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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI

L’“ORIENTALE”

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FACOLTÀ DI LINGUE E LETTERATURE STRANIERE


DOTTORATO DI RICERCA IN
TEORIA DELLE LINGUE E DEL LINGUAGGIO

Il lessico della matematica nella lingua italiana: analisi


semantico-lessicale

Federica Cazzato

Relatore
Prof.ssa Rossella Pannain

Coordinatrice
Prof.ssa Cristina Vallini

VII CICLO – A.A. 2010/2011


TOMO PRIMO
INDICE

Presentazione .................................................................................................................. iv

CAPITOLO I
IL LINGUAGGIO SCIENTIFICO-MATEMATICO. CONSAPEVOLEZZA DELLE ORIGINI 1

1. Premessa ....................................................................................................................... 2
1.1. Verso l’autonomia del “discorso” scientifico-matematico. Uno sguardo in
diacronia .................................................................................................................. 3
1.1.2. L’apporto del mondo arabo alle scienze matematiche...................................... 9
1.2. Il discorso scientifico verso l’età moderna ................................................... 14
1.3. La divulgazione del discorso matematico secondo il nuovo concetto di
scienza ................................................................................................................ 22
1.4. I concetti di “costruzione” e “intuizione” nel campo delle scienze
matematiche ............................................................................................................... 26

CAPITOLO II
LA CONSAPEVOLEZZA ACQUISITA: LE PAROLE NEL LINGUAGGIO SCIENTIFICO-
MATEMATICO 33

2.1. Linguaggio formale, linguaggio comune ...................................................... 34


2.1.1. Sintassi di un linguaggio formale ................................................................. 41
2.1.2. Il concetto di “ambiguità” e il concetto di definizione matematica ................ 43
2.2. Significazione e assoluto nel linguaggio scientifico. Uno sguardo al pensiero
di Ernst Cassirer ......................................................................................................... 55
2.3. Linguaggio della matematica, l’“invisibile” di un linguaggio del
“visibile” ................................................................................................................ 60
2.3.1. Astrazione dal significante e astrazione dal significato .......................... 70
2.3.1.1. Linguaggio della matematica, linguaggio comune. Fraintendimenti sul senso
nei punti di contatto.................................................................................................... 74

i
2.3.2 Il “tangibile”: una costante del discorso matematico...................................... 90

CAPITOLO III
IL LESSICO ITALIANO DELLA MATEMATICA COME UNITÀ DEL DIZIONARIO 96

3.1. Termini “e” parole .......................................................................................... 97


3.2. Il significato scientifico nel corpo delle definizioni del Grande dizionario
della lingua italiana (Battaglia, 1961-2004) ............................................................ 102
3.2.1 Lessico italiano della matematica: livelli cronologici di attestazione
lessicografica ............................................................................................................ 104
3.2.1.1. Omonimia e polisemia tra lessicografia e terminografia ............................ 113
3.2.1.2. Sinonimia dei termini matematici tra lessicografia e terminografia ........... 121
3.3. Orizzontalità e verticalità nelle relazioni semantiche di omonimia,
polisemia, sinonimia ............................................................................................ 123
3.4. Lessico italiano della matematica e meccanismi di formazione delle
parole .............................................................................................................. 125
3.5. Lessico italiano della matematica: stratificazione in diacronia ............ 133
3.5.1 Lessico italiano della matematica: sfruttamento dei processi di formazione
delle parole, produttività e confronto con il linguaggio comune ............................. 154
3.5.1.1 Alterazione ............................................................................................ 166
3.5.2. Lessico italiano della matematica: la composizione ............................. 167
3.5.2.1. Prefissazione e natura dei composti matematici ................................... 169
3.6. Produttività cristallizzata ...................................................................... 179

CAPITOLO IV
PROSPETTIVE DI LAVORO SINTETIZZATE IN TAVOLE SINOTTICHE

DEI DATI CONTENUTI NEL CORPUS 182

4.1. Livelli cronologici di attestazione lessicografica.......................................... 183


4.1.1. Lemmi lettera “A” ........................................................................................ 184
4.1.2. Lemmi lettera “B” ................................................................................. 201
4.1.3. Lemmi lettera “C” ......................................................................................... 205

ii
4.2. Affissazione. La derivazione, l’alterazione .................................................. 223
4.2.1. Lemmi lettera “A” ........................................................................................ 224
4.2.2 Lemmi lettera “B” ......................................................................................... 230
4.2.3. Lemmi lettera “C” ................................................................................. 232
4.3. Composizione. Lemmi lettere “A-B-C” ............................................... 244
4.4. Significato scientifico nel corpo delle definizioni del Grande dizionario della
lingua italiana (Battaglia, 1961-2004) ........................................................... 249
4.4.1 Lemmi lettere “A-B-C” ................................................................................ 250

Conclusioni ................................................................................................................. 256

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI ................................................................. 268

iii
Presentazione

Oggetto del lavoro di tesi è il linguaggio della matematica e, più specificamente,


il lessico matematico raccolto nella traduzione italiana a cura di Speranza e Grugnetti
(1998) del Dictionnnaire de mathématiques élémentaires (DME) (Baruk: 1992). Nella
versione in lingua originale il dizionario si indirizza a un pubblico di studenti di scuola
media, pertanto il lessico accolto rappresenta, nelle intenzioni dell’autrice, il lessico di
base della disciplina.
L’obiettivo principale dello studio è costituito dal confronto, sul terreno della
terminologia, tra linguaggio specificamente matematico (LM) e linguaggio “comune”
(LC).
Dell’intero corpus costituito dalla versione italiana del DME (1998), sono stati
esaminati i lemmi raccolti sotto le lettere “A”, “B” e “C”. Le schede relative ai 124
lemmi analizzati sono state integrate tramite la consultazione del Grande dizionario
della lingua italiana di Battaglia (1961-2002), dei dizionari etimologici di Battisti e
Alessio (1975) e di Cortellazzo e Zolli (1999) e, in ulteriore prospettiva etimologica, del
dizionario di Ernout e Meillet (2001). Per quanto concerne i criteri di selezione dei
campi che strutturano le schede, questi sono in parte tratti (e in parte rivisitati per quel
che concerne la metodologia seguita per la compilazione) da quelli elaborati per la
costruzione dell’Atlante Universale dei numerali e delle istanze di numerazione
(AUNIN), nell’ambito del progetto sugli Atlanti Tematici: Linguistici, Antropologici,
Storici (ATLAS), diretto dal Prof. Domenico Silvestri a partire dal 1998 presso
l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”.
Ciascun lemma raccoglie informazioni inerenti alla categoria grammaticale, alla
morfologia (vengono evidenziati i processi di composizione, di alterazione e di
derivazione per affissazione), l’etimologia, e la semantica del lemma, con una
focalizzazione sulla trattazione del significato scientifico nel corpo delle definizioni dei
dizionari consultati. Ulteriore attenzione è prestata ai processi metaforici, alla
rilevazione di formazioni polirematiche e di occorrenze fraseologiche, ad inclusione dei
proverbi, con ulteriori riscontri in direzione di altri linguaggi settoriali.
Il lavoro di tesi si articola in due parti principali.

iv
La prima parte, capitoli I e II, vuole contestualizzare la riflessione sul lessico
della matematica all’interno di una cornice più ampia rappresentata, da una parte, dallo
sviluppo storico del pensiero matematico, dall’altra, dalla riflessione sulla
caratterizzazione semiotica e concettuale di tale linguaggio.
Nella seconda parte, capitoli III e IV si è lavorato sul materiale raccolto nelle
schede del corpus (tomo II). Nel terzo capitolo la caratterizzazione semantica del lessico
italiano della matematica emerge da un’analisi lessicografica e terminografica, con lo
scopo di misurare la contiguità esistente tra il linguaggio scientifico in oggetto e il
linguaggio comune, entro una prospettiva d’indagine sia sincronica, sia diacronica. Le
prospettive di lavoro argomentate nel terzo capitolo sono elaborate in forma schematica
nel quarto capitolo, nelle sezioni “Livelli cronologici di attestazione lessicografica,
lettere “A-B-C”, “Affissazione: la derivazione, l’alterazione, lettere “A-B-C”,
“Composizione”, “Significato scientifico nel corpo delle definizioni del Grande
dizionario della lingua italiana”. I dati elaborati in formato schematico nel capitolo IV
sono tratti da sezioni specifiche delle schede del corpus. Per quanto concerne i dati
contenuti nella tabella “Livelli cronologici di attestazione lessicografica” si trae dai
campi “Etimologia (Etimo prossimo)” e “Etimologia (Etimo remoto)”, per quanto
concerne la tabella “Affissazione: La derivazione, l’alterazione” e “Composizione” si
trae dai campi “Morfologia”, in fine per quanto concerne i dati proposti nella tabella
“Significato scientifico nel corpo delle definizioni del Grande dizionario della lingua
italiana” si trae dal campo “Definizione” nello specifico delle sezioni “LC” (linguaggio
comune) e “LM” (linguaggio della matematica).

Nel primo capitolo sono ripercorsi i momenti più salienti della formazione del
pensiero matematico e della creazione di un discorso scientifico in matematica. Viene
posto l’accento sul passaggio da “discorso” dapprima metafisico e “necessaritarista” 1 a
discorso autonomo e libero da ogni sorta di speculazioni, quando, passando per l’età
umanistica e rinascimentale e, a partire dall’epoca delle rivoluzioni scientifiche, il rigore
delle matematiche inizia ad affermarsi nei suoi attuali paradigmi pratici e teorici, con un
linguaggio che vede crescere i propri livelli di generalizzazione. Di seguito ci si
concentra sulle dinamiche linguistiche che hanno caratterizzato e consolidato lo statuto
1
Dalla Grecia Antica e durante l’età alessandrina, passando per il Medioevo cristiano fino al XII secolo,
ad esclusione della produzione scientifica ad opera degli arabo-islamici.

v
della ‘terminologia’ scientifico-matematica, poi “istituzionalizzata” in latino
(dall’analisi compiuta sui dati raccolti nel corpus le voci di trafila “dotta” di origine
latina rappresentano il 75,42% del totale dei lemmi censiti). Il capitolo si chiude con
riflessioni sulle nozioni di “intuizione” e di “costruzione” nell’ambito della
concettualizzazione delle idee matematiche.

L’obiettivo del secondo capitolo è la ricerca di impostazioni teoriche che


possano aiutare a comprendere concetti quali “ambiguità”, “univocità”, “verità”, con il
fine di ridistribuirli correttamente in relazione al linguaggio ordinario e al linguaggio
della matematica. La riflessione si è soffermata sulle implicazioni del concetto di
“implicito semantico”, in particolare nell’interazione tra i segni che prendono parte alla
comunicazione scientifico-matematica (termini, simboli ideografici e grafici) e segni del
linguaggio comune. Si è inoltre posto l’accento sulle dinamiche di concettualizzazione
del segno ideografico in ambito matematico e nel linguaggio comune.

Nel terzo capitolo si è lavorato sulla terminologia, argomentando e analizzando i


dati proposti in forma schematica nel IV capitolo.
Nell’ambito della prospettiva di studio sincronico si analizzano i significati e le
accezioni riportati nelle schede del corpus e, nel dettaglio dell’analisi sulla trattazione
del significato scientifico da parte del dizionario semasiologico, quelli raccolti nel
Grande dizionario della lingua italiana (GDLI).
In seguito all’analisi lessicografica (GDLI) condotta sui termini censiti nel
corpus, sono emerse sei categorie semantiche. Queste sono:
1. Entrate non incluse nel lemmario del GDLI.
2. Entrate monosemiche: A.M. In questa categoria rientrano i termini che il
GDLI lemmatizza come entrate monosemiche con “accezione matematica”
(A.M.).
3. Entrate monosemiche: A.A. In questa categoria rientrano i termini che il
GDLI lemmatizza come entrate monosemiche con “altra accezione” (A.A.),
in cui quella matematica è assente.
4. Entrate polisemiche: A.A. > A.M. In questa categoria rientrano i termini che
il GDLI lemmatizza come entrate polisemiche e nelle quali l’accezione

vi
matematica è un’estensione particolare di un significato che è
“generalmente” comune.
5. Entrate polisemiche: A.M. > A.A. In questa categoria rientrano i termini che
il GDLI lemmatizza come entrate polisemiche e nelle quali l’accezione
particolare nel linguaggio comune è un’estensione di un significato generale
che è matematico.
6. Entrate polisemiche: A.A. In questa categoria rientrano i termini che il GDLI
lemmatizza come entrate polisemiche e nelle quali fra il ventaglio delle
accezioni presentate non è inclusa accezione del senso matematico.

L’attenzione verso gli aspetti semantici del lessico italiano della matematica è
stata ulteriormente approfondita mediante un’analisi delle relazioni di omonimia,
sinonimia e polisemia concernenti alla trattazione del significato scientifico nel corpo
delle definizioni, nell’ambito del confronto tra la prospettiva lessicografica e quella
terminografica.
Nell’ambito della prospettiva di studio diacronico i dati contenuti nella tabella
“LCAL” (IV capitolo) sono stati analizzati al fine di censire l’apporto esogeno al lessico
italiano della matematica.
Nella seconda parte del terzo capitolo si è verificato in che misura i meccanismi
di formazione delle parole costituiscano parte attiva nella caratterizzazione del lessico
italiano della matematica e ai fini della “riconoscibilità scientifica della disciplina”
(Dardano 2004: 575). Per questa parte del lavoro ci si è serviti dei dati raccolti in forma
schematica nelle sezioni “Affissazione: La derivazione, l’alterazione, lettere “A-B-C” e
“Composizione, lettere “A-B-C”. Per quanto concerne lo studio sulla produttività dei
processi di formazione delle parole nell’ambito della derivazione suffissale, l’analisi
prende le mosse da una lettura dei dati sia “verticale” (i termini lemmatizzati nel DME
che sono parole derivate), che “orizzontale” (le parole derivate in “A.A.” e in “A.M.”
dai termini lemmatizzati nel DME). Per quanto concerne i composti e prefissati
matematici, l’analisi prende le mosse non soltanto dai dati raccolti per i lemmi inizianti
in “A”, “B” e “C”, ma anche da una riflessione preliminare che ha riguardato l’intero
lemmario contenuto nel DME.

vii
CAPITOLO I
IL LINGUAGGIO SCIENTIFICO-MATEMATICO. CONSAPEVOLEZZA DELLE ORIGINI

1
CAPITOLO I
IL LINGUAGGIO SCIENTIFICO-MATEMATICO. CONSAPEVOLEZZA DELLE ORIGINI

1. Premessa

Trattare di linguaggio della matematica e nello specifico di parole della matematica


ha posto l’esigenza preliminare di considerare i momenti più salienti sia della
formazione del pensiero sia della creazione di un discorso ‘scientifico’ in matematica. Il
nucleo teorico del capitolo risiede nell’aver posto l’accento sul passaggio da “discorso”
dapprima metafisico e “necessaritarista” 1 a discorso autonomo e libero da ogni sorta di
speculazioni, quando, passando per l’età umanistica e rinascimentale e a partire
dall’epoca delle rivoluzioni scientifiche il rigore delle matematiche inizia ad affermarsi
nei suoi attuali paradigmi pratici e teorici, con un linguaggio che vede crescere i propri
livelli di generalizzazione.

In questa trattazione le etichette “linguaggio speciale” o “linguaggio tecnico-


scientifico” saranno utilizzate con riferimento al discorso matematico tenendo conto
della distinzione tra “lingua”: «manifestazione umana e storicamente attestata» e
“linguaggio”: «capacità generale di comunicare» (Altieri Biagi: 1980, pp. 43-4),
essendo questo, un ‘linguaggio’ che si distingue «abbastanza compattamente» dagli altri
linguaggi settoriali, invece, a più livelli stratificati e talvolta genericamente definiti con
l’etichetta “lingue speciali” 2 (ibid.).
Il linguaggio della matematica è andato appropriandosi man mano del suo status di
‘linguaggio speciale’ attraversando un percorso dal quale è possibile andare a
recuperare (e successivamente analizzare entro una prospettiva linguistica) da un lato i
momenti che hanno assegnato riconoscibilità scientifica alle parole del linguaggio
generale, dall’altro gli eventi che hanno portato allo stabilizzarsi degli elementi che

1
Dalla Grecia Antica e durante l’età alessandrina, passando per il Medioevo cristiano fino al XII secolo,
ad esclusione della produzione scientifica ad opera degli arabo-islamici.
2
Sul diverso contenuto delle accezioni si veda Dardano 1994: 497: «I linguaggi scientifici rientrano
nell’ambito più vasto dei sottocodici […] I sottocodici sono usati in rapporto a determinati argomenti
specifici e presso determinati gruppi socio professionali.». Si vedano anche Cortellazzo 1994; Serianni
2003; De Mauro 1982.

2
sono peculiari di un linguaggio che è ‘formale’. 3 L’importanza di un recupero in
prospettiva diacronica è rilevata da Altieri Biagi (1980: 45) la quale affianca al recupero
del «pensiero storico» quello dell’«uso» considerato indispensabile per una completa
caratterizzazione dei codici scientifici:

«Possibile e fruttuoso per alcuni sottocodici e per alcune lingue speciali, il recupero cronologico
è indispensabile ad una caratterizzazione significativa del codice tecnico-scientifico. Analizzarlo,
OGGI, significa scrivere l’ultimo capitolo di una Storia della lingua tecnico-scientifica che ha
molti secoli e una documentazione imponente (quel cinquanta per cento – se non più – di
produzione libraria che, ancora oggi, sta «sotto polvere» nelle nostre biblioteche) […].»

La dimensione di questo linguaggio è multi sfaccettata: se da un lato alcune parole


dal punto di vista cognitivo sono “potenzialmente” vicine al profano, la componente
formale con l’adozione di simboli e formule potrebbe non esserlo o esserlo per ulteriori
o diversi piani di contatto.

1.1. Verso l’autonomia del discorso scientifico-matematico. Uno sguardo in


diacronia

Nel corso della storia vi sono stati periodi in cui il progresso delle idee ha marciato
attraverso forme di comunicazione “assoluta”. Al tempo dell’Ellade prima minoica poi
micenea gli sforzi di comunicare l’esperienza e la conoscenza tecnica, si mescolano al
linguaggio magico e al “magismo religioso”, retaggio quest’ultimo che si protrarrà fino
al VI secolo a.C. 4. Preti (1957: 24) fa una descrizione del substrato psicologico che
percorre la cultura dell’Età del Bronzo: «È la fede che quello che la tecnica non riesce a
ottenere possa ottenersi mediante la danza, il rito, la formula magica. […] Si tratta di
un’associazione fortemente emotiva, fondata su un principio che potremmo formulare
così: la riproduzione delle stesse emozioni suscitate da un fenomeno può riprodurre il
fenomeno». Successivamente la tendenza mistica che fissa la «parola come entità
3
Cfr. Longo 2006: 129 ss. Il linguaggio simbolico della matematica è andato man mano astraendo da
procedimenti che inizialmente erano fondati su algoritmi numerici ma non “letterali”, dunque non
“simbolico-formali”. Per portare qui un breve accenno, e con riferimento ai calcoli algebrici sviluppati
dagli arabi nel secolo XI, Preti (1957: 149-150) scrive: «in quest’Algebra non solo non si trova cenno di
calcolo letterale, ma che persino i numeri, eccezion fatta per alcuni esempi o schemi, sono scritti in tutte
lettere!».
4
Cfr. Preti 1957: 26-7.

3
assoluta» viene a consolidarsi con la nascita della “filosofia speculativa”, trattenendo
nuovamente i presupposti per l’affermazione di un discorso scientifico “puro”.

«Il linguaggio tecnico resta dapprima linguaggio popolare, non culturale, e non riesce a
conseguire quell’autonomia, quell’apertura di orizzonti, quella libertà di movimento che sono
necessarie a generare la conoscenza scientifica vera e propria. Quel tanto che riesce ad acquistare
dignità culturale, come matematiche, astronomia, medicina, rimane sotto il crisma di una
sacralità che lo tiene a mezz’aria fra scienza e misticismo, fra tecnica vera e propria e magia […]
vi nascerà piuttosto la filosofia speculativa, una caratteristica contaminazione dei due piani,
eminentemente instabile e dialettica, in cui l’esigenza propria della conoscenza tecnica – la
comunicabilità universale dello scibile – vale a laicizzare e razionalizzare il vecchio fondo
mistico, mentre la tendenza mistica viene a fissare la parola come entità assoluta, esistente in sé e
per sé, e così trasvaluta la conoscenza scientifica, abolendone i valori strumentali e i significati
relativistici.» 5

La parola in quanto «entità assoluta» è isomorfica e specchio di una realtà che


ancora nasconde il molteplice empirico per la mancanza sia di mezzi per afferrarlo che
soprattutto dell’esigenza di considerare tali mezzi come strumenti per fissare esperienze
(Preti, 1957: 26).
Le “primordiali” risposte che giungono dal campo delle matematiche sulla natura
del rapporto tra uomo e mondo che lo circonda sono “adattate” in ambiente filosofico. È
nello stretto rapporto con la filosofia, nel lavoro di matematici filosofi e filosofi
matematici che le scienze matematiche si porranno accanto alle altre scienze della vita,
entreranno nella storia e al contempo porranno le fondamenta del loro successivo
sviluppo scientifico.
Entro una prospettiva di analisi «motivatamente linguistica», l’«originaria specificità
semantica» che avverte Silvestri (1997 [2000: 23]) nel tradurre il logos eracliteo
consiste nel “legamento”:

«La totalizzante reductio ad unum, operata attraverso la percezione (non fisica e tantomeno
uditiva) del logos, quello appunto che trascende l’epifenomeno della sua manifestazione
egocentrica (“non me”!), consiste nel riconoscimento di un principio pervasivo di connessione
relazionale, per cui potremmo rendere logos con il suo valore etimologico di “legamento” e
cogliere in esso un pieno ed appagante isomorfismo con la “lingua” o, più esattamente, una

5
Ibidem.

4
condizione coreferenziale con questa […]. Il molteplice linguistico nella sua totalità è infatti
sempre ri(con)ducibile ad un principio di unit(ariet)à in perfetta omologia con quanto accade al
molteplice non linguistico, concepito come unità totalizzante ».

Questo ‘discorso’ bene concentra quanto vi sia di teoreticamente osservabile


nell’ontologia delle matematiche risalendo cronologicamente all’Età Antica e, in forme
più o meno accentuate fino al XII e XIII sec. d.C., tanto vero che Preti (1957: 8)
considera la scienza antica come la storia della filosofia e quella moderna come la storia
dell’algebra.
Eraclito di Efeso (VI-V sec. a.C.) arresta quel fascio di intuizioni che erano state dei
pensatori milesi che lo avevano preceduto, riportando alle sue origini metafisiche il
“mito” dell’arché sul quale Talete, Anassimandro e Anassimene, ragionandovi in
chiave più “fisica” avevano a modo loro laicizzato. Gli influssi della sua opera
inaugurano una fase che nelle matematiche è stata etichettata di «misticismo
matematico» (Preti: 1957).
Sebbene allerta da facili riduzionismi riguardo all’utilizzo dell’etichetta “miracolo
greco”, dunque nella consapevolezza del bagaglio di conoscenze acquisite sotto
l’influsso del Medio-Oriente (presso gli Egizi e i Babilonesi), l’origine delle
matematiche scientifiche: aritmetica e geometria ha inizio nella Grecia dei Pitagorici,
opinione sostenuta originariamente da Proclo Diadoco (V sec. a.C.) 6. La risposta di
Pigatora (fine VI secolo inizio V a.C.) ai quesiti sul “principio” o archè trattiene il
discorso matematico in ambiente metafisico, sebbene una particolare applicazione del
cosiddetto “teorema di Pitagora” avesse introdotto l’“esistenza” dei “numeri
irrazionali”. Scrive Preti (1957: 39): «[…] esistevano numeri che non erano veri numeri
[…] quantità che non si lasciavano sottomettere alla divina legge del discorso
matematico». Il “misticismo matematico” di Pitagora che si accompagna al discorso
Eracliteo si adagerà in Platone, il quale riprendendo le fila del matematismo espresso in
Democrito 7 (V-IV secolo a.C.) contribuirà a rafforzare l’idea che la “vera” scienza sia la
scienza matematica della natura:

6
Cfr. Preti 1957, pp. 37-8.
7
Per uno sguardo più approfondito sui contenuti in seno alla scuola “atomistica” in Abdera e in
particolare per gli aspetti della concezione metafisica materialistica in Democrito (e delle sue stesse
contraddizioni con la parte “sensista”) si veda Preti 1957: 46-51.

5
«Uno dei punti è il fondamentale matematismo, che accosta Platone a Democrito. La scienza
della natura è matematica: è nelle forme e nei rapporti matematici (forme geometriche e rapporti
numerico-spaziali - su cui si svilupperà quasi tutto il pensiero matematico greco) che si trova la
verità della natura. Ma bisogna ben capire il significato che ha per Platone la “verità” della
scienza matematica. Essa resta unicamente un mito o un simbolo: per noi uomini e alla scala del
conoscere umano fa da mediatrice – per così dire, da ponte – fra i fenomeni, mere e irregolari e
accidentali imitazioni e quell’assoluto ordine ideale, il quale è costituito, sì da numeri, ma
numeri ideali, idee-numeri. Bisogna partire dai fenomeni: descrivere l’ordine della natura è, per
l’uomo, almeno finché vive nel corpo, cosa impossibile. Ma i fenomeni, nelle loro capricciose
accidentalità, per sé non significano nulla. Occorre quindi risalire alle idee-numero: mezzo,
passaggio, è la “scienza” (dianoia) cioè la geometria (l’aritmetica geometrica) che è come la
deformazione spaziale, quindi materiale e sensibile, della pura aritmetica: qualcosa di più che
opinione, qualcosa di meno della verità – opinione vera, “presenza” del vero nell’imperfezione
della materia e della sensibilità, quindi simbolo. La scienza resta così subordinata, e per il suo
significato e per il suo stesso fondamento di verità, alla filosofia speculativa: il processo di
trasformazione del discorso scientifico (qui, discorso matematico) in potenza mistica è così
compiuto.» 8

La matematica ‘rappresenta’ il mezzo mediante il quale è possibile entrare in


contatto con il logos (che è matematico), ma secondo i fondamenti della filosofia
platonica questo è inafferrabile con i mezzi dell’uomo, soltanto la geometria ha facoltà
di intercedere, in quanto, «scienza dello spazio visibile» e, dunque, separata dalla
matematica “vera”, “pura” o “divina” 9. L’aritmetica arginata in aritmetica “banausica”,
geometrica, «ombra» delle geometrie, permetterà una certa razionalizzazione, ma vi
resterà sempre qualcosa di oscuro, di opaco, di empirico. Si tratta di un empirismo che
sebbene “ideale” è sporco, poiché l’idealità ha connotazioni di unitarietà “divina” (Preti
1957: 74, 77).
Sullo scenario dell’Atene al finire del V secolo a.C. le matematiche sono coltivate
sia in seno alle scuole di origine pitagorica che in seno all’Accademia fondata ad Atene
8
Preti 1957, p.72
9
Ibid., p. 39. La “logistica” (o «scienza dei numeri ideali» ibid.) che consisteva nella disciplina
elementare del “far di conto” arriva a designare seguendo la tradizione classica greca quella parte della
matematica che oggi si identifica con la teoria dei numeri (opera del neoplatonico Nicomaco di Gerasa, II
secolo), e che ritorna poi nel trattato di aritmetica di Boezio (V-VI sec.) mediante l’uso della parola
“aritmetica”. Cfr. Franci, 1996 [2000: 114]: «L’aritmetica le cui origini si fanno risalire alla scuola
pitagorica, ebbe presso i Greci meno rilevanza della geometria, tuttavia negli stessi Elementi di Euclide le
sono dedicati ben tre libri: il settimo, l’ottavo e il nono. Il testo classico dell’aritmetica greca è comunque
l’Introduzione all’aritmetica di Nicomaco di Gerasa (I-II sec. d.C.) che ebbe una larghissima diffusione e
del quale, a differenza degli Elementi, si conservò sempre memoria nella cultura occidentale anche in
virtù del trattato di Boezio che ne è poco più che una traduzione in latino.».

6
da Platone (429-347 a.C.), e dalle scuole empiristiche sebbene queste ultime in
contrasto con il filone della filosofia religiosa e speculativa. Iniziano le prime
sistematizzazioni del discorso matematico sulla scorta delle correnti di pensiero che si
erano sviluppate agli inizi del V secolo e in particolare iniziano le prime
sistematizzazioni della geometria, generalmente intitolate “Elementi”. Questi primi
trattati sistematici culmineranno verso il 300 a. C. nell’opera di Euclide. 10 Nel corso del
IV secolo e l’ultima parte del V secolo il mondo ellenico dell’epoca ateniese vive il
periodo di storia etichettato: “illuminismo greco” 11. Durante questa epoca si avranno da
una parte i tentativi mossi dagli empiristi per epurare il pensiero scientifico dagli sfondi
asiatico-religiosi (questi confluiranno più tardi nelle scuole empiriste socratiche), 12
dall’altra il pensiero di coloro che in seno all’Accademia fondata da Platone portava
avanti la tradizione speculativa iniziata sotto gli influssi della filosofia di Pitagora ed
Eraclito.

L’epoca che dalla fioritura della scuola peripatetica fondata da Aristotele,


attraversando il III secolo a. C. arriva fino alla caduta dell’Impero romano d’Occidente
nel 476 segna il periodo definito del lungo “tramonto d’oro” 13. Sebbene durante questo
arco di tempo non nasceranno nuove personalità del calibro di Platone o Aristotele,
durante l’epoca che porterà verso il declino dell’“Età Buia” 14 si godrà delle
consapevolezze acquisite e delle ricchezze che da allora in avanti avrebbero costituito il

10
Cfr. Preti 1957 e in particolare Pagli 1996 [2000: 201-223] per quanto concerne la continuazione
durante il Medioevo europeo, del genere legato alla produzione delle opere di volgarizzazione degli
Elementi.
11
Atene, infatti, mantiene fino all’età cristiana il primato di capitale filosofica. Successivamente nell’Età
alessandrina, dopo la morte di Alessandro Magno, sarà Alessandria D’Egitto la metropoli della scienza
erudita. Cfr. Preti 1957.
12
Da cui prenderanno origine due correnti nettamente antitetiche che influenzeranno il pensiero
scientifico successivo, queste sono la corrente empirista e quella nominalistica (cfr. Preti 1957: 53 segg).
Grazie al confronto con gli empiristi il carattere “ideale” “necessariamente” intrinseco al discorso
matematico è diversamente connotato rispetto a quanto promulgato dai pitagorici: «Il confronto, e l’urto,
con il pensiero degli empiristi, insieme al positivo contributo di questi, mette in luce il significato
puramente ideale (astratto) degli enti matematici: così Antifone il sofista illustra come la «linea» dei
geometri non sia qualcosa di empirico, poiché le «linee» tracciate con riga e compasso hanno in realtà
uno spessore che la linea matematica, idealmente, non ha.» Preti 1957, p. 53.
13
Preti 1957, p. 103.
14
La grande parte dell’Oriente ellenizzato durante il periodo dell’impero decaduto con la morte di
Alessandro Magno nel 323 a.C. rappresenterà il suggello della lingua e della civiltà greca che non
scomparirà del tutto anche quando i paesi del mondo ellenistico cadranno sotto Roma per rinascere in
veste latina a partire dall’anno 146 a.C. Durante l’età greco-romana il contributo da parte delle
matematiche alla storia greca e greca-orientale è limitato per lo più alle traduzioni in lingua latina della
tradizione ellenistica. Ibidem p. 147.

7
patrimonio e l’eredità del pensiero greco antico. Durante l’età alessandrina la
“matematica” vive la sua epoca d’oro in piena maturità scientifica e sebbene la via dello
sperimentalismo non riesca ancora a sbocciare nel “rigore” del metodo algebrico, le
matematiche riescono a tracciare l’inizio della loro indipendenza dalle altre scienze e in
particolare dalla filosofia 15.
In Alessandria scienza e filosofia iniziano ad avere specificità indipendenti, sebbene
la figura del matematico resti ancora prevalentemente legata a quella del sofista. Tra le
discipline matematiche la geometria continua a occupare un ruolo centrale (si ricordano
i quindici libri degli Elementi di geometria di Euclide di Alessandria, 300 a. C. sotto il
regno di Tolomeo e Archimede di Siracusa, 282-212 a.C.), mentre l’aritmetica e
l’algebra 16 registrano sviluppi minori. La figura di Euclide contribuisce ad apportare
“rigore” al metodo, questi opera mediante catene di dimostrazioni ed enunciati e
teorizza quanto precedentemente sostenuto in Democrito, Aristotele, Platone.
Fino al XII secolo in Occidente le scienze matematiche non compiono reali passi in
avanti e il “discorso” non supera in termini di rigore e di metodo le conquiste ottenute
grazie all’ultimo Archimede. Da questo punto in poi gli sviluppi del “discorso”
matematico ruotano attorno a questioni pratiche della vita quotidiana. Durante il
Medioevo cristiano e grazie ai processi traduttivi in seno al pensiero arabo (dal IX
secolo) si inizia a familiarizzare con l’idea di un linguaggio simbolico e con la
“necessarietà” di servirsi di assiomi e postulati su cui basare una nuova concezione di
matematica “ideale”.

15
Cfr. Preti 1957, p. 107
16
Tra le personalità che hanno contribuito allo sviluppo del pensiero aritmetico-algebrico si annoverano
Teodoro e Teeteto, da questi proviene quella parte dedicata all’aritmetica che è contenuta nei libri di
Euclide. Per quanto concerne gli sviluppi dell’algebra, la personalità di maggior spicco è Diofanto di
Alessandria (250 d.C.). La sua opera “Arithmetica” giunta in sei libri (in originale tredici) è considerata la
prima algebra europea. Nonostante la trattazione dei problemi in equazioni fosse stata già stata percorsa
da Pitagora, Diofanto vi si concentra non in chiave aritmetico-geometrica o geometrica, ma in chiave
puramente numerica, dunque si adopera nello sforzo di creare un algoritmo ossia un metodo di scrittura
simbolica, introducendo un segno speciale per indicare l’incognita (una specie di sigla della parola greca
arithmos “numero”, l’incognita è detta appunto “numero”), inventa un segno per indicare il “meno” e
un’abbreviazione per indicare il segno “uguale”, adopera altri segni speciali per indicare alcuni tipi di
frazioni, inoltre, enuncia regole generali sulle regole dei segni (ad es.: “meno per meno fa più”) e quelle
relative al calcolo delle potenze. Mediante questo apparato egli risolve equazioni di primo e secondo
grado, determinate e indeterminate. Cfr. Preti 1957; Ifrah 1981 [1983].

8
1.1.2. L’apporto del mondo arabo alle scienze matematiche

Il mondo arabo raccoglie la scienza greca ravvivando il pensiero scientifico


assopitosi durante il periodo dell’“Età Buia” (durato almeno fino alla fine del IX
secolo) 17. A partire dal VII secolo (a. 641) questi conquisteranno metà dell'Impero
bizantino: dall’Asia all’Europa, dal Caucaso ai Pirenei, la Persia, la Mesopotamia, la
Siria, la Palestina, parte del Turkestan, del bacino dell’Indo e del Kirgizistan,
l’Afghanistan, l’Egitto, la Cirenaica, la Tripolitania, Creta e la Sicilia, Cipro, l’Africa
settentrionale e la Spagna (Roero 2002: 8-9). Grazie al mecenatismo dei califfi Ja’far al-
Mansūr (754-775), Hārūn al-Rashīd (786-809) e ‘Abdallāh al-Ma’mūn (813-833),
appartenenti alla dinastia degli abbasidi (questi ultimi successori del primo), si assiste al
decollo della scienza araba che produce «innesti» traendo dalle diverse culture con le
quali entra in contatto, quella indiana, babilonese e quella occidentale: greco-ellenistica
Ifrah:1981 [1983:518]:

«Tra gli arabo-persiani, poi tra i musulmani in genere sorge tosto un grande fervore di studi: tutti
i libri di cui riescono a venire in possesso vengono letti e studiati avidamente, commentati, posti
a confronto, tradotti in arabo (che in tal modo diviene, insieme al greco bizantino, una delle
lingue dotte del Mediterraneo nel Medioevo). Così dalla Persia alla Spagna si viene a formare e
diffondere una nuova grande cultura, composita nelle sue origini, vivacissima di polemiche e di
contrasti, ma nel complesso unitaria. Il ceppo è ancora quello greco o greco-alessandrino, anche
se tradotto in arabo. […] Aristotele per la filosofia, Euclide per la geometria, Tolomeo per
l’astronomia, Galeno per la medicina … Su questo tronco vengono a innestarsi contenuti
originariamente eterogenei, come l’aritmetica-algebra indiana, l’alchimia cinese: ma il genio
creatore dei pensatori musulmani si è rivelato proprio in ciò – nell’aver saputo mettere a contatto
e innestare profondamente sul ceppo greco questi eterogenei contenuti asiatici, creando una
nuova originale civiltà, destinata a divenire soffio vivificatore della moderna civiltà europea.» 18

Presso il mondo arabo e durante i secoli VII e VIII l’aritmetica, l’algebra, la


geometria algebrica e la trigonometria 19 rappresentano un pratico strumento al servizio
dell’agrimensura, della navigazione, della tecnica fiscale e degli scambi commerciali.

17
Ifrah 1981 [1983: 531].
18
Preti 1957: 147-148.
19
Sotto l’impulso creativo degli arabi la geometria è trattata con metodi algebrici, i frutti si raccolgono in
particolare nella disciplina della trigonometria. Tra i principali trigonometristi ricordati da Preti
(1957:151) il nome di al-Biruni e degli astronomi al-Battani, Abu ‘l-Wefa (circa 940-977), Nasir ed-Din.

9
Preti (1957: 152) sostiene che «quando anche presso i musulmani le forme rigorose
e raffinate della matematica greca finiranno con l’imporsi, come avverrà ai tempi di
Nasir ed-Din, anche la civiltà musulmana sarà ormai in piena decadenza.». Tra le
conquiste di maggior rilievo ottenute nel campo delle matematiche Preti (ibid., p. 109-
110) cita l’opera dell’arabo-persiano Nasir ed-Din (1201-1274) a cui è attribuito il
merito di aver cancellato dagli assiomi euclidei il “V Postulato” e di aver contribuito
alla fondazione delle geometrie non-euclideee, processo che era iniziato nella tarda
grecità (Posidonio, Gemino I. sec. a. C. e Proclo V sec. d. C.) e che vedrà la svolta nel
XIX secolo (ibid.) 20.
Il periodo di fioritura della scienza greca in Oriente si realizza mediante i lavori di
traduzione prodotti in collaborazione tra arabi e siriaci-cristiani, questi ultimi
conquistati dagli Arabo musulmani appartenenti al “Califfato” tra il 643 e il 650. Il
ruolo rivestito dai siriaci sarà speculare a quello degli ebrei nella Spagna medioevale
(conquistata dalla dinastia degli Omayyadi) il cui contributo sarà prezioso per l’opera
delle traduzioni in latino. Roero (2002: 15) scrive: «Alle traduzioni si deve però anche
guardare con spirito critico poiché il loro scopo non era quello di essere fedeli
all’originale, quanto piuttosto di diffondere le conoscenze, arricchendole di commenti,
osservazioni e interpretazioni personali originali.» 21. Considerando i trapianti tra culture
e i passaggi traduttivi dal mondo greco a quello arabo, da quello arabo o greco a quello
occidentale latino, soltanto mediante una filologia provvista di attestazione è possibile
ricostruire la storia dei linguaggi scientifici, e a tal proposito Altieri Biagi (1988 [1990:
120-22]) sostiene che è proprio il discorso scientifico, l’ambiente privilegiato nel quale
confluiscono le molteplici «consonanze culturali» che al contempo lo caratterizzano:

«Si tratta di uniformità europea su base ereditaria, più che convergenza: […] Si potrebbe dire
che, nei secoli XII e XIII, sangue dello stesso gruppo viene trasfuso nella circolazione culturale e
scientifica delle varie comunità europee. Le opere che in seguito a tale trasfusione, vengono
prodotte nei singoli paesi (enciclopedie grandi e piccole, trattati, manuali) sono confrontabili per

20
Nasir ed-Din è stato l’autore di uno dei più famosi commenti agli Elementi di Euclide. Preti (1957:
155) sostiene che la traduzione operata verso l’a. 1126 da Abelardo di Bath nella versione gli Elementi sia
stata tradotta da un’altra versione araba dei 15 libri di Euclide. Per quel che concerne la penetrazione
dell’opera in Europa, Roero (2002: 15) sostiene che gli Elementi di Euclide si diffondono nella versione
latina di Abelardo di Bath nell’a. 1142, anch’essa senza specificare la fonte del manoscritto arabo cui è
ricorso il traduttore.
21
Si veda anche Dardano: 1994 che al proposito consiglia la lettura del volume di Monneret De Villard:
Lo studio dell’Islam in Europa nel XII e nel XIII secolo, Città del Vaticano 1944.

10
«parentela»; esse poi circolano ampiamente, nei secoli successivi, attraverso le reti della cultura
universitaria e delle biblioteche monastiche aggiungendo effetti di travaso orizzontale della
cultura a quelli prodotti dall’utilizzazione indipendente di fonti comuni»

L’adattamento delle cifre “arabiche” a quelle di origine indiana e l’introduzione


dello “zero” nei procedimenti di calcolo (diffuso in Occidente dal XII sec.) rappresenta
una delle svolte principali scaturite dall’incontro tra culture. Ifrah (1981 [1983: 537])
sostiene che la diffusione del sistema di numerazione con le cifre arabe è avvenuta
durante la terza fase del Medioevo che egli fa corrispondere al XII secolo.

« le cifre europee acquisirono una nuova forma corsiva […] vicina piuttosto alle grafie di origine
araba – che tenderà lentamente a stabilizzarsi per assumere l’andamento oggi a noi noto. In altre
parole è proprio nel secolo XII […] che bisogna rintracciare le vere radici della figurazione delle
cifre «arabe» […] le trasformazioni – apparentemente radicali – che la forma di tali cifre subì alla
fine del Medioevo si ricollegano alle tendenze generali della scrittura umanistica. L’invenzione
della stampa nel secolo XV in Europa non ha certo rappresentato l’inizio di profonde
trasformazioni grafiche per le cifre di origine «indo-araba»; ne ha semplicemente fissato la forma,
seguendo qualche prototipo ben determinato, adottato una volta per tutte.»

Durante il tardo Medioevo la geometria avrà il compito di rifondare il “rigore” delle


matematiche (Preti 1957: 183), mentre l’aritmetica e l’algebra che assorbono
maggiormente gli influssi della scienza araba, giungeranno al Medioevo cristiano
mediante opere di sistematizzazione in grandi trattati del sapere maturato. L’opera del
matematico e astronomo arabo Muhammad ibn Mūsā al-Khwārizmī (vissuto tra l’VIII e
il IX secolo) consiste nell’aver esposto una teoria del calcolo usufruendo del sistema di
numerazione indiano elaborato dai matematici indiani durante i secoli VI e VII, la sua
opera darà luogo a una serie di produzioni che si consolideranno in contrapposizione ai
metodi di calcolo elaborati durante il periodo greco-romano mediante l’uso
dell’abaco 22.
Le opere di al-Khwārizmī si diffondono in Occidente a partire dal XII secolo grazie
alle traduzioni in lingua latina degli arabisti inglesi: Abelardo di Bath e Roberto di

22
Cfr. Franci 1996 [2000: 124]; Ifrah 1981 [1983: 520]. Riguardo all’utilizzo dei due metodi di calcolo
citati, Ifrah (1981[1983: 129-132]) rileva che agli inizi del XVI sec. «abacisti» e «algoristi» rimangono
fedeli ciascuno al proprio metodo, il primo sarà insegnato fino al XVIII secolo e sostiene Ifrah: «persino
mentre si diffondeva il calcolo scritto in cifre «arabe», si continuava, per prudenza, a verificare i calcoli
«cifrati» rifacendo le operazioni corrispondenti sulla tavola a gettoni.» (ibid. p.130).

11
Chester. Il primo diffonde la traduzione del libro di Aritmetica nota con il titolo latino
Liber Algorismi de numero Indorum (a.1126 circa) e le Tavole Astronomiche, il secondo
qualche decennio dopo, il trattato di Algebra del quale, a differenza del primo 23, resta
l’originale in lingua 24 : Al-Gebr w’almuquabala (trad. it. “Breve opera sul calcolo di
spostare e raccogliere” la traduzione è fornita da Roero, 2002: 21).
Il fenomeno legato alla produzione degli algorismi e delle trattazioni “abachiste”25
(queste ultime dopo la diffusione nell’a. 1202, del Liber Abaci di Fibonacci – Pisa, 1170
– Pisa, 1250, noto anche con il nome di Leonardo Pisano) rappresenta il vissuto della
matematica medioevale in Occidente durante il XIII secolo, periodo durante il quale la
disciplina acquisisce un carattere «pratico», diversamente dal periodo della tradizione
cosiddetta «speculativa» (Franci 1996 [2000: 125]) legato alla divulgazione dell’opera
di Boezio e in voga durante l’Alto Medioevo.
Da un lato la diffusione di queste opere avviene in latino volgare (ciononostante, i
testi sono infarciti di elementi greci, di arabismi o prestiti di varia natura linguistica
immessi dal latino medioevale), dall’altro, la lingua latina non è del tutto assente e in
particolare rimane fedele in determinati luoghi testuali quali ad es. l’esordio, la
conclusione o nella redazione di rubriche (Dardano 1994: 510). Queste opere inoltre
costituiscono la testimonianza di un iniziale processo di «tecnificazione» delle parole
che appartengono al linguaggio comune 26, processo che continuerà traendo dallo
scambio di conoscenze ed esperienze veicolate dal rapporto sempre più stretto tra
scienziati e “tecnici” (Altieri Biagi 1965: 4-6). Dardano (1994: 513) cita per esempio i
termini aggiungere ‘sommare’, trarre ‘sottrarre’, partire ‘dividere’ da cui il derivato
partimento ‘divisione aritmetica o geometrica, sottomultiplo, quoziente’, partitore

23
Roero (2002: 20) dà nota che il testo di aritmetica di al-Khwārizmī non è pervenuto nella versione
originale araba e aggiunge che tra le versioni latine vi sono l’Algoritmi de numero indorum pubblicata a
Roma nel 1857 (e conservata a Cambridge) dal Principe Baldassarre Boncompagni, mentre un’edizione
critica delle versioni latine è di André Allard: Le calcul indien (Algorismus) del 1992. Tra i trattati
prodotti nel XIII sec. sulla scia dell’algorismo Ifrah (1981, 1983:537) cita il Carmen de algorismo di
Alessandro di Villedieu (in versi) e l’Algorismus vulgaris di Giovanni Sacrobosco. Cfr. anche Manni
1999 [2001: 133]. Si veda Franci 1996 [2000: 126-127] la quale ricorda l’opera di Giordano Nemorario
che ha composto un algorismo dei numeri interi: Demonstratio Jordani de Algorismo, e uno delle
frazioni: Liber o Demonstratio de minutiis.
24
Preti 1957:155. Ifrah 1981 [1983: 520] registra che il trattato di algebra di al-Khwārizmī titolato Al-
Gebr w’almuquabala è diffuso anche nella traduzione di Gherardo da Cremona dal titolo Liber Maumeti
filii Moysi Alchoarismi de algebra et almuchabala e che Roero (2002: 21) fa risalire al XII secolo.
25
La diffusione dei libri d’abaco è vitale nel XIV secolo. Cfr. Manni 2001: 127-8, 133. Sono circa
trecento quelli pervenuti e prodotti (in volgare) durante i secc. XIV-XVI. Cfr. Franci 1996 [2000: 130].
26
Cfr. Migliorini, Premessa al volume di Altieri Biagi: 1965.

12
‘divisore’ e le espressioni numero rotto ‘frazione e (moltiplicazione) per danda, per
galera, attribuendole alla tradizione dell’aritmetica mercantile di carattere pratico.
Tra gli arabismi diffusi grazie alle opere di traduzione in latino, il termine algoritmo
dal lat. medioev. algorismus, algorithmus si forma per accostamento al gr. arithmós
‘numero’, dal soprannome del matematico arabo al-Huwārizmī 27. Il termine che durante
il Medioevo designava il procedimento di calcolo basato sul sistema di numerazione
arabo-indiano, a oggi designa: «una successione di manovre da effettuare in un
determinato ordine e in un certo modo; tali manovre sono in numero finito e si
applicano a un numero finito di dati.» 28. Il termine “algebra” 29 che deriva dall’arabo al-
jabr ‫ ربجلا‬il cui significato corrisponde a ‘ripristinare, completare’ 30 si diffonde in
Occidente con il significato di «teoria delle equazioni» 31 e oggi designa la «scienza
della risoluzione dei problemi […] mediante l’uso di lettere che rappresentano
grandezze o numeri incogniti» (Baruk 1992 [1998: 9]). Tra gli arabismi caduti in disuso
probabilmente a partire dal XV secolo 32, il termine arabo almuqābala il cui significato
‘confronto, messa in opposizione, bilanciamento’ 33, nella disciplina dell’algebra
concerne l’accezione: «ridurre i termini simili nei due membri, cioè semplificare
l’equazione» (Baruk 1992 [1998: 9]). Lo sfruttamento di similitudini e cristallizzazioni
lessicali originarie del mondo arabo alberga anche nelle parole: “radice” dal termine
arabo jidhr per designare la ‘radice di una pianta’ e nel termine “incognita”, dall’arabo
shay che designa ‘cosa’, questo tradotto in latino con la parola rēs, ma che cadrà in

27
Cfr. Battisti Alessio 1975: 121-122.
28
Cfr. Baruk 1992 [1998: 14].
29
Manni (2001: 10) citando Arrighi (1973: 194) comunica che il termine “algebra” è attestato per la
prima volta in un trattato d’abaco lucchese del XIV secolo: algibra amichabile.
30
La radice j-b-r in prima forma significa ‘rimettere a posto (un osso)’, ‘riparare qualcosa’, ‘riportare alla
normalità’, ma anche ‘costringere’, ‘forzare qualcuno a fare qualcosa’. Da questa radice derivano dieci
forme verbali. È possibile spiegare il significato della parola al-jabr dal significato dell’azione del
“ricomporre”. Successivamente all’opera di al-Huwārizmī, Baruk (1992 [1998: 10]) sostiene che:
«L’essenza stessa dell’algebra venne a consistere in tal modo nella ricerca di metodi, di procedure di
calcolo (noi diremmo di algoritmi) che portino a formule per trovare le radici di un’equazione.»
31
Questa è la definizione contenuta nel trattato Sulle dimostrazioni dei problemi di al-jabr e al-muqābala
di Umar ibn Ibrahim al-Khayyām (1048-1131). Cfr. Roero 2002: 33, 37. La stessa ricorda che al-
Khayyām è noto come il poeta persiano dei Rubā‘iyyāt tradotti in inglese e resi famosi da Edward
Fitzgerald nel 1589.
32
Difatti, durante il periodo rinascimentale la lettura diretta delle fonti greche sarà preferita
all’intermediazione dei testi arabi. Cfr. Roero 2002: 22; Dardano 1994: 519.
33
Preti 1957, p. 149-150.

13
disuso 34. La parola araba māl: ‘bene, possedimento’ tradotta in latino con la parola
census si conserverà nei sensi della parola it. “censo”: ‘patrimonio del cittadino, che
viene sottoposto a tributi’ (a. 1353), mentre il senso algebrico: ‘incognita al quadrato’
(Baruk 1992, 1998: 10) cadrà in disuso in corrispondenza all’uso della parola. Ancora
gli arabismi: “numero sordo” (jidhr’aṣamm), “seno” (jayb) e tra i termini caduti in
disuso, oltre al già citato: “almucabala” (al-muqābala), l’espressione: “regula elcataym”
(al-khaṭa’aym) la cui accezione è: ‘doppia falsa posizione’ (cfr. Giusti: 2002; Manni:
2001) 35. Tra gli arabismi ancora in uso, oltre ai derivati “algebra” e “algoritmo”, il
termine “cifra” in arabo: ṣifr ‘vuoto, zero’ (calco del sanscr. sūnya ‘vuoto’ e poi ‘zero’)
passato a designare nel XVI sec. il senso attuale di ‘segno dei numeri, numero’ (Cfr.
Battisti Alessio: 1975, p. 934). Il termine “zero” è di origine italiana, Fibonacci assegnò
alla parola araba ṣifr il nome di zephirum (nel Liber Abaci a. 1202) in uso nel
Rinascimento, successivamente diventò zefiro e poi zero a. 1491, il francese zéro è un
italianismo che risale al XVI sec. 36
L’influenza linguistica proveniente dal mondo arabo e trasmessa al panorama
terminologico delle scienze matematiche rappresenta un campione ridotto e
cronologicamente circoscritto rispetto all’apporto proveniente dal latino e dal greco.

1.2. Il discorso scientifico verso l’età moderna

Geometria e matematica si sono evolute seguendo le tappe della formazione di un


“discorso” prima speculativo e trascendentale, poi mistico, poi faticosamente empirico-
sperimentale, alternandosi di fatto (l’una rispetto all’altra e nei confronti dell’algebra) il
ruolo di “interprete ideale” fra l’uomo e il mondo circostante.
Secondo il metodo d’insegnamento promulgato da Boezio (V-VI sec.) nel De
institutione arithmetica e in uso fino al XIII sec., l’aritmetica è da considerarsi
propedeutica alle altre arti liberali del Quadrivium: astronomia, musica e geometria. In
particolare rispetto alla geometria si legge:

34
Cfr. Roero 2002: 22; Baruk (1992 [1998: 270]) cita che nella sua “Algebra” il matematico Bombelli
(1526–1572) è alle prese con due quantità incognite («voce di Cosa come voce comune a tutte le cose
incognite») le designava con le parole “cosa” e “quantità”.
35
Cfr. Manni: 2001 versione pdf consultabile all’indirizzo: http://siba-
ese.unisalento.it/index.php/pubfilling/article/view/10290/9462
36
Cfr. Ifrah 1981 [1983: 539-547].

14
«Se infatti si eliminano i numeri, da dove si trarranno il triangolo o il quadrato o tutto ciò che
viene considerato nella geometria e che sempre ha una determinazione numerica? Mentre invece
se si eliminano il quadrato e il triangolo e tutti gli oggetti della geometria risultano scomparsi non
periranno affatto il 3 o il 4 e i nomi degli altri numeri» 37

A partire dal XIII secolo i progressi dell’algebra si manifestano entro il filone della
produzione di compendi ai trattati di al-Khwārizmī, ma nonostante i leggeri passi in
avanti mossi nella direzione di un accennato empirismo (si vedano ad es. le concezioni
sviluppate in seno alle scuole empirico-probabilistiche occamiste del tardo Medioevo) 38,
il peso della filosofia neoplatonica (che era andata rafforzandosi durante il periodo
umanistico e rinascimentale) trattiene la disciplina e nel complesso il discorso delle
scienze matematiche in un clima ancora intriso di misticismo (Preti 1957: 195).
La geometria durante il Medioevo sostituisce l’ideale greco che avevano avuto le
matematiche nella Grecia laica dell’Età Antica:

«L’ordine matematico del mondo, impronta in esso della mente divina, non poteva apparire, dato
l’anarchico disordine dell’algebra del tempo, che come ordine geometrico – come armonia e
misure spaziali. […] Di qui una specie di contrasto, che affiora qua e là in qualche scritto:
l’algebra è magistica e peccaminosa, la geometria speculativa e “divina”. La prima è strumento di
potenza, la seconda di sapienza.»39

I primi passi verso un empirismo maggiormente radicale sono ancora intrisi di


misticismo. In un clima in cui il giudizio logico è ‘vero’ allorquando ripropone con le
parole dell’uomo ciò che ‘Dio ha creato’, la geometria, “idealmente” la più “povera”
della grecità (riguardo a “rigore”), avrebbe ora rappresentato il mezzo per cogliere

37
Citazione tratta da Franci 1996 [2000: 115].
38
All’epoca della tarda Scolastica grazie a un rinnovato interesse per gli aspetti linguistici e formali del
linguaggio si pongono le basi del «probabilismo»: «la probabilitas è la «probabiltà» di una proposizione,
ossia la possibilità di fondarla su altre proposizioni che, o perché derivanti da un’auctoritas, o perché
credute per fede, hanno qualche possibilità di essere ritenute vere. […] Ma altre proposizioni, magari
opposte alle precedenti, possono anche’esse venir rese probabili: fuori degli argomenti di fede (ma ben
presto anche in questi ultimi), ogni teoria può e deve venir vagliata nelle ragioni che la rendono probabile;
e quindi il dogmatismo […] cede il passo ad un aristotelismo più aperto […] disposto ad ammettere,
accanto alle teorie di Aristotele, altre teorie come altrettanto probabili, o anche di più». Preti 1957: 166.
Sebbene sulla scena avanzino posizioni che si dividono tra aristotelismo metafisico (fra cui le concezioni
“averroiste” tra l’altro anch’esse non del tutto scagionate da condanne e divieti da parte delle autorità
ecclesiastiche) e puro logicismo, iniziano a cedere le basi del misticismo e del fideismo, essendo le prime,
in possesso di nuovi strumenti di critica e di interpretazione. Ibid. p. 284.
39
Preti 1957, p. 217.

15
l’ideale di perfezione divina che l’uomo attraverso “l’attività della sua mente (scienza)”
e, grazie alla “sua stessa essenziale naturalità (arte)”, sarebbe stato capace di
apprezzare. L’aspetto definito di «naturalismo religioso» accomuna, secondo Preti
(1957: 197), il periodo di storia che si estende dall’Umanesimo al Rinascimento,
all’insegna del quale a momenti di superstizione (all’insegna di una «metafisica
naturalistica» feconda dalla filosofia platonica, ibid. p. 202) si alternano tentativi
finalizzati alla rivalutazione dell’esperienza e della dignità dell’uomo. Una parte delle
produzioni di bestiari e lapidari (opere didascaliche scritte in volgare) che appartengono
a questo periodo testimonia la convinzione che vi fossero cause occulte, «segrete», da
carpire o strappare «mediante la sagace ricerca» 40.
La riflessione scientifico-matematica durante il tardo Rinascimento vede all’opera
alcuni trattatisti di algebra che si dilettano nella risoluzione di equazioni mantenendo il
“segreto” sulla via seguita per ottenerla (Preti, 1957: 197). Girolamo Cardano (sec.
XVI) alchimista e astrologo concepisce nuovi metodi per la risoluzione delle equazioni
di terzo e quarto grado (Ars Magna 1545). Cardano rimaneggia una serie di intuizioni e
soluzioni dimostrate prima di lui da Scipione del Ferro, Nicolò Tartaglia (maestro di
Galileo) e dal suo stesso discepolo, Ludovico Ferrari. La svolta decisiva per gli sviluppi
dell’algebra rinascimentale proviene da Bombelli che continuando il lavoro di chi lo ha
preceduto pubblica nella sua Algebra (1570) la soluzione di un caso particolare delle
equazioni di terzo grado, il «casus irriducibilis», trovandovi soluzione mediante
l’introduzione di simboli appropriati (Preti: 1957, pp. 123 ss).
La geometria definita «descrittiva» (ibid., p. 217) si fa strada nell’ambito delle arti
figurative, nelle quali l’ideale geometrico nuovamente “speculativo” si ritrova
nell’opera di autori il cui interesse matematico trascende quello più propriamente
pittorico 41. Pubblicate in volgare fiorentino la Summa 42 (Venezia, 1494) di Luca Pacioli

40
Preti 1957, p. 203
41
Alcuni tra i nomi dell’epoca: Leon Battista Alberti (1404-1472) il quale mediante la sua opera Elementi
di Pittura traccia le basi teoriche del concetto di spazio prospettico, fondamento dell’ideale figurativo e
architettonico del XV secolo, parimenti nota l’opera: Ludi matematici. Piero della Francesca con il De
Perspectiva pingendi, Leonardo Da Vinci e il suo Trattato della Pittura, di Alberto Dürer le Institutiones
geometricae (1525), di Luca Pacioli geometra, la Divina Proportione (1509).
42
Cfr. Fazzini 2003, p. 155. Il titolo completo è Summa de arithmetica geometria proportioni e
proporzionalità. Fazzini rileva che il linguaggio adottato consta «di vocaboli latini e greci, con l’aggiunta
di espressioni dialettali», ibid. Il lessico della Summa è stato studiato da Laura Ricci (1994: 5-12):“Il
lessico matematico della “Summa” di Luca Pacioli, in “Studi di Lessicografia Italiana” a cura
dell’Accademia della crusca, vol. XII, Firenze: 1994. Si segnala inoltre la pubblicazione di Edvige
Mazziotti (1995) la quale si è occupata della terminologia della Divina Proportione. “Tecnicismi

16
assieme alla Divina proportione (Venezia 1509) costituiscono l’enciclopedia delle
scienze matematiche del Rinascimento. Nella prima parte del secondo volume citato,
Pacioli espone la teoria della “sezione aurea” illustrata con i solidi disegnati per lui da
Leonardo Da Vinci 43.

«Luca Pacioli […] parla del concetto di proporzione […] in una visione neoplatonica del cosmo,
ma con lo spirito razionale del matematico, il numero si configura come la chiave di armonia
universale che, attraverso rapporti di proporzione, dà una giustificazione teorica, filosofica e
teologica, alla scienza e a tutto il sapere umano» 44

La “sezione aurea” in geometria corrisponde a: ‘la parte di un segmento che è media


proporzionale fra l’intero segmento e la parte rimanente’ 45. L’ideale di perfezione
espresso nel concetto di ‘proporzione divina’ traduce quello esistente in natura che
metaforicamente si basa sulla natura puramente “ideale” di tale percezione geometrica,
allora, evidentemente definita «divina»46. Speculando sulla provenienza dell’accezione
dell’uso aggettivale “aureo” nella combinazione “sezione aurea” (XVI sec.) si potrebbe
pensare a un prestito semantico proveniente dal lessico della chiesa: “it. a. aurea f.
‘(teol.) beatificazione essenziale dei santi’, sec. XIV (a sua volta, probabilmente
estensione dal significato di aureus, ‘fatto d’oro’ 47). Il termine è registrato anche nella
combinazione “numero d’oro” e “regola àurea”:‘regola del tre’.

Le fasi dell’evoluzione del discorso algebrico possono essere riassunte come segue:

matematici nella ‘Divina Proportione’ di Luca Pacioli”, in “Contributi di Filologia dell’Italia Mediana”,
IX, pp. 55-81.
43
Luca Pacioli è accusato di plagio per aver riportato e, senza renderlo pubblico, un trattato di Piero della
Francesca (il Libellus de quinque corporibus regularibus) nella prima sezione del Divina proportione. Per
questo aneddoto si rimanda a Fazzini 2003: 153-158. Per quanto concerne gli elementi di diversità e
innovazione introdotti da Pacioli rispetto alla trattazione di Piero della Francesca si veda Manni: 2001, p.
147. Per un approfondimento della simbologia matematica adottata da Pacioli, Manni suggerisce la
consultazione di: Introduzione al Libellus di Enrico Gamba e Vico Montebelli. Vol. I. testi e note; vol. II
Disegni, Firenze, Giunti, 1995.
44
Cfr. Fazzini 2003, p. 156.
45
Battaglia 1961-2004, vol. A-Balb 1961: 847. Cfr. anche la scheda del lemma corrispondente alla parola
“aureo”.
46
A tal proposito Baruk 1992 [1998: 240] scrive di «meraviglie metafisiche»: «non si riuscirà dunque
mettere in evidenza il rapporto aureo nel frontone di un tempio, come si vorrebbe fare credere a troppo
creduli amatori di “meraviglie” matematiche.»
47
Cfr. Lessico Etimologico Italiano pp. 2367-2378. Cfr. Scheda lemma “aureo”.

17
- Una prima fase detta di algebra “retorica” in cui ai calcoli erano affiancate
argomentazioni e nei problemi non occorreva l’uso di notazioni “letterali”, è il caso
ad esempio dei testi babilonesi, egiziani;
- Una seconda fase detta di algebra “sincopata” in cui iniziano a comparire le prime
abbreviazioni (Diofanto di Alessandria III sec.). In questa fase rientra l’opera di
Nicolas Chuquet che scrive Triparty en la science des nombres (completato nel
1484), questi ha inventato, in algebra, una notazione molto utile di “potenze”
dell'incognita e utilizzato gli esponenti per le radici 48. Pacioli ha contribuito con
l’introduzione di alcune abbreviazioni osservabili nella Summa e nel Libellus de
quinque corporibus regularibus (di Piero della Francesca e volgarizzato da Pacioli,
poi anche parte della Divina Proportione a.1509). Queste concernono i termini
“numero”, “cosa”, “censo”, rispettivamente abbreviati in n°, co., ce. e anche ae. Per
designare “aequalis”, l’incognita è indicata con “quantità”, “cubo”, cu (la terza
potenza), egli scrive con “p” e “m” i segni «più» e «meno» ( –,+) e fa precedere ai
numeri negativi la lettera “m” («m5» per «–5»). Inoltre egli enuncia le regole dei sei
segni, illustrandole mediante considerazioni geometriche 49. Si riportano da uno
studio di Manni (2001) 50 ulteriori considerazioni:

«Il Pacioli utilizza una simbologia algebrica in parte nuova e, quel che più conta, capace di
imporre il suo valore funzionale in sostituzione ai termini. […] Pacioli usa infatti p in luogo di
additus, et, plus; e m in luogo di varie espressioni equivalenti utilizzate da Piero per indicare la
sottrazione (ablatus, ammissus, deductus, demptus, deminutus, detractus, minus, remotus),
mostrando in modo molto eloquente come il fissarsi di regole e simboli non solo sia funzionale
alla sinteticità del linguaggio matematico, ma abbia un ruolo decisivo anche nei riguardi
dell’univocità degli elementi lessicali.»

48
Cfr. Baruk 1992 [1998: 74-5]: «a quei tempi, espresse con parole come censo per la potenza seconda,
cubo per la terza, censo di censo per la quarta, egli scrive invece 71 per 7x, 132 per 13x2, 153 per 15x3,
notazione che gli permette di fare molto comodamente i calcoli sulle potenze.». Si trova anche un «primo
cenno di un algoritmo con esponenti negativi (7m, ove « m » è l’abbreviazione di minus, per 𝑥𝑥7 , ossia 7 x –
1
)». Cfr. anche Preti 1957: 211.
49
Preti 1957, p. 213.
50
Reperibile all’indirizzo: http://siba-ese.unisalento.it/index.php/pubfilling/article/view/10290/9462
(03/2010). L’immagine (Fig. 1) è tratta dallo stesso articolo di Manni (p.147) e riportata a scopo
esemplificativo dello stile algebrico “sincopato”. Nell’immagine è possibile osservare il testo che risale
al Cinquecento e che si accompagna a un estratto da un’edizione del Libellus (Libellus I: 22), a cui
l’autrice aggiunge per un confronto il testo latino di Piero della Francesca secondo il Codice Vaticano
Urbinate Latino 632. La riproduzione tratta della soluzione di un problema di geometria piana attraverso
l’equazione 2/9x2= 4x.

18
Fig. 1

I progressi del linguaggio matematico legati al periodo dell’evoluzione dell’algebra


rinascimentale sia dal lato terminologico, che da quello degli assestamenti grafico-
simbolici sono strettamente connessi al fenomeno di pubblicazione a stampa delle
traduzioni e dei volgarizzamenti e/o alla diffusione dei codici e dei manoscritti. A tal
proposito Altieri Biagi (1988 [1990: 119 ss.] osserva che le scelte del codice da parte
degli scienziati e dunque gli sviluppi legati ai registri del linguaggio tecnico-scientifico
hanno portato alla specializzazione e all’«avvicendarsi» di diversi generi testuali:
«dall’enciclopedia medievale al trattato, al dialogo, alla lettera scientifica, al saggio, al
diario di esperienze, alla relazione, alla comunicazione breve, su Giornale o Rivista,
alle forme manualistiche della divulgazione, ecc.», realizzazioni eterogenee che, scrive
Altieri Biagi (1998: 27): «corrono a livelli diversi […] per certe discipline e in certi
periodi».

- Una terza fase è detta di algebra “simbolica” che con l’inizio dell’età moderna
(XVII) suggella il passaggio della stessa a scienza “algoritmica”, grazie all’uso di
lettere (per le quantità note e incognite) e segni (per le operazioni) nel calcolo
cosiddetto: “letterale” (cfr. Preti 1957: 211 ss.; Baruk: 1992 [1998: 11]). Il
raggiungimento dell’ultima fase è compiuto grazie alle intuizioni di un algebrista
francese François Viète (1540-1603) e in seguito di Descartes. Grazie a quest’ultimo
la scrittura algebrica designerà le quantità note con le prime lettere a, b, c, …, le

19
incognite con le ultime x, y, z, inoltre, a queste introdurrà l’uso di esponenti per
indicare le potenze (a, x, a3, x3, a4, x4), ma egli scriverà “aa”, “xx” anziché a2, x2
(cfr. Preti, 1957: 294). Si attribuisce a Leonard Euler (1707-1783), svizzero,
l’introduzione del pi greco “𝜋𝜋”.

Alle soglie del XVII secolo gli scienziati che si muovono attorno alle correnti di
pensiero: razionalista da un lato ed empirista dall’altro, sono pronti per fondere
prassi e teoria 51 alla luce di un generale empirismo meno «rozzo» rispetto a quello
dei due secoli appena trascorsi, ma dal carattere “sperimentale” ancora
irrimediabilmente teoretico.
Preti (1957:280) sostiene:

«tanto gli empiristi quanto i razionalisti sono concordi […] nell’attribuire […] un valore
ontologico, ossia ritengono che concetti e “leggi” (assiomi) rappresentino una struttura
fondamentale del mondo fisico che appartiene ad esso per sé, e che la mente umana rileva,
scopre, ma non crea od introduce: il concetto che l’apparato nozionale venga introdotto o creato
dalla mente umana non si presenterà esplicitamente nella storia del pensiero se non nel
Settecento, per opera di D. Hume e di I. Kant»

Secondo i razionalisti l’ideale di “verità” matematica è dato dal sistema deduttivo


della matematica “euclidea”, gli assiomi sono autoevidenti, viceversa per gli empiristi
gli strumenti del metodo sperimentale consistono in semplici mezzi per promuovere
nuove formulazioni generali. Per i primi il linguaggio delle matematiche riflette
l’essenza del cosmo, per i secondi il linguaggio non ha valore metafisico.
La possibilità di affermare l’esistenza di una geometria “non euclidea”, dunque di
superare la credenza metafisica e trascendentale secondo la quale «nessun assioma,
nessun principio è razionalmente necessario» (Preti 1957: 284) è contemplata da
Descartes nella sua opera Meditationes de prima philosophia (1640) (cfr. Toth: 1994).
Descartes richiama l’attenzione sulle strutture della scienza dimostrativa, mediante
le quali è possibile «dedurre tutta la realtà», proprio in quanto le idee «chiare» e
«distinte» corrispondono esse stesse alle «strutture ontologiche del mondo reale» (ibid.,
1957: 298). Nel tentativo di superare la falla razionalista e necessaritarista il cui

51
Preti 1957, p.391.

20
presupposto afferma l’autoevidenza degli assiomi, Descartes procede nel tentativo di
definire l’idea di «libertà del soggetto trascendentale del mondo, cioè Dio» (Toth:
1994), egli ridimensiona il concetto di ‘certezza’ del pensiero matematico (di verità in
sé ‘assoluta’ o ‘eterna’) all’idea che questa sia tale (idee “distinte” e “chiare”), perché
derivante direttamente da Dio (il concetto di verità non assoluta o eterna, ma ‘creata’ da
Dio). Sebbene gli sforzi, egli ricade nel presupposto di certezza assoluta del
razionalismo (“divino”) intrinseco all’età moderna e del primo, laico, dell’Età Antica,
afferente alla promulgazione della geometria “euclidea”. La discussione sul fondamento
del concetto di verità (“euclidea”) degli assiomi è una questione che riguarda la
metafisica della matematica, è una problematica che non riguarda il concetto di verità di
una particolare proposizione o di un particolare assioma (che nella non-metafisica si
stabilisce in rapporto al particolare assioma) (Toth: 1994).

Sul finire del XVII secolo la scienza moderna ragiona in base ai postulati
deterministici tralasciando l’aspetto dogmatico del valore ontologico del reale 52.
Durante il secolo degli sviluppi delle macchine durante la prima Rivoluzione
industriale si assiste a un sistematico lavoro di volgarizzazione e volgarizzamento della
scienza già avviato nel Seicento. Tralasciando gli sviluppi e i contenuti teorici del
lavoro dei matematici che si susseguono dal Settecento (si accenna soltanto al fatto che
questi si muoveranno in seno alle oramai ‘definite’ matematiche pure - l’Analisi - e la
meccanica razionale - centrale il traguardo relativo al Calcolo infinitesimale) gli sforzi
compiuti in seno all’Analisi continuano nell’obiettivo di apportare maggior rigore alla
disciplina.
La ‘creazione’ di una matematica “non euclidea” legittima la libertà del soggetto
terreno ossia l’uomo (Toth: 1994) e oltrepassa definitivamente la concezione fondata
sull’ideale di verità appartenente al mondo della matematica “euclidea”. Il grande passo
sarà compiuto dal figlio dell’ungherese W. Bolyai (1775-1856). J. Bolyai difatti,
completa l’opera iniziata dal matematico, fisico e astronomo tedesco, Carl Friedrich

52
Il «principio della ragion sufficiente» di Leibniz (il quale conferirà sullo sfondo della sua filosofia la
potenza che la nozione di algoritmo riveste per le scienze matematiche), consiste, sostiene Preti (1957),
nel teorizzare un ulteriore passo verso il compromesso tra «ragione sufficiente» quindi «non necessaria»
(ibid., p. 342) e il contingente empirico, in modo che si possa «trovare un motivo perché le singole cose
ed eventi del mondo siano così piuttosto che in un altro modo possibile». Preti (1957) continua a riflettere
sui vantaggi che si trarranno dalle “filosofie” di G.’sGravesande, Hume, Kant, ma per questo aspetto si
rimanda al volume consultato e citato in bibliografia.

21
Gauss (1777-1855) realizzando la geometria “non euclidea” e ponendo fine all’era del
pensiero matematico quale era esistito dall’Antichità al Medioevo e durante l’Età
moderna. Il linguaggio matematico divenuto ‘formale’ descrive un’«immagine» che non
è più separata dalla descrizione del fenomeno che rappresenta, ma è essa stessa il
fenomeno. La formula traduce il suo contenuto sensibile e non ne descrive il contenuto,
la formula non interpreta la descrizione o viceversa, la formula ri-produce, scrive Preti
(1957): «[…] l’evento sperimentale, che nei suoi contenuti sensibili è toto coelo diverso
da quello che è intuibile attraverso il linguaggio che lo descrive» (ibid., p. 391).

1.3. La divulgazione del discorso matematico secondo il nuovo concetto di


scienza

«Benché l’avvertenza sia stata fatta mille volte, non si deve stancarsi di dar la caccia, come nella
storia della letteratura, così in quella della lingua, agli equivoci a cui dà luogo il termine
popolare, che ora significa «diffuso fra il popolo», ora «di origine popolare» 53.

Il prestigio conferito a un determinato lessico sia dallo strumento di diffusione, che


dal codice utilizzato, può determinare sia la portata dell’accoglienza presso il pubblico
che dunque convenzionalizzare lo stesso entro una determinata trafila. Fra i numerosi
esempi citati da Migliorini (1939: 3) l’esempio di lionfante e di elefante è calzante per
questo discorso: «a chi sapeva le lingue classiche la prima forma doveva sembrare una
corruzione plebea della seconda: e siccome di elefanti hanno maggior occasione di
occuparsi i dotti che gl’indotti, la seconda forma è prevalsa». La «tradizione
terminologica» e il «grado di accessibilità» presso il pubblico (anche quello dei profani)
condizionano le possibilità di stratificazione linguistica di un dato lessico scientifico. Il
primo aspetto è osservabile nel “prestigio linguistico” di un lessico che nel caso di
quello matematico è «istituzionalizzato in latino» (si tratta per lo più di vocaboli di
trafila “dotta” di origine latina) 54, mentre il secondo aspetto potrebbe corrispondere al
grado di diffusione che tale linguaggio e disciplina, dal connotato carattere di
“severità”, “produce” fra il pubblico dei profani 55.

53
Migliorini 1939: 4.
54
Cfr. il terzo capitolo del presente lavoro.
55
Cfr. Altieri Biagi 1988 [1990: 129].

22
Sono determinati eventi storico-linguistici e dunque in lor seno gli eventi poi
specifici che danno luogo allo stratificarsi linguistico 56 dei lessici scientifici,
conseguenza della primordiale percezione di costituire una identità a parte. Questa
consapevolezza ha iniziato a dipanarsi dalla letteratura delle opere di Galileo, secondo il
quale la nuova scienza richiedeva di essere trasmessa conformemente ai nuovi “metodi”
e non ai vecchi “sistemi” 57 e, in lingua volgare, scelta per sottolineare “simbolicamente”
la nascita di un nuovo ragionamento che nel caso di Galileo è in primis quello empirico
di uomo platonico del Rinascimento 58:

« […] l’atteggiamento galileiano è d’importanza capitale. Scricchiolano, anche grazie a lui, le


vacue impalcature peripatetiche, e s’instaura una nuova visione, quantitativa, dei fenomeni
naturali. […] Galileo ha un’idea ben chiara di ciò che la scienza esige: i nuovi termini devono
essere precisi, chiaramente definiti, e non vaghi ed equivoci. Non bisogna confondere le verità
scientifiche, che sono “cose”, con i nomi, che sono strumenti convenzionali per indicare
brevemente le cose.” 59

La caratteristica della “brevità” descritta da Migliorini per riferirsi al modo di


Galileo di designare la verità scientifica mediante i «nomi» 60 (le parole del linguaggio
“comune”) è ugualmente importante per Altieri Biagi (1980: 49) quando commenta un
trafiletto tratto dai Discorsi intorno a due nuove scienze (1638):

«Tale esigenza è viva e documentabile nel Seicento, quando – nei vari ambiti della ricerca – si
reagisce alla terminologia complessa, culturalmente stratificata (di origine greca, latina, araba) e
alla terminologia filosofica, animistica, per cercare la «parola» denotativa, che significhi – per
convenzione – una e una sola cosa: il «termine» che funzioni come utile «abbreviazione del
modo di parlare», che eviti «lo stento tedioso» della circonlocuzione (è Galileo che dice questo),
ma che sia però continuamente spiegabile, traducibile in parole della lingua naturale, a evitare

56
Si pensi ad es. soltanto alla frammentarietà semantica di lessici sinonimi nel discorso della medicina nel
caso ad es. citato da Dardano (1994: 504) del regionalismo: coccolone in luogo di colpo.
57
Cfr. Preti:1957, p. 261.
58
Ibidem
59
Cfr. Migliorini Premessa a Altieri Biagi: 1965.
60
Preti (1957: 264) sostiene che Galileo considera le parole del linguaggio comune come “vaghe”,
“imprecise”, poiché nel suo “discorso” egli era giunto a comprendere che soltanto ciò che può essere
“matematizzabile” è allora apprezzabile in qualità di scienza. A tal proposito si veda anche Mamiani
(2001: 69) il quale cita Newton (1972: 45-6). Lo scienziato scrive: “Uso infatti le parole attrazione […]
non fisicamente ma soltanto matematicamente”, Mamiani continua: “Pur facendo ricorso al linguaggio
comune, Newton lo rendeva inutile nel momento in cui usava promiscuamente parole come attrazione
[…]”.

23
che il «NOME» (diventato ETICHETTA impenetrabile) si sostituisca al FENOMENO,
occultandone la natura.»

… e che la stessa si preoccupa di riportare nell’originale dell’autore citato (1965:


74):

« (notate intanto che cosa sono le definizioni de i matematici, che sono una imposizion di nomi, o
vogliam dire abbreviazioni di parlare, ordinate ed introdotte per levar lo stento tedioso che voi ed
io sentiamo di presente per non aver convenuto insieme di chiamar, v.g., questa superficie, nastro
circolare, e quel solido acutissimo della scodella rasoio rotondo)»

La problematica è emersa e concerne la mancanza di condivisione che nelle parole


di Galileo si traduce nell’espressione: «stento tedioso». In effetti, le preoccupazioni di
Galileo sono anche metalinguistiche, indice di un atteggiamento che non resterà
confinato alla sua personalità 61.

«Anche quando si tratta di termini ampiamente diffusi e di cui Galileo doveva fare uso
quotidiano nell’officina di Padova e nei rapporti con magnani e artigiani fiorentini, egli li
introduce nel testo con cautela; per esempio, con una breve precisazione linguistica che ha
certamente lo scopo pratico di identificare […] nel caos terminologico delle varie definizioni
regionali, istituendo eventualmente la corrispondenza con il termine dotto, ma che raggiunge
anche lo scopo di “isolare” quei termini dal contesto, quasi essi fossero offerti come precisazione
accessoria, come possibilità semplificatrice di un discorso che sarebbe perfettamente
comprensibile anche senza di loro: … un piccolo contrappeso, il quale volgarmente adimandano
romano … (II, p.165) … un cilindro di metallo o di vetro.. nel cui concavo entri con

61
Altieri Biagi (1965: 14-20) scrive: «Il pubblico di Galileo non è dunque quello degli specialisti (né di
quelli ad alto livello, i filosofi professionali, che non vorrebbero capire, né quello dei tecnici costruttori di
pompe e di girelle che forse non potrebbero capire), ma quello degli uomini di lettere fra cui la nuova
scienza e il nuovo metodo vanno diffusi». In effetti, le preoccupazioni linguistiche e metodologiche legate
al concetto di divulgazione scientifica non sono circoscritte al XVI secolo. Sebbene differentemente da
Galileo, altri prima e dopo lo scienziato hanno curato l’edizione di opere in latino, scritto in volgare, o
alternato i codici, si ricorda la scelta di Pacioli di pubblicare in volgare la sua Summa (Venezia, 1494) e il
Divina Proportione (Venezia, 1509), o ancora la traduzione in volgare degli Elementi ad opera di Niccolò
Tartaglia data alla stampa a Venezia nel 1543 e condotta dall’autore tenendo conto dei due filoni delle
traduzioni latine: quella di Campano da Novara dall’arabo (1482), e quella dal greco, edita a Venezia nel
1505 ad opera di Bartolomeo Zamberti. Tali opere di volgarizzamento hanno contribuito a una più ampia
diffusione della Geometria nel Medioevo. Si vedano Franci: 1996 [2000] e Manni: 2001 la quale segnala
Boyer 1990: 288-313.

24
esquisitissimo contatto un cilindro di legno… il qual cilindro si possa spignere in su e ‘n
giù…Inserto il legno, o vogliamolo chiamar zaffo… (VIII, p. 58) […]» 62

L’abitudine di segnalare il termine scientifico si palesa mediante artifici testuali, ad


es. l’introduzione di un termine volgare si affianca al corrispondente latino o viceversa,
si alterna l’uso di varianti: forme dotte a forme volgari, si usa glossare o parafrasare, si
citano regionalismi 63. Questo atteggiamento era indice della consapevolezza
dell’esistenza di un pubblico sempre più eterogeneo e di una situazione linguistica
stratificata, principalmente simbiotica nell’uso del latino e del volgare, “tradizione” che
per i lessici scientifici è iniziata durante il Medioevo 64. Altieri Biagi (1990: 179-80)
osserva:

«A partire da Galileo, appassionato lettore e acuto critico di poesia, ma alieno da «fiorenti


poetici», da «arguzie» e da «fole» (tutte cose «da lasciare a i retori ») e per tutto il Sei e
Settecento si sviluppa una trama di giudizi – da parte degli scienziati che contrappone […], la
dignità e nobiltà della prosa scientifica […] alla licenza di mentire tipica dei letterati. Si potrebbe
dire che comincia qui la divaricazione fra le “due culture”; ed è indubbio che questo fenomeno
negativo si svilupperà, in seguito, esasperando certe premesse settecentesche. Ma nel Seicento
nel Settecento lo scienziato non evade ancora dalla dimensione «letteraria»; anzi sostiene la
legittimità del suo inserimento in essa. La serietà e nobiltà rivendicate alla scrittura scientifica
non sono mai «pregiudizievoli al diritto delle caste Muse».

Nell’ambito del processo di instaurazione del modello di lingua scientifica il


rapporto tra linguaggio della letteratura e linguaggio della scienza vede il secondo più
saldamente ancorato alla tradizione classica, di quanto invece non accade per il modello
di lingua letteraria. A tal proposito Altieri Biagi (1980: 47):

«Il volgare scientifico, scritto da persone che praticavano contemporaneamente il latino come
lingua viva, connotata a livello alto (per la circolazione internazionale delle opere) rimane più
ancorato a quel «modello», e quindi si caratterizza – nei confronti del volgare letterario – come
meno permeabile alle innovazioni, agli sperimentalismi. Galileo e i galileiani non
«barocheggiano» nel secolo del barocco; […]».

62
Altieri Biagi 1965: 34.
63
Cfr. Dardano1994: 510 ss.
64
Altieri Biagi 1988 [1990: 124-5].

25
Durante il periodo definito da Altieri Biagi (1988 [1990: 125-6]) di «europeismo
ideologico, culturale, scientifico, linguistico del Sei-Settecento», sostiene la stessa, che
la prosa del discorso scientifico introdurrà «più corali forme di legalità comunicativa
che influenzeranno il percorso linguistico della prosa letteraria (ibidem).
Il XVIII secolo, inoltre, segna l’interruzione del rapporto simbiotico fra i due codici:
latino e volgare che, sostiene Altieri Biagi: «Per le scienze matematiche […] è senza
dubbio la seconda metà del Settecento», per essere ancora più precisi la stessa scrive: «i
decenni ’70-’80 di quel secolo» (ibid., p.121).

1.4. I concetti di “costruzione” e “intuizione” nel campo delle scienze


matematiche

Nell’introduzione all’edizione italiana (1993) del saggio di Hadamard (1865-1963)


The Psycology of Invention in the Mathematical Field (1945) e curata da Giorello, lo
stesso citando una riflessione di Hardy (1940) 65 scrive:

«Ma entro la matematica il riferimento alla realtà – essenziale per tracciare il confine tra
invenzione e scoperta […] pare molto più elusivo che nelle scienze sperimentali […] qualsiasi
realtà si voglia attribuire alla matematica, essa non può coincidere in toto con la realtà che
diciamo fisica, cioè con il “mondo del giorno e della notte, dei terremoti e delle eclissi”. Qui
risiede non la debolezza, ma la forza della matematica “pura”. Dice ancora Hardy: “Una sedia
può essere un insieme di elettroni turbinanti o un’idea nella mente di Dio […]; la matematica
pura […] mi sembra lo scoglio contro cui ogni idealismo inevitabilmente s’infrange: 317 è un
numero primo non perché lo pensiamo noi […] ma perché è così”. Questo oggettivismo non ci
costringe nemmeno a optare per una sorta di Platonismo per cui la realtà matematica sarebbe
“esterna e indipendente da noi” piuttosto che per un costruttivismo per cui essa è invece
puramente “mentale”: sia che la si pensi che i nostri teoremi siano descrizioni delle essenze di
Platone o di Hardy sia che si preferisca credere che rispecchino l’attività del soggetto
trascendentale di Kant (o di Brouwer), quei teoremi “che qualifichiamo pomposamente come
nostre creazioni” andrebbero più semplicemente considerati “annotazioni” delle nostre
osservazioni” di quella realtà matematica.» 66

65
Giorello cita dal testo di Hardy (1940): A Mathematician’s Apology.
66
Giorello 1993: IX-X.

26
Le succitate osservazioni suggeriscono che le «creazioni» in ambito matematico
trascendono sia da impostazioni (o “imposizioni”) platoniche e aristoteliche, che
soggettiviste “terrene” o soggettiviste trascendentali (“divine”). La definizione del
concetto di “creazione” che Giorello trasmette citando Hardy emerge dalla
considerazione di una “realtà” matematica dal riferimento «elusivo» e dunque
dall'accettazione (evidentemente non manicheista di impostazioni (o, imposizioni) del
fatto che: «la matematica pura» sia «lo scoglio contro cui ogni idealismo
inevitabilmente s’infrange». Il quesito sulla “creazione”, cui risponde Hardy
nell’affermazione appena citata, potrebbe allargarsi a ciò che concerne il fondamento
della creazione nei termini di invenzione o scoperta? Se sì, potrebbe risolversi mediante
una separazione tra il sociale e l’individuale.
Il primo aspetto prende in considerazione il fatto diacronico e sociale della
costruzione dei concetti e “verità” matematiche, dunque la natura «sociale» e
«normativa» del linguaggio matematico (Heintz: 2005; 2002; Lolli: 2003). Il secondo
aspetto concerne il fatto individuale 67 e la considerazione di concetti quali “invenzione”
o “scoperta” nella produzione/concettualizzazione degli enti matematici (Hadamard:
1945 [1993]; Poincaré: 1914).
Lakoff e Núñez (2000 [2005: 33, 62-3]) fondano i presupposti per una «matematica
incarnata» e spiegano che le possibilità intrinseche di comprendere un concetto non
“fisico” come ad es. i diagrammi di Venn o qualsiasi altro concetto che presupponga la
metafora concettuale del contenitore 68 (come in questo caso) sono connesse alla
possibilità incarnata di percepire lo ‘spazio’ nei termini del suddetto schema cognitivo,
sulle cui basi è possibile concettualizzare i contenitori concreti (ibid., p. 63). Il
matematico Lolli (2003) che recensisce il testo dei due scienziati cognitivisti dichiara a
proposito della relazione tra la concettualizzazione di contenitori fisici e quella dei
contenitori cognitivi che: «I contenitori cognitivi sarebbero dunque i diagrammi di
Venn. Ma i diagrammi di Venn sono un concetto e una tecnica matematica inventata nel
tardo Ottocento» (ibid., p. 21) soffermandosi sul carattere “fisico” dell’invenzione del

67
Cfr. Heinz:2005. Per la trattazione che si intende portare avanti l’aspetto individuale è già “terreno”, in
quanto la “purezza” delle scienze matematiche sia che possa essere associata a fattori interni, dunque di
formalismo legati alla natura di un linguaggio “astratto”, sia che possa essere associata a fattori esterni,
dunque legittimanti un “padrone” (umano o trascendentale), concerne un quadro filosofico che è più
“generale” o almeno “esterno” alle considerazioni che concerneranno questo aspetto. Cfr. Stolzenber
2006: 233.
68
Cfr. Lakoff, Johnson 1980 (trad. it.), pp. 49-50.

27
concetto specifico: «se sono loro i contenitori cognitivi, non si può dire che la
matematica usa lo schema di contenimento per capire i concetti di appartenenza o
inclusione. È esattamente il contrario (in questo esempio): usiamo un concetto
matematico per capire la generalità che si presenta nel discorso concreto del contenere»
(ibid., p. 22). Lolli ha già dichiarato la sua posizione rispetto a «platonisti impenitenti» e
già condiviso il carattere «situato» nell’esperienza umana della costruzione di
determinati concetti matematici (ibid. p. 9) e si mostra incuriosito verso eventuali
scoperte che in campo neurofisiologico individuino i circuiti cerebrali sottesi alla
formazione di concetti e algoritmi matematici e in particolare degli schemi citati dagli
autori del testo recensito (ibid., p.16, 20).
Considerare che un determinato concetto sia “scoperto” e che dunque compaia
‘fisicamente’ e sia ‘coerente’ a un dato momento storico, ancora, separare lo stesso dal
concetto di “inventato”, o assimilare quest’ultimo al primo per considerare che, in
quanto frutto di meccanismi cognitivi ad opera del singolo, sia legittima una ricerca di
«chi è l’autore di questa o quella scoperta» (Hadamard, 1945 [1993:132-3]) è una
“questione mal posta” (ibid.).
Gli assunti che fanno capo ad atteggiamenti fondati sull’idea di costruzione
“sociale” dei concetti e/o quelli fondati sull’idea di costruzione “individuale”
(cognitiva) sono smussati da Heintz (2005) per quel che concerne le conseguenze
tendenti ad assolutizzare e che appartengono rispettivamente alle sintesi del programma
sociologista da un lato, e a quelle del programma psicologista dall’altro 69. A tal
riguardo:

69
Nella considerazione di un quadro più ampio che concerne la prospettiva cognitivista “recriminata” da
Heinz si cita il contributo di Varela 1987 [1986] per il quale tale prospettiva è etichettata come periodo di
«realismo cognitivo». Lo stesso testo contiene esposto in maniera germinale il manifesto alla sua teoria
«enattiva» della cognizione, a tal proposito si veda anche Varela et alii (1991 [1992: 163-170] e in
particolare i capp. 7, 8.). In Varela la problematica dei fondamenti assume una rilevanza di carattere
fenomenologico emergentista. Questi (1991 [1992: 172]) sostiene il concetto di «ansia cartesiana»
esposto da Bernstein in Beyond objectivism and relativism, parte III: «Questa sensazione di ansia sorge
dal desiderio di un fondamento assoluto. […] Trattando la mente e il mondo come poli contrapposti
soggettivo e oggettivo, l’ansia cartesiana oscilla incessantemente fra i due alla ricerca di un fondamento».
Tali concezioni rappresentano secondo l’autore il falso fondamento del pensiero dualista che promulga,
con atteggiamento nichilista, un oggettivismo che trasferito alle scienze cognitive si traduce nel primo
cognitivismo rappresentazionista. Per quanto concerne la proposta di «cognizione enattiva» questa mira a
scavalcare tale problematica facendo ricorso ai metodi della teoria della consapevolezza in seno alla
filosofia buddhista.

28
« […] assertions of sociologism: any concepts or proof procedure is under-determined by its past
applications or use. […] but cannot wholly determine them. […] Equating the making of
Mathematics with the 'pure' functioning of mental devices leads to psychologism. [….] The belief
that prevents the social study of mathematics consists in assimilating the collective production to
the individual production, the former being thought as being nothing more than the sum of the
latter. This mistaken assimilation is the assumption that transforms sound cognitivism into
psychologism. » 70

Heintz (2005; 2002) propone di considerare una via di mezzo che tenga conto degli
aspetti che entrambe le tendenze di pensiero trascurano l’una dell’altra. A tal proposito
Heinz (2005: 3-4) sostiene che:

«There are three different objects or phenomena involved in the creation of mathematical
knowledge: 1) psychological competence; 2) individual performance; 3) collective performance.
The third object is not to be confused with the second, […] Second and more importantly,
Mathematics is normative. […] Although cognitive performances may or may not in accord with
competencies, this does not constitute the standards through which individual production is
collectively judged. […] Normativity is not a psychological phenomenon. […] There are some
cognitive foundations of mathematics in the sense that cognition is the essential cause of the
production of mathematics. Foundations in that sense should not be assimilated to a
fundationalist program of the philosophy of mathematics. Of course, the sociology of
mathematics is not a fundationalist program either.»

Prendere in considerazione il dato cognitivo nell’ambito della costruzione e


creazione delle idee matematiche consiste nel calare il soggetto nella storia della
formazione dei concetti, ma senza “trascurare” o “assolutizzare” il lavoro individuale, e
considerare, dunque, che il linguaggio creato ha una natura “sociale” che è tale, in
quanto, si inserisce in un sistema che è «normativo» e che diviene ‘ufficialmente’
“sociale” quando vi entra a far parte in quanto ‘norma’.
Traendo da tali considerazioni è possibile inoltrarsi verso l’aspetto “puramente”
individuale e che in particolare concerne l’intuizione in campo matematico, al fine di
argomentare che la «questione mal posta», a proposito della ricerca di un autore per una
data ‘scoperta’ (Hadamard: 1945 [1993: 133]), lo è altrettanto per quelle considerazioni
70
Heintz 2005, p. 3. Citazione tratta dalla versione on line:
https://www.univnancy2.fr/poincare/colloques/symp02/abstracts/heintz.pdf (03-2010)

29
che guardano al processo di creazione delle idee matematiche “o” come frutto di un
processo ‘puramente’ intuitivo “o” come frutto di un processo di ‘scoperta’: «Nella
scienza, le intuizioni che hanno portato a un progresso non sono logicamente derivate
da conoscenze preesistenti: i processi creativi su cui si basa il progresso della scienza
operano a livello subconscio» (Damasio 1994 [1995: 263-5]). Nella distinzione tra il
processo di «invenzione» e «scoperta» Hadamard (1945 [1993]) scrive rispettivamente
del «caso» e della «logica», i due processi psicologici che guidano la creazione e
sottostanno come concause alla generazione di entrambi i processi. Secondo l’autore il
“caso” non esiste, piuttosto, questo guida o si materializza nei processi di lavorio
‘inconscio’ che precedono al momento consapevole dell’intuizione. Egli, infatti,
definisce questo tipo di ‘ispirazione’ come «apparentemente spontanea» (ibid., p. 43). Il
matematico Poincaré (1914) fornisce una descrizione del processo intuitivo e dei
processi cognitivi implicati per i quali egli è riuscito ad avere percezione cosciente.
Poincaré sostiene che l’intuizione: «la révélation» emerge al «moi coscient» in
seguito al lavorio dell’inconscio che egli attribuisce ad opera del «moi subliminal»,
questa fase è nominata di «repos apparent», a questa, segue una fase che il matematico
definisce come «la seconde période de travail consciente» (ibid. pp. 55-6, 61). Difatti
egli scrive (1914: 48-50, 53-4):

«tout au coup l’idée décisive se présente à l’esprit. […] seulement la révélation, […] s’est
produite pendant une période de travail conscient, mais indépendamment de ce travail qui joue
tout au plus un rôle de déclanchement, […] Il y a une autre remarque à faire au sujet des
conditions de ce travail inconscient : c’est qu’il n’est possible et en tout cas qu’il n’est fécond
que s’il est d’une part précédé, et d’autre part suivi d’une période de travail conscient.»

Poincaré identifica e descrive i momenti che caratterizzano il processo di


invenzione, ma egli non è in grado di descrivere cosa accada durante la fase etichettata
di: « riposo apparente » (ibid. p. 55-6), egli è consapevole che quanto concerne al « moi
subliminal » questo non è « purement automatique » in quanto egli riconosce che ciò
non è in grado di esprimere a parole (« il est à peu près impossible de les énoncer dans
un langage précis » p. 56) dipende dal fatto che: « Dans le moi subliminal règne, au
contraire, ce que j’appellerais la liberté, si l’on pouvait donner ce nom à la simple
absence de discipline et au désordre né du hasard » (ibid. p. 61).

30
Per quanto concerne il periodo di lavoro cosciente, questo è indispensabile ai fini
dell’innesco del processo intuitivo e Poincaré riconosce che gli scopi consistono nel:
« mobiliser quelques-uns de ces atomes […] notre volonté ne les a pas choisi au
hasard » (ibid.).
La descrizione del processo intuitivo fornita da Poincaré (1914) ha dei punti in
comune con quanto spiegato in termini neurologici dal neurosceinziato Damasio (1994
[1995]). Il verificarsi del fatto che « d’improvviso alla mente » qualcosa « affiori »
nonostante la nostra “incoscienza”, dipende dal fatto che rispetto a quel qualcosa si sia
prodotto un « ricordo disposizionale » (ibid. p. 163). Anche del citato processo non se
ne ha coscienza (ibid.). L’esistenza di meccanismi biologici celati alla coscienza (ibid.
p. 263-5) rappresenta quanto di « fondato » al livello anatomico e neurologico la scienza
sia stata in grado di rispondere.

« Celati dietro quelle immagini, mai o molto di rado conoscibili da parte nostra, vi sono svariati
processi che guidano la produzione e il dispiegamento delle immagini nello spazio e nel tempo;
essi utilizzano regole e strategie incorporate nelle rappresentazioni disposizionali. Sono
essenziali per il nostro pensare, ma non sono un contenuto dei nostri pensieri. » (Damasio 1994
[1995: 162-4])

Rimangono questiti ai quali il “riduzionismo” neurologico non ancora ha risposto. A


tal proposito alcuni chiarimenti concernenti questioni come le “basi neurali del sé” e la
“mappatura” della coscienza arrivano dallo scienziato cognitivista e neurobiologo
Francisco Varela (1946-2001). Questi si muove nell’ambito della neurofenomenologia
della percezione 71 e sostiene l’impossibilità comprovata sperimentalmente di
individuare a livello neurale il ‘luogo preciso’ della coscienza, tentativo secondo
l’autore, fallimentare sulla base del carattere «irriducibile» di quest’ultima. Questi
sostiene:

«In effetti la nozione di emergenza è per me una nozione assolutamente centrale. In mancanza di
questa nozione […] non si capirà come sia possibile un approccio non riduzionista alle basi
materiali della coscienza. Mi dicono “Buongiorno, Francisco”, […] Dunque c’è una specie di
interfaccia, di accoppiamento col mondo, che dà l’impressione di un certo livello di identità e di

71
Varela et al. 1991 [1992]; 1996; 1999; Per quanto concerne in particolare, il concetto di intuizione
all’interno della prospettiva neurofenomenologica si veda Varela 2006 [1981]: 65-93.

31
esistenza. […] Ma […] si tratta di una identità relazionale, che esiste solo come pattern
relazionale e priva di esistenza sostanziale e materiale.» 72

Sulla scia di quanto sostenuto da Varela (2001) Damasio (1994 [1994: 326]) si
esprime a proposito dello stato neurale del sé:

«Lo stato del sé viene costruito da cima a fondo in ogni momento; è uno stato di riferimento
evanescente, di continuo ricostruito con tale coerenza che il possessore non se ne accorge mai, a
meno che durante questo rifacimento qualcosa non vada per il verso sbagliato […] Il presente
non è mai qui. Noi siamo irrimediabilmente in ritardo, per la coscienza»

Per quanto concerne la questione relativa agli stati di coscienza Damasio (1994
[1995: 147]) facendo uso della metafora «Teatro Cartesiano» tratta da Dennet (1991)
sostiene che l’agire della mente secondo diversi stati neurobiologici continuamente
ricreati non permette per questi ultimi, precise o definitive individuazioni spazio-
temporali:

«basandomi su considerazioni di neuroscienze, sostengo che si tratta di un’intuizione falsa. […]


L’argomentazione principale contro l’idea di un sito di integrazione nel cervello è questa: non
esiste, nel cervello umano, un’unica regione attrezzata per elaborare simultaneamente le
rappresentazioni provenienti da tutte le modalità sensoriali che sono attive quando noi, per
esempio, facciamo esperienza simultanea di suono, movimento, forma e colore, in perfetta
coincidenza temporale e spaziale. […] È appena agli inizi una raccolta dati e informazioni su
dove è probabile che avvenga la costruzione di immagini relative a ogni singola modalità
sensoriale separata, ma non vi è luogo nel quale sia possibile trovare un’area unica in cui siano
proiettati in coincidenza precisa tutti quei prodotti distinti.»

La comprovata esistenza di meccanismi biologici alla cognizione umana non


necessariamente devono tradursi in atteggiamenti di tipo riduzionistici, difatti il
neuroscienziato sostiene (1994 [1995: 249]) che «comprendere i meccanismi che stanno
dietro ad alcuni aspetti della cognizione e del comportamento non ne riduce il valore, la
bellezza o la dignità.»

72
Varela: 2001. Consultabile on line su EMSF: http://www.emsf.rai.it/interviste/interviste.asp?d=452
(03-2010).

32
CAPITOLO II
LA CONSAPEVOLEZZA ACQUISITA: LE PAROLE NEL LINGUAGGIO SCIENTIFICO-
MATEMATICO

33
CAPITOLO II
LA CONSAPEVOLEZZA ACQUISITA: LE PAROLE NEL LINGUAGGIO SCIENTIFICO -

MATEMATICO

2.1. Linguaggio formale, linguaggio comune

De Mauro (1988), nell’introduzione a una trattazione sui linguaggi scientifici fa una


riflessione personale su alcuni trascorsi della storia della cultura intellettuale italiana,
prendendo atto del carattere intrinseco di «tradizionale ascientificità». Tale carattere,
spiega l’autore, deve porsi come una presa di coscienza da parte di chi si appresta a
interrogare la natura dei linguaggi scientifici. In seguito cita anche un altro aspetto, che
ritiene fondamentale:

“Appena alle nostre spalle, e non ancora ben assimilata dalla nostra media cultura, sta la crisi
della visione fondazionistica delle scienze e del sapere intero. […] Da nessuna scienza come
dalla fisica teorica del Novecento è emersa una visione della scienza non come dispensatrice di
certezze, ma, […] come apparato capace di produrre e circoscrivere domande e dubbi,
spingendosi oltre i limiti del linguaggio ordinario. Così, dunque, il movimento complessivo delle
scienze del Novecento non pare sia andato nella direzione d’una loro crescente omogeneità,
unità, reciproca riducibilità. Piuttosto si è accresciuta la diversificazione tra i vari linguaggi
scientifici e tra tutti questi e il linguaggio comune, e ciò in concomitanza di una vertiginosa
espansione del sapere.” 1

De Mauro, difatti, scrive citando Ernst Troeltsch (1922), che nel corso del
Novecento, dopo una prima crisi riguardante l’«idea di studi e scienze come
adeguamento intellettuale a ordini precostituiti e in sé ben fondati» (ibidem), Rudolf
Carnap, Troeltsch, Otto Neurath e Hans Hahn avrebbero riconosciuto nella teoria della
relatività di Einstein (1905), nei Principles of Mathematics di Russell 2 (1903) e nel
Tractatus di Wittgestein (1921-22): «i pilastri del trionfo della capacità esplicativa

1
De Mauro 1988, pp. 9-19. La versione consultata è quella elettronica, pp. 1-8:
http://www.giscel.org/Lugarini/T.%20De%20Mauro%20LINGUAGGI%20SCIENTIFICI%20E%20LIN
GUE%20STORICHE.pdf (18-06.-10).
2
Per una trattazione più approfondita sui temi del programma logicista Frege-Russell, si rimanda a
Peruzzi (1983: 194 e segg.). In riferimento al linguaggio dei Principles De Mauro (1988) osserva: “Dai
Principles rampolla quell’idea del «linguaggio oggetto» (e ogni linguaggio è potenzialmente tale) che
trova la sua spiegazione e giustificazione fuori e oltre di sé, in un linguaggio più potente, in un
«metalinguaggio», che a sua volta rinvia oltre se stesso, in una fuga che non ha fine di strutture
semantiche e sintattiche sempre più potenti.” Ibidem. Si veda inoltre dello stesso autore 1984, pp. 60-83.

34
unitaria del modello fisico-matematico del mondo» e, dal canto suo, ricorda come
nonostante i rinnovati propositi per un tale modello (che si sarebbe dovuto estendere a
tutte le scienze in seno al progetto internazionale della International Encyclopaedia of
Unified Science), dalla sua conclusiva irrealizzabilità, si sarebbe consolidata l’odierna
consapevolezza dell’inevitabile via della frammentazione dei saperi e, a proposito della
natura dei linguaggi scientifici, sia di questi all’interno delle singole discipline che
rispetto al linguaggio comune. Inoltre, rispetto a quest’ultimo punto, è proprio in virtù
della «pervasività» (De Mauro: 1984, p. 68 ss.) che i linguaggi scientifici stringono con
il linguaggio comune, o d’uso quotidiano, che il rapporto l’un l’altro è andato
complicandosi. D’altro canto però, il “mito” della riducibilità in generale (cioè in un
linguaggio, o dei saperi a un campo del sapere universale), seppure irrealizzabile dal
punto di vista “ontologico”, resta una caratteristica “interna” dei linguaggi scientifici
cosiddetti “duri” (ibidem), in particolare in ambito scientifico-matematico. Il valore
ontologico assoluto di una proposizione appartenente al linguaggio delle scienze (Preti:
1953, pp. 32-3) si realizza nelle parole di Vailati (1899 [1959: 31]) mediante coscienza
del «patrimonio di cognizioni» passate e degli «strumenti […] atti a raggiungere con
maggior semplicità o rapidità dei risultati».
In particolare Frege (1971 [1882]) scrive:

« Il n’est pas possible, dit-on, que la science puisse faire de grands pas grâce à une idéographie :
car la découverte de celle-ci présuppose l’achèvement de celle-là. Le langage offre déjà cette
même difficulté illusoire : lui seul semble avoir rendu possible le développement de la raison,
mais comment se pourrait-il que l’homme ait créé le langage sans la raison ? Pour découvrir les
lois de la nature, on met en œuvre des instruments physiques ; ceux-ci n’ont pu être produits que
par une technique avancée, laquelle à son tour s’appuie sur la connaissance des lois de la nature.
Dans tous les cas, le cercle se brise de la même manière. » 3

L’importanza che riveste il concetto che si trova alla base della nozione di forma
simbolica in Cassirer (1961 [1987: 53]) si trasferisce ai linguaggi delle scienze in questi
termini:

3
Frege 1971 [1882]. Si cita dalla versione consultata on line:
http://www.scribd.com/doc/19297906/Frege-Que-la-science-justifie-le-recours-a-une-ideographie
(02/02/2010).

35
“la storia della scienza […] mostra quale importanza abbia per la soluzione di un determinato
problema o di un complesso di problemi, il riuscire a ridurli a una “formula” sicura e chiara. […]
la massima parte dei problemi che hanno trovato la loro soluzione nel concetto newtoniano di
flussione […] esistevano già prima di Newton […] ed erano stati affrontati dalle direzioni più
diverse, […]. Ma solo dopo che fu trovata per essi un’e s p r e s s i o n e simbolica unitaria e
comprensiva, questi problemi divennero veramente padroneggiabili: infatti allora essi non
formarono più una discontinua e accidentale successione di meri problemi singoli, ma fu indicato
il principio comune della loro genesi in un p r o c e d i m e n t o determinato universalmente
applicabile, in un’operazione fondamentale le cui regole sono ben salde.”

Peruzzi (1983) aiuta a comprendere i parametri entro i quali si fonda il concetto di


«riduzione» in generale e, all’interno del discorso scientifico, nell’ambito della
problematica definitoria delle forme di concettualizzazione scientifica. Per la
comprensione del concetto legato al riduzionismo, questi scrive della distinzione che
sussiste tra la ‘riduzione’ sul piano «ontologico» (ibid., p.189) e quella che sussiste nel
rapporto tra la ‘riduzione’ e il piano della “definizione” 4 :

“[…] riduzionismo […], quando i concetti fondamentali di una disciplina sono ricondotti a
un’altra che la precede in ordine gerarchico di piani ontologici e di complessità. […] riduzioni
[…] di una disciplina ad un’altra considerata ‘precedente’ sia dal punto di vista ontologico che da
quello della elementarità della composizione concettuale. Numerosissimi esempi sono poi relativi
alla riduzione di un concetto ad una serie di altri più basilari, all’interno di una stessa disciplina.
È il caso della riducibilità o meno della macrofisica alla microfisica: allorché per esempio […] la
temperatura viene definita in termini di energia cinetica.
[…] quando in essi si parla di riducibilità, viene essenzialmente coinvolta la definibilità di certi
5
concetti da parte di altri di livello ‘inferiore’.”

Per quanto riguarda il carattere di «unitarietà» relativo al concetto di scienza e il


concetto di «realtà» ontologica della stessa, Preti (1953), proprio in riferimento alle
diverse realtà specializzanti, scrive come sia possibile rintracciare in seno a ciascun
linguaggio scientifico un «universo del discorso» di volta in volta specifico:

“Respinto il realismo ontologico, abbiamo dichiarato inconfutabile il realismo del senso comune.
Ma questo si riduce al linguaggio comune, […]. Linguaggio vago, […] e che tale presenta

4
Preti (1953: 30) definisce quest’ultimo piano «operativo».
5
Peruzzi 1983, p.189-190.

36
questioni indecidibili e contraddizioni non appena vogliamo farne una qualsiasi unità sistematica.
Il che significa che non esiste una Weltanschauung o universo del discorso del senso comune,
quindi non riesce neppure definibile un «mondo reale» del senso comune, bensì soltanto sono in
esso possibili dei frammentari «fatti reali» […] In particolare c’è da aspettarsi che anche i termini
«esistenza» e «realtà», e simili, cambino di senso. […], anche qui, questi termini verranno
definiti in maniera non ambigua, non vaga, non contraddittoria, entro ciascun universo del
discorso […]. Il problema del «mondo reale», da concepirsi nella sua unità, si presenta quindi
come problema dell’unificazione dei vari universi del discorso – vale a dire, nei termini che si è
soliti usare, come problemi dell’unità della scienza, mediante la quale solo è possibile costruire
un concetto unitario del «mondo reale» pickwickianamente in corrispondenza con il fatto
dell’«esistenza di un mondo» postulato dal senso comune.” 6

“Mondo reale” della scienza e “mondo reale” postulato dal senso comune si
legittimano l’uno l’altro. Vailati (1899 [1959: 118-120) si sofferma su un aspetto in
particolare che concerne la problematica del concetto di unità della scienza esprimendo
il suo dissenso per quelle teorie che si pongono «pessimiste» e «scoraggianti» rispetto ai
limiti contro i quali si scontra la ricerca scientifica nel corso del suo progredire:

«Ogni allargamento delle nostre cognizioni, si dice, non fa che allargare e rendere più estesa, per
dir così, la nostra superficie di contatto con l’ignoto e con l’inesplicabile, e le nostre spiegazioni
non fanno che sostituire «un mistero» ad un altro. Quanto più vero, e anche più utile, sarebbe
invece l’osservare che la distinzione fra cose «spiegate» e cose «non spiegate» non si riferisce ad
alcuna intrinseca differenza nella loro certezza o «conoscibilità», ma solo alla nostra capacità di
dedurre le nostre cognizioni le une dalle altre, di ordinarle cioè in modo che parte di esse
compaiano come conseguenze delle rimanenti.”» 7

Nel corso della sua trattazione Vailati matematico (1899 [1959: 119 ss.]) pur
mantenendo anch’egli fermo il giudizio che la “riduzione” tipica del procedimento
deduttivo delle discipline scientifiche (risalendo nella serie di deduzioni si ammettono
principi, dai quali non se ne possono dedurre altri) non comporta considerazioni del
tipo: «limitazione dell’intelletto umano» (ibid., p. 119), conclude affermando che
problematiche dal suddetto carattere, così come le questioni inerenti a decisioni «sulle
prove, o la legittimità dei principi e delle ipotesi più generali di ciascuna scienza

6
Preti 1953, p. 32.
7
Ibidem, p. 118.

37
particolare» (ibidem), non debbano essere lasciate al campo della filosofia 8, egli infatti,
scrive:

“ […] Si riattacca forse a questo medesimo erroneo concetto dell’ufficio della deduzione nella
ricerca scientifica l’opinione, che si ode spesso esprimere sotto forme diverse anche da scienziati
contemporanei), secondo la quale le discussioni sulle prove, o la legittimità dei principi e delle
ipotesi più generali di ciascuna scienza particolare, e la decisione finale delle relative
controversie, esorbiterebbe dalla competenza degli scienziati specialisti per cadere sotto quella
dei cultori di ciò che si chiama «la filosofia», alla quale verrebbe così a toccare il pericoloso
incarico di fungere di Suprema Corte di Cassazione nel campo intellettuale” 9

A tal proposito si ritiene chiarificante una riflessione di De Mauro (1984) ai fini di


qualsiasi considerazione sul linguaggio scientifico e, sia di questo nei confronti del
linguaggio comune che, per quest’ultimo, talvolta “sottovalutato” dagli stessi scienziati
o da altre tipologie di specialisti in genere (ibid., p. 69). De Mauro scrive (ibid., p. 72-
3):

“[…] è errato credere che, disponendo le scienze secondo una qualunque scala, questa
rappresenti la loro reciproca collocazione a tutti gli effetti […] In realtà le sovrapposizioni tra
un’area scientifica e le altre sono un fenomeno continuo, fisiologico, addirittura vitale. […]
Proprio la riflessione sui linguaggi di ciascuna ci dice che le diverse aree hanno ciascuna un
intrico di relazioni con molte altre, e tutte una fitta trama di relazioni con le lingue storico-
naturali, con il parlare di ogni giorno […] e non solo nei momenti festivi della scoperta, più di
quanto ignoranze reciproche e corporativismi vorrebbero.”

Stella Baruk insegnante di matematica e autrice di numerosi scritti nell’ambito della


didattica in questo campo 10, si esprime a proposito del «rêve» (2003a: 40-3) che ha
spinto alcuni filosofi e matematici degli inizi del XX secolo a tentare la costituzione dei
cosiddetti langages formalisés (ibid., p.41), in particolare soffermandosi sui tentativi
portati avanti da un gruppo di matematici operanti nella Francia del Novecento sotto lo

8
Il filosofo Michele Federico Sciacca autore delle note agli scritti di Vailati raccolti nel testo qui citato
del 1959, accusa quest’ultimo di «scientismo». Sciacca scrive: «[…] è filosofico il problema della validità
della scienza o la scienza come problema filosofico. Il Vailati, matematico di buona cultura filosofica
(sempre in rapporto al problema delle scienze) ma non filosofo, ha la pretesa di non ammettere altro
sapere valido oltre quello matematico-scientifico. E questa non è scienza, è scientismo.» In Vailati 1899
[1959:120].
9
Vailati 1899 [1959]: pp. 119-120.
10
Baruk 2003a; 1985; 2003b.

38
pseudonimo di Nicolas Bourbaki. Bourbaki definisce come «volontario» e forzato l’atto
da parte del matematico di alternare al linguaggio puramente formale, il linguaggio
comune della lingua naturale, ma tale pensiero è considerato da Baruk come un «abus
de réalité». Baruk citando Bourbaki (ibid., 41-42):

«Un langage supposé entièrement formalisé est donc, dans la pratique, parfaitement inutilisable.
[…] mais d’autre part que, «rédigé suivant la méthode axiomatique et conservant toujours
présente, comme sorte d’horizon, la possibilité d’une formalisation totale, notre Traité vise à une
rigueur parfaite», Bourbaki annonce et ‘définit’ ce que seront ses abus de langage : « Souvent
même, on se servira du langage courant d’une manière bien plus libre encore, par abus de
langage volontaires.»

Nell’ambito della didattica delle discipline matematiche l’utilizzo del linguaggio


“comune” è difeso e promosso da Baruk anche alla luce della imprescindibile natura
terminologica, oltre che ideografica del linguaggio ‘scientifico-matematico’(ibid.,
p.42). Il linguaggio comune, infatti, quando adoperato in contesto didattico, assume la
funzione precisa di rendere “espliciti” i concetti ellittici, ad esempio, quelli inclusi in
una definizione matematica, o ancora, quelli che si nascondono dietro una espressione o
una parola del linguaggio comune, purtroppo candidata ad essere erroneamente
“inflazionata”: « pour des raisons supposées être pédagogiques […] renoncer aussi à
une exigence minimale de rigueur, confondant par exemple sous un seul vocable des
objets mathématiquement différent : […] “opération” à la fois pour “opération” et
“calcul” […] »11. Si pone necessaria una precisazione riguardo al concetto di enunciato
“esplicito” in un linguaggio speciale e in particolare rispetto a «une énonciation logique
explicite». A tal proposito Gilbert (1945: 42):

“Une énonciation logique explicite comporte tous les mots exigés par le sens et la
construction grammaticale, sans qu’aucune ellipse […] : «La somme des nombres deux et
trois est le nombre cinq».

L’esempio portato da Gilbert (nella citazione sopra) appartiene al «langage


explicite» e sarà più comprensibile al profano, che non quello: « 2 et 2 font 4 » ou « 2

11
Baruk 2003: 42.

39
fois 2 font 4 » (ibid., p. 47), espressioni ellittiche, ma appartenenti al linguaggio
comune. È compito dell’insegnante della disciplina scientifica utilizzare il linguaggio
comune correttamente.
Molte volte, in effetti, si tende a dimenticare che nei casi in cui l’“ambiguità” del
linguaggio matematico diviene un ostacolo per la appropriata comprensione del
concetto, il fatto non è da imputarsi esclusivamente alle caratteristiche intrinseche del
linguaggio formale, ma anche al fatto, non trascurabile, che tale linguaggio si costruisce
sull’uso di un «vocabulaire» e di una «syntaxe», che da una parte si serve di una logica
propriamente matematica (cfr. Gilbert: 1945, pp. 39-50), dall’altra, talvolta, di una
logica che “si confonde” con quella del linguaggio comune.
Per concludere temporaneamente sulla questione degli “inexplicites” 12 che, inerenti
alla struttura sintattico-semantica del discorso matematico, rappresentano la causa
principale del “senso” di ambiguità avvertito dal profano, Cortellazzo (1994) si
sofferma nell’ambito del contesto istituzionale legato all’apprendimento delle lingue
speciali, sull’importanza che deve rivestire per l’apprendente una opportuna
coscientizzazione verso tali strutture dal contenuto implicito. In tal modo, la
comprensione non è lasciata al sistema di inferenze del profano, alle sue intuizioni, o
peggio, alla sua immaginazione. 13 Cortellazzo (1994), inoltre, non manca di sottolineare
quanto sia pericoloso assegnare al solo linguaggio scientifico, caratteristiche come
«concisione» e «chiarezza» (1994: 87), questa falsa credenza, infatti, porterebbe
l’apprendente a ritenere che in generale sia il linguaggio scientifico, il modo più corretto
di esprimersi, invece invitarlo a riflettere sull’esistenza di due diversi sistemi di lingua,
entrambi da imparare a padroneggiare nella coscienza della loro diversità:

“Solo un’attenta ed esplicita riflessione […] può impedire che l’apprendimento scolastico sia
influenzato da considerazioni intuitive implicite nell’uso corrente della parola e che il successivo
contatto dell’adulto con i testi scientifici crei l’illusione di una completa comprensione del testo,
mentre questa è solo approssimativa e intuitiva. Si avverta tuttavia che, se è necessario
distinguere l’uso scientifico da quello non scientifico, è anche necessario evitare di indurre nel
ragazzo l’idea che vi sia un uso linguistico corretto, quello delle scienze, e uno scorretto, quello
della lingua comune […] È lo stesso rischio […] quando si qualifica la lingua scientifica come
chiara, precisa, concisa, come se chiarezza, concisione, precisione fossero del tutto assenti dalla

12
Gilbert 1945: 14.
13
Cortellazzo 1994, p. 87.

40
lingua comune. Un risvolto linguistico, insomma del predominio che la tecnologia e le scienze
tendono ad avere nel mondo moderno.”

A tal proposito, Baruk (1985: 78) si sofferma sul paradosso della confusione:
«paradoxe de la confusion» (ibid.), accusando di “matematismo” i colleghi insegnanti di
matematica che a loro volta accusano gli allievi di “confondere” determinati «objets
mathématiques» (ibid.). Secondo questa prospettiva, il giudizio sulle capacità/incapacità
dell’apprendente andrebbe ricalibrato all’interno di un discorso che sia di
“coscientizzazione” verso il linguaggio in generale, aiutando lo stesso a non
sopravvalutare il suo apparato di conoscenze sul significato dei termini del linguaggio
naturale.

2.1.1. Sintassi di un linguaggio formale

La padronanza del «lessico» e della «sintassi» di un linguaggio formale come quello


della matematica consiste nel gestire regole di combinazione fisse che non aprono al
ventaglio delle possibili combinazioni, altro senso, se non quello che è possibile dedurre
«de façon mécanique» 14 e stabilito nelle sue premesse, a priori. 15
Dalle succitate affermazioni si inizia a evincere il particolare carattere della struttura
sintattica delle proposizioni scientifico-matematiche, nelle quali il linguaggio naturale
dal carattere «puramente verbale o illusorio» (Vailati: 1899 [1959: 113-5) è come scrive
Preti (1953: 30-32) «trasvalutato» nel nuovo contesto di significazione speciale, per
mezzo di un’«assiomatica e un calcolo» che in quanto elementi della sintassi, hanno lo
scopo di determinare il «campo d’applicazione» del concetto (o ancora dei «segni
nominali, termini» o/e «formule (frasi)») che si è scelto di definire mediante
«proposizione». Questo particolare tipo di struttura di una proposizione scientifica,
scrive Vailati (1899 [1959: 108]), consente di: «[…] determinare, nel miglior modo
possibile, le delimitazioni a cui […] assoggettare il campo di applicazione del nome
onde […] adoperarlo con un significato unico e determinato, corrispondente cioè
effettivamente a dei caratteri comuni a tutti gli oggetti […], e solo ad essi».

14
Cfr., Baruk 2003, p.41.
15
Cfr. De Mauro 1988, p. 4 (versione elettronica), E., J. Gilbert (1945: 285 e segg.), Preti (1953: 36 e
segg.).

41
De Mauro (1988) enumera sette operazioni che descrivono il processo di costruzione
dei linguaggi scientifici delle scienze cosiddette “dure”. Si riportano di seguito le ultime
quattro operazioni, in quanto rappresentano il discrimine che segna il limite tra tecniche
e scienze, data la peculiarità per queste ultime di poter operare mediante un linguaggio
caratterizzato da un’alta capacità di “riduzione” al suo interno, per costruire i propri
riferimenti con il reale. Questi sono:

“c) […] l’operazione di esplicitazione dei criteri di definizione dei termini e di scelta del piano di
riferimento. […] d) […] operazione di chiusura della lista dei termini […] gli «assiomi». […] e) […]
l’avvio della deduzione dei discorsi del campo dagli assiomi: i discorsi diventano così «teoremi» f)
[…] estrazione dai teoremi di previsioni falsificabili entro il piano e campo dei discorsi. g) […]
progressiva riduzione reciproca dei teoremi e assiomi. […] quanto più cresce la quota di riduttività
interna d’un linguaggio scientifico tanto più ci ritroviamo dinanzi a una scienza «dura».” 16

Preti (1953) sostiene che il procedimento mediante il quale avviene la costruzione


teorica dei concetti, nell’ambito dei linguaggi caratterizzati da un livello di alta
formalità, rappresenta per la verità un ideale di cui neppure le discipline matematiche
costituiscono una completa realizzazione. Anch’egli fornisce una descrizione dei
meccanismi di costruzione alla base di questo linguaggio:

“[…] cosa sia un linguaggio tecnico, o, il che è lo stesso, una teoria costruita. Gli elementi
essenziali sono un’assiomatica e un calcolo, o sintassi che dir si voglia. Le due cose sono,
naturalmente, strettamente connesse. Un insieme di assiomi è un insieme di proposizioni assunte
convenzionalmente come primitive; in esse per lo più figurano segni nominali, o termini, pure
primitivi, i quali vengono «definiti» mediante il sistema stesso di assiomi. […] Il secondo
elemento è il calcolo logico (o sintassi logica). Ogni linguaggio scientifico possiede una serie di
assiomi operativi, i quali determinano regole per la trasformazione «valida» di formule (frasi) in
formule; nonché i casi di «equivalenza», cioè i casi in cui determinate circostanze […] un
simbolo, o una frase, può sostituirsi ad un altro simbolo, o frase, senza mutare di valore alla frase
entro cui avviene la sostituzione – e viceversa. Mediante questi elementi, fondamentalmente
avviene la costruzione di concetti, i quali vengono costruiti, secondo procedimenti operativi
ammessi dalle regole del calcolo, a partire dagli assiomi e dai simboli primitivi. Ma, anche qui, i
concetti così costruiti, non hanno altro senso che quell’insieme di assiomi che definiscono i

16
De Mauro 1988, pp. 4-5 (versione elettronica).

42
simboli primitivi di cui essi sono costituiti e di quelle regole operative secondo cui sono
costruiti.” 17

2.1.2. Il concetto di “ambiguità” e il concetto di definizione matematica

La caratteristica della non-ambiguità, probabilmente tra le più immediate, quando si


annoverano quelle che tracciano il profilo del linguaggio scientifico-matematico,
costituisce secondo quanto sostenuto da Lakoff e Núñez (2000 [2005: 411-442]) uno tra
i luoghi comuni più radicati della nostra cultura. I due documentano sulla scorta di
risultati dimostrati da ricerche condotte (personalmente e non) in ambito del
cognitivismo applicato alla matematica che il «Romanzo della matematica» 18 consiste
in una serie di «mitologie» (ibid.: 413 ss.):

“La matematica è una caratteristica oggettiva dell’universo, gli oggetti matematici sono reali e la
verità matematica è universale, assoluta e certa. […] I matematici sono gli scienziati per
eccellenza, che scoprono verità assolute non solo sull’universo fisico, ma su ogni universo
possibile. Poiché la logica di per sé può essere formalizzata come logica matematica, la
matematica caratterizza la natura vera e propria della razionalità. […] La matematica è la regina
di tutte le scienze; essa definisce che cosa sia la precisione. L’abilità di costruire modelli e di fare
calcoli matematici rende la scienza ciò che è. In quanto scienza più alta, la matematica si applica
a tutte le altre scienze e ha la precedenza su di esse. Solo la matematica stessa può caratterizzare
la natura profonda di sé.” 19

A tal proposito Vailati (1899 [1959: 111-12]) scrive:

“[…] l’idea, assai diffusa anche al presente, che i principi della Aritmetica e della
Geometria debbano considerarsi come verità superiori e indipendenti da ogni esperienza e
godenti d'una certezza, non semplicemente di grado maggiore, ma in certo modo di una
natura e provenienza differente da quella della quale godono tutte le altre verità a noi
conosciute, è evidente tuttavia che essa è da annoverarsi tra le cause che maggiormente
hanno agito ed agiscono ad alimentare tale pregiudizio e a impedire che si riconosca
l'illegittimità delle prove a cui s'appoggia.”

17
Preti 1953, p. 30.
18
Si veda in particolare il cap. 15, “La teoria della matematica embodied”.
19
Ibidem.

43
Questi ritiene, in particolare per quanto concerne il tema della “non-ambiguità”,
connesso alla «credibilità» e alla veridicità dei concetti matematici, che questo vada
trattato rispetto a «questioni di parole»20 e non a «questioni di dizionario».
Restando fermi su tale proposito, Dardano (1994: 498) osserva:

“La storia dei vocabolari scientifici non è tanto storia di parole, quanto piuttosto del
funzionamento di tali vocabolari; cioè dell’insieme di rapporti che le parole e i concetti possono
avere tra loro”

Relativamente all’uso delle ‘parole’ in ambito scientifico, Vailati (1897 [1959: 28-
30]) mette in evidenzia la posizione dello scienziato il quale dovrà porsi, rispetto a tali
“questioni” con la consapevolezza della prospettiva storicizzante dalla quale emergono.
Nell’ottica di tale prospettiva e con particolare riferimento alle «formole verbali»
all’interno dei linguaggi delle scienze, Vailati (1899 [1959: 99]) osserva:

“La distinzione tra le questioni che si riferiscono alla verità o credibilità di una data opinione e
quelle che si riferiscono invece alla convenienza di esprimerla sotto una forma piuttostochè sotto
un'altra, viene ad assumere piuttostochè a perdere rilievo ed importanza di mano in mano che noi
acquistiamo più intima conoscenza delle varie trasformazioni attraverso alle quali le teorie
scientifiche si sono andate svolgendo, e dei vari significati che una stessa formola verbale ha
successivamente assunti prima che ad essa venisse attribuita il significato che ha attualmente.”

La relativizzazione evolutiva di concetti quali: «verità» e «credibilità» quando


riferiti al significato di una «formola verbale» ridimensiona il modo di guardare al luogo
comune riguardante il concetto di “certezza”. Ai fini della comprensione e di
conseguenza di un appropriato giudizio sulla non-ambiguità di una proposizione
scientifica gioca un importante ruolo la corretta «interpretazione» 21 dei contenuti
terminologici. A tale proposito si può leggere quanto lo stesso autore scrive (1899
[1959: 106]) riguardo al carattere di “storicità” che deve connotare la presa di coscienza

20
Vailati 1899[1959]: pp. 111-2, 99.
21
L’atto dell’interpretare, dunque, non è da assimilare a quello che consiste nello svelare il senso
“oscuro” di un testo letterario. Nel Dizionario etimologico della lingua italiana (Cortelazzo, Zolli: 1999)
si legge come primo significato della parola “interpretare”: «intendere e spiegare cosa ritenuta oscura o
difficile». Ivi (versione cd-rom).

44
dell’«interpretazione», proprio rispetto all’evoluzione dei significati espressi dai
linguaggi speciali:

“Le prime ricerche scientifiche, nelle quali si presentò la necessità di ben distinguere le
proposizioni, aventi il solo scopo di determinare il significato dei termini adoperati, da quelle
contenenti asserzioni o supposizioni relative agli oggetti reali considerati, furono, secondo ogni
probabilità, le ricerche di Geometrìa. Nel campo pratico le questioni relative al significato delle
parole si presentarono fin dal principio come troppo intimamente connesse alle questioni di
interpretazione della volontà altrui (per esempio del legislatore, del testatore, del contraente,
ecc.) perché il loro contrasto con le questioni di fatto propriamente dette potesse avere il risalto
occorrente per dar luogo a un chiaro concetto delle speciali funzioni delle une e delle altre, e
soprattutto per far riguardare l'imposizione di un dato significato a un dato nome qualche cosa di
indipendente dal costume e dalla tradizione e come una questione di convenienza soggetta in
parte all'arbitrio individuale.”

In particolare, per quanto concerne la consapevolezza che bisogna possedere rispetto


alla storia delle cognizioni in ambito scientifico, Vailati (1899 [1959: 111]) scrive che
per la matematica, «rispetto alle altre scienze», «la solidarietà del presente col passato»
è ancora più stretta (ibid., p. 28), proprio per sottolineare la non dipendenza in questo
ambito da «questioni di dizionario», o strettamente da cognizioni “comuni”. Ne
consegue pertanto che la questione concernente all’ambiguità, alla non comprensione o
all’eventuale fraintendimento del concetto matematico, sia da imputare, piuttosto che a
«questioni di dizionario», sia a una carenza delle conoscenze peculiari (rapporti logici)
in ambito scientifico che, alla mancata condivisione dei trascorsi cognitivi che le parole
della matematica hanno instaurato nel corso della loro storia di parole. 22

«In tali scienze il significato dei termini tecnici, sebbene sia soggetto a grandemente variare di
tempo in tempo, è tuttavia in ciascuna data epoca sufficientemente preciso e determinato perché
sia tolto ogni dubbio se una data proposizione debba essere considerata come «vera per
definizione», oppure come l’enunciazione di un principio da ammettere, di un teorema da
dimostrare, d’una legge da spiegare.» (ibid. p. 111)

22
Cfr. Vailati 1899 [1959], in particolare le pp. 108-115, riguardo ad alcune curiosità legate a equivoci
storici su particolari “questioni di parole” in vari ambiti della conoscenza scientifica.

45
La sintassi interna di tale linguaggio opera mediante la riduzione in teoremi e
assiomi, 23 riduzione dal carattere tanto poco “ambiguo”, quanto più è alta la «riduttività
interna» 24 al processo di «assiomatizzazione». 25 Relativamente al concetto di ambiguità,
Giulio Preti (1953: 46 sgg.) scrive che questa si innesca per certi «rapporti e relazioni»,
dando luogo a una «zona» che egli definisce: «di parziale isomorfismo» (ibid., p. 46)
esistente tra i due linguaggi: quello scientifico e quello comune. Questi scrive (1953:
46):

“Il linguaggio tecnico (o, come suol dirsi, scientifico o «teorico») si costruisce mediante una
propria assiomatica; dagli assiomi si deducono conseguenze, mediante le quali si possono
costruire concetti definiti mediante teoremi; etc. – Alcuni di questi concetti (e alcuni di questi
teoremi) «corrispondono» a parole e frasi del linguaggio comune, ossia a cose o fatti del senso
comune. […] Ma tale corrispondenza […] resta soltanto una somiglianza per certi rapporti e
relazioni che stabilisce tra linguaggio tecnico e linguaggio comune delle zone di parziale
isomorfismo. Ma in tutto ciò si presuppone come pacifico e concesso l’isomorfismo, ossia la
corrispondenza: vale a dire, che protocolli (o, comunque, fatti del senso comune) corrispondono
senz’altro a proposizioni del linguaggio tecnico. Ma è appunto questa corrispondenza che è
problematica, […]: infatti il linguaggio tecnico, per essere utile, cioè per stabilire un effettivo
completamento e un’effettiva correzione del senso comune deve essere – strutturalmente e
semanticamente – diverso.”

Un esempio di “definizione di corrispondenza” adottata nel linguaggio della chimica


è «l’acqua è H 2 O», in luogo di «il protossido di idrogeno è H 2 O » (Preti,1953: 48).
Si può facilmente notare che la prima definizione non è informativa per il profano, a
meno di credere al fatto (e sbagliarsi!) che “H 2 O” sia il predicato che si aggiunge al
soggetto (ibid., p. 48), mentre questo rappresenta, continua Preti, la scelta del «creatore
scientifico» (ibid.) per affiancare «nelle scienze relative al mondo reale», i «concetti» a
«cose» (reali)» (ibid. 47-8).

23
Cfr. Preti 1953, p. 46.
24
Cfr. De Mauro 1988, p. 5 (versione elettronica).
25
Cfr. Preti 1953, p. 35. Per quanto concerne alcuni approfondimenti da poter compiere, rispetto ai
«requisiti» che rendono un’assiomatica «ben costruita» (Preti: 1953, p. 30) si rimanda al testo di Preti:
1953, pp. 30 e segg. In sintesi, questi sono: la «non-contraddittorietà», l’«indipendenza degli assiomi» e
la «completezza del sistema». Ivi, p. 30.

46
La «problematica» che Preti (1953) tiene a porre in evidenza, non verte soltanto sul
fatto che il “senso logico” (cfr. ibid. p.48) di una proposizione implicita 26 sia
intuitivamente lontano dal senso comune, ma anche sul fatto che una proposizione «di
corrispondenza» creata nel linguaggio per «tradurre […] in protocolli (enunciati di
fatti), e viceversa» (ibid., p. 49), possa dar luogo, nel caso in cui corrisponda ai fatti del
mondo del senso comune, a un effettivo allontanamento dal principio che stabilisce che
una proposizione (come ad esempio: “l’acqua è H 2 O”) sia dunque “vera” in senso
«logico» (ibid., p.48). In questo caso, infatti, si è osservato che, dal punto di vista
inferenziale, le proposizioni di “corrispondenza” che, Preti scrive: «dal punto di vista
logico, sono arbitrarie» (ibidem), genererebbero probabilmente altrettanta confusione
nel profano, e che, sebbene le stesse non abbiano più senso «logico», continuerebbero
comunque ad avere senso (per lo specialista 27) e, ad averne, soltanto entro lo specifico
universo del discorso cui appartengono (ibid., pp. 46-51). A tal proposito, Preti
aggiunge che bisogna prestare attenzione a non generalizzare poiché:

«non è detto che a tutte le proposizioni della teoria debbano corrispondere dei protocolli: se così
fosse, la teoria costituirebbe un inutile pedantesco doppione del linguaggio comune, e
quest’ultimo sarebbe del tutto sufficiente. Quello che è necessario è che […] la teoria contenga
almeno un insieme di proposizioni che siano traducibili in protocolli. Lo stesso si dica per i
concetti. […] Nell’apparato teorico figurano sempre dei termini che non sono in alcun modo
definibili per corrispondenza con cose o fatti empirici. Così, per esempio, molte nozioni
matematiche, come quelle di integrale, derivata, etc.» 28

Non soltanto, infatti, non sarebbero pensabili «definizioni di corrispondenza» per


alcuni concetti del discorso scientifico-matematico, ma anche il concetto di «ambiguità»
dovrà ridefinirsi all’interno di questo preciso “universo del discorso”. A tal proposito, e
in particolare riguardo al concetto di ambiguità nell’ambito della semantica delle parole,

26
Mi piacerebbe considerare “implicito” anche come sinonimo di “procedura” oltre che intenderlo nel
senso di “significato implicito”. Difatti, il concetto di “implicito” non riguarda strettamente il significato
del segno linguistico: è possibile che il profano sia confuso dinanzi a parole del linguaggio comune,
utilizzate con una logica avente un senso che non conosce. Dinanzi a tali meccanismi il concetto di
“implicito” potrebbe riferirsi al procedimento stesso, in riferimento cioè ai meccanismi (impliciti) di
costruzione, sui quali si reggono «le capacità che una teoria possiede di ricostruire al suo interno un
apparato di nozioni» (cfr. Peruzzi: 1983, p. 189).
27
Si è, infatti, riflettuto sulla seguente osservazione di Preti (1953) al riguardo: “[…] Quella che è H2O è
l’acqua «chimicamente pura», cioè l’acqua del chimico – perché in realtà questi non conosce l’acqua,
conosce solo l’H2O, e usa «acqua» solo come sinonimo di «H2O»” Preti 1953, p. 49. Il corsivo è mio.
28
Ibidem, pp. 49, 51.

47
Ježez (2005) evidenzia la distinzione tra: «ambiguità e polisemia delle parole da un lato
e vaghezza dall’altro». Ježez (2005: 63-4) scrive: «quest’ultima va intesa come la
proprietà delle parole il cui significato non è definito nei suoi confini, ma si definisce
nella situazione comunicativa. Un esempio […] sono gli aggettivi indicanti proprietà
graduali (alto, basso, corto, stretto […] l’espressione ‘è un grosso libro’ è infatti poco
precisa, perché non specifica l’esatta misura […]». Ed è proprio mediante il concetto di
“misura” che i termini che nel linguaggio comune sono ‘vaghi’, nei linguaggi scientifici
acquistano determinatezza semantica. Nell’ambito dei linguaggi scientifici, Preti
evidenzia che nel caso dei termini ‘vaghi’, il contesto non aiuta, problematica che nei
linguaggi scientifici s’infittisce per quanto riguarda l’appartenenza degli stessi a
‘determinate’ zone di corrispondenza:

«Può darsi che l’ambiguità si accompagni all’indeterminatezza, ma può esserci benissimo


indeterminatezza senza ambiguità […] Qual è quel granello che trasforma un insieme di granelli
in un «mucchio»? Qui il termine «mucchio» non è affatto equivoco; è vago. Ciò significa che
[…] in certe «zone di confine», l’applicazione del termine è problematica, mancando un definito
criterio per la sua applicabilità […] in tal caso il significato dei termini in questione è lacunoso,
cioè vago, e non si può applicare il principio del terzo escluso.» 29

Una particolare sensibilità occorre, dunque, nel non considerare il linguaggio


scientifico come secondario rispetto al linguaggio comune 30, in quanto, anche rispetto a
questioni di interpretazione del senso matematico e di ambiguità del senso, il linguaggio
scientifico entro il proprio universo del discorso, non sembra “violare alcuna regola del
codice” 31, se non quelle che il profano “istintivamente” ‘accetta’ nella comunicazione
del linguaggio comune. Eco (1985) scrive: «Dal punto di vista semiotico l’ambiguità è
definibile come violazione delle regole del codice […] quando a una deviazione sul
piano dell’espressione corrisponde una qualche alterazione sul piano del contenuto»32.

29
Preti 1953: 37. Per l’esaustione di questo punto complesso, si rimanda a Preti (1953: 37 e segg) e
Peruzzi (1983) e, relativamente a Peruzzi, in particolare per il concetto di determinatezza semantica a:
“Le definizioni per astrazione” ibidem, pp. 188-202.
30
Cfr. Eco 1985, pp. 232 sgg. Questioni sulla priorità anche disciplinare tra terminologia e linguistica,
linguaggio speciale e linguaggio ordinario saranno affrontate nella terza parte del presente lavoro.
31
Preti (1953: 37) ha posto in evidenza l’esistenza di problematiche inerenti alla vaghezza semantica di
quei termini appartenenti a ‘determinate’ zone di corrispondenza, e maggiormente esposti al rischio di
banalizzazione del senso logico da parte del profano.
32
Eco 1985: 329.

48
Nella sua trattazione, Tarski (1973 [1935]) dopo aver premesso qual è il riferimento
che egli dà alla parola “metalinguaggio”: «la costruzione della lingua sulla base della
quale sarà sviluppata la semantica della lingua data; per brevità la chiamerò
metalinguaggio.», scrive:

“È possibile costruire nel metalinguaggio definizioni metodologicamente corrette e


materialmente adeguate dei concetti semantici se e solo se il metalinguaggio è dotato di variabili
di tipo logico superiore rispetto a tutte le variabili della lingua pressa in esame” 33

Il linguaggio comune, dunque, rappresenta in parte una fonte alla quale


“implicitamente” attingono i linguaggi scientifici (a prescindere cioè, dalle definizioni
formali della matematica “pura”, cfr. Preti: 1953, p. 47) e, essendo per questi ultimi
irrealizzabile 34 un progetto di linguaggio interamente ideografico, la “corrispondenza”
con il primo, in particolare mediante lo sfruttamento di eventuali zone di «parziale
isomorfismo» (Preti: 1953, p. 46 sgg.), potrebbe tornare utile a patto di operare (da parte
del profano) una consapevole “disambiguazione” dei sensi logici impliciti.
La contestualizzazione del termine in una proposizione che appartiene al discorso
scientifico è dunque come scrivono all’unisono Preti (1953: 31) e Vailati (1899 [1959]:
106), una «questione di convenienza»35, affinché il concetto non sia ambiguo all’interno
del discorso in cui significa.
Silvestri (2001) scrive:

“[…] il concetto, fatto operazionale etnicamente (tassonomicamente) determinato, […] rivela e


rafforza questa sua condizione proprio per la poliedricità delle sue epifanie: esso può mostrarsi
come “assoluto”, sia in un regime definitorio di prassi lessicografica, quando ne viene
circoscritto l’ambito (un “assoluto che, in ultima analisi, è un “isolato”) sia in quanto postulato in
un momento di teoresi bisognosa di assunzioni rigide” 36.

Riagganciando il discorso a quanto osservato da Silvestri a proposito del concetto di


“assoluto” in quanto «teoresi» in caso di «assunzioni rigide», è possibile osservare che

33
Tarski (1935 [1973: 427-28]).
34
Cfr. Baruk (2003: 40-3) e in particolare Frege (1971 [1882]).
35
Cfr. Preti (1953:31) scrive: “[…] gli assiomi, come le regole operative, sono convenzionali, vale a dire
che la loro scelta non dipende se non da estrinseci motivi di convenienza.”.
36
Silvestri 2001 pp. 15-39.

49
il valore della contestualizzazione nel discorso matematico può dirsi “assolutizzante” 37
per il concetto e/o significato espresso, in quanto, il termine incluso (nell’«enunciato»,
negli «assiomi» o nella «definizione», Gilbert 1945: 81), non possiede «altro»
significato, o significato «diverso» (Preti 1953: 30, 32, 60) se non quello che
‘rappresenta’ all’interno della proposizione, e dunque all’interno del proprio “universo
del discorso”. Si ritiene essenziale un ulteriore esempio. Preti (1953: 30-2):

“Gli assiomi della geometria elementare (euclidea) definiscono la «linea retta»: questa, in seno
alla geometria elementare, non significa altro che quell’insieme di assiomi; fuori della geometria
elementare (euclidea) e fuori di quei sistemi che convogliano entro di sé, fanno propri (come suol
dirsi impropriamente, «presuppongono») gli assiomi di questa, l’espressione «linea retta» sarebbe
meglio non usarla; ma poiché i codici o la Costituzione non contengono norme a questo
proposito, l’espressione si può pure usare, ma in tal caso ha un altro senso. […] l’analisi che in
un linguaggio tecnico viene compiuta dei fatti del senso comune è una vera e propria
trasvalutazione di tali fatti; è in sostanza la sostituzione ad essi di espressioni aventi un
significato (mentre le espressioni del senso comune non ne hanno), ma anche un senso diverso –
un senso definito entro un proprio universo del discorso.”

I “presupposti” che fungono da cornice al significato del termine “retta” (citato


come esempio da Preti, ibid., p. 30) validano la seguente deduzione: il concetto legato al
suddetto termine e utilizzato in geometria, vive la realtà del linguaggio in cui compare,
mentre fuori da tale contesto “dato”, il termine continuerebbe a designare una realtà
“altra”, però poi, non più “vera” per la geometria. Scrive, infatti, Preti (1953: 30, 32)
che non soltanto il «significato», ma anche il «senso», 38 non appartengono al mondo
dell’esperienza del senso comune, e che in particolare il “senso”, essendo definito entro
un determinato «universo del discorso» (che nel caso citato è quello della geometria
elementare), andrebbe interpretato entro tale «universo».

37
Si veda Cassirer (2003 [107- c. 1921-1927]: 314) il quale scrive: «L’“assoluto” è sempre soltanto il
completamente relativo, elaborato e dominato sistematicamente – e in particolare l’assolutezza dello
spirito non vuole e non può essere altro».
38
Si cita Gensini (2004: 115) per una definizione di significato: “Un significato è dunque per eccellenza
un simbolo, ovvero una rappresentazione mentale che prescinde dalla presenza fisica degli oggetti cui
rimanda e si rende disponibile a elaborazioni ulteriori, anch’esse simboliche”. Preti (1953: 55) per una
definizione sul senso di una proposizione scientifica: “[…] come una proposizione può essere verificabile
entro un universo del discorso e verificabile invece entro un altro universo, così la medesima
proposizione può non avere senso entro il primo universo e avere senso entro il secondo: sì che l’avere
senso o no di una frase non è una qualità che le competa in assoluto, ma una qualità di cui viene investita
non appena viene immessa in un determinato universo del discorso.”

50
Ritenendo calzante, per la trattazione che sarà esposta, la distinzione operata in
Frege (1965 [1892]), si prenderà come riferimento in questa sede, la sua definizione per
il concetto di “senso” 39. Frege scrive: “[…] I rapporti che normalmente intercorrono tra
il segno, il suo senso e il suo significato sono questi: a un dato segno corrisponde in
generale un senso determinato, e a questo corrisponde di nuovo un significato
determinato: invece a un dato significato (cioè ad un dato oggetto) non corrisponde
sempre un unico senso. Anche a un dato senso non corrisponde un unico segno: esso
infatti viene espresso in modi diversi nelle diverse lingue, e talvolta persino nella stessa
lingua […] Questo fatto distingue in modo essenziale la rappresentazione, non solo dal
significato, ma anche dal senso di un segno; il senso non costituisce invero […]
qualcosa di inscindibile dal singolo individuo, ma può formare il possesso comune di
molti. Che sia così, ce lo prova l’esistenza di un patrimonio di pensieri comuni
all’umanità, patrimonio che essa trasmette di generazione in generazione.” (Frege 1965
[1892], pp. 378-387).
Queste affermazioni sul concetto di “senso” si leggono nell’ambito della distinzione
operata dall’autore, tra “senso” e “rappresentazione”, quest’ultima definita
«eminentemente soggettiva, variando da uomo a uomo» (ibid., p. 379). La sua
esposizione lascia emergere un concetto di senso come sentimento interno a ciascuna
cultura (Gensini commenta [2004: 39] nell’ambito di questa distinzione che: «[…] tale
‘senso’ […] è socialmente condiviso, pubblico») e rintracciabile all’interno dei rapporti
tra i segni di ciascuna lingua materna (ancora Gensini scrive [2004: 39]: «‘sensi’
linguisticamente codificati, ‘significati’ nell’accezione di Saussure […] condivisibili da
chiunque, […], ne condivida il sottostante repertorio culturale»). I segni del linguaggio
scientifico necessitano dunque di un’ulteriore riflessione che ricade nell’ambito del
complesso concetto di arbitrarietà del segno. Si richiameranno il concetto di arbitrarietà
‘verticale’ del segno linguistico (Gensini scrive [2004: 93]: «Questa proprietà considera
il rapporto intrasegnico fra significante e significato») e quello di arbitrarietà
‘orizzontale’ (cfr. Gensini 2004: 85 e segg). Mantenendo il riferimento a questi due tipi
di arbitrarietà si potrebbe, infatti, ipotizzare che il segno linguistico ‘arbitrario’
matematico (e di conseguenza il concetto di “senso”) scavalca il concetto di arbitrarietà
‘orizzontale’ che spiega la diversità tra le lingue (cfr. Gensini: 2004 p. 85 segg.). Ad es.
39
Si vedano sull’argomento gli scritti di Frege 1965 [1886], pp. 355-358; 1965 [1892], pp. 374-404;
1985[1892] pp. 373-386; e 1985 [1921], pp.411-423, in Mangione:1965 (a cura di).

51
il linguaggio delle formule e quello formalizzato astratto oltrepassa il senso comune
della propria lingua materna e si pone come universale, tra le diverse lingue.
A tal proposito, e sul concetto di “senso” Benveniste scrive (1962 [1990:151-2]):

“Quando si dice che un certo elemento della lingua, breve o esteso, ha un senso, ci si riferisce
con ciò alla proprietà che questo elemento, in quanto significante, possiede, di costituire un’unità
distintiva, oppositiva, delimitata da altre unità e identificabile dal parlante nativo, per il quale
questa lingua è la lingua. Questo «senso» è implicito, inerente al sistema linguistico e alle sue
parti. Ma nello stesso tempo il linguaggio è connesso con il mondo degli oggetti, sia globalmente,
negli enunciati completi, sotto forma di frasi, che si riferiscono a situazioni concrete e specifiche,
sia sotto forma di unità inferiori che si riferiscono a «oggetti» generali o particolari, tratti
dall’esperienza o creati dalla convenzione linguistica. Ciascun enunciato, e ciascun termine
dell’enunciato, ha allora un referente, del quale l’uso nativo della lingua comporta la conoscenza.
Ora, dire qual è il referente, descriverlo, caratterizzarlo nelle sue peculiarità è un compito
particolare, spesso difficile, che non ha niente a che vedere con il corretto impiego della lingua.
[…] Basta averla formulata per delimitare la nozione di «senso» in quanto differenziantesi dalla
«designazione». 40

Riagganciando il discorso a quanto sopra affermato a proposito di «questioni di


parole», Vailati scrive che se la gestione del significato scientifico dipendesse
esclusivamente da una «questione di dizionario» (1899 [1959: 112]), allora l’ambiguità
del termine certamente sussisterebbe, in quanto un eventuale fraintendimento o
«dubbio» sul significato sarebbe da imputare a tale «questione»:

«Se da alcuno per esempio venisse espresso il dubbio che la «retta » non goda di tutte le proprietà
fondamentali che ad essa vengono attribuite nella trattazione ordinaria della Geometria, gli si può
rispondere che ciò non può essere, perché in tal caso essa non sarebbe più « retta », col che non si
vuol dire in fondo che ciò: che essa in tal caso dovrebbe essere chiamata con un altro nome, il
che in fondo non è che una questione di dizionario.» 41

E ancora sul concetto di “senso” Coseriu scrive (1973: 127-8]): «[…] del senso […]
ci si rende facilmente conto di questo piano del significare, pensando ai casi in cui,
anche nell’uso quotidiano, pur comprendendo alla lettera parole e frasi, ci domandiamo
che cosa si sia voluto intendere: cerchiamo infatti qualcosa oltre e diverso dal

40
Il corsivo è mio.
41
Vailati 1899 [1959: 112].

52
significato, e ci domandiamo quale sia il senso […] di ciò che linguisticamente, cioè
secondo i canoni della lingua, abbiamo già interpretato.» Sebbene Coseriu circoscriva
apparentemente le sue osservazioni a una precisa situazione testuale, le sue conclusioni
come quelle degli autori sopra citati, aiutano a riflettere sulla ‘necessità’ per la
comprensione del “senso” nei linguaggi speciali, di andare oltre il concetto “appreso”
(Coseriu ha scritto: «già interpretato») secondo l’esperienza sviluppata dal senso
comune della propria lingua materna. Infatti: linguaggio del senso comune e linguaggio
della matematica, mettono in scena due realtà differenti, due discorsi differenti.
Quindi, mentre per il profano la designazione della parola “retta” rimanda a tutti i
«possibili sensi» (cfr. Gensini 2004: 115) che in astratto appartengono al suo senso
comune, e per i quali soltanto, egli sarà in grado di realizzare situazioni semiotiche a lui
note (cioè del senso comune), per lo specialista il termine “retta” ‘significherà’
elettivamente il senso che il concetto realizza nella situazione (logico-matematica) a lui
nota, e soltanto in quella 42. Di conseguenza, non vi è altra accezione del termine, che in
astratto possa definirlo, se così fosse non si tratterebbe di quella stessa parola 43.
La possibilità del linguaggio scientifico di fregiarsi della caratteristica della non-
ambiguità è tale perché il suo significato ha un valore “assoluto”, non nella misura in
cui si può ammettere di una proposizione che questa sia “vera per definizione”, 44 ma
nella misura in cui, tale proposizione è “vera”, contestualmente a: «la sfera entro la
quale noi intendiamo dar corso alle nostre considerazioni» (Vailati 1899 [1959: 112]) e
alla quale questa aderisce, affinché possa essere considerata tale. Di conseguenza, anche
dalle parole di Vailati (1899 [1959]) si deduce che il rapporto tra il concetto espresso e
il termine attualizzato nel discorso matematico, non risiede nel «cambiamento arbitrario

42
Si veda anche Tarski 1935 [1973: 425-432]. Questi si sofferma sul tentativo di conciliare i presupposti
di una semantica “scientifica” a quelli della semantica tradizionale, recuperando termini come ad esempio
“metalinguaggio”. Il concetto alla base del suo discorso consiste in una “nuova” semantica che, vorrei
aggiungere, è possibile da condividere, soltanto accettando il “nuovo” concetto di arbitrarietà del segno
linguistico matematico e cioè il fatto di essere “formalizzato”.
43
Nel terzo capitolo si approfondirà la questione sulla polisemia dei termini appartenenti ai linguaggi
speciali, traendo dai dati raccolti nelle schede del corpus. Ad es. il termine “banale” necessita di diversi
contesti (matematici) al fine di essere disambiguato, anche all’interno del suddetto discorso scientifico.
44
Vailati nell’esprimersi riguardo all’asserzione di un “concetto” o di un “teorema”, ecc. che sia «vero
per definizione», (ibid. 1899 [1959: 113]), si rifà ad Aristotele (capitolo VII del secondo libro degli
Analitica posteriora). Per quanto riguarda il concetto della «necessità» di una proposizione matematica,
Vailati cita l’Aristotele della Fisica, Lib, II, 9. Si veda inoltre anche il Cap. I, 5, 6, tratto da gli Elenchi
Sofistici del filosofo greco e citato dallo stesso (1898 [1959: 46]), in relazione a quanto da lui
argomentato, a proposito del fatto che: «la più copiosa sorgente di deduzioni illusorie è l’abuso di
parole». Cfr. anche C. Mangione (1965: 25), nella sua Introduzione al volume da lui curato che raccoglie
una serie di scritti di Frege.

53
del senso che tale parola ha nel linguaggio comune, cambiamento che potrebbe
altrimenti sembrare più atto a produrre equivoci che a dare informazioni» (ibid. p. 114).
I legami con il linguaggio comune sono difatti spezzati, sia dal punto di vista
sincronico, in quanto il significato scientifico presuppone delle connaissances
particolari che devono “necessariamente” sottostare all’ellissi di questo linguaggio
formale. Gilbert (1945: 14):

« L’homme de science […] il discute sur les termes qu’il emploie comme sur des réalités,
oubliant que les mots, bulles chatoyantes mais vides, n’enferment que ce que chacun y met
d’idées, exactes ou fausses. Sans nous en rendre compte, nous arrivons à ne plus penser que des
mots. Logarithme, valence, affinité, diastase, vitamine, ……, termes cependant privés
d’affectivité, sont maintes fois employés sans que nous prenions pleinement conscience des
connaissances qu’ils recouvrent, parce que nous avons l’irrésistible habitude d’abréger le cours
de notre pensée et de la communiquer en un elliptique et vain verbiage de phrases brèves à sens
inexplicite, laissant à l’imagination de l’interlocuteur, ou même du lecteur, le soin de suppléer à
cette insuffisance de l’expression. »

… che diacronico (ibid., p.33):

« Les mots vieillissent et disparaissent ou se maintiennent tandis que leur sens primitifs, parfois
révélé par l’étymologie, est oublié et remplacé par un autre plus vaste et plus inépuisable, en
sorte qu’ils n’ont plus que le sens imprévisible que leur attribue la pensée de l’écrivain qui les
assemble, ou la compréhension subjective des lecteurs qui les éprouvent. »

Ed è, infatti, proprio dal carattere di «imprevedibilità» (Gilbert: 1945), diverso da


quello del linguaggio comune, che il linguaggio delle scienze matematiche innesca i
suoi peculiari meccanismi di significazione.

54
2.2. Significazione e assoluto nel linguaggio scientifico. Uno sguardo al pensiero di
Ernst Cassirer

Cassirer (1961 [1987: 54, 55, 57, 59] sul concetto di “unitarietà del reale” 45:

“Così nella funzione simbolica della coscienza si esprime e si concilia un’antitesi che è già data e
fondata nel semplice concetto della coscienza stessa. Ogni coscienza ci si presenta nella forma di
divenire temporale, ma in questo divenire devono ora emergere determinati campi di “forme”.
L’elemento del continuo mutare e l’elemento del permanere devono quindi travalicare l’uno
nell’altro e risolversi l’uno nell’altro. Questa esigenza generale in diverse maniere viene
soddisfatta nei prodotti del linguaggio, del mito, dell’arte e nei simboli intellettuali della scienza.
[…] alla domanda che cosa possa essere la realtà assoluta al di fuori di questa totalità delle
funzioni spirituali, alla domanda che cosa possa essere in q u e s t o senso la “cosa in sé”, esso
certo non riceve più risposta alcuna, a meno che non riconosca sempre meglio che si tratta di un
problema mal posto e di un’illusione del pensiero. […] Il contenuto originario della vita non si
può cogliere in una qualche forma della rappresentazione, ma solo nella pura intuizione […]
l’abisso tra questi due opposti non si può in alcun modo colmare, a quanto risulta, mediante alcun
affaticarsi del pensiero raziocinante che rimane esso stesso, interamente, in uno dei termini
dell’antitesi: […] lo scopo della filosofia non consiste nel ritornare al di qua di tutte queste
creazioni, ma invece nel comprenderle e renderle coscienti nel loro fondamentale principio
creativo. Solo in questa consapevolezza il contenuto della vita si eleva alla sua forma autentica.
[…] Se la filosofia della civiltà riuscirà a far propri e rendere evidenti tali tratti fondamentali,
essa avrà assolto in un senso del tutto nuovo al suo compito di dimostrare, di fronte alla
molteplicità delle manifestazioni dello spirito, l’unità della sua essenza, e infatti quest’ultima si
dimostra nella maniera più evidente nel fatto che la varietà dei suoi prodotti non pregiudica in
alcun modo l’unità del suo produrre, ma invece proprio la dimostra e conferma per la prima
volta”.

Nell’ambito dei linguaggi scientifici il concetto di “assolutezza” ha trovato


giustificazione e fondamento 46 entro la ricognizione di specifici “universi del discorso”,
che si potrebbero definire dal carattere “identitario” per ciascuna disciplina.
Le trattazioni sul carattere ontologico del valore di “assolutezza” (cfr. Peruzzi 1983:
188-202, Cassirer 1961 [1987: 53]) non guardano soltanto al concetto di riduzione

45
Si veda inoltre Cassirer (2003 [184a-c. 1928]). In particolare le pp. 243-9: parte terza, cap. I, par. 2: “Il
problema della conoscenza come problema della forma”, inoltre le pp. 273-81, cap. III, par. 1: “Cosa,
significato, metafisica”, op. cit. Sull’argomento si vedano anche i contributi di Varela citati in bibliografia
e in particolare: Varela et alii (1992).
46
Cfr. Preti 1953 e 1957, Cassirer 2003 [107- c. 1921-1927]; 1987 [1961].

55
ontologica della “realtà” in ‘formule’ secondo l’esperienza “specifica” (risolvendo
dunque la problematica relativa a una ontologia sull’“unitarietà” del reale, e portando di
conseguenza nuova ‘lucidità’ al carattere definito ‘assoluto’ del “reale” matematico),
ma anche al sistema di significazione specifico che si realizza mediante tale “riduzione
ontologica” e che giustifica il carattere “assoluto” del “dato simbolico” in essere (cfr.
Peruzzi 1983: p.189). Su quest’ultimo aspetto si è già discorso, e in particolare
sull’utilità che, rispetto a questioni di ambiguità del simbolo matematico, può rivestire
una prospettiva che interpreti in chiave storicizzante il simbolico matematico 47 (Vailati
1899 [1959]). Ciò che interessa fare ora è scendere più a fondo nella problematica
riguardante le dinamiche di significazione del simbolico, e per farlo si prenderà in
considerazione la filosofia delle forme simboliche di Ernst Cassirer (1987 [1961]).
Cassirer (1987 [1961: 52]) scrive che il processo che consiste nel «porre il simbolo»,
il «singolo elemento sensibile» (ibid., p. 48) quando il linguaggio esprime la “realtà”
(ibid., pp. 54 ss.), avviene mediante una «simbolica “naturale”» (ibid., p. 49) che egli
descrive come segue:

“se vogliamo pensare i simboli “arbitrari” che la coscienza si crea nel linguaggio, nell’arte, nel
mito, dobbiamo risalire alla simbolica “naturale”, a quella rappresentazione del complesso
cosciente che è già necessariamente contenuto o almeno sta per costituirsi in ciascun momento e
frammento della coscienza. La potenza e i risultati di questi simboli indiretti rimarrebbero un
enigma, se non avessero la loro radice ultima in un procedimento spirituale originario, fondato
sull’essenza della coscienza stessa. Che un singolo elemento sensibile, quale è, ad esempio, la
parola considerata nel suo aspetto fisico, possa divenire portatrice di un significato puramente
spirituale, è in definitiva comprensibile solamente per il fatto che la funzione fondamentale dello
stesso significare è già presente e operante prima ancora che venga posto il singolo simbolo,
cosicché tale funzione non è creata per la prima volta in questo porre, ma solamente fissata,
solamente applicata ad un caso particolare.” 48

Dalle parole evidenziate in corsivo, si può continuare a riflettere sulla necessità di


possedere quel «singolo elemento sensibile» al fine della condivisione delle conoscenze,
fatto che si palesa nella sua affermazione: «tale funzione non è creata per la prima volta
in questo porre» (ibid., p. 48). Cassirer (1987 [1961]) descrivendo il «problema del

47
Si continui a tener presente per questo linguaggio la suddivisione che si riscontra sotto tutti gli aspetti,
intrasegnico e segnico, tra terminologia e simboli formali.
48
Ibidem, p. 48. Il corsivo è mio.

56
simbolo» (ibid., p. 48 e 2003 [184b-1928:41-69] inoltre (184a-c. 1928 [2003: 243-9])
estende le sue considerazioni a linguaggi di diversa natura (cfr. 184b-1928 [2003: 54]),
egli, infatti, vi identifica altrettanto e, nel processo di significazione della «simbolica
“naturale”», la «funzione del significare» (1961 [1987: 49]). Nell’ambito della sua
trattazione Cassirer (1987 [1961]) dà come “dato” il superamento della teoria del
rispecchiamento del concetto di rappresentazione (ibid., p.50) che si è posto come
criterio per la ricerca di un universale fondazionale del linguaggio. 49Altrettanto
fondamentale per il presente discorso è dunque l’intuizione del filosofo quando
identifica nel carattere della significazione, un processo che «va al di là» (ibid. p. 48).
Dalle sue parole si legge un superamento del concetto legato al rispecchiamento e,
dunque, legato alla necessità di ricercare una qualche «totalità» di una “realtà” sia
«sensibile» che «esterna» (ibid., 50-2). Cassirer scrive (1961 [1987: 48-50]):

“[…] In ogni “simbolo” linguistico, in ogni immagine mitologica o artistica appare un contenuto
spirituale, che in sé e per sé rinvia al di là di ogni elemento sensibile, visibile, udibile o tangibile.
[…] la sua netta e chiara “riproduzione” spirituale si rivela addirittura legata all’atto della
“produzione” linguistica. […] il compito del linguaggio non è quello di riprodurre semplicemente
determinazioni e distinzioni che sono già presenti nella rappresentazione, ma di porle per la
prima volta come tali e di renderle conoscibili.”

Ciò che si evidenzia non dipende soltanto dal fatto che nel “contenuto del singolo
significato” (da non intendere come «riflesso della realtà esistente», ibid., p. 50) si
riconosca un carattere “«materiale»” (ibidem) che è preesistente al «contenuto singolo»
(ibid., pp. 48 e 50), quanto piuttosto che questo vada “al di là” da sé stesso. La funzione
del significare si realizza piuttosto, in ciò che dello stesso “contenuto singolo” si è
‘trattenuto’ dalla percezione che inizialmente ha costituito la «totalità sensibile» (ibid.,
p. 51) e che dunque rinvia: «al di là di ogni elemento sensibile, pur essendo convertito
in forma di elemento sensibile, visibile, udibile o tangibile» (ibid., p. 48). È nel carattere

49
Si precisa che in Cassirer (1961 [1987: 47-59]) le singole realizzazioni simboliche non rappresentano
esclusivamente la «totalità sensibile» (ibid., p. 51), così come non rappresentano la totalità dell’«esistenza
esterna» (ibid., p. 50) o se si vuole del mondo oggettivo. Nella sua descrizione sull’attività simbolica
rientrano le accezioni da lui coniate e che distinguono tra “simbolica naturale”, in cui emerge un’ulteriore
distinzione che l’autore opera tra: “coscienza” e “coscienza spirituale”, e: simbolica “arbitraria” che è
successiva alla prima. Ibidem, pp. 47-51.

57
dell’«al di là», definito da Cassirer, che si riscontra il carattere di “novità”, 50 che
rispetto al vecchio concetto di rappresentazione si palesa: in primis nel procedimento
del distacco dalla “materia” sensibile e in seguito, sul piano (del superficiale) del
linguaggio «sensibile, visibile, udibile, tangibile». Si è scelto di evidenziare tale
carattere di “novità” (ibid., p.52) (intrinseco al processo del simbolizzare) che Cassirer
spiega, in quanto, è necessario comprendere come questo prima di palesarsi ad esempio
nella monoreferenzialità del termine scientifico in via del tutto ‘superficiale’, debba
essere compreso nell’ambito di una semantica che non lo è, e che va necessariamente
condivisa all’interno di una comprensione e condivisione secondo gli schemi di una
«simbolica naturale» (cfr. Cassirer 1961 [1987: 49]), che allo stesso tempo rende conto
di un’arbitrarietà del simbolo relativa, in quanto trattasi di un simbolo che «non è creato
per la prima volta» (cfr. ibid., p. 48 il corsivo è mio), ma che attende un «passaggio alla
forma» e dunque una precisa determinazione o riconoscimento (ibid., p.50).
Anche in Cassirer l’unitarietà del discorso si ritrova nella frammentazione di singole
«forme di realtà» (cfr. Cassirer 1961 [1987: 50]). Riguardo alla concezione del
superamento della teoria del rispecchiamento che si giustifica nell’«unità di significato»
della specifica “porzione di realtà” Cassirer (1987 [1961]: 51) scrive:

“[…] l’analisi del linguaggio mostra – e in particolare se si parte non dalla parola singola, ma
dall’unità della p r o p o s i z i o n e – che ogni espressione linguistica, lungi dall’essere una mera
copia del mondo della sensazione o dell’intuizione che ci è dato, racchiude, invece, in sé un
carattere determinato di “significazione”. E la stessa cosa accade nei simboli della specie e
origine più diverse. […] il loro valore risiede non tanto in ciò che essi mantengono del singolo
contenuto concretamente sensibile, e dei suoi dati immediati, quanto in ciò che di questi dati
sopprimono e lasciano cadere.”

La natura del «processo ideale»51 che “pone il simbolo” nel linguaggio scientifico
frammenta in porzioni specifiche la realtà, costituendo l’identità del particolare discorso
che rappresenta (ibid., p.52):

50
Cassirer (1987 [1961]: 52) scrive: “[…] un pregio essenziale e generale del simbolo […] che esso serve
non solo alla rappresentazione, ma anzitutto alla scoperta di determinati nessi logici, che non solamente
fornisce un’abbreviazione di ciò che è noto, ma apre nuove vie verso ciò che è ignoto, verso ciò che non è
dato”.
51
Ibidem, p. 50. Inoltre, Cassirer 2003 [107 – c. 1921-1927]: in particolare il par. 2: “Sull’idealismo della
funzione simbolica”, pp. 312-3. Il filosofo scrive (ibid.,p.313): “L’automovimento dello “spirito” esprime

58
“Nella maniera più evidente questa tendenza si rivela forse nella funzione dei sistemi simbolici
s c i e n t i f i c i. L’astratta “formula” chimica, ad esempio, che viene usata come indicazione di
una determinata materia non contiene più nulla di ciò che l’osservazione diretta e la percezione
sensibile ci fanno conoscere di questa materia; ma, in luogo di tutto questo, inserisce il corpo
particolare in un complesso di relazioni […] di cui la percezione, in quanto tale, non sa ancora
assolutamente nulla. Essa indica il corpo non più secondo ciò che esso “è” sensibilmente e come
esso ci si offre in maniera immediatamente sensibile, ma lo coglie come un complesso di
possibili “reazioni”, di possibili connessioni causali, determinate da regole generali. La totalità di
queste connessioni conformi a leggi nella formula chimica di struttura si fonde con l’espressione
del caso singolo e, attraverso questa totalità, tale espressione riceve un’impronta caratteristica
assolutamente nuova.”

Ritorna dunque preponderante nell’esposizione di Cassirer l’elemento metaforico


della “novità” che s’innesca sulla base di una condivisione remota 52. L’operazione
‘ideale’ che consiste nella distinzione tra molteplici realtà è utile per comprendere la
considerevole attenzione che necessariamente bisogna prestare quando si compiono
operazioni di interpretazione di un «determinato contenuto singolo» (ibid., pp. 50, 55),
in particolare se questo è stato selezionato dal fondo di una «forma della realtà» (ibid.,
p. 50) che nel presente caso corrisponde a quella matematica.
Sintetizzando si potrebbe concludere che di fronte al contenuto epurato dalla ‘prima
percezione’ sensibile, e innescato un secondo passaggio che consiste nel rappresentare,
“trattenere” nel simbolo quella porzione di realtà che interessa per la significazione in
senso matematico, si pone la problematica dell’interpretazione di questa porzione di
contenuto, e la questione come si vedrà oltre, si rivela abbastanza complicata. 53 Si
potrebbe definire il momento dell’interpretazione del “singolo contenuto” come il
momento della ‘seconda percezione’ che dovrebbe caricare la prima di nuovo
significato (cfr. Cassirer (1961 [1987: 53, 55]):

questo movimento originario nel suo linguaggio; ma esso stesso si scompone di nuovo in specifici,
singoli, movimenti particolari, etc.”.
52
Cassirer (1987 [1961]: 53-4) scrive: “[…] la facoltà sintetica della coscienza in generale, la quale si
estrinseca nel fatto che ogni concentrazione del suo contenuto da essa raggiunta, diviene per essa al tempo
stesso un movente per allargare i suoi precedenti confini. La sintesi che è data nel simbolo offre sempre
perciò, oltre al mero sguardo retrospettivo, anche una nuova visione prospettica.”. Ivi, p. 53.
53
Questo a causa della forma superficiale che potrebbe assumere, in particolare quando cozza con la
“materia sensibile” che in un ‘certo senso’ gli corrisponde, in quanto l’unica nota.

59
«Infatti in questa simbolica “naturale” vi era sempre un certo e l e m e n t o c o s t i t u t i v o
della coscienza che, avulso dal tutto, conservava tuttavia la facoltà di sostituire questo tutto ed in
certo senso di ricostruirlo così sostituendolo. […], i segni simbolici […] non “esistono”solamente
per raggiungere poi, al di là di questa esistenza, un altro significato determinato; in essi invece
l’esistenza sorge solamente dal significato. […] considerate le cose più a fondo […] il compito
del linguaggio non è di riprodurre semplicemente determinazioni […] che sono già presenti nella
rappresentazione, ma di porle per la prima volta come tali e di renderle conoscibili. […] Il
singolo come tale viene apparentemente limitato, ma proprio così si effettua con tanta maggiore
determinatezza ed energia quell’operazione che noi abbiamo chiamato “integrazione del tutto”.
[…] Ora effettivamente d’un sol colpo si stringono mille legami che nel porre il simbolo vibrano
all’unisono con maggiore o minore forza e chiarezza.» 54

Il problema dell’interpretazione risiede nel rapporto tra la «totalità delle


connessioni», dunque la specifica sfera concettuale e l’«espressione del caso singolo»
(ibid. p. 52) che rappresenterebbe nel discorso di Cassirer il concetto che si è espresso
grazie alla sua «“forma” spirituale» (ibidem), che non ha già più legami con la
«materia» sensibile e di cui la percezione non sa “ancora assolutamente nulla” (ibid., p.
50, 52) (e infatti, Cassirer scrive riguardo alla percezione: «in quanto tale», rispetto al
processo ideale compiuto). Il «singolo contenuto» (scientifico) riceverebbe la sua
«impronta […] nuova» (ibid., p. 52) dal fatto di essere separato dalla materia sensibile
da cui emerge e di “fondersi” – condividendo – la «totalità delle connessioni».

2.3. Linguaggio della matematica, l’“invisibile”di un linguaggio del “visibile”

«Comment obtient-on cette précision? Grâce à la rigidité, à l’indéformabilité des pièces, à ce dont
l’absence rend [à l’inverse] la main si diversement habile.» 55

Generalmente le condizioni di rigore del linguaggio matematico impongono


l’eliminazione all’atto della ricezione e/o della produzione, di qualsiasi elemento che
trascini con sé soggettività e che, stimolando la situazione paratestuale lasci spazio

54
Cfr. Cassirer 1987 [1961]: 49, 51, 52. Il corsivo è mio.
55
Frege 1971 [1882]: 4. Il corsivo è mio. Le pagine che si citeranno traggono dalla versione elettronica
consultata: http://www.scribd.com/doc/19297906/Frege-Que-la-science-justifie-le-recours-a-une-
ideographie (02/02/2010).

60
all’«evocazione» di altri “sensi” possibili 56. Il linguaggio scientifico ponendosi al di
fuori dell’elemento «inafferrabile (…), non classificabile» (Benveniste: 1954 [1990:
18]) realizza il proprio senso proiettandosi «verso l’esterno» (Cassirer [1961] 1987: 56,
Frege: 1971 [1882]) di una convenzionalità prestabilita, “necessariamente” da
«condividere» (Silvestri: 2002), per giungere al fine di un’appropriata interpretazione
e/o fissazione di una «regola generale» (Cassirer 1987 [1961]: 53).
Ponendo a confronto il linguaggio comune e quello delle scienze, Gilbert (1945: 21)
scrive del primo che:

«Ce langage suggère le sens, incomplet en lui-même, par l’évocation d’images sensibles,
complémentaires aux images verbales, qu’il provoque. L’entente absolue à son sujet est
impossible ou invérifiable»

Mentre rispetto al secondo egli osserva che:

« Ce langage donne le sens, intelligible, complet en lui-même, au moyen des seules images
verbales – en dehors de toute suggestion, de toute évocation complémentaire –, et de la seule
signification conventionnelle propre aux mots. L’entente à son sujet est absolue et vérifiable. Le
sens des énonciations est propre aux mots» (ibid.).

Le opposizioni che si leggono nell’ambito della comunicazione tra il linguaggio


comune e il linguaggio scientifico, toccano dunque rispettivamente: la presenza/assenza
d’immagini “sensibili” complementari che eventualmente si accompagnano
all’‘evocazione’ del segno nei due linguaggi, l’impossibilità/possibilità di verificare la
‘certezza’ dell’«intesa» concettuale codificata nel messaggio e, non ultima, la possibilità
di “bloccare” l’immagine verbale e dunque il contenuto significante del segno nella sua
sfera del ‘tangibile’, proprietà che appartiene «aux mots». Quest’ultimo aspetto
sottolinea il legame speciale che le parole del linguaggio della matematica intrattengono
con la sfera del “tangibile”. A tal proposito è necessaria una puntualizzazione.
Frege si sofferma sul rapporto tra pensiero e parola nel suddetto linguaggio :

56
Per questa parte di discorso si darà per assodato quanto già concluso dal filosofo Cassirer (1987 [1961];
2003 [1995]) ed esposto nel paragrafo precedente, in particolare, relativamente all’aspetto del recupero di
una «simbolica “naturale”», in quanto dalla sua trattazione si considera emerso un ulteriore significato
concernente al concetto di ‘evocazione’ (Cassirer [1961] 1987: 49).

61
«Les signes ont pour la pensée, la même importance qu’eut pour la navigation, l’idée d’utiliser le
vent afin d’aller contre le vent. Que personne ne méprise les signes, tant dépend de leur choix
pertinent ! Et leur valeur n’est pas amoindrie si après un long usage il n’est plus nécessaire de
produire effectivement le signe, si nous n’avons plus besoin de parler tout haut pour penser. On
n’en pense pas moins dans les mots et, sinon dans des mots, dans des signes mathématiques, ou
d’autres encore. […].» 57

Il linguaggio della matematica soffre epistemologicamente di una problematica che


si direbbe di “separazione”, in quanto, presenta mediante astrazione o procedimento
astratto, il concreto di un’esperienza o di un fenomeno che è appunto osservabile 58, in
modo tale che il concetto di verità sia “materialmente adeguato” (Tarski (1965 [1973:
427-28]). Dal punto di vista percettivo questo linguaggio non aggiunge nulla
all’esperienza osservabile, allo stesso modo non si sottrae da questa, nonostante
l’accezione “comune” del termine “astratto” faccia pensare 59. Preti (1953) scrive: «è un
nuovo e affatto diverso linguaggio sorretto da una propria e ben determinata
assiomatica» (ibid., p. 44-5).
La capacità del simbolizzare in maniera “astratta” è nota essere una prerogativa
specifica della comunicazione umana 60. Nell’ambito della distinzione tra le due
“specie” di linguaggio, quella umana e quella animale, Devlin (2000 [2002: 148])
associa per ciascuno dei “quattro livelli di astrazione” una serie di operazioni o azioni
possibili, l’ultimo stadio culmina nella capacità umana di «pensare a entità astratte» 61. Il
matematico scrive (ibid., pp.149-150):

“Al primo livello di astrazione, […] non c’è astrazione alcuna. Gli oggetti del pensiero sono tutti
oggetti reali presenti nell’ambiente circostante e accessibili alla percezione. (tuttavia, questi

57
Frege (1871 [1982:2]). Allo stesso proposito si veda Gilbert 1945:39-40.
58
Cfr. Preti: 1953, pp. 44-5; Devlin 2002 [2000]; Tarski (1965 [1935]: 427-28).
59
Tra le accezioni del termine abs.trahere il LEI (vol. I) riporta: it. astratto ‘ottenuto per astrazione, a
prescindere dalla realtà empirica; senza fondamento reale; astruso’ (dal 1535, Berni, B; Crusca 1863; TB;
DD).
60
Cfr. Devlin: 2002 [2000] pp. 148-152; Watzlawick, P.; Helmick Beavin, J.; Jackson, Don. D. 1971, pp.
260 ss.; Benveniste 1954 [1990: 39], 1952 [1990: 70-7].
61
Tale teoria epistemologica dell’astrazione applicata alla conoscenza nelle scienze matematiche è
riconducibile a quanto osservano Watzlawick (et. al.) (1971: 262): «[…] Ma il livello quarto sembra
assai vicino ai limiti della mente umana». Il simbolismo matematico giunge dunque in soccorso per
affrontare questo livello di astrazione. Un’ulteriore prospettiva di analisi all’“interno” delle scienze
matematiche e che nello specifico rivisita il concetto di astrazione in seno alla teologia, prende in esame
la dottrina aristotelico-tomista. Sturmia (1999: 51-64) distingue un primo livello di astrazione fisica, un
secondo definito matematico, e un terzo metafisico.

62
oggetti, presenti nell’ambiente possono […] essere immaginati in posizioni differenti o disposti
in diverse configurazioni nello spazio. […] Molte specie animali sembrano capaci di questo
primo livello di astrazione. Il secondo livello di astrazione implica oggetti reali familiari a chi
pensa, ma non direttamente accessibili alla percezione nell’ambiente circostante. Gli scimpanzé e
le scimmie antropomorfe in genere sembrano capaci di pensare a questo livello di astrazione.
[…] terzo livello di astrazione […], l’individuo può pensare a oggetti reali dei quali abbia in
qualche modo appreso l’esistenza pur senza averli mai incontrati nella realtà; oppure può pensare
a versioni o a varianti immaginarie di oggetti reali o, ancora, a loro combinazioni immaginarie.
[…] Al quarto livello di astrazione entra in scena il pensiero matematico. Gli oggetti matematici
sono completamente astratti; non hanno alcun legame per quanto semplice o diretto – con il
mondo reale, a parte il fatto di essere astratti dalla realtà […]”

Questa operazione è dunque legata al carattere intrinseco della condizione del


linguaggio umano:

“[…] Nell’uomo la sua facoltà simbolizzatrice raggiunge […] la sua realizzazione suprema nel
linguaggio, che è l’espressione simbolica per eccellenza; tutti gli altri sistemi di comunicazione
(grafici, gestuali, visivi, e così via) ne sono derivati e lo presuppongono. Ma il linguaggio è un
sistema simbolico particolare, organizzato su due piani. Da un lato è un fatto fisico: ha bisogno
dell’apparato vocale per prodursi, dell’apparato uditivo per essere percepito. Sotto questo
aspetto materiale, esso si presta all’osservazione, alla descrizione e alla registrazione. D’altro
lato, è una struttura immateriale, una comunicazione di significati, che sostituisce gli
avvenimenti e le esperienze con la loro «evocazione».” 62

L’aspetto della separazione del significante, dal significato «evocato»63


corrispondente è una caratteristica che riguarda il linguaggio ideografico in generale, e
quello della matematica, secondo particolari modalità.
Si tenterà ora di guardare più da vicino allo specifico del simbolico nel linguaggio
della matematica e in particolare alle caratteristiche dei segni «visibili»64 che lo

62
Benveniste 1954 [1990: 38].
63
Per quanto concerne il rapporto tra significato e significante, si può affermare che per il linguaggio
scientifico ideografico, la relazione tra i due vada ri-appresa, andando oltre il legame necessario che
esiste nella coscienza del parlante, tra i due aspetti del segno. Apprendendo dunque la nuova ‘arbitrarietà’
del segno. Si osservi Benveniste (1939 [1990: 63-5]) che commentando De Saussure scrive: «Così si dica
del segno linguistico. […] fra il significante e il significato il legame non è arbitrario: anzi è necessario.
[…] Il campo dell’arbitrario è così relegato al di fuori dell’ambito del segno linguistico.”». Per quanto
concerne invece la relazione arbitraria tra i segni e le cose del mondo, si rimanda a quanto osservato da
Cassirer ([107 – c. 1921-1927] 2003: 313): «L’ “adeguazione” non riguarda l’oggetto, ma il processo del
movimento stesso […] E la totalità di questa specifica funzione è l’unica via sulla quale possiamo
giungere a rappresentare la totalità del “processo originario”». Il che, concerne l’interpretazione del segno
oltre il concetto di una realtà “assoluta”, libera sia da referenti interni che esterni.

63
contraddistiguono. Nell’ambito della comunicazione matematica ideo-, grafica-,
65
visiva , il prodotto dall’apparato vocale poi percepito dall’apparato uditivo, non
corrisponde «all’esterno» 66 con l’‘evocazione’ del significato/pensiero presupposto dal
contenuto mentale del profano.
Frege ha osservato che (1882 [1971: 1]):

« Les impressions sensibles l’emportent en vivacité sur les images de la mémoire […] nous ne
pourrions guère échapper à cette dépendance si le monde extérieur ne dépendait à son tour, dans
une cette mesure, de nous».

Stando alla sua esperienza di matematico, Devlin (2002 [2000]) ha sostenuto che la
principale differenza tra chi condivide il mondo del simbolico matematico (ibid. p. 152)
e chi ne è fuori (da profano), consiste principalmente nel «considerevole sforzo
mentale» (ibid. p. 152) richiesto per la gestione del “simbolico” matematico, il quale
non coincide soltanto con l’insieme dei «simboli algebrici» utilizzati. Questi scrive
(ibid.):

“Con «mondo simbolico» non intendo riferirmi ai simboli algebrici usati per scrivere idee e
risultati matematici. Piuttosto, voglio dire che gli oggetti e le circostanze al centro del pensiero
matematico sono oggetti puramente simbolici creati nella mente.”

Un’analisi del valore sottostante le concezioni riguardanti: “concetto” e “scrittura”


nella sfera del simbolico matematico, aiuterà a evidenziare le differenze con il sistema
lingua del linguaggio comune.
Nel 1879 Frege pubblica Begriffsschrift – Eine der arithmetischen nachgebildete
Formelsprache des reinen Denkens (trad. it. l’“Ideografia. Un linguaggio in formule del
pensiero puro, a imitazione di quello aritmetico”) scritta conseguentemente all’esigenza,

64
Cassirer:1987 [1961], Frege (1971 [1882]) e Gouthier: 2004.
65
Alla voce corrispondente al lemma “ideografia” nel DELI si legge: «‘sistema di scrittura mediante
ideogrammi’[…] Vc. dotte di form. mod. (tra il Settecento e l'Ottocento), con utilizzazione di elementi
greci (idea + -grafia, -gramma, -logia e der.).»
66
Cfr. Frege 1971 [1882] e inoltre Gilbert 1945:290: « […] le concept aussi extérieur aux choses que les
mots que nous proférons à leur sujet ; il la fait tendre vers le symbolisme idéographique.»

64
sentita dall’autore, di superare gli ostacoli che derivavano dall’inadeguatezza della
lingua “di tutti i giorni” 67. Frege (1879 [1965: 104, 106]):

«malgrado la crescente pesantezza d’espressione, la lingua tanto meno mi permetteva di


raggiungere quella precisione che il mio intento esigeva, quanto più complesse divenivano le
relazioni. […] ebbene, la mia ideografia, […] certamente neppure essa rende con fedeltà il
pensiero, come del resto non è forse possibile ad alcun mezzo esteriore di presentazione; ma […]
già il fatto che esse siano di tutt’altro tipo da quelle proprie della lingua, fornisce una protezione
da un’influenza unilaterale da parte di uno di questi mezzi espressivi».

La scelta del mezzo espressivo corrispondente al “linguaggio parlato” e quindi al


linguaggio scritto della lingua parlata 68 non lascia “libero” il pensiero di rimanere fedele
a quel «mezzo esteriore di presentazione» (1879 [1965: 106]), al contrario invece, di
quanto avviene mediante l’utilizzo del linguaggio ideografico matematico. In relazione
alla nozione di «contenuto concettuale» (ibid., p. 104) che si inserisce tra la serie delle
innovazioni introdotte nella suddetta opera, 69 Frege scrive (ibid., 104, 169):
“ […] si è rinunciato ad esprimere tutto ciò che è senza importanza per la consequenzialità delle
deduzioni […] Ho dato il nome di contenuto concettuale a ciò su cui si accentra per intero il mio
interesse. Questa spiegazione deve quindi esser tenuta presente se si vuol comprendere
rettamente l’essenza del mio linguaggio in formule. Da questo deriva pure la denominazione
“ideografia”. Poiché per prima cosa mi sono limitato a esprimere quelle relazioni che sono

67
Si trae dal volume curato da Mangione (1965: 105) e allo scritto di Frege ivi contenuto “L’ideografia
nel sistema freghiano” (ibidem, pp. 82-97). Il volume contiene nella parte prima: Ideografia etc., (ibid.,
pp. 103-206), traduzione dallo scritto di Frege: Begriffsschrift – Eine der arithmetischen nachgebildete
Formelsprache des reinen Denkens (Nebert, Halle 1879). Il concetto di ‘autonomia’ sottostante al
modello di “lingua” ideografica avanzato da Frege è in giusto equilibrio tra quanto tentato da Leibniz
(calculus ratiocinator) e da Peano (lingua characteristica), si veda Mangione 1965, p. 27. Inoltre, Gilbert
1945, pp. 105, 154 e Preti 1953, p. 49.
68
Frege ([1971] 1882: 5) attribuisce a questa dimensione una: «succession du temps unidimensionnel
[…] En fait, la simple disposition en une série linéaire ne correspond nullement à la multiplicité des
rapport logiques suivant lesquels les pensées son liées les unes aux autres ».
69
Nella Intoduzione alla raccolta degli scritti del matematico e logico tedesco, Mangione (1965: pp. 15-
81) sintetizza i concetti introdotti da Frege nella sua opera Ideografia (1879). Mangione sostiene che
questi (1965: 25-8) siano stati «fecondissimi per la logica moderna». Tra questi Mangione (ibid. pp. 21-
81) ricorda: «la nozione di proposizione intesa come quell’entità che può essere vera o falsa […]
l’introduzione del concetto di forma proposizionale […] introduzione di quantificatori universale e
esistenziale […] la distinzione […] tra momento sintattico (puramente calcolistico) e momento semantico
(nel quale invece i segni vengono interpretati) di una lingua simbolica: distinzione […] che per Frege la
sintassi di una lingua non è mai disgiunta dalla semantica, ma è da questa condizionata costantemente, al
punto che la prima sarebbe sterile senza la seconda. […] distinzione tra linguaggio oggetto e
metalinguaggio. […] In questo stesso ordine di idee, […] a livello del linguaggio ideografico ogni
elemento primitivo deve invece avere un significato rigorosamente precisato; onde il significato di un
complesso di segni viene determinato proprio in funzione dei significati dei singoli termini primitivi che
in esso intervengono.».

65
indipendenti dalla natura particolare delle cose, potevo anche impiegare l’espressione
“linguaggio in formule del pensiero puro”. […] si vede inoltre come il pensiero puro, mentre
astrae da ogni contenuto dato dai sensi o addirittura da una intuizione a priori, sia in grado di
produrre dal solo contenuto, che trae origine dalla sua propria natura, giudizi che a prima vista
non sembrano possibili, se non in base a una intuizione qualsiasi. Si può paragonare un tale fatto
alla compressione, mediante la quale si è riusciti a trasformare l’aria, che a una coscienza
infantile appare come un niente, in un liquido visibile e sgocciolante.”

Ancora a proposito dell’«insuffisance» che si riscontra nella «simple écriture des


mots de la langue parlée» egli scrive (1882 [1971: 3-4]):

«Le mot écrit l’emporte par la seule durée sur le mot parlé. On peut parcourir plusieurs fois du
regard une suite de pensées sans craindre qu’elle soit altérée, et vérifier d’autant plus
soigneusement sa valeur concluante. Les règles logiques sont alors appliquées de l’extérieur,
comme un canon, puisque la simple écriture des mots de la langue parlée n’offre, de par sa
nature, aucune garantie logique. […] Ces règles n’ont pas pu préserver de l’erreur quelques
grands philosophes ; et elle ont été également impuissantes à prévenir les fautes dans le domaine
des mathématiques supérieures, du fait qu’elles sont toujours extérieures au contenu »

Una prima differenza tra il simbolico del linguaggio ideografico e il simbolico della
lingua comune consiste, infatti, proprio nella “scrittura stessa”, dunque nella peculiarità
del simbolo “tangibile” e “visibile” che stringe, diversamente nei due linguaggi, la
propria relazione, sia con il suono che libera, che conseguentemente con i concetti che
evoca. Nel discorso di Frege (1971 [1882]), in particolare quando si sofferma sulle
motivazioni che avvicinano le scienze all’utilizzo del linguaggio ideografico, l’autore
enuncia alcuni “vantaggi” che si possono trarre dall’utilizzo delle due diverse tipologie
del simbolico.
Questi scrive: «la question est alors de déterminer lesquels, des signes audibles ou des
signes visibiles, ont l’avantage […]» (ibid., p. 4). Frege si sofferma più
approfonditamente sulla natura dei «signes visibles» e dei «signes audibles»,
rispettivamente nella «simple écriture des mots» e nel «langage parlé», per poi
concludere rispetto alla sopra individuata distinzione (“sensoriale”), sulle caratteristiche
che distinguono il simbolico del «langage parlé» (ibid. p. 5) da quelle più vantaggiose
del linguaggio ideografico.

66
A proposito del segno considerato secondo l’aspetto definito dall’autore, “udibile” si
può leggere (1982 [1971: 4]):

« […] La question est alors de déterminer lesquels, des signes audibles ou des signes visibles, ont
l’avantage. Les premiers ont pour eux qu’on peut les produire indépendamment des circonstances
extérieures. On peut aussi faire valoir l’affinité très étroite des sons et des faits de conscience. La
forme en laquelle se manifestent, la succession temporelle, leur est commune ; ils sont les uns et
les autres passagers […] En particulier les sons ont un rapport plus intime aux états de l’âme que
les figures et les couleurs ; et la voix humaine, dont les modulations sont infinies, peut être
adaptée aux plus subtiles variations et compositions de sentiments. Mais si précieux que puissent
être ces avantages pour d’autres buts, ils sont sans significations pour la rigueur des déductions.
Le fait que les signes sonores épousent si étroitement les conditions corporelles et psychiques de
la raison, a peut-être justement l’inconvénient de maintenir ces signe dans leur dépendance »

Una prima opposizione che si può scorgere tra le suddette tipologie concerne dunque
la caratteristica già citata del “tangibile” 70 che si riscontra nel simbolo del linguaggio
ideografico quando applicato alla matematica e che, in quanto “scritto”, si presenta con
numerosi vantaggi rispetto agli svantaggi (sintetizzati in apertura al paragrafo) che di
contro, concernono le dinamiche di produzione/ricezione proprie al “linguaggio
comune”, o come sopra citato da Frege, legate al segno “visibile” e “udibile” del
«langage parlée». È indicativa a tal proposito l’osservazione di Mangione (1965) che
dopo aver sintetizzato le sostanziali differenze tra i due linguaggi scrive che: «Ciò
spiega in particolare perché Frege concepisca la necessità di una “scrittura” più che di
una “lingua” simbolica» (ibid., p. 23).
All’interno della differenziazione fin qui prospettata tra significati attivati da
significanti della lingua parlata («signes audibles» del linguaggio comune) e
significati 71 attivati dalla lingua scritta (in particolare i «signes visibles» del linguaggio
ideografico), si riscontrano all’interno del linguaggio matematico una serie di vantaggi
che in termini di “rigore” sono fruibili esclusivamente grazie all’uso della scrittura

70
Cfr. Cassirer 1987 [1961], p. 48.
71
Frege 1971 [1882] non si sofferma sulla confusione che potrebbe nascere in seguito a casi di omonimia
significante all’interno dello stesso linguaggio ideografico, piuttosto si sofferma sul significante che nel
caso della lingua comune evoca una ‘spaziosità’ del significato (mentre nel caso del linguaggio scientifico
– ideografico – evoca una spaziosità circoscritta, o almeno tale dovrebbe essere per lo scienziato). Per
quanto concerne invece le implicazioni nell’interazione fra i due sistemi, si veda oltre: § 2.3.1.

67
ideografica e dunque del segno scritto ideografico. Ecco dunque cosa scrive Frege a
proposito del segno definito “visibile” e dei suoi vantaggi:

« Le signe visible, et en particulier les figures, ont une tout autre nature. Les figures sont en
général bien délimitées et clairement différenciées. Cette précision du signe écrit aura pour
conséquence de donner un relief plus net à ce qui est désigné. Or, cet effet induit sur nos
représentations est précisément ce que l’on doit chercher pour parvenir à la rigueur du
raisonnement : ce résultat ne peut être atteint que dans le cas où le signe renvoie immédiatement
à la chose. […] Ainsi, les propriétés mêmes par lesquelles l’écriture s’éloigne le plus du cours
des représentations, sont aussi les plus propres à pallier certains défauts de notre constitution
naturelle. Dès qu’il ne s’agit plus de représenter la pensée naturelle, telle qu’elle prend forme
dans un rapport réciproque avec le langage parlé, dès qu’il s’agit de lever les limites et
déterminations que le langage parlé reçoit du sens de l’ouïe auquel il est directement asservi,
alors l’écriture doit être préférée au son. […] »

Nel confronto con il linguaggio parlato quotidiano, il linguaggio in formule o


linguaggio «ideale»72 si allontana dal primo sia rispetto al sistema di scrittura delle
parole della «langue parlée» (parole vs. simboli) che, relativamente al complesso del
sistema dei segni (cfr. Frege: 1971 [1882]), per quanto riguarda l’uso di un linguaggio
in formule (parole vs. termini e formule).
Frege (1882 [1971: 5]) scrive rispetto al “sistema di scrittura” che:

« Une écriture qui veut exploiter tous les avantages propres aux signes visibles doit être
entièrement différente de tous les langages parlés. Il est à peine besoin de dire que ces avantages
n’entrent pour ainsi dire pas en jeu dans l’écriture du langage parlé. La position réciproque des
mots sur le plan d’écriture y dépend pour une grande part de la longueur des lignes et, dans cette
mesure, n’est d’aucune signification.» 73

E rispetto al “sistema dei segni”, dunque in rapporto al sistema ideografico osserva


che:

72
Cfr. Gilbert 1945 p. 151. Nell’ambito di una ulteriore distinzione tra le forme di linguaggio adottate in
ambito scientifico, Gilbert definisce il linguaggio non “formale” della scienza come linguaggio “usuale” e
il linguaggio ideografico delle formule come linguaggio “ideale”. Questi scrive: «Les notations
symboliques ne correspondent donc pas au langage scientifique usuel mais bien au langage scientifique
idéal. Les notions symboliques sont des transcriptions arbitraires en écriture figurative du langage
scientifique idéal. »
73
Frege 1882 [1971: 5].

68
«Le langage par formules de l’arithmétique est une idéographie (Begriffsschrift) puisqu’il
exprime immédiatement la chose sans passer par les sons » 74

Dato che il concetto prend forme (Frege 1882 [1971: 2]) dal rapporto con il suono
del linguaggio parlato (e conseguentemente con la lettura di uno scritto del linguaggio
parlato), questo necessita di separarsi dall’aspetto fonologico legato alla “comune”
concettualizzazione del linguaggio naturale, che è in tal modo costruita nei “segni
visibili” di cui si costituisce. Anche Gilbert (1945) scrive del rapporto del concetto
legato “direttamente” alla “cosa” (ente matematico) e dell’aspetto fonologico che passa
in secondo piano. Anch’egli si sofferma sul fatto che il contenuto evocato dal
significante sia quello di un ‘senso esteriore’ che risponde alla logica ‘esterna’ del senso
logico matematico (ibid., p.98):

« Bien qu’il soit issu de la version écrite du langage oral, que nombre de signes soient
comparables aux mots d’une langue écrite, que les conventions d’assemblage des signes soient
analogues aux règles de la grammaire, le symbolisme graphique et figuratif des mathématiques
ne demeure comparable au symbolisme sonore que par le sens exprimé.»

Lo stesso autore a proposito dei vantaggi di una scrittura ideografica (Gilbert 1945:
152-3, 154) scrive:

«L’écriture figurative, par la suppression des liaisons verbales entre les concepts, suit la pensée –
qu’elle maintient dans la rectitude – en ses sautes elliptiques, en même temps qu’elle rend plus
facilement perceptible l’identité dans les jugements. […]» 75

Anch’egli osserva quanto sia più forte il legame che lega il linguaggio ideografico al
“pensiero”, piuttosto che quello che lo lega all’espressione dello stesso nel “linguaggio-
verbale”.
Pertanto l’unione sarà resa consapevole al profano sia alla luce della problematica
esposta rispetto all’“evocazione” (e cioè, sintetizzando mediante Frege (1882 [1971:
4]), tenendo presente che: « […] des signes audibles […] ont pour eux qu’on peut les

74
Ibidem.
75
Gilbert 1945, p. 153. Oltre si analizzerà in che termini “l’appiglio” ideografico può essere utile al
matematico, in particolare confrontandolo con il linguaggio verbale che non lo abbandona anche nei
procedimenti di ragionamento propriamente matematici.

69
produire indépendamment des circonstances extérieures »), che rispetto all’insieme dei
segni significanti nella loro totalità come segni rispondenti a una sintassi “concettuale”
altrettanto indipendente dal linguaggio comune, e dunque dipendente da “fattori esterni”
da condividere.
Una delle problematiche che emerge dall’utilizzo del suddetto mezzo espressivo resta
comunque legata alla natura del “significante” del segno in quanto, anch’esso nella
coscienza del profano è inevitabilmente legato alla stregua della scrittura, al «langage
parleé» e alle «impressions sensibles» (Frege: 1971 [1882: 5, 1]; 1965 [1879]) della
linearità in sequenza dei suoni. Difatti, dalla problematica sopra introdotta emerge la
necessità di un confronto, sia verso l’“esterno”, per un confronto tra i due sistemi di
linguaggio, quello della matematica e quello della lingua parlata, che verso l’“interno”,
mediante un confronto tra i due linguaggi sulla natura del segno isolato, in ciascun
sistema di lingua.

2.3.1. Astrazione dal significante e astrazione dal significato

« La proposition catégorique impersonnelle pose l’objectivité du jugement énoncé ; elle se rapporte aux
objets du monde extérieur et dans tous les cas à une extériorité par rapport à la conscience […] Le sens
analysé […] la correspondance du signifiant au signifié est immédiate […] Le sens exprimé la
correspondance du signifiant au signifié dépende de quelque autre chose» 76

Sia dal punto di vista intrasegnico 77, che da quello che considera il segno appartenente
a un sistema “speciale”, l’oltre del significante va colto «par rapport à la conscience» di
un contenuto concettuale 78 da condividere. L’astrazione che si verifica rispetto al
significante e rispetto al significato (evocato) si può dunque leggere sia dal punto di
vista intrasegnico (rapporto tra significato e significante) che dal punto di vista segnico
(segno ‘significante’ di uno specifico sistema speciale).
La necessità di operare una separazione dal sistema di scrittura (del linguaggio
comune) si pone anche per quei segni che appartengono alla lingua parlata e che
essendo in condivisione “significante” con quelli della lingua della matematica,
rappresentano maggiormente un pericolo per la corretta comprensione del senso logico.

76
Gilbert 1945, p. 69.
77
Cfr. Gensini 2004, p. 93.
78
Cfr. Frege 1879 [1999: 6,7].

70
Tra l’altro come osserva Frege (1982 [1971: 3]):

«la simple écriture des mots de la langue parlée n’offre, de par sa nature aucune garantie
logique». 79

Dal confronto con la lingua comune emergono le differenze che si riscontrano sia sul
piano della produzione, che della comprensione del codice matematico.
L’allontanamento tra i due codici è bilaterale. La stessa motivazione che spinge il
linguaggio della matematica verso l’«invenzione»80 di un proprio codice di segni e di un
proprio sistema significazionale va assorbita e osservata entro la prospettiva per cui, alla
pari del linguaggio comune 81, anch’esso non offre alcuna “garanzia logica” nei suoi
riguardi, sebbene come osserva Gilbert (1945: 105):

«pour communiquer sa pensée de façon explicite, le mathématicien est obligé de se régler sur les
canons logiques et grammaticaux de sa propre langue, puisque la pensée est solidaire du
langage »

Questo comporta evidentemente che il contenuto “logico” dell’enunciato esplicito


(«énonciation logique explicite», Gilbert 1945: 42) formulato dal matematico non
mediante l’uso del linguaggio ideografico, ma secondo la norma della propria lingua
comune (la langue parlée 82 Frege 1971 [1882]), non sarà interpretato come logicamente
appartenente a quest’ultima, ma nuovamente al linguaggio della matematica, nonostante
non si tratti di una lingua «inventata» (nella sua struttura superficiale) e non scaturisca

79
Il corsivo è mio.
80
Eco 1985, pp. 309, 320. Questi scrive rispetto all’invenzione: «Definiamo come INVENZIONE un modo
di produzione in cui il produttore della funzione segnica sceglie un nuovo continuum materiale non
ancora segmentato ai fini che si propone, e suggerisce una nuova maniera di dargli forma per
TRASFORMARE in esso gli elementi pertinenti di un tipo di contenuto. […] Il tipo, sia di espressione che di
contenuto, viene analizzato nelle sue marche e trasformato in occorrenza. […] Gli uomini istituiscono e
riorganizzano di continuo i codici solo perché esistono codici precedenti.»; si veda anche G. Frege 1879
[1999: 6, 7].
81
Trasferendo la problematica sul versante del linguaggio comune, un esempio di non-sens, si
ritroverebbe nei casi di uso banalizzato dei termini scientifici, ad esempio: «Ha spremuto ogni atomo di
potenza dal suo motore» (Cortellazzo 1994: 86-7; Lenci: 2009).
82
Conseguentemente al fatto che nel presente discorso sia rientrata l’opposizione tangibile/visibile, d’ora
in avanti si approfitterà della traduzione di «langage parlé» tratta da Frege (1971 [1882]) e qui riutilizzata
per riferirsi al linguaggio comune per non cadere nell’etichetta che non ci sembra adatta, di linguaggio
“verbale”.

71
dalla necessità di operare una riconcettualizzazione del significante. A tal proposito
Gilbert (1945: 95) ha scritto:

« Ainsi au cours de l’évolution historique de la pensée mathématique, les savants ont, en


commun, à leur insu et en dehors de toute logique, mais avec l’aide de multiple et favorables
hasard, lentement forgé un symbolisme opératoire, plus simple, plus bref, plus maniable et plus «
mécanique » que le langage usuel, mais sous l’artifice duquel il est malaisé de retrouver la
structure logique des énonciations de celui-ci. […] une aide en quelque sorte mécanique à la
pensée la plus savante et la plus profonde, abrégeant non seulement l’écriture et les calculs mais
encore les raisonnements eux-mêmes, par l’emploi de formules acquises antérieurement : le
formulaire mathématique est une riche réserve de raisonnements élaborés d’avance mis sous une
forme pratique, dans laquelle puisent les initiés pour s’épargner temps et peine »

All’interno del sistema di scrittura del linguaggio della matematica, il linguaggio delle
formule presenta anche simboli che derivano da abbreviazioni di segni appartenuti al
linguaggio comune 83 (Gilbert 1945: 83 sgg.), che si corrispondono per la natura
significante e non più per quanto concerne il contenuto concettuale 84. Si può pertanto
osservare che sebbene alcuni “segni udibili” si corrispondano tra i due sistemi (così
come accade per la scrittura stessa dei “segni visibili”, si veda ad esempio il caso della
terminologia, o di determinati simboli ideografici maggiormente diffusi nel linguaggio
comune), vi sono casi in cui, ancor più fortemente è fondamentale il legame con il
concetto, ad esempio quando il referente si nasconde dietro una definizione “di
corrispondenza” (cioè quando il linguaggio della matematica fa uso della terminologia o
del linguaggio esplicito/implicito) 85.

Uno studio di Mounin (1970 [1972: 133-14; 141-6]) che in parte prende spunto da
alcuni studi semiologici intrapresi da Hjelmslev (1968) e Prieto (l’autore cita l’opera:
Messages et signaux) propone un esperimento che vertendo sulla manifestazione grafica
delle lettere della scrittura in stampatello («normalizzato» ibid. p. 135), procede

83
Cfr. Bertin 1967; Di Stefano 1976.
84
Cfr. Frege 1965 [1879], pp. 104-5.
85
In questo caso si parlerà di “traduzione” dal linguaggio delle formule in “linguaggio esplicito”, per il
quale il linguaggio della matematica si servirà della “forma” che condivide con il linguaggio comune, ma
secondo un sistema logico diverso. Scrive Gilbert: la: «suite d’énoncés symboliques n’est pas plus un
syllogisme que les égalités qui les constituent ne sont des propositions grammaticales. Mais, il est aisé de
le traduire, selon les canons de la Logique formelle traditionnelle, en un syllogisme de la forme barbara,
type du syllogisme scientifique, en énonçant la majeure sous entendue […]» Gilbert 1945: 105-6.

72
inventariando le «opposizioni distintive in virtù di ciascuna lettera […]» (ibid., p. 136)
con lo scopo di immaginare una doppia articolazione possibile per il simbolico
matematico 86, pari a quella delle lingue naturali (monemi/fonemi) 87. L’autore considera
le diverse possibilità di scrittura, secondo le convenzioni grafiche dei singoli alfabeti.
Prendendo in esame il Dictionnaire des mathématiques modernes di Lucien
Chambadal (Larousse, 1969) egli estrapola la serie delle proprietà che classificano le
unità grafiche impiegate nel lessico del dizionario, ad esempio: « […] in numero 23,
utilizzano l’alfabeto greco […] in numero 33, utilizzano l’alfabeto latino, solo le
minuscole in grassetto […]» (ibid., p. 142). Egli osserva inoltre che tali codici grafici
nella maggior parte dei casi consistono in rappresentazioni ottenute mediante
abbreviazione 88 (ibid., p. 143).
Mounin si sofferma poi sui simboli che sono rappresentati da segni matematici (ad
esempio quelli operazionali, di relazione 89, ecc.), ai quali l’autore attribuisce un valore
assimilabile al concetto di prima articolazione (per questi segni si riscontrano, infatti, un
significato e un significante), ad esempio l’autore cita il simbolo « < » avente significato
di «“minore di”» e, identificando le «unità più piccole di essi stessi», intravede
l’opportunità di ipotizzare una doppia articolazione 90 per questo linguaggio (ad esempio
il tratto distintivo corrispondente a: « – » dà luogo ai seguenti segni: « − +

= ≠ ≡ →», ibid., p. 143). Come per l’ipotesi avanzata per la scrittura a stampatello 91
(ibid., pp. 133-141), anche questa si arresta superato il livello “intuitivo”
dell’individuazione dei valori minimi opposizionali. La problematica scrive Mounin
(1970 [1972: 145]) risiede nel fatto che non si tratta di un sistema economico: su 39
tratti differenziali si costruiscono 38 unità significanti. Questi scrive: «[…]
probabilmente […] le opposizioni che differenziano i simboli sono percepite
globalmente […] il numero dei tratti non è mai più economico del numero dei simboli».

86
Lettere in quanto unità grafiche e unità grafiche minimali: «unità minimali pertinenti per la forma,
l’amputazione di una parte di forma, la dimensione […]» ibid., p. 140
87
Cfr. Martinet (1974) in 1997:110-11.
88
L’autore enumera in totale sei casi che rappresentano la risultante del suo censimento, egli scrive che
questa classificazione è: «[…], forse legata alla storia dello sviluppo della matematica» che continua:
«sembra essere, almeno in parte di natura semantica» (ibid., p. 142).
89
Per il significato di questi tecnicismi si rimanda a Baruk (1998 [1992]: pp. 532-533), in particolare ai
contenuti del lemma:“segno”.
90
Mounin scrive di avere: «l’impressione che qui ci sia la doppia articolazione». Mounin 1970 [1972:
141-2].
91
Arriva alla conclusione che questa comparazione non è possibile da attuare, in virtù anche del principio
dell’“economia” : «[…] per costruire 26 lettere, occorrono 26 unità grafiche minimali […] »

73
La percezione in “successione” di tali unità grafiche da parte del ricevente non
necessariamente si rispecchia nei movimenti concettuali che hanno guidato la
costruzione da parte dell’emittente. Su questo aspetto si basa la distinzione tra i due
sistemi di comunicazione linguistica: delle lingue naturali e del linguaggio grafico della
matematica. Mounin (1970 [1972: 145]) sostiene che tale sistema grafico sia “spaziale”
più che “lineare”:

«Certamente, per l’emittente che scrive i simboli, queste unità […] sono successive (come i
fonemi). Ma questa linearità non è pertinente, essa non è percepita dal ricevente che legge i
simboli, e non interviene dunque nella comunicazione grafica. […] Dal carattere grafico, cioè
spaziale, non lineare, della rappresentazione dei simboli matematici derivano delle proprietà del
sistema che sono molto differenti da quelle della doppia articolazione, profondamente connessa
al carattere vocale delle lingue naturali.»

I termini del confronto con il linguaggio parlato si paleseranno ora nella serie delle
caratteristiche che si evinceranno dal confronto interlinguistico tra i rispettivi segni e
sistemi. Sarà fatta ricognizione del simbolico matematico sul piano paradigmatico, cioè
del simbolico isolato, ad esempio nel caso dei segni operatori, ecc., o della
terminologia 92 e, dal punto di vista dei rapporti sintagmatici, osservando alcuni casi
indicativi di cosiddetta sintassi esplicita/implicita.

2.3.1.1. Linguaggio della matematica, linguaggio comune. Fraintendimenti sul


senso nei punti di contatto

«Dans le langage usuel des sons articulés, le sens est lié aux sons, et l’écriture, voyelles et
consonne, reproduit les sons : d’où un langage oral et un langage écrit qui s’expriment au moyen
de mots et de propositions. Dans le formulaire mathématique, le sens est indépendant des sons. Il
est lié à des symboles figuratifs et à des lettres quelconques, signes littéraux indéterminés qui
n’ont pas leur valeur alphabétique normale, variable avec les langues, mais symbolisent des
quantités : cette idéographie ne peut être exprimé par la parole, mais au moyen de formules, à la
fois écrites et figuratives. Cependant, ces idéogrammes littéraux peuvent s’épeler
alphabétiquement, lettre par lettre, selon l’euphonie propre à chaque langue, mais cette lecture
sonore est vaine, insignifiante. La graphie alphabétique, asservie à la grammaire, confond dans la

92
Per una trattazione più approfondita di questo punto si veda la terza parte del presente lavoro.

74
langue le symbole avec l’idée, tandis que l’idéographie numérique isole les seules notions
concernant l’arithmétique » 93

All’interno di ciascuna dimensione: paradigmatica e sintagmatica, il contenuto


concettuale e l’aspetto fonologico obbediscono a logiche da decifrare e proprie al
linguaggio della matematica.
Nell’ambito dell’interazione con il sistema di conoscenze del linguaggio comune vi
sono casi in cui ai fini della comprensione del segno matematico, l’aspetto fonologico è
“secondario” all’interno dello stesso linguaggio (si veda nel caso dell’ideografia), per
cui in questo caso la comprensione potrebbe essere minata sia una sovrapponibilità dei
significanti, che al contrario da una non-sovrapponibilità di questi. Vi sarebbero inoltre
casi in cui la sovrapponibilità del significante si accompagna a una sovrapponibilità del
significato, in quanto, rispetto al primo caso in cui il senso non è ‘confondibile’ per il
profano (in quanto, completamente sconosciuto, cfr. S. Baruk 1985: 195-200), la
confusione che intercorre con il senso comune si rivela maggiormente pericolosa, come
ad esempio per i casi in cui si utilizzano i nomi dei numeri («enti simbolici») 94 , o si
proferiscono i segni operazionali. In questi casi, l’ellissi (logica-matematica) è
correttamente compresa dal profano, pur non trattandosi del senso logico espresso nella
forma “recitata” (logica-matematica) convenzionalmente accettata 95. Questi due casi di
citata sovrapponibilità meritano un ulteriore approfondimento.

Per avere un’idea più precisa della complessità che può rappresentare per il profano
la natura di determinati enti grafici, si preferisce fare una momentanea digressione
riportando in sintesi una parte dell’articolo corrispondente alla voce: “segno”, tratto dal
dizionario di Baruk (1992 [1998: 532-3]). Questa ad es. distingue i:

«segni che designano “oggetti”», i: «segni che, secondo il contesto, si leggono», i: « segni di
relazione ». Si citano alcuni esempi dai contenuti selezionati da Baruk per la categoria dei «segni
in matematica. Segni che designano “oggetti”»: « […] delle cifre […] di lettere usate come nomi
propri: per esempio N o R per gli insiemi di numeri naturali o reali. […] lettere quali x, y, z per
indicare delle variabili […] segni grafici […] le parentesi» ancora: per i «segni che, secondo il

93
Gilbert 1945, pp.102-3.
94
Cioè: lettere e numeri. Cfr. Devlin (2002:151). Si veda anche Eco (1985) pp. 256-282.
95
Cfr. paragrafo 2.3.1. del presente lavoro.

75
contesto, si leggono»: « […] come segni operazionali: (oppure/). […] segni
operazionali […] delle operazioni che si eseguono sugli insiemi, per l’intersezione, per
l’unione […]» ancora « come segni predicativi »[…] «dal latino predicare, “proclamare”,
“dichiarare”. Sono i segni che annunciano la natura di un numero, come + per i positivi, – per i

negativi», ancora «come segni di operatori» «[…] , di radice quadrata […] », per la categoria
dei «segni di relazione»: «Si conoscono i segni che indicano rispettivamente
l’uguaglianza, la disuguaglianza, l’uguaglianza approssimata, e i segni di ordine
Inoltre, vi sono i segni di appartenenza a un insieme e di inclusione fra due insiemi. […]». Ciò
che emerge è (come si vedrà oltre), che i segni in matematica sono spesse volte, “iconici”, scrive
Baruk : “In ogni modo, […] non bisogna cedere alla tentazione […] che “parlano da soli”, […]
possiamo al più dire, che sono, in fin dei conti, bene adattati al loro significato.” (ibid.). Ma
l’”iconicità” di questi segni è tale se convenzionalmente stabilita a priori, sembra, infatti,

indicativo l’esempio dei simboli per il vettore : « » che confrontati non rappresentano l’uno

il contrario dell’altro, poiché ad esempio il contrario di « :« », o ancora l’idea che si


riflette nella medesima lunghezza dei trattini che rappresentano il simbolo “=” e che fa pensare a
una «supposta uguaglianza, sperata o constatata dei due membri di una … uguaglianza» (ibid., p.
544).

Nell’ambito di un chiarimento sull’uso metalinguistico dei termini: «sens; pas de sens;


non-sens», Baruk (1985: 195-200) distingue, per quanto concerne il concetto del «pas
de sens» in matematica, due situazioni che possono verificarsi per l’apprendente, la
prima, definita di: «tentation-de-sens» o ancora «pulsion de sens» (ibid. p.197-8),
dovuta cioè alla percezione sulla presenza di un ‘senso da comprendere’ e la seconda,
che si manifesta quando la “problematica” su un senso da apprendere non si pone
affatto («le problème du sens ne se pose absolument pas», ibid. p.196).
Questa scrive:

« soit ABC un nombre donné» est une phrase qui telle quelle n’a pas de sens parce qu’on ne sait
rien de ce que A, B, C veulent dire : s’agit-il d’un produit de trois facteurs, si oui de quelle sorte
sont-ils, etc. ? » (ivi, p. 196-7).

76
Inoltre, questa frase citata in esempio da Baruk, trasposta in ambiente matematico è
dunque, sì inesistente, ma non è né vera, né falsa 96. In particolare si vedano i casi che
scaturiscono dalla tipologia di “lettura” e di “traduzione” citati a breve in “1a” e “2a” e
che secondo i riferimenti terminologici adottati da Baruk equivarrebbero al non-sens.
Tali premesse portano all’identificazione del carattere “misto” del linguaggio della
matematica, per la cui esemplificazione si è pensato di riportare quanto Gilbert (1945:
103) fa afferire alla categoria delle «énonciacions incomplètement explicites», che nello
specifico della lingua francese corrisponde all’esempio sotto:

«a et b sont egaux entre eux»

In questo caso, il senso non è “completamente” estraneo al profano, in quanto, la


proposizione presenta una terminologia e una struttura logica della frase che si confonde
dal punto di vista intuitivo con la logica implicita del linguaggio della matematica,
dunque con l’implicito dei simboli (a e b). Questa tipologia di enunciati richiama,
secondo la terminologia di Baruk (1985: 197) e in maniera più evidente, “un senso da
apprendere”, rispetto all’enunciato completamente implicito: «a = b». Baruk (1985)
attribuisce al «pas-de-sens» la mancata comprensione di una scrittura i cui caratteri non
essendo completamente estranei all’apprendente, lo avvertono della presenza di un
“senso da apprendere” («pulsion de sens», ibid., p.197).
Anche quest’ultimo aspetto rientra nello schema di suddivisione individuato,
nell’ambito del linguaggio scientifico matematico, tra il linguaggio delle formule
«ideale» e quello «usuale»97, quest’ultimo legato in particolare a riflessioni sul dato
terminologico.

1) Dal punto di vista paradigmatico il fraintendimento del senso potrebbe palesarsi nelle
seguenti situazioni:

96
Il pas-de-sens risulta essere il metro con il quale stabilire le condizioni di esistenza di una determinata
proposizione all’interno del linguaggio della matematica. Nella prospettiva che vuole considerare
nell’ambito della disciplina qual è, l’ente matematico esistente, trascendere nel non-sens consiste nella
«son impossibilité à etre» ivi, p. 199, mentre dal lato del senso comune nella creazione di «montres» (ivi,
p. 199) da parte del profano, per cui l’ente matematico nuovamente scrive l’autrice: «c’est devenu un
non-sens» (p.199).
97
Cfr. Gilbert 1945: 151. L’autore scrive: «Les notations symboliques ne correspondent donc pas au
langage scientifique usuel ».

77
a. Il significante generalmente non è sovrapponibile. 98
Il significante generalmente non è sovrapponibile sia in alcuni casi di confronto con
il linguaggio comune, che in altri, all’interno dello stesso linguaggio matematico.
Nei casi di comunicazione interlinguistica o ad esempio in caso di lettura di simboli
matematici che “corrispondono” alla logica del senso comune può verificarsi un
allontanamento dal significante nei termini della «succession temporelle» 99. Questo
aspetto del significante, infatti, passa in secondo piano per il fine di una buona riuscita
della comunicazione tra matematici, non matematici e anche ai fini della gestione
mnemonica che necessita di maneggevolezza legata piuttosto all’aspetto visuale.
In relazione a questo aspetto si può concludere che il “tangibile” echeggia nella
mente del matematico non grazie alla sua evocazione significante, in quanto simbolo
(strettamente) visuale, e né tantomeno nella “totalità” della serie dei contenuti
“pregressi”, siccome anche nella coscienza del matematico, questa è come “scontata”
(talvolta egli stesso ignora la storia del concetto). A tal proposito Devlin, infatti, scrive
(2002: 152-7):

«può darsi benissimo che io non abbia il tempo e la competenza necessari per comprendere a
fondo il processo grazie al quale gli altri matematici li hanno ottenuti. In tal caso mi affido alla
loro esperienza, ben sapendo che, per essere pubblicato, il loro lavoro ha dovuto essere […]
validato e quindi certificato da altri matematici». Ed è in ciò che si palesa “l’economicità” del
simbolo visuale, in termini di ragionamento, cioè maneggiando la concettualizzazione in termini
di «unità complete» (ibid., p. 154).

Nello specifico del presente caso “1.a.” la corretta comprensione del significato da
parte del profano può verificarsi previa condivisione della concettualizzazione
matematica. Nel confronto tra i due sistemi lingua si potrà guardare al significante
apprezzando vie differenti, ad esempio analizzandolo come forma derivata a seguito di:
a) abbreviazioni di parole in «enti simbolici», o ancora,
b) nella veste di simbolo arbitrario (si ricorda il concetto di “invenzione” in Frege
(1879 [1999: 6], cfr. anche Eco 1985: 315-324).

98
In questo ambito di confronto, il significato di “sovrapponibile” equivale a: “non si corrispondono ai
fini della trasparenza del senso”.
99
Cfr. Frege 1971 [1882].

78
Per il caso “a)” si vedano ad esempio i passaggi che in lingua francese hanno portato
al segno attuale della sottrazione (Gilbert 1945: 87):

«le mot moins, auquel se substitua son initiale m surmontée d’un trait, lettre à son tour retranchée
par une nouvelle syncope laissant substituer seul le trait supérieur, signe actuel de la
soustraction.»

O ancora, si veda quanto si verifica ad esempio con il simbolo che rappresenta l’idea
della “relazione di uguaglianza”. In virtù dell’uso oramai sedimentato nella lingua
parlata, questo segno conserva un significato alla lettura “sensato”, intuibile, che in
realtà non è intelligibile in senso logico, essendo una lettura scorretta del senso
implicito che è ben nascosto all’intuizione “comune” 100.
Per il caso “b)” si fa riferimento ai simboli come ad esempio gli stessi numeri o le
lettere dell’alfabeto, ad esempio quello greco, simboli “staccati” nel contenuto dal
valore di lettera in quanto segno alfabetico.
A proposito del rapporto di «arbitrarietà» Gilbert (1945: 88) scrive:

«Les lettres ne signifient rien par elles-mêmes et, en conséquent, leurs propriétés mathématiques
sont relatives, non à elles-mêmes, mais à la façon conventionnelle mais non arbitraire de les
combiner […] l’analyse littérale […] délivra les lettres elles-mêmes d’une partie des contraintes
dans lesquelles les usages séculaires ont enserré les mots et en particulier les nos des nombres
naturels […] l’indétermination de symboles propres à exprimer des quantité de toute espèce aide
l’abstraction, abrège les raisonnements dont les complications verbales disparaissent ».

Per entrambe le vie:


a) l’acquisizione di un simbolo mediante una storia di passaggi che ha radicato nel
sistema matematico il suo segno speciale 101 o,
b) dell’adozione del simbolico (mediante “etichettatura” convenzionale),
il significante ha conservato oppure cambiato il contenuto, o il significante, o
entrambi della sua forma originaria.

100
In quanto trattasi di un caso di «inexplicite pour la Science». Per ulteriori esempi si veda oltre e
Gilbert (1945: 103-9).
101
Cfr. Gentilhomme (1966: 20) : «Le symbolisme s’est enrichi ces dernières années de signifiants
phonétiques nouveaux»

79
Si ponga ad esempio il caso di un enunciato implicito definito da Gilbert (1945: 103-
5) enunciato simbolico (enoncé symbolique):

«a=b»

Secondo la lettura “verbale” in lingua italiana questo corrisponderebbe a: «a è


uguale a b», oppure «a uguale b», mentre la lettura corretta dovrebbe essere: «a
eguaglia b», 102 oppure «a segno d’uguaglianza b».
L’enunciato simbolico citato è ‘implicito’ sia dal punto di vista di ciò che non
emerge alla linearità della lettura del simbolo, sia dal punto di vista delle ellissi
concettuali in seno al linguaggio ideografico, in questo caso, la: “relazione di grandezza
tra due quantità che sono simbolizzate mediante le lettere a e b” 103. Difatti, il significato
enunciato in forma esplicita, corrisponde alla proposizione esplicita: «la relazione di
grandezza tra le quantità designate dalle lettere a e b è l’uguaglianza». Dall’esame della
struttura di tale enunciato esplicito risulta che l’implicito si riferisce a un soggetto che è
stato omesso, in quanto, le lettere a e b sono i due termini della “relazione”. Il soggetto
è la “relazione di grandezza” (Gilbert, 1945: 103, 110), “l’uguaglianza” è l’attributo e il
verbo essere 104 non significa l’appartenenza/esistenza dell’attributo al soggetto reale,
motivo per cui il significato non va interpretato come «la quantità a è la quantità b».
Frege (1892 [1965: 375-9]) scrive che il “rapporto di uguaglianza” non esprime un
rapporto tra nomi, ma un rapporto fra: «nomi (o segni) di oggetti […] a e b significano
la stessa cosa» (ibid., p. 375) che nell’ambito di una scelta pur sempre arbitraria
dell’oggetto designato significherebbe che:

«con la proposizione “a = b” noi vogliamo esprimere proprio una conoscenza»

102
In lingua francese: «a égale b». Cfr. Gilbert 1945: 110. Nonostante l’utilizzo del verbo «égaler»,
l’enunciato continua a conservare il suo carattere implicito e a meritare l’etichetta di enunciato
«inexplicite», cfr. Gilbert 1945: 66.
103
Gilbert, 1945: 103
104
A questo proposito sembra che il verbo “essere” si trovi all’origine del segno dell’uguaglianza (Baruk,
1992 [1998]. Fino alla metà del 1500 prima dell’avvento della notazione algebrica ideografica, il simbolo
“=” si scriveva con la parola latina “aequatur” che vuol dire “è uguale a”. Il segno “ =” è stato inventato
da Robert Recorde e apparso in una sua opera nel 1557. Cartesio nonostante l’introduzione del nuovo
simbolo che si presentava sottoforma di “una coppia di parallele” ha continuato a usare il simbolo che,
scrive Baruk si pensa provenga dalla scrittura di ӕ, prime lettere di ӕqualis, ӕquales, ӕqualia, ӕquantur
tutte espressioni latine dell’uguaglianza (Baruk, 1992 [1998: 618]).

80
In tal modo i segni a e b si distinguono principalmente come segni. E in effetti, si
tratta pur sempre di segni per i quali però è necessario capire il senso e non soltanto il
significato, che nel discorso di Frege è assimilato al “valore di verità” di una
proposizione (cfr. ibid., p. 404).
A tal proposito si veda anche Eco (1985: 223) il quale sostiene:

«Per sostenere che gli oggetti (in quanto percepiti) possono essere visti come segni, occorre
anche sostenere che gli stessi concetti degli oggetti (come risultante di uno schema percettivo)
devono essere considerati semioticamente. Il che conduce decisamente alla’asserzione che anche
le idee siano segni. Questa asserzione è stata fatta da Peirce senza mezzi termini: “in qualsiasi
modo pensiamo, noi abbiamo presente alla coscienza qualche sentimento, immagine, concezione,
o altra rappresentazione che serve da segno” (5.283).»

Baruk (1992 [1998: 544]) scrive 105:

«in matematica ogni notazione è un segno che può eventualmente apparire come simbolo solo in
ragione della familiarità che si ha con essa, e che, dunque, conviene sempre definire ed
esplicitarne il senso, quello che ha finito per essere imposto dall’uso».

Per quanto concerne le ellissi concettuali cui bisogna sopperire in relazione al


«symbolisme opératoire» (Gilbert, 1945: 95), a scopo esemplificativo si menzioneranno
i seguenti «simboli operazionali»: «+, –, , :» 106. Accade per alcuni tra questi e per altri
segni che non rientrano nella categoria “operazionale”, ma che sono ad esempio “di
relazione” (Baruk 1992 [1998: 364, 544]) che, oltre a dover essere necessariamente
condivisi per il nuovo rapporto che istituiscono con il concetto 107 debbano esserlo anche

105
Si vedano anche Baruk (1992 [1998: 611-618]), in particolare gli articoli di dizionario corrispondenti
alle entrate: “uguaglianza”, “uguale” e “uguali”.
106
Baruk 1992 [1998: 364]: « […] va da sé che l’operatore non è altro in realtà se non una scrittura che
“dà degli ordini”: “moltiplica per 3” o “prendi i ¾ di”.» Nel caso ad esempio dei «segni di operatori»
scrive Baruk 1992 [1998: 532]: «il loro è uno status intermedio, poiché essi non rendono solamente conto
di un’azione effettuata su oggetti (funzione operazionale), ma “richiedono” che la si effettui (funzione
predicativa) […] si ritrovano i segni + e – quando, davanti a un’espressione contenuta in una parentesi
quadra o tonda, essi “dichiarano”, nel caso del segno +, che si deve prendere l’espressione così com’è, nel
caso del segno –, che si deve prenderne l’opposto; […]».
107
Sulla base del fatto che in quanto “abbreviazioni” della grafia dal linguaggio parlato, possono non
conservare il contenuto (nel senso comune) della forma estesa originaria,107o consistere in
“ridesignazioni” del simbolo. Ad esempio, Baruk (1992 [1998:6]) ricorda che il segno “+” è il segno di
un’abbreviazione di “et” dal latino (“2 e 2 fa 4”). Scrive Baruk: «Si contano comunque 102 abbreviazioni

81
per quanto concerne una relazione con lo stesso che non è in rapporto di biunivocità
(all’interno del discorso matematico). Sembrerebbe, infatti, un caso di “polisemia
ideografica” 108 quanto riportato da Gilbert a proposito del simbolo “ ” che significa
«égale identiquement» e per il quale l’autore osserva che (1945: 106):

«Ce signe, manière abrégée d’écrire, souvent encore simplifié et remplacé par le symbole
d’égalité – pratiquement, le signe d’égalité a des significations différentes selon les notations
mathématiques […] »

A tal riguardo Devlin (2002: 88) ci aiuta a osservare che nel caso di una somma di
frazioni “il senso innato del numero” (ibid.) porta il profano a sommare erroneamente i
numeratori ai denominatori invece che condurlo ad associare la giusta “quantità
numerica” ai simboli che rappresentano i numeri. Un esempio concernerebbe la somma
tra i rispettivi numeratori e denominatori. Devlin osserva che la logica applicata dal
profano per risolvere il problema non ha alcun senso nei termini dei numeri che
rappresentano. Le parole che designano i numeri sono dei simboli che rispondono a un
preciso sistema di regole di manipolazione (si vedano i numeri negativi o gli
immaginari, i naturali o i reali 109 cfr. Baruk: 1992 [1998: 366, 544]).
Si è sopra osservato, a proposito dell’esempio sull’enunciato simbolico implicito,
che il linguaggio ideografico si presta facilmente a fraintendimenti di senso, soprattutto
quelli che scaturiscono dall’abitudine di pronunciare le “parole” o i “legami sintattici”
secondo le regole del linguaggio comune.
Gilbert (1945: 107) scrive:

diverse di et nei manoscritti medioevali, alcune delle quali assomigliano molto al segno +, in particolare
in un manoscritto del 1417, dove è indicato con +.». Cfr. anche Gilbert 1945, p. 66.
108
Cfr. Gentilhomme (1966: 25) il quale si sofferma su alcuni casi di «polysémie graphique», ma
recuperando il concetto per quanto concerne quei segni speciali che sono “in comune” con la lingua
comune.
109
In effetti, scrive Baruk (1992 [1998: 224]): «[…] la frazione ¾ non è un numero, ma un modo di
indicare un numero, che è un numero razionale». Queste precisazioni vogliono sottolineare che la stessa
natura del numero si carica di nuovi significati da apprendere. Ad esempio nei casi citati dei numeri reali
o naturali non si parla più di numeri, ma di insiemi di numeri (in cui la notazione in cifre può anche
essere sostituita con l’abbreviazione dell’aggettivo che designa il “numero”, cioè l’insieme dei numeri
secondo le caratteristiche della tipologia a cui appartiene), cfr. Baruk 1992 [1998: 354]. Inoltre lo stesso
concetto di numero può essere esteso al concetto “numeri di” per cui le conoscenze sull’uso delle cifre,
non si identifica secondo il normale uso nelle operazioni. (Cfr. ibid., p. 4, 354). Secondo l’autrice il
concetto legato alla natura dei “numeri di”, meglio traduce l’idea astratta (del potenziale) che incarna il
concetto di numero come “ente ideale”, in quanto realizzano concettualizzazioni di “specie diverse”.
(ibid., p. 353).

82
«C’est leur transformation mentale dans les propositions énoncées par le langage intérieur, qui
est cause de l’illusion contraire ».

Questa abitudine che si ritrova anche nell’esecuzione dei compiti matematici


(memorizzazione e ripetizione delle operazioni aritmetiche) ha fossilizzato ad esempio
un uso scorretto dei verbi “essere” e “fare”.
Un esempio è citato da Gilbert (1945: 107) per il verbo “fare”:

“deux et deux font quatre”, in luogo dell’enunciato esplicito: “la somme de deux nombres égaux
à deux est le nombre quatre» (il corsivo è mio).

Baruk (1998 [1992]) affronta questo aspetto concludendo che l’uso nella lingua
parlata delle espressioni matematiche «tradotte» o «trasformate» come nel caso delle
addizioni, mediante l’uso dei termini “con”, “e”, “più” del linguaggio comune, ha
portato a confondere tra il concetto di «addizione quantitativa» (cioè «l’intenzione di
“addizione ordinaria”, […] della pratica comune del quantitativo» cfr. Baruk: 1998, p.4)
e quello di «addizione matematica» (Baruk 1992 [1998: 3-6]). Per quanto concerne le
differenze che occorrono tra il linguaggio della matematica e il linguaggio comune, in
particolare quando si tratta di applicare il concetto matematico di “addizione” 110, Baruk
(ibid., p. 4) specifica che la logica del senso comune non può corrispondere a quella del
linguaggio della matematica, come nel caso della seguente operazione: «2 polmoni + un
cuore = 3 ragioni per respirare le vette […]», poiché continua l’autrice: « e la presenza
del segno = non danno luogo a un’addizione, neppure “ordinaria”».

Il caso delle parole per le cifre è altrettanto indicativo. Nel caso in cui un’addizione
“recitata” secondo la logica del senso comune fosse “sensata” (nonostante il «pas-de-
sens», Baruk 1985: 195-212), questa lo sarebbe poiché il «suono dei numeri»111
corrisponderebbe a quello delle cifre, ma queste generalmente non sono proferibili,
motivo per cui bisogna conoscerne il contenuto concettuale sottostante.
Devlin osserva sulle basi della sua personale esperienza che l’immagine mentale che
ciascuno di noi ha dei numeri non è legata al simbolo numerico rappresentato nella

110
Per approfondimenti si rimanda alla scheda del corpus del presente lavoro corrispondente al lemma
“addizione”.
111
Cfr. Devlin 2002, p. 79.

83
scrittura in cifre, ma all’ente, in qualità di “parola” legata al modello linguistico
appreso. Questi scrive: «Sono passati quarantacinque anni da quando ho «imparato le
tabelline», ma ancora oggi ricordo il prodotto di ciascuna coppia di numeri recitando
una parte della tavola pitagorica nella mia testa. Ricordo il suono delle parole recitate ad
alta voce, e non i numeri veri e propri. In effetti, credo che il modello che ascolto nella
mia mente sia precisamente quello che appresi quando avevo sette anni!» (ibid., p. 79).
Quanto emerso alla coscienza del matematico è stato scientificamente corroborato
(si vedano § 2.3.2. del presente lavoro) e trova corrispondenza con l’esperienza mentale
descritta da Gilbert (1945: 101):

« […] les idéogrammes, 3, 5, 8, ne pourraient être considérés comme des chiffres, mais bien
comme des nombres : on prononce les noms des nombres, symboles auditif, représentés par les
chiffres, mais on ne peut proférer les chiffres, symboles visuel »

Nei casi citati si assiste a un fraintendimento del significante che però non si verifica
nel caso delle manipolazioni simboliche, ad esempio delle operazioni fondamentali, e
per le quali, scrive Gilbert (1945: 108) poche persone, se non matematici, sarebbero in
grado di formulare le proposizioni esplicite corrispondenti.
Se in caso di comunicazione interlinguistica si lasciasse l’interpretazione del senso
alla sola lettura per giustapposizione (Gilbert [1945: 102] scrive: «cette lecture sonore
est vaine, insignifiante»), questa manifestandosi e materializzandosi in ciascun idioma
secondo la propria catena significante e le proprie strutture grammaticali, chiaramente
risulterebbe incomprensibile e inoltre non espliciterebbe in maniera corretta, da una
lingua all’altra, le ellissi del contenuto.
Anche da questo punto di vista, dunque, l’aspetto fonologico passa in secondo piano
rispetto ai vantaggi che in ambito matematico si possono trarre dalla tangibilità del
segno matematico. 112

112
L’universalità del segno ideografico s’impone rispetto a un contesto di comunicazione interlinguistica,
in quanto trascende la diversità linguistica dal punto di vista concettuale ed esclusivamente visivo. In
effetti, quando Gilbert scrive che (1945: 154): «Écriture phonétique et symbolisme idéographique sont
langages hétérogènes indépendants : sans cesse la translation de l’un à l’autre est nécessaire » questi
lascia pensare a una traduzione in primis intralinguistica e, soltanto questa, successivamente da trasporre
in contesto interlinguistico.

84
b. Quando il significante è generalmente sovrapponibile.
In questo caso non verificandosi un allontanamento dal significante, l’apprendente
potrebbe incorrere in una sovrapponibilità negativa 113 che lo condurrebbe a un possibile
fraintendimento del senso. Tralasciando l’aspetto “poco scientifico” legato al livello di
conoscenza del profano, ciò che occorre e che interessa trattare in questo punto è il
comportamento della “terminologia matematica”. Baruk scrive (1985: 147-8):

«Dans un entendement saturé, il n’est possible d’obtenir du sens «nouveau » que par un
processus de phagocytage des « anciens », processus qui est d’ailleurs complètement naturel dans
l’exercice de la langue naturelle. […] S’il s’agit d’un mot entièrement « nouveau », encore inouï,
et qui donc dès lors ne l’est plus puisqu’il vient d’être ouï, il ne peut se placer qu’en
s’appropriant des « parcelles » de sens antérieurement connues, le sens nouveau n’étant qu’une
combinaison encore non rencontrée d’éléments déjà en place. C’est bien la fonction des
dictionnaires que de produire des sens nouveaux avec des sens « anciens ».» (il corsivo è mio)

Supponendo un contesto istituzionale di apprendimento del linguaggio della


matematica, la “tradizionale” strategia di acquisizione di «nuovi» significati descritta
sopra e la “tradizionale” funzione strumentale del dizionario semasiologico non
tornerebbe utile in termini di strategie da mettere in atto. Difatti, scrive Baruk (1985:
149) che il ricorso alle conoscenze della propria lingua materna, interferirebbe in misura
maggiore di quanto non accada con l’apprendimento di una lingua straniera:

«quand il s’agit d’une langue explicitement étrangère […] le recours aux dictionnaires […] sont
là pour confirmer le statut d’étrangeté de ladite langue […] il aurait été plus simple pour les
élèves d’avoir affaire à trois langues explicitement distinctes […] plutôt que celle qu’il a
effectivement à affronter, la maternelle, la véhiculaire-officielle, et la savante» 114.

Questa scrive che il maggior danno per una corretta comprensione del senso
matematico consiste nel presumere che non ci siano significati o significanti che
possano interferire con la lingua parlata: «Ici, le fait de négliger l’identité des signifiants
et la disparité des singifiés en fait de redoutables vrais ennemis» (ibidem). È proprio
verso tali zone “di contatto” che bisognerebbe in tal senso sollecitare l’apprendente.

113
Nel caso in cui le conoscenze pregresse del profano non interferissero positivamente per la
comprensione del senso matematico.
114
Baruk 1985: 149.

85
Per i casi in cui i significanti sono intuitivamente “vicini” al parlante, e questi non ne
condivide la logica sottostante, Baruk (ibid., p. 200) scrive il «pas-de-sens» si
trasformerà in un «non-sens». 115

2) Dal punto di vista sintagmatico e in particolare guardando all’aspetto delle nozioni di


implicito ed esplicito, nell’ambito degli enunciati matematici si identificano le seguenti
problematiche:

a. Contesto di frase implicita.


In questa categoria rientrano le definizioni del linguaggio matematico che
presentano un linguaggio “misto”, ossia mediante l’uso della “forma” del linguaggio
parlato e l’uso del simbolico. Citando alcuni esempi tratti da Gilbert (1945: 103, 65) si
hanno gli enunciati:

1. «a est b»
o ancora :
2. « a est plus grand que b »

Nei casi di enunciato a “senso logico implicito” si verifica un allontanamento dal


significato del senso comune, in quanto trattasi di una logica propria al «contenuto
concettuale» del linguaggio della matematica.
La definizione «il cavallo è bianco» non possiede il senso logico matematico che
invece ha per la logica formale 116. Infatti “cavallo” e “bianco” non si “eguagliano”117
come avviene per “a” e “b” nell’asserzione «a est b»118. Nella prima frase il soggetto è
reale, l’attributo appartiene al soggetto grammaticale, nel secondo caso non si tratta
dello stesso procedimento logico. Nel primo caso l’ellissi del “colore”, soggetto reale
non «appare» e se l’esperienza mentale del parlante comune vi sopperirebbe, non

115
Cfr. Baruk 1985, p. 200 sgg.
116
Gilbert: 1945, p. 59 sgg.
117
Si ricorda qui il senso di « eguagliare » espresso in questa sede al punto “1.a”. Si veda dietro.
118
Gilbert : «Confronter «cheval» et «blancheur» et dire «le cheval est blanc», c’est, en apparence, se
contredire, puisqu’on énonce comme la même deux données non identiques». Gilbert 1945, p. 57.

86
potrebbe nel secondo caso, 119 a meno di non averla già portata precedentemente alla sua
attenzione. 120
Allo stesso modo non avrebbero senso nel linguaggio delle scienze le seguenti
proposizioni: “il cavallo è cavallo” e “il bianco è bianco”. Gilbert (1945: 58) scrive:
«tautologies». Per questo motivo il linguaggio implicito è incomprensibile al profano,
l’ellissi del soggetto reale “il colore” nel caso della frase esplicita «il cavallo è bianco»
è “naturalmente” comprensibile nel linguaggio comune, ma nella frase «il bianco è
bianco»: «elliptique […] pas clair» (Gilbert, 1945: 68), lo è meno. Per questo motivo
l’equivalente della definizione esplicita corrispondente alla frase: «il cavallo è bianco»
diverrebbe nel linguaggio scientifico: «Il colore del cavallo è bianco» (ibid. p. 53 sgg.).
A proposito del processo di attribuzione riguardo ai soggetti grammaticali che si
presentano nei linguaggi delle scienze, Gilbert (1945) dà nota che questi utilizzano
diverse «propositions attributives».

« des propositions du langage scientifique exprimeraient entre leurs termes des rapports
conceptuels, relations d’égalité ou inégalité dans le nombre et la grandeur, d’équivalence, de
mesure, d’ordre, de situation et de distance, de position, de connexion, de coexistence, de
succession, […], ....., et d’une multiplicité de termes distincts, ou de leurs contraires,
qu’entreraient pas dans le schème idéal classique de la proposition attributive» (1945: 63-8)

Il passaggio dal « qualitativo » al «quantitativo» è espresso in Peruzzi (1983: 159)


come segue:

«I predicati diventano allora grandezze associate a precise funzioni matematiche»

Anche nel caso di contesto di frase implicita la corretta comprensione da parte del
profano dipende dalla sovrapponibilità, non-sovrapponibilità del contenuto evocato dal
significante, che può manifestarsi o meno a seconda dei casi di presenza di ideografia e
di terminologia visti sopra (caso 1.a e 1.b., si ricorda anche il caso delle «énonciations

119
Non vi riuscirebbe, sebbene esistano alcuni casi in cui la comprensione delle ellissi concernenti ad
esempio le frasi del tipo: «soit un triangle», che provengono da meccanismi di formazione del senso
logico diverso (non analitici), richiedano una forma di conoscenza simile a quella che occorre per capire
frasi ellittiche del linguaggio parlato come metafore, idiotismi, o ancora abbreviazioni “verbali” d’origine
popolare o spontanea. Cfr. Gilbert 1945, p. 60.
120
Cfr. Gilbert (1945: 67) scrive : « C’est l’expérience mentale qui supplée à l’omission de termes
pourtant nécessaires à la claire compréhension ».

87
incomplètement explicites»121 citate a proposito del carattere “misto” del linguaggio
matematico). La corretta interpretazione della molteplicità dei rapporti logici
indipendentemente dalla loro disposizione in serie “lineari” si realizzerà previa
condivisione degli schemi logico-concettuali sottostanti alla concettualizzazione
matematica che non corrispondono né logicamente, né grammaticalmente a quelli del
linguaggio comune. Pertanto in un contesto di comunicazione interlinguistica non
sarebbe produttivo operare alcun genere di traduzione “verbale”, in quanto ciascuna
lingua possiede diversamente il proprio bagaglio di proposizioni per rendere il senso
logico e intelligibile in forma esplicita. A tal proposito Gilbert (1945: 113) scrive:

« […] le mathématicien a inventé un langage contracté […] qui consiste à poser les signes
symboliques […] pour les avoir tous présents devant les yeux en une formule. Rien ne peut plus
s’y appeler sujet, verbe ou complément. La pensé mathématique perd totalement de vue la
construction de la proposition qui transporte un sens explicite universel. Mais à toute formule,
correspondent dans les divers idiomes de multiples propositions formelles, qui comportent des
sujets réels. Ces propositions sont nécessaires pour exprimer le sens caché de chaque formule au
moyen du langage des sons articulés, solidaire de la pensée »

L’aspetto “superficiale” passa dunque in secondo piano, in questo caso anche


rispetto al contenuto.

b. Contesto di frase esplicita.


Per questo punto si traggono le conclusioni tratte per il caso “2.a”, dunque
concernenti alle dinamiche di significazione del soggetto e del predicato nell’ambito
delle definizioni in “stile d’algebra” (Gilbert: 1945), ad es. la proposizione implicita «a
est b».
Gli enunciati riportabili in questa categoria sono ad esempio le definizioni che
utilizzano il linguaggio esplicito «usuale» delle scienze che, si ricorda, è parte
integrante e non secondaria dello statuto della disciplina accanto al linguaggio
ideografico e al bagaglio delle formule. Ad esempio il caso della “trasposizione”122

121
Cfr. Gilbert 1945:103. Un esempio di «énonciacions incomplètement explicites» corrisponde
all’enunciato: “a et b sont egaux entre eux”.
122
Cfr. Preti (1953: 32) utilizza il termine: «trasvalutazione». Eco (1985: 233) a tal proposito scrive: «
[…] è vero che ogni contenuto espresso da un’unità verbale può essere tradotto da altre unità verbali; è
vero che gran parte dei contenuti espressi da unità non verbali possono parimenti essere tradotti da unità

88
della frase implicita: « a est plus grand que b » (Gilbert, 1945: 65) corrisponde nella sua
“versione” di frase esplicita e secondo la ‘forma’ 123del linguaggio “verbale” a: 124 « Les
quantités a et b sont inégales entre elles » (ibid., p. 66).
Devlin (2002:154):

“I matematici non pensano servendosi di proposizioni; quanto meno, nella maggior parte dei casi
non lo fanno. La prosa logica e precisa che trovate nei libri e negli articoli di matematica è un
tentativo di comunicare i risultati del pensiero matematico, ma raramente somiglia al processo
stesso di quel pensiero.”

In questo caso pur se le ‘evocazioni’ dei significanti corrispondessero tra i due


linguaggi e, i fraintendimenti portassero ad assimilare la struttura logica del linguaggio
scientifico a quella del linguaggio parlato, ancora una volta sarebbe necessaria la
condivisione del contenuto concettuale sottostante, ad esempio quello relativo alla
terminologia utilizzata. Gilbert (1945) inoltre osserva che in alcuni casi di proposizioni
esplicite in cui linguaggio è ellittico, le problematiche d’interpretazione del senso logico
sono simili a quelle per la comprensione di un enunciato definito «inexplicite» (ivi, p.
113). Questi scrive (1945:65):

« La définition classique «La ligne droite est le plus court chemin d’un point à un autre», qui
énonce un rapport intuitif évident, est elle-même elliptique, et de plus comporte une métaphore :
elle suppose des comparaisons inexprimées entre diverses grandeurs sous-entendues : étant admis
au préalable le postulat que par deux points donnés passe une seule ligne droite et une infinité de
lignes courbes ou brisées, […] Il se peut que de telles formes explicites ne se trouvent pas
normalement dans les langues et n’y aient jamais existé : le langage scientifique doit néanmoins
utiliser ces seules formes.»

Nel caso sopra descritto da Gilbert si può assistere a un fraintendimento del


contenuto che inevitabilmente si potrebbe accompagnare a una scorretta interpretazione
di quello intuibile dalla catena logica della sintassi “esplicita”.

verbali; ma è altresì vero che vi sono molti contenuti espressi da complesse unità non verbali che non
possono essere tradotti da una o più unità verbali, se non per mezzo di vaghe approssimazioni.»
123
«Le formel de la Science vient, non de la pensé mais du langage». Cfr. Gilbert 1965, p. 66.
124
Gilbert scrive : « Une énonciation est explicite lorsque le sens logique simple, interprété en extension
et en compréhension, en est évident pour tout esprit […]» 1945, p. 43

89
2.3.2. Il “tangibile”: una costante del discorso matematico

Nell’ambito del rapporto tra cifre e numeri si avranno rispettivamente: una scrittura
mediante “disegni” 125 che si manifesta nel linguaggio “numerico” (Baruk 2003b: 35-6)
e una designazione mediante parola, che nel caso del numero scritto in lettere palesa un
linguaggio che è “numerale” (Pannain: 2000).
Si è appena osservato che quando le abilità linguistiche e concettuali del senso
comune sono utilizzate per fini matematici e dunque per fini diversi da quelli appresi
“abitudinariamente”, il ragionamento matematico ne risente in termini di intelligibilità
del senso, cosa che, generalmente non si verifica quando vi è isomorfia tra il senso
matematico espresso 126 e quello comune (nella sua “interpretazione”), e cioè, proprio
nei casi in cui il “numerico” 127, linguaggio dei numeri espressi in cifre e il “numerale” si
corrispondono.
Non sempre capitano coincidenze per le quali lo strumento linguistico del senso
comune può dirsi utile ai fini del “fare matematico”, in particolare se si sofferma
l’attenzione sul fatto neurologico del rapporto tra i due.
Devlin (2002 [2000]) riporta i risultati di uno studio compiuto da due psicologi
americani Robert Moyer e Thomas Landauer, i quali hanno dimostrato nei soggetti
sottoposti a esperimento come il concetto di numero fosse separato dal corrispondente
simbolo grafico. 128Ai soggetti è stato chiesto di decidere (premendo un tasto che ne
cronometrasse i tempi di risposta) quale numero della coppia a loro presentata fosse più
grande o più piccolo, riscontrando che i tempi di risposta si allungavano quando la
«distanza» tra i due ravvicinava (5 e 6), e inoltre che a parità di distanza fra i due
numeri, i tempi aumentavano nel caso dei numeri più grandi (ad esempio era più facile
decidere tra 1 e 2, ma più difficile tra 2 e 3 e ancora di più tra 8 e 9, cfr. ibid., p. 73),
mentre i tempi di risposta diminuivano se la decisione da prendere era ad esempio tra i
numeri 3 e 9. Il matematico conviene con i risultati riscontrati dai test da lui stesso citati
e conclude che limitando i propri sforzi al riconoscimento della cifra (nel caso
dell’esperimento, quella più grande, ibid., p.75), invece che del numero, allora si
sarebbe risparmiato tempo relativo a quello delle riposte. Questi, infatti, ponendo

125
Baruk 1992 [1998: 357].
126
che rimane pur sempre un pas-de-sens, Baruk 1985: 195 sgg.
127
Cfr., Baruk 1992 [1998: 357].
128
L’esperimento risale al 1967 ed è riportato in Devlin (2000 [2002: 73]).

90
all’attenzione del lettore un test per decidere quale sia il numero maggiore nelle coppie
72 e 69 e 79 e 63, lo invita a riflettere con le seguenti parole: (ibid., pp. 73-4):

“[…] non occorre considerare la seconda cifra dei numeri proposti. Infatti, qualsiasi numero di
due cifre che cominci per 6 è più piccolo di qualsiasi numero di due cifre che cominci per 7. Se
aveste risposto alle domande seguendo questo ragionamento, avreste impiegato lo stesso tempo
per entrambe. Invece, tutti procedono direttamente dai simboli grafici alla concezione mentale
dei numeri veri e propri come unità intere.”

Devlin (2002 [2000]) cita un altro esperimento 129, questa volta legato a decisioni da
prendere relativamente alla dimensione (in termini di grandezza del carattere) delle cifre
presentate in coppia sullo schermo di un computer. I risultati hanno dimostrato che per i
soggetti sperimentati è stato difficile «dimenticare che il numero 8 è più grande del
numero 3» (ibidem), nonostante il contrario presentato nell’input. Gli esperimenti di
confronto numerico hanno interessato Stanislas Dehaene 130. In uno studio condotto sul
“senso del numero negli animali” egli cita in relazione a quanto ha da proporre, un altro
studio 131 sul senso del numero “attivo” nel solco intraparietale del cervello umano132.
Le conclusioni dimostrano nuovamente la scarsa incidenza della notazione numerica
rispetto alla «semantic distance», ai fini dell’esclusiva attivazione dei neuroni attivi nel
solco intraparietale, difatti si può leggere:

«In addition to demonstrating the automaticity of HIPS 133 activation, […] studies indicate that
this region is amodal and not specialized for a particular number notation: it reacts identically
whether numerals are spoken or written, and whether they appear in Arabic notation or in

129
L’esperimento citato da Devlin è stato condotto nei primi anni ’80 da due ricercatori israeliani, Aishai
Henik e Joseph Tzelgov. Cfr. Devlin 2002, pp. 74 sgg.
130
Cfr. Dehaene, Molko, Cohen, Wilson: 2004. Diversi esperimenti in cui soggetti erano soggetti alla
stimolazione neuronale nell’area parietale sinistra hanno dimostrato una concentrazione dei cosiddetti
“neuroni della matematica” nel segmento orizzontale del solco intraparietale. Sulle connessioni fra l’area
dedicata alla nostra capacità di contare e l’area dedicata al processo fisico controllato dallo stesso lobo
parietale sinistro nel quale risiede la capacità di usare le dita si veda Butterwoth (1999: 215) cap. 5 Mano,
spazio e cervello, in particolare le pp. 219-223.
131
Cfr. anche Pinel, Dehaene, Riviere, LeBihan: 2001.
132
Avvalendosi di varie tecniche i neuroscienziati sono stati in grado di misurare il livello di attività
cerebrale e hanno scoperto che nell’area parieto-frontale del cervello umano risiedono le basi biologiche
che permettono il riconoscimento della «numerosità» (cfr. in Butterworth 1999:24) che fungono da guida
per l’acquisizione dell’aritmetica formale e della matematica avanzata. Cfr. Feigenson, Dehaene, Spelke
2004; inoltre “Number and language: how are they related?” Gelman, Butterworth: 2005 e Lakoff,
Núñez 2000 [2005: 51 sgg.].
133
Segment of the bilateral intraparietal sulcus (HIPS). Cfr. Dehaene, Molko, Cohen, Wilson: 2004.

91
spelled-out form […] In particular, the HIPS activation was affected solely by the semantic
distance between numbers, not by their notation. […]».

Devlin (2002: 22) scrive: «il riconoscimento dei concetti astratti e lo sviluppo di un
linguaggio appropriato sono due facce della stessa medaglia» 134. La riscontrata capacità
umana che consiste nell’«associare» e/o nel «modellizzare» (ibid., pp. 83, 92), secondo
la propria lingua materna, influisce poi sulla velocità e la correttezza nei processi
mentali per svolgere i calcoli aritmetici. Inoltre, e in particolare per le moltiplicazioni,
Devlin osserva (2002: 82-3, 77):

«La ragione delle nostre difficoltà con le tabelline è che noi le memorizziamo dal punto di vista
linguistico, e di conseguenza molte di esse interferiscono le une con le altre […] molte difficoltà
che incontriamo […] derivano proprio da quelli che sono due degli aspetti più potenti e preziosi
della mente umana: il riconoscimento dei modelli e la memoria associativa […] la
memorizzazione della sequenza dei numeri è una prestazione di carattere linguistico, tale
strategia sembrerebbe far uso delle capacità linguistiche del cervello per compensare a una
mancanza del senso del numero […] Allo stesso modo, alcune persone […] per sommare 5 e 4,
per esempio, […] procedono così: «cinque, sei, sette, otto, nove». In alcuni casi recitano in
numeri ad alta voce, in altri mentalmente, e possono usare le dita per tenere il conto delle parole
pronunciate.».

Le abilità del matematico e il linguaggio materno mediante il quale si procede


(Gilbert, 1945: 91 ss.; Devlin 2002: 91) restano i principali argomenti per poter
motivare la “maneggevolezza mnemonica” e i vantaggi, che il linguaggio ideografico
può rappresentare, quando si sostituisce nei calcoli mentali alla sfilza delle proposizioni
e delle «sagome» 135 che si manifestano nella sua mente come «unità intere».
Sulle capacità del cervello umano nel gestire i calcoli mentali e la lingua materna
posseduta vi è una relazione. Pare che il cervello umano non si sia evoluto per fare
aritmetica e che dunque per eseguire i calcoli. Devlin scrive 2000 [2002: 84-7]:

“dobbiamo reclutare circuiti mentali che si svilupparono – […] per ragioni del tutto diverse. […]
Per i bambini cinesi e giapponesi, fare aritmetica – e in particolare imparare le tabelline – è in
effetti più facile, perché nella loro lingua le parole che indicano i numeri […] nel caso del cinese

134
A tal proposito di veda anche Frege 1882 [1971: 1, 2].
135
Lo stesso cita Crowder e Wagner 1992 [1998: 49-71]; Silvestri: 2008, p. 480.

92
si per 4 e qi per 7 […] le regole grammaticali usate per costruire le parole che denotano i numeri
sono molto più semplici che in inglese o nelle altre lingue europee”.

Le parole di Gilbert (1945: 91-2) “cadono a fagiolo”:

«En effet, le calcul ne peut se faire sans signes: s’il ne se fait ni avec des chiffres, ni avec des
lettres, il se fait avec des noms ou avec les doigts. Or, quels que soient les signes, on ne calcule
pas plus de tête avec les uns qu’avec les autres, ou on calcule également de tête seule qui fait les
raisonnements ; mais elle les fait avec plus ou moins de facilité, suivant les moyens ou leviers
dont elle s’aide et dont elle ne peut se passer […] nous devons trouver la langue la plus propre au
calcul.». (Il corsivo è mio).

Le conclusioni mirano alla dimostrazione del fatto che il cervello umano nei casi di
calcolo aritmetico ragiona in termini di nomi dei numeri e non di simboli grafici, e in
particolare fa luce sulla questione inerente al carattere della “tangibilità” del referente
mentale, che nei calcoli ‘a mente’ si distacca dal referente astratto (quello visuale), in
forma di rappresentante-segno “verbale”, difatti Gilbert (1945: 91) scrive: «cela ne
prouve pas que nous calculons sans signes». Le limitate capacità del cervello umano il
quale gestisce questa forma di ragionamento sottoponendosi a continui sforzi per
riuscire a trattenere le immagini mentali evocate, giustifica il ricorso a un’attività di
simbolizzazione che è “sincopata” sia nell’“invenzione” di simboli “visibili” che nel
particolare carattere delle immagini mentali evocate, ossia nel “tangibile” del segno dal
punto di vista concettuale, che nel matematico si realizza mediante una sorta di “lettura
a prima vista” dei simboli 136.
L’“economicità” del ragionare in “forma” matematica si ritrova dunque nell’uso di
simboli necessariamente “visibili” e nel fatto fondamentale che gli stessi, anche in
sequenza sono “simbolo”, e cioè frutto di un ragionamento che è già stato memorizzato
in forma ‘abbreviata’ e pertanto in tal modo richiamato alla mente. Scrive Devlin (2002:
92): «il processo stesso del pensare, quello che in genere chiamiamo «fare matematica»,
non è linguistico.».
Nel caso dei calcolatori prodigio l’immagine mentale evocata è associata a un
significato che è “arbitrariamente” ‘specifico’, oppure a uno che è specificatamente

136
Devlin 2002: 22.

93
matematico, al contrario il profano non avendo memorizzato, potrà confondersi con le
immagini pregresse del suo bagaglio di conoscenze. Devlin osserva (2002: 91):

“In parte, il segreto dei calcolatori prodigiosi consiste nel fatto che per loro molti numeri hanno
un significato. Per molti di noi, che pur ci sentiamo a nostro agio con l’aritmetica, un numero
come 587 non significa niente – è solo un numero. Ma per un calcolatore prodigioso la parola
587 può benissimo avere un significato – potrebbe evocare un’immagine mentale – proprio come
la parola «gatto» ha un significato per tutti noi ed evoca un’immagine nella nostra mente. […]
Poiché […] i numeri hanno un significato, anche i calcoli sono per loro operazioni significative.”

Gilbert (1945) sottolinea come nonostante le abilità del matematico, il ricorso


all’ideografia sia fondamentale per le cosiddette operazioni «difficili»:

«Une opération, la plus simple soit-elle, est en même temps calculée visuellement au moyen des
chiffres, et mentalement ou oralement au moyen des noms des nombres, mais, sauf pour certaines
calculateurs prodiges du type auditif comme Inaudi, c’est le calcul visuel qui rend possible les
opérations difficiles, comme le prouve sans conteste l’histoire de l’arithmétique et de l’algèbre.
Cette remarque suggère que le langage idéal des mathématiques doit être une écriture
figurative.» 137

A sostegno dell’ipotesi che assegna ai numeri una «vita propria» (Devlin: 2002, p.
74) e cioè indipendente dal solo fatto di esistere in qualità di simbolo138(quindi in cifre,
o in altro tipo di “strumento” per la designazione), si associano le indagini che
confermano l’esistenza di una linea mentale 139 (Butterworth, 1999: 223-8) che

137
Ibid., p. 101.
138
Cfr. Dehaene et al. 2004: «The human intraparietal sulcus is systematically activated in all number
tasks and could host a central amodal representation of quantity. Areas of the precentral and inferior
prefrontal cortex also activate when subjects engage in mental calculation». Sembra che i simboli per
indicare i numeri risiedano nel modulo numerico intuitivo localizzato nel lobo parietale sinistro,
diversamente dalle parole che denotano i numeri nel linguaggio ordinario che sono gestite dal lobo
frontale, ma che queste aree si attivino comunque nei compiti di calcolo numerico.
139
Cfr. Butterworth 1999 [1999]. Alcuni esperimenti presentati da questo studioso hanno dimostrato a
sostegno della distinzione presentata tra numeri e cifre che il sistema numerico arabo è gestito da una
regione del cervello diversa da quella dedicata al linguaggio. Alcuni dei numerosi esperimenti citati nel
suo testo derivanti sia da studi compiuti in prima persona e in collaborazione (si veda in particolare
Butterworth, Girelli, Zorzi, e Jonckheere, (1999) Organization of addition facts in memory citato a p.
242) che da numerosi altri studi citati, si possono leggere alle pp. 192-3, 161-4, 167-9 del testo sopra
citato. Per le implicazioni concernenti la linguistica cognitiva e in particolare la costruzione di determinati
enti matematici che si “fondano” sulla percezione mentale astratta di una retta immaginaria nei termini
dell’equivalente metafora concettuale: «l’aritmetica è un moto lungo un percorso», si rimanda al testo di
Lakoff, Núñez 2000 [2005: 106 ss.]. I concetti che scaturiscono dalla suddetta metafora concettuale
corrisponderebbero ad esempio al concetto dello “zero”, “dei numeri”, al “risultato di un’operazione

94
guiderebbe le concettualizzazioni sulla distanza semantica tra i numeri, disponendo
questi in ordine di grandezza da destra verso sinistra, allo stesso modo cioè in cui questi
sono “concretamente” organizzati sulla linea retta usata dai matematici. Tale visione140
mentale “restringe” la lucidità percettiva sulla distanza numerica man mano che la
grandezza aumenta (cfr. Devlin, 2002: 75; Lakoff: 2005 [2002]).

aritmetica”, etc., tutte metafore derivanti dal porsi rispetto alla linea retta, che l’individuo segue quando si
muove da un punto all’altro nello spazio. Le stesse metafore si possono osservare anche nelle
«espressioni linguistiche» come “lontano da”, “circa”, “fino a”. Cfr. ivi, pp. 109 sgg.
140
Cfr. Devlin 2002, p. 78-9. Si vedano anche gli esperimenti di Dehaene: 1997 (The Number Sense: How
the mind Creates Mathematics, New York: Oxford University Press) citato da Devlin, aventi lo scopo di
verificare l’associazione tra direzione dei numeri sulla linea mentale numerica e la “lingua materna” di
appartenenza. La linea mentale è, infatti, generalmente orientata nello stesso verso della scrittura/ lettura.
Dallo stesso si citano i risultati di test che correlano la capacità del senso del numero (non esclusivamente
umana) a quella di eseguire calcoli aritmetici corretti (capacità umana) su basi implicanti la “facoltà” del
linguaggio.

95
CAPITOLO III
IL LESSICO ITALIANO DELLA MATEMATICA COME UNITÀ DEL DIZIONARIO

96
CAPITOLO III
IL LESSICO ITALIANO DELLA MATEMATICA COME UNITÀ DEL DIZIONARIO

3.1. Termini “e” parole


«Special languages are a subset of the language as a whole» 1

Grazie all’opera del linguista austriaco Eugen Wüster (1898-1977) intorno agli anni
’80 2 la Terminologia consolida il proprio statuto di disciplina autonoma ponendosi al
fianco delle altre discipline linguistiche riconosciute 3. Cabré (1992 [1999: 11]) descrive
le principali caratteristiche che definiscono il settore della Terminologia adottando il
«point of view» dei soggetti coinvolti:

«a. For linguistics, terminology is a part of the lexicon defined by subject matter and pragmatic
usage. b. For subject field specialists, terminology is the formal reflection of the conceptual
organization of a special subject and a necessary medium of expression and professional
communication. c. For end-users (either direct or intermediary) terminology is a set of useful,
practical communication units which are assessed according to criteria of economy, precision,
and suitability. d. For language planners, terminology is an area of a language requiring
intervention in order to reaffirm its usefulness and survival and to ensure its continuity as a
means of expression through modernization.»

Il rapporto tra Terminologia e Linguistica, ridimensionato alla luce di una


prospettiva che decentra l’una dall’altra, agevola l’interpretazione delle “competenze”
sottostanti alle differenti etichette quali: “linguistica”, “terminologia”, “lessicologia”,
ecc. Bertaccini scrive (2006: 2): «Ciò che distingue lessico naturale e terminologia è più
una questione di gerarchia e di prospettiva che di componenti effettive. In entrambi gli
ambiti troviamo gli stessi problemi e le stesse strutture, ma in una relazione gerarchica
capovolta».

1
Cabré 1992 [1999: 65].
2
Cfr. Cabré: 1992 [1999]. Per il contributo di Wüster si veda Cabré 1992 [1999: 31-38, 66, 94, 115, 223].
3
Cabré (1992 [1999:20]) non manca di sottolineare che considerazioni sul carattere ‘scientifico’ della
disciplina si attenuano nella misura in cui vi sono impostazioni che evidenziano il carattere
interdisciplinare e metodologico che altrettanto la rappresentano. La disciplina opera accanto a diverse
branche della linguistica: linguistica applicata, logica, ontologia, informatica, semantica, lessicologia e
lessicografia. Cfr. Cabré 1992 [1999: 15 ss].

97
Nello specifico della dimensione dizionariale, dunque della coppia
Terminografia/Lessicografia le scelte del terminografo/lessicografo rispecchiano sia al
livello della macrostruttura che della microstruttura due diverse concezioni di dizionario
che rispettivamente si identificano nel dizionario onomasiologico e in quello
semasiologico. Cabré (1992 [1999: 38]) osserva che nel dizionario terminografico è
riflessa una macrostruttura per cui la selezione della nomenclatura avviene secondo un
criterio di tipo ‘concettuale’, in base al quale i concetti coinvolti sono interrelati dal
punto di vista “logico” e “ontologico” 4. Differentemente, nella pratica lessicografica i
criteri di selezione delle unità lessicali rispondono a un criterio che si potrebbe definire
«discorsivo», Collinot e Mazière (1997: 54-55, 118-119) evidenziano che lo scopo più
urgente del dizionario, da loro definito come «une institution linguistique» consiste nel:
«[…] montrer le fonctionnement actualisé d’une langue par l’entrée MOT ; représenter
dans une écriture normalisée des formes de langue en faisant appel aux savoir
linguistiques en cours.».
Dal lato della microstruttura e nello specifico della trattazione del significato nel
corpo delle definizioni 5 i dizionari semasiologici e quelli onomasiologici propendono: i
primi (e per quelle parole che non presentano un significato ‘generale’ perché
monosemiche), verso un’articolazione del significato secondo una suddivisione
polisemica delle accezioni 6 , i secondi, verso una pratica definitoria che persegue lo
scopo di ‘spiegare’ il concetto corrispondente alla voce del lemma. Di conseguenza
anche l’atteggiamento di colui che consulta il dizionario dovrà adattarsi alla particolare
strategia messa in atto nella pratica di definizione della parola/termine. Secondo la
prospettiva onomasiologica il termine/definendum passa in secondo piano rispetto al

4
Prendendo visione del suddetto criterio all’interno del Dizionario di Matematica elementare (DME)
(1992 [1998]) consultato, si è osservato che nello specifico della microstruttura, la tecnica del rimando
interno si realizza mediante rimandi tra ‘concetti’ i quali “componendosi” allargano la rete delle
conoscenze a cui questi sono correlati. Inoltre gran parte dei rimandi avviene non soltanto per “termine”
singolo, ma anche per lemma complesso (ad es. “simmetria ortogonale” in “trasformazione”), oppure il
rimando può coinvolgere il singolo elemento che risulta parte di un lessema complesso (il caso ad es. di:
“simmetria”), talvolta estendendone il significato (“autosimmetria”), talvolta inserendolo in un nuovo
composto con diverso significato e non “composizionale” (ad es. “simmetria centrale”, ecc.).
5
Il concetto di definizione si presta anche a considerazioni strettamente filosofiche, ma in questa sede il
concetto è trattato limitatamente alla sfera lessicografica e terminografica.
6
Cfr. Koskela, Murphy: 2006, p. 742. Ogni singola accezione predilige un determinato tratto semantico
che arriva a rappresentare l’elemento invariante del segno distinguendo tra categorie
grammaticali/funzionali, registri/contesti di lingua, ecc., poi diversamente articolati in esempi (cfr. De
Mauro: 2005 p. 27-8 e cap. II). Mentre per quanto concerne i criteri di ordinamento delle accezioni
all’interno della definizione lessicografica si rimanda a Dubois 1971: 88 ss.

98
concetto/definiens, al contrario, di quanto avviene per la consultazione di un dizionario
semasiologico. I primi passi che l’apprendente muove verso il ‘riconoscimento’ della
cosa denominata (prospettiva lessicografica), o viceversa, verso il ‘(ri)conoscimento’
del contenuto (prospettiva terminografica) apre le porte a una problematica che verte
sulle conoscenze del soggetto che consulta, e cioè sul fatto che questi abbia come primo
strumento per accrescere la propria conoscenza – la sua personale conoscenza – essendo
i lemmi in entrambi i dizionari, disposti secondo il criterio “alfabetico”. Marello (1979:
97) muove una critica verso questa pratica che è seguita anche nell’ambito della
prospettiva onomasiologica, e sostiene che questa sia culturalmente radicata nella falsa
pretesa di servire a un «doppio uso», cioè di aiutare anche chi cerca il significato di una
parola, infatti, scrive: «si può obiettare tuttavia che per soddisfare tale necessità, è
sufficiente un indice alfabetico delle parole definite nel dizionario)». A tal proposito la
stessa osserva che il lemma dovrebbe essere lo scopo ultimo della definizione e non il
suo punto di partenza, al fine ovviare all’equivalenza che nei dizionari si tende ad
istituire tra lemma (segno unico) e definizione (frase).
Dubois (1966: 105) pensando alla struttura (macro-micro) del dizionario
onomasiologico sostiene che grazie a un sistema di definizioni conjonctives, a seguito di
un’analisi componenziale, ciascun termine ritrova la propria efficacia nel
‘microsistema’ cui appartiene, al riparo, egli scrive, dal pericolo della polisemia:

«La définition conjonctive n’est pas mise en péril par la polysémie du terme qui peut désigner
divers types d’appareil, comme l’oncle désigne, en français, plusieurs typer de personnes dans la
structure de parenté.»

Accanto al ‘modello’ di lessico che emerge da un sistema di définitions conjonctives


Dubois (ibid.) rileva quello che emerge dal sistema di définitions disjonctives, in base al
quale gli elementi di lingua si distinguono in significati sinonimi e il lessico di una data
lingua speciale si appropria della sua identità:

« Ce type de modèle se caractérise par la synonymie, c’est-à-dire par l’existence de plusieurs


signes pour désigner le même objet. Elle s’explique […] dans un certain fonctionnement
synchronique comme deux ou plusieurs tentatives de définition de l’objet ; […] il est certain que
aéroplane et avion ne définissent pas les mêmes traits pertinents. Les modèles lexicaux où

99
l’analyse sémique disjonctive trouve son efficacité sont ceux-là même qui constituent le
vocabulaire technique. »

I principî che oppongono il settore della terminografia a quello della lessicografia si


indeboliscono nell’ambito della dimensione terminologia/lessicologia, se si considerano
gli elementi della lingua naturale, speciale/comune, entrambi come «tipi ideali di
interazione tra forma e funzione» (Bertaccini 2006: 3). Bouveret (1998: 11) evidenzia lo
statuto del ‘termine’ principalmente e primariamente esistente in quanto ‘segno’
linguistico:

«Le terme specialisé n’est donc à l’abri ni de la synonymie ni de la polysémie. Le


fonctionnement du terme est identique à celui du signe : ni l’un ni l’autre ne permettent de
réaliser une relation unique entre la dénomination et le référent […] Le terme n’est donc pas
intrinsèquement monosémique, et en cela distinct du signe » 7

Senza esasperare impostazioni e proposizioni che facilmente si presterebbero a


considerazioni dal carattere polarizzante 8 Prandi (2009) si sofferma su alcuni aspetti
semantici nell’ambito della terminologia muovendosi dai concetti elaborati in
lessicologia. Endocentricità ed esocentricità in Prandi si riferiscono a due tipologie di
concetti che traggono rispettivamente il proprio significato linguistico da
9
un’‘esperienza’ interna, oppure esterna al sistema di relazioni di “struttura” . Questi
scrive che:

«Il tipo ideale di termine non veicola certo un concetto endocentrico, ma un concetto esocentrico.
Tuttavia, se le lingue naturali contengono una componente terminologica, le terminologie
condividono con le lingue naturali tutte le proprietà qualificanti che possono essere interpretate
come spie di un relativo ancoraggio endocentrico dei concetti, e in particolare la presenza di casi
di anisomorfismo, omonimia, polisemia e sinonimia.»

Alla luce di questa osservazione si può ragionevolmente dedurre che all’interno di


un sistema speciale un concetto potrà assumere carattere di endocentricità come

7
Cfr. Bertaccini et al. 2006, cit., p. 7.
8
Cfr. Bertaccini et al. 2006. Relativamente alle posizioni teoriche che intendono superare le
polarizzazioni tra i due ambiti di studio e ricerca: terminologia e lessicologia in Bertaccini et al. (2006) si
citano a sostegno i contributi di Guespin, Laroussi 1989; Le Guern 1989; Bouveret 1998; Gaussier 1999.
9
L’autore si attiene al concetto di «dipendenza dal campo» in Trier 1931; 1932; 1934, dallo stesso citato.

100
espressione delle potenzialità che derivano dal fatto di rappresentare un sistema a sé,
pari a quello della lingua naturale, premesso che fuori dai potenziali paradigmi che
verrebbe a creare, i concetti condivisi all’interno del sistema speciale saranno
caratterizzati da esocentricità, proprio in quanto sistema indipendente e separato 10.
La concezione ricorrente nelle tesi presentate consiste in una evidente stabilità del
sistema che è più facilmente osservabile all’interno della prospettiva “applicativa”
(dizionariale) sia della lessicologia che della terminologia 11 … , ma anche il concetto di
varietà di lingua 12 si ridefinisce in base al grado di condivisione (Cortellazzo 1994: 8-9)
o altrimenti detto: «volume de communication» (Dubois 1966: 107), pertanto il livello di
contiguità tra linguaggio naturale e linguaggio scientifico muta rispetto al grado di
condivisione che i linguaggi stessi (naturale/speciale) sollecitano. Inoltre, «L’uso, per
sua stessa natura, sollecita inevitabilmente la stabilità del sistema» (Bertaccini: 2006, p.
7) facendo conseguire che sia nei ‘termini’ di un linguaggio speciale che nelle ‘parole’
di un linguaggio naturale la stratificazione del contenuto (rispetto al concetto di
intensione/estensione) cede «inevitabilmente» alla “varietà” di stratificazione linguistica
in relazione a: la classe dei parlanti e, alla situazione comunicativa 13 (Cortellazzo: 1994,
p. 20).
I lessici speciali non sono avulsi da considerazioni di tale portata pertanto si
soffermerà l’attenzione sulla rete di relazioni semantiche all’interno del lessico italiano
della matematica in rapporto alla dimensione lessicografica e terminografica.

10
Gli stessi concetti di endocentricità ed esocentricità conservano infatti tracce di appartenenza “elettiva”,
Prandi scrive: «Grazie ai lessemi esocentrici, ogni lingua contiene uno strato ineliminabile di
terminologia». Cfr. Prandi 2009, versione elettronica:
http://www.publifarum.farum.it/ezine_printarticle.php?publifarum=fa777801048356fe846f20ff0207c124
&art_id=104 [11-2010]. Considerazioni che sottolineano l’appartenenza «naturale» della terminologia al
lessico di ogni lingua naturale si evincono anche da precise considerazioni di Cabré (1995) nello specifico
della prospettiva sociolinguistica avanzata per definire la Terminologia «come uno degli elementi
fondamentali di ogni codice comunicativo» portata all’attenzione da Adamo (1996).
11
Cfr. Dubois (1966: 107): « Ce qui crée la stabilité aux yeux du lexicographe, c’est l’emploi récurrent
par un ensemble étendu de locuteurs de termes communs. La stabilité générale dépend alors du volume de
communication. ».
12
A tal proposito Dubois (1966: 108) scrive del concetto di “rareté” di un dato lessico speciale : «La
rareté n’a pas de signification en soi sur le plan linguistique ; elle doit être replacée dans une système
complexe de phénomènes à la fois linguistiques et extra-linguistiques ».
13
Proprio rispetto alla situazione comunicativa si apre un ulteriore livello di descrizione che consiste nel
grado di specializzazione coinvolto secondo la tipologia di divulgazione scientifica (Cortellazzo 1994:
20). All’interno del contesto specifico di comunicazione speciale Cabré (1999: 63) riconosce un livello di
specializzazione rispetto alle «pragmatic circumstances (users, type and occasion of communication) ».

101
3.2. Il significato scientifico nel corpo delle definizioni del Grande dizionario della
lingua italiana

Nella contingenza “discorsiva” del dizionario semasiologico i significati delle parole


sono distinti in “significati” generali e “sensi” particolari. Tale ripartizione riversata
nelle etichette parola “monosemica” e parola “polisemica” necessita il chiarimento
dell’espediente “accezione”, che, corrispondentemente all’entrata di un lessema
polisemico, rappresenta il: «raggruppamento di una parte dei “sensi” in una famiglia
collegata da affinità di riferimenti a oggetti extralinguistici o di ambiti di […] una
speciale articolazione, uno speciale sottoinsieme del generale “significato” di una
parola» (De Mauro 2005: 81). Il criterio di ordinamento ‘cronologico’ delle “accezioni”
non è perseguibile in assoluto nella pratica di un dizionario ‘dell’uso’, in quanto alcuni
14
usi potrebbero risultare obsoleti al parlante che lo consulta, pertanto è
ragionevolmente supposto che per la compilazione di un articolo che presenta una
molteplicità di accezioni il lessicografo combini “sinergicamente” i due criteri secondo
le proprie inclinazioni di metodo 15.
I risultati di un’analisi condotta da De Mauro (1984: 77 ss) sul Lessico Universale
italiano 16 dimostrano che le parole appartenenti ai lessici dei linguaggi specialistici
ricoprono i due terzi del vocabolario, per le scienze dure la percentuale è di oltre il 40%.
Su un campione analizzato di 263.000 lemmi tra cui: nomi propri (andronimi,
toponimi, etnici, titoli), parole, termini 17 e sulla base del criterio che individua le parole
tra quelle aventi un solo significato e quelle che presentandosi polisemiche contengono
accezioni riconducibili a linguaggi tecnico-scientifici e a saperi specifici, il dominio

14
Cfr. Imbs 1960: 5.
15
De Mauro (2005: 80-4) enuncia che da parte del lessicografo può verificarsi una mescolanza tra il
criterio della “frequenza” nell’uso delle accezioni e di quello “cronologico”, quest’ultimo ordinandole
partendo dall’accezione più anticamente attestata. Dubois (1971: 88) aggiunge un terzo criterio che
consiste nel procedere dal concreto all’astratto. Per un’individuazione dei criteri più particolareggiata si
veda Werner (1982: 380 ss.) che principalmente tiene separati il criterio di ordinamento “cronologico” da
quello “etimologico”, in quanto ogni cronologia ha un personale vissuto etimologico.
16
L’analisi è stata condotta su un campione estraendo i dati da una pagina ogni cento. Cfr. De Mauro:
1984.
17
Nell’ambito di questa ricerca De Mauro (1984: 78) ha rilevato che un: «buon terzo del vocabolario non
si lascia ricondurre a nessuna area particolare: è dato da parole, locuzioni, sigle relative in generale alla
vita umana, all’esperienza che abbiamo nel mondo e delle cose».

102
della matematica si è classificato terz’ultimo con una percentuale del 2,2% su un
campione rilevato tra altri 18 saperi 18.
Attenendomi in parte al criterio metodologico di De Mauro (1984: 77 ss.), il quale si
è interrogato su quanto spazio hanno nel complessivo vocabolario di una lingua le
parole riportabili a un linguaggio tecnico-scientifico, guarderò al significato scientifico-
matematico nel corpo delle definizioni del Grande dizionario della lingua italiana
(1961-2002) da ora in poi citato con la sigla: “GDLI”. L’attenzione al rapporto tra
‘parole’ e ‘termini’ e in particolare l’analisi condotta sul significato scientifico e le
singole accezioni matematiche, non parte da un campione eterogeneo censito tra
‘termini’ – e – ‘parole’, rappresentativo della “lingua” raccolta nel GDLI, ma dai
termini lemmatizzati nel DME (Dizionario di Matematica Elementare 1998 [1992])
nello specifico delle lettere A-B-C. I dati raccolti nella sezione “Definizione > LC” che
si trova in ciascuna scheda che compone il corpus e in cui i termini rispecchiano
l’entrata lessicografica del GDLI, si ricollocano in formato schematico nella tabella n. 4,
titolata: “Significato scientifico nel corpo delle definizioni del Grande dizionario della
lingua italiana” (Cap. IV) secondo una suddivisione tra entrate monosemiche e entrate
polisemiche, ed entrate non incluse nel GDLI. Per quanto concerne la partizione
“Entrate monosemiche”, “Entrate polisemiche” si è prestata attenzione anche a ulteriori
aspetti semantici: per le “entrate monosemiche” suddividendo tra “A.M.”, “accezioni
matematiche” e “A.A.”, “altre accezioni”, mentre per le “entrate polisemiche” tra
“A.A.>A.M.”, “A.M.>A.A.” con lo scopo di censire la posizione dell’accezione
concernente il significato scientifico nel corpo della definizione del GDLI e, “Entrate
polisemiche”: “A.A.” con lo scopo di censire la presenza/assenza del significato
scientifico-matematico nelle accezioni delle “Entrate polisemiche”.
I dati censiti sono stati esaminati allo scopo di osservare le relazioni semantiche tra
“A.A.” e “A.M.” sulla base della cronologia delle accezioni attestate e riportate nella
tabella n.1 “Livelli cronologici di attestazione lessicografica” (d’ora in poi LCAL) (Cap.
IV).

18
De Mauro (op. cit.) presenta i risultati in ordine decrescente (ibid., pp. 78-79): biologia (16%),
medicina (10,9%), chimica (10,6%), geologia (9,6), dritto e Stato (4,4%), artigianato (3,8%), agricoltura
(3,4%), abbigliamento (3,2%), linguistica e filologia (2,9%), scienza militare (2,9%), storia (2,9%),
economia (2,6%), geografia (2,4%), fisica (2,4%), tecnologie (2,4%), matematica (2,2), cucina (2,1%),
industria (2,1%).

103
I dati emersi dalla tabella n. 4 e suddivisi secondo le tipologie sopra descritte
riguardano un totale di 122 lemmi (in quanto, rispetto al totale di 124 lemmi, i
prefissi bi- e contro- 19 non sono stati conteggiati). Sono emerse le seguenti
percentuali:

- Entrate non incluse nel lemmario del GDLI: 5. In dato percentuale: 4,1%
- Entrate monosemiche sezione A.M.: 18. In dato percentuale: 14,75%
- Entrate monosemiche sezione A.A.: 6. In dato percentuale: 4,91%
- Entrate polisemiche: 93. In dato percentuale: 76,24%
- Entrate polisemiche: A.A. > A.M.: 57. In dato percentuale: 61,30%
- Entrate polisemiche: A.M. >A.A.: 13. In dato percentuale: 14%
- Entrate polisemiche: A.A.: 23. In dato percentuale: 24,72%

3.2.1. Lessico italiano della matematica: livelli cronologici di attestazione


lessicografica

De Mauro (2005: 25) scrive che la particolare accezione del significato di una
parola corrisponde al particolare ‘piano del contenuto’ in cui una sua accezione si
colloca; questo è sentito da chi usa la lingua, come affine ai possibili sensi che
sebbene sempre e tutti diversi albergano ‘analogicamente’ entro essa.
L’analisi dei dati emersi dalla tabella n. 4 poggia anche sul confronto con i dati
raccolti nelle tabelle LCAL “Livelli cronologici di attestazione lessicografica” e
“Affissazione” (cap. IV, rispettivamente tabelle n. 1, n. 2). La tabella LCAL raccoglie
il totale delle accezioni censite per i termini lemmatizzati nel DME (1998 [1992]) tratte
dai dizionari etimologici consultati 20, ma ordinate in base al criterio cronologico (dal
semema più antico fino a quello più recente), le accezioni sono state suddivise tra i
campi “A.M.”: “accezioni matematiche” e “A.A.”: “altre accezioni”. Inoltre i dati che
confluiscono nella tabella LCAL raccolgono con ulteriore profondità cronologica la
“storia” di ciascun lemma che è sintetizzata traendo in particolare dal dizionario

19
Nel lemmario del DME l’entrata indipendente controesempio è stata fatta confluire nella scheda creata
per il prefisso contro-, nella quale sono state raccolte tutte le entrate del GDLI formate con l’elemento
contro-. Per questi composti si veda la tabella n. 3: “Composizione: lettere A-B-C”.
20
Questi sono il Battisti-Alessio (1975), il Cortellazzo-Zolli (1999) il Lessico Etimologico italiano (LEI,
1984-2006) e, in ulteriore prospettiva etimologica, l’Ernout-Meillet (2001).

104
etimologico della lingua latina di Ernout e Meillet (2001). Per quanto concerne la lettura
dei dati entro la prospettiva diacronica (trafile, prestiti, ecc.), questa è offerta sia dal
punto di vista qualitativo che quantitativo in § 3.5.
Seguendo l’ordine delle partizioni pensate e proposte nella tabella n. 4 si
procederà ora a una ricognizione dei dati.

1.a. “Entrate non incluse nel GDLI”. A questa categoria appartengono:


autosimmetria, biiettivo, biiezione, confrontabile, controimmagine. Tra questi
21
biiettivo e biiezione sono presenti nel GRADIT , mentre per i termini
controimmagine e confrontabile lo stesso non riporta l’accezione matematica.
Differentemente da quanto accade per il termine antisimmetrico,
lemmatizzato nel “Supplemento” (2004) del GDLI, il termine autosimmetria
(anch’esso composto con elementi calcati sul greco: autós ‘stesso’ e symmetría
‘giusta proporzione’) manca. Per il francese Baruk scrive (1992 [1998: 55]) che
questa parola è stata proposta da una commissione dell’Associazione francese dei
professori di matematica: si tratterebbe dunque di un termine recente. Quindi, sia per
autosimmetria sia per controimmagine la prima attestazione dizionariale è nella
traduzione italiana del Dictionnaire des mathématiques élémentaires (1992 [1998]).
Biiezione è calco dal fr. bijection a sua volta composto sul modello < injection
XIII sec. (in it. iniezione è attestato nel XVII sec. in campo medico). Anche biiettivo si è
formato sul modello francese injective a. 1842 (injective, injecter, -eur), il GDLI attesta
le accezioni matematiche tra la polisemia delle forme semplici iniettivo e iniezione. La
metafora della parola ‘iniezione’ come ‘gettare dentro’ sarebbe nota prima in campo
medico e poi all’interno della lingua francese si sarebbe estesa anche al campo della
matematica nei termini bijective e bijection, peraltro non attestati come entrate
autonome nel TLF 22. L’attestazione nelle forme complesse italiane ‘monosemiche’ è
nella versione italiana del DME (1998 [1992]). Il deverbale confrontabile
(←confrontare (XVI sec.), fr. confronter (a. 1344), il cui valore è: ‘che si può
confrontare’ (Cortellazzo-Zolli: a. 1797) non è attestato nel GDLI. Anche per questo

21
De Mauro: 1999-2003, Grande dizionario italiano dell’uso.
22
Trésor de la langue française: dictionnaire de la langue du 19. et du 20. siècle: 1789-1960 (Paris,
Gallimard: 1971-1994) qui siglato: “TLF” e consultato nella versione on-line all’indirizzo:
http://atilf.atilf.fr/tlf.htm

105
termine la prima attestazione dizionariale con accezione matematica è quella della
versione italiana del DME (1998 [1992]). Se la scelta del lessicografo (GDLI) riguardo
all’inclusione dei derivati da lemmatizzare risponde al criterio della frequenza nell’uso
(cfr. De Mauro 2005: 40-41), questo lemma è potenzialmente più esposto a possibili
banalizzazioni del senso da parte del profano, presupponendo che questo consulti il
dizionario per aiutarsi nella comprensione, o che possa erroneamente supporre che non
vi sia pericolo di interferenza tra le sue conoscenze pregresse e la nuova accezione che
il termine presenta.

1.b.1. Entrate monosemiche sezione > “A.M.”. A questa categoria appartengono:


algebra, algebrico, algoritmo, antisimmetrico, apotema, aritmetica, ascissa,
assiomatico, associatività, baricentro (attestato come voce della fisica), binomio
(omonimo e distinto come singola entrata), biquadratico, bisettrice, circocentro,
coefficiente, commutatività, controesempio, coseno.
Si osserva che su un totale di 18 termini vi sono 4 derivati, tra i quali 2
attestano la produttività del suffisso -ità nel lessico della matematica:
commutatività non è attestata negli etimologici consultati con accezione matematica
(cfr. tabella LCAL) e sebbene sia attestata al campo delle matematiche nel GDLI
(Supplemento: 2004), dal confronto con la sezione “Definizione > DME” (cfr.
scheda lemma nel corpus) è possibile dedurre, dato lo scarso contenuto
informativo 23 dell’articolo (‘sf. Matem. L’avere proprietà commutativa’), che la
definizione non aiuta a disambiguare il senso matematico del termine. Il termine è un
deaggettivale formatosi sulla base di commutativo registrato nel GDLI in qualità di
entrata polisemica (A.A.: av. 1342 > A.M.: a.1941), ma il lemma non presenta
come si evince dalla tabella n. 2 (“Affissazione”) altri derivati nelle sezioni A.A. e
A.M., pertanto appartiene alla suddetta categoria. Specularmente associatività
(A.A.: filos. XIX sec > A.M.: 1955) la cui base invece non è pertinentizzata nel
lemmario del DME 24 (1998 [1992]), non registra derivati. L’uso, anche comune, di
algebrico non ha portato alla registrazione di attestazioni diverse che si

23
Per quanto concerne il confronto tra lessicografia e terminografia sul terreno della «densità
informativa» (Serianni 2003: 21) si rimanda a quanto osservato in § 3.2.1.1. del presente capitolo.
24
Infatti, l’entrata del DME è “commutativo, commutatività”.

106
allontanassero dall’accezione matematica che resta l’unica come riportato nella
tabella n. 2.
25
Considerando la “trasparenza” semantica e morfologica distinguo 6
composti con elementi latini e greci: antisimmetrico, baricentro, biquadratico,
bisettrice, circocentro, controesempio. I restanti 8 termini sono: algebra, algoritmo,
apotema, aritmetica, ascissa, binomio, coefficiente, coseno 26. Dal confronto con la
tabella LCAL emerge che: algebra(-ico) e algoritmo sono due termini che hanno
assunto la loro forma in volgare con significato matematico, rispettivamente nell’a.
1202 e alla fine del XIII. Il significato di algebra “ricaduto” nel linguaggio comune
è dunque successivo e risale al 1863 con il senso: ‘cosa complicata, difficile da capire’.
Algoritmo invece non ha accezioni nel linguaggio comune (stando alle fonti
dizionariali consultate), ugualmente il termine apotema (attestato con accezione “mat.”
nel 1819) e aritmetica (accezione matematica alla prima metà del XIII sec. lat.
medieov. arismetrica), entrambe voci dotte, la prima derivante dal greco senza
attestazione latina classica o tarda, la seconda entrata in latino dal greco. L’it.
ascissa (sec. XVIII) è valutato nel LEI e dal Battisti-Alessio come “probabilmente”
prestato dal fr. abscisse attestato dagli stessi nel XVII sec. Il TLF fornisce la prima
attestazione di abscisse nel 1732 e riporta che questo sia un calco sul lat. abscissa
(termine latino utilizzato dai matematici e attestato come termine della geometria
nel 1686 da Isaac Newton) 27 , evidentemente con il medesimo significato dal
volgare abscindere ‘tagliare, distaccare’ (fine XIII sec.). L’accezione matematica
dizionariale per il termine it. ascissa risale all’anno 1739 (DELI). Il preverbale ab
resiste in ascissa, il verbo ascindere è attestato unicamente nella prima metà del
XIV sec., e il verbo corrispondente in it. è scindere (part. pass.: scisso), la storia dei
mutamenti non ha portato alla convivenza tra termini omonimi e il termine ascissa
non ha accezioni che fuoriescono dall’ambito scientifico o tecnico. Per quanto
concerne il termine binomio con significato matematico questo è accolto dal GDLI
come entrata indipendente e distinta da binomio1 la cui etimologia è dal lat.

25
Cfr. Serianni 2003: 21; 2004: 586; Iacobini 2004: 101 ss.
26
Entrambe le categorie e le motivazioni sottostanti a tale suddivisione saranno prese in considerazione in
§ 3.5.2.1 del presente capitolo.
27
Cfr. anche Hauchecorne: 2003. L’articolo consultato nel TLF corrisponde a quello della versione on
line del suddetto dizionario, disponibile all’indirizzo: http://atilf.atilf.fr/tlf.htm. A proposito del termine
citato si veda anche la tav. n.1.: “Contatti tra lingue” in § 3.4. del presente capitolo.

107
binŏminis ‘con due nomi’, rispetto a binomio2 invece dal lat. mediev. binōmium,
calco del gr. ὲϰδυωνομάτών ‘di due nomi’. Coefficiente ha un’unica “altra”
attestazione (A.A.) nell’anno 1934 e con un significato “generale”, mentre in
matematica è precedente, in quanto attestato nell’a.1712. Il termine coseno non
presenta “altre” accezioni nel linguaggio generale e il significato matematico (in
trigonometria) 28 registra la sua prima attestazione nell’a. 1772.
Prescindendo dalle comprensibili differenze concernenti il «tasso di
specialismo» (Serianni 2003: 21) delle informazioni selezionate dal GDLI, i lemmi
delle entrate lessicografiche monosemiche presentano un «grado di impenetrabilità»
(ibid., p. 25) molto alto per il profano. La loro “storia semantica” (registrata nella
tabella LCAL) potrebbe aiutare a confermare il fatto che si tratta di termini meno
esposti al pericolo della banalisation (Dubois 1966: 103) “da contatto” con il
linguaggio comune.
Per i lemmi con attestate accezioni ‘comuni’ (ad es. algebra, coefficiente),
peraltro successive ad “A.M.”, non vi sono facili analogie tra i sensi, per quelli che
non hanno accezioni ‘comuni’ attestate, è possibile supporre che si avranno minori
«ricadute» (Serianni 2003: 37) sul linguaggio comune. Si osserverà inoltre che
“nonostante” l’etichetta “monosemia” la produttività semantica per questi termini
non è assente all’interno dei “microsistemi” lessico-concettuali che gli sono propri
(questi saranno analizzati all’interno della dimensione terminografica in 3.2.1.1;
3.2.1.2.; 3.3.). Pertanto il dato relativo alla mancanza di “ricadute” sul linguaggio
comune non può essere del tutto conclusivo 29.

1.b.2. Entrate monosemiche sezione > “A.A.”: analogia, assiale, cartesiano,


coincidente, congetturare, constatare. I termini che appartengono a questa
categoria inducono a riflettere sul concetto di polisemia delle parole in quanto
elementi di ‘lingua’, dato che la loro ‘presenza’ nel DME sottolinea esplicitamente
l’identità di tali parole in qualità di ‘termini’ (e, naturalmente indipendentemente
dalle scelte del GDLI di includervi o meno altre accezioni e l’accezione

28
Si tiene a precisare che quando si scrive significato matematico attestato, questo deve essere
contestualizzato all’attestazione, in quanto quello attuale potrebbe non corrispondere per estensioni o
mutamenti di significato interni alla disciplina.
29
Questo concerne anche la morfologia dei termini formati, in particolare si veda § 3.4.1., per quanto
concerne i termini “commutatività” e “associatività”.

108
matematica). Stando al contenuto informativo, strettamente “funzionale”, divulgato
dal GDLI per i derivati assiale e cartesiano (assiale, agg. Proprio dell’asse;
cartesiano, agg. e sm. Relativo a Cartesio), fatta eccezione per l’entrata: coincidente,
i suddetti termini sono stati fatti rientrare nella presente categoria (è possibile
confrontare la trattazione del significato da parte del DME nella sezione “Definizione >
DME” nelle schede corrispondenti ai lemmi citati). I termini assiale e coincidente non
hanno accezione del senso matematico che sia attestata dal GDLI e dai dizionari
etimologici consultati (cfr. tabella LCAL). Il termine cartesiano (a.1710) entra in
italiano dal fr. cartésien (a.1665) e con accezione matematica si diffonde nel sec.
XVIII in concomitanza alla diffusione dell’uso aggettivale in quanto:
rappresentante del “movimento filosofico” XVII-XVIII sec. I termini congetturare,
constatare e analogia non presentano un’eterogenea pluralità di accezioni dal punto
di vista cronologico e la definizione del significato generale nel GDLI riflette un
sunto esaustivo e coerente dal punto di vista dei sinonimi impiegati nell’articolo.
Per quanto concerne le entrate appartenenti a questa categoria si verifica
l’inverso di quanto osservato per quelle della categoria “entrate monosemiche >
A.M.”, per le quali non vi erano attestazioni di “altre” accezioni (e quelle
matematiche censite erano precedenti a quelle “A.A.”). In questa categoria
l’accezione matematica è assente e, laddove presente, è successiva a quelle non
matematiche. Tutte queste parole estrapolate dalla dimensione testuale matematica
risultano fortemente esposte a possibili banalizzazioni di senso, in particolare se
non viene fatto esplicito riferimento, o meglio, pratica di coscientizzazione verso la
singola accezione matematica.

1.c. Entrate polisemiche


Sul totale dei 122 lemmi, 93 sono riconducibili allo statuto di parola
polisemica all’interno del dizionario lessicografico: acuto, addizione, adiacente,
affetto, affine, affinità, allineamento, allineato, alterno, altezza, ambiguità,
ambiguo, ampiezza, analisi, analitico, angolo, aperto, applicazione, approssimato,
approssimazione, arco, area, arrotondare, arrotondato, asse, assioma, assoluto,
assorbente, assurdo, aureo, banale, banda, base, binario, calcolare, calcolatore,
calcolatrice, calcolo, cardinale, centro, cerchio, chiuso, cifra, cilindrico, cilindro,

109
circolo, circonferenza, circoscritto, circoscrivere, commensurabile, commutativo,
compatibile, complementare, complesso, componente, comporre, composizione,
composto, concentrico, concorrenti, condizione, configurazione, confrontare,
congettura, congruente, congruenza, cono, consecutivo, conservare, considerare,
contraddittorio, contraddizione, contrario, conversione, convertire, convesso,
coordinate, coppia, corda, corollario, corona, corrispondente, corrispondenza,
costruibili, costruire, costruzione, crescente, criterio, cubo, curva, decrescente,
incommensurabile, incompatibile.

1.c.1. Entrate polisemiche: “A.A. > A.M.”


Sul totale di 93 entrate polisemiche 57 sono riconducibili alla categoria “A.A. >
A.M”, mediante la quale si identificano quei termini la cui accezione speciale è
un’«estensione» ‘particolare’ di un signifié che è “generalmente” comune.
Lemmi: acuto, adiacente, affetto, affinità, alterno, altezza, analisi, analitico,
approssimazione, arco, area, arrotondare, assioma, assurdo, aureo, banda, base,
binario, calcolare, cardinale, chiuso, cifra, cilindrico, circoscrivere,
commensurabile, commutativo, complementare, complesso, componente, comporre,
composizione, composto, concentrico, concorrenti, configurazione, confrontare,
congettura, congruente, congruenza, consecutivo, contrario, conversione,
convertire, convesso, coordinate, corda, corollario, corona, corrispondente,
corrispondenza, costruibili, costruire, costruzione, crescente, cubo, decrescente,
incompatibile.
Negli articoli del GDLI corrispondenti alle parole altezza, concentrico e
convesso non è fatto cenno al significato scientifico-matematico. Tuttavia, come si
evince dai dati nella tabella LCAL, non manca per ciascuno di questi termini data
di attestazione che confermi l’esistenza dell’accezione matematica, ebbene questa è
successiva al senso attestato nel campo “altre accezioni”.
- altezza A.A. av. 1250, A.M.: a.1748
- concentrico A.A. Leonardo, A.M.: av.1519
- convesso A.A. av. 1519 Leonardo, XVI sec. Galilei A.M.: Galilei e Leonardo
erano anche matematici, ma i dizionari consultati non hanno raccolto
attestazioni da testi specifici della disciplina.

110
La contiguità tra i singoli sensi è tale che traspare anche dalla definizione del
significato generale fornito dal GDLI, il quale nel metalinguaggio adottato per
descrivere il lemma utilizza un tasso di specialismo molto più vicino all’ambito
scientifico che non a quello del linguaggio generale. Queste parole presentano un
alto potenziale di importabilità nel linguaggio comune.

1.c.2. Entrate polisemiche: “A.M. > A.A.” Sul totale di 93 entrate polisemiche, 13
sono riconducibili alla categoria “A.M. > A.A”. Attraverso questa categoria si è voluto
evidenziare il numero delle entrate polisemiche che hanno l’accezione matematica come
condizione primaria per le altre accezioni incluse nell’articolo del GDLI.
Lemmi: addizione (operaz. matem.), angolo (geom.), asse, calcolo (sistema
di operaz. mat.), centro (geom.), cerchio, cilindro (geom.), circolo (geom.),
circonferenza (geom.), circoscritto (geom.), cono (geom.), curva, incommensurabile
(matem.). Negli articoli corrispondenti alle parole: asse, cerchio e curva il GDLI
non adopera sigle che introducano il concetto come appartenente all’ambito
tecnico-scientifico, ma si è osservato che, per queste parole, nella spiegazione del
significato generale, il metalinguaggio adottato rispecchia un tasso di specialismo
che è più vicino al campo delle “A.M.” che non al campo delle “A.A.”, al contrario
di quanto la definizione del significato generale senza sigla indurrebbe a supporre.
In effetti, confrontando il dato con quelli contenuti nella tabella LCAL
emerge che l’attestazione dell’accezione matematica non ha ‘accezioni’ “rivali” in
“A.A.”, nel caso presenti, queste “altre” sono successive. Cfr. tabella LCAL.

1.c.3. Entrate polisemiche: “A.A.” Sul totale di 93 entrate polisemiche 23


presentano un ventaglio di accezioni afferenti ad altre aree del linguaggio, ma non a
quello scientifico-matematico. Per le parole appartenenti a questa categoria si è
tentato di comprendere mediante la consultazione della tabella LCAL quale fosse il
tratto semantico comune tra “A.A.” e “A.M.” osservando, laddove ve ne fosse
traccia, tra le attestazioni delle accezioni matematiche. Per il termine allineato è
emerso che il tratto semantico dell’accezione evinta dal DME (1992 [1998])
proviene dal linguaggio militare: DME (a. 1998): Allineato ‘punti allineati sono
punti che stanno su una stessa retta’; linguaggio militare (cfr. tabella LCAL): ‘collocato

111
sulla stessa linea’ (a. 1690). La definizione “A.A.” fornita dal GDLI non sembra
tradirla: “Disposto in fila, schierato; ordinato sulla stessa linea”.
Lemmi: affine, allineamento, allineato, ambiguità, ambiguo, ampiezza, aperto,
applicazione, approssimato, arrotondato, assoluto, assorbente, banale, calcolatore,
calcolatrice, compatibile, condizione, conservare, considerare, contraddittorio,
contraddizione, coppia, criterio. Anche per le parole appartenenti alla suddetta
categoria è possibile rintracciare nell’accezione dei termini matematici una certa
corrispondenza analogica con almeno uno dei sensi attestati in “A.A.”
Dalla consultazione della tabella LCAL emerge che i seguenti termini
possiedono un’accezione matematica che è registrata dagli etimologici consultati.

Questa è successiva ad A.A. ed è stata riscontrata per le seguenti parole:

- affine A.A. 1743, A.M.: 1970;


- ampiezza A.A. av. 1294, A.M.: 1697;
- Il termine applicazione è polisemico e vi sono diverse accezioni, la prima per
branca, “mat.” (cfr. tabella LCAL) a. 1740; la seconda ‘divisione’ a. 1748; la
terza ‘relazione fra due insiemi […]’ a.1983. A quest’ultima soltanto si
individua il tratto semantico per il campo A.A.: ‘attaccare, mettere insieme’ a.
1603;
- approssimato A.A.: XIII sec., A.M. XVIII sec.;
- arrotondato A.A. il solo uso aggettivale è attestato nel 1839, in A.M.
nell’a.1865;
- assoluto A.A. prima attestazione av. 1294, A.M.: polisemico: a. 1642 e a. 1673;

L’attestazione dell’accezione matematica manca per i seguenti: allineamento,


allineato, ambiguità, ambiguo, aperto, assorbente, banale, calcolatore, calcolatrice,
compatibile, condizione, conservare, considerare, contraddittorio, contraddizione,
coppia, criterio.
Per i termini appartenenti a questa categoria il grado di contiguità non è
percepibile dalla sola consultazione dell’articolo nel GDLI, pertanto i termini
risultano ancor più esposti a rischi sul fraintendimento del senso specifico.

112
Alcuni tra i termini afferenti a ciascuna di queste quattro categorie sono stati
ulteriormente presi in esame secondo i criteri metodologici sopra definiti e discorsi
nell’ambito delle osservazioni sulla trattazione delle relazioni semantiche della
polisemia, omonimia e sinonimia rispettivamente alla dimensione lessicografica e
terminografica.

3.2.1.1. Omonimia e polisemia tra lessicografia e terminografia

Le scorrette associazioni di contenuto possono portare a fraintendimenti sul


significato di un dato significante: di una parola, di un termine. Nel caso della polisemia
il significante potrà assumere molteplici e distinti significati, mentre nel caso
30
dell’omonimia molteplici e “distinti” significanti avranno molteplici e distinti
significati condividendo la stessa forma significante. Vallini (2006: 82-3) scrive che
l’omonimia si realizza quando «uno stesso nome possa essere applicato a più realtà».
La letteratura linguistica definisce l’uno e l’altro considerando la coppia. Vi
31
sono due strade possibili per guardare sia alla forma che al significato e
conseguentemente per comprovare l’effettiva distinzione tra omonimia e polisemia:
«evidence regarding the relatedness of the meanings involved and evidence regarding
any formal (morphosyntactic or phonological) differences in the linguistic form that
correspond to the distinct senses» Koskela e Murphy (2006: 742), ma sia forma che
significato potrebbero non rivelare alla luce di un’analisi diacronica le medesime
distinzioni che sono valide considerate da una prospettiva sincronica. Ne consegue che
anche il criterio della “comprovata” e distinta derivazione etimologica, punto fermo per
il riconoscimento degli omonimi rispetto ai polisemici, non può essere considerato
come il criterio definitivo 32. Sia rispetto al criterio etimologico che rispetto a quello
dell’affinità semantica 33 vi sono, infatti, alcune discrepanze che emergono dal confronto

30
Cfr. Koskela e Murphy (2006: 742). In relazione alla struttura del significante due o più lessemi che
abbiano uguale scrittura sono omografi, uguale pronuncia: omofoni. Questi sono omonimi se hanno
diversi significati.
31
Nel lessema omonimo o polisemico le analisi su forma e senso dovrebbero poi coincidere nello stesso,
al riconoscimento sincronico.
32
Cfr. Aragona (2006: 70), questi tra l’altro cita Duchácek (1962) il quale distingue tra omonimi reali
(etimologici) ed omonimi apparenti (semantici).
33
Violi (1977) citata da Aragona (2006: 68). Si tratta di condivisione tra sememi: polisemia. Alcuna
condivisione: omonimia. Cfr. anche Henne (1972: 159 ss) per il concetto di multisemia.

113
linguistico attuato in sincronia 34. Vi sono, infatti, casi di omonimi per i quali la storia ha
definitivamente separato il significato, e per i quali la comune origine semantica emerge
a un’analisi diacronica, casi di significanti che all’apparenza sembrano risalire alla
medesima derivazione e sono dunque ‘falsamente’ omonimi 35 (secondo il criterio
etimologico) 36 , o ancora casi di omonimi i cui significati sincronici sono separati ma
risalgono alla medesima etimologia.
Trasferendo la problematica in ambiente lessicografico 37 si è osservato che il
dizionario di Battaglia (GDLI), talvolta, in barba al criterio etimologico, distingue gli
omonimi in base al criterio semantico, considerando evidentemente l’omonimo
(precedentemente polisemico) come una nuova e distinta entità semantica, in quanto,
percepita come tale da parte dei parlanti (Aprile 2005: 25). Aragona (2006: 70) citando
Lyons (1982) scrive: «Se l’identità di forma, osserva Lyons, è un fatto di tutto o niente,
l’affinità di significato è un fatto di grado. […] la distinzione tra polisemia e omonimia,
per quanto facile da formulare, è difficile da applicare con coerenza ed attendibilità».
Decisioni definitive rispetto al significato infittiscono la problematica se
analizzate considerando la competenza del parlante 38. A tal proposito Koskela e Murphy
(2006: 743) citano Tuggy (1993), il quale ha proposto di considerare le due categorie in
continuum.
Un ultimo aspetto che merita accenno concerne la corretta lettura dei fenomeni:
polisemia, omonimia e ambiguità e la relazione tra questi nell’ambito dei linguaggi
speciali.

«Non l’andamento regolato del dizionario, ma gli incroci accidentati del pensiero e della voce
creano quell’aura di ambiguità, minacciosa e struggente come il canto delle sirene che rivela
sotto forme inattese suoni e significati noti» (Aragona 2006: 72).

34
Aragona (2006: 70).
35
Ad es. Vallini (2006) traccia in implicazioni letterarie casi di “falsa etimologia” (ibid. 88-9) di parole
omofone.
36
Il caso citato da Aragona è quello di filtro: ‘dispositivo per filtrazione’ e ‘bevanda magica’. In sincronia
il fenomeno sembra affiancarsi al caso in ingl. « arm of governement versus human arm» e che Koskela e
Murphy (2006: 742) citando Apresjan (1974) definiscono come caso di « non–systematic polysemy» in
opposizione ai casi definiti di « systematic (or regular) polysemy».
37
Bergmann (1977: 27-60) conducendo un’indagine sul trattamento delle entrate omonime e polisemiche
di diversi dizionari lessicografici ha osservato che anche all’interno dello stesso dizionario il criterio
osservato dal lessicografo è mutevole.
38
Cfr. Koskela e Murphy (2006) i quali non mancano di evidenziare che tali “derive” cognitive possono
essere analizzate per trarre conclusioni sull’organizzazione mentale dei significati, in particolare da parte
degli studi compiuti nell’ambito della Linguistica cognitiva.

114
Vallini (2006) evidenzia come l’ambiguità ‘testuale’ possa rappresentare l’effetto
«volontario» (ibid. 87) di specifici “giochi” linguistici. La stessa citando Gino Patroni
(1994) riporta diversi epigrammi dell’autore tra i quali: «Matematico in trattoria:
“Cameriere, un radicchio quadrato”» o ancora «Il mio professore di disegno
geometrico era un tipo molto compassato». Un esempio di omonimia “volontaria”: “se
ti fischia un orecchio è male, ma se ti applaude è peggio” 39 . Prandi (2009) scrive:
«L’ambiguità […] è una proprietà dell’uso, […] di un’espressione complessa,
tipicamente di una frase». Considerando la polisemia sullo sfondo di un “ideale
normativo astratto” come “iscritta nell’atto stesso di battesimo di un buon numero di
termini” ed essendo questa una proprietà della parola “isolata dall’uso e inventariata nel
dizionario” (Prandi: 2009), è plausibile ridefinire la polisemia dei ‘termini’ come
funzionale al sistema della lingua speciale se nell’uso interno al sistema non incombe
ambiguità 40. La polisemia non rappresenterebbe una minaccia, ma anzi la spia di una
potenziale “vitale creatività”, anche per un linguaggio scientifico come quello della
matematica.

 Per un’analisi del fenomeno semantico concernente l’omonimia si trasferirà ora


l’attenzione alla lettura dei dati registrati ed emersi dalla tabella n° 4 (capitolo IV)
nello specifico della prospettiva semasiologica del GDLI.

Dei 122 termini censiti 20 sono le entrate lessicografiche lemmatizzate nel


GDLI come singole entrate lessicali in quanto omonimi, questi sono: acuto, affetto,
41
affine, aureo, banda, binomio (omonimo T) , calcolo, cardinale, chiuso,
complementare, complesso, composto, concorrenti, condizione, conservare, corona,
crescente, curva, classificati nel GDLI come entrate polisemiche e ulteriormente

39
De Mauro 2005: 40 distingue tra «omonimi relativi» o altrimenti definiti «omonimi testuali», ad es.
bolle dal sostantivo bolla o dal verbo bollire, ed «omonimi assoluti» nella quale categoria colloca lessemi
di «uguale significante e categoria grammaticale, ma di significato irrimediabilmente del tutto diverso»
tra cui ad es. l’it. banda che distingue secondo l’autore tre diverse etimologie e significati. L’operazione
di distinzione che in un dizionario è chiamata “lemmatizzazione” è: «non automaticamente eseguibile, o
a dir meglio, eseguibile automaticamente soltanto in via probabilistica» Ibid., p. 40.
40
Che nell’astratto del sistema lingua consisterebbe nell’attribuire uno solo dei possibili sememi sia in
caso di omonimia, che di polisemia.
41
Mediante la sigla “Omonimo T” si distinguono gli omonimi lessicografici che presentano come primo
significato quello afferente all’ambito scientifico-matematico e sono distinti da quelli contrassegnati
mediante la sigla “Omonimo L” che invece distingue gli omonimi lessicografici, ossia gli omonimi che
sono entrate distinte nel GDLI” e nelle quali l’accezione del senso matematico appartiene a uno tra questi.

115
suddivisi nella tabella n°4 tra “A.A.>A.M.” in cui rientrano: acuto, affetto, aureo,
banda, binario, cardinale, chiuso, complementare, complesso, composto,
concorrenti, corona, crescente; e “A.M.>A.A.” in cui rientrano: calcolo
(omonimo T 42), asse, curva; A.A.: affine 43, condizione, conservare. (cfr. tabella n.
4).
Generalmente la data della prima attestazione dell’accezione (rilevabile dalla
tabella LCAL) corrisponde al primo significato riportato dal GDLI che nella
maggior parte dei casi si rispecchia anche nell’ordinamento cronologico delle
accezioni contenute nell’articolo. Traendo dalla tabella LCAL si è proceduto al
confronto tra le date di attestazione delle accezioni, da una parte, andando a
ricercare la datazione del primo senso fornito dal GDLI e, dall’altra, confrontando
questo con la rispettiva data di attestazione dell’accezione in campo matematico. A
tal proposito la tabella LCAL (livelli cronologici di attestazione lessicografica tab.
n.1) suddivide i campi “A.A.” (altre accezioni) e “A.M.” (accezioni matematiche).

o Gli omonimi della categoria “Entrate polisemiche: A.A. > A.M.” e “Entrate
polisemiche: A.A.”.
Si può agevolmente leggere per quali termini l’accezione matematica sia
successiva alla prima accezione attestata in “A.A.”:
- acuto: A.A.: av.1294, A.M.: av.1313;
- affetto A.A.: a.1354, A.M.: a.1748;
- aureo A.A. 1374: A.M. XV sec. 44;
- complementare A.A. a. 1797, A.M. XIX sec.
- corona A.A. XIII sec., A.M. 1797
- affine A.A.: a.1743, A.M.: 1970
Tra i termini omonimi appartenenti alle due categorie sopra, alcuni non hanno una
cronologia cui poter risalire per datare l’attestazione dell’accezione del senso in

42
Cfr. la scheda corrispondente del lemma per osservare anche alle relazioni di omonimia all’interno del
dizionario terminografico.
43
Il termine è stato assegnato alla suddetta categoria, in quanto, nel GDLI manca l’accezione scientifica
corrispondente al lemma, invece registrata nel LEI.
44
L’attestazione del termine manca negli etimologici consultati, pertanto si è ritenuto portare
l’attestazione del periodo a cui risale il lavoro del matematico Luca Pacioli. Cfr. I capitolo del presente
lavoro par. 1.2 “ Il discorso scientifico verso l’età moderna”.

116
matematica, l’informazione è assente anche nel GDLI il quale non affianca
citazioni letterarie al senso fornito. Queste sono:
- composto A.A. a.1294: A.M. accezione non attestata. Nel GDLI il contenuto
informativo dell’accezione matematica è in condivisione con il campo della
fisica.
- concorrenti A.A. 1406 : A.M. accezione non attestata (linee concorrenti)
- crescente A.A.: 1292 : A.M. accezione non attestata (funzione crescente)
- chiuso A.A. XIV sec., A.M. accezione non attestata (geom. curva chiusa,
superficie chiusa; mat. insieme chiuso). Per questo termine il GDLI fa comparire
una distinzione tra branche: geometria e matematica all’interno delle quali
definisce i concetti implicati nel termine soltanto per quel che concerne le
polirematiche in cui occorrono. Il GDLI allerta che internamente alla
disciplina scientifica si è in presenza di ulteriore omonimia semantica del
termine. Il DME distingue anche un senso specifico per la disciplina
“Topologia”.
- condizione A.A. a.1294, A.M.: accezione non attestata
- conservare A.A. a. 1304-8, A.M.: accezione non attestata

Per quanto concerne i lemmi cardinale e complesso questi sono definiti nella
misura in cui occorrono all’interno dei lessemi complessi della disciplina.
- cardinale A.A.: le molteplici accezioni del termine concernono specifici saperi
(gramm., geogr., astron.) il cui senso è lessicalizzato per tutti i saperi in
lessemi complessi, A.M. numero cardinale (XIV sec.);
- complesso A.A.: il tratto isolabile è quello della “diversità” degli elementi che
compongono il tutt’uno di un qualcosa a. 1550, A.M.: numero complesso a.1748.
Il GDLI isola un ulteriore tratto semantico soffermandosi sull’ “insieme
composto” gestendo l’informazione in complesso2 in cui la relativa accezione
matematica compare solo in veste di lessema complesso: complesso di rette,
complesso topologico poi definito.
Il termine banda presenta una caratteristica che è emersa dal confronto con
l’informazione etimologica fornita dal DME (1998 [1992]):

117
- banda A.A.: L’etimologia “lato parte” (a. 1300-13) rappresenta il significato
da cui trae il senso l’accezione matematica definita nel GDLI (e che
corrisponde con quella definita nel DME: la banda è la porzione «delimitata» di
uno spazio) 45, A.M.: a.1962 (la data si riferisce alla pubblicazione del volume
del GDLI). Gli etimologici non riportano l’accezione matematica e il senso
definito nel GDLI, non si accompagna a citazioni letterarie mediante le quali poter
risalire alla datazione del senso matematico fornito. Inoltre, è emerso che
l’etimologia riportata dal DME (1998 [1992]): “fascia, striscia” XV sec. dal
franc. ant. benda (cfr. banda4 del GDLI) è analogica con l’accezione del senso
matematico per quanto concerne la resa grafica che il linguaggio della
matematica affianca alla descrizione del significato. L’etimologia fornita dal
DME per il termine banda trova fondamento nella resa grafica del concetto,
riscontrabile anche dalla definizione offerta dal dizionario semasiologico. 46
Le parole omonime passate in rassegna (ad eccezione di binomio che è un
omonimo lessicografico monosemico “ omonimo T”) sono a loro volta polisemiche
e l’accezione matematica non sempre è univocamente attribuibile all’entrata
lessicografica omonima cui il lessicografo ha deciso di far afferire il senso
particolare (cfr. schede banda, complesso).

o Gli omonimi della categoria: “entrate polisemiche: A.M. > A.A.”:


- Calcolo in A.M.: è attestato nell’a.1431, in A.A.: è attestato in campo medico
nel XIV e, difatti, nell’etimologico di Battisti e Alessio gli omonimi sono
distinti. Per quanto concerne il campo “A.A.” il senso del termine ‘valutazione,
previsione’ è metaforico ed è attestato nei secc. XVIII-XIX. Calcolo rientra a
pieno titolo negli omonimi che il dizionario distingue sia in virtù della storia

45
Nel caso di banda (distinto dai suoi omofoni) e benda separati, l’etimologia accomuna i significati
nell’ambito della vita “soldatesca” al ceppo germanico orientale (prov. ant. banda: lato per estensione di
quello di “raggruppamento” sotto uno “stendardo” cfr. DELI banda1) che sembrano essersi specializzati
per vie di continue associazioni soltanto supponibili, in quanto al livello sincronico i significati hanno
soltanto tratti (semi) che fanno pensare a una origine comune. Cfr. Zamboni 1983, p. 71 ss.
46
Sia sulla base del criterio semantico che etimologico vi sono alcune incoerenze da parte del GDLI nel
suddividere le entrate omonime, in quanto l’accezione matematica meriterebbe statuto di lemma a parte
stando ai criteri applicati per la suddivisione non etimologica di banda5 e banda4. Questo aspetto è
approfondito nella scheda lemma corrispondente al lemma banda.

118
etimologica dell’accezione matematica 47 che in virtù del concetto ben puntuale
che si può inoltre leggere più approfonditamente nel DME. Essendo il termine
ampiamente diffuso nel linguaggio generale/comune questo non gode della
medesima consapevolezza sulla distanza semantica che invece esiste per il
termine in medicina.

o Gli omonimi censiti nella categoria “entrate polisemiche > A.M.”:


asse A.A. av.1348 A.M. a.1313
binario A.A. a. 1551: A.M. a 1498
curva A.A. a. 1881, A.M.: a. 1630
I termini binario, asse e curva potrebbero essere considerati alla stregua dei
termini omonimi della categoria “omonimo t”, ossia dei monosemici binomio e
calcolo. Difatti la storia delle accezioni si materializza in un significato generale
che sembra più vicino ad “A.M.” che ad “A.A.” Questa osservazione è riscontrabile
anche dal punto di vista del metalinguaggio utilizzato per la definizione del
significato generale che nel dizionario dell’uso è generalmente dato prima che ci si
addentri a distinguere tra le diverse accezioni. Il GDLI definendo dapprima il
significato generale con termini già concettualmente vicini all’ambito scientifico,
ad es. binario: «Composto di due unità (un numero) […]» (cfr. scheda lemma
corrispondente, sezione: Definizione LC) e, in seguito introducendo la definizione
dell’accezione matematica con una sintassi e un tasso di specialismo più elevati,
accompagna colui che consulta la definizione, con maggiore consapevolezza verso
la comprensione del concetto, che non quando definisce i termini appartenenti alla
categoria “monosemiche > A.M.”.

47
Nel GDLI calcolo2 distingue il significato “Ant.” di ‘pietruzza’. La precedenza storica di lat. calculus
(in quanto < calx < (archaïque) pion de jeu (= calculus) E.M.) rispetto a lat. tardo calculāre è attestata
[DELI, B.A., E.M., LEI], ma ricercando l’attestazione dell’accezione matematica, la precedenza storica
non va al sostantivo che comunque sappiamo derivare dal lat. calculus-ī (cfr. E.M., inoltre, scrivono il
LEI e E.M. i “calculī”: “pietruzze, sassolini”, erano utilizzati per fare i conti, i calcoli) precedente a
calculāre, ma al verbo. Difatti, nella coppia calculo/calculare con significato propriamente matematico, il
sostantivo sembra essere deverbale del lat. tardo calculāre, o altrimenti comunque successivo a questo.
Sebbene le ipotesi di derivazione del significato matematico si dividano tra DELI, B.A. che considerano
calcolare←calcolo←calculus e il LEI che associa forma e significato in càlculo←calculare mediante
retroformazione di calculo sul fr. calcul. Calculus è pietruzza e calcolo è attestato nel 1431.

119
Considerando la contiguità che esiste tra LC e LM si ritiene che per queste
entrate il dizionario semasiologico sia più vicino al dizionario onomasiologico.
Avere questa consapevolezza potrebbe agevolare a una più veloce
disambiguazione del significato scientifico non scartando la prima informazione
pensando erroneamente di ritenere valida e cioè propriamente scientifica soltanto
quella “sub-polisemica”.

 Per un’analisi dei fenomeni semantici concernente l’omonimia e la polisemia si


trasferirà ora l’attenzione entro la prospettiva onomasiologica.
Dal lato della prospettiva onomasiologica si osserverà ora il caso del termine
algebrico preso come campione per riflettere sulle possibilità intrinseche delle relazioni
semantiche concernenti l’omonimia nel lessico italiano della matematica. Confrontando
il lemma negli articoli del GDLI e del DME si osserva che nel primo è data notifica
soltanto dell’uso aggettivale. Nel secondo si specifica che il termine algebrico in
matematica è un aggettivo che funziona relativamente al campo dell’algebra “classica”
e al campo dell’algebra “moderna” (DME 1992 [1998]), ne consegue che l’accezione di
algebrico nelle seguenti lessicalizzazioni espressioni algebriche, calcolo algebrico,
risoluzione algebrica, somma algebrica, equazioni algebriche, numeri algebrici,
struttura algebrica, misura algebrica muta inevitabilmente in relazione al campo di
riferimento. Considerando questo aspetto si potrebbe considerare algebrico come un
omonimo semantico in relazione ai suoi diversi significati, secondo le fasi dell’algebra
prima classica, poi moderna. Nella traduzione della versione italiana del Dictionnaire
des mathématiques élémentaires (1992 [1998]) gli autori precisano che uso “comune” di
algebrico e conoscenza dell’“algebra classica” equivalgano a uso “comune”, dunque
corretto dell’aggettivo (DME, 1992 [1998: 13]), ma tale affermazione non può
generalizzare sugli usi di algebrico nel linguaggio comune. Inoltre, l’uso del termine
occorre come aggettivo in lessicalizzazioni le cui teste semantiche 48 costituiscono
ulteriori impliciti necessariamente da condividere anche per la comprensione di
algebrico nel linguaggio della matematica. Si veda il caso di curva algebrica: «curva la
cui equazione è espressa da un’uguaglianza di polinomi (DME: III, 1, c) nelle
coordinate cartesiane di un punto del piano» o di algebrico come: «ciò che ha a che fare
48
Scalise, Guevara 2006: 3 consultato in versione PDF al seguente indirizzo
http://morbo.lingue.unibo.it/guevara/emiliano-guevara-downloadable-papers.html [11-2010]

120
con una struttura algebrica» (corsivo mio). Secondo tali problematiche il termine
sembrerebbe aperto alla polisemia all’interno del linguaggio della matematica.
Un ulteriore caso di omonimia riscontrabile dal confronto tra gli usi registrati e
registrabili nel linguaggio della matematica e nel linguaggio “comune” concerne le sigle
e le abbreviazioni che sono lemmatizzate nel DME. Queste sono “C.V.D.” che sciolta
designa come volevasi dimostrare, “MCD” massimo comun divisore e “MCM” la cui
forma per interno corrisponde a minimo comune multiplo e l’abbreviazione in simbolo
del “PI GRECO” 𝜋𝜋. Tra le espressioni matematiche citate, l’espressione “come volevasi
dimostrare” è ampiamente diffusa e banalizzata nel linguaggio comune.
All’interno degli articoli del dizionario onomasiologico mancano segnali che
possano aiutare nell’individuazione dei casi di omonimia e di polisemia, eccezion fatta
per quelli adoperati per la distinzione tra branche, ad es. geometria, trigonometria,
algebra, ecc. Pertanto l’apprendente non è guidato in forma esplicita nel riconoscimento
di eventuali usi polisemici, omonimici, sinonimici, peculiari e ‘interni’ al sistema del
lessico matematico.
Ridimensionare la comprensione della terminologia matematica alla luce di un
“condiviso matematico” che sia anche comunicativo e non soltanto linguistico
porterebbe a una rivalutazione sia delle recriminate incapacità individuali del profano,
che delle “stitichezze evocative” che “astrattamente” dalle peculiarità del lessico e
dunque, non sempre a suo giovamento, definiscono nel complesso il carattere della
disciplina.

3.2.1.2. Sinonimia dei termini matematici tra lessicografia e terminografia

Cabré (1992 [1999: 109-10, 142]) identifica diversi livelli attraverso i quali è
possibile osservare la sinonimia nella terminologia. Questi concernono il piano
“linguistico”: «Synonymy can exist between: - a standard form and any formal,
orthographic, or phonological variant; - an abbreviation and its full form; - a term and
its shortened form; - a term and its scientific name; a term and the symbol representing
it. » e “comunicativo”: « synonymy exists between […] equivalent terms in different
languages […] Between designations of different functional languages […] Between
alternative designations in the same historical language».

121
L’impatto che la sinonimia può realizzare in abito terminologico dipende sia
dalle peculiari caratteristiche strutturali dunque funzionali del sistema di lingua speciale,
che dalla prospettiva epistemologica dalla quale si osservano i fatti 49. Assumendo la
prospettiva che voglia considerare la sinonimia come un fenomeno che si muove
nell’uso della lingua è possibile separare (collocandola all’opposto) la sinonimia
«fisiologica» dalla sinonimia «patologica» (Bertaccini 2006: 9; Prandi: 2009),
allorquando la seconda non produca riscontri ‘funzionali’ al sistema. Se nello specifico
di una comunicazione interlinguistica (tra differenti sistemi di lingua) o all’interno dello
stesso (in relazione al ‘gruppo’ di parlanti attraverso i diversi strati del “condiviso”),
prolificazioni di serie sinonimiche sfuggissero al controllo della comunità così come a
quello individuale e ‘consapevole’, accadrebbe che i confini che delimitano la struttura
‘speciale’ o, ‘naturale’ del condiviso, andrebbero ancor più pericolosamente persi.
Spostando il focus verso una prospettiva già interna all’uso speciale si
soffermerà l’attenzione su alcuni termini presi indicativamente ad esempio per riflettere
sulla presenza di sinonimi endocentrici, cioè interni al sistema speciale del lessico
italiano della matematica. Internamente al sistema di lingua speciale si ritrova ad es. la
coppia criterio/condizione sufficiente 50 , mentre per quanto concerne un esempio di
sinonimi esocentrici, la coppia banale/facile. In quest’ultimo caso, “abusando” del
termine “esocentrico” 51 sarà ipotizzato che i termini sinonimi (dunque designanti un
“singolo” concetto: Pustejovsky 2006: 100; Murphy 2006: 376-8), lo siano tra il sistema
naturale e quello speciale.
Il termine banale classificato nella tabella n. 4 come termine appartenente alla
categoria “polisemico: A.A.” è attestato con il senso di ‘convenzionale/insignificante’
(a. 1887), e la sua accezione matematica manca sia dagli etimologici consultati, che dal
GDLI. Il senso matematico definito nel DME (attestazione della versione italiana: a.
1998) corrisponde parafrasando a: “un oggetto banale dunque ‘insolito’”, ad es. una
“metrica banale”. A questo primo livello di informazioni è possibile scorgere sinonimia
all’interno del LM tra i termini banale e insolito.

49
Cfr. Bertaccini 2006, p. 9.
50
Cfr. schede lemmi corrispondenti. Un altro esempio concerne il termine Biiettivo che appartiene alla
categoria dei lemmi non inclusi nel lemmario del GDLI. Il DME annota che questo un tempo era
sinonimo di biunivoco.
51
Prandi 2009: “Nella definizione di un concetto esocentrico, la componente differenziale, interna alla
lingua, è trascurabile, mentre diventa decisiva la stabilità del suo rapporto con una classe di oggetti.”

122
Leggendo l’articolo terminografico si legge che banale è anche sinonimo di
evidente, ad es. la lessicalizzazione: soluzione banale può essere compresa senza alcuna
difficoltà dal profano il quale può tranquillamente attribuire a banale il significato che
riporta il GDLI. A questo livello banale (LM) intrattiene con i sinonimi del paradigma,
ad es. evidente, la medesima relazione semantica che in LC, ma il fatto poi che il
concetto di “evidente” sia anche un ‘implicito’, rimescola le carte della supposta
sinonimia tra i due, facendo cadere l’ipotesi che avrebbe lasciato supporre la “completa”
condivisione dello stesso tratto semantico tra i due sistemi. Il fatto che «[…] una
soluzione banale è evidentemente (0,0,0)» lo spiega. Il fatto che in matematica banale
possa fare riferimento anche a un’idea soggettiva della banalità intrinseca agli strumenti
utilizzati per “trovare il centro conosciuto di una circonferenza”, complica i fatti! Se si
utilizzano riga e compasso l’esercizio diviene banale che a sua volta è, in condivisione
con LC, sinonimo di facile. Il termine banale diviene dunque strutturalmente polisemico
rispetto al LC quando il suo senso per essere condiviso presuppone la conoscenza di
quali ‘soluzioni’ considerare banali. A sua volta e all’interno delle proprie opposizioni,
banale è polisemico rispetto ai sensi di soluzione banale e, oggetto banale (cfr. scheda
lemma corrispondente).
Casi come questo dimostrano nuovamente quanto sia fitta la contiguità tra i due
lessici e quanto i dati sulle relazioni semantiche possano tornare utili alla
consapevolezza del profano.

3.3. Orizzontalità e verticalità nelle relazioni semantiche di omonimia, polisemia,


sinonimia

Considerando “termini” e “parole” in quanto ‘lemmi’ Cabré (1992 [1999: 108 ss.])
ha scritto: «what in lexicography is considered polysemy, in terminology becomes
homonymy» (ibid., pp. 108-9). Prandi (2009) riferendosi alle relazioni di sinonimia
osservabili in una serie di lessemi, scrive che: «Sul piano strutturale, la sinonimia è
interessante perché introduce isole endocentriche nelle serie aperte dei termini
esocentrici». Il fenomeno è osservabile ad es. nel linguaggio della medicina, in cui
iperteso possiede come sinonimo non tecnico il lessema complesso pressione alta
(Cortellazzo: 1994, p. 33). In riferimento al linguaggio naturale la lessicalizzazione

123
pressione alta si potrebbe dire polisemica, in riferimento al linguaggio della medicina,
invece, omonimica nel senso prospettato da Cabré (1999) o ancora elemento di una
«classe aperta» (Prandi: 2009).
I rapporti di omonimia, polisemia e sinonimia nel lessico generale e nel lessico
della matematica possono essere descritti sia dal lato di una prospettiva “orizzontale”,
cioè guardando al rapporto e alla qualità delle relazioni tra i due lessici, che dal lato di
una prospettiva “verticale” ossia guardando alle specificità individuali di ciascun lessico
analizzandolo secondo i rapporti e le relazioni che gli sono peculiari.
Secondo una prospettiva di analisi orizzontale le parole/termini o la coppia di
parole/termini sono esplorate nelle relazioni semantiche astraendo dalle singole strutture
del lessico comune (LC) e/o del lessico della matematica (LM) e poste sul piano del
confronto tra sistemi. Lo si è visto nel caso della coppia di parole banale e facile,
sinonimi per quanto concerne il tratto semantico che le coinvolge al livello dello
‘strumento’ utilizzato per risolvere, cito dal DME (1992 [1998]): «il problema
consistente nel trovare il centro sconosciuto di una circonferenza assegnata […] se si
usano la riga e il compasso». La sinonimia secondo una prospettiva “verticale” ha però
realizzato diverse opposizioni all’interno dei singoli campi lessicali: banale/facile in
LM, nello specifico della lessicalizzazione soluzioni banali = facili, non è “sinonimo” di
banale/facile in LC.
Ugualmente è possibile prospettare sia per l’omonimia sia per la polisemia una
trattazione delle relazioni semantiche entro descrizioni rispettivamente sia orizzontali,
che verticali. Sul piano dell’orizzontalità un omonimo è tale in entrambi i linguaggi
poiché è possibile riconoscerlo dal punto di vista della ricostruzione etimologica e/o
semantica. Sul piano della verticalità è tale in LM quando distingue tra le diverse
branche distinti significati.
Per quanto concerne le relazioni di polisemia entro una prospettiva di analisi
orizzontale, il termine banale in quanto segno linguistico è polisemico rispetto ai diversi
‘significati’ che la parola può assumere in quanto ‘termine’ o ‘parola’, mentre entro una
prospettiva verticale dal lato del LM realizzerà diversi sensi specifici (ad esempio
relativamente ad una branca) che potranno in parte analogicamente aderire a quelli del
LC, o non aderirvi affatto, mentre per quanto concerne il linguaggio comune vi sarà
altrettanta molteplicità di ‘sensi’, probabilmente connotati da una maggiore ricchezza in

124
relazione ai diversi elementi che caratterizzano la comunicazione del linguaggio
generale: registri, stili, ecc.

3.4. Lessico italiano della matematica e meccanismi di formazione delle parole

I processi di formazione delle parole rappresentano per il lessico di una lingua una
tra le principali fonti di arricchimento 52 e, per i lessici scientifici in particolare, anche e
soprattutto un meccanismo di “sistematizzazione” e “regolarizzazione” 53, sia per ciò che
contraddistingue lo statuto che è specifico di ciascuna disciplina, sia per quanto
concerne lo specifico bagaglio terminologico. Nell’attuazione dei meccanismi di
formazione e di modifica i primi due aspetti si accompagnano a due criteri: quello della
“trasparenza” e dell’“economia” che, in ambito di comunicazione interlinguistica e in
particolare in materia d’internazionalizzazione delle terminologie rivestono un ruolo
fondamentale. “Sistematizzazione” e “universalità” dei lessici scientifici si
accompagnano necessariamente a considerazioni sulla natura del linguaggio particolare
di cui si sta parlando. A tal proposito Nencioni (1987: 10) scrive soffermandosi sul
lessico tecnologico: «il lessico tecnologico ha sostituito o va sostituendo il vecchio
lessico artigianale, profondamente connesso alla lingua comune, largamente metaforico
e rappresentativo di una cultura ambientalmente connotata, quindi privo di sistematicità
e di estensione». Considerazioni di questo tipo difatti si affiancano a quanto esposto nel
I capitolo del presente lavoro e spingono a riflettere sulle possibilità intrinseche che una
terminologia scientifica possiede rispetto al concetto di “universalità” del proprio
linguaggio 54 . Si concentrerà ora l’attenzione sulle possibilità di «sistematicità e di
estensione» nella misura in cui sono rilevabili nel lessico italiano della matematica 55.
Dardano (2004: 575) ha osservato che le terminologie tecnico-scientifiche
«costituiscono il campo di un intenso uso della formazione delle parole». La matematica
che rispetto alle sue colleghe 56, altrettanto appartiene alle scienze cosiddette “dure”, ha

52
Cfr. Aprile 2005: 69 ss.
53
Cfr. Giovanardi 2004: 580; Biagi:1974, p. 101
54
Carattere su cui si è discusso nel cap. II del presente lavoro.
55
Sulle “influenze” tra meccanismi di formazione delle parole e processi di crescita delle scienze, si veda
per il linguaggio della medicina: Sconocchia 1999 [2001]; ancora Vallini 1999 [2001].
56
Nel manuale di Grossmann-Rainer (2004: 573-96) ad esempio, sono prese in esame le terminologie
della chimica, della medicina, della botanica e zoologia, ma manca una sezione che approfondisca il
discorso sulla formazione delle parole in matematica.

125
costruito i riferimenti per quelle parole che sono di uso anche comune ricorrendo a
processi di risemantizzazione (Dardano 2004: 575), perciò: «limitando la pratica di
formazione delle parole» 57 . Secondo tali osservazioni il carattere di «riconoscibilità
scientifica» (Dardano: 2004, p. 577) della terminologia non scaturisce principalmente
dalle possibilità di operare modifiche di natura strettamente morfologica.
58
Contestualmente ai dati raccolti nella sezione “morfologia” si è proceduto
all’elaborazione di due tabelle: “Affissazione: La derivazione, l’alterazione, lettere “A-
B-C” (tab. n. 2) e “Composizione, lettere “A-B-C” (tab. n. 3) al fine di sistematizzare
considerazioni che si aprissero alla produttività dei meccanismi di formazione delle
parole in seno al lessico italiano della matematica. L’obiettivo principale dell’analisi
consisterà nell’appurare in che misura la morfologia inventariata potrà spiegarsi in
termini di scelta ‘naturalizzante’, cioè rispondente a strategie di necessità che interne
alla disciplina muovono da precise esigenze concernenti la sua peculiare natura 59 ,
oppure, come il risultato di una deriva di mutamenti coerenti 60.
Rispetto al primo punto dal riscontro con i dati registrati dalla letteratura
sull’argomento (principalmente Grossman: 2004) emerge che la semantica degli
elementi dei formati, le stesse basi o la dinamica dei processi formativi messi in atto,
talvolta sono riconoscibili coincidendo “intuitivamente” con quelli maggiormente
diffusi nel linguaggio comune, ma talvolta vanno riappresi all’interno di un sistema di
concettualizzazioni “speciali”. Ad esempio nello specifico del linguaggio della
medicina vi sono casi per cui il contenuto semantico di alcuni suffissi medici, per

57
Dardano: 2004. Lo stesso autore cita a tal proposito Del Bello et al. (1994), “Appunti sull’attuale
terminologia delle scienze fisiche”, in Adamo, G. (a cura di), 13-31.
58
Il criterio morfologico rappresenta uno dei criteri selezionati per raccogliere le informazioni legate a
ciascun lemma del corpus. Ogni scheda del corpus comprende le seguenti sezioni: Categoria
grammaticale; Morfologia; Etimologia (etimo prossimo/remoto); Definizione; Implicazioni
sociolinguistiche; Proverbi; Osservazioni. Il corpus dei dati si compone di 122 schede corrispondenti alle
122 parole tratte dal lemmario allestito da Stella Baruk nel Dictionnnaire de mathématiques élémentaires
(1992) – siglato “DME” – nella sua versione tradotta in lingua italiana (Speranza, Grugnetti: 1998).
59
Estendendo le considerazioni anche ad altri linguaggi, quello della chimica ad esempio, presenta un
carattere di evidente omologia morfologica con la “sostanza” stessa che la scienza rappresenta. L’uso dei
suffissi riveste infatti una funzione ‘classifficatoria’ (Giovanardi: 2004). Giovanardi (ibid., p. 581)
registra la rideterminazione dei suffissi -oso e -ico che esprimono l’opposizione tra “valenza minore” e
“valenza superiore”, ad esempio nel processo di ossidazione; si veda anche Cortellazzo 1994: 15 ss.
60
È il caso per esempio di alcuni suffissi avverbiali che escono in -mente e che non sono indigeni in
Sardegna, Italia meridionale e Romanìa (Varvaro 2001: 156). A proposito di tali incongruenze Rainer
(2004: 495 ss.), in particolare riferendosi a casi di retroformazione, parla di «devianze». Il “distacco” può,
infatti, emergere non soltanto da incongruenze etimologiche, ma anche in sincronia, in questo caso poi
evincibile soltanto se si ha una buona conoscenza delle regole di formazione delle parole, in relazione ad
esempio alla semantica degli affissi, alle regole specifiche sulle proprietà combinatorie, etc.

126
esempio: -ite, -osi, -oma, dà luogo in realtà a elementi della composizione. In questi casi
lo status di elemento del composto o della derivazione dipende dal fatto di essere ‘tale’
esclusivamente all’interno del linguaggio speciale in oggetto 61. Dardano (2004: 580),
difatti, pone tra le virgolette l’avverbio «regolarmente» quando si riferisce alla
produzione di tali derivati. Determinati suffissi non garantiscono poi una predicibilità
del significato, in particolare quando generano significati concorrenti sia all’interno
della stessa disciplina (ad es. acefalia “assenza di sangue” vs anemia “diminuzione
carenza”) che nei confronti delle altre scienze (nel caso dei suffissi -ite e -oma) 62. Un
esempio di morfologia “sincronica” tradita da un’analisi effettuata in diacronia si
riscontra nel derivato matematico «alterato apparente» 63 : calcolaccio (a. 1647) dal cui
suffisso (valutato dal parlante comune come “dispregiativo”) ci si aspetterebbe altro
significato che non quello di: ‘conto fatto per approssimazione’ 64 (cfr. LEI pp. 1222-
23).
Rispetto al secondo punto sopra prospettato la problematica presentata si
complessifica se si considerano quelle parole che, scrive Benedetti (2003: 216),
nonostante «motivate sul piano sincronologico, possono essersi costituite su imitazione
di modelli alloglotti, che un’analisi sincronologica endolinguistica non consente di
riconoscere» 65 . A tal proposito, infatti: «[…] la questione riguarda precisamente
l’etimologia, e non può essere risolta nell’ambito della morfologia dell’italiano» (ibid.).
Si veda ad esempio il caso dei derivati ‘apparenti’ (it. cartesiano, a.1710 < fr.
cartésien a.1665; it. cilindrico XVIII sec. < fr. cylindrique a.1596) o infine dei composti
‘apparenti’ (it. coefficiente 1712 sec. > fr. coefficient a. 1962). Analogamente il caso dei
derivati dell’it. centro (che sono un insieme di prestiti dal francese e dall’inglese), o
ancora dei termini algoritmo, algebra, cifra, ecc. cristallizzati in forme ‘assolutamente’
scientifiche e adattamenti latinizzati dall’arabo.
Sulla scia dei casi dalla succitata “trasparenza” morfologica, alcuni esempi sono
evidenziati da Serianni (2004:586) e tratti dal linguaggio della medicina:

61
Cfr. Migliorini 1963 li ridefinisce quasi suffissi «quasi prefissi».
62
Cfr. Serianni 2004: 586 ss.
63
Cfr. Merlini Barbaresi 2004: 266.
64
Anche il concetto di “approssimazione” costituisce un implicito nel linguaggio della matematica.
65
Benedetti (2003) cita tra gli esempi l’it. genocidio che all’apparenza si allineerebbe alla serie omicidio,
uxoricidio, ecc., e che invece trattasi probabilmente di un adattamento dell’ingl. genocide (ibid., p. 218).

127
«In base alle sostanze circolanti nel sangue in condizioni normali o patologiche, avremo ad
esempio termini in cui la base indica composti organici (albuminemia, alcolemia […], un
elemento, un metallo […] arseniemia, calcemia, […], un microorganismo (batteriemia, […] Sta
a sé volemia “volume ematico totale”, tratto dal lat. volumen.»

Benedetti (2003: 218) scrive:

«Il rapporto tra etimologia dei vocaboli motivati è in stretta relazione con la morfologia
derivativa. I confini tra le due aree non sono facili da tracciare, ma in linea generale si può
affermare che alla morfologia pertiene lo studio di schemi e regolarità, di invarianti morfologiche
che individuano classi di parole (relativamente) omogenee, all’etimologia interna pertiene invece
l’indagine delle peculiarità dei singoli vocaboli. In altri termini, la morfologia derivativa
sincronica si muove sui binari della classificazione tassonomica, l’etimologia su quelli
dell’analisi storico-diacronica»

66
Il riferimento a proprietà quali “regolarità” e “trasparenza” in relazione a
determinati comportamenti di natura morfologica merita, anche se in forma di accenno,
un ulteriore vaglio alla luce dei diversi comportamenti adottati nella storia del procedere
etimologico e che ha visto lo schierarsi di due diversi atteggiamenti, da un lato di
matrice indoeuropeista e dall’altro, romanista e germanista. Sintetizzando e
semplificando, Benedetti (2003: 245) rileva dal confronto tra i due “atteggiamenti” e in
favore del secondo, una: a) rivendicazione dell’aspetto semantico rispetto a quello
fonologico; b) il risvegliato interesse per certi tipi di mutamento, quali: «incroci,
fonosimbolismo, onomatopee etc.» e, c) lo spostamento dell’interesse in direzione della
storia (piuttosto che dell’origine) delle parole 67 . Sulla scia del cambiamento di
impostazione Benedetti (2003: 252):

66
Sebbene il senso delle virgolette emerga qui provocatorio, è in linea con Benedetti (ibid. 216 ss.) la
quale appellandosi a un lavoro di Alinei (1994) scrive che all’etimologia che si occupa della
“discontinuità” viene tendenzialmente attribuito un carattere di “opacità” che si riscontra sul piano
semantico, a differenza delle informazioni che è possibile recuperare con la morfologia, ma la questione
(in piena fiducia nei riguardi dell’etimologia) sfocia in argomentazioni che presentano le diversità tra la
metodologia comparatista e quella romanistica, che in questa sede, è il caso solo di nominare. Ad ogni
modo sembra che questioni del genere gravitino intorno a problematiche di ‘accettazione’ del metodo
etimologico e di ridefinizione dei concetti quali “opacità” e “trasparenza”, non soltanto validi in un tempo
sincronico, ma evidentemente anche in un tempo che è diacronico, secondo i metodi e le procedure di ciò
che “è” il “vero” nella pratica etimologica. Cfr. anche Vallini 1992 [1994: 97-125]; Malkiel 1970: 67-98.
67
A tal proposito si veda anche Vallini:1980.

128
«La questione dell’origine […] viene posta in secondo piano rispetto allo studio delle […]
evoluzioni formali e soprattutto semantiche […] la “storia delle parole” […] spazia entro i limiti
cronologici imposti dalla documentazione conosciuta, […] secondo un percorso “discendente”
(da fasi più antiche a fasi più recenti) e pone attenzione fondamentalmente al significato e alle
sue evoluzioni (come indizio di mutamenti della mentalità, del costume, della cultura).»

In questo ambito la «motivazione» storica o etimologica (cfr. Benedetti 2003: 216)


legata a un vocabolo è quella dell’origine o della creazione di questo, lo scopo
dell’«istanza etimologica» scrive Vallini (1992 [1994: 104-5]) è quello di coincidere
con «la pretesa […] di accesso alla motivazione della parola, e che gli etimi non siano
altro che i “mondi possibili” scaturenti dall’interpretazione», poco prima la stessa ha
percepito nel segno linguistico di De Saussure: il «mondo attuale» e identificato nei
«mondi possibili» il «valore descrittivo» della parola, «necessariamente […] fuori del
sistema» (ibid., p. 103).
All’atto degli inevitabili mutamenti però il vocabolo può cristallizzarsi in forme
diverse o perdere la motivazione iniziale o “originaria”, pertanto il suo recupero può
risultare in alcuni casi inutile o «secondario» 68 , in particolare rispetto alla nuova
motivazione 69 del nuovo elemento. A tal proposito Vallini (ibid., p. 105) scrive del
«mondo etimologico» e del «mondo concreto»:

«Se la regola generale del mondo etimologico è che la parola sia motivata, ne consegue che il
mondo concreto, (quello appunto dell’esperienza) appare il momento originario, il “pretesto” per
la prima risposta all’istanza interpretativa […]».

68
Ciascun linguista può spingersi a un certo livello di «profondità cronologica» per scovare informazioni
su forma o significato di un lessico in particolare, scrive Benedetti (2003: 225, 228). Non sempre però il
criterio della «profondità cronologica» corrisponde a verità su forma e/o significato dell’elemento che si
sta indagando. Un dato elemento indigeno cui si è risaliti può possedere una profondità che non
necessariamente equivale alla realtà del suo derivato, inoltre scrive Benedetti è essenziale tener presente
che il latino documentario “volgare” o “preromanzo” non può essere identificato con certezza come il
corrispondente diretto del materiale romanzo che si sta confrontando (ibid., p. 228). Varvaro (2001: 193)
scrive: «Né la documentazione diretta di singoli fenomeni né la comparazione ci permettono di scrivere
una soddisfacente storia linguistica dei tre secoli tra il 500 e l’800 dopo Cristo».
69
Questa è definita da Benedetti (2003: 215) “motivazione virtuale” che in linea con Gusmani (1984), ne
definisce il riconoscimento in connessione a una forte componente soggettiva. Cfr. anche Vallini [1994:
104-5]. Ancora Aprile (2005: 18-22) parla di «rimotivazione secondaria» nei casi di etimologia popolare.
In questi casi, infatti, cita esempi di parole «morte», in particolare nei settori dell’antroponomastica e
della toponomastica (è il caso ad es. dell’incrocio posìa (base greca) con l’it. poesia (attualmente in uso
per designare una grotta marina nel Salento), in cui l’esistenza di parole non motivate rende oscura la
comprensione del significato “originario”. A tal proposito si veda anche Baldinger: 1986.

129
Quali elementi debbano essere considerati “veri” rispetto all’«istanza interpretativa»
sembra difficile da stabilire.
La motivazione “originaria” del lat. calculus (in quanto: < calx < (archaïque) pion de
jeu = calculus (cfr. E.M.) rispetto al lat. tardo calculāre è senza dubbi attestata (cfr.
DELI, B.A., E.M., LEI), ma nella ricerca dell’attestazione dell’accezione matematica, la
precedenza storica non va al sostantivo che comunque sappiamo derivare dal lat.
calculus-ī precedente a calculāre (cfr. E.M., inoltre, scrivono il LEI e E.M., i “calculī”:
“pietruzze, sassolini”, erano utilizzati per fare i conti, i calcoli), ma al verbo. Ecco
dunque le “motivazioni” dividersi, poiché spingono a interpretare un significato rispetto
a una forma che è evinta per esigenze semantiche 70 , per un certo verso il lavoro
etimologico sembrerebbe concluso, avendo oramai distinto «tra eredità e innovazione»
(cfr. Benedetti 2003: 219). Difatti, nella coppia calculo/calculare il sostantivo con
significato propriamente matematico sembra essere deverbale del lat. tardo calculāre (la
cui accezione matematica è attestata nell’anno 1339, rispetto al suo derivato calculo con
accezione matematica attestata soltanto nel sec. XV) o altrimenti comunque successivo
a questo. È bene però documentare che le ipotesi di ricostruzione, o di “riformulazioni
possibili” 71 sulla derivazione del “significato” matematico si spartono tra le opinioni
degli etimologici consultati. Il DELI e il Battisti-Alessio (B.A.) considerano:
calcolare←calcolo←calculus, mentre il LEI associa forma e significato in
càlculo←calculare mediante retroformazione del sost. fior.a. chàlcholi (a.1431) sul fr.
calcul (a.1484), datando fior.a. calculare (a. 1339).
Altri i casi in cui ad esempio da un’analisi in “profondità” si può trarre poco o nulla
sulla semantica che in diacronia possa convincere di quella attuale, si veda ad esempio
una bella parola come considerare composto parasintetico dal lat. considerāre, il cui
significato attuale già non più legato a sīdus – genit. di sīderis «astro, costellazione»
esprime l’impossibilità di rintracciare i tratti che sono inclusi nella parola ellittica
matematica: "si ammetta", "si convenga" 72.
Il recupero etimologico e in particolare il recupero degli aspetti semantici confida
nei meccanismi d’interpretazione o di «riformulazione» del segno traendo coraggio

70
Si tratterebbe di cambiamento semasiologico, in quanto estensione del significato. Cfr. Zamboni: 65.
Questi scrive ad esempio di fr. jument termine per giumenta, cavalla < lat. iūmentu(m) ‘bestia da soma’.
71
Per l’accezione del termine si rimanda a Vallini 1992 [1994] in particolare, pp. 100-1e ss.
72
È possibile leggere la scheda del lemma corrispondente nel corpus (Tomo II).

130
dalla consapevolezza che considererà il recupero etimologico della realtà in osmosi con
il suo essere, e cioè, il suo essere «esso stesso» realtà:

«[…] recuperare il senso profondo dell’origine della parola “dal discorso”, ed additare
nell’etimologia (non importa se degli etimologi o del popolo) il risultato di un processo
interpretativo che più che ricostruire “riproduce” l’origine. L’etimologia si manifesta,
infatti, come “riformulazione”, rapporto fra due espressioni, l’una sinteticamente
designativa, la parola, l’altra contenente, in modo analitico, una qualche descrizione di un
qualche aspetto del mondo, ritenuto pertinente in qualche momento ed in qualche luogo. In
questa prospettiva essa è non solo “ponte” arditamente gettato fra la parola e la realtà, ma
intrinsecamente essa stessa “discorso”[…]» 73

In tal modo le interpretazioni del significato “trascendendo” dagli aspetti puramente


formali «si adeguano» (Zamboni 1983: 65) al movimento etimologico “esso stesso”,
alla cui luce si ridimensiona il concetto di opacità semantica e trasparenza formale 74. In
questa prospettiva le parole di Zamboni (1983: 65) sembrano sostenere e motivare
l’idea di fondo che spinge verso l’approfondimento degli aspetti semantici 75:

«Il cambio semantico illumina le forze iconiche e indiziali del cambio linguistico in genere,
e accentua l’importanza delle condizioni culturali e sociali e ne scopre i fattori psicologici»

Aver accettato tale cambio di focus ha apportato al settore della semantica


diacronica una notevole crescita delle impostazioni teoriche al riguardo 76, cambio che
va ineluttabilmente inquadrato entro l’ipotesi teorica dei «mondi possibili» (Vallini
1992 [1994: 97-125]) che riguardo al procedere etimologico in generale, spiega che
soltanto mediante ‘accettazione’ delle concettualizzazioni retrostanti all’etichetta

73
Vallini 1992 [1994: 100].
74
Cffr. Benedetti 2003: 254.
75
Cfr. Zamboni 1976, pp. 66 ss. Questi sintetizza le impostazioni teoriche del cambiamento che ha
accompagnato una parte del settore degli studi etimologici verso una nuova ‘cultura’ del cambiamento
linguistico. Le prime generalizzazioni metodologiche avvengono nel settore della semantica storica,
l’interesse per gli aspetti diacronici delle parole si accompagna a percorsi di studio «discendente»
(Benedetti 2003: 251-52), al suddetto approccio si agganciano specifici settori d’indagine come ad
esempio la semasiologia e l’onomasiologia, «sottosettori» della ricerca etimologica (Zamboni 1983,
p.64); si veda anche il contributo di Grossman (1988) per quanto riguarda la semantica diacronica oggetto
della teoria di Coseriu, il quale soffermandosi sullo sviluppo storico delle strutture lessicali di contenuto,
distingue «tra cambiamento lessicale non funzionale, semasiologico o onomasiologico chiamato
sostituzione e, cambiamento lessicale funzionale, cioè cambiamento lessicale propriamente detto,
chiamato modificazione» (ibid., pp. 32-3).
76
Cfr. Stekauer 2006: 34-37; Geeraerts 2006: 37-40.

131
«mondi etimologici», tale procedere per ricostruzioni di senso e forma trova la sua
ragione di esistere:

«Eppure è oggi ben presente agli studiosi più avvertiti che le agnizioni culturali pretese in base ai
dati linguistici possono essere riconosciute come “realistiche”, solo dando a questo termine un
senso molto particolare. […] le leggi fonetiche, le convinzioni sulla morfologia, sulla struttura
della parola e sulla sua intrinseca significatività, le idee sulla preistoria etc. […] “convinzioni”
[…] ma “al di là” […] il loro valore non è assoluto, il “vero” che esse costruiscono è solo una
possibilità. […] Questa consapevolezza non è così diffusa tra i linguisti, neppure oggi che la tesi
di base dello strutturalismo saussuriano (i termini hanno valore solo dentro il loro sistema)
sembra ultranota ed accettata.»

La consapevolezza dei discrimini coinvolti in questioni di morfologia derivativa e di


“storia” delle parole ha supportato la costruzione e guidato la metodologia per la
compilazione di diverse tipologie di tavole sinottiche accolte nel capitolo IV del
presente lavoro.
a. Secondo una prospettiva di interesse primariamente diacronico (si veda la tabella
n.1):

1. “Livelli cronologici di attestazione lessicografica” 77 (siglato: LCAL)


2. “Stratificazione diacronica del lessico italiano della matematica”

b. In prospettiva sincronologica ed endolinguistica:

3. “Affissazione: la derivazione, l’alterazione”


4. “Composizione”

77
I dati contenuti nella tabella “Livelli cronologici di attestazione lessicografica” sono già stati in parte
elaborati durante la prima parte del presente capitolo in relazione alla trattazione sulle relazioni
semantiche delle accezioni del lessico generale e del lessico matematico. Il punto a.2. (v. sopra)
rappresenta invece l’aspetto sul quale ci si soffermerà nel corso di questa parte si veda il § 3.5.

132
3.5. Lessico italiano della matematica: stratificazione in diacronia

La distribuzione dei dati etimologici raccolti nella tabella “LCAL” poggia


principalmente su due criteri entro i quali è possibile riconoscere, nell’ambito degli
apporti esogeni alla storia del lessico italiano della matematica, il “debito” di questo
verso il latino e/o verso altre lingue diverse dal latino 78:

a) I lessemi del « “romanzo comune” » 79 ereditati dal medesimo fondo


indigeno da fasi linguistiche precedenti sono suddivisi in trafila ereditaria,
cioè parole di origine “patrimoniale” 80, e “prestiti colti”, ossia latinismi e/o
grecismi;
b) I lessemi che sono prestiti (non adattati o quasi e, adattati) e/o calchi 81 entrati
nell’«asse genealogico» mediante apporto esogeno da lingue diverse dal
latino sono accompagnati dal relativo modello straniero con data di
attestazione che è “più o meno remota” 82 nel caso in cui si tratti di «latinismi
esogeni»83, ad es. quelli di origine greca.

Tale discrimine registra De Mauro (2005: 127 ss.) si apre alla complessità dei
rapporti che dati tempo e spazio interrelati sono soltanto ‘idealmente’ sintetizzabili nelle
etichette sopra. De Mauro (2005) misura più dettagliatamente l’apporto dell’eredità
latina riconoscendo una ricca varietà d’aspetti in funzione alle diverse “tipologie” di
immissione degli elementi di origine latina nel lessico italiano 84 :

«latino antico scritto o “classico”, il latino per eccellenza; latino antico e tardo ricostruito,
asteriscato, in quanto non documentato nelle scritture, ma postulato come vivo nel parlato; latino
tardo ed ecclesiastico scritto, filtro fonologico della refluenza di quasi tutti i grecismi in italiano;

78
Cfr. De Mauro 2005: 129.
79
Ibid. p. 131.
80
Cfr. Varvaro 2001: 153; De Mauro 2005: 127 il quale cita Migliorini come autore dell’accezione
“patrimoniale”.
81
A tal proposito si vedano Bertoni: 1980; Zolli: 1976; De Mauro, Mancini: 2001.
82
Cfr. Benedetti: 2003, 217, 226.
83
Cfr. De Mauro 2005: 135. Si veda anche Benedetti (2003: 225) che scrive: « […], è evidente che una
volta entrata in una lingua come prestito, una parola, da quel momento in poi, può condividere le sorti del
lessico indigeno per poi diventare, nelle fasi linguistiche successive, parola ereditaria».
84
Nella sua trattazione include anche una stratificazione diacronica dei grecismi nel lessico italiano. Ibid.
p. 138.

133
latino medievale scritto, in parte interagente (presumibilmente) con la tradizione volgare parlata;
latino moderno (col medioevale, luogo storico del formarsi e affermarsi di tanti di quegli
“europeismi” lessicali […]; infine latino scientifico in uso internazionalmente nelle tassonomie
botaniche e zoologiche» (De Mauro: 2005, p. 129).

Nello specifico della tabella LCAL è possibile evincere sia l’etimo prossimo ad es.
quello latino del lessema che quello remoto tratto dal dizionario di Ernout e Meillet, il
quale informa ad es. sull’“attestazione” in indoeuropeo del lessema di origine latina o
registra per esempio la presenza di calchi semantici o prestiti dal greco, non sempre
trasparenti in quanto talvolta passati alle lingue romanze come «parte integrante» del
patrimonio latino (Varvaro: 2001, p.157). È importante puntualizzare che i dati
concernenti le influenze provenienti dagli strati del latino (lessemi dal latino classico,
dal latino cristiano ed ecclesiastico, dal latino tardo, dal latino medioevale, lessemi
“ricostruiti” 85), non sono stati sistematizzati in dati percentuali, ma rimessi alla lettura di
ogni singolo lemma nello specifico delle sezioni “Prestiti colti” e “Prestiti e/o calchi”
accolte in formato schematico nel IV capitolo nella tabella LCAL. Per quanto concerne
la diacronia delle periodizzazioni che si palesa nella cronologia della prima attestazione
De Mauro (2005: 128) sostiene che questa sia “sempre problematica” 86, così come nella
semantica “anch’essa in genere non esente da dubbi”.
Saranno invece conteggiati in percentuale gli elementi estratti dalla tabella LCAL
secondo i due criteri sopra descritti (a-b), ma è importante sottolineare quanto tale
suddivisione possa essere messa in discussione alla luce delle rimanipolazioni da parte
del latino (e poi dell’italiano nel caso di alcuni derivati) del materiale di provenienza dai
plurimi strati precedenti. I lessemi censiti sono 122, le percentuali corrispondenti alle
categorie sotto sono:

 Lessemi di ‘origine’ latina: in totale sono 118 (poiché dal totale si sono stati sottratti
i 4 arabismi censiti sebbene latinizzati e, tre dei quali entrati nel lessico come voci
dotte) e in percentuale corrispondono al 96,72% dei lemmi censiti.

85
De Mauro (2005: 132) li definisce “romanzismi”.
86
La data di prima attestazione consente di ricondurre il lemma a una fase diacronica determinata, nella
misura in cui questo sia stato riconosciuto nell’uso, dunque come scrive Varvaro (2001: 186): “Queste
datazioni sono sempre, per definizione, posteriori alla data in cui si è cominciato ad usare la parola” Cfr.
anche De Mauro 2005: 121.

134
- Parole “patrimoniali”: acuto, altezza, ampiezza, aperto, arco, arrotondare,
arrotondato (rotondo), banale, banda, binomio, cerchio, chiuso, componente,
comporre, concorrente, confrontare, confrontabile, contro, coppia, corda,
crescente. In totale sono 21.

- Prestiti “colti”. Il totale di questi lessemi corrisponde a 89. Sono esclusi dal
conteggio tre composti non attestati dagli etimologici consultati:
87
antisimmetrico, controesempio, circocentro e un prestito dall’inglese:
biquadratico.
Questi sono: addizione, adiacente, affetto, affine, affinità, algebra, algebrico,
algoritmo, allineamento (allineato), alterno, ambiguità, ambiguo, analisi,
analitico, angolo, apotema, approssimazione (approssimato), applicazione,
area, aritmetica, ascissa, asse, assioma, assiomatico, associatività, assoluto,
assorbente, assurdo, aureo, baricentro, base, binario, binomio, bisettrice,
calcolare, calcolatore, calcolatrice, calcolo, cardinale, centro, cifra, cilindrico,
cilindro, circolo, circonferenza, circoscritto, circoscrivere, coefficiente,
commensurabile, commutativo, commutatività, compatibile, complementare,
complesso, composizione, composto, concentrico, condizione, configurazione,
congettura, congruente, congruenza, cono, consecutivo, conservare,
considerare, contraddittorio, contraddizione, contrario, conversione, convertire,
convesso, coordinate, corollario, corona, corrispondente, corrispondenza,
coseno, costruibili, costruire, costruzione, criterio, cubo, curva, decrescente,
incommensurabile, incompatibile.

 Lessemi di origine non latina (sebbene successivamente integrati): 4 arabismi; Gli


influssi arabi dal mediterraneo orientale si registrano in particolare nel basso
medioevo e rappresentano il 3,28% del totale dei lemmi censiti.
- Arabismi: algebra (1606) < lat. medioev. 1202< dall’ar. al-ğabr (IX); it. algoritmo
< lat. medioev. algorismo fine XII sec. < gr. arithmós ‘numero’, dal soprannome del
matematico arabo al-Huwārizmī nativo di Hwarizm regione dell'Asia; cifra XVI
‘segno dei numeri’(cfr. I capitolo §) < lat. medioev zifra ‘zero’ XII sec. < ar. ṣifr
87
Difatti termini appartenenti alla categoria: “Entrate monosemiche sezione > A.M.” cfr in questo
capitolo il § 3.2.1.

135
‘vuoto’; coseno< lat. sc. cosimus, compendio di sinus complementi [= seno del
complemento] (co[mplēmentī] sinus) < sinus, calco dall’ar. ǧaib ‘apertura di un
abito, tasca’ e anche ‘seno’, dal sanscr. jīva «corda».

All’interno di questa categoria è stata fatta ulteriore distinzione (ma non distinti nel
conteggio percentuale) tra:
- Latinismi di origine greca 88 : analisi, analitico, analogia, aritmetica, assioma,
assiomatico, base, centro, cilindro, cilindrico, cono, corda, corona, criterio, cubo.
- Grecismi (senza attestazione latina classica o tarda): apotema < Gr. tardo apóthema
‘abassamento’, da apotíthēmi ‘io abbasso’, comp. di apó ‘da’ e títhēmi ‘io pongo’.

 “Contatti” tra lingue:

Per quei termini che dalla consultazione dei dizionari utilizzati per la compilazione
del corpus è emerso che hanno attestazioni precedenti in una lingua straniera, che sono
prestiti o al contrario italianismi per una determinata lingua, si è andato a guardare nel
particolare delle attestazioni del senso matematico. Ne consegue che soltanto i lemmi
provvisti di tale attestazione sono stati ulteriormente vagliati e ordinati nella tav. 1 (v.
sotto). La tav. 1. contiene le accezioni particolari riguardanti il significato matematico
nelle lingue: italiana, francese e inglese, queste sono cronologicamente suddivise tra
“attestato prima” e “attestato dopo” in base, cioè, alla data di prima attestazione rilevata
nei dizionari dell’uso e storico-etimologici consultati, rispettivamente:

- Per la lingua italiana: i dizionari consultati corrispondono a quelli utilizzati per la


compilazione delle schede del corpus, pertanto si è fatto riferimento al contenuto
riportato nelle singole schede.
- Per la lingua francese si è scelto il dizionario: Trésor de la langue française:
dictionnaire de la langue du 19e et du 20e siècle: 1789-1960 (Paris,

88
De Mauro (2005: 137) attribuisce ai lessemi di origine greca maggiore trasparenza: «più trasparente
[…] (in più d’un caso la loro attestazione si accompagna con un esplicito richiamo alla loro origine) e
solitamente di ambito più tecnico». Per quanto concerne i grecismi accolti dall’eredità latina
“patrimoniale” e dunque, per l’identificazione della stessa stratificazione dei prestiti e/o calchi provenienti
dal greco (greco/gr. dorico/gr. tardo/gr. bizantino/gr. mediev./gr. mod/) si rimanda alla tabella LCAL.

136
Gallimard: 1971-1994) qui siglato: “TLF” e consultato nella versione on-line
all’indirizzo: http://atilf.atilf.fr/tlf.htm
- Per la lingua inglese si è fatto ricorso alla consultazione dell’Oxford English
Dictionary (Oxford: Clarendon press, 1989).

Nello specifico degli articoli dei dizionari consultati, talvolta le attestazioni


concernenti alla precedenza storica di un lemma in una determinata lingua sono
accompagnate da documentazione specifica di supporto. Per la lettura di queste
informazioni (concernenti ai lemmi contenuti nella tav. 1.) si rimanda alla consultazione
delle singole schede lemma del corpus. Per quanto concerne la cronologia di quei
termini che i dizionari etimologici consultati hanno considerato in prospettiva
interlinguistica (annotando l’attestazione antecedente o successiva in altre lingue
rispetto all’italiano o viceversa), ma per i quali manca attestazione specifica del senso
matematico, questi non sono stati inseriti nella tav. 1, in quanto non è stato possibile
muoversi su un terreno che permettesse un confronto tra lingue.
Questi sono: assiale, banale, banda, decrescente, complementare, configurazione,
confrontare, congetturare, constatare, i quali, secondo le categorie semantiche censite e
rilevate sulla base della trattazione del significato scientifico nel GDLI (Cfr. § 3.2 del
presente capitolo), appartengono rispettivamente a:
- “Entrate polisemiche > A.A. > A.M.”: banda, complementare, configurazione,
confrontare, decrescente;
- “Entrate monosemiche > A.A.”: congetturare, constatare, assiale;
- “Entrate polisemiche > A.A.”: banale.

Per queste entrate non si è riscontrata la doppia attestazione del senso matematico
(attestazione del senso matematico in lingua straniera e attestazione del senso in lingua
italiana) che potesse permettere il confronto. Si rimanda pertanto alla consultazione
della sezione “Prestiti e/o calchi” della tabella “LCAL” per visionare la cronologia
dell’attestazione lessicografica della ‘parola’.

137
Tav. 1

Data di prima
Attestato prima Attestato dopo attestazione
lessicografica 89

fr. addition: XVe s. arithm. it. addizione ‘operazione It. ‘aggiunta’ (1304-
‘opération par laquelle on matematica mediante la quale si 08), Dante
réunit deux ou plusieurs effettua la somma degli addendi’; Fr. Av. 1275
nombres en un seul’ l’aggiungere una quantità a ‘chose ajoutée’ (Roman
(Chuquet, Triparty, 42 ds DG un’altra, (dal 1639, Cavalieri, B, de la Rose, éd. E.
: addicion). DD), Langlois, 17 321 [TLF]
[LEI, fasc. IV, Vol. 1, 627-629]

fr. additonner a. 1680 terme it. addizionare ‘far l'addizione, la


d'arithm. (Rich. t. 1 : somma, sommare: parola che si usa
Additionner (...) de plusieurs da alcuni computisti e che, essendo
sommes n'en faire qu'une [il tutta francese, dovrebbero fuggirla
faut additionner toutes ces gli stessi ragionieri’ (1848, Ugol.),
sommes]). Dér. de addition*; [DELI, 1999]
suff. -er*

angoli aggiacenti ‘angoli fr. adjacent : a. 1751 géom. « id. » it. adiacènte, XVII sec
contigui al punto d’avere un (Encyclop. t. 1 : Adjacent ce qui est [B.A.]
lato in comune e gli altri due immédiatement à côté d'un autre. fr. (D'inanimés) 1314
giacenti sulla stessa retta’ On dit qu'un angle est adjacent à un anat. « situé auprès,
(1639, Cavalieri, B; TB), It. autre angle, quand l'un est contigu », Mondeville
angoli adiacenti (dal 1740, immédiatement contigu à l'autre...); Chirurgie, 1, 177
Grandi, TB) (SATF.) [TLF]

89
Fonte: dati contenuti nel corpus.

138
[LEI, 1, 653]

fr. affine : Math, ‘Géométrie it. affine ‘(term. matem.) It. affine ‘confinante,
affine ou linéaire’ (Cf. B. corrispondenti in un’affinità’ contiguo’ (ante 1762,
Pouille, L. Collot, Zingarelli 1970. [LEI, I, 1229] Spolverini, TB) [DELI]
Mathématiques, Terminale fr. medio afin “vicino”
C, Paris, Bordas, t. 2, 1967, (dal 1380 ca., FEW 24,
p. 456). 251 a)

It. affinità ~ ‘(term. geom.) fr. affinité géom. ‘Correspondance it. affinità somiglianza,
omografia tra due piani, nella entre les points de deux plans qui conformità, simpatia
quale si corrispondono le transforme les droites parallèles de reciproca (XVII sec.);
rette improprie’ B 1961. [LEI l'un en droites parallèles de l'autre. [B.A.]
I, 1230] Les propriétés géométriques fr. affinité XII sec.
conservées dans une telle [B.A.]
transformation sont dites affines ou
linéaires; leur étude constitue la
géométrie affine.’ (Foulq.-St-Jean
1962)

fr. Alignement : géom., it. allineamento ‘La proprietà di più fr. alignement inizio
‘L'alignement qui joint ces punti di essere allineati si dice sec. XIV [DELI]
deux points forme la corde proprietà di allineamento’ (Baruk, it. allineamento
ou le diamètre […]’, cf. E.- 1992 [1998:14]) (a.1690) [DELI]
D. De Las Cases, Le
Mémorial de Sainte-Hélène,
t. 1, 1823, pp. 882-883.
Dér. du verbe aligner*; suff.
-ement
(-ment1*).

139
fr. analyse a. 1637 math. it. analisi ‘studio dei numeri e delle fr. analyse (fine del
‘méthode de résolution et de funzioni’ (av. 1675, A. Segni: XVI sec.) [B.A.]
démonstration’ (Descartes, Dardi 502); it. analisi inizio del
Méth. 2 ds Œuvres ‘metodo di studio consistente nello XVIII sec. [B.A.]
Philosophiques, éd. F. scomporre un tutto nelle sue
Alquié, I, 589) componenti per esaminarle una per
una traendone le debite
conclusioni’ (1669, “La Galleria di
Minerva”: Dardi 503) [DELI, 1999]

fr. analytique, 1642 math. et «la fortuna della vc. e dei suoi der. fr. analytique (a.1578)
philos. ‘qui suit la méthode è dovuta all'infl. delle vc. fr.» [DELI]
de l'analyse, qui tient de [DELI, 1999] it. analitico (XVIII
l'analyse’ (Descartes, it. analitico, ‘scienza dell’analisi sec.) [B.A.]
es
Réponses 2 Object., scientifica e matematica’(XVIII
Méditations, Œuvres Philos., sec.) [B.A., 1950:182];
éd. F. Alquié, II, 583 : Pour
moi, j'ai suivi seulement la
voie analytique dans mes
Méditations, par ce qu'elle
me semble être la plus vraie,
et la plus propre pour
enseigner); d'où les emplois
partic.

fr. abscisse, Empr. du lat. des it. ascissa «entrato in Italia forse fr. abscisse fine sec.
mathématiciens abscissa dal fr. abscisse (dal 1693, FEW 24, XVII [B.A.]
(sous-entendu linea), attesté 49a)» [LEI, Vol. I, 143-144] it. ascissa XVIII sec.
comme terme de géom. en [B.A.]
1686 (Isaac Newton) ds
Latham (s.v. abscisio), part.
passé du lat. abscidere «
couper ». ;

140
fr. bijection 90 a. 1967 (cf. B. it. biiezione Una biiezione è Entrata monosemica
Pouille, L. Collot, un'applicazione biiettiva. Un tempo
Mathématiques, Terminale si usava la dizione corrispondenza
C, Paris, Bordas, t. 2, 1967, biunivoca. [Baruk, 1992 [1998:
p. 456) cf. anche bijective 91 62]; it. biiettivo Un'applicazione di
ma nel TLF sprovvisto di un insieme E in un insieme F si
attestazione dice applicazione biiettiva, o
biiezione [Baruk, 1992 [1998: 62]

cifra binaria it. binaria f. ingl. binary digit one of the two fr. binaire 1554 arithm.
‘Cifra binaria’ (1529, digits (conventionally 0 or I) in a (J. Peletier, Algèbre, p.
AronToscanello 17) binary system of notation; also = 227 dans DG) [TLF]
[LEI vol. V, 1650-54] bit sb1. (a. 1946 A. W. Burks et al. It. binario1 agg., XIV
Electr. Computing Instr. In von sec. [B.A.]
Neumann’s Works (1963) V. 42 An
accuracy of ten decimal digits
requires at least 40 binary digits; L’agg. lat. BĪNĀRIUS
[O.E.D., 1989, Vol. II, 199] è attestato in diverse
accezioni attinenti
prevalentemente al
linguaggio matematico
[LEI vol. V, 1650-54]

Binary number system, esp. It. (sistema di) numerazione binaria Ibid. come sopra
with reference to electronics 'che consente di rappresentare ogni
computers) [a. 1946 binary numero intero usando solo le cifre
system)] zero e uno' (dal 1955, DizEncIt;
B; DO 1990).
[Lei, Vol V, 1651]

90
Il termine è contenuto nell’articolo corrispondente al lemma “affine”, e la data di attestazione
corrisponde a quella del suddetto termine, accanto al quale compare nel testo citato.
91
Il termine è contenuto nell’articolo corrispondente al lemma “isomorphe”.

141
it. binario agg. ‘composto di a. 1976 C. Hutton Math. & Philos. Ibid. come sopra
due unità (un numero); Dict. I 206/I Binary number, that
formato da due elementi’ (dal which is composed of two
1498, Savonarola, B; TB; numbers.
Crusca 1866; zing. 1994)
[LEI vol. V, 1650-54]
‘Composto di due unità (un
numero); formato da due
elementi’ [GDLI: 1962,
Balc-Cerr, 237]

ingl. binary digit a. 1957 L’it. bit. (a. 1961) del lessico Ibid. come sopra
Encycl. Brit. XII. 350 A/I informatico ‘la minima unità
The simplest type of choice d'informazione trasmissibile, nella
from two possibilities, each teoria dell'informazione’ (dal 1961,
1
with probability … It is Contessi, Marri ACSLI 25, 226)
2

convenient to use the amount è prestito dall’ingl. bit.,

of information produced by abbreviazione dell’ingl. binary

such a choice as the basic digit.


unit and it has been called a [LEI vol. V, 1650-54]
binary digit or, more briefly,
a ‘bit’. [O.E.D., 1989, Vol.
II, 199]

142
Ibid. come sopra
It. aritmetica binaria in Math. binary arithmetic (a.
‘(matem.) sistema di 1976): a method of computation in
numerazione, nel quale si which the binary scale is used,
esprimono tutti i numeri suggested by Leibniz. [O.E.D.,
mediante due soli caratteri’ 1989, Vol. II, 199]
(Chambers 1748 – Crusca
1866; TB) arimmetica
binaria D'AlbVill 1772.
[Lei, Vol V, 1651]

Bi’quadrate, a.1694 Phil. biquadrato: m., mat.; quarta Entrate monosemiche


Trans. XVIII 70 Performed potenza; cfr. il fr. bicarré (XIX sezione > A.M.
by squaring, cubing, sec.), ‘bi-’ e ‘quadrato’. [B.A.,
biquadrating, etc. of the 1975, 526] TLF: 1re attest. 1866
terms. adj. alg. (Lar. 19e);
biquadrate: a. 1706 Phillips ,
Biquadrate, … the fourth it. Biquadrato Matem. ‘che è due
Power in Arithmetic and volte quadrato. 2. Sm. La quarta
Algebra. ; [O.E.D., 1989, potenza di un numero’. [GDLI:
Vol. II, 212] 1962, Balc-Cerr, 243]

it. quadràtico ‘di secondo quadratic (a. 1668 Wilkins Real


grado’ (av. 1647, E. Char. II. Vii I8I those Algebraical
Torricelli) [DELI, 1999] notions of Absolute, Quadratic,
quadratico agg. a. 1749 Cubic. [O.E.D., 1989, Vol. XII,
(Chambers), mat.: fatto a 958]
‘quadrato’ [B.A. 1975, IV,

143
Me-Ra, 3164]

ingl. biquadratic, a. and sb. it. biquadràtico agg., mat.; di


2
Math. [f. BI-pref . + quarto ordine o grado; cfr. ingl.
QUADRATIC: see prec.]. A. biquadratic. [B.A. 1975, 526]
Adj. Pertaining to the square
of a square, or fourth power, it. biquadràtico, agg. (plur. m. -ci).
of a number. (a. 1668 PELL Matem. Di equazioni, forme, curve,
in Rigaud Corr. Sci. Men. I. superfici, varietà algebriche, di
132. The Latin paper quarto grado o di quarto ordine.
concerning bquadratic [GDLI: 1962, Balc-Cerr, 243]
equations.)
B. sb. a. The fourth power of
a number . b. A biquadratic
equations. (a. 1661 PELL in
Rigaud Corr. Sci. Men I 132
This biquadratic hath not
four possible roots.)

It. binomio ‘somma algebrica fr. binome : a.1554 subst. Alg. Entrate monosemiche
di due soli addendi’; lat. sc. Binome ‘expression algébrique sezione > A.M.
binōmium traduzione di composée de deux termes unis par
Gerardo da Cremona (XII les signes + ou ’ (J. Peletier,
sec.) [B.A. 1975:523] Algèbre, p. 138 dans DG) ;
dell’euclidiano Ek
dy’onomátōn (gr. όnoma
nome);
s. m. ‘polinomio costituito da
due monomi’ (1543, N.

144
Tartaglia) [C.Z., 1999]

ingl. computer 2.a. A it. calcolatore ‘màcchina per il Entrate polisemiche:


calculating-machine; esp. an càlcolo e l’elaborazione dei dati’ A.A.
automatic electronic device (dal 1959, Bianciaroli, Marri,
for performing mathematical
ACSLI 25, 231)
or logical operations; freq.
[LEI, 2006, vol. IX, 1223-24]
with defining word prefixed,
as analogue, digital,
electronic computer. a. 1897
Engineering 22 jan. 104/2
This was .. a computer made
by Mr. W. Cox. He described
it as of the nature of a
circulare slide rule.
[O.E.D., 1989, Vol. III, 640-
1]

fr. nombre cardinal (a. numero cardinale ‘numero che dice it. cardinale agg., XIV
1680), Math Mod. ‘Nombre quanti elementi vi sono in un sec. mat. [B.A.]
cardinal ou, p. ell., cardinal. insieme’ (1865, TB). [C.Z., 1999] fr. 1279 Vertuz
Nombre entier (généralisé), cardinals (Laurent,
désignant un ou plusieurs Somme, ms. Chartres
ensembles appartenant à la 371, fo 35 ro ds GDF.
même classe d'équivalence.’ Compl.)

fr. cylindrique a. 1948: It. cilindrico Sm. Ant. Ogni solido


« Forme, projection, surface geometrico con due facce opposte e it. cilindrico a. 1630-
cylindrique. Géométrie plane parallele. [GDLI: 1964, Cert-dag 31[DELI]
invariante par projection 140] fr. cylindrique a. 1596
cylindrique (Gds cour. It. superficie cilindrica [Baruk [B.A.]
pensée math., 1948, p. 69). » 1992, [1998:77]

145
it. cilindro ‘solido fr. cylindre Géom. ‘Solide fr. cylindre (XIV)
geometrico generato da un engendré par une droite qui se [B.A.]
rettangolo rotante intorno a déplace parallèlement à un axe, en it. cilindro inizio sec.
uno dei suoi lati ’(inizio sec. s'appuyant sur deux plans fixes’ XIV [B.A.]
XIV, Cicerone volgar.) (cf. Colette, Claudine à l'école,
[DELI, 1999] 1900, p. 46)
fr. cylindre (XIV) Ca 1380 [ms.
XVe s.] chilindre géom. (EVR. DE
CONTY, Probl. d'Arist., B.N. 210,
fo 214a ds GDF. Compl.)

fr. coefficient a. 1753


it. coefficiente ‘numero che fr. coefficient, Alg. ‘Partie [B.A., cf. anche TLF
moltiplica una quantità constante (en particulier la partie 1750]
incognita o indeterminata’ numérique) connue ou inconnue
(1712, G. Grandi) [DELI, d'une expression algébrique it. coefficiente XIX sec.
1999] contenant une ou plusieurs [B.A.]
variables ou inconnues.’ (cf. E.
Cossart, P. Theron, Collection de
math., classe de 3e, Paris, Bordas,
1962, p. 51)

fr. compatible a. 1972 [En it. compatibile ‘Quando le fr. compatible a. 1447
parlant d'un système equazioni di un sistema possono [B.A.]
d'équations], ‘Qui admet au essere verificate simultaneamente, it. compatibile XVII
moins une solution`’ (Math. e cioè sono compatibili’ [Baruk, sec. [B.A.]
mod. 1972). 1992 [1998: 91]

fr. incompatible a. 1972 [En Matem. Che non ammette soluzioni fr. incompatible XV
parlant d'un système (un sistema di equazioni); che non sec. [B.A.]
d'équations], Dont l'ensemble è soddisfatto da alcun ente (un it. incompatibile XIV
des solutions est vide`` sistema di postulati). sec. [B.A.]

146
(Chamb. 1972). [GDLI: 1972, Grav-Ing, 715]

it. incompatibile ‘Due affermazioni


p, q sono incompatibili quando
sono contraddittorie, cioè, in
termini logici, quando
"p e q" è falsa.’ [Baruk, 1992
[1998: 91]

fr. composition Loi de it. composizione ‘La composizione fr. composition XII
composition (définie dans ou di applicazioni ha esteso l'idea sec. [B.A.]
sur un ensemble). usuale di operazione; si può parlare it. composizione XIV
‘Application qui, à un couple ancora di "operazione", oppure sec. [B.A.]
quelconque d'éléments de cet usare l'espressione "legge di
ensemble (loi de composition composizione"’. [Baruk, 1992
interne), ou qui, à un couple [1998: 97-8]
formé d'un élément de
l'ensemble et d'un élément Legge di composizione [Cert-
d'un autre ensemble (loi de Dag, 1964: 423]
composition externe), fait
correspondre un élément de
cet ensemble (cf. Bourbaki,
Éléments d'hist. des math.,
1960, p. 158).

it. concèntrico, ‘di ciascuno fr. concentrique fr. concentrique XIV


di due o più enti geometrici En parlant de plusieurs figures sec. [B.A.]
aventi un centro comune’ géométriques, de surfaces ou de it. concentrico av. 1519
(av. 1519, Leonardo). [DELI, lignes courbes, ou de choses [DELI]
1999] formant une ligne courbe] Des
hexagones, des sphères
concentriques. Le reflux avait
laissé le dessin de ses arceaux
concentriques sur la grève
(Chateaubriand, Mémoires d'Outre-

147
Tombe, t. 4, 1848, p. 403)

fr. conjecture Log., Sc., Idée, it. congettura Matem. fr. conjecture XIII sec.
(...) explication anticipée qui proposizione di cui si è [B.A.]
attend sa vérification, soit de dimostrata la validità in alcuni it. conghiettura,
l'expérience, soit du coniettura av.1294
casi (ma non in tutti) senza che
raisonnement`` (Guérin, [DELI]
si sia riusciti a trovare nessun
1892)
caso che vi contraddica. [GDLI:
1964, Cert-Dag, 549]

fr. conversion a. 1956 it. conversione ‘in una proporzione, fr. conversion XII sec.
‘Transformation d'un résultat comparazione dell'antecedente con [B.A.]
de mesure exprimé avec la differenza che è fra l'antecedente it. conversione inizio
certaines unités en un e il conseguente - Anche: riduzione sec. XIV [B.A.]
nouveau résultat exprimé di un'equazione a un'altra di forma
avec d'autres unités’ (Uv.- più semplice.’ [GDLI: 1964, Cert-
Chapman 1956). Conversion Dag,725]
de nombres complexes en
nombres décimaux; it. conversione ‘eseguire
conversion des mesures un cambiamento di
anglaises en mesures forma nell'espressione di una
métriques. quantità […]’ [Baruk, 1992 [1998:
fr. conversion a.1636 math. 112]
conversion de raison
(Merseinne, Harmonie
universelle, 59 ds IGLF)

fr. convexe Géom, a.1863 It. convesso ‘un semipiano, un fr. convexe XIV sec.
Courbe convexe. Courbe angolo convesso, un cerchio, un [B.A.]
située tout entière du même segmento di retta sono parti it. convèsso (XVI sec.)
côté d'un plan tangent convesse del piano’; ‘un poligono [B.A.]

148
(Flaubert, Salammbô, t. 2, convesso è una figura piana
1863, p. 149.) ; convessa racchiusa da una spezzata
a.1765 polyhédre convexe chiusa’ [cf. Baruk, 1992 [1998:
(Encyclop. t. 12, s.v. 112-3]
polyhédre, p. 944 a);
a.1874 polygone convexe
e
(Lar. 19 , s.v. polyèdre).

fr. corollaire a.1611 math., it. corollario ‘un corollario ne è una fr. corollaire XV sec.
log. (COTGR.); conseguenza semplice, troppo [B.A.], ma il TLF:
Log. et Math. ‘Proposition immediata per costituire un 1372 [ms.] correllaire
qui découle à titre de teorema a sé stante’ [Baruk, 1992 it. corollario XIV sec.
conséquence immédiate [1998: 112-3] [B.A.]
d'une autre déjà démontrée’ . it. corollario [GDLI: 1964, Cert-
Corollaire nécessaire; le Dag, 796]
corollaire d'un théorème.
(Hugo, Les Contemplations,
t. 1, 1856, p. 99);

fr. construction a.1690 ‘tracé it. costruzione geometrica fr. construction XII
d'une figure géométrique’ operazione diretta a risolvere un sec. [B.A.]
(Fur.); problema, o a dimostrare un it. costruzione XIV sec.
Géom. ‘Tracé d'une figure teorema, mediante il trattamento di [B.A.]
géométrique effectué à l'aide linee; risoluzione o dimostrazione
de la règle et du compas.’ di problemi, equazioni, teoremi, per
Construction géométrique. mezzo della geometria.
Rem. Attesté ds la plupart costruzione matematica operazione
des dict. gén. du XIXe et du diretta a risolvere un problema o a
XXe s. dont Ac. 1798-1932. dimostrare un teorema per mezzo di
Math. a. 1905 ‘Opération ou numeri.
graphique permettant de [GDLI :1964, vol. Cert-dag, 910]
résoudre un problème.
Construction mathématique’

149
(cf. H. Poincaré, La Valeur
de la sc., 1905, p. 28):

fr. critère, Math, it. criterio "Criterio" si può fr. critérium a. 1750 ;
Phys.,‘ Condition nécessaire considerare equivalente a -ère a. 1781 [B.A.],
et suffisante’ (Chamb. "condizione sufficiente". ma il TLF
1972) ». cf : Tout critère de (Baruk 1992 [1998, 127]) data anche : 1643
normalité entraîne les mêmes criterium (J. Du Bosc,
conséquences (Gds cour. Le Philosophe
pensée math., 1948, p. 174). indifférent d'apr. Lar.
De là il déduit (...) le critère Lang. fr.)
de résolubilité d'une
équation par radicaux, au it. criterio a. 1630-31
moyen d'un raisonnement [DELI]
(BOURBAKI, Hist. math.,
1960, p. 105).

Fra i termini contenuti nella colonna “Data di prima attestazione lessicografica”,


i termini: binario (categoria: Entrate polisemiche: A.A. > A.M.) e criterio (Entrate
polisemiche: A.A.) in italiano, hanno un’attestazione lessicografica precedente della
‘parola’, rispetto a quella riportata nel TLF, mentre per il primo, il dizionario di lingua
francese attesta proprio in ambito matematico la prima datazione del lemma (con
funzione aggettivale), differentemente dal Battisti Alessio che la fa risalire al XIV sec.
Per quanto concerne le plurime attestazioni lessicografiche dei sensi matematici
disposti nelle colonne “attestato prima” e “attestato dopo”, esclusivamente in base alla
“politica” dei dizionari consultati, queste sono in totale maggiori e “attestate prima” per
la lingua francese: 19, per la lingua italiana: 11, per quella inglese: 4, mentre per quanto
concerne la colonna delle attestazioni in lingua che sono “attestate dopo”, queste sono
maggiori in italiano: 24, in francese: 6 e in inglese: 4.

150
Legenda tav. 2: La tav. 2 presenta la stratificazione per secoli 92 dei termini censiti dal
DME (1992 [1998]) incrociata con le diverse categorie grammaticali emerse al
censimento dei dati nel corpus e una colonna dedicata alle polirematiche. A uno stesso
lemma possono corrispondere più categorie grammaticali. I dati immessi nella tabella
concernono esclusivamente i lessemi provvisti di attestazione dell’accezione
matematica cui poter risalire, registrata nella tabella LCAL.
Tav. 2

Secoli sostantivi aggettivi verbi polirematiche Totali per Totale per


secolo dei secolo dei
lessemi prestiti
attestati da lingue
straniere 93
XII 1 1
XIII 4 4 1
XIV 11 2 1 14 6
XV 3 1 4 1
XVI 6 3 2 11 4
XVII 4 6 1 3 13 6
XVIII 9 7 1 16 5
XIX 4 2 1 8 6
XX 6 2 2 10 6
2004 1 1
Totali 48 24 3 8 82 35
cat.
gramm.
e
prestiti
Lemmi 15 22 7 2 46
senza
data

92
I secoli sono stati calcolati nel seguente modo: XIII sec. dal 1200 al 1299, XIV sec. dal 1300 al 1399,
ecc.
93
I dati riportati si riferiscono all’attestazione della ‘parola’ e fanno riferimento alle attestazioni
lessicografiche riportate nella tabella LCAL.

151
Nell’aver presentato i dati diacronici sul lessico italiano della matematica censito dal
DME (1992 [1998]) si è inteso tracciare la storia della sua formazione distinguendo
dapprima tra le voci attestate come “dotte” 94 : 75,42% e quelle etichettate e attestate
come “popolari”: 17,80%, si è inoltre considerato l’apporto esogeno 95 proveniente da
lingue diverse dall’italiano 28,70% (tav.1) e viceversa 4,92%, misurando in tal modo la
forza del lessico scientifico nell’ambito della produttività degli apporti esogeni (tav. 1),
non mancando di attribuirgli una collocazione spazio-temporale (tav. 2) (nella misura in
cui fossero disponibili le attestazioni).
Per quanto concerne i lessemi sprovvisti di attestazione matematica la percentuale
corrisponde al 37,7% sul totale dei lemmi censiti (122), rispetto al 67,21% di quelli
provvisti di attestazione.
Dalla lettura della tav. n. 2 (del presente paragrafo) è possibile osservare la
produttività per secolo dei lessemi distinguendo tra le categorie censite: sostantivi,
aggettivi, verbi, polirematiche. I sostantivi con una percentuale del 58,3% sul totale dei
lessemi provvisti di attestazione (82), seguono gli aggettivi: 26,26%, i verbi: 3,6%, le
polirematiche: 8,53%. Considerando i dati della tav. 2 entro la prospettiva storica
dell’evoluzione delle idee e delle parole 96, i secoli più importanti per il lessico della
matematica sono il XIV, il XVII e il XVIII, ma lo scarto tra l’uno e l’atro e i rimanenti
(con numeri comunque alti) è quasi impercettibile. Soffermandosi sul carattere se si
vuole ‘cognitivo’ dell’evoluzione del lessico italiano della matematica è possibile
osservare la preponderante immissione di voci dotte (75,42%), le quali si distribuiscono
fra i secoli in maniera più prepotente rispetto a quelle definite “popolari” e per le quali
(ad esclusione di quelle non datate tav. 2: “Lemmi senza data”) si attestano:

- corda (a. 1304), contro (XIV sec. e cóntra prep. XIII), componente (av.1350), arco
(1308 ca.), acuto (1313 ca.), cerchio («circonferenza» fine XIII sec.), binomio (a. 1543),
ampiezza (a.1697), altezza (a.1748), arrotondare (a.1865), banda (a. 1962), con una
conseguente distribuzione tra i secoli come segue: XIV sec.: 6; XVI sec.: 1; XVII
sec.: 1; XVIII sec.: 1; XIV sec.: 1; XX sec.: 1.

94
De Mauro (2005: 128) descrive il latino di fonte “dotta” come principale fonte esogena.
95
Più avanti si soffermerà l’attenzione sui processi di formazione endogena al lessico italiano della
matematica.
96
Per quanto concerne la contiguità semantica analizzata entro la prospettiva dizionariale, si rimanda a §
3.2.1.

152
È possibile osservare che al XIV secolo (secolo di passaggio dal latino medioevale
al latino “moderno” 97 ) appartiene quasi la metà delle voci matematiche attestate di
trafila “popolare”, periodo in cui, evidentemente, la ricerca scientifica ha iniziato a
guadagnarsi il proprio spazio di vita autonomo, introducendo nuove accezioni alle
parole appartenenti al lessico generale.
Per completezza si riportano i lessemi sprovvisti di datazione e attestazione
dell’accezione matematica 98 : allineamento, ambiguità, ambiguo, analogia, aperto,
arrotondato, assiale, assiomatico, assorbente, aureo, banale, biiettivo, biiezione,
chiuso, cilindrico, coincidente, incommensurabile, commutatvità, compatibile,
incompatibile, comporre, composizione, composto, concorrenti, condizione,
configurazione, confrontabile, confrontare, congettura, congetturare, congruente,
congruenza, conservare, considerare, constatare, contraddittorio, contraddizione,
convertire, coppia, corrispondente, corrispondenza, costruire, crescente, decrescente,
criterio.
Una riflessione maggiormente realistica sui dati potrebbe occuparsi degli
sviluppi sia di pensiero sia teorici della disciplina con documentazione alla mano che
fornisca attestazione del senso specifico del termine in una data branca. In tal modo si
ovvierebbe alle problematiche connesse sia alla presenza/assenza delle attestazioni
concernenti l’accezione matematica all’interno dei dizionari semasiologici (dell’uso e
storico-etimologici) sia quelle connesse alle scelte “discorsive” che il lessicografo ha
deciso di abbracciare. Queste, si è visto, nel caso della lemmatizzazione e/o della
trattazione del contenuto degli articoli, rispondono alle esigenze peculiari del dizionario
(dell’uso, storico, etimologico, metodico, ecc.), oltre che di metodo (si veda la
trattazione degli omonimi, o l’ordinazione delle accezioni negli articoli delle parole
polisemiche).
Pertanto indipendentemente da un approccio di consultazione semasiologico,
oppure onomasiologico (quest’ultimo già tecnico, nel caso del DME [1998]) è possibile
concludere che un approccio “linguistico” che si soffermi sulle forme e sulle funzioni

97
De Mauro 2005:134: «il latino medioevale ha agito da interfaccia unitario, panromanzo, anzi
paneuropeo, tra le parlate europee e mediterranee non latine e il mondo linguistico romanzo: arabo […]
franco […], germanico non meglio specificabile […], gotico [….] greco tardo e bizantino, […],
longobardo […], tedesco […]»
98
Per una trattazione più approfondita di questi termini – analizzati per quanto concerne la trattazione del
significato entro una prospettiva semasiologica e onomasiologica, si rimanda a § 3.2; § 3.2.1.; § 3.2.1.1.;
§ 3.2.1.1. del presente capitolo.

153
implicate nel lessico della disciplina, considerando le implicazioni endogene ed
esogene, sincronologiche e diacroniche (per entrambe le dimensioni), possa aiutare a
riflettere sulla “filosofia” di tale lessico in maniera certamente più consapevole.

3.5.1. Lessico italiano della matematica: sfruttamento dei processi di formazione


delle parole, produttività e confronto con il linguaggio comune

Tav. 3

sostantivi 66
aggettivi 50
verbi 11
avverbi x

Totale 127 99

Dall’osservazione dei singoli totali riportati nella tabella sopra (tav. 3) emerge che la
categoria grammaticale dei sostantivi e degli aggettivi è in numero sensibilmente
superiore alla categoria dei verbi.
La tav. 4 (sotto) riporta il dato inerente alla presenza delle parole lemmatizzate nel
DME (1992 [1998]) che hanno statuto di parola derivata suddivise per tipologia:
derivate denominali, deaggettivali e deverbali. Rispetto al totale dei 122 lemmi
conteggiati (traendo dalla tabella “Affissazione: la derivazione, l’alterazione”, cfr. Tab.
n. 2. a.), l’insieme delle parole derivate mediante processo di affissazione 100 corrisponde
al 41%.

99
La tav. 3 censisce in numeri le categorie grammaticali afferenti ai termini lemmatizzati nel DME (1992
[1998]). Questi sono 122, ma nel totale della tabella è stata conteggiata la doppia funzione, aggettivale e
sostantivale per quei ‘termini’ che la presentassero: assurdo, cardinale, complementare, curva,
complesso. Per questo motivo 127.
100
La derivazione suffissale dei possibili alterati, la derivazione per composizione e la derivazione
prefissale sono state conteggiate nei paragrafi seguenti.

154
Tav. 4

Tipologia del Derivati da Totali Categoria grammaticale di partenza


suffissato nel lemmario per (DME)
(DME) del DME tipo nome agg. verbo avv.
logia
denominali affinità, 14 affine,
algebrico, algebra,
analitico, analisi, asse,
assiale, assioma,
assiomatico, biquadrato,
biquadratico, calcolo (3),
calcolare, cardine,
calcolatore, Cartesio
calcolatrice, (n.p.),
cardinale, cilindro,
cartesiano, complemento,
cilindrico, congettura,
complementa
re,
congetturare
deaggettivali altezza, 10 alto,
ambiguità, ambiguo,
ampiezza, ampio,
analogia, analogo,
aritmetica, aritmetico,
arrotondare, rotondo,
associatività, associativo,
commutativit commutativo
à, congruente,
congruenza, curvo
curva

155
deverbali allineamento, 26 allineare (2),
allineato, applicare,
appicazione, approssima
approssimazi re,
one, arrotondare,
arrotondato, chiudere,
chiuso, circoscrivere
circoscritto, coincidere,
coincidente, commensura
commensurab re (2),
ile, commutare,
incommensur compatire,
abile, comporre
commutativo, (3),
compatibile, concorrere,
componente, configurare,
composizione confrontare,
, composto, contraddire,
concorrente, convertire,
configurazion coordinare,
econfronta- corrisponde-
bile, re (2),
contraddit- costruire(2),
torio, crescere
conversione,
coordinato,
corrispondent
e,corrispon-
denza,
costruibile,
costruzione,
crescente
deavverbiali x x
Totale dei
derivati
inclusi nel 50
DME

156
Tav. 5

nomi agg. verbi Totale per cat.


dei derivati
deriv. denominali 5 9 2 16/ 14
deriv. deaggettivali 9 1 1 11/10
deriv. deverbali 10 16 26
24 26 3 53
(sono i (sono gli (sono i (cardinale,
nomi aggettivi verbi complementare
derivati derivati derivati e curva hanno
da) da) da) doppia
funzione)

I dati della tav. 5 mostrano la produttività della categoria grammaticale del nome,
dell’aggettivo e del verbo all’interno di ogni categoria di derivati censita:
- Tra la categoria dei derivati denominali prevale la categoria grammaticale degli
aggettivi (9), seguono i nomi (5) e i verbi (2),
- Tra la categoria dei derivati deaggettivali prevale la categoria grammaticale dei
nomi (9), scarsi invece gli aggettivi (1) e i verbi (1),
- Tra la categoria dei derivati deverbali prevale la categoria grammaticale degli
aggettivi (16), seguono i nomi (10), mentre mancano i verbi.

Confrontando il totale per singola categoria grammaticale censito per tipologia di


derivati (tav. 5) con quello inerente al totale per singola categoria grammaticale censito
nel corpus (della tav. 3) emerge quanto segue:

Nel corpus: Derivati da:


sostantivi: 66 sostantivi: 24
aggettivi: 50 aggettivi: 26
verbi:11 verbi: 3

Volendo considerare l’incidenza del processo di derivazione sul lessico contenuto nel
corpus, nello specifico delle categorie grammaticali di arrivo, la categoria grammaticale

157
degli aggettivi ha un ruolo centrale nel lessico della matematica, 52% gli aggettivi che
sono derivati, 36% i sostantivi che sono derivati, 27% i verbi che sono derivati.
Per quanto concerne invece la base più produttiva dal punto di vista dei derivati
presenti nel corpus (41%) il verbo è la categoria grammaticale maggiormente produttiva
rispetto alla categoria sia dei nomi (30%) che degli aggettivi (21%) avendo generato il
49% dei derivati presenti nel corpus (53).

Si guarderà ora alla produttività dei processi di derivazione all’interno del lessico
italiano della matematica procedendo sul terreno del confronto con il lessico generale. A
tal proposito si tiene a rammentare che lo spoglio dei dati contenuti nella tab. 2:
“Affissazione, la derivazione, l’alterazione” prenderà le mosse traendo dal
comportamento morfologico dei ‘termini’ lemmatizzati nel DME e che pertanto anche
il censimento dei derivati che afferisce al campo definito “A.A.” (vicino al linguaggio
generale) registrerà il processo di derivazione che si dipana dagli stessi 101.
Il confronto tra le due aree del linguaggio procederà guardando alla produttività delle
categorie grammaticali del nome, dell’aggettivo e del verbo sia dal punto di vista delle
parole formate (suffissati nominali, aggettivali, verbali) che dal punto di vista della
classe di parola più produttiva in termini di numero di parole formate (verificando ad es.
se siano maggiori i denominali o i deaggettivali, ecc.) (tavole: 6.1, 6.2), rispetto a
quest’ultimo punto sarà possibile osservare su un campione più ampio di dati se la
categoria grammaticale del verbo si riconferma come la categoria grammaticale più
produttiva per il lessico della matematica, avendo già dedotto dai dati sopra (tav.5) che
per quanto concerne i termini matematici che sono lemmatizzati in qualità di derivati,
quelli che derivano da verbo occupano il 49% del totale delle parole “derivate da” e
lemmatizzate nel DME.
Osservando i dati riportati nelle tavole: 6.1 e 6.2. (sotto) si riscontra che per entrambe
le aree del linguaggio, la categoria del nome rappresenta la percentuale maggiore per le
parole formate:
 A.M.: 47%
 A.A.: 57%

101
Sullo statuto di “termini/parole” e la relativa natura semantica a proposito delle relazioni di polisemia,
rapporti di omonimia, sinonimia si è già argomentato in § 3.2.

158
Andando ora a guardare alla categoria grammaticale da cui derivano le parole
formate è possibile stabilire qual è la classe di parole più produttiva per entrambi i
linguaggi. Considerando i dati raccolti nella tav. 3 (in apertura al paragrafo)
sintetizzanti il totale (in numeri) delle parole/termini lemmatizzate nel corpus è ora
possibile concludere che:

 A.M.: Sul totale dei 66 sostantivi censiti 44 producono derivati, quindi si ha una
produttività del 70%, sul totale di 50 aggettivi 16 producono derivati, quindi si ha
una produttività del 32%, e in fine 11 verbi producono 19 derivati, quindi si ha una
produttività del 173% confermando che la classe del verbo è quella maggiormente
produttiva per questo lessico;

 A.A.: Le percentuali per la produttività nel lessico generale corrispondono: per i


sostantivi al 341%, per gli aggettivi al 206% e per i verbi al 936%

Tav.6.1.

Lessico della Da Da Da verbo Cat. gramm


matematica sostantivo aggettivo più
produttiva
tra le parole
formate
deriv. nominali 17 10 10 37
deriv. aggettivali 19 3 9 31
deriv. verbali 7 0 0 7
deriv. avverbiali 1 3 0 4
totale 44 16 19 79

159
Tav.6.2.

Lessico generale Da Da Da verbo Totale per


sostantivo aggettivo tipologia
deriv. nominali 136 55 55 246
deriv. aggettivali 57 19 38 114
deriv. verbali 29 9 9 47
deriv. avverbiali 3 20 1 24
totale 225 103 103 431

L’elenco dei suffissi riportati nella tav. 7 (sotto) ospita il numero dei suffissi
nominali, verbali, aggettivali relativi ai derivati che occorrono nel corpus 102 secondo
una prospettiva di lettura orizzontale dei dati raccolti nelle tabelle “2.a”, “2.b” e “2c”
della sezione “Affissazione: la derivazione, l’alterazione”.
Un ulteriore lavoro da compiere per singolo vocabolo derivato, che attestasse la
cronologia e l’etimologia dello stesso, permetterebbe di suddividere tra i derivati già
formati in latino, di riconoscere i formati derivanti da altre lingue che sono ad es.
omofoni in italiano e, in maniera “definitiva” i derivati che appartengono a
neoformazioni endogene dell’italiano sia nell’area di linguaggio generale che in quella
scientifico-matematica.
Sulla base di queste informazioni sarebbe infatti possibile distinguere come nel caso
dei termini assiomare e assiomatizzare, due formazioni endogene al lessico italiano
della matematica, la prima mediante sfruttamento del suffisso -are (che si potrebbe
definire come “suffisso mat.”, dunque il “derivato matematico”, verbo it. assiomare,
attestato all’a. 1611 cfr. Lei vol. III. 2., 2709) e la seconda mediante sfruttamento del
suffisso -izz-are 103 (nel verbo it. assiomatizzare, Battaglia, 1961), assegnando ad
entrambi lo statuto di suffissi del tipo: “endogeno-scientifico”.

102
In un lavoro di De Mauro (2005: 147 ss.) è possibile leggere l’origine etimologica di ciascun suffisso
che occorra in neoformazioni endogene italiane (ad esclusione dunque dei derivati che fossero già
‘formati’ in latino). De Mauro, difatti, suddivide in base all’origine del suffisso la sua derivazione dal
latino (ad es. it. lat. medioev.; lat. centromerid; dal lat.; lat., gr.), da altre lingue particolari (ad es. germ.,
sett.; prov. ant.; fr., ecc.) o il suo essersi formato in italiano (it.; it., non tosc.). Il linguista tiene a ricordare
che anche per quei suffissi “formati in italiano” es. it. -ellina vs. -ella lat., trattasi per l’italiano di
manipolazione e rideterminazione di materiali latini.
103
De Mauro (2005: 152) ascrive il suffisso ad origine greca, sebbene nativizzato in latino dall’età
classica.

160
È possibile concludere che il carattere di “sistematicità” riscontrabile nei processi
di derivazione e formazione di parole endogene al lessico italiano della matematica si
basa sul processo di riappropriazione concettuale degli elementi che vivono nella parola
matematica in un tutt’uno con la stessa. Tra l’altro, non vi sono serie di suffissi in -are,
cui “sistematicamente” farebbero capo diverse concettualizzazioni matematiche (da
questo punto di vista guardando alla morfologia del suffisso -are è possibile dedurre che
vi siano casi di “polisemia speciale” all’interno della struttura del linguaggio
matematico quando questo occorre in attestazioni della parola in quanto ‘termine’), ne
consegue che la comprensione di questo lessico è affidata a un momento di
riappropriazione concettuale che debba puntare sul distacco dal terreno di contiguità e
condivisione che lo lega al linguaggio generale (si vedano i termini scientifici:
cerchiare, centrare, coordinare).

Pensando di abbattere il muro della banalizzazione, data la contiguità fra i due


linguaggi e, volendo puntare su un apprendimento che desidera riconoscere nei
dizionari semasiologico e onomasiologico reali strumenti per la conoscenza matematica,
si sostiene che potrebbe tornare utile dinanzi a derivati matematici del tipo:

 Gli avverbiali: cubicamente: ‘elevando alla terza potenza’, algebricamente ‘per via
d’algebra, secondo le regole dell’algebra’, contrariamente, ‘in proporzione
inversa’, congruentemente: ‘Galileo, 4-2-54: le cui superficie [de’ corpi duri] di
rado congruentemente si congiungono’;
 I verbali: cubàre (polisemico speciale) ‘elevare alla terza potenza’ (av. 1710),
‘calcolare la cubatura, il volume’ (a.1774), addizionare ‘nel senso di aggiungere è il
francese additionner’, centrare ‘Geom. Far corrispondere il centro di due circoli’;
 Gli aggettivali: angolare, applicata ‘(geom.) ordinata’;
 I nominali: apertura ‘ampiezza angolare, distanza fra le due estremità di un corpo’
(dal 1636), archetto ‘(matem.) arco di cerchio di piccole dimensioni’ (a. 1739),
incompatibilità ‘matem. Caratteristica di relazioni incompatibili’ ecc.

… Fare appello al discrimine che di volta in volta andrebbe scovato risalendo alla
cronologia, all’etimologia e agli impliciti concettuali “nascosti” dietro agli elementi di

161
questo lessico. Tutti questi fattori sono da tenere in considerazione, in quanto albergano
in maniera diversa e secondo il diverso statuto delle parole della matematica, sia nelle
monosemiche che nelle polisemiche e, più dettagliatamente (cfr. § 3.2.1) in quelle
polisemiche riconosciute nelle categorie “A.M. > A.A.” (dal lessico scientifico a quello
generale); “A.A. > A.M.” (dal lessico generale a quello scientifico), e in quelle che
sono polisemiche apparentemente esclusive del lessico generale, ma che per la
disciplina sono imprescindibilmente anche matematiche.

Tav. 7

Tipologia A.A. A.A. A.M. A.M.


del suffisso Totali Totali per
n. di volte per suffisso per n. di volte per suffisso tipologia di
tipologia suffisso
di
suffisso
-ezza (6), -ame (3), -ista (2), -ica (2), -oide (3),
-etto (10), -ità (17), -tura (1), -etto (1), F:-a
Nom.le -trice (6), -enza (4), F: -i 88 (4), -ismo (1), -ale (3), 25
(1), -abile (1), -zione (3), -tore
-anza (2), -tiva (1), (1), -trice (1),
-tore (14) -atore (1) -ia -enza (2), -ità (3), -ic-ità
(1), (1), -(s)to (1), -endo (1),
-osi (2), -(s)ito (1), F: -o (1), -iche
-ista (8), -ica (2), (1), -ico (1), -sione (1),
-ismo (7), -ata (7), -(t)udine (1), F:-e (1), -at-
-azione (1), -ante (2) ura (1)
-iera (5), -ino (5),
-ina (3), F:-a (7), F: -o
(3),
-oio (1), -tura (6), -one
(5),
-tt-ore (1)
-ale (4),
-uccio (1), -ite (2),

162
-etta (2), -areccio (1),
-mento (10), -ito (1),
-ile (3), -oide (3),
-toria (2), -(t)to (1)
-ato (3), -ella (4), -ello (1)
in-ella (1), -aio (5), -aia
(3),
-ic-ina (1), -ic-ità (3),
-zione (9), -eria (2),
-abile (1), -accio (1),
-otico (1), -aggio (4),
-ide (1), -fuga (1),
-(a)tura (3), -ario (2),
-oma (1), -cero (1),
-toio (1), -ione (2),
-enda (1), -ste (1),
-sta (2),
-ico (1), at-orio (1),
-iere (2), i-ficio (1), -ando
(1), età (2), -sa (1), -sione
(1),
-ibile (1), -to (1),
-(t)udine (1), -ola (1),
-iglio (1), -fono (1),
-aiolo (1), -ati (1),
-aro (1), F:-e (1), -illa (1),
-aria (1), -io (1),
-grafo (1), -c-ina (1),
-logia (1), (8)
-etto (1), -ello (1), -ino -aico (1), -atico (1), -ico
(1), -ale (8) (5), F: -i (1), F: -o (1);
Aggett.le -are (4), -ato (18), 45 -are (2), -ata (1), -(t)ico 18
-uale (1), -ivo (3), (1), -ale (3), -(i)ale (1),
-evole (3),-uoso (1), -ato (4), -torio (1), -abile
-tivo (4), -oso (3), (3), -ibile (2), -(t)to,
-(t)ico (2), -ente (1), -(s)to (1), -i-to
-izz-abile (1), (1)
-uto (1),-tore (5), -one (1),

163
-uccio (1),
- (i)ale (1),-toria (2),
-ico (3),-ista (4),
-fugo(2),-peto (2),
-ante (5),-abile (6),
-anti (1), -ifraga (1),
-izio (1), -esco (1),
-aia (1), -at-orio (2),
-ibile (4),-t-to (2),
-zione (1),-ente (1),
-i-to (2),-to (2),
-bile (2), -trice (1),
F: -o (1),-iero (1),
-ario (1), -forme (1),
-oide (1)
-izz-are (2), -ire (1), -are (6), (t)-izz-are (1)
verbale -are (20), -u-are (2), 11 2
-eggi-are (5), -ato (6),
-ficare (1),
-ante (3), icchi-are (1),
-ata (1), -ito (1),
-mente (24) -mente (4)
Avv.le 24 4

Totale 168 50

Una lettura più approfondita dei dati contenuti nella tav. 7 consente di registrare
la produttività dei singoli suffissi. Per esempio il suffisso -ico occorre più
frequentemente nei derivati matematici aggettivali (5) che non in quelli nominali (1) e
in tutti i casi derivanti da una base nominale. Anche nel lessico generale la frequenza
del suffisso nei derivati nominali corrisponde a 1, mentre negli aggettivali corrisponde a
3, selezionando nei tre casi riscontrati una base nominale. I derivati aggettivali uscenti
in -ico e registrati nel lessico generale: basico, cubico, conico appartengono alla
categoria di parole “polisemiche > A.A. > A.M.” o ad altri linguaggi tecnico scientifici.

164
Per quanto concerne le parole uscenti con il suffisso in -ico si è osservato che
questo suffisso non soltanto è maggiormente produttivo per il lessico della matematica,
ma anche che elettivamente è più vicino ai linguaggi scientifici in generale (per quanto
concerne i derivati aggettivali da base nominale) tanto vero che come argomentato in
3.2.1>1.c.1 il metalinguaggio adottato dal GDLI per descrivere i lemmi appartenenti
alla suddetta categoria rispecchia un tasso di specialismo molto più vicino
all’ambito scientifico che non a quello del linguaggio generale.
Tra i derivati matematici nominali un suffisso mediamente produttivo (rispetto
agli altri censiti) e, non presente tra le altre categorie di derivati, è il suffisso -ità (3) che
occorre nei seguenti lessemi polisemici: incommensurabilità (P 104- A.M. > A.A.) 105,
incompatibilità (P- A.A. > A.M.), convessità: ‘l’essere convesso’ (A.A. →←A.M.) 106
selezionato in tutti i casi da una base aggettivale come nel linguaggio generale in cui i
derivati nominali con questo suffisso sono ben 17.
Un caso riscontrato di “monosemicità suffissale” concerne il suffisso -ità 107 che
è presente nei termini associatività e commutatività. Il termine associatività (a. 1955)
(categoria: “Entrate monosemiche sezione > A.M.”) è lemmatizzato tra le entrate
autonome del DME e non è produttivo per il linguaggio generale (per quanto concerne
il censimento dei derivati dai termini lemmatizzati nel DME), con il quale condivide
analogicamente soltanto la base, in “A.A.” il suo derivato è il sostantivo associabilità
(attestato nel B.A. nell’articolo del lemma associare al XVII sec.). Analogamente per il
termine commutatività (GDLI: 2004) (categoria: “Entrate monosemiche sezione >
A.M.”) è la ‘parola’ commutabilità (attestata nell’articolo del B.A. al XX sec.).
I termini derivati associatività e commutatività rappresentano casi sporadici di
“monosemicità derivazionale” nel lessico italiano della matematica, e tuttavia, restano
per il profano pericolosamente “ingannevoli”, se si considera il fatto che le basi lessicali
da cui derivano non siano state disambiguate, nonostante l’avvenuto processo di
derivazione.

104
Legenda: P: abbreviazione per “polisemico”.
105
Categoria semantica: Entrate lessicografiche polisemiche “A.M. > A.A.” Cfr. § 3.2.1 del presente
capitolo.
106
Questa categoria di parole corrisponde alla sezione “Entrate polisemiche >A.A.” nella tabella n. 4 (IV
capitolo) “Significato scientifico nel corpo delle definizioni nel Grande dizionario della lingua italiana”,
se ne parla in maniera più approfondita in §3.2, §3.2.1., §3.2.1.1 e §3.2.1.2. del presente capitolo.
107
Questo suffisso è collocato nel corpus di De Mauro (2005: 151) tra i derivanti dal latino e sono in ben
2233 derivati.

165
3.5.1.1.Alterazione

La tipologia di suffissi che appartiene a questa categoria modifica il significato


denotativo della base. Nonostante la prototipicità “definizionale” degli stessi (Merlini
Barbaresi 2004: 265) i suffissi alterativi possono avere valore sinonimico, cioè lo stesso
significato può essere espresso da più suffissi: -astro, -accio dispregiativi, o polisemico,
dunque il suffiso -one in nasone sia accrescitivo che peggiorativo.
I derivati censiti come alterati “apparenti” (ibid. 2004: 266) sono stati collocati
nelle colonne corrispondenti alla categoria del suffissato (cfr. tav. 2. a: “Affissazione.
La derivazione, l’alterazione” > sezione “suffissi valutativi”), difatti sia che si tratti di
alterati “cristallizzati” o meno, il processo di derivazione attuato mediante l’utilizzo dei
suffissi alterativi dà luogo a formazioni di tipo aggettivale, nominale (strumentale,
d’agente), ecc., motivo per cui il focus della “prototipicità” è spostato maggiormente
verso il processo di derivazione e meno su quello dell’alterazione. Il censimento dei dati
in relazione ai suffissi alterativi è avvenuto conservando la suddivisione operata tra i
campi “altre accezioni”: “A.A.” e “accezioni matematiche”: “A.M.”

Tav. 8

Diminutivi Accrescitivi Peggiorativi


A.A. issimo (4) -ino (3), -cella (2), -one (1), -accio (1), -accia (1),
-ucci (1), -etto (5),
-cello (1), -etta (3),
-ic-ella (1), -ic-ina (1), -
c-ina (1),
-uccio (1), -ello (1), -c-
ella (1), -ella (1)
A.M. x x x x

Data l’alta dipendenza dei suffissi alterativi dalla situazione comunicativa e dato
il linguaggio della matematica non notoriamente aperto verso atteggiamenti pragmatici
“evocativi”, non ha stupito scoprire che questi siano improduttivi nel lessico censito.
Tali suffissi sono invece censiti in alterati apparenti, ad es. nel già citato
archetto ‘(matem.) arco di cerchio di piccole dimensioni’ (a. 1739).

166
3.5.2. Lessico italiano della matematica: la composizione

Un ulteriore sguardo ai processi di formazione endogena concernenti al lessico


italiano della matematica è rivolto alla composizione. I casi di composizione registrati
hanno mostrato un’incidenza sia di composti matematici formati mediante l’utilizzo di
materiale esogeno, elementi provenienti dal latino o dal greco, che di composti formati
mediante processi di giustapposizione come per esempio nel caso del composto it.
cubocubo ‘Sesta potenza di un numero’.
La trattazione del procedimento di composizione in ambito scientifico-matematico
trarrà principalmente dai dati del corpus confluiti nella tav. n. 3 “Composizione” (cap.
IV) nella quale sono raccolti tutti i casi censiti di «composti stretti» (Bisetto 2004: 33) e
di composti con elementi formativi di origine greca o latina formati a partire dai termini
lemmatizzati nel DME (lettere A-B-C). L’analisi è stata poi ulteriormente allargata
all’elenco completo delle voci lemmatizzate dal DME separando le parole formate in
due elenchi, in base alla “produttività/non più produttività” (percepibile in sincronia e/o
in diacronia) degli elementi costitutivi, pensando inoltre a quali potessero essere più
vicine al processo di composizione piuttosto che al processo di derivazione per
prefissazione e viceversa. A tal proposito, generalmente quando i prefissi sono
impiegati ‘produttivamente’ i derivati assumono pieno “significato composizionale”
(Iacobini 2004: 109-10). Iacobini (ibid.) sostiene che «la maggiore opacità si ha di
norma in parole formate con prefissi non più produttivi e basi che non sono autonome
[…] di origine latina le cui basi non sono state accolte in italiano», ma egli conclude
che: «la trasparenza semantica è una nozione di tipo graduale, i parlanti possono
ricostruire il significato e segmentare i costituenti di una parola morfologicamente
complessa a diversi livelli» anche qualora si avesse «piena composizionalità semantica»
e cioè una base che abbia una “parola autonoma” e il prefisso “produttivo” 108.
La ricostruzione del significato da parte del profano delle parole composte del
lessico scientifico-matematico avverrà principalmente secondo i criteri descritti, in
quanto alla stregua del linguaggio “comune” è possibile trovare:

108
Cfr. anche Serianni (2003: 23).

167
- parole composte con prefissi non più produttivi: trascendente, trasformare (De
Mauro 2005: 149 sottolinea che oggi nelle neoformazioni prevale il prefisso trans-
“dotto” rispetto a quello di eredità latina “patrimoniale” tras-), o ancora,
- parole con prefissi non più produttivi e basi che non sono autonome: it. addizione, it.
differenza, it. congettura,
- parole formate secondo regole produttive: it. autosimmetria, it. antisimmetrico.
Entro questa distinzione è possibile riconoscere ulteriormente parole di formazione
italiana con prefissi non più produttivi, ma con base libera: it. decrescente, it.
assorbente, it. compatibile, parole “ereditate” con prefisso ancora produttivo it.
risolvere e parole “ereditate” ad es. it. bisettrice che hanno prefissi produttivi e base
autonoma e sono pertanto confondibili con le parole di nuova formazione. 109
a) I composti censiti dallo spoglio per intero del lemmario del DME (II elenco,
§3.5.2.1.) saranno analizzati secondo le modalità tratte e individuate dagli scritti di
Iacobini (2004: 72-84) e Bisetto (2004: 33-51). Sarà prestata attenzione a:
1. Identificazione del modulo compositivo preferito dal linguaggio scientifico-
matematico in base alla posizione:
110
a. Elemento formativo + Parola , b. Elemento formativo + Elemento
formativo 111 , c. Parola + Elemento formativo 112 , d. i casi in cui lo stesso
elemento potrebbe trovarsi in posizione sia iniziale che finale.

b) I composti censiti dallo spoglio delle lettere A-B-C 113 e raccolti nella tabella n. 3
saranno analizzati registrando:
1. Il numero dei composti formati mediante utilizzo di elementi greci o latini,
l’eventuale presenza di parole derivate da elementi formativi che si trovano in
posizione finale, o ancora, per quanto concerne la produttività, l’eventuale
identificazione di paradigmi interni alla struttura di questo lessico.
109
Iacobini 2004: 109-110.
110
La struttura compositiva corrispondente a questo modulo è la più facilmente interpretabile, in quanto
l’elemento formativo ha la funzione di determinante. Cfr. Iacobini 2004: 78.
111
In questi casi lo statuto dell’elemento formativo è vicino a quello di lessema. Cfr. Iacobini: 2004, p.
85.
112
Iacobini (2004) riporta dati che registrano che nelle nuove formazioni dell’italiano corrente i composti
con tale modulo sono in numero inferiore Ibid. p. 83.
113
Il numero complessivo dei lemmi censiti è di 124 rispetto ai 122 censiti nelle tabelle: 1a., 1b., 1c e 2a.,
2b., 2c, in quanto sono stati inclusi i prefissi bi-, contro-. Nelle schede del corpus dei prefissi censiti (bi-,
contro-, ecc.) è stata registrata la produttività degli stessi nella misura in cui sono stati accolti dal
dizionario Battaglia (GDLI), i risultati poi immessi nella tabella n. 3 (cap. IV).

168
2. Per i composti matematici contenuti nella tabella n. 3 si verificherà quale la
preferenza della categoria lessicale del complesso tra quelle possibili in italiano:
composti nominali, composti aggettivali, composti numerali, composti verbali,
composti avverbiali.

Valutando i casi sopra descritti si tenterà di comprendere se i processi di


composizione neoclassica e/o di composizione mediante giustapposizione di basi
lessicali (autonome o meno) del lessico italiano della matematica realizzano per lo più
una produttività che è “neologica” e sincronologica, oppure se si tratta di composti che
consumano rimanipolazioni (o meno) di schemi cristallizzati in diacronia.

3.5.2.1. Prefissazione e natura dei composti matematici

In modo particolare i composti formati mediante uso di preposizioni (contro,


sotto, sopra, ecc.) mancano maggiormente di una netta linea di demarcazione che aiuti a
tenerli separati o definitivamente collocati entro la categoria dei prefissati (dunque dei
derivati), o dei composti. Bisetto (2004: 36) scrive nel caso dei composti P+N che i
formati come: controfinestra e sottobicchiere sarebbero dei prefissati in quanto i
composti con preposizioni possono essere associati soltanto a nomi (senzatetto) e non
anche a categorie lessicali differenti.
La reale problematica sembra dunque vertere sullo statuto del prefisso. Tra i
criteri guida elencati da Iacobini (2004: 100) quello più chiarificante, per la distinzione
sopra, sembra essere che i prefissi «non sono la testa delle parole prefissate». Le
difficoltà nel distinguerli però aumentano, infatti, nel caso dei composti di matrice
neoclassica in cui gli elementi formativi «somigliano» ai prefissi (ibid.). Fra le
caratteristiche più pregnanti, perché allo stesso tempo aprono «all’incertezza» vi è
quella che entrambi «esprimono significati di tipo relazionale (non lessicale)» (ibid. p.,
101). In effetti, è su quest’ultimo aspetto, che nel caso dei “composti” ad esempio con
elementi formativi neoclassici le difficoltà aumentano, in particolare quando diventano
produttivi e “liberi” nel linguaggio comune o in un determinato linguaggio speciale,
verificandosi talvolta o: una risemantizzazione dell’elemento “etimologico”, oppure, nel
caso di alcuni composti del lessico della matematica, una vicinanza soltanto

169
“omonimica” con l’elemento “etimologico” del composto, affidando di conseguenza al
significato del ‘complesso’, il compito di attribuire un senso alla ‘funzione’ che
l’elemento di per sé riveste in diacronia. In alcuni casi, infatti, la natura degli elementi
formativi oscilla tra elemento del composto o della derivazione, in virtù del fatto che
non sono più attivi in quanto strettamente prefissi, ma in quanto forme “libere” nel
senso che ricorda Iacobini (2004: 102): « […] nelle lingue classiche […] i prefissi erano
meno coesi con le parole a cui si univano ».
Tornando ora al corpus creato che contiene termini ‘esplicitamente’ matematici. Se
si supponesse ad esempio che il prefisso matematico auto- nella parola autosimmetria114
(s.f.) e negli eventuali altri neologismi, non avesse il significato che invece ha dal gr.
autós: “Se stesso, da sé”, lo stesso elemento potrebbe allora costituire un vero e proprio
implicito115, cosa che già accade, essendo questo elemento già parte delle conoscenze
condivise dai più. Talvolta, infatti, è proprio la diffusione di determinati elementi tra i
parlanti 116 che agevola, o meno, il fatto di poterli considerare come autonomi, e dunque
“liberi” (di entrare in composti in cui l’elemento formativo “etimologico” si confonde
ad esempio con un omonimo derivato da accorciamento), o al contrario come “legati” e
dunque al confine con la prefissazione (cfr. Iacobini: 2004, p. 101).
Nel lessico della matematica, infatti, il concetto di “implicito semantico” si
rivelerebbe doppio: non soltanto l’elemento “etimologico” potrebbe confondersi con un
omonimo derivato da accorciamento, ma anche seppure correttamente interpretato, non
essere sufficiente per la comprensione della parola complessa. Nel composto
matematico esocentrico it. antisimmetrico 117 < dal greco ἀντί ‘contro’ e ‘simmetrico’, il
significato non è composizionale come potrebbe esserlo in antiruggine. Il composto ha
la funzione sintattica di aggettivo. La testa semantica 118 è simmetrico, implicito che va
assolutamente ri-appreso: il referente è la “relazione di divisibilità” 119. Tra le funzioni

114
Manca la data di attestazione lessicografica del neologismo autosimmetria, la cui semantica è
recuperabile soltanto dal dizionario specializzato di riferimento del 1998 in lingua italiana.
115
In effetti, anche il termine autosimmetria contiene numerosi impliciti che non si risolvono
definitivamente nella corretta interpretazione etimologica dei due elementi costitutivi. Il significato,
infatti, intrattiene il legame semantico con l’elemento gr. autós. Cfr. scheda lemma sezione
definizione>DME.
116
Iacobini 2004: 70, 101.
117
La data di attestazione lessicografica relativamente al lemma antisimmetrico risale all’a. 2004 stando
al Battaglia (GDLI), Suplemento: 2004
118
Sul concetto di testa formale e semantica si veda Scalise, Guevara: 2006.
119
Cfr. scheda lemma corrispondente sezione “Definizione” > DME.

170
semantiche di anti-: “valore locativo”, “valore temporale”, “opposizione”, “movimento,
direzione in senso contrario”, “di fronte, posizione contrapposta” 120 , il senso che
l’elemento riveste nel composto matematico è l’ultimo citato.
Inoltre, non si potrà fare a meno di notare che alcuni elementi formativi sfruttati in
composti scientifico-matematici e più vicini allo statuto di lessema oltre ad essere
utilizzati in ambito “speciale” sono sfruttati anche nell’uso corrente: anti-, auto-, bi-,
circo, contro-, equi-, multi-, para-, poli, quadri-, approssimandosi in tal modo ad essere
annoverati tra i prefissi (Iacobini: 88), e allo stesso tempo a rafforzare il concetto di
implicito da apprendere.
Rispettivamente al legame tra la produttività dell’elemento formativo e la diffusione
di questo tra i parlanti Iacobini (2004: 84) scrive:

« Le due principali caratteristiche che contraddistinguono gli elementi formativi neoclassici sono
l’ambito d’uso e l’allogenicità. Tali criteri danno conto della familiarità che la generalità dei
parlanti ha con il significato e l’impiego degli elementi formativi. Si tratta evidentemente di una
proprietà di natura graduale, che perdono però la loro capacità distintiva proprio nei casi in cui è
più dubbia la decisione se un elemento formativo sia entrato a fare parte organicamente della
lingua, cioè quando un elemento formativo si combina con parole o affissi in un certo numero di
formazioni di uso corrente. Nessuno di questi due criteri permette inoltre di decidere se un
determinato elemento rientri nella categoria di affisso o di parola, né se partecipi a processi di
tipo derivazionale o composizionale»

La stessa metodologia pensata per la descrizione dei composti e sopra descritta nei
punti: a.1. e b.1./2. è stata seguita per condurre l’indagine sui prefissati matematici.

 Gli elementi formativi che nei processi di composizione e/o prefissazione


presentano più strettamente status di prefisso e che si palesano a un occhio non
esperto, soltanto mediante scavo etimologico 121, sono raccolti nell’elenco che segue.
I termini sono tratti dallo spoglio complessivo delle entrate lemmatizzate nel DME.
La maggior parte di queste voci include l’uso di prefissi omografi oramai non più
produttivi e che concernono alcune preposizioni dell’italiano ad es.: di-, ad-, o ancora

120
Cfr. Iacobini 2004: 126 ss.
121
Si rimanda alle tabelle “Livelli cronologici di attestazione lessicografica” rispettivamente per le lettere
A-B-C.

171
co- in luogo di con-, ecc. Si distinguono con il carattere corsivo i prefissi dei termini che
hanno attestazioni lessicografiche recenti.

ADDIZIONE, ADIACENTE, AFFETTO, AFFINE, AMBIGUITÀ, ANALISI, ANALITICO, ANALOGIA,


APOTEMA, APPLICAZIONE, APPROSSIMATO, ARROTONDARE, ASSIOMATICO, ASSOCIATIVITÀ,
122
ASSOLUTO, ASSORBENTE, ASSURDO, BI- (PREFISSO) , BIIETTIVO, BIIEZIONE, BINOMIO,
BISETTRICE, COEFFICIENTE, COINCIDENTE, COMMENSURABILE, INCOMMENSURABILE,
COMMUTATIVO, COMMUTATIVITÀ, COMPATIBILE, INCOMPATIBILE, COMPLEMENTARE,
COMPLESSO, COMPONENTE, COMPORRE, CONCENTRICO (comp. parasint.), CONCORRENTI,
CONDIZIONE, CONFIGURAZIONE, CONFRONTARE, CONFRONTABILE, CONGETTURA,
CONGETTURARE, CONGRUENTE, CONGRUENZA, CONSECUTIVO, CONSERVARE, CONSIDERARE,
CONTRADDITTORIO, CONTRADDIZIONE, CONVERTIRE, CONVERSIONE, COORDINATE, COPPIA,
CORRISPONDENTE, CORRISPONDENZA, COSTRUIBILI (NUMERI), COSTRUIRE, COSTRUZIONE,
DECRESCENTE, DEFINIRE, DEFINIZIONE, DENOMINATORE, DENOTARE, DESCRIVERE,
DESIGNAZIONE, DIFFERENZA, DIMENSIONE, DIMOSTRARE-DIMOSTRAZIONE, DIRITTO,
DISTRIBUTIVITÀ, ELEVARE, ENUNCIATO, ESEGUIRE, ESPONENTE, ESPRESSIONE, ESPRIMERE,
ESTERNO, ESTREMO, GRAFICO, INCIDENTI, INCLUSO, INCLUSIONE, INCOGNITA,
INCOMMENSURABILE, INCOMPATIBILE, INFINITO, INGRANDIMENTO, INNALZARE, INSCRITTIBILE,
INSCRIVERE, INSCRITTO, INTERSEZIONE, INTERVALLO, INVARIANTE INVARIANZA, INVERSO,
INVOLUTORIO, IRRAZIONALE IRRAZIONALITÀ, IRRIDUCIBILE, NEUTRO, NULLO, OBLIQUO,
OGGETTO, OPPOSTO, OTTUSO, PERPENDICOLARE, PIRAMIDE, PREDICATO, PRODOTTO,
PROPORZIONALITÀ, PROPORZIONE, RAPPORTO, RAPPRESENTANTE, RAPPRESENTARE,
RECIPROCAMENTE, RECIPROCO, REITERARE, RIDURRE, RIDUZIONE, RIDUZIONE E
INGRANDIMENTO, RIFERIMENTO, RIFLESSIONE, RIFLESSIVITÀ (T. MAT.), RISOLVERE,
RISPETTIVAMENTE, SEMI- (PREFISSO), SEMPLIFICARE, SIMBOLO, SIMILE, SIMILITUDINE,
SIMMETRIA, SIMMETRIA ASSIALE (E. MAT.), SIMMETRIA CENTRALE (E. MAT.), SIMMETRIA
ORTOGONALE (E. MAT.), SIMMETRICO, SOTTRAZIONE, SUPERFICIE, SUPPLEMENTARE, SVILUPPO,
TOPOLOGIA

Accanto alle parole prefissate dell’elenco sopra si affiancano i dati tratti dal
censimento sulle singole parole lemmatizzate nelle lettere A-B-C e raccolti dalla
sezione “morfologia” nelle schede del corpus. Dai dati è possibile osservare che tra i
prefissi utilizzati produttivamente per la formazione delle parole italiane non ve ne
sono, nell’uso, per il lessico italiano della matematica. Soltanto il termine calcolare
classificato come appartenente alla categoria delle parole polisemiche presenta l’uso dei
prefissi ri- e in-. 123

122
Si ritengono i composti con bi- tali in sincronia, mentre in diacronia li si definisce come Iacobini
(2004) aiuta a riflettere, coincidenti con la prefissazione (ibidem, p. 101).
123
Entrate polisemiche: A.A. > A.M. (cfr. § 3.2.1.)

172
A.A. A.M.
Acuto: in + base -ire (polis), in+ base + calcolare: ri-[iterativo]; in- (base + -abile)
-are (prosod.) [negativo] [privativo]
Affine: in+base (agg.) [negativo]
Ambiguo: dis- +base + -are (v.tr.)
[negativo]
Analogia: dis- +base +(s.f) (polis.)
[negativo]
Aperto: ri+ base agg. (polis.); [iterativo]
dis+ base agg. [negativo]
Asse: Inter-asse m. (archit.) [da
preposizione]
Base: Inter-base f. (sport., baseball) [da
preposizione]
binario: Inter-binario m. [da preposizione]
calcolare: ri-[iterativo]; in - + base
-abile/→mente [privativo, polis.];
scalculà, s-, acalcolìa (med.) [privativi]

 In riferimento al punto “a.1.” segue l’elenco delle voci tratto dallo spoglio completo
del lemmario del DME contenente i termini formati con elementi neoclassici
trasparenti dal punto di vista morfologico, la cui produttività potrebbe essere
ulteriormente verificata mediante uno spoglio delle relative attestazioni
lessicografiche e categorie semantiche censite (come in § 3.2.):

ANTISIMMETRICO, AUTOSIMMETRIA, BARICENTRO, BI- (PREFISSO) 124 , BIIETTIVO, BIIEZIONE 125 ,


BIQUADRATICO, CIRCOCENTRO, CIRCONFERENZA, CIRCOSCRIVERE, CIRCOSCRITTO,
CONTROESEMPIO, CONTROIMMAGINE, COSENO, DECI- (PREFISSO), DECIMALE, DECIMALE

124
Per alcuni elementi come ad esempio bi-, tri-, mono-, etc., data l’alta produttività (in base alla
diffusione tra i parlanti) Iacobini (2004: 101) li fa coincidere con la prefissazione. Qui sono tra i composti
e indipendentemente dal tasso di produttività nel linguaggio comune, dato che l’implicito non è un fatto
che si attribuisce solo alla trasparenza semantica o segmentabilitità, ma anche al linguaggio specifico di
riferimento. Per lo specifico valore semantico si vedano le schede dei lemmi corrispondenti.
125
Per i lemmi biiettivo e biiezione, in particolare si rimanda alla tabella “Livelli cronologici di
attestazione lessicografica”.

173
(SCRITTURA), DI-DIA (PREFISSI), DIAGONALE, DIAMETRO DIAMETRALMENTE, DISEQUAZIONE,
DISPARI, DISTANZA, DISTINTO, DISUGUALGLIANZA, DIVIDENDO, DIVISIBILE, DIVISIBILITÀ,
DIVISIONE, DIVISORE, EQUI-(PREFISSO), EQUILATERO, EQUIPOLLENZA, EQUIPOLLENTE,
EQUIANGOLO, EQUIANGOLARE EQUIDISTANTE, EQUIPOTENZA, EQUIPOTENTE, ESAGONO,
ESAGONALE, GEOMETRIA, GEOMETRIA ANALITICA, GEOMETRIA E SCUOLA ITALIANA, GEOMETRIE
NON EUCLIDEE, GONIOMETRO, -GONO (nei composti sia come primo elemento che come secondo),
IPOTENUSA, IPOTESI, ISO-, ISOMETRIA (T. MAT.), ISOMETRICO (T.MAT.), ISOPERIMETRIA
ISOPERIMETRICO (T.MAT.), ISOSCELE, DILEMMA (Gr. di-, da dís ‘due volte’), MONOMIO (T. MAT.),
MULTI- (PREFISSO), MULTIPLO, OMO-(PREFISSO), OMOGENEITÀ, OMOGENEO, OMOLOGO,
OMOTETIA OMOTETICO, ORTO- (PREFISSO), ORTOCENTRO, ORTOGONALE (T. MAT.),
ORTONORMALE, ORTONORMATO (T.MAT.), OTTAEDRO, OTTAGONO, OTTAGONALE (IM), OTTANTE,
PARALLELA, PARALLELO, PARALLELEPIPEDO (T. MAT.), PARALLELOGRAMMA (T. MAT.),
PARENTESI, PENTAGONO, PERIMETRO, POLI- (PREFISSO), POLIEDRO, POLIGONALE (LINEA),
POLIGONO, POLINOMIO (T. MAT.), QUADRILATERO (QUADRANGOLO), QUATERNIONE (T. MAT.),
RETTANGOLO, TETRAEDRO (T. MAT.), TRANSITIVO, TRAPEZIO, TRASCENDENTE, TRASFORMARE,
TRASFORMATO, TRASFORMAZIONE, TRASPORRE, TRASPOSIZIONE, TRIANGOLARE
(DISUGUAGLIANZA), TRIANGOLO, TRIANGOLO EQUILATERO (E. MAT.), TRIANGOLO ISOSCELE (E.
MAT.), TRIANGOLO RETTANGOLO (E. MAT.), TRIANGOLO RETTANGOLO ISOSCELE (E. MAT.),
TRIGONOMETRIA (T. MAT.), TRIGONOMETRICO.

Il totale delle entrate lemmatizzate nel DME è pari a 539 e il totale dei composti
formati mediante elementi formativi neoclassici e parole prefissate ammonta a 243,
dunque ben il 45%.
Rispettivamente al punto “a.1.”, dunque rispetto all’identificazione del modulo
compositivo delle parole formate si riconoscono ‘parole’ (lessemi) e/o i singoli
‘elementi formativi’, per i seguenti composti matematici:

a. Elemento formativo + Parola:


ANTISIMMETRICO, AUTOSIMMETRIA, BARICENTRO, BIIETTIVO, BIIEZIONE, BICONTINUO, BILIONE,
BINOMIALE, BIQUADRATO (→BIQUADRATICO), BISECANTE, BISEZIONE, BISFENOIDE, BINORMALE,
BIPIRAMIDE, BIPLANARE, BITANGENTE, BINANGOLO, CIRCOCENTRO, CIRCONFERENZA,
CIRCUMSCRIZIONE, CIRCOSCRIVERE, CIRCOSCRITTO, CONTROESEMPIO, CONTROIMMAGINE,
CONTRARMONICO, COSENO, DISEQUAZIONE, DISPARI, DISTANZA, DISTINTO, DISUGUALGLIANZA,
DIVIDENDO, DIVISIBILE, DIVISIBILITÀ, DIVISIONE, DIVISORE, EQUILATERO, EQUIPOLLENZA,
EQUIPOLLENTE, EQUIANGOLO, EQUIANGOLARE EQUIDISTANTE, EQUIPOTENZA, EQUIPOTENTE,

IPOTENUSA, IPOTESI, ISOMETRIA, ISOMETRICO, ISO-PERI-METRIA: questo termine che si


compone di più elementi tematici, lascia assistere anche al processo di derivazione
dell’elemento formativo in posizione finale: ISO-PERI-METRICO (←), ancora: MONOMIO,

MULTIPLO, OMOGENEITÀ, OMOGENEO, OMOLOGO, OMOTETIA OMOTETICO, ORTOCENTRO,

174
ORTOGONALE, ORTONORMALE, ORTONORMATO, PARALLELA, PARALLELO, PARALLELEPIPEDO,
PARALLELOGRAMMA, PARENTESI, POLINOMIO, QUADRILATERO (QUADRANGOLO),
QUATERNIONE, RETTANGOLO, TETRAEDRO, TRANSITIVO, TRASCENDENTE, TRASFORMARE,
TRASFORMATO, TRASFORMAZIONE, TRASPORRE, TRASPOSIZIONE, TRIANGOLARE
(DISUGUAGLIANZA), TRIANGOLO, TRIGONOMETRIA, TRIGONOMETRICO

b. Elemento formativo + Elemento formativo:


DIAGONALE, DIAMETRO, ESAGONO (→ ESAGONALE), GEOMETRIA, GONIOMETRO, OMOLOGO,
OTTAEDRO, OTTAGONO, OTTAGONALE (IM), OTTANTE 126 , PENTAGONO, PERIMETRO, POLIEDRO,
POLIGONALE (LINEA) ← POLIGONO

c. Parola + Elemento formativo: Non sono presenti nel lemmario specializzato


formazioni con tale modulo compositivo.

d. Quando lo stesso elemento si trova in posizione sia finale che iniziale. L’elemento
-GONO < gonía ‘angolo’ (dall’eredità greca) (ad es.: it. goniometro e it. pentagono,
poligono) funge da secondo elemento e di conseguenza anche da base per termini
derivati (ad es.: it. ortogon-ale, it. pentagon-ale, ecc.). I lessemi che appartengono alla
presente categoria fanno oscillare le certezze che concernono l’attribuzione
dell’elemento formativo alla categoria di ‘prefisso’ 127 o di elemento avente statuto di
“lessema”, ma non è questo il caso, non essendo il prefisso più produttivo.
Considerando ad es. il termine goniometro in prospettiva diacronica, questo rientrerebbe
nella categoria “c”.

Dallo schema sopra è possibile concludere che il modulo compositivo più diffuso
per i composti con elementi neoclassici è quello in cui l’elemento formativo precede la
parola.
Il modulo compositivo “parola + elemento formativo” non è sfruttato per la
formazione dei “composti” neoclassici in ambito matematico (almeno alla luce dei
termini lemmatizzati nel DME 1992 [1998]), pertanto a differenza di quanto osservato
per altri lessici scientifici (cfr. Grossmann, Rainer 2004) non è stato possibile

126
Rispetto alla derivazione da elementi formativi che fungono da base, il processo è possibile da
evincere in diacronia per: octănte(m), in Vitruvio, “n. di strumento di misura, pari alla metà di un
quadrănte(m)”, mentre in sincronia dalla base okta-, anziché l'atteso okto- si hanno il numerale: ottanta e
gli altri numerali in -anta, di derivazione invece popolare (Cfr. DELI versione elettronica: 1999).
127
Si ricorda che tra le caratteristiche che distinguono i prefissati dagli elementi formativi impiegati nei
composti neoclassici vi è quella di ammettere la derivazione per questi ultimi a differenza di quanto
accade per i composti preposizionali (Iacobini 2004: 104).

175
riscontrare per questo lessico lo sfruttamento di tale modulo compositivo per la
costruzione di paradigmi ‘speciali’.
Questo a meno di considerare gli elementi per es. anti- (valore oppositivo) auto-
(valore riflessivo), contro- (opposizione) o per il lat., per esempio: MULTI-, EQUI-, SEMI-
come elementi della composizione dunque “liberi” (non nel senso di diffusi) 128 e i
seguenti elementi formativi (dal greco) ad es.: DECI-, ISO-, -GONO, OMO-, ORTO-, POLI-

come ‘basi’ per parole derivate in quanto aventi funzione analoga a quella delle parole
(Iacobini: 2004, p.70).
Stando alle attestazioni delle fonti lessicografiche consultate i composti neoclassici
presentano casi di derivazione per il secondo elemento del composto come in:
isoperimetria→isoperimetrico, trigonometria, trigonometrico, esagono→esagonale,
poligono→poligonale, ottagono→ottagonale. La derivazione è ugualmente presente in
alcuni composti lessicalizzati (cfr. tabella n. 3) come ad es. in
acutangolo→acutangolare.

 Relativamente al punto “b.” dunque in particolare per quanto concerne l’insieme


delle parole composte formate a partire dai termini registrati nel corpus si rimanda
alla consultazione della tabella n.3: “La composizione”. Si procederà ora alla
trattazione degli aspetti introdotti in b.2. concernenti il numero dei composti formati
mediante utilizzo di elementi greci o latini e/o mediante giustapposizione.

Delle 124 entrate lessicali che rappresentano il totale dei lemmi trattati nel corpus 129
(lettere A-B-C) per 26 termini (più i derivati del prefisso bi-) si sono censite 155

128
Iacobini (2004: 88) difatti annovera tra i prefissi alcuni elementi formativi tra quelli maggiormente
diffusi nel linguaggio comune: «nel novero dei prefissi […] elementi come auto- […] ipo- […] para-,
pluri-, poli- benché siano impiegati anche in terminologie tecnico-scientifiche e siano attestati in diverse
formazioni di tipo esocentrico.». Tali elementi sia che etichettati come prefissi che come elementi della
composizione sono “pericolosi” se diffusi nel linguaggio comune, dal quale conviene operare un
necessario distacco prima di avviare una corretta comprensione dell’elemento nel complesso e dunque,
del complesso nel linguaggio della matematica.
129
Nel conteggio sono stati esclusi antisimmetrico, autosimmetria, baricentro, circocentro e il composto
mediante prefisso bi-: biquadratico i quali essendo alcuni lemmatizzati in forma di composto con
elementi formativi neoclassici e altri afferenti a casi di prefissazione (ad es. biquadratico) sono stati già
trattati nel punto a.1. (vedi sopra). Si ricorda che per questi lemmi si è suffragata l’ipotesi di composti e in
secondo luogo esocentrici, data la non-derivabilità di questi, a differenza delle parole prefissate. Cfr.
Iacobini 2004: 104.

176
«costruzioni complesse» 130 da questi derivate. Queste sono in totale 155 (considerando
insieme i campi “A.A.” e “A.M.”). Tra queste:

- 28 composti afferiscono all’attività matematica,


- 10 sono afferenti ad altre accezioni,
- 115 a linguaggi settoriali di varia natura. Le parole centrifuga, centripeto sono state
inserite nella categoria del linguaggio corrente (A.A.), date le scarse informazioni
sull’ambito d’uso fornite dagli articoli corrispondenti.
Per quanto concerne le categorie grammaticali dei composti afferenti
specificatamente all’attività matematica:
- 10 sono aggettivali
- 21 sono nominali tra questi i termini acutangolo, cubocubo e curvilineo sono
polisemici all’interno del lessico matematico, dato il cambio della categoria
grammaticale (es.: cubocubo agg. e sm. ‘Che ha forma di cubo’. 2. Sm. Sesta
potenza di un numero).
Per quanto concerne la loro struttura formale sono 5 le categorie emerse:

Tav. 9

Struttura formale
dei composti 13
A.M.

N+N 7
A+N 6
A+A 1
N+A 1

Dall’interpretazione dei dati si può dedurre che il comportamento delle


parole/termini lemmatizzate nel DME sia connotato di una certa “settorialità”. Difatti,
almeno per quanto concerne il processo di formazione dei composti appartenenti alla
categoria dei “composti stretti” (stando alle fonti lessicografiche consultate) il

130
Bisetto 2004: 33.

177
“contributo” da parte di questi al dominio del linguaggio comune è ridotto soltanto a 10
formati.
Si è prestata ulteriore attenzione all’aspetto semantico degli elementi formativi
censiti sia per quelli tratti dai due elenchi sopra presentati che per quelli emersi dalla
tabella n. 3. Alcuni dei composti tra i paradigmi presentati sono pericolosamente
motivati per il profano, altri presentano un uso cristallizzato di alcuni elementi formativi
per i quali non è attestata produttività che sia ‘viva’ nel sistema, altri sembrano sfruttare
i prefissi bi- e contro- (tutt’oggi diffusi in numerosi composti di uso anche comune) per
formare composti che dal punto di vista cronologico sono più recenti 131.

- Composti numerali: settangolo, quattro base, seibase,


- Indicazioni riguardanti il numero: biiettivo, biiezione, bi continuo, bilione,
binomiale, biquadratico, biquadrato, bisecante, bisezione, bisfenoide, binormale,
bipiramide, biplanare, bitangente, binangolo, triangolare (disuguaglianza),
triangolo, quadrilatero, quadrangolo, decimale, trigonometria, trigonometrico
- Elementi formativi con significato numerale e specifici per la designazione di figure
geometriche: tetrangolo, rettangolo, pentangulo, quadrilatero, tetraedro,
esagono(→ esagonale), ottaedro, ottagono (→ottagonale), ottante, pentagono
- Mappatura di una posizione nello spazio: ipotenusa, ipotesi, isometria, isometrico,
isoperimetria, isoperimetrico, perimetro, i composti con circum/circon, circo-:
circumscrizióne ‘perimetro d’una figura geometrica’ e circocèntro ‘centro del
cerchio circoscritto un triangolo’ entrambi sembrano trarre da spostamenti
metonimici che si muovono dal significato primitivo di “intorno”, si vedano anche
gli omofoni nel linguaggio corrente: circumscrizione, circoscrivere, circoscritto, e
circonferenza, quest’ultimo diffuso nel linguaggio comune. In composti
cristallizzati: dal gr. pará ‘presso, accanto’, parallela, parallelo, parallelepipedo,
parallelogramma, parentesi, e poi gr. diá, “attraverso”: diagonale, diametro e
transitivo, trascendente, trasformare, trasporre etc., alcuni tra questi non più
produttivi.

131
Cfr. tabella “Livelli cronologici di attestazione lessicografica”.

178
- Quantificazione: equilatero, equipollenza, equipollente, equiangolo, equiangolare,
equidistante, equipotenza, equipotente, ancora: monomio, multiplo, poliedro,
poligonale, (linea) ← poligono, polinomio.
- Separazione allontanamento: disequazione, dispari, distanza, distinto,
disuguaglianza, dividendo, divisibile, divisibilità
- Similarità, uguaglianza = omogeneità, omogeneo, omologo, omotetia omotetico,
omologo, isometria, isometrico, isoperimetria
- Con valore determinato di ‘base’ (gr. hédra, d'orig. indeur.) l’elemento formativo
-edro nei composti cubottaedro, poliedro, tetraedro.

3.6. Produttività cristallizzata

Alcuni degli elementi formativi utilizzati nei procedimenti di composizione in


ambito scientifico-matematico sono largamente diffusi anche nel linguaggio comune (si
vedano ad esempio i “polisemici”: auto-, anti-), ma il distanziamento semantico degli
stessi non avviene mediante risemantizzazione “sistematica” del singolo 132 e non si
riscontrano serie di paradigmi in cui l’elemento prefissoide o suffissoide abbia formato
133
nuovi composti o derivati “regolari” rispecchianti un determinato carattere
classificatorio. La lettura del significato morfologico appare condizionata da
condivisioni che concernono gli impliciti semantici coinvolti nelle basi (lessemi) del
linguaggio scientifico-matematico, non avendo riscontrato casi di risemantizzazione
dell’elemento etimologico. Il rapporto “primitivo” con l’elemento greco o latino è
mantenuto, ma la traccia del seme per interpretare la parola complessa è altrove,
naturalmente fuori dalla formalità del linguaggio comune e all’interno di quella del
linguaggio della matematica.
Al confronto con altri sistemi di lingue speciali, per quanto concerne i composti
matematici formati su base greca o latina, sarebbe auspicabile ricalibrare il concetto di
trasparenza semantica connesso al concetto di “facilità” legata alla traduzione del

132
Il fenomeno è altamente produttivo in altre discipline scientifiche quali ad es. la medicina o la
biologia, in cui gli affissi sono connotati dal forte carattere classificatorio. Dai dati ricavati rispetto al
modulo compositivo parola+elemento formativo non si sono registrati nel linguaggio della matematica
casi di risemantizzazione di affissi.
133
Per le nozioni di prefissoide o “quasi suffissi, prefissi” si veda Migliorini 1963: 9. Sulla nozione di
“regolarità” nei processi di composizione dei linguaggi scientifici si veda Dardano 2004: 580.

179
singolo elemento e/o alla conoscenza del significato dello stesso nel diffuso uso
corrente. Serianni (2003: 23) scrive nel caso specifico di alcuni composti del linguaggio
della medicina che:

«Per capire di che cosa si occupi la proctologia basta poco; è vero che non è altrettanto facile
capire che cosa sia la carfologia ‘crocidismo’, per la scarsa trasparenza degli elementi implicati
(kárphos ‘pagliuzza’ e logía qui nel significato di ‘azione di raccogliere’ non in quello abituale di
‘studio, trattazione”)»

Per quanto concerne la comprensione dei composti matematici, la conoscenza


pregressa che il profano possiede riguardo ad es. alle lingue classiche potrebbe esaurire
l’informatività morfologica sottesa, ma essendovi in alcuni casi singoli elementi
formativi che non significano ciò che designano (ad es. per i più diffusi nel linguaggio
comune), in quanto legati a concetti ‘impliciti’, allora è possibile osservare che questi
prescindono dalla scarsa trasparenza o meno che possiedono all’interno del composto o
del prefissato 134 . Il segno complesso autosimmetria non presenta un significato
composizionale delle conoscenze implicate, allo stesso modo si comportano,
circocentro, antisimmetrico e i prefissati: incompatibile, incommensurabile, ecc.
Pertanto, interrogandosi sulla comprensione del composto in matematica e
immaginandovi appartenere il termine carfologia (invece termine medico e citato da
Serianni), la domanda da porsi ad es. sul secondo elemento del composto sarebbe: Che
cosa significa logía, ossia, il concetto di ‘studio, trattazione’ – nel linguaggio della
matematica? In quale sistema di riferimenti è inserito?
Guardando alla morfologia di lingue speciali come la fisica, la biologia, la medicina
si noterà che questa è motivata nei significanti grazie a una stabilità dei rapporti
semantici e che astraendo sia dal sistema speciale, che naturale sarà possibile
considerare gli elementi linguistici di cui dispone la lingua come polisemici. Nella
morfologia tale tipologia di linguaggi speciali genererà serie di paradigmi che
formeranno campi semantici interni alla loro precisa struttura concettuale e in cui i

134
Serianni (2003: 23) osserva che la trasparenza semantica non è conseguenza diretta della facile
segmentabilità del composto. Egli scrive che la: «difficoltà di comprensione lessicale non dipende
tuttavia, di norma, né dalla polisemia, né dalla scarsa analizzabilità di un composto. Dipende dalla
frequenza d’uso di un termine o di una locuzione nel linguaggio comune o in un’importante varietà
settoriale e – per quanto riguarda i termini scientifici – dalla rete di conoscenze che devono essere
presupposte.».

180
singoli prefissi o suffissi potranno essere a loro volta polisemici 135 , mentre nel
linguaggio della matematica, probabilmente perché poco avvezzo a pratiche aperte alla
eterogeneità parcellizzata motivata da ‘situazioni’ associativo-evocative, gli stessi
elementi linguistici saranno evidentemente polisemici rispetto al linguaggio naturale136
(si veda il caso ad es. del suffisso -ità), ma all’interno del sistema che rappresentano non
daranno luogo come accade per gli altri linguaggi speciali a “isole” di “endocentricità”
di tipo morfologico.

135
Cfr. Serianni 2004: 586 ss. ad es. acefalia “assenza di sangue” vs anemia “diminuzione carenza”.
136
In questo caso trattasi di “modification de la motivation primitive”. Cfr. Dubois 1966, p.110.

181
CAPITOLO IV
PROSPETTIVE DI LAVORO SINTETIZZATE IN TAVOLE SINOTTICHE

DEI DATI CONTENUTI NEL CORPUS

182
4.1. Livelli cronologici di attestazione lessicografica

Legenda:

<: “derivato da”


>: “da cui deriva”
←: “derivato da”
→: “da … deriva”.
A.A.: “altra accezione”
A.M.: “accezione matematica”
DME: Dizionario di matematica elementare
DELI: Cortellazzo e Zolli (Dizionario etimologico della lingua italiana)
B.A.: Battisti e Alessio (Dizionario Etimologico Italiano)
E.M.: Ernout e Meillet (Dictionnaire étymologique de la langue latine: histoire des
mots)
GDLI: Grande dizionario della lingua italiana (Battaglia)

Per quanto concerne la distinzione tra parole di “trafila ereditaria” e parole che
sono “prestiti colti” si sono utilizzati i simboli “<”, e “>”, per indicare rispettivamente
con il simbolo “<”: “derivato da”, mentre con il simbolo “>”: “da cui deriva”. Per
quanto concerne la sezione “prestiti e/o calchi” gli stessi simboli sono stati utilizzati per
indicare con il simbolo “>”: “attestato dopo”, mentre con il simbolo “<”: attestato
prima”. Le date di attestazione della parola sono tratte dai dizionari etimologici che
sono stati utilizzati per il riempimento delle schede che compongono il corpus.
Per quanto concerne le informazioni sulla derivazione morfologica di una parola,
si sono utilizzati i simboli “←”, per indicare “derivato da” e il simbolo “→”, per
indicare “da … deriva”.
Le sigle “A.A.” (“altra accezione”) e “A.M.” (“accezione matematica”) sono
utilizzate per distinguere nell’ambito della cronologia delle attestazioni lessicografiche,
l’accezione particolare del senso matematico laddove i dizionari consultati riportassero
l’informazione. La data di attestazione lessicografica riportata nelle sezioni

183
contrassegnate dalle sigle “A.A.” e “A.M.” è quella cronologicamente più antica ed è
tratta dai dizionari etimologici consultati per il riempimento delle schede del corpus.

4.1.1. Lemmi lettera “A”


(tav. 1. a.)

LEMMA ACUTO
A.A. «che termina a punta, aguzzo, pungente» (av.1294) [DELI]
(sec. XIII) [LEI], «sottile, ingegnoso» (av. 1321, Dante), «di tono
alto» (av. 1375), «detto di accento» (1494, av. 1589, L. Salviati),
anche in architettura: «detto di arco» (a. 1797), s. m. «nota più alta
di un canto» (av. 1901, E. De Marchi).
A.M. «detto di angolo minore di un angolo retto» (av. 1519, Leonardo),
[DELI];
«(angolo) minore di 90°» (1313 ca. Dante TB;), «detto di arco
formato da due semicerchi che si incontrano in modo da formare un
vertice alla sommità» (D’Alberti-Villanuova 1797) ; [LEI]
Trafila lat. acūtus (acŭere: «acuire»)
ereditaria De acus dérivent acuō -is : aiguiser (sens physique et moral) et
exacuō ; acūtus, (panroman, sauf roumain) […] De
acūtus :*acūtia ;*acūtiō, -ās ; panroman, sauf roumain [E.M.]
LEMMA ADDIZIONE
A.A. «aggiunta» (1304-08), Dante) [DELI, LEI]
A.M. con il significato di «aggiunta» già nel Villani, in quello matem. dal
XVII sec. [B.A.]
«una delle operazioni fondamentali dell’aritmetica» (1639,
Cavalieri) [DELI, LEI]
Nel sign. mat. si affianca dal XVII sec. al prec. somma, che però non
scompare dall’uso; Tomm. Sin. 1838, s.v. aggiunta scrive.
“Addizione è latinismo ormai serbato ad esprimere la prima delle
operazioni aritmetiche, che con voce più nota dicesi somma. Se non
che somma esprime più propriamente l’applicazione dell’operazione
a una serie di numeri; addizione esprime l’operazione in sé stessa”
[DELI]
Prestiti colti v. dotta, lat. additiō -ōnis (additus, addere «aggiungere»)
(Dioscoride, VI sec.) [B.A.] < der. di ăddere [DELI]
E.M. : Iaciō (basse époque, panroman) a fourni de nombreux
composés en -iciō : > adiciō (προσάλλω): «jeter en outré ou après»;
souvent, simplement «ajouter» (= addere) (v. iaciō, -is).
Composto dalla prep. preverbo: ad-: iungō, adiungō, dō,

184
addō (composés verbaux en dō); il II° elemento è dato dal lat.:
“ancien et usuel : dō […] addō (adduō, Gloss., est refait sans doute
sur adduim) addō 1° « placer auprès, appliquer », correspond à
προστίθημι, cf. Plt. Cap. 808,est glosé à la fois προσδίδωμι et
προστίθημι; 2° « ajouter ».
L’ă de dăre a fait passer les composés dans la 3° conjugation : [...]
les composés ainsi formé se sont confondus avec ceux de la racine
*dhē- « poser, placer » si bien que souvent il est possible de dire à
quels composés on a affaire [E.M.] Additiō, additāmentum
correspondent à πρόσθεοις, προσθήϰη [E.M.]
Prestiti e/o addizione, sul modello del fr. < addition (dal sec. XV)
calchi addizionale e addizionare sono < il fr. addition-nel (1500) e
additionner (av. 1549).[DELI]
LEMMA ADIACENTE
A.A. la forma aggiacente è stata introdotta dal Bembo nel Cinquecento,
[B.A.] secondo il DELI e LEI : aggiacente, attest. per la prima volta
in Cicerone volgar., inizio sec. XIV, e usato ancora dal Vallisnieri,
av. 1730);
«che sta vicino, limitrofo» adiacente (XVII sec.) [B.A.] (av. 1698,
F. Redi) [DELI];
It. addiacente «giacente, disteso» (a. 1618, Buonarroti il Giovane,
GlossCrusca 1867). [LEI]
‘luogo’ (1.a agio m. 'abitazione, appartamento, stanza' (ante 1294,.),
‘possibilità’ (1.b. It. agio m. 'facoltà, destro, opportunità, occasione;
disponibilità' (dalla prima metà del sec. XIII,), ‘comodità’(1.c.
asgio m. 'diletto, piacere; comodità, benessere materiale e spirituale'
(fine del sec. XIII) e ‘recipiente, arnese’ (1.d.). [LEI]
A.M. «detto di ciascuno dei due angoli determinati in un semipiano da una
semiretta uscente da un punto della sua origine» (1639, B.
Cavalieri). [DELI];
It. angoli aggiacenti «angoli contigui al punto d’avere un lato in
comune e gli altri due giacenti sulla stessa retta» (1639, Cavalieri,
B; TB). II. 1. It. angoli adiacenti (dal 1740, Grandi) [LEI, 1, 653]
Prestiti colti v. dotta, lat. tardo part. pr. adjacē(n)s -entis (da adjacēre, vedi
«aggiacere, giacere vicino»), comunissimo anche nel latino
medievale; < lat. class. adjacentia [B.A., DELI]
adiacente e adiacenza rappresentano l’esito dotto, comp. di ăd
‘presso’ e iacēre ‘giacere’,
E.M. : Composés : ad-iaceō (= παράϰειμαι), cf. M. L. 169 et 168,
*adiacēns, adiacentia (Aug.), substantif sans doute tiré du nominatif
pluriel adiacentia, -ium « régions voicines » qu’on trouve dans
Tacite et Pline (v. B.W. sous aisance) [E.M.]

185
«luogo: in aiace “nella adiacenza” con sostituzione della prep. in
con ad ‘a’, che in a-aise si fonde» ← fr. prov. aize, a. fr. aise (IX
sec) [B.A.] Già nel lat. class. adjacentia con questo signficato.
[B.A., LEI] > fr. adjacent e nell’it. adiacente [LEI]
LEMMA AFFETTO
A.A. La sua evoluzione semantica ha distinto entrate “omonime”,
diversamente gestite dagli etimologici consultati. Si riportano di
seguito le accezioni che sostanzialmente si suddivono tra i derivati
dal sign. già latino (affectus < part.pass. di afficere) di:
«disposto; colpito» e i tre significati già latini (da affectus) di:
«'amore', 'sentimento, passione' e 'desiderio'» (cfr. LEI).
Per il I: «colpito da malattia» (XVI sec.), (av. 1597 [DELI]) (1354,
Passavanti, B [LEI]), «modificato nel suo modo di essere,
impressionato o alterato (riferito a persona)» (1354, Passavanti o
«da passione» Dante) [B.A.] giur.; «colpito da obblighi psicol., il
colorire di gioia o di dolore ogni rappresentazione» [XVI sec. B.A.];
«oggetto del sentimento, persona amata» (secc. XIV-XV); Per il II:
«inclinazione, desiderio» (XIV sec. [B.A.]);
«incline, assorto» (ante 1321[LEI]) (seconda metà sec. XIII, Neri de'
Visdomini XVI sec. [DELI]) (ante 1321[LEI]); [DELI]
A.M. (affectus < part.pass. di afficere). It. (termine) affetto (da un segno)
agg. «(term. matem.) modificato, acompagnato da segni indicativi
(gradi superiori o inferiori)» (a. 1748, Agnesi, B). [LEI]
Prestiti colti Vc. dotte, lat. affĕctu(m) («disposto; colpito» LEI]), (part. pass. da
affĭcere «influire, fare impressione su qualcuno» < comp. di ăd
‘verso’ e făcere ‘fare’), col der. tardo, affectuōsu(m), (facere)
E.M. : facere: verbe italique […] Le sens ancien est « poser,
placer » ; le passage au sens de « faire » a dû se faire par des emplis
techniques.
Verbe composés : adfi…(aff-) : mettre dans une certaine disposition
(physique ou morale), affecter, toucher. Se dit d’abord
indifféremment en bien ou en mal ; […] De là adfectus, -a, -um =
aeger, languidus, etc., M. L. 255 ; affectus -ūs. […] à traduire le gr.
διάθεσις [E.M.]
LEMMA AFFINE
A.A. Aveva il significato di «contiguo» [B.A.]
«ciascuno dei parenti d’un coniuge rispetto all’altro coniuge e
viceversa» (av. 1936), v. anche affini [DELI/LEI],
«simile, congenere» (a.1743 [DELI]),
«che ha più o meno stretta somiglianza, che è simile per qualità o
natura» (dal 1743) [LEI]
A.M. « (term. matem.) corrispondenti in un’affinità» Zingarelli 1970.

186
[LEI] a.1748
Prestiti colti affīnis «confinante, parente» v. dotta < fīnis «confine, limite di un
campo, di un territorio» (il valore di “confinante” è molto
documentato nel latino d’Italia del IX – XI sec. [B.A.]) (comp. di ād
“presso” e fīnis “confine”, col der. affinitāte(m). [DELI]
E.M. : le caractère matériel de fīnis n’est pas douteux ; c’est souvent
un arbre qui sert de fīnis […] composé de fīnis : adfīnis (af-ar-
d’après Prisc. GLK II 3,4) [E.M.]
LEMMA AFFINITÀ
A.A. «vincolo di parentela» XVI sec., B.A., av. 1396 [DELI, LEI];
«somiglianza, conformità, simpatia reciproca» XVII sec., sec. XIV,
B.A./DELI]); chim., «tendenza di due o più corpi a combinarsi
chimicamente» (XVIII sec.) (a.1544), [B.A., DELI]; affinità elettiva
«tendenza d'una sostanza chimica a combinarsi con un'altra» (1819)
[DELI], affinitate, affinitade ant‘continuità, vicinanza’ (1300 ca.
[LEI])
A.M. «(term. geom.) omografia tra due piani, nella quale si corrispondono
le rette improprie» B 1961. [LEI]
Prestiti colti der. tardo lat. < affīnitās-ātis (←affīnis) vicinanza, parentela;
È un prestito confluito per diverse vie (scuola, chiesa, diritto) [B.A.]
Composé de fīnis : 2° «qui participe à, complice» (généralement
péjoratif a. culpae, uitiō) ; d’où adfīnitās ; [E.M.]
Prestiti e/o fr. affinité, (XII sec.) [B.A.]
calchi
LEMMA ALGEBRA
A.A. «cosa complicata, difficile da capire» (1863, Fanf. Tosc.) [DELI]
A.M. Algebra (-ico) «ramo della matematica che studia il calcolo letterale
e le equazioni algebriche, introducendo l'uso dei numeri negativi e
complessi» (1606, G. Galilei) [DELI].
Algebrico «dell’algebra» (av. 1703, Viviani; la forma si diffuse però
– in sostituzione del prec. algebraico attest. dal Panciatichi, av. 1675
e algebratico, G. Grandi, 1740 – solo a partire dalla metà
dell'Ottocento: la usò il Gioberti, 1843 e nel 1852 il Gher. Suppl.
scriveva: “algebrico, dicono e scrivono oggidì alcuni in vece di
algebraico”) [DELI].
Prestiti colti v. dotta, lat. medioev. (1202, voce introdotta da Fibonacci) algebra
< dall’ar. al-ğabr «restauratio», passata alla fine del Medio Evo
(dal XIV sec.) nelle lingue occidentali (XVI sec. fr. algèbre).
L’espressione araba più comune era al-ğabr wa’l -muqābala
«restaurazione e compensazione (in orig. al-ğabr era un t. med. che
significava «riduzione al proprio posto delle ossa dislocate» [DELI])

187
data la frequenza di queste operazioni nella risoluzione delle
equazioni algebriche» con questo secondo uso tecnico nel trattato di
Muhammad ibn Mūsā al -Huwārizmī (I metà del IX sec.; Bagdad)
[B.A.].
LEMMA ALGORITMO
A.M. «procedimento di calcolo» (algorismo: fine sec. XIII, Tesoro
volgar.; algoritmo: 1748, M. G. Agnesi). [DELI],
(algorismo) m.; mat., «simboli algebrici», (stor. (medioev.),
aritmetica col sistema arabo) [B.A.]
Prestiti colti v. dotta < alchorismus lat. medioev. algorismus, algorithmus «cifra
che esprime una quantità», per accostamento al gr. arithmós
numero, dal soprannome del matematico arabo al- Huwārizmī nativo
di Hwarizm regione dell'Asia) [B.A., DELI]
LEMMA ALLINEAMENTO
A.A. Allineamento 1 comp. parasintetico di linea [DELI]
«disporre su una stessa ‘linea’» [B.A.], ‘atto, effetto dell'allineare e
dell'allinearsi’ (1690 ca., Esercizi militari), «linea orizzontale ideale
su cui poggia il limite inferiore dell'occhio medio del carattere
tipografico» (1965, Garz.), «visuale che passa per due punti fissi in
mare o su di una costa, indicati da segnali» (1970, Zing.), «dicesi il
piano per le pubbliche costruzioni, onde regolare gli edifici che
fiancheggiano le pubbliche vie» (1865, TB), le vc. si diffondono tra
la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento; [DELI]
Allineato
«collocato sulla stessa linea» (1690 ca., Esercizi militari) [DELI]
Prestiti colti v. dotta, lat. medioev. *allīneāre, -āmentum. [B.A.]
Il v. allineare (coi suoi der.) è formalmente un comp. parasintetico
di linea, ma si tratta, secondo il DELI, di un calco sul fr. aligner
(1155), alignement (inizio sec. XIV), aligné. [DELI]
E.M. : līnea,-ae f.: “fil de lin » puis toute espèce de fil, […] Par
analogie : ligne tracée (=γραμμή), ligne géometrique (cf. Gell. 1, 20,
7). Ancien, usuel, technique Tous ces mots dérivés de līnea « ligne »
n’ont plus aucun rapport sémantique avec līnum. [E.M.]
Il v. allineare (coi suoi der.) è formalmente un comp. parasintetico
di linea, ma si tratta, a nostro parere, di un calco sul fr. aligner
(1155), alignement (inizio sec. XIV), aligné. [fonte: DELI]
LEMMA ALTERNO
A.A. «vicendevole, reciproco» (da alter) (XIX sec.) [B.A.];
«che si ripete a intervalli regolari nel tempo e nello spazio» (dal

1
Si direbbe un prestito dal linguaggio della lingua militare a quello della matematica, essendo anche le
più vecchie attestazioni presenti nel linguaggio della vita militare. Cfr. scheda lemma corrispondente e sui
passaggi da un lessico di specialità a un altro si veda Cortellazzo 1994: 29 ss.

188
1542, Benivieni, B [LEI]; «detto di rami e foglie che si succedono,
uno per nodo, sui due lati del fusto» (1797) [DELI]
A.M. «detto degli angoli formati da una linea che taglia due parallele»
(1573, E. Danti). [DELI]
(angoli) alterni «(geom.) degli otto angoli formati da due rette
parallele con una trasversale, quelli che non sono adiacenti ma
opposti, perciò uguali tra loro» (dal 1573, E. Danti, B; Crusca 1863;
Tb; Zingarelli 1983). [LEI]
Prestiti colti v. dotta, scrive il LEI (d’età umanistica) < lat. agg. alternus
vicendevole, reciproco, ‘l’uno dopo l’altro; vicendevole’ (LEI) » (da
alter), col der. alternāre. [B.A., DELI]
alter nel lat. class.: col senso ‘l’altro (di due)’ opposto a alius col
senso ‘un altro (diverso)’ nel periodo postclassico ALTER si impose
su ALIUS ed assunse tutt’e due i sensi (cfr. Lüdtke, RF 69, 138
segg.). [LEI]
LEMMA ALTEZZA
A.A. «dimensione dalla base al vertice, punto o grado elevato» (av. 1250,
Giacomo da Lentini) (dal 1294, Latini, B [LEI];
«eccellenza, superio rità, grandezza, nobiltà, magnanimità» (dal
1274 ca.[LEI])
«altezza rispetto al livello del mare» (1320, Crescenzi volg.) [LEI],
«latitudine» (av. 1685, D. Bartoli) [DELI] (1661 [LEI]; it. altitudine
f. ‘profondità’ (ante 1484) [LEI]
A.M. It. altezza f. «(term.geom.) una delle tre dimensioni del corpo:
rappresenta la distanza dal vertice alla base» (dal 1748, Chambers
[LEI])
LEI: in altitūdo ‘altezza’, it. altitudine (voce dotta) f. «(term. geom.)
dimensione verticale di un corpo, altezza» (Chambers, 1748). [LEI]
Trafila < lat. tardo altitia «elevatezza» (Chirone cf. anche E.M. altitia
ereditaria remplacé en roman de altitūdō, -inis f.) per il class. altitūdō (< altus:
part. pass. di ălere ‘allevare’); romanzo occid. e ital. [B.A.]
< altus, -a, -um : proprement participe passé de alō < Alō, -is, -uĭ,
altum (alitum), -ere […] – nourrir (dē nūtrīce, sens ancien, mais
rare, dē cibō, dē terrā […] altus s’est spécialisé dans le sens de
« haut » (qui a grandi), et n’a plus de rapport sémantique avec le
verbe [E.M.]
LEMMA AMBIGUITÀ
A.A. «qualità di ambiguo, equivocità» (1341-42) [DELI, LEI]
Prestiti colti ambiguitās «ambiguità» < lat. ambĭguu(m) (da ambĭgere ‘essere
discorde’, comp. di ămb- ‘intorno’ e ăgere ‘condurre’), col der.
ambiguitāte(m).:

189
E.M. : *an: préverbe dont l’existence est des plus douteuses ; les
forme où il semble figurer s’explique par am(b)-, am-, ou par ante
[…] Le sens est plutôt « de chaque côté de » que « autour » Amb-
est la forme normale devant voyelle : ambiguus [E.M.], A agō se
rattachent un certain nombre de noms concrets et abstraits et
d’adjectifs […]précédé de préverbes a fourni de nombreux
composés, la plupart en -igō […] des mots de sens technique, se
sont détachés du verbe simple et ont formé des groupes
indépendants. < ambigō: pousser de part et d’autre ; et « mettre sur
les plateaux de la balance », d’où « laisser en suspence, douter ». >
De là ambiguus (pour la forme cf. exiguus), -a, -um, , ambiguitās.
[E.M.]
LEMMA AMBIGUO
A.A. «dubbio; incerto» It. ambiguo
«di significato oscuro, equivoco; suscettibile di varie interpretazioni
(detto di una parola, una frase, una locuzione)» (dal 1354) [LEI]
(sec. XIV)[B.A.], (av. 1294, Guittone) [DELI]
Prestiti colti v. dotta lat. ambiguus «ambiguo» [LEI]→-itās → -ātis, da ambigere
spingere da una parte e dall’altra, lasciare in dubbio (da ambi-
attorno, agere) , senza continuatori pop. romanzi [B.A.]
LEMMA AMPIEZZA
A.A. «estensione, vastità, larghezza» (anche con senso fig.) (av. 1294)
(Dante) [LEI, DELI e B.A.], in fisica: «ampiezza od amplitudine di
oscillazione, o di vibrazione, di ondulazione» (1865, TB) [DELI]
A.M. it. ampiezza (della parabola) f. «la linea orizzontale che è compresa
fra i suoi due estremi» (1697, Guglielmini, TB; 1742, Grandi,
Tramater) [LEI]
Trafila < amplus, «ampio, abbondante» [LEI]), di etim. incerta, cfr.
ereditaria ampliàre [DELI]
<Amplius, (Panroman, sauf roumain) dans la langue commune, a le
sens de ultrā, praetereā ou simplement plūs. Conservé peut-être
dans la v. fr. amplois.
LEMMA ANALISI
A.A. «metodo di studio consistente nello scomporre un tutto nelle sue
componenti per esaminarle una per una traendone le debite
conclusioni» (a.1669) [DELI] (inizio del XVIII sec) [B.A.]
«in varie discipline scientifiche, insieme delle operazioni aventi lo
scopo di determinare la natura, le caratteristiche e simili di una
sostanza» (1706) [DELI].
A.M. «studio dei numeri e delle funzioni» (av. 1675, A. Segni: Dardi 502)
[DELI]

190
Prestiti colti lat. analysis < gr. Ana, in e lyo, sciolgo, v. dotta, gr. análysís -eōs (<
gr. Ana, in e lyo, sciolgo decomposizione, risoluzione (analy‘ō io
sciolgo [Amati, Guarniero]); in lat. la v. non è documentata; vi
supplisce resolūtiō; [B.A.]
Prestiti e/o sulla fortuna della nostra v. ha influito il fr. analyse (fine del XVI
calchi sec.) > analisi (a.1669) [DELI] (inizio del XVIII sec) [B.A.]
LEMMA ANALITICO
A.A. «scienza dell’analisi scientifica e matematica» (XVIII sec.) [B.A.]
«proprio dell'analisi» (av. 1566) [DELI]
A.M. «scienza dell’analisi scientifica e matematica» (XVIII sec.) [B.A.]
Prestiti colti v. dotta attraverso il franco-latinismo di origine classica fr.
analytique > analitico (XVIII sec. [B.A.]), (analytique, 1578)
[DELI]
v. anche analisi v. dotta gr. analytikē’ [téchnē] lat. analyticē, e
analyticus docum. soltanto da Boezio, dal gr. analytikós;
LEMMA ANALOGIA
A.A. «rapporto di somiglianza» (B.A.), (a.1558) [DELI]
Il lat. ANALOGIA, derivato dal gr. ἀναλογία «proporzione», si
diffuse in epoca medioevale attraverso la filosofia scolastica’.
Continua nelle lingue romanze in forma dotta e nei sign. già latini
«regolarità grammaticale»,
Prestiti colti lat. analogia (term. dell’archit. e anche della gramm.), -icus (Gellio)
-ista, (lat. med. a. 1345), [B.A.]
«proporzionato, che è in rapporto con» (gr. análogos < Ana
«eguale» e logos «discorso, rapporto») [DELI, B.A.]
LEMMA ANGOLO
A.A. «luogo appartato» (angulo: av. 1530, I. Sannazaro; angolo: 1581, T.
Tasso).
It. àngolo «parte interna (ed esterna) dell’incontro di due parti, di
due facce o superfici; cantone, canto» (dal 1348, Villani) [...] Sign.
spec.: it. àngolo m. «spigolo, sporgenza» (ante 1519, Leonardo); [...]
It. àngolo «luogo solitario e appartato» (dal 1581, Tasso B); [...] it.
àngolo «punto d’incontro di due lembi o margini di una superficie»
(ante 1927, Serao) [LEI]
A.M. «porzione di piano compresa fra due semirette uscenti da un
medesimo punto» (av. 1348, G. Villani) [DELI]
It.a. anguolo m. «parte di piano limitata da due semirette aventi
origine comune» (sec. XIII, RistArezzo, GlossCrusca), it. àngolo
(dal sec. XIV) [LEI]

-àngolo secondo termine di composti della lingua dei matematici;

191
lat. -angulus che traduce dei composti tecnici greci in
- g ōˊn i o s. [B.A.]
Prestiti colti v. dotta; < lat. angulus (der.: -āris,-ātus, ōsus) angulus «àngolo,
canto» [LEI],
forma sincopata anglus (nell’Appendix Probi) < gr. anky’los curvo;
< Le v. sl. ǫgŭlŭ « angle, coin » est trop pareil à lat. angulus pour
n’être pas suspect d’être emprunté. Mais il y a un ancien g dans
arm. ankiwn « coin » ; en faisant alterner k/g, on rapprochera gr.
ἀγϰών « courbure du bras, coude », ἀγϰύλος « courbé », etc. ; v. les
mots lat. ancus et uncus. [E.M.]
LEMMA ANTISIMMETRICO
A.A. Non è attestato negli etimologici consultati che riportano simetrìa,
«proporzione ed armonia delle parti fra loro» (simetrìa, XVI sec.)
-ico (XIX sec.) [B.A.], (simmetrico: a. 1745) [DELI]
A.M. Non è attestato negli etimologici consultati, che riportano simetrìa
«proporzione ed armonia delle parti fra loro» (simetrìa, XVI sec.)
-ico al XIX sec., il B.A.], ma il DELI simmetrico: a. 1745
Prestiti colti anti-, prefisso di voci dotte; dall'avv. e prep. < gr. antí, di orig.
indeur.«di faccia, di contro, invece di, corrispondente a».
II° elemento: lat. symmetria < dal gr. symmetría «giusta
proporzione» (da syn, insieme e metron, misura [Amati Guarniero,
242])
Prestiti e/o fr. symétrie a. 1530;
calchi
LEMMA APERTO
A.A. apertum m. «spazio, luogo aperto» (ant., apertura [B.A.]), [LEI:
Lomb.a. averto m. 'piazza' (ante 1274)] ,
apertus agg. «manifesto; schiuso», «palese, esplicito» (dal 1275 ca.
[LEI]), (av. 1294 [DELI])
agg. «non chiuso» (aprito: av. 1306, Iacopone; aperto: av. 1321,
Dante) [DELI];
«schietto» (av. 1388), «detto di vocale con grado di apertura
maggiore della vocale chiusa» (av. 1589), [DELI], agg.
«dischiuso,disserrato parlando di porte, imposte coperchi)
(dal 1353)», . It. «che ha avuto inizio, che è iniziato, in corso» (dal
1890) [LEI]
Avv.: it. aperto «apertamente, con evidenza, chiaramente,
manifestamente» (dal sec. XIII). Il ventaglio semantico di apertus è
quasi la stessa del verbo aperīre: ‘manifesto’ (a.), ‘dischiuso’ (b.) e
‘iniziato’ (c.) [cfr. LEI, Vol. III, 1.,1-11]
Trafila lat. apertum «luogo aperto spazio, aperto» [LEI]

192
ereditaria (part. pass. di aperīre ‘aprire’), col der. apertūra (m).
E.M. apertus, apertē, apertō, -ās (Plt. et Arn) ; apertibilis, apertiō,
(attesté à partir de Varron), apertūra « ouverture », M. L.
516 [E.M.]
LEMMA APOTEMA
A.M. mat. «segmento d’un poligono; raggio del cerchio iscritto in un
poligono», «altezza d’una faccia della piramide regolare» [B.A.]
«in un poligono regolare, raggio della circonferenza inscritta»
(1819, Bonav.). [DELI]
«linea perpendicolare tracciata dal centro di un poligono regolare
sopra uno dei lati, o dal vertice di una piramide sopra la base»
[Amati, Guarniero: 23]
Prestiti colti v. dotta, gr. apόthema «abbassamento» (apotíthēmi «io abbasso»).
comp. di apó ‘da’ e títhēmi ‘io pongo’ (di orig. indeur.).
[B.A., DELI]
LEMMA APPLICAZIONE
A.A. ← applicare: «approdare» (prima metà del sec. XIV); «attaccare,
mettere insieme» (dal 1603), per i sign. second. e fig. (cfr. LEI)
It. applicazione f. «il porre a contatto, impiego di una medicina, di
un metodo di cura, di sostanza (a scopo terapeutico)» (dal 1666,
Poggi-Magalotti), «il mettere in contatto gli occhi con un te-sto
scritto» (ante 1803), applicazione f. «l'operazione di far aderire»
(DD 1974), «attenzione continuata, concentrazione della mente,
impegno intellettuale; cura scrupolosa e precisa, dedizione (a un
lavoro, a un'occupazione, allo studio)» (dal 1300 ca., Albertano
volg., [LEI]
Nello sviluppo semantico il sostantivo s’accosta al verbo
‘applicare’. [B.A.]
A.M. (mat.) «accomodamento di una quantità con un'altra» (a. 1740), ~
«divisione» (a. 1748), «relazione fra due insiemi tale che a ogni
elemento del primo sia associato un solo elemento, detto
immagine, del secondo; legge che a ogni elemento del primo
insieme ne associa uno solo del secondo» (Zing. 1983) [LEI]
Prestiti colti v. dotta, lat. applicātiō -ōnis «attaccamento» [B.A.] < applicāre
«congiungere, aggiungere; approdare, arrivare [LEI]»
E. M. : plicō →ap-plicō, āuī (-uī non attesté avant Cic.), -ātum
(-itum non attesté avant Pétr.) : absolu et transitif « aborder, se
diriger vers » et « appuyer, appliquer » (sens physique et moral) ;
« ajouter » (tardif). [DELI]
< plicō, -ās, plicāuī, plicuī, plicātum et plicitum, -plictum dans les
composés : «plier, replier» (poétique et postclassique ; demeuré dans
les langues romanes […] A coté de plectō il existe un intensif et

193
sans le t suffixal, usité surtout dans les composés applicō : plicō (<
plectō ) → dans les composés applicō, complicō, explicō [E.M.]
LEMMA APPROSSIMATO
A.A. -ato, (XIII sec.) [B.A.], → approssimare, rifl., (XIV sec.)
qc. (a qc.) v. tr. «avvicinare, accostare (nello spazio)» (1310 ca.)
[LEI]
Agg. verb.: It. approssimato (a qc.) «avvicinato; vicino, prossimo
(nello spazio o nel tempo)» (1300 ca., Albertano volg., B.) [LEI]
A.M. come termine di matematica dal XVIII sec. [B.A.];
It. approssimato «(term.mat.) molto vicino alla grandezza data o alla
sua misura esatta» (DD1974) [LEI]
Prestiti colti Il lat. mediev. approximāātiō (XIII sec.) > dotto l’astratto
corrispondente al fr. e ingl. approximation, (XIV sec.), spagn.
aproximacion. [LEI, B.A.]
v. dotta lat. tardo approssimare < lat. tard. approximāre
«avvicinarsi, accostarsi» (Itala, Vulgata), ātiō (XIII sec.), ōnis, <
comp. parasintetico da ad- e proximāre [B.A.]: lat. proximē
(←prŏximu(m) sup. di *prŏque, forma originaria di prŏpe ‘vicino’,
d'orig. indeur.). De proximus dérivent proximitās, proximō, -ās et
ad- proximō (Ital., Vulg.) proximatus, -us (Cod. Théod.) [E.M.]
LEMMA APPROSSIMAZIONE
A.A. -azione (XV sec.) [B.A.];
It. aprossimazione f. «l'approssimarsi; avvicinamento,
accostamento» (dal 1535, Leone Ebreo [LEI]), (sec. XIV, Ottimo
[DELI])
«corrispondenza non perfetta, avvicinamento ad un dato non
esattamente misurabile» (dal 1797) [LEI]
A.M. «in matematica, avvicinamento a un numero o quantità, mediante
numeri o quantità più semplici da rappresentare o da calcolare»
(1797, L. Mascheroni). [DELI]
«(matem.) l’avvicinamento a un numero o quantità, mediante
numeri o quantità più semplici da rappresentare o da calcolare» (dal
1748, Chambers; Zing. 1983) [LEI]
Prestiti colti -azione (XV sec.) Voce dotta dal lat. approximātiō -ōnis <
approximātiō (XIII sec. LEI), dotto l’astratto corrispondente al fr. e
ingl. approximation (XIV sec.), spagn. aproximacion. [B.A.]
LEMMA ARCO
A.A. “volta” in Vitruvio continua ininterrottamente nel Medio Evo.
[B.A.],
«arma da lancio» (sec. XIII (dalla seconda metà del sec. XIII [LEI])
[DELI], «in architettura, struttura ad asse curvilineo» (av. 1321,

194
Dante), «periodo di tempo» (1304-08, Dante) (dalla fine del sec.
XIII [LEI]), «bacchetta di legno, che fa vibrare le corde di certi
strumenti musicali» (a.1529). «arcobaleno» (1319 ca) celeste arco
'arcobaleno' (ante 1374) [LEI]
«tutto ciò che ha forma curva, a guisa d'arco, a guisa di mezzo
cerchio» (dal 1313 ca., Dante, EncDant.; Crusca 1863; TB; Acc.
1941; B; Zing. 1983) [LEI] «curvatura del ciglio» (a.1532) [LEI]
A.M. It. arco m. 'porzione di curva o circonferenza tra due punti di
questa 2» (dal 1308 ca., Dante, 10 EncDant.; Crusca 1863; TB; Acc.
1941; B; Zing. 1983)
Trafila lat. arcus -ūs
ereditaria arcus, -ūs : (un génitif arquī est attesté à partir de Lucr. 6,525, où il
désigne «l’arc-en-ciel» [E.M.]) […] dans les langues techniques,
tout objet en forme d’arc : arc-en-ciel, arche, voûte. Cfr. il germ.
*arhwō «freccia» [B.A.]; panromanzo. Cfr. scheda lemma.
LEMMA AREA
A.A. Area 3
In II.1.a: 1.b. It. aia f. «alone che si forma intorno alla luna per
ragioni meteorologiche» (ante 1565, Varchi);
2. It. area f. 'superficie limitata di terreno, spazio circoscritto' (1340
ca., Boccaccio, B) [LEI];
A.M. Area II.1.a. It. aia f. «superficie di un corpo circoscritto da linee
rette o curve; area» (ante 1565, Varchi, TB).[LEI]
In 2. It. area f. «(geom.) estensione di una superficie calcolata in
rapporto ad un'unità di misura» (dal 1580, Marcellino).[LEI]
Prestiti colti v. dotta ārea «aiuola; spazio aperto; aia» [LEI]
allotropo popolare è ‘aia’< lat. tardo āria (class. ārea, raccostato
dagli antichi ad ārēre esser secco) [fonte: B.A.]
LEMMA ARITMETICA
A.M. aritmetica (tosc., XVII, XVIII sec.) arimmètica (-o, agg., m., XVI
sec. [B.A.]) «scienza dei numeri e delle loro relazioni»
arismèt(r)ica f., ant., -o m. e anche arismètra m., ant., maestro
d’aritmetica, (XIV (anche dantesco) xv sec.) [B.A.], (arismetrica:

2
Cfr. fr. arc m. 'portion définie d'une courbe (t. de géométrie)' (1474 ca., FEW 25,119a; dal 1690, Fur,
ib.). cfr. Lei, III.1, 959
3
Le accezioni che il LEI suddivide per area semantica sono molteplici, queste sono riportate nella scheda
del lemma corrispondente. Per quanto concerne l’attestazione dei significati negli ambiti non
specificatamente tecnico-matematici si riporteranno i significati della parola “area” che risalgono alle
introduzioni dotte del termine, in epoca umanistica e alle quali il LEI ha attribuito la stessa area semantica
a cui far risalire il significato specializzato di: “piano, superficie piana (geom.).: « Le forme di tradizione
dotta (II.) si dividono nei significati latini introdotti in epoca umanistica e che continuano in veste
popolare (II.1.) e in forme con evoluzione fonetica dotta (2.).»

195
1260-61, B. Latini e 1300 ca., Best. Tosc. 106; aritmetica: av. 1449,
D. Burchiello) [DELI],
It. arismetrica f. «settore della matematica che studia i numeri,
soprattutto gli interi, le loro caratteristiche e proprietà teoriche, e i
procedimenti pratici di calcolo» (prima metà del sec. XIII) It. a.
aricmetrica f. «settore della matematica che studia i numeri»(ante
1446) [LEI]
Prestiti colti v. dotta lat. arithmētica, [ars], -us agg. (corrispondente a numerarius
[B.A.]) dal gr. arithmētikē [téchnē], -ós agg.← da arithmós numero
[B.A.]
LEMMA ARROTONDARE
A.A. «dare forma rotonda o più rotonda» (1865, TB), «integrare lo
stipendio con altri guadagni» (1908, Panz. Diz.).[DELI]
Arrotondato ← arrotondare part. arrotondato come agg.: a. 1839,
Stampa milan.), [DELI]
A.M. «sostituire un numero con un altro approssimato, più semplice, per
facilitare i calcoli» (1865, TB), [DELI]
Trafila Comp. di a raff. e rotondare, (forma attest. dal XVIII sec.[DELI],
ereditaria («far diventare ‘rotondo’. Più antico (XIV sec.) è ritonda
re » (XIV sec.), [B.A.])
voce semidotta rotundāre ←lat. volg.*retundus (< class. rotundus),
panromanzo, «di forma della ruota» con i der. rotunditāte(m) e il
den. rotundāre. < lat. rŏta(m) «ruota (del carro, idraulica, di
supplizio; ed anche n. di un ‘pesce’ indeterminato)» ← den. rotāre
→ rotātu(m), → il s. rotatiōne(m), i dim. rotĕlla(m), di tarda
attestazione, > rŏtula(m), e il v. da quest'ultimo der. *rotulāre.
[DELI]: L’adjectif rotundus doit être lié à une forme verbale, non
conservée à date historique et devrait son o à rota [E.M.]
LEMMA ASCISSA
A.A. abscindere v.tr. «tagliare, distaccare» (fine del sec. XIII, Bibbia
volg., GlossCrusca 1867), ascindere (prima metà del sec. XIV,
Cassiano volg., TB). [LEI]
A.M. «la prima coordinata in un sistema di coordinate cartesiane» (dal
1739, Grandi, B; Crusca 1863; B; DD), abscissa di un punto di una
retta da un altro punto della retta’ (dal 1829, Tramater; TB; Acc.
1941; B; DD). (XVIII sec.) [LEI, DELI];
«parte d’un asse compresa fra un punto fisso e l’incontro
coll’ordinata» [B.A.]
Prestiti colti v. dotta < latinismo scient. abscissa «linea tagliata»
[līnea], < abscissus «tagliato via», part. di abscindere «tagliare,
distaccare » (fine del sec. XIII, Bibbia volg.) [LEI].

196
Ab préverbe et préposition a servi également à renforcer des verbes
composés dont le préverbe s’était affaibli […] scindō, -is, scicidī
scissum, -ere […] ne semble pas représenté dans les langues
romanes composés < ab- scindō = ἀποσχίζω [E.M.]
In Francia abscisse è documentata dalla fine del XVII sec. [B.A.] (a.
1693 [LEI]
LEMMA ASSE
A.A. Asse 4
axis1«tavola, pancone di legno» (a.1292),
axis2 ‘sala del carro; perno’ «assale che congiunge le ruote dei
veicoli; sala» (a.1537)
«organo di macchina a forma di cilindro allungato, che sostiene gli
elementi rotanti» (av. 1348, G. Villani), [DELI]
axis ‘tavola’ e axis ‘perno’ in cui - per la sostituzione del secondo
tipo dalla forma *axīle - si riflette un conflitto di omonimi che cioè
implica l’esistenza ben antica di axis ‘tavola’ accanto a AXIS
‘perno’. [LEI, vol. III.2, 2724]
A.M. In axis ‘perno’ (a.1537): «linea retta dotata di particolari proprietà»
It. asse m. «linea retta che s’immagina passare o passa realmente per
il centro d’una figura piana o solida, dividendo la stessa in due parti
perfettamente simmetriche; è dotata di proprietà particolari,
specifiche della figura geometrica cui di volta in volta si riferisce»
(prima metà del sec. XIV, Bencivenni),
It. asse m. «linea retta che attraversa il centro d’una sfera e attorno
alla quale la sfera ruota» (Chambers 1748). It. asse m. «linea retta,
intorno alla quale gira una linea, una superficie o un solido
qualunque» (TB 1863) It. asse m. «(nella geometria dei solidi) retta
attorno alla quale ruota la generatrice del solido stesso» (dal
Riguini-Fanfani; EncEuropea 1976) [LEI],
«retta, o segmento di retta, i cui punti godono di particolari
proprietà» (1313, Z. Bencivenni) [DELI]
Prestiti colti v. dotta, < lat. axis («sala delle ruote del carro» (da Catone [LEI,
E.M.]) < axis, -is m. (avec ă d’après les grammairiens) : «essieu,
axe», «perno che sorregge elementi rotanti» (da Varrone, ThesLL
[LEI]) < gr. áxōn «asse del mondo, polo» [B.A., E.M.] < Le thème
*aksi- « essieu » est l’élargissement par -i- d’un nom *aks- de
l’ « essieu », dont la forme ancienne n’est pas attestée.[…] En latin
même, le dérivé āla (de *aks-lā) est tiré de *aks- [E.M.]

4
Si riportano nella sezione “altra accezione” (come per il termine “arco”) le accezioni che entrano a far
parte del lemma che include l’accezione matematica. Il B.A. ad esempio preferisce riservare per il
significato matematico un’entrata a parte, e separarla da quella di asse “sale delle ruote, perno”, a cui
risale il significato in lat. axis e da cui deriva il termine matematico.

197
LEMMA ASSIALE
A.A. «relativo all'asse» (1942, Migl. App.) [DELI]
In: axis2 ‘sala del carro; perno’ «assale che congiunge le ruote dei
veicoli; sala» (a.1537): III. 2. It. assiale agg. »relativo all’asse o
disposto secondo l’asse» (dal 1913, Garollo); ~ «che si riferisce
all’asse Roma-Berlino» (Migliorini-PanziniApp. 1950) [LEI]
Prestiti colti < axis, -is m. (avec ă d’après les grammairiens): «essieu, axe»,
«perno che sorregge elementi rotanti» (da Varrone, ThesLL
[LEI]) → *axālis, *axīlis, 841. B. W. [E.M.]
Prestiti e/o it. assiale (2.) ← dall’ingl. axial (dal 1859, OED)
calchi [LEI] per la famiglia di parole prestito dall’ingl. si rimanda alla
scheda lemma corrispondente.
LEMMA ASSIOMA
A.M. filos. e in mat. (sec. XVI [B.A.]), (II metà XV sec. [LEI])
pitagorici: «usato per designare i principi delle scienze
dimostrative». Aristotele la tiene distinta da «postulato». Con il
significato di «proposizione di per sé nota (Boezio)» (lat. mediev.
IX-XI sec.), durante la scolastica «verità evidente» [B.A.]
Diverse accezioni in Descartes Pascal e Galilei ma specialm. in
Bacone, Locke e Leibniz [B.A.]
Prestiti colti in Apuleio axiōma -atis al posto di ēnuntiātiō. [B.A.]
axiōma «proposizione evidente» < gr. axíōma -atos «dignità»,
-atikòs agg. (gr. ἀξίωμα -ατος ‘qualità, dignità, autorità’, quindi
‘principio dimostrativo’ (da ἄξιος ‘che ha preso valore, autorità’).
[GDLI]
LEMMA ASSIOMATICO
A.A. -àtico (XVI sec.)[B.A.],
assiomàtico, agg. «indiscutibile, irrefutabile» (1620-39, B. Fioretti).
[DELI]
Prestiti colti Gr. axíōma ‘dignità’ (da áxios ‘degno’: V. prec.), col der.
axiōmatikós. [DELI]
LEMMA ASSOCIATIVITÀ
A.A. ← It. associativo agg. «atto ad associare, che tende ad associare»
(dal 1941, Acc.; B; Zing. 1983) [LEI]
Associatività f., (XIX sec.), filos., «proprietà di un’operazione
‘associativa»; v. dotta internaz. [B.A.]
A.M. proprietà associativa «(matem.) quella per cui in una somma o
moltiplicazione si può sostituire a due o più numeri la somma o
il prodotto degli stessi, senza che il risultato cambi» (dal 1955,
DizEncIt.; B; Zing. 1983). It. associatività f. «(matem.) il presentare
la proprietà associativa (parlando di una determinata operazione)»

198
(dal 1955, Diz-EncIt.; B; DD) [LEI]
Prestiti colti associāre «aggiungere, associare; unire, assicurare, fermare (a.1551
[LEI]» (assoziare) (tr., XVI sec.),
v. dotta < lat. tardo associāre (sec. I, Stazio [LEI]) comp.
parasintetico di sŏcius ‘amico’, col pref. ad- raff [DELI]
ad préverbe et préposition. socius, -a, -um: composés : […] adsociō
(latin impérial, Stace ; synonyme de adiungō ) [E.M.]
LEMMA ASSOLUTO
A.A. Nel lat. medioev. d’Italia si mantiene ancora nel IX sec. nel
significato di “immune, perfetto, incondizionato” [B.A.]
L’accezione di «sciolto da ogni cosa, incondizionata», (XIV sec.) è
tramandato dalla teologia lat. medioevale [B.A.], «libero da limiti,
da legami» (av. 1294), «generale, universale» (av. 1363), s. m. «ciò
che ha in sé stesso la propria ragione di essere e costituisce il
fondamento primo di tutte le cose» (1817-32).
«perdonato (di un peccato)» (1306, Jacopone, B), (verità,
purità) assoluta agg. «totale, completa» (1363, M.Villani, B) [LEI]
A.M. attestato nel lat. tardo: “dimostrato, evidente” [B.A.]
«generale, universale» (av. 1363) [DELI]
(peso, gravità) assoluto «fondamentale, non considerato in rapporto
col volume» (dal 1642, Galilei, B; PoggiMagalotti,Acme 14,35;
DD); (numero, valore, temperatura, ecc.) assoluto «considerato in
sé stesso, senza relazioni o dipendenze condizionanti (opposte a
relativo)» (dal 1673, Ruccellai Ricasoli, TB; B; DD) [LEI]
Prestiti colti v. dotta, < lat. absolūtus ← part. di absovere «sciogliere, liberare»
(comp. di ăb ‘da’ e sŏlvere ‘sciogliere’)
E.M. : absolūo = « détacher, délier, absoudre » « s’acquitter de, se
débarrasser de » soluō ← solūtum, -ere. Soltanto nel lat. tardo :
«absolūtus en est arrivé à signifier « démontré, évident » [E.M.]
LEMMA ASSORBENTE
A.A. -ente (XVIII sec.) «che assorbe» (1728, A. Vallisneri) [DELI]
← assorbire (assòrbere Sannazzaro) (XIII sec.), e poi ritorna ad
essere usato dal Cinquecento [B.A.] < sorbire (XIV sec.), «bere
aspirando a sorsi»; «assorbire»< sorbeō, -ēs, sorbuī, sorbitum (Prisc.
V) «avaler, gober (un œuf)» ; absorber (sens physique et moral),
engloutir. attesté depuis Plaute, classique et usuel. [E. M.]
Prestiti colti absorbēre «ingoiare, assorbire» ← absorbeō, d’où absōrbitiō,
absorptiō (langue de l’Église).
Les formes romanes remontes à sŏrbēre. [E.M.]
LEMMA ASSURDO
A.A. Il valore di “assurdità” è del lat. tardo. [B.A.]

199
«contrario all’evidenza» (XVI sec.) [B.A.], (sec. XIV, Cicerone
volgar), [DELI, LEI]
A.M. it. riduzione all'assurdo «ragionamento mediante il quale si
respinge una proposizione mostrando che essa condurrebbe a una
conseguenza riconosciuta come falsa o contraria all'ipotesi» (dal
1845, VocUniv.), dimostrazione per assurdo id.' (B 1961) [LEI].
Prestiti colti absurdus «stonato, assurdo» v. dotta < lat. absurdus, (→ -itās -ātis)
in orig. «dissonante, stonato» < da ab- e surdus, simile ad absonus.
«discordante, difforme, alieno» (1841 [LEI])
absurdus par Cic. joint à < absonus : «discordant (sens propre et
figuré)» ←sonere et sonāre
LEMMA AUREO
A.A. «d’oro, dorato; nobile» (av. 1374, Petrarca) [B.A., DELI],
«nobile, pregevole, prezioso» (av. 1374, F. Petrarca). [DELI]
A.M. aureo nùmero, v. dotta m.; «numero che si ottiene dividendo l’anno
di Cristo più uno per il numero 19 e serve a trovare l’epatta» [B.A.]
Prestiti colti v. dotta, < lat. aureus «fatto d’oro» agg. di aurum «oro».
E.M. : aurum, -ī, ancien *ausom Le sabin ausom attesté par Festus
montre que -r- de aurum est issu de s. [B.A.] → der.
aurĕola(m)corōna(m) «corona d'oro», simbolo, nell'arte cristiana, di
santità, dal sec. IV in poi [DELI]
Prestiti e/o aureus «moneta d'oro» prestito nello spagn. áureo m. «moneta» (a.
calchi 1607) [LEI]
LEMMA AUTOSIMMETRIA
A.M. Il composto non è registrato nei dizionari consultati come entrata
lessicale a sé. Motivo per cui la data di attestazione che qui riporta è
quella del 1998. Fonte: DME.
auto-1: primo elemento di composti dotti per indicare “stesso” “di se
stesso”; gr. auto-, da autós stesso (etim. incerta). [B.A.]
lat. symmetria < dal gr. symmetría «giusta proporzione» (da syn,
insieme e metron, misura [Amati Guarniero, 242]);

200
4.1.2. Lemmi lettera “B”
(Tav. 1. b.)

LEMMA BANALE
A.A. «comune, ordinario» (XIX sec.), [B.A.]. Fr. banal (1293) «indicava
in origine la pertinenza ad un ‘ban’» < *ban proclama del signore
giurisdizionale. [B.A.]
«convenzionale, insignificante» (a.1877) nel 1887 il Petr. rubricava
banale e banalità fra i termini dei giornalisti. [DELI]
Trafila ban, «circoscrizione feudale», dal francone *ban «proclama del
ereditaria signore giurisdizionale» < bannum. Sans doute celtique. [E.M.]
Prestiti e/o fr. banal (1293) [B.A.]
calchi
LEMMA BANDA
A.A. Questa parola attesta diverse accezioni 5.
Banda «lista, fascia» (XV sec.) [B.A.]
«striscia di tessuto di colore contrastante col fondo» (av. 1484),
«striscia di tessuto applicata ad abiti, calzoni, uniformi» (1964),
«striscia che attraversa diagonalmente il campo di uno scudo» (av.
1348) [DELI],
«lato, parte» (1300-13, Dante) [DELI], inoltre, la serie dei significati
tecnici riportati dal DELI (fis., cinem.) sono calchi semantici.
A.M. «Geom. Ciascuna delle due parti (dette semipiani) di un piano diviso
da una retta 6» [GDLI, 1962]
Nel linguaggio della matematica il tratto semantico ripreso sembra
meglio si spieghi con il significato di «fianco, lato, regione;
raggruppamento di soldati sotto un’insegna» (banda2 del B.A. e
banda1 del DELI, in quanto come anche dal Battaglia si può leggere
(in banda1: senso n.4) e nello stesso DME, la banda è la porzione
«delimitata» di uno spazio (cfr. la scheda del lemma
corrispondente).
Trafila lat. b a n d a collettivo di b a n d um (X. Sec.), benda, docum. dal
ereditaria X sec. (scrive Bertoni banda e anche bandiera) [B.A.]

5
Una ricostruzione che sia più precisa sugli aspetti: “rapporti di contenuto”, dunque ricostruzione di una
semantica diacronica, apre la strada su prospettive di ricostruzione che vanno oltre la ricostruzione
“formale” dei nessi tra significanti e significati. Nel caso di banda (distinto dai suoi omofoni) e benda,
separati, l’etimologia accomuna i significati nell’ambito della vita “soldatesca” del ceppo germanico
orientale (prov. ant banda: lato per estensione di quello di “raggurppamento” sotto uno “stendardo” cfr.
DELI banda1 ) che sembrano essersi specializzati per vie di continue associazioni soltanto supponibili, in
quanto al livello sincronico i significati hanno soltanto tratti (semi) che fanno pensare a una origine
comune. Cfr. Zamboni 1983, p. 71 ss. Per informazioni più approfondite si rimanda alla scheda del
lemma corrispondente.
6
Non ci sono citazioni letterarie che attestino la fonte, per poter stabilire l’origine dell’uso con accezione
matematica, almeno non dalla fonte lessicografica in questione.

201
< a. fr. bende, prov. benda, spagn. benda, lad. penda, proviene da
german. Binda, Bertoni (1914: 81)
Prestiti e/o «termine del blasone» benda è francesismo 7 : < a. fr. bende,
calchi (bande) [B.A.] fine XIV fr. bande « drappello, stendardo che
distingueva i vari corpi di truppa » < dal got. b a n d w a «segno,
insegna» [B.A.], scrive il DELI, trasmesso dal linguaggio
soldatesco.
in it. documentato : banda “fianco, lato, regione; raggruppamento di
soldati sotto un’insegna” [B.A., DELI]
LEMMA BARICENTRO
A.A. «‘centro’ di gravità dei corpi» [B.A.]
(fis.) «punto di applicazione della risultante delle forze peso di un
corpo; centro di gravità 8» (a. 1892) [DELI]
A.M. Il termine è apparso nell’opera del 1827 di August Ferdinand
Möbius dal titolo Der barycentriche Calcul, durante le fasi dello
sviluppo della Geometria proiettiva: «À la différence du centre de
gravité, il tient compte de poids affecté à chaque point. On parle
d’ailleurs de points pondérés, adjectif forgé sur le verbe latin
ponderare, peser ». (Hauchecorne 2003: 25).
Prestiti e/o v. dotta, internaz. (probabilmente sul fr. barycentre dal 1877)
calchi [DELI]
compos. con ‘bari-’ < lat. bary-, a sua volta < gr. bary-, da bary′s
«pesante»; (cfr. lat. gravis) e centro lat. centrum, «c. geometrico»
(Vitruvio) [E.M.]
LEMMA BASE
A.A. base (basa) XIV sec. [B.A.], «parte inferiore di una costruzione o di
una membratura che funge da sostegno alle parti sovrastanti» (a.
1570), «sostegno, parte inferiore di q.c.» (basa: av. 1446), fig.
«principio, fondamento» (av. 1565), «zona appositamente attrezzata
ove stazionano forze militari» (a. 1819) [DELI]
ulteriori significati tecnici pol., chim., mus., cosmesi, sport. Sono
riportati nel corpo della definizione del DELI, dunque raccolte nella
scheda del lemma corrispondente.
A.M. (mat.) «numero da elevare a potenza» (1913, Gar.), «lato orizzontale
di un poligono» (1584-85, G. Bruno) «faccia su cui poggia un
solido» (1304-08, Dante), [DELI, LEI]

7
Bertoni (1914 [1980: 81]) scrive che la voce bande è in Francia d'origine italiana.
8
Probablimente in questo punto della definizione c’è un’inesattezza come ha scritto Serianni (2003:21),
talvolta nelle definizioni scientifiche date dai dizionari che non sono redatti per scopi speciali, si tende a
mischiare nozioni che come in questo caso probabilmente appartengono a branchie diverse, come la fisica
e la matematica, ad ogni modo la matematica si sofferma maggiormente sulla nozione di “peso” proprio
dal greco. Anche incongruenza nella definizione di media basale, cfr. la scheda del lemma “base”.

202
It. basa f. «(geom.) il poligono o il cerchio sul quale poggia una
figura solida» (1537, Biringuccio, TB). [LEI]
Prestiti colti v. dotta < lat. basis (Varrone), «base; fondamenta» < gr. básis, -eōs
passo, andatura (báinō io vado), der. dal v. baínein, che, oltre al
sign. fondamentale di ‘andare’, ha anche quello di ‘essere installato,
piantato’ Emprunt technique au gr. βάσις, le mot latin étant
fundāmentum; demeuré dans quelques dialectes italiens [E.M.]
LEMMA BIIETTIVO, BIIEZIONE
A.M. Biiettivo, formato sul modello di iniettivo (iniettivo, ‘Matem. che
soddisfa alla definizione di iniezione’) ← iniezione [GDLI]
Biiezione, formato sul modello dal < fr. bijection [DME]
iniezione (XVII sec.) [B.A.] attestato in campo medico.
Prestiti e/o fr. bijection injection (XIII sec. [B.A.]) (sul modello di “iniettivo”
calchi injective
lat. tardo iniectāre «gettare dentro» iterativo di inicere (in- e jacere
‘gettare’) ha rimpiazzato nelle lingue romanze iacere.
Iacere, « jeter, lancer; lancer, jeter souvent ou avec force; et par
suite ; mettre en avant (sens moral) ; « jeter sans cesse en avant » et
« vanter » [cfr. E.M.]
fr. injecter (-eur, a. 1842) [B.A.]
LEMMA BINARIO
A.A. It. binario m. «Ciò che è composto di due unità» (1551, Gelli, B).
[LEI]; (XIV sec.) [B.A.]; «costituito di due parti» (av. 1498)
[DELI]; binàrio m. «le due rotaie di ferro parallele, fissate a sostegni
e fra loro collegate, sulle quali scorrono veicoli a ruote (treni,
vetture tranviarie, ma anche semplici carrelli)» (dal 1837,
Relazione, Peter 89) [LEI]
A.M. II.1. It. binario agg. «composto di due unità (un numero); formato
da due elementi» (dal 1498, Savonarola, B; TB;). Agg. sost.: it.
binaria f. «Cifra binaria» (1529, AronToscanello 17). [LEI]
Prestiti colti v. dotta < lat. tardo bīnārius «doppio» (< bīnī «doppio e con valore
distribuitivo “due alla volta”» [Varron in: E.M. ] ← bis (Cic.,Or,
[E.M.]), usato nel III sec. da Lampridio e ancora vivo al tempo di
Boezio;
Prestiti e/o «Cifra binaria» (1529) calco dall’ingl. binary digit, cioè bit ←‘la
calchi minima unità d'informazione trasmissibile, nella teoria
dell'informazione’ (dal 1961) [DELI, LEI]
LEMMA BINOMIO
A.A. (XII sec.) [B.A.]
«insieme di due cose o persone» (1923, Panz. Diz.) [DELI]
«che si compone di due nomi o termini» (a. 1598, Florio; in lat.
mediev. binomius: 1281-88, Salimbene) [DELI]

203
A.M. mat.; «somma algebrica di due soli addendi» [B.A.];
«polinomio costituito da due monomi» (1543, N. Tartaglia) [DELI]
Trafila lat. sc. binōmium traduzione di Gherardo da Cremona
ereditaria dell’euclidiano Ek dy’onomátōn «di due nomi» (gr. όnoma nome);
specializzatosi rispetto all’agg. già esistente in lat. tardo: binōminis
trad. del gr. diónymos da cui binomius che non equivale a bi- e
-nomio da nómos «parte, porzione»9
Prestiti e/o fr. binome (1554). [B.A.]
calchi
LEMMA BIQUADRATICO
A.M. Quadrato agg.‘che ha la forma d'un quadrato geometrico(sec. XIII-
XIV), s.m. ‘quadrangolo regolare, (prima metà sec. XV, L.
Fibonacci volgar) ‘seconda potenza d'un numero’ (prima metà sec.
XV, Fibonacci volgar.), [DELI]
Quadro (ca. 1562 B.A.): «detto di solido a sezione trasversale
quadrangolare» [B.A.]
Prestiti colti bi- (de -dwi) e quadratico(‘di secondo grado’, av. 1647) [DELI]
quadratico dal lat. sc. quadrāticus deriv. dal class. quadratus part.
pass. di quadrāre.
quadrato agg.‘solido, robusto, gagliardo’ (av. 1294, DELI)
Quadro ‘di forma quadrata’ (a.1282, DELI, XIII sec. B.A. ) < v.
dotta quadrum [B.A.]
quadrātus e quadrātum sono deverbali < Les autres composés et
dérivés de quattuor ont des formes en quadr- au lieu de *quatr-
qu'on attendrait: quadrus, quadrō […] quadrus,-a,-um: carré (rare
et tardif dans l'emploi adjectif).
Dénominatif quadrō, -ās: trans. et absolu, "équarrir", ou "être au
carré" (se dit dans la maçonnerie de pierres qui s'assemblent bien);
par suite "s'adapter, cadrer"; > de là quadrātus; subst.n. quadrātum
"carré".
Prestiti e/o fr. quadratique e l’ingl. quadratic. (a.1696). quadratico a.1749
calchi [B.A.] ipotesi incerta il DELI riporta: ‘di secondo grado’ (av. 1647,
E. Torricelli), ingl. biquadratic, ma manca la data di attestazione
[B.A.]
LEMMA BISETTRICE
A.M. geom.; «semiretta che divide un angolo in due parti uguali»; [B.A.]
«semiretta uscente dal vertice di un angolo che divide l'angolo stesso
in due angoli uguali» (1892, Gar.) [DELI]
Prestiti colti v. dotta < bi- (de -dwi) e lat.*sectrīx -īcis creato analogicamente sul
maschile sector -ōris (< secāre «dividere in due parti») < secta, -ae

9
Cfr. Zamboni 1983:189

204
f.: ligne de conduite; suite, parti, secte, école (dans la 1.
philosophique). [E.M.]

4.1.3. Lemmi lettera “C”


(Tav. 1. c.)

LEMMA CALCOLARE
A.A. Con l’accezione di «pensare, stimare» è forse un francesismo
(Rigutini), fr. calculer XVI sec., [attesta il B.A.]; (av.1540) [DELI]
A.M. «computare; mettere nel conto, […]» (XVI sec.) [B.A.]; (a.1496)
[DELI]; calculare (a.1339) [LEI]
Prestiti colti v. dotta lat. tardo calculāre «apprezzare» (V sec. Sidonio
Apollinare) [B.A.]
lat. tardo calculāre «contare, computare » (IV sec. Prudenzio) [B.A.:
da calculus (calx) «pietruzza»], (IV sec. Calcidio) [LEI];
Prestiti e/o «pensare, stimare» < fr. calculer XVI sec., [B.A. scrive
calchi probabilmente un francesismo] it. calcolare «ponderare,
considerare» (av.1540) [DELI]
CALCULĀRE entrò come prèstito nelle lingue romanze del trecento
[LEI]
LEMMA CALCOLATORE
A.A. calculatore «(overo ragioniere) m. ‘persona esperta nel fare i
càlcoli» (a. 1342) [LEI], XVI sec. [B.A.]
calcolatore: 1630-31, G. Galilei [DELI];
«macchina che esegue i calcoli ed elabora dati» (a.1959) [LEI];
(a.1963) [DELI]
Prestiti colti der. tardi calculatōre(m), vc. dotta, lat. călculu(m)[DELI]
Prestiti e/o Nell’accezione di «macchina che esegue i calcoli ed elabora dati»
calchi (a.1959) è calco sull'ingl. computer LEI/DELI.
«màcchina che esegue càlcoli» (1959 LEI, 1953 DELI). fr.
calculateur (a.1546), port. calculador calculadora ‘macchina
calcolatrice (a. 1844) [LEI]
LEMMA CALCOLATRICE
A.A. «macchina da calcolo da tavolo […]» (a. 1881) [DELI]
Prestiti colti der. tardi calculatrīce(m), vc. dotta, lat. călculu(m)
[DELI]
LEMMA CALCOLO
A.A. «valutazione, previsione» XVIII-XIX sec. [B.A.]
A.M. «computo matematico, sistema o complesso di operazioni
matematiche», (sec. XV) [DELI], càlculo (a. 1431) [LEI]

205
Prestiti colti v. dotta < lat. calculus [B.A.], «pietruzza» XIV, [DELI];
a. 1438 [LEI] < deriv. tardo da < calx < (archaïque) pion de jeu (=
calculus) « pierre à chaux » [E.M.]
calculare (a.1339) [LEI] > càlculo 10 (a.1431) [LEI]
vs.
calx (archaïque) «pion de jeu (= calculus). [E.M.] > der. tardi
calculāre [DELI], (IV sec.) [B.A., LEI]
calx < (archaïque) pion de jeu (=calculus). < emprunt 11 ancien au gr.
χάλιξ « caillou, moellon, pierre à chaux » [E. M.]
LEMMA CARDINALE
A.A. «che fa da cardine, principale» [il B.A. non riporta l’attestazione]
Il significato si è sviluppato in diversi settori e occorre
generalmente in una polirematica, virtù (Paolino D’Aquileia, c.ca
790) [B.A.], punti (a. 1579) [DELI], venti (a. av. 1406) [DELI]
A.M. «di numero […]» XIV sec. [B.A.], (a. 1865) [DELI]
Prestiti colti v. dotta < lat. tardo numerus cardinālis (inizio VI sec. Prisciano)
[B.A.]
Prestiti e/o fr. nombre cardinal (a. 1680) > numero cardinale (a. 1865) [DELI
calchi
LEMMA CARTESIANO
A.A. Diffuso per lo più in ambito specialistico: «movimento filos.» (XVII
e XVIII sec.); «razionale, evidente» (a.1950) [DELI]
A.M. sec. XVIII [B.A.], a.1710 [DELI]
Prestiti e/o Cartesius (forma latinizzata di Descartes) > fr. cartésien (1665) >
calchi cartesiano a.1710 [DELI]
LEMMA CENTRO
A.A. Diffuso in ambito specialistico mediante prestito dal LM (cfr.
scheda lemma). Polisemia dal 1800 in poi [DELI per le sfumature]
«punto mediano, parte più interna, più profonda di una superficie, di
uno spazio» (av. 1294, Guittone), [DELI]
A.M. «rispetto a una sfera, punto d'incontro dei diametri, equidistante da
tutti i punti della circonferenza» (1304, Giordano da Pisa), [DELI]

10
La precedenza storica di lat. calculus (in quanto < calx < (archaïque) pion de jeu (= calculus) E.M.)
rispetto a lat. tardo calculāre è attestata [DELI, B.A., E.M., LEI], ma ricercando l’attestazione
dell’accezione matematica, la precedenza storica non va al sostantivo che comunque sappiamo derivare
dal lat. calculus-ī (cfr. E.M., inoltre, scrivono il LEI e E.M. i “calculī”: “pietruzze, sassolini”, erano
utilizzati per fare i conti, i calcoli) precedente a calculāre, ma al verbo. Difatti, nella coppia
calculo/calculare con significato propriamente matematico, il sostantivo sembra essere deverbale del lat.
tardo calculāre, o altrimenti comunque successivo a questo. Sebbene le ipotesi di derivazione del
significato matematico si dividano tra DELI, B.A. che considerano calcolare←calcolo←calculus e il LEI
che associa forma e significato in càlculo←calculare mediante retroformazione di calculo sul fr. calcul.
Calculus è pietruzza e calcolo è attestato nel 1431.
11
Ernout e Meillet scrivono: « sans doute un emprunt au gr. […] à moins que χάλιξ et calx ne soient des
emprunts indépendants à une langue méditerranéenne inconnue.»

206
Prestiti colti v. dotta internaz. < lat. centrum «c. geometrico» (Vitruvio), dal gr.
Kéntron «pungiglione, pungolo, punto nel mezzo di un circolo, di
una sfera» [B.A.]. E.M.: emprunt au gr. ϰέντρον (depuis Vitruve)
[E.M.] < I derivati diversamente appartenenti a più settori sono
prestiti dal fr. e dall’ingl. (cfr. scheda lemma per un confronto tra
E.M. e LEI).
LEMMA CERCHIO
A.A. «striscia circolare di metallo, di legno ecc., che tiene insieme le
doghe delle botti o che serve di rinforzo a oggetti cilindrici» (av.
1306) [DELI]
Accezioni in ambiti settoriali dal 1300 in poi.
A.M. (Dante) [B.A.]; «circonferenza» (fine XIII sec.) [DELI]
Prestiti colti it. cìrcolo lat. cĭrculu(m), ne è l’allotropo dotto: [DELI] circulus
(circlus) < circus [E.M.]
Il est toutefois probable que circus, comme gȳrus et tornus, est un
terme technique, emprunté du grec, plutôt qu’apparenté à ϰίρϰος,
ϰρίϰος “anneau”. [E.M.]
Trafila lat. circulus «cerchio, circolo, orbita […]» < dim. di circus
ereditaria ‘cérco’[B.A.] < «cirque» > circulus (circlus): cercle et objet en
forme de cercle (gâteau, plat) e corōna [E.M.]
LEMMA CHIUSO
A.A. «serrato, non aperto» (XIV sec.) [B.A.], (a.1282) [DELI]
Trafila lat. tardo clūsus, -um, class. clasusus, -um, tratto dai comp.-clūsus
ereditaria [B.A.] sostituisce clāudere dai tempi di Seneca, è continuato nelle
lingue romanze, tranne nella sezione occidentale (dalla Sardegna al
Portogallo), che resta fedele alla forma più ant. [DELI]
LEMMA CIFRA
A.A. «abbreviatura, monogramma, sigla» (a.1594) [DELI];
«scrittura segreta» (XVI sec.), (av. 1498) [DELI]
A.M. «segno dei numeri, numero, somma; sigla» XVI sec. [B.A.],
«cifra zifra ‘zero’» XII sec. [B.A.]; (lat. medioev, av. 1306) [DELI]
< ar. ṣifr «vuoto» < calco sul sans. Śunyá «zero» [DELI]
LEMMA CILINDRICO
A.A. «che ha forma di cilindro» (1630-31, G. Galilei), [DELI]
-ico, (XVIII sec.) [B.A.];
Prestiti e/o Cilindrico (XVIII sec.) [B.A.] > fr. -ique (a.1956), [B.A.]
calchi
LEMMA CILINDRO
A.A. «oggetto di forma cilindrica, rullo» (av. 1292) [DELI]
«figura di corpo geometrico» (XVI sec.) [B.A.];
A.M. «solido geometrico generato da un rettangolo rotante intorno a uno

207
dei suoi lati» (inizio sec. XIV, Cicerone volgar.) [DELI]
Prestiti colti vc. dotta, lat. cylĭndru(m) dal gr. kýlindros, der. di kylíndein
‘voltolare, rotolare’ (forse d'orig. indeur.). [DELI]
Prestiti e/o cilindro (XVI sec.) [B.A.], fr. cylindre (XIV sec.), -ique (a.1956),
calchi [B.A.]. E.M. : Emprunt au gr. Κύλινδρος « rouleau » effectué par la
langue scientifique et par la langue rustique (Caton) [E.M.]
LEMMA CIRCOCENTRO
A.M. a. 1964, la data corrisponde a quella del volume consultato del
GDLI di Battaglia.
Prestiti colti Voce dotta, comp. da circo e centro [Battaglia]
I elemento del composto: circus « cercle » > circum, circō [E.M.]
II elemento del composto: centrum,-ī < emprunt au gr. ϰέντρον
(depuis Vitruve) [E.M.]
LEMMA CIRCOLO
A.A. «orbita dei pianeti, adunanza, società», (-ulo) (Dante ) [B.A.];
«crocchio, capannello di persone» (circulo: fine sec. XV) [DELI]
A.M. «cerchio, circonferenza»
attestato nella forma in : “-ulo” (a. 1304-08), in Dante; e nella forma
“circolo”: (a. 1518-25) [DELI]
Prestiti colti v. dotta, lat. circulus «cérchio» ed è precedente a “cerchio” di trafila
popolare (Cfr.). it. cìrcolo «cerchio, circonferenza», -ulo 1304-08,
lat. cĭrculu(m) è l’allotropo dotto di it. cerchio «circonferenza» (fine
XIII sec.), lat. cĭrculu(m) [DELI]
circus > circulus (circlus) [E.M.]
LEMMA CIRCONFERENZA
A.M. (Dante),[B.A.];
[«curva, perimetro del cerchio, i cui punti sono tutti equidistanti da
un punto fisso, detto centro; linea che delimita i confini in un luogo»
circunferenzia: a. 1282, Restoro, circonferenza: 1336 ca., G.
Boccaccio, DELI]
Prestiti colti v. dotta, lat. tardo circumferentia < circumferēns līnea «linea
circolare » (part. pres. di circumfĕrre portare intorno); [B.A., DELI]
lat. tardo circumferentia > fr. circonférence (XIII sec.)[B.A.]
circus « cercle » > circum, accusatif de circus (cf. gr. ϰύϰλῳ), >
nombreux juxtaposés verbaux : circumferentia =
περιφερείαcircumflexus = περισπώμενος, < sont des calques du grec
[E.M.]
LEMMA CIRCOSCRITTO
A.A. (XIV sec.), [B.A.], «contenuto, limitato» (circunscritto: 1313-19,
Dante; circoscritto: av. 1364, Zanobi da Strata) [DELI]
A.M. «di poligono i cui lati siano tutti tangenti a una circonferenza

208
interna» (a.1630-31, G. Galilei) [DELI]
Prestiti colti v. dotta, < lat. cirsumscrīptus (-scrībere «circoscrìvere’»). [B.A.]
circus « cercle » > Circum, accusatif de circus (cf. gr. ϰύϰλῳ), >
nombreux juxtaposés verbaux : circumferentia = περιφερεία,
circumflexus = περισπώμενος, < sont des calques du grec [E.M.]
LEMMA CIRCOSCRIVERE
A.A. «segnare, tracciare intorno» XIV sec., [B.A.];
«circondare» circunscrivere: (a.1313-19, Dante); circonscrivere:
(av. 1547, P. Bembo), circoscrivere: (av. 1564, M. Buonarroti)
[DELI]
A.M. «tracciare una figura geometrica, che, rispetto a un'altra, la contenga
toccandola» (a. 1607-14, G. B. Marino) [DELI]
Prestiti colti v. dotta, lat. (circon-, circun-) circumscrībere «segnare, tracciare
intorno» [B.A.]
(comp. di cĭrcum ‘intorno’ e scrībere ‘scrivere’), col der.
circumscriptiōne(m). [DELI]
circus « cercle » > circum, circō Circum, accusatif de circus (cf. gr.
ϰύϰλῳ) > nombreux juxtaposés verbaux [E.M.]
LEMMA COEFFICIENTE
A.A. «fattore che, insieme con altri, contribuisce al verificarsi d'un
effetto» (a. 1934, A. Palazzeschi) [DELI]
A.M. «numero che moltiplica una quantità incognita o indeterminata»
(a.1712, 1881) [DELI]
«fattore che opera insieme con altri, anche come termine della mat. e
della fis» XIX sec. [B.A.]
Prestiti colti v. dotta, ma per l’italiano è entrata dal francese, comp. di co- ed
efficient [B.A., DELI]. Formato su base: voce dotta < lat. efficiens
-entis, (part. pres. di efficěre «portare a compimento» (comp. di
(facěre ‘fare’) [E.M. e Battaglia] mediante prefissazione con: cum
che si presenta nelle forme com-, con-, co-.
Prestiti e/o Coefficiente (XIX sec. [B.A.] < coefficient (a. 1753), [B.A.]
calchi
LEMMA COINCIDENTE
A.A. coincidere (lat. scolast.), XVI sec. [B.A.] (-ere, a. 1584-85) [DELI]
«incontrarsi, rincontrarsi»;
-ente (XVIII sec.) [B.A.];
Prestiti colti v. dotta, ‘co’ e lat. incidere, «cadere, capitare (cadere)» [B.A.]
«cadere dentro». (lat. scolast.) [DELI]
Prefisso : Cum sous les formes com-, con- et co- > souvent, il sert à
modifier l’« aspect » et il indique le procès arrivant à son terme :
cadō/concidō « je tombe tout d’un coup » ; [E.M.]
Base : E.M. : les langues romanes attestent aussi *cadēre, fr. choir,

209
peut-être sous l’influence de iaceō, -ēre) : tomber (= gr. πίπτω qu’il
a servi à traduire) > composés: concidō (concadō): tomber tout d’un
coup [E.M.]
LEMMA COMMENSURABILE
A.A. Nel B.A. il lemma è un derivato di commensura, che è datato al
(XIV sec.) e con il significato di commisurare:«confrontare,
propozionare » (XIV sec.) [B.A.]
A.M. -àbile (Galilei) [B.A.];
«detto di due grandezze omogenee, tali che esista un sottomultiplo
dell'una, che sia sottomultiplo anche dell'altra» (av.1535) [DELI]
Prestiti colti v. dotta, lat. tardo ‘commēsūrāre, -ābilis (Boezio) [B.A.] → der.
commensurābile(m)<commensurāre (comp. di cŭm «con» e
mensurāre «misurare» [DELI]
de mēnsus > mēnsiō: «mesure» (rare, un ex. dans Cic.); > mēnsor
mēnsūra (class., usuel) > son dénominatif: mēnsūrō, -ās (tardif,
d'après μετρἐω?) > nombreux dérivés et composés : commēnsūrō, -
ātiō, -ābilis (cf. συμμετρέω, etc.) [E.M.]
LEMMA INCOMMENSURABILE
A.A. «che non ha ‘misura’ comune con altra unità»(XVII sec.) [B.A.]
Prestiti colti Vc. dotta, lat. tardo (sec. VI d.C., Boezio) incommensurābile(m)
«che non (in-) è commisurabile» commensurābile(m)’calco:
lat. tardo incommēnsūrābilis (Boezio), traduzione del gr. ámetros,
> fr. incommensurabile (raro prima del XVIII sec.), -abilité.
LEMMA COMMUTATIVITÀ
A.A. Commutare (XIV sec.) [B.A.] (av. 1306) [DELI]; -ativo (XIV sec.),
[B.A.]
Prestiti colti commutāre (comp. di cŭm ‘con’ e mutāre) [DELI]
commutare: v. dotta, lat. commūtāre «cangiare,mutare», -ābilis,
-ātiō -ōnis [B.A.]
LEMMA COMMUTATIVO
A.A. -ativo (XIV sec.), [B.A.]; «che serve a commutare» (av. 1342)
[DELI]
A.M. «detto della proprietà di un'operazione, il cui risultato non dipende
dall'ordine dei termini» (a. 1941) [DELI]
Prestiti colti commutāre (comp. di cŭm ‘con’ e mutāre) [DELI]
commutare: v. dotta, lat. commūtāre «cangiare,mutare», -ābilis,
-ātiō -ōnis [B.A.]
LEMMA COMPATIBILE
A.A. -ìbile (XVII sec.), [B.A.], «da compatirsi» (a. 1676), [DELI];
«conciliabile» (a.1656-57) [DELI]
Prestiti colti v. dotta, lat. tardo compatī (Tertulliano).

210
cŏmpati «patire insieme con» (comp. di cŭm ‘con’ e păti ‘patire’)
[DELI]
Prestiti e/o fr. compatir (a. 1541), -ible (a. 1447). > compatire (XIV sec) -ìbile
clachi (XVII sec.) [B.A.]
LEMMA INCOMPATIBILE
A.A. «non compatìbile»; (XIV sec.), -ità (Galilei) [B.A.]
«che non si concilia o non si può conciliare con q.c.» (av. 1540, F.
Guicciardini), «che non si può sopportare o tollerare» (1598, Florio)
[DELI]
Prestiti e/o > fr. incompatibile, -ibilité (XV sec.). [B.A.]
calchi
LEMMA COMPLEMENTARE
A.A. «che serve di complemento» (a.1797) [DELI],
A.M. -are (agg., XIX sec., geom., fis., gramm.) [B.A.]
Prestiti colti Vc. dotta, lat. complemĕntu(m), der. di complēre «complire», ma il
der. it. è un francesismo [B.A.]
complēmentum (rare, mais class.); < composé d'aspect déterminé de
pleō « emplir», Le sens appelle considération de l'achèvement du
procès. [E .M.]
Prestiti e/o fr. complémentaire (1794) > complementare – sebbene non sia
calchi riportato se si tratta di un prestito anche di contenuto mat. [DELI]
LEMMA COMPLESSO
A.A. agg. «complicato» (XV sec.) [B.A.], sviluppando una ricca
polisemia anche nella categoria del nome in cui però non funziona
con significato matematico (cfr. scheda lemma)
A.M. agg. «numero costituito da una parte reale e da una immaginaria»
(a.1748), [DELI]
Prestiti colti v. dotta, lat. complexus agg. m. < part. pass. complectī (poi usato
anche come s. [DELI]), «abbracciare» [B.A.]
< complexus, -ūs: étreinte, embrassement < plexus "tressé,
entralacé" (ancien Pl.) [E.M.] […] dénominatif de -plex complicō :
plier, rouler, enrouler; dans la langue des mathématiques,
«multiplier» (M. L. 2102 a) ; […] des dénominatifs en -plicō <
-plex: simplicō (rare), duplicō, multiplicō, avec les derivés en -ātiō,
etc. […la stessa radice *plek- ha dato -plex cfr. E.M. scheda lemma]
paraît être sans rapport, con plicō (< plectō ) → dans les composés
applicō, complicō, explicō, [E.M.] complicō : plier, rouler, enrouler;
dans la langue des mathématiques, « multiplier », M. L. 2102 a […]
Une racine plus simple est celle de -plex qui se retrouve dans le
groupe de gr. πλέϰω) "je tresse" et du skr. praçnaḥ "ouvrage tressé,
corbeille". [cf. E.M. pp. 2001, 514]
LEMMA COMPONENTE

211
A.A. «che compone, che entra a far parte d'un tutto» (1304-08, Dante)
[DELI], -ente (XVI sec.) [B.A.]
A.M. «elemento costitutivo» (a. 1350) [DELI]
Trafila Lat.< compōnere 12 (comp. di cŭm ‘con’ e pōnere «porre», [DELI]
ereditaria
LEMMA COMPORRE
A.A. «porre insieme varie parti perché costituiscano un tutto organico»
(av. 1294), [DELI], (XIV sec.) [B.A.].
Trafila lat. compōnere «mettere insieme» [B.A.] comp. di cŭm ‘con’ e
ereditaria pōnere «porre», [DELI]
LEMMA COMPOSIZIONE
A.A. «l’atto o l’effetto del ‘comporre’; componimento » (XIV sec.)
[B.A.], (a. 1282) [DELI]
Prestiti colti lat. compositus [DELI] part. pass. di compōnere (comp. di cŭm
‘con’ e pōnere ‘porre’) > lat. compositiōne(m)
E.M.: compositiō (= σύνθεσις)
Prestiti e/o fr. composition (XII sec.) > composizione (XIV sec.)
calchi
LEMMA COMPOSTO
A.A. Agg. e part. di ‘comporre’ «con diversi significati tecnici» (XIV
sec.) [B.A.];
«formato di varie parti» (av. 1294), [DELI]
s. m. ‘ciò che è composto dall'unione di più elementi’ (1350 ca.,
Crescenzi volgar.). [DELI]
Prestiti colti lat. compositus [DELI] part. pass. di compōnere (comp. di cŭm
‘con’ e pōnere ‘porre’) < pōnō qui a été traité comme un verbe
simple, et a fourni une nombreuse série de composés avec leurs
dérivés : compositus [E.M.]
LEMMA CONCENTRICO
A.M. Concentrico (Leonardo) «che ha il medesimo ‘centro’» [B.A.]
«di ciascuno di due o più enti geometrici aventi un centro comune»
(av. 1519) [DELI]
Prestiti colti v. dotta deriv. da < cfr. fr. concentrique (XIV sec.) [B.A.];
concentrico comp. parasintetico di centro. [DELI]
LEMMA CONCORRENTI
A.A. concórrere «andare insieme accorrere, confluire, convergere» (XIV
sec.), -ente (XIV sec.) [B.A.]
«che concorre, che prende parte con altri a una determinata azione»
(av. 1406) [DELI]
Prestiti colti Lat. concŭrrere (comp. di cŭm ‘con’ e cŭrrere ‘correre’) [B.A.]

12
In latino “base” e affissi sono documentati, non in questa particolare combinazione.

212
Motivazione: Currō et cursō ont fourni de nombreux composées
les composés de currō s’emploient plus souvent au sens moral ou
figuré, et l’idée de « courir » y est souvent effacée ou
affaiblie [E.M.]
concorrere: calco dalla lingua giuridica, del lat. concurrere (currere
‘córrere’): « aspirare ad una stessa cosa » [B.A.]
LEMMA CONDIZIONE
A.A. «limitazione, requisito necessaria per il verificarsi di un determinato
scopo», XIV sec. [B.A.], (av. 1294, B. Latini) [DELI]
Prestiti colti v. dotta, lat. condiciō -ōnis «condizione, accordo, patto, in origine
formula d’accordo tra due persone»
E.M.: diciō -ōnis «parola, formula» < dīcere ‘dire); condīcere
«convenire stabilire di comune accordo» < lat. tardo condiciōne(m)
[DELI]
LEMMA CONFIGURAZIONE
A.A. -are (XIV sec.); > -azione (XVI sec.); «modo, atto del configurare o
del configurarsi» (av. 1555), [DELI]
Prestiti colti -ātiō -ōnis (tardo) < v. dotta, lat. confīgūrāre(Columella), [B.A.]
Motivazione: comp. di con- ‘con’ e figūra «figura, aspetto»
[DELI]
dĭcio,-ōnis f. : terme de droit « parole, formule de comandement »,
d’où « comandement, autorité » ; condĭciō: 1° formule d’entente
entre deux personne, condition fixée de part e d’autre» Cfr. E.M.
scheda lemma.
Prestiti e/o < fr. configurer, -ation (XII sec.) > congigura-zione (XIV sec.)
calchi [B.A.]
LEMMA CONFRONTABILE
A.A. Confrontabile «che si può confrontare» (a.1797) [DELI]
Trafila < lat. medioev. confrontāre ‘termine giuridico’ [B.A.]
ereditaria
LEMMA CONFRONTARE
A.A. «mettere a riscontro, ‘raffrontare’, paragonare » (XVI sec.) [B.A.]
«considerare due o più cose insieme, valutando le somiglianze e le
differenze che esistono fra di esse» (fine sec. XIV) [DELI]
Trafila lat. mediev., confrontāre, comp. parasintetico di frōns, genit. frŏntis
ereditaria ‘fronte’.
E.M. : front, parti e du visage correspondant à gr. μέτωπον (dont
frōns a tous les sens) [E.M.]
Prestiti e/o fr. confronter (sec. XIV) [DELI] (a. 1344) [B.A.] > it. confrontare
calchi (XVI sec.) [B.A.]
LEMMA CONGETTURA
A.A. «giudizio o idea fondata su apparenze o indizi » (conghiettura,

213
coniettura) (f., XIV sec.) [B.A.];
«opinione, ipotesi fondata su indizi, apparenze, deduzioni personali»
(av. 1294, B. Latini), [DELI].
Prestiti colti v. dotta, lat. conjectūra da part. pass. conjectus < conicere, jacere
«gettar sopra, introdurre, interpretare») [DELI]
E.M.: iacere: «jeter, lancer», Iactāre (iectāre ; qui, à basse époque,
s’emploie comme synonyme de iaciō (il traduit βάλλω dans les
textes chrétiens), a seul subsisté et a remplacé iacere dans les
langues romanes. coniciō (co-) = συμϐάλλω et συνίημι: «jeter
ensemble, ressembler»; dans la langue augurale: “conjecturer” (de
conicere sortēs). De là coniectus, coniectiō, coniector « devin »,
coniectūra [E. M.]
Prestiti e/o fr. conjecture (XIII sec.), -ale (XVI sec.), -er (XIII sec.) [B.A.] >
calchi conghiettura, coniettura) (f., XIV sec.) [B.A.]
LEMMA CONGETTURARE
A.A. «supporre fondandosi su indizi» (av. 1327) [DELI], -are (XIV sec.)
[B.A.]
Prestiti colti Deriv. < lat. tardo -ālis, -āre (VI sec., Boezio) < [B.A.] v. dotta lat.
conjectūra < part. pass. conjectus < conicere, jacere «gettar sopra,
introdurre, interpretare»)[DELI]
Prestiti e/o fr. conjecture (XIII sec.), -ale (XVI sec.), -er (XIII sec.) [B.A.] >
calchi -are (XIV sec.) [B.A.]
LEMMA CONGRUENTE
A.A. -ente (XIV sec.) [B.A.]
«che si accorda, che ha coerenza» (av. 1396) [DELI],
Prestiti colti vc. dotte < lat. congruĕnte(m) (congruēns -ēntis), part. pr. di
congrŭere «concorrere, coincidere»: comp. di con- e grŭere, di etim.
incerta), [DELI]
LEMMA CONGRUENZA
A.A. «convenienza, corrispondenza, proporzione» (a.1303-06) [DELI];
-enza (XIV sec.) [B.A.]
Prestiti colti v. dotta, der. tardo congruĕntia(m) < lat. congruĕn te(m) part. pr. di
congrŭere «concorrere, coincidere»: comp. di con- e grŭere, di etim.
incerta), [DELI]
E.M. : congruō, -is se rencontrer, être d’accord. Attesté depuis
Plaute ; classique, usuel. Dérivés : congruentia (époque impériale),
et les contraires excongruus (symm.), incongruus, -gruēns,
-gruentia, -gruitās attestés à l’époque impériale. [E.M.]
LEMMA CONO
A.M. «figura geometrica; oggetto a forma di c.» (XVI sec.) [B.A.]
«solido formato dalla rotazione di un triangolo rettangolo intorno a

214
un suo cateto» (1496, L. Pacioli) [DELI]
Prestiti colti lat. sc. cōnus; v. dotta, lat. < cōnus < dal gr. kônos «frutto del pino,
strobilo, cono», < cfr. sanscr. ҫāṇah «pietra per affilare» lat. cōs
cōtis ‘cote’. [B.A.] < motivazione : cōs, cōtis f.: pierre à aiguiser,
queux, non attesté avant Cicéron
E.M. : cōs, cōtis f.: pierre à aiguiser, queux, non attesté avant
Cicéron < Cf. cautēs. […] Nom d’action, avec suffixe secondaire -t-,
d’une racine attestée par skr. ҫiҫāti : «il aiguise », skr. ҫāṇaḥ
« pierre à aiguiser » pers. sān (même sens), gr. ϰῶνος « pomme de
pin, cône » [E.M.] Scrive il DELI : kônos, forse d'orig. indeur.
LEMMA CONSECUTIVO
A.A. «che segue, succede immediatamente» agg., XVII sec., geom.
[B.A.], (a.1683) [DELI].
Prestiti colti v. dotta, lat. medioev. consecūtīvus (Pietro da Celle) [B.A.] deriv.
dal lat. < consecūtus: part. pass. di cōnsequi («conseguìre»)
«seguire, ottenere» < l'aspect "déterminé" d'achèvement du procès
est exprimé par les formes à préverbes: assequor, consequor,
exsequor [E.M.]
LEMMA CONSERVARE
A.A. «far durare, mantenere» (1304-08, Dante) [DELI], (XIV sec.) [B.A.]
Prestiti colti v. dotta, lat. < cōnservāre «custodire, conservaremantenere, salvare»
[B.A.] < (comp. di con- e servāre ‘conservare’), [DELI]
motivazione: servāre > cōnseruō : spécialisé dans le sens de
« conserver, respecter, sauver », cfr. scheda lemma E.M.
LEMMA CONSIDERARE
A.A. «esaminare attentamente in tutte le possibili relazioni e
conseguenze» (av. 1292) [DELI], (XIV sec.), [B.A.].
Prestiti colti v. dotta < lat. consīderāre «esaminare con cura o rispetto», < in orig.
«esaminare gli astri» < (sīdus –genit. di sīderis «astro,
costellazione»)
E.M.: sīdus, -eris : seulement au pluriel dans la bonne prose, Cic.,
Cés., Quint. ; et aussi le plus souvent dans la poésie ; le singulier
attesté à partir de Vg. et Horace. Ce sont sans doute d’anciens terme
de la langue augurale (ou marine), comme contemplārī, auquel
cōnsīderāre est souvent joint, e. g. Cic., Verr. 2, 4, 15, 33, laïcisés
en passant dans la langue courante et qui ont perdu tout rapport avec
sīdus. [E.M.]
LEMMA CONSTATARE
A.A. «verificare, accertare la verità di qualche cosa» (a. 1797) [DELI],
(costatare) tr. (XIX sec., Oriani) [B.A.]
Prestiti colti è v. dotta tratta dal lat. < cōnstat «è certo»: terza pers. sing.

215
indicativo pr. di constāre [DELI]
Prestiti e/o It. constatazione (a. 1886) [DELI] < fr. constatation (a. 1586) <
calchi constater (a. 1726) [DELI]
LEMMA CONTRADDITTORIO
A.A. Contraddittorio (non) «che implica contraddizione » (av. 1342)
[DELI], -ittòrio (XIV sec.) < contraddire (-adire, -adìcere XIV sec.,
«dire’ contro, contrastare, opporsi») [B.A.]
Prestiti colti v. dotta der. tardi < contradictōriu(m) (-dictōrius (V sec. Codex
Theodos.) < lat. contradīcere, panromanzo, «parlar contro» (comp.
di cŏntra ‘contro’ e dīcere ‘dire’) [DELI]
It. contraddittorio (XIV sec.), per il fr. contradicteur (XIII sec.),
-dictoire (XIV sec.). [B.A.]
E.M.: contrō- < attesté chez Térence), usuel.Pan-roman. : «contre,
en face de, au contraire» < correspond a gr. : ἀντί, ἄντην, ἐξ
ἐναντίας. Contrā sert de premier terme à des compo-sés verbaux qui
sont d’anciens juxtapo-sés, type contrā-dīcō (ce dernier conservé
dans les langues romanes) [cfr. E.M. Scheda lemma].
LEMMA CONTRADDIZIONE
A.A. «atto o effetto del contraddire o del contraddirsi; opposizione,
contrasto; incoerenza» (contradizióne) (XIV sec.) [B.A.], (1304-08,
Dante) [DELI]
Prestiti colti è v. dotta, lat. contrādictiō -ōnis (der. class. contradictiōne(m) < lat.
contradīcere «parlar contro» < panromanzo, «parlar contro» (comp.
di cŏntra ‘contro’ e dīcere ‘dire’) [DELI]
Prestiti e/o contradizióne (XIV sec.) < contradiction (XII sec.) [B.A.]
calchi
LEMMA CONTRARIO
A.A. «opposto, avverso» (XIII sec.), [B.A.], (av. 1294, B. Latini) [DELI];
«cosa contraria, opposta» (sec. XII, G. Patecchio) [DELI]
Prestiti colti v. dotta, lat. < contrāriu(m) «che sta di fronte» (da cŏntra ‘contro’),
coi der. tardi contrariāre [(Pseudo Prospero? B.A.] e
contrarietāte(m).
fr. contraire (XII sec.), -ariance (XII sec.), -arier (XII sec.), -arieté
(XII sec.) [B.A.]
LEMMA CONTRO 13
A.A. cóntra prep., avv., m., XIII sec.; > cóntro (cóntra) prep., avv., m.,
XIV sec.; (contr- davanti a voc.), mentre lat. contrō- limitato al
composto contrōversia; corresponde al gr.: ἀντί, ἄντην, ἐξ
ἐναντίας. [B.A., E.M.]

13
I termini controesempio e controimmagine inclusi nel lemmario del DME come entrate terminografiche
autonome, sono invece nel corpus, integrate nella scheda afferente al prefisso:“contro”.

216
A.M. controesempio, controimmagine si trovano nel lemmario DME,
contro- (contr- davanti a voc.), prep.: «sovrapposizione,
sostituzione» [DELI]
Trafila lat. contrā sert de premier terme à des composés verbaux qui sont
ereditaria d’anciens juxtaposés, type contrādīcō (ce dernier conservé dans les
langues romanes) […] doublet contrō- < attesté chez Térence, figure
dans contrōversia, contrōuersus
lat. contrā «dirimpetto a» (deriv. da cum ‘con’, cfr. extrā);
panromanzo.
contrō- < attesté chez Térence), usuel. Pan-roman. : «contre, en face
de, au contraire» < correspond a gr. : ἀντί, ἄντην, ἐξ ἐναντίας.
Dérivé: contrārius = ἐναντίος [E.M.]
LEMMA CONVERSIONE
A.A. «il convertire» (XIV sec) [B.A.], «trasformazione, cambiamento di
stato» (inizio sec. XIV) [DELI]
«complesso dei calcoli necessari per convertire la rotta vera in rotta
alla bussola» (1932, Bardesono) [DELI]
Prestiti colti v. dotta < lat. conversiō -ōnis «rivolgimento, giro, mutamento,
trasformazione» dal part. pass. conversus < convertere «rivolgere,
mutare » poi «convertire» > (comp. di con- e vĕrtere ‘volgere’),
< calco dal gr. antistrophē’;
Prestiti e/o fr. conversion (XII sec.) [B.A.] > it. conversione (XIV sec.) [B.A.]
calchi
LEMMA CONVERTIRE
A.A. «mutare, tramutare, trasformare, far cambiare (opinione, fede)»
(convèrtere) (XIV sec.) [B.A.], (av. 1250, Giacomo da Lentini),
[DELI];
rifl. «passare da una religione a un'altra» (av. 1348), intr. pron.
«trasformarsi, passare da uno stato a un altro» (av. 1530) [DELI]
Prestiti colti vc. dotta, lat. < convĕrtere (vertere voltare, volgere, rivolgere),
«rivolgere, mutare» [B.A]
E.M. : c’est vers 150 av. j. – C. que semble s’être réalisé le passage
de uort- à uert; > correspond à gr. οτρέφω. Composés de uertō, le
plus souvent transitifs et absolus : […] conuertō : (se) tourner, (se)
changer ; conuersiō
LEMMA CONVESSO
A.A. «che ha la superficie esterna rilevata ad arco, in contrapposto a
‘còncavo’, detto di linea, superficie, corpo e simili’» (XVI sec.)
[B.A.], (av. 1519) [DELI]
Prestiti colti v. dotta < lat. convexus «piegato in arco» (<adj *vexus < uexāre,
vedi ‘vessare’ ), -um «volta convessa», -itās -ātis (Plinio); [B.A.]
E.M.: Non attesté avant Cic., souvent appliqué au ciel: conuexa

217
caeli. [cf. E.M.]
Prestiti e/o fr. convexe (XIV sec.), -ité (XV sec.) [B.A.] < it. convèsso (XVI
calchi sec.) [B.A.]
LEMMA COORDINATO
A.A. Coordinato (-e)
«ordinare insieme, anche in senso tecnico (geom., gramm.)» di:
coordinare (XIX sec.)
A.M. Coordinàta < -ate (f. pl., XIX sec., geom.), [B.A.] s. f. spec. al pl.
«uno dei numeri che permettono di determinare la posizione d'un
elemento in un sistema, spec. un punto d'una retta, d'un piano o dello
spazio» (a. 1748, G. M. Agnesi)
«ciascuno dei numeri che servono a individuare un punto sulla
superficie terrestre» (a. 1925, Zing.) [DELI]
Prestiti colti lat. tardo coōrdinātiō -ōnis (Boezio) > v. dotta, lat. medioev.
coōrdināre (Albertino Mussato) [B.A.]
< lat. tardo coordinatiōne(m) (comp. di co- [per cum] e ordinātio
‘ordinamento’) [DELI]
Prestiti e/o fr. coordination (XIV sec.) > it. coordinazione (1576) : lat. mediev.
calchi lat. tardo coordinatiōne(m) > coōrdināre
[B.A., DELI]
LEMMA COPPIA
A.A. «paio, coppia» (XIV sec.) [B.A.], «due elementi della stessa specie
considerati nel loro complesso» (a.1306) e «due persone di sesso
diverso unite fra loro da un rapporto matrimoniale o amoroso»
(inizio sec. XIV) [DELI]
Trafila coppia < cōpula «legame, unione» (XIV sec.), lat. (*co- apula
ereditaria < apiō. [B.A., E.M.] Dénominatif: cōpulō, -ās (et cōpulor): «lier,
réunir, assem-bler, associer» = συμπλέϰω, M. L. 2210 ; d’où
cōpulātum « mot composé », trad. du gr. συμπεπλεγμένον,
cōpulātīuus = συμπλεϰτιϰός ; cōpulātiō terme de grammaire, etc.
[cf. E.M.]
LEMMA CORDA
A.A. «treccia di fili attorcigliati, usata per legare, tirare, sostenere» (1280-
1310) [DELI], (XIII sec.) [B.A.]. Questo il significato più diffuso
nelle lingue romanze, seguono diverse specializzazioni. Cfr. scheda
lemma
A.M. «segmento che unisce due punti d’una curva» (XIV sec.), [B.A.],
«segmento che ha per estremi due punti d'una figura data» (1304,
Giordano da Pisa). [DELI]
Trafila lat. chorda (dal gr. chordē’) «corda di minugia», poi corda in
ereditaria generale (Plauto), sinonimo di fūnis, prima del calco, la vc. lat. era

218
fūnis ‘fune’
chorda (corda), -ae f.: boyau, corde. Emprunt au gr. χορδή ; usité
d’abord dans le sens technique de “corde d’un instrument de
musique” Cic., Varr., Lucr.), a été employé à basse époque comme
syno-nyme de fūnis et est demeuré dans les langues romanes [E.M.]
LEMMA COROLLARIO
A.A. «proposizione che si deduce facilmente da un'altra già dimostrata»
(av. 1332) [DELI],
«filos., conseguenza supplementare di una deposizione (Boezio), gr.
pórisma» [B.A.];
«aggiunta» [DELI] (av. 1321, Dante)
A.M. mat., filos. (XIV sec.) [B.A.]
Prestiti colti v. dotta < lat. corōllārium «coroncina di fiori come regalo
supplementare agli attori» < corōlla : diminutif de corōna d’où a dû
être tiré un adjectif *corōllārius, substantivé dans
corōllārium [E.M.]
E.M.: corōna, -ae , mot sans doute emprunté au gr. χορώνη, comme
corōnis à χορωνίς, mais ancien et complètement latinisé. [E.M.]
Prestiti e/o è il fr. corollaire (XV sec.) [B.A.]
calchi corōllārium : petite couronne (qu’on donnait à titre de gratification
supplémentaire aux acteurs), par suite, dans la langue des
mathématiciens, « corollai-re », conséquence supplémentaire d’une
démonstra-tion (Boèce, pour traduire le gr. πόρισμα) [E.M.]
LEMMA CORONA
A.A. «ornamento del capo; giro, circolo, cerchio» (XIII sec.)
[B.A.] (inizio sec. XIII) [DELI]
Si è ulteriormente specializzato, ma non ha conquistato identità di
lemma a sé nei dizionari consultati, al contrario della numism.,
musica, ecc.
A.M. «porzione di piano compresa fra due circonferenze concentriche»
(1797, D'Alb.) [DELI]
Prestiti colti lat. corōna dal gr. Korō’nē (chorōna d’après χορός? [E.M.]
In lat. medioev. diminutivo, corōlla (corōlla : diminutif de corōna)
E.M.: corōna, -ae, mot sans doute emprunté au gr. χορώνη, comme
corōnis à χορωνίς, mais ancien et complètement latinisé. [E.M.]
LEMMA CORRISPONDENTE
A.A. «che corrisponde, conforme, somigliante» (1354, I. Passavanti)
[DELI]; -ente (XIV sec.)
Prestiti colti v. dotta, lat. scolast. correspondēre essere in rapporto di conformità
[B.A.] fr. correspondre, -ant, -ance (XIV sec.). [B.A.]
LEMMA CORRISPONDENZA

219
A.A. corrispóndere, (correspóndere) intr., tr., rifl., XIV sec.; -enza (XIV
sec.) [B.A.]
«il corrispondere, il corrispondersi» (av. 1499, M. Ficino) [E.M.]
Prestiti colti v. dotta, lat. scolast. correspondēre essere in rapporto di
conformità[B.A.]
fr. correspondre, -ant, -ance (XIV sec.). [B.A.]
LEMMA COSENO
A.M. Coseno
trigon. «‘seno2’ del complemento di un angolo»; (XIX sec.), [B.A.],
«in trigonometria, misura con segno della proiezione ortogonale, su
un lato dell'angolo, d'un segmento unitario giacente sull'altro lato»
(1772, V. Riccati). [DELI]
cfr. “seno” nella scheda corrispondente.
E.M.: sinus, ūs m.: proprement «pli concave ou en demi-cercle » ;
pli demi-circulaire que forme un vêtement et dans lequel les mères
portaient leurs enfants. Sens techniques : poche que forme le fond
d’un filet ; enflure d’une voile ; partie courbe d’une serpette ; baie
ou crique en demi-cercle. Sans étymologie. [E.M.]
Prestiti colti compos. dotta, cfr. fr. cosinus (a.1762) < lat. sc. co[mplēmentī]
sinus. [B.A.]
sinus, calco dall’ar. ǧaib «apertura di un abito, tasca», e «seno», dal
sanscr. jīva «corda» [B.A.]
«Lat. scient. cosimus, compendio di sinus complementi [= seno del
complemento] dovuto al matematico inglese E. Gunther, Canon
triangulorum, 1620. A lui risale anche cotangenteambedue
modellati su cosecans dell'Opus Palatinum, 1596, del
vorarlberghese Georg Joachim Rhaeticus» (Migl. Onom.). [DELI]
LEMMA COSTRUIBILE
A.A. Costruire: «alzare, elevare, costruire»; -ìbile, -ito (XIX sec.) [B.A.]
«che si può costruire» (av. 1754, I. Riccati) [DELI]
Prestiti colti v. dotta < lat. cōnstruere (comp. di con- e strŭere «edificare alzare,
elevare, costruire») [B.A, DELI].
E.M. : A basse époque circum-, cōn-, dē- dans lesquels le préverbe
ne fait que préciser l’idée verbale et qui peuvent à leur tour avoir des
dérivés. Certains de ces dérivés ont servi à traduire des termes
grecs ; ainsi cōntructiō (Priscien) σύνταξις [E.M.]
LEMMA COSTRUIRE
A.A. (con-, costrurre) tr. (XIII sec.) [B.A.],«fabbricare, mettendo insieme
le varie parti opportunamente disposte» (av. 1321, Dante) [DELI]
Prestiti colti v. dotta < lat. cōnstruere (comp. di con- e strŭere «edificare alzare,
elevare, costruire») [B.A, DELI].

220
A basse époque circum-, cōn-, dē- dans lesquels le préverbe ne fait
que préciser l’idée verbale et qui peuvent à leur tour avoir des
dérivés. Certains de ces dérivés ont servi à traduire des termes
grecs ; ainsi cōntructiō (Priscien) σύνταξις [E.M.]
fr. construire (a. 1466; anter. -uer, a. 1290). [B.A.] struō, -is, xī,
-ctum, -ere > certains de ces dérivés ont servi à traduire des termes
grecs ; ainsi cōntructiō (Priscien) σύνταξις [E.M.]
LEMMA COSTRUZIONE
A.A. XIV sec.; «il ‘costruire’; fabbrica; anche gramm., matem. » [B.A.]
«atto del costruire» (av. 1696, F. Baldinucci), «modo con cui una
cosa è costruita» (av. 1644, B. Castelli), «opera costruita, edificio,
fabbrica» (1830, Tram.) [DELI]
Prestiti colti v. dotta < lat. cōnstrūctiō -ōnis < lat. cōnstruere (comp. di con- e
strŭere «edificare alzare, elevare, costruire»)[B.A., DELI]
Prestiti e/o cfr. fr. construction (XII sec.), costruzione (XIV sec.) [B.A.]
calchi
LEMMA CRESCENTE
A.A. «(mar.); alta marea» (ant., XVI-XVII sec.) [B.A.]
«che cresce» (av. 1292, B. Giamboni) «falce di luna» (a.1892, Gar.),
«simbolo che rappresenta la mezzaluna» (a. 1892, Gar.), [DELI]
Trafila part. pr. crescĕnte (m) < di lat. crēscere: (verbo incoativo, cfr.
ereditaria crētus 14, corradicale con creāre; indoeuropeo) [B.A.]
E.M.: crēscō non attesté, on a seulement crētus, verbe transitif est
creō. Composés : dēcrēscō, dēcrēmentum : décroître ; [E.M.]
LEMMA DECRESCENTE
A.A. De 15 crescente Decrescere: (XIV sec.) «sminuire, scemare», -ente
(XVII sec.) [B.A.]
Prestiti colti decrescere: adattamento dotto del lat. < dēcrēscere -entia (Vitruvio),
su ‘créscere’ [B.A.]
II elemento del composto, E.M. riporta: crēscō non attesté, on a
seulement crētus, verbe transitif est creō. dérivés: crescentia, -ae
(Vitr.), composés : dēcrēscō, dēcrēmentum : décroître ; crēscō >
composés : dēcrēscō, dēcrēmentum : «décroître» .
Prestiti e/o fr. décroitre (des-, XII sec.), décroissance (XIII sec.). > -ente (XVII
calchi sec.) [B.A.]
LEMMA CRITERIO
A.A. «principio, fondamento per giudizio» (Galilei) [B.A.], (1630-31, G.

14
Cfr. scheda lemma corrispondente.
15
Se il termine non ha un significato matematico, allora significa che il prefisso “originario” non
concerne la motivazione sincronologica, ma quella cronologica diacronica del prefisso “de” ; altrimenti
sul significato del termine matematico, non influisce assolutamente il prefisso “de”. È cristallizzato non
serve. Dunque è semplice deriva diacronica, la risemantizzazione concerne soltanto la base.

221
Galilei) [DELI],
«capacità di giudicare, buon senso» (XVIII sec.) [B.A.], (1743, G.
Lami) [DELI]
Prestiti colti v. dotta < lat. tardo critērium (Leone Magno), dal gr. kritérion,
«mezzo per giudicare» der. di krínein ‘distinguere’ (Krī´nō io
giudico > cfr. lat. cernere) [B.A.]
La diffusione della v. nel Settecento dipese dal fr. critérium (a.
1750, J. J. Rousseau), -ère (a. 1781). [B.A.]
E.M. : cernere : A la racine de cērno se rattachent un certain nombre
de formes en cer- ou en crī- : certus, certō, crībrum, crīmen ; Une
racine de forme *krei- « séparer » inconnue à l’indo-européen
oriental, se trouve en grec, italique, celtique et germanique. Elle sert
à indiquer l’idée de « cribler ». Toutefois, ce sens n’existe pas dans
les formes verbales grecques, […] Le sens de « cribler » a été
réservé en latin au dénominatif de crībrum. [E.M.]
LEMMA CUBO
A.M. geom., «esaedro regolare» (av. 1519, Leonardo)[DELI];
mat., «terza potenza di un numero» (1550, C. Bartoli) [DELI],
mentre il B.A. la attesta al XVI sec.
Prestiti colti v. dotta < lat. cubus, cybus, dal gr. ky'bos (propr. «astragalo, dado»
[B.A.])
DELI: lat. cŭbu(m) (dal gr. kýbos ‘dado’, forse di orig. straniera)
E.M. : dé à jouer, cube. Emprunt au gr. ϰύϐος. Depuis Varron.
Formes savantes en français.
[E.M.]
LEMMA CURVA
A.A. «rappresentazione grafica d'un fenomeno in un diagramma,
costituita da una linea» (1881, G. Boccardo) «tratto di strada, di
ferrovia, di mura o di spiaggia, che gira ad arco» (1836, Stampa
milan.) [DELI]
A.M. «linea generata da un punto che si muove secondo direzioni
successivamente diverse» (1630-31, G. Galilei) [DELI]
«geom., linea, curva» (Galilei) [B.A.]
Prestiti colti Vc. dotte, lat. cŭrvu(m) (d'orig. indeur.) [DELI]

222
4.2. Affissazione. La derivazione, l’alterazione

Nelle tabelle “2.a”, “2.b” e “2c” sono raccolti i suffissi alterativi e i suffissi
nominali, aggettivali, verbali e avverbiali delle parole formate derivate da ciascun
lemma censito nel corpus.

Legenda:

←: derivato da;
→: da … deriva;
LC: “Linguaggio comune”
LM: “Linguaggio della matematica”
A.A.: “altra accezione”
A.M.: “accezione matematica”
polis.: “polisemico”. Questo simbolo occorre accanto al suffisso quando la parola
derivata è attestata come polisemica.
polis./tecn.: polisemico e tecnico-scientifico.
tecn./polis.: tecnico-scientifico e polisemico.
ag.: suffisso agentivo
strum.: suffisso strumentale
x?: il simbolo che alla potenza indica il “punto interrogativo” designa “dubbio”.
Suffissi valutativi 16:
Dd: suffissi diminutivi
Da: suffissi accrescitivi
Q: suffissi peggiorativi

16
La tipologia dei suffissi valutativi è stata suddivisa e abbreviata in sigla. I suffissi diminutivi (Dd) e
accrescitivi (Da) sono siglati con la lettera “D”, che equivale a «dimensione». In base alla «qualità» sigla
“Q”, si ritrovano i suffissi peggiorativi. La sigla compare vicino al suffisso. Merlini Barbaresi (2004: 264
ss.) scrive citando Dardano eTrifone (1985: 538) che le categorie semantiche dei suffissi valutativi si si
riducono secondo gli autori a diminutivi e accrescitivi, i quali includono il valore peggiorativo ora
nell’una ora nell’altra categoria, insieme ai valori vezzeggiativo e attenuativo. Questo tipo di
puntualizzazioni derivano dal fatto che tale tipologia di suffissi può avere valore polisemico, cioè lo
stesso valore può essere espresso da più suffissi: -astro, -accio, ad es. dispregiativi, o lo stesso esprimere
diversi valori: dunque nasone accrescitivo e peggiorativo, nonostante la prototipicità degli stessi. Per i
casi di derivazione apparente, questi sono collocati nelle colonne corrispondenti alla categoria del
suffissato.

223
Nell’ambito della distinzione tra “accezione matematica” e “altra accezione” si è
prestata ulteriore attenzione ai sensi appartenenti ad altri linguaggi settoriali.
La sigla “polis./tecn.” occorre accanto al suffisso che appartiene alle parole
derivate attestate come polisemiche, e il cui significato all’interno del corpo della
definizione muove da accezioni attestate in primis nel linguaggio comune
(contrassegnate con la sigla A.A. “altra accezione”) e in seguito nei linguaggi tecnico-
scientifici.
La sigla “tecn./polis.” occorre accanto al suffisso che appartiene alle parole
derivate attestate come polisemiche, e il cui significato all’interno del corpo della
definizione muove da accezioni attestate in primis nei linguaggi tecnico-scientifici e in
seguito nel linguaggio comune.
Si sono ulteriormente censiti i casi in cui la flessione morfologica
“pertinentizza” accezioni per le quali si attesta l’appartenenza al LM.

4.2.1. Lemmi lettera “A”


(tav. 2. a.)

LEMMA ACUTO agg. (LM, LC)


Suffisso nominale (A.A.) -ézza (polis.)
-uzie (?)17
-ezza (base agut-; prosod.)
-ame (tecn., base agut-)
-etto (base agut-)
Suffisso aggettivale (A.A.) -etto
-ello
-ino
Suffisso verbale (A.A.) -izz-are (polis.tecn)
-ire
Suffisso avverbiale (A.A.) -mente
Suffissi valutativi (A.A.) -issimo
-ino (base agut-) [Dd.]
LEMMA ADDIZIONE s.f. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -ità (←addizion-ale)

17
Probabilmente qui collocandolo si sta forzando il meccanismo di formazione: acuzie: dal lat. mediev.
acuties (cfr. treccanionline). Ma il Cortellazzo-Zolli (1999 versione cdrom) lo colloca tra i suoi derivati.
Analogamente, Gaeta 2004: 350 colloca il modello analogo balbuzie dal verbo base balbettare con
suffisso: -uzie e il treccani colloca il nome come accorciamento possibile da balbuziente.

224
-trice (←addizion-are, strum., ag.)
Suffisso aggettivale (A.A.) -ale (polis.)
-are 18
-ato (chim.)
Suffisso verbale (A.A.) -are (nel senso di aggiungere)
Suffisso verbale (A.M.) -are
Suffisso avverbiale (A.A.) mente (←addizion-ale)
Suffissi valutativi (A.A.) -cella [Dd]
LEMMA ADIACENTE agg. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -enza (polis.)
LEMMA AFFETTO 19 agg. (LM), sm. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -ità (←affett-ivo)
-ità(←affett-u-oso)
Suffisso aggettivale (A.A.) -u-ale 20 (invest.)
-ivo
-evole
-u-oso
Suffisso verbale (A.A.) -u-are
Suffissi valutativi (A.A.) -ucci [Dd]
LEMMA AFFINE, agg. (LM), agg., sm. (LC)
Suffisso nominale (A.A.) -i
-ità
LEMMA AFFINITÀ sf. (LC, LM)
denominale ←affine
LEMMA ALGEBRA sf. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.M.) -ista (disus.)
Suffisso aggettivale (A.M.) -àico (disus.)
-àtico
-ico
LEMMA ALGEBRICO agg. (LC, LM)
denominale←algebra
Suffisso aggettivale (A.M.) -i (numeri)
Suffisso avverbiale (A.M.) -mente

18
It. addizionare agg. 'che serve d'aggiunta, accessorio' (1778, Bandi Leopold., TB). Cfr. scheda lemma
sezione “definizione > DME” per quanto concerne la definizione del significato scientifico che è omesso
dai dizionari consultati. Il verbo in matematica possiede impliciti semantici ben netti. Il significato nei
dizionari dell’uso “banalizza” il significato scientifico.
19
Guardando in diacronia la parola è deverbale (affectus < part.p. di afficere). Queste informazioni sono
contenute in § 4.1.: “Livelli cronologici di attestazione lessicografica”.
20
In questi casi la possibilità consiste nel considerare l’elemento fonico -u- come “interfisso” o, come
parte di un allomorfo della radice/tema (affettu-ale) o, del suffisso (affett-uale). Cfr. Rainer 2004: 18. La
radice termina con [tt] in questi casi la -u- compare, in quanto, sostantivo appartenente alla IV decl. latina.

225
LEMMA ALGORITMO s.m. (LM, LC)
LEMMA ALLINEAMENTO s.m. (LC, LM)
deverbale ← allineare
LEMMA ALLINEATO agg. (LC, LM)
deverbale ← allineare
LEMMA ALTERNO agg. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -anza (polis. tec.)
-tiva (←alterna-tivo←altern-are)
-tore (strum.←altern-are)
-ia (bot.←altern-are)
-òsi (bot.←alternaria)
Suffisso aggettivale (A.A.) -tivo (←altern-are)
-ato (polis., tecn.)
Suffisso verbale (A.A.) -are
Suffisso avverbiale (A.A.) -mente
LEMMA ALTEZZA s.f. (LC., LM)
deaggettivale ← alto
Suffisso aggettivale (A.A.) -oso
LEMMA AMBIGUITÀ s.f. (LC, LM)
deaggettivale ← ambiguo
LEMMA AMBIGUO agg. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -èzza (ant.)
-ità
Suffisso avverbiale (A.A.) -mente
LEMMA AMPIEZZA sf. (LC, LM) deaggettivale ← ampio
LEMMA ANALISI sf. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -ista (tecn.)
(t)ʼ-ica
-tore (ag., strum. ←anal-izz-are)
Suffisso nominale (A.M.) -ista
-ica
Suffisso aggettivale (A.A.) -(t)ico (< gr. -ikós 21)
-izz-abile ←anal-izz-are
Suffisso verbale (A.A.) -izz-are
LEMMA ANALITICO agg. (LC, LM) denominale ← analisi
Suffisso nominale (A.M.) -ica
Suffisso avverbiale (A.A.) -mente

21
Cfr. tabella “livelli cronologici di attestazione lessicografica” tab. 1.a.

226
LEMMA ANALOGIA sf. (LC, LM)
deaggetivale ← analogo
Suffisso nominale (A.A.) -ismo
-ista
LEMMA ANGOLO s.m. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -ata (tecn.)
-azione
-ièra
-ità (←angol-oso)
-etto
-ista (ag. tecn.)
-ino
Suffisso nominale (A.M.) -oide
Suffisso aggettivale (A.A.) -are (tecn.)
-ato
-oso (tecn., polis.)
-uto
Suffisso aggettivale (A.M.) -are (→angolar-ità)
Suffisso verbale (A.A.) -are (tecn.)
Suffissi valutativi (A.A.) -etto [Dd]
-ino [Dd]
LEMMA ANTISIMMETRICO agg. (LM)
Comp. dal greco ἀντί ‘contro’ e da simmetrico
LEMMA APERTO agg. (LM) agg., part. pass. (LC)
Suffisso nominale (A.A.) -a (polis.)
-ezza (disus.)
-óio 22
-tore
-tura (polis.)
Suffisso nominale (A.M.) -tura
Suffisso aggettivale (A.A.) -tore
-one
Suffisso avverbiale (A.A.) -mente
Suffissi valutativi (A.A.) -issimo (polis.) e (→ apertissima-mente)

22
Qui lo si colloca, sebbene non sia dato per attestato da Lo Duca (2004:370) essendo il tema un
participio irregolare. In effetti, è supposta una derivazione regolare dal tema del presente del verbo, ma il
LEI attesta la forma: “ant.” «Apertóio, s.m. Ant. Apertura, sfiatatoio», «Apertóre, agg. e sm. Ant.
Aperitivo», rendendo plausibili anche le altre derivazioni dal tema del participio passato, non essendovi
almeno tra i derivati registrati, traccia di paralleli da radice apr- sebbene esistano. In effetti, in apritoio è il
suffisso designa strumento differentemente dal suffisso sopra, allora nella variante -oio.

227
LEMMA APOTEMA s.m. (LC, LM)
LEMMA APPLICAZIONE s.f. (LC, LM)
deverbale ← applicare
Suffisso aggettivale (A.M.) -ata (←are)
Suffissi valutativi (A.A.) -cella [Dd.]
LEMMA APPROSSIMATO agg., part. pass. (LC) agg.
(LM)
LEMMA APPROSSIMAZIONE s.f. (LC, LM)
cfr fr. e ingl. approximation 23
LEMMA ARCO s.m. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) (arch-) etto (tecn.,polis.)
-ata
-one (tecn.)
-ale (tecn.)
-areccio (tecn.)
-ata (mus.)
(arch-) etta (pesca)
-uccio
(arch-) -iera
(arch-) -etto (lessicalizzato: 'arco di piccole
dimensioni per scagliar frecce')
-one (tecn.)
Suffisso nominale (A.M.) (arch-) etto
Suffisso aggettivale (A.A.) anti- (elettr.)
-uccio
Suffisso verbale (A.A.) -(u)are (tecn.)
(-r) eggi- are
-are (tecn.)
(arch-) -eggi-are (mus.)
Suffissi valutativi (A.A.) (arch-) -etto [D.d]
(arch-) -cello, [D.d]
LEMMA AREA s.f. (LC, LM)
LEMMA ARITMETICA s.f. (LC, LM)
deaggettivale ← aritmetico
Suffisso aggettivale (A.A.) -ale
Suffisso avverbiale (A.A.) -mente (←aritmetic-o)
LEMMA ARROTONDARE v. tr. (LC, LM)
deaggettivale ← rotondo
Suffisso nominale (A.A.) -mento

23
Cfr. tabella: “Livelli cronologici di attestazione lessicografica”

228
LEMMA ARROTONDATO agg. (LM)
deverbale ← arrotondare
LEMMA ASCISSA s.f .(LC, LM)
LEMMA ASSE s.m (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -ito (tecn.)
-ale (tecn.)
-ile (dial.)
-(a)tura
-ile (tecn.)
-etto
-one
-oide (anat., tecn.)
Suffisso aggettivale (A.A.) -(i)ale (tecn.)
-ale
Suffisso verbale (A.A.) -are
Suffissi valutativi (A.A.) -etta 24
-ic- ella
-ic-ina [Dd]
-one [Da]
-accia [Q]
LEMMA ASSIALE 25 agg. (LC, LM)
denominale ← asse
Suffisso nominale (A.A.) -ità (tecn., polis.)
LEMMA ASSIOMA s.m. (LC, LM)
Suffisso aggettivale (A.A.) -(t)ico
Suffisso aggettivale (A.M.) -(t)ico
Suffisso verbale (A.M.) (-t)-izz-are (←(-t)-ico)
-are
LEMMA ASSIOMATICO agg. (LC, LM)
denominale ← assioma
Suffisso nominale (A.A.) -a
Suffisso nominale (A.M.) -a
Suffisso avverbiale (A.A.) -mente

24
Non sembrano essere più produttivi, il loro significato è lessicalizzato conservando legame con il
suffisso siglato con “Dd”. Soltanto assaccia, non palesa il suo significato lessicalizzato e rimane attestato
come forma dispregiativa derivata dalla base.
25
Sappiamo che il derivato ha anche accezione matematica, ma questa non è attestata se non nel
lemmario del DME.

229
LEMMA ASSOCIATIVITÀ s.f. (LC, LM)
deaggettivale ← associativo
LEMMA ASSOLUTO agg., sm., p. pass. (LC) agg. (LM)
← assolvere
Suffisso nominale (A.A.) -tore (ag.)
-toria
-ezza
-ismo
-ista
Suffisso aggettivale (A.A.) -toria
Suffisso avverbiale (A.A.) -mente
Suffissi valutativi (A.A.) -issimo
LEMMA ASSORBENTE agg., s.m., part. pres. (LC),
agg. (LM)
← assorbire
Suffisso verbale (A.A.) -ente (←assorb-ire)
LEMMA ASSURDO agg., s.m.(LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -ità
Suffisso avverbiale (A.A.) -mente
Suffissi valutativi (A.A.) -issimo
LEMMA AUREO agg., s.m. (LC) agg. (LM)
Suffisso verbale (A.A.) -are (←aureola)
LEMMA AUTOSIMMETRIA s.f. (LM)

4.2.2. Lemmi lettera “B”


(tav. 2.b.)

LEMMA BANALE agg. (LC, LM)


Suffisso nominale (A.A.) -ità
Suffisso verbale (A.A.) -izz-are
Suffisso avverbiale (A.A.) -mente
LEMMA BANDA s.f. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -ato (arald.)
(-in-)-ella (tecn., polis.)
-aio (tecn.)
-ella (tecn.)
Suffisso aggettivale (A.A.) -ato
Suffisso verbale (A.A.) -are (ant., tecn.)
-ato (arald.)

230
-eggi-are
LEMMA BARICENTRO s.m. (LM, LC)
dal gr. βαρύς ‘grave’ e centro
LEMMA BASE s.f. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) (-ic-)-ina (chim.)
-mento (tecn.)
(-ic-)-ità (chim.)
-ista (ag., tecn.)
-ile
basi-ficazione (←basificare),
-ale (tecn., polis.)
Suffisso nominale (A.M.) -a
Suffisso aggettivale (A.A.) -ale (polis.)
-ico (polis., tecn.)
-ato (dial.,polis.)
-ista
(basi-)-fugo (bot.)
(basi-)-peto (bot.)
Suffisso aggettivale (A.M.) -ale
Suffisso verbale (A.A.) -are (polis.)
-ficare (chim.)
LEMMA BIIETTIVO agg. (LM)
LEMMA BIIEZIONE s.f. (LM)
LEMMA BINARIO agg., sm. (LC), agg. (LM)
Suffisso nominale (A.A.) -ismo (ling.)
-a (astrol.)
Suffisso nominale (A.M.) -ismo
LEMMA BINOMIO s.m. (LM, LC)
Suffisso aggettivale (A.M.) -ale
LEMMA BIQUADRATICO agg. (LC, LM)
denominale ← biquadrato
LEMMA BISETTRICE s.f. (LM, LC)
← Comp. bi-settore

231
4.2.3. Lemmi lettera “C”
(tav. 2.c)

LEMMA CALCOLARE v. tr. (LC, LM)


denominale ← calcolo
Suffisso nominale (A.A.) -zione
-eria
-ista
-abile (→calcolabil-ità)
-accio
Suffisso nominale (A.M.) -abile (→calcolabil -ità)
-zione (ant.)
Suffisso aggettivale (A.A.) -ante
-ato (polis.)
-abile
-abile [+ pref. (-in)]
-anti
(-l)-ato (←calcul-)
-toria, (←calcul-)
-tivo
Suffisso aggettivale (A.M.) -ato
-torio 26
-abile
-abile [+ pref. (-in) polis.]
Suffisso verbale (A.A.) -ato
-(a)nte
Suffisso avverbiale (A.A.) -mente (← calcol-ato)
LEMMA CALCOLATORE agg. e s.m. (LC)
s.m. (LM) denominale ← calcolo
LEMMA CALCOLO s.m. (LM, LC)
Suffisso nominale (A.A.) -tore (strum., ag.,)
-osi (med.),
-otico (med.)
-etto (←calculo med.)
Suffisso nominale (A.M.) -tore (ag., strum.)
-trice (strum.)
Suffisso aggettivale (A.A.) -abile
-ifraga (med.)
Suffisso aggettivale (A.M.) -abile

26
“che si riferisce al calcolo”.

232
Suffisso verbale (A.A.) -are (polis.)
Suffisso verbale (A.M.) -are
LEMMA CARDINALE agg., sm. (LC, LM), agg. (LM)
denominale ← cardine
Suffisso nominale (A.A.) -etto (polis.)
Suffisso aggettivale (A.A.) -izio
-esco
-ista,
Suffissi valutativi (A.A.) -uccio [Dd]
-accio[Q]
LEMMA CARTESIANO agg. (LC, LM)
Deonomastico ← Cartesio
LEMMA CENTRO s.m. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -ismo (polis.)
-ista (polis.)
-aggio (tecn.)
-tura (tecn.)
-ica (fis.)
-ide (bot.)
-fuga [→ centrifuga-zione] (tec.)
-mento (←centrare, mecc., aeron.)
-tore (←centrare, mecc.)
-ina (ittiol.)
-ino
Suffisso aggettivale (A.A.) -ale (polis.)
-ista (pol.)
-ato (←are)
-fugo
-peto
Suffisso aggettivale (A.M.) -ale
-ico
-ato (←centrare)
Suffisso verbale (A.A.) -are
-eggi-are
Suffisso verbale (A.M.) -are (polis.)
LEMMA CERCHIO sm. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -a
-atura
-aia (dial. marin.)
-aio (tec.)
-ata (←centrare)

233
-atore
-etto (polis.)
-ello
-one (polis.,tecn.)
Suffisso aggettivale (A.A.) -ato (polis.)
-aia (dial., marin.)
Suffisso aggettivale (A.M.) -ato
Suffisso verbale (A.A.) -are (polis.)
-ett-are(←cerchi-etto)
Suffisso verbale (A.M.) are 27
Suffissi valutativi (A.A.) -ello [Dd]
-etto [Dd]
LEMMA CHIUSO agg. (LC, LM)
deverbale ← chiudere
Suffisso nominale (A.A.) -a
-ino (polis., dial.)
Suffisso nominale (A.M.) -a
Suffisso avverbiale (A.A.) -mente
LEMMA CIFRA sf. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -ario (←lat.-arius)
-aia
-ante (ag.)
-tura
Suffisso aggettivale (A.A.) -ato
-ante
Suffisso verbale (A.A.) -are
LEMMA CLINDRICO agg. (LC, LM)
denominale ← cilindro
Suffisso avverbiale (A.A.) -mente
LEMMA CILINDRO s.m. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -oma (med.),
-cero (entom.)
-aio (agent.←cilindrare)
-toio (tecn. ←cilindrare )
-trice (tenc.←cilindrare)
-ata (tec.)
-atura (tec.)
-aia (tec.)
-ite (miner.)
Suffisso nominale (A.M.) -oide

27
“cerchiare” potrebbe appartiene anche al metalinguaggio per la didattica della matematica.

234
Suffisso aggettivale (A.A.) -ato (tecn.←cilindrare)
Suffisso aggettivale (A.M.) -ico
Suffisso verbale (A.A.) -are (tec.)
Suffissi valutativi (A.A.) -etto 28
LEMMA CIRCOCENTRO sm. (LC, LM)
LEMMA CIRCOLO sm. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -zione (polis., anche med.)
-mento (ant.,lett.)
Suffisso aggettivale (A.A.) -ante
-torio (med.)
-are
Suffisso aggettivale (A.M.) -are
Suffisso verbale (A.A.) -are (polis.)
-ante (←circolare)
LEMMA CIRCONFERENZA sf. (LC, LM)
Suffisso aggettivale (A.M.) -iale (←circum- in Leonardo)
LEMMA CIRCOSCRITTO agg. p.p. (LC), agg. (LM)
deverbale ←circoscrivere
Suffisso aggettivale (A.A.) -ibile (ant.)
Suffisso aggettivale (A.M.) -ibile
LEMMA CIRCOSCRIVERE v. tr. (LC, LM)
Suffisso aggettivale (A.A.) -(t)to
-zione (polis. e tec.)(→circoscrizion-ale),
Suffisso aggettivale (A.M.) -(t)to
LEMMA COEFFICIENTE s.m. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -enza (polis.)
Suffisso nominale (A.A.) -enza
LEMMA COINCIDENTE agg. (LM),
part. pr., agg. (LC)
deverbale ← coincidere
LEMMA COMMENSURABILE agg. (LM, LC)
deverbale ← commensurare
Suffisso nominale (A.A.) -ità
LEMMA INCOMMENSURABILE agg. (LM)
prefissato deverbale ← commensurare
Suffisso nominale (A.M.) -ità (polis.)
Suffisso aggettivale (A.A.) -ato (←in-commensurare)
Suffisso avverbiale (A.A.) -mente

28
Significato non esplicitato nella pubblicazione dizionariale consultata.

235
LEMMA COMMUTATIVITÀ sf. (LC, LM)
deaggettivale ← commutativo
LEMMA COMMUTATIVO agg. (LC, LM)
deverbale ← commutare
LEMMA COMPATIBILE agg. (LC, LM)
deverbale ← compatire
Suffisso nominale (A.A.) -ità
Suffisso avverbiale (A.A.) -mente
LEMMA INCOMPATIBILE agg. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -ità (tecn. polis.)
Suffisso nominale (A.M.) -ità
LEMMA COMPLEMENTARE agg. tr. (LC)
agg., s.m. (LM)
denominale ← complemento
Suffisso nominale (A.A.) -ità (polis, econ.)
Suffisso avverbiale (A.A.) -mente
LEMMA COMPLESSO agg., s.m. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -ato
-ione
-ità
Suffisso aggettivale (A.A.) -ato,
-ivo
LEMMA COMPONENTE agg., sm., sf., p. pr. (LC),
sf. (LM)
deverbale ← comporre
Suffisso aggettivale (A.A.) -ibile,
LEMMA COMPORRE v. tr. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -mento (polis. ←poni 29←comporre)
-tore (←poni ←comporre)
-ite (bot.←compo(s)to)
-(t)oio (tecn. strum., ag. ←compos-ito)
-tore (polis. ←compo-(s)to),
-trice (polis., tec. (←compo-(s)to)
-(z)ione (←compo-(s)to 30, polis.)
-ezza (←compo-(s)to)
-ièra (←compo-(s)to)

29
Aggettivo formato sul tema verbale sulla base dell’imperativo. Comporre, comp. di cŭm ‘con’ e pōnere
«porre», il cui infinito: porre e l’imperativo: poni derivato → es. ponimento. Cfr. Gaeta 2004: 324.
30
Latinismo suffisso -ione: iōne(m) aggiunto al part. perfetto del verbo compōnere (compositus). Cfr.
Gaeta 2004: 324. Potrebbe essere ugualmente valida l’ipotesi di derivazione del participio passato come
base verbale ← composto (?), mediante aggiunta del suffisso -zione. Cfr. Gaeta 2004: 324, citando
Scalise 1994, 276-79.

236
-enda (tec.←poni ←comporre)
-tura (ant.←compo-(s)to)
-e (←compo-(s)to)
-a (←compo-(s)to)
Suffisso nominale (A.M.) -(s)to (tec.)
-endo (←poni ←comporre)
-(s)ito
-(z)ione (←compo-(s)to)
Suffisso aggettivale (A.A.) -(e)nte (←poni ←comporre)
-bile (←poni ←comporre)
-i-to
-to
-ivo (←composito)
Suffisso aggettivale (A.M.) -(e)ente (← comporre→ poni)
-(s)to
-ito (←compo-(s)to)
Suffisso verbale (A.A.) -icchi-are (lett. ←poni ←comporre),
LEMMA COMPOSIZIONE sf. (LC, LM)
deverbale ← comporre
Suffissi valutativi (A.A.) -c-ella, [D.d]
-c-ina [D.d]
-etta [D.d]
LEMMA COMPOSTO agg., sm. p.p. (LC), agg. (LM)
deverbale ← comporre
Suffisso nominale (A.A.) -a 31 (tecn.)
LEMMA CONCENTRICO agg. (LC, LM)
comp. parasintetico di centro ←concentrare
Suffisso avverbiale (A.A.) -mente
LEMMA CONCORRENTE s. m. e f. e agg., part. pr. (LC),
-enti: agg. (LM)
deverbale ←concorrere
LEMMA CONDIZIONE sf. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -ale (polis.)
-mento
-tore
-tura
-ismo (←condizion-ale)
-ità(←condizion-ale)
Suffisso aggettivale (A.A.) -ale (polis.)
-ato

31
Cfr. Gaeta 2004: 338-9.

237
Suffisso verbale (A.A.) -are
LEMMA CONFIGURAZIONE sf. (LC, LM)
deverbale ← configurare
LEMMA CONFRONTABILE agg. (LC, LM)
deverbale ← configurare
LEMMA CONFRONTARE v. tr. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -o
-zione (ant.)
Suffisso nominale (A.M.) -o
LEMMA CONGETTURA sf. (LC, LM)
Suffisso aggettivale (A.A.) -bile
-ale
Suffisso verbale (A.A.) -are
LEMMA CONGETTURARE v. tr. (LC, LM)
denominale ← congettura
Suffisso nominale (A.A.) -zione (ant.)
-tore
-trice
cong-etto (tec.)
Suffisso aggettivale (A.A.) -abile
-ato
-tore
-trice
Suffisso verbale (A.A.) -ato
LEMMA CONGRUENTE agg. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -a (←o?)
-enza
-ità
Suffisso nominale (A.M.) -enza
Suffisso aggettivale (A.A.) -o
Suffisso aggettivale (A.M.) -o
Suffisso avverbiale (A.A.) -mente
Suffisso avverbiale (A.M.) -mente (Galileo)
LEMMA CONGRUENZA sf. (LC, LM)
deaggettivale ←congruente
LEMMA CONO s.m. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -ic-ità
-ico
Suffisso nominale (A.M.) -ic-ità
-oide (→conoid-ale)
-iche

238
-ico (→con-ic-a)
Suffisso aggettivale (A.A.) -ico
Suffisso aggettivale (A.M.) -ico
LEMMA CONSECUTIVO agg. (LC, LM)
Suffisso avverbiale (A.A.) -mente
LEMMA CONSERVARE v. tr. (LC, M)
Suffisso nominale (A.A.) -a (polis.)
-tore (polis.)
-toria (tecn.)
-at-orio (omof.)
-ismo (←conserva-tore)
-zione
-ière (tecn, polis.)
(i)-ficio
-mento
-o (ant. ‘serbo’)
-aggio (polis., mar.)
Suffisso aggettivale (A.A.) -abile
-tivo
-tore (polis.)
-at-orio (omof.)
-ièro
-evole
-ante
Suffisso verbale (A.A.) -ante
LEMMA CONSIDERARE v. tr. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -zione
-mento (polis.)
-ando
-ante
-anza
-tore
Suffisso aggettivale (A.A.) -abile
-ato (polis.)
-evole
-ante
-ato
-tore
Suffisso verbale (A.A.) -ante
-ato

239
LEMMA CONSTATARE v. tr. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -zione
Suffisso verbale (A.A.) -ato
LEMMA CONTRADDITTORIO agg., s.m. (LM),
agg. (LM)
Deverbale ← contraddire
Suffisso nominale (A.A.) -a
-età
Suffisso avverbiale (A.A.) -mente
LEMMA CONTRADDIZIONE sf. (LC, LM)
deverbale ← contraddire
LEMMA CONTRARIO agg., sm. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -età,
-tore (←contrariare)
Suffisso aggettivale (A.A.) -ato
-tore (←contrariare)
-oso
Suffisso verbale (A.A.) -are
Suffisso avverbiale (A.A.) -mente
Suffisso avverbiale (A.A.) -mente
LEMMA CONTRO prep., avv. e s. m. (LC)
< prep. → preffissoide (LM)
Suffisso nominale (A.A.) -ina
Suffisso verbale (A.A.) -are (polis.)
LEMMA CONTROIMMAGINE s.f. (LC, LM)
LEMMA CONTROESEMPIO sm. (LC, LM)
LEMMA CONVERSIONE sf. (LC, LM)
deverbale ← convertire
LEMMA CONVERTIRE v. tr. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -sa (ag.)
-sione (polis.)
-so
-ibile (→convertibilità)
-to (ag.)
-tore
-trice (tecn.)
-enza (filos.)
-mento (polis.)
Suffisso nominale (A.M.) -sione
Suffisso aggettivale (A.A.) -ibile (polis.)
-to

240
Suffisso aggettivale (A.M.) -ibile
LEMMA CONVESSO agg. (LC, LM)
LEMMA COORDINATO agg. e s. m., p.p. (LC), (-a) p.p.,
s.f. femm. di coordinare,
(-a) s.f. (LM: -e ← -a)
deverbale ← coordinare
Suffisso nominale (A.A.) -ato (← coordinare) (polis.)
Suffisso nominale (A.M.) -e
-a
Suffisso verbale (A.A.) -ata (polis.) (←coordinare)
Suffisso verbale (A.A.) ata (← -are coordinare)
LEMMA COPPIA sf. (LM, LC)
Suffisso nominale (A.A.) -etta (tecn.)
-ola (tecn., polis.)
Suffisso verbale (A.A.) -are (polis.)
LEMMA CORDA sf. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -aio (ag.),
-ame
-ata
-ella (ant.)
-erìa (polis.)
-iera (mus.)
-iera (bot.)
-iglio
-ino (polis. e tecn.)
-ìte (med.)
-(o)fono (mus.)
-one (tecn. polis.)
-aiolo
-ame 32 (marin.)
-ati (zool. lat. scient. chordata, deriv., dal lat.
chorda ‘corda’)
-trice (tecn.)
-tura (tecn.)
-aggio (mar.)
-aro (ornit.)
Suffisso aggettivale (A.A.) -ato (polis. nei ling.tecn.)
Suffisso verbale (A.A.) -eggi-are
Suffissi valutativi (A.A.) -eglione? (ant.) (←cordiglio) [Da]

32
Nome collettivo

241
LEMMA COROLLARIO sm. (LC, LM)
LEMMA CORONA s.f (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -ella (polis. nei ling. tecn.)
-ella (zool.)
-e (‘estremità dell’arco, dov’era legato il nerbo’)
-illa (bot-)
-ale
-mento (polis.)
-aria (med.)
-ario (polis.)
-aio
-oide (astron.)
-iere
-io (astron.)
-grafo (astron.)
-c-ina (relig.)
Suffisso aggettivale (A.A.) -ale
-ario (med.)
Suffisso verbale (A.A.) -are (polis.)
Suffissi valutativi (A.A.) -ella [Dd]
-etta [Dd]
LEMMA CORRISPONDENTE agg. e s.m., p.pr. (LC),
agg. (LM)
deverbale ←corrispondere
Suffisso avverbiale (A.A.) -mente
LEMMA CORRISPONDENZA sf. (LC, LM)
deverbale ←corrispondere
LEMMA COSENO s.m. (LC, LC)
LEMMA COSTRUIBILE (-i) agg. (LC, LM)
deverbale ← costruire
LEMMA COSTRUIRE v. tr. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -tt-ore
-zione (polis.)
-(t)to (polis. → costrutt-ura, disus e letter. polis.)
Suffisso nominale (A.M.) -zione
Suffisso aggettivale (A.A.) -ibile
-t(t)ivo 33 (polis.),
-ito
-(t)to
Suffisso verbale (A.A.) -to

33
Si veda Ricca 2004: 435 a proposito del suffisso -tivo e l’etichetta di aggettivi deverbali.

242
LEMMA COSTRUZIONE sf. (LC, LM)
deverbale ←costruire
LEMMA CRESCENTE s. m., agg., p. pr. (LC), agg. (LM)
deverbale←crescere
Suffisso nominale (A.A.) -ina (culin.)
Suffisso verbale (A.A.) -ato (arald.)
LEMMA DECRESCENTE agg. (LM, LC)
LEMMA CRITERIO s.m. (LC, LM)
Suffisso nominale (A.A.) -logia (filos.)
LEMMA CUBO s.m. e agg. (LC), s.m. (LM)
Suffisso nominale (A.A.) -etto (polis. e tecn.)
-ismo
-oide (med.)
-aggio
-ata (ant.)
-ista,
-ic-ità,
-at-ura (polis.)
Suffisso nominale (A.M.) -at-ura
Suffisso aggettivale (A.A.) -forme
-ico
-ista
-oide
-ato (metaf.)
Suffisso aggettivale (A.M.) -ico (polis.→cubic-are ant.)
-ato (←cubare)
Suffisso verbale (A.A.) -are (omonimo)
Suffisso verbale (A.M.) -are (polis nel ling.mat.)
Suffisso avverbiale (A.M.) -mente (ant.) (←cubico)
Suffissi valutativi (A.A.) -etto[Dd] (→cubett-ino [Dd e tecn.)
LEMMA CURVA s.f., agg. (LC, LM)
deaggettivale, femm. sost.← curvo
Suffisso nominale (A.A.) -mente

243
4.3. Composizione
(Tav. n. 3)

Legenda:

A.A.: altra accezione


A.M.: accezione matematica
DME: dizionario di matematica elementare

Lemmi lettere “A” – “B” – “C”

LEMMI E A.A. A.M.


TIPOLOGIA DEL
COMPOSTO
archi-acuto (agg.) archi-acuto (agg.), acutangolo
ACUTO malacuto (m. med.); (agg.→ acutangolare e sm.
iperacuto (m. med.), geom.)
acuticòrnio (agg.),
acuticaude (agg. )
acutirostro (m. )
acutifolio (agg.)
AFFETTO benaffetto (m.)
ALTERNO alternantera (f. bot.),
alteripennato (agg. bot.)
alternomotore (m. fis.)
ANGOLO seiàngolo (m. orologio), tetràngolo (m.), rettangolo
settàngolo (m.), (agg.), acuntàngolo (agg.),
arrotondaàngoli (m. in angolò metro (m.),
legatoria m.), angoliverme recipiàngolo (m.), pentàngulo
(m.), angolinèrvie (agg. (m.), binángolo (m.),
pl.), binángolo (m.) settàngolo (m.)
Nota: angolòmetro,
recipiàngolo: sono
strumenti per misurare gli
angoli, ma non è
specificato l'ambito l'uso].
ANTISIMMETRICO
aggettivale
APERTO semiaperto (agg.)
ARCO arcopèndolo, (m. è uno arco-: arcosecante f. (matem.)
strumento) archipèndolo arcoseno m. (matem.).
(archi-), archipènzolo, arcotangente f. (matem.)
arco-: arcòmetro m. archi-

244
(med.) archiacùto,agg.
arcosòlio (m.)
arcostenòsi f. (med.)
arcostrale (m.)
arcoscènico (m. teatr.)
arcobaleno tra i composti arco
+sost.

arcovolto (m.), arcovolta


(f.), archivolto (m.)
contrarcata (f. mus.)
ASSE cilindrasse (m. med.)
neuraxe m. (anatom.)
assedoni (m pl.)
assiolitico 34 (biol. agg.)
ASSORBENTE assorbìmetro (m. è uno
strumento)
AUREO aureogemmato (agg.
oraf.),
aureo colorato (agg.)
aureomicina (f. med.)

N.B. il LEI li classifica tra i


derivati.
AUTOSIMMETRIA
nominale
BARICENTRO
nominale
BASE basamina (sf. tecn, quattro base m. ‘tetraedo’
costruz.) seibase m.‘icosaedro’
sottobase (sf tecn. arch.)
ultrabàsico (agg. geol.)
basifisso (agg. bot.),
basigamia (f. bot.)
basigine (m. bot.)
basioccipitale (m. anat.)
basisfenale (m. anat.)
basisfenoide (m. anat.)
basofobia f. '(medic.)

Composti scientifici con :


basi-/basì-/baso-/basò-
basicromatina (f.
nucleare), basificare (v.tr.),
basificazione (f.)
basìfilo agg. 'di vegetale

34
«Nell’aritmetica elementare, operazioni litiche, le operazioni inverse (sottrazione e divisione) delle
operazioni dirette o tetiche (addizione, moltiplicazione).» Fonte: Treccani on line.

245
che cresce di preferenza su
terreni bàsici' (dal 1983,
Zing; DO 1990).
basìgeno agg. '(chim.) che
genera basi' Petr 1887.
basofilìa f. 'in istologia,
basòfilo agg. (chim.)),
basofìlico basifìlico ib.;
basòfilo (bot. tecn.).
basofilìsmo m. (med.),
con bas(i)-/basì-/baso- :
basìfugo (agg. bot.),
basiale (m. anat.), basìpeto
(agg. bot.)
BI- (prefisso) Bicontìnuo agg.,
Bilióne (billióne), sm. Matem.
Binomiale agg. Matem.
Biquadrato agg. Matem.
Bisecante agg. e sf.
bisezione f., geom.;
Bisfenòide, sm. Matem.
Binormale s.f. Matem.
Bipiràmide sf. Geom.
Biplanare agg. Geom.
Bitangènte, agg. Matem.
Binángolo m.
BIQUADRATICO
aggettivale
CALCOLATORE maxicalcolatore (m.)
microcalcolatore (m.),
videocalcolatore (m.),
minicalcolatore (m.)
CALCOLATRICE minicalcolatrice (f.)
CALCOLO microcalcolo (m. med.)
CENTRO centrattacco s. m. (sport, [DME]:
calcio, 1942), centro-
(centroattacco: 1939) baricentro (sm.), ortocentro
centravànti, s. m. (sport, (sm)
calcio)
centrifugo (agg.),
centrìfuga, s. f.
(macchina) →
centrifugàre,v. tr. →
centrifugazióne, (s. f.)
centripeto (agg.)
centrocampista (s. m.,
sport, calcio)
centrocampo (s. m., sport,

246
calcio), centrodestro (s.
m., sport, calcio),
centromediano (s. m.,
sport, calcio),
centrosinistra (s. m.
polit.), centrosostegno (s.
m. sport, calcio),
centrotavola (s. m.),
centroterzino, (s. m., sport,
calcio )
CHIUSO chiusocchi (a – locuz. avv.,
ant.)
CILINDRO cilindrasse, (s. m.) →
cilindràssile (agg.)
cilindròlobo (m. bot gr.
lobós baccello, vedi
‘lòbo’.),
cilindrosòmi (m. pl., biol.
gr. sôma corpo.),
cilindrùria (sf. medic.
ούρον ‘urina’), cilindròcero
(
m., entom. gr.
-kerōs (kéras corno)
CIRCOCENTRO
nominale
CIRCONFERENZA semicirconferenza (sf.) fonte:
DME

CONO conirostri (m. pl., ornit. conisettóre (agg., geom.)


(lat rōstrum becco),
conocarpo (m., bot. e gr.
karpós frutto)
conocèfalo (m., ant.,
entom. gr. kônos ‘còno’ e -
kèphalos (kephalē’ testa)
conoclìpeo (m., paleont. gr.
kônos ‘còno’ e lat. clipeus
scudo),
conocorìfidi (m.pl,
paleont. koryphē’ vertice) ,
monoftalmo (m. med.; gr.
ophtalmós occhio),
conognato (m., entom. e
gnáthos mascella),
conopalpo (m., XIX sec.,
entom.)

247
CONTRO 35 contraffàccia (contro- f., controesempio (sm., mat.),
ant.) contraffòrza (f.) contrarmonico (agg. mat.)
contralbero (m. mecc.); controimmagine (s.f.) (voce
contrammoménto (m., del DME)
ant.)
contrasse (m., mest.)
CONVERTIRE convertiplano (sm. Aeron.)
COORDINATO coordinatografo (sm.
Topogr.)
CORDA cordangelo (m., ant., mus.)
cordone litoraneo,
morenico, sanitario 36
CORONA coronografo (m., astr.)
CRITERIO criteriologia (sf. filos.,
λόγος ‘discorso,
trattazione’)
CUBO cubocubo (polis: agg. e sm. cubocubo (polis.: agg. e sm..
polis.) forma raddoppiata di cubo.
cubifórme (agg. lat. - cubottaèdro (sm. Geom.)
fōrmis, da fōrma ‘forma’) cubosimo (sm. Geom.)
cubomeduṣe (sf. plur.
Zool. lat. scient. medusa
‘medusa’)
cubosicilite (sf. Miner.),
cubomanzìa (f., ant., lat.
sc. cubo-mantīa v. dotta,
'cubo' e gr. - m a nt é i a
divinazione)
CURVA curvìmetro (gr. -metron curvilìneo (ant. curvilìnio,
misura; fr. curυimètre) polis. all’interno del linguaggio
curvinèrvo (agg., bot.) speciale: agg. Geom, e sm.
curvìpede (agg. lat. tardo polis.)
curυipēs -edis (glosse), cfr.
gr. Ankylópus)
curviròstri (m. pl., ornit.)
curvògrafo m.; compos.
ibrida, ‘curvo’ e gr.
-gráphos (gráphō scrivo);
cfr. fr. curυigraphe.

35
Nella sezione A.M. sono stati accorpati i termini controesempio e controimmagine che nel lemmario
del DME costituiscono entrate terminografiche autonome.
36
Registrati dal LEI come entrate lessicografiche autonome.

248
4.4. Significato scientifico nel corpo delle definizioni nel Grande dizionario della
lingua italiana (Battaglia, 1961-2004)

Legenda:

GDLI: Grande dizionario della lingua italiana (Battaglia 1961-2004, voll. A-Balb:
1961, Balc-Cerr: 1962; Cert-Dag: 1964, Supplemento: 2004)
E.P.: entrate polisemiche
E.M.: entrate monosemiche
A.M.: accezione matematica
A.A.: altra accezione
Sb: sub-polisemico
Entrate non incluse nel GDLI: in questa sezione sono contrassegnate con una “x”
le entrate lemmatizzate nel DME che non fanno parte del lemmario del dizionario
Battaglia (GDLI).
Entrate monosemiche: in questa sezione sono contrassegnate con una “x” le
entrate monosemiche, ulteriormente distinte in entrate con “A.M.” e, entrate con
“A.A.”.
Entrate polisemiche: in questa sezione si censiscono i termini che appartengono a
questa categoria. Nell’ambito della sezione “entrate polisemiche” si distinguono le
seguenti categorie:
A.A. > A.M.: con questa sigla si censiscono i termini il cui significato
all’interno del corpo della definizione muove da accezioni attestate in primis nel
linguaggio comune (contrassegnate con la sigla A.A. “altra accezione”) e in seguito nel
linguaggio matematico (sigla A.M. “accezione matematica”). Quando l’accezione
matematica è contraddistinta da un “numero” o una “lettera” si è adottata la sigla “sb”.
37
A.M. > A.A. : con questa sigla si censiscono i termini il cui significato
all’interno del corpo della definizione muove da accezioni attestate in primis nel
linguaggio matematico e in seguito nel linguaggio comune.

37
Per la collocazione in questa categoria dei termini aventi un significato generale scientifico si è adottato
il criterio che li riconoscesse all’interno degli articoli del GDLI mediante il contrassegno di una sigla
(NELLA TABELLA LA SIGLA ACCANTO ALLA “X” DISTINGUE I LEMMI PER I QUALI IL
CONTRASSEGNO NON È INSERITO DAL GDLI), ma si è osservato che in alcuni casi le parole
appartenenti a questa categoria non sono riconoscibili mediante questo criterio. In alcuni casi, infatti,

249
A.A.: con questa sigla si censiscono i lemmi che presentano un ventaglio di
accezioni che appartengono al linguaggio generale e non a quello scientifico-
matematico.
Omonimo L: distingue i termini che sono lemmatizzati dal GDLI come entrate
indipendenti.
Omonimo T: distingue fra i termini contrassegnati con la sigla “Omonimo L”
quelli che hanno come prima accezione l’accezione matematica (A.M.).

N.B. Per alcuni termini il GDLI non riporta la definizione dell’accezione matematica
della parola, ma soltanto la parola complessa in cui occorre. Il fenomeno è frequente per
quei termini che appartengono alla categoria “A.A. > A.M.”

4.4.1. Lemmi lettere “A – B – C”


(Tab. n. 4)

↓ GDLI BATTAGLIA↓

↓ Lemmi tratti Entrate E.M. E.P. E.P.


dal DME non
incluse A.A. A.M. A.A. A.M A.A.
nel > >
GDLI A.M. A.A.

Acuto [omonimo L] x angolo acuto


Addizione x x
(operaz.m
atem.)
Adiacente x angoli
adiacenti
Affetto [omonimo x sb
L]
Affine [omonimo L] x x
Affinità x sb
Algebra x
Algebrico x
Algoritmo x
Allineamento x x
Allineato x x
Alterno x angoli alterni
sb

nonostante manchi il riferimento all’ambito scientifico-matematico, il metalinguaggio adottato per la


definizione del significato generale è palesemente più vicino ad A.M. > A.A. che non ad A.A. >A.M.

250
Altezza x x 38
Ambiguità x x
Ambiguo x x
Ampiezza x x
Analisi x x (mat.)
Analitico x geometria
analitica sb
Analogia x
Angolo x x(geom.)
Antisimmetrico x
Aperto x x
Apotema x
Applicazione x x
Approssimato x x
Approssimazione x x (mat.)
Arco x x (geom.)
Area x x (mat.)
Aritmetica x
Arrotondare x x sb
arrotondare un
numero
Arrotondato x x
Ascissa x
Asse [omonimo T] x x
Assiale x
Assioma x x
Assiomatico x
Associatività x
Assoluto x x
Assorbente x x
Assurdo x dimostra
zione
per assurdo
Aureo [omonimo L] x numero aureo,
sezione aurea
sb
Autosimmetria x
Banale x x
Banda x x sb
[omonimo L]
Baricentro x
[attes
ta
to
come
voce
della
38
Sebbene non sia fatto cenno al significato scientifico-matematico il metalinguaggio adottato per
definire il significato generale è sufficiente a collocare in questa categoria il termine, a sostegno vi è
anche la storia della parola che attesta successivamente ad “A.A.” a.1250 e l’accezione matematica
“A.M.” nell’a. 1748

251
Fisic
a]
Base x x (geom.)
Biiettivo x
Biiezione x
Binario x x sb
[omonimo T] operazione
binaria,
sistema di
numerazione
binaria
Binomio x
[omonimo]
Biquadrati x
co
Bisettrice x
Calcolare x x
Calcolatore x x
Calcolatrice x x
Calcolo x x(sistema
[omonimo L] di operaz.
mat.)
Cardinale x x sb numeri
[omonimo L] cardinali
Cartesiano x
Centro x x(geom.)
Cerchio x x
Chiuso x x sb [geom.
[omonimo L] curva chiusa,
superficie
chiusa; mat.
insieme chiuso]
Cifra x x
Cilindrico x x sb
Cilindro x x(geom.)
Circocentro x
Circolo x x(geom.)
Circonferenza x x(geom.)
Circoscritto x x(geom.)
Circoscrivere x x
Circoscrivere
una
circonferenza
[…],
circoscrivere
un poligono
[…]
Coefficiente x
Coincidente x

252
Commensurabile x x 39
Commutatività x
Commutativo x x sb
proprietà
commutativa
Compatibile x x
Complementare x x sb
[omonimo L] geom. archi o
angoli
complementari;
mat. insieme
complementare
Complesso x in complesso1 x
[omonimo L] sb
numero
complesso
in complesso2 x
sb complesso
di rette,
complesso
tecnologico
Componente x x sb
componente di
un vettore
Comporre x x sb
Composizione x x sb
legge
di
composizione
Composto x x sb
[omonimo L]
Concentrico x x 40
Concorrenti x x linee
[omonimo L] concorrenti
Condizione x x
[omonimo L]
Configurazione x x sb
Confrontabile x
Confrontare x x sb
Congettura x x sb
Congetturare x
Congruente x x sb
Congruenza x x sb

39
Il metalinguaggio utilizzato nell’articolo per la definizione del significato generale è molto vicino al
metalinguaggio adottato per definire l’accezione in ambito scientifico.
40
In base ai criteri enunciati nella Legenda, concentrico dovrebbe essere collocato tra le polisemiche:
A.A., non essendovi nel GDLI riferimenti espliciti all’ambito scientifico, ma osservando il
metalinguaggio utilizzato nella definizione (del significato generale e accezione) i concetti implicati
vertono sulla conoscenza di “coincidenza” e “centro” e, fatto non meno importante, la data di attestazione
rilevata concerne l’accezione in ambito scientifico (a.1519) successiva ad un uso apparentemente
‘generico’ e attestato in Leonardo dal B.A. Pertanto lo si è collocato nella categoria A.A. > A.M.

253
[geom., mat.:
modulo della
congruenza]
Cono x x(geom.)
Consecutivo x x sb
segmenti
consecutivi,
angoli
consecutivi
Conservare x x
[omonimo L]
Considerare x x
Constatare x
Contraddit x x
torio
Contrad x x
dizione
Contrario x x sb
numeri
contrari
Controesempio x
Controimmagine x
Conversione x x sb
Convertire x x sb
Convesso x x 41
Coordinate x x sb
coordinate,
coordinate
cartesiane
Coppia x x
Corda x x sb
Corollario x x [in
condivisione
con la
filosofia]
Corona x x sb
[omonimo L] corona
circolare
Corrispondente x x sb
Corrispondenza x x sb
Coseno x
Costruibili x x sb
Costruire x x sb
Costruzione x x sb
[in mat.:
costruzione
geometrica,
costruzione
aritmetica]

41
Il termine rientra in questa categoria, sebbene, nella definizione del GDLI vi è il riferimento a “figura
convessa”, ma non vi sono sigle che distinguano il termine come termine scientifico.

254
Crescente x x sb
[omonimo L]
Criterio x x
Cubo x x sb
[geom., mat. in
più è aggiunto
il derivato:
cubico]
Curva x x
[omonimo T]
Decrescente x x sb
Incommensurabile x X, matem
Grandez
ze
incom
mensu
rabili
Incompatibile x x sb

255
Conclusioni

Nell’ambito della comunicazione matematica è possibile distinguere un


linguaggio “scientifico”, un linguaggio “simbolico” e un linguaggio “grafico-visuale”.
Per ciascuna di queste modalità di linguaggio, la semiosi del segno matematico
si realizza mediante dinamiche ben precise nel rapporto tra il significante e il significato
all’interno del sistema di comunicazione matematica.
Per quanto concerne il carattere di “scientificità” che si attribuisce al linguaggio
della matematica, questo è osservabile in un discorso per il quale è possibile distinguere
sia un aspetto terminologico, che un aspetto propriamente formale, realizzandosi
quest’ultimo mediante l’uso di formule e di un linguaggio formalizzato astratto.
I termini “formulazione” e “formalizzazione” hanno significati precisi. Con il
primo si designa il processo mediante il quale si riveste con formule una cognizione
precedentemente data, mentre con il secondo si intende la condensazione in formule di
una cognizione calcolabile (Altieri Biagi 1974: 90). È possibile rilevare un grado di
“purezza” per il linguaggio matematico formalizzato, in quanto si tratta di un linguaggio
ben caratterizzato formalmente e semanticamente. Sotto questo profilo il linguaggio
della matematica limita il suo rapporto con il linguaggio comune, sul quale avrà minori
ricadute. L’assiomatica (insieme di proposizioni assunte convenzionalmente come
“primitive” e definite mediante il sistema stesso di assiomi) e il calcolo, difatti,
consentono al linguaggio scientifico della matematica di ottenere un alto grado di
generalizzazione e, al contempo, di stabilire un rapporto biunivoco tra i segni e la realtà
matematica designata. Il processo di costruzione degli enti matematici, che avviene
mediante l’utilizzo di un’assiomatica e di una serie di regole operative, permette al
linguaggio di realizzare una quota di “riduttività” al suo interno tale che i concetti
costruiti non hanno altro senso che quello che hanno entro il sistema stesso degli
assiomi (Preti 1953: 43). La costruzione del discorso matematico (i termini del
linguaggio teorico) mediante deduzione da assiomi dà luogo alla creazione (definizione)
di teoremi (concetti derivati, da cui si derivano altri teoremi, ecc.), i quali assieme agli
assiomi possono “corrispondere” a parole e frasi del linguaggio comune. Questa zona
definita di parziale isomorfismo (Preti 1953: 48) non concerne l’universo del discorso
matematico, ma una zona dalla quale potenzialmente il profano potrebbe trarre

256
inferenze errate. Per quanto concerne, invece, la creazione di un linguaggio
completamente formalizzato, nel quale, partendo dalla serie di assiomi e regole
operative, si renda possibile per via costruttivo-deduttiva procedere alla stesura di
simboli (questi sarebbero definiti tutti per mezzo del sistema di assiomi stesso), questa
prospettiva non sembra realizzabile. Questa operazione, difatti, necessiterebbe di una
preliminare definizione del metalinguaggio impiegato (Marruccelli 1978: 118). A tal
proposito Tarski (1935 [1973: 426]) ha scritto: «i concetti semantici hanno un carattere
relativo, […] devono venir sempre riferiti a una lingua particolare». La creazione di una
semantica “scientifica” presuppone la descrizione strutturale della lingua per la quale si
intende costruire la semantica e Tarski sostiene che soltanto le lingue formalizzate
permettono di procedere con precisione e chiarezza. Per quanto concerne la creazione
del metalinguaggio corrispondente, lo stesso, introducendo il concetto di verità, sostiene
che l’enunciato della forma: “l’enunciato x è vero se e solo se p” può essere considerato
come una “definizione parziale del concetto di verità”, previa introduzione del termine
“vero” nel metalinguaggio adottato, in modo tale che ogni asserzione possa essere
dimostrata sulla base degli assiomi e delle regole di inferenza del metalinguaggio,
relativamente al linguaggio preso in esame.
Quando il sistema di comunicazione matematica si realizza mediante l’adozione
del linguaggio ideografico, le peculiarità intrinseche a questo specifico mondo
simbolico consentono di allontanare il pericolo di banalizzazione del senso, che invece
esiste quando si utilizza quella parte del discorso matematico che adotta definizioni di
corrispondenza o enunciati non completamente espliciti 1. L’adozione di un sistema di
simboli ideografici nel linguaggio matematico pone l’accento su quanto sia importante
per questo linguaggio possedere un sistema che sia di scrittura e, allo stesso tempo,
evidenzia l’importanza che riveste il concetto di “condivisione” per quanto concerne il
contenuto concettuale sottostante. Il contenuto concettuale evocato dai segni
appartenenti a questa particolare modalità di scrittura necessita di essere

1
Un esempio di enunciato non completamente esplicito, tratto da Gilbert (1945: 103) in lingua francese,
corrisponde a: « a et b sont egaux entre eux ». Un enunciato simbolico implicito corrisponde alla forma:
«a = b», mentre l’enunciato matematico corrispondente a quest’ultimo, ma in forma esplicita corrisponde
a: «la relazione di grandezza tra le quantità designate dalle lettere a e b è l’uguaglianza». Le soluzioni
terminologiche per descrivere tale sintassi sono disparate: «sintassi concettuale» (De Mauro, 1988: 6);
«sintassi logica» (Preti, 1953: 30); «simboli intellettuali della scienza» (Cassirer 1987 [1961]: 54); Gilbert
(1945: 14 ss.) che argomenta a proposito delle nozioni di «explicite», «implicite», «inexplicite» nei
linguaggi delle scienze.

257
preliminarmente condiviso dal profano, in quanto il segno sia quello “visibile” che
quello “udibile” potrebbe corrispondere con il segno (natura significante e natura di
contenuto) abitualmente evocato nel linguaggio comune. In tal caso si palesano tutte le
difficoltà insite nella necessità di operare una separazione tra scrittura (simbolo) e
concetto evocato e tra significante e concetto evocato.
L’evoluzione storica del simbolismo matematico 2 (inclusi i mutamenti che
concernono la natura del segno simbolico) ha portato all’acquisizione di una semantica
e di procedimenti sintattici distanti dal linguaggio comune, alla riduzione delle
problematiche concernenti l’ambiguità nell’espressione degli enti matematici
(produzione/ricezione), ed inoltre al miglioramento (in termini di “efficacia
operatoria”) 3 delle funzioni algoritmiche destinate primariamente a far progredire le
teorie matematiche.
Le ellissi concettuali e gli impliciti semantici che fanno parte del simbolismo
matematico (costituito di enti, funzioni, relazioni: numeri, lettere, simboli operazionali,
segni di relazione, ecc.) rappresentano, per i casi in cui vi è “corrispondenza” con il
linguaggio comune, ulteriori zone di pericolo per quanto concerne la corretta
interpretazione del senso logico matematico. Esistono, difatti, enunciati espliciti del
linguaggio comune che non sono intelligibili in senso logico: ad es. «due e due fa
quattro», in luogo dell’enunciato esplicito corrispondente reso nel linguaggio scientifico
matematico con «la somma dei due numeri uguali a due è il numero quattro».
Lo studio storico delle parole della matematica potrebbe, ovviamente,
rappresentare un’utile prospettiva d’indagine per un approfondimento relativo alla
formazione e allo sviluppo delle idee matematiche. Al tempo stesso esso potrebbe
efficacemente affinare la consapevolezza necessaria a interpretare correttamente il senso
delle accezioni entrate a far parte del linguaggio parlato della matematica. Il significato
del termine “retta” potrà essere correttamente compreso previa condivisione del suo
patrimonio di cognizioni passate, non relegando la faccenda a «questioni di dizionario»
né d’altro lato trascendendo in problematiche che concernono lo stato delle nostre

2
Per quanto concerne l’evoluzione del simbolismo algebrico si distinguono una fase di algebra “retorica”,
una fase di algebra “sincopata” e la moderna fase di algebra “simbolica”.
3
Grazie al linguaggio simbolico o in formule è possibile “abbreviare” ragionamenti sia per quanto
concerne l’economia del linguaggio proferibile che, in termini di ragionamento, la maneggevolezza delle
concettualizzazioni degli enti matematici, i quali, sostiene Devlin (2002: 157) si comportano come «unità
complete». In questo caso il matematico non avrà ripercorso la serie dei ragionamenti fatti in precedenza
dai suoi colleghi e che sottendono al significato del concetto nel momento in cui lo impiega.

258
conoscenze, sollevando dubbi che dal punto di vista filosofico concernerebbero
questioni come «limitazione dell’intelletto umano» (Vailati: 1899 [1959: 112, 119]), o
sarebbero inerenti ai postulati del concetto di “unità” della scienza (Tarski: 1935 [1973:
429]).
La tendenza a spingere verso una sempre maggiore generalizzazione (che per
antonomasia è intrinseca alla formalizzazione) si presenta come un’esigenza da
trasferire anche al lessico già esistente nel linguaggio verbale. Nel Seicento tale
esigenza è documentabile in vari ambiti di ricerca ed è Galileo che si sofferma sulla
necessità di “convenire” scientificamente sulle parole dell’uso quotidiano.
Nell’ambito del discorso scientifico il bagaglio terminologico del linguaggio
della matematica si compone di termini che sono nuovi rispetto a quelli del linguaggio
comune (ad es. ascissa, commutatività, associatività) di termini che introdotti
esprimono nuovi significati (ad es. biiezione, autosimmetria, contro immagine), di
termini che esprimono nuove accezioni, le quali si aggiungono a quelle che già
appartengono alle parole del linguaggio comune (ad es. commutativo, acuto, cardinale,
corda, o ancora, centro, cerchio, cono) e, in fine, di termini che sono ampiamente
diffusi nel linguaggio “comune”, grazie ai quali emerge in maniera più trasparente il
concetto di polisemia delle parole considerate in quanto segni (ad es. analogia,
coincidente, constatare, o ancora, approssimato, assoluto, assorbente).
L’allontanamento dalla semantica del linguaggio comune si realizza in maniera
differente e “graduale” per ciascuno dei termini citati. Questi sono stati distribuiti e
suddivisi, nell’elenco sopra, rispettando l’appartenenza degli stessi alle categorie
semantiche che sono emerse sia analizzando la trattazione del significato scientifico nel
corpo delle definizioni lessicografiche del Grande dizionario della lingua italiana
(GDLI), sia prestando attenzione alle date di attestazione lessicografica censite dai
dizionari etimologici consultati per la creazione del corpus.
In merito alla distinzione tra termini nuovi e nuovi significati si sono distinte due
categorie: “entrate monosemiche: A.M.” e “entrate non incluse nel GDLI”.
Per quanto concerne quei termini che esprimono nuove accezioni è stato
possibile distinguere due categorie: “entrate polisemiche: A.A. > A.M.” e “entrate
polisemiche: A.M. > A.A.”. In fine, le categorie denominate “entrate monosemiche:
A.A.” e “entrate polisemiche: A.A.” distinguono quei termini che sono più esposti al

259
pericolo della banalizzazione del senso matematico in quanto ampiamente diffusi come
parole nel linguaggio comune.
Il simbolo “>” traduce il rapporto di contiguità semantica tra i due linguaggi (LC,
LM) nella misura in cui questo è emerso dall’osservazione delle strategie adoperate nel
GDLI concernenti la presentazione e la definizione del significato e/o delle accezioni.
Nello specifico della denominazione “entrate polisemiche: A.A. > A.M.” il
simbolo “>” indica che, il significato “generale” (della parola/termine) appartiene al
linguaggio generale (non matematico) per cui in seguito è possibile dirigersi verso (“>”)
le altre accezioni e quelle inerenti al linguaggio della matematica (A.M.). Viceversa,
nella denominazione della categoria “entrate polisemiche: A.M. > A.A.” il simbolo “>”
indica che il significato “generale” (della parola/termine) appartiene al linguaggio
matematico (A.M.), per cui in seguito è possibile dirigersi verso (“>”) le altre accezioni
(A.A.) incluse quelle degli altri linguaggi settoriali.
Volendo abbracciare l’ipotesi che considera il dizionario semasiologico come un
utile strumento di conoscenza del funzionamento delle unità lessicali di una lingua
naturale, si è tentato di verificare se tale ipotesi fosse altrettanto valida per quanto
concerne la conoscenza delle unità lessicali che appartengono a un linguaggio
scientifico come quello della matematica. Pertanto si è riflettuto sulle possibilità, in
termini di efficacia, che il dizionario semasiologico offre al profano, ai fini
dell’attivazione del processo di distacco dalle conoscenze che questi possiede sugli
elementi di lingua del linguaggio generale.
L’attenzione si è soffermata sulla relazione che intercorre tra appartenenza dei
termini alle categorie semantiche emerse (sulla base delle strategie di presentazione del
significato e/o delle accezioni) e metalinguaggio utilizzato (osservando il tasso di
specialismo adottato nella definizione del significato e/o delle accezioni), con lo scopo
di fare emergere alcune consapevolezze concernenti la ricerca e la consultazione del
significato scientifico nel dizionario semasiologico.
Generalmente, una ricerca che attesti, l’accezione matematica come precedente o
successiva a quella del linguaggio generale (per la categoria “entrate monosemiche:
A.M.” questa è successiva o non attestata) è “produttiva” ai fini di una riflessione che,
documentando in maniera tangibile la contiguità tra LM e LC, riconosca i potenziali
pericoli di banalizzazione insiti nella ricaduta di tali termini nel LC. Tra l’altro, questa

260
considerazione è utile anche nel caso in cui il GDLI abbia omesso di riportare
nell’articolo l’accezione di senso matematico (si vedano ad es. le parole altezza,
concentrico e convesso, per le quali si è potuto comprendere perché queste rientrassero
nella categoria “entrate polisemiche: A.A. > A.M., a prescindere da considerazioni sulla
polisemia delle parole in quanto segni del sistema lingua naturale). Per quanto concerne
i termini delle categorie “entrate monosemiche: A.M.” e “entrate non incluse nel GDLI”,
indipendentemente dalla registrazione dei lemmi nel GDLI e indipendentemente dalla
cronologia delle accezioni, ciascun termine appartenente alle due categorie sopra ha una
peculiare storia di parola che limita di molto le analogie con il linguaggio comune.
Difatti, si tratta di prestiti, di formazioni endogene al lessico della matematica o di
termini la cui prima attestazione dizionariale è quella contenuta nel DME (1998 [1992]).
Per quanto concerne i termini appartenenti alla categoria “entrate polisemiche:
A.A. > A.M.”, l’attestazione dell’accezione matematica è successiva a quella del
linguaggio generale. Questo è stato rilevato per quelle parole la cui accezione
matematica è stata omessa dal GDLI (ad es. altezza, concentrico e convesso) e che
rientrano nella suddetta categoria. Difatti, il metalinguaggio adottato per la definizione
del significato generale di questi termini presenta un tasso di specialismo molto più
vicino all’ambito scientifico che non a quello del linguaggio generale e la contiguità tra
i due linguaggi resta un punto fermo anche per queste parole che, rispetto a quelle
appartenenti alle prime due categorie summenzionate, manifestano un alto potenziale di
importabilità nel linguaggio comune.
Considerando il tasso di specialismo e il contenuto informativo nelle definizioni
del significato generale di alcuni termini lemmatizzati come omonimi nel GDLI, e
appartenenti alle categorie “entrate polisemiche: A.A. > A.M.” (binario), “entrate
polisemiche: A.M. > A.A.” (asse, curva, calcolo) e “entrate monosemiche: A.M.”
(binomio), si è osservato che la trattazione del significato generale consiste quasi in una
ripetizione di ciò che immediatamente segue per la descrizione della definizione
dell’accezione matematica. Tale consapevolezza potrebbe essere coscientizzata nel
profano, in tal modo egli non “salterebbe” direttamente alla definizione “sub
polisemica”, cioè a quella dell’accezione scientifica. Per le suddette entrate
lessicografiche, difatti, la gestione del significato scientifico nel dizionario
semasiologico si avvicina a quella del dizionario onomasiologico.

261
Inversamente da quanto avviene per i termini appartenenti alla categoria “entrate
polisemiche: A.A. > A.M.”, per quelli della categoria “entrate polisemiche: A.M. >
A.A.”, le date di attestazione lessicografica delle accezioni matematiche sono precedenti
a quelle attestate nel linguaggio generale (per quest’ultimo talvolta mancano). Si è
inoltre osservato che la contiguità fra i due linguaggi traspare anche dal metalinguaggio
adottato per la definizione del significato generale, il quale presenta un alto tasso di
specialismo. Questa considerazione è riscontrabile anche per quei termini (asse, cerchio,
curva) per i quali il GDLI ha omesso di riportare la sigla (geom., matem., ecc.),
generalmente utilizzata per le parole assegnate alla categoria. Queste, difatti,
appartengono certamente all’ambito scientifico nonostante quanto potrebbe supporre il
profano leggendo una definizione “senza sigla”.
Per i termini appartenenti alle categorie “entrate polisemiche: A.A.” e “entrate
monosemiche: A.A.” si è osservato, in alcuni casi, che la data di attestazione del senso
matematico manca, mentre, in altri che questa è successiva a quella del linguaggio
generale.
Per le parole sprovviste di attestazione del senso matematico e che presentano
una storia semantica di accezioni che non lascia trasparire evidenti squarci analogici
con il LM (le accezioni registrate nella tabella “LCAL” appartengono tutte al campo
“A.A.”), è stato possibile dedurre che la parola vada appresa come nuova all’interno del
linguaggio scientifico, essendo il suo significato scaturito da una risemantizzazione
della stessa.
Difatti, diversamente dai termini appartenenti alle categorie “entrate
monosemiche: A.M.” e “entrate non incluse nel GDLI” che sono diffusi nel linguaggio
comune come termini matematici, per quanto concerne i termini appartenenti alle due
categorie sopra: “entrate polisemiche: A.A.” e “entrate monosemiche: A.A.”, si tratta di
termini che sono sì diffusi nel linguaggio comune, ma per i quali si ignora qualsiasi
riferimento all’ambito scientifico, queste sono ad es. congetturare, constatare e ancora
considerare, ambiguità, criterio, conservare, ecc. Questi termini simbolizzano
probabilmente in maniera più evidente (rispetto a quelli appartenenti alle altre
categorie), il concetto di polisemia intrinseco al segno delle lingue naturali.
L’aver gettato uno sguardo in diacronia (dunque aver ripercorso la storia delle
forme e dei significati dei termini censiti nel corpus, prestando attenzione sia al LC sia

262
al LM) ha permesso di offrire una caratterizzazione del rapporto di contiguità che esiste
tra i due linguaggi (LC e LM). Il sentimento della stretta relazione tra i due linguaggi
emerge alla consultazione consapevole (da parte degli addetti ai lavori) del dizionario
semasiologico, ma si arresta per alcune parole dinanzi alla storia e alla conoscenza che
sono peculiari al discorso scientifico-matematico. La contiguità che si palesa tra i due
linguaggi attraverso le parole ampiamente diffuse come parole nel linguaggio comune
rende necessaria, in particolare per queste ultime, l’attivazione di un processo che guidi
verso la corretta ricostruzione semantica del segno nel nuovo linguaggio.
Indipendentemente da un approccio di consultazione semasiologico, oppure
onomasiologico (quest’ultimo già tecnico, nel caso del DME [1998 (1992)]) è stato
possibile constatare che un approccio “linguistico” che si soffermi sulle forme e sulle
funzioni, considerate alla luce di un’analisi sia sincronica che diacronica, possa aiutare a
riflettere sulla “filosofia” di tale lessico in maniera certamente più consapevole. Ne
consegue che la riflessione sulla contiguità semantica tra questo lessico e quello del
linguaggio comune dovrà accompagnarsi alla consapevolezza diacronica e, alla luce di
questa, sincronica concernente la natura del segno linguistico matematico.
Si è osservato, difatti, che il rapporto di contiguità tra i due lessici emerge anche da
un’analisi che guarda allo sfruttamento dei meccanismi di formazione delle parole.
La necessità da parte del profano di (ri)apprendere il derivato (sia di natura
endogena, che esogena) dovrà prescindere dalle sue conoscenze “morfologiche”, in
quanto i processi di derivazione che si attuano nel linguaggio della matematica
mostrano che lo sfruttamento dei suffissi e delle basi coinvolte genera termini che
(appartenendo alle categorie semantiche sopra discorse) nuovamente sono “trascinati”
sul terreno della contiguità.
Il termine commutativo appartiene alla categoria semantica definita “entrate
polisemiche: A.A. > A.M.” e il suo derivato, commutatività, rientra nella categoria
“entrate monosemiche: A.M.”. Nonostante sia stato possibile rilevare casi di
monosemicità del derivato (nel linguaggio generale l’equivalente derivato con
suffisso -ità corrisponde alla parola commutabilità, attestata nel B.A. al XX sec.,
nell’articolo del lemma commutare), non è stato possibile riscontrare, relativamente ai
processi di affissazione messi in atto, casi in cui i termini coniati fossero sottratti da
potenziali e ambigue associazioni con il linguaggio comune (si vedano ad esempio i

263
termini centrare, addizionare, apertura, incompatibilità, ecc.). Per quanto concerne la
caratterizzazione semantica dei derivati censiti, anche per questi, osservando la
trattazione lessicografica del significato è stato possibile constatare che la contiguità con
il LC si manifesta secondo la gradualità semantica che ha permesso di distinguere le
categorie semantiche discorse. Si vedano ad es. i termini assiomatizzare (a. 1961),
cubicamente (a. 1964) cubare (a. 1964, tra l’altro lemmatizzato dal GDLI come
omonimo e appartenente alla categoria “entrate monosemiche: A.M.”), archetto
(omonimo e attestato nel 1739), applicata (XVII sec.), e altri ancora, tutti raccolti in
formato schematico nella sezione: “Affissazione. La derivazione, l’alterazione”. Per
questi ultimi derivati non vi sono attestazioni lessicografiche di “altre accezioni”,
pertanto essi rientrano a pieno titolo tra i formati endogeni al lessico italiano della
matematica 4 . Prestare attenzione a questi termini, dal punto di vista del processo di
apprendimento, potrebbe significare puntare sul distacco dal LC riconoscendo le
peculiari caratteristiche semantiche che appartengono ai termini della categoria “entrate
monosemiche: A.M.”.
Per quanto concerne la risemantizzazione suffissale, il lessico osservato non ha
mostrato casi di polisemia ‘interna’ alla sua struttura morfologica 5.
Nell’ambito del censimento dei derivati entro la prospettiva che si è definita
“orizzontale” (le parole derivate in “A.A.” e in “A.M.” dai termini lemmatizzati nel
DME), si è riscontrato, per i derivati aggettivali da base nominale uscenti in -ico 6 e
appartenenti al linguaggio generale, non soltanto che questi sono di numero inferiore (3)
rispetto a quelli censiti per il linguaggio della matematica (5), ma anche che questi,
appartenenti alla categoria: “parole polisemiche: A.A. > A.M.”, sono risultati molto più
vicini all’ambito scientifico, che non a quello del linguaggio comune, confermando,
almeno per quanto concerne gli aggettivali uscenti da base nominale con il suffisso “-
ico”, che questo (stando alle dinamiche metodologiche entro le quali si è svolta la

4
Fra questi rientrano anche i derivati ‘apparenti’, i quali a un’analisi più approfondita possono rivelarsi
adattamenti o prestiti da altre lingue: allineamento, biiezione, biiettivo, biquadratico, ecc. A tal proposito
si ridimensionano anche quelle considerazioni che muovendosi sul terreno della produttività, scaturiscono
da un’analisi dei processi di composizione e prefissazione attuati dal linguaggio della matematica.
5
A tal proposito, si ricorda che da uno studio di Serianni (2004: 586) sul linguaggio della medicina
emerge una concorrenzialità di prefissi dal significato non predicibile all’interno della stessa disciplina,
questi cita gli esempi acefalia “assenza di sangue”, anemia “diminuzione, carenza”.
6
Questo è un esempio preso a campione dai risultati ottenuti nell’ambito del conteggio dei suffissi per
tipologia di derivato nei campi “A.A.” e “A.M.”. Lo studio potrebbe essere approfondito, in quanto,
rifletterebbe sui derivati con le stesse energie con cui si è riflettuto sui termini censiti nel corpus.

264
ricerca) possiede una produttività maggiore per il linguaggio della matematica, che non
per il linguaggio comune.
Nell’ambito dei processi di formazione delle parole, il dato quantitativo sul calcolo
della produttività concernente la derivazione suffissale è emerso alla luce di due
differenti prospettive di lettura e di studio dei dati raccolti in formato schematico nella
sezione “Affissazione. La derivazione, l’alterazione”. L’analisi che ha preso le mosse da
una lettura dei dati che è sia “verticale” (i termini lemmatizzati nel DME che sono
parole derivate), che “orizzontale” (le parole derivate in “A.A.” e in “A.M.” dai termini
lemmatizzati nel DME) ha dimostrato in entrambi i casi di lettura che il verbo è la
categoria maggiormente produttiva per questo lessico (secondo la prospettiva verticale,
il verbo ha generato il 49% dei termini che sono parole derivate), anche per i derivati
registrati nel campo “altre accezioni” (in “A.M.” si ha una produttività del verbo del
173% e in “A.A.” la percentuale è del 936%). Si è inoltre censita la categoria
grammaticale più produttiva per secolo, a partire dal XII fino al XXI. I sostantivi censiti
sono in numero maggiore nel XIV, gli aggettivi nei secoli XVII e XVIII, mentre i verbi
censiti risalgono ai secoli XIV, XVII e XIX. Sul totale dei lemmi provvisti di
attestazione del senso matematico, i sostantivi rappresentano la percentuale maggiore
(58,3%), rispetto agli aggettivi (26,26%) e ai verbi (3,6%). Si è inoltre osservato che al
XIV sec. appartengono i lemmi che sono di trafila “popolare”.
I risultati ottenuti dall’analisi dei dati contenuti in formato schematico nella
sezione “Composizione” hanno dimostrato che le strutture N+N e A+N sono quelle
maggiormente produttive per quanto concerne le parole derivate in “A.M.” secondo la
lettura “orizzontale” dei dati. Inoltre guardando ai composti derivanti dai lemmi censiti
nel corpus, si è osservato che gli stessi termini lemmatizzati nel DME potrebbero
definirsi come connotati di una certa “settorialità”: sono 115 i composti registrati come
appartenenti a linguaggi settoriali di varia natura, mentre sono 10 quelli che
appartengono al linguaggio comune. Per quanto concerne la composizione con elementi
neoclassici, si è osservato che il modulo compositivo più diffuso per i composti
matematici è quello in cui l’elemento formativo precede la parola (ipotesi,
isoperimetria, equipotente, baricentro), mentre il meno sfruttato è quello che presenta
una struttura “parola + elemento formativo”.

265
Il segno linguistico vive nel linguaggio della matematica secondo le stesse
potenzialità sfruttate nel linguaggio comune. Bertaccini (2006: 7) scrive: «L’uso, per
sua stessa natura, sollecita inevitabilmente la stabilità del sistema». A tal proposito
Prandi (2009):

«Il tipo ideale di termine non veicola certo un concetto endocentrico, ma un concetto esocentrico.
Tuttavia, se le lingue naturali contengono una componente terminologica, le terminologie
condividono con le lingue naturali tutte le proprietà qualificanti che possono essere interpretate
come spie di un relativo ancoraggio endocentrico dei concetti, e in particolare la presenza di casi
di anisomorfismo, omonimia, polisemia e sinonimia.»

Le relazioni semantiche dell’omonimia, della polisemia e della sinonimia sono state


studiate osservando il comportamento semantico di questo lessico all’interno dei
“microsistemi” lessico-concettuali presentati e descritti nel dizionario onomasiologico.
Tali relazioni sono emerse alla luce di un’analisi sia “orizzontale” (in rapporto al
linguaggio naturale), che “verticale” (in rapporto alla struttura interna del
linguaggio speciale).
Per quanto concerne i rapporti di omonimia, osservabili dal punto di vista
“orizzontale”, si considerano ad es. i termini binomio, binario, asse come omonimi,
in quanto, entro la prospettiva della trattazione lessicografica, l’accezione
matematica è separata in un’entrata ‘a parte’, mentre, dal punto di vista “verticale”
è stato possibile osservare che tale fenomeno, nel dizionario onomasiologico, si
palesa nella pratica di distinguere i molteplici significati di uno stesso termine
specificando in modo speculare le diverse branche o teorie che lo rappresentano (si
è visto ad esempio, il caso del termine algebrico o del lessema complesso numeri
algebrici). Per quanto concerne le relazioni di sinonimia, per entrambe le
prospettive di analisi, sia “orizzontale” sia “verticale”, è bastato osservare la coppia
banale/facile. Nel primo caso, la semantica della coppia di parole (nota nel
linguaggio generale) può coincidere per alcuni tratti con quella presente del lessico
della matematica, mentre nel secondo, considerando i singoli elementi banale,
facile (nel lessico della matematica), si è osservato che le sollecitazioni provenienti
dal ‘sistema’ scientifico-matematico, da una parte producono relazioni che
coincidono fra i due sistemi, dall’altra, le relazioni di sinonimia all’interno del

266
sistema del lessico matematico si riorganizzano entro un proprio sistema di
riferimenti, scavando la distanza semantica dal lessico comune. In fine, guardando
alla polisemia, dal punto di vista “orizzontale”, è emerso che la contiguità tra i due
lessici è intrinseca se si considera l’elemento linguistico alla luce delle sue
potenziali realizzazioni, nel nostro caso pertinenti alla distinzione tra “termini” e
“parole”. Le relazioni di polisemia che invece emergono alla luce di un’analisi
“verticale” e che sono intrinseche alla trattazione terminografica si palesano sia nel
riconoscimento delle “accezioni” rispetto a una data branca che, dal punto di vista
degli impliciti semantici coinvolti, nella distinzione tra le molteplici accezioni che
il termine (ad es. banale) può assumere secondo i differenti contesti (anche
‘fraseologici’) di comunicazione matematica.

L’“eterogeneità” semantica di questo lessico si è palesata sia alla luce di una


prospettiva di analisi di tipo “orizzontale”, che “verticale”. Si è riscontrato che il
bagaglio terminologico di questo lessico si compone per il 14,75% di “entrate
monosemiche: A.M.”, ma per ben il 76,24% di “entrate polisemiche”. Inoltre, quelle
che appartengono al campo “A.A. > A.M.” rappresentano una percentuale del 61,30%
rispetto a quelle del campo “A.M. > A.A.”, che in evidente minoranza, rappresentano il
14% dei lemmi censiti nel corpus.
L’aver osservato il lessico della matematica all’interno della dimensione
terminografica ha permesso di evidenziare che, nonostante la “povertà semantica” nota
ai luoghi comuni che definiscono questo lessico, il «volume di comunicazione» 7
prodotto dal linguaggio della matematica dà luogo, nella maggior parte dei casi, a una
ricaduta nel linguaggio comune che avviene inconsapevolmente e secondo una
gradualità agli occhi del profano.

7
Dubois 1966, p. 107.

267
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