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STORIA CONTEMPORANEA

PRIMA GUERRA MONDIALE (e dopoguerra)


Combattuta tra il 1914 – 1918, fu la prima guerra a coinvolgere nazioni provenienti
da più continenti e a coinvolgere un così alto numero di soldati (saranno 65 milioni).
Pensata come una guerra che avrebbe dovuto iniziare e finire in breve tempo, in
realtà si caratterizzò come “guerra di trincea”: per questa ragione, nonostante
l’enorme dispiegamento di soldati e mezzi, la guerra fu combattuta in un territorio
piuttosto limitato. Gli effetti furono un elevato numero di vittime (quasi 10 milioni),
tra i quali figurarono anche numerosi civili per la prima volta nella storia, così come
il massiccio uso bellico dell’apparato industriale, che si sviluppò rapidamente in
molti paesi proprio per tale ragione: gli eserciti avevano cronico bisogno di armi,
armature, vestiti, mezzi pesanti e leggeri (industrie più sollecitate furono quella degli
armamenti, le acciaierie, i cantieri navali, il chimico e l’automobile). La fine della
guerra consegnò al mondo una geografia molto differente rispetto alla situazione
precedente al conflitto: furono determinate la fine di 4 imperi, quello russo
(rivoluzione bolscevica 1917), quello tedesco (repubblica di Weimar), quello turco e
quello asburgico (sostituito da diversi stati nazionali). La Gran Bretagna fu
soppiantata dagli USA come principale potenza economica mondiale, cosa
confermata anche dalla seconda guerra mondiale.

Gli sconvolgimenti sociali, economici e politici e le difficoltà delle nazioni nel


dopoguerra generano nella popolazione europea in generale un senso di
frustrazione e di insicurezza che furono sfruttati da movimenti nazionalisti come
fascismo e nazismo, l’ultimo dei quali pose le basi per il secondo conflitto mondiale.
Si venne a creare inoltre un forte sentimento anticoloniale da parte delle colonie
stesse.

Episodio scatenante della guerra fu l’assassinio per mano di un irredentista slavo a


Sarajevo dell’erede al trono Austro – ungarico, l’arciduca Francesco Ferdinando. Gli
Asburgo accusarono la Serbia, nemico pericoloso che negli anni precedenti aveva
espanso il proprio territorio, di essere complice dell’attentato. L’Austria inviò un
umiliante ultimatum alla Serbia, che lo rifiutò costringendo l’Austria a dichiararle
guerra. Tutto ciò scatenò un intricato gioco di alleanze: la Russia mobilitò il proprio
esercito a favore dell’alleato serbo, la Germania chiese alla Russia di smobilitare
l’esercito e alla Francia di rimanere neutrale ma, non ottenendo risposta, dichiarò
guerra ad entrambe (Germania e Austria aveva firmato la “Triplice Alleanza con
l’Italia) invadendo il Belgio per attaccare la Francia; per difendere Francia e Belgio
intervenne la Gran Bretagna: negli anni seguenti il conflitto si estese anche a
Giappone, Italia, Grecia, USA e Romania con la Triplice Intesa, Turchia e Bulgaria con
la Triplice Alleanza (si aggiungeranno anche Portogallo, Cina e diversi stati
latinoamericani).
L’Italia, allo scoppio della guerra, attraversava un difficile periodo di transizione
dopo i governi di Giolitti: per cui nonostante avesse siglato la Triplice Alleanza con
Austria e Germania, rimase neutrale. Il paese era diviso tra interventisti e non. Allo
stesso modo, Salandra contrattò con entrambe le coalizioni l’entrata in guerra.
Questa venne sancita con la firma del Trattato di Londra al fianco dell’Intesa e
annunciata in parlamento il 24 maggio 1915 in una sorta di colpo di stato, dato che
la maggioranza del parlamento era contrario all’intervento. A livello territoriale,
l’obiettivo era la riconquista di Trieste e Trento e un’espansione nei Balcani e nel
Mediterraneo. Nonostante questi programmi, l’esercito italiano era debole e mal
organizzato. La gestione del generale Cadorna, basata sul terrore, terminò in seguito
alla disfatta di Caporetto, quando fu sostituito dal generale Diaz, che risollevò il
morale dei soldati e pose le basi per la vittoria sul fronte a nord – est, che fu
ottenuta con la vittoria di Vittorio Veneto il 24 ottobre 1918. Nonostante il prestigio
della vittoria, l’Italia era in ginocchio, causa inflazione e carovita dovuti alla guerra.
La guerra, caratterizzata da battaglie lunghe e poco risolutive che non spostavano le
sorti e i fronti (se non di pochi chilometri), fu vinta da Gran Bretagna, Francia e
dall’Intesa, soprattutto grazie al decisivo intervento USA del 1917. Le trattative di
pace si svolsero a Versailles nel 1919, dove parteciparono USA, Francia, Gran
Bretagna e Italia. ai “14 punti” di Wilson si contrapponeva la linea intransigente
della Francia, che voleva annientare il nemico tedesco per prenderne il posto come
principale potenza europea. Alla fine vinse la linea francese, che ottenne dalla
Germania Alsazia e Lorena: oltre a ciò, la Germania dovette cedere territori a
Polonia e Danimarca, e pagare una multa esorbitante che affossò l’economia. I
termini di tale pace furono umilianti per la Germania, che iniziò a covare un senso di
frustrazione e rancore che fu sfruttato da Hitler per salire al potere: le stesse
sanzioni economiche furono una delle principali ragioni del fallimento della
repubblica tedesca, che fu incapace di risollevare le sorti dell’economia.
Parallelamente alla guerra mondiale, si sviluppò in Russia la “Rivoluzione d’ottobre”.
La Russia non era pronta allo scontro militare: l’esercito era mal equipaggiato e mal
organizzato. I soldati furono prelevati dai campi, che caddero in disuso causando
una grossa carestia. Inoltre la guerra aveva causato un forte aumento del carovita
che mise in ginocchio il paese. Il punto di rottura giunse nel marzo 1917: uno
sciopero generale a Pietrogrado fu appoggiato dall’esercito incaricato di domare la
rivolta. Nel frattempo nella capitale si era organizzato un soviet, ovvero un consiglio
di operai e di soldati, che costrinse lo zar ad abdicare. Nei mesi seguenti la Russia fu
governata da un doppio potere: quello della “Duma” (erede dello zar) e quello dei
soviet costituitisi nelle varie città e campagne, attraversati dalla lotta tra il partito
menscevico e quello bolscevico, quest’ultimo in minoranza e guidato da Lenin. Dopo
un tentativo di colpo di stato di quest’ultimi fallito (che costrinse Lenin a scappare in
Finlandia), il loro aiuto fu fondamentale nel combattere il contro – colpo di stato del
comandante dell’esercito Kornilov. I bolscevichi, usciti rafforzati da quest’ultimo
evento, con il ritorno di Lenin, riuscirono a proclamare la nascita della repubblica
sovietica il 25 ottobre 1917 (giorno del congresso dei soviet) senza particolari
spargimenti di sangue. Questo conflitto interno costrinse il neo – capo della
repubblica sovietica Lenin a firmare una pace separata con la Germania a Brest –
Litovsk: firmata nel marzo 1918, costrinse Lenin a rinunciare alle province baltiche,
all’Ucraina, a parte della Bielorussia e della stessa Russia.
FASCISMO
L’Italia, nazione “giovane” ancora strutturalmente debole, decise lo stesso di entrare
in guerra. Finita questa, ne uscì indebolita: nell’immediato dopoguerra dovette
affrontare numerosi scioperi operai e rivolte sociali. In questo contesto, crebbe la
popolarità del partito socialista italiano, che fu il primo partito di massa fondato nel
1892. Principalmente seguito da operai e proletariato, non riuscì a sfruttare il
consenso acquisito per unirsi in un movimento uniforme: si divideva, infatti, in 2
correnti, rivoluzionari e riformisti. Questa suddivisione fu ulteriormente sancita dalla
nascita, nel 1921, del Partito Comunista Italiano, rappresentante l’ex ala
rivoluzionaria del partito socialista.

Nello stesso periodo, riuscì a riscuotere un ottimo consenso il Partito Popolare


Italiano fondato da Don Luigi Sturzo nel 1919. I 2 partiti (PSI e PPI) riuscirono a
ottenere la maggioranza al parlamento, ma le ampie differenze ideologiche
impedirono loro di governare.

In questo contesto di stallo, venne fondato nel 1919 dall’ex socialista Benito
Mussolini un nuovo movimento politico, nazionalista e reazionario, “I fasci di
combattimento”. Lo stampo del movimento fu subito chiaro: iniziarono
immediatamente a compiere iniziative violente come l’incendio della tipografia
dell’Avanti (giornale del quale Mussolini fu direttore), inoltre nel 1920 i fasci si
organizzarono in squadre paramilitari che scatenarono una violenta guerra sociale,
soprattutto contro i socialisti, le camicie brune, che inglobavano i generali della
prima guerra mondiale frustrati che non avevano ritrovato un posto nella società
italiana (poi diventeranno MVSN). Quest’ultimi, a partire dal 1921, subirono diverse
scissioni, la più importante delle quali fu la costituzione del partito comunista d’Italia
nel 1921.

Debilitata la sinistra, Mussolini decise di costituirsi in un vero e proprio partito, il


partito nazionale fascista. Dopo aver ottenuto una trentina di seggi con le elezioni
del 1921, approfittò dell’impotenza dei successori di Giolitti e della debole resistenza
verso lo squadrismo per effettuare, nel 1922, la “Marcia su Roma”. Nonostante
potessero essere facilmente contrastate dall’esercito del re, quest’ultimo si rifiutò di
firmare lo stato d’assedio consegnando la vittoria a Mussolini, che fu incaricato dallo
stesso re di formare un nuovo governo.

Giunto al potere senza una maggioranza parlamentare, si servì della collaborazione


di nazionalisti, liberali e soprattutto popolari per creare il governo. Ottenuto
l’appoggio dell’élite economica, dei sostenitori della corona, dei grandi proprietari
terrieri e del ceto medio, riuscì a inglobare all’interno del PNF i nazionalisti e
approfittò dell’allontanamento di Sturzo dalla politica per far confluire dentro di sé
buona parte dei popolari. Costituito il partito, ottenuto il consenso e diventato capo
del governo, Mussolini iniziò una profonda trasformazione delle istituzioni liberali.
Nel 1922 fonda il Gran Consiglio del Fascismo, organo costituito da gerarchi fascisti
incaricato di delineare la linea di governo, nel 1923 istituisce la Milizia Volontaria per
la Sicurezza Nazionale nella quale furono inquadrate le camicie nere. Nel 1922 viene
varata la “legge Acerbo” che nel 1924 gli consente di ottenere la stragrande
maggioranza del parlamento. Sempre nel 1924, Mussolini deve affrontare il suo
unico momento di crisi: visto come mandante dell’assassinio del leader socialista
Matteotti (ucciso per iniziativa di un gruppo di squadristi), le opposizioni, per
protesta, decisero di ritirarsi sull’Aventino (ad eccezione dei comunisti) tentando di
incrinare i rapporti con gli alleati politici di Mussolini. Ciò non avvenne, anzi,
Mussolini sfruttò l’occasione per fare un atto di forza, incolpandosi moralmente
dell’assassinio di Matteotti e delle violenze squadriste, arrestando gli esponenti
dell’opposizione per creare un parlamento interamente fascista →→→ “Discorso
dell’ascensione” →→→ fine della fase “Fascismo Movimento”

Dopo tale discorso, accelerò il processo di fascistizzazione dello stato proclamando


delle leggi liberticide nel 1926, arrestando e (in parte) giustiziando gli esponenti
politici dell’opposizione, stringendo il controllo sull’informazione mettendo a capo di
ogni testata giornalistica un esponente fascista, accrescendo l’importanza della
MVSN, sostituendo le autonomie locali con podestà o consigli eletti dal regime,
rendendo illegali sindacati e partiti all’infuori di quello fascista. La costruzione del
regime poteva dirsi terminata nel 1928 con il varo della legge elettorale che
prevedeva una lista unica da approvare o respingere in blocco.

Nel 1929 vennero firmati da Mussolini e dalla Chiesa i “Patti Lateranensi”,


documento con il quale il regime riconosceva l’esistenza del Vaticano (e viceversa) e
vennero concessi numerosi privilegi alla Chiesa. Già prima di questo accordo, la
Chiesa non ostacolò in alcun modo l’ascesa di Mussolini, ma con questo documento
lo supportava alimentandone il consenso, che proprio in questo periodo toccò il suo
apice.

Il regime di Mussolini ebbe un grande consenso. Questo fu in parte dovuto all’uso


rivoluzionario che il duce fece dei mass – media: proprio grazie al duce entrò nelle
case degli italiani la radio, che durante il regime iniziò ad essere venduta ad un
prezzo abbordabile anche per i più poveri, e la prima voce che gli italiani sentirono
alla radio fu proprio quella del duce, che se ne servì come strumento per creare il
mito del duce e accrescere il proprio consenso. A tale fine, furono fondati enti come
l’Istituto Luce e l’Ente italiano audizioni radiofoniche per controllare le produzioni
cinematografiche – televisive e radiofoniche. Altro elemento innovativo, fu
l’introduzione di un sistema rigido che ne organizzava anche il tempo libero: società
come i Balilla e gli Avanguardisti furono fondamentali nel formare le giovani leve
fasciste. Altro elemento che contribuì ad accrescere il consenso fu l’eliminazione di
qualsiasi fonte di informazione non sotto il controllo del regime grazie alle leggi
liberticide del 1926: ad esempio, creò un apparato, durante la seconda guerra
mondiale, che impediva alle lettere dei soldati al fronte, che descrivevano la
situazione della guerra e criticavano il regime, di arrivare a casa delle proprie
famiglie.

Grazie allo stretto controllo sulla società compiuto grazie ad uno stretto controllo
dei mass – media e alla fascistizzazione della società il consenso di Mussolini crebbe
a dismisura, toccando l’apice con la guerra d’Etiopia del 1936. I primi scricchiolii si
ebbero con la promulgazione delle leggi razziali: la Chiesa, alleata del fascismo sin
dalla firma dei “Patti Lateranensi”, fu critica verso la segregazione razziale, tanto che
papa Pio XI era pronto a esprimere pubblicamente contro queste leggi, cosa che non
avvenne per la sua prematura morte. Il suo successore, Pio XII, al contrario, non
condannò le leggi razziali per paura delle possibili ritorsioni verso i cattolici. Il
consenso inizia a calare sempre di più con il ritorno, a partire dal 1942, dei primi
feriti della guerra.

Il regime fascista, dopo una prima fase caratterizzata da un certo grado di liberismo,
ebbe una svolta autarchica e protezionistica. Inoltre Mussolini intervenne (con soldi
pubblici) per salvare i settori industriali più in crisi (dirigismo). Oltre a ciò, si impegnò
a creare migliori infrastrutture, con la costruzione di migliori collegamenti urbani e
con il progetto della creazione di città “a misura di regime”.
IL NAZISMO
Dopo il fallito putsch del 1923, Hitler decide di usare metodi legalitari per salire al
potere, attraverso elezioni, conquistando il consenso delle masse. Ciò avvenne a
partire dal 1930, quando il partito nazista divenne il secondo partito. Tutto ciò
avvenne in maniera simile a quanto avvenuto in Italia: Hitler creò squadre
paramilitari per intimidire la popolazione e debilitare i socialisti, sfruttò i moderni
mezzi di comunicazione di massa per costruire il consenso (fondamentale in tal
senso fu Göbbels, futuro ministro della propaganda), sfruttò abilmente il suo
carisma per porsi come il salvatore della patria. Come nel caso di Mussolini, Hitler
arrivò al potere attraverso le elezioni: ma se nel caso di Mussolini le elezioni furono
pilotate, nel caso di Hitler avvennero regolarmente. Hitler seppe sfruttare con
maestria il senso di frustrazione che derivava dall’umiliante sconfitta nella prima
guerra mondiale, che unita alle pesanti sanzioni ricevute portarono alla Germania in
crisi, che si espresse in un forte nazionalismo.

Rinchiuso in prigione dopo il tentativo fallito di putsch, Hitler scrisse il libro nel quale
esprimeva le sue teorie: il “Mein Kampf”. In questo libro Hitler parlava della
necessità del popolo tedesco di acquisire “Lebensraum” (spazio vitale) per poter
mantenere pura la razza ariana. Per fare ciò, dovevano espandersi verso est,
conquistando i territori dei nemici asiatici e comunisti, e combattere il “popolo senza
spazio” che abitava nella propria nazione occupando lo spazio degli ariani. Questo
nemico venne identificato con gli ebrei, che dovevano essere espulsi dalla nazione
tedesca per evitare contaminazioni con gli ariani: erano visti come la causa della
frustrazione e dello stato di prostrazione della Germania (antisemitismo e anti
bolscevismo erano strettamente collegate nella visione di Hitler). Per poter
compiere il suo progetto, Hitler capì la necessità di una società gerarchizzata,
militarizzata e con regole molto rigide, sul modello della società italiana creata da
Mussolini in Italia.

Sorprendente fu la velocità con cui Hitler riuscì ad istituire il regime nazista: mentre
Mussolini ci mise anni, a Hitler bastarono solo 6 mesi. Il giorno dopo la sua elezione
sciolse il parlamento, 3 o 5 giorni dopo eliminò tutti i quotidiani, il 27 febbraio diede
fuoco al Reichstag (parlamento) sfruttando l’occasione per incolpare i comunisti e
arrestarne i capi politici (insieme a quelli di altre minoranze). Il giorno successivo il
presidente Hindeburg firmò un decreto che sopprimeva temporaneamente i diritti
costituzionali (le libertà). Nonostante nelle elezioni di marzo 1933 non ottenne una
maggioranza schiacciante, grazie all’assenza di parte dell’opposizione alle votazioni
(comunisti giustiziati e dichiarati incostituzionali, socialdemocratici in parte
giustiziati), riuscì a far votare un provvedimento che gli consentiva di legiferare
contro la costituzione e di firmare le leggi al posto del presidente. Il giorno
dell’insediamento del nuovo parlamento fu anche aperto il primo campo di
concentramento (21/03/1933) a Dachau. Dopo aver posto sotto il controllo del
partito nazista tutte le istituzioni pubbliche e private, sciolto partiti e sindacati che
non fossero quello nazista, il 14 luglio completo la “rivoluzione nazista” varando una
legge che impediva la ricostituzione dei partiti, riconoscendo quello nazista come
unico partito nazionale.

Una volta dichiarata la Wehrmacht come unico organo militare nazionale, e


ridimensionato il ruolo delle SA, Hitler approfittò della voce di un possibile putsch
organizzato da quest’ultime per rafforzare il proprio potere ed eliminare i loro
dirigenti e accentrare ancora di più il potere su di sé (“Notte dei lunghi coltelli”,
30/06/1934). Con la morte di Hindenburg, Hitler assunse anche la carica di
presidente, rendendo i suoi poteri illimitati e facendo coincidere su di sé le cariche
di primo ministro, presidente della repubblica e presidente del partito.

Una volta terminata la rivoluzione nazista, Hitler poteva iniziare la sua politica
antisemita. Come prima cosa, epurò gli ebrei dalle cariche pubbliche,
successivamente, nel 1935, fece approvare le “Leggi di Norimberga”, in cui venivano
vietati i matrimoni misti, veniva ritirata la cittadinanza a chi non aveva sangue
tedesco e gli ebrei venivano privati dei diritti civili. Tre anni dopo la promulgazione di
queste leggi, ci fu la “Notte dei cristalli” (9 – 10/10/1938): le SS saccheggiarono e
incendiarono negozi di ebrei e sinagoghe, arrestarono numerosi ebrei e li
rinchiusero nei campi di concentramento. Il piano nazista era quella di convincere gli
ebrei ad espatriare: solo con la guerra iniziò il vero genocidio, che all’inizio, appunto,
non era programmato da Hitler. Le tecniche di sterminio utilizzate successivamente
sugli ebrei, furono prima sperimentate su soggetti che non erano adatti alla razza
ariana immaginata da Hitler: persone down, ubriaconi, drogati, malati mentali ecc.

Iniziata la politica antisemita, a Hitler non mancava che acquisire quel Lebensraum
che era fondamentale, nelle sue idee, nella sopravvivenza del popolo tedesco. Nel
1937 in una conferenza, dopo aver completato la militarizzazione dello stato,
dichiarò di voler iniziare la guerra entro il 1938 d che i principali obiettivi di essa
erano Austria e Cecoslovacchia, non escludendo però un’offensiva contro Francia e
Gran Bretagna. Nella stessa conferenza espose per la prima volta la strategia della
Blitz Krieg, che consisteva nell’uso congiunto di aviazione e mezzi corazzati veloci
per concludere rapide battaglie. Una volta eliminate le ultime figure non naziste
nello stato tedesco, Hitler diede il via all’offensiva: nel 1938 annesse l’Austria (dopo
aver fallito nel 1934) e i Sudeti, ad inizio 1939 toccò alla Boemia e alla Moravia ed
infine, il 01/09/1939, iniziò l’invasione della Polonia, scatenando la seconda guerra
mondiale.
SECONDA GUERRA MONDIALE (e dopoguerra)
Come già detto, la seconda guerra mondiale ebbe inizio il primo settembre 1939
quando Hitler decise di invadere la Polonia, che velocemente cadde nelle mani
tedesche. Prima dell’inizio dell’invasione Hitler e Stalin avevano firmato una sorta di
“Patto di non Belligeranza” in cui si impegnavano a rispettare degli accordi presi
riguardo le zone in cui puntavano ad espandersi. Una di queste zone era la Polonia
orientale, che fu appunto occupato dall’armata rossa. Successivamente, Hitler
mosse verso Norvegia e Danimarca, mentre Stalin verso Ucraina, Bielorussia e
Finlandia (che mise a dura prova l’armata rossa mostrandone l’inefficienza).
L’avanzata tedesca avvenne anche verso ovest, dove in pochi mesi riuscì a
sottomettere Belgio, Olanda e Francia: quest’ultima fu divisa in due, il nord sotto
diretto controllo tedesco ed il sud dove venne istituito un governo collaborazionista.

L’Italia, nonostante la firma del “Patto d’acciaio” con i tedeschi nel 1939, si dichiarò
in un primo momento neutrale. Mussolini, pensando che la guerra stesse volgendo
al termine viste le rapide conquiste della Wehrmacht, decise di entrare in guerra il
10 giugno 1940. Entrata in guerra, l’Italia cercò subito di approfittare della situazione
favorevole all’asse per conquistare nuovi territori: Mussolini decise quindi di
muovere verso i Balcani (Grecia) e verso l’Africa settentrionale (confine tra Libia ed
Egitto). Entrambe le due offensive si rivelarono fallimentari e la Germania si vide
costretta ad intervenire per evitare la disfatta italiana.

Ultimo baluardo della difesa antinazista in Europa rimase la Gran Bretagna, che
Hitler, nonostante stesse preparando la campagna contro l’Unione Sovietica, non
esitò ad attaccare con bombardamenti a partire dal settembre 1940. Questi
bombardamenti andarono avanti per 11 mesi e causarono numerosi morti, ma la
Gran Bretagna riuscì ad arrestare l’offensiva tedesca grazie all’abilità dell’aviazione.

La battaglia più importante per Hitler, a livello ideologico, rimase quella sovietica.
Hitler voleva sconfiggere il nemico comunista e conquistare ulteriore spazio vitale ad
est. Inoltre una vittoria sui sovietici avrebbe quasi sicuramente posto fine alla guerra
a favore dell’asse. Dopo averla attentamente pianificata, “L’operazione barbarossa”
ebbe inizio nel giugno 1941 e fu la più colossale operazione militare della storia. In
pochi mesi l’offensiva nazista arrivò alle porte di Mosca, ma l’avanzata si arrestò per
scelta di Hitler, che decise di accedere a sud ai giacimenti di grano e metalli per
rifornire le proprie truppe. Quando riprese l’avanzata verso Mosca, l’armata rossa si
era ormai organizzata e, insieme al rigido inverno, riuscì a fermare definitivamente i
nazisti nel dicembre: la battaglia di Stalingrado fu la prima vera e propria sconfitta
dell’esercito nazista e risultò essere l’inizio della fine.
Nel frattempo il Giappone, alleato di Germania ed Italia, conquisto diversi territori in
Asia cercando di ottenere il predominio nel pacifico. A tal fine, senza nessuna
dichiarazione di guerra, il 7 dicembre 1941 bombardarono la base americana di
Pearl Harbor, causando l’entrata in guerra degli USA.

Nel frattempo, in Europa, si iniziarono a formare nelle diverse nazioni movimenti di


resistenza contro il nazismo: le persone, per ragioni politiche, ideologiche, sociali e
di dignità nazionale iniziarono ad armarsi e a combattere i nazisti. Questi rimasero
un gruppo minoritario, ma risultarono decisivi nella lotta contro il nazismo. In Italia
questo movimento fu rappresentato dal CLN (comitato di liberazione nazionale), che
vedeva al suo interno persone appartenenti a vari componenti politiche (liberali,
socialisti, appartenenti al partito d’azione), con un predominio dei comunisti.

L’entrata degli USA in guerra risultò decisiva nelle sorti della guerra. Dopo aver
ristabilito la situazione nel Pacifico e aver aiutato i britannici in nord Africa, gli
americani sbarcarono in sud Italia, conquistando rapidamente terreno e portando
alla caduta di Mussolini e del fascismo: il suo successore, Pietro Badoglio, firmò
l’armistizio con gli alleati →→→ divisione in 3 dell’Italia: al nord Repubblica Sociale
di Salò (stato fantoccio tedesco con a capo Mussolini, scappato dalle carceri grazie
all’intervento di Hitler), al centro i tedeschi e al sud gli alleati (la situazione rimane
tale dal 1943 al 1945) →→→ violenze naziste contro truppe e civili italiani: i tedeschi
non si aspettavano la firma dell’armistizio (strage di Cefalonia).

Riunitisi sul Mar Nero, Churchill, Stalin e Roosevelt decisero di aprire un secondo
fronte in Europa: gli USA si concentrarono così sulla Francia, dove sbarcarono in
Normandia nel 1944. Questa offensiva risultò decisiva, le sorti della guerra erano
ormai scritte: ad aprile 1945 avvenne la fine del terzo reich e a maggio la Germania
firmò la resa incondizionata.

La caduta della Germania non determinò però la fine della guerra. Gli USA erano
ancora impegnati sul fronte asiatico. Il successore di Roosevelt, Truman, decise per
un intervento risolutivo: il 6 agosto 1945 lanciò la prima bomba atomica su
Hiroshima, mentre 3 giorni dopo toccò a Nagasaki. Il 14 agosto anche il Giappone
firmò la resa incondizionata, determinando la fine della guerra.

DOPOGUERRA
La seconda guerra mondiale viene considerata anche una guerra ideologica. Infatti,
contrapponeva sistemi politici ed ideologici differenti: da una parte il nazismo ed il
fascismo, dall’altra le democrazie moderne ed il regime comunista, che si allearono
per sconfiggere il nemico. L’alleanza tra URSS e altre potenze vincitrici durò ben
poco. Dopo che nella conferenza di Yalta del febbraio 1945 fu deciso l’assetto
dell’Europa nel dopoguerra, con l’unione sovietica che avrebbe avuto il controllo
dell’Europa orientale e gli USA il controllo dell’Europa occidentale, con la Germania
divisa in 4 zone di influenza così come Berlino, nel 1947 il presidente USA elaborò
una dottrina che fu vista come la dichiarazione ufficiale dell’inizio della cosiddetta
“Guerra Fredda”: Truman si pose come difensore dei paesi liberi contro qualsiasi
tentativo di asservimento. Non si riferì esplicitamente all’unione sovietica, ma il
messaggio era a loro indirizzato, nonostante il “principio di non ingerenza”
riaffermata qualche anno prima a Yalta. Iniziò così quel pesante clima di tensione
che contraddistinse il dopoguerra e che fece credere ai cittadini nell’imminenza di
una terza guerra mondiale. →→→ spostamento del baricentro mondiale,
dall’Europa a USA e URSS.

Definite le zone di influenza, gli USA crearono un piano di aiuti, chiamato “Piano
Marshall”, che riversò sull’Europa 14 miliardi di dollari al fine di far ripartire
l’economia dei paesi appartenenti alla sua zona di influenza, anche se rimase aperto
alla possibilità di coinvolgere paesi del blocco sovietico e l’URSS stessa (che
ovviamente si rifiutarono). Il piano Marshall diede modo agli Stati Uniti di
controllare meglio l’economia dei paesi sotto la propria guida e influenzarne la
politica interna con il fine di escludere i comunisti e socialisti dalla vita politica
(“Maccartismo” in USA).

Il primo scontro tra il blocco orientale e quello occidentale ebbe luogo a Berlino,
emblema del nuovo sistema bipolare mondiale. Dopo che gli Stati Uniti introdussero
una nuova moneta che rompeva l’unità monetaria accordata nella conferenza di
Potsdam. I sovietici risposero isolando Berlino ed impedendo agli USA di inviare loro
aiuti via terra. Gli USA risposero creando un ponte aereo, riuscendo a rifornire
Berlino. Il blocco della capitale durò quasi un anno senza grosse conseguenze, ma
ormai la divisione della Germania divenne inevitabile: nel maggio 1949 gli Stati Uniti
crearono la Repubblica Federale Tedesca, mentre ad ottobre i sovietici risposero
creando la Repubblica Democratica Tedesca.

Una delle principali conseguenze della seconda guerra mondiale fu la crescita dei
movimenti che chiedevano la decolonizzazione: la guerra aveva debilitato
enormemente le potenze colonizzatrici, e non c’era momento migliore per ottenere
l’indipendenza. Nonostante ciò, si venne a creare un nuovo tipo di colonialismo. Le
potenze colonizzatrici decidevano sì di ritirare le proprie truppe dalla colonia e di
permettere la formazione di un nuovo stato, ma la presenza colonizzatrice rimaneva
attraverso lo sfruttamento dei beni che la colonia aveva da offrire (“Imperialismo/
Neocolonialismo informale”).

Altro effetto della seconda guerra mondiale è l’impennata nel tasso di natalità, il
cosiddetto baby boom, dovuto al ritorno delle truppe in patria e alle favorevoli
condizioni socio – economiche. Questa nuova generazione nata subito dopo la fine
della guerra cambierà completamente l’economia mondiale, creando un sistema di
consumo di massa e la creazione di prodotti e politiche di marketing indirizzate
esclusivamente ai giovani.
DECOLONIZZAZIONE
La fine della seconda guerra mondiale portò nelle colonie un sentimento
nazionalista che le voleva indipendenti, nazioni autonome. Il processo di
decolonizzazione come base di un futuro retto da rapporti pacifici e paritari fu
riaffermato da Churchill e Roosevelt nella “carta atlantica”. Le due principali potenze
coloniali europee, Francia e Gran Bretagna, attuarono 2 politiche differenti di
decolonizzazione: la prima non la osteggiò in cambio di rapporti economici,
commerciali e politici privilegiati attraverso l’entrata nel Commonwealth, mentre la
Francia la osteggiò, soprattutto in Algeria. Qui i movimenti indipendentisti iniziano a
essere presenti sin dal 1945 ma la vera guerra contro il governo coloniale francese
inizia nel 1954 con la fondazione del Fronte di Liberazione Nazionale. L’esercito
francese reagì attraverso deportazioni e torture, ottenendo importanti vittorie. Nel
frattempo in Francia crebbero movimenti a favore dell’indipendenza algerina, anche
a causa degli eccessi dell’esercito francese. Con il ritorno al potere di De Gaulle nel
1958 iniziarono le trattative per un negoziato tra FLN e Francia. I generali in stanza in
Algeria decisero quindi di organizzarsi per continuare la guerra, anche attraverso
azioni terroristiche (OAS). Nel 1962, una volta repressa l’OAS, l’Algeria ottenne
l’indipendenza attraverso un referendum.

Altra colonia oppressa dalla Francia, con cui dovette lottare per ottenere
l’indipendenza, fu l’Indocina. Qui il movimento indipendentista è molto attivo tanto
che le truppe francesi dovettero riconquistare il Vietnam del Sud. Allo stesso
momento, il leader comunista Ho Chi – minh dichiarò l’indipendenza del nord,
dando il via alla guerra. La Francia istituì nel sud uno stato sotto la guida del vecchio
imperatore, Bao Dai: questo nuovo stato divenne l’ultimo baluardo occidentale in un
Asia dove gli stati tendevano ad avvicinarsi al comunismo sovietico, per questo
ottenne il sostegno USA. La Francia tentò un’offensiva estrema contro il nord ma
senza risultati. Si giunse così ad un accordo diplomatico: alla conferenza di Ginevra
nel 1954 si decide di dividere il Vietnam in 2. Nel sud iniziò una fase di instabilità
politica nel quale si formò il Fronte Nazionale per la Liberazione del Vietnam del sud
(i Vietcong), ovvero i comunisti che cercavano l’annessione al nord. Nel 1961, questa
fazione organizza un attacco che provoca la reazione degli USA, con Kennedy che
invia ingenti quantitativi di armi e denaro. La guerra del Vietnam iniziò nel 1964.
Nessuna delle due fazioni ottenne vantaggi considerevoli, ma un’offensiva dei
vietcong del 1968 convinse gli USA che la guerra era solo un peso, che il prezzo per
vincerla sarebbe stato troppo alto. Così nel 1973 iniziò il ritiro delle truppe USA, e la
guerra terminò nel 1975 quando le forze del nord conquistarono Saigon (capitale del
sud).
Caso particolare nel quadro della decolonizzazione lo assunse Israele. Dopo che la
comunità ebrea in Palestina aveva acquisito territori pacificamente, la Gran
Bretagna decise di rinunciare al governatorato nella zona e si disse favorevole alla
creazione di 2 stati, uno per gli ebrei ed uno per i mussulmani. L’ONU si espresse a
favore e così la Palestina venne divisa in due, creando Israele. Subito dopo, però
iniziò una guerra civile che grazie all’azione di gruppi terroristici permise ad Israele di
ampliare il proprio territorio (il doppio rispetto a quello fissato dall’ONU nel 1947).
Ciò che restava della Palestina venne annesso dall’Egitto e dalla Cisgiordania.
I conflitti tra mussulmani e induisti convinsero la Gran Bretagna a dividere la
penisola indiana in due nazioni: India per i buddisti e Pakistan per i mussulmani.
Tutto ciò sarebbe dovuto accadere in un clima di pace, ma la divisione in 2 stati
costrinse milioni di persone a migrare, causando violenze di stampo religioso che
causarono quasi un milione di morti, tra i quali la figura chiave dell’indipendenza
della penisola, Ghandi, ucciso nel 1948. La conflittualità tra i due stati non si arrestò
alla sola migrazione avvenuta in seguito alla creazione del Pakistan: quest’ultimo,
era infatti diviso in due da un lembo di terra indiano. Inoltre il Kashmir, regione
indiana, fu scontro di numerosi conflitti vista la sua prevalenza di abitanti
mussulmani. La fase più critica del conflitto tra i due paesi ebbe fine nel 1971
quando il Bengala orientale si staccò dal Pakistan creando uno stato a sé stante, il
Bangladesh.

Il Sudafrica ottenne una particolare forma di indipendenza: come già detto, la Gran
Bretagna non ostacolò il processo di decolonizzazione, in cambio di rapporti
privilegiati nelle ex colonie. In questo modo, l’indipendenza del Sudafrica avvenne
nel 1961, ma fu proclamata dalla minoranza bianca che voleva mantenere il proprio
potere. La vittoria elettorale ottenuta da questa minoranza (gli afrikaner) nel 1948,
iniziò il periodo dell’apartheid: il governo sudafricano segregò a partire dagli anni 50
milioni di neri in dei distretti a loro esclusivamente dedicati. I movimenti di
opposizione della maggioranza nera crearono rivolte e proteste, a cui il regime
rispose attraverso la repressione e mettendo fuori legge questi movimenti.
L’apartheid ebbe ufficialmente fine nel 1994 con l’elezione a capo di governo di
Nelson Mandela, una delle principali figure della lotta contro l’apartheid che rimase
incarcerato per 27 anni.

L’Iran ottiene l’indipendenza nel 1978, quando Khomeyni torna in patria dopo aver
scatenato numerose rivolte contro lo stato autoritario creato attraverso un colpo di
stato orchestrato da USA e Gran Bretagna nel 1953. Khomeyni instaurò uno stato
teocratico basato sull’islam, annullando le conquiste sociali ottenute dalle donne
negli anni precedenti.
Più in generale, la decolonizzazione riguardò Asia e Africa: nella prima i sentimenti
avevano radici più profonde, mentre nella seconda il processo iniziò tardivamente
ma fu più rapido e meno cruento (ad eccezione dell’Algeria). Le ultime colonie ad
ottenere l’indipendenza sono quelle portoghesi, Mozambico, Angola e Guinea –
Bissau, che la ottennero nel 1975. L’ultima colonia italiana ad ottenere
l’indipendenza fu la Somalia nel 1960. Nel 1955 si tenne a Bandung una importante
conferenza in cui le ex colonie discussero sulla necessità di ottenere accordi con le
ex potenze coloniali o meno: questa conferenza segnò la fine del complesso di
inferiorità del terzo mondo e riunì i paesi “non allineati”.
ITALIA REPUBBLICANA
La situazione italiana nell’immediato dopoguerra era disastrosa: a partire dal 1943 e
dalla firma dell’armistizio l’Italia si vide attraversata da una guerra civile che
coinvolgeva nazisti e fascisti da una parte, e partigiani e forze alleate dall’altra. Le
infrastrutture era scarse e ormai danneggiate dalla guerra, milioni di italiani
vivevano in case fatiscenti che non rispettavano standard igienici e di sicurezza,
l’agricoltura era in ginocchio e la produttività industriale era estremamente ridotta.

Nell’Italia del dopoguerra ci sono 3 attori politici fondamentali che agiscono tra il
ritorno di Togliatti in Italia e la liberazione di Milano (marzo 1944 – aprile 1945):
1) Alleati: sbarcarono in Italia nel 1943 e la liberarono cacciando Mussolini.
Finita la guerra però, soprattutto la Gran Bretagna (USA più tolleranti per la
presenza di una forte comunità italiana in patria) spinse per avere il controllo
dell’Italia, per paura che il comunismo potesse prendere il sopravvento.
2) PSI e PCI: in prima linea con il CLN. Il PSI fu fondato nel 1892, mentre il PCI nel
1921 attraverso un distaccamento dal PSI: i comunisti ritenevano necessaria
una rivoluzione sul modello bolscevico che instaurasse un regime come quello
sovietico.
Nel 1944 avvenne la “Svolta di Salerno” →→→ Togliatti, segretario del PCI,
tornato in Italia nel 1944, in un discorso tenutosi a Salerno dice che il PCI deve
abbandonare la linea rivoluzionaria e cercare di collaborare con il CLN al fine
di cacciare i fascisti e instaurare in Italia una democrazia parlamentare che
coinvolgesse di più il popolo rispetto al passato. Così facendo, Togliatti
contraddice tutti gli ideali del comunismo: così facendo però, permette al PCI
di arrivare al 35% nelle elezioni del 1975, mentre il ruolo di altri partiti
comunisti europei rimarrà marginale proprio per il permanere dell’idea
rivoluzionaria.
3) DC: ruolo marginale nel CLN e nella Resistenza, riesce a guadagnare consenso
grazie all’appoggio del Vaticano. Fondato nel 1942 da De Gasperi, raccolse
l’eredita del Partito Popolare Cattolico fondato da Don Luigi Sturzo nel 1919. Il
nome PPC non venne nuovamente adottato perché i suoi esponenti entrarono
a far parte del governo di Mussolini, rimanendo collusi con il fascismo; ne
prende però il simbolo: lo scudo bianco crociato di rosso con la scritta
“Libertas”. Nell’immediato dopoguerra, viene istaurata una alleanza tra DC e
PCI per il bene dell’Italia, ma quando De Gasperi vola in USA per trattare gli
aiuti del Piano Marshall, gli viene posta come condizione di annullare questa
alleanza.
In questo periodo l’Italia è governata dal CLN, nel quale un ruolo fondamentale era
ricoperto dal Partito d’Azione: fondato a metà degli anni 30, sono radicali di sinistra
antifascisti e anticomunisti, sostengono che il socialismo dovesse avere come
presupposto la libertà. Sono eredi del movimento di “Giustizia e Libertà”: questo
movimento avrà vita molto breve, perché nonostante da esso venga scelto il primo
presidente del consiglio, Ferruccio Parri, nel 1948 cesserà di esistere (GL darà i natali
al quotidiano “Repubblica”).
Tappe fondamentali:
- Primavera 1946: prime elezioni amministrative →→→ si delinea il quadro
dell’Italia politica che durerà fino a Tangentopoli: Italia dominata da 3 partiti,
DC (35%), PSI (20%) e PCI (19%); tutti gli altri partiti raccolgono briciole:
Partito d’Azione ha solo 9 deputati in parlamento, liberali massacrati, quasi
scomparsi nonostante gli ottimi risultati ottenuti nel periodo 1861 – 1924.
- 2 giugno 1946
 Elezioni assemblea costituente
 Referendum Monarchia – Repubblica: la DC lascia libera scelta ai propri
elettori e vince la Repubblica con il 54% dei voti. Il voto esprime enorme
differenze e spaccature tra nord e sud: il primo vota in massa per la
Repubblica, il secondo per la Monarchia.
- 1 giugno 1948: entrata in vigore della costituzione
- 18 aprile 1948: prime elezioni politiche che stabiliscono la rottura tra PCI e DC
e danno via agli anni del centrismo, che durano per tutti gli anni 50 (liberali,
repubblicani, DC e PSDI)
In questo periodo è fondamentale il ruolo dei manifesti. Fino agli anni 90, non
comparivano foto dei candidati come oggi, ma semplicemente lo stemma del
partito. Questi manifesti facevano leva su un linguaggio emozionale: ancora molte
persone erano analfabete e questo linguaggio era l’unico che potesse avere effetto
su di loro. La DC era molto abile nell’uso di questo tipo di propaganda: si proponeva
come protettrice della famiglia e della libertà, quest’ultima iniziata ad essere usata
con insistenza soprattutto dopo lo scoppio della prima bomba atomica sovietica nel
1949 (in teoria alleato del PCI). La DC fu in grado di creare numerosi falsi miti per
screditare agli occhi dell’elettorato il principale avversario, ovvero il PCI.
Quest’ultimo venne accusato di propagandare il libero amore, cosa assolutamente
falsa perché all’interno del partito vi era una forte componente moralista: il leader
del partito Togliatti rischia addirittura l’esclusione per aver intrattenuto relazioni
extra – coniugali (ancora non c’era la legge sul divorzio). Impostante fu l’uso di
sportivi e attori all’interno dei manifesti, all’epoca eroi incontrastati che
catalizzavano l’attenzione e si ponevano come simboli della società. Altri falsi miti
creati dalla DC contro il PCI sono l’immagine dei “Comunisti mangia bambini”: venne
diffusa la notizia che con lo sbarco USA a Gela, vi erano anche alcuni contingenti
sovietici che rapivano bambini e li portavano in Russia per usarli come cavie da
laboratorio o addirittura mangiarli. Altro esempio di falso mito è rappresentato da “I
cosacchi abbevereranno i loro cavalli nella fontana di San Pietro”: i cosacchi erano
una popolazione sovietica sterminata da Stalin perché antirivoluzionaria, che si
schierò con il nazismo

Immagini spesso ricorrenti nei manifesti sia della DC che del PCI sono la piovra e
pinocchio.
MIRACOLO ECONOMICO
Avviene tra 1958 – 1963. Viene definito “Miracolo” perché ancora gli studiosi non si
sono messi d’accordo sulle cause che lo scatenarono. Sino alla metà degli anni 50
l’Italia è un paese sottosviluppato nel quale il 50% della popolazione lavora
nell’agricoltura (70% se si guarda solo al sud), non più redditizia come una volta.
L’industria quasi completamente assente se non in settori come quello
automobilistico ed energetico; tassi di crescita bassissimi. Ne deriva una cronica
sottoccupazione che porta i contadini del sud ad emigrare in massa in Argentina,
USA, Australia e in Europa (Germania, Francia, Svizzera e Belgio soprattutto). Molto
frequente e numerosa fu la migrazione interna, da sud verso nord e in particolare
verso il triangolo industriale rappresentato da Milano, Torino e Genova; queste però
non erano ancora in grado di assorbire la manodopera del sud.

Quello tra il 1958 ed il 1973 fu un periodo d’oro per il commercio internazionale: le


manifatture italiane, esposte ai venti della concorrenza europea e mondiale,
aumentarono le loro esportazioni di 6 volte, aumentando così di conseguenza anche
la produzione. Ciò fu favorito dall’eliminazione del protezionismo, che crea
nell’industria italiana stimoli per migliorare le proprie produzioni. Altro fattore
determinante del boom fu la possibilità di avere manodopera ad un basso costo
→→→ aumento della produzione porta ad una diminuzione del 40% dei salari (non
si avevano sindacati, a determinare i salari erano i padroni dell’industria).
Settori trainanti dell’industria italiana durante il boom fu quello degli
elettrodomestici (frigoriferi e lavatrici), delle automobili e delle macchine da
scrivere.
Tutti questi miglioramenti riguardanti il commercio permettono una crescita del
reddito pro capite che avviene in misura maggiore rispetto agli altri paesi europei: gli
italiani possono permettersi di spendere di più, e lo fanno comprando beni quali la
macchina, il frigorifero, la televisione. Inizia una sorta di “Corsa al benessere” di
carattere privato che finisce di danneggiare il benessere pubblico e sociale (scuola,
sanità e trasporti pubblici rimangono indietro)

Questi sconvolgimenti economici portano ad altrettanti sconvolgimenti sociali. La


migrazione massiccia dei contadini del sud portano ad un drastico calo dei lavoratori
nelle campagne, che nel 1961 scende al 30% rispetto al 70% di qualche anno prima.
Il nord inoltre non è pronto ad accogliere una tale quantità di persone, per questo
inizia una speculazione edilizia che porterà alla costruzione di periferie e quartieri
senza permessi. Un altro esempio di ciò sono le coree →→→ la classe politica
italiana si trova impreparata di fronte a questi sconvolgimenti: gli ospedali vanno in
tilt (a Torino aumenta il tasso di mortalità infantile), le scuole devono affrontare una
carenza di personale.
Accresce inoltre il divario tra nord e sud: i settori e le industrie trainanti del boom si
trovano tutte al nord, la migrazione dal sud lascia completamente deserti interi
paesi, tanto che la popolazione rurale diminuisce del 70%: la prospettiva di un
migliore salario, la polverizzazione della proprietà e la scarsa fertilità dei suoli
agricoli sono i principali motivi della migrazione, che riguarda soprattutto i giovani.
La migrazione italiana ha numerose direzioni: per prima cosa è interna e avviene da
sud a nord ma anche da campagna a città, ma è anche esterna e avviene
principalmente in USA, Argentina, Svizzera e Germania (dove l’Italia è tutt’oggi la
seconda comunità straniera dopo i turchi) (la migrazione verso il nord Europa viene
considerata solo come temporanea).

La televisione ebbe un grossissimo impatto nella vita quotidiana degli italiani.


Ritarda ad arrivare in Italia perché Stato e Chiesa temono che possa corrompere i
costumi della società italiana. Nei suoi primi anni è monopolio di stato, quindi
controllata dalla DC e di conseguenza pesantemente influenzata dalla Chiesa, che
impongono un severo e rigido codice di comportamento. I primi programmi
televisivi riguardavano il varietà, lo sport e la musica leggera. Nei primi la televisione
viene usata come forma di socializzazione e viene consumata in maniera collettiva:
le persone che se la potevano permettere erano poche, per cui spesso si andava nei
bar o a casa dei vicini per guardare la televisione, ancora rigorosamente in bianco e
nero. Una delle prime trasmissioni fu “Non è mai troppo tardi” la quale insegnava
agli italiani, ancora molti dei quali analfabeti o comunque solo a conoscenza del
dialetto, a leggere e a scrivere →→→ con la televisione aumenta anche il numero
dei lettori e di chi compra i libri.
Con il tempo la pubblicità inizia ad esercitare una pressione sempre maggiore per
avere controllo sui contenuti televisivi. Si diffusero principalmente 2 modelli di
utilizzo delle pubblicità:
- Modello BBC: niente pubblicità
- Modello americano: molta pubblicità che finanzia la televisione stessa.
In realtà in Italia si stabilisce un nuovo modello di pubblicità, quello di “Carosello”:
questo era un programma della durata di 20 minuti in cui vengono trasmessi 4 – 5
spot pubblicitari della durata di 110 secondi nei quali il prodotto può essere
pubblicizzato per 3 secondi all’inizio e 5 secondi alla fine e deve essere posto
all’interno di una trama narrativa.
Con la crescita della televisione e delle sue produzioni inizia il declino delle sale
cinematografiche, tanto che a partire dagli anni 80 smettono di trasmettere film il
pomeriggio.
La Chiesa osteggia l’espandersi della televisione, perché teme che il modello
consumistico americano possa rompere schemi consolidati come il modello rurale
che si era imposto nell’Italia dell’immediato dopoguerra e che permetteva un
maggiore controllo delle coscienze. Questa paura non era infondata: infatti la
televisione portò con sé un radicale cambiamento della famiglia (che adesso non
viene più immaginata con i nonni, ma solo padre, madre e figlio) e nel ruolo della
donna, che inizia anche a lavorare oppure diventa casalinga a tempo pieno (iniziano
anche a diffondersi riviste femminili. Inoltre si ridimensionò il ruolo della religione
nella vita quotidiana, soprattutto da parte dei giovani, che influenzati dai modelli del
cinema americano si affezionano sempre meno alla religione.

Anche la diffusione della macchina ha un grosso impatto sulla società: cambia il


concetto di mobilità dell’italiano, il termine vacanza inizia ad essere usato proprio
negli anni 60.

Il frigorifero invece migliora l’alimentazione degli italiani, perché attraverso la


conservazione dei cibi permette di consumarne di nuovi che prima erano esclusi
dalla dieta degli italiani.
GLI ANNI DEL CENTRISMO
Gli sconvolgimenti sociali portati dal boom economico cambiano la situazione
politica in Italia. La DC non può rappresentare la classe operaia che durante il boom
è cresciuta sia in dimensioni che in importanza. Questa classe era principalmente
rappresentata dal PCI, ma un’alleanza tra le 2 forze era ancora impensabile
(“Compromesso storico” arriverà nel 1975). Per cui l’ala sinistra della DC (che in
quegli anni prende il sopravvento), rappresentata principalmente da Fanfani e Moro
(che si contenderanno la leadership del partito negli anni a venire), inizia a pensare
ad una alleanza con il PSI, alleato storico del PCI, creando scalpore e infondendo
terrore nelle banche e nelle industrie italiane, che iniziano a portare i loro capitali
all’estero per questa ragione.

Un’apertura a sinistra, cosa impensabile negli anni precedenti al boom economico,


fu resa possibile da diversi fattori. Sin da quando De Gasperi andò in USA a trattare
gli aiuti del Piano Marshall, e De Gasperi fu “costretto” a interrompere l’alleanza con
il PCI, l’Italia fu inserita nella sfera di influenza USA, che escluse categoricamente
qualsiasi alleanza con la sinistra. L’elezione di Kennedy, portò grossi cambiamenti
all’interno degli Stati Uniti. La figura stessa del presidente era anticonformista:
giovane, cattolico e di origini irlandesi, apre con molta cautela ai socialisti, perché
capisce che un’alleanza tra destra e socialisti esclude di fatto i comunisti.
Altro fattore determinante fu l’elezione al soglio pontificio di Papa Giovanni XXIII nel
1958. Eletto ad un’età molto avanzata (77 anni) perché i cardinali erano indecisi su
chi eleggere, decisero di optare per lui per prendere tempo (essendo vecchio
pensavano morisse velocemente). Il suo pontificato fu breve come pronosticato ma
molto significativo: fu infatti lui ad iniziare il “Concilio Vaticano II” (famoso il
“Discorso alla luna” in cui ne annuncia l’inizio) che portò numerose novità nella
Chiesa, avvicinandola ai fedeli ma anche alla gente comune: i preti non avevano più
l’obbligo di indossare la veste anche nella quotidianità, venne introdotta la liturgia in
lingua eliminando quella in latino. Nonostante ciò, dovette affrontare le resistenze di
numerosi cardinali conservatori. Introduce anche un nuovo modo di rapportarsi con
i fedeli: se prima il papa aveva un rapporto freddo e distaccato, Giovanni XXIII
abbraccia e dà la mano ai fedeli, si avvicina a loro e si mette sul loro stesso piano
(significativo il primo gesto da papa, ovvero pronunciare la messa per i carcerati di
Regina Coeli e visitare i bambini all’ospedale San Vittore): passerà infatti alla storia
come “Papa Buono”. Molto importanti furono 2 encicliche da lui pronunciate: la
prima, “Mater et Magistra”, sostiene il reintegro degli emarginati sociali e politici; la
seconda (molto importante, relativamente a questa enciclica, fu la distinzione che
fece tra l’errore e l’errante: il primo è il comunismo, l’ideologia stessa, agli antipodi
del cattolicesimo; il secondo era il comunista, con il quale secondo il papa bisogna
comunque dialogare), “Pacem in Terris”, che è diretta per la prima volta non solo ai
credenti ma a tutti gli uomini, rifiutava la guerra fredda e auspicava una
collaborazione tra divere ideologie (fu proprio quest’ultima che aprì un dialogo tra
DC e PCI). Nonostante la ventata di novità portata da Giovanni XXIII, rimane
comunque un papa molto tradizionalista: ad esempio, proibì ai cardinali di guardare
la televisione.
Ultimo fattore determinante per l’apertura a sinistra fu il congresso socialisti
tenutosi a Bad Godesberg (in Germania) nel quali i socialisti si distanziarono
ulteriormente dai comunisti rifiutando l’ideologia marxista e accettando il
capitalismo occidentale.

I governi di centro – sinistra iniziano con la fine del governo Tambroni: quest’ultimo
ottenne una maggioranza risicata in parlamento grazie ai voti del Movimento Sociale
(filo – fascisti, estrema destra). Questo causa numerose proteste, alimentate
dall’annuncio del congresso del Movimento Sociale a Genova, città simbolo della
resistenza: ne nascono scontri che causano morti e che si estendono, oltre a
Genova, anche alla Sicilia e a Reggio Emilia.

I governi di centro – sinistra si propongono come riformatori, ma in realtà attuano


un'unica importante riforma, quella della scuola media unificata, che permette
all’Italia di avere un’educazione di massa. Tra anni ’50 e ’60 ci sono 3 differenti
correnti di pensiero che riguardano il modo in cui dovrebbero essere fatte le
riforme:

1) Riforme strutturali: non correttiva, la riforma costituisce un passo in avanti


nella costruzione del socialismo. Le riforme non dovevano sostenere il
capitalismo ma metterlo in discussione.
2) Riforme correttive (repubblicani): le riforme dovevano semplicemente porre
delle correzioni alla struttura dello stato italiano
3) Minimalista (DC): moderati. Le riforme venivano concepite come parte di un
processo per condurre il PSI al governo, sostenendo una serie di riforme
marginali, quindi correttive, che non intaccassero la supremazia della DC. Le
riforme che venivano attuate con questo stile miravano a fare gli interessi del
partito piuttosto che a portare vantaggi agli italiani.

Per tutto il periodo dei governi del centro – sinistra, queste 3 correnti di pensiero
convivono, facendo diventare quella che avrebbe dovuto essere un periodo di
importanti riforme un periodo di immobilismo. Oltre ai partiti, ad arrestare il piano
riformatore del centro – sinistra contribuirono le grandi famiglie industriali
arricchitesi con il boom economico. Inoltre un rallentamento della crescita
economica del paese a partire dalla metà degli anni ’60 ridusse i fondi per le riforme.

Gli ostacoli opposti alle riforme assunsero anche aspetti preoccupanti. Un esempio è
il “Piano Solo” organizzato dal generale dell’arma dei carabinieri Giovanni De
Lorenzo, che prevedeva l’intervento dei carabinieri nel caso di disordini: questi
avrebbero arrestato gli oppositori e avrebbero occupato i centri nevralgici dello
stato come le prefetture, una sorta colpo di stato programmato che avrebbe
instaurato una dittatura di destra (l’attivismo politico dell’esercito era molto comune
nell’Europa degli anni ’60 – ’70, vedi Spagna, Portogallo e Grecia).

Il primo governo di centro – sinistra è quello di Fanfani, che nasce nel marzo 1962,
governo nel quale i socialisti non entrano a far parte alla costituzione. Oltre alla
riforma scolastica, l’altra grande riforma attuata fu quella della nazionalizzazione del
settore energetico.

All’immobilismo dello stato nel suo insieme si contrappose l’intento delle “giunte
rosse” nel quadrilatero che comprendeva Toscana, Umbria, Emilia – Romagna e
Marche (principalmente il nord). Qui le giunte comunali a maggioranza comunista
attuarono riforme volte al miglioramento della condizione degli italiani, creando un
welfare state moderno ed efficiente. Questo è permesso dal decentramento politico
portato dalla creazione delle regioni (le prime elezioni regionali si tennero nel 1970).

Con il centro – sinistra ebbe inizio lo stragismo che segnò gli anni di piombo: fu
aperto dalla strage di Piazza Fontana a Milano del 1969.
IL 1968
A metà degli anni 60, quella che è stata definita la “Baby boom generation”, ovvero
le persone nate nell’immediato dopoguerra che contribuirono a un netto aumento
delle nascite, raggiunse la maggiore età. La riforma della scuola media unica (unica
riforma rilevante attuata dai governi di centro sinistra) permette agl’italiani di avere
un’istruzione di massa, aumentando di conseguenza gli studenti delle scuole
superiori e delle università. Questa nuova generazione di studenti universitari però
si trova di fronte una situazione alquanto negativa: c’erano pochi professori che
spesso erano poco presenti a lezione perché facevano altri mestieri, aule inadeguate
a raccogliere così tanti studenti, non vi era alcun contatto tra prof e studenti.
Quando lo stato decide di liberalizzare l’entrata nelle università, sovraffollandole,
espone ulteriormente queste debolezze del sistema.

Il ’68 è caratterizzato soprattutto dall’insorgere delle università: solo in Italia, la


rivolta studentesca è accompagnata anche da rivolte operaie. È un movimento
transnazionale ed un fenomeno globale.

Gli studenti del ’68 rifiutano i valori del boom economico: l’individualismo, il potere
della tecnologia, il consumismo e l’esaltazione della famiglia (che viene accusata di
opprimere i propri componenti) (“Voglio essere orfano” è uno dei motti del ’68).
Altro sentimento che pervase questo movimento fu il “Terzomondismo”, ovvero il
sostegno ai popoli africani, mediorientali e asiatici che lottavano contro
l’imperialismo ed il colonialismo: figure come Che Guevara e Ho Chi Min divennero
simboli del ’68. In Italia le contestazioni iniziano nell’università di Trento fondata
dalla DC (prima facoltà italiana di sociologia, doveva formare un élite cattolica) con
l’inaugurazione dell’anno accademico del 1967: in questo periodo gli studenti
iniziano a discutere sulla figura sociale dello studente, che a loro modo di vedere era
visto come una merce da scambiare sul mercato intellettuale.
La seconda a insorgere è l’università cattolica di Milano, che aveva formato
numerosi dirigenti della DC: vengono espulsi diversi studenti, tra cui uno dei leader
del Movimento del ’68, Mario Capanna.
La terza università ad insorgere è quella di Torino, che organizza meglio
l’occupazione dando le linea guida che poi verranno seguite dalle successive
università insorte.

Venivano messi in discussione i metodi di insegnamento, gli esami, i corsi stessi. Il


principale metodo attraverso cui venivano effettuate le proteste era (oltre
all’occupazione dell’università) alzando la mano e interrompendo il professore: uno
dei principi chiave del ’68 è l’antiautoritarismo. Nel caso italiano le proteste portano
ad una forte contrapposizione tra professori e studenti, mentre nel caso francese i
professori si uniscono alla protesta degli studenti. Fino al febbraio ’68, le proteste
studentesche sono pacifiche, una volta chiamata la polizia a sedare la
rivolta/protesta, non si hanno reazioni violente da parte degli studenti. Nello stesso
mese però, avviene quella che passa alla storia come “la battaglia di Valle Giulia”.
Nella facoltà di architettura dell’università di Roma, come spesso avveniva in quegli
anni, gli studenti occuparono la facoltà. Venne così chiamata la polizia per sedare la
situazione e sgomberare la facoltà. Gli studenti reagiscono occupando nuovamente
l’università: ne nascono così scontri fisici e tafferugli che causano 46 feriti: il periodo
tra febbraio e maggio 1968 è l’apice della rivolta, dopodiché, soprattutto per l’inizio
della sessione estiva di esami delle università, la rivolta iniziò a scemare.

Il ’68 è un movimento breve ma molto intenso, i cui effetti possono essere avvertiti
anche 30 anni dopo. Il suo prodotto più importante è il cambiamento del senso
comune, del modo di ragionare: iniziano lotte per i diritti civili, per i diritti dei
lavoratori, qui ha le sue radici il femminismo, nuovi valori come la solidarietà e
l’antirazzismo si diffondono tra le masse; la libertà sessuale si stacca dalla morale
cattolica, ma non al sud, dove addirittura viene ancora accettato il delitto d’amore
(quando qualcuno veniva ucciso per difendere l’onore della famiglia). Cambia
completamente il modo di vestire degli universitari: jeans e magliette sostituiscono
giacca e cravatta, le donne invece iniziano a mettere le minigonne; si iniziano a
portare i capelli lunghi: capo d’abbigliamento simbolo di questo cambiamento e del
’68 è l’eschimo. Gli studenti in rivolta si opposero al sistema consumistico e
capitalistico, criticando la classe politica dell’epoca: nonostante si possa pensare che
il ’68 fosse un movimento di “sinistra”, era tutt’altro. Il PCI (maggiore
rappresentante della sinistra) veniva infatti aspramente criticato dal movimento, che
chiedeva una democrazia diretta sul modello dell’esperienza della “Comune di
Parigi” del 1870 (in generale la sinistra vive un momento negativo intorno al ’68, ma
quando a partire dalla metà degli anni 70 i valori del ’68 iniziano ad essere assorbiti
dalla società, il PCI ottiene il suo migliore risultato elettorale nel 1975 con il 35% dei
voti. A partire dagli anni 80 invece, è possibile notare un “Contro ‘68” ed un ritorno
all’individualismo). Veniva aspramente criticato il comunismo dell’URSS mentre
veniva preso come esempio il comunismo della Cina di Mao, che risulta rifondato
dalla base e meno burocratico rispetto a quello sovietico. Il ’68 è uno shock tale che
costringe anche la Chiesa a cambiare i propri costumi, soprattutto grazie alla lezione
di Don Milani: il libro scritto dallo stesso Milani “Lettere a una professoressa” è uno
dei testi più letti dal movimento del ’68, insieme ai romanzi esistenzialisti ed ai lavori
dei poeti maledetti.
La reazione della borghesia riguardo i mutamenti del ’68 è aspra e aggressiva, tanto
che il movimento viene criticato anche dal Corriere della Sera. Anche Pasolini critica
il movimento: famosa è la poesia pubblicata sull’Espresso in seguito ai fatti di Valle
Giulia, molto aspra e di condanna assoluta verso la violenza degli studenti contro le
forze dell’ordine. La violenza è proprio uno degli aspetti negativi del ’68: spesso
venne considerata inevitabile, passivamente accettata.
STRAGISMO
L’apice del movimento del ’68 è il maggio francese, dopodiché inizia un reflusso
anche a causa dell’inizio della sessione estiva di esami delle università. Come detto,
il ’68 critica in generale il sistema partitico e soprattutto la sinistra ed il PCI. Da
questa critica nasce in Italia un movimento chiamato “Nuova Sinistra Italiana”, che
viene rappresentata da un insieme di sigle e gruppi, il più importanti dei quali è il
“Manifesto”, un gruppo di dissidenti del PCI che lo critica aspramente per essersi
imborghesito, non rappresentando più la classe operaia. Altro gruppo molto
importante è “Lotta continua”, che ha come obiettivo quello di instaurare in Italia un
clima rivoluzionario (passeranno alla storia per aver ucciso il commissario Calabresi).
Quando questi gruppi, presentatisi alle elezioni (tvb tommolino), prendono misere
percentuali, iniziano a prendere una deriva violenta, armandosi e causando un clima
di terrore per poter creare una rivoluzione. Questi gruppi tradiscono i valori del ’68:
sono infatti estremamente autoritari e riproducono il sistema partitico fortemente
criticato dal movimento del ’68. Esistono 2 tipi di terrorismo:

- Il terrorismo rosso: gruppi di estrema sinistra. Il più famoso tra quelli che si
danno alla lotta armata sono le “Brigate Rosse”, costituitesi il 20 ottobre 1970.
Hanno come obiettivo quello di accelerare il corso della storia: non vedono il
’68 realizzarsi in una vera e propria rivoluzione, per cui decidono di agire
illegalmente e attraverso la violenza per instaurare nel paese un clima
reazionario che permettesse alle forze armate di prendere il potere.
BRIGATE ROSSE
Fondate il 20 ottobre 1970, posero al primo posto del loro programma la lotta
armata. I suoi fondatori e primi esponenti provenivano dall’università di
Trento, da gruppi maoisti e dal PCI. Il primo modello a cui si ispirano i brigatisti
sono i Tupamaros, guerriglieri uruguagi attivi tra anni ’60 – ’70.
Una volta costituitisi, i brigatisti si danno alla clandestinità, autofinanziandosi
attraverso rapine e altre azioni illegali. Il primo grande atto delle BR fu il
rapimento del dirigente della Sit – Siemens Idalgo Macchiarini: venne
privatamente processato dalle BR, fu condannato moralmente e fu rilasciato
nella stessa giornata. In un primo momento, i rapimenti delle BR si limitavano
ad un processo e ad una condanna morale, ma successivamente le condanne
morali diventarono punizioni corporali e infine gambizzazioni o omicidi. Il
rapimento che segna il cambiamento nei metodi delle BR è quello avvenuto il
18 aprile 1974 che vide come vittima Sossi (giudice di Genova), lo stesso
giorno dell’elezione a capo di Confindustria di Gianni Agnelli (molto
importante la simbologia e la tempistica degli attentati terroristici negli anni di
piombo). Il rapimento di Sossi durò 35 giorni nei quali le Brigate chiesero, in
cambio del rilascio di Sossi, il rilascio di alcuni brigatisti in carcere. Lo stato,
alla richiesta brigatista, decide di non trattare e rilasciare i brigatisti. La
situazione di risolve con il rilascio di Sossi dopo 35 giorni.
Atto più importante dell’attività brigatista è il rapimento e omicidio del
dirigente della DC Aldo Moro (alla vigilia del delitto Moro le BR si dividevano
in 5 branche: quella di Roma, quella di Milano, quella di Genova, quella di
Torino e quella veneta). Questi viene rapito il 16 marzo 1978 mentre si stava
dirigendo in parlamento per pronunciare un discorso alle camere che avrebbe
tenuto a battesimo il governo di “Compromesso storico”. Nonostante il
rapimento, il governo si stabilisce con Andreotti come presidente del
consiglio. Alle richieste di riscatto delle BR si crearono 2 posizioni differenti:
quella della fermezza, che non voleva assolutamente trattare con le BR; quella
della trattativa, che voleva trattare con le BR per liberare Moro. Alla fine vince
la prima linea (creando grande sconcerto nel paese), che però non ottiene
grandi risultati: Moro viene ucciso il 9 maggio.

- Il terrorismo nero: gruppi di estrema destra. Il primo atto del terrorismo nero
fu la bomba piazzata a Piazza Fontana a Milano il 10 dicembre 1969, anche se
l’ipotesi più credibile è che siano stati i servizi segreti che, come per il
terrorismo rosso, volevano che l’esercito prendesse il potere instaurando una
dittatura militare.

3 sono i fattori che contribuiscono all’estendersi del terrorismo nella seconda metà
degli anni ’70:
1) La crisi dei nuovi movimenti della sinistra, che prendono la deriva armata
dopo il fallimento alle elezioni politiche
2) La frattura tra PCI e giovani: i giovani si sentono traditi e non più rappresentati
dal partito. Il PCI non riesce a comprendere i cambiamenti portati dal ’68
(nonostante ciò, nel 1975 ottiene il suo miglior risultato elettorale)
3) L’estendersi del terrorismo a livello internazionale, in particolare quello rosso
in Germania e Francia
Il terrorismo causò un’emergenza tale che i principali partiti, DC e PCI, fino ad allora
acerrimi rivali e di ideologie opposte, iniziarono ad aprire ad una collaborazione per
creare un governo forte che riuscisse a debellare tale piaga. Il primo a lanciare la
proposta del “Compromesso Storico” fu il segretario del PCI Enrico Berlinguer sulle
pagine di “Rinascita” (principale rivista della sinistra dell’epoca) nel 1973
all’indomani del golpe in Cile, dove il governo socialista di Salvador Allende venne
rovesciato e venne istaurata una dittatura di destra sotto il comando di Pinochet
grazie all’intervento dei servizi segreti americani, la CIA, che non voleva altri paesi in
America latina che si avvicinassero all’unione sovietica (inizia una repressione
violenta della sinistra nel paese).
Berlinguer capisce che per PCI e PSI è impossibile governare il paese da soli, hanno
bisogno del sostegno della DC. Questa apertura di dialogo tra DC e PCI crea grande
scalpore in Italia, e in pochi sono quelli che appoggiano il dialogo tra i 2 partiti, tra i
quali Moro. I governi di “Compromesso Storico” non ottengono grandi risultati,
nonostante ciò riescono a debellare la minaccia terrorista. Nonostante carabinieri e
polizia avessero uomini infiltrati nelle varie organizzazioni terroristiche di destra e di
sinistra, e contribuirono all’arresto di numerosi esponenti di queste organizzazioni,
non ebbero grande effetto. Il salto di qualità nella lotta al terrorismo avvenne
quando il generale Dalla Chiesa fece approvare una legge che concedeva ai penitenti
importanti sconti di pena, che fu determinante nella lotta contro il terrorismo.

Nel 1977 nasce un nuovo movimento sulla falsa riga del ’68. Questo movimento ha
principalmente 3 anime:
1) Gli “Indiani Metropolitani”, l’anima pacifista e creativa del movimento
2) La lotta armata del terrorismo (in questi anni le BR intensificano gli attacchi e
il reclutamento grazie alla “Strategia dell’annientamento”)
3) Il femminismo, che ha i suoi albori nel ’68 ed esplodi a partire dalla metà degli
anni ‘70
Le BR speravano che il clima del ’77 potesse portare il terrorismo a diventare un
fenomeno di massa, ma così non fu, anche se proprio il periodo tra ’76 – ’78 fu il più
attivo per le BR, che iniziarono a prendere di mira, oltre a politici, dirigenti d’azienda
e forze dell’ordine, anche giornalisti: famoso è l’attacco a Indro Montanelli.

# ”Magistratura democratica”: giovani magistrati che portano nella magistratura


italiana il vento del cambiamento stabilitosi con il ’68. Portano alla nascita dei
“Pretori d’assalto” →→→ primi a denunciare l’inarrestabile speculazione edilizia
avvenuta durante e dopo il boom economico. Più famoso tra gli appartenenti alla
magistratura democratica è Di Pietro: è il magistrato che mette sotto accusa il
sistema delle tangenti a Milano. Questa inchiesta porterà all’arresto di numerosi
esponenti di diversi partiti, i più colpiti furono DC, PSI e Lega Nord. Lo stesso Di Pietro
fonderà qualche anno più tardi il partito “Italia dei Valori”, ironicamente anch’esso
caduto sotto l’accusa di corruzione.
DELITTO MORO
Aldo Moro fu uno dei principali rappresentanti della DC tra anni ’50, ’60 e ’70. Moro
passa alla storia come incredibile mediatore, capace di far convergere addirittura 2
ideologie opposte e contrarie come quelle professate da DC e PCI. Ad inizio anni 60,
capisce che il boom economico ha cambiato radicalmente la società italiana, tanto
che per la prima volta gli operai superarono i lavoratori agricoli. Gli operai erano
storicamente di sinistra, creando così il terreno fertile per PCI e PSI per prosperare.
Ma Moro, all’interno della “Balena Bianca” che era la DC, era rappresentante della
corrente di sinistra. Capisce che l’unico modo per fare in modo che la DC rimanga al
potere è quello di coinvolgere il PSI nel governo. Questa mossa ha una doppia utilità:
quella di rappresentare (in parte) la fiorente classe operaia e quella di isolare il PCI.
Moro, però, si spinge oltre. In un periodo di forte instabilità come erano gli anni 70,
coglie l’invito del “Compromesso Storico” di Berlinguer, facendo avvicinare DC e PCI
per creare un governo stabile che potesse durare nel tempo e che potesse
sconfiggere lo stragismo che imperversava in quegli anni.
Proprio quando i giochi erano fatti e Moro si stava dirigendo in parlamento per
tenere un discorso alle camere che avrebbe tenuto a battesimo il governo di
“Compromesso Storico”, Moro viene rapito dalle Brigate Rosse e fatto prigioniero.
Nell’attentato perpetrato dalle BR, viene uccisa tutta la scorta che accompagnava
Moro, ma non Moro stesso. L’atto terroristico, così come avvenuto, desta sospetti: il
fatto che sia stata uccisa la scorta e non Moro, insieme alla perizia balistica, lasciano
presagire la presenza di professionisti, cosa che non erano le BR. Nascono così due
teorie:
- Sono stati i servizi segreti dell’est che non volevano un’alleanza tra PCI e DC
- È stata la CIA per lo stesso motivo
Dopo una prigionia di 55 giorni, durante la quale Moro fu sottoposto a un processo
politico da parte del cosiddetto «tribunale del popolo» istituito dalle stesse Brigate
Rosse e dopo che queste ultime avevano chiesto invano uno scambio di prigionieri
con lo Stato italiano, Moro fu ucciso.

Il suo cadavere fu ritrovato a Roma il 9 maggio, nel bagagliaio di una Renault 4 rossa
parcheggiata in via Caetani, distante circa 150 metri sia dalla sede nazionale del
Partito Comunista Italiano che da Piazza del Gesù, sede nazionale della Democrazia
Cristiana.
Ha chi ha giovato il caso Moro?
Non alla democrazia: il governo di “Alleanza Nazionale” (che si instaurò lo stesso con
a capo Andreotti) ebbe luce lo stesso ma ebbe brevissima durata e fu ostacolato da
tutti. Il PCI nelle elezioni politiche del 1976 ottenne il 35%, arrivando molto vicino
alla DC che ottenne il 38%: rappresentava principalmente la classe operaia, e non
avere al governo un partito che rappresenta più di un terzo della popolazione
significava indebolire la repubblica.
ANNI ’70 – ‘80
A partire dagli anni ’80, gli italiani iniziano a disaffezionarsi dalla politica: se per oltre
30 anni l’affluenza italiana era tra le più alte al mondo (97% – 98%), e la politica
veniva vista come un valore collettivo che portava voglia di cambiare e
partecipazione, a partire dal delitto Moro inizia una sorta di reflusso della
partecipazione politica degli italiani, che sta a simboleggiare il fallimento di chi aveva
creduto nella politica come fonte di cambiamento. Questa diminuzione
dell’affluenza dipende in grossa misura dal ritorno, con lo sviluppo economico di fine
anni ’70 ed inizio ’80, dell’individualismo che annulla il collettivismo portato dal
movimento del ’68 e valore universale per tutti gli anni ’80 (similitudini a livello
economico tra anni ’60 e ’80: grosso benessere individuale). Questo ritorno
all’individualismo dipende dall’elezione a presidente USA di Ronald Reagan e di
quello definito come “Edonismo Reaganiano”. Tra anni ’70 – ’80, non si può parlare
di particolarismo nazionale: l’Italia, come molte altre nazioni, è fortemente
influenzata dalla politica USA, e la sostituzione del democratico Carter con il
repubblicano Reagan, che promette di arricchire gli americani e li pone al di sopra di
ogni cosa, porta ad un ritorno dell’esaltazione dell’individualismo.
Reagan inoltre promette agli americani il riarmo: dopo anni di “Rapporti distensivi”
tra USA e URSS, quest’ultima, con Breznev al comando, decide di invadere
l’Afghanistan minacciando gli equilibri internazionali e causando l’intervento
americano. L’USA decidono così di finanziare ed addestrare il movimento talebano
in funzione anti – sovietica, anche se proprio da questo movimento verrà Osama Bin
– Laden, fautore dell’attentato alle torri gemelle. Proprio in quegli anni il
fondamentalismo islamico stava prendendo piede in numerosi paesi arabi, portando
ad un riarmo anche di queste zone oltre ad USA e URSS.
Proprio negli anni ’80 il sistema comunista comincia a traballare sotto le ribellioni
degli stati dell’est Europa, contro cui l’URSS interviene sempre usando la forza. La
fine degli anni 80 porta alla fine del sistema comunista occidentale: la caduta del
muro di Berlino il 9 novembre 1989 segna la fine del comunismo e del bipolarismo
che aveva caratterizzato la geografia mondiale per 50 anni. La crisi internazionale del
comunismo inizia prima della caduta del muro, e lo stesso vale per l’Italia. il
segretario del PCI, Enrico Berlinguer, sceglie allora di tracciare una linea autonoma
che permetteva al PCI di staccarsi dall’URSS: ciò avvenne quando dichiarò come
terminata la spinta della rivoluzione d’ottobre sconfessando il comunismo
internazionale. Nonostante l’autonomia del PCI dal comunismo internazionale,
questo subisce le stesse sorti, scomparendo nel 1989 (primo partito tradizionale a
scomparire): gli sforzi di Berlinguer, che morì nel 1984, non furono seguiti dai suoi
successori, che assistettero alla fine del PCI.
In Italia a fine anni ’70 viene eletto come presidente della repubblica Sandro Pertini,
proveniente dal partito socialista ha grossa influenza su Bettino Craxi, leader e
segretario del PCI. Pertini si distacca dalla classica figura del presidente del consiglio,
che aveva funzioni notarili e di rappresentanza: Pertini partecipa attivamente
arrivando a respingere delle leggi in alcuni casi. A lui si deve nel 1981 l’elezione del
primo presidente del consiglio “laico”, ovvero Giovanni Spadolini, che per gli anni a
venire, causa instabilità politica, si alternerà a capo del governo con Bettino Craxi.
Con la strage di Piazza Fontana e l’inizio dello stragismo, in Italia accadono numerosi
avvenimenti oscuri. Uno di questi è la ribalta della “P2”, una loggia massonica
coperta molto influente, che aveva poche centinaia di adepti ma che si trovavano in
posizioni centrali nel funzionamento dello stato: famosi i casi di Silvio Berlusconi e
Maurizio Costanzo che erano figure molto importanti nella televisione e nella
comunicazione in generale. La “P2” tramava alle spalle del governo, sfruttando la
debolezza dello stesso, per ottenere fattori e vantaggi. Il principale strumento di
azione della loggia era l’uso dei mass media: nel 1977 riesce ad ottenere il controllo
del Corriere della Sera, principale quotidiano d’Italia che vendeva oltre 1 milione di
copie al giorno →→→ possedere un giornale significava orientare l’opinione
pubblica. Una volta scoperta l’attività della loggia deviata (agiva per proprio
interesse e non per quello dello stato) e pubblicati i risultati dell’inchiesta
parlamentare, la massoneria pubblicherà i nomi di chi ne faceva parte per
riguadagnare il consenso perso dopo l’accostamento della “P2” alla massoneria
italiana.
Alla fine degli anni ’70 compare sulla scena italiana la figura di Silvio Berlusconi:
imprenditore edile di successo, a metà anni ’80 decide di investire nella
comunicazione comprando il canale televisivo “Canale 5” (edito da Mondadori).
All’epoca però, la legge italiana concedeva alla sola RAI la possibilità di trasmettere a
livello nazionale, concedendo però ad altre emittenti televisive di trasmettere a
livello regionale. Berlusconi, grazie ai suoi intrallazzi politici, riesce a far votare una
legge che distrugge il monopolio nazionale della RAI, la “Legge Mammì”. Quando la
politica viene duramente colpita dallo scandalo di Tangentopoli, Berlusconi vede
minacciati i suoi interessi televisivi e così decide di candidarsi alla presidenza del
consiglio: il 26 gennaio 1994 invia una videocassetta alle 3 emittenti di sua proprietà
e alle 3 emittenti RAI, nella quale annuncia la sua “Discesa in Campo” attraverso la
creazione di un nuovo partito, Forza Italia. La candidatura di Berlusconi è qualcosa di
rivoluzionario e mai accaduto prima nella storia della politica: Berlusconi non aveva
alcuna esperienza in politica, così come i rappresentanti del suo partito, che
provenivano per la maggior parte dal mondo pubblicitario e dall’azienda di
Berlusconi nel relativo settore, Pubblitalia. In 2 mesi riesce a creare 2 coalizioni con
cui presentarsi alle elezioni di marzo: al centro – nord crea il “Polo della Libertà”
alleandosi con la Lega Nord di Umberto Bossi, mentre al centro – sud crea il “Polo
del buon Governo” alleandosi con Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini (ex
Movimento Sociale). Durante la campagna elettorale accusa i magistrati di Milano,
definendoli “Toghe Rosse”, per i controlli che stavano avvenendo sulle sue aziende e
su alcuni suoi collaboratori. Nonostante ciò, alle elezioni di marzo 1994 le sue
coalizioni ottengono il 43% dei voti vincendo: i popolari si fermano al 16% (eredi
della DC) mentre gli eredi del PCI si fermano al 18%. Altro dato incredibile che riesce
a far capire il radicale cambiamento della politica italiana in seguito a Tangentopoli è
che il 75% dei parlamentari eletti nelle elezioni del 1994 lo fu per la prima volta. La
vittoria di Berlusconi fu monumentale ed esaltante, ma ebbe breve durata.
L’incapacità della nuova classe politica e le accuse verso Berlusconi ne minano il
ruolo. Il culmine lo si ha nel novembre 1994: Berlusconi, mentre presiede una
conferenza delle Nazioni Unite sulla criminalità organizzata, si vede recapitare un
avviso di garanzia per comparire di fronte alla magistratura milanese nell’ambito
delle indagini sulle sue aziende. Berlusconi accusa le “Toghe Rosse” di complotto,
ma è costretto a dimettersi, riportando il paese alle urne nel 1995.
L’unicità di Berlusconi risiede anche nel linguaggio. Mentre Moro fu l’esponente di
un linguaggio politico complesso e oscuro, Berlusconi fece l’opposto, usando un
linguaggio molto semplice che spesso attingeva anche al linguaggio calcistico.
Berlusconi infatti salì alla ribalta nazionale soprattutto grazie all’acquisto del Milan,
società calcistica che sotto la sua guida divenne una delle più forti della storia e che
spesso usò come strumento per ottenere consenso comprando nomi altisonanti che
eccitavano le masse.
MAFIA
Negli anni ’80 il sistema politico italiano è bloccato e degenerato. Numerosi sono gli
scandali politici che colpiscono l’Italia in questo periodo, come ad esempio la giunta
ligure che nel 1983 viene accusata di corruzione, della quale il capo era il socialista
Teardo. Le numerose accuse di corruzione verso i politici fanno nascere una
campagna politica contro i magistrati. Il più grande scandalo politico a livello
nazionale è sicuramente “Tangentopoli”. Nel febbraio 1992, il socialista Mario
Chiesa, presidente della casa di riposo milanese “Pio albergo Trivulzio”, riceve
tangenti per permettere alle imprese di pulizia di ottenere l’appalto per pulire
l’edificio. Stanca di pagare le tangenti, l’azienda che aveva l’appalto in quel
momento decide di denunciare alle autorità. I carabinieri installano segretamente
delle telecamere nell’edificio che colgono sul fatto Chiesa. Quando intervengono i
carabinieri, Chiesa si nasconde in bagno e getta nel water tutti i soldi incassati
illegalmente. La corruzione può essere favorita mettendo a capo di una azienda o di
un istituto una figura vicina ad un partito. Il sistema di corruzione più grave è quello
mafioso.
La mafia è un fenomeno che nasce nel 1800 nella Sicilia occidentale (principalmente
le province di Palermo e Trapani). Di fronte alla corruzione della classe politica la
mafia aumenta ed intensifica il proprio raggio d’azione, prima alla Sicilia, poi ad altre
regioni fino a diventare un movimento che travalica i confini nazionali italiani.
L’origine della mafia è da attribuire al fallimento dello stato italiano. Alcuni
considerano la mafia come uno stato alternativo, ma così non è perché agisce
attraverso azioni illecite: la mafia è un nemico dello stato. Il sistema mafioso si basa
sulla discrezione e sull’invisibilità della propria azione. Il principale strumento di
comunicazione non è la parola, ma è il silenzio (“non vedo, non sento, non parlo”),
l’omertà, tanto che le persone preferiscono morire piuttosto che confessare. Anche i
mafiosi hanno un proprio linguaggio, molto semplice e basico che spesso è
accompagnato da gesti e cenni che hanno un ruolo molto importante. La mafia è
attiva soprattutto nel terziario, nei servizi e nella raffinazione dell’oppio. L’elemento
centrale dell’offerta mafiosa è il servizio di protezione in cambio di denaro →→→
Pizzo. Questo servizio diventa una estorsione quando al rifiuto di esso, la mafia
compie azioni che danneggiano la proprietà o le merci di chi lo ha rifiutato, in
un’escalation che arriva fino all’assassinio. Un altro settore in cui la mafia è molto
attiva è quello della vendita di sostanze stupefacenti e di armi. Attraverso
quest’ultimo la Ndrangheta fornisce e finanzia il traffico di esseri umani proveniente
dalla Libia. Altro servizio offerto dalla mafia, in accordo con la politica, è la
compravendita di pacchetti di voti utili per le elezioni soprattutto amministrative e
regionali (a livello nazionale hanno meno effetto ed inoltre è più difficile da attuare).
La mafia si costituisce di diversi gruppi: Cosa Nostra in Sicilia (la mafia originale),
l’Ndrangheta in Calabria, la Camorra in Campania e la Sacra Corona Unita in Puglia
(l’ultima a costituirsi).
Fra anni ’70 – ’80 la mafia espande i propri confini a tutta la Sicilia e oltre, creando
accordi con altre organizzazioni criminali come la Camorra. L’Ndrangheta prospera a
partire dagli anni ’70 grazie agli appalti che ottiene per la costruzione della Salerno –
Reggio Calabria, che venne divisa in piccoli pezzi da costruire che poi venivano dati
in appalto. L’Ndrangheta ne ritardava la costruzione per ottenere nuovi appalti, in
un circolo vizioso che durò molti anni. Oggi l’Ndrangheta è la principale
organizzazione mafiosa e si è estesa anche a Veneto e Lombardia. In un primo
momento, era specializzata nei sequestri di persona, tecnica poi abbandonata
perché molto pericolosa e meno redditizia rispetto al commercio di stupefacenti.
Cosa Nostra, Ndrangheta e Camorra di distinguono dalla piccola criminalità
organizzata per l’internazionalizzazione delle sue azioni e commerci, per il controllo
capillare che hanno sul territorio di riferimento e per la collusione con la politica.
L’ultima delle 4 organizzazioni mafiose italiane a costituirsi è la Sacra Corona Unita,
nata nel 1981 dai camorristi che venivano esiliati in Puglia: con la nascita di
quest’ultima, si inizia a parlare di classe criminale meridionale diffusa ed
interconnessa. I legami della mafia non si fermano solo alla politica: la loggia “P2”
venne perseguitata anche per le sue relazioni con l’Ndrangheta.
L’attività mafiosa degli anni ’80 è tale che il Censis stima che il 15% del PIL provenga
da attività malavitose. Lo sviluppo della mafia determina la sconfitta dello stato
italiano nella lotta contro la criminalità organizzata, soprattutto dovuta alla
radicalizzazione della stessa nello stato.
Le organizzazioni mafiose sono suddivise in cosche = famiglie in cui vige un
rigidissimo e durissimo regolamento, o codice d’onore che deve essere
assolutamente rispettato: nel caso contrario si può pagare anche con la morte. Nella
mafia vige una disciplina simile a quella militare, sono infatti presenti gradi e ruoli
diversi che rendono la mafia una organizzazione altamente gerarchizzata. Il legame
principale presente è quello di sangue, che permette di avere maggiore stabilità e
abbassa l’iniziativa individuale al rispetto delle leggi imposte dal boss: molto comuni
sono infatti nelle società mafiose i matrimoni tra cugini. Fino a poche decine di anni
fa si sapeva molto poco sulla struttura delle mafie proprio grazie all’omertà che vige
come legge di fondo delle società che convivono con le organizzazioni mafiose.
Molte delle cose che conosciamo oggi le dobbiamo soprattutto alle confessioni del
pentito Tommaso Buscetta. Mafioso, entra in conflitto con altre cosche durante la
seconda guerra di mafia (1981 – 1983). Decide allora di scappare in Brasile, dove va
a dirigere le raffinerie d’oppio di sua proprietà. Nel frattempo, la famiglia Corleone
decide di attuare una vendetta trasversale nei confronti di Buscetta uccidendone
tutta la famiglia. A questo punto, Buscetta decide di collaborare con le autorità,
sdoganando il sistema mafioso: parla dell’organigramma e dei programmi di Cosa
Nostra, di riti mafiosi, di contenziosi in atto per vendicare la famiglia ecc. Falcone e
Borsellino sono i primi a mettere sotto accusa il sistema mafioso attraverso il “Maxi
– Processo” avvenuto tra 1986 – 1987 che porta all’arresto di quasi 500 malavitosi. I
2 magistrati, entrambi palermitani ed appartenenti ad una borghesia che aveva un
forte senso civile e di servizio verso lo stato, per la prima volta usano metodi
scientifici nell’esame della documentazione bancaria per individuare i circuiti di
riciclaggio di denaro sporco (computer utilizzato ai fini delle indagini per la prima
volta da Di Pietro). Inoltre, prima di loro, i processi di mafia spesso cadevano in
prescrizione per la collusione della magistratura con la mafia. Ai 2 si aggiunse il
giudice Caponnetto: proveniente da Firenze e prossimo alla pensione, decide di
trasferirsi a Palermo per aiutare i 2 magistrati nella lotta alla mafia, nonostante ciò
volesse dire mettere a repentaglio la propria vita e quella della sua famiglia.
La lotta alla mafia si intensifica a partire dagli anni ’80. Primo grande cambiamento
nella lotta alla mafia fu l’invio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a Palermo.
Dalla Chiesa, principale fautore della sconfitta dello stragismo, diventa Prefetto di
Palermo. In quegli anni, il rapporto tra stato e mafia cambiò radicalmente. Se prima
la mafia sceglieva di non attaccare funzionari statali come politici o appartenenti alle
forze dell’ordine e cercava di instaurare rapporti con lo Stato (la cosiddetta
“Strategia di Avvicinamento” o “Cauto Approccio”), che portarono ad esempio alla
enorme speculazione edilizia, permessa dal sindaco Lima e Ciancimino, avvenuta a
Palermo negli anni del Boom Economico →→→ “Sacco di Palermo”; con gli anni ’80
la mafia decide di dichiarare guerra allo stato. Negli anni ’80 quindi si assiste alla
crescita di un’illegalità arrogante e di azioni di grande cattiveria: cominciano ad
essere attaccati e uccisi magistrati, poliziotti, carabinieri ed anche alcuni esponenti
politici, tra i quali il presidente della regione Sicilia Piersanti Mattarella nel 1980. Lo
stato reagisce, appunto, inviando il generale Dalla Chiesa, che accetta l’incarico di
prefetto, ma pone alcune condizioni che non verranno mai rispettate dallo stato. La
figura di Dalla Chiesa incute timore nella mafia, che decide di ucciderlo il 3
settembre 1982. Il suo omicidio accelerò i tempi di approvazione della prima legge
organica contro la mafia, la “Legge Rognoni – La Torre” (quest’ultimo assassinato
qualche mese prima), approvata 10 giorni dopo l’assassinio di Dalla Chiesa:
introduceva il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. Fu proprio
l’assassinio di Dalla Chiesa che spinse lo stato italiano a inviare Falcone e Borsellino a
Palermo.

La principale fonte di reddito della mafia è la vendita di sostanze stupefacenti. Negli


anni ’70 viene soprattutto venduta l’eroina: la materia prima proviene dall’oriente,
viene raffinata a Marsiglia e il prodotto finale viene venduto, anche in USA grazie ai
rapporti tra Cosa Nostra e la mafia newyorchese di origine italiana. Questo boom del
traffico arricchisce e destabilizza contemporaneamente la mafia: iniziano faide tra
cosche ed inoltre c’era chi voleva tenere il traffico nei confini nazionali e chi voleva
espanderlo anche all’estero →→→ i mafiosi diventano veri e propri imprenditori che
agiscono lungo il canale di vendita con diversi ruoli.
Negli anni ’80 le faide create dal traffico di stupefacenti portano alla seconda guerra
di mafia, che si colloca tra 1981 e 1983: questa guerra vede contrapporsi i
corleonesi, rappresentati dai Riina e dai Provenzano, e i palermitani. I primi finiscono
per annientare i secondi: il bilancio della guerra è tra i 500 ed i 1000 morti.