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Teoria del linguaggio a.a.

2005/2006
Primo modulo Dispensa 1

I condizionali

1. Il problema dei condizionali


[Cf. Edgington D. (1995). On Conditionals. Mind 104: 235-259]

Il pensare ipoteticamente fa parte del nostro bagaglio mentale. Noi siamo in grado di
“gestire” i se …, allora … con facilità. Ovviamente, talvolta li giudichiamo in modo
erroneo, e altre volte non sappiamo cosa pensare. Ma sappiamo che cosa ci vorrebbe
per essere nella posizione di pensare o di dire che B, se A; che cosa conterebbe a
favore o contro tali giudizi, e come questi abbiano un impatto su ciò che dovremmo
fare, e cos’altro dovremmo pensare.
Se la pratica dei condizionali non ci causa quindi indebite difficoltà, lo stesso non può
dirsi invece della teoria dei condizionali. Le questioni fondamentali da dirimere sono:

Esiste una teoria unitaria dei condizionali?


Oppure esistono tipi di condizionali irriducibilmente diversi tra loro?
Se sì, quali sono i loro marchi distintivi (ossia, come si fa a riconoscerli), e quali
esempi sono da accomunare?
L’aspetto fondamentale della teoria dei condizionali deve essere una tesi su che cosa
rende un enunciato ipotetico vero? Oppure, i condizionali non hanno la funzione di
enunciare dei fatti, valutabili come veri o falsi?
Dato il disaccordo su queste questioni fondamentali, si comprende come manchi
l’accordo anche su quali schemi inferenziali che coinvolgono i condizionali siano di
fatto validi, e anche su quale sia la forma logica da attribuire ai condizionali.

1.1. Esiste una teoria unitaria?

Tradizionalmente, sono stati distinti i condizionali indicativi da quelli controfattuali o


al congiuntivo – questi ultimi due termini visti come interscambiabili. Esistono cioè
teorie1 che affrontano solo i seguenti tipi di enunciati ipotetici:

1) Se non lo ha fatto il giardiniere, allora lo ha fatto il maggiordomo.


2) Se non lo fa/farà il giardiniere, allora lo fa/farà il maggiordomo.

Mentre altri lavori2 si focalizzano solo sugli enunciati di tipo controfattuale come:

3) Se non lo avesse fatto il giardiniere, allora lo avrebbe fatto il maggiordomo.


4) Se non lo facesse il giardiniere, allora lo farebbe il maggiordomo.

Esiste una motivazione storica sottostante a questo approccio bi-partito. A cavallo del
‘900 si cominciò a diffondere l’interesse per l’analisi logica del linguaggio – applicata
anche alle scienze al fine di renderle rigorose. Come vedremo più avanti, la logica
assegna a enunciati ipotetici della forma “Se p, allora q” il valore di verità vero in
ogni situazione in cui l’antecedente p sia falso, o il consequente q sia vero. Quando la
Filosofia della scienza si trovò di fronte al problema di fornire un’analisi convincente
dei predicati disposizionali come “solubile” o “fragile” – ossia quelle proprietà di

1
Cfr. Quine W.V.O. [1950]. Methods of Logic, New York: Henry Holt. Tr.it. [1960] Manuale di logica,
Milano: Feltrinelli.
2
Cfr. Lewis D. [1973]. Counterfactuals, Cambridge (MA): Harvard University Press.

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“sciogliersi, se fosse messo a contatto con l’acqua” e “rompersi, se fosse caduto” –


l’analisi dei condizionali proposta da logici come Frege non forniva l’aiuto necessario.
Infatti, si ricordi, un condizionale viene reputato vero ogni volta che l’antecedente è
falso. Ma qui si vuole essere in grado di stabilire se un determinato vaso – dell’epoca
Ming – è fragile o no, independentemente dal fatto di farlo cadere in un determinato
momento. In altre parole, la questione della fragilità di un vaso si deve risolvere
anche se quel vaso non viene mai lasciato cadere – ma la non realizzazione
dell’antecedente – secondo la logica dei condizionali – è condizione sufficiente per la
verità dell’enunciato ipotetico. Per stabilire invece se un determinato oggetto, si
vuole sapere che cosa succederebbe se venisse lasciato cadere – anche se di fatto
questo non avverrà mai. Ossia, anche se l’antecedente rappresenta un’ipotesi
controfattuale. Riassumendo, la Filosofia della scienza si è concentrata sull’analisi
degli enunciati controfattuali proprio perché il significato attribuito dalla logica agli
enunciati ipotetici “indicativi” non era adeguato per i suoi scopi – e questo ha dato
l’avvio a un filone di ricerca indipendente.

1.2. Argomenti a favore di una teoria unitaria

Da un lato sembrerebbe che i vari enunciati in (1)-(4) esprimano, in un certo senso,


lo stesso “pensiero condizionale”, sebbene espresso in diverse occasioni d’uso. Un
altro esempio può illustrare la somiglianza tra i vari tipi di condizionali. Stiamo
discutendo se,

5) Se mangerai questa mela, ti farà male.

Decidi allora di buttarla via, disgustato. A questo punto, la nostra discussione può
proseguire – chiedendoci se davvero

6) Se l’avessi mangiata, saresti stato male.

Non sembra che sia cambiato l’argomento della disputa. Oppure, prima di buttare via
la mela, avresti potuto dire:

7) Se mangiassi la mela, starei male.

E qualcuno altro, che se ne è andato via prima di vedere che cosa è successo,
potrebbe a sua volta sostenere che:

8) Se ha mangiato la mela, è stato male.

Concludendo, è facile immaginare scenari in cui sembra che i vari tipi di condizionali
– quelli indicativi in (5) e in (8), e quelli al congiuntivo/controfattuali in (6) e in (7) –
si riferiscano alle stesse situazioni, semplicemente osservandole da punti di vista
diversi. Quindi, se una teoria assume che i due tipi di condizionali siano invece
irriducibilmente diversi, deve altresì spiegare l’apparente uniformità di (5)-(8).

1.3. Argomenti contro una teoria unitaria

Ci sono però anche casi che esemplificano la situazione inversa – casi cioè in cui si
hanno due condizionali, uno all’indicativo e l’altro al congiuntivo –che sembrano

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essere veri in situazioni diverse. In altre parole, i due tipi di enunciati ipotetici
descriverebbero stati di cose differenti. Ernest Adams3 ha posto l’accento sui due
enunciati seguenti:

9) Se Oswald non ha ucciso Kennedy, allora lo ha fatto qualcun altro.

10) Se Oswald non avesse ucciso Kennedy, allora lo avrebbe fatto qualcun altro.

Visto che Kennedy è stato assassinato, nessuno potrebbe obbiettare alla verità di (9).
Tuttavia, chiunque non creda all’ipotesi del complotto (ossia, chiunque creda che
Oswald abbia agito da solo) giudicherebbe (10) falso. In altre parole, i due enunciati
(9) e (10) verrebbero giudicati uno vero e l’altro falso. Questo significa che alla
differenza nel modo verbale (indicativo versus congiuntivo) corrisponderebbe una
differenza radicale anche nell’interpretazione e nelle condizioni di verità. Si
considerino infatti i due enunciati seguenti:

O: Oswald non ha ucciso Kennedy.

Q: Qualcun altro ha ucciso Kennedy.

E li si inserisca nelle seguenti frames:

IND: Se si dà il caso che ___, allora si dà il caso che ___.

CONG: Se si desse il caso che ___, allora si darebbe il caso che ___.

Si ottiene qualcosa di analogo a (9) e (10). Rappresentando le due frames in IND e


CONG rispettivamente con i simboli → e →, si potrebbe quindi concludere che, visto
che (11) e (12) hanno significati diversi, allora → e → hanno significati diversi:

11) Oswald non ha ucciso Kennedy → qualcun altro ha ucciso Kennedy (O → Q)

12) Oswald non ha ucciso Kennedy → qualcun altro ha ucciso Kennedy (O → Q)

1.4. Risposte

L’argomentazione presentata in §1.3. è esposta a una serie di obiezioni. Ci sono molti


casi di enunciati che sono veri o falsi a seconda della lettura che ricevono. Si
consideri (13):

13) Il Presidente della Camera non è mai stato una donna.

Ci sono due letture possibili di questo enunciato, che dipendono dalla posizione in cui
viene interpretato mai: in un caso viene detto a proposito dell’attuale Presidente
della Camera, Pier Ferdinando Casini, che non è mai stato, lui, una donna. Nell’altro
caso (13) viene interpretata come l’affermazione che mai, nella storia della
Repubblica Italiana, c’è stato un Presidente della Camera di sesso femminile, e in
questa lettura l’enunciato (13) risulta falso – visto che nel 1979 è stata eletta Nilde
Jotti. Tuttavia, sebbene a (13) siano associate due diverse interpretazioni (una che lo

3
Adams E. [1970]. Subjunctive and Indicative Conditionals, in Foundations of Language 6: 89-94.

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rende vero, un’altra che lo rende falso), non si può comunque sostenere che esista
un’espressione che sia semanticamente ambigua – conclusione che invece era stata
tratta dalla discussione dell’opposizione tra (9) e (10). Un altro esempio è dato da
(14):

14) Avrei potuto essere a New York oggi. Ma non posso, adesso, essere a New York oggi.

La differenza tra il primo e il secondo enunciato di (14) sta, almeno apparentemente,


solo nel tempo (e modo) verbale di potere (ossia, “avrei potuto” vs. “potrei”).
Tuttavia per spiegare l’apparente opposizione tra le due frasi non c’è bisogno di
postulare una ambiguità di significato – semplicemente ciò che è possibile a un
determinato tempo non è più possibile a un altro tempo.
Riassumendo, la differenza tra i condizionali indicativi e quelli congiuntivi non è
necessariamente dovuta a un’ambiguità semantica (ossia, a una diverso significato)
del connettivo del condizionale (“→” vs. “ →”), ma potrebbe derivare semplicemente
dal tipo di informazioni sullo sfondo delle quali si giudica un determinato enunciato
vero o falso. In altre parole, prima di pronunciare una sentenza definitiva sulla
omogeneità o eterogeneità dei tipi di enunciati ipotetici, bisogna chiarire meglio come
questi vengono interpretati, e qual è il ruolo giocato dalle informazioni di sfondo nella
valutazione della loro verità e falsità.

1.5. I criteri per distinguere le due classi

Una delle domande che ci eravamo posti era come accomunare tra loro i tipi di
condizionali – ossia come riconoscere quali esempi appartenessero a quale classe.
Fin dall’inizio, si è detto che tradizionalmente vengono separati gli enunciati ipotetici
indicativi, dagli altri – ma come classificare questi altri? Per il momento si sono usati
in maniera pressoché interscambiabile i termini “condizionali congiuntivi” e
“condizionali controfattuali” – tuttavia è chiaro che i due aggettivi si riferiscono a due
proprietà estremamente diverse (e non necessariamente coincidenti), visto che il
primo indica una caratteristica puramente morfologica (il fatto cioè che il verbo
dell’antecedente – in italiano – sia marcato con il modo congiuntivo); mentre il
secondo segnala una proprietà di tipo interpretativo – parafrasabile con l’assunzione
che l’antecedente del condizionale esprima un’ipotesi contraria alla realtà, descriva
cioè uno stato di cose che di fatto è falso. Questa confusione terminologica permea
la maggior parte dei lavori, ma è fonte di confusione, dal momento che, come già
accennato, le due classi di condizionali al congiuntivo e di condizionali controfattuali
non coincidono perfettamente. Infatti, sebbene nella maggior parte dei casi l’uso del
modo congiuntivo segnali effettivamente la controfattualità dell’assunzione formulata
con l’antecedente del condizionale, questo non è sempre così. Ci sono molti esempi
in cui si può esplicitamente affermare la possibilità che l’antecedente sia di fatto vero,
senza creare alcuna contraddizione, soprattutto quando il condizionale si riferisce a
eventi futuri (anche se il tempo verbale usato è il congiuntivo passato):

15) Se venisse Mario alla festa, ed è molto probabile che venga, ci divertiremmo.

L’enunciato in (15) non è anomalo – sebbene l’inciso “ed è molto probabile che
venga” sarebbe in palese contraddizione con l’assunzione che l’antecedente esprima
un’ipotesi controfattuale, ossia con “Mario non viene alla festa”.

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Sebbene sia molto facile creare esempi analoghi quando il condizionale si riferisce a
eventi presenti o futuri, esistono anche casi in cui ci si riferisce a eventi passati, ossia
con il congiuntivo al tempo passato composto. Si consideri il seguente scenario4: dei
medici stanno cercando di diagnosticare la malattia di un loro paziente; uno dice:

16) Se avesse preso dell’arsenico, mostrerebbe proprio questi sintomi.

L’antecedente – “(il paziente) ha preso dell’arsenico” – non solo non è assunto essere
falso, ma la funzione del condizionale congiuntivo in (16) è anzi proprio quella di
argomentare a favore della verità dell’antecedente. Si noti anche come non si
sarebbe potuto usare un condizionale indicativo per esprimere lo stesso pensiero:

17) Se ha preso dell’arsenico, mostra / ha mostrato proprio questi sintomi.

Abbiamo quindi visto che non tutti i condizionali al congiuntivo esprimono ipotesi
controfattuali (hanno cioè un antecedente che è assunto essere falso). Ma esiste
anche il caso inverso. Se ci si concentra solo sulla lingua inglese, la situazione è più
complicata, visto che il modo congiuntivo da un lato non è più moltio usato, dall’altro
lato coincide con il passato indicativo per la maggior parte delle forme. Ma se ci si
rivolge a lingue come l’italiano, si può notare come esistano casi in cui la
controfattualità di un condizionale, oltre che dal modo congiuntivo, può, anche se in
un registro più colloquiale, essere veicolata dalla scelta del tempo imperfetto
dell’indicativo. Sia (18) – al congiuntivo – che (19) – all’indicativo imperfetto –
costituiscono enunciati ipotetici controfattuali, in cui si assume cioè la falsità
dell’antecedente (ossia, che Mario non è venuto alla festa).

18) Se Mario fosse venuto alla festa, ci saremmo divertiti.

19) Se Mario veniva alla festa, ci divertivamo.

Riassumendo, sebbene i termini “condizionali al congiuntivo” e “condizionali


controfattuali” vengano usati come riferentisi alla stessa classe di enunciati ipotetici,
non c’è una piena sovrapposizione tra i due insiemi, dal momento che esistono
condizionali che, sebbene marcati con il congiuntivo, non sono controfattuali, così
come esistono condizionali che, sebbene assumono la falsità dell’antecedente, non
esibiscono il congiuntivo.

1.6. Conclusioni

Tirando le fila del discorso, i condizionali indicativi e quelli congiuntivi/controfattuali


hanno sia punti in comune sia elementi che li differenziano. Prima di entrare nel
merito della questione di una analisi unitaria o meno, in quello che segue ci
concentreremo dapprima sui condizionali all’indicativo, poi su quelli al
congiuntivo/controfattuali, presentandone i problemi e le analisi proposte. Solo alla
fine ritorneremo sulla questione della loro somiglianza e difformità.

4
L’esempio è tratto da Anderson A.R. [1951]. A note on Subjunctive and Counterfactual Conditionals,
in Analysis 12: 35-38.

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