Sei sulla pagina 1di 5

IL TRITTICO DELLE METAMORFOSI – MIRIAM SETTE

L’ANIMALE E L’UMANO TRA LETTERATURA E SCIENZA


L’ottocento è stato il secolo delle correnti idealistiche, è stato il secolo della Naturphilosophie e del
Romanticismo della seconda e terza generazione; i libri che andremo ad analizzare hanno in
comune il rapporto tra l’uomo e la bestia: The Mark of the Beast (1890), The Island of Doctor
Moreau (1896) e Lady into fox (1922).

INTRODUZIONE – MODELLI LETTERARI ANTECEDENTI


Della metamorfosi se ne è già parlato con la tradizione classica, ricordiamo come nella cultura
omerica dell’Odissea avvenne la trasformazione dei compagni di Ulisse in porci ad opera della
maga Circe; nel mondo classico greco è presente un dualismo nell’uomo, il quale si ritrova in bilico
tra le sue passioni e le sue idee, tra l’animale ed il divino. Aristotele affermava che l’uomo fosse un
animale razionale e che l’unico modo per dominare l’animalità presente dentro di lui era la via
teoretica. Il darwinismo andrebbe a confermare quelle che sono le precedenti allusioni
naturalistiche perché l’uomo evolvendo da specie animali, si porta dentro la possibilità di regredire
e trasformarsi nelle proprietà animali insite nel proprio codice genetico. Lo schema che vige per
tutto il periodo classico è che nella bestia vivono le furie più selvagge come nell’uomo, l’unica
differenza è che l’uomo riesce a controllarle essendo un essere pensante e razionale: tutt’ora è
presente nel nostro linguaggio “il battito animale” per esempio. Il lato oscuro dell’uomo è visibile
anche negli studi di Lombroso secondo i quali il volto esibisce alcuni segni del passato animale, ma
non solo nei tratti, ma anche nell’indole più profonda.

CAPITOLO I
Rudyard Kipling, The Mark of the Beast, il Dio bestia e l’oscurità dei mondi esotici
Il racconto appare costruito tra la realtà culturale inglese e indiana: l’emarginazione del
protagonista Fleete e il doloroso precipitare in una situazione cupa ed oppressiva è il nucleo
centrale della narrazione. In questa storia avviene una grave infrazione: il bianco Fleete, la cui
conoscenza dell’India e degli indiani è limitata, nella notte della vigilia di capodanno è ubriaco e,
sulla strada dissacra un tempio, spegnendo il sigaro sulla immagine di Hanuman, il Dio Scimmia.
Un sacerdote, affetto dalla lebbra, stringe Fleete a sé e lo morde sul petto, lasciando un segno
livido, impresso sulla fronte del simulacro. Poco dopo Fleete inizia a comportarsi come un uomo
posseduto, iniziando a rosicchiare carne cruda, strisciando per terra nel giardino, e ululando come
un lupo: è affetto da un incantesimo che solo dopo aver catturato il lebbroso l’incantesimo si
scioglierà e Fleete tornerà sano di mente. Si ribaltano i punti di vista perché l’uomo bianco non è
più persecutore, ma vittima: sul territorio indiano è lui l’estraneo ed il diverso, il suo spaesamento
accresce sempre di più dopo essere stato contagiato dal lebbroso (riferimento biblico,
trasmissione della lebbra come punizione per un atto di avidità). L’inglese Fleete, trovandosi in
India, si trova in una dimensione ben diversa dalla sua poiché tutti gli aspetti della vita indiana
sono legati alla religione panteistica: già nell’incipit di The Mark of The Beast possiamo vedere
come il panteismo che caratterizza la cultura indiana si pone in una relazione conflittuale con i

Trittico delle metamorfosi – Marisa D’Amico Pag. 1


rituali degli invasori. La successione di eventi in cui cade Fleete, è una chiara metafora della
contaminazione che capita all’osservatore occidentale nella terra colonizzata al contatto con i
gesti, le emozioni, le reazioni ecc. La contaminazione è rappresentata dal sacerdote lebbroso, The
Silver Man, il quale contagia Fleete al petto, proprio nella sede delle emozioni e delle passioni.
Kipling nel presente testo, ma come anche in The Jungle Book, parla di lupi, orsi, tigri usandoli
come figure antropomorfe in cui l’animale e l’umano si confondono; la rappresentazione di Kipling
ambisce a sottolineare l’esistenza di un mondo degli animali che tenta di assimilare l’uomo bianco:
non a caso il protagonista del libro della giungla, Mowgli, abbandonato nella giungla e sottratto
alle sue origini, viene allevato dai lupi. Questa costruzione narrativa è funzionalizzata per far
intendere che per una volta il vinto culturalmente fosse l’inglese. Kipling cerca di rivelare la paura
che ha l’uomo bianco non dell’animale che vive dentro di lui, ma dell’animale che vive fuori, il
quale è suo simile e può vincere su di lui; l’uomo bianco è spaventato dagli indiani perché sono
adoratori di divinità dalle molte mani e dalle molte mammelle, cosa orripilante per la cultura
vittoriana che era sempre attenta a coprire con vesti pesante persino la caviglia della donna.
Kipling parla di una sorta di metamorfosi anche nel libro della giungla, basta pensare ad un
bambino che sottratto alla propria famiglia bianca, viene allevato dal lupi, è come se volesse farci
intendere che nella giungla si può sopravvivere, al prezzo di essere colti da una metamorfosi: non
si ha più la propria identità, perché la giungla la sommerge, bisogna sapersi assimilare agli animali.
Nell’incontro scontro tra le atmosfere creare da Kipling si riflette un incontro/scontro tra il mondo
inglese e le terre colonizzate; tutto ciò viene analizzato delle opere di Daniel Defoe e Swift, in
Robinson Crusoe troviamo un inglese che una volta naufragato riesce a stringere un rapporto di
convivenza con un indigeno, mentre Gulliver si imbatte nel selvaggio che non è disposto a farsi
assimilare dal colonizzatore. Tutto ciò sta a significare che il mondo può essere ribaltato e
nell’animo inglese sono presenti entrambe le possibilità sopra elencate: da un lato abbiamo il
colonizzato che si lascia dominare, dall’altro abbiamo l’animalità altrui che può vincere sul
conquistatore inglese.

CAPITOLO II (più approfondimento)


Animali in forme umane in The island of Doctor Moreau di H.G Wells
Al contrario di quanto avviene in Robinson Crusoe, qui il naufragio, l’isola e la solitudine hanno la
funzione di raccontare un’utopia negativa nella quale l’orrore nasce dall’uso e dall’abuso della
scienza e della conoscenza. L’intreccio del romanzo è noto: un viaggiatore Edward Prendick
naufraga su una bellissima isola dei mari del sud, regno del sinistro dottor Morea. In questo
paradiso si imbatte in selvagge creature feroci ed entra in un mondo bizzarro e terrificante; quello
di Moreau è a tutti gli effetti un laboratorio di ingegneria genetica. Nella cultura inglese era già
apparsa dagli inizi della modernità una corrente empiristica che fornirà le basi alle correnti
illuministiche di Hume e poi al positivismo evoluzionistico di Spencer. Non sarebbe stata
concepibile un’opera letteraria come The Island Of Doctor Moreau se non fossero maturate nelle
correnti empiristiche, illuministe e positiviste le concezioni che portano al modello dell’uomo
macchina. Questo racconto è una simulazione di ciò che la scienza, soprattutto la biologia e la
medicina, producevano in piena età positivista; i medici del tempo sono positivisti e ritengono che
Trittico delle metamorfosi – Marisa D’Amico Pag. 2
la vita non sia altro che una costruzione chimico – fisica determinata dalla combinazione di una
varietà di ingredienti naturali: tutte le metamorfosi ad opera del dottor Moreau vanno intese
come metafore della rivelazione dell’umanità dell’animale e dell’animalità dell’uomo. Dai drammi
della tragedia greca ai drammi di Shakespeare si esaltano le grandi gesta, le virtù ed i vizi; al
contrario nell’isola del dottor Moreau si assiste al trionfo del positivismo. L’uomo è il più evoluto
degli animali, ma animale fino in fondo. Prendick, il protagonista del romanzo, si domanda
perplesso se quella informe figura che ha dinanzi a sé corrisponda ad un sogno o invece non sia il
ricordo di accadimenti realmente vissuti. E’ così che Wells introduce al lettore l’amletico dubbio
tra l’essere ed il non essere, tra la realtà e l’irrealtà. Prendrick avverte che il monstrum non viene
soltanto da fuori, ma viene anche da dentro e non è neanche un mostro, bensì è la verità di quel
che si è. Scrutando nelle leggi divine o naturali, Moreau gioca con gli ingredienti della natura per
tentare di sfuggire al suo destino esiziale, la sua paura è quella di essere condannato alla stessa
vita, alla stessa identità ed alla stessa morte degli animali se non trova la cura tecnologica
scientifica. Il sogno di Moreau è la metamorfosi per sfidare il tempo e l’immortalità, per
trasformarsi in altro. Prendick è l’eletto per questo spazio drammatico del fallimento degli ideali.
Pur sopravvivendo alla terribile esperienza sull’isola, al ritorno a casa, il protagonista, invero,
trascorrerà il resto della vita in solitudine. The island of doctor Moreau al pari di Frankestein si
tratta di romanzo gotico. In Frankestein vi era l’esplicita volontà di costruire un essere umano
artificiale che obbedisca ed esegua, al contrario in The Island of doctor Moreau vi è l’ingegneria
genetica. I personaggi del libro sono cinque: il protagonista, Montgomery, il dottor Moreau, gli
uomini bestia e l’isola. Il protagonista rappresenta l’uomo dotato di ragione e buon senso, senza
per questo essere di genio. Egli è l’individuo umano più positivo perché non cattivo ma neanche
ingenuo o inerme di fronte alla sorte. Solo un uomo d’intelligenza adattiva poteva sopravvivere, in
qualche modo, a tutte le peripezie mortali a cui veniva chiamato e non solo fisiche ma, soprattutto,
psicologiche. Montgomery rappresenta l’uomo qualunque, incapace di avere una propria visione
delle cose, totalmente succube di quel genio amorale che è il dottor Moreau. Dominato per sua
stessa volontà dallo scienziato, essendo questo amorale, assume anch’egli questa condotta di vita,
sebbene mai del tutto così indifferente da renderlo immune dalla sofferenza psichica che ogni
sudditanza implica. Accetta qualunque nefandezza, tortura e assurdità a patto di poter attingere
alla fonte stessa dell’anestesia: l’alcool. Solo attraverso l’ottundimento della mente attraverso il
corpo l’uomo può sopportare la sua stessa schiavitù, rendendolo così doppiamente vincolato e
reificato da bramare di essere egli stesso un mezzo ma non fine. Il dottor Moreau è un
personaggio cupo e magnifico, un dio mediocre ma, pur sempre, un dio. Egli è un vivisezionista e,
se volessimo parafrasare in termini più attuali il suo ruolo, egli è un biologo che manipola gli
animali fino a farli diventare uomini: prende pezzi da varie bestie e ne modifica anche la struttura
cerebrale per farli diventare simili in tutto agli uomini. Dalla materia animale tira per i capelli un
uomo. Ma egli è un dio impotente e non può che dar forma a esseri mai pienamente compiuti,
sebbene simili agli uomini fino al punto di dargli il potere della parola. Un dio mortale non può dar
vita a forme realmente superiori e il suo genio amorale lo conduce non solo a non dare alcuna
rilevanza al dolore fisico dei suoi oggetti di esperimento ma pure alle sue creazioni finali. Il suo
unico motivo per fare tutto ciò è spingere oltre ogni misura la scienza della vivisezione, senza porsi
nessun tipo di scrupolo sull’utilità o sulla legittimità di tali operazioni. Gli uomini bestia sono tutti
Trittico delle metamorfosi – Marisa D’Amico Pag. 3
in gruppo un’umanità composita e non priva di intelligenza, sebbene sempre in modo deviato. Essi
sono un’umanità sperduta ed abbandonata a se stessa ma capace di comunicare e formare una
sorta di comunità. Scoprendo che i loro istinti animali, se non castrati da un dominio di tipo
razionale o superstizioso (a seconda di come la si voglia vedere), il dottor Moreau e Montgomery
furono costretti a escogitare una specie di morale religiosa per tenere a bada il potenziale pericolo,
rappresentato proprio dalla progressiva depravazione di questi esseri mostruosi. In fine, l’isola
rappresenta l’ambiente estremo, ostile ma, allo stesso tempo, bellissimo e terribile in cui sentiamo
tutti la nostra stessa natura animale risvegliarsi e reclamare quel mondo al quale appartenevamo.

Personaggi, uomini bestia e ambiente assurgono ad immagine universale dell’essere umano, che
dalle tane diventa razionale per poi voler ricreare se stesso. Il senso di inquietudine non si prova
solamente a causa della trama e dei pericoli in cui finisce il personaggio principale, ma pure perché
quegli uomini bestia ci sono così familiari e vicini che la straordinaria conclusione del romanzo
pare dare un’immagine di concretezza finale e definitiva in tutti i sensi del nostro universo di
umanità mediocre: in fondo, siamo noi gli uomini bestia.

CAPITOLO III
Donne e bestie: l’elogio sublimato dell’istinto in Lady into Fox di David Garnett
In Lady into Fox Garnett offre una rappresentazione della femminilità come metamorfosi. La
signora Fox, difatti, si trasforma in una piccola volpe di un rosso vivo, fino a regredire alla totale
animalità selvatica, infatti non ci meravigliamo affatto quando sbrana un coniglio vivo. Questa
caratteristica possiamo considerarla come una sorta di drammatizzazione del terrore: la
metamorfosi significa mostruosità, come Mary Shelley aveva drammatizzato in Frankenstein. La
vicenda narrata in Lady into the Fox ha in comune con Frankenstein il tema del doppio; la vicenda
narrata si alterna a momenti di dolce socievolezza tra il marito signor Tebrick e la signora Fox con
l’ascolto della musica, buone letture, riposanti conversazioni e lunghe passeggiate nella tenuta di
campagna inglese, secondo il tipico registro del gentiluomo inglese con la propria moglie. Siamo
nel clima degli anni venti, dove sono anche apparsi Nietzsche, Freud e Picasso. Garnett mostra
l’ambiguità del suo personaggio che mentre assiste all’inselvatichirsi della consorte,
contemporaneamente ne desidera la rivelazione dell’animalità selvaggia. Attraverso il personaggio
tra l’uomo e l’animale l’autore sottopone a giudizio il romanzo inglese e i valori e disvalori connessi
all’idea di identità nazionale; Tebrick, tradizionale gentiluomo inglese, incarna la difesa dell’idea
stessa di nazione e la sua devozione alla vecchia nazione inglese. Lady into Fox si rivela essere un
racconto di predazione animale, si può dire che Tangley Hall, luogo di residenza della famiglia Fox,
sta per la tipica tana del lupo. Gli anni venti del novecento sono anni di rivoluzione, una rivoluzione
che esplode in tutto il continente europeo; si rinuncia a proseguire la rielaborazione dei classici
latini, greci e rinascimentali per inseguire il recupero di forme arcaiche e primordiali, dando luogo
a correnti come il dadaismo ed il cubismo, in cui la forma umana è destrutturata nelle
deformazioni di alcuni tratti dando luogo a figure antropomorfe (per esempio le donne di Picasso
perdono le proporzioni ideali classiche). La signora Tebrick si chiama Fox perché nomina sunt
numina, ovvero nel suo nome c’è scritto il suo destino; Tebrick non intende ripudiare la moglie
nonostante si sia trasformata in volpe e soprattutto nonostante l’angoscia per una difficile

Trittico delle metamorfosi – Marisa D’Amico Pag. 4


convivenza, anzi con la metamorfosi esprime ancora di più il suo amore per una donna di una
bellezza fuori dall’ordinario. Il legame è così forte che appare eterno ed indissolubile anche
quando la moglie si è trasformata in altro rispetto all’innamoramento originario: è attratto dalla
femminilità della donna – micia, divenuta ancor più attrattiva nel corpo selvatico della volpe.

POSTFAZIONE
I paradigmi scientifici che sono stati utilizzati dagli autori per scrivere i loro libri sono:
l’evoluzionismo, la fisiognomica, l’antropologia culturale e fisica, l’etologia e la sociobiologia. Il
riferimento al campo dei saperi non promuove soltanto una nuova visione del mondo, ma anche
un nuovo punto di vista della letteratura; la letteratura può essere anche frutto dell’invenzione
creativa, ma in ogni caso porta con sé la visione del mondo che cambiano ed alimentano il punto
di vista dello scrittore. Aristotele pensava che l’uomo fosse un animale razionale; la cultura
dell’Occidente ha separato il monismo naturalistico aristotelico dal dualismo platonico per cui il
corpo esprime animalità mentre la ragione appartiene ad un mondo diverso dove l’animalità
umana è negata. Questo contrasto tra monismo e dualismo percorre l’ideologia e la cultura
dell’Occidente mettendo in luce la compatibilità, nel monismo, dell’uomo con il corpo, l’istinto, i
desideri e gli impulsi irrazionali (come una testimonianza di appartenenza al mondo animale),
mentre il dualismo scinde l’umano tra l’animale e la trascendenza. Di qui proviene l’atteggiamento
ed il rapporto alterno tra l’uomo ed il regno animale, vedendosene padrone con il diritto di
procedere ad azioni predatorie e strumentali. Il monismo vede l’uomo calato nella natura, insieme
ad altri animali, nel comune destino che esige pietas e solidarietà.
Col darwinismo si afferma la convinzione sempre più diffusa della derivazione dell’uomo da specie
animali inferiori (la scimmia per esempio); tutto questo ha influenzato un cambio di rotta della
letteratura dell’epoca, non si parla più di spirito angelicato come avveniva con Agostino e Petrarca,
ora si parla del monismo naturalistico che esalta nell’umano vizi e virtù animali.

Trittico delle metamorfosi – Marisa D’Amico Pag. 5

Potrebbero piacerti anche