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AA.VV.

OCCHI DI DRAGO

ANTOLOGIA

GAINSWORTH PUBLISHING
Questi racconti sono opere di finzione.
Nomi, personaggi e fatti descritti sono frutto dell'immaginazione degli autori.
Ogni somiglianza con eventi, luoghi o persone reali,
vive o defunte, è puramente casuale.

© 2015 Gainsworth Publishing


Prima edizione: febbraio 2015

Grafica: Gainsworth Publishing


Illustrazione di copertina: Andrea Caponi

ISBN 978-88-909825-4-5

www.gainsworthpublishing.com
Il Drago, la più emblematica e misteriosa delle creature del mondo
fantasy, viene svelata attraverso lo sguardo e il cuore di otto promettenti
autori del panorama fantastico.
Il Drago non è più il nemico da sconfiggere, la materia bruta che si
contrappone al Bene Supremo o il servo fedele di qualche cavaliere, il
Drago diventa artefice e protagonista del suo destino; una creatura dalle
mille sfaccettature che attraverso la sua anima può trasmettere i sentimenti
più umani, come rivelare la profondità stessa dell'Universo.
Il drago che lotta contro le ingiustizie, il drago che sogna una vita
migliore, il drago che vince le sue battaglie; il drago che vorrebbe amare, il
drago che sa perdonare, il drago che sa distruggere, il drago che brama la
fine di ogni cosa e il drago che nei suoi occhi cela guerra e speranza.
Otto racconti, otto interpreti, otto draghi indimenticabili.
1
Stefano Cariddi

I MOSTRI GIUNTI DAL CIELO

Le creature sconosciute sorvolavano il villaggio, tracciando


ampi cerchi sopra alla gente raccolta per strada. Alla purpurea
luce del sole morente i loro dorsi emanavano bagliori inquietanti.
Baciato-dal-Sole lasciò andare il corpo della preda e avanzò
accovacciato tra la vegetazione della radura che lo separava dal
suo paese. Non aveva mai visto creature simili e non gli piaceva il
modo in cui i suoi compaesani le osservavano incuriositi, senza
far niente per scacciarle: il passaggio della cometa, le migrazioni
fuori stagione, i tuoni a ciel sereno... era da settimane che si
susseguivano presagi di sciagura. Un brivido raggelante gli corse
lungo la colonna vertebrale.
E se...?
Non fece in tempo a concludere il pensiero.
Vampate di luce ridussero in cenere i suoi amici di una vita e
fecero avvampare come torce le loro abitazioni. Una tempesta di
fiamme e detriti esplose per le strade, insieme al panico della
folla.
«NO!»
Urlando dall’orrore, Baciato-dal-Sole balzò in avanti. Doveva
salvare sua moglie, doveva salvare i suoi figli. Non poteva
abbandonarli! Una delle bestie si voltò. Al centro del muso aveva
un singolo occhio privo di pupilla, che sfavillava dorato alla luce
del tramonto. Il suo, era uno sguardo senz'anima.
Con la rapidità del lampo, la creatura piombò su di lui.
Baciato-dal-Sole si gettò di lato, mentre la terra esplodeva in una
vampata di fiamme. Non aveva quasi visto arrivare il colpo...
come poteva affrontare un nemico simile? Come poteva salvare
la sua famiglia, quando per raggiungerla doveva attraversare un
terreno del tutto privo di ripari?
Udiva i ruggiti delle bestie, il rombo delle fiamme, le grida dei
morenti... Nessuno aveva il tempo di reagire, nessuno aveva il
tempo di lottare. Che cosa poteva fare lui?!
Con il cuore trafitto dal dolore e le viscere strette dall'angoscia,
si rialzò e si gettò nella foresta. Con il fragore del tuono le
fiamme lo inseguirono, livellando gli alberi come fili d'erba
spazzati dal vento.
Baciato-dal-Sole si destreggiò tra le lingue di fuoco, i detriti
saettanti, gli ostacoli improvvisi e i tronchi che crollavano e
schiacciavano la vegetazione. Fu colpito al dorso, gridò e
incespicò, ma nonostante tutto continuò a correre. La foresta si
diradò e capì di essere giunto alla fine del viaggio. Pregando gli
spiriti affinché fossero compassionevoli, balzò fuori dagli alberi e
si lanciò nel vuoto.
Udì il fragore del precipizio che veniva sventrato dalle fiamme,
poi le acque della cascata lo travolsero e lo trascinarono giù.
Si dibatté per respirare, ma era una lotta all'ultimo sangue
contro i flutti impetuosi. Sotto di lui, il fiume si avvicinava a
velocità impressionante.
Riuscì a prendere una boccata d'aria, ma l'impatto con le acque
spumeggianti gli tolse il fiato. Si ritrovò a vorticare tra le correnti
impazzite, combattendo per tornare a galla.
Non morirò qui! NON MORIRÒ QUI! NON MORIRÒ QUI!
La luce scemava, la disperazione cresceva, la pressione
dell'acqua minacciava di schiacciarlo... Sbatté contro il fondale
argilloso. Aveva i muscoli in fiamme, le orecchie perforate da
artigli di dolore, il petto avvinto dall'agonizzante morsa
dell'annegamento. Si spinse verso l'alto, dove c'era luce, dove
c'era speranza, ma le forze gli mancarono.
Le tenebre si chiusero su di lui.

Il tocco di una delicata brezza lo riportò al mondo. Dolore e


malessere lo assalirono. Qualcosa gli ostruiva la gola.
Tossendo a più non posso, Baciato-dal-Sole si tirò su e sputò
l'acqua che gli aveva invaso i polmoni. Le convulsioni durarono a
lungo e lo lasciarono spossato. Soltanto quando si furono placate
si curò di fare il punto della situazione: giaceva adagiato contro il
tronco di un albero caduto nel fiume. Doveva tornare sulla
terraferma.
Tentò di issarsi in piedi, ma era esausto e scivolò sul fondale
limaccioso. Sorretto dalla sola forza di volontà, si aggrappò ai
rami mezzi marci e si trascinò fino a riva. Risalì la china e si lasciò
cadere sul manto di felci ed equiseti, ansimando pesantemente.
Supino, rimase a contemplare le stelle del firmamento. Tra le
fronde degli alberi scorgeva Luce-Maggiore, Corridore-dei-Cieli
e Fioco-Bagliore, le tre lune.
Solo in quel momento permise ai ricordi di riaffiorare e si
lasciò andare a un pianto silenzioso e carico di disperazione.

Si risvegliò con il canto degli uccelli. Frammenti di un cielo


dorato brillavano oltre la cortina di fronde: stava albeggiando.
Sfibrato dalla sofferenza fisica e dall'angoscia, che lo avevano
tormentato per tutta la notte, Baciato-dal-Sole barcollò in piedi:
doveva trovare un riparo in cui medicare le sue ferite e una preda
per rimettersi in forze. Poi sarebbe tornato alla ricerca della sua
famiglia, anche a costo di dover affrontare quei mostri dal manto
grigio come la cenere.
La caverna in cui si rifugiò l'aveva scoperta due estati prima: in
quell'antro si era annidata una mietitrice alata, che per un intero
ciclo della luna mediana aveva cacciato ogni genere di creatura
vivente. Baciato-dal-Sole ricordava nitidamente il combattimento
in cui la bestia era stata uccisa: l'avevano respinta col fuoco fino
alle sponde di un ampio lago sotterraneo e l'avevano accerchiata.
La belva aveva lottato brutalmente per sopravvivere,
trasformandosi in un turbine di artigli e pungiglioni, ma alla fine
era stata abbattuta. Quel giorno Baciato-dal-Sole aveva rivolto
l'ultimo saluto a due amici di lunga data.
Raggiungendo le sponde del lago, il cacciatore vide le ossa
della bestia, che giacevano ancora nel punto in cui era caduta. Le
orbite vuote degli occhi erano rivolte a quel cielo di cui era stata
la regina e da cui non avrebbero più ammirato lo splendore che
offriva il mondo visto dall'alto.
Dopo una preghiera di ringraziamento all'avversaria defunta,
Baciato-dal-Sole pulì e cauterizzò le ferite. Infine si rattrappì in
un angolino e si abbandonò al conforto del sonno.

Forse fu la necessità di recuperare le forze, forse il desiderio di


dimenticare tutto, fatto sta che dormì profondamente e che si
risvegliò vigile e attivo.
Intorno a lui il mondo era avvolto dall'oscurità. Alcune lanterne
notturne fluttuavano presso l'imboccatura della caverna: da
quella distanza apparivano come lucine rosa e azzurre che
seguivano gli imperscrutabili motivi di una danza d'amore vecchia
quanto le montagne.
Ancora dolorante, Baciato-dal-Sole si rialzò e si avviò verso di
loro. Avrebbe voluto cibarsene per mitigare la fame
insopportabile, ma lo sciamano Velo-di-Stelle gli aveva insegnato
che le lanterne notturne erano il ponte tra i viventi, che abitavano
sulla terra, e gli spiriti, che dimoravano in cielo: erano animali
sacri e mangiarli costituiva peccato.
Ne afferrò una. Il suo stomaco brontolò e mandò una fitta in
segno di protesta, ma lui lo ignorò.
L'insetto si dibatté mentre Baciato-dal-Sole lo avvicinava al
proprio volto e gli sussurrava parole di speranza che desiderava
consegnare agli spiriti. Infine lo uccise, recitando la preghiera
rituale, e lo seppellì ai piedi di un albero della vita, che cresceva
nei paraggi.
Con l'animo alleggerito si addentrò tra la vegetazione.

Non ci volle molto perché si imbattesse in un animale


addormentato: era un quadrupede dalle grandi corna, che
sonnecchiava in piedi, pronto per fuggire al primo segnale di
pericolo.
Gli si avvicinò furtivo, ignorando i crampi allo stomaco, e gli
balzò addosso solo quando fu sicuro di non lasciargli scampo. Lo
scuoiò rapidamente, mangiò e corse via: non voleva trovarsi nelle
vicinanze in caso una delle bestie del cielo, fiutato l'odore del
sangue, fosse giunta per banchettare con i resti della preda.
Eppure, mentre scappava tra gli alberi, il suo istinto gli
suggeriva che nulla del genere sarebbe accaduto, perché quando i
mostri avevano attaccato il villaggio non gli avevano dato
l'impressione di essere giunti per cacciare, ma per sterminare.
Spossato, arrestò la corsa in prossimità di un ruscello che
gorgogliava lungo il fianco della montagna; come schegge
d'argento impazzite, i pesciolini guizzarono via quando si chinò
per abbeverarsi.
Si dissetò e riprese la marcia nella foresta. Il chiarore delle
lune, che filtrava dalla cortina di fronde, gli illuminava la via.
Ogni tanto si udiva il rumore di frasche mosse e due occhi
circospetti facevano capolino dalle tenebre per scrutare il suo
passaggio.
Con le emozioni finalmente placate, il cacciatore poté
affrontare con lucidità quanto era accaduto.
Perché?
Perché tentare di ucciderci tutti? Che cosa gli abbiamo fatto?
Solo il fruscio delle felci e degli equiseti rispose alla sua
domanda.
Chi sono? Da dove vengono? Che cosa vogliono?
Ricordando la pervicacia con cui il mostro lo aveva inseguito
nella foresta si sentì venire i brividi. I colpi alla schiena che aveva
incassato durante la fuga lo avevano menomato, ma per fortuna
non si erano rivelati letali.
Ci hanno ritorto contro il fuoco, hanno distrutto le nostre case
e trucidato i nostri cari... Qual è il fine di tutta questa malvagità?
Tormentato da queste domande, Baciato-dal-Sole continuò la
sua solitaria marcia verso casa.

Una fredda alba lo accolse quando raggiunse la radura in cui


era sorto il suo villaggio.
Nel momento in cui la foresta si diradò percepì un fremito
attraversargli il corpo: dalle bianche vette meridionali fino al
litorale nordico, ovunque volgesse lo sguardo vedeva pinnacoli di
fumo ergersi dai luoghi in cui erano sorti i villaggi della sua gente.
Se l'era aspettato, ma questo non rese la vista meno tragica.
Con il cuore colmo di dolore, Baciato-dal-Sole varcò il limitare
del bosco. Nel vento, che faceva frusciare la distesa erbosa,
poteva fiutare acri residui di fumo.
Con passo malfermo iniziò ad avanzare verso le rovine del suo
villaggio, pregando gli spiriti di non rinvenire i cadaveri dei suoi
familiari. Aveva fatto pochi passi quando gli giunse alle orecchie
il rombo dei nemici.
Con un senso di ineluttabile risolutezza Baciato-dal-Sole voltò
le spalle alla radura e vide tre mostri che superavano in volo la
Cresta Orientale: si dirigevano verso di lui.
Non pensò nemmeno per un istante alla fuga, perché non c'era
posto sicuro in cui rifugiarsi e perché era pronto a dare la vita per
proteggere quel che rimaneva di casa sua.
Si rese conto che non provava più paura.
Baciato-dal-Sole si erse in tutta la sua statura e lanciò un
possente grido di sfida. Il cuore gli martellava all'impazzata. I
colori si erano fatti più vividi, la brezza ruggiva con la forza di un
uragano, poteva contare uno a uno i fili d'erba che gli
accarezzavano il corpo: la frenesia della battaglia stava
impossessandosi di lui.
Le sue emozioni si placarono e nel suo animo sbocciò la quiete
glaciale da cui germoglia la tempesta. Snudò i denti in un ringhio
predatorio e affondò le dita nella terra. Puntò sui nemici uno
sguardo rovente come le fiamme con cui li avrebbe consumati.
Osservando il loro movimento, realizzò che era sbagliato.
Nessun animale poteva avanzare con una tal rigidità: le ali non
battevano, le code non ondeggiavano, i loro occhi erano fissi e
vuoti.
Che cosa sono queste creature? Un'idea agghiacciante lo
folgorò. E se... non fossero esseri viventi?
Rabbrividì. Era una spiegazione folle, eppure l'unica plausibile:
si muovevano come tronchi d'albero trasportati dal fiume.
Come posso uccidere qualcosa che non è vivo?
Era una domanda senza risposta, ma non poteva tornare
indietro. Non voleva tornare indietro. Non sapeva cosa n'era
stato della sua famiglia, ma se non poteva scoprirlo intendeva
battersi affinché altri non dovessero patire il suo stesso destino.
Si appiattì a terra, pronto all'attacco. I mostri ormai lo avevano
quasi raggiunto.
Schegge di luce si staccarono dalle ali delle creature e
sciamarono verso di lui. Il cacciatore balzò di lato e rotolò,
ignorando il dolore al dorso menomato. Puntò le zampe a terra
nel momento in cui il suolo veniva sventrato dall'esplosione,
spalancò le ali e spiccò il volo.
Le membrane alari, lacerate dai colpi della bestia che lo aveva
inseguito nella foresta, mandarono fitte atroci, ma si fece forza e
sfogò il suo dolore nella tempesta di fuoco con cui mascherò la
sua posizione.
Una delle creature sbucò dal muro di fiamme, lo vide e cercò
di scansarsi. Non ne ebbe il tempo: il cacciatore le si gettò contro
e colpì il suo muso con forza tremenda. Scivolò sull'ala coriacea
della bestia e si avvinghiò con fatica al bordo. Chiuse le ali e si
girò sul fianco, continuando a riversare torrenti di fuoco sui
nemici per bloccar loro la visuale. Afferrò la seconda ala con la
zampa libera e si appiattì sul suo dorso.
Smise di sputare fiamme e prese una boccata d'aria carica di
zolfo. Le altre due bestie indietreggiarono, come spaventate, e
Baciato-dal-Sole si rese conto che volavano grazie a getti di
fiamme azzurre che scaturivano da sotto le loro ali. Senza
soffermarsi su quella constatazione, scatenò su di loro una
seconda ondata di fiamme.
La creatura sotto di lui si impennò e cercò di disarcionarlo.
Baciato-dal-Sole levò una zampa al cielo e i suoi artigli
catturarono i raggi del Sole nascente mentre calavano sull'occhio
della bestia.
La superficie dorata s'incurvò e si trasformò in una ragnatela di
crepe. Eppure il nemico non gridò, come se fosse insensibile al
dolore. O come se non potesse affatto provarlo.
Baciato-dal-Sole sollevò la zampa per la seconda volta, e per la
seconda volta colpì. Le spaccature si moltiplicarono, l'occhio
implose. Senza sprecare un solo istante, il cacciatore prese fiato e
sputò un getto di fuoco al suo interno.
Come impazzita, la bestia iniziò a roteare e a perdere quota,
sparando fasci di luce in ogni direzione. Uno degli altri mostri,
colpito in pieno, fu sventrato da un'esplosione abbacinante.
Flagellato dalla gragnuola di frammenti, Baciato-dal-Sole gioì.
Immaginando che anche il nemico a cui si teneva avvinghiato
fosse condannato, si lanciò in volo verso l'ultimo dei tre, che
reagì: fasci di luce saettarono verso di lui e gli lacerarono le ali.
Iniziò a perdere quota.
NO!
Resistendo alla vampata di dolore, si protese in avanti con un
gesto disperato e riuscì a serrargli la punta dell'ala tra i denti.
Si tirò su con uno sforzo tremendo e si aggrappò con entrambe
le zampe alla bestia che si dibatteva. Agendo d'istinto, sputò
fuoco all'interno della protuberanza da cui fuoriusciva uno dei
getti di fiamme turchesi.
L'esplosione lo stordì e gli fece perdere la presa. L'ululato del
vento gli riempì le orecchie, l'agghiacciante visione del suolo che
gli correva incontro lo riscosse. Spiegò le ali, che risposero con
crampi accecanti, e tentò disperatamente di controllare la caduta.
Atterrò in malo modo, proprio mentre il primo dei tre mostri
deflagrava con forza sufficiente da far tremare il suolo.
Si appiattì per resistere alla pioggia di detriti e, quando rialzò
lo sguardo sull'ultimo nemico, vide che stava perdendo quota
lentamente, ruotando su se stesso e lasciandosi alle spalle una
densa colonna di fumo. Eppure non era solo nel cielo: una
piccola creatura, collegata con una serie di funi a quello che
sembrava il cappello di un fungo gigante, cavalcava i venti verso
nord, cercando di allontanarsi da lui.
È il figlio della bestia che ho appena ucciso? Gli sembrava
impossibile: erano troppo diversi l'uno dall'altra.
Appena l'animaletto si fu posato a terra, lo raggiunse con
rapide falcate, intenzionato a scoprire se fosse pericoloso.
L'esserino mise mano a un aggeggio che portava alla vita e glielo
puntò contro. Seguirono una raffica di scoppi e lievi fitte al petto.
Quindi sei aggressivo, oltre che pericoloso , pensò il cacciatore,
riversandogli contro un torrente di fiamme. Mi dispiace, piccolo.
Fu in quel momento che si accorse del rumore. Si voltò ed
ebbe un tuffo al cuore: tra le ultime stelle che si spegnevano, uno
stormo di nemici volava verso di lui.

«Eco Uno a campo base, abbiamo contatto visivo sul


bersaglio» disse il marine. «Squadra Bravo a terra, quel
maledetto drago li ha ammazzati tutti.»
Con profondo turbamento ricordò le parole pronunciate dal
generale il giorno dello sbarco.
«Eden è un pianeta giardino. È abitato da una razza di rettili
senzienti e semicivilizzati, che sono stati soprannominati “draghi”
per le molte similitudini con le creature delle leggende.
«Sono animali perlopiù pacifici; tuttavia, se provocati, possono
diventare estremamente pericolosi. Sono dotati di un'agilità
straordinaria, possono volare e dispongono di ghiandole che
secernono un liquido altamente infiammabile a contatto con
l'aria. I loro numeri sono impressionanti: se volessero,
potrebbero schiacciarci come formiche. Non possiamo
permetterlo!
«Sulla mappa potete vedere i loro villaggi segnati in rosso. La
macchia blu, invece, è il giacimento di interesse per la
corporazione. Il nostro compito è spazzare via ogni singolo drago
nel raggio di almeno cento chilometri dall'obiettivo. Quei
bastardi dovranno tremare al solo pensiero di avvicinarsi al
nostro territorio.»
Quante storie, aveva pensato il marine. Sono solo bestie.
Vedere i danni che un solo drago era stato in grado di
provocare fu come svegliarsi con una secchiata d'acqua gelida
dritta in faccia.
Tre cannoniere abbattute... Ebbe un brivido.
«Campo base a Squadra Eco, permesso d'ingaggiare
accordato.»
«Ricevuto, campo base. Truppe, circondare il bersaglio.»
Le cannoniere si aprirono a ventaglio e formarono un ampio
cerchio intorno al drago, che non accennò a fuggire. Anzi, si erse
in tutta la sua statura ed emise un possente ruggito.
Quando ricadde a terra fissò lo sguardo dritto in quello del
marine, che si sentì gelare: negli occhi ambrati di quella creatura
non c’era alcuna paura, ma determinazione mista a uno
sfolgorante senso di trionfo. Quello non era lo sguardo di una
creatura sconfitta, che si trova faccia a faccia con la morte.
Quello era lo sguardo di un predatore che si accinge a finire la
preda: una gelida promessa di morte.
«Fuoco.»
I colpi delle armi crivellarono l’animale, che cadde senza
neanche un lamento.
Era finita. Rapido com’era iniziato, lo scontro si era concluso.
Però il marine non si sentiva affatto al sicuro. Era come se una
parte del suo cervello – più atavica di ogni forma di logica e
pensiero – stesse urlandogli il messaggio: “pericolo!”
Improvvisamente, rimpianse di essersi imbarcato in quella folle
missione e non servì a nulla ripetersi che sulla Terra, per quelli
come lui che non erano nati nella bambagia, non c’era futuro. I
multimiliardari, dai loro studi tirati a lucido, li avevano convinti a
calarsi nell’antro della bestia e ora toccava a loro affrontarne le
conseguenze.
«Comandante, quali sono gli ordini?» domandò il suo
secondo.
Il marine si riscosse. «Recuperiamo ciò che resta dei nostri e
torniamo a... alla base.»
Con profondo sconcerto, si rese conto che aveva quasi detto:
“a casa”.

Germoglio-di-Primavera chiuse gli occhi e abbassò il capo


quando suo padre fu colpito. Lacrime amare gli colarono lungo il
muso e caddero tra le felci e gli equiseti del sottobosco. Il dolore
gli serrava la gola e avviluppava il suo cuore in una morsa da
toglierli il fiato.
Avrebbe voluto lanciarsi allo scoperto e distrarre i nemici per
dargli modo di scappare, ma suo padre gliel’aveva impedito. Nel
momento in cui lo aveva scorto, aveva sorriso e scosso il capo con
fermezza. Poi, quand’era stato circondato, aveva gridato a lui il
suo ultimo messaggio: «C’è ancora speranza!»
Germoglio-di-Primavera decise che avrebbe edificato la vita su
quell’insegnamento.
Avrebbe viaggiato e raccontato in lungo e in largo che i mostri
potevano essere sconfitti. Avrebbe unito le genti e reso giustizia a
coloro che erano caduti per mano loro, a partire da suo padre,
che gli aveva consegnato questo terribile retaggio.
C’è ancora speranza.
«Addio, papà.»

***

In memoria di Massimo, mio padre.


Torino, 20 marzo 1955 – Padova, 26 agosto 2014
2
Federica Soprani

LE ROVINE

Se ne stava appollaiato sul punto più alto dell'antico rudere,


solo un moncone di muro che l'edera velenosa aveva inghiottito
al punto da rendere impossibile riconoscerne la sagoma.
Immerso nella vegetazione lussureggiante come in un cuscino
soffice, scrutava l'orizzonte velato dall'argento della sera, senza
aspettarsi che nulla ne turbasse la monotonia.
Erano rari i viaggiatori che si spingevano fin laggiù. La Via del
Sole era la sola strada percorribile che attraversasse quella
regione e le rovine distavano da essa due giorni di cammino,
attraverso una landa brulla e inospitale. Acquitrini impraticabili si
aprivano laddove l'acqua sulfurea emergeva in superficie,
trasformando il terreno in una melma spugnosa e maleodorante
che catturava gli incauti e li risucchiava impietosamente in una
tomba di fango. L'aria era pervasa da vapori mefitici che
bruciavano il respiro e intossicavano la mente con visioni di
morte.
Se poi qualcuno fosse stato così avventato da sfidare le insidie
del territorio, non avrebbe trovato alcuna ragione valida per
inerpicarsi tra le rovine. Si ergevano alle pendici delle basse
colline oltre le quali il sole scompariva. Il tempo stesso aveva
cancellato la memoria di quel luogo, sgretolando i volumi di
pietra un tempo imponenti, soffocando le macerie tra la
vegetazione. Fusti di colonne spezzate affioravano come ossa tra
il verde. Lastre di pietra sepolte dai rampicanti conservavano
ancora il ricordo sbiadito dei fregi che un tempo le avevano
ornate, ma era impossibile riconoscerne il disegno.
Eppure, era capitato che qualcuno si spingesse fin laggiù,
condotto dalla disperazione o dal fato, o ancora dal miraggio di
favolose ricchezze custodite da quelle pietre dimenticate, dai loro
fantasmi silenti.
Quando scorse le sagome dei cavalieri profilarsi all'orizzonte,
pensò che i miasmi della palude fossero giunti fino lì, e che ciò
che vedeva non fosse che un'allucinazione indotta dai loro effluvi
venefici. Socchiuse gli occhi dal taglio allungato. Poi sbatté le
palpebre una volta, due. Le sagome c'erano ancora, e si stavano
avvicinando. Ne contò quattro, su cavalli bassi e tozzi, perché
occorrevano zampe robuste e zoccoli forti per sfidare quel
terreno impervio. A mano a mano che si avvicinavano,
prendevano forma davanti ai suoi occhi. Colse il riverbero delle
armi nella luce morente. Perfino a quella distanza le figure
trasudavano brutalità e un senso di minaccia quasi tangibile. Il
cielo iniziò a sanguinare dietro le colline, quando il sole sfiorò le
cime frondose degli alberi.
Scivolò dalla propria postazione, lasciandosi cadere con un
tonfo morbido ai piedi del muro. I cavalieri erano diretti verso le
rovine, ormai non vi era dubbio. Sarebbe stato saggio
nascondersi prima che lo scorgessero. Non sarebbe stato difficile,
per lui che conosceva quel luogo meglio di chiunque altro. Anche
se essi si fossero accampati e avessero perlustrato l'area, alla
ricerca di un ingresso alle stanze sotterranee, avrebbe potuto
eluderli facilmente per giorni.
Ma in lui si combattevano il buon senso e la curiosità.
Era così raro vedere dei viaggiatori da quelle parti. La
tentazione di osservarli da vicino, di parlare con loro, era più
forte dell'istinto di conservazione. Dopo tanta solitudine,
qualunque diversivo alla monotonia dei giorni sarebbe giunto
gradito.
Così rimase dove si trovava, presso i resti di una colonna
protesa verso il cielo come un artiglio, in attesa.

Giunti ai piedi della collina, gli uomini arrestarono le loro


cavalcature con grida rauche. Da vicino il loro aspetto appariva
ancora più minaccioso. Indossavano pettorali e spallacci, male
assortiti e ammaccati, sopra tuniche di tessuto grezzo. I capelli e
le barbe incolte non erano sufficienti a celare i volti truci,
deturpati da numerose cicatrici. Uno di loro aveva metà del viso
orribilmente ustionata, la palpebra che ricadeva come cera
disciolta sull'orbita dell'occhio perduto. La pelle di un altro, uno
spaventapasseri con lunghi capelli simili a stoppie grigie, era
butterata da una qualche infezione al punto che in certi punti
sanguinava la carne viva.
«Per gli dèi, avevi ragione, fratello!» esclamò lo
spaventapasseri, con voce stridula. «Questo posto esiste
davvero!»
L'uomo dal volto bruciato scrutava il fianco della collina con
l'occhio buono e un'espressione terribile. «Ne dubitavi, stupido
sacco di sterco? Tuo fratello ha detto che ti ci avrebbe portato e
lo ha fatto. Vi ci ha portati tutti, maledetti bastardi figli di cane.»
Il terzo uomo, ispido come un orso, al punto che solo gli occhi
risultavano visibili nel volto coperto dalla folta barba nera e dalla
massa arruffata dei capelli, si guardava intorno con aria feroce e
smarrita allo stesso tempo.
«Ma se esiste il posto, allora esiste anche il drago?» intervenne
ancora lo spaventapasseri, rivelando i denti gialli in un ghigno che
voleva essere di scherno per le sue stesse parole. In realtà, i suoi
occhi spiritati tradivano l'urgenza di una conferma da parte del
“fratello”.
«Se il drago dovesse farsi vivo, abbiamo di che soddisfarlo»
ribatté faccia-bruciata, strappando dall'ultimo cavallo la figura
che, unica fra tutti, restava ancora in arcione.
Un verso simile a uno squittio emerse dagli stracci che
l'avvolgevano, mentre, non più sostenuta dalle mani rudi
dell'uomo, la sagoma si accasciava tra le risate sgradevoli dello
spaventapasseri.
«Ma sei sicuro che questa puttana sia ancora vergine, fratello?
Da come non riesce a reggersi in piedi c'è da credere che le sue
gambe siano troppo abituate a stare spalancate!» esclamò
maligno quest'ultimo, avvicinandosi a sua volta alla figura a terra.
Ma faccia-bruciata aveva già afferrato la ragazza, perché di una
ragazza si trattava, volto scavato dalla fame e occhi enormi di una
bestiola braccata, e la scrollava come se questo potesse
costringerla a restare in piedi.
«Era vergine quando l'ho trovata, brutto caprone. Se tu o
quell'altra bestia non avete saputo tenere l'uccello a posto
durante il viaggio e il drago non la vorrà più, sarà solo colpa
vostra. Hai capito, puttana? Se non sei più vergine, il drago farà a
pezzi te per prima.»
La ragazza non rispose. Non avrebbe potuto nemmeno
volendo, perché lui la scuoteva così forte da farle battere i denti.
Si limitava a guaire come un cucciolo. Quando faccia-bruciata la
scagliò via, lo spaventapasseri la prese al volo.
«No, fratello! Che ti salta in mente? Io mi sono limitato ad
assaggiarla» si difese, stringendole il collo e passandole la lingua
sulla guancia. «Aspetto di essere sicuro che non ci siano draghi
per farle provare il mio bastone come si deve. Quanto a nostro
fratello, non riuscirebbe a infilare l'uccello in un buco per terra
senza il mio aiuto. La troia è illibata.» Ciò detto, la lasciò andare.
Lei si accasciò a terra tremante, stringendosi le braccia
macilente intorno al corpo e proseguendo il suo pianto
sommesso.
Fu a lei che lo spettatore celato tra le fronde lanciò un ultimo
sguardo, prima di scivolare nel folto della boscaglia, silenzioso
come le ombre violette che ormai si allungavano tra le rovine.

I tre uomini si mossero all'alba.


La sera prima si erano accampati ai piedi della collina, a
ridosso dei resti di un muro. Avevano acceso un fuoco. Lo
spaventapasseri e faccia-bruciata avevano parlato a lungo. L'altro,
l'uomo-orso, era rimasto per tutto il tempo seduto in disparte,
senza mai intervenire, senza nemmeno prestare orecchio alle
chiacchiere dei suoi compagni.
La ragazza, mani e piedi legati strettamente, era stata gettata
tra i bagagli, come un fagotto. Non che fosse in grado di fuggire.
Neppure se fosse stata libera avrebbe osato muovere un passo. A
stento dava l'impressione di capire dove si trovasse, cosa le fosse
successo.
La notte si era chiusa su di loro, con il suo silenzio colmo di
suoni.
Nella foschia del mattino, i ruderi apparivano come un
miraggio sul punto di svanire. Un'umidità fredda emergeva dal
terreno, impregnando le vesti e rendendo sdrucciolevole il
terreno già impervio.
«Non sono venuto fin qui per farmi scoraggiare da un po' di
nebbia» ringhiò faccia-bruciata all'ennesima lamentela dello
spaventapasseri sulle inclementi condizioni atmosferiche.
Risalivano a piedi il fianco della collina, facendosi largo nella
vegetazione con corte sciabole; in testa faccia-bruciata, seguito
dallo spaventapasseri e dalla ragazza, che incespicava nei propri
piedi, stringendosi tra le pieghe di un mantello lacero. L'uomo-
orso chiudeva la fila.
«Taci e ascolta» soggiunse faccia-bruciata, arrestandosi e
alzando il braccio nerboruto per fermare l'uomo alle sue spalle.
«Che cosa?» gli fece eco quello, frugando il folto degli alberi
con gli occhi acuti.
«Niente» rispose l'altro, in un sussurro. «Non si sente niente.
Nessun fruscio, nessuno scricchiolio nel sottobosco, nessun
dannato uccello che canta.»
Tacquero all'unisono, senza osare nemmeno respirare. Perfino
il vento che lambiva le cime degli alberi più alti non produceva
alcun rumore.
«Non sono venuto fin qui per farmi scoraggiare dal silenzio»
berciò lo spaventapasseri, facendo il verso al compagno. Ma i
suoi occhi tradivano l'inquietudine.
Quando il sole sorse e investì le colline, l'aria si fece
improvvisamente calda, soffocante. Si liberarono dei mantelli e
proseguirono, violentando il sottobosco con le loro lame. Di
quando in quando, scoprivano porzioni di muro o di colonna.
Faccia-bruciata si imbatté perfino nei resti di un'antica gradinata,
consumata dal tempo e dalle intemperie. Un tempo saliva
presumibilmente al piano superiore di chissà quale edificio. Ma
non era una scala in salita quella che stavano cercando.
Quando il sole era quasi allo zenith e dardeggiava impietoso,
l'uomo-orso richiamò l'attenzione dei compagni con un grugnito.
Stavano perlustrando un canalone che scendeva per una decina
di metri, formando una conca invasa dal sottobosco e da uno
spesso strato di foglie marcescenti. Un rigagnolo d'acqua scorreva
lungo il fondo, perdendosi tra il verde. I raggi del sole
trafiggevano la cupola degli alberi con dardi obliqui.
Faccia-bruciata accorse subito al richiamo del compagno, già
intento a scavare con le mani una porzione di terreno in cui
viticci e liane erano particolarmente fitti. Il suo unico occhio
aveva scorto subito la strana roccia che emergeva dal fogliame, e
che, liberata, si stava rivelando come una rozza ma efficace
scultura antropomorfa.
Afferrò la sciabola e iniziò a menare fendenti, alla cieca, sul
pendio ammantato di vegetazione, finché il metallo non cozzò
contro la pietra.
Ora tutti e tre gli uomini si affannavano insieme. In pochi
istanti scoprirono un passaggio che si apriva nel fianco della
collina. Avrebbe potuto trattarsi di una semplice grotta, magari la
tana di un animale, ma nessun animale avrebbe eretto stipiti di
pietra a sostenere un architrave che ancora mostrava il ricordo di
antichi bassorilievi.
Il bosco si era riversato all'interno del cunicolo, nascondendo
qualsiasi pavimentazione ci fosse stata un tempo. Le pareti erano
coperte di muschio e licheni fin dove giungeva la luce.
Oltre, un'oscurità vellutata, odorosa di funghi e putrefazione,
inghiottiva ogni cosa.
Per un lungo momento rimasero a fissare quel buio malevolo,
senza parlare, senza respirare.
Poi faccia-bruciata tornò verso le bisacce che avevano lasciato
a terra e, da una di esse, estrasse un acciarino e una torcia. I due
compagni lo imitarono.
La ragazza rimase sola, avvolta dal pulviscolo dorato che i raggi
di sole accendevano penetrando nel fogliame. Non mostrava
particolare interesse per l'apertura. Non sembrava rendersi conto
che presto l'avrebbero costretta a entrarvi. Teneva le palpebre
abbassate e il viso sudicio e spaurito godeva della carezza del
sole. Quando lo spaventapasseri la spintonò dentro non reagì,
limitandosi ad abbassare lo sguardo, imbelle come una bambola
di stracci.
L'uomo-orso fu l'ultimo a entrare.
Un silenzio di pietra calò sulla radura e fu come se nessuno di
loro fosse mai esistito.

Li aveva seguiti da prima dell'alba, senza mai perderli di vista.


Aveva lasciato che si affannassero a devastare il suo mondo
con le loro lame e la loro blasfemia.
I loro grugniti e le loro bestemmie avevano contaminato il
sacrario silente che la natura aveva eretto sugli antichi errori di
altri uomini come loro, e ancora lui aveva represso la propria
indignazione, domato il furore.
Era rimasto a spiarli, appiattito nella boscaglia, mentre
liberavano l'ingresso.
Aveva osservato, con un misto di fascinazione e pietà, la
ragazza vibrare d'oro e del tremolio delle foglie.
I suoi occhi avevano soppesato, misurato, giudicato. Ora erano
pronti a condannare.
Quando uscì dal folto degli alberi, lo fece senza un suono, il
corpo immane ricoperto di squame che si snodava in spire
morbide di un verde appena più scuro di quello del sottobosco.
Raggiunse l'ingresso del sotterraneo e fissò i grandi occhi dorati
in quel buio che per lui era luce. Poi scivolò all'interno,
sinuosamente.

La luce era cambiata nella radura. Il sole si era abbassato e


lunghe ombre violette si allungavano sui tronchi spruzzati di
muschio argenteo. Tra le fronde, era tutto un rincorrersi di uccelli
che riempivano l'aria coi loro garruli richiami.
La ragazza sedeva su una roccia, lo sguardo sollevato verso
quel gran frullar d'ali. Negli occhi, aveva la cicatrice di un sogno
strano. Eppure si sentiva serena, al sicuro, come non le capitava
da tanto tempo. Le mani che teneva giunte in grembo non
tremavano più.
Perfino laggiù, nel ventre umido, denso di oscurità del
sotterraneo, non aveva avuto paura. Era così rassegnata a morire
per mano dei suoi rapitori, da non vedere nessuna minaccia reale
al di fuori di loro.
La morte li aveva travolti in un momento. Una morte enorme,
che li aveva colti alle spalle, dallo stesso passaggio che stavano
percorrendo.
Prima c'era solo il tonfo sordo dei loro passi sul fondo pietroso
del cunicolo, l'eco dei loro respiri affannosi. Poi l'uomo-orso, che
chiudeva la fila, era stato sbalzato in avanti da una forza
spaventosa. Si era sentito uno schiocco, come di un ramo
spezzato da una folata di vento furibondo. La torcia che portava
in mano aveva disegnato un arco fiammeggiante prima di cadere
a terra accanto al suo corpo piegato in un'angolazione innaturale.
Lo spaventapasseri aveva gridato, senza sapere nemmeno che
cosa lo impaurisse. Aveva agitato la torcia davanti a sé, come per
dare fuoco a quel buio minaccioso che sembrava pronto a
balzargli addosso.
E la torcia aveva illuminato due grandi occhi d'oro.
L'uomo aveva smesso di gridare, di sbracciarsi. Aveva fissato
affascinato quei due globi luminescenti, simili a ampolle di
cristallo colme di ambra liquida. Forse il nettare di cui ci
cibavano gli dei aveva quel colore. Ma come poteva saperlo lui,
che non aveva mai veduto l'ambra né tanto meno assaggiato il
cibo degli dei? In quegli occhi aveva visto solo la propria fine, un
attimo prima che il buio spalancasse le fauci e gli tranciasse il
corpo in due parti.
La ragazza si era rincantucciata a terra, appiattendosi contro la
parete trasudante umidità. Avrebbe voluto nascondere il volto e
tapparsi le orecchie, ma anche lei aveva visto gli occhi d'oro
aprirsi nell'oscurità come spicchi di sole in una notte senza
speranza.
Faccia-bruciata l'aveva afferrata per i capelli, costringendola ad
alzarsi. Aveva lasciato cadere la torcia a terra per impugnare la
spada. La fiamma danzante scolpiva contro le pareti del budello
la sagoma spaventosa della creatura che avanzava.
L'uomo aveva cercato di arretrare, la ragazza innalzata davanti
a sé come uno scudo. Quando l'avvicinarsi dell'essere si era fatto
più incalzante, gliel'aveva scagliata contro e si era tuffato nel buio
ignoto del corridoio che proseguiva.
La ragazza aveva visto quei soli splendenti correrle incontro e
aveva sperato di esserne consumata in un momento, come una
foglia catturata dal fuoco.
Invece la tenebra le era passata accanto, avvolgendola in spire
morbide e setose, in un abbraccio che odorava di bosco e
pioggia, prima di lanciarsi all'inseguimento del fuggitivo. Era sola.
La luce fumosa delle torce le aveva rivelato il corpo smembrato
dello spaventapasseri e quello franto dell'uomo-orso. Nemmeno
allora aveva avuto paura. Aveva guardato i corpi dei suoi rapitori
senza provare repulsione, né pietà.
Le grida di faccia-bruciata erano iniziate un istante dopo, eco
metalliche rimbalzate fino a lei e poi svanite nel nulla.
Aveva raccolto una torcia e si era incamminata a ritroso, un
passo dopo l'altro, verso l'uscita.

Un fruscio nel sottobosco la riscosse dai suoi pensieri.


Occhi d'Oro era tornato. Gli sorrise timidamente.
Con movimenti lenti le si portò davanti e depositò
cerimoniosamente ai suoi piedi il fagotto che teneva tra le zanne.
Era ottenuto dalla foglia enorme di una pianta acquatica e
quando fu a terra rivelò il suo contenuto di bacche e frutti e
radici polpose. Lei lo guardò, incredula, poi sollevò gli occhi a
incontrare quelli della creatura, globi luminescenti talmente vividi
nella sera incipiente che sembravano emanare calore. Li aveva
visti scintillare di inaudita ferocia nel buio del cunicolo, fendere
la tenebra come araldi trionfanti quando le grida di faccia-
bruciata erano cessate ed erano riapparsi alle sue spalle.
Ma ora, nella penombra incerta del crepuscolo, vi leggeva una
tenerezza che mai aveva veduto in occhi umani nella sua breve e
misera esistenza. Vedeva se stessa vibrare di luce, circonfusa da
un amore incontaminato e alieno, perfetto. Non avrebbe potuto
essere più al sicuro che in quegli occhi.
Raccolse un frutto dalla buccia rosata dal mucchio e se lo portò
alla bocca, addentandolo.
Occhi d'Oro socchiuse le palpebre con palese soddisfazione,
emise un borbottio a si accucciò davanti a lei, spiando il suo
pasto, sorvegliando le ombre che scendevano ad avvolgerli
entrambi.
3
Ilaria Pasqua

DRAGO DA TASCHINO

“Amerai ciò che disprezzerai tanto. Vorrai ciò che non potrai
mai avere. Cerca ciò che ti manca, e forse riavrai ciò che ti è stato
tolto”. Ma lo sapevo che non ci sarei mai riuscito.

Dal vecchio Stuart non si stava così male. Era un negozio


polveroso con la vetrina sempre perfettamente lucidata. Me ne
stavo su un mobile e osservavo il vecchio fregare ogni povero
malcapitato. Riusciva a far sembrare qualsiasi cosa un capolavoro,
bastava che aprisse bocca. Stranamente gli era capitato un
aspetto ordinario, un'aria mesta che proprio non rispecchiava ciò
che era: un furbone. Mesta, sì, ho usato questa parola. Farà
ridere ai più, ma che volete? Ho passato… settant’anni, o forse
più, sullo scaffale di questa libreria. Ho sentito ogni giorno gli
uomini parlare, e alla fine ci si fa l'abitudine a questa razza che
non dovrebbe esistere. Questa razza che mi ha rovinato la vita.
Poi, un giorno, è entrata una femmina, di quelle che odorano
come un prato fiorito. Mi mancano i prati, ma dicevo, una
femmina di quel tipo lì, accompagnata da uno sgorbietto, un
cucciolo, quello che chiamano bambino. Ne ho visti di tutti i tipi
ma questa qui fissava proprio me, e non la smetteva, sin da
quando ha messo piede nel negozio, eccola con quegli occhi blu
come il lago dove solitamente mi fermavo a sgranchirmi le zampe
o a bere.
Casino in arrivo, avevo imparato quel termine dal vecchio.
Diceva sempre “casino in arrivo” quando entravano quei cuccioli,
e la mia voce si sovrappose alla sua, peccato che la mia non la
sentiva proprio nessuno. Ma la nana si era girata proprio verso di
me. A grandi passi, scappando dalla femmina odorosa, era
passata dietro una statua di un maschio grasso, seduto con le
mani sulle ginocchia in una posizione proprio scomoda, ormai
sapevo tante cose anche su come stavano comodi gli umani, ed
eccola.
“Al diavolo”, imprecazione che ormai avevo compreso
benissimo. Ai tempi, quando non conversavo tra me e me in
questo modo, solitamente sputavo fiamme incenerendo chiunque
mi irritasse, ora potevo solo fare come gli uomini, dire: “al
diavolo”, quindi sì, “al diavolo”.
E la ragazzina si era avvicinata ancora.
«Ehi, draghetto. Sai che sei proprio grazioso?» aveva
sussurrato, poi aveva allungato la mano e mi aveva infilato nel
suo zainetto rosa. Già. In uno zainetto rosa.
E così sono finito tra le grinfie di una stupida ragazzina.
Tuttora non mi perde di vista un secondo.
Non so quanto tempo sia passato da quando sono andato via
dal vecchio Stuart, non sono nemmeno sicuro che il suo vero
nome fosse quello. La nana è cresciuta di un bel po', forse sono
passati cinque inverni, la nana ama l'inverno, ogni giorno va in
una scuola, si siede e mi tiene con sé, tutto il giorno. Sembro
felice? No, ci ho fatto l'abitudine. Poi si torna nella sua grotta,
nella sua casa, volevo dire. Lì ci sono, oltre alla femmina odorosa,
il maschio distratto, non fa altro che rompere oggetti. La nana lo
sa e mi porta sempre in tasca, per fortuna, non vorrei mai finire
in mille pezzi, anche se alla fine, che importa?
«Shh» mi dice.
A volte penso che mi senta. Mi fissa e io penso che non ho mai
visto nessun essere umano così da vicino, ma li odio, vorrei
bruciarli tutti e cercare chi mi ha fatto questo, ma lo so, quello è
andato nel paradiso degli uomini già da tempo, la cosa mi dà
sollievo.
«Shh, sto facendo i compiti.»
Non muovo un muscolo, anche perché non posso, e cerco di
starmene zitto, perché ho preso questa brutta abitudine degli
esseri umani? Parlare dentro la mente, riflettere, diceva Stuart,
“Gli uomini pensano molto, sai?”.
Perché? Mi chiedevo, non basta vivere?
“Pensare serve”.
Pensare serve, ecco la stupida risposta, io penso che non serva,
invece. E a forza di sentirli, ho preso quest'abitudine, penso.
Forse perché non ho altro da fare, sono decenni che non ho altro
da fare, forse millenni. Mi chiedo perché? Volevi farmi essere
schiavo degli uomini? Ci sei riuscito. Anche se…
La nana si chiama Eleonora, la madre la chiama in
continuazione e lei risponde sempre con il sorriso. Ora sta
studiando, con la guancia poggiata sulla mano paffuta. Ha dieci
anni ma sembra così piccola.
«Tu sei tanto piccolo» dice di colpo, passandomi il dito lungo
il dorso. Quasi mi sembra di sentire il suo tocco, ma deve essere
solo un'impressione. Sono una stupida statuetta di pietra.
«Hai gli occhi verde… quel colore si chiama...» Inizia a cercare
nel cassetto e tira fuori una scala dei colori. «Verde smeraldo»
dice soddisfatta. «Oh… devo scegliere il colore per la stanza,
ancora. Tu che dici? Io pensavo un bel rosa, tipo che quando ci si
entra…» E spalanca la bocca. «Capito che intendo?»
Non ti ascolto. Non parlare con una statuetta, sembri scema.
La nana mette su un'espressione dispiaciuta. «Se potessi
parlare mi diresti che lo vuoi come il tuo dorso, rosso…» Sfoglia
il blocchetto con la scala dei colori, stavolta con più fatica, mi
osserva con attenzione, strizzando gli occhi come se avesse preso
una botta in faccia. «Amaranto.»
Amaranto, è questo il mio colore?
Quella annuisce lievemente, fissando le pareti. «Mhhh.»
Ricordo la durezza della mia pelle di quel colore che dice la
bambina, sì, deve essere quello. Gli artigli lunghi di cui andavo
tanto fiero, mentre spiccavo il volo portandomi dietro zolle di
terra solo per il gusto di farlo. E il vento che correva sul dorso,
fino alla punta della coda, la sensazione di essere come una di
quelle frecce che tiravano gli uomini, ma molto più veloce, molto
più pericolosa. Sospiro, anche se in realtà non lo sto facendo, non
sento il calore avvolto dalle fiamme uscirmi dalla bocca, né la
sensazione del caldo tutt'intorno che dura un solo momento.
Sento solo freddo e il nulla. Molto meglio di quello che sentivo i
primi momenti. Quando sono stato rinchiuso, era come stare in
una delle gabbie che usano gli uomini, ma senza aria e senza
spazio, stritolato, senza riuscire a respirare, e non sentivo più i
miei contorni, erano spariti, c'ero solo io, senza io. L'io di un non-
drago. L'io, mi viene da ridere. Nessun drago ai miei tempi
pensava a questo, o poteva anche solo articolare pensieri così
complicati, no, il modo di pensare era diverso, era istantaneo,
fatto solo di azioni. Ecco, sì, un pensiero che era azione, valutare
il pericolo, rispondere e agire. Cercare da mangiare quando si
aveva fame, uccidere gli uomini quando ci si annoiava, sdraiarsi
sul prato sotto il sole quando si sentiva freddo, anche se freddo,
con la mia corazza non l'ho mai sentito, però mi piaceva
raggomitolarmi nella mia tana, la grotta a sud-est del villaggio, e
stare al buio, nel silenzio.
Non mi sono accorto dello sguardo della nana su di me.
Sembra triste, all'improvviso.
«Ti servirebbe una bella cioccolata, peccato che non puoi
berla.»
I draghi non bevono cioccolata, azzannano cioccolata, rubano,
distruggono…
«Vado a farmela fare da mamma, tu aspettami» mi interrompe
lei.
E dove dovrei andare?
Quando sono da solo va meglio e peggio insieme. La carta
bianca con le farfalle colorate mi rilassa, stranamente, anche se
non è una grotta, c’è sempre un buon odore di violetta e a volte
di rosa, e di tanti altri fiori di cui ho imparato i nomi tanto tempo
fa, quando un bambino veniva proprio sotto il mio mobile, sul
pouf di velluto, poi venduto, a studiare le piante, e ho imparato
tante cose sui boschi. Poi il bambino non è più venuto, per tanto
tempo, ed è stato bello perché avevo sempre il desiderio di
sbranarlo. Si lagnava tanto e tirava sempre su con il naso, pure
quando non piangeva, non ho mai imparato il nome, ma tanto
tempo dopo credo sia tornato, aveva gli stessi occhi quel maschio
adulto, e tirava sempre su con il naso. Però non ci volevo credere,
perché era così alto e così diverso, mentre io ero sempre lo
stesso, anche quando ero un drago rimanevo sempre lo stesso.
Questo posto comunque è meglio del vecchio negozio di
Stuart, perché la sera sento qualcuno respirare, perché c’è odore
di fiori e mi sembra di non essere più una statuetta.
Mi guardo intorno, immobile dal mio punto. La tana è
accogliente, anche se non ho visto che il negozio del vecchio
Stuart e poi una scatola, una scatola per tantissimo tempo. È
tutto bianco candido, come una distesa di neve. Poi c'è una
finestra dall'altro lato, in linea con la porta sempre bianca, per
terra è marrone chiaro, sembra legno, il legno del bosco ma liscio
come uno specchio d'acqua. Poi c’è il letto, dove la nana si
accuccia tutte le sere, quando fa buio, a volte anche molto prima
che faccia buio. La nana dorme molto, e si agita o ride. Stupidi
uomini.
«Ho sognato molto» mi dice a volte la mattina.
Sognare? Non sapevo cosa volesse dire, i draghi non sognano.
Dice che vuol dire immaginare mondi che non esistono o che
esistono ma che non sono la realtà. Per voi ha un qualche senso?
Io passo il tempo in cui la luce non c'è a cercare di stare in
silenzio e a non pensare, a volte sono così spento che penso di
star dormendo, ma può dormire una statuetta di pietra?
Poi il sole sale e tutto torna chiaro.
Eccola di ritorno.
«Allora, Bree...»
Dimenticavo di dirvi che questo è lo stupido nome che mi ha
dato. Bree. Non fa molta paura, di certo.
La nana ridacchia. «Ho preso extra marshmallow. Ti ho già
detto quanto sono buoni, vorrei che li mangiassi prima o poi,
nella cioccolata calda, ovviamente. Ti sentiresti subito più felice.»
Felice.
E la invidio. Se la divora di gusto a grandi cucchiaiate, e quasi
mi sembra di sentire il mio stomaco di drago ruggire, ma non
posso avere fame, no, è solo una sensazione, uno stimolo che
dopo decenni non è passato. Ricordo gli esseri umani, il rumore
che facevano le loro ossa quando le spezzavo in bocca, e
succhiavo la carne fino a farla sanguinare ovunque, e poi andavo
al lago e mi pulivo il muso.
La nana si è fermata, mi guarda. Ha uno di quei fili rigidi
colorati in testa, i capelli fieno tirati tutti in dietro.
Che c'è? Gli uomini sono buoni, la cosa migliore, per questo
non smettevo di cacciare, anche se loro supplicavano, o offrivano
animali. Niente è buono come la carne dell'uomo. Anche se pure
il cervo non era male, ma perché risparmiarsi quando gli uomini
erano così numerosi? Bastava sterminare i villaggi, spostarsi e
trovarne un altro. Potevo volare per ore senza stancarmi e non
c'erano orari, potevo partire, stare lontano ore, o dieci giorni e
poi tornare al mio rifugio, sazio e felice.
Ogni tanto mi fermavo tra gli alberi a osservare gli uomini al
lago con i loro figli, nelle giornate di estate in cui sapevano non
sarei mai uscito a cacciare, era troppo il caldo, troppa la voglia di
stare nella grotta. Loro credevano questo, e invece ero lì a
osservarli.
Padri che insegnavano ai figli a pescare, a nuotare o ad andare
su quei pezzi di tronchi scavati, e sembravano divertirsi, io non
mi divertivo mai così.
La nana ha distolto lo sguardo, fissa fuori dalla finestra, anche
se è lontana, e intanto tiene sospesa la tazza con dei draghi sopra,
è fissata con i draghi. «Ti somiglia» mi aveva detto. Un corno.
È talmente persa in chissà quale pensiero, che sta quasi
rovesciando la cioccolata, su di me.
Ehi, nana maledetta, urlo, e quella si ridesta, come se avesse
davvero sentito, ma è più facile sia stata la sensazione del peso
sbilanciato a farla tornare. Mi poggia la tazza vicino e sorride, le
labbra sporche di cioccolato.
Accanto al drago scemo sulla tazza mi sento altrettanto scemo.
Quello sorride e balla su due zampe. I draghi non ballano.
Si scola tutta la cioccolata e corre verso la porta a piedi scalzi.
Tua madre si arrabbierà. E lei incredibilmente rispunta dalla
porta, si infila le pantofole e schizza via di nuovo.
Quando rientra sembra esausta.
«Ho sonno, sai, Bree?»
Perché non te ne vai a dormire?
«Vado a dormire.» E crolla sul letto senza neanche infilarsi
dentro. I piedi bianchi come neve a penzoloni. Questi
marmocchi.
La porta si apre poco dopo, la scia di profumo mi fa capire
subito. La mamma la spoglia delicatamente, le infila un pigiama
rosa con piccole torte disegnate e le toglie il filo dai capelli, poi la
mette sotto le coperte. Dopo un bacio sulla fronte, torna sui suoi
passi.
«'Notte Bree» saluta, ridacchiando e accarezzandomi.
Tale madre, tale figlia.
Neanche fossi un animale domestico. Prima o poi lo capirà che
con le statuette non si parla? Stupidi uomini, fragili come
ramoscelli, e così… non lo so, diversi… sento il respiro delicato
della nana, poi non vedo più niente, come se fossi scivolato nel
sonno.
Stuart, c'è Stuart. «Insomma piccolo, draghetto.» Spolvera un
oggetto, una scena che è un ricordo. «Tutto solo in una scatola
per chissà quanto tempo, mi dispiace quasi per te. Ora ti
troviamo un bel posto. Che ne dici del mobile di fronte
l'ingresso? Magari qualcuno ti comprerà. Quanto è noioso
osservare noi esseri umani, vero? Sarebbe…»
E un forte sbadiglio mi fa tornare nella stanza. Non so cosa
pensare, fisso la bambina negli occhi, ancora confuso, è questo
che vuol dire sognare? E come posso riuscirci? Non sono…
niente, e prima non ero un uomo.
La nana mi sta sorridendo e ritrovo un po' del mio senso di
irritazione quando mi fissa in quella maniera e so che sta per
dire…
«Bree, 'giorno.»
L'ha detto, spero ancora che mi cambi nome, ma non
succederà, gli uomini sono testardi e hanno le loro abitudini,
come le avevo io. Per esempio, la mattina, quando spuntava il
sole, io ero sopra le nuvole e poi scendevo giù in picchiata
quando nessuno poteva vedermi, e andavo al lago a immergere
tutto il muso.
Lei continua a sorridere.
«Sognato?» mi dice strizzandosi gli occhi. «Io ho sognato che
volavo in groppa a un drago, a te» dice felice. «Gli occhi verdi
erano i tuoi. E poi avevi il colore del corpo…» si sforza.
Dai su che ce la fai, la prendo in giro. Quando si sforza sembra
più scema del drago sulla tazza.
«Amaranto. Già.» Mi dà una schicchera sul naso e urla di
colpo: «Mammaaa!»
Come fa ad avere tanta energia? Io senza il rito del risciacquo
non riesco nemmeno a pensare, ma qui, ora, non mi serve, non
serve sentire ciò che ricordo solamente.
Profumo = mamma. Eccola. Ha i capelli chiari come il fieno,
ancora più dorati della figlia. Il fieno delle fattorie, mi rotolavo
sempre quando uccidevo gli uomini che lo avevano. Sento uno
strano fastidio. E quando torno sulla nana lei mi sta fissando, le
labbra tese. Mi rimpicciolisco. Sento l'acqua scorrere in bagno e
penso alle cascate del nord.
«Andiamo, Bree.»
Mi poggia al suo posto, vicino al piatto.
«Ancora quella statuetta orrenda?» dice il padre, alzando gli
occhi dal giornale. Poi sospira e ci riprova: «Come siamo belle
oggi.»
«Siamo sempre belle» dice la nana, stringendo la mano della
madre. Lei sorride timidamente, ma l'uomo abbassa subito lo
sguardo.
Papà ha finito il caffè, la figlia riempie la tazza prima che lui se
ne accorga, quando la riprende, beve senza distrarsi dal giornale.
La nana sorride.
La madre continua a voltarsi, mentre mette in ordine delle
tazze.
La nana si avvicina. «Mamma, stai con papà. Metto a posto io,
tranquilla.» Ha già preso la sedia dove arrampicarsi, è ancora
troppo bassa. Sorride mentre osserva la madre abbracciare
timidamente il padre, e poi lui avvolgerla e lei ridere.
Quasi si dimenticano di lei, e a lei non importa, aspetta che i
due finiscano di chiarirsi, se ne sta accucciata sulla sedia con il
sorriso e le ginocchia raccolte al petto, mentre cerca di farsi
sempre più piccola.
Fa sempre questi gesti per gli altri, e io non capisco, non riesco
proprio. Perché?
Poi i due si voltano e lei corre da loro. I tre si abbracciano e
sento qualcosa, di molto fastidioso ma molto caldo.
«Vado!» urla poi. E fuori di casa trova quattro amiche ad
aspettarla. Dovrò sentire un'altra mattinata questi sgorbi parlare e
lagnarsi, e imparare cose che non capisco, che non capirò e che
non imparerò. Dirlo mi crea un fastidio, come quando cadevo nel
lago e mi entrava tanta acqua, tanta che non riuscivo a respirare.
Stretto nella tasca dello zaino rosa, ahimè, le sento parlare
delle maestre. Ci sono tante stanze in questi mostri di cemento
dove stiamo andando, a cui non riesco proprio ad abituarmi.
Questi mostri sono peggiori, ci sono tanti corridoi, tante stanze, è
come perdersi in una grotta dai mille corridoi e non riuscire a
trovare più la strada per uscire. E poi tanti marmocchi, così tanti
che viene il mal di testa, e sono tutti nani come la mia nana.
In classe c'è ancora quel bambino pallido, dall'aria scontrosa.
La mia nana va subito da lui, come ogni giorno, quello la spinge
via, di nuovo, e lei ci rimane male. Ma non demorde, continua ad
andare anche a ricreazione. Io mi arrabbio, come sempre. Poi lo
fissa quando lui non guarda, oppure gli sorride. Il bambino mi
fissa con occhi adoranti.
E lei se ne accorge. Mi lascia sotto il banco.

«…sarebbe più facile essere draghi, non trovi? Come te la


passi vecchio mio?» dice sorridendo apertamente, quel sorriso
gioviale che tanto piace ai clienti, eppure c'è qualcosa di diverso,
di… «Macabro? Sai che vuol dire? Che desta orrore, spavento,
ma i draghi provano paura? Tu l'hai mai provata? Non di certo
quando uccidevi, vero?»

Perché lo vuoi aiutare? Lascialo stare. Mi ha dimenticato sotto


il banco, mi ha dimenticato.
Il bambino mi porta via. Mi stringe talmente forte, e trema,
bianco pallido. La casa è tanto brutta, tanto fredda, è tutto buio,
e c'è una donna che dorme su un divano. Un ragazzo più grande
che lo insegue per le scale e lui entra in camera chiudendosi a
chiave.
«Mi dispiace per la casa, ma per favore fammi compagnia.» E
piange, piange tantissimo e non so che pensare. Poi mi guarda e
sorride, più sereno.
Il giorno lui mi porta dov’ero, e inizia a parlare con lei che lo
invita a casa sua. Lui è tutto rosso, ma non sta come i giorni
prima, si è come riacceso. Ed è bello.

Perché lo vuoi aiutare? E sento ancora tanto caldo dentro. E


mi fa paura.
«Aveva bisogno di parlare con qualcuno» mi dice nel
pomeriggio. «Come avevi bisogno tu. Non ti ho abbandonato,
giuro.»
Mi senti.
Lei annuisce timidamente.
Mi hai sempre sentito?
«No. All'inizio solo tanta tristezza e avevi bisogno di aiuto. Ma
in queste settimane, di più. E ieri… ieri parlavi di colpo, dicevi,
che te ne frega? Lascialo stare, non capisco e dovevi capire anche
tu. Hai capito ora?»
Cosa dovevo capire? Sto parlando con un essere umano, e
sono felice.
«Perché si deve essere gentili con gli altri.»
Perché l'uomo è stupido. E fragile.
«No. Perché l'uomo è così.» E scrolla le spalle come se fosse la
spiegazione più giusta del mondo.

«Ti piaceva smembrare gli uomini? Divorarli? E con mio figlio


com'è stato? E ora sei con una bambina, comico non trovi?»
Sono ancora in quel negozio, ma non ci sono. Che vuoi?
«Hai sempre preferito i bambini, amavi mangiarli, erano più
teneri, più dolci? E… non ti sei mai chiesto perché lo facevi.
Perché te ne stavi nascosto tra gli alberi a osservarli e poi li
andavi a cercare e li divoravi, e gli toglievi tutto. E tutto tornava
come doveva essere.» Basta.
«Hai sempre provato invidia, stupido drago solo che voleva
amare. A forza di guardare gli uomini ci sei arrivato, non hai
capito, ma lo hai sentito, era questa la tua croce. Cosa cercavi?
Cosa volevi?»
Quel giorno ero acquattato… e ho sbranato quel bambino che
rideva, e il padre, il padre con quegli occhi azzurri era diventato
un fascio di disperazione. «Che tu sia maledetto!» E io sono
scappato via, per la prima volta spaventato, vuoto, poi sono
piombato giù, ed ero questo.
«Ti sei portato via mio figlio» dice l'uomo che somiglia a
Stuart.
Le giornate al lago, quel vuoto. Volevo voi. Volevo essere voi.
«E allora che aspetti?»
Eleonora.
«Finalmente non mi chiami nana.»
Non posso. “Vorrai ciò che non potrai mai avere” e capisco,
finalmente. Mi guarda con tenerezza, è così piccola eppure riesce
a vedere oltre la corazza. Fragili ma così forti. Unici.
«Non sei da solo» mi dice.
Sento un cambiamento, le pareti della mia prigione si
distendono, Eleonora mi porta in giardino, lei non ha mai paura
di niente.
È questa la mia vera punizione, tu lo sapevi, vero?
E torno tutto ciò che non voglio essere, ma ora…
«Bree, ti va una cioccolata calda?»
4
Lorenzo Franchi

LA SOGNATRICE

Il mare di nubi ricopriva tutto. L'immensa distesa di bianco


cancellava il mondo sottostante, nascondendolo alla vista del sole
che risplendeva su ogni cosa. Una sola vetta perforava quel mare
infinito, spiccando come uno scoglio solitario in mezzo a un
oceano placido. Dalla vetta si sollevava una singola colonna di
fumo grigio, proveniente da un cunicolo scavato in profondità
all'interno della parete frastagliata della montagna. Il picco non
era ricoperto di neve, malgrado l'altitudine. La roccia era calda, il
ghiaccio non poteva accarezzare quella superficie nerastra,
nonostante il gelo.
Il fumo cessò di sollevarsi dal cunicolo dai neri bordi lucidi. Le
ultime spirali grigiastre si diradarono, mentre due enormi zampe
ambrate emergevano dall'oscurità della galleria, afferrando la
pietra circostante. Ramut dello Smeraldo, le ali ripiegate sul
dorso e la testa a forma di lancia, rilucente di un verde
smeraldino alla luce del sole morente, si gettò nel vuoto. Le ali si
dispiegarono appena prima che il suo ventre increspasse la
superficie delle nuvole, librandola al di sopra della distesa bianca.
Volò per decine di miglia verso nord, tornando poi indietro
verso sud, in direzione della vetta da cui si era allontanata. Le sue
quattro zampe artigliarono il picco senza neve, raschiando la
roccia e aggrappandosi saldamente. Le ali rimasero distese per
alcuni istanti, in attesa che il resto del corpo raggiungesse
l'equilibrio. Non appena fu salda, Ramut richiuse le ali e sollevò il
capo. Si guardò attorno a lungo, come un uccello che sorvegli il
proprio nido.
Presto le sue uova si sarebbero schiuse. Il calore della fiamma
avrebbe dato vita ai suoi figli, e tra loro avrebbe scelto una nuova
Sognatrice, come lo era lei e come lo era stata sua madre, e la
madre di sua madre prima ancora. Non aveva voluto scegliere
alcun nome, per il momento.
Era soddisfatta. Ancora pochi giorni di fiamma e avrebbe
avuto inizio un nuovo ciclo nella storia della terra.
Quella notte Ramut Sognò.
Immersa nel sonno vide contorni sfocati delinearsi poco a
poco, assumendo la forma frastagliata di una catena montuosa.
Erano le sue montagne, le riconobbe subito. L'impalpabile coltre
di nubi le circondava, offuscandone la visione e conferendo loro
un'aura di sacralità, un monumento alla maestosità della terra.
Ciò che vedeva era il suo regno, il suo dominio, la sua casa. I
luoghi che conosceva, che amava e che sentiva il dovere di
proteggere. Ma da che cosa? Non esisteva niente che potesse
minacciare i fiumi, impedendo loro di proseguire il proprio corso,
o gli alberi, proibendo loro di estendersi verso l'alto, nell'illusione
di toccare le nuvole.
D'un tratto, apparve il rosso. Era un bagliore abbacinante, un
colore talmente caldo da percepirne il calore alla sola vista.
Nemmeno gli occhi di Ramut potevano reggere tale visione. Era
fuoco. Si trattava della fiammata più dirompente che avesse mai
visto. Un fuoco che divorava ogni cosa. L'acqua evaporava, gli
alberi si incenerivano, la roccia bruciava. Niente più verde,
azzurro cristallino o grigio opalescente, i colori che tanto amava.
Ovunque volgesse lo sguardo, il nero ricopriva tutto. Il suo
mondo era diventato nero.
Ramut si svegliò di soprassalto. Non appena aprì gli occhi,
comprese che quello non era stato un semplice sogno, privo di
significato, tipico degli animali comuni. No, la sua era stata una
premonizione. Due Sogni in un solo anno! Nemmeno alla sua
venerabile antenata, Tamur la Veggente, erano mai capitate due
visioni in un intervallo di tempo così breve. Qualcosa di davvero
inconsueto sarebbe avvenuto di lì a poco, Ramut ne era certa.
Non riusciva a immaginare che cosa si sarebbe verificato in un
futuro che, mai come allora, era apparso tanto nebuloso.
Erano trascorsi dieci giorni e Ramut era intenta a riscaldare le
uova con il proprio alito di fuoco. Come sempre, la cortina di
fumo annebbiava l'intera grotta, fuoriuscendo in una lunga
colonna dall'apertura sulla cima della montagna. Quando i gusci
assunsero una brillante tonalità di rosso, come ricoperti di lava
incandescente, Ramut cessò di soffiare. Entro la notte si
sarebbero raffreddati e l'indomani avrebbe potuto ricominciare a
riscaldarli. Freddo e calore, ogni giorno. Freddo protratto e le
uova non si sarebbero mai schiuse, troppo calore e si sarebbero
bruciate. La covata delle uova di drago era un delicato gioco di
equilibri, che solo una madre sapeva dosare per istinto.
Ramut si mosse dalla sua posizione rannicchiata e strisciò
lungo l'anfratto nella roccia fino a sbucare all'esterno. Il sole
accolse la sua testa a forma di lancia, mentre le sue iridi si
restringevano nell'impatto con la luce. Quando la sua vista fu di
nuovo perfetta, Ramut vide qualcosa che la fece inorridire.
Il mare di nubi sotto di lei si estendeva a perdita d'occhio,
come era sempre stato, ma per la prima volta appariva diverso.
La distesa di nuvole non era più un immenso, ininterrotto oceano
di volute bianche: ovunque erano apparse pozze nerastre e grigie,
macchie dall'aspetto putrido. Il lenzuolo candido che circondava
la sua casa era stato insozzato da centinaia di chiazze oscure,
sfigurandolo come i bubboni di un morbo sulla pelle candida.
Senza pensare, Ramut si gettò nel vuoto e cadde in picchiata,
affondando nelle nubi e attraversandole in tutta la loro
profondità, fino a raggiungere il mondo sottostante.
La prima cosa che vide fu il rosso. Il fuoco divampava,
conquistava, distruggeva ogni cosa sotto di sé. Le distese di alberi
scomparivano, inghiottite dalla furia vorace delle fiamme. I fiumi
non erano più azzurri: le acque trasportavano corpi di creature
arse e tronchi anneriti. Cervi, orsi, lupi e ogni animale che
abitasse in quelle terre fuggiva. Il caldo era soffocante. L'odore di
cenere e morte le invase le narici. Alta in volo, Ramut vide l'uomo
fuggire, in preda al terrore. Sentì un baratro scavarsi nel petto:
sapeva bene che quando anche l'uomo scappava, la minaccia era
molto grave.
Che cosa poteva generare tanta distruzione?
Chi aveva osato violare il suo dominio?
Volando al di sopra di tutta quella desolazione, Ramut
raggiunse le pendici della grande montagna a est e ciò che vide le
fece gelare il sangue nelle vene.
Un grande drago, azzurro come un mattino d'estate e dagli
occhi neri come l’ebano, osservava il fuoco divampare sotto di sé,
appollaiato su uno sperone di roccia sporgente dalla montagna.
Le sue ali, dispiegate in tutta la loro magnificenza, erano grandi il
doppio di quelle di Ramut. Corna bluastre si allungavano affilate
dal suo cranio, ramificate a formare una sorta di corona. Le fauci
erano rosse, ma quello non era il loro colore naturale: un cremisi
scintillante gocciolava a brevi intervalli dalla sua bocca, formando
una pozza in prossimità delle zampe, da cui si originavano miriadi
di rivoli che colando dallo sperone raggiungevano la pianura.
Ramut planò sulle rocce frastagliate, diversi piedi più in basso
rispetto al drago blu, mantenendosi a debita distanza. Questi non
reagì, rimanendo immobile nella sua posizione, come se
l’apparizione della Sognatrice al suo cospetto fosse scontata.
«Chi sei?» chiese Ramut.
Gli occhi di lui fissarono i suoi. «Tu mi chiamerai Elur. Io so
già chi sei, Sognatrice. È per te che sono venuto.»
«Che cosa vuoi da me?»
Le ali di Elur si dispiegarono ulteriormente, formando un
immenso manto blu lungo la parete della montagna.
«Voglio il tuo grembo. Tu mi apparterrai, Sognatrice, e se hai
già una covata da accudire, la abbandonerai per badare alla mia
discendenza.»
Ramut non disse nulla per molti minuti. Il timore che una
simile situazione potesse un giorno verificarsi l'aveva sempre
accompagnata, ma aveva coltivato la speranza che, dominando
un luogo remoto, la possibilità fosse ridotta al minimo. Ma il
luogo che aveva scelto non si era dimostrato abbastanza remoto.
«Con che diritto avanzi la tua pretesa?»
Elur sbatté lentamente le palpebre. Ramut ebbe la fugace
visione di un sorriso appena abbozzato nel suo volto, il sorriso di
compassione che si riserva a un cucciolo che abbia perduto un
compagno di giochi.
«Con il diritto del fuoco. Puoi vederlo da te.»
Nella mente di Ramut si affacciarono le immagini dell'incendio
che divampava lontano, nelle terre che circondavano il suo nido.
Elur era giunto per prenderla e l'avrebbe fatto, con la forza se
necessario.
«Concedimi un giorno» disse Ramut.
«Perché?»
«Sto covando delle uova. Ti chiedo di non essere crudele e di
assicurarmi che non vengano profanate. Permettimi di fonderle
nella roccia, com'è tradizione per le covate interrotte. Poi, ti
apparterrò.»
«La fama di saggezza delle Sognatrici è meritata. Un giorno.»

Ramut ritornò alla grotta con cuore greve.


Che cosa fare?
Aveva concepito i suoi figli con un drago non molto diverso da
quello che ora aveva invaso la sua terra, ma tutto era avvenuto in
circostanze differenti. Ramut aveva scelto quel drago. Non era
più forte, più maestoso o più saggio di altri draghi, ma il suo
istinto di Sognatrice le aveva fatto comprendere, con solida
certezza, che sarebbe stato il compagno giusto con il quale
generare una discendenza di Tamur la Veggente. Si era concessa
a lui e aveva deposto le uova.
Ma ora... i figli di Elur non sarebbero stati né voluti, né adatti.
Ramut lo sentiva con tutta se stessa. La sua vera stirpe era nelle
uova che aveva già deposto, ogni altra non le sarebbe mai
davvero appartenuta.
Come sfidare Elur, tuttavia? Era un drago possente, più forte
di lei, l'aveva capito dal primo momento in cui l'aveva osservato.
Ramut sapeva che non esistevano argomenti in grado di
convincere il drago blu a desistere dal proprio intento. Se avesse
tentato di resistergli, l'avrebbe presa con la forza e, in caso avesse
trovato le uova, le avrebbe divorate dinanzi a lei. Non sarebbe
riuscita a nasconderle e nemmeno a prendersi cura di due covate,
non con Elur a sorvegliarla. E se anche ci fosse riuscita, se anche
i suoi figli avessero visto la luce, Elur non avrebbe mai permesso
loro di vivere nel suo regno. Li avrebbe sterminati, uno dopo
l'altro, sotto i suoi occhi impotenti.
Esisteva una sola scelta giusta. Ma Ramut aveva paura.
Quella notte, raccolse le uova tra le zampe anteriori e le strinse
al petto. Erano calde e non accennavano a raffreddarsi. La
schiusa era imminente. La fitta che la Sognatrice avvertiva al
cuore si acuì una volta compreso che, qualunque scelta avesse
fatto, non avrebbe mai visto i suoi figli crescere.

La mattina dopo, una delle uova era in pezzi.


Una piccola femmina, bagnata e fragile, spiegava le delicate ali
membranose, circondata da frammenti di guscio e pozze di
liquido amniotico. I suoi occhi erano ciechi, le scaglie morbide
come burro, la coda guizzante. Sua figlia emise uno stridio acuto,
nel tentativo di reggersi per la prima volta sulle zampe. Scivolò e
il suo ventre rimase incollato alla roccia.
Ramut raccolse quella creaturina nella propria zampa e la
sollevò nell'oscurità della grotta. Fissò lo sguardo su di lei, su
quella pelle grigiastra che un giorno sarebbe diventata verde e
lucente come uno smeraldo. Solo allora non ebbe più dubbi sulla
propria decisione.
La Sognatrice accostò la propria fronte a quella della figlia, e
pensò intensamente. Rievocò ogni ricordo, pensiero e
impressione che avesse raccolto e concepito in vita. Il flusso della
mente attraversò il sottilissimo strato di aria che separava le sue
gigantesche scaglie dalla morbida testa della piccola. Mentre la
mente della figlia si riempiva del racconto della sua vita, Ramut si
sforzò di non essere triste. Non voleva che l'unico ricordo che la
piccola avesse di lei fosse triste, pur sapendo che un addio così
precoce non poteva che esserlo.
Abbiamo condiviso molto poco, figlia mia, pensò Ramut, non
avrai nessun ricordo autentico di me, ma desidero che tu sappia
che ti ho amata, così come ho amato i tuoi fratelli e sorelle non
ancora nati. Per farvi vivere, ho dovuto rinunciare a starvi
accanto. Questo dovrai spiegarlo anche a loro. Perdonami.
La Sognatrice si trattenne per un ultimo istante, prima di
interrompere il flusso di conoscenza tra le menti. Aveva ormai
infuso nella memoria del piccolo drago ogni pensiero e potere in
suo possesso.
Ti abbandono per renderti libera. Questo sarà anche il tuo
nome. Addio, figlia mia. Vivi come una Sognatrice, Libera.
Ramut era di fronte a Elur. Dallo sguardo di lei, il drago intuì
la propria avventatezza nel riporre fiducia nella saggezza delle
Sognatrici.
«È questo che hai scelto?» domandò Elur.
«È l'unica scelta che mi hai concesso» rispose Ramut.
Le fauci della Sognatrice si serrarono sul collo di Elur, che fu
colto di sorpresa da quello slancio impetuoso. Le zanne di Ramut
incrinarono la ruvida corazza del nemico, aiutate dall'alito di
fuoco che iniziava a rammollirne le scaglie. Ramut avvertì un
dolore lancinante all'addome. Un lago di sangue si allargava sotto
di lei, colando dal suo ventre squarciato dagli artigli di Elur.
L'azzurro del corpo del drago si ricopriva sempre più di rosso, ma
Ramut non era più in grado di capire a chi dei due appartenesse.
Con un ultimo impeto di rabbia, richiuse le fauci intorno alle ossa
del collo di Elur, dilaniandole in una morsa fatale.

Quando Libera volò per la prima volta, erano appena trascorsi


dieci giorni dalla sua nascita. L'istinto del volo fu reso più potente
dalla fame accecante che la divorava. Era abile nella caccia,
grazie alle memorie di sua madre. I suoi fratelli nacquero di lì a
poco, anche se privi della sua maturità. Libera dovette cacciare
anche per loro, prendersene cura e dare loro un nome.
Trascorsero gli anni, crebbe e dominò le terre che erano state
di sua madre, ma non si imbatté in Elur e Ramut per molto
tempo. Immaginava dove fossero, ma non osava ancora
presentarsi al loro cospetto. Le foreste diventarono di nuovo
rigogliose e le valli prosperarono ancora, irrorate dalla linfa dei
fiumi e dei torrenti. Il mare di nubi era tornato candido come
neve.
Passarono dieci anni prima che si sentisse pronta a incontrare
sua madre.
I fratelli e le sorelle erano cresciuti, non avevano più bisogno di
lei. Quando fosse stato il momento, avrebbe presentato anche
loro alla madre.
Raccolse il proprio coraggio e si lasciò cadere nel vuoto sotto la
montagna. Attraversò le nubi biancastre, distese le ali e si sollevò
in volo. Si beò della vista sottostante, un regno incontaminato di
alberi, acque turbinanti e miriadi di creature oscurate da una
poderosa ombra in movimento. C'era profumo di fiori nell'aria, il
calore del sole era dolce come una carezza materna.
Planò accanto alle pendici della grande montagna a est. Erano
entrambi là, uno accanto all'altra, come si era aspettata. Le ossa
di sua madre erano ingiallite, alla luce del sole rilucevano
debolmente, come ricoperte da uno strato d'oro. Lo scheletro di
Elur era bianco, con venature bluastre lungo le ossa. Entrambi
erano ricoperti da rampicanti, nidi di uccelli e fiori dai mille
colori, i cui semi erano stati trasportati dal vento nel corso dei
lunghi anni di solitudine. Né gli insulti del clima né l'abbraccio
della natura selvaggia erano bastati a sgretolare i loro resti. Dopo
dieci anni, Elur e Ramut erano ancora là, nel luogo che aveva
assistito al loro scontro.
C'era silenzio, intorno a lei. Tuttavia, ebbe l'impressione di
percepire nitidamente la voce di sua madre. Anche se non
riusciva a distinguerle, sentiva che erano parole di orgoglio.
Quella notte, Libera fece il suo primo Sogno.

A miei genitori, a mio fratello e a Isa, le colonne della mia vita


5
Cinzia Ferrara

IL GIUDIZIO

Il vecchio generale Gregor contemplava assorto il tessuto della


tenda che si muoveva, seguendo la forza del vento. Era stanco.
Anche quel giorno aveva combattuto contro i draghi. Aveva
guidato i suoi uomini in una difficile battaglia nella pianura e ora
cercava il meritato riposo nella sua tenda.
Per quanto ancora avrebbero dovuto affrontare quei mostri?
Sarebbero mai riusciti a sconfiggerli?
Era immerso in questi pensieri, quando un suo subordinato
entrò interrompendo la sua meditazione.
«Signore, una donna chiede udienza» lo informò.
«Falla entrare» rispose semplicemente.
Gli si presentò davanti una ragazza giovane e bellissima, dai
capelli diafani e gli occhi blu come il cielo notturno. Indossava
una veste rosa pastello, lunga fino alle caviglie, che sottolineava
tutta la sua femminilità.
«Buonasera, madamigella.» L'uomo fece un inchino per
omaggiare tanta eleganza. «Cosa porta una persona raffinata
come voi qui in un accampamento di soldati rozzi e rudi?»
«La vostra battaglia contro i draghi sta facendo soffrire molta
gente. Deve finire. Siete d'accordo?» gli disse con tono dolce e
suadente.
«Certo. Come non esserlo? Purtroppo però non possediamo i
mezzi per farlo» ammise, sconsolato e pensieroso.
«Se vi dicessi che c'è una soluzione e che entro l'alba di
domani la guerra potrebbe finire?»
«Se una simile soluzione esistesse, ci avremmo già pensato da
qualche secolo. Non credete?» domandò, dubbioso.
La donna estrasse dalla borsetta una piccola sfera che cominciò
a brillare in modo così intenso che Gregor dovette chiudere gli
occhi per non rimanere accecato.

Un giovane drago planò rapido sul limite dell'enorme caverna.


Dalle profondità della grotta proveniva il respiro profondo e
costante di un altro membro del branco. Il giovane si affrettò a
percorrere il groviglio di gallerie che collegavano le varie tane fino
ad arrivare al cospetto dell'Anziano. Sembrava dormire sereno sul
suo letto di ramoscelli e foglie, ma non era affatto così. La sua
coda si muoveva a scatti, rispecchiando il turbamento dell'animo.
«Anziano, abbiamo bisogno di voi» lo chiamò il giovane,
preoccupato. «Sono di nuovo nella foresta!»
Il drago, risvegliatosi dal suo sonno agitato, si alzò sulle zampe
e guardò il giovane dall'alto.
«Portami da loro» disse con tono piatto.
I due balzarono in volo fuori dalla grotta e raggiunsero in pochi
istanti la foresta, dove i piccoli esseri coperti di acciaio stavano
avanzando.
«Stai indietro» ordinò l'Anziano.
Con eleganza e maestria, si lanciò in picchiata verso il
manipolo di umani che, vedendolo, cominciarono a disperdersi.
L'Anziano distese le sue grandi ali prima di toccare terra,
allontanando ancor di più gli umani con una folata di vento. Poi
cominciò a sputare fuoco. Ai suoi occhi, quelle creature,
sembravano formiche spaventate che tentavano di salvarsi la vita.
Decise, però, di non infierire oltre. Lasciò che gli umani
tornassero alla loro città e si mise a raccogliere i suoi simili feriti.
Dopo averli caricati sulla sua schiena, li riportò alla tana.
Bestie così piccole e inutili riescono a ridurre così i miei
compagni…
Il sole era ormai tramontato, quando l'Anziano riuscì
finalmente a tornare al suo caro letto per riposarsi un po'. Era
stanco, non tanto per la battaglia, ma per la guerra. Trecento anni
prima era solo un cucciolo e già allora imperversava il conflitto.
Era cresciuto combattendo per difendere la sua famiglia e la sua
casa. Ora era il più anziano, il più degno di rispetto fra tutti i
draghi e la guerra non era ancora terminata.
Si arrotolò su se stesso, pensando solo a rilassare le membra
affaticate, ma un rumore di passi lo fece rialzare di scatto.
Un piccolo drago bianco, con gli occhi che parevano zaffiri,
comparve sulla soglia della sua tana. «Chi sei?» chiese
incuriosito. «Non fai parte del mio branco.»
«Infatti vengo da molto lontano» rispose. Era una femmina.
«Cosa spinge una femmina così lontano dal proprio branco?»
«Il vostro desiderio di porre fine a questa guerra infinita.
Esiste un modo» gli disse, con voce gentile.
«In trecento anni di vita non ho trovato altra soluzione che
sterminare tutti gli umani o lasciare che siano loro ad annientare
noi.»
«Posso garantire che il vostro desiderio si esaudirà, se ne sarete
degno.»
Incuriosito, l'Anziano osservò l'ospite sedersi e dispiegare le ali
bianche. Una miriade di piccole scintille di pura luce si disperse
attorno a loro fino ad avvolgerli.
Quando il Generale riaprì gli occhi notò di non essere più nella
sua tenda: si trovava in un giardino che non aveva mai visto
prima. Si guardò intorno.
Davanti a lui, vi era un piccolo laghetto dalle acque placide,
rallegrato da minuscoli gruppi di ninfee rosa che galleggiavano
eleganti sulla sua superficie. Il prato che lo circondava era
ricoperto da fiori variopinti. Le lucciole erano indaffarate a
lampeggiare da un fiore all'altro e l'uomo poté notare che,
insieme a loro, vi erano anche delle farfalle.
Com'è possibile? A quest'ora non ci dovrebbero essere… Dove
sono finito?
Il Generale alzò lo sguardo al cielo e vide la volta celeste in
tutta la sua bellezza e serenità. Le piccole stelle assomigliavano
molto ai fiori sparsi per il prato e illuminavano quella buia e
tiepida notte d'estate. Il soldato cercò la luna e la trovò: stava
sorgendo timidamente dalle montagne in lontananza.
Il cielo stellato gli riportò alla mente gli occhi della donna che
lo aveva portato in quel piccolo paradiso.
Di lei, però, non c'era traccia.
Un leggero movimento delle acque del lago attirò la sua
attenzione. Qualcosa stava per uscire da quello specchio.
«Benvenuto a Eden, Generale Gregor» lo salutò una voce di
donna a lui familiare.
«Tu? Dove sei?»
«Qui di fronte a te» gli rispose divertita, emergendo dalle
acque.
«Chi sei?»
«Fra poco vi sarà spiegata ogni cosa» lo informò, fluttuando
sopra le acque, al centro del lago.
«Cosa intendi con “vi sarà spiegato”? Altri devono arrivare?»
«Il vostro rivale è già qui. Ora lo vedrete.»
Dietro alla donna comparve un drago bianco, alto quanto lei e
con lo sguardo dello stesso incredibile azzurro. Anch'esso
fluttuava, leggiadro, come se la gravità non avesse alcun potere
sul suo corpo.
Dalla riva opposta della pozza, un bagliore aveva
materializzato un enorme drago dalle squame di smeraldo e gli
occhi color fiamma.
Il soldato, spaventato, sguainò istintivamente la spada dal
fodero e la puntò verso l'acerrimo nemico. «Tu!»
Lo aveva visto poche volte in battaglia, ma lo avrebbe
riconosciuto ovunque. Solo la testa di quella bestia era alta
quanto lui, il collo magro e flessuoso lo rendeva ancora più alto e
imponente, mentre il corpo, massiccio, era dotato di una coda
robusta e quattro zampe muscolose e letali.
«Cosa ci fa qui quel mostro?» domandò con la voce vibrante
di furia.
«Mettete via la spada. Questo è un luogo di pace e dialogo» gli
ordinò la donna.
«Chi siete? Voglio delle risposte!» replicò l'uomo, senza riporre
l'arma.
«Noi siamo Pax e Ius.» Dicendo ciò, la donna e il drago
bianco mostrarono le loro vere sembianze: erano due entità di
pura luce, prive di forma. «Vi abbiamo portato qui per esaudire il
vostro desiderio.»
«Nostro?» ruggì il drago.
«Entrambi volete che questa guerra finisca. Il vostro desiderio
è che il vostro nemico sia annientato. Noi possiamo garantirvelo.
Ma è giunta l'ora di decidere: chi merita di rimanere e chi di
essere cancellato dalla faccia della terra?»
«Quindi siamo qui per essere giudicati?» domandò titubante il
generale.
Pax e Ius annuirono, emettendo un breve suono simile allo
scampanellio di un sonaglio. Poi continuarono: «Ora vi
permetteremo di capirvi e parlarvi.»
Due ciondoli comparvero al collo dei rappresentanti delle due
razze. Quei piccoli gioielli sarebbero stati il loro mezzo di
comunicazione.
«Cominciate voi, Anziano. Diteci» fece Pax. «Perché voi
draghi sareste più degni degli umani?»
«Noi rispettiamo la natura e non la distruggiamo come fanno
loro. Usiamo caverne naturali come abitazioni, senza dover
sradicare intere foreste per costruirne città... non uccidiamo
animali innocenti per fabbricarci abiti e coperte» spiegò,
tentando di trattenere l'ira che gli bruciava nell'animo.
«Voi avete una pelle che vi protegge dal freddo. Noi dobbiamo
trovare un altro modo. Le case in legno si riscaldano meglio e i
nostri vestiti sono fatti anche di tessuti vegetali» controbatté il
Generale.
«Noi cacciamo solo il necessario per sopravvivere. Voi, esseri
inferiori, vi abbuffate come se tutto vi fosse dovuto. Rinchiudete
e maltrattate gli animali finché le loro carni non vi serviranno per
sostentamento» accusò il drago, questa volta con ira.
«La nostra popolazione continua a crescere e dobbiamo pur
mangiare… E poi non è vero che torturiamo gli animali da
allevamento. Gli diamo un tetto e tutti i giorni li nutriamo
affinché crescano sani» rispose sicuro di sé Gregor.
«Vivere rinchiusi in un capanno o in recinto aspettando il
macello non la chiami tortura? Gli animali dovrebbero nascere e
vivere liberi, così come vorrebbe Madre Natura. E poi perché
cacciate animali per poi ricavarne trofei?» L'Anziano allungò il
collo e portò la sua testa più vicina a quella dell'umano.
Il Generale poté vedere chiaramente due scintille vermiglie
vibrare negli occhi della bestia. Quelle fiamme danzanti
esprimevano tutto l'odio che l'Anziano provava nei confronti
della sua razza e sembrava che fossero pronte a trasformarsi in un
fuoco che lo avrebbe consumato in pochi secondi. Quelle iridi
scarlatte, puntate su di lui, gli riportarono alla mente l'incendio
del suo villaggio. La campana che suonava, la gente che gridava e
correva ovunque, i draghi che sfrecciavano nel cielo riversando
torrenti di fuoco sui tetti delle abitazioni e ghermendo gli
sfortunati che fuggivano allo scoperto.
«Voi avete raso al suolo un numero infinito di villaggi e ucciso
innocenti solo per vendetta!» L'umano puntò la spada verso il
muso del drago. Avrebbe voluto affondarla nella sua carne,
sentire il caldo fiotto di sangue che ne sarebbe sgorgato, e
digrignò i denti per lo sforzo di trattenersi. «Me lo ricordo come
se fosse ieri. Quando distruggeste la mia casa e uccideste la mia
famiglia! Non perdonerò mai la vostra razza» disse, continuando
a fissare il mostro di fronte a lui e stringendo l'elsa fino a farsi
male. «Vi distruggerò in nome di tutti i caduti che gridano
vendetta!»
«Pensi davvero che siate gli unici a sentirvi così?» L'Anziano
alzò lentamente la testa, portando il suo sguardo al cielo stellato.
«Da quando uno di voi, coperto di metallo, riuscì a uccidere mio
padre, molti altri seguirono il suo esempio tentando di eliminare
altri compagni.»
Gregor vide uno strano movimento della superficie del lago:
cerchi concentrici si rincorrevano fino alla riva. Qualcosa
dall'altra sponda aveva privato le acque della loro quiete.
Non è possibile che anche loro…
Non era difficile da credere, ma il soldato stentava a farlo.
«Anch'io non posso perdonare la tua razza, umano.» L'Anziano
lo guardò dall'alto e il generale percepì tutta la sua fragilità.
Vide gli occhi del nemico completamente cambiati. Ora erano
di un rosso più cupo, offuscati non più dalla rabbia, ma dalla
tristezza e dalla rassegnazione.
«Sono stanco… in tutti i sensi. Lascio la decisione agli esseri
superiori qui presenti.» Detto ciò l'Anziano si abbandonò sul
prato fiorito e si addormentò.
Pax e Ius, che avevano assistito al breve scambio di accuse e
minacce, si rivolsero al Generale: «Avete qualcosa da
aggiungere?»
«No. Senza un confronto con quel… coso, non avrebbe
senso» rispose contrariato l'uomo.
«Allora noi andiamo a riflettere. Torneremo per comunicarvi il
nostro giudizio prima dell'alba.»
Le due entità ascesero al cielo illuminando un castello di
cristalli trasparenti che era nascosto ai due contendenti.

L'Anziano sognò un bambino umano, che aveva molti tratti in


comune con quello con cui stava affrontando il Giudizio.
Piangeva davanti a una fossa nel terreno in cui venne gettato un
piccolo cadavere. Una donna e un uomo lo stringevano, cercando
di consolarlo.
«Non li perdonerò mai!» urlò il cucciolo d'uomo. «Quando
sarò grande diventerò un cavaliere e li ucciderò uno a uno!»
Che sia lo stesso umano? La sua perdita non è così diversa
dalla mia...
La scena sfumò, sparendo sotto forma di vapori argentei che
andarono a comporre una nuova immagine. Ora, la sagoma
imponente del padre lo sovrastava.
«Ricordati che il nostro compito, in quanto esseri superiori, è
quello di preservare l'equilibrio. I bipedi senza squame stanno
distruggendo la natura. Non possiamo permetterlo.»
Queste erano state le ultime parole del drago prima che
spirasse.
Cosa devo fare? So benissimo qual è il nostro obiettivo ma…
Io e il Generale ci assomigliamo così tanto. Sterminarli è davvero
l'unica soluzione?

Dopo aver ammirato quel miracoloso castello scintillante, con


lo stesso stupore che prova un bambino, Gregor posò il suo
sguardo sul drago.
La sua mano si strinse sull'elsa della spada.
Non posso farlo. Dimostrerei che noi umani non siamo
degni…
Piantò l'arma nel terreno e ripensò alle parole della bestia.
Anche loro si sentono come noi… Non lo avrei mai creduto
possibile.
Pian piano, seguì la riva del lago e si avvicinò con cautela
all'imponente creatura.
Che cosa cambia ora che lo so? Potrei ucciderlo nel sonno e
porre fine a questo conflitto... Oppure potrei trovare un'altra
soluzione. Tese un braccio verso l'Anziano e lo sentì tremare. Era
la prima volta che provava così tanta insicurezza. Non appena
toccò le squame, avvertì un inusuale calore e percepì il respiro
profondo oltre di esse. Sentì un fruscio e si voltò. Gli occhi del
drago, a pochi metri da lui, lo fissavano incuriositi.
«Perché non hai il tuo artiglio con te? Perché non ne
approfitti?» gli chiese, sorpreso e confuso dal comportamento
dell'uomo.
«Perché...» Gregor ci pensò un po'. «Forse perché sento che
non siamo poi così diversi...»
«Può darsi» rispose il drago.
Il Generale si sedette a gambe incrociate, lì accanto al rivale, e
pian piano scivolò nel sonno con lui.
Non sapeva quanto tempo fosse passato, quando uno
scampanellio risvegliò l'Anziano. L'umano era appoggiato a una
sua zampa e russava profondamente. Lo scosse con delicatezza
con il muso.
«Destati. Sono tornate» lo informò.
Il soldato si alzò in fretta e si sistemò i vestiti.
«Abbiamo deciso» esordirono le entità. «Entrambi avete
dimostrato pari pregi e difetti. Quindi il più degno sarà colui che
vincerà un duello.»
L’umano non ebbe il tempo di replicare che il drago cominciò
a protestare mantenendo la tranquillità che lo aveva sempre
contraddistinto: «Non mi sembra giusto. In queste condizioni
sarebbe una mia vittoria sicura. C'è troppa disparità. Non è così
che può finire un giusto giudizio.»
Il drago fermò il rivale, che stava avanzando in direzione delle
entità per unirsi al dissenso, con la lunga coda.
«Ha ragione. Non saremmo alla pari. Mi rifiuto di partecipare
a un duello del genere» aggiunse poi il Generale.
«Siete sicuri di voler rinunciare al vostro desiderio?» domandò
Pax.
«Non sto rinunciando. Ma non è così che voglio vincere la
guerra» affermò l’Anziano.
«Giusto!» aggiunse l’umano annuendo con un cenno della
testa.
«Bene. Il test allora è terminato» informò Ius.
«E il risultato?» chiese incuriosito l'Anziano.
«Il Generale si è rifiutato di uccidervi nel sonno, dimostrando
che gli umani sono degni di sopravvivere e voi avete rifiutato di
ucciderlo in un combattimento uno contro uno, dimostrando che
anche i draghi sono degni» spiegò Pax.
«Entrambi avete dimostrato compassione, rifiutando
l'opportunità di porre fine alla guerra nei modi più brutali.
Pertanto entrambe le razze sono destinate a sopravvivere»
concluse Ius.

Dal palazzo di cristallo discese una terza entità. Il Generale e


l’Anziano videro una nube di luce identica alle altre due
avvicinarsi come se qualcuno la stesse gentilmente
accompagnando a terra. Dentro di loro sentivano che era diversa,
più potente. Questo nuovo giudice si fermò a fluttuare a pochi
metri di distanza.
«Il mio nome è Spes» si presentò ai due contendenti ancora
confusi e disorientati dalle parole di Ius e Pax.
«Sapevo che non mi avreste deluso» ammise, accarezzandoli
con due fievoli raggi di luce. «Purtroppo la tristezza di Pax e
l'impazienza di Ius mi hanno costretto a tutto questo.»
«Ora che la guerra finirà potremmo vivere tutti in pace»
conclusero le altre due entità all'unisono.
«Finirà? Com'è possibile?» chiesero Gregor e l'Anziano.
A quel punto, dal corpo indefinito di Spes, nacquero delle
piccole sfere che cominciarono a ruotargli attorno. Gregor e
L'Anziano le videro innalzarsi verso la volta celeste, fino a
infrangere la barriera invisibile che racchiudeva l'intero giardino.
Dietro al blu della notte si nascondevano tante forme sfocate,
grandi e piccole, con due scintille bianche all'altezza di quelli che
dovevano essere gli occhi e una rossa più intensa al posto del
cuore. Tutte le luci erano puntate su di loro come gli sguardi
rapiti di una platea di spettatori.
«Che cosa sono... quelle?» chiese il Generale, a bocca aperta,
indicando le figure evanescenti.
«Coscienze, anime… di umani e draghi» chiarì Spes.
«Anche loro hanno assistito alla nostra prova?» domandò
l'Anziano incuriosito.
«Sì, nei loro sogni. Non siete stati gli unici a imparare qualcosa
questa notte.»
I due esseri mortali continuarono a fissare con stupore i loro
eterei compagni mentre svanivano uno a uno, dissolvendosi nel
nulla.
«È ora di andare» affermò Pax.
Le tre entità si illuminarono di un candido bagliore, attirando
di nuovo l'attenzione dell'umano e del drago.
In pochi secondi, la luce avvolse ogni cosa.

Gregor spalancò gli occhi e si guardò intorno.


Era nella sua tenda, seduto sul trono di legno. Davanti a lui, il
braciere era colmo di cenere fredde.
Devo essermi assopito… quanto avrò dormito?
Si accorse di avere ancora addosso l'armatura perciò si alzò e
andò verso il manichino per riporla. Si tolse le placche di metallo
e le affidò al fantoccio, sentendosi sollevato.
Però, che sogno strano…
Notò che la sua spada non era nel fodero attaccato alla cintura.
La cercò nella rastrelliera. Era al suo posto, ma qualcosa attirò la
sua attenzione: la punta era sporca di terra.
Pulisco sempre le armi prima di riporle… cosa sarà successo?
Ripensò a Eden, al drago e alle entità.
È stato solo un sogno… oppure no?
Gregor si precipitò fuori dalla sua tenda, guardandosi attorno.
Era calata la notte e l'accampamento sembrava deserto. Mentre
osservava le braci ancora palpitanti del focolare, sentì alcuni dei
suoi uomini alzarsi dai loro giacigli. In pochi minuti una folla di
uomini si era radunata attorno a lui.
Una leggera brezza si infiltrò tra le tende.
Il Generale prese un respiro profondo assaporando quella
nuova aria che non sapeva più di odio e di guerra, ma solo di
pace.
6
Mario Pacchiarotti

OCCHI DI DRAGO

Confini meridionali di Ossum, una taverna, Kluss

Finalmente l'ho trovato.


Il vecchio è lì, con quella lunga cicatrice che attraversa la fronte
da parte a parte, non ci si può sbagliare. È seduto a un tavolo in
disparte: guarda fisso il suo bicchiere, sembra stanco della vita e
indifferente al mondo che lo circonda.
È un'osteria senza nome – come ce ne sono tante – lercia
quanto basta per trovarci vino a poco, dove nessuno fa troppe
domande e ognuno ha qualcosa da nascondere. L'ideale per
essere dimenticati.
Passo al banco e lascio una moneta di rame. Non c'è bisogno
di chiedere: prendo la brocca di vino e mi faccio strada fino al
tavolo del vecchio. Siedo senza dire nulla, e riempio il suo
bicchiere. Una scintilla di vita si fa strada nei suoi occhi. Sono
neri, profondi e ancora non annebbiati dall'età. Beve qualche
sorso e mi guarda.
Lo sa cosa voglio. Da lui vogliamo tutti la stessa cosa.
«Ti costerà più di una brocca di vino.» La sua voce è roca e
profonda, eppure sicura.
Annuisco e gli allungo con discrezione una moneta d'oro. Lui
sembra impressionato: è una ricca ricompensa per il poco che
chiedo. La intasca con un gesto rapido, guardandosi intorno con
sospetto, e sospira: «Così, tu vuoi uccidere un drago.»
Non è una domanda, lui sa che sono qui per questo.
Mi squadra per lunghi momenti. Anche se ora è solo un
vecchio, c'è stato un tempo in cui era temuto, rispettato. Lo
guardo a mia volta. Gli occhi sono tornati vivaci: occhi che mi
studiano, e sembrano percepire di me più di quanto non
dovrebbero essere capaci di fare.
«Ce la potresti anche fare» sentenzia, quando è soddisfatto
dell'esame. «Vuoi tutto il racconto o preferisci che vada al sodo e
ti spieghi come devi fare?»
Scuoto la testa. Questo vecchio mi piace: è diretto e
determinato.
«La storia la conosco, per filo e per segno, a meno che non ci
sia qualche parte che non hai già raccontato...»
Sorride. «Sì, forse ce la puoi fare. Non sei uno stupido.»
Tira giù di un fiato quel che resta del bicchiere e si serve una
seconda dose di vino.
«Non c'è tantissimo da dire. Primo: non affrontare mai un
drago in campo aperto. Per quanto tu pensi di essere forte, per
quanto fantastica ti sembri la trappola che hai ideato, l'agguato
che hai preparato, non farlo. Mai.» Beve un sorso, poi continua.
«All'aperto lui può usare tutte le sue armi. Può volare,
muoversi senza vincoli, e usare il fuoco a suo piacimento. Se lo
affronti all'aperto... sei morto.»
Sottolinea il concetto con un gesto inequivocabile.
«Va bene, allora dove?»
«In una caverna, una segreta, dovunque lo spazio sia angusto e
manchi circolazione d'aria. Dove non possa muoversi con agilità
né usare il suo fuoco.»
«Continua» gli dico e lui si avvicina, abbassando la voce.
«Anche così, è sempre una bestia temibile. Non usare
armature di maglia, ma quelle a piastre.» Fa il gesto di artigliare
con la mano. «Così le zampe scivoleranno sull'armatura. Usa un
elmo resistente, ma che ti lasci grande visibilità anche sui lati.
Tieni d'occhio la coda, se fa un movimento così...» e accenna una
rotazione delle spalle «fai attenzione perché sta per colpire.
Tieniti pronto a saltare: la coda spazza sempre il terreno, puoi
evitarla.» Si ferma un attimo come se volesse darmi tempo di
memorizzare, poi riprende: «La spada... dovrai farla spalmare
con olio di oleandro. Cerca di ferire il drago a più riprese, non
importa che siano piccole ferite, purché l'olio entri in contatto
con le carni e lo avveleni. Se riesci a sopravvivere abbastanza a
lungo e lo ferisci molte volte, pian piano il drago comincerà a
indebolirsi e alla fine potrai sferrare il colpo mortale.» Scuote la
testa. «L'ideale è che non ci sia bisogno del veleno. Più il
combattimento dura, meno speranze hai di uscirne vivo.» Mi
poggia una mano sulla spalla. «Mentre combatti, guarda il corpo
del drago: partendo dalla base della testa conta sette spire di
scaglie, oppure parti dall'attaccatura della zampa anteriore e sali
per nove spire. È lì che devi colpire per ucciderlo. Ma bada: non
sferrare un colpo come faresti con un uomo o un animale.
Colpisci dal basso verso l'alto, quasi parallelo al corpo del drago,
così che la spada si infili tra le scaglie e possa penetrare. Poi,
appena senti che la carne viene lacerata, raddrizzala e affonda
con tutte le tue forze... Non avrai una seconda possibilità, devi
spaccargli il cuore al primo tentativo.»
Il vecchio ora suda, per l'eccitazione della spiegazione. Lui il
suo drago l'ha ucciso, unico al mondo, e questo gli ha portato
gloria. Però ricordare il combattimento lo scuote ancora nel
profondo.
Non sarà facile – penso – ma sono determinato, e niente di
quello che il vecchio ha descritto mi sembra impossibile da fare.
Forse sono troppo sicuro di me.
«C'è altro?» chiedo.
Quello rimane sospeso qualche momento, come se ci fosse
qualcosa che non vuole dire.
«Parla vecchio! Sono qui per questo.»
Lui si riscuote, ma non appare del tutto convinto. «Non
guardarlo mai negli occhi» dice, tutto d'un fiato.
«Perché?» chiedo ancora.
«Non lo so» risponde lui, allargando le braccia. «Così mi era
stato detto, e io ho obbedito...»
Penso che sia una buona idea. Forse aiuta a non farsi prendere
dal panico mentre si affronta un mostro di quel genere. Sono un
uomo pratico. Lui ha seguito quel consiglio e ha ucciso un drago
– così farò anche io.
«Niente altro?» Lui ci pensa un attimo. «No, ma resta a finire
il vino con me.»
Scuoto la testa, avrei voglia di andare, ma il vecchio è
simpatico, così rimango.
Il mio drago, la mia vendetta, possono aspettare un giorno in
più.

Un villaggio senza nome, Ossum settentrionale, quindici anni


prima

Kluss è felice. Pienamente, come solo un bambino può esserlo.


Tutto il villaggio è in festa. La stagione è stata buona. Il
raccolto, il latte e la caccia: abbondanti.
È il sabato di Lughnasadh e tutti vogliono divertirsi. C'è il
fuoco e si mangia focaccia appena cotta e patate fumanti. Kluss
non riesce a ricordare una festa del raccolto così bella e piena di
allegria.
I suoi genitori ballano con gli altri attorno al fuoco, mentre lui
rimane accoccolato tra quelli che stanno intorno a guardare,
troppo vecchi o troppo giovani per unirsi ai danzatori.
Sua madre è bellissima. Lo dicono tutti al villaggio. Kluss
pensa che sia meravigliosa: per quello che fa, per quello che è,
non certo per il suo aspetto. Si incanta a vederla ballare, e deve
trattenersi per non correre tra le sue braccia, tanta è la tenerezza
che prova per lei. Ne è innamorato, come sono innamorati solo i
bambini della sua età. Più avanti negli anni cercherà altre donne,
ma ora il centro del mondo è sua madre.
Tra la gente intorno al fuoco, vi sono anche persone arrivate da
fuori. Persino Riordan, il Signore di Ossum e suo figlio sono
venuti qui, forse per trovare rimedio alla monotonia della vita di
corte. O forse perché oggi Okudar compie venti anni e la festa
viene a proposito.
Hanno portato vino e birra e questo rende la celebrazione
ancora più allegra.
Riordan è un buon governante, amato dalla gente, e spesso
partecipa alle feste, alle occasioni comuni, anche aiutando chi si
trova in difficoltà. Okudar non gode dello stesso favore. Si è
dimostrato più volte arrogante e si mescola con la gente
malvolentieri. Però stasera è di ottimo umore, anche grazie alla
birra. Si infila tra i danzatori e balla con loro. Danza anche con la
madre di Kluss. È una grande festa, non c'è niente di strano in
questo.
Poi, mentre ballano, si avvicina all'orecchio della giovane
donna e sussurra qualcosa. Lei lo allontana, scherzando, ma lui si
avvicina di nuovo per bisbigliare altre frasi: di certo non gradite.
Solo il bambino lo nota e vede l'espressione sul viso della madre
cambiare e farsi preoccupata.
La osserva allontanarsi dal ballo, dire qualcosa a suo padre. Poi
entrambi lo raggiungono e lo portano via dalla festa: «Mamma è
stanca.»
È troppo piccolo per capire cosa accade, ma percepisce l'ansia.
Poco dopo, in casa, torna la tranquillità e lui si addormenta, di un
sonno profondo, come solo un bambino può fare.
L'indomani si sveglierà orfano. La madre violentata e uccisa, il
padre sgozzato nel sonno. Banditi, diranno. Ma lui è certo di
sapere la verità, di conoscere il nome e il viso del colpevole.
Ora deve solo crescere forte. Più forte del suo nemico.

Colline dei draghi, Ossum settentrionale, il drago.

Le uova: sono tutto il mio mondo.


Le guardo, una a una, e i miei occhi vedono dentro di loro,
l'anima di ognuno dei miei figli.
Ecco: questo ha un cuore coraggioso, anela imprese e
battaglie, scalpita dentro il suo uovo. Il seguente è diverso, pieno
di poesia e di sogni. Poi questo – mi fermo mentre l'emozione mi
invade – questo è un figlio speciale, un esploratore, un saggio,
spinto da una sete irrefrenabile per il sapere. Splende di luce
turchese che vibra mentre lo sfioro. Nei miei ricordi più antichi
non c'è memoria di tanta purezza. Mi compiaccio ancora qualche
istante dell'orgoglio di aver generato tanta bellezza. Poi continuo
l'esame delle mie stesse uova.
Di ognuna vedo l'essenza, perché è questo che vedono gli
occhi di un drago: la realtà a tutti visibile appare labile come una
nebbia e l'essenza si mostra invece solida come roccia: è luce, è
colore.
Le mie uova, i miei figli, il mio futuro per quando non avrò più
un presente. Le proteggerò finché non arriverà il loro momento.
Poi la mia vita finirà, come è giusto, come è stabilito.
Il mio sguardo si sposta sull'uovo successivo. Colori cupi che
feriscono l'anima: bestialità, rabbia, malvagità, codardia. Non
esito un istante, il mio artiglio lo schiaccia. Non provo gioia né
odio nel farlo, né rimpianto. Faccio quello che deve essere fatto:
distruggo insieme l'uovo nel piano fisico e l'essenza, l'anima, in
quello immateriale.
Quando ho finito, ore dopo, avvolgo il mio corpo intorno al
nido.
La caverna nel fianco della collina è umida e calda, sarà la mia
tomba e la culla dei miei figli: vita e morte saranno una sola cosa,
fusi insieme, come amanti, come mani giunte, come il fine e la
via.
Non devo fare altro che aspettare.

Castello di Aledrar, Ossum settentrionale, Kluss e Okudar

Manca poco ormai. Il piccolo castello è già in vista e più


lontano, sulla sinistra, si stagliano le colline dei draghi. La mia
sfida è pronta, presto dovrò uccidere un drago, ma il mio vero
obiettivo è l'uomo che domina su queste terre.
Oggi Okudar, il signore del castello, riceve i suoi sudditi e gli
altri questuanti e io sarò uno di loro.
È una tradizione antica che lega i signori alle loro terre.
Ognuno ha facoltà di parlare, presentare petizioni o richieste,
persino reclami, e subirne le conseguenze buone o funeste che
siano. Dovrò giocare con il fuoco.
Sono arrivato al castello. La gente è già qui che attende, mi
accodo e aspetto il mio turno, e intanto studio l'uomo che odio
fin da bambino.
Non è cambiato, anche se gli anni sono passati e l'età disegna
qualche ombra di grigio tra i suoi capelli. Semmai l'esperienza lo
ha reso più temibile. Non mi fa paura. È un uomo senza onore e
senza pietà, ma io ho dalla mia parte la rabbia lucida della
vendetta, l'ira del giusto, la forza della verità. Così almeno mi
piace credere.
Lui elargisce concessioni e punizioni a suo capriccio, ma
rispettando una sorta di codice non scritto che lo lega a regole
d'onore, pur se onore lui non ne abbia. Anche un signore non
può fare tutto quello che desidera, se vuole che il suo dominio
duri nel tempo.
Arriva infine il mio turno, mi inginocchio di fronte alla corte e
faccio la mia richiesta: «Mio Signore, ti chiedo la grazia di poterti
sfidare in un duello mortale.»
La frase cade come piombo tra i presenti. Una specie di
sospiro si leva dalla folla come somma di tutte le esclamazioni e
imprecazioni pronunciate. Okudar fa un cenno che impone il
silenzio. Per ora non è infuriato: appare solo divertito e
incuriosito dalla mia stupidità.
«È una richiesta inconsueta quella che fai. Se concedessimo un
duello a ogni pezzente che si presenta in queste terre, il sangue
sulla mia spada farebbe fatica ad asciugare. Cosa avresti tu di
speciale per meritare di morire passando per il filo della mia
lama?»
Dalla mia risposta dipenderà la mia vita, questo è chiaro a
tutti. Persino a me.
«È giusto quello che dici, mio Signore. Io non merito di levare
lo sguardo verso di te, tanto le mie origini sono umili, ma il mio
coraggio è più grande del mio lignaggio e la mia forza gli è pari.
Concedimi dunque di superare una prova da te scelta così che
possa dimostrarti il mio valore.»
Il mio cuore quasi si ferma mentre aspetto la sua reazione.
Potrebbe farmi gettare in prigione e impiccarmi domani, o farmi
ammazzare qui sul momento. Oppure potrebbe cadere nella mia
trappola e scegliere la via più divertente.
Lui si ferma qualche istante a pensare. Le mie parole indicano
che il vero intento non è sfidarlo, ma conquistare la sua
attenzione e ottenere qualche incarico al suo servizio.
Il modo in cui mi sono presentato meriterebbe una punizione,
ma è divertito e sa apprezzare chi osa rischiare, così decide di
accettare il mio gioco.
«Ti dovrei far tagliare una mano, ma voglio darti una
possibilità. Portami il corno di uno dei draghi che vivono sulle
colline. Portamelo e avrai la mia attenzione.»
Sogghigna e mi congeda con un gesto della mano.
Mi inchino ancora, giro le spalle e me ne vado, mentre la gente
mi addita, discutendo del tempo che il drago impiegherà per fare
di me carne bruciata. Sento qualcuno che lancia scommesse.
Tutto procede come deve. Avrebbe potuto scegliere qualsiasi
prova, ma i draghi sono una tentazione troppo grande, non
poteva andare in maniera differente.
A presto, Okudar, preparati a morire, penso, mentre esco dal
castello e mi dirigo verso le colline. Ora è il tempo del drago, poi
toccherà a lui, quando, suo malgrado, dovrà accettare la mia
sfida.

Colline dei draghi, Ossum settentrionale, Kluss e il drago

Durante il cammino verso le colline vengo sorpreso dal


comportamento della gente che abita questi luoghi. Quelli che
vivono più lontani dalle colline sono pronti a raccontare strane e
terribili storie sui draghi e le loro scorribande. Parlano di bambini
rapiti e mangiati, di raccolti bruciati, della ferocia e bestialità dei
loro attacchi. Però, man mano che mi avvicino alla terra dei
draghi, le storie si fanno sempre meno violente e terribili, finché
arrivo a ridosso delle colline, in una terra che la ragione dovrebbe
ritenere disabitata, tanta la vicinanza al pericolo.
Al contrario, qui la gente è tranquilla e se gli chiedi dei draghi
– del rischio che corrono a vivere così vicini, dei bambini rapiti,
dei raccolti bruciati – alzano le spalle e, con uno strano sorriso, ti
dicono che loro di quelle storie non sanno niente.
Sì, qualche volta – ammettono – manca una pecora, ma quasi
sempre a sparire è quella malata o anziana, e non sono pronti a
giurare che sia stato un drago. Li puoi vedere volare sulle colline,
quella è la loro terra – aggiungono – ma se ne rimangono al loro
posto e i contadini non si sognano di invadere il territorio che è
loro da sempre.
Così, quando un pastore mi indica una grotta poco distante,
dove ha visto infilarsi un drago pochi giorni prima, è con qualche
certezza in meno che mi avvio verso il mio destino.
L'entrata della caverna è ampia, ma non enorme come mi
aspettavo. I draghi sono molto più grandi nelle nostre menti di
quanto non lo siano nella realtà.
Mi avventuro con prudenza all'interno, attento a percepire
ogni rumore. Non devo camminare per molto, dopo poco il
cunicolo si apre in un antro più grande: al centro c'è un drago, le
spire avvolte intorno alle sue uova. Ci devono essere delle
aperture sulla volta perché il sole proietta lunghi raggi all'interno
della caverna.
Non posso contare sulla sorpresa: il drago mi ha visto e
osserva. Non ha attaccato subito, come temevo – forse non vuole
allontanarsi dalle sue uova. Sono quasi certo che se ora me ne
andassi, non accadrebbe nulla. Rimango fermo a osservarlo.
Il colore delle sue scaglie è verde, ma non solo. Ci sono riflessi
gialli, arancioni, rossi e persino blu. La luce gioca con i colori
come se ogni scaglia fosse un piccolo arcobaleno. È un animale
imponente, il collo ha le dimensioni del torso di un cavallo e
posso stimare che sia lungo almeno trenta metri. È più snello di
quello che mi aspettavo, quasi serpentiforme. Le ali sono
ripiegate lungo il corpo e sembrano davvero piccole rispetto
all'apertura enorme che mostrano quando il drago è in volo.
È bellissimo – penso e mi riscuoto – sono qui per ucciderlo, o
per trovare la morte nel tentativo.
Così comincio ad avvicinarmi con cautela, pronto all'inevitabile
reazione della bestia.
Anche il drago si muove e assume una posizione difensiva,
ponendosi tra me e il nido. È una sua debolezza, perché ora
comprendo che durante il combattimento cercherà sempre di
trovarsi in questa posizione, in difesa delle sue uova. Cerco di
non incrociare il suo sguardo e noto che i movimenti del drago
sono incerti e troppo lenti. Forse è malato, o vecchio, o provato
dalla deposizione. Comunque sia, sembra molto debole e questo
moltiplica la mia energia e la mia determinazione.
Prendo coraggio e attacco. Pochi veloci passi e sono a portata
di spada. Lui si erge sopra di me, il collo esposto e la testa china.
Ricordo le parole del vecchio e agisco di conseguenza, con la
massima rapidità di cui sono capace. Rimango quasi incredulo
mentre la lama penetra tra le scaglie, la ruoto e affondo. Un
fiotto di sangue denso comincia a sgorgare dalla ferita. Il drago
emette una specie di sospiro: gli ho squarciato il cuore, sta
morendo.
Tutto qui, penso, quasi deluso dalla facilità dello scontro.
Alzo lo sguardo, ora non ho più paura.
Quello che accade, però, è del tutto inaspettato. Ci guardiamo
negli occhi, mentre lui muore e la mia lama è ancora ben piantata
nel suo cuore. Mi aspettavo un mostro, uno sguardo carico di
bestialità, di odio viscerale. Ma quello che percepisco mentre i
nostri sguardi si incrociano è un senso di pietà, di rammarico, di
rimpianto.
Quegli occhi! I colori che si fondono e si inseguono
vorticando. Le pupille, non di serpente, ma simili a una nera
stella. Quegli occhi! Quello che mi trasmettono lo capisco, ma
non ne comprendo le ragioni: prova pietà per me. Eppure, sono
io, che lo sto uccidendo.
Il drago emette un altro singhiozzo, profondo, quasi un
rantolo. Ora c'è come un senso di vergogna. I miei occhi sono
incollati ai suoi e il mio cuore si colma di profonda tristezza.
Un altro istante, un sentimento che non afferro, poi il suo
sguardo cambia, e accade qualcosa, di straordinario e al tempo
stesso spaventoso. Mentre i nostri occhi sono ancora legati gli uni
agli altri, la mia vista si sfoca e solo per qualche istante mi sembra
di essere io, il drago. E di guardare me stesso. E comprendo
appieno i sentimenti che prova, perché io sono lui, e lui è me.
Sento la spada nel mio cuore, ma non provo dolore.
Poi tutto sfuma, una voce profonda pronuncia una singola
parola, in una lingua sconosciuta, ma il cui significato, non so
come, mi è chiaro: «Perdonami.» Poi come un maglio, i ricordi di
generazioni di draghi mi investono: io sono ognuno di loro. Vivo
ognuna delle loro vite. Migliaia di vite, in un singolo istante.
È troppo. Neanche il tempo di reagire, poi il buio, e l'oblio.

Colline dei draghi, Ossum settentrionale, il drago

«Perdonami» dico. Poi faccio quello che deve essere fatto.


Non c'è battaglia: l'uomo perde subito i sensi, mentre ha luogo
il trasferimento. Resterà incosciente fintanto che sarà necessario.
Sono io, ora, che animo il suo corpo.
Mentre prendo il controllo, osservo le mie uova: a breve si
schiuderanno.
Guardo il mio cadavere. Sarà il loro primo nutrimento. Lo
osservo senza provare alcun sentimento: la morte è solo un
passaggio. L'attacco dell'uomo ha complicato le cose: la mia
essenza e quelle dei miei antenati sono ora dentro di lui. A
questo si dovrà porre rimedio: non c'era altro modo di salvare i
miei piccoli.
Attenderò qui e proteggerò la mia discendenza da altri pericoli
che potrebbero presentarsi.
Tra non molto perderò il controllo su questo corpo, ma allora i
miei figli saranno abbastanza forti per badare a se stessi.
Non devo far altro che aspettare: non manca molto.

Colline dei draghi, Ossum settentrionale, Kluss

Il sole, scaldandomi la faccia, mi sveglia. Sono intorpidito dal


freddo della notte, e la mia mente è intontita, come dopo una
sbornia o una lunga malattia.
Socchiudo gli occhi e rimango fermo mentre osservo il mondo
intorno a me, cercando di capire dove mi trovo. Pian piano
realizzo di essere seduto su di un prato, con le spalle appoggiate a
un grosso albero. A pochi metri da me c'è un dirupo, credo di
essere sulla sommità di una collina. Non vedo ancora molto bene
e il sole che sorge mi ferisce.
Man mano che i miei occhi si abituano alla luce inizio a
ricordare.
Il drago. Lo scontro, e poi i suoi occhi. Non ricordo solo gli
avvenimenti di quel giorno, ma anche frammenti di qualcosa che
è accaduto dopo, piccoli sprazzi: le uova che si schiudono, i
piccoli draghi che si nutrono del corpo stesso del loro genitore, e
poi, non più tanto piccoli, volano liberi.
Un pensiero mi attanaglia: provo a muovermi, nessun
problema, ho il controllo del mio corpo.
Mi alzo con prudenza e resto fermo a guardare l'orizzonte,
dove il sole comincia a salire. Altri ricordi affiorano, e la
comprensione di quanto accaduto si fa piena. Ripenso alle parole
del vecchio: “Non guardarlo mai negli occhi.”
Quando i nostri sguardi si sono incrociati il drago ha preso il
controllo del mio corpo. Ma io non sono morto. Ero come
addormentato, mentre il drago mi usava per assicurarsi che la sua
prole fosse al sicuro.
È ancora dentro di me? mi domando. Non c'è risposta.
Solo ora realizzo come il mondo mi appaia diverso. Le cose
che osservo sembrano circondate da aloni colorati. Strofino gli
occhi, ma l'effetto non sparisce. Gli oggetti inanimati hanno aloni
appena accennati, ma le creature viventi, siano piante, insetti, o
animali, emettono luci più definite. Apro e chiudo gli occhi a più
riprese, poi mi rassegno: ci vedo comunque bene, anche se la
stranezza della cosa mi fa sentire a disagio.
Un'ombra passa rapida sul terreno. Alzo lo sguardo: un piccolo
drago volteggia su di me.
È uno dei cuccioli, penso. Subito nella mia mente si forma un
nome: Gursak.
Fa ancora un paio di giri, poi, con un movimento fluido e
rapido mi atterra proprio davanti, a pochi passi. Non so come,
capisco che sorride. Il drago splende di luce turchese che muta
mentre si muove. Non so il perché, ma guardandolo provo
affetto, e orgoglio.
«Tu hai ucciso il mio genitore.»
La voce è profonda e le parole sono espresse in una lingua mai
sentita. Eppure le comprendo. Non c'è odio o rancore nella voce
del piccolo drago. La sua è una semplice affermazione.
«Le essenze dei miei avi sono in te. Io le vedo.»
Gursak si fa avanti e mi fissa dritto negli occhi. Dovrei provare
paura, ma i miei sentimenti sono altri: così sostengo lo sguardo
senza timore.
«Quando tu morirai, la tua essenza, insieme a quelle dei miei
avi, dovranno passare in me, e da me per ogni generazione
successiva. Questo è quanto ti dobbiamo, questo quello che ci
devi.»
I suoi occhi sono galassie. Al centro, una stella nera come pece.
Comprendo che le parole appena pronunciate hanno un valore
assoluto: è un giuramento, un vincolo che ci lega, un destino
ineluttabile.
Siamo vicini. Così vicini che le nostre aure si fondono: luce
turchese che pulsa e ci unisce.
Sento un nuovo equilibrio formarsi nel cuore e nella mente.
Una forza che sgorga dal nulla e invade ogni parte del mio essere.
Per ogni domanda che si affaccia, prima che possa finire di
concepirla, dentro di me nasce già la risposta. Rimango in
quest'estasi per lunghi istanti.
Facciamo entrambi un passo indietro. I nostri sguardi si
separano, quasi con dolore.
Poi Gursak prende di nuovo il volo: il cielo è il suo elemento.
So che mi resterà sempre vicino, per tutta la mia vita. Sono suo
padre, e suo fratello. Porto in me generazioni di saggezza,
millenni di errori e tentativi.
Guardo il sole, così basso, all'orizzonte, e mi rendo conto che
non è più l'alba, bensì il tramonto.
Quelli che sono sembrati istanti erano invece ore. Tuttavia non
ho sonno e non provo fame.
Lontano, in direzione di Aledrar, i miei occhi di drago
scorgono bagliori cupi. Trovo ripugnanti quei colori – il male
prospera in quella terra. Rammento lo scopo del viaggio che mi
ha portato su queste colline: Okudar e la mia vendetta. Soppeso,
tra sorpresa e incredulità, i miei nuovi sentimenti: ucciderlo non
mi sembra più così importante.
Rivolgo il mio sguardo verso le colline – emanano lingue di
luce dai mille colori, che solo io, tra gli uomini, posso vedere.
Sento nascere un bisogno che non posso ignorare.
Gursak plana sibilando, quasi toccandomi, e continua a girare
in cielo a formare disegni aggraziati. Lui sa già cosa dobbiamo
fare, ma è paziente e attende volteggiando.
Raccolgo le mie cose, poi con passo fermo mi avvio verso il
cuore delle colline.
Laggiù una nuova famiglia mi attende.
È a loro che devo presentarmi, prima di ogni altra cosa.
7
Ester Trasforini

IL COLORE DELLA GUERRA

Di umano avevano solo l'aspetto. Li chiamavano Dracones,


perché da un drago erano stati creati. Traevano forza dal
vulcano, nella sua lava trascorrevano le notti, e alla luce del sole
scendevano a bruciare i villaggi.
Non avevano sentimenti.
Non ne avevano bisogno.

Zolan rimase accucciato dietro il pozzo. Gli uomini armati di


spada caricavano fendenti sui nemici, mentre i Dracones
rispondevano vomitando fiamme dalla gola. Era una strage.
I tetti di paglia delle case bruciavano, le madri cercavano di
portare i figli in salvo.
Stordito dal fumo, Zolan strinse l'arco.
I cadaveri si accumularono sui sentieri, Dracones mutilati su
uomini ustionati.
Il giovane incoccò una freccia. Tirò. Un Draco fu trafitto al
torace e stramazzò a terra. Zolan allora puntò l'arco verso un
altro avversario. I nemici non l'avevano ancora individuato.
Un bambino dagli occhi di fiamme si avvicinò al sentiero, i
lineamenti distesi. I Dracones non avevano guerrieri:
combattevano tutti, uomini e donne, vecchi e giovani. Nessuna di
queste creature si chiedeva se fosse giusto.
Gor il Calzolaio si avvicinò al bambino, l'arco teso su di lui.
Zolan rimase a guardare. Il piccolo sorrise.
Gor incrociò quello sguardo ingenuo, le braccia tremanti.
Tira, pensò Zolan; ma non poté dire nulla, o l'avrebbero
scoperto. Tira subito!
Il calzolaio abbassò l'arma.
Maledizione!
Il bambino spalancò la bocca. Una lingua di fuoco si riversò sul
volto di Gor.
Zolan strinse i denti. Sentì un grido. Un grido che nella sua
mente si confuse con un altro, molto più acuto, molto più
lontano.
“Aiutami, fratellone!”
Di nuovo.
Il giovane scosse la testa. Puntò la freccia sul bambino e tirò; il
colpo gli perforò la gola.
Distolse lo sguardo, sconvolto.
È giusto così, si disse nella mente. È giusto così. È giusto così.
Lo ripeté ancora, più e più volte, il volto coperto dalla mano.
Loro non sono umani.
Tornò a scrutare i dintorni. Sollevò il capo sul cielo terso.
Per questo vincono sempre.

Il bilancio era disastroso.


Zolan si lasciò fasciare una ferita alla spalla, gli occhi persi nel
vuoto delle macerie della propria casa.
«Io non mi fido di questa storia.» La voce grave di un anziano
attirò la sua attenzione. «Perché se ne sono andati? Avrebbero
potuto ammazzarci tutti.»
«Li abbiamo spaventati, ecco perché» intervenne un ragazzino
con un'ascia tra le mani. «Avranno anche distrutto il villaggio, ma
alla fine se la sono fatta addosso.»
«Non è vero.»
Zolan ruotò il capo sull'uomo che aveva preso parola.
Rogrin il Mercante, steso accanto a lui, si tastò la ferita
all'addome. Cercava di mostrarsi forte, ma mentre parlava gli
sfuggì una smorfia di dolore. «I Dracones non vogliono
conquistarci, vivono solo per portare morte tra gli uomini.
Durante i miei viaggi non ho mai sentito parlare di stermini totali
da parte loro. Oggi si sono trovati in difficoltà, è vero, ma se ci
hanno lasciato in vita è perché vogliono farci soffrire in attesa di
attaccarci di nuovo.» Sputò sangue dalla bocca, la fronte coperta
di sudore. «È una guerra senza fine.»
Zolan scattò in piedi. «Io li inseguo» disse.
«Cosa?» L'anziano dalla voce grave incrociò il suo sguardo.
«Sei uscito di senno?»
«Non preoccupatevi, farò solo un giro di perlustrazione. Non
ho intenzione di farmi vedere da loro, voglio solo assicurarmi che
se ne siano andati davvero.» Recuperò arco e faretra, poi si
incamminò in direzione del bosco. «Sarò di ritorno al tramonto.»

Zolan raggiunse il fiume, la presa salda sull'arco, mentre una


brezza leggera gli scompigliava i capelli.
Nessuna traccia dei Dracones.
Sospirò. Li avrebbe uccisi tutti, se solo fosse stato abbastanza
forte.
Si chinò sull'acqua e bevve, scrutando il proprio riflesso. La
ferita non gli avrebbe impedito di combattere.
Un fruscio gli giunse alle orecchie.
Si voltò di scatto. Non vide nulla.
Un animale?
Il giovane sollevò il braccio ed estrasse una freccia dalla faretra.
«Chi va là?» intonò deciso, caricando l'arco.
Nessuna risposta.
«Fatti vedere, codardo!»
Una figura strisciò fuori da un cespuglio. Zolan le puntò contro
la freccia. Era una ragazza piena di graffi, magrissima, i cui
capelli le ricadevano sul viso in una cascata color cenere. Ma lui
non si lasciò impietosire.
«Alza la testa» sibilò, facendo un passo avanti. «E tieni gli
occhi aperti.»
Lei ubbidì. Due iridi del colore del fuoco lo scrutarono senza
paura.
«Come immaginavo.» Zolan sputò nella sua direzione.
«Quanti siete? Rispondi o ti ammazzo.»
Sul viso della giovane si disegnò un ghignò. «Solo io» rispose.
«Ora uccidimi, se vuoi. Mi faresti solo un favore.»
Lui si accigliò. «E perché mai?»
La ragazza appoggiò le mani a terra e sollevò la schiena. Si
sedette, lo sguardo abbassato. «Ormai sono troppo debole per
creare il fuoco. Fuggendo da un villaggio lontano, tre giorni fa, i
miei fratelli mi hanno lasciato qui. Ma non importa, questo è il
prezzo della guerra. Spero solo che il mio corpo venga trovato e
gettato sul vulcano, dove potrà dare forza al Drago Creatore.»
«Sei stata abbandonata dai tuoi simili?»
«È ciò che ho detto.»
Zolan scosse la testa. «Siete esseri disgustosi, tutti quanti. Loro
ti hanno gettata come un rifiuto, e tu comunque li difendi.»
«Io avrei fatto la stessa cosa.»
Il giovane abbassò l'arco, poi si allontanò verso il fiume. «Hai
ragione, se ti uccidessi ti farei solo un favore. Meriti di morire tra
i morsi della fame.»
«Morirò prima di sete» disse lei. «Anche se qui c'è l'acqua, il
Creatore ci permette di bere solo la lava del vulcano. E come
puoi vedere tu stesso, non ho le forze per tornarci.»
Zolan sollevò lo sguardo. La montagna di fuoco si ergeva
all'orizzonte, la vetta circondata da nuvole grige. Si girò di nuovo
verso la ragazza, il sopracciglio inarcato. «Dunque i mostri come
voi si lasciano morire perché il loro dio non vuole che bevano
acqua?»
La ragazza si mantenne fredda. «È giusto che sia così, se non
abbiamo altra scelta. Non possiamo fare ciò che ci è stato
proibito. Il Creatore ci ha plasmati nella lava e la lava è l'unica via
che possiamo percorrere; noi siamo stati creati per vendicarci
degli uomini, e solo attraverso il fuoco possiamo sterminarli senza
pietà.»
Zolan strinse l'impugnatura dell'arco. «Ma di cosa vi volete
vendicare? È da oltre cent'anni che attaccate i nostri villaggi,
qualunque torto vi abbiano fatto i nostri antenati non riguarda
più le nuove generazioni! Che cosa c'entrano i bambini? Che
cosa c'entro io?»
La ragazza piegò il capo di lato. «Voi umani avete sterminato
tutte le famiglie dei draghi.»
«Come?» Zolan fece scattare lo sguardo altrove. «Stai
mentendo.»
«Non ne avrei motivo» disse lei, il tono tranquillo. «Noi figli
del drago non siamo come voi, non abbiamo bisogno di alcuna
giustificazione per uccidere. Il nostro Creatore fu l'unico della
sua specie a sopravvivere nella guerra tra draghi e uomini e,
poiché non sopportava la solitudine, usò la propria magia per
forgiare un popolo a lui fedele.» Incrociò gli occhi rossi con quelli
del giovane, un lieve sorriso sulle labbra. «A noi, infatti, non
interessano vendette o legami: noi uccidiamo solo per amore del
Creatore. Se non lo facessimo, lui smetterebbe di amarci.»
Zolan ripose la freccia nella faretra. «Dunque è per questo che
non vi importa se un vostro compagno muore? Avevo ragione:
siete dei mostri.»
«Ma siamo i vincitori.» Una raffica di vento le scompigliò i
capelli. «Un giorno il Drago Creatore disse: “ Coloro che si
nutrono del fuoco porteranno la morte, e coloro che si nutrono
dell'acqua porteranno la vita”.» La ragazza sbatté le palpebre.
«Quale dei due popoli, dunque, ottiene più vantaggi in una
guerra?»
Zolan lasciò andare l'arco, poi scattò in avanti e la afferrò per le
spalle. «Dunque è così!» esclamò, e la costrinse ad alzarsi.
Lei cercò di liberarsi generando fuoco dalle dita, ma uscì solo
fumo.
«Ora so qual è per te la peggiore punizione» le disse il giovane
e la costrinse ad appiattirsi contro un albero.
Lei si dimenò, le gambe che scalciavano. Fu tutto vano. Zolan
aprì lo zaino, estrasse una corda e la legò stretta al tronco.
«Ora capirai cosa si prova a soffrire davvero.» Il giovane prese
la borraccia e si avvicinò al fiume.
«No!» gridò la ragazza, e scosse la testa, mentre una goccia di
sudore le scendeva dalla tempia. «Non farlo, è proibito!»
Lui riempì il contenitore d'acqua. Ghignò. «Il tuo corpo è già
disidratato, no? Peggio di così non ti può andare.»
Lei strizzò gli occhi. «Uccidimi. Uccidimi subito!»
Zolan si avvicinò a lei. Il sole stava tramontando dietro il
vulcano, tingendo il cielo di rosso. Era tempo di rientrare.
Le afferrò la mandibola. «Non morirai adesso» disse, e sollevò
la borraccia. «Ma patirai lo stesso dolore di chi ha perduto ogni
cosa.»
Le versò l'acqua in gola. Lei cercò di sputarla, ma questa finì
per andarle di traverso. Tossì, mentre Zolan continuava a
svuotarle il contenitore in bocca.
«Allora, sei contenta adesso? Ho placato la tua sete.»
Si fissarono.
Le iridi di fuoco della ragazza sbiadirono fino ad assumere una
colorazione azzurra.
Zolan sbarrò gli occhi. La borraccia gli cadde a terra.
La figlia del drago abbassò lo sguardo. «Non avresti dovuto
farlo» mormorò. «Fu il giorno in cui ci creò, sai, che il Creatore
ci proibì di bere acqua. Bevendola, infatti, avremmo imparato a
distinguere il bene dal male.»
Zolan indietreggiò. «Ma allora…» sussurrò, le palpebre
spalancate. «Voi potete diventare umani?»
La voce della ragazza uscì in un mormorio. «Le sento» disse,
gli occhi lucidi. «Le emozioni. La paura della morte e la speranza
di poter essere di nuovo libera. Sento che potrei apprezzare
qualcosa di diverso dal Creatore. E tutto questo è terribile.»
«Terribile, dici?» Zolan la scrutò. «Io credo che il tuo dio sia
solo un egoista. Distinguere il bene dal male porta ad amare ciò
che di buono c'è nel mondo, e lui voleva essere il solo a essere
amato. È per questo, secondo me, che vi ha impedito di ottenere
questa conoscenza.»
«Ma lui è il solo a meritare il nostro amore!» esclamò la
giovane. «Io non voglio che questo cambi. Non voglio!»
Zolan scoppiò a ridere. «Benvenuta nel nostro mondo» la
schernì e la risata risuonò isterica per tutto il bosco. «È così che
funzionano le emozioni, sai? Tu puoi sforzarti di non provarle,
perché ti fanno soffrire, ma alla fine ne resterai travolta. Non
puoi evitare di star male quando la tua adorata sorellina ti muore
ustionata tra le braccia, o quando tua madre perde l'uso delle
gambe, o quando tuo padre ti abbandona scappando in un altro
villaggio come un vigliacco.» Zolan strinse i pugni, cercò di
scacciare quei pensieri. «Voi Dracones non avete mai provato
nulla di tutto questo, vero? Bene, ora tu lo proverai. Morirai qui,
sola, portandoti addosso tutto il dolore dei sentimenti.»
Tornò al fiume. Riempì di nuovo la borraccia e recuperò l'arco.
Si avviò verso il sentiero, la cui strada si snodava verso il villaggio,
poi si voltò, decidendo di concedere un'ultima occhiata alla sua
vittima. La giovane aveva il volto rigato dalle lacrime.
«Che cosa mi succede, umano?» gli chiese lei, le gote che
continuavano a bagnarsi. «Non conosco questa sensazione.»
Lui tornò a darle le spalle. «Si chiama tristezza.»
«Tristezza» ripeté lei, scandendo le sillabe. «Non mi piace.»
«Nemmeno a me.» Zolan rimase immobile. «Non piace a
nessuno.»
I singhiozzi della ragazza echeggiarono per il bosco. «Non
importa. È giusto che io la provi. Il Creatore è lontano e io non
posso raggiungerlo.»
Zolan strinse i pugni. Fu un attimo. Estrasse il pugnale e scattò
verso di lei. «Mi hai davvero stancato» sibilò.
La fune cadde a terra.
«Vattene. Prendi la mia borraccia e percorri il sentiero in salita.
Raggiungerai il vulcano in un paio di giorni.» Le mise il
contenitore in mano, mentre lei fissava il giovane con gli occhi
spalancati. «Muoviti, prima che cambi idea!»
Lei abbassò lo sguardo sulla corda tagliata. «Perché l'hai
fatto?»
Zolan sospirò. «Te l'ho appena detto. Non sempre è possibile
controllare le proprie emozioni.»
Una nuvola oscurò il crepuscolo.
La giovane deglutì. «Al vulcano avrò quello che merito. Ho
bevuto l'acqua del fiume, il Drago Creatore non mi amerà più.
Non appena vedrà il colore dei miei occhi, mi ucciderà.»
Zolan si allontanò di qualche passo. Lasciò che il vento gli
soffiasse tra i capelli, mentre il calore bruciante del giorno
lasciava spazio al fresco della notte.
«Allora seguimi.» Un ordine, o forse una richiesta. Non
avrebbe saputo dirlo. «A me non dà fastidio, il colore dei tuoi
occhi.»
Lei sussultò. «Non posso fare una cosa del genere.»
«Dunque, addio.»
Zolan si incamminò, lo sguardo sulla luna appena sorta.
Un fruscio, e dei passi leggeri lo raggiunsero. «Mi odio per
quello che sto facendo, umano.»
Le labbra del giovane si incurvarono in un sorriso amaro.
«Siamo in due.»
8
Martina Scagnolari

LA DOMANDA DI FREY

Per molti anni non ho fatto che realizzare giocattoli nel miglior
modo che conoscessi, svegliandomi prima dell'alba e andando a
dormire solo quando fossi sicuro che ogni bambino, il giorno
seguente, avrebbe potuto gioire di un regalo perfetto. Il mio
nome è Frey e sono il più vecchio giocattolaio del Regno
Sospeso.
Non molto tempo fa, agognavo la perfezione a tutti i costi e,
man mano che la mia vita volgeva verso i suoi ultimi risvolti, mi
chiedevo se il fatto di non aver raggiunto il mio obiettivo mi
rendesse meno meritevole di vivere, giorno dopo giorno. Di
questo ero solito discutere, nel buio della mia bottega, con
ninnoli e balocchi di tutte le fogge, l'unica famiglia che mi fosse
rimasta.
Si faceva buio dietro le vetrate del negozio, mentre i lumi a
olio venivano accesi uno alla volta lungo le vie di Ampharos, la
capitale del Regno Sospeso. Il tram a vapore, che transitava la
strada maestra, percorreva il suo ultimo viaggio verso la stazione
centrale, appena dietro la fabbrica automatizzata Chad & Karlz. I
loro robot a vapore erano famosi in tutto il Regno e quell'anno
avevano venduto più del solito: i due ragazzi, titolari da poco
dopo la morte dei genitori, avevano lanciato una nuova linea di
automi, facendoli somigliare a draghi affusolati che sbuffavano
fumo dalle fauci e da tutte quelle giunture cigolanti prodotte in
serie.
“DragBot multifunzione di Chad & Karlz: fallo fare a loro!” ,
recitavano i manifesti lungo le pareti della fabbrica. Come si
potesse trovare belli o utili degli oggetti tanto mal rifiniti, identici
gli uni agli altri e, allo stesso tempo, difettosi e fragili come il
vetro soffiato, era per me un mistero. Odiavo quei rumorosi
ammennicoli gracchianti e sgraziati, sparsi per la città in
sostituzione di animali domestici, spazzini o addirittura
ornamenti!
Personalmente, trovavo che la bellezza fosse in altre cose. Alla
mia veneranda età, riuscivo ancora a commuovermi nel rosso
tramonto che si rifletteva sulle rifiniture metalliche dei tetti in
coccio, sulle sculture in ferro battuto che circondavano le
colonne del Palazzo Reale e che risalivano, con spirali
arzigogolate, fino alla mastodontica torre dell'orologio con gli
ingranaggi a vista, simbolo di Ampharos e del potere del tempo.
Quell'enorme struttura è sempre stata fonte di ispirazione nella
mia ricerca di ciò che è perfetto: in ogni dettaglio di metallo, in
ogni vite, in ogni singolo ticchettio preciso e ritmico potevo
riconoscere la certezza stessa dell'esistenza; la confortante
immutabilità del tempo, frutto della saggezza degli antichi
Draghi.
Ogni informazione certa sull'avvento del Cataclisma è andata
perduta, ma sia la letteratura che la saggistica erano concordi
nell'affermare che furono i Draghi a salvare la nostra gente
quando il pianeta si spaccò e la terra cominciò a sollevarsi verso il
cielo. I rettili maestosi che ci avevano governati con benevolenza
per un tempo incalcolabile ebbero pietà di noi: radunarono più
rocce che poterono e, con la magia tipica della loro razza divina,
fecero in modo che potessero fluttuare per sempre, oltre le nubi,
al riparo dalla distruzione che ancora si consuma sotto di noi. I
Draghi ci aiutarono a erigere le città che ci avrebbero ospitato per
secoli: Neflux, Maiarna, Zeldania e Ampharos, designando
quest'ultima come capitale del nuovo regno. Il Culto del Drago,
la religione nata in onore delle divine creature, ha eretto templi
maestosi in loro ricordo e stilato rigide regole a cui chiunque
deve sottostare.
I Draghi diedero al nostro popolo non solo la salvezza, ma
anche la conoscenza per la costruzione delle macchine e ci
concessero l'ultimo soffio della loro magia per fare in modo che i
marchingegni vitali per la nostra specie funzionassero in eterno.
In memoria di questo loro sacrificio, esiste un solo dettame nel
Regno Sospeso che nessun sovrano si sognerebbe mai di
contraddire, tanto sarebbe il disonore che porterebbe alla sua
stirpe: la Domanda dell’Ultimo Soffio, l’unica richiesta che non
può essere rifiutata, l'unica possibilità per un uomo di
raggiungere la consapevolezza definitiva riguardo l'argomento
che egli consideri il più caro in assoluto. Una vecchia diceria
narra che, nell'istante in cui qualcuno cominci a pensare alla
Domanda, la sua vita si consumi di sette lustri.
In un certo senso, fu proprio l'argomento del tempo che mi
convinse a porre la mia Domanda. Il mestiere del giocattolaio è
infatti ricco di pazienti attese: la perizia delle costruzioni
meccaniche non è diversa da quella della calibrazione di un
orologio. Lavorando saltuariamente per il Tempio di Ampharos
come manutentore degli ingranaggi, mi ero sempre chiesto per
quale motivo, per costruire gli orologi di corte, non fosse stato
utilizzato lo stesso metodo con cui venne realizzata la torre del
Palazzo Reale, in modo da renderli ugualmente efficienti, precisi
e inarrestabili.
Una sera in cui la mia vita, ormai fatta di routine e solitudine,
mi sembrò particolarmente vuota e insignificante, tirai fuori dal
cassetto del bancone un plico di carta da lettere, penna e
inchiostro. Scrissi la mia richiesta con quanta più cura potessi,
feci più di una copia e scelsi quella più pulita e dalla carta meno
logora, la imbustai e la riposi con attenzione nella mia borsa di
cuoio. Al momento della chiusura del negozio, una leggera
nebbia si stava diramando per le vie di Ampharos. Uscendo
qualche minuto prima del solito, vidi alcuni di quei grotteschi
draghi meccanici arrampicarsi sui lampioni lungo le strade e
accendere i lumi con uno sbuffo di fiamma emesso dalle fauci
metalliche. Sorrisi amaramente ammettendo che, dopo tutto, si
trattava comunque di un progetto ingegnoso e appariscente. Mi
incamminai lungo la strada incespicando sul ciottolato umido e
raggiunsi la torretta postale numero cinquantadue, uno sgraziato
cilindro di piombo all'angolo di due vie secondarie. Tirai fuori
dalla borsa la lettera e, facendo attenzione che non si bagnasse, la
infilai nella fessura con la scritta Missive Amministrative. Ricordo
che mi soffermai a fissare la torretta postale, quasi stessi
aspettando una risposta immediata.
Un clangore metallico mi riscosse all'improvviso,
spaventandomi non poco. Alzai lo sguardo e ciò che vidi mi
sorprese e mi imbestialì allo stesso tempo: uno di quei maledetti
robot della Chad & Karlz se ne stava appeso a testa in giù,
fissandomi con i suoi piccoli occhi di lampadina. Erano rossi, a
dir poco inquietanti e avevano un non so che di interrogativo. In
pochi istanti scese di un paio di metri, tintinnando gli artigli
lungo la grondaia e appollaiandosi sulla torretta postale. Mi fissò
di nuovo e, con movimenti a scatto che provocarono cigolii e
sbuffi di vapore, aprì il ventre di piombo del suo inusuale
trespolo facendo scattare la serratura con un abile movimento di
unghie. Prese tutte le buste tra le fauci e volò lontano, verso il
Palazzo Reale. Rimasi interdetto, fissando con amarezza il punto
in cui il robot era scomparso nella foschia. Con un potente
rintocco, la torre dell'orologio mi fece rinsavire, ricordandomi
ancora una volta quanto fossi diventato vecchio.
La risposta del Palazzo Reale non si fece attendere a lungo. La
missiva, sigillata con ceralacca dorata, arrivò in circa due
settimane: la Corte mi concedeva il privilegio di parlare con il
Consiglio Regio e di porre la Domanda il quinto giorno dopo
l'equinozio di primavera.
Decisi che avrei affrontato il viaggio a piedi, evitando il rumore
del tram e il vociare dei tanti passeggeri. Pensai di godermi
l'architettura intricata e spettacolare della città, oltre alla bellezza
dei palloni aerostatici che si dirigevano al porto più a sud. In una
giornata del genere sarebbe stato facile vedere le punte dei
grattacieli metallici di Neflux in lontananza. Camminando a
passo spedito lungo la via principale, mi beai della frenesia del
resto della capitale: uomini distinti in bicicletta, donne con i
cappellini colorati cariche di borse per la spesa, qualche DragBot
intento a condurre i bambini a scuola. Io, a differenza di tutti
loro, potevo percepire ogni singolo secondo che scorreva sulla
nostra pelle e me ne rallegrai.
Giunto davanti al Palazzo Reale, cominciai a sentirmi un
tantino intimorito. Rammento di aver portato la missiva alla
guardiola davanti al grosso portone intarsiato. L'uomo,
impeccabile nella divisa della Guardia Reale, controllò i miei
documenti senza fiatare, inviando le informazioni tramite
telegrafo e mi fece cenno di attraversare l'ingresso. Lievemente
confuso, mi diressi verso la porta in legno e ferro battuto. Un
forte clangore annunciò l'avviamento del motore che aprì
l'imponente soglia, permettendomi di entrare.
Appena messo piede nel salone del palazzo, altre guardie mi
raggiunsero per scortarmi verso la Sala del Trono. Non ebbi il
tempo di guardarmi attorno e riuscii a malapena a scorgere
arazzi, dipinti sacri e sculture di ogni genere. Molte di quelle
opere d'arte erano affiancate da monumentali marchingegni a
vapore, probabilmente atti alla pulizia e allo spostamento
periodico delle opere meno delicate. Scorsi anche orologi,
moltissimi orologi... una moltitudine tale che mi prese la
fissazione di volerli contare tutti, se solo ne avessi avuto il tempo.
Entrare nella Sala del Trono implicò una lunga e noiosa serie di
protocolli di comportamento, tanto che mi chiesi se non stessero
cercando una scusa per farmi invecchiare un po' di più. Nella mia
mente, però, c’era spazio solo per l'argomento della Domanda,
quello che bisognerebbe ponderare a lungo, pur tentando di non
pensarci mai; ma il pensiero di ciò che avrei chiesto mi era
sempre stato chiaro e preciso, come la somma esatta di tutta la
mia vita.
Il Re sedeva su un alto trono, reso ancora più imponente dalle
grandi sculture in oro ai suoi fianchi: due draghi dallo sguardo
benevolo. Uno di essi guardava in basso, verso il passato e le
nostre origini, l'altro guardava in alto, verso il futuro e la
speranza. Ai piedi del trono, fasciati in lunghe tuniche bianche e
con buffi cappelli conici, due Sacerdoti del Culto del Drago mi
squadravano con aria solenne. All'improvviso, mi resi conto che
tutte le persone nella sala si stavano preparando per una
cerimonia antica e importante... tutte, tranne me. Io ero lì per la
pura curiosità di un vecchio artigiano e me ne vergognai.
«Che la Domanda dell'Ultimo Soffio venga palesata, davanti al
Re e agli spiriti degli antichi Draghi!» proclamò uno dei
Sacerdoti.
Mi schiarii la voce e feci un passo in avanti. Non sapendo di
preciso chi avrei dovuto guardare mentre parlavo, cominciai
fissandomi le punte dei piedi.
«Ehm, ecco... il mio nome è Frey Jhanous e sono qui per porre
la Domanda dell'Ultimo Soffio. Sì, ehm... ecco... Il mio quesito, a
dire il vero, riguarda la torre dell'orologio.»
Incespicai e la mia voce risuonò stridula. Quando ebbi il
coraggio di alzare lo sguardo, potei vedere con chiarezza uno dei
Sacerdoti sbuffare sotto i folti baffi bianchi. Il Re, tuttavia, mi
stava osservando con compassione, aspettando pazientemente
che parlassi.
«Coraggio,» mi esortò «di cosa si tratta?»
Sospirai e strinsi le mani dietro la schiena.
«Vorrei sapere... come funziona, in ogni dettaglio, la torre
dell'orologio?»
Ecco, l'avevo detto. La mia Domanda poteva sembrare una
delle più irrilevanti mai poste nella Sala del Trono, ma mai mi
sarei aspettato la reazione che ne seguì.
I Sacerdoti sgranarono gli occhi, si guardarono per qualche
istante e, dopo essere corsi l'uno verso l'altro, cominciarono a
confabulare a bassa voce. A questo comportamento irrispettoso,
il Re si irritò e si indignò, divenne paonazzo e prese a muoversi a
disagio sul suo trono, battendo le mani per richiamare
l’attenzione dei Sacerdoti.
«Signori! Contegno durante la cerimonia!»
I due uomini si acquietarono, ma i loro volti rimasero turbati.
«Mio caro Frey, la Domanda che tu hai posto va al di là della
mia povera comprensione, poiché io di tecnica e ingegneristica
non mi intendo. Tuttavia, questa Corte non ha mai negato la
conoscenza a chi la richiedesse. Per questo motivo, sei ammesso
nella Sala Privata del Tempio del Drago, luogo dove potrai
trovare risposta all'argomento che tanto ti sta a cuore.»
I Sacerdoti si sbracciarono, cercando di attirare l'attenzione del
sovrano e biascicando qualche frase di circostanza. Mi chiesi se
non avessero bevuto un po' troppo liquore consacrato.
Per ordine del Re, venni condotto all'interno di una stanza
piccolissima, adornata solo di qualche candeliere utile a
malapena per vedere a un palmo dal naso. In mezzo alla saletta
era posta una scultura circolare, raffigurante un enorme occhio
squamoso, chiuso e circondato da un anello dorato. Il sovrano
diede l'ordine di lasciarmi solo, poiché si trattava di un luogo
sacro e la risposta alla Domanda doveva essere un rito personale.
Ritenni più probabile che il Re volesse fare una lavata di capo ai
Sacerdoti i quali, fino al momento in cui venni lasciato solo, non
fecero altro che lamentarsi e tentare di trovare scuse perché
nessuno rispondesse al mio quesito. Lo dichiararono stupido e
irrispettoso, nonché tentarono di appellarsi alla prerogativa di
accesso esclusivo dei Sacerdoti. Il sovrano si infuriò a tal punto
che gli venne il naso tutto rosso.
Non me ne curai più di tanto, dato che non vidi nulla di male
nella mia Domanda. Tuttavia, mi amareggiai della poca
professionalità che i due uomini avevano dimostrato nei miei
confronti e mi convinsi ancor di più che i miei tempi se ne
fossero andati per sempre.
«Vorrei sapere come funziona, in ogni dettaglio, la torre
dell'orologio di Ampharos» dichiarai alla scultura, così come mi
era stato detto di fare.
In un istante, l'occhio si aprì e prese a fissarmi. Era giallo, con
la tipica pupilla da rettile. Un vero e proprio occhio di Drago!
Rimasi affascinato e mi chiesi quale artigiano avesse potuto
fabbricare un simile gioiello della tecnica. Tuttavia, dopo pochi
istanti, mi resi conto che nessun uomo, di nessuna città e
professione sarebbe mai potuto arrivare a tanto. L'occhio era
vivido, umido... triste e sofferente. Mi guardò sferzandomi
l'anima, mentre una voce atonale cominciò a rispondere alla mia
Domanda dell'Ultimo Soffio.
«La Domanda che poni ha risposta profonda e di difficile
comprensione, ma tu, mio caro figlio del cielo, hai condotto la
tua ricerca per tutta la vita. Hai così immolato il tuo tempo al
tempo stesso, agognando una perfezione che non è propria della
tua razza. È per questo che io, ultimo dei Draghi, ti concederò
ciò che tu mi chiedi.»
La creatura fece una pausa e, nel vuoto che le sue parole
lasciarono nella mia mente, mi sentii solo, triste, frustrato,
rinchiuso in una prigione che, percepii, non era affatto la mia.
«Nel tempo in cui vivevamo ancora sulla terra insieme agli
uomini, essi non ci amavano, né ci veneravano, né noi potevamo
regnare sui loro possedimenti, come altri ti hanno fatto credere.
Eravamo piccoli, grandi, di diverse fattezze, ma ognuno di noi
era preda rara e molto ambita. Gli uomini bramavano a tal punto
il nostro tesoro che finirono per odiarlo in maniera viscerale e
implacabile, poiché, per quanti di noi uccidessero, esso rimaneva
per loro irraggiungibile. Il Cataclisma che distrusse il nostro
mondo fu causato da un'arma antica, potente e distruttiva...
un'arma degli uomini. Quando noi Draghi scappammo verso il
cielo, essi ci inseguirono con le loro navi volanti e si arpionarono
alla nostra pelle.»
Il Drago mi trasmise rabbia, ma anche infinita stanchezza.
Faticai a digerire quel racconto raccapricciante: avevo chiesto i
dettagli della costruzione di un orologio e mi venivano fornite le
informazioni riguardanti il tempo stesso. Provai un intenso
desiderio di fuggire, ma la curiosità morbosa che mi aveva spinto
a porre la Domanda mi tenne saldo sulle mie gambe.
«Il tesoro che possedevamo e che l'uomo agognava sopra ogni
altra cosa era la Magia. Un segreto antico che ci permetteva di
librarci sinuosi anche in condizioni imperfette, che ci faceva
mutare pietre e metalli a nostro piacimento e che ci garantiva la
conoscenza del funzionamento di ogni oggetto o essere vivente.
L'arma fu un tentativo fallito di replicarla e quando foste vicini
all'estinzione diventaste anche più crudeli e affamati.»
Cominciai a provare un terrore smisurato, un senso di
colpevolezza che mi provocò un forte disagio. Pensai di
giustificarmi o addirittura di smentire le parole del Drago, ma mi
resi conto che ero troppo insignificante per avere voce in
capitolo.
«Tu mi vedi adesso come una parte del passato che ero.
Morimmo, uno dopo l'altro, per mancanza di cibo o sotto i colpi
famelici degli uomini. Non seppi che fu la fine sino a quando non
decisi di posarmi su una landa desolata e fluttuante oltre le nubi,
ciò che fu Ampharos prima del suo nome. Un uomo, uno come
te consumato dalla curiosità e dalla ricerca di ciò che è perfetto,
ebbe la meglio sulle mie stanche membra. Mi fece a pezzi, studiò
ogni singolo centimetro del mio corpo e su di esso costruì la città
che tu oggi conosci. Vuoi, dunque, sapere come funziona la torre
dell'orologio e perché non abbia mai sbagliato un rintocco?»
Mi dissi che no, in fondo non mi interessava più, che forse
avrei potuto tornarmene a casa, comprare anche io uno di quegli
orrendi DragBot e vivere felice nell'ignoranza, assistito da uno
stupido pupazzo cigolante anche per alzarmi dal letto. Invece,
annuii.
«Il cuore di un Drago, il mio cuore, batte all'interno degli
ingranaggi della torre. Le ali di un Drago, le mie ali, tengono
sospesa Ampharos e le impediscono di cadere nel vuoto. Il fuoco
delle mie membra scorre nel sottosuolo dell'isola sospesa,
alimentando il vapore dei vostri marchingegni. E l'occhio di un
Drago, il mio occhio, è ciò che rimane della Magia e della
conoscenza che tutto questo tiene insieme.»
L'informazione arrivò dritta e forte come un pugno allo
stomaco. La perfezione che tanto avevo rincorso non solo era
una menzogna, ma era anche macabra, sporca e infinitamente
crudele. L'inaspettato, tuttavia, arrivò in seguito, quando la
palpebra dell'occhio si mise a battere rapida, come se tentasse di
liberarsi di qualcosa che l'infastidiva. Ebbi la vivida impressione
che il Drago stesse cercando di piangere, ma che non ne fosse in
grado.
«Ti prego» mi supplicò «uccidimi.»
Non disse altro per un tempo che mi parve interminabile. Mi si
smorzò il fiato: provavo pena per quella creatura martoriata, per
il suo passato di sofferenza e per il suo misero futuro. Tuttavia,
ciò che mi chiese fu di condannare a morte tutti i miei simili.
Come si aspettava che io, un povero giocattolaio, potessi
prendere una simile decisione?
«Hai risposto alla mia Domanda» gli dissi «ti ringrazio.»
Mi voltai e feci per imboccare l'uscita, ma non potei fare a
meno di udire le sue ultime parole.
«Uccidimi, Frey... Distruggi il meccanismo dell'orologio e
ferma il mio cuore una volta per sempre.»
Distruggere il meccanismo e morire, uccidendo tutti gli altri
con me. Oppure ignorare ciò che avevo saputo e vivere i miei
ultimi anni con lo sguardo di un vecchio disperato fisso nella
mente. Un vecchio solo, senza più uno scopo, senza più la gioia
di svegliarsi ogni giorno e trovare la forza di andare avanti. Un
vecchio come me.
Un tempo, non troppo lontano, agognavo la perfezione e
cercavo di raggiungerla a ogni costo, ma la scelta di salvare
l'ingranaggio perfetto è un fardello troppo pesante per le mie
insignificanti spalle. D'altra parte, optare per la distruzione
dell'orologio condannerebbe a morte non solo il Drago, ma anche
migliaia di persone. Se invece lo rendessi imperfetto, tanto da
farlo rallentare e perdere un rintocco, se addormentassi il Drago
e così spingessi gli abitanti della città a interrogarsi sul loro
futuro, su ciò che dovrebbero fare per sopravvivere mentre la
città comincia a sprofondare lentamente, giorno per giorno? È
questa, infine, la Domanda di Frey.
Ai miei genitori
BIOGRAFIE
In ordine di apparizione...

STEFANO CARIDDI

Classe 1989, Stefano Cariddi si interessa fin da bambino alle


scienze. Tre sono gli argomenti a cui si dedica con maggior
passione: i dinosauri, l'egittologia e l'astronomia. Per il suo quinto
compleanno, il nonno decide di farlo felice: non potendo
regalargli un cucciolo di dinosauro, né ritenendo saggio
organizzare una spedizione nella Piramide di Cheope, gli dona il
suo primo telescopio. È l'inizio di un amore. Stefano ha
attualmente conseguito due lauree in astronomia e sta studiando
per la terza, il Dottorato di ricerca.
La passione per la lettura e tutto ciò che è fantasy e
fantascienza nasce con Harry Potter e la Pietra Filosofale , che
scopre all'età di undici anni. I mostri giunti dal cielo è il suo
racconto di esordio.
FEDERICA SOPRANI

Federica Soprani vive a Parma, cercando di coniugare da anni


la passione per la scrittura col lavoro presso uno studio grafico, e
la gestione di una famiglia che ha più zampe che arti.
Si è laureata in lettere moderne con una tesi dal titolo La
figura del Vampiro nel Teatro tra '800 e '900.
Ha pubblicato racconti in antologie, riviste e periodici.
Sui principali store on line sono disponibili in formato e-book i
racconti della serie poliziesco-vittoriana Victorian Solstice
(www.victoriansolstice.it), scritti con Vittoria Corella e pubblicati
da Lite Editions.
Il suo romanzo Corella, l'ombra del Borgia (www.corella.it) ha
vinto il Premio Letterario Mondoscrittura 2013.
Ha pubblicato con Lettere Animate, collana I Brevissimi, Il
bacio del mullo, e nell’antologia Diari del Sottosuolo, a cura di
Diario di pensieri persi, Dancing with Roger: entrambi i racconti
sono stati finalisti al Premio Chrysalide Mondadori 2013.
Il suo sito è www.federicasoprani.it
ILARIA PASQUA

Ilaria Pasqua nasce a Roma e si laurea alla magistrale del


Dams. Da sempre coltiva la passione per il cinema e la
letteratura, ma anche per la scrittura che ha il tempo di
approfondire durante gli anni dell'università. Da quando ha
ricevuto il primo sì e ha capito che poteva davvero scrivere non
solo per se stessa non si è più fermata.
Ha messo in piedi un sito internet con un blog in cui si diverte
a pubblicare recensioni e cerca di dare voce a tutte le idee che la
braccano.
“Il bambino nascosto nel buio”, il suo primo romanzo, è in
pubblicazione con La Ponga Edizioni, “Le tre lune di Panopticon
– Anime Prigioniere” è uscito a maggio 2014 per Lettere Animate
Editore che ha pubblicato anche il racconto “Quel sigaro”
nell'antologia “Aquarium”. Con Nativi Digitali Edizioni ha
pubblicato invece i primi due volumi della trilogia “Il giardino
degli aranci” (“Il Mondo di Nebbia” e “Il Mondo del Bosco”), e
il racconto “You Make Me Feel So Young” nell'antologia
“Musica in Lettere”.

Website:www.ilariapasqua.net/
Linkedin:https://www.linkedin.com/in/ilariapasquascrittrice
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Goodreads:https://www.goodreads.com/author/show/7086842.
Ilaria_Pasqua
LORENZO FRANCHI

Lorenzo Franchi, classe '88, farmacista e appassionato di storia


e genealogia. Scrive e legge nei ritagli di tempo concessi dai turni
di lavoro.
CINZIA FERRARA

Cinzia Ferrara nasce il 12 marzo 1992 a Cuneo.


Vive per otto anni in un piccolo paesino in provincia di Cuneo e
successivamente si trasferisce con la sua famiglia in Liguria, per la
precisione a Ventimiglia, una piccola città al confine con la Francia.
La sua vita è suddivisa tra lo studio e il lavoro da babysitter. Nel
tempo libero si diletta a inventare racconti fantastici da raccontare agli
amici.
Iscritta al Liceo Scientifico, passa l'esame di maturità con il
massimo dei voti.
Ora frequenta le lezioni all’università di Pisa.
Durante gli studi all’Università ha partecipato a vari concorsi
letterari sfruttando le idee nate nell’adolescenza.
MARIO PACCHIAROTTI

Mario Pacchiarotti è romano di nascita e vive ad Albano Laziale


insieme alla moglie, la figlia e un numero imprecisato di gatti.
Informatico per passione ha sempre amato leggere, a tal punto che da
bambino finiti i romanzi a disposizione si è divorato allegramente un
paio di enciclopedie. Gli spacciatori di libri usati hanno poi mitigato la
sua fame di carta in cambio di larghe fette della sua paghetta
settimanale.
Ha pubblicato negli anni '90 due racconti poi riproposti insieme a
un terzo nel 2013 nel volume indie, Madre Terra.
Per molti anni si è limitato a inventare storie per accompagnare i
suoi sogni notturni (e qualcuno di quelli diurni) e solo recentemente
ha deciso di condividerle attraverso la scrittura.
Il suo blog è Pagine Sporche.
ESTER TRASFORINI

Ester Trasforini è nata a Ferrara nel 1990. Da sempre appassionata


di fantastico, crea storie immaginarie da quando era bambina e adora
immergersi in altri mondi. A causa di questo la rimproverano spesso
di avere la testa tra le nuvole, da ben prima di scoprire che tra gli
aspiranti scrittori fosse un cliché.
Le dispiace che in questo mondo non esistano i draghi, ma si
consola con i gatti.
Nel 2012 si è classificata terza al concorso "Storie di confine" con il
racconto fantasy umoristico "Coemgen", e da allora ha partecipato a
vari concorsi letterari ottenendo buoni risultati.
Sul web gestisce un forum sulla narrativa fantastica, che però non ama
associare al proprio vero nome, il che rende abbastanza inutile
quest'ultima parte della biografia. Potete tuttavia contattarla su
Facebook alla pagina "Le storie di Ester Trasforini", dove è sempre
disponibile ad ascoltare i pareri dei lettori.
MARTINA SCAGNOLARI

Martina Scagnolari, nata ad Asolo (TV) nel 1987, cresce e vive tra
Bassano del Grappa e Cortina d’Ampezzo, dove coltiva il suo amore
per le montagne, la lettura e le storie fantastiche.
Si laurea a Venezia in lingue orientali, sperimentando le meraviglie
dell'esotismo asiatico nelle forme di legislazione, letteratura ed
economia. La sua tesi, focalizzata sulla localizzazione linguistica e
culturale del Cool Japan in Italia, rivela la sua passione per la scrittura
anche sotto forma di ricerca e trasformazione della lingua stessa.
Attualmente vive a Milano dove frequenta il master di Art
Direction & Copywriting del Politecnico.

Ringraziamenti di Martina:

Desidero ringraziare Francesco, per l'amore e il supporto che mi ha


dimostrato in ogni momento; Ylenia, per essere un'amica fidata e da
sempre la mia prima lettrice; Paola e Martina, per avermi sempre
incoraggiata a non mollare mai il mio sogno di scrittrice.