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Tramonto sull'Europa - L'espresso 04/01/11 15.

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Consiglia

OPINIONI Tramonto sull'Europa


Massimo Cacciari

Comprendere il senso del proprio declino può essere l'inizio di una nuova fase
(18 giugno 2010)

Nulla è più sterile del lamento sul tramonto politico d'Europa. Eppure, ad
ogni occasione, ecco che puntualmente ci tocca riascoltarlo: che si tratti
delle vere tragedie, dai Balcani all'Iraq, dall'Afghanistan alla apocalisse
medio-orientale, oppure del "governo" dell'economia mondiale, o più
semplicemente dell'efficacia dei provvedimenti adottati per affrontare la
crisi che attraversiamo. L'Europa sembra non poter essere altro che un
compito, o forse un desiderio. Un eterno futuro. Immagine da cui
difficilmente trarranno consolazione i milioni di giovani precarizzati
cronici e disoccupati. Sperare nell'impossibile genera in faccende
mondane soltanto delusione e frustrazione. Una modesta dose di realismo
Parlamento europeo a Bruxelles storico può invece, a volte, offrire motivi di sobria fiducia.
Anzitutto andrebbe ricordato che il "tramonto" di Europa rappresenta il
compimento della sua stessa energia universale, "centrifuga".

I principi della razionalità europea sono ora quelli dominanti il pianeta, che ciò piaccia o meno. Si tratta di una
prova eclatante del fatto che solo allorché tramonta si può comprendere nella sua pienezza e compiutezza una
forma di vita. L'Europa non può scegliere se tramontare o meno, ma come. Se continuando ad aspirare a
impraticabili egemonie o primati, smarrendosi così in vane retoriche, oppure, consapevole dei suoi limiti "epocali",
dei suoi destinati confini, definendo obiettivi concretamente perseguibili, costruendo norme "economicamente"
indirizzate alla soluzione dei problemi, assetti istituzionali e organizzativi coerenti con essi, e magari meno
dispendiosi delle attuali mega-galattiche burocrazie. Costituzioni, leggi fondamentali, che siano degne di questo
nome, nostalgie per grandi Stati federali, possono aspettare (e aspetteranno, di fatto, sine die); politiche comuni
di bilancio, politiche fiscali comuni, un welfare decentemente omogeneo, no. Altrimenti non tramonteremo, ma
spariremo. L'Europa "grande politica" è finita per sempre suicidandosi attraverso due guerre mondiali. E passando il
testimone ai due Titani usciti dal suo grembo. Fratelli assolutamente rivali, in tutto, come mitologia e storia
europee esigono. Alla fine ne è rimasto uno; Titano solitario, e dunque non più tale. Combattuto da chi Titano non
è e sa di non esserlo, e perciò capace di armi che il Titano superstite ignora e non riesce a sconfiggere. Così il
mondo ci appare, come a Amleto, "fuori ordine". I padri che lo reggevano sono diventati spettri. E noi europei
invochiamo "imperi" che non potranno mai più esistere - temendo, insieme, di dovervi obbedire, non appena si
profila il remoto pericolo che possano realizzarsi.

I "padri fondatori" della (cosiddetta) unità europea ragionavano diversamente. Sapevano di costruire su una
sconfitta irreversibile. Dopo gli estremi, tragici sogni egemonici essi avevano saggiamente fatto ritorno, senza
magari saperlo, alle amare profezie di tanti grandi dell'Ottocento. Stati e staterelli europei non potevano più
garantire né sviluppo né sicurezza e stabilità sociali. Essi erano divenuti economicamente insostenibili. Doveva
formarsi una realtà economica unitaria, sotto la spinta irresistibile dei traffici e commerci mondiali. Già il solo
denaro costringeva l'Europa a stringersi insieme. Fine della parafrasi: frammento del 1885 di Nietzsche. Questa era
la lezione che sarebbe stato necessario apprendere all'epoca della "globalizzazione" fine secolo, belle époque! Ma i
buoni filosofi erano considerati cattivi maestri anche allora...

Così siamo giunti a comprendere quel "già il solo denaro..." un secolo dopo, ma ancora non vogliamo o non
riusciamo a declinarlo in modo efficace, ancora lo mescoliamo con ideologie e volontà di potenza d'accatto. Ancora
pretendiamo di ergerci a modelli di vita regolata da norme razionali, a campioni di eticità, ancora pensiamo il

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Tramonto sull'Europa - L'espresso 04/01/11 15.34

mondo a nostra immagine e collaboriamo perfino a guerre pur di "esportarla". Nel frattempo lasciamo "il solo
denaro" solo per davvero, e cioè incapace, come è per natura, di auto-regolare i meccanismi della sua circolazione
e distribuzione. Altri colossi si affermano che, invece, sembrano poterli amministrare con grande decisione, magari
"liberi" da quelle forme di parlamentarismo e divisione democratica dei poteri, che l'Europa ha inventato e stenta
tremendamente a riformare - unico modo di salvarle. Colossi che pur avendo ereditato, come ho detto, la forma
della razionalità tecnico-scientifica e dell'organizzazione burocratica dell'Occidente, non sono figli della sua storia, e
può darsi quindi non debbano condividerne il destino.

Comprendere il senso del proprio tramontare può essere l'inizio di una nuova fase, fatta di ospitalità di energie
nuove, ricerca di collaborazione fondata su amicizia e reciproco riconoscimento, ma soprattutto concentrazione
dell'intelligenza sulle risorse materiali, economiche, finanziarie in grado di realizzare quella reale, concreta unità
d'Europa, già matura, per gli "illuminati", un secolo e mezzo fa. E questo discorso vale forse ormai anche per la
grande isola d'oltre Oceano. Quando Roma lo comprese riuscì a durare, nient'affatto male in fondo, per tre secoli
ancora.

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