Sei sulla pagina 1di 11

Caterina Bernocco

1. Immagina il carattere del pezzo

Io penso che ognuno dovrebbe spendere molto tempo prima di prendere lo strumento nell’immaginare
ogni frase, ogni nota. Sembra semplice ma in realtà la maggior parte delle persone si approccia ad un nuovo
lavoro suonando e solo dopo cercando di migliorarlo.

È un grande lavoro mentale: immaginare un suono ideale e poi provare, esercitandosi, a farlo più uguale
possibile all’idea. E inoltre provare ad essere molto precisi nell’immaginazione così che questo ci permetta
di essere più forti delle nostre debolezze sullo strumento.

2. Studio lento

Io sono assolutamente fanatica su questo: esaminare il proprio suono come al microscopio. A volte io faccio
un gioco con i miei studenti: io dico: “io ho sentito qualcosa che voi non avete sentito”, e loro devono
capire a cosa mi riferisco. Lo studio lento non è facile. C’è bisogno di molta pazienza e può essere frustrante
pensare di non stare andando avanti. Ma ogni piccolo dettaglio che tu noti ti sarà poi utile nei prossimi dieci
pezzi che suonerai. E quando una volta andrai più veloce quello che fai sarà migliore di prima dell’80%.

3. Pensare al contesto

È importante iniziare sempre guardando la dinamica massima del pezzo che stai suonando e immaginare
l’espressione all’interno di una grande immagine, non buttandosi subito con il tuo grande vibrato. Finisce
che ogni cosa suonerà uguale.

Mi piace dare una facile regola ai miei allievi: una battuta corrisponde ad un’arcata. Questo ti permette di
vedere i dettagli ritmici in un contesto più ampio e quindi organizzare la distribuzione dell’arco in accordo
con questo.

4. impostare il metronomo in modo che il battito sia un punto di arrivo (beat più largo)

È un esercizio che ho preso da Hindemith. Non è facile suonare se il metronomo non ti scandisce ogni
movimento, ma ti allena ad essere più reattivo. Ti aiuta ad essere più forte nel battito reale e pone la tua
attenzione sul battito debole che noi a volte trattiamo maldestramente.

5. Risparmiare energie

Ciò a cui dobbiamo puntare, qualunque sia il carattere del pezzo, è utilizzare il minor sforzo per il massimo
risultato. Anche se stai facendo un lavoro con il massimo del suono, devi spendere il minimo delle tue
energie per ottenerlo. E questo significa anticipare sempre quello che viene in ordine, eliminando i
movimenti inutili In altre parole usare l’impulso delle battute precedenti.

Diciamo che l’inizio della frase è alla punta dell’arco e la fine al tallone. Se unisci questo ad un movimento
rotondo troverai più facilità che nel fermarti e ricominciare con una nuova energia. Assumendo fluidità in
questo potrà risultarti più facile e senza tensioni. Questo va aggiunto allo studio lento.

6. Tieni aperte le opzioni

Per quanto riguarda le diteggiature e le arcate, consiglio di provarne il più possibile e deciderle solo alla fine
dello studio. Non scrivere immediatamente le arcate, immagina la frase. Immagina di suonare su un altro
strumento. Canta. E quando l’hai fatto suona, prova prima nel modo in cui ti senti più naturale e solo dopo
rendilo più complicato.

Quando io imparo una cosa per la prima volta faccio una fotocopia della mia parte e uso quella per scrivere
diteggiature e arcate. Quando poi la suono un’altra volta rinizio da una parte nuova e cerco nuove
soluzioni. È più divertente che fare le stesse cose ogni volta. Perché fare le cose facili? Sono complicate. E
se noi parliamo di fare grandi pezzi probabilmente la soluzione più facile non è la migliore.

Questi sono sei consigli sul metodo di studio che Tabea Zimmermann ha condiviso nella sua intervista per la
Berlioz CD. Trovo che siano molto interessanti e davvero utili. Ma ciò che secondo me li rende davvero un
ottimo strumento per noi è il fatto che siano così schematici e chiari ma allo stesso tempo pieni di possibili
riflessioni. Sono applicabili ad ogni strumento e, in un certo senso, ad ogni materia anche teorica. Ma
soprattutto aiutano a riordinare le idee in caso di smarrimento!

Sono convinta che la ricerca di un buon metodo di studio, efficace e non frustrante, non sia semplice e
tanto meno immediata. O meglio, forse lo è per chi ha un forte senso di responsabilità/obbligo nei
confronti del proprio studio o per chi ha avuto un insegnante che fin dall’infanzia gliene ha trasmesso uno
che, per una casualità molto fortunata, ha funzionato bene sull’allievo. Per quanto mi riguarda non credo
di avere nessuna di queste due caratteristiche ma so di essere su una strada di ricerca. Non è immediato e
nemmeno così divertente, è davvero snervante cercare di studiare con la coscienza di non sentirsi
appartenere un metodo produttivo. Dopo diversi anni di studio su vari strumenti e trovando sempre questo
ostacolo alla fine di quest’anno in particolare, sono giunta alla conclusione che probabilmente ci vuole un
buon metodo proprio nel cercarne uno. Per costruirne uno buono, il modo è sperimentare il più possibile
approcci diversi allo strumento. Personalmente me lo pongo come percorso da adesso in poi.

Nella pratica questo vuol dire:

1. Trovare una costanza nella quale in ogni sessione di studio si analizza e si provano metodi risolutivi
alle difficoltà e in generale alla realizzazione musicale ed espressiva del brano.
Trovare lo spazio temporale e fare di tutto per mantenerlo è fondamentaale. Non è sempre scontato
perché anche quando ci sembra di avere il tempo giusto per fare tutto quasi sicuramente capiteranno mille
altri imprevisti. Dobbiamo esigerlo, in primis da noi stessi. Abbiamo il diritto ed, essendo al momento
all’interno di una scuola, anche il dovere di avere un tempo per studiare che sia un tempo variabile ma con
una media di due o tre ore al giorno, in un ambiente conciliante per lo studio, pulito, ordinato e luminoso,
senza distrazioni ed interruzioni dietro l’angolo pronte ad assalirci. Quando parlo di interruzioni mi riferisco
anche ad agenti esterni ma la concentrazione e la continuità senza interruzione dipende poi interamente da
noi. Nella pratica questo lo facciamo eliminando ogni marchingegno elettronico che ci attira con le lucine
infernali e ci porta a passare poi ore a rispondere a messaggi, ad aggiornarsi sui social mentre la nostra
testa va completamente il tilt perché continua a trovare la scusa della pausa mentre la viola è sulla custodia
che implora di continuare perché non c’era nulla di portato a termine. La sessione di studio termina così
con sbuffi, strani pensieri sul cosa fare della nostra musica e solo poche volte con il buon proposito di
riprendersi il giorno dopo con più determinazione.

I nostri obiettivi quindi sono: trovare uno spazio che rispetti le caratteristiche, avere a disposizione delle ore
libere, eliminare tutto quello che non è la viola, l’arco, la pece, gli spartiti, il leggio, la matita con la gomma
e magari cancelleria colorata, il metronomo (ovviamente non in una applicazione sul telefono se siamo
troppo deboli e non resistiamo alla tentazione!). Dopodichè si tratta di cominciare da una parte che non per
forza deve essere un’esecuzione da concerto di un brano, e da lì proseguire. Se il lavoro è impostato bene
ma soprattutto se inizia nel modo giusto il tempo volerà e la voglia di studiare non si esaurirà facilmente.

2. Non perdere mai la strada

La cosa fondamentale è non perdere l’amore e la passione in ciò che si fa. È estremamente facile perdersi
d’animo, perdere la pazienza e quindi rinunciare dopo, non pochi giorni, ma anche addirittura dopo pochi
minuti all’interno di una sessione di studio. Per far sì che questo non accada penso che sia utile mantenere
soprattutto nei momenti più difficili e più impegnativi dove il tempo di riflettere e studiare è veramente
scarso, una visuale a 360° di quello che è il proprio strumento, in questo caso la viola. Per noi la viola è
strumento principale ma anche parte di una intera sezione di simili che costruisce il registro medio/grave e
di sostegno dell’orchestra, è una delle quattro parti paritarie del quartetto e poi è anche uno strano
strumento “praticamente uguale al violino” o qualcosa di buffo ma bello che di fronte a molti esterni al
campo risulta del tutto sconosciuto. Il ruolo quindi non è facile ma è intrigante. Non è il violino brillante e
virtuosistico, non è il violoncello elegante e profondo. Ligeti, nella dedica della sonata dedicata a Tabea
Zimmermann dice che “rimane nell'ombra. Ma la viola ha una strana acidità dovuta alla corda
DO, compatto, leggermente rauco, con il retrogusto di legno, terra e acido tannico.”. Tutto
questo per dire che l’emozione dell’esecuzione, ovviamente quando questa è molto positiva,
aiuta di sicuro a portare avanti il lavoro con determinazione se riusciamo a memorizzarla e
portarla con noi durante il nostro studio. La viola è sempre lei quando studiamo le ottave e
non riusciamo ad intonarle, quando inseriamo con cura la terza degli accordi maggiori in
quartetto, quando studiamo in fretta e furia passaggi orchestrali veloci che ci fanno perdere la
voglia di qualsiasi approccio musicale ed è la stessa quando abbiamo la fortuna di eseguire
brani incredibili in duo con pianoforte, con violino o anche da soli.

3. Le persone

Viaggiare da soli può essere molto affascinante ma anche molto pericoloso. In generale avere persone
complici ma anche non, con cui confrontarsi, è sempre molto costruttivo. Personalmente ho sempre avuto
tantissimi insegnanti di musica ed è bello e incoraggiante sapere di averne qualcuno che sia un punto di
riferimento. Non che questo debba essere sempre così o obbligatorio ma specialmente per allievi molto
giovani credo che la miglior cosa sia avere una buona guida alla quale affidarsi. Si parla di un mondo vasto e
particolare, bello da scoprire da soli ma ancora più bello da scoprire con un Virgilio che apre mondi ancora
nuovi. In realtà questo è ancora più utile nel mero senso pratico della cosa. Al livello di scuola è importante
avere secondo me qualcuno a cui potersi affidare in caso di problemi, al livello di studio invece è
fondamentale avere tante persone coetanee e non, che studiano lo stesso strumento e non, che siano
disponibili, e con le quali essere disponibili, a confrontarsi. Un elemento secondo me fondamentale che,
invece, ancora trovo che non sia molto presente è il confronto con insegnanti e musicisti di altri strumenti.
Tra allievi è più facile che succeda e trovo molto costruttivi i tempi di condivisione in cui mostrare ad un
altro musicista passaggi ancora da risolvere. Questo perché persone che vengono da formazioni diverse
pongono spesso l’attenzione su cose che per noi sono magari scontate e hanno quindi altri metodi di
risoluzione che a volte possono risultare molto interessanti. Inoltre avere persone complici sarà molto di
aiuto in momenti di smarrimento che potranno esserci sempre e comunque.
4. l metodo di studio

Repertorio solistico affrontato durante l’anno:

• I. Chandoškin - concerto per viola e orchestra


• R. Schumann - Adagio e Allegro op. 70
• J. S. Bach - Suite III
• B. Campagnoli - capricci
• P. Rode - capricci

I. CHANDOŠKIN - CONCERTO PER VIOLA E ORCHESTRA


L’approccio al concerto è stato particolare. È molto difficile aprirsi allo studio di un brano che non si suona, e
quindi non si studia, volentieri. Per studiare un concerto per strumento solista ed orchestra la prima cosa da
fare è conoscere bene cosa suonerà l’orchestra/pianoforte insieme a noi, stessa cosa in ogni brano con
accompagnamento. Questo fa sì che la nostra coscienza musicale e il controllo sull’esecuzione saranno
migliori. Farsi sorprende da strane armonie o cadenze diverse da quelle che ci aspettiamo in esecuzione può
essere distruttivo perché è un evento che va ad intaccare la nostra idea di quel brano. Il pubblico dovrà essere
sorpreso, ma per rendere questo effetto noi saremo assolutamente vigili ed avremo sotto controllo tutto ciò
che stiamo per far succedere nella musica. Ancora non mi sono data delle risposte sul come affrontare un
brano che non apprezziamo a pieno, ma credo che il primo passo sia quello di mettere a fuoco tutte le
tecniche e i passaggi che creano ansia dentro di noi. Fatto questo avremo intanto un materiale compatto con
cui poter decidere cosa fare. Unire passaggi irrisolti con un brano non troppo piacevole peggiorerà solo la
situazione. Dopodiché non ci resta che cercare situazioni diverse dove portare l’esecuzione del brano per
allenarlo e per scoprire ogni volta che possiamo trovare qualcosa di piacevole o magari di divertente da
proporre ad un pubblico.

R. SCHUMANN - ADAGIO E ALLEGRO OP. 70


“Adagio e Allegro” è stato per me il brano dove ho scoperto veramente cosa significa avere in testa un’idea
e cercare di riprodurla sulla viola. Da tanto tempo conoscevo questa musica e ne ho in testa un’idea
estremamente precisa. Non è facile e immediato riprodurre sulla viola ciò ce abbiamo in mente ma la musica
ci aiuta in questo e ci incoraggia se riusciamo a lavorarla nel modo più giusto per noi. Come per il concerto,
e ancora di più, qui entra in gioco la complicità con chi condivide il brano con noi. C’è bisogno di grande
maturità e grande umiltà per affrontare l’argomento. Non è detto che ci capiti sempre la persona o il contesto
che più ci soddisfa. Ma se qualcosa è un problema vuol dire che questo qualcosa ha anche una soluzione. Se
non c’è una soluzione probabilmente non è un problema. Il primo passo per la soluzione a questo eventuale
ostacolo è conoscere la persona, dialogare e scoprire cosa quella persona o quel contesto hanno da offrirci.
Che sia qualcosa di positivo o meno sarà sempre qualcosa di utile per noi in futuro. Spesso poi non è detto
che il primo impatto sia quello giusto. Ci sono molti fattori che entrano in gioco e solo cercando di capirli con
razionalità riusciremo a risolvere il problema in modo costruttivo. Fare cose che non portano effetti
costruttivi ma distruttivi è inutile e dannoso quindi, per quanto possibile, dobbiamo cercare di eliminarle
anche e soprattutto per rendere l’ambiente intorno e dentro di noi armonioso. Essere armonici con noi stessi
ci aiuterà a fortificare il canale di trasmissione della musica e a renderla sempre più limpida, cosa che
rispecchierà sempre meglio ciò che è dentro di noi. Un problema che mi sono posta diverse volte è se
effettivamente il fatto di “trasmettere” con la musica significhi esporsi ad un pubblico spesso ignoto. È un
grosso ostacolo ed una grossa paura a volte ma non sarà mai come esprimersi a voce. Il suono in qualche
modo riesce a mascherare delle emozioni e quindi ci dà la possibilità di esternarlo senza per forza
pubblicizzare il nostro piano emotivo.

J. S. BACH – SUITE III


Una delle più belle esperienze durante questo anno è stato l’esame di quartetto dove c’è stata una vera
volontà di impegno da parte di tutti e quattro i componenti che si è concretizzata ad esempio nel trovare un
modo per avere in prestito degli archi barocchi per eseguire il primo contrappunto dell’ “Arte della Fuga” che
ci era stato assegnato come “pezzo dei cinque giorni”. La bellezza di fare un lavoro del genere, aldilà della
complicità quartettistica che quando si ricostituisce dopo scontri e litigi è ancora più emozionante, è stata
proprio nella ricerca di un timbro e di una musica diversi rispetto ad un repertorio romantico sulla viola.
L’ approccio ad una musica di questo genere è ovviamente molto diverso da quella di altri, così come ogni
periodo ha bisogno di un approccio diverso rispetto ad un altro. Il fatto di suonare con un arco barocco o
meno cambia ancora la situazione perché è un po’ come suonare musica tastieristica di Bach su clavicembalo
o sul pianoforte… grande incognita! Nel caso della suite ci troviamo di fronte ad una serie di danze ognuna
da rendere nel modo più simile alla versione ballata possibile. C’è una forte ricerca ritmica e di atmosfera
armonica che diventa ancora più importante che in un brano per strumento accompagnato perché, non solo
qui si trova da solo, ma anche in un contesto in cui è un solo strumento ma con uno spessore polifonico.
Con Bach entra molto in gioco il modo con cui si decide di suonare un brano, ovvero se essere più fedeli
possibile alla prassi oppure cercare un risultato che ci piaccia ignorando, talvolta, le regole. La domanda resta
aperta ma il primo passo della mia riflessione è che dobbiamo ingegnarci per crearci una libertà musicale che
stia dentro le regole. Possiamo interpretare tutto ciò che vogliamo al livello musicale ma ad esempio non
possiamo andare a modificare quelli che sono i parametri base di una composizione: valori musicali e note.
Dopo questo abbiamo le indicazioni dell’autore. La domanda qui è se seguire esattamente e realizzare quindi
qualcosa che si avvicini il più possibile a ciò che presumiamo che l’autore si immaginava oppure se dopo note
e valori ritenerci liberi esecutori e modellare a nostro piacimento il materiale a disposizione. Ciò che mi viene
da pensare a proposito è che se vogliamo avere tutta questa libertà che a questo punto inizia ad essere
abbondante forse dovremmo darci alla composizione.
STUDI
Gli studi rappresentano forse la base principale su cui basarsi per trovare un buon metodo di studio. Lo
“studio“ come forma lo facciamo risalire all’epoca del classicismo viennese quando i compositori iniziano a
scrivere per dilettanti. Ma il vero significato dello studio nasce forse con Chopin che fa dello studio un
concentrato di un elemento tecnico così che possa essere potenziato. Detto questo il nostro compito è
individuare questo elemento e portarlo più vicino possibile alla perfezione. Per fare questo dobbiamo
ingegnarci ed avere una chiara e solida mappa mentale che ci guidi fino alla costruzione sicura e solida
dell’intera struttura.

Esempi:

Passaggi di posizione. Ultimamente ho cercato di applicare allo studio dei passaggi un metodo che trovo
molto sicuro ma che ha bisogno di tempo e costanza per produrre risultati: costruire un’impalcatura.

L’impalcatura è una serie di collegamenti tra una nota e la successiva in due posizioni diverse. Il percorso va
ripetuto fino a farlo memorizzare alla mano. Questo studio va fatto ponendo l’attenzione sul pollice della
mano sinistra che deve rimanere morbido e abbracciare il manico aiutando comunque lo spostamento ma
senza esserne il protagonista, sul dito in questione che deve passare morbidamente sulla corda senza
premere e basandosi sul dito guida che decidiamo. Il dito guida è un concetto un po’ artificiale che non
sempre ci torna utile: in base allo spostamento scegliamo un punto della tastiera dove avverrà una
sostituzione. Questo per orientarci sulla tastiera. Dopodiché però a volte abbiamo bisogno di prendere subito
la nota senza analizzare troppo il movimento perché rischia di bloccarsi al livello mentale. L’impalcatura
dobbiamo utilizzarla finché è una struttura cosciente e con movimenti sicuri. Ci sarà un momento in cui la
mano percepirà sicurezza e a quel punto la costruzione sarà terminata e l’impalcatura potrà essere rimossa
anche se rimarrà nella memoria della mano. Poi molta focalizzazione va sull’arco che dobbiamo rendere
indipendente dalla mano sinistra. Questo è difficile durante lo studio di qualcosa che ci sembra solo di mano
sinistra ma possiamo inventare tanti esercizi che ci permettono di sviluppare un’indipendenza tra le due
mani.

Intonazione. L’intonazione è forse il lavoro più lungo e che ha bisogno di più presenza, cura e costanza. Non
possiamo basarci su qualcosa che ci sembra che suoni bene. Abbiamo veramente bisogno di un lavoro
analitico e minimale, scientifico. Lo studio dell’intonazione si basa sugli intervalli di un’intonazione naturale
in caso di viola sola. Questo parte dall’accordatura. Per far sì che i nostri intervalli tornino, abbiamo bisogno
di un’accordatura per quinte leggermente più strette di quelle che sentiamo giuste. Il nostro orecchio è molto
abituato ad intervalli temperati dei pianoforti o dei programmi digitali, ma con molta sensibilità e
focalizzazione possiamo riuscire sempre meglio a trovare intervalli giusti. È quasi impercettibile ma nel
complesso tutto risulterà migliore. L’orecchio inoltre si educa, quindi se all’inizio troviamo molta fatica nel
fare questo lavoro dobbiamo avere fiducia che questo andrà migliorando. In particolare possiamo riferirci
alle terze che saranno leggermente più strette quando sono maggiori e più larghe quando sono minori.
La quarta e la quinta in teoria non hanno problemi perché lo strumento dovrebbe aiutarci con la vibrazione
a capire quando l’intervallo è perfetto. Dopo, gli altri intervalli si legano alle terze (seste, decime...).
Anche in questo lavoro il protagonista diventa l’arco che con una tenuta costante ci aiuta nell’ascoltare bene
i suoni.

Arco. Lo studio dell’arco è terribilmente sconfinato. Credo che un grande aiuto pratico sia studiare davanti
ad uno specchio. Abbiamo in realtà molto bene in mente come ci immaginiamo un violista dall’esterno.
Mettendoci di fronte ad uno specchio possiamo quindi riuscire a creare l’immagine che vogliamo di noi,
un’immagine che però deve anche esserci d’aiuto nella pratica. L’attenzione che diamo all’arco va sulla
pressione che utilizziamo per ogni suono, sulla quantità di arco che usiamo per ogni suono o frase, sul modo
in cui costruiamo un effetto che abbiamo in mente, sul modo in cui emettiamo un suono che deve soddisfarci.
Il nostro obiettivo quindi è di trovare il modo in cui l’arco diventa un prolungamento del nostro braccio destro
e ci aiuta a tirar fuori ciò che abbiamo in mente senza mai ostacolarci.

∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞∞

“…ma prima farò alcuna esperienzia avanti ch'io più oltre proceda, perché
mia intenzione è allegare prima l'esperienzia e poi colla ragione dimostrare perché
tale esperienzia è costretta in tal modo ad operare. E questa è la vera regola come li
speculatori delli effetti naturali hanno a procedere, e ancora che la natura cominci
dalla ragione e termini nella sperienzia, a noi bisogna seguitare in contrario, cioè
cominciando, come di sopra dissi, dalla sperienzia, e con
quella investigare la ragione.” -Leonardo Da Vinci-