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ESERCITAZIONE DI PARAFRASI.

Nella colonna di destra si riporta il testo poetico, in quella di sinistra un esempio di parafrasi.

1) F. PETRARCA, Rerum vulgarium fragmenta, XLV

Il mio adversario in cui veder solete Lo specchio (il mio adversario), che è mio nemico,
gli occhi vostri ch’Amore e ’l ciel honora, in cui siete solita guardare i vostri occhi, quegli
colle non sue bellezze v’innamora occhi che Amore e il cielo riveriscono (honora),
più che ’n guisa mortal soavi et liete. vi fa innamorare mostrandovi le vostre stesse
bellezze, dolci e gioiose oltre ogni cosa mortale.

Per consiglio di lui, donna, m’avete Ascoltando i consigli dello specchio (di lui), o
scacciato del mio dolce albergo fora: mia signora, mi avete allontanato dal vostro
misero exilio, avegna ch’i’ non fôra cuore, che era la mia dolce dimora (albergo):
d’abitar degno ove voi sola siete. triste esilio il mio, sebbene io non sia degno di
abitare là dove solo voi ne siete degna.

Ma s’io v’era con saldi chiovi fisso, Ma se io fossi stato piantato saldamente (con
non devea specchio farvi per mio danno, saldi chiovi fisso) nel vostro cuore, lo specchio,
a voi stessa piacendo, aspra et superba. facendovi innamorare di voi stessa, non vi
avrebbe dovuto rendere reso verso di me dura
(aspra) e superba.

Certo, se vi rimebra di Narcisso, Sicuramente, se vi ricordate di Narciso, saprete


questo et quel corso ad un termino vanno, che il vostro comportamento e il suo
benché di sì bel fior sia indegna l’erba. conducono entrambi alla morte (termino),
sebbene l’erba non sia degna di un fiore così
bello come voi.

2) T. TASSO, Rime

Secco è l’arbor gentile L’alloro, quella nobile (gentile) pianta, che non
che mai le fronde e ’l verde perde le sue fronde in inverno, né teme il colpo
o per gielo o per fulmine non perde. del fulmine, ora si è seccato.
O mutata è la legge Dunque, o la legge della natura è cambiata, e il
de la natura, e ’l sole, sole non ha il potere vivificante di un tempo, o
men pò di quel che sole, è Amore a governare i cieli (le stelle) e la terra, e
o sol le stelle Amore e ’l mondo regge, con le sue frecce d’oro e di piombo o compie
e col piombo e con l’oro nuovi miracoli, o si vendica nuovamente
miracoli rinova, dell’offesa di un tempo, contro l’alloro amato
e fa vendetta nova da Apollo.
d’antico oltraggio ne l’amato alloro. Ma se in Primavera (nel lieto aprile) non torna a
Ma se nel lieto aprile germogliare sul mio capo (crin) la corona di
rinverdir al mio crin non dee corona, alloro, si prosciughi anche il fiume Permesso sul
secchesi ancor Permesso in Helicona. monte Elicona.
FRANCESCO PETRARCA , Rerum vulgarium fragmenta 250

Solea lontana in sonno consolarme


con quella dolce angelica sua vista
madonna; or mi spaventa e mi contrista,
né di duol né di tema posso aitarme:

ché spesso nel suo volto veder parme


vera pietà con grave dolor mista,
et udir cose onde il cor fede acquista
che di gioia et di speme si disarme.

“Non ti soven di quella ultima sera


— dice ella — ch’i’ lasciai gli occhi tuoi molli
et sforzata dal tempo me n’andai?

I’ non tel potei dir, allor, né volli;


or tel dico per cosa experta et vera:
non sperar di vedermi in terra mai”.

Parafrasi
Un tempo la mia donna (madonna) era solita, quando mi era lontana, apparirmi in sogno e recarmi
conforto con il suo aspetto dolce e angelico; ora, quando mi appare in sogno mi provoca angoscia
e mi abbatte, né posso difendermi dal dolore e dalla paura (tema): poiché sovente mi sembra di
scorgere sul suo viso compassione mista a profondo dolore, e mi sembra di ascoltare notizie
(cose) tali per le quali il cuore si convince (fede acquista) ad abbandonare per sempre gioia e
speranze.
“Non ti ricordi di quell’ultima sera” mi dice la mia donna, Laura, in sogno “in cui mi sottrassi ai tuoi
occhi bagnati (molli) di pianto e costretta dal tempo che passava me ne andai? Allora non potevo
né volevo dirtelo; adesso te lo affermo come cosa certa e riprovata, non aspettarti di rivedermi mai
più viva sulla terra”.
FRANCESCO PETRARCA, Rerum vulgarium fragmenta 339

Conobbi, quanto il ciel li occhi m’aperse,


quanto studio et Amor m’alzaron l’ali,
cose nove et leggiadre, ma mortali,
che ’n un soggetto ogni stella cosperse:

l’altre tante sì strane et sì diverse


forme altere, celesti et immortali,
perché non furo a l’intellecto eguali,
la mia debile vista non sofferse.

Onde quant’io di lei parlai né scrissi,


ch’or per lodi anzi a Dio preghi mi rende,
fu breve stilla d’infiniti abissi:

ché stilo oltra l’ingegno non si stende;


et per aver uom li occhi nel sol fissi,
tanto si vede men quanto più splende.

Parafrasi
Scoprii, per quanto mi fu concesso dal cielo e per quanto l’applicazione e Amore mi consentirono
di innalzarmi al di sopra di me stesso, cose mai viste e piene di grazia, sebbene mortali, che le
stelle dispensarono a un’unica persona (soggetto), colei che amai: la mia vista inferma non fu in
grado di scorgere (non sofferse) le altre sue bellezze (forme) sublimi, quelle divine e immortali,
così eccezionali (strane) e inconsuete (diverse), poiché erano superiori alle mie capacità
intellettive.
Pertanto tutto ciò che scrissi di lei, quelle lodi che, ora che la mia donna è in paradiso, mi
restituisce sotto forma di preghiere per me a Dio, fu solo una piccola goccia rispetto alla sua
bellezza infinita: dato che la penna (stilo) non può sopravanzare le facoltà intellettive e dato che,
per quanto la vista umana si concentri nel sole, più questo risplende più la vista ne rimane
abbagliata.
MATTEO MARIA BOIARDO, Orlando Innamorato (Libro III, canto V, 38-43)

38 Non avea tratto Bradamante un fiato, 41 Nel trar de l’elmo si sciolse la treccia,
Mentre che ragionava a lei Rugiero, Che era de color d’oro allo splendore.
E mille volte lo avea riguardato Avea il suo viso una delicateccia
Giù dalle staffe fin suso al cimero; Mescolata di ardire e de vigore;
E tanto gli parea bene intagliato, E’ labri, il naso, e’ cigli e ogni fateccia
Che ad altra cosa non avea il pensiero: Parean depenti per la man de Amore,
Ma disiava più vederli il viso Ma gli occhi aveano un dolce tanto vivo,
Che di vedere aperto il paradiso. Che dir non pôssi, ed io non lo descrivo.

39 E stando così tacita e sospesa, 42 Ne lo apparir dello angelico aspetto


Rugier sogionse a lei: — Franco barone, Rugier rimase vinto e sbigotito,
Volentier saprebbi io, se non ti pesa, E sentissi tremare il core in petto,
Il nome tuo e la tua nazione. — Parendo a lui di foco esser ferito.
E la donzella, che è d’amore accesa, Non sa pur che si fare il giovanetto:
Rispose ad esso con questo sermone: Non era apena di parlare ardito.
— Così vedestù il cor, che tu non vedi, Con l’elmo in testa non l’avea temuta,
Come io ti mostrarò quel che mi chiedi. Smarito è mo che in faccia l’ha veduta.

40 Di Chiaramonte nacqui e di Mongrana. 43 Essa poi cominciò: — Deh bel segnore!


Non so se sai di tal gesta niente, Piacciavi compiacermi solo in questo,
Ma di Ranaldo la fama soprana Se a dama alcuna mai portasti amore,
Potrebbe essere agionta a vostra gente. Ch’io veda il vostro viso manifesto. —
A quel Ranaldo son sôra germana; Così parlando odirno un gran rumore;
E perché tu mi creda veramente, Disse Rugiero: — Ah Dio! Che serà questo?
Mostrarotti la faccia manifesta —; —
E così lo elmo a sé trasse di testa. Presto se volta e vede gente armata,
Che vien correndo a lor per quella strata.
Esempio di possibile parafrasi:
38 Bradamante non aveva fiatato, rapita dalle parole che Ruggiero le aveva rivolto, e lo aveva
guardato e contemplato dal basso in alto, dalle staffe fino al pennacchio dell’elmo; e le appariva
così ben ornato e bello, che non pensava ad altro all’infuori di lui; anzi, desiderava vedergli il volto
più di vedersi spalancare il paradiso.
39 Mentre la guerriera stava trepidante in silenzio, Ruggiero le disse: «Nobile signore, se non ti
spiace, vorrei sapere il tuo nome e la tua origine». E la giovane, infiammata d’amore, gli rispose
con queste parole: «Magari tu potessi vedere il mio cuore, che tu non puoi vedere, con la stessa
chiarezza con cui ti rivelerò ciò che mi chiedi!
40 Nacqui dalla famiglia di Chiaramonte e di Mongrana. Non so se conosci nessuna impresa di
questa stirpe, ma la grande fama di Ranaldo dovrebbe essere arrivata ai vostri popoli. Di quel
Ranaldo sono sorella di sangue; e ti scoprirò il mio viso perché tu mi creda con certezza»; e così si
tolse l’elmo dalla testa.
41 Togliendosi l’elmo, si sciolse la treccia di capelli che erano lucenti, del colore dell’oro. Il suo
volto possedeva una delicatezza temperata dall’ardire e dalla gagliardia; le labbra, il naso, le ciglia
e ogni fattezza sembravano dipinti dalla mano di Amore, ma gli occhi erano dotati di una dolcezza
così intensa che non la si può esprimere a parole, e perciò non la descrivo.
42 All’apparire del volto celestiale Ruggiero restò sopraffatto e confuso, e si sentì il cuore
vacillare nel petto, quasi fosse stato colpito da una freccia infuocata. Il giovane non sa tuttavia che
cosa fare: non osava quasi proferire parola. Non l’aveva temuta quando quella indossava l’elmo,
ora, dopo averla vista in faccia, è stordito.
43 Quella poi gli disse: «Orsù, gentile cavaliere! se mai avete nutrito amore per una donna, vi sia
gradito esaudire questo solo mio desiderio, che cioè io possa guardare il vostro volto scoperto».
Mentre parlavano così, sentirono un frastuono; Ruggiero disse: «Oh! che cosa sarà questo?»; si
gira in fretta e scorge alcuni cavalieri che corrono al galoppo verso di loro per quella via.
LUDOVICO ARIOSTO, Orlando Furioso (Canto XXIX, 43-50)

43 In questo tempo una gentil donzella, 47 Orlando, che l’ingegno avea sommerso,
per passar sovra il ponte, al fiume arriva, io non so dove, e sol la forza usava,
leggiadramente ornata e in viso bella, l’estrema forza a cui per l’universo
e nei sembianti accortamente schiva. nessuno o raro paragon si dava,
Era (se vi ricorda, Signor) quella cader del ponte si lasciò riverso
che per ogni altra via cercando giva col pagano abbracciato come stava.
di Brandimarte, il suo amator, vestigi, Cadon nel fiume e vanno al fondo insieme:
fuor che, dove era, dentro da Parigi. ne salta in aria l’onda, e il lito geme.

44 Ne l’arrivar di Fiordiligi al ponte 48 L’acqua gli fece distaccare in fretta.


(che così la donzella nomata era), Orlando è nudo, e nuota com’un pesce:
Orlando s’attaccò con Rodomonte di qua le braccia, e di là i piedi getta,
che lo volea gittar ne la riviera. e viene a proda; e come di fuor esce,
La donna, ch’avea pratica del conte, correndo va, né per mirare aspetta,
subito n’ebbe conoscenza vera: se in biasmo o in loda questo gli riesce.
e restò d’alta maraviglia piena, Ma il pagan, che da l’arme era impedito,
de la follia che così nudo il mena. tornò più tardo e con più affanno al lito.

45 Fermasi a riguardar che fine avere 49 Sicuramente Fiordiligi intanto


debba il furor dei duo tanti possenti. avea passato il ponte e la riviera;
Per far del ponte l’un l’altro cadere e guardato il sepolcro in ogni canto,
a por tutta lor forza sono intenti. se del suo Brandimarte insegna v’era,
— Come è ch’un pazzo debba sì valere? — poi che né l’arme sue vede né il manto,
seco il fiero pagan dice tra’ denti; di ritrovarlo in altra parte spera.
e qua e là si volge e si raggira, Ma ritorniamo a ragionar del conte,
pieno di sdegno e di superbia e d’ira. che lascia a dietro e torre e fiume e ponte.

46 Con l’una e l’altra man va ricercando 50 Pazzia sarà, se le pazzie d’Orlando


far nuova presa, ove il suo meglio vede; prometto raccontarvi ad una ad una;
or tra le gambe, or fuor gli pone, quando che tante e tante fur, ch’io non so quando
con arte il destro, e quando il manco piede. finir: ma ve n’andrò scegliendo alcuna
Simiglia Rodomonte intorno a Orlando solenne et atta da narrar cantando,
lo stolido orso che sveller si crede e ch’all’istoria mi parrà oportuna;
l’arbor onde è caduto; e come n’abbia né quella tacerò miraculosa,
quello ogni colpa, odio gli porta e rabbia. che fu nei Pirenei sopra Tolosa.
Esempio di possibile parafrasi:
43 In questo momento per oltrepassare il ponte arriva al fiume una nobile fanciulla, ornata con
eleganza e di bell’aspetto, saggia e riservata nel contegno. Se vi ricordate, o signore, era colei che
andava alla ricerca di segni del passaggio di Brandimarte, il suo innamorato, per ogni altra
contrada tranne che nella città di Parigi (dove in realtà egli si trovava).
44 Quando Fiordiligi (questo era il nome della dama) arrivò al ponte, Orlando si scontrò con
Rodomonte che voleva farlo cadere nel fiume. La giovane, che aveva familiarità col conte, lo
riconobbe subito con certezza e rimase profondamente stupita della pazzia che lo faceva andare
così, tutto nudo.
45 Si ferma per osservare quale esito possa avere la furia violenta dei due guerrieri tanto forti:
entrambi impegnano tutte le loro energie per far cadere dal ponte l’avversario. “Com’è possibile
che un pazzo sia così forte?” il feroce pagano dice tra sé, e si piega e si gira da una parte e
dall’altra, pieno di stizza, arroganza e collera.
46 Con l’una e con l’altra mano cerca ripetutamente di afferrarlo nel punto più favorevole per sé;
con astuzia ora gli mette tra le gambe il piede destro ora lo pone fuori e ora si serve del sinistro,
cercando di fare lo sgambetto all’avversario. Rodomonte intorno ad Orlando assomiglia all’orso
stupido che si propone di sradicare l’albero da cui è caduto e nutre nei confronti della pianta odio e
ira, quasi che essa sia colpevole della sua caduta.
47 Orlando, che aveva il senno smarrito chissà dove e usava solo la propria forza, quella
immensa forza senza paragone o quasi nel mondo intero, si lasciò cadere riverso dal ponte, così
com’era, avvinghiato a Rodomonte. Cadono nel fiume e toccano il fondo insieme: per questo tuffo
le onde si sollevano e la riva risuona fragorosa.
48 L’acqua li separò alla svelta. Orlando è nudo e nuota agilmente come un pesce:
muove di qua le braccia e di là le gambe, e raggiunge la riva e, non appena uscito dalle
acque, parte di corsa senza aspettare di rendersi conto se questo comportamento gli
procuri biasimo o lode. L’infedele invece, che era impacciato dall’armatura, tornò a riva
più lentamente e con maggiore difficoltà.
49 Nel frattempo Fiordiligi senza alcun pericolo aveva attraversato il ponte e il fiume e, dopo aver
osservato ogni angolo del sepolcro per vedere se c’era da qualche parte lo stemma dell’amato
Brandimarte, spera di ritrovarlo altrove non scorgendo là né le sue armi né la sua sopravveste.
Torniamo invece a parlare di Orlando che si lascia alle spalle torre, fiume e ponte.
50 Sarebbe una follia se io promettessi di narrarvi una per una tutte le follie di Orlando, perché
furono così numerose che io non so quando finirei di raccontarvele; tuttavia ve ne sceglierò alcune,
memorabili e adatte al mio canto poetico e che mi sembreranno utili al racconto; e non ometterò
l’impresa prodigiosa compiuta sui Pirenei che sovrastano Tolosa.