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Ricordando Robert Brasillach - A 75 anni dalla morte del poeta francese riproponiamo uno scritto

di Pino Tosca pubblicato sulla rivista "Adsum", bollettino informativo del CTC.

BRASILLACH,
il poeta dell'amicizia

Il 6 febbraio '45, Robert Brasillach cadeva fucilato dai gollisti al Forte di Montrouges. Dopo la
raffica del plotone di esecuzione, l'avvocato Isorni si inchinò sul suo cadavere e, su un foglio di
carta, raccolse la grossa goccia di sangue che colava dalla sua fronte. In quel giorno, con Brasillach,
l'Europa stessa moriva.
La morte tragica del poeta, fece sì che intorno alla sua scomparsa si formasse pian piano un circolo
caldo di affetto ed ammirazione. Leggendo la pagine de "I sette colori" o le liriche di Fresnes,
giovani di ogni contrada d'Europa, venuti dopo la bufera della guerra, che non lo avevano
conosciuto in vita, avevano cominciato ad avvicinarsi ai suoi scritti.
L' "amico Brasillach", il poeta assassinato, che con la sua vita e la sua morte aveva rievocato la
tragedia di Andrea Chenier, suo e nostro "fratello dal collo mozzato", trascinato anch'egli al
patibolo dai carnefici giacobini, ci aveva insegnato il valore dell'Amicizia.
Brasillach scriveva nel 1941: "il cameratismo è il frutto più bello del dolore degli uomini. Nasce nel
combattimento, nella guerra, nasce nella prigione. Non nasce, per essere precisi, dalle idee. O
piuttosto le idee non prendono peso e valore che quando sono chiaramente incarnate nei corpi
umani, quando sono vissute da dei camerati. Noi avremo conosciuto questo privilegio".
Da quando Knut Hamsum, Premio Nobel norvegese, non ebbe alcun timore a proclamare davanti ai
suoi giudici: "fra un secolo i vostri nomi saranno dimenticati. Ma quello di Brasillach non lo sarà
mai ", la più pura gioventù del Vecchio Continente gli si è stretta intorno, come ad un fratello
maggiore. In Italia, Luciana Marrani, conseguiva a Bologna la laurea con una tesi sull'opera di
Brasillach. In Germania, il professor Karl Epting faceva studiare ai suoi allievi i "Poemi di
Fresnes". Dalla Spagna, J.L. Gomez Tello, indirizzava alla memoria del poeta la sua commovente
"lettera postuma".
Henri Massis così ha scritto di lui: "E' stato la giovinezza di tutta una parte della sua generazione. E
con la sua apparizione sfolgorante, un poco misteriosa, questa gioventù ha preso coscienza si sè
stessa, dei suoi primi fervori, delle sue intramontabili amicizie". Per quella gioventù ardita ed un po'
beffarda, che fu anche quella di Szalasy e Pallotta, di Codreanu e Josè Antonio, Brasillach cantò gli
entusiasmi, gli ardori, le speranze, le passioni, i dolori e le nostalgie di quelli che come lui non si
erano arresi. Per quei giovani, Brasillach descrisse ne "I sette colori" l'atmosfera delle adunate:
"...Garriscono al vento le bandiere. Non un canto, non un rullo di tamburo. Regna il silenzio più
straordinario allorché appaiono, ai bordi dello stadio, dinnanzi a ciascuno degli spazi che separano i
gruppi bruni, i primi ranghi dei portabandiera. L'unica luce è quella della cattedrale, irreale ed
azzurra...".
Per quei giovani, con il suo stile avvincente, descrisse in "Notre Avant-Guerre" la candida genuinità
che credeva di aver trovato nell'Italia di Mussolini, nel sorriso dei Balilla in camicia nera in cui
"degli avanguardisti di quindici anni, dei fascisti di venticinque guidano questi gruppi ridenti, ed
insegnano loro l'inno di un Paese che ha scelto come motto di marcia la parola Giovinezza".
Poi la Spagna, densa di passioni, la Spagna del Cid e degli hidalgos, dei Requetes e della Falange. E
Brasillach ci raccontò la sua ultima avventura, ricamando le sue speranze coi colori rosso-oro di
Castiglia y Lèon, descrivendoci il sole delle città iberiche, da Segovia "romana e quasi sconosciuta,
dolce e viva, per essere indimenticabile per quanti ne hanno respirata l'aria fresca" a Zocodover:
"Zodocover dai cento balconi, gialla e verde, tutta un rumore di gioia..." Tutto ciò ha descritto con
l'amore passionale e metafisico della "notte di Toledo" e con la figura eroica di José Antonio.
Brasillach fu poeta e romanziere di una realtà destinata a morire fucilata con lui. La sua "poesia del
ventesimo secolo" così volle raccontarcela: "I fanciulli che saranno poi giovani di vent'anni,
apprenderanno con oscura meraviglia questa esaltazione di milioni di uomini, i campi della
gioventù, la gloria del passato, le sfilate, le cattedrali di luce, gli eroi pronti alla lotta, l'amicizia tra
le gioventù delle nazioni ridestate, Josè Antonio, il Fascismo immemso e rosso...".
Quel "mondo vecchio" che lui aveva creduto sepolto per sempre, è sempre quì, onnipresente, è il
Potere, con il suo grigione, la sua ipocrisia, la sua viltà.
Brasillach ha voluto lasciare a tutti i suoi "amici", ai "ragazzi della classe '40", ai "giovani tristi" di
questo dopoguerra, il suo testamento spirituale. Quella "Lettera ad un soldato della classe '40", che
egli scrisse dal fondo della cella di Fresnes è stato il dono più bello del poetra ammazzato. A
cinquantadue anni di distanza da quel 6 febbraio, non possiamo non commuoverci nel leggere che
egli, il poeta dell'amicizia, mentre stava per essere ucciso, affidava a noi la custodia delle uniche
virtù in cui aveva sempre creduto: la fierezza e la speranza. Ed i "Poemi di Fresnes" sono l'ultima
parte di questo messaggio. Questo è il Brasillach che più ci attira: quello che, con sette chili di
catene strette alla caviglie, continua virilmente a sorridere, ad amare, a combattere.
Georges Albertini narra di quando era anch'egli detenuto a Fresnes, nello stesso braccio di
Brasillach. Una sera un detenuto politico di nome Touraine, si aggrappò alle sbarre della cella, e
con una voce possente cominciò a recitare i versi del "Testamento di un condannato". I prigionieri
erano tutti alle sbarre delle finestre, l'orecchio teso e le lacrime agli occhi. Robert Brasillach,
incatenato nella sua cella, sentiva che il messaggio dei suoi versi veniva raccolto. Al termine,
nessuno applaudì. Poi, scoppiarono grida di "Buona sera, Robert!", "Grazie!", ed anche
"Coraggio!". "Fuori la stoltezza già si bagna di rosso sangue/ Ed il suo nemico già si crede
immortale/ Ma egli spera solo nel lungo avvenire del suo potere/ E le nostre sbarre, O Signore, non
riescono ancora/ A nasconderci il cielo".
Lo ammazzarono perchè era giovane, entusiasta, fiducioso e sincero; perchè credeva al valore
dell'amicizia, della lealtà, della fedeltà, dell'onore. Valori inconcepibili nel mondo del dio Denaro e
della democrazia borghese.
François Brigneau ha confessato che incominciò a disprezzarsi il giorno in cui si era accorto che
non avrebbe mai avuto il coraggio di uccidere coloro che avevano ucciso Brasillach.
Ma Brasillach, per primo, non li avrebbe mai uccisi

Pino Tosca

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