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osa c’entra il sesso con la punteggiatura?

Se te lo stai
C veramente chiedendo, lascia perdere questo libro e
corri a fare sesso con qualcuno! Se invece sai già che il
sesso c’entra con tutto, scoprirai che è anche uno
strumento impareggiabile per spiegare il funzionamento
delle lingue storico-naturali.
La punteggiatura non la sbaglia chi non l’ha studiata, ma
chi non l’ha capita, perciò invece di sgranare rosari di
regole ed esempi, questo prontuario svela le relazioni, i
meccanismi di funzionamento e i torbidi segreti dei segni
d’interpunzione smontando i testi, trasformandoli e
mettendoli alla prova, e dimostrando che per capire la
punteggiatura è necessario analizzare il sistema
linguistico nel suo complesso. Il tutto con uno stile diretto
e anti-accademico, anzi spesso piccante e trasgressivo,
come del resto può esserlo l’uso della lingua e della
punteggiatura. Perché lo studio delle relazioni tra le
parole, le ragioni per cui si accoppiano o si separano, si
attraggono e si respingono, ha molto di erotico e questo
libro è qui per spiegarcelo.

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ADRIANO ALLORA (1976), dopo un dottorato in
Ingegneria linguistica, ha insegnato per alcuni anni
Grammatica italiana, Linguistica generale e Informatica
applicata alla Comunicazione presso le Università di
Torino e Guglielmo Marconi di Roma. Oggi lavora in una
startup nel settore edtech.

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Le Frecce

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In copertina: © Fotolia, Andriy Dykun

© 2018 Lindau s.r.l.


corso Re Umberto 37 - 10128 Torino
www.lindau.it | lindau@lindau.it

Prima edizione: novembre 2018


ISBN 978-88-3353-120-5

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Adriano Allora

PRONTUARIO
PORNOGRAMMATICALE
La punteggiatura

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PRONTUARIO
PORNOGRAMMATICALE

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Attenzione!

Di solito i libri di grammatica non hanno un destinatario


esplicito, mancano di quello che in linguistica viene definito
«allocutivo di seconda persona» (il tu con il quale ci rivolgiamo
ai nostri interlocutori e alle nostre interlocutrici quando
parliamo). A me piace il contatto umano, quindi abbiamo
l’allocutivo.
E poi mi piace infrangere le regole e vedere che cosa
succede, e scoprirai che questo è un meraviglioso modo per
capire come funziona la lingua.
Quindi non ci fermiamo all’allocutivo: di solito i libri che
hanno un destinatario esplicito hanno un destinatario di genere
maschile, il che è un controsenso, perché geneticamente
abbiamo tutti una parte femminile (il cromosoma X), ma non
abbiamo tutti una parte maschile (le femmine hanno un altro
cromosoma X dove i maschi hanno una sua versione monca e
rattrappita, l’Y).
Mi rivolgerò dunque a te alternando il genere femminile e il
genere maschile – giusto per non impazzire: un capitolo al
femminile e uno al maschile – e, se non usi la tua parte
femminile per nient’altro di meglio, potrai usarla per leggere
questo prontuario (mentre la tua parte maschile è già addestrata
a leggere libri e a usare una lingua centrata sul maschile).
E chissà che non ti piaccia!

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Introduzione

Che cosa c’entra la punteggiatura col sesso?

Il sesso c’entra con tutto. Punto.


Ma, se proprio hai bisogno di ulteriori motivazioni, posso
dimostrarti in due mosse che il sesso è un ottimo strumento per
parlare di punteggiatura.
Prima mossa: a descrivere l’uso della punteggiatura è la
grammatica. Poche altre discipline la affrontano: esiste una
punteggiatura in musica e nella grafica, ma chi si occupa
veramente di punteggiatura sono grammatici e grammatiche.
Seconda mossa: la grammatica è una disciplina erotica, per
almeno due ordini di motivi:
– è una pratica «lingua su lingua» (cioè consiste nell’uso della
lingua per analizzare la lingua stessa) e un’attività definibile in
questi termini non può non avere qualcosa di piacevolmente
osceno;
– studiare la grammatica significa anche osservare come parole
e pezzi di parole facciano piccole orge per creare altre parole e
testi. Guardare la lingua che fa sesso invece di fare sesso con la
lingua è meno divertente, ma continuiamo a trovarci nel parco
giochi della comunicazione interpersonale.
Se poi dal piano astratto (la grammatica) si passa alle
realizzazioni linguistiche (la lingua usata nella vita di tutti i
giorni), è evidente che la lingua fa sul piano delle idee quello
che il sesso fa sul piano fisico e genetico: ci rivela come figli e
figlie delle idee di qualcuno, ci seduce, ci avvince, ci induce a
fare cose che altrimenti forse non faremmo (lasciandoci peraltro

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esausti ma contenti) e, viceversa, ci permette di fare proseliti, di
sedurre, avvincere e indurre gli altri a fare cose che altrimenti
forse non farebbero (lasciandoli peraltro esausti ma contenti).
Sesso e lingua hanno un ulteriore punto in comune: sono
capaci di darci piacere, lo fanno quando siamo da soli ma danno
il meglio in compagnia.
Infine anche le lingue hanno inclinazioni sessuali, che sono
rivelate dalle loro grammatiche. Lo studio di tali inclinazioni
fornisce un ottimo criterio per distinguere le lingue le une dalle
altre e raggrupparle col massimo rigore scientifico. Non ci
credi? Continua a leggere1.

Tipi di lingue

Gli studiosi e le studiose delle lingue storico-naturali2 sono


soliti distinguere le lingue in gruppi. Esistono vari criteri per
raggruppare le lingue. La classificazione più famosa è quella
genetica: hai già sentito parlare almeno una volta di «lingue
indoeuropee», no?
Nel caso fossi stata distratta quel giorno, le lingue
indoeuropee appartengono a una famiglia di lingue. Si tratta di
una famiglia con un mucchio di membri e un albero genealogico
che descrive ascendenze e discendenze di ognuno. Per esempio
al ramo delle lingue italiche appartiene il latino, dalla cui varietà
volgare discendono tutte le lingue romanze, tra le quali
compare, tra i dialetti toscani, il fiorentino che ha originato
l’italiano moderno. Se il latino è il nonno e il fiorentino è il
padre dell’italiano moderno, il francese, lo spagnolo, il rumeno,
il portoghese sono i suoi cugini. Per gestire la complessità di un
albero genealogico da soap opera (o da Il trono di spade, che è
più o meno lo stesso), chi si occupa di classificazioni
linguistiche ricorre a conoscenze esoteriche con nomi da film di
fantascienza, come la teoria glottidale che distingue lingue
taihun e lingue decem o lingue centum e lingue satem3.

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Una classificazione diversa da quella genetica viene fatta
rispondendo alla domanda: «Come vengono costruite le parole
in una lingua?»; ovvero: «Come si comportano le varie lingue
quando è ora di procreare? Che gusti hanno, quali abitudini,
come lo fanno, quanto e quanto a lungo…?». Da questo
stimolante punto di vista, possiamo distinguere lingue
sessuofobe, lingue bigotte, lingue disinibite, lingue assetate di
sesso. Sta’ a vedere4.

Lingue sessuofobe
In alcune lingue le parole non cambiano: non hanno una
versione maschile e una femminile, come arrapato e arrapata,
o un singolare e un plurale, come femmina e femmine; di alcune
parole poi, spogliate dalla veste del discorso e prese da parte,
risulta addirittura impossibile stabilire l’identità: si tratta di un
nome o di un verbo? È un aggettivo o un avverbio? A definire
l’identità di queste parole è il co-testo, cioè l’insieme delle
parole circostanti. Prendiamo, per esempio, la parola inglese
will; può essere:
– un ausiliare nella costruzione della forma futura dei verbi;
– un sostantivo e significare [volontà]5.
Il significato giusto (o il ventaglio di significati possibili)
viene chiarito dalle parole che stanno intorno a will; queste
parole, come spettatori di uno spogliarello, infilano banconote
nelle mutandine della parola ambigua: una banconota da un
pronome personale prima e una da un verbo dopo, come nella
frase:
I will play
e will gioca la parte dell’ausiliare nella frase io giocherò.
Una banconota da un articolo prima e una dalle parole of
power dopo, come in:
The will of power
e la nostra parola diventa improvvisamente il sostantivo

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volontà (di potenza).
Queste lingue, dette isolanti, sono sessuofobe: il ruolo o le
caratteristiche delle parole, infatti, sono definite a distanza dalle
altre parole intorno, senza che si verifichi fra loro alcun contatto
diretto e men che meno dolci fusioni. Tuttavia, le teorie
dell’evoluzione linguistica raccontano che la tendenza delle
lingue isolanti è spostarsi progressivamente verso modelli più
allegri; il che dimostra che gli spogliarelli, come i peep show e
le lap dance, dopo un po’ annoiano6.

Lingue bigotte
È pur vero che in nessuna lingua isolante le parole sono
sempre tutte invariabili e la loro natura viene sempre e solo
decisa dalle parole che le circondano; al contrario, tutte le
lingue presentano, chi più chi meno, un certo grado di
promiscuità.
Prendi l’italiano: non è isolante e tuttavia appartengono alla
sua grammatica parole invariabili come io, di, benché, oggi, là o
parole e gruppi di parole la cui classe viene decisa da quelle che
stanno loro intorno. Per esempio, il modo verbale infinito
conosce un impiego non verbale, quello che le grammatiche
tradizionali definiscono come infinito sostantivato; nel caso
degli infiniti usati come nomi, a infilare loro le banconote (e
quindi a determinarne il ruolo all’interno della frase) sono gli
articoli determinativi, gli aggettivi o i verbi, come nella frase:
(Il) baciare è un buon modo per fare conoscenza.
Le lingue isolanti che abbiamo visto prima hanno,
tendenzialmente, parole con una struttura molto semplice, che
non cambiano e che sono portatrici indivisibili di uno o più
significati (come la parola will); altre lingue invece, come
l’italiano, formano di solito le parole unendo più pezzi di
significato. Questi pezzi di significato, non ulteriormente
scomponibili in pezzi di significato più piccoli, sono chiamati
morfemi. Insomma, le parole sono costituite da una radice che

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veicola il significato (il morfema lessicale) e da una o più
desinenze (i morfemi grammaticali) che decidono il genere e il
numero (per i nomi e gli aggettivi), il grado (per avverbi e
aggettivi), il tempo, il modo, l’aspetto (per i verbi).
Per esempio in eccitantissimi troviamo un morfema lessicale
eccit- che sta in tutte le voci del verbo eccitare e in tutte le
parole derivate da quel verbo, e ben tre morfemi grammaticali,
che significano rispettivamente:
– -ant-: questa parola è un verbo al participio presente (classe,
modo e tempo);
– -issim-: questa parola è un aggettivo – e non un verbo –
superlativo (classe e grado);
– -i: questa parola è maschile plurale (genere e numero).

I morfemi grammaticali sono di due tipi:


1. i morfemi grammaticali flessionali, che generano nuove
forme della stessa parola, come il maschile a partire dal
femminile o viceversa, ma non nuove parole: lecc-o, lecc-avi,
lecc-ata, lecc-are sono evidentemente forme diverse della stessa
parola, e così ammira-tore e ammira-trice;
2. i morfemi grammaticali derivazionali, che generano nuove
parole, quindi parole con un nuovo significato (scop-a, scop-
are e scop-atric-e sono parole diverse pur derivando dallo
stesso morfema lessicale scop-).
I morfemi si divertono a fare dei trenini ma, come in
qualsiasi gioco, anche qui ci sono delle regole.
La star attorno cui tutti si accalcano è senz’altro il morfema
lessicale (o radice); il morfema flessionale sta volentieri
attaccato alla radice, ma, se arrivano morfemi derivazionali,
deve lasciare il posto migliore e scivolare in fondo, a chiudere il
trenino. Sono i morfemi derivazionali infatti ad aver assicurate
le braccia intorno al corpo sinuoso della radice: alcuni (pochi
eletti, a dir la verità) stanno davanti e vengono chiamati
prefissi, altri (la maggior parte) stanno dietro e vengono
chiamati suffissi; a decidere se si sta giocando a fare un nome,

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un verbo o che altro è il morfema che sta più dietro di tutti. Per
chiarirti la dinamica, prendi la parola eccit-ant-issim-i in cui la
proposta di -ant- («Dài, facciamo un participio!») viene ignorata
da -issim- («No, facciamo un aggettivo bello lungo…»)7.
I morfemi derivazionali che stanno davanti alla radice,
invece, non decidono il gioco (non possono dire: «Facciamo un
nome!» o «facciamo un aggettivo!») ma possono solo
modificare il significato della parola. Un esempio: la parola
premestruali può essere scomposta in:
– pre-: morfema derivazionale, questa parola deve includere nel
proprio significato l’elemento [prima, in anticipo, anzitempo];
– -mestru-: morfema lessicale che significa: [anche questo
mese, tutto tranquillo] (dal latino mens [mese] e menstruus [che
torna ogni mese]);
– -al-: morfema derivazionale, questa parola è un aggettivo;
– -i: morfema flessionale, questa parola è maschile plurale.
Le lingue che hanno un tale funzionamento si chiamano
flessive o fusive (dette così perché alcuni morfemi grammaticali
fondono più significati insieme, per esempio il genere e il
numero): amano decisamente di più il contatto fisico rispetto
alle lingue sessuofobe, ma non sono quanto di meglio possano
offrire i sistemi linguistici.

Lingue disinibite
Il turco, per esempio, fa cose meravigliose: la parola
evlerinizden significa [dalle vostre case]:

Ev- -ler- -iniz- -den

casa plurale vostra moto da luogo

In questa lingua, come vedete, dicono con una parola quello


che noi diciamo con tre e, d’altronde, il nome con cui vengono
chiamate le lingue come il turco, agglutinanti, deriva dal verbo
latino agglutinare, ovvero [incollare]8.

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Le lingue agglutinanti sono di gran lunga più licenziose di
quelle fusive: un morfema di una lingua fusiva può fare più cose
insieme, è vero (per esempio può esprimere
contemporaneamente i significati [maschile] e [plurale]), ma le
parole delle lingue fusive sono costituite da un basso numero di
morfemi, in media; nelle lingue agglutinanti invece ogni
morfema fa una sola cosa, ma tanti morfemi si ammucchiano
per creare una sola parola con un significato ricchissimo.
Ricapitolando: come fa una lingua a creare le proprie
parole?
Può farlo come le lingue isolanti in cui ogni blocco di
significato interagisce con gli altri senza contatto.
Può farlo come le fusive, in cui i blocchi di significato si
toccano ma solo in piccoli gruppi, tanto che per rispondere alle
necessità espressive di una lingua alcuni morfemi esprimono
contemporaneamente più significati.
Può farlo come le agglutinanti, in cui il numero di blocchi di
significato cresce e ogni blocco porta un solo significato,
oppure… Certo, esiste un altro passo in questa direzione,
preparati a incontrare le regine della lussuria linguistica, le…

Lingue assetate di sesso!


Il turco e le altre lingue agglutinanti (per esempio il
finlandese, l’ungherese, il giapponese e lo swahili9) sono lingue
da educande al confronto di una qualsiasi lingua polisintetica:
lingue in cui ribollono lascivia e lussuria, le cui parole sono
intere frasi. In yup’ik (una lingua eskimo-aleutina parlata
nell’Alaska occidentale), la frase:
Lui costruirà un grosso posto in cui lavorare alle barche
si dice:
Angyaliurvigpaliciqūq,
ovvero:

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Angya- -liur- -vig- -pa- -li- -ciq- -ūq

[barche] [per lavorare a] [posto] [grande] [costruire] marca marca


del della 3a
futuro persona

La differenza tra una lingua agglutinante, considerata


disinibita e una polisintetica, assetata di sesso, è chiara: mentre
l’agglutinante costruisce parole in cui un solo morfema lessicale
è accompagnato da molti morfemi grammaticali (come il
morfema che significa [casa] nell’esempio turco), la lingua
polisintetica mette in una sola parola più morfemi lessicali,
quindi più radici ([barche], [lavorare], [posto], [grande],
[costruire] nel nostro esempio). Altro che esperienza di gruppo,
non ti pare10?
Magari tutta questa perversione potrebbe spaventarti, non è
il caso: con la sua prepotente economia, l’impero euro-
statunitense sta imponendo anche il nostro modello di lingua,
oltre che di vita e di sessualità: tra poco la meravigliosa
ricchezza delle minoranze linguistiche verrà trasformata nella
moneta sonante delle multinazionali del pesce surgelato e
potremo dormire sonni tranquilli senza la paura che qualche
morfema impazzito di qualche lingua polisintetica ci venga fra
le labbra.

Ehi, ehi, un attimino!11

Ma questa roba serve o è solo fuffa da linguisti e linguiste? I


concetti di isolante, flessivo o fusivo, agglutinante e
polisintetico servono a capire come si può parlare della lingua:
pensare che tutte le lingue possano essere descritte seguendo lo
stesso schema è ingenuo come sbronzarsi per fare colpo su un
ragazzo: ogni tipo di lingua richiederà certi tipi di spiegazioni.
Per esempio, possiamo descrivere lingue agglutinanti o
fortemente flessive a partire da come sono costruite le parole a

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livello morfologico; mentre nel caso delle lingue isolanti, come
il cinese, è più opportuno fare riferimento a come sono
organizzate le parole all’interno della frase.
Per una lingua come l’italiano, che è fusiva ma non
fortemente quanto, ad esempio, il latino o il russo, dobbiamo
tenere conto di entrambe le prospettive. Perché il solo criterio
morfologico non basta? Perché in italiano abbiamo:
– sia parole invariabili (cioè senza morfologia flessionale,
come le preposizioni, le congiunzioni e gli avverbi);
– sia parole variabili (ovvero costruite con morfemi lessicali e
morfemi grammaticali, come i verbi e i nomi).
Entrambi i tipi di parole contribuiscono alla tessitura
testuale, cioè alla costruzione di legami tra le parole stesse:
– le parole invariabili sfruttano il loro significato e la loro
posizione;
– le parole variabili invece sfruttano la possibilità di coniugarsi
o declinarsi (per esempio un nome e un aggettivo creano un
legame reciproco se sono, come in maschio muscoloso,
entrambi maschili e singolari).
La punteggiatura, anche se si esprime in forme minuscole12,
interviene pesantemente su queste due strategie e agisce sia sui
significati (soprattutto alcuni segni, come i punti interrogativi ed
esclamativi e i due punti) sia sulle relazioni tra le parole.
L’uso della punteggiatura non è perfettamente identico in
tutte le lingue: per esempio i punti e virgola non sono
abitualmente usati in inglese, e nelle lingue inglese e tedesca la
differenza tra lineetta e trattino ha tutt’altra importanza rispetto
a quella attribuita in italiano a questi due diversi segni13. Il
motivo di queste differenze è che i segni di interpunzione non
sono elementi astratti e separati, ma parti della lingua (anche se
solo della sua forma scritta) il cui uso dipende dalle
caratteristiche della lingua stessa.

Allora di cosa sto parlando?


A parte la presente introduzione, che costituisce i

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preliminari dei giochi che faremo in questo libro, ti racconterò
tre cose.
1. Nel primo capitolo farò una rassegna veloce di quello che
viene detto e scritto generalmente sui segni di punteggiatura.
Ma non una disamina puntuale su tutti i dettagli e le eccezioni
nell’uso di ogni singolo segno, il bello della lingua è che in
realtà bastano pochi concetti per sorreggere qualsiasi
architettura testuale: ci occuperemo di quelli.
2. Nel secondo capitolo vedremo un certo numero di casi che
apparentemente infrangono le indicazioni fornite nel primo e
che tuttavia «funzionano», e scopriremo che dietro alle regole
ufficiali ne esistono altre non meno efficaci, che per lo più
applichiamo senza rendercene conto.
3. A corredo, solo perché ci piace, vedremo una classe di parole
che ha molto in comune con la punteggiatura, e affronteremo
alcune questioni linguistiche di portata storica.

Riconosco che è un prontuario un po’ diverso dal solito:


meno regole e più spiegazioni. Questa impostazione ha due
ragioni:
– c’è a chi piace, ma per me scrivere regole è noioso;
– si sbaglia la punteggiatura quando non la si capisce, non
quando non la si studia. Quindi è più importante spiegarla che
insegnarla.

Norme tipografiche
Visto che ho appena scritto che trovo noioso compilare liste
di regole, ecco una lista di regole – alle quali, però, mi sono
attenuto io: tu sentiti libera di non rispettarle!
Come hai già potuto notare, in questo libro le parole non
sono scritte sempre allo stesso modo ma, per evitare i paurosi
fraintendimenti che talvolta accadono nella realtà, ecco una
legenda:
1. ogni volta che definirò una nuova parola o sintagma, questa
comparirà in un elegante completo nero;

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2. quando tratterò una parola o un gruppo di parole o una frase
come oggetto di studio linguistico o per fare esemplificazioni,
come nel caso di queste sette parole, la farò correre14 sulla
pagina o, se è ingombrante, le/gli permetterò di sdraiarsi in un
posto più comodo:
Come in quest’altro caso, aperto a qualsiasi tipo di
analisi15;
3. in corsivo compariranno anche le parole che ritengo straniere;
invece le parole ritenute ormai parte del vocabolario italiano,
anche se di origine straniera (o per meglio dire alloglotta16),
saranno scritte in tondo come tutte le altre;
4. quando scriverò un testo non conforme alla teoria
grammaticale (e soprattutto alla pratica di tutti i giorni) lo farò
in corsivo e segnandolo con un asterisco: *propio chome in
frase cuesta;
5. quando mi concentrerò sui segni della lingua per così come
essi sono scritti, li riprodurrò tra parentesi uncinate; per esempio
se farò riferimento alla prima lettera della parola sessantanove,
la scriverò <s>;
6. quando dovrò esprimere un significato, lo scriverò tra
parentesi quadre; per esempio, uno dei possibili significati della
parola sessantanove è [il numero compreso tra 68 e 70];
7. quando dovrò descrivere una struttura sintattica, per esempio
[se + condizione, allora + forma tipografica] lo farò ugualmente
tra parentesi quadre;
8. LE REGOLE VANNO SCRITTE CENTRATE E IN
MAIUSCOLETTO.

Infine, per un certo numero di casi tenderemo a usare i


termini ingenui (per esempio: pronome) fino alla prima
spiegazione di quelli scientifici (per esempio: proforma).
Bene, abbiamo finito l’introduzione. È senza dubbio stata
un’introduzione assai corposa e ricca di informazioni –
inconsueta nella tradizionale bibliografia grammatologica – ma

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nello studio della lingua, come nella seconda attività più
divertente al mondo,

I PRELIMINARI SONO FONDAMENTALI.

1 Tieni presente che questa è una grammatica diversamente politicamente corretta:


purché libero, sicuro, informato e consenziente, qualsiasi strumento descrittivo può
essere usato per capire la lingua. E per darci piacere.
2 Con lingue storico-naturali si intende quelle lingue che si sono sviluppate «da sé» nel

corso dei secoli; a queste si contrappongono le lingue artificiali, costruite invece a


tavolino spesso per funzioni specifiche (come alcune posizioni che fuori da un film
porno, dove servono per farti vedere certi dettagli, non hanno nessun senso. E che
rabbia accorgersene sul più bello).
3 Chi studia le lingue ha rilevato che lingue diverse seguono diversi modelli
trasformativi in particolare delle consonanti (cioè le consonanti di una lingua, quando
la lingua cambia, si trasformano secondo certe regolarità ben definite) e ha raggruppato
le lingue in gruppi a seconda di come si dice dieci (lingue decem e taihun) e cento
(lingue centum e satem).
4 … Che c’entra con la punteggiatura? Vuoi sapere quando arriviamo al dunque? Ehi,

un po’ di pazienza: siamo ai preliminari!


5 Come spiegherò più avanti, metto i significati tra parentesi quadre.
6 Per esempio il cinese, lingua tipicamente isolante, si sta avviando verso un modello
polisintetico (vedi più avanti il paragrafo «Lingue assetate di sesso», p. 17). Si
registrano però anche casi in controtendenza: l’inglese, per esempio, non è una lingua
pienamente isolante ma pare volerlo diventare sempre più. Il punto è che le lingue,
proprio come gli esseri viventi, non stanno mai ferme, si muovono verso modelli
diversi, sperimentano nuove strategie, nuove esperienze, a volte anche estreme.
7 Come le lumache: le lumache possono fare ammucchiate e l’ultima che si aggiunge
decide il sesso di quelle che c’erano prima (e sotto). Quando si dice il meraviglioso
mondo degli animali!
8 Ma è sconsigliato usare colla durante i giochi di gruppo: meglio i lubrificanti.
9 Lo swahili è una lingua bantu diffusa un Africa orientale, centrale e meridionale.
10 Come si direbbe nella lingua polisintetica chukchi (lingua chukotko-kamchatkana,

Siberia orientale): Oh… təmeyŋəlevtpəγtərkən! [Ho un forte mal di testa]! Scherzo,


scherzo: anche l’italiano conosce fenomeni di polintesi, ad esempio nelle parole:
capotreno, pomodoro, leccaculo, sbattipanza.
11 Un po’ di tempo fa andava di moda sostenere che la parola attimino fosse scorretta.

Perché un attimo è la minima quantità di tempo possibile, quindi un diminutivo è


inaccettabile. Peccato che le stesse persone che argomentano in questo modo non si
facciano scrupoli a usare la parola puntino (così piccolo da non avere dimensioni: che
bisogno c’è di crearne un diminutivo?) e financo puntolino.

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12 Mai sottovalutare le cose piccole, soprattutto se nascondono una grandezza
insospettabile. Che la clitoride rispondesse a questa descrizione già lo sapevi: ti
dimostrerò che è la stessa cosa per i segni d’interpunzione.
13 Lo vedremo, non temere.
14 La parola cors-iv-o, come rivela la sua struttura morfologica, è un aggettivo (il

morfema derivazionale -iv- crea aggettivi a partire da nomi), maschile singolare,


formato a partire dallo stesso morfema lessicale della parola corsa.
15 Anche se i più maliziosi saranno tentati di ravvisare simili etimologie, analisi e

anale non hanno nulla in comune. Benché spesso, quando qualcuno ci analizza, è per
«mettercelo nel culo» (nell’accezione non positiva della locuzione).
16 Alloglotta è una divertente parola di origine greca che significa letteralmente [altra

lingua]. Ogni volta che la uso mi viene in mente la strofa del Boiardo che racconta
l’amore tra Fiordalisa e Brandimarte, quando il poeta si dichiara incapace di raccontare
il loro piacere e dice che dovrebbero essere loro a raccontarlo, visto che ognuno ha in
bocca due lingue.

21
Punti erogeni e virgole sensuali

Relazioni tra… parole?

Di cosa parliamo quando parliamo di punteggiatura


In questo capitolo vedremo che mettere segni di
punteggiatura è come condurre un rapporto sessuale: non tanto
quello che fai (accarezzare, baciare, essere penetrato, leccare,
massaggiare, parlare, penetrare1), ma come passi da un’attività
all’altra, quando puoi interromperti e perché puoi farlo proprio
in quei momenti.
La linguistica è stata capace di dire molto sui tempi del
dialogo: una branca della linguistica che si occupa, tra le altre
cose, dell’analisi della conversazione, per esempio, ha spiegato
che parlando segnaliamo con il tono della voce, la lunghezza
delle vocali, la gestualità e la struttura del nostro messaggio
alcuni punti di rilevanza transizionale, cioè dei momenti in cui il
nostro interlocutore è autorizzato a prendere il turno di parola
senza interromperci o «parlarci sopra».
Le indicazioni espresse di seguito spiegheranno dei
meccanismi analoghi per il ses… per lo scritto.

Non dire «quando» se non ce l’hai nel letto


Cos’è la punteggiatura?
Facciamola facile e riformuliamo «punteggiatura» come
«segni di interpunzione». E fin qui è tutto chiaro: la
punteggiatura è un insieme di segni.
Come le lettere!
Come le lettere?

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Quasi: le lettere sono state inventate per trascrivere i suoni
della lingua, quindi almeno due differenze ci aiutano a
distinguerle dalla punteggiatura:
1. mentre a ogni lettera corrisponde uno o più suoni, i segni di
interpunzione non hanno specifici suoni corrispondenti;
2. ogni lettera si lega a quelle che le stanno prima e a quelle che
le stanno dopo e con questi legami crea unità di significato
autonome, mentre i segni di interpunzione vengono usati tra le
parole, quindi interagiscono con gruppi di lettere dotati di
significato autonomo. Detto in altri termini, se le lettere sono
come parti del tuo corpo e del corpo della tua o del tuo partner,
la punteggiatura comprende invece i segni concreti delle vostre
interazioni: l’apostrofo rosa tra le parole t e amo quando
v’incontrate, una virgola argentea di saliva, le perle alabastrine
della cravatta del notaio
Ma siamo sicuri che sia proprio con le parole che
interagiscono i segni della punteggiatura? No. Non solo. Anche.
In fondo, non sono pezzi di corpi quelli che fanno l’amore, ma
corpi interi.
Immagina di non sapere nulla di punteggiatura e di poter
accedere a un archivio di testi tratto da quello che
probabilmente è il canale di comunicazione privilegiato di un
certo numero di maggiorenni come te2: WhatsApp. Dentro
WhatsApp potresti trovare messaggi come questo:
?
oppure come questo:
Grandissimo!!1!!111!!!!!! E non xkè l’hai fatto, ma xkè nn l’hai
detto all over da world!!!
o, anche se è un tipo di testo più raro, come questo:
Credo che, in questa situazione, ti sia comportato in
maniera molto razionale. Forse fin troppo.
Cosa puoi dedurre da questi messaggi? Andiamo in ordine

23
sparso:
– di solito i segni di interpunzione non vengono usati da soli
(neppure le lettere, però), ma è un uso possibile;
– mentre le lettere sono ripetute al massimo una volta (possono
uscire in coppia), i segni di interpunzione possono essere anche
decuplicati (e questo dipende dal fatto che non sono strumenti
per la lettura3, ma solo per l’interpretazione);
– ci sono più lettere che segni di interpunzione: conto sulla
tastiera del computer con la quale sto scrivendo queste righe 26
tasti dedicati alle lettere, duplicati dal tasto maiuscolo, più sei
tasti per le vocali accentate (la <e> presenta due diverse forme
accentate). Totale: 58 segni. Se parlassimo di scrittura a mano
libera dovremmo considerare (26 x 4) + 6 = 90 segni. I segni di
interpunzione sono 14: < ‘ ; , : . - ?» ! ( ) / & – >, stiracchiando
la cosa potremmo arrivare a 19, comunque meno del set di
caratteri in stampatello minuscolo che stai leggendo adesso;
– le possibilità di combinazione dei segni interpuntivi sono
minori. È chiaro che posso scrivere qualsiasi accozzaglia di
caratteri non alfanumerici, ma è altrettanto chiaro che nella
maggior parte dei casi quell’accozzaglia non significherà
assolutamente nulla: se i segni interpuntivi non vengono ripetuti
identici (per rafforzarne il significato, per lo più), il numero di
combinazioni accettabili è basso. Molto, molto basso.
Se prendiamo il terzo esempio, quello che mostra l’uso della
punteggiatura più standard secondo le grammatiche, è evidente
che la punteggiatura non si applica a gruppi di segni delimitati
da spazi – cioè parole – ma a gruppi di parole: ci sono quattro
segni e 15 parole: circa quattro parole per ogni segno di
interpunzione.
Questa è la prima idea (im)portante del prontuario:

L’IMPORTANTE NON È LA SINGOLA PAROLA, MA IL


GRUPPO DI PAROLE RETTO DA RELAZIONI INTERNE.

Cosa significa? Che le parole si riuniscono in gruppi

24
(formati almeno da una parola) all’interno dei quali esistono dei
legami tra le parole stesse che la punteggiatura non dovrebbe
interrompere. Sono famiglie di parole, non insiemi di parole
prese a caso.
Facciamo un esempio:
Elvezio ansima.
Il cane ansima.
Se volessi introdurre in segno di interpunzione in queste due
frasi potrei scrivere per esempio:
Elvezio? Ansima.
Il cane? Ansima.
Mentre non dovrei mai scrivere, per esempio:
*Il? Cane ansima.
Perché? Perché tra il e cane esiste un legame molto forte, e
queste due parole creano una unità che vale, da un certo punto
di vista, esattamente come Elvezio.
Questo legame si vede quando dobbiamo shakerare una
frase:
Ho accarezzato per lungo tempo la gattina di Lea
può diventare:
Ho accarezzato la gattina di Lea per lungo tempo.
Per lungo tempo ho accarezzato la gattina di Lea.
Per lungo tempo la gattina di Lea ho accarezzato.
e via discorrendo. Vedi che i gruppi di parole rimangono
sempre interi, anche se li spostiamo? Bene, questi gruppi di
parole che costituiscono delle unità linguistiche si chiamano
sintagmi e noi stiamo parlando di sintagmi4 perché quella del
sintagma5 è la dimensione di materia verbale con la quale
interagisce la punteggiatura. Detto in altri termini:

25
LA PUNTEGGIATURA SI METTE TRA I SINTAGMI6, NON AL
LORO INTERNO.

O, meglio: tanto più sono piccoli e semplici i sintagmi7,


tanto più è difficile che vengano interrotti da segni di
interpunzione (infatti il sintagma8 più piccolo e semplice di
tutti, quello costituito da una sola parola, non può essere
interrotto da segni interpunzione… con alcune eccezioni,
vediamo se riesci a indovinarle), mentre i sintagmi9 più
complessi possono essere interrotti dalla punteggiatura.

Giusto per
Allora? Sai quali sono le eccezioni alla regola per cui una
parola non dovrebbe essere mai interrotta da segni di
punteggiatura? Pensaci.
Pensaci ancora.
Ancora (dài, che ne hai anche già visto un esempio poche
pagine fa!).
Ancora.
Le parole composte che hanno un trattino in mezzo sono
l’esempio più comune. Queste parole sono in effetti il risultato
della fusione di due altre parole (il fenomeno della polisintesi
che abbiamo visto nell’introduzione), di solito due nomi (pigia-
pigia, città-stato, incontro-scontro) o due aggettivi (tardo-
antico) ma anche intere frasi che di solito valgono come nomi
(colui-che-non-deve-essere-nominato e l’uomo-della-mia-vita
sono opzioni accettabili).
In qualche altro caso possiamo trovare delle parentesi
all’interno di una parola: un amore (in)finito, la cas(t)a dei
servi, la prima idea (im)portante del prontuario.
La punteggiatura che interviene all’interno della parola
viene detta endolessematica, nel caso ti servisse una parola
insolita da usare a sproposito in un contesto nel quale comunque
nessuno la capirebbe.
Questa roba è importante? No, questa della punteggiatura

26
endolessematica no, altrimenti il titolo del paragrafo non
sarebbe stato «Giusto per»; ma il resto è molto, molto
importante. Il fatto che il sintagma è l’unità testuale con la quale
interagiscono i segni di interpunzione, e che diversi tipi di
sintagmi hanno tra loro legami di diversa forza, è la base di
qualsiasi trattazione seria sulla punteggiatura, così come il
principio secondo il quale non scopi col pisello ma con tutto il
corpo e la mente. E a volte un pezzetto di anima.

E allora diventa inevitabile parlare di…


Non ho intenzione di scrivere un libro di sintassi. La sintassi
è… sensuale, come potrei definire altrimenti quella parte dello
studio della lingua che descrive e spiega come le parole si
mettono insieme per formare le frasi? Non solo è fichissima, ma
in più io mi diverto un mucchio a ragionarci su e, date le
caratteristiche dell’italiano, è inevitabile parlare di
punteggiatura senza affrontare alcuni argomenti della sintassi.
Ma se volessi parlare veramente di sintassi dovrei tirar fuori i
verbi e le congiunzioni e le preposizioni e l’editore è stato
chiaro: limitiamoci alla punteggiatura. È lui il capo.
Ciò detto, una manciata di nomi è inevitabile. Dunque ti
presento i tipi di sintagmi:
– i sintagmi si dicono verbali quando tutte le parole che li
compongono concorrono a creare un verbo: guardo, ho
guardato, sono stato guardato sono tre sintagmi verbali
rispettivamente di una, due e tre parole;
– i sintagmi sono nominali quando hanno funzione di nomi,
cioè quando fanno direttamente riferimento a qualcosa:
Lodovico, il gatto, questa casa sono tre sintagmi nominali;
– i sintagmi sono detti aggettivali o avverbiali nei casi in cui è
necessario isolare un sintagma con esclusiva funzione di
aggettivo o avverbio: ha guardato spudoratamente e uno slip
rosso fuoco sono rispettivamente un sintagma verbale composto
da un sintagma verbale (ha guardato) più un sintagma
avverbiale (spudoratamente) e un sintagma nominale composto

27
da un sintagma nominale (uno slip) più un sintagma aggettivale
(rosso fuoco);
– nel caso dei sintagmi preposizionali il criterio definitorio
cambia: non è più la funzione assolta ma la parola che unisce al
resto che ci permette di isolare questo tipo di sintagma. Che tipo
di sintagma è con una matita rosso scuro? Non è più un
sintagma nominale, ma un sintagma preposizionale. Perché?
Una risposta completa a questa domanda richiederebbe almeno
tre pagine, qui ci accontenteremo di dire, per semplicità: una
matita rosso scuro è collegata al resto della frase dalla
preposizione con, per cui si parla di sintagma preposizionale.
Perché ci importa di questi tipi di sintagmi? Perché i
sintagmi non sono come pezzi di verdura in un minestrone ma
come pezzi di shanghai appoggiati gli uni sugli altri10: ognuno
di essi si appoggia su un altro e in fondo a tutti ce n’è sempre
uno che sorregge l’intera struttura del testo. E i rapporti tra i
pezzi dello shanghai, o tra i pezzi di frasi, non sono tutti uguali:
il sintagma verbale ha rapporti molto stretti con i sintagmi
nominali e con alcuni sintagmi preposizionali, tutti gli altri
sintagmi sono connessi tra loro da legami generalmente molto
più deboli.
Per ora questa è solo teoria, ma abbi pazienza e vedrai che è
proprio così, e imparerai a usare queste idee per gestire meglio
la punteggiatura.

I segni di interpunzione

«Interpungere» significa prima di tutto decidere di smettere


di fare qualcosa e iniziare a fare qualcos’altro. A volte i
massaggi alla schiena scendono verso i glutei e con
trasformazioni di una virgola diventano una delicata
masturbazione da dietro, altre volte quello che stai facendo
cambia rapidamente: metti un punto alla posizione del
missionario e iniziate a farlo di lato con quel buffissimo gesto in

28
cui chi sta sotto scavalca l’altro.
Anche se eserciti l’arte di inserire segni di interpunzione in
maniera sublime, molte persone si concentreranno
sull’esperienza generale del corpo testuale o sui punti di
contatto direttamente coinvolti (ho personalmente letto
messaggi su WhatsApp nei quali mancava pure l’apostrofo tra l
e incontro), qualcun altro, invece, apprezzerà il ritmo che saprai
dare alla tua performance.
Ma in tutti i casi, quando smetti di fare o di dire qualcosa e
inizi a fare o dire qualcos’altro, comunicare bene significa
evitare ginocchiate in faccia quando finisce il sessantanove (o a
prenderle bene se si sta praticando BDSM, in effetti).
Per rendere più accessibile il tuo testo, cioè rendere più
facile il compito dei tuoi lettori e delle tue lettrici quando lo
devono capire, un paio di indicazioni semplici può fare la
differenza tra:
Se l’uomo sapesse il valore che ha, la donna andrebbe a quattro
zampe alla sua ricerca.
Se l’uomo sapesse il valore che ha la donna, andrebbe a quattro
zampe alla sua ricerca.

Giudizio universale: gli uomini che capiscono le donne possono


andarsi a sedere sulla panchina a sinistra.
Giudizio universale: gli uomini, che capiscono le donne,
possono andarsi a sedere sulla panchina a sinistra.

Affittasi a ragazza ampia, stanza singola ben arredata.

Sono vivo e vegeto.


Sono vivo. E vegeto.
Noti le differenze? Se no, non preoccuparti: ci torneremo
più tardi.
Potrebbero averti detto che la punteggiatura serve a
riprendere fiato e a gestire le intonazioni (ascendente nelle

29
domande, discendente nelle esclamazioni), ma se davvero il
punto interrogativo servisse per imporre una intonazione alla
lettura, lo scriveremmo prima dell’inizio della domanda come
fanno gli ispanoscriventi (cioè coloro che scrivono in
castigliano). La scrittura della lingua italiana è stata fatta per
persone che leggono in silenzio, per sé: il punto interrogativo
chiude una proposizione confermando quello che il lettore o la
lettrice già aveva intuito (nella maggior parte dei casi).
La punteggiatura è segnaletica testuale: serve a chi legge per
gestire le informazioni che il testo veicola, informazioni
espresse dalle singole parole o dal modo in cui i loro significati
si completano, dal loro ordine e dal modo in cui sono messe
insieme o tenute separate.
L’ordine delle parole e il modo in cui sono messe insieme o
tenute separate contribuisce alla struttura sintattica di un testo, e
tutto quel che si può aggiungere a proposito di intonazioni e
pause è una conseguenza della struttura sintattica, quindi è
sbagliato dire che metti una virgola per fare una pausa: stai
separando delle parole perché ti serve a comunicare le cose in
un certo modo e quella separazione, nell’oralità, viene resa con
una pausa. Allo stesso modo è sbagliato dire che scrivi un punto
interrogativo alla fine di una domanda diretta per segnalare una
curva intonativa crescente: il punto interrogativo e la curva
intonativa crescente alla fine della frase sono due modi di
segnalare la stessa domanda in due ambiti diversi.
Aspetta, fammelo ripetere con quest’altro tono:

INTONAZIONI E PAUSE NELL’ENUNCIAZIONE DI UN


TESTO DIPENDONO DALLA STRUTTURA LOGICA DEL
TESTO, NON NE SONO LA CAUSA (CON POCHE
ECCEZIONI).

Cosa significa in concreto

Immaginiamo un uomo e una donna. Non sappiamo se si

30
conoscono, se si amano, se sono marito e moglie o solo amici;
abbiamo perso tutto quel che li ha portati davanti ai nostri occhi:
corteggiamento, attese, indecisioni, silenzi, telefonate, sguardi.
Tutto quel che ci è dato sapere è che sono su un letto sfatto,
sdraiati su un fianco uno di fronte all’altra, nudi, le teste
appoggiate sugli avambracci, si sorridono e si scambiano
sguardi complici. La mano di lui, con un ritmo regolare,
accarezza la testa di lei. Le punte delle dita si infilano tra i
capelli, pettinandoli: iniziano dall’attaccatura e poi
s’immergono passando lievi sul cuoio capelluto, fino alla nuca e
alla base del collo. A un certo punto, con il dorso delle ultime
tre dita, la mano accarezza la guancia, quindi l’anulare, il medio
e l’indice passano dietro l’orecchio. Una volta, due volte, tre
volte.
La terza volta la mano scende fino al collo: è il turno del pollice
accarezzare delicatamente la pelle tenera della gola, quindi i
polpastrelli ripassano sulle clavicole e scendono lungo volute
larghe e tondeggianti sul petto. Il movimento non è più lento ma
non è ancora veloce, i percorsi seguiti dalle dita sembrano senza
meta, talvolta incontrano con un sussulto i capezzoli, qualche
volta si riuniscono e la mano intera si chiude sulla massa
morbida di una mammella. Il respiro di lei si fa profondo,
irregolare, il suo sguardo languido, mentre si volta supina la
mano di lui libera la mammella, le gira intorno, s’insinua nel
seno, scende fino al pube. Le gambe si allargano, la mano si
apre prima di toccare il pube e, nel momento in cui il medio
supera il monte di Venere, il pollice e il mignolo raggiungono la
pelle vellutata dell’inguine. Il movimento, adesso, è lentissimo.
La mano scivola fino a riunirsi sulla soglia delle grandi labbra, e
inizia a danzare.
Esercita una pressione sul pube con la parte inferiore del palmo,
poi con quella superiore, sulla clitoride che inizia a gonfiarsi,
quindi con le dita, il cui tocco riconosce la carne umida e
morbida e cedevole delle piccole labbra.
Fondo del palmo, cima del palmo, dita; fondo del palmo, cima

31
del palmo, dita; fondo del palmo, cima del palmo… l’ultima
falange del medio entra, tutta la mano si alza per accompagnare
questo movimento; il polpastrello del medio accarezza le pareti
vellutate della vagina finché con una scossa non incontra quel
punto capace di mozzare il fiato allora il pollice scende sulla
clitoride e insieme, pollice e medio, iniziano a massaggiare quel
corpo che ondeggia e si contrae come colto da spasmi e s’inarca
e s’alza come se fosse così leggero da poter essere sollevato con
quelle due sole dita. I respiri s’inseguono ed ecco, ecco, ecco,
ecco nel fiato che…

Questa è la punteggiatura: scansione di una sequenza di


movimenti o concetti e conseguente definizione di ritmi. Nel
momento in cui hai le idee chiare riguardo a quel che vuoi dire e
ai passaggi che vuoi o devi fare per arrivarci, di tutte le possibili
combinazioni di segni interpuntivi una soltanto sarà quella
capace di fornire le indicazioni che rendono il tuo testo il più
fedele possibile al tuo pensiero.
Naturalmente, è molto difficile ottenere la combinazione
giusta, sono in gioco moltissime variabili (oggetto del testo,
scelte lessicali, quantità di spazio a disposizione, tipo e quantità
delle informazioni da fornire, genere testuale di riferimento,
tempo a disposizione) ma è facile evitare i peggiori errori di
formulazione logica.

La virgola

La virgola che unisce


La virgola si usa come separatore debole, può separare
elementi di elenchi (cioè mucchietti di materia verbale
grammaticalmente uguale) o individui isolati più o meno
differenziati gli uni dagli altri, con effetti interessanti.
Cosa significa «materia verbale grammaticalmente uguale»?
Se metto una dietro l’altra in una lista le parti del corpo, avrò
una sequenza di nomi (mano, testa, capelli, collo) o gruppi di

32
parole, che abbiamo già visto chiamarsi sintagmi, con funzione
di nomi (fondo del palmo, cima del palmo11). Posso avere liste
di nomi, aggettivi, verbi o di diverse parti del discorso.
Man mano che la complessità dei sintagmi cresce, da quelli
costituiti da una sola parola (mano) a quelli con un articolo e
una parola (la mano) a quelli con articolo, nome, aggettivo (la
mano intera) fino ad arrivare a quelli che contengono un verbo,
la probabilità che l’elenco diventi qualcos’altro aumenta.
Facciamo qualche esempio. Negli elenchi possiamo trovare
singole parole:
corteggiamento, attese, indecisioni, silenzi, telefonate, sguardi,
sintagmi:
una volta, due volte, tre volte,
e addirittura proposizioni12:
Non sappiamo se si conoscono, se si amano, se sono marito e
moglie o solo amici
Naturalmente tutti questi elementi possono essere mischiati,
ma in questo caso ciò che si ottiene non è più «materia verbale
grammaticalmente uguale»:
Sono su un letto sfatto, sdraiati su un fianco uno di fronte
all’altra, nudi, le teste appoggiate sugli avambracci, si
sorridono e si scambiano sguardi complici.
Si tratta ancora di mucchietti di testo giustapposti, ma non è
più un elenco.
La virgola, dunque, ci permette di unire cose diverse che
formino o no un elenco; segnala a chi ci legge che queste cose
diverse sono sì separate ma fanno parte di un’unità testuale
delimitata da segni di interpunzione più forti, come il punto, e
che sono fra di loro in qualche relazione.
Bada che questa non è accademia: chiunque legga è capace,
vedendo le virgole, di immaginare una connessione tra elementi

33
separati13, come succede al lettore di una storia a fumetti di
Fritz il pornogatto quando immagina il movimento che porta
Fritz dalla prima vignetta (mettiamo: Fritz che sorride a una
gattina durante una festa a casa di amici) alla seconda (Friz fra
le cosce della gattina).
Mettere una virgola correttamente significa innanzitutto
gestire questo ambiguo rapporto di vicinanza e separazione,
come quando si deve convivere con gli altri amanti della
medesima donna: inserire una virgola tra un sintagma verbale e
il sintagma nominale che contiene il suo soggetto è come
entrare in camera da letto mentre lei e uno degli altri pomiciano:
la virgola interrompe il loro rapporto, l’imbarazzo segue a ruota.

La virgola che separa – l’imbucata


Quindi, per le grammatiche:

NON METTERE LA VIRGOLA TRA IL VERBO E IL SUO SOGGETTO.

Nel mondo reale, però, l’unica cosa che la virgola non può
interrompere è un sintagma: non puoi mettere una virgola tra un
articolo e il suo nome (tra lo e spasimante14) o tra un ausiliare e
il suo verbo (tra è e venuto), ma puoi metterla in qualsiasi altro
posto15.
Per esempio, in alcuni specifici casi, puoi metterla tra il
verbo e chi fa l’azione (attenzione alla seconda frase, quella
dopo il punto):
A un certo punto era una bolgia dantesca, un girone infernale
di corpi nudi uno sull’altro, una massa pulsante e vibrante di
persone sudate. Io, me ne sono andata subito.
In questo caso la virgola dopo il pronome di prima persona
nella seconda frase serve a isolare quello che i linguisti e le
linguiste chiamano tema, cioè ciò di cui si parla (ciò che sta
dopo la virgola è il rema, cioè quel che si dice a proposito del
tema). Questo meccanismo di focalizzazione del tema, però, ha

34
senso in quel contesto, in cui la parlante è messa in
contrapposizione a tutti gli altri e le altre partecipanti (fuori
dalla proposizione).
Guarda quest’altro esempio16 di virgola tra soggetto e
verbo:
L’errore che facevo, era pensare che questa cosa che il mondo
dimostrava palesemente che dovesse accadere, potesse
accadere pian piano. E invece all’improvviso è successo che
abbiamo sentito un salto, impreciso e inevitabile, e io ho
lasciato la presa e lei ha continuato a pedalare con me accanto
che urlavo pedala! pedala!
in cui la contrapposizione è con quello che viene dopo, di
nuovo fuori dalla proposizione (sappiamo nella fase al di là del
punto che «la cosa che il mondo dimostrava palesemente che
dovesse accadere» è imparare ad andare in bicicletta).
Nota che la contrapposizione tra i contenuti delle due frasi è
resa anche con la scelta dei tempi verbali: l’errore che facevo è
caratterizzato da una durata che termina quando all’improvviso
è successo qualcosa. L’«errore» è il tema, tutto quello che viene
dopo la virgola è il rema; il tema è isolato, forse, perché la sua
importanza oltrepassa i confini della frase complessa, va cioè
anche al di là del punto.
Se la frase è isolata, o se non esiste una contrapposizione,
non funziona nello stesso modo:
*Io, me ne sono andata subito.
La stanza era vuota. *Io, me ne sono andato subito.
Attenzione: leggendole potresti aver pensato: «E perché
questi esempi non vanno bene?». Un’obiezione legittima: questi
esempi potrebbero avere un contesto in cui funzionano, e tu lo
stai cercando.
E perché lo stai cercando? È un meccanismo basilare, che
abbiamo già incontrato con il nome di closure, ma che
potremmo chiamare anche pareidolia17: questo istinto di dare

35
un senso alle cose è stato descritto in termini linguistici da un
tizio del secolo scorso che si chiama Grice e che vedremo nel
prossimo capitolo. Ma adesso non intendo divagare: la cosa
importante è che, fuori da un contesto, queste frasi non sono
grammaticalmente accettabili.

La virgola che separa – l’imbucata che porta le amiche


Quando si tratta di separare, la virgola ha anche un’altra
funzione: ci permette di infilare materia verbale dove non ce
l’aspetteremmo. Tipicamente si tratta di frasi, ma potrebbero
anche essere semplici sintagmi preposizionali:
A un certo punto, con il dorso delle ultime tre dita, la mano
accarezza la guancia.
In questo caso, la funzione della virgola, che gestisce la
vicinanza-individualità dei pezzi di testo che le stanno intorno, è
evidente: la prima volta segnala il fatto che si inserisce
un’interruzione, la seconda che l’interruzione è chiusa.
Mettere una sola virgola istituisce nuove relazioni, tra le
parti del testo, che a volte non funzionano:
A un certo punto, con il dorso delle ultime tre dita la mano
accarezza la guancia.
A un certo punto con il dorso delle ultime tre dita, la mano
accarezza la guancia.
Il primo caso potrebbe andare: una sola interruzione dopo il
complemento di tempo lo carica di importanza e impone un
nuovo ritmo al resto della frase, che corre più velocemente
verso la sua conclusione. La seconda invece non funziona
proprio: i due complementi isolati dal resto della frase sono
troppi perché li si possa caricare d’importanza, e non sono
autonomi quindi non ha senso lasciarli isolati.
Se hai bisogno di un’ulteriore dimostrazione del
funzionamento della virgola, possiamo tornare su uno degli
esempi all’inizio di questo paragrafo, che suonava più o meno

36
così:
A) Giudizio universale: tutti gli uomini che capiscono le donne
possono andarsi a sedere sulla panchina a sinistra.
B) Giudizio universale: tutti gli uomini, che capiscono le donne,
possono andarsi a sedere sulla panchina a sinistra.
Nel caso (A) il sintagma che capiscono le donne è
strettamente collegato al sintagma gli uomini, con l’effetto di
una limitazione: non devono sedersi sulla panchina tutti gli
uomini ma solo i tre che capiscono le donne. La frase che
capiscono le donne qui ha funzione limitativa.
Nel caso (B), l’individualità dei due sintagmi (tutti gli
uomini e che capiscono le donne) prevale sulla loro vicinanza,
ed è la cesura della virgola a segnalare questo distacco; l’effetto
è quello di due frasi coordinate:
Gli uomini possono sedersi sulla panchina a sinistra.
Gli uomini capiscono le donne.
La seconda è innestata sulla prima, diventa un inserto, un
attributo che possiamo cancellare senza perdere il significato
generale della frase [tutti gli uomini possono sedersi sulla
panchina a sinistra]. La frase che capiscono le donne qui ha
funzione aggiuntiva o attributiva.
Cosa succede se togliamo una sola virgola?
Giudizio universale: gli uomini che capiscono le donne,
possono andarsi a sedere sulla panchina a sinistra.
Quella virgola, lì, confonde e irrita perché si mette in mezzo
tra il soggetto e il suo verbo senza nessuna contrapposizione,
crea rumore come se nel bel mezzo di un rapporto sentissi
soffiare un gatto alle tue spalle.
Esistono, infine, dei casi in cui l’uso della virgola è, come la
dimensione dei profilattici, standard:
– dopo sì e no: Sì, lo voglio; no, ho mal di testa;
– dopo un vocativo: Teresa, ti desidero!

37
– in un’esortazione: Ti scongiuro, dammelo!
– in una ripetizione18: Hai spinto forte, forte.

Vedremo più avanti, quando parleremo di intenzione


comunicativa, perché in questi casi la virgola funziona.

Il punto
Il punto segnala un’interruzione più forte della virgola, ed è
tanto più forte se a seguirlo non troviamo altre parole (allora si
chiama punto e a capo).
Ignoreremo i dettagli del funzionamento del punto e
salteremo l’ampia casistica di situazioni nelle quali il punto può
o non può essere usato perché è divertente come partecipare a
una sessione di figging dalla parte sbagliata dello zenzero: c’è a
chi piace, ma io preferisco coltivare il mio spirito analitico in
altri modi. Quindi, spero che tu sia sulla mia stessa lunghezza
d’onda, ci concentreremo solo sulla logica del funzionamento
del punto.

IL PUNTO È IL PRINCIPALE ATTORE NELLA GESTIONE DEI


BLOCCHI INFORMATIVI.

Prendiamo il testo narrativo di apertura del paragrafo «Cosa


significa in concreto» (p. 34). Ogni capoverso19 ha un
argomento:
1. presentazione dei personaggi e descrizione della situazione;
2. carezze sulla testa;
3. carezze sul petto e sulla pancia;
4. pube;
5. masturbazione.
La narrazione ha seguito un percorso, la punteggiatura ne ha
segnato le tappe: il punto compare anche all’interno dei
capoversi. Ecco il secondo, quello delle carezze sulla testa:

La mano di lui, con un ritmo regolare, accarezza la testa di lei.

38
Le punte delle dita si infilano tra i capelli, pettinandoli: iniziano
dall’attaccatura e poi s’immergono passando lievi sul cuoio
capelluto, fino alla nuca e alla base del collo. A un certo punto,
con il dorso delle ultime tre dita, la mano accarezza la guancia,
quindi l’anulare, il medio e l’indice passano dietro l’orecchio.
Una volta, due volte, tre volte.

Osserva dove sono messi i punti:

La mano di lui, con un ritmo regolare, Descrizione generale di quello che sta
accarezza la testa di lei. accedendo (evento 1)

Le punte delle dita si infilano tra i Descrizione più particolareggiata


capelli, pettinandoli: iniziano dell’evento 1
dall’attaccatura e poi s’immergono
passando lievi sul cuoio capelluto, fino
alla nuca e alla base del collo.

A un certo punto, con il dorso delle Svolta narrativa: evento 2


ultime tre dita, la mano accarezza la
guancia, quindi l’anulare, il medio e
l’indice passano dietro l’orecchio.

Una volta, due volte, tre volte. Ripetizione dell’evento 2

Ogni segmento ha una propria ragion d’essere. Non è


l’unico modo per raccontare le cose, ma segue una logica di
interpunzione che ha lo scopo di rendere il testo pensato dalla
sua autrice più chiaro possibile nella mente della lettrice o del
lettore, una logica che ritroviamo nei singoli segmenti del
capoverso. Prendi il secondo segmento:

Le punte delle dita si infilano tra i Descrizione dell’evento 1


capelli,

pettinandoli: Dopo la virgola, specificazione


segmento precedente

iniziano dall’attaccatura e poi Dopo i due punti, descrizione dettagliata


s’immergono passando lievi sul cuoio evento 1
capelluto,

39
fino alla nuca e alla base del collo. Dopo la virgola, completamento
segmento precedente

Le due virgole di quest’ultimo passo introducono nel primo


caso una riformulazione20 esplicativa di quanto scritto
immediatamente prima e nel secondo un arricchimento di
significato (spaziale) a quanto scritto immediatamente prima. In
entrambi i casi le virgole potevano essere omesse ma la loro
presenza segnala un diverso grado di importanza: prima della
virgola l’informazione principale, dopo la virgola
un’informazione accessoria.
Un testo in cui ogni capoverso isola un blocco di
informazioni, e che riesce a rendere conto dei rapporti che
intercorrono tra i diversi blocchi di informazioni, è un testo che
sarà probabilmente compreso dal maggior numero possibile di
lettori e lettrici.

Il punto e virgola
Una volta chiarito che il punto e la virgola sono usati per
inserire nel testo delle interruzioni più o meno forti (e che
queste interruzioni non sono messe a caso ma servono a indicare
quali parti di testo vanno lasciate unite e quali invece devono
essere divise), potrebbe rivelarsi utile sapere che esiste un segno
di interpunzione che segna un’interruzione di forza intermedia:
il punto e virgola.
Il punto e virgola è un bisessuale che si vede poco in giro:
come la virgola può essere usato per gli elenchi o gli elenchi di
elenchi:
Fondo del palmo, cima del palmo, dita; fondo del palmo, cima
del palmo, dita; fondo del palmo, cima del palmo.
E come il punto (e la virgola) può essere usato per
giustapporre segmenti di testo:
Non sappiamo se si conoscono, se si amano, se sono marito e

40
moglie o solo amici; abbiamo perso tutto quel che li ha portati
davanti ai nostri occhi.
Questa ambiguità lo rende insieme potente e
apparentemente difficile da gestire, ma bastano poche regole per
semplificarci la vita. Il punto e virgola:
– negli elenchi può essere usato per coordinare elementi che
contengono al loro interno virgole (caso delle liste di liste, come
il primo esempio qui sopra);
– può essere usato per esprimere la fine di un’informazione
all’interno di un blocco concet
tuale unitario, come nell’ultimo esempio proposto in cui ciò che
sta dopo il punto e virgola è una riformulazione di ciò che sta
prima;
– negli elenchi numerati o puntati (come questo che stai
leggendo) può essere usato alla fine di ogni elemento, eccetto
l’ultimo.

… E…
I puntini di sospensione segnalano una sostituzione o una
mancanza, e questa funzione li rende il segnale più esplicito e
forte di interruzione o sospensione (per reticenza, censura,
allusione, suspense…) del flusso testuale di cui disponiamo:
Fondo del palmo, cima del palmo, dita; fondo del palmo, cima
del palmo, dita; fondo del palmo, cima del palmo… l’ultima
falange del medio entra
Di maggiore impatto (ma poco più diffuso dell’asterismo, o
tre asterischi) è soltanto, nella prosa, l’a capo senza punto, usato
da autori come Nanni Balestrini o Aldo Nove, ma Nove taglia
anche le parole oltre che le frasi, come in questo esempio21:
Speravo che Matteo non mi sborrasse all’improvviso in bocca
perché non volevo berla, glielo dissi e lui fu molto gentile
dicendo che me lo avrebbe succhiato un po’ lui.
Io mi misi a cavalcioni sulla sua fac

41
Ecco, racconto finito. Un po’ spiazzante, vero?
Ma è proprio questo il senso di rompere le regole, anche
nella forma oltre che nei contenuti: spiazzare.
Come vedi, la lingua si piega alle intenzioni del suo fruitore.

I trattini
Trovo divertente che la gente pensi che il trattino lungo e
quello breve siano la stessa cosa. E poi ti dicono che le
dimensioni non contano, ma noi sappiamo che le dimensioni
contano, perché anche il tempo è una dimensione e anche il
ritmo può essere misurato (anche se poi per descriverlo non
puoi usare un numero ma devi ricorrere a una funzione).
Dunque, contrariamente a quanto accade in ambito
ricreativo:

IL TRATTINO BREVE UNISCE, IL TRATTINO LUNGO


DIVIDE.

Cosa significa?
Ti ricordi quando abbiamo parlato del trattino che unisce
due o più parole? Ecco, quello è il trattino breve che unisce.
Nota però – te lo posso dire perché nel frattempo abbiamo
aggiunto strumenti per lavorare sulla lingua – che il trattino che
unisce lo fa tra mucchi di materia verbale grammaticalmente
identici (aggettivi con aggettivi, nomi con nomi) oppure tra
tutte-le-parole-di-un-sintagma perché vuole rimarcare l’unità di
quel sintagma.
E il trattino lungo? Il trattino lungo22 è quello che viene
usato per introdurre degli incisi in una frase – proprio come se
fossero parentesi23 –, o nei dialoghi, all’inizio delle battute.
Questa doppiezza del trattino è interessante in una
prospettiva didattica: ben rappresenta infatti la doppiezza della
punteggiatura che divide ma anche unisce, tanto che ti verrebbe
voglia di iniziare a parlare della punteggiatura a partire dai
trattini. Cioè, magari a te no, ma io un pensierino ce l’ho fatto.

42
Tra virgolette, tra parentesi
Le virgolette sono molto, molto affascinanti. Tutti sanno che
le virgolette si usano
– per il discorso diretto;
– per dire le cose diversamente da come le si dice24 (in maniera
allusiva o metaforica o sarcastica);
– per le citazioni.
Vuol dire che quando parliamo e scriviamo gestiamo piani
comunicativi differenti. È evidente in questo esempio la
differenza tra descrizione degli eventi e discorso diretto:
E lui disse: «Se vuoi berti qualcosa da me, considera che non
produco latte».
O in questo il passaggio tra le mie parole e quelle di qualcun
altro:
Come dice la massima: «Nella vita non importa con chi vai, ma
con chi vieni».
Ma non è difficile da ricostruire neppure in casi come:
È uno «sveglio».
Lui rispetta le sue «tradizioni»,
nei quali quel che le virgolette racchiudono non va
interpretato letteralmente.
In tutti questi casi esistono due piani in opposizione (il
discorso contro la descrizione del suo contesto, le parole di chi
parla e quelle di qualcun altro, il senso letterale e quello non
letterale) e la punteggiatura ci fornisce indizi sulla loro esistenza
e sulla loro gestione.

È per questo che i segni di questo tipo si aprono ma vanno


anche sempre chiusi25.
Le parentesi hanno due possibili funzioni.
La prima, meno comune, serve a gestire alcuni slittamenti di
piano comunicativo, con un effetto buffo:

43
Lui rispetta le (sue) tradizioni.
In questo caso, ciò che va interpretato non letteralmente non
è quanto chiuso tra parentesi ma quello che segue (se le
tradizioni sono individuali e non condivise non sono più
tradizioni, perché una tradizione è qualcosa che viene
trasmesso). E guarda quanto cambia se sposti le parentesi:
Lui rispetta le sue (tradizioni).
In questo caso lo slittamento non è più tra l’interpretazione
letterale e quella non letterale, ma tra il testo e il contesto o un
altro testo precedente. Usate con questa funzione, le parentesi
vanno gestite con oculatezza: quando hai la tentazione di usarle
così, fai qualche test di spostamento e vedi se il risultato ti
convince davvero.
La seconda funzione, più comune, serve a inserire del testo
senza cambiare il piano comunicativo, a meno che non pensi
che i tipi di testo che vengono inseriti grazie alle parentesi
(esemplificazioni, specificazioni, riformulazioni) rappresentino
diversi piani comunicativi. Non sostengo che non sia così, al
contrario: pensaci, trova una tua soluzione che ritieni
soddisfacente.
Ho parlato solo delle virgolette dette doppi apici, ignorando
le caporali e gli apici singoli: se vuoi un elenco di casi in cui
usare gli uni e gli altri, valuta la possibilità di consultare
internet. Ci sono siti che lo spiegano molto dettagliatamente,
davvero. Io volevo solo chiarirti la logica, che è: le virgolette
hanno la stessa funzione di quando dici: «Facciamo che io ero
lo scolaro impertinente e tu la preside che ama la disciplina…».

^___^
E le emoticons? Sono o non sono punteggiatura?
Certo, che domande! Anche se ormai gli emoji le stanno
soppiantando, queste combinazioni di segni interpuntivi
manifestano tre caratteristiche degne di nota:
– sono combinazioni di segni, si tratta di uno dei pochissimi casi

44
(a parte !?!? e !1!!!1!!!!!1!! e variazioni) in cui abbiamo una
combinazione funzionale di segni che peraltro…
– … è assai più rigida e formalizzata che nei casi portati ad
esempio. Esiste un certo grado di varietà, perché tra :) e :-) non
c’è differenza di significato, ma non così tanta come si potrebbe
pensare: :*) vuol dire già un’altra cosa, e abbiamo appena
sostituito un trattino breve con un asterisco!;
– tale formalizzazione va di pari passo con una convenzionalità
dei significati: le emoticons rappresentano, come tutti gli altri
segni di interpunzione, degli strumenti che la o lo scrivente usa
per esplicitare determinate indicazioni interpretative sul testo. A
tutti gli effetti la faccetta sorridente dello smiley è un segno di
interpunzione che serve a esplicitare il sarcasmo e la faccetta
sorridente con la lingua di fuori è una sua varietà più
sbarazzina26.
Il fatto che io dica che è punteggiatura, tuttavia, temo che
non basti a renderli accettabili in una comunicazione scritta
formale, li ho trattati più che altro per amor di completezza27.
Tu fai finta di niente.

Pom pom da cheerleader e lap dance


Gli asterischi sostituiscono qualcosa, lo nascondono come
dei pom pom da cheerleader, la sbarretta è invece come il palo
per la lap dance, intorno al quale due alternative girano
vorticosamente, lasciandoti scegliere quella che preferisci.
C’è poco altro da dire e sono certo che li sai usare entrambi
perfettamente, io li menziono perché farlo mi permette di citare
un fenomeno che per fortuna sta prendendo piede: il ricorso a
un linguaggio rispettoso delle differenze di genere. Includere
entrambi i generi quando si parla di molteplicità o di individui
indistinti è semplicemente più corretto che non farlo28. E farlo
con asterischi e sbarrette è un buon modo di farlo… per chi non
ha voglia di sbattersi.
Se invece ti interessa scrivere come un figo29, ingegnati:

45
trova sinonimi, escogita locuzioni alternative, elabora piani B,
metti in atto strategie di fuga verbale. In questo libro ce ne sono
dozzine, non sembrano neanche ripieghi (la prima versione del
capoverso precedente finiva così: «E farlo con asterischi e
sbarrette è un buon modo di farlo… per i pigri»); quando non
sono riuscito a trovarli ho semplicemente fatto ricorso a
entrambe le forme; in altri casi, ho definito una regola di
alternanza e l’ho rispettata, perché scrivere significa stabilire un
patto tra chi scrive e chi legge e se il patto è sensato e viene
rispettato, il testo sarà un buon testo.
A questo proposito:

PER GESTIRE BENE LA PUNTEGGIATURA, PRIMA DI


INIZIARE A SCRIVERE QUELLO CHE VUOI SCRIVERE,
SCRIVI UNA PAGINA IN CUI DECIDERAI QUANDO USARE
OGNI SEGNO DI INTERPUNZIONE.

Fidati, funziona.

Conclusioni

Bene, questo capitolo è stato molto denso e decisamente


impegnativo, ma non preoccuparti: è il più difficile di tutto il
libro.
Abbiamo però visto alcune cose importanti, la più
importante delle quali è che i segni di interpunzione servono a
far capire che sta cambiando qualcosa nel testo e la seconda in
ordine di importanza è che, proprio come per il sesso, è
fondamentale definire per sé stessi subito le regole e i limiti:
perché se si hanno le idee chiare, i nostri lettori e le nostre
lettrici capiranno molto più velocemente in che modo
comunichiamo. E avranno maggiori probabilità di raggiungere
l’orgasmo.

46
1 Questo elenco in ordine alfabetico non è esaustivo! Sono solo alcune delle cose che
puoi fare scopando (o facendo l’amore, se sei fortunato).
2 Sei maggiorenne, vero? Perché se non lo sei forse dovresti leggere qualcos’altro,
chessò, una raccolta di fiabe politicamente corrette o dei fumetti in delicati colori
pastello che raccontano storie a lieto fine di fiori e coccinelle…
3 Il che a pensarci bene è curioso, visto che possono solo essere scritti (la

punteggiatura non fa parte dell’oralità, a meno che tu non stia dettando un messaggio
al tuo iPhone). Affronteremo questo nodo centrale più avanti in questo capitolo.
4 Il concetto di sintagma venne introdotto in linguistica da Ferdinand de Saussure per

indicare un insieme di parole collegate tra loro da un rapporto forte (più di un flirt,
meno di un matrimonio); è un’unità intermedia tra la singola parola e la frase. Tanto
per capirci: Ho vissuto / un’esperienza indimenticabile / con un ragazzo dai capelli
rossi è formato da tre sintagmi, rispettivamente: verbale, nominale, preposizionale. Il
tipo di sintagma si definisce in base alla sua «testa», ovvero alla parte che
regge/introduce il costrutto. Puoi leggere subito il paragrafo «E allora diventa
inevitabile parlare di…» per approfondire!
5 La parola sintagma arriva dal greco (anche se è stata coniata da uno svizzero

francese): syntagma [unione], a dimostrazione del fatto che il sesso è lo strumento


ideale per parlare della lingua (e che quando le lingue si uniscono è poesia oppure è un
bacio).
6 Ammetto di trovare divertente il fatto di mettere note ogni volta che compare la

parola sintagma*, ma questa mi permette di aggiungere che i sintagmi possono


contenere altri sintagmi. Ovviamente in questa regola stiamo parlando dei sintagmi che
non contengono altri sintagmi al loro interno.
* Il software non mi permetteva di mettere una nota nella nota, ma ho escogitato
questa soddisfacente soluzione. E scommetto che non l’avevi ancora mai vista.
7 Sta diventando una questione di principio, abbi pazienza.
8 Occhei, questo è l’ultimo, lo prometto.
9 Intendevo questo. La smetto, davvero.
10 Queste due metafore ne sostituiscono altrettante a sfondo sessuale che mi è stato
chiesto, per carità, di togliere. Ma se ci provi secondo me puoi inventartene due anche
tu che siano adatte.
11 Nel caso di fondo del palmo, cima del palmo si tratta di due sintagmi nominali
composti da un sintagma nominale (fondo, cima) e un sintagma preposizionale (del
palmo).
12 Una proposizione è un sintagma verbale complesso che può contenere altri tipi di
sintagmi, come i sintagmi nominali (marito, moglie) o sintagmi avverbiali (solo amici).
13 Questo meccanismo si chiama closure ed è stato trattato molto chiaramente da Scott

McCloud nel saggio a fumetti Capire il fumetto, Pavesio, Torino 2007.


14 Eccetto nel caso in cui tu non stia usando le parole, ma solo menzionandole. Ad

esempio se scrivi: La frase «gli uomini sono tutti diversi» è composta dalle parole: gli,
uomini, sono, tutti, diversi. La differenza tra uso e menzione, se viene ignorata,
scardina quasi qualsiasi regola grammaticale.

47
15 Se sai come farlo, il che non vale solo per le virgole.
16 Tratto da Francesco Piccolo, La separazione del maschio, Einaudi, Torino 2008, p.
150.
17 La pareidolia è quella meravigliosa illusione subcosciente che ci porta a vedere
forme note e strutture ordinate in immagini casuali.
18 Esercizio: prova a definire con parole tue che differenza c’è tra la frase nell’esempio

là sopra e questa frase: Hai spinto forte forte.


19 Un capoverso è un blocco di testo racchiuso tra due punti a capo. Negli ultimi anni

si è andata affermando, su spinta dell’inglese, l’uso di paragrafo con il medesimo


significato, ma in italiano il paragrafo è la porzione di testo con un titolo.
20 Una riformulazione è un tipo di ripetizione nella quale non c’è iterazione (ovvero
ripetizione identica come in: sì, si, sì, sì…). Parlanti normali ripetono, in situazioni
normali, con fini specifici: correggere, aggiungere o sottrarre informazioni per
evidenziare una parte del messaggio, usare parole diverse al fine di una maggior
chiarezza (parafrasi o riformulazione esplicativa).
21 Tratto da Aldo Nove, Woobinda e altre storie senza lieto fine, Castelvecchi, Roma
1996.
22 Questo è interessate: ci ostiniamo a chiamarlo tratt-ino (cioè [piccolo tratto]) lungo
perché ormai la forma al diminutivo è il nome del segno tipografico e la parola non è
più veramente analizzabile come diminuita… Se ci pensi è esattamente quello che
accade alle piccole virgole che-non-sono-più-piccole-virgole di cui parlo nel prossimo
paragrafo. E c’è almeno un altro caso analogo: i testicoli sono, perché lo erano già in
latino, [i piccoli testimoni dell’atto sessuale]… e poi vallo a spiegare a quelli che si
vergognano a farsi guardare mentre fanno sesso!
23 E in questo esempio. La frase che contiene questa nota è tra trattini lunghi, la vedi,
no?
24 E usate in questo modo sono così potenti che sono passate dalla scrittura alla
gestualità: è diffuso il gesto di fare le virgolette con le dita ai lati della bocca, che è una
sineddoche che sta per [quello che sto dicendo].
25 Anche se esiste un’eccezione, molto comune: il trattino lungo nei dialoghi viene

generalmente aperto e non viene chiuso, lasciando al punto e a capo il compito di


chiudere la battuta.
26 Io per un certo tempo ho pensato che avesse un qualche retroscena sessuale. È stato

molto imbarazzante scoprirlo, dopo anni di fraintendimenti («Come, non volevi fare
sesso con me? Ma hai scritto quell’SMS con la faccina con la lingua di fuori!»).
27 Ma è più che amore, è vera e propria attrazione sessuale.
28 E, senti, chiariamoci subito: se pensi che ci siano cose più importanti, risolvi pure il

problema della fame nel mondo e non perdere altro tempo con questo libro. Io non sto
discutendo di che cosa sia più importante ma sto solo spiegando qual è il modo
migliore per esprimersi. E se pensi che il maschile neutro sia una soluzione
grammaticalmente ineccepibile, ti sbagli (e ti spiegherò perché in un futuro volume su
sostantivi e determinanti ^___^ ).
29 Ehi, questo è il capitolo con l’allocutivo al maschile!

48
Parliamone

Non è come sembra

Certo, potresti accontentarti di quello che hai letto nel primo


capitolo e andare avanti per la tua strada. Ma tu sei una tipa
curiosa1, e avventurosa, e anche un po’ ribelle2, quindi leggendo
un testo come questo:

Ero incazzato, perché ero sicuro che ce l’avrei fatta. Con le mie
forze e i sotterfugi, con un sistema di elusioni e menzogne e ore
rubate, con la mia meschinità e anche la mia vitalità, con
l’energia che ci mettevo, ce l’avrei fatta. Avevo una famiglia in
cui credere e che credeva in me, avevo una vita sessuale
sfrenata e avevo molti amori seri e vivi.
E invece.3

Arrivata al secondo capoverso ti domanderesti: «Qual è


l’uso del punto fermo in questo caso? Che cosa sono quelle due
parole? Una frase?».
Quel che ho scritto nel capitolo precedente è tutto vero, ma
non è tutto. Ti faccio un altro esempio: ti ricordi che ho scritto
che un segno di punteggiatura non dovrebbe mai occorrere tra
un articolo e il suo nome? Leggi questa frase:
La frase che stai leggendo è composta da venti parole: la, frase,
che, stai, leggendo, è, composta, da, venti, parole.
Possiamo discutere del numero di parole o di frasi, o di
quanto sono disonesto nell’esemplificare, ma non della

49
correttezza della presenza di una virgola tra le parole la e frase.
La regola generale è vera, ma la lingua è uno strumento di
piacere aperto a qualsiasi esperienza, per quanto sorprendente.
La vera regola potrebbe essere:

PUOI FARE QUELLO CHE VUOI CON LA PUNTEGGIATURA


MA OGNI COSA RESTITUIRÀ UN DIVERSO EFFETTO (E IN
ALCUNI CASI L’EFFETTO SARÀ DIMOSTRARE CHE NON
SAI SCRIVERE DECENTEMENTE IN ITALIANO).

Quindi lo scopo di questo prontuario è cercare di fornirti gli


strumenti per capire quale sarà l’effetto del tuo interpungere. Di
ogni tuo interpungere.
Allora abbiamo due obiettivi:
1. evitare i casi in cui sembra che tu non sappia scrivere bene in
italiano. Per raggiungere questo obiettivo per prima cosa basta
acquisire quanto detto nel primo capitolo: tutto quel che ho
scritto lì è vero ed è sufficiente a coprire la maggior parte dei
casi (ma ci torneremo, anche se per prima cosa rivedremo quei
concetti in una prospettiva più ampia);
2. imparare a infrangere le regole del primo capitolo per
ottenere risultati diversi. Per farlo devi iniziare a vedere i testi in
modo diverso; per imparare a vedere i testi in modo diverso,
bisogna smettere di leggerli e iniziare ad analizzarli; per
analizzare i testi bisogna non accontentarsi di capirli ma
imparare a spiegarli; per spiegarli bisogna impossessarsi degli
strumenti (mentali) giusti4.

Sei pronta?
Non ti nego che sarà dura ma, ehi, le cose dure possono
essere piacevoli5!

Una questione di misure

50
Per cominciare, identifichiamo tre unità di misura del testo:
il sintagma, la frase e il capoverso.
Tutto il capitolo precedente è stato dedicato al sintagma e
aver capito che cosa è un sintagma e come funziona ci permette
di spiegare perché questa frase non va bene se chi la scrive non
vuole affittare una stanza a una ragazza con le ossa grosse:
Affittasi a ragazza ampia, stanza singola ben arredata.
Prova a spiegarlo tu.
Ancora un po’, dai, sforzati.
Cosa intendi esattamente?
Ora te lo spiego io, così puoi confrontare le nostre
spiegazioni. Il motivo per cui quella frase significa [affitto una
stanza a una ragazza di grandi dimensioni] e non [affitto una
stanza di grandi dimensioni a una ragazza] è che la virgola
spezza il sintagma ampia stanza e sposta la parola ampia nel
sintagma a una ragazza, che così diventa: a una ragazza ampia.
Lo capivi comunque, perché non hai bisogno di conoscere la
parola sintagma per usare i blocchetti di significato che
chiamiamo così, ma poter usare gli strumenti giusti per spiegare
la differenza è il primo passo per imparare ad analizzare e
quindi migliorare.
In questo capitolo ci concentreremo sulle frasi e impareremo
a spiegare perché queste due frasi sono diverse:
Se l’uomo sapesse il valore che ha, la donna andrebbe a quattro
zampe alla sua ricerca.

Se l’uomo sapesse il valore che ha la donna, andrebbe a quattro


zampe alla sua ricerca.
E perché lo sono queste:
Sono vivo e vegeto.
Sono vivo. E vegeto.
Per trattare seriamente questi argomenti dovremo fare

51
qualcosa che si avvicina molto a una roba che forse hai fatto a
scuola che si chiama analisi del periodo.
Nel prossimo capitolo parlerò di capoversi, gestione del
tema e struttura logico-argomentativa; in questo invece vedremo
insieme la sintassi della frase (cioè come le parole riescono
insieme a formare delle frasi). Preparati, la sintassi frasale è una
sfida stimolante perché analizzare una frase sta all’analisi di un
testo come un cunnilingus sta a una scopata: puoi anche
trasformare una scopata in una cavalcata selvaggia e divertirti,
un cunnilingus no, deve essere fatto bene.

E allora buttiamoci nella sfida stimolante!


Subito una regoletta semplice semplice:

IL PUNTO È IL PRINCIPALE STRUMENTO CHE HA LA


LINGUA SCRITTA PER SEGNALARCI CHE FINISCE UNA
FRASE E NE INIZIA UN’ALTRA.

Ma… cos’è una frase?


Una frase è un insieme di parole tra le quali intercorrono
rapporti6. Quasi come un sintagma: possiamo avere frasi
costituite da un solo sintagma, ma ciò che distingue una frase da
un sintagma è che di solito la frase è costituita da più sintagmi,
uno dei quali è un sintagma verbale. Questo punto, l’unicità del
sintagma verbale, è centrale:

NO SINTAGMA VERBALE NO PARTY.

La lingua italiana funziona così quasi sempre, mentre altre


lingue funzionano diversamente, ad esempio in russo, in maori e
in latino le frasi senza verbo sono strutture linguistiche comuni.
In realtà di alcune parole (sì, no, forse) si dice che, usate da sole
ad esempio in una risposta («Vuoi venire a vedere come la mia
fotocopiatrice è precisa nel riprodurre dettagli anatomici?».
«No».), siano olofrastiche, cioè svolgano la funzione di

52
un’intera frase, ma si tratta appunto di casi che per la loro
eccezionalità non intaccano veramente la regola.
Oops… permettimi una digressione metodologica. In ambito
scientifico la sequenza di suoni «l’eccezione conferma la
regola» è priva di senso: una eccezione falsifica la regola. E, se
ci pensi, solo una mente deviata può davvero pensare che una
regola sia confermata da una sua eccezione a meno che7 non si
intenda che il definire un certo evento X come eccezione
conferma il fatto che la regola rispetto alla quale l’evento X è
eccezionale sia proprio la regola che descrive il comportamento
di tutti gli eventi eccetto X.
Converrai che si tratta di una argomentazione così kitsch da
apparire affascinante. Ma, se non l’abbracciamo, è necessario
fare una di queste tre cose:
1. riformulare la regola in maniera meno elegante: «No
sintagma verbale e no parole olofrastiche, no party»;
2. negare che le parole olofrastiche abbiano valore di frase, cioè
siano olofrastiche;
3. sostenere che sì e no siano sintagmi verbali.
Ti spiego la mia soluzione, tu puoi pensare a un’alternativa
che eventualmente ti soddisfi di più (è così che si trovano
migliori regole grammaticali). Per motivi religiosi non posso
accettare di definire sì e no come verbi; d’altronde la parola
olofrastiche è a mio parere dotata di una intrinseca bellezza, mi
fa pensare a delle posizioni sessuali, quindi non posso
obliterarla con troppa leggerezza; infine è seccante anche
rinunciare all’eleganza di quella regola8.
Se però assumiamo che le parole olofrastiche non svolgano
esattamente la funzione di una frase ma richiamino e
incapsulino un’altra frase (da sole non significano niente:
devono essere riferite a qualcosa) aggiungendovi qualcos’altro
(una negazione, per esempio), allora la regola è salva, il party è
salvo, l’unica cosa di cui ci dobbiamo ricordare è che oltre alle
frasi esistono degli oggetti linguistici, le olofrasi, che senza
contenere sintagmi verbali possono

53
riassumere/implicare/sottintendere/richiamare altre frasi.
Ci interessa? Sì, perché l’olofrase, facendo riferimento a
un’altra frase con una parola chiave, perde tutto: perde il
sintagma verbale, perde tutti gli altri sintagmi e perde anche la
punteggiatura tra questi sintagmi; ma mantiene (o sviluppa in
risposta) un segno di punteggiatura conclusivo, che separa
l’olofrase dal resto del testo: l’ultimo segno di punteggiatura
dell’altra frase è l’unica cosa che l’olofrase non incapsula,
perché ne ha comunque bisogno:
Quando gestisci la punteggiatura di un’olofrase devi quindi
ricordarti che il segno di punteggiatura che la chiude ne
definisce il senso. Guarda come cambia il significato delle
risposte nell’esempio:
Vuoi venire a vedere come la mia fotocopiatrice è precisa nel
riprodurre dettagli anatomici?
No.
No!
No?
Non è finita qui: la lingua non si ferma certo davanti a una
bella regola (no sintagma verbale no party) e la nostra
definizione di frase cozza con la regola secondo la quale il
punto è il principale strumento per porre termine a una frase.
Ricordi questo esempio? È un intero capoverso, anzi, due:

Ero incazzato, perché ero sicuro che ce l’avrei fatta. Con le mie
forze e i sotterfugi, con un sistema di elusioni e menzogne e ore
rubate, con la mia meschinità e anche la mia vitalità, con
l’energia che ci mettevo, ce l’avrei fatta. Avevo una famiglia in
cui credere e che credeva in me, avevo una vita sessuale
sfrenata e avevo molti amori seri e vivi.
E invece.

Il secondo capoverso è una frase senza verbo che, in


maniera poco diversa dalle parole olofrastiche, implica tutti i

54
verbi del capoverso precedente9.
Questo significa che la regola è sbagliata? Sì. No. Più o
meno. Lo vedremo più avanti: le regole grammaticali sono fatte
per descrivere com’è un testo chiaro. Per scrivere un testo fico,
invece, bisogna essere brave a infrangere le regole.

Dichiarazione di dipendenza
Dunque ci sono le frasi. Alcune sono frasi semplici,
contengono un solo verbo; altre sono frasi complesse, cioè frasi
costituite da più frasi, che quindi contengono più verbi. Tutta la
lingua è pervasa da trame di relazioni tra frammenti di testo ed è
per questo che il testo si chiama testo (che è una forma antica
per tessuto e richiama appunto l’intersecarsi di fili) e che per
descrivere le storie ricorriamo a parole come trama o intreccio.
Il tessuto non c’è solo al livello della storia, del testo nel suo
insieme, ma c’è anche al livello dei sintagmi, come abbiamo già
visto, e delle frasi, che possono essere coordinate, quando sono
allo stesso livello, oppure subordinate, quando una dipende
dall’altra. Capire intuitivamente la differenza tra coordinazione
e subordinazione è facile, infatti esistono liste di parole speciali
che indicano un tipo rapporto oppure l’altro e le studentesse
possono imparare sui libri a sgranare come perle di un rosario le
congiunzioni subordinanti o quelle coordinanti.
Dimostrare questa differenza è di poco più complicato.
Attenzione, la parola chiave è: dimostrare.
Facciamo un gioco: vediamo come è possibile dimostrare
che tra le frasi in A esiste un rapporto di coordinazione e tra le
frasi in B e in C c’è un rapporto di subordinazione (è quello che
ci dicono le grammatiche):
A) L’ho fatto ma non volevo.
B) L’ho fatto sebbene non volessi.
C) L’ho fatto quando non volevo.
Di solito si ricorre a strumenti molto raffinati per questa
dimostrazione – i diversi tipi di congiunzioni, l’uso e il

55
funzionamento dei modi verbali – ma noi li ignoreremo (o
quasi) perché questo prontuario tratta la punteggiatura, non i
verbi e non le congiunzioni, e poi perché voglio stare sotto le
centocinquanta pagine, quindi ho bisogno di uno strumento
facile e diretto. Niente corteggiamento a questo giro: se ci stai,
ci stai.
Il test di sostituzione funziona così: in ogni frase sostituiamo
la parola che unisce le frasi con un punto, e vediamo che cosa
succede:
Aii) L’ho fatto. Non volevo.
Le frasi erano tenute insieme dalla parola ma e, ora che sono
separate, prese una alla volta funzionano. La cosa più
importante è che funzionano anche insieme: chi le legge, grazie
al meccanismo della closure che abbiamo già visto, può
sfruttare l’indizio che il testo stesso fornisce per ricostruire la
connessione tra le sue due frasi; l’indizio in questo caso è la
contrapposizione tra il fare e il non volere, che ci suggerisce una
qualche forma di contrasto od opposizione tra le due frasi.
Ecco cosa succede invece con la frase B:
Bii) L’ho fatto. Non volessi.
Sostituendo la parola che congiunge le frasi con il punto, le
frasi non funzionano più.
No, aspetta, va detto meglio.
L’ho fatto, da sola, funziona; e anche non volessi, da sola,
funziona: è un augurio che la o il parlante fa a sé stesso o sé
stessa; può addirittura reggere un’altra frase (Non volessi
andare a questo appuntamento. Ma voglio, voglio…). Eppure
nella compresenza delle due frasi qualcosa non funziona più: il
loro legame non è chiaro quanto lo era nella frase Aii anche
perché è più complesso: nella frase A c’era una semplice
contrapposizione tra azione e volizione desumibile dalle parole,
nella frase B l’azione è portata a termine nonostante la
volizione, come concessione rispetto alla volontà.

56
Con la frase C il discorso si fa più chiaro:
Cii) L’ho fatto. Non volevo.
Sembra identica alla frase A, ma il nesso temporale che si
perde trasformando C in Cii è irrimediabilmente perso, perché
non abbiamo strumenti nelle due frasi risultati per ricostruirlo.
Quindi10:

C’È SUBORDINAZIONE TRA DUE FRASI QUANDO, SENZA


LA CONGIUNZIONE, NON È POSSIBILE RISALIRE AL TIPO
DI RELAZIONE TRA LE DUE.

Fare le cose secondo le regole


Abbiamo parlato molto di relazioni, party, individui,
riferimenti, rapporti di dipendenza, errori e atti che sembrano
sbagliati anche se non lo sono… in effetti può succedere, dopo
aver pronunciato le frasi: «Parliamone» e «Non è come
sembra»11. In fondo è stata colpa mia12, ché le ho introdotte.
Ma questo discorso ha potenziato la nostra capacità
analitica, perché ci ha permesso di affrontare il concetto,
utilissimo, di frase. Adesso vorrei fare due cose:
1. rivedere quello che avevo detto nel primo capitolo alla luce
del concetto di frase;
2. affiancare alla frase l’idea, non meno utile, di intenzione
comunicativa.
Ecco, ti ho anticipato che rilancerò: mi aspetto che tu veda.

Partire da un niente
Come anticipato, il punto è un segno speciale, usato in
innumerevoli ambiti disciplinari (dalla geometria alla musica,
dalla matematica alla grammatica) tanto che nel dizionario
Battaglia13 le sue innumerevoli accezioni occupano più di
quattordici pagine, le ultime delle quali, forse non a caso,
riguardano l’uso tipicamente toscano di punto con il significato
di [niente, affatto], come succede nei versi di Dante, quando le

57
nobildonne fiorentine14 gli dicono:

Vedestù pianger lei, che tu non puoi


punto celar la dolorosa mente?

Ovvero, in termini un po’ più rozzi e moderni: [(perché


piangi?) l’hai forse vista piangere, che non puoi affatto
nascondere il doloroso ricordo?].
In generale, un punto è qualcosa di piccolo – addirittura
senza dimensioni – ma significativo (il punto della questione, il
punto di fuga, il punto G15) perché impone un momento di
pausa: quando arriviamo al punto (in senso letterale) ne
approfittiamo per tirare le somme di quello che abbiamo letto e
dare un senso compiuto alla sequenza di parole raccolte nel
frattempo. Pensa ai test di sostituzione visti finora: in tutti quei
casi solo una volta giunti al punto si poteva valutare la frase nel
suo complesso16, in termini di grammaticalità e di significato.
La funzione di «segnale di controllo della lettura» è assolta
dal punto sia con le frasi semplici sia con quelle complesse: nel
primo caso conclude l’elenco dei sintagmi correlati al sintagma
verbale che anima la frase, nel secondo conclude l’elenco delle
frasi subordinate correlate alla frase reggente.
Che si tratti di una sola subordinata:
Se l’avessi scritto diversamente, te ne saresti accorta,
o di frasi più complesse che hanno più subordinate (qui, due
subordinate tra loro coordinate):
Qualsiasi frase, per quanto corta, se è autonoma, può
concludersi con un punto.
e la situazione non cambia nel caso di coordinate:
Si amavano teneramente, si tenevano per mano, si baciavano
sulla guancia, si guardavano spesso negli occhi.
Si tratta di un uso molto efficiente degli strumenti linguistici

58
perché permette di isolare una costellazione di significati che
sono strutturalmente connessi… Ma attenzione: non è un uso
particolare dei segni di interpunzione, al contrario si tratta
dell’uso più normale che si può, è l’uso standard. Solo che lo
spieghiamo in modo diverso.

I casi standard della virgola


Se le frasi sono coordinate, il testo è come un elenco: ci
troviamo di nuovo al caso di separazione di materia verbale
grammaticalmente uguale, quindi boh, ormai sai che funziona
così, inutile perderci tempo.
Quando puoi usare la virgola all’interno di una frase ma non
di un elenco?
Abbiamo già visto alcuni casi:
1. dopo olofrasi come sì e no: Sì, lo voglio. No, ho mal di testa.
2. dopo un vocativo: Elvezio, ti desidero! Tu, pensa ai fatti tuoi!
3. in un’esortazione: Per favore, dammelo!
4. tra soggetto e verbo per superare i confini di frase, ma è un
uso inconsueto, di sesso strano ci occupiamo più tardi.

Delle olofrasi (1) abbiamo già detto fin troppo, attenzione


invece ai vocativi (3), che sono oggetti strani, dotati di una loro
autonomia e quindi libertà. Puoi giocare a «dov’è Wally?»
cercandoli praticamente dappertutto, sapendo solo che questi
vocativi si vestono con una virgola prima e una dopo (che
ribadiscono la loro separazione dal resto):

Tu non sai, Modesta, che cosa sono gli uomini che ho


conosciuto fin da piccolo, gli uomini che mi hanno, diciamo,
formato.17

Anche se questo esempio è volutamente complesso:


contiene ben cinque virgole, due isolano il vocativo, la terza
compare prima di una specificazione con una ripresa esplicita
(gli uomini… gli uomini), le ultime due isolano quel diciamo

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con funzione aggiuntiva (anche se è difficile immaginare un
controesempio senza virgole con funzione limitativa18), ma con
una marcia in più: Carlo non sta usando quel verbo per
descrivere gli uomini che lo hanno formato, lo sta usando per
parlare della sua frase, lo sta usando per indurre una certa
interpretazione della sua frase. So che posticipare è crudele19,
ma ci torneremo più avanti.
(3) Vediamo ora il caso delle esortazioni, dài! No.

Sintagmi solitari, ovvero perché no significa no


Più complicato il caso di isolamento di un sintagma senza
funzione vocativa o esortativa. Una frase come:
La panettiera, è andata tre volte dal vicino questa settimana
implica un uso non efficiente della punteggiatura: c’è ma
non se ne vede l’utilità alla luce della teoria tradizionale.
A questo proposito, una regola per una gestione efficiente
della virgola per isolare pezzi di frase è:

LA VIRGOLA PUÒ ISOLARE UN SINGOLO SINTAGMA SE


QUEL SINTAGMA NON FA PARTE DELLA FRASE.

Per capire veramente questa regola bisogna tornare al


concetto di frase: nel paragrafo «E allora buttiamoci nella sfida
più stimolante!» ho definito la frase come un insieme di parole
tra le quali intercorrono rapporti. I rapporti non sono solo
grammaticali in senso stretto (accordo di genere, numero e caso,
ad esempio), ma anche in un senso più ampio, nel senso in cui
la grammatica è lo strumento che ci permette di dare forma a
quello che vogliamo comunicare, cioè il perché quelle parole
devono stare insieme, l’intenzione comunicativa che riunisce i
significati degli elementi che costituiscono la frase20.
Prendi una frase complessa come inizia quando vuoi. Anche
se fanno parte di un’unità di significato, i due sintagmi verbali
hanno funzioni diverse, e usando la punteggiatura (inizia,

60
quando vuoi) è ancora più chiaro che la prima frase (inizia)
esprime un ordine o un permesso, la seconda (quando vuoi) una
collocazione temporale o una rassicurazione. Le due frasi sono
animate da differenti intenzioni comunicative che c’erano anche
prima della virgola, ma che la virgola ha messo in evidenza.
Proprio come il vocativo, anche se non è una frase, ha
un’intenzione comunicativa diversa (richiama l’attenzione di
qualcuno) rispetto alla frase (dice quel che deve dire).
Proprio come il diciamo usato da Carlo alla fine del
paragrafo precedente per spiegare a Modesta che stava parlando
degli uomini ai quali deve la sua formazione sessuale e
relazionale21.
Riprendiamo la storia della panettiera:
La panettiera, è andata tre volte dal vicino questa settimana.
Qui l’intenzione comunicativa espressa da ciò che sta a
sinistra della virgola è la stessa di quel che sta a destra ed è
questa identità di intenzione comunicativa che causa un
cortocircuito nella percezione della frase (che si capisce lo
stesso, ma, appunto, lo stesso, cioè [nonostante questa
punteggiatura scadente]).
E fin qui tutto chiaro, no? La virgola va bene se divide due
cose con intenzione comunicativa diversa, non va bene se divide
due cose con la stessa intenzione comunicativa.
E un caso come quello della prima frase di questo brano?

Mai, la parola chiave è mai. Il resto può discutersi, ma quanto al


punto nodale, al nocciolo, un fatto è pacifico: in quei quattro
anni, Ottavio Tondi non ha mai incontrato Ligeia Tissot.22

Apparentemente l’intenzione comunicativa del mai a sinistra


della virgola e di quel che ci sta dopo è la stessa, anzi, sembra
una ripetizione. Ma a un esame più attento ci si accorge che il
mai è narrazione, il resto sono indicazioni esplicite per chi
fruisce la narrazione, indicazioni sull’interpretazione del testo:

61
l’intenzione comunicativa cambia perché cambia il piano al
quale si lavora e risulta evidente se provi a fare un test di
soppressione (togli la virgola e tutto quello che segue fino al
punto):
Mai. Il resto può discutersi, ma quanto al punto nodale, al
nocciolo, un fatto è pacifico: in quei quattro anni, Ottavio Tondi
non ha mai incontrato Ligeia Tissot.
Vedi? L’intenzione è così diversa che una parte del testo
può essere omessa.
E ora facciamo un altro passo verso il letto: quante frasi e
quante intenzioni comunicative vedi nella seconda frase
complessa?
Tre frasi:
1. il resto può discutersi
2. ma un fatto è pacifico
3. Ottavio non ha mai incontrato Ligeia
E le intenzioni? Le intenzioni rimangono tre: due in
contrapposizione (ammettere la possibilità di discutere il resto
contro dichiarare un fatto), la terza che definisce il fatto
specifico (informare che Ottavio non ha mai incontrato Ligeia).
Come vedi non tutte le virgole separano le frasi, anzi, tra le
prime due c’è l’intera riformulazione di una locuzione, al punto
nodale, che compare nella prima frase; e il segno che separa la
seconda dalla terza frase è un due punti. Ma quando si passa da
un’intenzione comunicativa all’altra i segni di interpunzione
sono fondamentali.

Abbracciarsi da soli: le parentetiche


C’è pure il caso, che abbiamo già visto, della parentetica:
Platone, a dispetto dell’aggettivazione che lo menziona,
apprezzava i piaceri di una bella scopata carnale.
La virgola che isolava olofrasi o sintagmi stava bene
prevalentemente in contesti informali, quando si porta dietro

62
un’amica diventa sfacciata e si sente dappertutto a proprio agio,
l’importante è che possa infilare nel testo parole interessanti (e
che si ricordi di chiudere la porta quando tutte le parole sono
entrate).
Proprio dappertutto? Quasi: il legame che c’è tra l’articolo e
il nome non viene di norma spezzato neppure da una
parentetica. Come anticipato, la presenza delle virgole
parentetiche forza un’interpretazione attributiva mentre la loro
assenza forza un’interpretazione limitativa; ti propongo però
una riflessione. Prendi la frase:
C’è pure il caso, che abbiamo già visto, della parentetica.
La dimostrazione che la frase che abbiamo già visto è un
puro attributo sta nella possibilità di toglierla senza perdere
nessun pezzo:
C’è pure il caso della parentetica.
Diventa interessante invece una ipotetica formulazione
limitativa:
C’è pure il caso che abbiamo già visto della parentetica.
Funziona, ma è retta da un’ordine delle parole inutilmente
complicato. Confrontalo con un ordine più semplice:
C’è pure il caso della parentetica che abbiamo già visto.
Perché quest’ordine è più semplice? Buona domanda, brava.
Perché non spezza il sintagma il caso della parentetica.
Da questo confronto emerge una differenza importante nei
significati:
– la frase con le virgole presuppone che [il caso che abbiamo
già visto è quello della parentetica];
– la frase senza le virgole presuppone che [il caso della
parentetica è quello che abbiamo già visto].
Il punto è che:

63
L’ORDINE DELLE INFORMAZIONI IN UN TESTO È
IMPORTANTE E LA PUNTEGGIATURA PUÒ CHIARIRE LE
COSE.

Una virgola tra noi: quella tra reggente e subordinata


C’è poi la virgola che tiene distinte frasi con un diverso
«peso» sintattico e quindi grammaticale, per esempio una
principale e la sua subordinata. Il caso più facile è forse quello
del periodo ipotetico:
Se viene dopo due minuti e mezzo, non controlla la
respirazione.
In questo caso la funzione della virgola è palese: serve a
distinguere anche graficamente principale e subordinata; infatti
se sposti la virgola (test di spostamento), la frase finisce per
descrivere un curioso effetto collaterale dell’orgasmo:
Se viene, dopo due minuti e mezzo non controlla la
respirazione.
Oppure le frasi diventano un po’… strane:
Se viene dopo, due minuti e mezzo non controlla la
respirazione.
Se viene dopo due minuti e mezzo non controlla, la
respirazione.
Nota che ho segmentato solo tra un sintagma e l’altro,
perché non aveva senso complicare le cose senza vantaggi:
spezzare i sintagmi non restituisce risultati soddisfacenti.
Quindi sappiamo che la virgola, per comunicare un certo
significato, deve stare proprio lì. A questo punto varrebbe la
pena di chiedersi: ma è necessario che ci sia una virgola?
Necessario no, utile a distinguere blocchi concettuali sì.
Se non scrivi flussi di coscienza ma per comunicare con gli
altri, allora la virgola con questa funzione ti aiuta a essere più
chiara. In altri casi la presenza della virgola implica anche uno
slittamento di significato, per quanto lieve:

64
Me l’ha detto quando ho deciso di fare altro.
Me l’ha detto, quando ho deciso di fare altro.
Qui la prima frase esprime una contemporaneità perfetta
([me l’ha detto mentre decidevo di fare altro]), senza possibili
alternative; nella seconda la contemporaneità perfetta è solo una
delle due possibilità, l’altra è la posteriorità: [me l’ha detto
quando ormai avevo deciso di fare altro].
Neanche con un test di spostamento le cose cambiano:
Quando ho deciso di fare altro me l’ha detto.
Quando ho deciso di fare altro, me l’ha detto
Non si tratta però di un caso generalizzabile, perché quando
è una parola ambigua, può voler dire [mentre, prima, dopo] e
addirittura [se, perché, in conseguenza] e su questa ambiguità
gioca la virgola. Quando la parola cambia, e quindi cambia il
tipo di subordinata, l’impatto della virgola dipende dalla
possibilità di ambiguità. Allora, giusto per toglierci lo sfizio,
cosa succederebbe con altri tipi di subordinate? Per esempio con
una causale o con una concessiva?
CONCESSIVA: Me l’ha detto benché avessi deciso di fare altro.
CONCESSIVA: Me l’ha detto, benché avessi deciso di fare
altro.
CAUSALE: Me l’ha detto perché ho deciso di fare altro.
CAUSALE: Me l’ha detto, perché ho deciso di fare altro.
Mentre benché non è una parola ambigua, quindi la virgola
non ha nulla con cui trastullarsi e la sua presenza o meno non fa
differenza, perché è una parola ambigua, che può significare [a
causa di] oppure [affinché], ma i due casi richiedono diversi
modi:
CAUSALE: Me l’ha detto perché ho deciso di fare altro.
FINALE: Me l’ha detto perché decida di fare altro.
Poiché è già il modo verbale che disambigua, neanche in
questo caso la virgola si sente.

65
Ecco, ma attenzione, proprio come nel sesso:

IL TRUCCO NON È IMPARARE A MEMORIA MA IMPARARE


PER PROVE ED ERRORI.

Dunque per imparare bene bene devi fare esperimenti con la


lingua!

Fàmolo strano
Succede a chiunque, davvero. Fino a un certo punto
sembrava tutto a posto e all’improvviso ti accorgi che la
posizione del missionario non ti basta più. E neanche l’ostrica
viennese, le millefoglie, la tigre accovacciata, l’amazzone, il
cavallo a dondolo, la girandola, il cucchiaio, la segretaria, il
lucchetto, la scimmia, la farfalla, la posizione del loto, il
congresso sospeso e la T-square. Ti sei resa conto che vuoi di
più.
Perfetto.
Dopo aver visto il funzionamento del punto e della virgola
nella prospettiva più ampia della frase e dell’intenzione
comunicativa, e aver ripetuto in altra forma la regola che più
che una liturgia bisogna imparare un metodo, adesso ci buttiamo
a capofitto nella gestione degli usi «irregolari» della virgola e
del punto. Non senza qualche altro nuovo e illuminante punto di
vista sui principi della comunicazione.

Zorro indossava la maschera anche a letto


Come la maschera, il punto ha un ruolo particolare e ben
definito: se la maschera è usata solo nelle case per scambisti o
nelle orge con sconosciuti è tutto come ce lo aspettiamo e non ci
sono sorprese: la maschera viene usata per ciò per cui è fatta,
cioè coprire la propria identità, e il suo uso è molto efficiente.
Il perché «fare le cose normalmente» è più efficiente ci è
stato meravigliosamente spiegato da un signore che si chiama
André Martinet. Martinet ci spiegò per primo che

66
SE POSSIAMO FARE MENO FATICA, LO FACCIAMO.

Ti sembra così ovvio da sembrare idiota? Succede a molte


affermazioni geniali, se ci si ferma alle affermazioni; se invece
si parte dalle affermazioni per andare oltre, allora le si scopre
brillare e illuminare il buio della nostra ignoranza.
Per esempio, poiché sono i e le parlanti a creare le regole
che fanno funzionare le lingue e non i libri di grammatica, il
principio di economia linguistica descritto da Martinet ha una
interessante implicazione: le lingue cambiano in direzione di
quella che, per le e i parlanti in un certo momento storico, è una
versione «meno faticosa» della lingua23. È per questo motivo
che stiamo smettendo di usare il congiuntivo e abbiamo creato
nella lingua italiana un nuovo periodo ipotetico con l’imperfetto
sia nella protasi che nell’apodosi24. Insomma, la lingua non si
deteriora: sta solo cambiando25, infatti continua a funzionare
anche senza il congiuntivo. Anche se strutture sintattiche in cui
compaiano congiuntivi hanno un che di conturbante26.
Cercare la strada più breve rende la strada più breve più
comune (cioè standard), più visibile, e imboccandola rischiamo
meno di essere fraintese. Poi ci si rende conto che un’altra
strada è ancora più breve, oppure è semplicemente più
scorrevole o meno sdrucciolevole, allora si inizia a usare quella
e nel tempo si afferma un nuovo standard, una nuova
grammatica.
Altre volte non si afferma una nuova grammatica o una
nuova regola grammaticale, ma compaiono semplicemente
parole o costruzioni sintattiche che non rispettano nessuna
regola conosciuta.
E a questo punto ritorniamo alle maschere: abbiamo visto
che cosa succede se la maschera viene usata per nascondere la
propria identità a sconosciuti, ma se la coppia27 ricorre alle
maschere anche nel corso dei propri ménage bisogna
considerare che non si finisce per caso a scopare con indosso

67
una maschera, c’è quindi qualcosa in più: magari si tratta di un
gioco di ruolo, i partecipanti si vedono diversamente se
indossano una maschera oppure è solo il segno di un patto che
definisce quello che si può e non si può fare.
Questo meccanismo («non è per caso che indosso una
maschera») ci è stato meravigliosamente descritto da un signore
che si chiama Paul Grice. Grice ci spiegò per primo che, poiché
quando comunichiamo siamo effettivamente interessate a
comunicare, quando non rispettiamo alcune regole elementari
della comunicazione (tipo: di’ quel che devi dire, né più né
meno), l’infrazione di questa regola è per sé funzionale alla
comunicazione stessa. Un esempio per chiarire:
«Sai dov’è finito il mio tanga?».
«Tanto era scomodo».
Se leggessi questo scambio, limitandoti a definire
esattamente cosa chiede la domanda ed esattamente cosa dice la
risposta, penseresti che lo scambio non abbia senso. Ma come
fruitrice umana della tua lingua puoi capire che la persona che
risponde sta dicendo che chi ha posto la domanda non dovrebbe
perderci tempo, perché il tanga è stato indossato ed è a lavare o
è stato buttato via o è stato perso chissà dove o è stato dato in
prestito a qualcun altro o chissà che altro ancora. Si chiama
principio di cooperazione28: so che la mia interlocutrice sta
cooperando – perché è nel suo interesse farlo mentre comunica
– quindi assumo che, se anche qualcosa che ha detto mi pare
insensato, deve invece avere senso29.
Significa forse che il principio di economia linguistica non
funziona sempre? Al contrario: se il non rispettare le regole ci
permette di dire più di quello che diremmo rispettandole, allora
il principio di economia linguistica è rispettato. Allora
chiediamoci: in che modo la risposta dello scambio
dell’esempio economizza lo sforzo comunicativo?
«Sai dov’è finito il mio tanga?».

68
«Tanto era scomodo».
Pensaci: la risposta probabilmente significa [non lo so ma
non vale la pena di perderci tempo], ma il fatto che non sia stata
espressa in questi termini è significativo: il non dire le cose nel
modo più cooperativo possibile significa, in questo caso, anche
[e non ho voglia di parlarne più].
In altri termini, non rispettare le regole ci permette di
ottimizzare le energie ed esprimere un’ulteriore intenzione
comunicativa:
«Luana è qui?»
«Non vedo la sua macchina».
La risposta di questo esempio significa due cose:
– [non lo so per certo ma…]
– [probabilmente no, perché la sua macchina non è qui]

Una domanda legittima


E tutta questa fuffa teorica a cosa serve?
A spiegare quali meccanismi stanno alla base delle nostre
scelte (più o meno consapevoli) quando comunichiamo: se non
rispetto le regole è perché sto giocando con l’economia
linguistica, il principio di cooperazione e le intenzioni
comunicative all’interno della frase. Anche se non lo so, anche
se non è evidente.
Per renderlo evidente, dobbiamo analizzare i testi, cioè
alzare loro la maglietta e vedere se quelle pieghe sono tartaruga
o rotoli di grasso. Partiamo da un caso semplice semplice come
questa frase tratta da Rossana Campo:

Io ho conosciuto dei tipi che se sono innamorati scappano.


Oppure quelli che hanno ancora la fissa della mamma, a
quarant’anni.30

Cosa succede? Quella virgola a ridosso dell’ultimo


costituente della frase non presuppone ovviamente un’altra

69
frase, isola semplicemente un sintagma. Tradisce una differente
intenzione comunicativa? Ce lo dice un test di soppressione:
Io ho conosciuto dei tipi che se sono innamorati scappano.
Oppure quelli che hanno ancora la fissa della mamma a
quarant’anni.
Nel testo originale, con la virgola, l’informazione temporale
è isolata e l’isolamento la carica di connotazione: c’è un
giudizio, annidato tra quelle parole, il giudizio è dato dalla
scelta delle parole – quell’ancòra tra il verbo il suo
complemento – e accentuato da ciò che sta oltre la virgola, che
riprende e amplifica l’avverbio ancora. E quindi sorregge
un’intenzione comunicativa diversa: parla non più di [un altro
tipo di persona che x] ma di [un altro tipo di persona che x] [x
ancora a quarant’anni checcazzo].
E non è lo stesso nel secondo caso in cui compaiono le
stesse parole? So che sembra una fallacia logica del tipo «questo
è diverso perché non è come gli altri; e perché non è come gli
altri? Perché è diverso», ma la presenza della punteggiatura e il
fatto che un sintagma venga isolato hanno un effetto
sull’interpretazione della frase: se le parole che esprimono il
giudizio non sono isolate, non lo sono, e l’unica conseguenza
che possiamo identificare è che la carica connotativa31 viene
smorzata e, se la carica viene smorzata, le due intenzioni
comunicative diventano indistinguibili. Passiamo da:
[un altro tipo di persona che x] [ancora a quarant’anni
checcazzo]
a:
[un altro tipo di persona che x ancora a quarant’anni].
Ovviamente la virgola non è un segno costante
dell’intenzione comunicativa, per esempio non lo è negli
elenchi, ma è importante considerare che, quando spezza una
frase, ha ancora probabilmente la funzione di segnaletica

70
testuale, di sottile e (sub)cosciente indirizzo dell’interpretazione
del testo (vai di qua, svolta lì).

A letto, dormire a volte è uno spreco

Se ti ho convinta, o come minimo ho aperto una breccia di


dubbio nel solido muro della tua competenza scrittoria, ha senso
andare avanti e chiedersi in che modo puoi usare quello che hai
imparato per punteggiare meglio.
Mentre parlavamo in una prospettiva tradizionale della
punteggiatura, così come nei paragrafi precedenti, aveva senso
procedere come si fa di solito: un segno d’interpunzione dietro
l’altro; ma se ci dobbiamo occupare di attività che
scandalizzano, tanto vale vedere le cose a partire dal tipo di
scandalo di cui si finirà per godere.
Possiamo individuare tre tipi di deviazioni che cataloghiamo
in modo mnemonicamente efficace:
1. soppressione di segni di punteggiatura che ci saremmo
aspettate, ovvero: i preliminari secondo il maschio medio;
2. inserimento di segni di punteggiatura che non ci saremmo
aspettate, ovvero: i piaceri del sesso di gruppo;
3. uso di un segno di punteggiatura al posto di un altro, ovvero:
invertiamo i ruoli praticando pegging!

I preliminari secondo il maschio medio


Alcuni errori di omissione non sono percepibili, pensa alla
frase di Campo che ho citato nel paragrafo precedente: la
lettrice o il lettore recepiranno quello che leggono e niente di
più, la possibilità di inserire o meno l’ultima virgola (e quindi
quello che davvero significa il testo) è chiara solo per l’autrice.

Perdere le virgole nella borsetta


Quando la virgola manca in un elenco, succede questo:
A) Compra: cetrioli zucchine carote melanzane banane burro e

71
crema lenitiva.
B) Si alzò si lavò si vestì bevve un caffè si preparò per uscire e
uscì.
Se l’elenco è costituito da elementi identici (per esempio un
nome, un’accoppiata particella+verbo, caso A) la comprensione
è fluida e siamo in grado di isolare bene gli elementi
dell’elenco. Nel momento in cui vengono meno gli elementi
grafici che ci aiutano in questo compito (le particelle si nel caso
B), se non rallentiamo inciampiamo nella lettura.
Non è finita: se l’elenco è un vero elenco (A, lista della
spesa) tutta la struttura si riassume nella giustapposizione di
elementi identici, quindi avere o meno la punteggiatura è
secondario in termini di comprensione della struttura del testo.
La differenza sta tutta nella leggibilità e allora è legittimo
togliere le virgole nella stessa misura in cui lo è togliere l’altro
importante dispositivo per la leggibilità, lo spazio tra le parole:
Compra: cetrioli zucchine carote melanzane banane burro e
crema lenitiva.
Questo testo ha senso se vuoi focalizzare l’attenzione di chi
legge proprio sulla mancanza di punteggiatura, sulla faticosità
della lettura (come ho fatto io nel presente prontuario), se vuoi
far esercitare un apprendente nell’esercizio di distinguere le
parole, se vuoi far dei giochi con le parole32… non ha nessun
senso in tutti i casi in cui intendi comunicare il contenuto della
lista. È un errore? Sì, perché:

OGNI TIPO DI TESTO E SITUAZIONE COMUNICATIVA PONE


DEI LIMITI SU QUEL CHE PUOI DIRE (E SU COME PUOI
PUNTEGGIARE).

Quindi, se tu scrivessi senza spazi una lista della spesa che


andrà usata come lista della spesa (e non come esercizio o
gioco), chi poi deve usare quella lista si troverà di fronte un

72
testo difficile da usare. E non vale fare le furbe e sostenere che
era proprio quel che volevi ottenere.
A meno che non fosse davvero quello che volevi ottenere.
Ma se non lo volevi allora considera che sì: puoi fare errori
anche scrivendo una lista della spesa.
Se invece l’elenco è una sequenza (caso B), togliere la
virgola significa agire sui rapporti di tempo tra i momenti della
sequenza, significa togliere tempo a ognuno e velocizzarli.
Significa dire una cosa diversa. Significa che non è un errore se
stai scrivendo un testo di narrativa in cui c’è azione frenetica, o
in cui è sbrigativo il riepilogo di quelle azioni: il tipo di testo ti
autorizza a fare quello che stai facendo, come se dovessi
fronteggiare un’impeto di libidine dopo un’intera serata da sola
con qualcuno che ti eccita da morire: non puoi perdere tempo a
infilare una virgola tra sfilare la maglietta tirar giù i pantaloni
farsi spogliare abbracciare baciare leccare e finalmente… Ma in
tutti gli altri casi? Lo so che è difficile, ma mentre scrivi e
punteggi ti devi chiedere cosa stai scrivendo e perché stai
punteggiando: una piccola distanza tra te e quel che fai è
necessaria – anche se non sempre sufficiente – per punteggiare
meglio. E per capire se è il caso di rallentare un po’ per qualche
coccola.

Torna indietro: mi sono dimenticata di chiudere la parentetica!


Quando una virgola manca in una parentetica, la frase non è
più una parentetica. Se ciò che starebbe dentro una parentetica è
una frase, la questione rientra nel prossimo caso; se invece si
tratta di qualcosa senza verbi, di solito cambia il significato
complessivo della frase, oppure quel che rimane isolato fa
l’effetto di un dito infilato in un profilattico33:
Eppure così, pian piano, abbiamo iniziato a volerci bene […]
Eppure così, pian piano abbiamo iniziato a volerci bene […]
Eppure così pian piano, abbiamo iniziato a volerci bene […]
Le parentetiche, in realtà, soffrono di una certa rigidità

73
d’uso34, infatti non sempre sono davvero possibili sia la lettura
aggiuntiva che quella limitativa. Nel caso in esempio35
l’originale (A) con la parentetica ha valore aggiuntivo,
togliendo le virgole il significato non ha valore limitativo:
A) Anche lei, come molti altri, pensava che guardare Tondi
leggere avesse un effetto taumaturgico, pacificante.
B) Anche lei come molti altri pensava che guardare Tondi
leggere avesse un effetto taumaturgico, pacificante.
Questo ti serve a qualcosa? No, ma se vuoi ragionarci, non
può che farti bene!

Nascondere la virgola dietro la schiena


Se la virgola manca tra subordinata e principale, i problemi
sorgono solo quando la maggiore evidenza dei confini di frase
rende evidente questa assenza:
1. quando si devono gestire subordinate nidificate;
2. quando si devono gestire tante subordinate.
In questi casi si verifica il fenomeno dell’assenza di
punteggiatura in una sequenza: tempi più stretti, maggior
aderenza temporale tra azioni ed eventi o spaziale tra oggetti.
Ora, guarda questo interessante caso:

Lui la guardò scoparlo e leggere al contempo, la vide sforzarsi


di restare concentrata sulla pagina mentre il piacere aumentava
e quando gli sembrò che lei stesse per mollare il libro, le afferrò
entrambe le cosce e affondò le dita nella sua carne, le affondò
con forza, artigliandola, facendole sentire le unghie affinché
capisse che non doveva mollare.36

La frase quando gli sembrò che lei stesse per mollare il


libro poteva essere una parentetica, chiusa tra una virgola prima
e una dopo. Invece ha solo quella dopo, cioè la virgola tra la
subordinata con valore temporale e la principale. Ma perché
funziona anche senza la prima virgola? E perché potrebbe

74
funzionare anche senza la virgola tra il libro e le afferrò? È il
bello della lingua, di poter dire cose leggermente diverse in
modi leggermente diversi. Ogni volta l’autore, l’autrice, tu, io,
chiunque scriva decide che cosa tenere unito e che cosa
separare, di cosa sta parlando e come lo vuole dire: metto una
sequenza di azioni in un crescendo frenetico e non
necessariamente chiaro (nessuna virgola) oppure isolo la
determinazione temporale interrompendo in maniera decisa il
flusso della narrazione (parentetica) o ancora inserisco la
virgola più avanti, dove è comunque legittimo metterla
(sappiamo che lo è tra subordinata e principale), ma dove mi
permette di creare un altro ritmo? Perché è così, guarda la stessa
frase complessa in cui ho lasciato solo la punteggiatura e le
congiunzioni o parole aventi valore di congiunzione tra frasi
semplici:

__ e __ , __ di __ mentre __ e quando __ che __ , __ e __ , __,


__ , __ affinché __ che __.

Guarda, sembra un esercizio di solfeggio (le parole piene


sono diventate «ta», le congiunzioni sono diventate «n» e la
punteggiatura è diventata «PUM»):
Ta-n-ta PUM ta-n-ta-n-ta-nn-ta-n-ta PUM ta-n-ta PUM ta
PUM ta PUM ta-n-ta-n-ta PUM.
Potrebbe non dirti niente37, perché è soltanto un frammento,
ma è anche su questo genere di strutture ritmiche che si fonda la
musicalità del testo, la metrica della prosa. Ciò che permette al
testo di reggersi è che a discapito di una regola (chiudi sempre
le parentetiche) è stato possibile applicarne un’altra (separa la
principale e la subordinata), quindi anche nella deviazione dallo
standard la sintassi della frase è rimasta integra.
E con gli altri segni di punteggiatura? Oh, è facile come con
certi uomini.
1. Quando manca il punto fermo dove ce lo aspetteremmo (cioè

75
dove cambia l’intenzione comunicativa della scrivente) si crea
un’unità che prima non c’era, si istituiscono quindi nuove
relazioni tra le frasi o i sintagmi, si definisce un nuovo elemento
da vedere nella sua globalità invece che nelle parti:
… E poi le cose hanno iniziato ad andare male: io gli dico vieni
su a berti qualcosa lui mi dice no grazie io gli rispondo che
potremmo aprire una nuova bottiglia e lui fa quella battuta
idiota e mi chiede se è succo di patata. E cala il gelo. In effetti,
gli dico, è meglio se quella bottiglia l’apriamo un’altra volta.
2. Quando mancano i punti e virgola… ma chi stiamo
prendendo in giro? I punti e virgola mancano quasi sempre.
Tanto vale considerarlo un caso speciale di mancanza del punto
fermo.
3. Quando mancano i due punti che introducono un elenco,
Ecco che cosa guardo in un uomo gli occhi, il sorriso, il culo, le
spalle.
La frase è ancora comprensibile perché riconosciamo facilmente
la struttura dell’elenco e quindi separiamo le due intenzioni
comunicative differenti, ma si sente che manca qualcosa.
L’assenza non è molto grave: lo sarebbe di più se gli elementi a
sinistra dei due punti mancanti e quelli a destra fossero sintagmi
dello stesso tipo, mentre nel nostro esempio il fatto di avere un
sintagma preposizionale a sinistra (in un uomo) e dei sintagmi
nominali a destra aiuta molto la comprensione. Se però
immagini la frase: Ecco cosa considero in ciò che definisco
l’uomo gli occhi, il sorriso, il culo vedi quanto diventa più
problematica la mancanza dei due punti per capire il senso della
comunicazione.
4. Quando mancano i due punti che introducono una
riformulazione o una spiegazione, come in:
A) A tutte le ragazze: se il principe è davvero azzurro sta
morendo assiderato.
B) A tutte le ragazze se il principe è davvero azzurro sta

76
morendo assiderato.
Ci troviamo di nuovo di fronte a un confine tra intenzioni
comunicative diverse che diventa più difficile da individuare.
Considera queste due frasi:
C) A tutte le ragazze: se il principe è davvero azzurro, sta
morendo assiderato.
D) A tutte le ragazze se il principe è davvero azzurro, sta
morendo assiderato.
Nella frase C compare la virgola tra principale e subordinata: la
frase funziona molto bene anche perché la segmentazione è
chiarissima.
Nella frase D ho tolto i due punti: succede qualcosa di
interessate: il messaggio è indirizzato a tutte le ragazze solo se il
principe è davvero azzurro (che è evidentemente un senso
diverso da quello di tutti gli altri casi). Ecco una dimostrazione
del fatto che i segni di interpunzione vanno sempre considerati
nel loro insieme, perché interagiscono a distanza dovendo
gestire i confini tra le intenzioni comunicative compresenti nel
testo.

I piaceri del sesso di gruppo


Quali sono i casi in cui una virgola è di troppo ma funziona
lo stesso?
– Tra soggetto e verbo (come nel caso della panettiera, sul quale
ritorneremo più tardi);
– tra verbo e oggetto;
– tra aggettivo e nome;
– tra elementi coordinati (che è poi uno dei casi che abbiamo
visto all’inizio del prontuario: Sono vivo. E vegeto).
Ecco un breve testo che contiene tutte le infrazioni:

È la prima attestazione conosciuta di golden shower, il mito


della nascita di Perseo: suo nonno, Acrisio re di Argo, fece
rinchiudere la bella figlia, Danae, su una torre, perché gli era

77
stato profetizzato che sarebbe stato ucciso dal figlio, suo nipote.
Ma Zeus si invaghì della bella principessa e la fecondò
nottetempo in forma di pioggia dorata.
Quello che mi ha sempre stupita è che Zeus non l’aveva certo
fatto per accrescere la sua prole, già innumerevole. Ma per
lussuria. Ecco: pensa essere pioggia, e godere scorrendo sulla
pelle di una persona, immagina, rispetto alle percezioni del
palpeggiamento o delle carezze, quanto dev’essere più ricca la
sensazione di sentire totalmente, la persona desiderata…
Chiunque abbia escogitato questo mito doveva essere un genio,
o una donna.

Preparati: te le mostro una per una. E poi vediamo se non ti


sei eccitata anche tu.

E uno
Guarda nella prima riga: quale infrazione vedi?
In effetti abbiamo già incontrato casi simili (vedi p. 38) e
sappiamo che quando la virgola cade tra soggetto (il mito) e
verbo (è la prima attestazione) di solito c’è uno sconfinamento
di frase, ma qui è diverso perché la virgola ha un’altra funzione,
cioè segnalare che c’è una sintassi marcata. Una sintassi
marcata? Che cazzo è una sintassi marcata? Ecco, la tua
domanda è ragionevole, cercherò di fornirti una risposta
all’altezza.
In italiano è normale quest’ordine dei costituenti frasali:
Soggetto-Verbo-Oggetto38, come in:
Io (S) trattengo (V) il piacere (O).
L’oggetto può anche non esserci, per esempio una frase
normale potrebbe essere: Il mito bla bla è la prima attestazione
di bla bla. Una frase costruita con quest’ordine ha una struttura
sintattica non marcata, cioè normale. Quando quest’ordine
viene cambiato ci sono tre possibilità:
1. sta parlando il nanetto verde di Guerre stellari39;

78
2. chi parla dice parole a caso (allora quello che dice NON
funziona, a meno che l’unico contenuto che desidera veicolare
sia: [sto dicendo parole a caso]);
3. chi parla ricorre a costrutti o più semplicemente ordini
sintattici40 che non sono standard, anche se possono essere
molto comuni, si dice allora che sono marcati.
Nella prima riga del nostro esempio l’ordine standard
sarebbe Soggetto-Verbo, invece qui abbiamo Verbo-Soggetto.
In questo scenario la virgola non decide l’ordine dei costituenti
frasali, ma si inserisce a separarli, offrendosi come aiuto per
segnalare la marcatezza della frase41. La virgola in quest’ordine
marcato è obbligatoria? No, ma semplifica.

E due
Il caso di virgola tra verbo e oggetto è più delicato. L’autrice
del testo ne ha inserita una (che forse non hai notato leggendo)
in questa frase:
Immagina quanto dev’essere più ricca la sensazione di sentire
totalmente, la persona desiderata…
Brutto brutto brutto, vero? Vediamo perché.
La virgola tra verbo e oggetto occorre in due casi: in
strutture sintattiche marcate e in casi come quello esemplificato.
In una struttura sintattica del tipo tu lo vuoi, il caffè? il
complemento oggetto (il caffè) è anticipato prima del verbo da
un pronome (lo) e quindi i costituenti frasali sono Soggetto-
Oggetto-Verbo: l’ordine sintattico è marcato e il tema, che è il
caffè, è ripetuto e isolato. Nota due cose:
1. se l’ordine dei costituenti non è marcato (tu vuoi il caffè?)
non c’è ragione di immaginare lì una virgola. O un qualsiasi
segno di interpunzione (forse eccetto un punto interrogativo: Tu
vuoi? Il caffè?, dove l’intenzione comunicativa cambia tra la
frase prima del primo punto interrogativo e quella dopo il primo
punto interrogativo: nella prima chi parla vuole sapere se
l’interlocutrice desidera il caffè, nella seconda specifica che sta

79
parlando del caffè);
2. un segno di interpunzione più forte, come il punto,
comporterebbe dei problemi di interpretazione: Tu lo vuoi. Il
caffè? In questo caso sarebbero due frasi diverse con due
intenzioni comunicative diverse.
Torniamo al nostro esempio:
Immagina quanto dev’essere più ricca la sensazione di sentire
totalmente, la persona desiderata…
Qui la virgola gioca un ruolo particolare, perché attiva
contemporaneamente due sfumature di significato leggermente
diverse dello stesso verbo:
– sentire totalmente qui ha il valore di [sentire ovunque]
– mentre sentire la persona desiderata significa [sentire una
specifica persona].
In che modo è possibile che i verbi abbiano sfumature
diverse? La risposta marpiona42 a questa domanda è: «In questo
modo si esprime la magia e la ricchezza della lingua, che nel
corso dei secoli si arricchisce di nuove e meravigliose
connessioni con le culture con cui viene in contatto». La
risposta marpiona è vera ma elusiva.
Un’altra risposta, meglio formulata ma non più
soddisfacente per chi trovi piacere nello smontare e vedere
come funzionano le cose, è che le parole circostanti possono
attivare interpretazioni diverse, come accade in ho fatto
impazzire la maionese e mi ha fatto impazzire di piacere,
oppure può essere il contesto a definire come vada interpretata
la frase preferisce mangiare la patata che la crema. Una
formulazione migliore, sì, ma che ancora non ci dice come
fanno le parole circostanti ad attivare diversi significati.
Per rispondere a questa domanda dobbiamo smetterla col
petting e fare le cose sul serio.
Come mai la sintassi (cioè il modo in cui le parole si legano)
ha effetto sul significato dei verbi ci è stato meravigliosamente
spiegato da un tizio del secolo scorso che si chiama Lucien

80
Tesnière. Tesnière ha raccontato questa bella storia: come gli
atomi, anche i verbi hanno una valenza, cioè un numero di
collegamenti aperti a cui le altre parole possono attaccarsi. E
ogni verbo ha la sua valenza, per esempio :
– piovere ha valenza zero: non ha neanche un soggetto e nelle
grammatiche tradizionali, che evidentemente ignorano il mito di
Danae, viene annoverato tra i verbi impersonali;
– correre ha valenza uno (perché qualcuno corre);
– scopare ha valenza due (perché qualcuno scopa qualcun
altro);
– dare ha valenza tre (perché qualcuno dà qualcosa a qualcun
altro).
I sintagmi nominali e preposizionali che si attaccano al
verbo saturando le sue valenze si chiamano argomenti.
Quando un verbo ha tutte le valenze saturate, il suo
significato è come un orgasmo raggiunto insieme: uno e pieno.
Ogni volta che una valenza viene lasciata senza argomenti,
il significato cambia leggermente: Gianna ha scopato Lucio
vuol dire una cosa, Gianna ha scopato ne vuol dire un’altra.
Perché

LE PAROLE NON HANNO SIGNIFICATI, MA INSIEMI DI


SIGNIFICATI POSSIBILI, DEI QUALI IN OGNI OCCASIONE
VIENE SELEZIONATO SOLO QUELLO PIÙ ADATTO.

Ci sono tre strumenti con i quali le e i parlanti selezionano


ogni volta il significato giusto:
1. le possibilità interpretative permesse o indotte dal contesto
extratestuale;
2. la presenza o meno di certe parole;
3. la sintassi, data dall’ordine delle parole e dal loro rapporto di
distanza o vicinanza.
La punteggiatura agisce sul terzo strumento e, in un caso
come quello di cui stiamo discutendo:
Immagina quanto dev’essere più ricca la sensazione di sentire

81
totalmente, la persona desiderata…
l’infrazione di una regola sintattica serve a indebolire il
legame (molto forte) tra il verbo e un suo argomento in modo da
far risaltare un altro significato possibile43: Zeus ha sentito
totalmente (totalmente è un sintagma avverbiale e non può
essere un argomento del verbo) si somma al significato
leggermente diverso di Zeus ha sentito Danae.

E tre
È il momento della punteggiatura tra nome e aggettivo.
Facile facile:
A) Quello che mi ha sempre stupita è che Zeus non l’aveva
certo fatto per accrescere la sua prole, già innumerevole.
Quella virgola interrompe il sintagma nominale la sua prole
già innumerevole formato a sua volta da un sintagma nominale
(la sua prole) e un sintagma aggettivale (con l’aggettivo
innumerevole preceduto da un avverbio che modifica
l’aggettivo: già). In questo caso la virgola isola al fondo della
frase un’informazione che poteva addirittura essere omessa,
guarda:
B) Quello che mi ha sempre stupita è che Zeus non l’aveva
certo fatto per accrescere la sua prole.
Quel certo in mezzo alla frase dice che secondo l’autrice la
numerosità della prole non poteva essere una causa per
l’accoppiamento; dopo la virgola poteva non esserci nulla
oppure un’altra intera frase:
C) Quello che mi ha sempre stupita è che Zeus non l’aveva
certo fatto per accrescere la sua prole, perché era già
numerosa.
Nella frase A la virgola non isola per mettere in evidenza
ma per aggiungere, quindi con una funzione molto simile a
quella delle virgole che istanziano parentetiche con valore

82
aggiuntivo (ne abbiamo parlato nel paragrafo «La virgola che
separa – l’imbucata che porta le amiche», p. 40). E, a sorpresa,
quello che poteva sembrare un uso fuori dagli schemi, rivela
una logica di fondo assolutamente ordinaria: come certi uomini
che paiono straordinari e poi non sanno andare più in là della
posizione del missionario.

E quattro
Ultimo caso: la punteggiatura tra elementi coordinati. Il
nostro testo sul pissing44 ne riporta ben due esempi, uno con la
virgola e uno con il punto:
Quello che mi ha sempre stupita è che Zeus non l’aveva certo
fatto per accrescere la sua prole, già innumerevole. Ma per
lussuria. […] Chiunque abbia escogitato questo mito doveva
essere un genio, o una donna.
Questi due esempi (… innumerevole. Ma per… e … un
genio, o una donna.) vanno ad aggiungersi al già citato Sono
vivo. E vegeto.
Iniziamo da quest’ultimo caso. Il punto prima della
congiunzione, visto che il punto è lo strumento principe per la
separazione di frasi, crea due frasi:
1. io sono vivo;
2. io vegeto (cioè [svolgere le funzioni vitali di base, vivere
in uno stato di inerzia o di incoscienza]).
C’è un gioco, qui, naturalmente, perché essere vivi e vegeti è
una collocazione ristretta, cioè una sequenza di parole che
occorrono più frequentemente insieme e che quindi siamo
abituati a sentire insieme45. E ad associare a uno specifico
significato ([sto bene, sono illeso]), diverso da quello delle due
frasi separate.
Già volto al femminile il gioco di parole ha un altro sapore,
anche se continua a funzionare (ma non per il genere: perché si
parla di una terza persona e non è chiaro quanto la si possa
buttare sul ridere):

83
È viva. E vegeta.
Questa però è una descrizione superficiale del fenomeno,
ciò che ci interessa è invece il fatto che l’elemento dopo il segno
di interpunzione risulti un’aggiunta a un primo elemento che era
autonomo. Rileggi gli esempi: succede a per lussuria che si
aggiunge a per accrescere la prole, e una donna che si aggiunge
a un genio. Si tratta ancora della prima funzione della virgola
che abbiamo visto: gestire la distanza e la vicinanza tra parti di
testo.
Con quali effetti? Nel primo esempio (… innumerevole. Ma
per lussuria.) ci troviamo di fronte a una struttura interpuntiva
curiosa, perché il punto sembra assolvere due funzioni: la prima
è chiudere una parentesi aperta dalla virgola, in fondo non
avremmo problemi a riconoscere come ben formulata questa
frase:
Quello che mi ha sempre stupita è che Zeus non l’aveva certo
fatto per accrescere la sua prole, già innumerevole, ma per
lussuria.
Ma non abbiamo questa frase, ne abbiamo una con un punto,
quindi la seconda funzione era isolare il secondo membro46
della coppia, enfatizzandolo.
Nel secondo caso,
Chiunque abbia escogitato questo mito doveva essere un genio,
o una donna.
manca una struttura sintattica basata su un’opposizione, che
quindi mantenga un legame forte fra le parti della frase; in
conseguenza, il secondo membro47 della coppia risulta
effettivamente come un’aggiunta, che trasforma una
dichiarazione di stima in una battuta ammiccante. Anche
quando si vuole dire che certe cose le possono pensare solo i
geni e le donne, non è la virgola che fa la differenza. Ma la
virgola impone una pausa e anticipa la raccolta e la somma dei
significati che risulterà nella comprensione del testo; tale pausa

84
consente di mettere in bella mostra non tanto l’alternanza
possibile tra i due membri quanto la sintassi del testo stesso,
quella virgola sta dicendo: [guarda che qui c’è un altro
elemento, voglio farti vedere che c’è!]. È l’intenzione
comunicativa dell’autrice del testo che ci viene mostrata da
quella virgola.

Io sono già eccitato, non so tu…


Cos’hanno in comune tutti i casi trattati nel paragrafo sui
piaceri del sesso di gruppo? Come la posizione del loto, si vive
bene anche senza48. Però però però. Liquidare la faccenda con
un semplice richiamo all’ancillarità di certa punteggiatura è
rischioso, perché potrebbe comunicare l’idea che i segni stanno
lì per bellezza. Mentre non è mai così: i segni di interpunzione
non sono mai primariamente intonativi49 e mai primariamente
stilistici o estetici.

I SEGNI DI INTERPUNZIONE HANNO SEMPRE UNA


FUNZIONE COMUNICATIVA,

che sia di semplificazione, di esemplificazione o di enfasi (per


mezzo di separazione o isolamento), di elencazione e/o di
esclusione di possibili significati potenziali, quando non proprio
di selezione di un certo significato.
Le scelte sintattiche – e quindi logiche, argomentative – di
un’autrice o un autore conferiscono una struttura ritmica al
testo, ma tale ritmo è sempre la conseguenza di una struttura
logico-sintattica. Guarda questo esempio:

Giannelli sgranò gli occhi. Clara lo aveva preso per una mano e
la teneva stretta. La mano era calda e morbida, comunicava
opposte sensazioni di casa perduta nei boschi e caduta senza
fine. Si baciarono. Lei gli prese la testa tra le mani. Giannelli le
sbottonò la camicia a quadri. Le toccò un seno, delicatamente,
ruotò la mano con più attenzione per tenerlo nel palmo.

85
Qualcuno tossicchiò in fondo alla scala. Giannelli si irrigidì.
Clara gli si avventò addosso scavalcando per metà il bracciolo
che li divideva.50

I punti fermi scandiscono un ritmo preciso, secco, tipico


dell’autore almeno in questo libro. Ma il ritmo non è fine a sé
stesso, ce lo mostrano le interruzioni del ritmo: le virgole, gli
incisi che interrompono la scansione data dai punti perché è
stato necessario, in alcuni casi, aggiungere informazione,
mostrare, spiegare, dettagliare la materia verbale che sta tra i
punti.
Quindi ogni volta che usi la punteggiatura, fai qualcosa che
ha conseguenze sulla comprensione del tuo testo, come
dimostrano invece i casi per i quali la punteggiatura di troppo è
veramente di troppo51: quella tra articolo e nome (il, gatto mi è
saltato addosso), tra ausiliare e verbo (Sara era, venuta per
prima) e tra preposizione e nome (lo sguardo di, Luca è
affascinante).
In questi casi la punteggiatura non funziona perché la
separazione indotta dal segno scompone elementi che non
possono essere scomposti se vogliamo che siano ancora
funzionali all’espressione di una qualche intenzione
comunicativa: la comunicazione, e quindi la punteggiatura,
gestisce almeno dei sintagmi, magari costituiti da una sola
parola, ma se ciò che viene separato è più piccolo di un
sintagma non c’è artificio retorico o trucchetto sofistico che ti
permetta di gestire frammenti così «piccoli» di testo.
E ora chiudiamo un cerchio: alla luce di quello che hai
imparato, potresti spiegare perché questa frase funziona? Fàllo.
La panettiera, è andata tre volte dal vicino questa settimana.

Invertiamo i ruoli praticando pegging!


Alcuni segni di interpunzione (tipicamente i punti
esclamativo e interrogativo) non vengono mai usati al posto di

86
altri o sostituiti da altri se non perdendo il loro significato
originario.
Non a caso, quando per esempio il punto interrogativo viene
sostituito da un punto fermo, chi ha scritto il romanzo (perché
succede solo nei romanzi) si sente in dovere di specificare:
«Non era una domanda. Era un’affermazione»52. Raffinato
come gel su un tupè malfermo.
Un caso abbastanza frequente è invece quello del punto
fermo al posto della virgola tra reggente e subordinata (un caso
che abbiamo già in parte visto).
Il punto funziona senza sorprese quando si tratta di tenere
insieme la reggente e le sue subordinate o isolare insieme delle
coordinate, tra reggente e subordinata rappresenta invece una
forma di gestione dell’informazione meno efficiente e comune.
Quando non ricorri alla soluzione più efficiente e insieme più
comune, le tue lettrici, per il principio di cooperazione53, si
chiedono perché lo fai, e capiscono che stai tentando una via
che per te è più efficiente, che cioè ti permette di esprimere di
più, o meglio, con una quantità di lavoro più o meno uguale.
Per esempio le frasi54:
Mi piacerebbe incontrare quello che ha inventato il sesso. Per
vedere a cosa sta lavorando adesso.
sono più efficienti della frase:
Mi piacerebbe incontrare quello che ha inventato il sesso per
vedere a cosa sta lavorando adesso.
Perché il punto impone una lettura discendente, conclusiva e
non sospensiva: la lettrice si ferma e apprezza l’idea comica di
un inventore del sesso, poi arriva la svolta che amplifica o
stravolge quel che era stato detto nella preparazione:
Il sesso senza amore è un’esperienza vuota, ma fra le
esperienze vuote è una delle migliori.

A ottant’anni avrai probabilmente imparato tutto della vita. Il

87
problema sarà ricordarlo.

Le vie del Signore sono infine. È la segnaletica che lascia a


desiderare.
Potremmo quasi affermare che qui è la sintassi che fa
sorridere, visto che anche mettendo parole a caso (che tuttavia
rispettino la sintassi originaria) si riconosce la struttura di una
battuta con una subordinata finale dopo il punto fermo:
Vorrei mangiare un gelato al limone. Per sapere che questa è la
realtà.

Correrebbe un rinoceronte salato. Per sbavare blu.


Ma la cosa veramente importante è che separando le frasi
permetti alla lettrice di valutare per intero la preparazione della
battuta, e quindi di non perdere la forza comica di cui è
portatrice (l’idea di un inventore del sesso è bizzarra).
Nota una cosa molto importante: puoi invertire le due frasi
solo se non c’è un punto a dividerle:
A) Per vedere a cosa sta lavorando adesso mi piacerebbe
incontrare quello che ha inventato il sesso
B) Per vedere a cosa sta lavorando adesso. Mi piacerebbe
incontrare quello che ha inventato il sesso.
Cioè puoi scrivere (A) e non (B) perché se il punto non tiene
unite subordinata e reggente (struttura sintattica marcata, non
comune), almeno la struttura informativa deve esserlo, e la
struttura informativa non marcata è quella che comunica prima
ciò di cui si parla (il tema, ti ricordi che ne abbiamo parlato, a p.
38?) e poi ciò che si dice a proposito di ciò di cui si parla (il
rema).
Ma non divaghiamo. Guarda tutte e tre le frasi:
C) Mi piacerebbe incontrare quello che ha inventato il sesso
per vedere a cosa sta lavorando adesso.
D) Mi piacerebbe incontrare quello che ha inventato il sesso,

88
per vedere a cosa sta lavorando adesso.
E) Mi piacerebbe incontrare quello che ha inventato il sesso.
Per vedere a cosa sta lavorando adesso.
Cosa cambia? Molto tra (C) e (D) e poco tra (D) ed (E):
visto che anche la virgola tra subordinata e principale è
facoltativa (va bene metterla, ma non è un obbligo), avere un
punto – cioè un segno più forte della virgola – ha esattamente lo
stesso effetto di un segno di punteggiatura dove potrebbe non
esserci (è la categoria vista nel paragrafo «I piaceri del sesso di
gruppo», p. 89).
C’è un rapporto quasi aritmetico tra queste frasi: le proprietà
del segno interpuntivo di troppo si applicano anche a quei casi
in cui c’è un segno interpuntivo più forte di quello che potrebbe
esserci. Questo avviene perché la differenza tra virgola e punto
è quantitativa più che qualitativa quando sono usati per definire
i confini frasali dell’intenzione comunicativa.
La dimostrazione più forte di questa affermazione ce la
fornisce Lagioia, che fa di questa possibilità di giustapporre
tramite segno di interpunzione una delle sue caratteristiche
stilistiche distintive:

Finirono a letto e lei non sentì niente. Tra le lenzuola studiò


l’appartamento per cercare di capire. Un trilocale arredato a
malapena. Scatole vuote e documenti di fatturazione.
La seconda volta si divertirono. Il sudore luccicante sui loro
corpi nudi avrebbe impressionato molti suoi sogni degli anni
successivi. La sera andarono a una festa. Il compleanno di un
pezzo grosso della distribuzione alimentare.55

E se c’è un segno più debole, per esempio una virgola dove


ci aspetteremmo un punto?
Prendiamo un caso che secondo la grammatica tradizionale
prevedrebbe la presenza di un punto: due frasi diverse (con
soggetti, verbi e altri complementi) che possono essere connesse

89
grazie al principio di cooperazione di Grice. Sostituiamo al
punto una virgola, e poi omettiamo completamente
l’interpunzione. Succede una cosa interessante:
F) Le previsioni davano pioggia la sera dell’appuntamento.
Giovanna lasciò a casa l’ombrello.
G) Le previsioni davano pioggia la sera dell’appuntamento,
Giovanna lasciò a casa l’ombrello.
H) *Le previsioni davano pioggia la sera dell’appuntamento
Giovanna lasciò a casa l’ombrello.
La proprietà sostitutiva del punto e della virgola rimane
intatta, infatti il testo funziona ancora in (F) e (G), ma (H) non
funziona più: dovrebbe esserci almeno una congiunzione.
L’indebolimento è possibile, l’omissione no: quando pratichi il
pegging puoi passare a un dildo indossabile più piccolo, ma se
te lo togli del tutto, non c’è più pegging!

Conclusioni

Hai finito! Grande! Brava!


No, non esattamente, ma quasi: voglio dire, c’era un bel po’
di carne in questo capitolo, praticamente tutte le cose difficili
sulla punteggiatura e, anzi, un bordello di roba che di solito nei
libri sulla punteggiatura non si vede neanche: principio di
cooperazione e di economia linguistica, dildo indossabili,
struttura informativa, sesso di gruppo, pissing, preliminari e
regole infrante. Più avanti affronteremo degli argomenti che di
solito non vengono affrontati nei libri sulla punteggiatura e
che… ehi, non sono neanche punteggiatura! (In questo senso sì,
hai finito.)

1 Questo capitolo ha l’allocutivo al femminile: ricordati di usare il tuo cromosoma X.


2 Altrimenti, diciamocelo onestamente, non avresti mai e poi mai, anzi MAI E POI
MAI iniziato a leggere un prontuario pornogrammaticale…

90
3 Francesco Piccolo, La separazione del maschio, Einaudi, Torino 2008, p. 192.
4 Gli strumenti mentali sono generalmente sottovalutati. Conosco una tipa che sostiene
che per leccare bene un pisello bisogna immaginare di leccare un gelato, e trovo che
sia un ottimo esempio di mancato uso degli strumenti mentali corretti perché se anche
coglie la sostanza della pratica, manca completamente nel coglierne la natura: leccare
un cazzo significa leccare un cazzo immaginando di leccare un cazzo, cioè fare
qualcosa pensando di fare esattamente quella cosa e non pensando di fare
qualcos’altro. Altrimenti è uguale fare sesso con una persona immaginando di farlo
con un’altra!
5 A questo proposito, ecco una chicca dal settecentesco Gazzettino di Girolamo Gigli,
un breve ma gustoso stralcio della discussione sull’addolcimento della copula (dal
latino et all’italiano ed) al quale si opposero vivamente alcune delle dame presenti,
argomentando che «la copula è più dolce quanto con più dura forma si possono
congiungere i termini copulati»… Hai capito le nobildonne fiorentine!?
6 Sarebbe ancora meglio dire che la frase è la massima unità testuale in cui vigono

relazioni di costruzione, cioè il blocco di materia verbale governato da regole


grammaticali che fanno funzionare insieme quella materia verbale. Ma poi dovremmo
spiegare che funzionare insieme qui sta per [esprimere una sola e specifica intenzione
comunicativa], ma non siamo ancora arrivati alla parte dell’intenzione comunicativa…
come si dice in questi casi: «È troppo presto, non sono ancora pronta».
7 Qui la mente deviata diventa semplicemente una mente umanistica in senso
contemporaneo, cioè priva di competenze logico-scientifiche.
8 Anche perché il modello linguistico «No Martini no party» è molto produttivo.
Conosco almeno una persona che ritiene che nello stesso senso vada letto il titolo della
canzone No Woman, No Cry (anche se forse quella virgola…).
9 Per me è solo un’ipotesi, ma è già la seconda volta che un segno di punteggiatura
usato in modo non convenzionale rivela uno sconfinamento di frase, una connessione
con qualcosa che stava al di là dei confini della frase (la prima volta era la virgola tra
soggetto e verbo che si opponeva a pezzi di altre frasi). Dobbiamo fare attenzione a
questo genere di ricorrenze perché sono come gli sguardi insistenti nei luoghi pubblici:
rivelano una qualche forma di interesse ricreativo.
10 Attenzione, per la grammatica tradizionale non è esattamente così: le frasi

coordinate sono quelle che mantengono una loro autonomia sintattica e semantica;
peccato che poi questa definizione si frantumi sulle subordinate temporali e causali che
mantengono la propria integrità sintattica e semantica. Qui mi sono preso qualche
libertà a vantaggio di una definizione chiara.
11 E ogni volta ha il sapore di uno scomodo déjà-vu, vero?
12 E pure questa è una frase che si dice, dopo quelle due…
13 Per i riferimenti bibliografici, tieni presente che il prontuario che stai leggendo ha

una bibliografia bellissima!


14 Avendolo incontrato dopo essere state a casa di Beatrice, di cui Dante è innamorato,

che è disperata per la morte del padre. Sta in quel bellissimo romanzo autobiografico
d’amore, La vita nuova, che, vuole il caso, sia anche uno dei capisaldi della letteratura
in lingua italiana.

91
15 Che poi non è esattamente un punto, bensì una zona, ma possiamo ignorare il
dettaglio finché è solo una menzione in un libro di grammatica.
16 Una linguista più seria avrebbe scritto che il punto chiede o permette di totalizzare le
inferenze fatte fino a quel punto nella lettura. Ma io non sono una linguista… più seria.
17 Goliarda Sapienza, L’arte della gioia, Einaudi, Torino 2014, p. 169.
18 Per due motivi: 1) il diciamo non rappresenta una specificazione di parti specifiche

della frase ma del modo in cui parti specifiche della frase vadano interpretate; 2) di
conseguenza, questa frase tra le virgole non ha la forma tipica degli esempi – ovvero
una frase relativa, introdotta ad esempio dalla parola che.
19 Peraltro, a molte piace. Mai provato il BDSM?
20 Ma attenzione, se fosse solo davvero l’intenzione avremmo potuto usare un
tecnicismo: il tipo di atto illocutivo (atto di dire). Ordinare, informare, spiegare,
chiedere sono tipi di atti linguistici diversi. L’intenzione come la sto usando io è data
dall’insieme di tre cose diverse: il tipo di atto illocutivo, il tema (cioè ciò di cui si sta
parlando) e il focus (cioè ciò su cui si vuole attirare l’attenzione). La linguistica ha
bisogno di tecnicismi e di un maggior dettaglio perché descrive fenomeni diversi e più
complessi, a noi basta mettere tutto insieme perché parliamo solo di sussurri a fior di
pelle.
21 Vedi? Non hai dovuto aspettare molto!
22 Tommaso Pincio, Panorama, NN Editore, Milano 2015, p. 1.
23 E d’altronde i gusti in fatto di semplicità cambiano col tempo (ne abbiamo parlato la
prima volta che ho citato l’evoluzione linguistica da isolanti a polisintetiche) e,
soprattutto, le lingue non sono sistemi isolati, ma si trasformano a contatto con altri
lingue e con altri stimoli: le lingue si incontrano e si influenzano, nuovi artefatti
richiedono nuove parole e la cultura ha effetti sulle lingue, per esempio un minore
sessismo nella nostra cultura sta portando a una lingua con più femminili, che in
questo caso vuol dire una lingua grammaticalmente più regolare.
24 Tipo: Se lo volevo, lo facevo.
25 Il che, lo riconosco, suona molto come: «E lei era meglio o peggio di me a letto?».

«Era… solo diversa, amore.»


26 Hai notato che in questo libro compaiono congiuntivi usati con competenza? E ti sei

eccitata anche tu?


27 Può essere anche qualcosa più di una coppia, io ho scritto coppia per pigrizia, ma

data la ricchezza combinatoria della sintassi italiana sarebbe più corretto metaforizzare
parlando di gruppi poliamorosi.
28 Ma noi lo abbiamo già visto con altri nomi: closure, pareidolia. Qui lo stesso

meccanismo è semplicemente calato nell’ottica dell’interazione umana.


29 Pensa a quanto umorismo si fonda su questo principio. Per esempio, in questa
battuta di Daniele Luttazzi: «C’è chi dice che Dio sia donna. Falso. Se fosse donna
avrebbe fatto lo sperma al gusto di Nutella» (be’, o gli uomini disgustati dalle fellatio).
30 Rossana Campo, Mai sentita così bene, Feltrinelli, Milano 1995, p. 42.
31 Oh, scusa, mi sono dimenticato di scriverlo prima: in linguistica si distingue la
denotazione, il significato oggettivo delle cose, dalla connotazione, l’insieme di

92
giudizi che vengono associati a quel significato.
32 Trova nella lista senza spazi le parole teme e male. Nota che tutte le esemplificazioni

sono metalinguistiche: il testo viene usato non come veicolo di un contenuto, che è il
modo che abbiamo normalmente per comunicare, ma come oggetto di riflessione sulla
lingua.
33 Il primo caso da Piccolo, La separazione del maschio cit., p. 124. Gli altri sono test

di soppressione.
34 Che non è la rigidità positiva che abbiamo entrambi in mente in questo momento.

Ma è quell’altra, quella dei bigotti.


35 Il primo esempio da Pincio, Panorama cit., p. 85. Il secondo è il frutto di un test di

soppressione e non ha valore limitativo.


36 Pincio, Panorama cit., p. 86.
37 Anche perché si tratta di un frammento piuttosto breve, ed è come cercare di
riconoscere una canzone a partire da poche note. Se le poche note tradiscono una
melodia semplice, la riconosci in fretta, appena il gioco si fa più complicato c’è
bisogno di un orecchio esperto. Nel paragrafo «Io sono già eccitato, non so tu…» (p.
99) ti mostrerò un brano la cui sintassi crea una melodia facile da riconoscere.
38 SVO, per gli amici. E si tratta del secondo ordine di costituenti più diffuso sul
pianeta, secondo il World Atlas of Linguistic Structures, che ti consiglio di andare a
consultare, quando puoi.
39 Scherzo, scherzo: anch’io ho amato Yoda, ai tempi dei primi tre film. E l’ordine
delle sue parole è un Oggetto-Soggetto-Verbo (sulla Terra sono attestate altre quattro
lingue con quest’ordine: Kxoe lingua Khoisan parlata in Africa centro-meridionale; il
Nadëb, lingua nadahup parlata in Amazzonia; il Tobati, lingua asutronesiana parlata a
Papua e il Wik Ngathana lingua Pana-nyungan parlata in Australia nordorientale).
40 Che di solito non sono trattati nelle grammatiche scolastiche (perché raramente le
grammatiche scolastiche parlano degli ordini dei costituenti frasali), ma lo sono nei
testi di linguistica avanzata.
41 Tutte le manifestazioni linguistiche marcate, dalla sintassi al lessico, comportano un

maggior costo in risorse cognitive perché ci costringono ad abbandonare strade ben


battute a favore di formulazioni a cui non siamo abituati. È uno dei due punti di
partenza del principio di economia linguistica, cara. L’altro è che un ordine marcato
risponde a esigenze comunicative differenti (per esempio mettere in secondo piano il
tema, un antico mito perlopiù sconosciuto, per enfatizzare il rema, la sua innovativa
interpretazione) (abbiamo parlato di tema e rema nel paragrafo sulla virgola, vedi p.
38).
42 Tra l’altro, sapevi che anche se adesso la parola marpione si applica esclusivamente
alla sfera sessuale, una volta veniva usata per indicare tutti coloro che, come le zecche,
con l’imbroglio o l’insistenza approfittavano degli altri?
43 Ciononostante, è un’operazione che si presta facilmente a fraintendimenti. Come si
dice in questi casi: non fatelo a casa.
44 Pissing è il termine nato in ambito etero, prevalentemente BDSM; la comunità

LGBT è più poetica, e preferisce parlare di «pioggia dorata».


45 Esistono tantissime collocazioni ristrette (scapolo incallito, amara sorpresa, vecchio

93
porco, perdere tempo) e non tutte si prestano a interruzioni funzionali, ma quella
dell’esempio è particolarmente efficace perché vegeto è anche una forma verbale e
quindi isolata istituisce una nuova frase.
46 Non nel senso di [pisello], ovviamente.
47 No, Neanche qui nel senso di [pisello]. Purtroppo.
48 E non fanno neanche male alle gambe se non si è allenati!
49 Il punto fermo non serve a esprimere una «pausa lunga»: la pausa lunga è al limite il
modo in cui rendiamo conto di una interruzione sintattica forte, e anche i punti
interrogativi ed esclamativi servono a esplicitare un’intenzione comunicativa e solo di
conseguenza implicano un’intonazione.
50 L’unica scena di sesso che non mi ha messo tristezza in La ferocia, di Nicola

Lagioia (Einaudi, Torino 2014, pp. 85-86). Non l’ho riportata per intero.
51 Ma con gli strumenti acquisiti finora sai anche spiegarti il perché.
52 E ti vorrei dissuadere dal farlo perché è una battuta che usa chiunque, dai tempi del
primo incontro del druido Allanon con un membro della famiglia Ohmsford ne La
spada di Shannara (1977), creda di essere brillante. Siamo d’accordo (non è una
domanda, è un’affermazione).
53 Ne abbiamo parlato a p. 79.
54 Ho trovato questa battuta in rete. A fronte di numerose attribuzioni mi trovo
nell’impossibilità di definire un’autrice o autore. Non è mia, comunque.
55 Lagioia, La ferocia cit., p. 162.

94
Cazzo! Credo di essermi dimenticato qualcosa…

Fuori dal letto

La punteggiatura è una bestia strana: è certamente nel


dominio della grammatica e della lingua, ma si manifesta
esclusivamente nelle realizzazioni grafiche della lingua e, a
dispetto della sua importanza come segnaletica testuale, ha una
natura essenzialmente interstiziale: non è proprio lingua ma sta
tra i sintagmi, negli interstizi tra i blocchi di senso.
Per questo, parlando di punteggiatura ha senso parlare anche
di un tipo di parole che quasi non sono neanche più parole.
Immagina: parole che sono la negazione stessa della
grammatica, e anche della lingua. Non credi che possano
esistere parole simili? Fai un esperimento: puoi inventare
qualsiasi accozzaglia di suoni e usarla, ad esempio, per
esprimere disappunto o felicità (o entrambe).
Per esempio, quando qualcosa ti va bene, prova a gioire
esclamando:
Sfrungo!
e quando qualcosa ti fa male, prova a lamentarti dicendo:
Sfrungo!
Dopo pochi mesi di uso assiduo (e occhiate strane da parte
dei tuoi interlocutori) ti verrà naturale usarla1. E funzionerà
benissimo! Ecco la dimostrazione del fatto che le più elementari
norme grammaticali possono essere ignorate dalle interiezioni,
quelle parole che di solito stanno al posto di un’intera frase e

95
che servono per esprimere stati emotivi o per fornire segnali
discorsivi (per esempio richieste di ripetizione, di prosecuzione
o di attesa).
Ci sono due tipi di interiezioni:
1. le interiezioni proprie sono sequenze di suoni come oh, ah,
ahia, eh, ooh che non hanno altro ruolo nel sistema linguistico
che quello appunto di interiezioni;
2. le interiezioni improprie derivano da altre classi di parole
(tipicamente dal nome2) e vengono usate come interiezioni.
Le tipiche interiezioni improprie sono le cosiddette
parolacce. Ora, prova a sostituire le tue parolacce più frequenti
con sinonimi presi dall’ambito scientifico o anche solo da una
varietà più formale di italiano: prova a usare pene invece di
cazzo, testicoli invece di palle, penetrazione del deretano invece
di inculata, che mammelle! invece di che tette!, vulva invece di
figa. Ti garantisco che le occhiate di sorpresa, imbarazzo e
disgusto saranno assai più frequenti e intense di quanto non
accade con le usuali interiezioni. Questo perché i nomi che
finiscono a fare le interiezioni subiscono quel fenomeno che in
linguistica si chiama desemantizzazione, ovvero: le parole
perdono il loro significato originario, nel caso delle interiezioni
per assumere un puro valore pragmatico e comunicativo. Come
nel celebre caso della domanda che cazzo vuoi? nella quale la
menzione del membro non allude alla possibilità di scelta tra più
opzioni, ma è un puro rafforzativo o, in termini un po’ meno
rozzi, un esplicitatore di emotività.
Un altro esempio brillante è l’esclamazione ‘stica!, che
deriva da ‘sticazzi!, che già non era perfettamente trasparente
all’origine e, ora, non è neppure più riconoscibile.

Chi sono? Dove vado? Perché?


Perché ci occupiamo di interiezioni se non sono davvero
parte della grammatica?
Non solo non potevamo ignorarle, ma avremmo dovuto
iniziare da qui: se avessimo voluto incominciare col definire la

96
lingua italiana, per prima cosa avremmo dovuto definirne i
confini e questi sono i confini dell’italiano. Oltre le interiezioni
ci sono gli ululati, gli ansimi, le risate, tutti i suoni che non sono
più linguaggio verbale. Le interiezioni sono l’ultima frontiera
delle lingue storico-naturali, giusto prima delle onomatopee3.
Facciamo un esperimento mentale: cos’è un buco? Fermo,
fermo, per una volta è una domanda posta senza maliziosità,
ambiguità o doppi sensi. Un buco è un vuoto che assume la
propria identità di buco grazie a ciò che lo circonda, poiché un
buco non può che essere un buco di o in qualcosa. Il buco deve
il suo valore a quello che gli sta intorno4.
In una certa misura un buco è anche i suoi confini, anche se
i confini non possono essere parte del buco, perché sono la sua
esatta negazione. Anzi, se identifichiamo un buco sappiamo
anche per forza cos’è quel che gli sta intorno (per esempio, un
simpatico giovanotto molto attivo nelle gangbang maschili).
Ho iniziato parlando di buchi per arrivare all’immagine con
qualcosa di bucato (o con almeno un buco, c’è una bella
differenza) perché è la metafora ideale per una cosa tanto
impalpabile come la lingua, parlata o scritta.
Vediamo allora questo «vuoto» al centro di qualcosa e
puntiamo diritti al buco con la punta della lingua!
Il buco in questione è definito innanzitutto dal corpo umano:
1. possiamo esprimere la facoltà del linguaggio grazie a una
serie di strutture tangibili: cervello, apparato fonoarticolatorio
(diaframma, polmoni, laringe e quindi corde vocali, cavità orale
e nasale, labbra per la produzione di suoni) braccia e mani per la
scrittura, apparati uditivo e visivo per la ricezione dei messaggi,
muscolatura facciale per le espressioni del volto e corpo nel
complesso per la gestualità e la prossemica;
2. il linguaggio è movimento, perché solo con il movimento le
parti di quelle strutture riescono a manifestare qualcosa: dai
segnali elettrochimici che percorrono il nostro sistema nervoso
alla contrazione di actina e miosina dei nostri muscoli, all’aria
che viene soffiata fuori dai polmoni e fa vibrare di piacere le

97
corde vocali;
3. le lingue sono forme nelle quali il linguaggio si manifesta, e
in quanto tali richiedono un supporto, che può essere effimero
come una particolare configurazione elettrica in una delle aree
del cervello che concorrono alla creazione dei messaggi verbali
mentre pensiamo, oppure durevole come una particolare
configurazione di molecole complesse (inchiostro, cellulosa,
colle, plastiche che conferiscono all’oggetto libro la sua
riconoscibilissima forma).
Da questi tre punti deriva che:
3. la lingua non esiste senza supporti che le diano forma e la
veicolino, al punto che anche un sistema di regole come quello
grammaticale, che applichiamo ogni giorno (e in ogni momento
di pensiero cosciente), deve essere immagazzinato da qualche
parte, una volta che è stato trasmesso e appreso;
4. il cervello è l’organo delle lingue storico-naturali: è qui che
immagazziniamo le informazioni su come far collaborare verbi
e proforme, non tanto lontano dai posti in cui memorizziamo
come si va in bicicletta, come si cammina e come possiamo
massaggiare il nostro o la nostra partner prima di regalarle un
meraviglioso orgasmo.
Il modo in cui il cervello funziona è davvero affascinante:
possiamo immaginare i neuroni organizzati come a formare
microscopici circuiti elettrici che, combinandosi, creano circuiti
via via più estesi che formano reti o sistemi5. A un livello
macroscopico questi sistemi, che ci permettono di individuare
delle aree cerebrali specializzate, interagiscono tra di loro e il
modo in cui i circuiti al loro interno si riconfigurano nel corso di
tutta la vita rendono unico ogni cervello. Proprio come ogni
parlante italianofono parla italiano, ma i dettagli della sua
cadenza, del suo vocabolario, del suo personale modo di deviare
rispetto alle regole grammaticali rendono unica la sua parlata.
L’idea che alla base di tutte le nostre attività comunicative ci
sia il cervello potrebbe indurti a pensare che la lingua sia nata
come evoluzione di esclamazioni o di richiami quasi-

98
referenziali tipo lo strillo per avvertire dell’arrivo di un
predatore. Non sarebbe strano: è stata per decenni anche l’idea
di numerose scienziate e scienziati. Oggi sappiamo che si tratta
di una sciocchezza. Anzi, abbiamo ben due motivi per escludere
che il linguaggio sia nato da una scimmia che voleva avvertire i
parenti della presenza di un albero da frutto:
– le vocalizzazioni appaiono legate esclusivamente a
comportamenti emotivi o vincolati a una specifica funzione (per
esempio, allarme). Non sono mai usati per esprimere significati
articolati. Questo per noi è interessante perché punta il dito
esattamente sulle interiezioni, che di solito sono legate
esattamente a comportamenti emotivi. Quando ho scritto che
alcune interiezioni sono sul confine tra lingua e non lingua,
intendevo proprio mettere in luce che, mentre alcune
interiezioni (quelle proprie) sono pure e semplici vocalizzazioni,
altre (le interiezioni improprie) sono parole della lingua che
vengono trasformate in vocalizzazioni;
– i circuiti neurali alla base dei richiami sono mediati da aree
del cervello antiche e profonde, mentre quelli legati al
linguaggio sono localizzati nella superficie laterale della
corteccia cerebrale: hardware recente, non vecchia ferraglia a
cui abbiamo fatto un aggiornamento di sistema.

Sì, vabbè, ma tutto questo non ha risposto alla tua domanda


E la domanda era? Ah, sì: perché ci occupiamo di
interiezioni se non sono davvero parte della grammatica?
Hai ragione, non ho risposto…
Apparentemente punteggiatura e interiezioni hanno poco in
comune: interagiscono quando la prima isola le seconde e la
cosa finisce lì. Ma in realtà le interiezioni svolgono un ventaglio
di funzioni in gran parte uguali a quelle della punteggiatura:
guidare l’interpretazione dei significati, esplicitare l’intenzione
comunicativa, focalizzare l’attenzione del lettore o della lettrice,
gestire il turno nelle interazioni.
Una parziale sovrapposizione di funzioni c’è anche con altre

99
parti della grammatica, per esempio le strutture sintattiche e
certi avverbi contribuiscono a focalizzare l’attenzione, ma il
rapporto tra interiezioni e punteggiatura è particolarmente
stretto: pensa al fatto che la maggior parte delle interiezioni
proprie è incomprensibile se trascritta senza segno di
interpunzione (in particolare senza punto fermo, interrogativo o
esclamativo: eh. Eh! Eh? significano cose molto diverse), quasi
che il suono fosse solo un gancio al quale appendere
l’intonazione che tradisce una certa intenzione comunicativa.
E non basta: interiezioni e punteggiatura funzionano in
modo simile, perché sono entrambe usate fra i sintagmi – anche
se le interiezioni sono usate più liberamente, per esempio le
possiamo trovare all’inizio di una frase; inoltre la combinazione
di più interiezioni anche diverse non aumenta loro capacità
espressiva, proprio come accade per la punteggiatura (mentre le
altre parole devono la loro potenza espressiva anche alla
capacità di combinarsi).
Allora raccontare qualcosa sulle interiezioni significa
rivelare anche qualcosa sulla punteggiatura, giusto perché:

AVERE CHIARO IL QUADRO GENERALE SIGNIFICA


SAPERSI MUOVERE QUANDO I DETTAGLI CI
COSTRINGONO A IMPROVVISARE.

Come disse l’assiduo frequentatore di orge.

Conclusioni

Aspetta, aspetta! Prima di chiudere il presente capitolo


desidero fare due cose che lanciano uno sguardo indietro in
questo libretto.
Se la punteggiatura rientra in una liturgia di pratiche da
seguire, allora l’impostazione tradizionale (quella che ti dice
quando devi usare i vari segni di interpunzione, punto e basta)
va bene, e va bene considerare la punteggiatura come qualcosa

100
di slegato dai generali meccanismi di funzionamento della
lingua… che non è ciò che l’impostazione tradizionale dice, ma
che implica.
Se invece la punteggiatura è uno strumento a disposizione
della lingua, allora bisogna affrontare, trattandoli, tutti quegli
aspetti della lingua (la morfologia della parola; la sintassi
dell’analisi del periodo, del concetto di frase e di sintagma; la
pragmatica del principio di cooperazione, del concetto di tema e
di intenzione comunicativa; la linguistica teorica del principio di
economia linguistica) che ci mostrano come dietro alle regole
che la tradizione ci ha giustamente riportato stia, con un bel
sorrisone soddisfatto, un altro set di regole, conoscendo il quale
possiamo fare ancora di più.
La linguistica ha sviluppato test come se non ci fosse un
domani: test di soppressione, di spostamento, di sostituzione, di
enunciabilità in isolamento, di coordinabilità, di non
interrompibilità… se ognuno di noi avesse un amante (o
un’amante) per ogni test inventato, sarebbe un mondo più
allegro. In assenza degli e delle amanti, però, possiamo usare i
test per quello per cui sono stati inventati: capire la lingua e,
soprattutto, tentare di riformulare le nostre frasi in modo da
arrivare a frasi efficaci ed efficienti. E belle, che non guasta.
Ed ecco in chiusura una manciata di caratteristiche che l’uso
della punteggiatura condivide con il sesso:
1. ci sono pratiche molto semplici e intuitive. Se le segui,
difficilmente sbagli…
2. … ma esiste anche un set di informazioni giocando con le
quali puoi «farlo strano» e allo stesso tempo ottenere risultati
soddisfacenti;
3. in generale, se non sai cosa fare, fai prove (i test!, i test!) e
vedi quello che ti piace di più, l’importante è che tutti i test
siano consensuali;
4. se puoi, sottoponi le tue prove a qualcun altro: fare da soli
può essere piacevole ma, come si diceva all’inizio, in
compagnia è meglio;

101
5. e tre è meglio di due, quindi cerca anche qualche occasione
per confronti di gruppo;
6. accogli le critiche solo se sono argomentate o sorrette da un
certo grado di reciprocità: non è detto che chi guarda soltanto
non possa dire cose sensate, ma perché dovremmo incentivare
chi non si mette in gioco?
7. Cerca di divertirti: se arrivi al punto in cui ti diverti lavorando
sulla punteggiatura, probabilmente hai già iniziato a punteggiare
in maniera straordinaria (a quel punto, non dimenticare il punto
4, soprattutto se stiamo parlando di sesso).
Infine, ricordati che la lingua è proprio come il sesso: può
essere bella a vedersi quando esercitata dai maestri, ma è stata
sviluppata per ottenere dei risultati, non per essere bella:

LA LINGUA È FUNZIONALE!

1 Potrebbe funzionare così bene che i tuoi amici e le tue amiche più stretti e strette (è
sempre bene tenersi stretto qualcuno, soprattutto se non si indossano vestiti)
potrebbero iniziare a usarla anche loro. Non ti solletica l’idea di un contagio di modi di
dire per via orale? (Se hai risposto «sì» dovresti leggere qualcosa sulla memetica: Il
gene egoista o, meglio, Il fenotipo esteso di Richard Dawkins sono apprezzabili punti
di partenza, altrimenti La macchina dei memi di Susan Blackmore).
2 Ma non sempre, pensa a ’sticazzi che deriva da questi cazzi e manifesta due

caratteristiche curiose: 1) ha apparentemente una doppia forma (sono in realtà due


parole diverse con una comune origine): ’sticazzo significa [no, scordatelo], mentre
’sticazzi può significare (tipicamente nel Nord Italia) [incredibile!] o [complimenti!] o
(tipicamente al Sud Italia) [chissenefrega].
3 Che sono parole mimetiche, suoni presi dal mondo naturale e trasformati in parole (e

non a caso spesso descrivono proprio rumori, versi: tic tac, eccì, crac, patapum, miao,
bau, chicchirichì).
4 E qui sì, puoi appendere tutti i doppi sensi che vuoi.
5 Per intenderci, l’ordine di grandezza della quantità di connessioni all’interno di una

persona è di milioni di miliardi di reciproche connessioni.

102
Bibliografia essenziale (dove si forniscono spunti e si pagano
alcuni debiti)

In questo libro piuttosto originale ci sono poche cose


davvero originali: quasi tutto quello che da un punto di vista
linguistico ti ha sorpreso o sorpresa è materia comune di
insegnamento in un corso universitario di linguistica generale o
di grammatica italiana. Io mi sono limitato a saccheggiare
disordinatamente la mia biblioteca (lo so, lo so: dovrei
decidermi almeno a dividere i testi di linguistica dai fumetti
porno).
Di solito non dico dove ho imparato quello che so (non tutti
quelli con cui parlo sono pronti ad accettare che so cos’è una
biggia e ancora meno vogliono sapere dove si impara cos’è) ma
per questa occasione vale la pena di fare un’eccezione, e svelare
le mie muse ispiratrici.
Ecco quindi alcune letture che potrai salutisticamente
sostituire alla proverbiale sigaretta post-coito.
Balboni: se a causa di qualche disgrazia sei un o un’insegnante di italiano o una
esperta o un esperto di glottodidattica a qualsiasi titolo, Fare educazione linguistica di
Paolo E. Balboni (UTET, Torino 2008) è una lettura imprescindibile. Pratica (e il dio
della glottodidassi sa quanto poco bisogno di teoria ci sia talvolta), diretta, agile,
contiene più di cento giochini che puoi fare con la lingua. Dello stesso autore è
doveroso anche Storia dell’educazione linguistica in Italia (UTET, Torino 2009).
Semplicemente fico.

Baratter: se non ne hai avuto abbastanza e vuoi approfondire storia, usi e costumi del
punto e virgola, non dovresti farti mancare Il punto e virgola. Storia e usi di un segno,
di Paola Baratter (Carocci, Roma 2018)

Battaglia: il «Battaglia», come è affettuosamente chiamato da coloro che lo conoscono


personalmente (anche se non è stato curato solo da Salvatore Battaglia) è l’alfa e

103
l’omega della lessicografia italiana: un dizionario in ventun volumi (ventiduemila e
settecento pagine!) che contiene qualcosa in più di tutti. Pubblicato tra il 1962 e il 2002
dalla UTET, che dovrebbe decidersi a farne una versione su DVD o ancora meglio
consultabile online e in continua crescita, è un colosso consigliato ai feticisti della
parola scritta e a quelli a cui anche le escort di lusso dicono di no. Esatto: io ne ho una
copia. Tutta consumata.

Damasio: chi si è posto domande non solo sulla lingua ma anche sul linguaggio si sarà
anche chiesto in che relazione stanno lingua e coscienza. Una risposta la si può cercare
in Il sé viene alla mente del neuroscienziato Antonio Damasio (Adelphi, Milano 2012,
oppure in Rizzolatti-Sinigaglia.

Demauro-Chiari: Tullio De Mauro, Elisabetta Chiari, Parole e numeri. Analisi


quantitative dei fatti di lingua, Aracne editrice (Ariccia, RM, 2006). No, voglio dire:
davvero ti senti pronta a rinunciare a un chilo di appassionanti saggi pieni di numeri e
di parole e di numeri sulle parole?

Ferrari: Angela Ferrari si occupa da molto tempo di punteggiatura, il prontuario di un


parvenu come il sottoscritto non può quindi essere paragonato al suo Le ragioni del
testo, aspetti morfosintattici e interpuntivi dell’italiano contemporaneo, Accademia
della Crusca, Firenze 2003 (anche se io ci metto più sesso, mooolto più sesso). Non
siamo d’accordo su tutto, e lei scrive come una docente universitaria, cioè in un modo
che per le persone normali è scioccante come la prima sessione di spanking, ma il suo
approccio, soprattutto quando guarda alle funzioni più strettamente testuali della
punteggiatura, è interessante.

Graffi: Le strutture del linguaggio. Sintassi di Giorgio Graffi (Il Mulino, Bologna
1994) è un testo che in un libro diverso (un libro che intendesse rivoluzionare
completamente la grammatica tradizionale, invece di portarla solo un po’ verso di noi)
avrei usato di più. Be’, ma tu sei ancora in tempo per recuperarlo e leggerlo.

Haspelmath: oltre al saggio sui sistemi grammaticali framework-free («Framework-


free grammatical theory», in Heine, Bernd & Narrog, Heiko (a cura di) The Oxford
handbook of grammatical analysis, Oxford University Press, Oxford 2015, pp. 341-36,
disponibile anche online all’indirizzo:
http://www.eva.mpg.de/lingua/staff/haspelmath/pdf/Frameworkfree.pdf), e al saggio
sull’economia linguistica intitolato «Adding economical morphosyntactic patterns in
language change» (contenuto nel volume curato da Jeff Good Language universals
and Language change, Oxford University Press, Oxford 2007), è un imperativo
categorico citare quella meraviglia che è il World Atlas of Language Structures
(http://wals.info/index) da lui curata. Immagina una persona meravigliosa che ti
propone di fare insieme tutto quello che vuoi prima ancora che tu lo pensi («Amore, ho
un bisogno irresistibile di leccarti»): ecco, questo è il WALS. Anche se non tratta la
punteggiatura.

Luccone: io mi sono divertito tantissimo a leggere il fenomenale compendio di esempi

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letterari che Leonardo Luccone ha raccolto in Questione di virgole. Punteggiare
rapido e accorto (Laterza, Bari 2018) perché raccoglie tutte le conferme e soprattutto
le falsificazioni del set di regole standard della punteggiatura senza mai intaccarlo e
giustifica le infrazioni con mirabile arte argomentativa.

Manalleri: questo libro non esiste, ma se non hai scoperto per caso questo falso
elemento bibliografico potrai vantarti con le tue amiche di aver letto con attenzione
anche la bibliografia di questa grammatica. Cazzo, io le bibliografie delle grammatiche
non le leggo mai attentamente…

Mortara Garavelli: su alcuni dettagli riguardanti la punteggiatura, la professoressa


Bice Mortara Garavelli e io dissentiamo (sono un pessimo allievo, suo e di altri
presenti e assenti in questa bibliografia): lei ha uno sguardo assai più ampio e meno
normativo del mio. Ma se anche non posso che consigliare caldamente il suo
Prontuario di punteggiatura, il testo per il quale viene qui citata è il suo Manuale di
retorica, (Bompiani, Milano 2003). Completo, esauriente, ti costerà una manciata di
euro e di diottrie, ma è una lettura che non si dovrebbe tralasciare. E se non hai voglia
di leggerlo, puoi tenerlo in consultazione sul comodino: dare nomi di figure retoriche a
quel che si fa a letto è uno spassoso gioco da tenere in serbo per partner sessuali
intelligenti e capaci di ridere («Allora, ti è piaciuta questa anastrofe?»1).

Renzi-Salvi-Cardinaletti: opus magnum della grammatologia italiana, i tre volumi di


quest’impresa sono quanto di meglio ci si può aspettare da una grammatica:
ricchissima, dettagliata, e con un solido impianto che preferisce la sintassi alla
morfologia. Purtroppo questi sono anche i suoi principali difetti (insieme al prezzo,
comunque inferiore a quello di una notte con una prostituta d’alto bordo: non stiamo
parlando del Battaglia): un’opera di queste dimensioni non può essere portata in giro,
non è facile da consultare e non è assolutamente adatta ai principianti. Senza contare
che non mettere neanche qualche innocente foto di nudo in tutte quelle pagine è un
delitto. Lorenzo Renzi, Giampaolo Salvi, Anna Cardinaletti, La Grande grammatica
italiana di consultazione, 3 voll., Il Mulino, Bologna 2001.

Rizzolatti-Sinigaglia: capire a che cosa serve il cervello sarebbe molto utile a gente
che invece, purtroppo, lo usa normalmente troppo poco (e basta sintonizzare il
televisore su «un giorno in parlamento» o sgattaiolare un poco su facebook per trovare
gente così a secchiate). Nel loro bellissimo libro i neuroscienziati Giacomo Rizzolatti e
Corrado Sinigaglia (So quel che fai, Raffaello Cortina Editore, Milano 2006)
raccontano molte cose su come funzionano il cervello, l’apprendimento e il linguaggio,
e descrivono l’aspetto motorio della cognizione e l’importanza dell’azione
nell’apprendimento. Quando inizieranno a sperimentare come usiamo i neuroni
specchio per fare sesso mi candido come cavia da laboratorio (è solo amore per la
scienza).

Sabatini: Francesco Sabatini, oltre a essere un acuto linguista e un ex presidente


dell’Accademia della Crusca, è anche la persona che in questo momento in Italia sta
facendo di più per salvare la sintassi di impianto tesnieriano (vedi: Tesnière). Avrei

105
potuto citarlo per mille altre cose meravigliose o solo tremendamente istruttive che ha
scritto (o curato, come quel piccolo gioiello che è il Dizionario Italiano Sabatini-
Coletti), e invece è qui in mezzo soprattutto per il suo impegno per la salvaguardia del
tesnerianesimo. Alla prossima, professore!

Saussure: no, non lo sto veramente citando. Essendo il più importante linguista della
prima metà del secolo scorso non che non ne abbia i titoli, ma proprio per questo non
ho voglia di citarlo. Ma tu leggilo, se ti capita, non può che farti bene. E poi, secondo
una leggenda urbana piuttosto diffusa, chi legge con godimento le trascrizioni delle sue
lezioni di linguistica impara istantaneamente a masturbare senza mani. Sai come si
dice: «Impara l’arte e mettila da parte…».

Serianni: Luca Serianni è un’altra di quelle persone metonimicamente invocate al


posto di uno dei loro libri (con errore, visto che da una certa edizione in poi c’è stata
anche la collaborazione di Alberto Castelvecchi). In questo caso si tratta di
un’autorevole grammatica di impostazione molto classica (molto, molto, molto), ma
che brilla per ricchezza e facilità di consultazione, ideale in tre casi: quando si sta
cercando di fare colpo su qualcuno che ha un’idea liturgica della grammatica; quando
per motivi di ordine pubblico non ci si può far vedere in giro con la presente
grammatica; quando si sta passeggiando nei pressi di un compito in classe di
grammatica. Perciò tieni presente la Garzantina di italiano, se sei uno studente o una
studentessa (ehm… i tuoi genitori sanno che stai leggendo questo libro?).

Tesnière: Tesnière è uno dei due padri della sintassi moderna (insieme a Noam
Chomsky, del quale è di gran lunga meno famoso), quello che ha inventato il concetto
di argomento – ma lui li chiamava nodi o attanti – e i moderni alberi sintattici – che per
lui erano gli stemmi. Gli Elementi di sintassi strutturale (Rosemberg & Sellier, Torino
2001) costano un botto, ma se la sintassi ti attizza potrebbe valerne la pena: si tratta di
un testo ricco di spunti e riflessioni, di un’esemplare chiarezza d’esposizione che
tradisce un’impostazione monolitica e sicura. Il necessario complemento a Graffi. Se
la questione delle valenze verbali ti piace quanto piace a me, non dovresti farti
mancare inoltre una copia di uno dei più innovativi dizionari italiani in commercio, il
DISC (Dizionario Italiano Sabatini-Coletti, Larousse, 2008), nel quale le definizioni
dei verbi sono strutturate proprio a partire dal loro profilo valenziale.

1 Eh, no, indovinare cosa può essere una anastrofe a letto è un passo che devi fare da
sola. O comunque non con me.

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Ringraziamenti

La maggior parte delle persone che vorrei ringraziare mi ha


chiesto per carità di non comparire assolutamente in questo
libro, dimostrerò quindi la mia gratitudine accogliendo la loro
richiesta. Tanto voi sapete chi siete; per il vostro aiuto e
supporto, per i suggerimenti e le discussioni, le critiche, le
richieste di spiegazioni e, non ultimo, per le dimostrazioni
pratiche: grazie.
Tra gli altri, mi preme invece ringraziare di cuore:

I miei meravigliosi genitori (che nel momento in cui scrivo non


sospettano neppure lontanamente che diavolo stia scrivendo),
per l’esempio, il supporto e la pazienza avuta in queste ultime
decadi. Sono contento di essere nato dal vostro amore, mi ha
accompagnato finora e abbiamo ottime prospettive per il futuro.
La dottoressa Manuela Manera che lesse la prima versione dei
primi due capitoli del testo originario – una grammatica
completa –, segnalandomi errori e brutture e incoraggiandomi a
continuare, e per le discussioni gravide di conseguenze
grammaticali a proposito del progetto Itaca (ora esiste un altro
progetto con quel nome, ma per me Itaca rimarrà sempre quella
nostra prima idea).
Davide e Diana e Iris, che costituiscono il mio più forte
incentivo a fare le cose per bene.
Il dottor Paolo Mairano, che con la precisione di un maestro di
nodi ha evidenziato tutte le manchevolezze e gli errori presenti
nella sua copia del manoscritto originale.
Il professor Mauro Costantino che ascoltò per intero la lettura

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dell’introduzione durante un viaggio in macchina da Torino a
Castagneto Po accompagnando senza stonare i numerosi
deragliamenti cui tale lettura fu soggetta.
I dottori Valerio Pattaro ed Elisabetta Capello che con il loro
lavoro di coppia hanno saputo aiutarmi a rendere più fruibile un
testo altrimenti troppo cattedratico.
Lo staff di Maieutical Labs, inesauribile fonte di discussioni,
chiacchierate e confronti (talvolta litigi) che mi hanno
arricchito, anche da un punto di vista metodologico.
I dottori Matteo Boero e Denis Smaniotto per i preziosi
riferimenti bibliografici.
La dottoressa Elisa Tonani e Saverio Simonelli, che mi hanno
accolto al Festival della punteggiatura a Santa Margherita
Ligure, nel settembre 2018. Quando la gente ha coraggio,
bisogna riconoscerlo.
Gli sviluppatori e le comunità di utenti di Wikipedia, di Debian
e Ubuntu, di LaTeX, di perl, di python (e in particolare a quelli
di nltk e di django), di theGimp e dell’insuperabile VIM. Ho
usato soprattutto un software proprietario per scrivere questa
grammatica, ma voi siete nel mio cuore.

Infine, ringrazio te, lettore o lettrice, che hai avuto la


pazienza di arrivare fino in fondo, spero che ti sia divertita/o a
leggere questo prontuario almeno quanto io a scriverlo.
È stato bello finché è durato, ma ti richiamo io.
Ho già il tuo numero, grazie.

108
Indice

Attenzione!
Introduzione
Che cosa c’entra la punteggiatura col sesso?
Tipi di lingue
Lingue sessuofobe
Lingue bigotte
Lingue disinibite
Lingue assetate di sesso!
Ehi, ehi, un attimino!
Allora di cosa sto parlando?
Norme tipografiche
Punti erogeni e virgole sensuali
Relazioni tra… parole?
Di cosa parliamo quando parliamo di punteggiatura
Non dire «quando» se non ce l’hai nel letto
Giusto per
E allora diventa indispensabile parlare di…
I segni di interpunzione
Cosa significa in concreto
La virgola
Il punto
Il punto e virgola
… E…
I trattini
Tra virgolette, tra parentesi
^___^
Pom pom da cheerleader e lap dance

109
Conclusioni
Parliamone
Non è come sembra
Una questione di misure
E allora buttiamoci nella sfida stimolante!
Dichiarazione di dipendenza
Fare le cose secondo le regole
Fàmolo strano
A letto, dormire a volte è uno spreco
I preliminari secondo il maschio medio
I piaceri del sesso di gruppo
Invertiamo i ruoli praticando pegging
Conclusioni
Cazzo! Credo di essermi dimenticato qualcosa…
Fuori dal letto
Chi sono? Dove vado? Perché?
Sì, vabbè, ma tutto questo non ha risposto alla tua domanda
Conclusioni
Bibliografia essenziale
Ringraziamenti

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