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Stefano Gensini, Linguistica leopardiana, Bologna, Il Mulino 1984, pp. 179-196.

La polemica sul francese e il nodo della modernizzazione linguistica

1. Abbiamo visto, da angolature diverse, come la critica dei caratteri intrinseci della lingua
francese, non meno che della società che la esprime, accompagna in sequenza molte fasi
dell'intervento leopardiano. Anzitutto come idolo polemico nella rivendicazione di uno strumento
linguistico fungibile in sede più propriamente poetica e letteraria: là dove si richiede in assoluto
ricchezza e disponibilità di risorse espressive, materiali plasmabili e assecondabili ai più diversi stili
e generi letterari, l'uniformità del francese, anzi la sua «unicità», segna decisamente il passo. In
secondo luogo, ma in stretto nesso con quanto precede, dal punto di vista della cultura che in quella
lingua si rappresenta e si modella: una cultura che ha rinunciato a cercare un equilibrio fra l'insieme
delle facoltà che formano la conoscenza e la sensibilità umana, e ha propeso in maniera
indiscriminata per la ragione. In terzo luogo, come esempio di una infelice «formazione» della
primitiva indole della lingua: laddove si trattava di saldare organicamente l'ineliminabile momento
della elaborazione formale-letteraria con le naturali tendenze dell'idioma, il secolo di Luigi XIV e
l'Accademia francese hanno invece optato per una drastica potatura della tradizione della lingua, ne
hanno azzerato il contenuto diacronico e, con ciò stesso, lo spessore culturale, la possibilità di
serbare intatte le native forze di pieghevolezza e adattabilità.
Abbiamo anche cominciato ad accennare alle oggettive, ed in verità esplicite, implicazioni
politico-sociali che la polemica sul francese presenta, segnatamente nel punto in cui il Leopardi
intreccia l'analisi linguistica alle condizioni odierne (e dunque alle prospettive future) della
letteratura. Il difficile nodo dello status dell'intellettuale si era infatti immediatamente posto,
confrontando la coesa e aggressiva cultura nazionale francese (tale però da restringere copiosamente
i margini di «originalità» letteraria disponibili), con l'arretrata e opaca cultura italiana, più
tradizionalmente incline a riconoscere al letterato significative possibilità di autonomia, ma insieme
drasticamente sfasata rispetto al giro della civiltà europea, al limite anzi di un'eclissi provinciale
forse irresarcibile.
Non mi pare si sia finora fatto molto per inquadrare l'insistito intervento polemico di
Leopardi in quel complesso di rapporti, di prese di posizione e di scontri culturali talvolta assai
aspri che da ormai oltre un secolo contrapponevano l'intellighenzia italiana a quella francese.
Eppure, del lungo e acceso confronto fra i due paesi, di cui molto opportunamente Gianfranco
Folena ha ricordato l'importanza schiettamente politico-culturale1, Leopardi rappresenta forse il
momento più ricco ed intenso. Al di là di proposizioni talvolta assai «forti» e in apparenza non
mediabili, infatti, il giovane poeta riesce meglio di tutti a sviscerare le ragioni delle diverse parti in
lotta, e, senza nulla negare di una contraddizione che stava semplicemente nelle cose, tanto più
sviluppa il filo di una possibile saldatura fra l'esigenza «francese» della modernità e quella
«italiana» della tradizione. Solo che, nella sua originalissima assunzione problematica, gli apporti
dell'una e dell'altra parte finiscono con l'apparire irriconoscibili, e il risultato analitico che ne
consegue, destinato a rimanere assolutamente isolato finché Leopardi restò in vita, riuscirà a tornare
attuale solo vari decenni dopo, quando i Cattaneo, i Tenca e gli Ascoli potranno da più salde
posizioni additare criticamente i nodi irrisolti della nostra storia linguistica.
Ebbene, della lunga querelle che, a partire dal rinomato confronto Orsi-Bouhours al confine
fra Sei e Settecento, aveva appassionato le lettere italiane, Leopardi è interprete interno e sintomale.

1
Cfr. Folena [1965, 9 ss.], che dedica importanti osservazioni alla polemica sul francese svolta su più fronti tra fine del
Seicento e primi decenni del secolo XVIII. Quello del francese era infatti un influsso che portava in luce le carenze
culturali della nostra lingua, e in tal senso utilmente ne stimolava la «crisi» (nell'accezione data al termine da Schiaffini
[1937, 94 ss.]), ma insieme metteva in discussione la funzione identificante, sul piano non solo letterario ma civile e
politico, esercitata dalla lingua nazionale in un paese in cui mancavano cronicamente poli di aggregazione di tipo
istituzionale e politico.

1
Non solo egli dispone nella sua biblioteca di tutti i testi fondamentali di quella polemica, dai volumi
curati dall'Orsi, al Muratori, ai migliori saggi della linguistica italiana del Settecento2: ma più
ancora, Leopardi si mostra coinvolto proprio dagli interrogativi che quella polemica aveva posto, e
ad essi cerca, trascorrendo dall'analisi astratta al concreto rilievo tecnico-letterario o storico-
politico, di fornire risposte persuasive.
Alludiamo anzitutto al tema della universalità della lingua francese, addotto dal Bouhours
come prova della odierna superiorità della sua cultura patria rispetto alle altre d'Europa, e anzitutto
all'italiana. Con un ardito parallelo, teso a fare del francese il latino dei tempi moderni, il letterato
transalpino aveva infatti esplicitamente chiarito i termini politici della contesa:

Les Rois doivent apprendre de luy [scil., il re di Francia] à regner; mais les peuples doivent apprendre de luy à
parler. Si la langue Françoise est sous son regne ce qui estoit la langue Latine sous celuy d'Auguste, il est luy-mesme
dans son siècle ce qu' Auguste estoit dans le sien [Bouhours 1671, 211-212].

Ma la capacità del francese di porsi come lingua comune in Europa, come strumento
comunicativo di cui era impossibile fare a meno, non dipendeva solo da ragioni di prestigio politico:
quella posizione di necessità essa guadagnava anche dalla sua struttura interna, da quella «naiveté»
e «clarté» che la distinguevano da ogni altra lingua moderna. È il consueto motivo dell'ordre
naturel3 che, insinuandosi fra le maglie politico-culturali dell'intervento di Bouhours, finisce col
costruire una suggestiva serie di equivalenze e reciproci riscontri fra ordine delle idee, ordine del
costume e della civiltà, ordine della lingua. Il primato culturale della Francia, insomma, si
esprimerebbe nella lingua quasi per vocazione di natura, prima ancora che per obiettivi meriti
storici. In questo quadro di compatta solidarietà linguistico-culturale delle doti di una Francia su cui
ancora splendeva il sole di Luigi XIV, la stoccata ai limiti intrinseci della lingua italiana non poteva
non estendersi a più complessive ragioni di fatto. Se, con la loro lingua, gli Spagnoli «declamano»,
gli Inglesi «fischiano», e, mentre i soli Francesi «parlano», gli Italiani melodrammaticamente
«sospirano»4, ciò accade perché «le langage suit d'ordinaire la disposition des esprits; & chaque
nation a toujours parlé selon son genie»:

La langue Italienne ne rëussit gueres mieux à copier les pensées. Elle n'enfle peut-estre pas tant les choses;
mais elle les embellit davantage. Elle songe plus à faire de belles peintures que de bons portraits; & pourveû que ses
tables plaisent, elle ne se soucie pas trop qu'ils ressemblent [Bouhours 1671, 70-71].
Les Italiens en ont une [scil. langue] molle et effeminée, selon le temperament et les moeurs de leur païs [1671,
87-88]5.

Viceversa il francese, sempre secondo l'analisi del Bouhours, poteva permettersi di giocare
sui più diversi registri, aderendo, nel suo spontaneo seguir la natura pas à pas», alla varietà delle
esigenze e dei momenti della vita sociale.

2
Dell'Orsi è presente nella biblioteca recanatese l'opera Considerazioni sopra la maniera di ben pensare nei
componimenti pubblicata dal padre Bouhours, nell'edizione di Modena, 1735, in due volumi. Qui Leopardi poteva
leggere tutti i più importanti interventi in materia. D'altra parte, un'ampia critica delle posizioni di Bouhours era
contenuta nel capitolo nono del terzo libro del trattato muratoriano Della perfetta poesia italiana, letto da Leopardi
nell'ed. di Venezia, 1790, e notoriamente opera fondamentale nella formazione del suo gusto di letterato e di poeta.
3
«La langue française est peut-être la seule, qui suive exactement l'ordre naturel, et qui exprime les pensées en la
manière qu'elles naissent dans l'esprit». Così il padre Bouhours, non esitando ad anteporre la sua lingua persino alle
grandi lingue classiche, quel greco e quel latino che «ont un tour fort irrégulier». Ma la tesi dell'ordre naturel ha una
lunga storia, risalente addirittura a Dionigi d'Alicarnasso e a Prisciano, e ripropostasi al Bouhours attraverso la
mediazione dell'«arbitro del buon gusto» nella Francia del XVII secolo, Claude Favre de Vaugelas, autore dell'opera
famosa Remarque sur la langue françoise (1647). Si veda in proposito il bel saggio di Ricken [1977], con tutti gli
opportuni riferimenti bibliografici.
4
Si veda il commento a questo passo fatto dal Folena [1983, 221 ss.], nell'ambito della qualificazione dell'italiano come
«lingua per la musica» tra la fine del Seicento e l'affermazione dell'opera e della melodrammatica italiana.
5
Anche Voltaire, nell'articolo Langues del suo Dictionnaire philosophique, sosterrà che l'«italien, par des voyelles
beaucoup plus répétées, sert peut-être encore mieux la musique efféminée».

2
Si sa con quale energia i letterati italiani risposero a queste violente campionature di
nazionalismo linguistico. E si sa anche che alla contesa non sfuggirono, fra i tanti, i più robusti
cervelli del tempo, come Ludovico Antonio Muratori, volto a ricostruire nella sua Perfetta poesia
un tracciato critico solidamente ancorato, pur nella notevole apertura mentale che ne caratterizza le
affermazioni, alla linea maestra della tradizione letteraria italiana; e come Giambattista Vico che,
isolato e in penombra, anche dal saggio di Bouhours era portato a trarre, lavorando ai margini,
filosofiche inferenze sul rapporto fra lingue, nazioni e culture6.
La contesa era stata riattizzata pochi decenni prima dell'entrata in scena di Giacomo
Leopardi in una famosa dissertazione di Antoine Rivaroli, detto conte di Rivarol, De l'universalité
de la langue françoise, scritta in risposta al quesito proposto nel 1783 dall'Accademia di Berlino sui
motivi che avevano portato il francese a essere universale, sui meriti di tale lingua e sulle possibilità
che c'erano ch'essa conservasse le sue prerogative.
Tornano puntualmente nel testo di Rivarol, con in più la sicurezza derivante da un plafond
culturale che aveva prodotto le più ardite sintesi filosofiche del Settecento, tutti i motivi di
Bouhours. Fissata la consueta omologia fra lingue e nazioni, fra lingue e caratteri dei popoli,
Rivarol riprende in uno schematico schizzo storico il tema secondo cui il francese poteva
rappresentare il latino dei tempi moderni, avendo esso fatto perno su circostanze sia interne
all'istituto linguistico, sia esterne, politiche, culturali, intellettuali, che ne sancivano l'indiscusso
primato. La apertura della dissertazione, l'orgogliosa fluidità delle assunzioni teoriche sono
perfettamente rappresentative dell'operazione rivaroliana:

Le temps semble être venu de dire le monde français, comme autrefois le mond romain; et la philosophie, lasse
de voir les hommes toujours divisés par les intérêts divers de la politique, se réjouit maintenant de les voir, d'un bout de
la terre à l'autre, se former en république sous la domination d'une même langue. Spectacle digne d'elle, que cet
uniforme et paisable empire des lettres qui s'étend sur la varieté des peuples, et qui, plus durable et plus fort que
l'empire des armes, s'accroît également des fruits de la paix et des ravages de la guerre.

La tradizionale tesi dell'ordre naturel, pure vistosamente contraddetta da insigni


rappresentanti della cultura elogiata dal Rivarol7, le virtù native di chiarezza e di eleganza proprie
della prosa francese, i motivi di prestigio derivanti dalle opere di uomini come il grande Voltaire, la
popolarità del teatro: sono altrettanti aspetti che contribuiscono a fare dell'idioma di Francia, a dire
del Rivarol, lo strumento idoneo dei tempi nuovi, quello che solo ha potuto dare concretezza al
sogno leibniziano di un linguaggio davvero universale.

6
Per Muratori v. supra, n. 2, e cfr. le numerose osservazioni circa la critica rivolta al Bouhours sparse nel fondamentale
saggio di Fubini [1933-1934, spec. 66-67]. Per Vico, che accenna al problema in una delle Correzioni, miglioramenti ed
aggiunte predisposte nel 1731 per una nuova edizione della Scienza nuova, cfr. Fubini [1940], che per primo
acutamente si accorse della rilevanza dei riferimenti vichiani. Vico aveva partecipato alla polemica letterario-nazionale
anche con alcuni paragrafi del saggio De nostri temporis studiorum ratione. Sempre il Fubini ha ricordato una citazione
del Bouhours nei Nouveaux essais leibniziani (§ 11 del secondo libro): ed è in effetti assai interessante osservare come
sia in Leibniz, sia in Vico il richiamo del Bouhours all'esprit e al diverso «ingegno» delle nazioni sia ricondotto, aldilà
dell'immediato motivo polemico nazionalistico, a più complesse ragioni filosofico-conoscitive.
7
Basti pensare a Condillac o a Diderot. Più complesso il caso di Du Marsais, sul quale cfr. Rosiello [1967, 146 ss.]. Il
problema della costruzione della frase, e dunque dell'alternativa, insieme stilistica e filosofica, fra ordine diretto e
inversioni, si era posto con vivacità anche in Italia. Si vedano in proposito l'ottimo Viscardi [1947], con ricchi
riferimenti al Martello, al Baretti, al Cesarotti ecc., Puppo [1957] e Vitale [1978, 218 ss.]. Un esempio di adesione
italiana alla teoria dell'ordine naturale è nell'opera di polemista e di scrittore di Giuseppe Baretti. Ecco quanto scrive
nella Risposta d'Aristarco ad Aristofilo («Frusta letteraria» del 1 aprile 1764): «Leggendo quindi gli autori della vostra
nazione [cioè della Francia] e que' d'Inghilterra, e notando il loro schietto e naturale modo d'esprimersi senza
trasposizioni e senza raggiri di frase, senza la minima leccatura dei periodi, mi parve bene di scrivere nella mia lingua
com'essi scrissero nella loro, sempre ridendomi di chi loda e raccomanda d'imitare lo stile del Boccaccio».

3
Interessante che, a costruire questa immagine ideale di un francese vocazionalmente
europeo, Rivarol invocasse l'ostilità del francese alle inversioni, argomento principe che poteva
essere adottato per battere in breccia la tesi della fedeltà di quella lingua all'ordine naturale del
pensiero; che vedesse come un limite la capacità di altre lingue, quali l'italiano e l'inglese, di
infilarsi «dans tous les moules que le texte leur présente», laddove il solo francese riusciva a
«spiegare veramente un autore»; che, infine, venisse a stabilire più o meno esplicitamente una
preferenza della sua lingua per la prosa, sentita come più fedele rappresentante del pensiero umano.

2. I lettori che abbiano fin qui seguito il nostro ragionamento non potranno non rilevare una
stretta pertinenza delle analisi condotte dal Leopardi a molti dei temi avanzati da parte francese
sull'onda di quella che è ben lecito chiamare la querelle linguistico-nazionale del diciottesimo
secolo. Non era difficile, per un intellettuale della preparazione di Leopardi, resecare i margini
propagandistici della tesi del primato e dell'universalità del francese. L'equazione frettolosamente
stabilita fra natura/genio della lingua e universalità a tutto vantaggio dell'idioma del Re Sole poteva
essere dal Leopardi smontata quanto al primo termine, mostrando la strage che cultura e lingua
francese avevan fatto delle proprie basi naturali e piuttosto distinguendo fra l'originaria naturalità
degli idiomi e l'estremo artificio di cui quella lingua era custode; quanto al secondo termine,
Leopardi non aveva difficoltà a riconoscere l'enorme diffusione del francese e la sua oggettiva
utilità sociale, ma immediatamente veniva a denunciare i limiti intrinseci al francese come lingua,
additava cioè i prezzi che quella lingua aveva dovuto pagare, sacrificando parti decisive di sé, per
imporsi come mezzo di comunicazione di facile presa a livello internazionale8.
Anche su sezioni più specifiche della polemica in atto Leopardi aveva potuto muovere
severe obiezioni. Per il suo spirito vichiano non era un problema contraddire financo l'amico e
maestro Giordani9 che gli proponeva di educarsi sulle prose antiche, sostenendo la necessaria,
naturale primarietà della poesia, proiezione archetipica dell'immaginazione umana: figuriamoci
quanto potesse prender sul serio la rivendicazione della supremazia francese grazie alla sua nativa
prosasticità. E quanto alle traduzioni, aveva buon gioco il letterato recanatese nel mostrare che
precisamente la capacità di scendere nelle più riposte pieghe di un testo, o insomma la estrema
manipolabilità e adattabilità di una lingua la rendeva utile alla traduzione: laddove, proprio al
contrario di quanto aveva sostenuto Rivarol, la mancanza di articolazione del francese, quella
«unicità» che per l'appunto lo rendeva universale, per altro verso lo negava completamente alle
esigenze del traduttore. Che sono, come si è visto ampiamente a proposito dei caratteri sistematici,

8
Dopo una breve adesione alla tesi che vedeva nella natura intrinseca della lingua francese i motivi della sua
universalità (adesione documentabile attraverso un pensiero del 12-14 settembre 1820), il Leopardi, già il 21 marzo
dell'anno successivo si trova a distinguere fra l'apparente naturalezza del periodare lineare e geometrico (di cui era
esempio il francese), e il diverso «andamento e struttura naturale e comune e universale del discorso» proprio del greco
antico. Da tali caratteristiche, direttamente intrecciate a una maggiore prossimità alla natura rispetto agli idiomi
moderni, ripeteva il greco, a dire del Leopardi, la sua capacità di diffondersi universalmente (il pensiero si preciserà poi
ulteriormente in Zib. 2112 ss.). In seguito il poeta giungerà a ridimensionare più radicalmente la tesi di partenza,
diversamente equilibrando il peso delle componenti intrinseche e di quelle estrinseche, politiche e culturali,
nell'affermazione di una lingua (antica e moderna) come universale. Resta comunque stabilito, già alla pagina 844 dello
Zibaldone, che l'equazione natura/universalità va rotta: «Che la forma e struttura di una lingua fosse così ragionevole,
così conforme alla stretta verità ed ordine delle cose, come lo può essere in qualche lingua moderna, non era possibile
fra gli antichi, dove regnava molto più l'immaginazione, che la secca e infelice ragione». Così, il francese potrà bensì
imporsi oggi come idioma universale, ma tale caratteristica non dipende da una sua presunta «naturalità», quanto,
proprio al contrario, dalla sua estrema razionalità, cioè dal suo totale abbandono delle strutture conoscitive tipiche della
natura.
9
Mi riferisco naturalmente alla lettera del 30 aprile 1817, in cui Leopardi, all'amico che gli consigliava di maturare il
suo stile anzitutto studiando i prosatori, rispondeva: «Solo mi pare che l'arte non debba affogare la natura e quell'andare
per gradi e voler prima essere buon prosatore e poi poeta, mi par che sia contro la natura la quale anzi prima ti fa poeta e
poi col raffreddarsi dell'età ti concede la maturità e la posatezza necessaria alla prosa. Non dona Ella niente a quella
mens divinior di Orazio?». Un'affermazione, quella leopardiana, che è stata sovente utilizzata per rappresentare, aldilà
della sua dichiarata propensione classicista, la più profonda vocazione «romantica» del poeta. Su questo tema v. ad
esempio (per non citare che due «classici») Sapegno [1948 e 1969] e Fubini [1952, spec. 85 ss.].

4
funzionali delle lingue, essenzialmente esigenze di riproduzione, in un dominio linguistico diverso,
di un equivalente (non di un semplice calco) del testo originale10.
Seppur Leopardi non citi mai Rivarol, e forse neppure lo abbia letto direttamente, non c'è
dubbio che le sue prese di posizione sui punti citati trovino un oggettivo referente nelle tesi del
saggista francese, largamente divulgate nella pubblicistica d'epoca. E a una resa di conti con la
cultura francese, oltre che con i più inclini, fra gli italiani, ad accettarne il magistero, si orienta in
quegli anni buona parte del nostro ceto intellettuale. Entrano in gioco, si sa, voci francamente
conservatrici se non retrive; non mancano tentazioni di processi sommari e di semplici recuperi di
un'italica «boria delle nazioni» per fare argine all'espansiva cultura transalpina, capace di resistere
anche alla crisi della rivoluzione nel suo progetto egemonico.
Tuttavia, l'essenziale del pensiero linguistico italiano, negli anni che corrono a cavallo della
Restaurazione, si impernia sul difficile dilemma di una lingua che, nel suo storico rimodellarsi, deve
cominciare a fare seriamente i conti col problema nazionale: ciò che significa, per alcuni,
un'immediata conversione fra cultura e politica; per altri, la definizione di un rapporto, quanto mai
problematico, fra l'eredità di un patrimonio di lettere e parole che è stato per secoli efficace mezzo
di identità nazionale dei colti, e l'esigenza di portare quel patrimonio all'altezza dei tempi,
restituendogli tenuta e capacità egemonica, anzitutto nel nostro paese11. Anche attraverso quella
polemica gli intellettuali italiani venivano in realtà facendo proprie le ragioni più interne del
progetto culturale francese, nel punto in cui si avviavano finalmente a stabilire uno stretto rapporto
fra tema linguistico, tema culturale, tema politico e nazionale. Attorno a questo obiettivo ruotano in
definitiva le tante proposte di riforma della lingua e dei modi di usarla in letteratura che vengono
avanzate negli anni di cui ci occupiamo. Leopardi è pienamente inserito in questo agone di
intelligenze che, ora più che mai, sembra arduo ridurre a un noioso serraglio di diatribe erudite.
Come ha osservato Giulio Bollati,

È uno spettacolo non privo di grandezza quello di uomini che si adoprano a creare una nuova lingua, avendo i
più dotati tra loro chiara coscienza che tale sarà la nazione, quale sarà la proposta linguistica (e il relativo modello
letterario) che finirà per prevalere. L'antica questione della lingua riemerge dagli ipogei accademici e qualsiasi
intervento in essa, o qualsiasi attività che interessi il suo ambito, si espone a una immediata verifica dei contenuti di
portata generale che vi sono implicati.

Non è un caso dunque neanche se

Il primo atto di questo dramma consisté nel ricupero e nel restauro del patrimonio linguistico-letterario della
tradizione [Bollati 1968, xi].

Fra i più dotati degli studiosi che scesero in campo sta evidentemente il Leopardi: sul quale
l'ostilità o meglio l'estraneità culturale mostrata rispetto al coevo movimento romantico e, anche
nelle nostre analisi, l'insistita presa di distanze rispetto al polo più avanzato della cultura borghese
contemporanea — la Francia —, potrebbero gettare (e spesso hanno gettato) un sospetto di
aristocratico sfasamento politico-culturale, se non addirittura di un ripiegare, certo attraverso un
percorso originalissimo d'arte e di poesia, verso arretrate posizioni di «sacerdozio» intellettuale12. Il
dubbio a nostro modo di vedere non ha ragion d'essere, come non hanno ragion d'essere le tesi che,

10
V. supra, cap. II, § 7.
11
A parte il paragrafo Discussioni sulla lingua nell'Ottocento miglioriniano [1960], si vedano per un orientamento
complessivo Fubini [1947, passim], Vitale (1978, 345-373 e ricchissime note], mentre sul senso propriamente politico
della questione della lingua e del nesso lingua-nazione insiste con ottimi argomenti De Mauro [1976, 1-12].
12
Ci spiace, a questo proposito, non poter convenire con la tesi famosa di un nostro caro e compianto maestro, Carlo
Salinari [1974], volta a contrapporre all'«intellettuale organico» Manzoni lo «sradicato» Leopardi, estraneo alla linea
marciante e progressiva della cultura borghese ottocentesca. Più sfumati e articolati gli interventi di Carpi [19781, cui ci
siamo in altro punto rifatti.

5
capovolgendo il ragionamento precedente, estremizzano in senso esistenzial-negativo il pensiero e
l'opera del Leopardi, facendone un precursore di dilemmi che appartengono esclusivamente al
secolo nostro.
Più cautamente, sembra a noi che la partecipazione del Leopardi al vasto processo di
ripensamento linguistico della questione nazionale escluda recisamente sia la possibilità che la sua
figura sia definibile in termini di «sradicamento» dalle concrete esigenze della storia e della cultura
italiana, sia quella, inversa ma equivalente, di una sua proiezione in forme aristocraticamente
agonistiche che finirebbero col bruciare la specificità e tutto sommato la singolare sintesi fra
innovazione e tradizione realizzata dalla sua ricerca. Ciò è altamente visibile proprio nel rapporto
col francese, nelle persuasioni storiche e teoriche sottese alla dura polemica di cui abbiamo in più
punti descritto gli episodi e le forme.

3. Se il Leopardi, vogliamo dire, fu per certi versi il più robusto demolitore delle basi
teoriche su cui poggiava la tesi del primato del francese, per altri, non meno importanti aspetti fu il
letterato italiano meglio disposto a intenderne le ragioni. L'affermazione può sorprendere, ma se si
pensa alla diagnosi impietosa che egli conduce dei motivi della crisi culturale italiana, alla lucidità
con cui individua nella cronica carenza di mezzi di aggregazione privati (la «conversazione»
sociale) e pubblici (la capitale, lo Stato unitario) il segreto scomodo della perdita di tensione civile e
politica dell'Italia odierna, nonché una indiretta spiegazione del declino del suo prestigio culturale
in Europa: se insomma si ripensano in tutta la loro portata i grandi pensieri del tardo 1823 e
soprattutto l'incompiuto Discorso sullo stato presente dei costumi degli italiani, si vede che l'analisi
leopardiana non si distacca di molto da quella che, con l'occhio all'Europa, proporranno in seguito
Cattaneo e Ascoli. Ma ciò significava appunto assumere in positivo tutte le ragioni della cultura e
della lingua francese: riconoscerle (in quanto segmenti di una modernità irreversibile di costumi,
idee, organizzazione sociale) come tratti caratteristici dei tempi nuovi; e semmai voleva dire porsi il
problema di come fronteggiare le conseguenze, che questo progresso comportava, sia nella qualità
del vivere umano, sia più particolarmente nei modi di produzione della letteratura. Soprattutto,
premeva al Leopardi tradurre in italiano l'esperienza di punta della cultura europea, utilizzando a
vantaggio delle lettere nazionali il buono e il nuovo portato dalla filosofia e dalla circolazione del
sapere tipica della società moderna, ma insieme facendo di ciò la base per una riqualifica
complessiva della cultura italiana, strumento e leva per una sua rinnovata presenza all'interno del
paese (un paese che ancora politicamente non esisteva) e anche all'interno del più vasto agone
culturale europeo.
L'antifrancesismo leopardiano, la sua partecipazione, sottolineata da Herczeg13, alla ventata
di nazionalismo linguistico che segna per tanti aspetti la letteratura del primo Ottocento hanno
dunque un inequivocabile significato politico: nel senso preciso in cui si può dire, con Gramsci, che
ha un sottofondo politico tutta la «questione della lingua», e cioè nella misura in cui si comprenda
che l'intervento di Leopardi in tanto risulta pertinente, in quanto elabora strumenti specifici per
l'operazione linguistico-culturale di un intellettuale che cerca di ridefinire storicamente la sua
identità, e in questa soltanto trova la sua giustificazione. La «tradizionalità» leopardiana sta in
primo luogo nella volontà di stringere il ragionamento, anche il più apparentemente distante da
interessi immediati, alla difficile condizione della lingua e della letteratura italiane: e nella
percezione che se una prospettiva avevano gli intellettuali del suo stampo per non perdere il treno

13
Herczeg [1964] collega infatti il Leopardi al «filone patriottico e nazionalistico» che alla fine del Settecento,
attraverso la società Sampaolina e la Filopatria, in Piemonte, aveva cercato di difendere l'italiano «di fronte alla
presunta snazionalizzazione dei decenni precedenti [ibidem, 327-328]. Il concetto nazionalistico del Leopardi, secondo
Herczeg, si alimenta alla sua identificazione fra lingua e popolo, all'attenzione rivolta alle origini «umili», volgari,
dell'italiano, nell'ottica «nazionale» applicata dal poeta anche allo studio delle letterature e delle lingue classiche
[ibidem, 333].

6
della storia, quella era di rimodellare profondamente entrambe, facendone vettori del proprio modo
di partecipare al problema nazionale.
C'è dunque in Leopardi tanta comprensione (pur nell'aspra polemica) del caso francese, e,
ben dentro l'amara consapevolezza di uno storico ritardo, c'è altresì tanta esperienza dell'inverso
caso italiano nella scelta, che il poeta compie prestissimo, della angolatura da cui intervenire nel
dibattito sulla lingua.
Questa scelta si impernia, come abbiamo già cominciato a vedere, e come ora dovremo
documentare più a fondo, nella nozione di modernità.

4. Che cosa il Leopardi intendesse con questo termine si può capire da un pensiero del 27
ottobre 1821:

Lo spirito, il costume della nazione francese è, fu, e sarà precisamente moderno rispetto a ciaschedun tempo
successivamente, e la nazione francese sarà (come oggi vediamo che è) sempre considerata come il tipo, l'esemplare, lo
specchio, il giudice, il termometro di tutto ciò ch'è moderno. La ragione si è che la nazione francese è la più socievole di
tutte, la sede della società, e non vive quasi che di società. Ora, lasciando stare che lo spirito umano non fa progressi
generali o nazionali se non per mezzo della società, e che dove la società è maggiore per ogni verso, quivi sono
maggiori i progressi del nostro spirito; e quella tal nazione si trova sempre, almeno qualche passo, più innanzi delle
altre, e quindi in istato più moderno; lasciando questo, osservo che la società e la civiltà tende essenzialmente e sempre
ad uniformare. (...) E così ogni novità di costumanze o di opinioni, ogni progresso dello spirito umano divien subito
comune ed universale in Francia, mercé della società che in un attimo equilibra fra loro, e diffonde, e uniforma, e
generalizza e pareggia il tutto. Ecco la ragione per cui la Francia dovette necessariamente rinunciare alla sua lingua e
parole antiche; per cui la sua lingua ebbe bisogno di una totale riforma ed innovazione; per cui essa è precisamente e
sotto ogni rapporto lingua moderna. Giacché la lingua non può non esser quello che è la nazione che la parla (Zib. 1999-
2002).

La Francia è dunque il simbolo vivo, non meno sociale che linguistico, di ciò che va inteso
come «modernità» dell'uomo. Aver precisato questo punto è importante, se ricordiamo che la
«triste» condizione del letterato italiano viene da Leopardi fissata, ancora nel 182714, per l'appunto
nella mancanza di una lingua moderna.
Sembra evidente che Leopardi dispone sul polo positivo di un'ideale bilancia di valutazione
alcuni aspetti essenziali dell'organizzazione francese della società: più precisamente, la fitta tela dei
rapporti sociali (insomma la «socievolezza» di quel paese) è a suo avviso strumento decisivo di
ogni progresso generale e nazionale, anzi lo è dei «maggiori progressi del nostro spirito». Ciò che,
come si è visto nel Discorso del '24, drammaticamente mancava all'Italia era appunto questa
condizione di scambio e interazione fra le varie parti della società, che per altro verso garantisce ora
il successo e la supremazia culturale della Francia. La società nella sua massima espansione ha
tuttavia degli aspetti negativi, su cui torneremo fra breve. Intanto si osservi come l'alta possibilità di
aggregazione culturale scarichi per il Leopardi notevoli effetti sulle forme della lingua e della
letteratura. Essi erano stati con grande chiarezza determinati in un pensiero, già da noi citato, volto
a spiegare le cause della universalità del francese. La «conformità» di quella lingua, «semplice,
diritta ec.», e dunque la sua adattabilità all'uso internazionale, nasceva anzitutto dalla sua
compattezza: scritto e parlato, diversamente che nell'Italia contemporanea al Leopardi tendono a
coincidere, scrittori e popolo si comprendono senza difficoltà, chiunque, in definitiva, può fare uso
di questa lingua, e lo stesso straniero che vi si trovi in contatto ne può diventare «padrone»:

Il letterato che l'ha apprenda per istruirsi, e per conoscere quella letteratura; il negoziante che l'ha appresa per
usi di mercatura; quegli che l'ha appresa senza studio, e per sola pratica o de' nazionali, o de' forestieri ec. ec. tutti sono
appresso a poco nello stesso grado, ed hanno gli stessi vantaggi. Questi effetti risultano dalla parità di linguaggio fra gli
scrittori e la nazione e risultano in maggiore o minor grado, in proporzione che la causa è maggiore o minore. In Francia
è grandissima, e non solo la detta parità di linguaggio, ma anche la effettiva popolarità e nazionalità degli scrittori e
della letteratura (Zib. 841).

14
V. cap. V, § 1.

7
In tale «parità» di linguaggio fra letterato e uomo comune si annidavano in realtà non pochi
problemi. Tuttavia il Leopardi è assai sensibile, per ragioni non solo linguistiche, ma generalmente
culturali, filosofiche, ai «vantaggi» che intanto possono derivarne. L'aggregazione degli spiriti e
delle volontà individuali ripetuta, entro condizioni «moderne», dalla nazione francese, gli faceva
infatti tornare in mente certi caratteri delle società antiche, dove poteva accadere che Omero si
ponesse, coi suoi poemi, quale rappresentante di un'intiera, seppur diversificata, società nazionale, o
che Erodoto narrasse al popolo, certo d'essere inteso, le sue storie. Del resto, un aspetto affascinante
del caso-Francia era, anche per il Leopardi, la grande rivoluzione, che aveva avuto, oltre a evidenti
meriti politici, il merito, come dire, antropologico, di ricondurre quel paese a un più equilibrato
rapporto con le componenti naturali (sentimenti nazionali, entusiasmo, illusioni ecc.)
precedentemente eclissate sotto l'egida della ragione15.
Non c'è dubbio, dunque, che il Leopardi ponesse, nel discutere la esperienza francese, il
problema di come agganciare la nostra cultura nazionale, e di conseguenza la sua struttura
linguistica, al destino di modernità che ormai segnava l'Europa. Il punto era come ottenere questo
obiettivo, e, anzitutto per un letterato, come mirarvi evitando talune conseguenze che quella
esperienza aveva fatto emergere con grande chiarezza.
A ben guardare, il nocciolo della posizione di Leopardi circa il francese sta già tutto in un
breve pensiero del 3 luglio 1820, dove il poeta scrive che la sua «riprensione» di quella lingua non
concerne la sua utilità, bensì la sua bellezza. Torna in questo passo proprio quella no ione di
«moderno» da cui siamo partiti:

E in genere si può dire che la tendenza dello spirito moderno è di ridurre tutto il mondo una nazione, e tutte le
nazioni una sola persona. Non c'è più vestito proprio di nessun popolo, e le mode in vece d'esser nazionali, sono
europee ec.: anche la lingua oramai divien tutt'una per la gran propagazione del francese, la qual io non riprendo in
quanto all'utile, ma bene in quanto al bello (Zib. 147).

Il tema è sempre quello, già visto altrove a proposito della necessaria «originalità» della
poesia, di come far sì che, nell'epoca della uniformazione delle culture e delle società, vengano
salvate le istanze specifiche di ogni cultura, d'ogni società, popolo o nazione: e, in questo quadro, di
quale spazio possa toccare al singolo individuo, al suo personale modo di esistere, pensare, sentire.
Anche per il Leopardi che scrive l'amara Palinodia al Capponi, non vi sono dubbi sull'importanza e
anzi la necessità del «progresso», nella misura in cui questo comporta più avanzate condizioni di
esistenza e di rapporto sociale. Il nodo della storia tuttavia non sarà positivamente sciolto, finché
non si troveranno i modi per fare sì che tale progresso non distrugga il fragile stelo dell'identità di
ciascuno, e quindi, in questo quadro, delle tradizioni popolari e nazionali, delle lingue, delle forme
poetiche.
La questione della lingua italiana sta tutta dentro questa contraddizione: e non si eleva,
secondo il Leopardi, al necessario livello teorico e operativo chi pretenda di risolverne i problemi
separando il dato linguistico dal dato «filosofico» più generale, posto con tanta forza nella famosa
lettera al Giordani del 13 luglio 1821. Qui, si ricorderà, Leopardi aveva additato l'urgenza del
compito di dare all'Italia una «lingua filosofica» «senza la quale io credo ch'ella non avrà mai
letteratura moderna sua propria, e non avendo letteratura moderna propria, non sarà mai nazione». Il
problema percorre da un capo all'altro la produzione del Leopardi negli anni che vanno dalle

15
Quest'idea, già presente in Leopardi fin dalla pagina 162 dello Zibaldone (10 luglio 1820), sfocia in un bel pensiero
del 6 gennaio 1822: «Perocché sebbene la nazion francese è la più civile del mondo, pure ella non conseguì questo
impero, se non in forza di una rivoluzione, che mettendo sul campo ogni sorta di passioni, e ravvivando ogni sorta
d'illusioni, ravvicinò la Francia alla natura, spinse indietro l'incivilimento (del che si lagnano infatti i bravi filosofi
monarchici), ritornò la Francia allo stato di nazione e di patria (che aveva perduto sotto i re), rese benché
momentaneamente più severi i loro dissolutissimi costumi, aprì la strada al merito, sviluppò il desiderio, l'onore, la
forza della virtù e dei sentimenti naturali» (Zib. 2334). Sull'importanza dell'esperienza della rivoluzione nell'ideologia
leopardiana, notoriamente importanti le pagine di Luporini [1947]. Fra i contributi più recenti, v. almeno Gazzola
Stacchini [1974, 87 ss.].

8
«canzoni civili» ai primi, non facili ma stimolanti, contatti con l'ambiente fiorentino del Vieusseux.
Al 1819 risale infatti il progetto di un trattato in più libri Della condizione presente delle lettere
italiane, che avrebbe dovuto contenere analisi Della presente letteratura italiana in genere e, subito
dopo, in ordine, della lingua, dello stile, della filosofia, della eloquenza, della poesia, delle scienze
(articolato, quest'ultimo libro, in tre grossi capitoli).
Entrambi i livelli della problematica leopardiana, quello «francese», della necessaria
popolarizzazione della lingua e della letteratura attraverso opportuni strumenti culturali e persino
editoriali, e quello «italiano» del rapporto fra modernità e tradizione, fra nazionalità e classicità,
sono presenti e stretti assieme in un nodo inestricabile:

Della condizione presente delle lettere italiane. Dovrebb'essere un'opera magistrale nazionale e riformatrice,
dove si paragonasse la letteratura italiana presente con quella delle altre nazioni, si mostrasse la necessità di libri
elementari filosofici metafisici ec., istruttivi, di educazione, per fanciulli ec., italiani e non tradotti, né scritti alla
straniera, si provasse il bisogno di render qui com'è già totalmente altrove, popolare la letteratura vera italiana, adattata
e cara alle donne, alle persone non letterate, la necessità di libri italiani dilettevoli ed utili per tutta la nazione, si
deplorasse la totale mancanza di libri nazionali in Italia a questi ultimi tempi, si esaminassero le principali opere
moderne italiane, si accennasse quello che manca loro, dove peccano, quello che hanno di buono, si notasse
l'andamento che ora ha preso la letteratura, verso il classico e l'antico, si stabilissero i limiti necessari a questo
andamento lodandolo però in generale, e mostrandolo necessario, ma inutile e dannoso senza l'unione della filosofia
colla letteratura, senza l'applicazione della maniera buona di scrivere ai soggetti importanti, nazionali, e del tempo,
senza l'armonia delle belle cose e delle belle parole, si esaminasse la lingua che conviene agli scrittori presenti, si
additassero i campi quasi intatti che sono loro proposti da percorrere, l'eloquenza italiana da crearsi, la lirica; la
commedia da rifabbricarsi, l'epica prosaica sul fare del Telemaco ec.16 .

Il riferimento alla Francia è trasparente (qui com'è già totalmente altrove), come lo è quello,
polemico, alla linea tradizionalistica della letteratura e della cultura italiana. Il centro del
ragionamento sta però nella inseparabilità delle due componenti. Non si dà opera «magistrale
nazionale e riformatrice» se non autenticamente italiana, scritta da italiani per gli italiani, e non
perciò meno intenzionata in senso «popolare». Non si dà poesia o prosa di ispirazione «classica» o
«antica» senza un fondamento nelle conclusioni della moderna filosofia, a rischio (altrimenti) di
rendere «inutile e dannoso» ogni tentativo. Non si dà opera «moderna», infine, senza
«l'applicazione della maniera buona di scrivere». Belle cose e belle parole formano insomma, per il
Leopardi, due aspetti distinti (ma solo metodologicamente) dello stesso problema: una lingua e una
letteratura che aspirino a essere strumenti «classici e insieme nazionali» devono di necessità
assumere su di sé, simultaneamente, entrambi gli aspetti, pena il venir meno dell'obiettivo culturale
cui si ambisce arrivare. Se si sacrifica il dato «italiano» a quello «francese», si diverrà forse
moderni, ma non si sarà più nazionali; se si tenta la strada opposta, ci si chiuderà al respiro della
storia, ci si metterà «consigliatamente» fuori dal registro alto del pensiero europeo.
A quest'ordine di riflessioni si collegano i grandi pensieri storico politico-linguistici del
settembre-novembre 1821 e dell'autunno 1823, di cui abbiamo già accennato nel capitolo
precedente. Qui il Leopardi porta alla massima chiarezza il tema della difficile, ma necessaria
modernizzazione della lingua italiana. Leopardi fa anzitutto proprio il concetto di «lingua illustre»,
riabilitato fra Sette e Ottocento dalla linea neotrissiniana Gravina-Perticari, e lo pone come
equivalente a quello di un linguaggio letterariamente elaborato, o se si preferisce, «formato» nella
sua indole dalla molteplice opera di raffinamento degli scrittori. Rispetto al forte afflato civile ed
educativo del '18-1917 (non smentito tuttavia, nella sostanza, nel periodo di cui ci occupiamo), l'ago
dell'attenzione pende più nettamente verso il livello maggiore del lavoro letterario, verso la grande
prosa e la grande poesia. Per l'appunto ai rappresentanti e cultori di entrambe tocca esperire la
drammatica separazione di quella lingua dai pensieri e dai contenuti della cultura moderna. La

16
Cito da TO, p. 368. La pagina leopardiana è stata ultimamente utilizzata,in specifico riferimento a questioni teorico-
linguistiche, da Lo Piparo [1982, 364 ss.].
17
Per un orientamento sull'ideologia «civile» del Leopardi di questi anni v. Binni [1969, 28-65], Biasucci [1961,
passim] e la chiara sintesi di Tartaro [1978].

9
lingua italiana ha, grazie al suo passato di straordinaria fioritura letteraria, «ogni sorta di pregi»: è
«ricchissima, vastissima, bellissima, potentissima», adattabile ai più diversi tipi di esercizio
espressivo, ma è «antica». Se per un verso la sua «varietà» la avvantaggia su «tutte le lingue
moderne», per altro la sua antichità la disloca inesorabilmente verso un polo di provincialismo e di
stagnazione.
Di qui dunque l'obiettivo di costruire una «lingua nazionale moderna» che saldi la nobiltà
della tradizione (cui occorre «riannodarsi») con la novità degli argomenti e delle problematiche. Il
punto è però la estrema difficoltà della operazione. «Qualunque letterato italiano degno di questo
nome» dovrebbe, afferma il Leopardi, mettersi nelle condizioni di «pensare originalmente, dir cose
proprie del tempo, dirle in modo proprio del tempo, e perfettamente adoperare la sua lingua» (Zib.
3327); ma quanti sono in grado di sintetizzare nella propria persona la straordinaria tecnica
letteraria che quest'obiettivo domanda, e insieme il succo del pensiero, della scienza
contemporanei?

Ella è cosa certa che la vera cognizione e padronanza di una lingua come l'italiana, domanda, per non dir
troppo, quasi una metà della vita, e dico di quella cognizione e padronanza ch'è indispensabile a chiunque debba
veramente ristorarla. Ma la scienza, la sapienza, lo studio dell'uomo, non domandano tutta la vita? e quella immensa
moltiplicità di cognizioni piccole e grandi, quella universalità che si richiede oggidì quasi generalmente a ogni uomo di
lettere, ma ch'è sommamente necessaria al filosofo; la cognizione ed uso e pratica di tante altre lingue antiche e
moderne e de' loro autori, letterature ec. domandano poca parte di tempo? (Zib. 3330-3331).

È una pagina quasi autobiografica: non nel senso di un immediato e in fin de' conti troppo
facile riferimento allo «studio matto e disperatissimo» che aveva rovinato la salute del giovanissimo
Giacomo, ma nel senso più complesso della definizione del profilo del nuovo intellettuale. Leopardi
mostra in questa osservazione quanto si dilungasse la sua ricerca da quella, anche la più
consapevole, dei letterati a lui coevi. L'immersione diciamo pure nativa in un mondo in cui
erudizione e nuove filosofie si son date singolarmente la mano, ha sviluppato nel poeta una
sensibilità straordinaria alla dimensione «universale» della cultura moderna: in cui non è lecito
innalzare barriere fra lettere e scienze, fra filosofia, filologia e storia, fra studio dell'uomo come
essere biologico e studio delle sue opere e della sua cultura.
Non c'è dubbio che Leopardi, pure vocato alla letteratura «amena» anziché all'«analisi»
tecnico-scientifica, si senta pienamente investito di questo compito insieme di formazione e di
autoformazione. L'insegnamento del Giordani, in fondo, aveva trovato anche da questo punto di
vista nel letterato recanatese un interlocutore come nessuno attento e in principio disponibile. Ma
Leopardi ha anche ben presente che quel compito era, nello stato attuale della cultura italiana, poco
meno che irraggiungibile. Nell'importante pensiero dell'1-2 settembre 1823, la coscienza
dell'asperità del cammino porta il Leopardi a esprimersi in senso decisamente pessimistico. Posta
l'inscindibilità della lingua dalla letteratura, trovare chi sappia tenere in mano assieme i due fili del
problema appare pressoché impossibile: sicché ci si dovrà forse contentare che una letteratura
nuova si affermi, in Italia, non sulla radice della sua ineguagliabile lingua antica, ma sull'esempio
degli stranieri. Certo, la legge dell'assuefazione farà sì che anch'essa poco a poco assuma «forme
nazionali», fondendosi con la cultura e i costumi del nostro paese, quali saranno nel momento in cui
il processo in questione si compirà. Ma resteremo pur sempre un bel passo indietro rispetto
all'obiettivo di partenza.
Con queste considerazioni il Leopardi si avvia al nodo del suo ragionamento, che mette in
causa con inaudita profondità il tema dello stallo intervenuto nella cultura e nella lingua italiana, ma
prima e più ancora nella vita civile e nazionale, negli ultimi tre secoli, È, in fondo, il tarlo lievitante
nel suo pensiero fin dalla lontana lettera al Montani del '19, che qui torna a intersecare in più stretti
termini tecnici la crisi della produzione letteraria.

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Al quale immenso travaglio ed alla continua difficoltà di scrivere e perfettamente scrivere in una tal lingua,
ancor dopo appresa, formata e posseduta, è quasi impossibile trovare un pensatore originale, un gran filosofo, un uomo
di genio e di grande immaginazione, che si assoggetti; o che assoggettandocisi, si conservi in se stesso e nei suoi scritti,
pensatore, filosofo originale; senza di che sarebbe inutile l'esservisi assoggettato.

Risulteranno dunque «inutili allo scopo di dare all'Italia lingua e letteratura moderna
propria» sia «coloro che si sforzano di scrivere in buono italiano», ma dai quali «è rimota ogni sorta
di pensiero»; sia «coloro che tra noi pur pensano qualche cosa (ben pochi e poco) o che da' paesi di
fuori recano a noi qualche pensiero ec. i quali tutti non iscrivono in italiano ma barbaro».
È un giudizio di estrema consequenziarietà, che definisce la posizione del Leopardi sia
rispetto a quel filone di pensiero che, variamente articolato dal Gozzi al Cesari ai fiorentinisti
esageratamente privilegiava la fedeltà alla lingua sulla novità delle idee; sia rispetto a tutta la
cultura illuministica e romantica (dai Verri ai Cesarotti ai Montani e ai Vieusseux) che, per
contribuire alla diffusione in Italia di moderni pensieri, avevano finito col trascurare e col mettere in
second'ordine il patrinionio della lingua. Sono del resto ben noti i passi in cui Leopardi prende le
distanze da uomini e studiosi, come gli ultimi citati, che pure ben più dei precedenti dovevano
apparirgli vicini alla sua formazione teorico-filosofica e alle sue persuasioni di fondo18.
Si osservi però che Leopardi, della cui fedeltà italianistica non è davvero lecito dubitare, a
tal punto ritiene decisiva l'affermazione della cultura e della filosofia moderna, che se in ultima
istanza si fosse trattato di scegliere fra i due settori intellettuali citati, avrebbe propeso per quello
impegnato sulle cose piuttosto che sulle parole:

E questa separazione e distinzione di gente che scrive in italiano (vero o preteso), e gente che pensa, stimo per
le suddette ragioni, che sia sempre per durare in Italia; mentre questi non prevagliano a quelli, formando finalmente
appoco appoco un nuovo italiano illustre e rendendolo universale tra noi in vece dell'antico. Dal che siamo ancora ben
lontani, massime oggidì, che il numero e il valore di quelle ombre di filosofi che ha veduto fin qui l'Italia, va pur sempre
notabilissimamente scemando; e sempre per lo contrario crescendo, non il valore, ma il numero di quelli che pretendono
e aspirano a scrivere il buon italiano; onde l'Italia è quasi tutta rivolta di nuovo alla sua antica lingua, e di pensieri
oramai nulla più pensa né cura né richiede; propriamente nulla (Zib. 3335-3336, corsivo nostro).

È la premessa alla rinnovata denuncia della «interruzione» degli studi e al ristagno della vita
culturale successiva al Rinascimento, cui si accompagna un'aspra polemica (di ascendenza
muratoriana, ma che i romantici avrebbero certo condiviso) sulla nocività del culto del latino in
epoca moderna:

Mala cosa per certo si è l'interruzione degli studi, dovunque ella accade, sì per mille altri danni, sì perché colla
letteratura essa antiqua la lingua illustre.
E molto nocque una tale ostinazione [nel latino] al progresso de' lumi e della coltura e alla formazione dello
spirito nazionale e moderno. Il quale non si sarebbe mai formato se non fossero state formate e stabilite le lingue
moderne in vece della latina (Zib. 3336-3337).

La percezione di quanto sia difficile costruire in Italia una lingua nazionale moderna, come è
risaputo, non impedirà al Leopardi di dedicare tutte le sue energie al tentativo: ché non si spiega
nulla dell'opera sua maggiore, dalle prime canzoni civili ai grandi idilli pisano-recanatesi, alla
Ginestra, all'ardua prosa delle Operette morali, se non sullo sfondo di uno sforzo eccezionale di
saldare la grande esperienza della lingua italiana conseguita attraverso ben più del giordaniano
«decennio» di studi, con la «profonda» filosofia dell'illuminismo e del materialismo settecenteschi.
L'asse problematico della modernizzazione della lingua e della cultura, si collegava così in
Leopardi al più complessivo tema della ripresa di tono civile e nazionale dell'Italia. La fitta messe di
pensieri dedicati alla mancanza in Italia di ogni vita e spirito di nazione, l'insistenza, sbocciata a
18
Si v. ad esempio un sapido giudizio sul Cesarotti alla pagina 2518 dello Zibaldone: grazie all'eterno relativismo del
gusto, potrà un giorno accadere che questa nostra «barbara lingua» svilita dalla trascuranza e dal poco studio, «si
stimerà elegante», e ... «forse il Cesarotti ec. passerà per modello d'eleganza di lingua»! Per l'estraneità del Leopardi
alla cultura espressa dal Vieusseux e dai suoi sodali, si rimanda al complesso dibattito Timpanaro-Carpi.

11
nuova vita nello Zibaldone dopo un accenno risalente al 181519, che solo tornando a essere nazione
l'Italia avrebbe riacquistato energia civile, politica, militare, ma anche morale e intellettuale, la
denuncia coraggiosa di una classe dirigente incapace di elaborare cultura e di funzionare come
impulso per l'intiero paese: tutto ciò sta dietro e dentro la tormentata analisi del problema
linguistico. Era il modo leopardiano di prender parte, per tornare alla immagine di Bollati, allo
«spettacolo» messo in scena dai cavalieri delle lettere, nel primo ventennio dell'Ottocento, con la
coscienza che, nella filigrana delle parole e persino nel modo in cui si sarebbe andati a rovistare in
biblioteche polverose, si decideva qualcosa del futuro civile dell'Italia.

19
Penso alla orazione Agl'italiani in occasione della liberazione del Piceno, dove, all'interno dell'aspra polemica
antimurattiana, si fanno però strada idee destinate a un fecondo sviluppo in direzione anticonservatrice e
antilegittimista: «Non lo dissimuliamo. La nostra nazione riunita tutta sotto un sol capo sarebbe formidabile ai suoi
nemici; un popolo, come il nostro generoso e nobile, colle immense risorse somministrate dal suo territorio e dalle sue
facoltà intellettuali, potrebbe concepire dei vasti disegni ed ottenere dei grandi successi. Egli fu un tempo signore
dell'universo, potrebbe ora gettar dell'ombra su tutte le nazioni» (TO, p. 872). Meriterebbe anche alla luce del problema
linguistico uno studio approfondito il «nazionalismo» leopardiano, che, come si sa, si farà sentire vibratamente ancora
quasi all'estremo della vita del poeta, nel primo canto dei Paralipomeni.

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