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LA CIRCOLAZIONE DEL MODELLO DEI DIRITTI DELLA PERSONALITà IN

ITALIA:

l'evoluzione nel modello italiano dei diritti della personalità ha risentito


dell'interazione con i modelli d'Oltralpe, prima francesi e poi tedeschi. Infatti per gran
parte del diciannovesimo secolo non diversamente da quanto accaduto in Francia, la
problematica della tutela dell'individuo nella duplice dimensione corporea e
intellettiva era rimasta estranea alle riflessioni dei civilisti e confinata alle digressioni
di carattere giusfilosofico sui diritti innati. Nell'ambito del diritto privato, le uniche
notazioni riguardanti gli attributi corporei e immateriali della personalità erano legate
al dritto di proprietà, mantenendo però il discorso sembra una venatura filosofica.
Tale quadro iniziò a mutare sul finire del secolo anzitutto per la circolazione della
dogmatica tedesca dei diritti della personalità e poi per l'esperienza in tema di
contratto di lavoro subordinato. Questi due fattori portano, nel diritto italiano, la
persona umana al centro della riflessione del giusprivatista. Infatti la circolazione in
Italia del modello dei diritti della personalità ha seguito due direttrici principali, la
traduzione e il commento delle opere dei pandettisti e poi l'analisi e il confronto
critico con le teorie personalistiche sul terreno specifico del diritto commerciale e
industriale. Dal primo punto di vista assumono rilievo centrale la pubblicazione del
Sistema romano attuale di Savigny, del Corso delle istituzioni di Puchta e soprattutto
del diritto delle Pandette di Windscheid. Sono le note redatte da Carlo Fadda e Pier
Emilio Bensa a commento di questa ultima opera che realizzano la prima grande
divulgazione del dibattito tedesco presso il pubblico italiano. Delle ipotesi avanzate
dai giursti tedeschi, Fadda e Bensa si mostrano convinti estimatori, aderiscono
all'idea per cui i beni della persona possono costituire oggetto di diritti soggettivi
privati, ma rifiutano di estendere tale categoria dei diritti della personalità al di là dei
beni connotati dall'inerenza all'individuo. Gli scritti di questi due giuristi italiani
aprirono un vivace dibattito sull'argomento. In particolari i primi studi monografici in
materia furono redatti ad opera di Valerio Campogrande nel 1896 e di Adolfo Ravà
nel 1901. il primo autore concentra la propria attenzione solo sulla questione del
diritto sul proprio corpo e della sua disponibilità. Egli dunque si occupa della
tradizionale costruzione dello ius in se ipsum rivisitata attraverso la dogmatica, egli
affermava non tanto un modello di libertà, quanto di proprietà della persona, infatti
come tutte le proprietà anche lo ius in se ipsum doveva ritenersi alienabile e
disponibile. Tale visione però mirava a consolidare le disparità del potere sociale tra i
soggetti e a legittimare situazioni di sfruttamento della donna e di altri soggetti
deboli. Per tale ragione Adolfo Ravà , intellettuale di ampie vedute, si oppose alla
teoria dei diritti della personalità e in particolare alla costruzione del ius in se ipsum.
Ciò che Ravà voleva scongiurare, era una lettura della libertà personale ispirata ad un
individualismo anarchico ed estremo. Dunque le prime prese di posizione della
dottrina italiana sulla discussione dei diritti della personalità evidenziavano un
approccio al problema piuttosto astratto, influenzato da implicazioni dogmatiche e
filosofiche, ma privo di risvolti a livello pratico.
Il modello tedesco venne recepito in Italia anche grazie alle opere dei cultori del
diritto commerciale e industriale, nelle quali si iniziava ad affrontare la questione
della sistemazione teorica dei diritti sui segni distintivi dell'impresa e dei diritti di
privativa mediante il ricorso a un metodo scientifico contrapposto a quello
essenzialmente pratico, che fino ad allora era stato utilizzato. Qui infatti la figura del
diritto della personalità viene usata come nuovo modello teorico per regolare le varie
situazioni soggettive ricondotte alle categorie della proprietà intellettuale e
industriale, come il nome commerciale, il marchio, il diritto d'autore ecc. Grande
attenzione alle teorie germaniche fu prestata da Cesare Vivante, che nel suo trattato di
diritto commerciale del 1893 dedicò varie note alla divulgazione delle tesi di Kohler e
Gereis in ordine alla natura dei diritti sui segni distintivi.
La pubblicazione delle opere di giuristi come Fadda, Bensa e del saggio di Ravà
contribuì alla diffusione della dogmatica dei diritti della personalità all'interno della
cultura giuridica italiana di inizio secolo. Fondamentale fu anche l'approccio della
giurisprudenza per l'evoluzione dei singoli diritti della personalità. Ad esempio il
diritto all'immagine, storicamente si era affermato come una prerogativa della
giurisprudenza francese. Le prime sentenze italiane in materia risalgono solo alla fine
dell'800, in particolare esse si soffermavano sulla possibilità o meno di qualificare
l'immagine come oggetto di un diritto soggettivo autonomo, se di esso fosse possibile
disporre come di ogni altro diritto patrimoniale e ci si chiedeva anche come tutelare il
minore. Nella legislazione italiana mancavano regole specifiche in materia.
Soprattutto in alcune decisioni rese a partire dal 1903, le corti italiane si schierarono a
favore della tesi della sussistenza di un diritto soggettivo assoluto sull'immagine,
ammettendo la possibilità di inibire la divulgazione non autorizzata del ritratto e di
prevedere la risarcibilità dei danni patiti a seguito dell'illecito. Si respinse una
costruzione in termine prettamente proprietari del diritto all'immagine e al contrario
si consolidò una lettura di stampo personalistico, derivante dall'elaborazione tedesca.
Notevole fu l'opera della giurisprudenza anche con riguardo al diritto al nome. Infatti
nel codice italiano del 1865, ispirato al Code Napoleon, era assente una compiuta
disciplina sul nome. In ogni caso determinante per la riscoperta dell'individuo nel
sistema del diritto privato fu la disciplina sul rapporto di lavoro. Infatti proprio
nell'ambito del rapporto di lavoro subordinato si accentò l'esigenza di favorire un
legame tra la persona e la sua dimensione corporea secondo un paradigma non
proprietario e mediante la riscoperta della dimensione umana, dopo aver superato la
concezione della persona come mera fattispecie giuridica. La disicplina in tema di
rapporto di lavoro prevista dal code napoleon mostrava una certa indifferenza per la
dimensione corporea e i bisogni della vita materiale dell'uomo e tale modello venne
riprodotto anche dal cc italiano del 65, inquadrandosi nell'ideologia
dell'individualismo possessivo. Tale modello dovette cambiare a seguito del
mutamento delle condizioni socio economcihe provocato dalla rivoluzione
industriale. La produzione divenne sempre più meccanizzata e l'impiego di ampie
masse di operai nelle fabbriche diede vita all'esigenza di definire una disicplina per
far fornte ai casi di infortunio sul lavoro. Con la legge del 1898 n 80 si introdusse
infatti l'assicurazione obbligatoria per gli infortuni degli operai sul lavoro. Tale
vicenda consentì il superamento di quella finzione codicistica che induceva a
guardare alle relazioni di lavoro come scmabio tra uguali. Il modello libera classico
inziava a venir meno e dunque sia la sussumibilità del contratti di lavoro all'interno
dei tipi della locaizone o compravednita, sia l'equipaarzione dell forza lavoro ad una
merce, vennero profondamente rivalutati . Infatti non può dissociarsi l'oggetto del
contratti di lavoro dalla sfera esistenziale del suo prestatore e dunque l'immanenza
della persona nel rapporto. ( Lotmar). Ripersonalizzazione del rapporto. A sostegno
dell'indissociabilità del lavoro dalla persona umana si espresse Ludovico Barassi egli
affermava che la dignità del lavoratore esigeva che non si disocciasse il lavoro
dall'uomo e che si tenesse conto del fatto che l'uomo non è una amcchina ma una
creatura in carne e ossa. Processo di umanizzazione dello scmabio regolato dal
contratto. Limite alla logica della mercificazione dell lavoro imposta dallos viluppo
industriale. Si inziano a incrinare due capisaldi dell'impianto dell'800 1) irrilevanza
del dato biologico e dimensione corporea della persona 2) accezione volontaristica e
forma astratta di soggettività giuridica.