani.

FINE DEL TERZO REICH: nel 44 la Germania poteva definirsi sconfitta poiché i suoi alleati cambiarono fronte
e chiesero un armistizio all’Urss e il territorio del Reich era costantemente bombardato per demolire la
produzione industriale tedesca e per demoralizzare il popolo. Ma Hitler non aveva intenzione di arrendersi
e continuò ad illudersi di poter cambiare la situazione, infatti usò armi segrete, i razzi, che però non
servirono a nulla; inoltre egli sperava nell’aumentare dei contrasti tra Urss e anglo-americani, ma questi
tenettero fede agli impegni stabiliti. Così nella conferenza di Mosca dove Stalin e Churchill abbozzano delle
ssfere di influenza che non tengono conto della carta atlantica. Importante fu nel 45 la conferenza di Yalta
dove i tre grandi tornarono ad incontrarsi per dividere in 4 zone (una per la Francia) la Germania e
denazzificare il territorio; i paesi liberati si sarebbero espressi con elezioni libere e la Polonia avrebbe avuto
un nuovo governo visto come una via di mezzo tra le proposte comuniste dell’Urss e le componenti filo-
occidentali. Nel frattempo crollò definitivamente il terzo Reich: i sovietici, dopo aver liberato la Francia,
liberano la Polonia, arrivano a Vienna, poi Praga e infine accerchiano Berlino. Il 25 aprile i tedeschi
abbandonavano l’Italia e la Cln organizza un insurrezione generale contro i nemici e contro Mussolini che fu
ucciso e il corpo esposto al piazzale Loreto di Milano. Poi il 30 aprile Hitler si uccide (?) nel suo bunker. Così
il 7 maggio 1945 fu firmata la resa tedesca a Reims: la guerra è finita e si è conclusa con la morte dei due
più grandi dittatori della storia.

SCONFITTA DEL GIAPPONE E LA BOMBA ATOMICA: nel 43, nonostante le campagne sul fronte europeo, gli
Usa erano pronti a riconquistare i suoi territori nel Pacifico; essi apportarono grandi navi portaerei e
bombardieri strategici per distruggere il Giappone. Nel 45, finita la guerra europea, gli Usa attaccarono con
il nuovo capo: Truman che decise di ricorrere all’arma totale per finire in fretta la guerra e per mostrare al
mondo la superiorità della potenza militare americana. Il 6 agosto 45 venne sganciata la Bomba Atomica a
Hiroshima e poi un'altra a ngasaky, in entrambi i casi i risultati furono spaventosi: distruzione totale della
città. Il 2 settembre il giappone firma l’armistizio. FINE II GUERRA MONDIALE.

Cap.23: MONDO DIVISO:

CONSEGUENZE DELLA GUERRA: -fine nazifascismo; -trionfo delle democrazie; -cambiamento della carta
territoriale europea; -città distrutte dai bombardamenti; -50 milioni di morti; -carestie e violazione delle
norme umanitarie; -rivelazione dei crimini nazisti; -conseguenze della bomba atomica basate sullo sviluppo
dei mezzi di distruzione di massa; -volontà di cambiamento, basi solide delle relazioni internazionali;
-codificazione e aggiornamento del diritto internazionale; -processo di Norimberga contro i nazisti e
processo di Tokio contro i dirigenti giapponesi; -Usa si fanno promotori e garanti dei cambiamenti, sono un
punto di riferimento per l’Europa che cerca di imitarli (mito americano: usa unico stato che da speranza);
-indebolimento delle potenze europee, solo due stati dopo la seconda guerra riescono a rimanere
superpotenze: --USA (supremazia economica e militare) –URSS (potenzialmente fortissima e già padrona di
mezza Europa). USA E URSS formarono un sistema bipolare che va a dividere l’Europa in due aree molto
diverse: -AREA CAPITALISTA: USA: democrazia liberale, concorrenza economica e ampia libertà personale,
etica basata sul successo individuale. –AREA SOCIALISTA: URSS: partito unico basato sul modello
collettivistico e sulla pianificazione centralizzata e su un’etica anti-individualista.

NAZIONI UNITE E NUOVO ORDINE ECONOMICO: di matrice americana fu l’ispirazione di base dell’ONU:
organizzazione delle nazioni unite, che avrebbe dovuto sostituire le vecchie società delle nazioni, con
l’obiettivo di salvare le generazioni future dalla guerra e di promuovere il progresso economico e sociale di
tutti i popoli. L’Onu si ispira alla carta atlantica e si basa su due principi: -universalità (dell’organizzazione) –
uguaglianza (delle nazioni), principi rispecchiati nell’Assemblea Generale: gli stati membri si riuniscono
annualmente e a maggioranza semplice vengono adottate delle soluzioni che non sono vincolanti ma sono
delle raccomandazioni. I principi vengono rispettati anche nel Consiglio di Sicurezza: organo permanente
che prende decisioni vincolanti in caso di crisi (15 membri: Usa, Urss, Cina, Inghilterra e Francia sono
permanenti, mentre gli altri membri sono a rotazione). Inoltre vengono istituiti altri organi come: Consiglio
Economico e Sociale, Corte Internazionale di Giustizia (serve a risolvere controversie tra gli stati). L’ONU fu
molto importante perché così molti stati riuscirono a portare agli occhi del mondo i loro problemi, e quindi
per prevedere e risolvere le crisi. Anche l’economia mondiale era guidata dagli Usa che impongono un loro
modello (capitalismo) basato sul mercato mondiale e sulla libera concorrenza: ridimensionamento dei
vincoli protezionistici e accordi di Bretton Woods nel 44: creazione del Fondo Monetario Internazionale
(stabilità nei campi monetari e fondo che potrà essere prelevato in caso di necessità) e della Banca
Mondiale (concessione dei prestiti ai singoli stati per la ricostruzione e sviluppo). Inoltre a Ginevra venne
fatto anche il Gatt: accordo generale sulle tariffe e sul commercio per abbassare i dazi doganali.

FINE DELLA GRANDE ALLEANZA: gli Usa avevano subito poche perdite con la guerra e avevano voglia di
ricostruire un ordine mondiale stabile senza punizioni ai vinti. L’Urss invece era stata distrutta dalla guerra e
vuole un risarcimento economico e politico; inoltre chiedeva una sicurezza contro i vinti e la legittimazione
del suo ruolo come grande potenza, eliminando le nazioni ostili ai suoi confini. Il PIANO ROOSEVELT serviva
a mantenere buoni i rapporti con l’Urss; la sua presenza nei Balcani era forte e per non scatenare una
guerra si potevano assecondare le richieste di sicurezza sovietica. Dunque si vleva creare un equilibrio
europeo in cui gli Usa avevano l’egemonia ma l’Urss erano molto importante perché si sarebbe mantenuto
ordine nei Balcani (zone di solito turbolente). Dopo la morte di Roosevelt, subentrò Truman che era molto
rigido con i sovietici, infatti egli rifiutò i prestiti all’Urss e lanciò bombe al Giappone; ciò fa indignare Stalin e
nel 45 con la conferenza di Postdam emersero i nodi fondamentali del contrasto: la questione dell’Europa
orientale e le sorti della Germania; per imporre la propria egemonia l’Urss non trovò altro mezzo che
imporre al potere i partiti comunisti locali forzando i governi democratici poiché gli stati orientali occupati
dall’armata rossa erano insoddisfatti del potere russo. Ciò fu denunciato dai paesi occidentali e così venne a
frantumarsi l’alleanza. Nel 46 ci fu una conferenza a Parigi dove venne stabilito un accordo tra i vincitori
dove venivano rettificati i confini ma la questione del nuovo assetto tedesco rimase irrisolta.

GUERRA FREDDA E DIVISIONE DELL’EUROPA: la conferenza di Parigi fu l’ultimo atto di cooperazione tra i
paesi occidentali e l’Urss. Stalin non voleva ritirare le sue truppe dall’Iran e non accettò il rifiuto da parte
della Turchia sul fatto che i sovietici costruire nuove basi militari e nuove condizioni per l’accesso agli stretti
nei Dardanelli. Entrambe le zone erano sotto l’influenza degli inglesi, ma questi per difficoltà economiche
non fanno nulla per risolvere la questione e così subentrano gli americani che rimasero ben fermi di fronte
alle richieste di Stalin e inviano contingenti per bloccarlo: politica di contenimento espansionistico sovietico
(dottrina Truman), gli USA sarebbero intervenuti per aiutare e sostenere i popoli liberi contro le minoranze
straniere (cioè contro l’Urss in tutto il mondo). Nel 47 gli Usa iniziano il piano marshall: piano di aiuti
economici all’Europa, ma i sovietici rifiutano perché credono che questi aiuti servissero soltanto al controllo
mondiale da parte degli americani. Le conseguenze del piano Marshall furono quelle di ricostruire l’Europa
e l’economia con politiche liberiste, rafforzando le tendenze moderate, diminuendo i conflitti sociali e
ampliano i legami con gli Usa. Un nuovo fattore di tensione fu il COMINFORM: UFFICIO D’INFORMAZIONE
DEI PARTITI COMUNISTI, una sorta di riedizione della terza internazionale. A questo punto i comunisti
vengono estromessi dai governi in Italia e in Francia, mentre in Grecia era stata abbattuta con la forza la
resistenza comunista. Però lo scontro più importante si ebbe con il problema della Germania: divisa in 4
zone di occupazione; Berlino si trovava all’interno dell’area sovietica, era a sua volta divisa in 4 zone, e
comprendendo le fratture con i sovietici, gli Usa e gli Inglesi decidono di integrare le loro zone attuando una
riforma monetaria e liberalizzando l’economia. Stalin reagì con il blocco di Berlino: 48 Urss chiude gli accessi
alla città e impedisce i rifornimenti per far abbandonare agli occidentali la loro zona, ma nel 49 gli americani
riforniscono la città tramite pacchi aerei e visto che il blocco è inutile, i russi lo tolgono. Le tre zone di
influenza occidentale sono unificate (anche la francia si unisce agli anglo-americani) e si forma la
Repubblica federale Tedesca e la risposta sovietica è la creazione della Repubblica democratica tedesca. Nel
49 viene firmato il patto atlantico (alleanza difensiva )tra Francia, Inghilterra, America, Olanda, Belgio,
Lussemburgo, Danimarca, Norvegia , Islanda, Portogallo, Canada e Italia: i paesi di fede occidentale e
democratica formano la NATO (organizzazione del trattato nord atlantico). Nel 55 ci fu il patto di varsavia
basato anche questo su un’organizzazione militare integrata tra Urss e stati satelliti (risposta sovietica
all’alleanza mlitare occidentale). La fine della guerra fredda si ha con la morte di Stalin nel 53 ma le
conseguenze rimasero anche negli anni seguenti: riarmo e ricerca militare.

UNIONE SOVIETICA E DEMOCRAZIE POPOLARI: nell’Urss, dopo la guerra, ci fu un’accentuazione dei caratteri
autoritari del regime; la ricostruzione economica avvenne rapidamente, privilegiando l’industria pesante e
sacrificando il tenore di vita del popolo. Nella politica estera i paesi controllati dall’armata rossa furono
trasformati in democrazie popolari simili a quella russa. La POLONIA era importante per gli inglesi ma è
importantissima anche per Stalin che impose un governo controllato dai comunisti che nel 47 con la forza
vinsero le elezioni. BULGARIA , ROMANIA E UNGHERIA erano forti le resistenze da parte dei partiti non
comunisti ma questi, con la forza, vinsero le elezioni e iniziarono il processo di sovietizzazione. La
CECOSLOVACCHIA, paese economicamente sviluppato e tradizionalmente democratico, vide la vittoria alle
elezioni della coalizione di sinistra guidata da un comunista, ma nel 48 la coalizione si rompe e quando
viene accettato il piano Marshall i comunisti fanno un colpo di stato e nel 48 viene presentata un’unica lista
e il paese diventa una democrazia popolare. La JUGOSLAVIA E L’ALABANIA vengono facilmente assorbite
dai comunisti poiché erano di stampo comunista. L’economia aveva un impostazione basata sul modello
collettivistico sovietico: inizio modernizzazione n regioni arretrate, riforme agrarie, espansione ceto operaio
e diminuzione ceto agricolo, nazionalizzazione delle miniere e delle industrie, sviluppo delle banche e del
settore commerciale. Ma tutto questo fiaccò il tenore di vita della popolazione e per questo le iniziative
comuniste erano screditate, ma tutti i paesi satelliti erano sottomessi all’urss, l’unico in grado di distaccarsi
fu la Jugoslavia con Tito.

USA EUROPA OCCIDENTALE, CINA E GIAPPONE NEGLI ANNI DELLA RICOSTRUZIONE: il nuovo presidente
Truman si trovò ad affrontare non la ricostruzione (perché il paese non era stato attaccato dalla guerra) ma
di riconversione: il sistema economico americano era da sempre improntato sulla produzione bellica,
adesso si ha bisogno di andare incontro ad un’economia di pace pur tenendo conto delle responsabilità in
Europa. Sul piano interno Truman propone il FAIR DEAL: giusto patto, continuare la politica riformista
iniziata da Roosevelt, ma viene realizzata solo in parte perché il congresso lo blocca. Ci fu l’abolizione del
controllo statale sulle attività industriali e aumentò il costo della vita che portò a delle agitazioni operaie a
cui il governo risposte con il TAFT-HARTLEY ACT: limitazione libertà di sciopero ma allo stesso tempo
incremento nell’assistenza sociale. E dal 49 nasce il maccartismo: caccia al comunismo e le attività
antiamericane furono represse con l’emarginazione dei comunisti. In Europa le tensioni della guerra fredda
bloccarono la spinta riformatrice:

-Inghilterra: nel 45 ci fu la fine del governo Churchill e salgono al governo i laburisti che nazionalizzano la
banca d’Inghilterra, le industrie elettriche e carbonifere, siderurgia e trasporti; introducono il salario
minimo e il servizio nazionale sanitario (basi di un Welfare state). L’applicazione di queste riforme portò a
sacrifici del popolo e così nel 51 i conservatori tornano al potere.

-Francia: i programmi di nazionalizzazione e di sicurezza sociali vengono varati dal governo di De Gaulle e
dai governi successivi di coalizione tra comunisti, sfio e movimento repubblicano popolare (democratico-
cristiano).

-Germania: si riprese prima degli altri nonostante le gravi distruzioni; fu divisa in due parti: -REPUBBLICA
FEDERALE TEDESCA E –REPUBBLICA DEMOCRATICA TEDESCA. Si riprese prima la parte degli Usa.
-Cina: divenne comunista. GUERRA DI COREA: nasce dal confronto tra i due blocchi (nazionalisti—socialisti)
ed è stata originata dall’invasione del sud del paese da parte delle truppe del nord comunista appoggiate
dai sovietici. All’intervento americano contro l’invasione rispose quello cinese, finchè la crisi coreana si
concluse nel 53 con il ritorno della situazione prima della guerra.

Giappone: si affermò un modello liberale occidentale (influenza americana) che portò il paese alla crescita
economica e trasformò il paese in democrazia parlamentare.

DALLA GUERRA FREDDA ALLA COESISTENZA PACIFICA: con la fine del governo di Truman e la morte di Stalin
la guerra fredda si concluse; inizialmente i due atteggiamenti no cambiano ma poi inizia un’accettazione
reciproca: Urss accetta la stabilità e la prosperità degli Usa e gli Usa constatano la capacità dei sovietici di
controllare il proprio impero e di migliorare l’industria militare. Nel 55 viene firmato il trattato di
Vienna:l’Urss toglie le truppe dall’Austria in cambio della sua neutralità; poi viene fatta la conferenza di
Ginevra dove si decide di non mettere in discussione l’assetto europeo.

DESTALINIZZAZIONE: il nuovo governo dei Krusev in Russia, fece una clamorosa denuncia dei crimini di
Stalin e fu avviato il processo di destalinizzazione in Urss e negli altri paesi dell’Europa dell’Est con la
speranza di un allentamento del controllo da parte dei sovietici. Ci furono diversi movimenti di protesta in
Polonia e in Ungheria poiché in realtà l’egemonia russa non andava scomparendo. Mentre le agitazioni
polacche portarono ad una cauta liberalizzazione, gli ungheresi furono stroncati dall’armata rossa.

EUROPA OCCIDENTALE E MERCATO COMUNE: le potenze occidentali cambiarono il loro ruolo da potenze
assolute a potenze di secondo grado, dipendenti dagli alleati oltreoceano; il paese in cui questo si sentì di
più fu la Francia, poiché dopo la guerra ci fu una crisi istituzionale che portò ad una nuova costituzione e
all’approvazione dell’indipendenza dell’Algeria, Turchia e Marocco. In politica estera De Gaulle cercò di far
diventare il paese indipendente dai due blocchi. L’economia britannica visse un prolungato ristagno,
mentre in tutti i paesi europei si verificò un incremento economico. Rapida fu soprattutto quella tedesca
favorita dalla stabilità politica. Vengono create la CECA: comunità europea del carbone e dell’acciaio
(coordinazione della produzione e dei prezzi nei settori chiave dell’industria); e la CED: comunità europea
della difesa, non attuata perché la Francia era contraria. Così viene istituita la CEE: comunità economica
europea con lo scopo di creare un mercato mondiale 1957.

Cap.25: ITALIA NEL DOPOGUERRA:

UN PAESE SCONFITTO: le conseguenze della guerra furono gravissime in Italia: gravi danni all’agricoltura e
al patrimonio zootecnico che portò ad un difficile rifornimento alimentare; inflazione altissima; trasporti
disgregati che fece diventare quasi impossibile il movimento delle merci; case distrutte e danneggiate; alta
disoccupazione; lotte sociali frequenti e spesso i partigiani facevano giustizia da sé contro i fascisti e gli ex
repubblicani. Nel centro sud i contadini occuparono le terre incolte e i latifondi e si sviluppa il contrabbando
delle merci: MAFIA: soprattutto in Sicilia: movimento indipendentista di stampo mafioso con un esercito
proprio che fu stroncato, ma molti esponenti rimasero facendo gravi episodi di banditismo. Il paese era
spaccato in due: -Nord: presenza dei tedeschi, guerra civile e aspettative di profondi cambiamenti politico-
sociali; -Sud: occupazione degli alleati e mantenimento della monarchia e delle istituzioni.

LE FORZE IN CAMPO: la lotta politica sembrava dover terminare con l’ascesa dei partiti organizzati su basi di
massa, soprattutto quelli della sinistra operaia; ma comunque non si sapeva ancora quale partito fosse più
accreditato degli altri. Troviamo: --PARTITO SOCIALISTA: leader Nenni, i dirigenti erano poco compatti e
avevano una posizione intermedia tra partito comunista e partiti borghesi; inoltre il loro ruolo nella
resistenza clandestina contro il fascismo era di poco conto. –PARTITO COMUNISTA: al contrario questo
traeva credibilità proprio dal contributo offerto alla lotta antifascista e su questo fondava il loro diritto a
presentarsi come forza nazionale. Il leader Togliatti aveva cercato di costruire dopo la svolta di Salerno un
nuovo partito che però è diverso da questo perché quello che voleva Togliatti era un vero e proprio partito
di massa appoggiato dagli operai, contadini e ceti medi come gli intellettuali. Inoltre il partito comunista
avrebbe dovuto collaborare con le forze democratiche senza rinunciare ai rapporti con l’Urss. –
DEMOCRAZIA CRISTIANA: si rifaceva la partito popolare di Sturzo riguardo al programma, alla base e ai
molti dirigenti (come De Gasperi) che venivano da quel partito. L’appoggio più forte ed esplicito è quello
della Chiesa e questo partito si pone come principale del fronte moderato. –PARTITO LIBERALE: classe
dirigente prefascista, adesione da parte di personaggi illustri (Croce) e sostegno da parte degli industriali e
dei grandi proprietari terrieri. –PARTITO REPIBBLICANO: ha respinto ogni compromesso con la monarchia
rifiutando di partecipare alla Cln. –PARTITO D’AZIONE: tra liberal-democratici e socialisti: molti leader
antifascisti e intellettuali; è promotore delle riforme sociali e istituzionale ma non è a base popolare e non
ha una posizione molto chiara. –MOVIMENTO SOCIALE ITALIANO: neofascista di destra, forte al Sud ma la
maggior parte degli esponenti della destra andarono nella Democrazia Cristiana e del Partito Liberale;
alcuni andarono sotto la monarchia, altri sotto un nuovo movimento: l’uomo qualunque (il movimento
qualunquista rifiutava ogni caratterizzazione ideologica e si limitava ad assumere le difese del cittadino
medio). Nel 44 nella Roma ancora occupata dai tedeschi venne ricostruita la Cgil : confederazione generali
italiana del lavoro, con componente comunista, socialista e cattolica rappresentate equamente dai loro
dirigenti ma erano di diverso numero (maggioranza comunista); la Cgil realizzò conquiste sindacali
importanti: commissioni interne: rappresentanze sindacali nelle aziende, meccanismo di scala mobile per
adattare i salari al costo della vita, disciplina dei licenziamenti…

DALLA LIBERAZIONE ALLA REPUBBLICA: dopo le dimissioni di Bonomi subentrò Parri, che faceva parte del
partito d’azione (piccolo) che prese sostegno grazie alle sue azioni nella resistenza; egli si propose di
normalizzare il paese, epurazione, tasse a grandi imprese per promuovere quelle piccole e medie.. ma i
moderati si oppongono e nel 45 il governo cade, lasciando spazio a De Gasperi della Democrazia Cristiana
che iniziò una svolta moderata: riforme economiche accantonate, prefetti eletti dal Cln sostituiti da
funzionari di carriera, epurazione rallentata e poi fermata. I socialisti, i comunisti e gli ex partigiani rimasero
delusi ma non si oppongono per non rompere la stabilità politica e perché speravano di rifarsi alle prossime
elezioni: 2 giugno 1946 elezioni per l’Assemblea Costituente (prime votazioni libere dai 25 anni e primo
voto della donna) fatte attraverso un referendum ai cittadini che avrebbero deciso tra monarchia e
repubblica. Il re Vittorio Emanuele III abdicò poco prima delle elezioni per aumentare i voti alla monarchia
in favore del figlio Umberto II, ma non ebbe nessun effetto, infatti vinse la repubblica e il re partì in esilio.
Vediamo la classifica nelle votazioni per l’assemblea costituente: 1° DEMOCRAZIA CRISTIANA, 2°PARTITO
SOCIALISTA, 3° PARTITO COMUNISTA, 4°UNIONE DEMOCRATICA NAZIONALE, 5°QUALUNQUISTI,
6°REPUBBLICANI, 7°MONARCHICI E ultimi PARTITO D’AZIONE.  dunque ci fu una vittoria da parte dei
partiti di massa e la crisi affiorava i gruppi liberali e democratici, che venivano sostituiti dalla democrazia
cristiana; mentre la sinistra usciva rafforzata ma non maggioritaria, cera grande fiducia nei partiti
antifascisti anche se a sud ci sono più monarchici che a nord e la sinistra è più forte al nord e debolissima al
sud.

CRISI DELL’UNITA’ ANTIFASCISTA: dopo le elezioni della Costituente , democristiani, socialisti e comunisti
continuarono a lavorare insieme, si accordarono sul primo presidente provvisorio della Repubblica: De
Nicola, e diedero vita ad un secondo governo De Gasperi basato sull’accordo dei tre partiti di massa. Ma i
contrasti si facevano sentire, la democrazia cristiana contro le sinistre; i democristiani erano garanti
dell’ordine sociale e della collocazione del paese in un sistema filo occidentale contro i comunisti che
guidavano le lotte contadine ed operaie (allineati con l’urss). Le accresciute tensioni interne portano nel 47
ad una scissione del Partito Socialista: -ala guidata da Nenni favorevole alle azioni dei comunisti; -ala
guidata da Saragat ostile ai comunisti e contraria alla stretta alleanza con l’Urss; nel 47 formò il PARTITO
SOCIALISTA DEI LAVORATORI ITALIANI che diverrà poi Partito socialdemocratico. Questo portò alla crisi di
governo ma allo stesso tempo diede più libertà alla democrazia cristiana e De Gasperi riformò un governo
escludendo le sinistre (socialisti e comunisti): governo monocolore: fine della collaborazione.

LA COSTITUZIONE REPUBBLICANA: tra il 46 e il 47 venne scritta la nuova costituzione che sostituì il vecchio
Statuto Albertino, ed entrò in vigore il 1° gennaio 1948. La costituzione è ispirata a modelli democratici
dell’800 per le istituzioni e per i diritti politici; si da vita ad un sistema parlamentare, con il governo
responsabile di fronte alle due Camere: Camera dei Deputati e Senato della Repubblica, che sono titolari
del potere legislativo e incaricate anche di scegliere un presidente della Repubblica per 7 anni. Era inoltre
previsto un Consiglio Superiore della Magistratura che garantisse l’autonomia dell’ordine giudiziario e da
una Corte Costituzionale che vigilasse la conformità delle leggi della Costituzioni e le leggi stesse che
potevano essere sottoposte a referendum abrogativo ed eventualmente annullate. Molte leggi però
rimasero inattuate per il fatto che il potere legislativo è molto lungo negli anni e anche perché molte leggi
non trovavano riscontro nella realtà. Fu criticato anche l’impianto politico della costituzione: è
maggiormente garantita la visibilità e l’agibilità di tutte le forze politiche a discapito della stabilità e della
legittimazione autonoma del potere esecutivo; infatti i partiti erano i destinatari del consenso popolare e
perciò gli arbitri della politica italiana. Uno scontro nella redazione della costituzione si ebbe riguardo
all’articolo 7 ( rapporti stato-chiesa regolati in base all’accordo tra il regime fascista e il vaticano) che fu
approvato grazie alla sorprendente scelta favorevole del partito comunista che lo accettò per rispettare la
fede degli italiani e per non causare fratture, ma comunque i partiti socialisti e laici si opponevano a questa
scelta ormai attuata.

ELEZIONI DEL 48 E LA SCONFITTA DELLE SINISTRE: con la rottura dell’alleanza tra le sinistre e la democrazia
cristiana si accanisce la lotta per avere i voti dal popolo, ci sono due schieramenti opposti: -PCI (a cu si
uniscono i comunisti): appello di opposizione, appoggiati dai lavoratori e dai ceti disagiati usando
l’immagine di Garibaldi che era populista ma danneggiati dall’immagine mondiale dell’Urss e dalla politica
estera di Stalin ; -DC (anche i laici minori): appello governativo, erano aiutati personalmente dal papa e
dagli USA. Vince con maggioranza assoluta il DC per le prospettive di benessere e di sviluppo. Fu una forte
delusione per le sinistre e 3 mesi dopo le elezioni fu attentato Togliatti, che portò ad un forte rischio per la
guerra civile, infatti i comunisti insorgono ma vengono respinti in poco tempo. Un'altra conseguenza
dell’attentato su la Rottura dell’alleanza sindacale: la maggioranza social-comunista della Cgil organizzò uno
sciopero generale e la parte cattolica si staccò dal sindacato formando la Cisl: confederazione italiana
Sindacati lavoratori, e poco dopo i sindacati repubblicani e i social-democratici si staccarono dalla Cgil e
formarono l’ Uil: unione italiana del lavoro.

RICOSTRUZIONE ECONOMICA: dopo la liberazione prese il sopravvento la scelta LIBERISTA bloccando i


tentativi delle sinistre di introdurre nel sistema forti elementi di trasformazione. Il ministero del bilancio era
presieduto da Enaudi che fece una svolta economica: inasprimenti fiscali e tariffari, svalutazione della lira a
favore delle esportazioni, restrizione del credito (limitazione della circolazione della moneta); ciò portò a
molti costi sociali (aumento disoccupazione). Nel complesso però i risultati si fecero vedere, infatti la lira
recuperò il potere d’acquisto e i capitali esportati rientrarono in Italia così i lavoratori e gli imprenditori
riacquistarono fiducia. Vengono rilanciati anche l’iri e l’agip (ente petrolifero di stato).
POLITICA ESTERA: TRATTATO DI PACE E SCELTE INTERNAZIONALI: il trattato di pace firmato a Parigi nel 47
sancì che l’Italia era a tutti gli effetti una nazione sconfitta e quindi doveva impegnarsi a pagare le
riparazioni agli stati che aveva attaccato (Russia, Grecia, Etiopia, Jugoslavia e Albania) e a ridurre la
consistenza delle sue forze arate. Inoltre essa rinunciava a tutte le colonie già perdute durante la guerra. I
problemi più delicati si affrontarono al confine orientale dove Tito aveva occupato la penisola istriana e
rivendicava Trento, reiniziando la lotta tra slavi e italiani (già accentuata dal fascismo) e moltissimi italiani
furono gettati nelle foibe e vi fu una forte mobilitazione popolare. Nel 46 andava alla Jugoslacia la penisola
istriana tranne Trieste e Capodistria che era un territorio libero di Trieste diviso in due zone, una occupata
dagli alleati e l’altra tenuta dalla Jugoslavia, solo nel 54 questa divisione fu definitiva e la zona degli alleati
passò all’Italia. Il punto principale della politica estera fu la scelta di aderire al patto atlantico, che suscitò
polemiche da parte dei socialisti e comunisti, ed erano perplessi anche i cattolici e i partiti laici, ma prevalse
la volontà di De Gasperi poiché il patto significava un maggiore inserimento nelle potenze occidentali.

GLI ANNI DEL CENTRISMO: la Democrazia Cristiana era molto forte e occupava il centro dello schieramento
politico escludendo i social-comunisti, i neofascisti e la destra monarchica. Componente essenziale della
politica centrista era una moderata dose di riformismo senza sconvolgere troppo gli equilibri sociali così da
ottenere consenso dalle masse e soprattutto dai contadini. L’iniziativa più importante fu la RIFORMA
AGRARIA del 50 che fissava le norme per l’esproprio e il frazionamento di una parte delle grandi proprietà
terriere; ciò portò alla crescita delle piccole aziende agricole e al rafforzamento dei contadini indipendenti
(raccolti nella Coldiretti: Confederazione dei coltivatori diretti), ma la riforma non servì a contenere la
migrazione cominciata con i primi segni di ripresa industriale. Sempre nel 50 fu varata un’altra legge: CASSA
PER IL MEZZOGIORNO: ente che promuoveva lo sviluppo economico e civile del Sud con finanziamenti
statali per creare infrastrutture e credito agevolato alle industrie; le condizioni economiche e il tenore di
vita migliorarono nel meridione, ma esso rimaneva comunque molto più arretrato del nord. Le riforme dei
governi centristi furono avverse alla destra poiché il governo continuava a basarsi sull’austerità finanziaria e
sul contenimento dei consumi privati; infatti nonostante la ripresa la disoccupazione era ancora molto
elevata e i salari bassi. I partiti di sinistra e la Cgil reagirono mobilitando le masse operaie ma le forze di
polizia reprimono tutte le manifestazioni. Per non perdere il consenso, la DC fa una LEGGE TRUFFA:
modifica dei meccanismi elettorali che davano vantaggio alla coalizione maggioritaria (DC+ partiti laici
minori), ma nel 53 De Gasperi perde ma rimangono al governo le coalizioni centriste democristiane.

RICERCA DI NUOVI EQUILIBRI: l’economia andava via via sviluppando e l’Italia trovava legami con l’Europa
pià avanzata. Nel 55 venne presentato il PIANO VANONI: che rappresentava il primo tentativo di
programmazione economica: è una legge che parla dell’obbligo della dichiarazione dei redditi; ma furono
ampie le opposizioni di destra e di sinistra che protestavano per le condizioni delle classe operaie e
organizzano appunto delle mobilitazioni. In questi anni venne insediata la CORTE COSTITUZIONALE
composta da magistrati, da membri nominati dal parlamento e dal presidente della repubblica, con il
compito di adeguare la vecchia legislazione ai principi della costituzione. Dopo De Gasperi arriva un altro
della DC: Fanfani che cercò di rafforzare la struttura organizzativa e di svincolare il partito dei
condizionamenti della Confindustria, collegandolo più strettamente all’emergente industria di Stato: in
particolare Eni e Iri. Nelle elezioni del 55: governo Gronchi, sostenuto da Dc, socialisti e comunisti; nel
frattempo i socialisti andavano a dividersi dai comunisti dialogando con i cattolici, e perché l partito
comunista andava estremizzandosi su appoggio di Stalin di rimanere fedele al modello sovietico; così nel 58
i socialisti riacquistano voti grazie alla loro divisione dai comunisti.
Cap.26: LA SOCIETA’ DEL BENESSERE:

BOOM ECONOMICO: negli anni 50-60 i paesi industrializzati attraversarono un periodo di sviluppo senza
precedenti per l’intensità, durate e ampiezza dell’area geografica interessata: età dell’oro del capitalismo
industriale. Gli Usa furono i primi a sentire dei benefici, il loro boom economico iniziò subito dopo la guerra
e aiutando a ripresa economica mondiale il boom si espande anche in Europa e in Giappone. Riguardo al
settore industriale si sviluppano le tecnologie e la produzione di beni di consumo (anche molto diffusi);
nell’agricoltura troviamo una modernizzazione solida, un aumento della produttività e ad una diminuzione
degli addetti al settore. Aumenta anche il settore terziario e la disoccupazione diminuisce notevolmente. Il
boom economico sembra essere nato con un aumento demografico che ha portato all’aumento della
domanda di beni di consumo, infrastrutture, abitazioni...; ma esso è stato favorito anche dal rinnovamento
tecnologico che soddisfano le richieste di mercato per il basso costo delle materie prime e per le scoperte
scientifiche che hanno fatto crescere le multinazionali. Importante per giungere al boom economico è stata
un espansione commerciale a livello internazionale, favorita dalla liberalizzazione degli scambi commerciali,
per i miglioramenti dei mezzi di trasporto e per il fatto che il mercato mondiale è regolato da accordi tra
singoli stati o organismi., come la banca mondiale, Gatt, fondo monetario…

SCIENZA: nesso tra scoperte scientifiche e produzione industriale (prima la scienza era applicata solo al
settore militare). –settore CHIMICO: nylon e materie plastiche che si affermano su vasta scala;
--MEDICINALI: diventano di uso corrente grazie ai progressi chimici; --CHIRURGIA: nuovi apparecchi e
anestetici e primi trapianti di organi; -TRASPORTI: boom della motorizzazione privata e del trasporto su
strada, sviluppo dell’aviazione civile con uso della propulsione a reazione sui mezzi civili con aumento della
velocità e della capienza degli aerei: ora gli aerei possono fare viaggi lunghi= declino dei treni e delle navi;
--SPAZIO: sviluppo della missilistica: missili che portano satelliti e astronavi fuori dall’atmosfera, la russia
mandò il primo satellite e poi un uomo, mentre gli Usa fecero sbarcare un uomo sulla luna; questi sviluppi
ebbero influenza su tuti i settori, specialmente quello militare; --FISICA NUCLEARE: forte impulso anche
dopo la guerra (centrali nucleari per energia elettrica).

MASS MEDIA: i mezz di comunicazione di mass hanno influenzato enormemente la società: radio e cinema
si sviluppano durante le due guerre le prime trasmissioni in Tv ci furono negli anni 30 ma si affermarono
solo negli anni 50; la TV diventa un bene di massa e una cultura di massa: l’immagine prevale sulla parola.
Importante fu anche la Musica leggera: diffusione dopo la guerra della canzone americana e subentrano
nuove mode e comportamenti.

BOOM DEMOGRAFICO: dal 50 al 70 la popolazione mondiale raddoppiò grazie ai progressi della medicina,
alle vaccinazioni di massa e all’alimentazione migliore; ma il boom demografico non è distribuito
equamente, è maggiore nel terzo mondo, nei paesi industrializzati vi fu la cosiddetta fase: baby boom nel
decennio dopo la guerra ma dal 55 troviamo un calo delle nascite a causa dell’aumento del lavoro
femminile, del costo del mantenimento dei figli, degli spazi abitativi e minore influenza da parte delle
tradizione che ha portato all’uso dell’anticoncezionale dei comportamenti sessuali.

CIVILTA’ DEI CONSUMI: nel post guerra ci fu un miglioramento a livello di vita della popolazione, l’aumento
del reddito porta all’espansione dei consumi privati e quindi nasce la civiltà del benessere, dei consumi. Ora
parte del reddito è dedicata ai vestiti, beni e servizi non necessari: boom dei consumi superflui; la causa è
stato l’aumento dei salari, della pubblicità e dell’uso dei supermercati. Tutto questo ha condotto ad una
standardizzazione dei modelli di consumo e diminuiscono le differenze tra paesi e americanizzazione. Il
consumismo ha come caratteristiche: veloce invecchiamento tecnologico, sostituzione di beni di consumo,
condizionamenti pubblicitari e altri sprechi. Si affermano le scienze umane usate per capire la società,
associata al rifiuto della società dominata dai mass media. La classe operai si è inserita nel sistema ma ci
sono sempre ideologie etiche a sfavore.

CONTESTAZIONI GIOVANILI: forte rifiuto dei giovani nati nelle società dei consumi: fughe dalla società
industrializzata (hippie), creazione di una cultura alternativa, droghe leggere; poi la rivolta si politicizza e
nasce dalle università (nel 64 occupazione università di Beckley Usa, proteste pacifiche).

FEMMINISMO: Anni 60-70 c’è il rilancio della questione femminile; durante le guerre, le donne hanno
sostituito gli uomini e dopo aver ottenuto il diritto di voto s’impegnarono per equali condizioni lavorative. Il
nuovo femminismo è nato negli Usa e aveva come obiettivi radicali la contestazione del maschilismo,
l’esaltazione dei valori femminili e andavano contro le organizzazioni tradizionali. Volevano leggi per
migliorare le condizioni delle donne e criticavano il modello tradizionale di donna. Dagli anni 70 iniziarono
delle divergenze interne: rivendicazione specificità femminile ma anche ricerca della parità con l’uomo.

CHIESA CATTOLICA: la Chiesa si oppose alla società dei consumi; la società cattolica è la più numerosa ma
nonostante ciò, le pratiche religiose cominciano a declinare, mentre si ampliano la mentalità materialista e i
comportamenti che vanno contro la Chiesa. Il nuovo papa Giovanni XXIII cerò il dialogo con le entità ostili
alla Chiesa e vengono fatte delle encicliche: Mater et Magistra: contro l’egoismo dei ceti privilegiati e
incoraggia il riformismo economico e politico; Pacem in Terris: appello alla cooperazione tra i popoli e
l’apertura al dialogo con religioni diverse; Concilio ecumenico: la messa viene predicata in volgare e si
uniscono le lotte sociali al messaggio cattolico.

Cap.27: DISTENSIONE E CONFRONTO:

MITO E REALTA’ DEGLI ANNI 60: gli anni 60 sono stati un decennio felice: sviluppo economico, civile e di
grandi speranze; però questo sviluppo non placò i conflitti politici e sociali e spesso si diffusero ideologie
rivoluzionarie. si consolidò un equilibrio fra i due blocchi politico-militare in cui era diviso il mondo, basato
su fiducia reciproca e sulla consapevolezza di non poter prevalere sull’avversario se non mettendo a
repentaglio la propria sopravvivenza.

KENNEDY E KRUSCEV: LA CRISI DEI MISSILI E LA DISTENSIONE: nel 60 il democratico Kennedy, presidente
degli Usa ha appoggio dal popolo poiché in politica interna incrementò la spesa pubblica, i programmi
sociali e impose l’integrazione razziale negli stati del sud. Il politica estera esalta la pace e la distensione con
l’est, sostenendo un’intransigenza verso le questioni essenziali e una difesa fore degli interessi americani. Il
primo incontro tra Kennedy e Kruscev si ebbe a Berlino ovest dove i sovietici innalzarono un muro che
divideva nettamente la Germania in due. In America latina Kennedy tentò di reprimere il regime di Fidel
Castro appoggiando un’insurrezione nella Baia dei porci, ma fallì. Urss offrì a Cuba un appoggio economico
e militare istallando basi di lancio per missili nucleari; così gli Usa mettono un blocco navale intorno a Cuba
per evitare che le navi sovietiche entrassero nell’isola. L’urss decide di arrendersi e di smantellare le basi
missilistiche a patto che Kennedy non attaccasse più Cuba. Nel 1963 Urss e Usa firmarono un trattato per la
messa a bando degli esperimenti nucleari nell’atmosfera, al quale non aderirono Francia e Cina. Per
rallentamenti economici Kruscev fu dimesso e Kennedy fu ucciso e sostituito da Jhonson che portò avanti la
politica del suo predecessore e avviò gli Usa alla guerra in Vietnam.

LA CINA DI MAO: CONTRASTO CON L’URSS E LA RIVOLUZIONE CULTURALE: l’Urss e la Cina da sempre hanno
ideologie molto diverse, la Russia si propone come guida in grado di mantenere l’equilibrio mondiale,
mentre la Cina appoggiava movimenti rivoluzionari e si poneva come guida ai paesi in via di sviluppo contro
l’imperialismo. Ma la Cina era un paese distrutto e quindi i comunisti nazionalizzarono le industrie e il
commercio e collettivizzarono l’agricoltura, ma non ci furono molti miglioramenti così ci fu un crollo
economico aggravato anche dai contrasti con l’Urss e con la Siberia. Ci furono molte divisioni interne nei
comunisti cinesi e Mao avviò una rivoluzione culturale, una rivolta giovani che avrebbe dovuto cambiare la
mentalità e la cultura collettiva ma la rivoluzione fu breve perché poco compatta. Solo con Chou- En-lai,
primo ministro decise di aprirsi agli Usa e la Cina fu ammessa all’onu.

GUERRA IN VIETNAM: fu un drammatico processo di decolonizzazione; gli accordi di Ginevra avevano diviso
il Vietnam era diviso: al nord c’erano i comunisti (cinesi e russi) mentre al sud troviamo il potere americano.
Nacque un movimento di guerriglia comunista (vietcong) contro il Sud, gli usa preoccupati che il
comunismo arrivasse anche nel sud del vietnam decidono di incrementare il corpo militare; quando arrivò
Johnson si ebbe una svolta decisiva del conflitto, poiché egli decise di bombardare il nord del vietnam e
aumentare le spedizioni militari nel sud, ma questo non fermano i vietcong e gli usa andarono in crisi per
l’avanzata dei nordvietnamiti e per l’opinione pubblica che la reputavano come una guerra ingiusta. Il
successo di jonshon, Nixon ritirò gli Usa dal conflitto e spostò gli scontri inLaos e Cambogia per accerchiare
il Vietnam del nord; nel 74 ci fu l’armistizio a Parigi che prevedeva il ritiro delle forze statunitensi e tutta
l’indocina divenne comunista e gli usa subirono la prima sconfitta di tutta la storia (prima guerra televisiva).

URSS ED EUROPA ORIENTALE: CRISI CECOSLOVACCA: molti americani pensavano che gli Usa combattessero
per l’esportazione della democrazia, invece usarono armi chimiche e sterminarono la popolazione; inoltre
c’è da specificare che in generale il blocco comunista non era rappresentato dall’alleanza tra Cina e Russia,
poiché la rivoluzione cinese esaltava molto il mito delle campagne, mentre la rivoluzione russa era una
rivoluzione sociale. Gli Usa pensavano che Cina e Russia costituivano insieme la seconda parte del
bipolarismo, poiché uniti nel nome del comunismo. In realtà i due paesi avevano ideologie diverse, quindi
negli anni 70 ci fu una svolta: la Cina si rafforzò e si alleò con gli Usa per isolare l’Urss. Dopo
l’allontanamento di Kruscev, Breznev divenne cancelliere e leader del paese, egli attuò la repressione di
ogni forma di dissenso, in economia varò una riforma che offriva una maggiore autonomia alle imprese, ma
poneva sotto il controllo del potere centrale i singoli settori produttivi. In politica estera rimase tutto
invariato, solo la Romania acquisì una certa autonomia che fu tollerata dal’Urss, cosa che non viene
accettato per la Cecoslovacchia. Il ceco Dubcek avviò un processo di rinnovamento del paese per aprire la
porta verso la democrazia e il partito comunista cercò di conciliare il mantenimento del sistema economico
socialista con l'aggiunta di elementi di pluralismo. La Cecoslovacchia visse un periodo di rinnovamento,
chiamato "socialismo dal volto umano", che costituì una minaccia per l'Urss preoccupata che lo spirito di
indipendenza ceco si sarebbe esteso anche negli altri pesi del blocco orientale. Così i sovietici bloccarono il
processo di liberazione, occupando Praga. Con la repressione della primavera di Praga, l'Urss suscitò la
diffidenza dei partiti comunisti occidentali. Inoltre nel '70 a Danzica e Stettino (Polonia) gli operai che
protestavano contro il rigore della politica e l'aumento dei prezzi imposto da Gomulka. La crisi fu risolta con
l'aumento dei salari.

EUROPA OCCIDENTALE NEGLI ANNI DEL BENESSERE: Gli anni 60 e 70 sono stati segnati come un periodo di
benessere e cambiamenti politici. In Italia, Germania e Gran Bretagna entrarono al governo i socialisti, da
soli o in coalizione con altri partiti; mentre in Francia i gruppi guallisti rimasero alla guida del governo. in
Germania federale governarono i cristiano-democratici fino al 66 poiché dovendo affrontare una congiura
economica e non trovando accordi con i liberlai, formarono una grande coalizione insieme ai
socialdemocratici. La nuova coalizione doette affrontare sa la destra neonazista sia la rivolta giovanile del
68. Risolta la situazione, i social democratici ruppero la coalizione e si allearono con i liberali. Cristiano
democratici + socialdemocratici + liberali. Il socialdemocratico Brandt adottò una politica estera nuova, di
conciliazione con l'Est e propose la riunificazione delle due Germanie attraverso il superamento dei blocchi.
Questa politica orientale, definita Ostpolitik, venne messa in pratica con la stesura di rapporti diplomatici
coi paesi comunisti, che riconoscevano i confini stabiliti dopo la II guerra mondiale e stabilivano dei contatti
con i tedeschi dell'Est. In GBR Wilson dovette affrontare la questione irlandese. Nell'Ulster, cioè l'Irlanda del
nord, la minoranza cattolica diede vita a violente agitazioni per la rivendicazione dell'unità irlandese. Le
difficoltà economiche e politiche ridussero l'avversione della classe dirigente e dell'opinione pubblica. Nel
'67 la GBR Irlanda e Danimarca entrarono nella CEE, ma nonostante ciò le condizioni economiche del paese
non migliorarono.

MEDIO ORIENTE E GUERRE ARABO ISTRAELIANE: Il Medio Oriente fu teatro di scontro tra Israele e i paesi
arabi, ma anche tra l'Urss e gli Usa. Nel '67 il presidente egiziano Nasser (arabo) chiese il ritiro delle forze
dell'Onu dal Sinai e proclamò la chiusura del golfo di Aqaba, necessario per il rifornimento israeliano,
stringendo un patto con la Giordania. Gli israeliani (ebrei) reagirono attaccando Siria, Egitto e Giordania.
L'Egitto perse la penisola del Sinai, la Giordania tutti i territori della riva del Giordano, inclusa Gerusalemme
e Siria perse il Golan. La guerra fu devastante e causò la divisione dei movimenti di resistenza palestinese,
riuniti nell'Olp (organizzazione per la liberazione della Palestina) e tutelati dagli arabi. Guidata da Arafat,
l'Olp si stabilì in Giordania e il re di Giordania Hussein oppose resistenza. Nel "settembre nero" del '70
mobilitò le sue truppe contro i palestinesi che furono costretti a fuggire in Libano. Da allora l'Olp ampliò il
terrorismo a livello internazionale, attuando vari attentati, come quello a Monaco nelle olimpiadi del '72.
Nel frattempo Nasser morì e fu sostituito da Sadat, che revisionò la politica egiziana e recuperò il Sinai. Nel
'73, giorno della festa ebraica dello Yom Kippur, le truppe egiziane attaccarono improvvisamente le truppe
israeliane, ma Israele riuscì a respingere gli invasori grazie agli aiuti americani. Gli israeliani dimostrarono di
essere più forti degli egiziani, ma il blocco Petrolifero e la chiusura del Canale di Suez decretata dagli arabi
con gli alleati occidentali di Israele mutarono l'equilibrio internazionale.

Cap.28: ANNI DI CRISI:

CRISI PETROLIFERA: All’inizio degli anni 70 ci furono due avvenimenti importantissimi: -1971: gli Usa
sospendono la convertibilità del dollaro in oro (pilastro del sistema monetario internazionale), ciò mostra
una difficoltà economica per gli Usa a causa della guerra in Vietnam e passivo della bilancia commerciale:
inizio fase di instabilità monetaria internazionale. -1973: decisione presa dai paesi produttori di petrolio a
seguito della guerra arabo-istraeliana, di quadruplicare il prezzo del petrolio (colpisce i paesi tutti i paesi
industrializzati. Questa crisi economica fu caratterizzata da una grande tensione inflazionistica dovuto in
parte all’origine esterna dell’inflazione, in parte alla maggiore rigidità dei salari. Le conseguenze furono la
disoccupazione, la crisi di Welfare State e la crescita della spesa pubblica che portò all’aumento della
pressione fiscale e all’avvento al potere dei conservatori in Gran Bretagna. La crisi petrolifera segnò la fine
dell’età dell’oro.

CRISI DELLE IDEOLOGIE: Cultura di sinistra era stata la cultura egemone: sia riformista che rivoluzionaria, si
basava sul presupposto di un’illimitata capacità espansiva del sistema economico. Queste, e altre certezze
cominciarono a venir meno.

USA E RIVOLUZIONE REAGANIANA: gli anni 70 furono difficili per gli Usa: crisi del dollaro, guerra del
Vietnam, caso Watergate (dimissioni del presidente Nixon che aveva coperto azioni di spionaggio illegali da
parte di suoi collaboratori). Nel 1976 Carter, nuovo presidente, cerò di promuovere una politica di tipo
wilsoniano, fondata sulla difesa dei diritti umani; ma non funzionò e fu criticato perché aumentò la tensione
con l’Urss e nacquero regimi ostili agli Usa. Nel 1980 Regan si afferma, e nel 84 egli adottò in politica estera,
una linea più dura nei confronti dell’Urss, incarnando l’orgoglio nazionalista americano. così, tra l’83 e l’86
l’economia americana ricomincia a prendere piede (contenimento dell’inflazione, meno disoccupazione e il
dollaro ritorna ad essere una forte moneta), anche se i settori industriali e le piccole imprese sono ancora in
crisi poiché non vengono aiutate dallo stato. In questi anni aumentarono le diseguaglianze sociali e il
mantenimento di un livello alto di armamenti (iniziativa di difesa strategica: scudo elettronico spaziale per
eliminare la minaccia dei missili) per intimorire gli Urss e mostrare superiorità. In politica estera, Regano
diede sostegno in armi e materiali ai guerriglieri afgani in lotta contro l’invasione sovietica, contro i regimi
integralisti di Medio Oriente, Iran e Libia. Nel 1988 George Bush entra al potere sulla linea moderata e
prudente, ma allo stesso tempo decise di intervenire a Panama contro il dittatore Noriega e contro l’Iraq di
Saddam Hussein. In politica interna ci fu un rafforzamento della repressione dei dissensi e nel 1975 ci fu la
Conferenza di Helsinki sulla sicurezza e sulla cooperazione in Europa, e vengono garantiti rispetto e libertà
individuali (ma non rispettati in Russia). Alla fine degli anni 70 i membri europei della Nato decisero di
installare nuovi missili a media gittata (euro missili) per rispondere allo spiegamento di armi analoghe da
parte dell’Urss. Solo nel 1987 Usa e Urss si accordano sulla riduzione degli armamenti missilistici in Europa.

URSS: L’immagine della Russia inizia a sgretolarsi e i partiti comunisti europei prendono le distanze, mentre
i regimi ispirati al modello leninista e collettivista non riescono a risolvere i problemi della società
contemporanea: fine del mito Urss. TERRORISMO POLITICO: piccoli gruppi clandestini fortemente
militarizzati (brigate rosse in Italia, Raf: brigata rossa attiva in Germania, action direct in Francia..), ispirate a
una versione estremizzata del marxismo-leninismo e a movimenti di liberazione del Terzo Mondo (poco
seguita). Il terrorismo fu un fenomeno internazionale: stati contro stati, il terrorismo è di matrice
fondamentalista islamica (1981: Giovanni Paolo II fu gravemente ferito da un terrorista turco).

NUOVO ORDINE INTERNAZIONALE: EUROPA E AMERICA LATINA: Sul piano dell’economia, l’Europa perse
terreno negli anni 70-80, rispetto agli Usa e al Giappone; e il processo di unificazione non fece grandi passi
avanti, mentre sul piano politico le principali novità furono: -in Gran Bretagna la vittoria dei conservatori;
-in Francia la vittoria dei socialisti e la conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa; -in Germania
il ritorno dei cristiano-democratici; -in Portogallo, Grecia e Spagna il ritorno della democrazia. Questi anni in
America latina, furono segnati dall’espansione delle dittature militari (soprattutto in Cile e Argentina), le
quali andarono pian piano a scomparire lasciando spazio al ritorno delle democrazie politiche; anche se il
processo di democratizzazione fu molto ostacolato per gravi problemi economici.

CINA: la cina dopo Maho: fine anni 70 ascesa di Deng che portò all’introduzione di elementi nuovi
nell’ambito economico; ci furono diverse riforme interne e l’economia fu liberalizzata senza il processo di
democratizzazione. Ci furono diverse contestazioni studentesche, alle quali lo stato rispose con un
massacro.

GIAPPONE: ci fu un vero e proprio miracolo economico, infatti in questi anni divenne la seconda potenza
industriale e finanziaria del mondo, senza peraltro, svolgere in campo internazionale un ruolo adeguato alla
sua forza economica.

Cap.33: UNIONE EUROPEA:

dopo i trattati di Roma del 57, nasce la Comunità europea: -consiglio europeo con la responsabilità di
tracciare linee guida del processo di integrazione (mentre alla commissione europea rimanevano i compiti
tecnici). Il parlamento europeo sarebbe stato eletto d’ora in avanti, direttamente dai cittadini, con scadenza
quinquennale, in base alle leggi elettorali vigenti nei singoli paesi. Nel 79 ci furono le prime elezioni del
parlamento europeo e del sistema monetario europeo (sme: sistema di scambi fissi tra le monete dei paesi
membri). Nel decennio successivo, il processo di integrazione fu rilanciato dalla firma dell’Atto unico
Europeo (85) e del trattato di Maastricht, che diede vita all’Unione Europea e stabilì le condizioni per
entrarvi, istituendo una moneta unica e una banca centrale europea. E nel 2002 gli stati, tranne l’Inghilterra
sostituì le monete nazionali. Il dibattito sull’unione europea e sui vincoli che essa poneva, si intrecciò con le
vicende dei singoli paesi, che videro in questi anni una regolare alternanza tra forze moderate e forse di
orientamento socialista. Negli anni 90 ci fu una prevalenza negli stati europei di governi moderati; solo negli
anni 2000 la sinistra e socialisti ripresero piede: la coalizione cristiano-democratici,(Helmut Kohl)in
Germania ‘95: presidenza della Repubblica del gaullista Jacques Chirac in Francia. ‘96: i socialisti sconfitti dai
conservatori di José Maria Aznar in Spagna‘97: i laburisti di Tony Blair prevalsero in Inghilterra‘97: in Francia
vinse la coalizione di sinistra, portando al governo il socialista Lionel Jospin. La vittoria delle sinistre suonò
così come un'implicita protesta contro un'applicazione giudicata troppo rigida delle regole stabilite a
Maastricht ‘98: in Germania, vittoria social-democratici di Schröder 2001: in Italia vittoria del centro-destra,
seguì nel 2006 l'affermazione del centro-sinistra. 2002: in Francia. Ritorno al potere dei democratici, (Chirac
presidente della Repubblica), vittoria replicata nel 2007, dopo l'ascesa alla presidenza di Nicolas Sarkozy.
2004: in Spagna governo ai socialisti, sotto José Luis Rodriguez Zapatero : riforme laiche nel campo dei
diritti civili. 2005: in Germania al governo: coalizione presieduta dalla cristiano-democratica Angela Merkel.
2007: in Gran Bretagna, Tony Blair, si dimise lasciando la carica al suo collega di partito Gordon Brown. Gli
Stati Europa ebbero problemi comuni: principale immigrazione Richieste di associazione furono avanzate da
tutti gli Stati dell'Europa ex comunista e anche da alcuni paesi della sponda sud del Mediterraneo, tra cui la
Turchia. ‘97: negoziati per l'adesione; fu deciso l'ingresso di dieci Stati dal 2004, estendendo così l'Unione a
25 membri. Nel 2007, con l'ammissione di Romania e Bulgaria, salì a 27. 2001: la Convenzione europea,
composta da parlamentari e rappresentanti dei governi, con il compito di redigere una carta costituzionale
della Ue. 2007: spinta al processo di integrazione da un vertice europeo tenuto a Lisbona. Il nuovo trattato
di riforma, correggeva in parte, limitandone le ambizioni, la Convenzione di Nizza. 2008: gli elettori irlandesi
a bocciare di stretta misura il trattato in un referendum.

Cap.34: SVILUPPO E DISUGUAGLIANZA:

GEOGRAFIA DELLA POVERTA’: le conseguenze dello sviluppo e della globalizzazione furono quelle di
abbattere molte frontiere, avere un mondo più unito grazie alle informazioni, sostenere scambi
commerciali e transizioni finanziarie. Ma queste conseguenze non furono distribuite in modo omogeneo
per cultura; nonostante i grandi mutamenti verificatesi in alcune aree del Terzo Mondo (produttori di
petrolio, nuovi tipi di industrializzazione nel sud-est asiatico, in India e Cina..) alla fine del 900 il divario fra
paesi ricchi e poveri aumentava sempre di più, anche a causa del debito estero che aumentava sempre di
più per i paesi meno fortunati.

ASIA: lo straordinario sviluppo economico non fu accompagnato da un significativo progresso della


democrazia; ma comunque i tassi di crescita annua del prodotto interno sono superiori a quelli
dell’occidente industrializzato. Il Giappone ha avuto un periodo di recessione ma mantenne la sua posizione
di seconda potenza economica mondiale. La Cina nel 97 ristabilì la sovranità di Hon Kong e nel 99 su Macao.
Nel 2001 la Cina fu ammessa al Wto (organismo dell’onu che dal 95 ha sostituito il Gatt) e le potenze
occidentali assecondavano l’evoluzione cinese, chiudendo un occhio sulla repressione del dissenso politico,
sulle ricorrenti violazioni dei diritti umani, sulla larga applicazione della pena di morte e sulla dura
dominazione di grandi tradizioni culturali e religiose. L’India fu un eccezione: fu la più grande democrazia
del mondo; dal punto di vista numerico ha un buon sviluppo industriale. Il Pakistan vide forti correnti di
integralismo islamico e l’ alternanza tra governi regolarmente eletti e regimi militari. Ci fu un colpo di Stato
militare che portò al potere il generale Parvez Musharraf: ufficialmente alleato degli Stati Uniti, il quale si
sarebbe trovato a svolgere un ruolo particolarmente delicato e ambiguo all'epoca dell'intervento militare
americano nel vicino Afghanistan. Fra India e Pakistan restava oltretutto aperta l'antica vertenza per il
Kashmir. In Indonesia cadde la trentennale dittatura e si avviò un processo di democratizzazione. Nelle
Filippine troviamo la maggioranza cattolica contro i gruppi islamici e la democrazia è ancora debole. Il
modello asiatico si basa: sulla flessibilità e sui bassi salari, elevata produttività e repressione dei conflitti
sociali; ma questo modello fu in parte incrinato dalla grave crisi finanziaria che, fra il '97 e '98, colpì, con
crolli borsistici e pesanti svalutazioni delle monete, tutti i principali protagonisti del boom degli anni
precedenti (soprattutto i meno forti, come l'Indonesia e le Filippine).

AFRICA: La situazione in Africa Nera era aggravata da colpi di Stato e da guerre civili. Nel Sud Africa si
concluse l'apartheid: 1994: le prime elezioni a suffragio universale, Mandela diventa capo dello Stato. Nel
Mozambico ed in Eritrea ci fu la fine conflitti di Somalia: guerra fra clan e bande rivali. Nel 92, le Nazioni
Unite decidevano l'invio di contingente multinazionale, ma l'operazione fallì e fu interrotta .Da allora la
Somalia scontri fra i signori della guerra. nel 2006 l’ Etiopia attacca la Somalia per paura dell’ islamismo
integralista. Il Sudan è lo stato più vasto che fu sconvolto da carestie e scontri armati contro i cristiani
soprattutto; l’epicentro delle violenze era la regione del Darfur = emergenza umanitaria. Ruanda: conflitti =
profughi.

AMERICA LATINA: si crearono delle aree di integrazione economica fra i paesi ispirati all’esempio della
Comunità europea. Argentina: tentativi di stabilizzazione; Brasile: energica politica di risanamento
finanziario; Cile: nuova moneta; Messico: crescita già avviata. Nel 94-95 ci fu una grave crisi finanziaria e ci
fu la nascita del movimento di guerriglia zapatista, animato dalle popolazioni indie. Dal 1998 troviamo una
nuova crisi per i maggiori paesi del Sud America. Argentina: crisi finanziaria, e ritorno del populismo a
sfondo social - progressista: in buona parte dell'America Latina in generale la tendenza alla stabilizzazione
democratica si consolidò, seppure in presenza di scontri per il potere. Nel 2001: la crisi giunse al culmine
quando il governo arrivò a bloccare i depositi bancari. La situazione finanziaria andò gradualmente
stabilizzandosi e l'economia argentina riprese a svilupparsi. Brasile. Nel 2002: presidenza della Repubblica
di Lula da Silva, effetti crisi contenuti. Venezuela. 1999: eletto Hugo Chávez, coinvolto pochi anni prima in
un tentativo di colpo di Stato. Rieletto nel 2006 populismo dai forti contenuti sociali, e stretta amicizia con
la Cuba di Castro. Bolivia. 2005: vittoria a Morales Ecuador. 2005: si affermava l'economista progressista
Rafael Correa Nicaragua. 2006: Daniel Ortega Le democrazie (eccezioni): in Cile le forze democratiche
mantennero il potere Perù. 2006: salì alla presidenza il socialdemocratico Alan Garcia, già presidente negli
anni '80. Messico. 2000: Si interruppe il dominio durato settant'anni del Partito rivoluzionario istituzionale,
che consegnò la presidenza a Vicente Fox, moderato. Colombia devastata dalla violenza legata al
narcotraffico.

Cap.35: NUOVI EQUILIBRI E NUOVI CONFLITTI:

l’Unione Europea non riesce ad affermarsi all’estero e stentavano anche le potenze emergenti come la Cina
e L’India; solo gli Usa diventano una potenza globale con una vocazione interventista su scala mondiale e
con l’obiettivo principale del fondamentalismo islamico. La presidenza Bush: calo di popolarità per
problemi economico-sociali. 1992: Bill Clinton, democratico, nuovo presidente. 1996: rieletto. Fra il '98 e il
'99 la posizione del presidente fu minacciata per di accuse relative alla sua vita privata e per metodi usati
nella raccolta di fondi per la campagna elettorale. 2000: «pareggio» fra Al Gore e George W. Bush prevale
per poche centinaia di voti ; rilancio dello «scudo spaziale» irritò altre potenze nucleari. La strategia
«neoisolazionista» NO attuata appieno : con attentato alle Twin Towers di New York USA si impegnano su
scala mondiale VS terrorismo. L'attentato 11 settembre 2001 destò impressione. Bush jr predispose le
condizioni politiche per un'azione militare adeguata. L'obiettivo primario l'Afghanistan che ospitava il
presunto capo dei terroristi ed il riferimento di tutti i gruppi integralisti ( che USA avevano armato negli anni
’80 VS Urss) + isolare i regimi più estremisti e rinsaldare i rapporti con gli Stati moderati. La Russia e paesi ex
sovietici confinanti con l'Afghanistan offrono a Usa basi e appoggio logistico. Gli Stati arabi, eccetto l'Iraq,
manifestarono comprensione. Persino l'Iran mantenne un atteggiamento di prudente neutralità. Subito
dopo l'attentato ebbero inizio le operazioni militari. Poco più tardi Kabul fu occupata MA mullah Omar e
Osama Bin Laden riuscivano a far perdere le loro tracce. Un nuovo governo, insediato a Kabul. Ma più
difficile il consolidamento del nuovo regime. I talebani, giovandosi delle basi di cui continuavano a disporre
nel vicino Pakistan e dei proventi del commercio dell'oppio, ripresero il controllo di vaste zone del paese,
dando vita a un'ostinata guerriglia VS le forze governative e i contingenti stranieri.

La guerra all'Iraq: Bush VS Saddam Hussein : Gli USA rovesciano regime talebano in Afghanistan, si
occupano dell’ Iraq di Saddam Hussein ( armi distruttive di massa e affiancare terroristi) 2003: USA +
Inghilterra ultimatum a Saddam Hussein: se non avesse lasciato il paese entro 48 ore, avrebbero sferrato un
attacco militare. Due giorni dopo missili statunitensi colpirono Baghdad. Come nel 1991, la resistenza
dell'esercito iracheno fu debole e male organizzata. Obiettivo: costruzione di un Iraq democratico e filo-
occidentale. MA stabilizzazione dell'Iraq lento e difficile. 2003: cattura di Saddam Hussein, i sostenitori
Fecero attentati VS truppe di occupazione e sequestri di cittadini stranieri Novembre 2003: attentato di
Nassiriya 2004: costituzione provvisoria. 2004: rielezione di Bush Gli attentati in Europa: 2004: Madrid (11
marzo). 2005: Londra (metropolitana). 2005: Elezioni in Iraq e varo Costituzione federale Dicembre 2006:
impiccagione di Saddam Hussein. Iran presidente Mahmoud Ahmadinejad, annuncia intenzione di
sviluppare programma nucleare. In Libano e in Palestina rafforzano i movimenti fondamentalisti come
Hamas e Hezbollah. La Russia postcomunistaLa Russia di Eltsin voleva mantenere posizione di potenza e fu
appoggiata dagli Stati Uniti e dalla comunità internazionale che le riconobbe il diritto di occupare il seggio
dell'Unione Sovietica in seno al Consiglio di sicurezza dell'Onu. 1993: Bush + Eltsin trattato per la riduzione
degli armamenti nucleari strategici. la Russia dovette affrontare una drammatica crisi economica, sociale e
politica = rischio guerra civile. Causa crisi, il tentativo di Eltsin, di accelerare la transizione verso il
capitalismo e l'economia di mercato. 1993: i sostenitori del Parlamento assalirono il Municipio di Mosca e la
sede della televisione. Eltsin decreta lo stato di emergenza e cercò di rafforzare il suo potere varando una
nuova Costituzione dai tratti fortemente presidenziali. Elezioni: crescita gruppi ultranazionalisti. 1994: La
guerra in Cecenia lungo e logorante conflitto. 1995: I neocomunisti divennero partito di maggioranza
relativa alle elezioni. 1996: concluso con gli indipendentisti ceceni un difficile accordo, concessione di
autonomie e rinvio della decisione circa l'eventuale indipendenza. 1998: La crisi giunse al suo culmine.
1999: riprende la guerra in Cecenia. primo ministro Vladimir Putin. 2000: Putin fu eletto alla presidenza e la
Russia cominciò a manifestare qualche segno di stabilizzazione finanziaria e di ripresa produttiva. Putin
cercò di accreditarsi come partner affidabile dell'Occidente 2002: vertice a Pratica di Mare. 2004: strage di
Beslan 2005 al 2007: tensioni con l'Ucraina e la Georgia, 2006-2007: la scomparsa in circostanze misteriose
di giornalisti non allineati o di ex membri dei servizi segreti fece ulteriormente salire la tensione, in
particolare con la Gran Bretagna, che ospitava non pochi esuli russi. Il dialogo con l'Occidente non fu
interrotto, ma era ugualmente evidente il ritorno a formule e modalità di azione tipiche degli anni della
guerra fredda.
Cap.36: LA SECONDA REPUBBLICA:

CRISI DEL SISTEMA POLITICO: Con l'espressione "seconda repubblica" si chiarisce un nuovo assetto politico
determinatosi in Italia negli anni 1992-94. I fattori che caratterizzano il cambiamento del nostro paese
furono: crollo del sistema dei partiti, la nuova legge elettorale maggioritaria, rimescolamento e
rinnovamento della classe politica e nascita di un tendenziale bipolarismo. Ma ci fu un’ aggravarsi dei fattori
di crisi; in economia, ci fu l’aumento del deficit pubblico,il rallentamento della produzione, la svalutazione
della lira. La crisi segnò anche la convivenza civile, con la ripresa dell'offensiva mafiosa e la corruzione. Sul
piano politico, troviamo delle novità : trasformazione del Pci in Partito democratico della sinistra e
l'emergere di nuovi movimenti contro il sistema dei partiti (verdi, le Leghe e la Rete). Le forze politiche
prendono in considerazione l'ipotesi di una nuova legge elettorale che rafforza l'esecutivo. La questione fu
sollevata da un comitato presieduto da Segni e anche il presidente della repubblica Cossiga e ciò dimostra il
desiderio di cambiare il sistema che lui stesso rappresentava. Nel '92 indisse le elezioni (sconfitta delle forze
tradizionali Dc e Pds) e la vittoria delle forze politiche nuove ostili al sistema dei partiti,( la Lega Nord di
Bossi, i verdi e la Rete). dimissioni di Cossiga e Scalfaro = presidente della Camera. maggior parte dei politici
accusati di ottenere delle tangenti in cambio di appalti (=sistema di finanziamento illegale dei partiti e di
autofinanziamento. Inoltre : le stragi della mafia (uccisione Falcone e Borsellino) +l'incremento dei problemi
della crisi produttiva e dei debiti statali. Amato presidente del governo grazie ai successi contro l’
emergenza economica e l’ordine pubblico, ma i politici non fecero accordi su riforme istituzionali.

UNA DIFFICILE TRANSIZIONE: Nel ‘93 si tenne un referendum abrogativo = passaggio al sistema
maggioritario uninominale al Senato. I rappresentanti dei partiti (Craxi, La Malfa, Altissimo,) ricevettero
l'avviso di garanzia per tangentopoli e Andreotti fu accusato di collusione con la mafia. In seguito troviamo
le Dimissioni di Amato e il governo fu affidato a Ciampi, appoggiato dalla vecchia maggioranza quadri
partita. Venne fatta una nuova legge elettorale per le due Camere che recepisse il principio maggioritario
indicato dal referendum per il Senato. Inoltre continuarono le privatizzazioni, la riduzione della spesa
pubblica e le riforme fiscali. Le novità furono le elezioni comunali = nomina diretta del sindaco, ( = ascesa
della Lega e la sconfitta per la Dc e il Psi). Nel centro e nel sud prevalse il Pds. Ma il governo era in difficoltà
a causa della ripresa terrorismo e degli intrecci fra politica e criminalità organizzata. Sul piano economico
diminuì la produzione.

AVVIO DEL BIPOLARISMO: - il Psi affidò la segreteria del partito prima a Benvenuto, poi a Del Turco; - la Dc
guidata da Martinazzoli decise di tornare alla vecchia denominazione del partito cattolico fondato da
Sturzo, "Partito popolare italiano" PPI, e si divise e dirigenti contro andamento a sinistra del partito
formano il Centro cristiano democratico (CCD); - scissione del Partito popolare : nascita Cristiani
democratici uniti (Cdu); - Msi diventa Alleanza Nazionale (capo Fini) = fine fascismo - nascita partito di
centro-destra "Forza Italia" (Berlusconi) = fa cartello elettorale con Lega nord, Alleanza nazionale ,radicali
di Pannella, il CCD e altri partiti di centro. Opposizione: Pds + tutte le forze di sinistra : Rifondazione
comunista , socialisti, verdi ,Rete. Isolati il PPI e il gruppo Segni. Le elezioni del '94, tenutesi con nuovo
sistema maggioritario uninominale = premesse per alternanza tra maggioranza e opposizione =
bipolarismo, governo precaria maggioranza di centro-destra guidata da Berlusconi, Il secondo partito Pds,
seguito da Alleanza nazionale, PPI. dopo 7 mesi a dimettersi per contrasti interni gli succede un ministero di
tecnici presieduto da Dinie sostenuto da uno forze di centro-sinistra : riforma del sistema pensionistico ( =
pensioni no legate all'ultima retribuzione ma in base ai contributi versati negli anni di lavoro). Nel frattempo
Prodi,PPI, candidò come antagonista di Berlusconi e leader dell'Ulivo. Elezioni regionali il centro sinistra
prevale fecero referendum (riduzione pubblicità, distribuzione reti ai privati per ridimensionare potere
televisivo di Berlusconi). Elezioni politiche : centro-destra (Forza Italia, Alleanza nazionale, CCD, Cdu e
radicali) guidata da Berlusconi contro centro-sinistra(Pds,PPI, ex socialisti, verdi, Rinnovamento italiano di
centro promossa da Dini) guidata da Prodi e rappresentata dall'Ulivo, VINCONO. La Lega era sola e
Rifondazione comunista aveva dato il suo appoggio all'Ulivo. Veltroni vicepresidente, Napolitano agli
Interni, Berlinguer all'Istruzione, alcuni verdi, Dini agli Esteri e Di Pietro ai lavoratori pubblici.

ITALIA NELL’UNIONE EUROPEA: centro-sinistra affrontò il problema del deficit di bilancio : riduce nel ’97 e
rientra nei parametri indicati del trattato di Maastricht per l'ingresso nell'Unione monetaria (l'euro entrò in
vigore in Italia a partire dal l 0 Gennaio2002). Fra i problemi politici del correttivi al Welfare state e quello
relativo alle riforme istituzionali. Lo stesso Berlusconi, in collaborazione con D' Alema segretario del Pds,
aveva favorito la costituzione di un sistema bicamerale per delineare in Parlamento un progetto di riforme
istituzionali = elaborazione proposta : l'istituzione di un sistema semipresidenziale e l'introduzione di una
serie di elementi di federalismo. Ma l'incrinarsi dei rapporti tra centro-destra e centro-sinistra impose la
rinuncia del progetto. Nel frattempo si aggregò intorno a Cossiga l'Unione democratica per la repubblica
(UDR) e nel 1998 il governo Prodi cadde, sostituito da un nuovo centrosinistra guidato da D' Alema. ’99
Italia partecipa a operazione militare in Kosovo 2000, D' Alema sostituito da governo di centro-sinistra
presieduto da Amato : legge ampliamento poteri locali.

La società italiana alle soglie del nuovo secolo: trasformazioni sociali: calo demografico, invecchiamento
popolazione, omologazione dei consumi MA differenze sociali per disuguaglianza dei redditi e dei livelli
culturali ci sono, deficit dell'etica pubblica per corruzione del sistema politico, affermarsi criminalità
organizzata.

Il centro-destra al governo: elezioni del2001: Amato sostituito da Rutelli, come leader del centro-sinistra ,
Berlusconi guidava la coalizione della Casa delle libertà (Cdl) = Alleanza nazionale + Udc Unione dei
democratici cristiani e di centro + Lega Nord. Il centro-sinistra alleanza : Ulivo + Ds + Margherita +
democratici +PPI +Rinnovamento italiano + verdi + Socialisti italiani + Partito dei comunisti italiani. L'Italia
dei valori di Di Pietro fuori la coalizione di centro-sinistra. vittoria alla Casa delle libertà, guidata da
Berlusconi, voti moderati ottenuti da diversi strati sociali, in particolare dai giovani e dagli anziani, e dalle
regioni meridionali e insulari. Fini la vicepresidenza, a Bossi il ministero per le Riforme. Difficoltà:
mantenimento ordine pubblico , approvazione provvedimenti mirati alla tutela di Berlusconi (per
l’opposizione) + tensioni per il consenso alla linea americana di intervento nell'Iraq e per progetto della
modifica dello Statuto dei lavoratori disapprovato dal Cgil. Riemersero le Brigate rosse con attentati e
sequestri Le elezioni del 2006, = sconfitta centro-destra; nuovo presidente della repubblica, Napolitano,
Prodi formò il nuovo governo di centro-sinistra. Ma 2008 crisi di governo e schieramenti rinnovati: il popolo
della libertà, la nuova formazione di Berlusconi, prevalse sul Partito democratico, guidato da Veltroni. E
Berlusconi riassunse la guida del governo.

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