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INTERESSI LEGALI E RIVALUTAZIONE

MONETARIA NELLE OBBLIGAZIONI DI VALUTA


E NELLE OBBLIGAZIONI DI VALORE

I) Le obbligazioni pecuniarie, il principio nominalistico e la mora

1) Le obbligazioni pecuniarie sono quelle aventi ad oggetto una somma di

denaro. In termini più tecnici, le obbligazioni pecuniarie possono definirsi

come quelle obbligazioni (fungibili, cioè di genere) il cui contenuto consiste in

una prestazione avente ad oggetto una somma di denaro; da quest’ultima

definizione si prescinderà peraltro nel seguito del presente scritto, poichè essa

non è da tutti accolta, laddove lo stesso codice civile non è di ausilio sul punto,

dato che confonde sovente il concetto di oggetto con quello di prestazione.

Nell’ambito delle obbligazioni pecuniarie, la giurisprudenza e la

dottrina sogliono tradizionalmente distinguere quelle originariamente

pecuniarie, aventi cioè ad oggetto sin dall’origine una somma di denaro

(obbligazioni di valuta), da quelle originariamente non pecuniarie, aventi

cioè ad oggetto all’origine un bene diverso dal denaro e nelle quali il denaro

viene preso in considerazione solo successivamente quale surrogato cui

commisurare (per equivalente monetario) il controvalore dell’anzidetto bene

(obbligazioni di valore). Tale distinzione è stata, peraltro, oggetto di

ridefinizione, nel senso che (come si illustrerà più approfonditamente sub

V), secondo la più recente elaborazione del diritto giurisprudenziale, la

nozione delle obbligazioni di valore (e, per converso, anche quella di

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obbligazioni di valuta), peraltro non codificata, è in realtà priva di

caratteristiche intrinseche, dipendendo invece dalle diverse scelte che, volta

a volta (a seconda delle mutevoli contingenze storiche), vengono in concreto

discrezionalmente operate dal legislatore al fine di sottrarre determinate

categorie di crediti al rigido principio nominalistico di cui all’art. 1277 cc;

tra le obbligazioni di valore vengono riportate, difatti, non solo quelle

originariamente non pecuniarie (quali ad esempio le obbligazioni da fatto

illecito), ma anche talune obbligazioni originariamente pecuniarie (come ad

esempio quelle relative alla reintegrazione della quota ereditaria di legittima

determinata mediante compenso in denaro, quelle relative ad indennizzo per

arricchimento senza causa ed i crediti di lavoro dei dipendenti privati).

2) Il principio nominalistico, secondo cui il debitore deve restituire al

creditore la somma di denaro nella stessa quantità inizialmente ricevuta (in

base al suo solo valore “nominale”, come attribuito dallo Stato alla moneta

avente corso legale e non in base al mutato potere di acquisto della moneta

medesima: art. 1277, 1° co. cc), si applica alle sole obbligazioni di valuta.

Queste ultime, avendo ad oggetto una somma di denaro, sono di regola

delle obbligazioni “portable”, nel senso che debbono essere “portate” e cioè

adempiute al domicilio del creditore (art. 1182, 3° co. cc), sicchè, se per detto

adempimento era fissato un termine (ma, se non lo era, il creditore può anche

imporlo unilateralmente al debitore, ex art. 1183, 1° co. cc, così applicandosi

anche in tal caso l’art. 1219, 2° co. n. 3 cc: cfr. es. Cass., II, 23/5/94, n. 5021),

scaduto tale termine senza che il debitore abbia adempiuto sorgono

automaticamente gli effetti della mora (“mora ex re”: art. 1219, 2° co., n. 3 cc)

e ciò ancorchè in ipotesi non si trattasse di termine essenziale (Cass., II,

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23/7/94, n. 6887). Ma le obbligazioni di valuta possono essere anche

“querable”, nonostante la fissazione di un termine, com’è a dirsi ad esempio

per quella non liquida o non liquidabile in base a puro calcolo aritmetico,

liquidazione che, per l’appunto, il creditore dovrà richiedere alla scadenza al

domicilio del debitore (v. es. Cass., I, 13/3/91, n. 2653), per quella relativa ai

debiti di un’amministrazione dello Stato, stante l’espresso disposto di legge, di

cui agli artt. 278, lett. d, 287 e 407 RD n. 827/24 (v. es. Cass., III, 14/6/95, n.

6692), per quella il cui adempimento richieda la collaborazione dello stesso

creditore (Cass., II, 30/1/87, n. 896, in materia di tardiva esecuzione di

preliminare), per quella da adempiersi ad un domicilio diverso da quello che il

creditore aveva quando essa è sorta (ove tale cambiamento di domicilio abbia

reso più gravoso l’adempimento ed il debitore abbia dichiarato al creditore di

volerla eseguire al proprio domicilio: art. 1182, 3° co, ult. parte), ecc.; in tali

ipotesi, in caso d’inadempimento sarà necessaria la rituale costituzione in mora

(mora “ex persona”: art. 1219, 1° co. cc) al fine della produzione degli effetti

di cui agli artt. 1218 e ss. cc, sicchè gl’interessi moratori decorreranno solo da

tale momento.

Restando alle obbligazioni di valuta e, specificamente, a quelle di

carattere “portable”, se Tizio ad esempio stipula un contratto di mutuo con

Caio dandogli in prestito 1.000,00 euro, alla scadenza pattuita Caio dovrà

restituirgli esattamente 1.000,00 euro (art. 1813 cc); gli interessi che (salvo

patto contrario) Caio dovrà altresì corrispondere a Tizio quale obbligazione

pecuniaria accessoria (art. 1815 cc), non contraddicono il cennato principio

nominalistico, dato che essi non vanno qui a compensare la (eventuale)

diminuzione del potere di acquisto della moneta, ma hanno natura corrispettiva

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e sono dunque dovuti quali frutti civili sulla base del principio della naturale

fecondità del denaro (art. 1282 cc). Ove poi Caio non restituisca la somma nel

pattuito termine essenziale, questa mora (“ex re”, trattandosi per quanto già

esposto di obbligazione “portable”) non muterà la sua obbligazione (di valuta)

di restituire a Tizio la somma di denaro nella stessa quantità inizialmente

ricevuta (1.000,00 euro, oltre gl’interessi corrispettivi nel frattempo maturati),

ma aggiungerà a tale obbligazione quella del risarcimento di detto danno (da

ritardo) sotto forma d’interessi moratori ex art. 1224, 1° co. cc (salva

l’eventuale dimostrazione da parte del creditore di un maggior danno ex art.

1224, 2° co. cc -v. oltre-).

Gl’interessi moratori di cui all’art. 1224, 1° co. cc integrano, dunque,

un’obbligazione pecuniaria accessoria di carattere risarcitorio, fondata su una

presunzione legale assoluta di danno da ritardo sostanziantesi in un

risarcimento monetario in misura fissa (tasso d’interesse moratorio);

obbligazione che, proprio per questo motivo (risarcimento pecuniario in misura

fissa del danno legalmente presunto), resta assoggettata al principio

nominalistico.

3) Il principio nominalistico non si applica, invece, alle obbligazioni di

valore e ciò proprio perchè in queste si fa riferimento non al valore nominale

della moneta, bensì al valore del bene che deve essere reintegrato. Così, ad

esempio, se Tizio colpevolmente distrugge un bene di Caio ma si rifiuta di

risarcirlo immediatamente (“mora ex re”: art. 1219, 2° co., n. 1 cc), allorchè

deciderà di risarcirlo (o verrà condannato a risarcirlo) dovrà corrispondergli

una somma equivalente non al valore del bene all’epoca della sua distruzione

ma al valore del bene al momento del risarcimento (oltre gl’interessi da lucro

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cessante di cui si dirà), dovendosi dunque qui reintegrare in pieno (sotto forma

di rivalutazione monetaria) il valore del bene alla luce del mutato potere di

acquisto della moneta.

4) Il discorso, a questo punto, è maturo per esaminare quali sono i criteri di

liquidazione degl’interessi e della rivalutazione monetaria in caso di mora

nell’adempimento delle obbligazioni di valuta o delle obbligazioni di valore.

Come si dirà subito, difatti, anche rispetto alle prime la giurisprudenza ritiene

concedibile (a condizioni più o meno elastiche, a seconda del diverso

orientamento cui si aderisca) la rivalutazione monetaria, pur senza con ciò

contraddire l’illustrato principio nominalistico.

II) Interessi moratori e rivalutazione monetaria nelle obbligazioni di

valuta

1) Ai sensi dell’art. 1224, 1° co. cc, nelle obbligazioni aventi ad oggetto

una somma di denaro, su detta somma nominale oggetto del credito di valuta

(comprensiva degli interessi corrispettivi, ove previsti) sono dovuti gl’interessi

moratori al tasso legale, dal giorno della mora a quello dell’effettivo soddisfo,

con esclusione dell’anatocismo (sempre che non ricorrano le condizioni di cui

all’art. 1283 cc: sull’anatocismo, cfr. la separata relazione nell’ambito della

presente pubblicazione). Come dicevasi già sub I, questi interessi moratori ex

art. 1224, 1° co. cc integrano un’obbligazione pecuniaria accessoria di carattere

risarcitorio, basata su una presunzione assoluta di danno, nel senso che il

debitore non può fornirne l’eventuale prova contraria (nè quanto alla

sussistenza, nè quanto all’ammontare del danno rispetto alla sua

quantificazione legale in misura fissa).

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Devesi ricordare che il tasso legale degl’interessi è stato pari al 5%

annuo fino all’entrata in vigore dell’art. 1 L. 26/11/90, n. 353, che lo ha invece

elevato al 10%; successivamente, la L. 23/12/96, n. 662 lo ha ricondotto al 5%,

salvi i successivi aggiornamenti annuali disposti con D.M. cui la legge ha fatto

rinvio. Sicchè, ove debbasi calcolare il tasso d’interesse con decorrenza, ad

esempio, dal 1°/12/1988, lo stesso andrà computato al tasso del 5% fino

all’entrata in vigore della citata L. n. 353/90, poi al 10% fino all’entrata in

vigore della citata L. n. 662/96 e poi di nuovo al 5% ed alle variazioni ulteriori

del tasso medesimo, come anno per anno eventualmente rideterminato.

2) Sempre ai sensi dell’art. 1224, 1° co. cc, se prima della mora erano

invece dovuti interessi (corrispettivi) in misura superiore al tasso legale,

gl’interessi moratori saranno dovuti in pari misura.

3) L’art. 1224, 2° co. cc prevede poi un risarcimento ulteriore in favore del

creditore che dimostri di avere subìto un danno maggiore, rispetto a quello

legalmente presunto e rapportato agl’interessi moratori al tasso d’interesse

legale (o eventualmente convenzionale: v. supra, sub 2) dall’art. 1224, 1° co.

cc. Quella di cui all’art. 1224, 2° co. cc è un’obbligazione risarcitoria

aggiuntiva nascente dalla “mora debendi”, avente natura (similmente a quanto

avviene in materia extracontrattuale) di obbligazione di valore, ma con le

particolarità di cui si dirà oltre (sub 4).

Il risarcimento resta invece circoscritto ai soli interessi moratori, se di

detti interessi (moratori) le parti avevano specificamente convenuto la misura

(art. 1224, 2° co., ultima parte cc -detta misura può essere maggiore rispetto a

quella legale, ma in ipotesi anche pari o minore-): e questo è logico, perchè, in

tal caso, esse avevano già stabilito di liquidare e limitare il danno da ritardo

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preventivamente e forfettariamente, secondo il meccanismo tipico della

clausola penale (artt. 1382-1383 cc).

Gl’interessi moratori eventualmente pattuiti nella convenzione di cui

all’art. 1224, 2° co. (ultima parte) cc non vanno però confusi con gl’interessi

ultralegali eventualmente dovuti (in forza di apposita convenzione, o di

capitolato cui il contratto faccia eventualmente rinvio -fermo il vincolo di

forma di cui all’art. 1284, ult. co. cc-, o della stessa legge) ai sensi dell’art.

1224, 1° co., ultima parte cc, dato che questi ultimi sono quelli dovuti già

“prima della mora” e dunque non hanno carattere moratorio. Ne discede che,

in caso di pattuizione d’interessi ultralegali (non a titolo di misura

degl’interessi moratori ex art. 1224, 2° co., ultima parte cc, bensì) a titolo

d’interessi corrispettivi o compensativi, benchè in caso di mora gl’interessi

moratori siano dovuti nella stessa misura ex art. 1224, 1° co., ultima parte cc,

non resta escluso il risarcimento dell’eventuale maggior danno alle condizioni

di cui all’art. 1224, 2° co., prima parte cc (in termini, cfr. es. Cass., II, 7/3/94,

n. 2538 -ma v. poi Cass., III, 21/6/2001, n. 8481-).

4) Ci si è chiesti se la svalutazione monetaria, come ricavabile

dall’applicazione dei parametri Istat, eventualmente eccedente il tasso

degl’interessi moratori (di cui all’art. 1224, 1° co. cc) possa integrare il

maggior danno ex art. 1224, 2° co. (prima parte) cc: la risposta è stata

ovviamente che, accedendo l’obbligazione di cui all’art. 1224, 2° co. cc ad un

debito di valuta, la svalutazione monetaria non può costituire di per sè un titolo

di danno autonomo ed automatico (com’è invece per le obbligazioni di valore,

che vengono automaticamente aggiornate per mezzo del meccanismo della

rivalutazione monetaria, al fine della completa reintegrazione del patrimonio

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del creditore), sicchè, al fine di poter ottenere questo risarcimento ulteriore

(rivalutazione monetaria) ex art. 1224, 2° co. cc, il creditore dovrà dimostrare

in concreto di avere eventualmente risentito un maggior pregiudizio dal tardivo

adempimento, a causa della svalutazione monetaria; nelle obbligazioni di

valuta, difatti, il danno è presunto in assoluto dalla legge entro un certo limite

(art. 1224, 1° co. cc) ed è invece da provarsi oltre il detto limite (art. 1224, 2°

co. cc). Vero è che, come già si accennava in precedenza, il danno in sè di cui

all’art. 1224, 2° co. cc dà luogo ad un’obbligazione aggiuntiva nascente dalla

mora che, avendo natura di obbligazione risarcitoria, integra un debito di

valore; tuttavia, trattasi di un’obbligazione meramente accessoria, che si

rapporta alla prima e serve solo a misurare, sotto il profilo del valore,

l’effettiva e concreta incidenza del pregiudizio derivante al creditore

dall’inadempimento della specifica obbligazione primaria di carattere

pecuniario. Ne consegue che il creditore, a seguito dell’inadempimento, non

avrà diritto ad ottenere l’automatica reintegrazione del suo patrimonio (com’è

per le obbligazioni di valore), ma dovrà invece concretamente e specificamente

dimostrare, ad esempio, di avere precedentemente programmato alcuni

particolari investimenti, che sono stati resi poi impossibili per la mancanza di

liquidità derivante dall’inadempimento del debitore; oppure di essersi dovuto

procurare la somma non pagata, della quale aveva specifica necessità, a

condizioni particolarmente svantaggiose (es. attraverso un oneroso prestito

bancario); oppure di essere stato costretto a vendere dei beni per sopperire al

mancato tempestivo adempimento da parte del debitore; ecc. .

Specifiche dimostrazioni, queste, peraltro molto difficili da fornirsi in

concreto.

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Cionondimeno, secondo un primo indirizzo giurisprudenziale

affermatosi già a partire dagli anni ’50, la rivalutazione monetaria nei crediti di

valuta andrebbe riconosciuta solo in presenza dell’anzidetta prova specifica del

maggior danno fornita dal creditore (v. es. Cass., n. 47/’51; ma, in termini

sostanzialmente analoghi, cfr. pure Cass., n. 1384/80; Cass., n. 5246/83; ecc.).

Altra parte della giurisprudenza ha, tuttavia, mitigato tale onere

probatorio, sostenendo che la prova in questione può essere ricavata anche da

fatti notori e presunzioni (artt. 2727 e 2729 cc) collegate alle condizioni

personali e professionali del creditore, la cui dimostrata appartenenza a

determinate categorie sociali economicamente significative (es. imprenditori,

commercianti, ecc.) porta a presumere di per sè forme di reimpiego del denaro

coerenti con tali condizioni personali e professionali (cfr., es., Cass., II,

26/6/95, n. 7235; Cass., I, 30/5/95, n. 6066; nonchè, in motivazione, Cass.,

ss.uu., 25/5/93, n. 5851). Ma, all’interno di questa seconda corrente

giurisprudenziale, esiste anche una più recente variante meno elastica, secondo

cui il creditore, per poter beneficiare dell’ulteriore risarcimento ex art. 1224, 2°

co. cc, “deve offrire la prova non soltanto della sua appartenenza a una

determinata categoria economica ma anche del danno subìto, che, in

mancanza di prova specifica, deve essere quanto meno allegato, cosi' da

consentire al giudice di verificare se, in relazione all'attivita' esercitata, il

danno possa essersi verosimilmente prodotto” (così, da ultimo, Cass., I,

4/4/2003, n. 5263; Cass., III, 4/3/2003, n. 3158).

Infine, stando ad un terzo più aperto orientamento, le presunzioni cui si è

fatto cenno possono essere ricavate anche dalla sola condizione personale del

creditore di medio e/o occasionale risparmiatore (cfr. es. Cass., III, 24/9/2002,

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n. 13906; Cass., II, 2/8/2001, n. 10569) o di piccolo consumatore (Cass., III,

21/2/2002, n. 2508); seguendo quest’ultimo indirizzo, si perviene in sostanza

alla conclusione che la rivalutazione monetaria, ove eccedente il tasso

d’interesse moratorio, spetta sempre e comunque nel caso di tardivo

adempimento delle obbligazioni di valuta (così espressamente es. Cass., L.,

26/10/2000, n. 14089).

Prosegue, dunque, il contrasto da tempo apertosi nella giurisprudenza sia

di legittimità che di merito e mai sopito, nonostante gl’interventi (anche questi

tuttavia talora di segno opposto) delle stesse ss.uu. della Cassazione. Peraltro,

negli anni ’70 l’orientamento più aperto applicava per lo più alla materia “de

qua” il principio della “perpetuatio obbligationis” (art. 1221 cc:

l’inadempimento dell’obbligazione di valuta avrebbe cioè spostato il rischio

della svalutazione dal creditore al debitore, così trasformandola in obbligazione

di valore e rendendone automatica la rivalutazione -v. es. Cass., 30/11/78, n.

5670-), senza tener conto del fatto che detto principio non è applicabile alle

cose fungibili quali il denaro; successivamente, l’orientamento più aperto ha

invece aderito all’esatto caposaldo della necessità di dimostrazione, ancorchè a

mezzo presunzioni, del maggior danno di cui all’art. 1224, 2° co. cc, ma, come

si è visto, ha esteso al massimo la categoria di soggetti cui riferire le

presunzioni medesime. Tale indirizzo più ampio appare senz’altro preferibile,

trattandosi di soluzione non soltanto più equa, ma anche rispondente a quello

che è il prevedibile e presumibile comportamento di ogni

creditore/risparmiatore (abituale o occasionale), essendo ormai alla portata di

tutti la concreta possibilità (cui, per l’appunto, tutti i risparmiatori fanno oggi

generalmente ricorso) d’investire una determinata somma (quale sarebbe anche

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quella scaturente dall’obbligazione di valuta, qualora la stessa fosse stata

tempestivamente adempiuta) in maniera tale da farne oscillare l’interesse

annuo intorno al tasso d’inflazione; nondimeno, se il creditore è un piccolo

consumatore, che ha necessità di destinare la somma dovutagli al consumo,

questi viene danneggiato dal tardivo adempimento dell’obbligazione di valuta

sotto il profilo dell’acquisto di beni di consumo a maggior costo, essendo nelle

more il prezzo dei beni da acquistare aumentato in misura almeno pari al tasso

d’inflazione. In definitiva, nell’ambito delle varie possibili destinazioni del

reddito (investimento, risparmio, consumo), il creditore/risparmiatore ed il

creditore/consumatore, a seguito dell’inadempimento di un’obbligazione di

valuta, risentono, sul piano delle presunzioni, un danno da svalutazione non

diverso e non minore di quello che presuntivamente risentono i

creditori/investitori (commercianti, imprenditori, operatori finanziari, ecc.).

5) Ad ogni modo, il fatto che vertesi pur sempre in materia di obbligazioni

di valuta pone un limite, nel senso che (a differenza che nelle obbligazioni di

valore) non è possibile cumulare la rivalutazione e gl’interessi (cfr., al

riguardo, il chiaro riferimento al solo “ulteriore risarcimento”, di cui all’art.

1224, 2° co. cc), per cui la rivalutazione è dovuta solo per quegli anni in cui il

tasso d’inflazione risulti superiore al saggio degl’interessi moratori e, in tal

caso, la rivalutazione (al detto tasso d’inflazione) è comprensiva anche di

questi ultimi, che quindi non vanno calcolati in aggiunta ad essa; mentre, per

quegli anni in cui il tasso d’inflazione risulta inferiore al saggio degl’interessi

moratori, sono dovuti solo questi ultimi (escluso di regola l’anatocismo, salvo

il disposto dell’art. 1283 cc).

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III) Interessi moratori e rivalutazione monetaria nelle obbligazioni

di valore

1) Nelle obbligazioni di valore non tempestivamente adempiute vanno

invece calcolati, dal giorno della mora a quello dell’effettivo soddisfo, sia la

rivalutazione monetaria (Istat) che gl’interessi.

La rivalutazione monetaria è qui finalizzata all’automatico

aggiornamento del danno emergente, danno correlato alla progressiva perdita

del potere di acquisto della moneta non immediatamente corrisposta al fine

della reintegrazione per equivalente del valore del bene perduto o danneggiato

(e, così, della completa reintegrazione del patrimonio del creditore);

l’espressione monetaria del bene al momento del fatto dev’essere insomma

automaticamente aggiornata fino al momento della liquidazione. La funzione

svolta dalla rivalutazione monetaria nelle obbligazioni di valore è, dunque, del

tutto diversa da quella correlata al “maggior danno” di cui all’art. 1224, 2° co.

cc per le obbligazioni di valuta; e, del resto, quanto alle obbligazioni di valore

scaturenti da illecito aquiliano, l’art. 1224 (2° co.) cc non è neppure richiamato

dall’art. 2056 cc. Circa la diversa funzione svolta dalla rivalutazione monetaria

nei due diversi tipi di obbligazioni (di valuta e di valore), si rinvia comunque a

quanto già esposto sub II.

Gl’interessi, invece, hanno qui natura prossima anche se non identica a

quella degl’interessi compensativi (art. 1499 cc: non identica, perchè nel danno

extracontrattuale, ad esempio, il bene può andare anche distrutto sicchè i suoi

proventi possono non entrare affatto nel patrimonio del debitore/danneggiante),

sotto l’aspetto del tardivo conseguimento della disponibilità della somma di

denaro dovuta rispetto al sorgere del credito. Nelle obbligazioni di valore,

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gl’interessi costituiscono infatti un criterio equamente adottabile ed equamente

apprezzabile al fine di compensare il lucro cessante e cioè quel danno da

ritardo derivante dal mancato godimento (tra il tempo in cui è sorto il credito

ed il momento in cui lo stesso viene soddisfatto) delle utilità che avrebbe

potuto dare il controvalore monetario del bene (distrutto o leso), se fosse stato

immediatamente corrisposto (salva l’eventuale specifica prova da parte del

creditore di un maggior danno da ritardo -rispetto alla misura di questi interessi

equamente concedibili-, al di là della rivalutazione monetaria comunque

spettante). Nelle obbligazioni di valore da fatto illecito, in altri termini, al

sorgere della mora (“ex re” e dunque dal momento dell’illecito) non è

applicabile l’art. 1224, 1° co. cc (in quanto non richiamato dall’art. 2056 cc) e

dunque dalla mora non scaturisce il diritto agl’interessi legali moratori, ma il

dovere del debitore di risarcire al creditore il danno derivante dal ritardo con

cui questi ottiene la disponibilità dell’equivalente pecuniario del bene distrutto

(o leso), danno che però non è legalmente presunto (come lo è invece per l’art.

1224, 1° co. cc), ma va apprezzato ai sensi dell’art. 2056 (e 1226) cc e perciò

anche facendo riferimento a criteri equitativi qual’è quello degl’interessi, ad un

tasso che (proprio in virtù del criterio di equità) non deve necessariamente

essere quello legale.

2) Pervero, si erano avuti vari contrasti in giurisprudenza relativamente ai

criteri di computo della rivalutazione e degl’interessi nelle obbligazioni di

valore.

Una parte della giurisprudenza sosteneva che gl’interessi legali

dovessero computarsi sul capitale interamente rivalutato (così es. Cass.,

13/11/89, n. 4791); in tal modo, però, il creditore riceveva più del danno subìto,

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perchè il lucro cessante da mancata disponibilità del controvalore monetario

del bene veniva ad essere rapportato non al valore iniziale di questo bene (o

magari al valore iniziale rivalutato con cadenze periodiche corrispondenti alla

sua progressiva rivalutazione), ma al valore finale del bene medesimo.

Altra parte della giurisprudenza, perciò, affermava che gl’interessi legali

dovessero computarsi sul valore originario del bene, rivalutato anno per anno

(così es. Cass., 7/4/94, n. 3290; Cass., 20/6/90, n. 6209).

A dirimere questo contrasto è poi intervenuta, con riferimento alle

obbligazioni di valore derivanti da illecito aquiliano, la Cassazione a sezioni

unite con la sentenza n. 1712 del 17/2/95, che ha sostanzialmente aderito al

secondo indirizzo. I princìpi dettati dalla citata Cass., n. 1712/95 (come già

innanzi esposti e qui di seguito ulteriormente specificati) sono poi stati

costantemente tenuti fermi anche dalla successiva uniforme giurisprudenza

della Suprema Corte (da ultimo, cfr. es. Cass., L, 26/1/2002, n. 958; Cass., III,

27/7/2001, n. 10291; Cass., I, 29/5/2001, n. 7260).

Ebbene, alla luce del cennato condivisibile indirizzo giurisprudenziale,

valgono le regole di cui appresso.

a) La rivalutazione va calcolata sulla somma-base in unica soluzione, dal

momento della mora (in materia d’illecito aquiliano, vi è mora “ex re” ex art.

1219, 2° co., n. 1 cc) fino al momento del saldo.

b) Gl’interessi vanno invece calcolati, sempre a partire dal momento della

mora e fino al saldo, sulla somma-base equitativamente rivalutata (a questo

solo effetto) periodicamente: periodicità questa da fissarsi tenendo conto di

tutte le circostanze del caso concreto (magari anno per anno, o in base ad indici

medi di rivalutazione), ma escluso l’anatocismo (non ricorrendo le condizioni

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di cui all’art. 1283 cc ed anzi non essendo estensibile la disciplina degli

interessi anatocistici ex art. 1283 cc ai debiti di valore, quale ad esempio

quello derivante da responsabilita' risarcitoria: così es. Cass., I, 7/6/94, n. 5506)

relativamente agli interessi medesimi. I quali ultimi, comunque, non debbono

liquidarsi necessariamente al tasso legale, posto che nelle obbligazioni di

valore essi (come si diceva sopra) costituiscono solo un mero criterio

equamente adottabile ed equamente apprezzabile al fine di compensare il lucro

cessante, sicchè detto equo apprezzamento (proprio perchè equo) è svincolato

dal parametro del loro tasso legalmente predeterminato; gl’interessi dovranno

qui essere dunque computati ad un tasso equitativamente correlato al

presumibile normale rendimento del denaro per il danneggiato nel periodo

preso in considerazione, valutate tutte le circostanze obiettive e soggettive del

caso concreto (sicchè ben potranno essere determinati in misura inferiore al

tasso legale) e salva, come ripetesi, l’eventuale specifica prova da parte del

creditore di un maggior danno (al di là della rivalutazione monetaria,

comunque spettante “ex se” nelle obbligazioni di valore), sotto il già cennato

aspetto di lucro cessante cui si correla questo tipo d’interessi.

c) Addizionando alla somma-base la rivalutazione (sub a) e gl’interessi

(sub b), si ottiene così la somma complessiva finale, che il debitore dovrà

corrispondere al creditore. Ove tale liquidazione sia contenuta in sentenza, il

credito relativo a detta somma complessiva finale si converte in credito di

valuta, sicchè sulla stessa andranno infine computati gli ulteriori interessi al

tasso legale dalla sentenza fino all’effettivo soddisfo.

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IV) Interessi moratori e rivalutazione monetaria nei crediti (di valore)

da danno biologico

L’obbligazione risarcitoria del danno biologico (sul quale danno, cfr.

la separata relazione contenuta nella presente pubblicazione) ha natura di

obbligazione di valore. Ai fini del risarcimento di detto danno, com’è noto, la

giurisprudenza si attiene a delle Tabelle attuariali (variamente predisposte dai

diversi uffici giudiziari), periodicamente aggiornate, che fissano valori

risarcitori correlati alla misura (in punti) dei postumi permanenti ed all’età del

danneggiato. Detti valori, dunque, sono già aggiornati all’attualità,

indipendentemente dall’epoca in cui si è verificato il danno: se si derivalutasse

il valore del punto d’invalidità fino all’epoca del fatto dannoso e poi lo si

rivalutasse fino all’epoca della liquidazione, tale valore del punto risulterebbe

difatti invariato.

La giurisprudenza era solita aggiungere alla liquidazione così operata

gl’interessi, computandoli dunque sul credito risarcitorio sostanzialmente già

rivalutato, con decorrenza dall’epoca dell’illecito.

Le conclusioni cui si è pervenuti sub III impongono però un

ripensamento, nel senso che, in materia di danno biologico, ferma restando la

cennata liquidazione tabellare complessiva del danno emergente, ai fini del

computo degl’interessi (lucro cessante da mancata immediata disponibilità del

controvalore monetario equivalente al bene/salute danneggiato) occorrerà

invece derivalutare detta somma oggetto di liquidazione tabellare fino

all’epoca del fatto dannoso e quindi calcolare gl’interessi su questa

somma/base rivalutandola periodicamente (anno per anno), ad un tasso stabilito

in via equitativa; la somma così ottenuta a titolo d’interessi andrà sommata a

16
quella risultante dalla liquidazione tabellare del danno emergente, così

ottenendosi la somma complessivamente dovuta a titolo risarcitorio.

Analogo discorso va fatto, in materia, con riferimento agl’interessi

sulla somma liquidata a titolo di danno non patrimoniale (morale), posto che lo

stesso viene in genere calcolato in percentuale (da 1/3 alla metà o da 1/4 alla

metà) rispetto alla somma liquidata per il danno (emergente) biologico. Ed

analogo discorso va fatto pure con riferimento agl’interessi sulla somma

liquidata a titolo di danno da invalidità temporanea (totale e/o parziale), posto

che anche l’indennità giornaliera relativa a tale tipo di danno patrimoniale

viene giudizialmente calcolata secondo una misura fissa già aggiornata

all’attualità.

V) I crediti di lavoro: obbligazioni di valuta o di valore? Interessi e

rivalutazione monetaria nei crediti di lavoro

1) In materia di rivalutazione monetaria ed interessi legali sui crediti di

lavoro (oltre che sui crediti previdenziali ed assistenziali) dei dipendenti privati

ovvero dei pubblici dipendenti, si è assistito ad una particolare evoluzione

normativa e giurisprudenziale.

2) Tali crediti, in verità, possono ritenersi assimilabili ai crediti di valore,

dovendosi qui reintegrare il valore del bene (forza-lavoro) erogato dal

lavoratore ma non tempestivamente remunerato dal datore di lavoro (o

dall’istituto previdenziale o assistenziale); assimilabilità già sostenuta dalla

dottrina e dalla giurisprudenza maggioritarie.

Non manca, peraltro, chi afferma che i crediti di lavoro sono, in

realtà, dei crediti di valuta, in quanto aventi sin dall’origine ad oggetto una

17
somma di denaro (quella dovuta dal datore di lavoro al lavoratore, in cambio

della prestazione da quest’ultimo resa).

Proprio partendo dai crediti di lavoro, una terza corrente (fatta propria

ad esempio da Cass., sez. un., 29/1/2001, n. 38) sostiene che la nozione dei

crediti di valore è in realtà priva di caratteristiche intrinseche (anzi, non manca

chi di recente ha cominciato anche a contestarla) e non si riconosce solo in quei

crediti non aventi all’origine ad oggetto una somma di denaro, ma si estende a

tutti quei crediti che, a seconda delle diverse contingenze storiche, il legislatore

ritiene opportuno sottrarre al rigido principio nominalistico di cui all’art. 1277

cc: vi rientrano, così (oltre i crediti risarcitori da illecito aquiliano), pure i

crediti relativi alla reintegrazione della quota ereditaria di legittima (sebbene

determinata mediante compenso in denaro), i crediti relativi ad indennizzo per

arricchimento senza causa e vi rientrano pure, per l’appunto, i crediti di lavoro

(ma, in ordine alle scelte concretamente compiute in proposito dal legislatore,

v. quanto si dirà appresso: in particolare, oggi, a differenza che nel passato, vi

rientrano solo i crediti di lavoro dei privati dipendenti).

3) Quanto ai crediti di lavoro, gli artt. 429, 3° co. cpc e 150 disp. att. cpc

stabiliscono che, in sede di condanna per un credito di lavoro, debbono essere

liquidati al lavoratore, con decorrenza dal giorno di maturazione del diritto, sia

gl’interessi nella misura legale che il maggior danno da svalutazione monetaria

(Istat) “eventualmente” subìto dal lavoratore medesimo.

Tale disposizione venne interpretata, sebbene non pacificamente, nel

senso del cumulo degl’interessi con la rivalutazione e la Corte Costituzionale,

con sentenze 12/4/91, n. 156 e 27/4/93, n. 196, nel dichiarare parzialmente

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illegittimo l’art. 442 cpc, estese l’applicazione di detto principio (del cumulo)

anche ai crediti previdenziali ed assistenziali.

Senonchè, il legislatore, con l’art. 16, 6° co. L. n. 412/91, abolì il

detto cumulo in materia previdenziale, stabilendo che l’importo dovuto a titolo

d’interessi legali dovesse essere portato in detrazione dalle somme

eventualmente spettanti a titolo di rivalutazione monetaria; di poi, l’art. 22, 36°

co. della L. n. 724/94 estese tale principio (del divieto di cumulo) anche ai

crediti retributivi, pensionistici ed assistenziali (maturati successivamente al

31/12/94) spettanti ai lavoratori dipendenti pubblici e privati.

Ma la Corte Costituzionale, con sentenza 2/11/2000, n. 459, sul

presupposto che le ragioni di contenimento della spesa pubblica (posta a

motivo del divieto di cumulo stabilito dalla citata normativa per i dipendenti

pubblici e nel quale motivo la stessa Corte aveva rinvenuto la giustificazione

sotto il profilo costituzionale della normativa medesima) non fossero

ovviamente riferibili ai crediti di lavoro derivanti da rapporti di diritto privato,

ha dichiarato incostituzionale il menzionato art. 22, 36° co., limitatamente al

divieto di cumulo relativo ai crediti dei dipendenti privati e dunque ai crediti di

lavoro privati, così ripristinando in favore di questi il principio del cumulo

degl’interessi con la rivalutazione ex art. 429 cpc.

4) Si è aperto tuttavia un contrasto, nell’ambito della sezione lavoro della

Cassazione, circa le modalità di computo degl’interessi e della rivalutazione

relativamente a detti crediti di lavoro privati, contrasto discendente dalla

cennata (sub n. 2) disputa circa la natura di obbligazioni di valore o di valuta

dei crediti di lavoro.

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Secondo il precedente indirizzo maggioritario (che sostanzialmente

assimilava i crediti negoziali di lavoro ai crediti di valore), gl’interessi

andrebbero computati sull’importo del capitale già rivalutato (così es. Cass., L,

12/1/99, n. 440; Cass., L, 12/12/98, n. 12523; ecc.); ma trattasi d’indirizzo

contestabile, anche alla luce dei già esaminati (sub III) diversi criteri di

computo (degl’interessi e della rivalutazione) fissati dalla Cassazione con

riferimento alle obbligazioni di valore derivanti da illecito aquiliano (cfr. le già

citate sentenze, a partire da Cass., ss.uu., n. 1712/95 in poi).

Stando ad un opposto indirizzo (che riporta i crediti di lavoro tra i

crediti di valuta), gl’interessi andrebbero computati sull’importo originario del

credito e non su quello risultante dalla sua rivalutazione, avendo in materia la

rivalutazione monetaria (ancorchè correlata ad un “danno maggiore”

legalmente presunto ex artt. 429 cpc e 150 disp. att. cpc) analoga funzione

rispetto a quella di cui all’art. 1224, 2° co. cc (così es. Cass., L, 24/7/99, n.

8063; Cass., L, 15/12/97, n. 12673; ecc.). A tale indirizzo ha aderito anche

Cons. Stato, ad. plen., 15/6/98, n. 3, rifacendosi tra l’altro ai citati artt. 16, 6°

co. L. n. 412/91 e 22, 36° co. L. n. 724/94, i quali, nello stabilire il divieto di

cumulo, hanno dettato un criterio di computo sostanzialmente analogo a quello

previsto dall’art. 1224 cc per le obbligazioni di valuta; di contro, almeno con

riferimento ai dipendenti privati, si è già visto come la Corte Costituzionale nel

2000 abbia dichiarato l’incostituzionalità di detta normativa.

Secondo un terzo orientamento (intermedio, ma anch’esso, come il

primo, assimilante i crediti di lavoro ai crediti di valore), gl’interessi legali

vanno computati non sull’importo del capitale già interamente rivalutato, bensì

sul capitale progressivamente rivalutato (con cadenza periodica -es. annuale-)

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dal momento dell’inadempimento fino a quello del soddisfacimento del

lavoratore, sicchè il credito accessorio degl’interessi viene a rapportarsi al

capitale che gradualmente s’incrementa nel tempo in virtù degl’indici di

svalutazione, la quale, appunto, si verifica progressivamente (così es. Cass., L,

17/3/99, n. 2434; Cass., 16/7/98, n. 6993; ecc.); trattasi d’indirizzo coerente

con la ritenuta assimilabilità dei crediti di lavoro ai crediti di valore, il quale

sostanzialmente estende alla materia negoziale “de qua” i princìpi (eccettuato

quello sulla determinazione equitativa del saggio d’interesse, che non viene qui

in discussione perchè l’art. 429 cpc fa espresso riferimento agli interessi dovuti

“nella misura legale”) sanciti dalla Cassazione in tema di obbligazioni di

valore derivanti da illecito aquiliano (cfr. sub III).

E’ infine intervenuta, a sanare il sovraesposto contrasto, Cass., sez.

un., 29/1/2001, n. 38, la quale ha espressamente aderito a quest’ultimo

orientamento, con riferimento ad un caso relativo a crediti previdenziali e di

lavoro maturati prima dell’entrata in vigore delle leggi nn. 412/91 e 724/94.

Sostanzialmente in linea con questa statuizione, da ultimo Cass., L, 2/10/2002,

n. 14143 ha altresì specificato che, rispetto ai crediti dei dipendenti privati,

stante la declaratoria d’incostituzionalità delle norme contenute nelle leggi

testè citate ad opera della menzionata pronuncia della Corte Costituzionale n.

459/2000, analogo principio (calcolo degl’interessi sul capitale

progressivamente rivalutato con cadenza periodica, dal momento

dell’inadempimento fino a quello del soddisfacimento del lavoratore -all’esito

del quale calcolo gl’interessi così ottenuti vanno a cumularsi con l’intero

capitale rivalutato-) è applicabile tanto che detti crediti siano maturati prima

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quanto che siano maturati dopo l’entrata in vigore della normativa medesima

(leggi nn. 412/91 e 724/94).

5) In definitiva, dopo gl’interventi delle citate leggi nn. 412/91 e 724/94,

può ritenersi che i crediti di lavoro, previdenziali ed assistenziali dei pubblici

dipendenti, maturati dopo l’entrata in vigore di tali leggi, abbiano natura di

crediti di valuta, il cui computo è simile a quello proprio di questo tipo di

obbligazioni (cfr. sub II).

A seguito dell’intervento della Corte Costituzionale (n. 459/2000),

invece, devesi ritenere che i crediti di lavoro, previdenziali ed assistenziali dei

dipendenti privati, maturati sia prima che dopo l’entrata in vigore delle leggi

anzidette (al pari dei crediti di lavoro, previdenziali ed assistenziali dei pubblici

dipendenti, maturati prima dell’entrata in vigore delle stesse leggi), abbiano

natura di crediti di valore, il cui computo è simile a quello proprio di questo

tipo di obbligazioni (cfr. sub III), eccezion fatta che per la determinazione del

tasso d’interesse.

Quanto sopra per autonoma scelta del legislatore, la quale scelta

peraltro, in correlazione con la declaratoria di parziale incostituzionalità di cui

alla citata sentenza della Corte Costituzionale n. 459/2000, ha finito per creare

una vistosa e sommamente iniqua disparità di trattamento tra queste due

categorie (oltre che con le rimanenti di cui all’art. 409 cpc) di lavoratori

dipendenti. Le enunciazioni, sul punto, della Corte Costituzionale di fatto

finiscono per dare prevalenza all’esigenza di contenimento della spesa pubblica

(sulla quale esigenza, cfr. l’espresso l’inciso di cui al punto 7 della motivazione

di Corte Cost., n. 459/2000; e, tra le altre, v. pure ad es. la parte finale della

motivazione di Corte Cost., n. 361/96) sul principio di uguaglianza, senza

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sufficientemente valorizzare la circostanza che il legislatore ben potrebbe

invece fare ricorso ad altre forme di contenimento della spesa pubblica (tra cui,

ad esempio, quella di seri interventi contro l’evasione fiscale) che

permetterebbero di non ledere il principio di uguaglianza; principio,

quest’ultimo (come espresso dall’art. 3 della Costituzione), che, al pari dei

diritti di libertà costituzionalmente garantiti (oltre che della forma democratica

della Repubblica, ecc.), viene a ragione ritenuto dalla maggior parte dei

costituzionalisti come un principio-cardine del nostro ordinamento giuridico,

posto a monte di tutti gli altri princìpi (ancorchè costituzionali o di rilevanza

costituzionale), che con esso non possono contrastare pena la loro stessa

incostituzionalità. Al fine di schivare questo scoglio, non a caso la stessa Corte

Costituzionale, nella recente sentenza 27/3/2003, n. 82, ha escluso che l’art. 22,

36° co. L. n. 724/94 sia in contrasto (tra gli altri) con l’art. 3 Cost., sotto il

profilo della disparità di trattamento così venutasi a creare tra pubblici e privati

dipendenti, non rifacendosi più qui alle esigenze di contenimento della spesa

pubblica (che però, a sommesso giudizio dello scrivente, sono e restano quelle

realmente -anche se tacitamente- sottese pure a tale pronuncia) ma sostenendo

che la disparità di trattamento sarebbe esclusa dalla peculiare connotazione

della pubblica amministrazione, la quale, dovendo improntare la propria azione

al rispetto dei princìpi di legalità, imparzialità e buon andamento, sarebbe

estranea a quel possibile intento speculativo (rispetto al quale essa Corte volle

porre una remora, con la citata sentenza n. 459/2000) che potrebbe invece

incentivare il datore di lavoro privato a saldare tardivamente i crediti di lavoro,

pur destinati ad assolvere esigenze primarie del lavoratore, per investire

diversamente la somma dovuta e lucrare in tal modo il differenziale tra il

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rendimento dell’investimento ed il tasso di svalutazione. Senonchè, al di là di

quale possa essere o non essere stato il mero intento soggettivo di questo o quel

debitore (compresa la P.A.), è a tutti ben tristemente noto come l’Erario sia

molto sollecito allorchè deve riscuotere dei crediti e molto lento allorchè deve

pagare dei debiti, sicchè anche rispetto alla P.A. s’impone (per i crediti di

lavoro dei pubblici dipendenti) una non minore esigenza di remora di questa

ingiustificabile condotta. Inoltre, il principio costituzionale della giusta

retribuzione (art. 36 Cost.), in funzione di assicurare un’esistenza libera e

dignitosa al lavoratore ed alla sua famiglia sia sotto il profilo del suo

ammontare che della puntualità della sua corresponsione (al fine del

soddisfacimento delle quotidiane esigenze di vita del lavoratore e dei suoi

familiari), è pacificamente ed innegabilmente riferibile sia ai crediti derivanti

da rapporti di lavoro di diritto privato che ai crediti derivanti da rapporti di

lavoro di diritto pubblico; ma la Corte Costituzionale (cfr. il punto 7 della

motivazione di Corte Cost., n. 459/2000), mentre da questo principio ha fatto

discendere per i primi il corollario della necessità di accordare loro “una tutela

differenziata”, sotto l’aspetto della concedibilità della rivalutazione monetaria e

degl’interessi, da quella dei crediti comuni (così implicitamente giustificando

la natura di crediti di valore dei primi), per i crediti di lavoro dei pubblici

dipendenti non ha invece doverosamente tratto dal medesimo principio lo

stesso conseguente corollario, reputando dunque conforme a Costituzione il

fatto che il legislatore abbia accordato a questi ultimi una tutela meno

favorevole non solo rispetto ai crediti di lavoro dei dipendenti privati, ma

anche rispetto agli altri crediti di valore (quali quelli da responsabilità

aquiliana, da arricchimento senza causa, ecc.), per i quali ultimi oltretutto

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sarebbe davvero ardito ricercare una tutela costituzionale prevalente rispetto a

quella (testè citata, ex art. 36 Cost.) riferita in generale ai crediti di lavoro. Il

vizio di un simile ragionamento, insomma, appare piuttosto evidente.

IV) Profili processuali

1) Nelle obbligazioni di valuta, solo se la parte ne abbia fatto

processualmente richiesta in maniera espressa e rituale il giudice può attribuirle

(ove ne ricorrano le condizioni) gl’interessi moratori ex art. 1224, 1° co. cc ed

il maggior danno ex art. 1224, 2° co. cc. In mancanza, non possono essere

concessi, pena ultrapetizione della sentenza, nè gli uni (v. es. Cass., III,

10/11/98, n. 11310) nè a maggior ragione l’altro (v. es. Cass., III, 19/1/95, n.

591), posto che quest’ultimo abbisogna anche di essere dimostrato (sia pure a

livello presuntivo); le due domande vanno, inoltre, proposte necessariamente

nell’ambito dello stesso giudizio (Cass., II, 4/3/2003, n. 3187). Non

contraddice i sovraesposti princìpi, pacifici in giurisprudenza, Cass, I,

4/8/2000, n. 10263, posto che (al di là del tenore della relativa massima), dalla

lettura della motivazione della sentenza evincesi che la stessa fa in realtà

riferimento alla materia dell’obbligazione da fatto illecito.

2) Nelle obbligazioni di valore, invece, la rivalutazione monetaria va

calcolata d’ufficio e può esserlo anche per la prima volta in appello (ove non vi

abbia provveduto il giudice di prime cure), salvo che il danneggiato non abbia

manifestato un'espressa ed inequivoca volontà contraria (così es. Cass., III,

14/11/2000, n. 14743). Analogamente, anche per ciò che concerne gl’interessi,

stante qui la loro già cennata natura prossima a quella compensativa, la SC, in

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maniera altrettanto costante, ne sostiene l’attribuibilità anche d’ufficio da parte

del giudice (così es. Cass., III, 4/4/2001, n. 4970).

Vincenzo Di Giacomo
((Consigliere della Corte di Appello Di Campobasso
Referente distrettuale per la formazione civile)

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