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Il significato delle tentazioni

nel Vangelo di Matteo


Mt 4, 1-11

Il messaggio di Gesù e stato formulato dagli evangelisti con il termine Vangelo, che significa: "la
buona notizia", questa buona notizia, è l'immagine di un Dio che, contrariamente al Dio delle
religioni, che premia i buoni e castiga i malvagi, è un Padre che a tutti, indistintamente, comunica
il suo amore.
Con Gesù cambia, poi, anche il senso del peccato.
• Nella religione il peccato è la trasgressione alla legge, cioè ai precetti e alle regole che si
ritenevano dettate da Dio.
• Per Gesù, invece, il peccato è tutto il male che, volontariamente, si fa a se stessi e agli altri.
Gesù, inoltre, presentato un Dio che non chiede di essere servito, ma che, lui stesso, si mette al
servizio degli uomini.
Questo, allora era veramente clamoroso!
Le religioni avevano fatto credere che Dio deve essere servito con sacrifici e offerte, mentre il Dio
che Gesù ci presenta, non chiede né sacrifici né offerte, ma è Lui che si sacrifica e si offre per gli
uomini.
Il Dio di Gesù non toglie il pane, ma Lui stesso si fa pane per gli uomini.
É un Dio completamente nuovo, un Dio che dona pace e serenità.
Per questo il suo messaggio si chiama "la buona notizia", e l'uomo si deve liberare da ogni paura di
Dio. Ora sappiamo che Dio continuamente ci ama e, il suo amore, non viene condizionato dai
nostri limiti.
Neppure il peccato impedisce a Dio di comunicare il suo amore.
Questa novità è talmente clamorosa che con difficoltà è stata accolta.
Per questa sua visione di Dio, Gesù è stato ritenuto un pazzo dalla sua stessa famiglia, è stato
abbandonato dalla gran parte dei suoi discepoli, ritenuto un bestemmiatore, e dunque meritevole
di morte, da parte delle autorità religiose.
Gli evangelisti hanno trasmesso questa buona notizia con formulazioni differenti, ognuno secondo
il suo "piano teologico".
Gli evangelisti sono dei grandissimi letterati e dei profondi teologi e, nella loro opera, non sono
interessati a trasmettere una cronaca della vita di Gesù, ma a formulare un messaggio teologico.
I vari episodi evangelici non riguardano la storia ma, pur cogliendo elementi storici, sono una
teologia, cioè una parola che vale per tutti i tempi.
E’ importante, quando si legge un vangelo, comprendere quello che l'evangelista ci vuole
realmente dire dal come lo dice, perché la Parola di Dio sia valida per sempre.
Anche per noi, a distanza di duemila anni, la Parola di Dio rimane validissima, se sappiamo
distinguere tra quello che l'evangelista dice da come lo dice, usando la cultura dell'epoca, le
immagini letterarie dell'epoca, le tecniche letterarie dell'epoca.
Fatta questa premessa, possiamo iniziare la lettura del Vangelo di Matteo.
L'evangelista Matteo scrive per una comunità di giudei che ha riconosciuto in Gesù il Messia, il
Cristo, ma è ancora attaccata alla tradizione religiosa di Mosè.
Allora Matteo, che probabilmente è uno scriba, un raffinato teologo dell'epoca, compie una
grandissima opera letteraria, per far comprendere, alla sua comunità, che Gesù non è un profeta
come Mosè, ma è molto di più, è l'immagine del Dio invisibile, è il Dio con noi.
Per fare comprendere questo, l'evangelista, compie un'abile operazione letteraria.
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• Innanzitutto divide il suo lavoro in cinque parti, esattamente quanti i libri scritti da Mosè.
Si pensava, allora, che Mosè fosse l'autore dei primi cinque libri della Bibbia, quelli che contengono
la legge e che, con un termine tecnico, vengono chiamati Pentateuco.
• Poi ripercorre la vita di Mosè. Mosè deve la sua sopravvivenza ad un intervento di Dio che lo
sottrasse alla strage di tutti i bambini maschi ebrei voluta dal Faraone. Ed ecco che, solo in Matteo
e non negli altri evangelisti, troviamo l'episodio della strage dei bambini di Betlemme, Erode è il
nuovo Faraone e, come Mosè era scampato alla mano del Faraone, cosi Gesù scampo alla mano di
Erode.
• C'è, ancora, un altro parallelismo, quello fra il monte delle beatitudini e il monte dove Dio diede
a Mosè la legge. Gesù, come Mosè, sale sul monte e detta la nuova alleanza con il suo popolo,
un’alleanza non è più basata sulla legge di Mosè, i dieci comandamenti, ma sulle otto beatitudini.
La legge di Mosè, i comandamenti, stabiliscono un'alleanza tra dei servi ed il loro Signore, mentre
la nuova alleanza, quella che Gesù proclama attraverso le beatitudini, è tra dei figli e il loro Padre.
E mentre, sotto la legge, si esigeva l'obbedienza a Dio, con Gesù si richiede la somiglianza al Padre.
Con Gesù la parola “obbedienza” non ha più diritto di cittadinanza! Il credente non è più chi
obbedisce a Dio osservando le sue leggi, ma è colui che assomiglia al Padre praticando un amore
simile al suo.
• Anche le famose dieci piaghe d'Egitto, grazie alle quali Mosè, con l'aiuto di Dio, libera il suo
popolo dalla schiavitù, trovano in Matteo, in riscontro, le dieci azioni compiute da Gesù, che non
trasmettono morte ma comunicano vita.
• Infine, Mosè muore sul monte Nebo senza poter entrare nella terra promessa e morendo, lascia il
suo potere ad un suo successore, Giosuè, e così, anche Matteo termina il suo vangelo sul monte,
non con una scena di morte, ma con una scena di vita, con Gesù nella pienezza della sua
resurrezione.
Gesù, poi, non ha bisogno di individuare il suo successore, poiché rimane con noi per sempre:
"Ecco io sono con voi tutti i giorni".
Questa, in sintesi, è la linea teologica del Vangelo di Matteo, linea differente da quella degli altri
evangelisti.
Detto questo, iniziamo la nostra riflettere sul brano delle tentazioni di Gesù, come troviamo nel
vangelo secondo Matteo al capitolo quarto, versetti 1-11.

Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. E, dopo
aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. E il tentatore,
avvicinatosi, gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pani».
Ma egli rispose: «Sta scritto: "Non di pane soltanto vivrà l'uomo, ma di ogni parola che
proviene dalla bocca di Dio"».
Allora il diavolo lo portò con sé nella città santa, lo pose sul pinnacolo del tempio, e gli
disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; poiché sta scritto: "Egli darà ordini ai suoi
angeli a tuo riguardo, ed essi ti porteranno sulle loro mani, perché tu non urti con il piede
contro una pietra"».
Gesù gli rispose: «È altresì scritto: "Non tentare il Signore Dio tuo"».
Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del
mondo e la loro gloria, dicendogli: «Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori».
Allora Gesù gli disse: «Vattene, Satana, poiché sta scritto: "Adora il Signore Dio tuo e a
lui solo rendi il culto"».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli si avvicinarono a lui e lo servivano.

Il deserto, nell'A.T., ha un duplice significato, è il luogo della prova e il luogo della tentazione.
L'evangelista, parlando di deserto, non dà un' indicazione geografica essendo un episodio che non
riguarda la storia ma la fede.

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"(...) nel deserto per essere tentato dal diavolo".
Conosciamo tutti questa espressione: "le tentazioni di Gesù", ma, se per noi il termine "tentazione"
ha sempre una connotazione negativa, cioè sollecitare qualcuno a compiere il male, in questo
brano, invece, il diavolo, non va da Gesù per invitarlo a compiere azioni malefiche, o peccaminose,
ma gli si offre come il suo più valido collaboratore per realizzare la sua vita.
Allora, più che di tentazioni, bisognerebbe parlare delle seduzioni di Gesù.
“Diavolo”: per noi "diavolo" e "demonio" sono sinonimi, indicano la stessa realtà ma non è cosi nei
vangeli, dove un conto è il "diavolo" e un conto sono i "demoni", sempre al plurale, e le due realtà
non vano mai confuse.
Satana e diavolo indicano la stessa realtà. Satana è il termine in ebraico, diavolo in greco.
Nei vangeli il diavolo ha un posto minimo, appare soltanto qui e poi non compare più.
É veramente sorprendente, come nella vita di tanti cristiani, abbia, invece, un posto cosi
importante e rilevante!
Il diavolo, in questa immagine che l'evangelista ci presenta, è la figura del potere che rende
completamente refrattari all'accoglienza, all'accettazione e alla pratica del messaggio di Gesù.
Con il termine "demoni" gli evangelisti indicano tutti quegli esseri tipici della cultura antica, una
cultura fatta di credenze, di superstizioni.
In quell'epoca, per esempio, credevano all’ esistenza delle sirene, dei centauri, delle sfingi,
malattie, eccetera. Tutto questo mondo è andato sotto la voce "demoni".
Così, tutto ciò che non si sapeva spiegare e che condizionava la vita degli uomini, veniva chiamato
demonio.
• Per esempio, l'insolazione si pensava che fosse un demonio che andava in giro fra mezzogiorno
e le tre del pomeriggio.
• La depressione, si diceva che il depresso era uno posseduto dal demonio.
Nei vangeli non si trovano mai una persone possedute da satana o dal diavolo, ma ci sempre
possedute dai demoni.
Satana nei testi biblici viene presentato non come un nemico di Dio, ma come una specie di
funzionario della corte divina. Il suo compito era di scendere sulla terra, osservare il
comportamento delle persone e riferire a Dio, che gli permetteva di castigarle coloro che si
comportavano male.
Con Gesù, il povero diavolo, si è trovato disoccupato, perché il Dio di Gesù ama tutti e non intende
punire nessuno. Per questo, nel Vangelo di Luca troviamo quell'immagine stupenda riferita da
Gesù che vede il diavolo precipitare come folgore sulla terra (Lc 10,18)!
Con Gesù il diavolo non ha più accesso al cielo, non c’è più bisogno dell’accusatore!
Gesù, dunque, va nel deserto per essere tentato dal diavolo.
A "tentare" Gesù, durante la sua vita, saranno i farisei e gli scribi, queste persone sono i veri diavoli
che tenteranno Gesù.
La denuncia dell'evangelista contro i farisei e gli scribi è tremenda!
"E dopo avere digiunato quaranta giorni e quaranta notti (...)".
In un certo spiritualismo va di moda la pratica del digiuno, Gesù non si è mai sognato di invitare
alla pratica del digiuno. Il digiuno è un elemento di morte e nella comunità cristiana, non ci
possono essere segni di morte ma esuberanza di vita.
L'evangelista dice, "dopo avere digiunato quaranta giorni e quaranta notti (..)" ... aggiunge le
quaranta notti per indicare che, quello di Gesù, non è un digiuno religioso che inizia all'alba e
termina al tramonto.
Dura quaranta giorni e quaranta notti perché, nel Libro dell'Esodo, si legge che Mosè stette
quaranta giorni e quaranta notti senza mangiare pane e bere acqua.
Gesù, dunque, non è inferiore a Mosè né all'altro grande personaggio che incontreremo sul monte
della trasfigurazione, Elia, anche lui digiunò per quaranta giorni.

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Quando poi, nei vangeli ed anche nell'A.T., incontriamo dei numeri, dobbiamo ricordare che
vanno interpretati in maniera figurata e mai aritmetica o matematica, per non rischiare di far dire
al vangelo quello che l'evangelista non ha inteso dire.
Il numero “quaranta” nei vangeli indica una vita.
L'evangelista vuole far comprendere che Gesù, per tutta la sua esistenza è stato sottoposto alle
seduzioni del diavolo e se il diavolo, termina la sua funzione in questo episodio, vedremo poi che
ci saranno altri diavoli, farisei, scribi, apostoli, a tentare Gesù.
"E dopo avere digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame".
La fame di Gesù è una fame più profonda. Non si tratta di una fame di genere alimentare, ma di
una fame interiore, molto più ricca, quella di realizzare la volontà di Dio.
"Il tentatore allora gli si avvicino e gli disse…."
Normalmente le traduzioni riportano "se sei Figlio di Dio" ma dovremmo meglio tradurre
"giacché sei il Figlio di Dio, di' che questi sassi diventino pane".
É una tentazione che ritroveremo nella vita di Gesù e saranno le persone religiose che, per credere,
chiederanno un segno, un miracolo.
É tipico delle persone religiose chiedere e cercare segni. Le persone religiose non hanno fede e
mascherano la loro mancanza di fede con la ricerca continua di segni, di miracoli, di luoghi
miracolosi, di persone, più o meno, carismatiche.
Cercheranno sempre, per tutta la loro esistenza, e non troveranno mai.
Gesù si rifiuta di dare o lasciare segni ma invita a credere per diventare segno per gli altri.
Chi ha bisogno di un segno per credere, crede in un Dio diverso da quello ci ha manifesta in Gesù,
vogliamo un Dio che fa cose straordinarie, che si manifesta attraverso i miracoli.
Quando gli evangelisti vogliono indicare le azioni di Gesù, non adoperano mai il Termine miracolo
ma, "segno", "opera" o "prodigio".
É importante per noi, perché se i miracoli non li possiamo fare, i segni, le opere, i prodigi, sì. Ecco
perché Gesù dice "le opere che io compio anche voi le potete compiere, anzi ne potete compiere di
più".
Nella nuova edizione del Nuovo Testamento, è sparito il termine "miracolo".
Se andate a vedere il capitolo due di Giovanni, dove si narrano le nozze di Cana, troverete che
dove, nella vecchia edizione, c'era scritto che "questo fu il primo dei miracoli compiuti da Gesù",
nella nuova edizione c'é scritto che "questo fu il primo dei segni compiuti da Gesù".
Quindi non miracoli ma opere compiute da Gesù, segni che è compito della comunità continuare.
Nel deserto, quindi, il tentatore invita ad un rapporto miracoloso con Dio, ma Gesù che non
trasforma le pietre in pane per salvare se stesso, si farà pane per la salvezza di tutti, e l’'episodio
con il quale Gesù risponderà a questa seduzione sarà quello della condivisione dei pani (Mt 14,13-
21).
I discepoli gli si avvicinarono e lo pregarono di congedare la gente in modo che si potessero
"comprare” da mangiare. Ma mentre i discepoli, che non hanno ancora compreso la novità portata
da Gesù, usano il verbo "comprare", Gesù propone loro il verbo "dare": "Voi stessi date loro da
mangiare".
Quando uno accumula per se, si crea ingiustizia e si crea fame, mentre quando la comunità mette
insieme quello che ha, ecco il miracolo, si crea l’abbondanza.
Il tentatore invita Gesù ad un rapporto miracolistico con Dio, ma Gesù gli risponde “Non di solo
pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.
Gesù è molto chiaro. Non basta il pane per mantenere in vita la persona, ci vuole anche la sua
parola, è la sua parola che, una volta accolta, dà pienezza di vita all’uomo.
L’adesione a Gesù e al suo messaggio non diminuisce la persona, ma la potenzia.
Se consideriamo l’episodio della tentazione del pane soltanto da un punto di vista storico, non ci
dice più di tanto. Se invece lo prendiamo come indicazione per l’esistenza della comunità, allora
racchiude un insegnamento molto profondo.

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Gesù ribadisce la sua piena fiducia nel Padre così come dovrebbe fare ogni credente, senza
affannarsi per cosa mangeremo o cosa berremo perché, nella realizzazione del regno di Dio, tutte
queste cose saranno date in aggiunta.
Questa prima seduzione, ci invita ad avere fiducia in Dio, che conosce i bisogni dell’uomo, senza la
ricerca dei miracoli per credere.
Inoltre ci assicura che, chiunque orienta la propria esistenza al bene degli altri, ha garantita
l’assistenza da parte di Dio, un’assistenza piena.
“Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa e lo depose sul pinnacolo del tempio”.
Il pinnacolo era il punto più alta del tempio, una meraviglia, di quell’epoca, a Gerusalemme.
Secondo la tradizione il Messia sarebbe comparso all’improvviso nel tempio.
Allora il diavolo gli dice “sei il Messia, va’ incontro alle attese della gente, fa’ quello che la gente si
aspetta da te. Anzi, giacché sei il figlio di Dio, gettati giù, perché sta scritto che Dio, ai suoi angeli,
darà ordine, al tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani perché non abbia a urtare
contro un sasso il tuo piede!”.
Il diavolo si presenta come un esperto conoscitore della Bibbia, un teologo competente,
esattamente come i farisei e i dottori della legge.
Saranno infatti costoro che, con le citazioni della Bibbia, tenteranno di sedurre Gesù per impedirgli
di realizzare il suo regno, il regno di Dio.
Il testo-sfida che il diavolo propone si trova nel salmo 91, dove si legge che al giusto viene
assicurata la protezione da parte di Dio.
Questa tentazione diabolica si ripresenterà al momento della crocifissione.
Saranno, allora, i sommi sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, cioè i componenti del Sinedrio, che
hanno crocifisso Gesù, a dire: “giacché sei il Figlio di Dio, scendi dalla croce” (cf. Mt 27,42-43).
É la stessa tentazione del diavolo, “fa’ quello che la gente si aspetta da te”.
Chi di noi non avrebbe voluto un Dio che si manifesta attraverso l’onnipotenza, un Dio che,
crocifisso, scende vincitore.
Ma Gesù non è cosi.
“Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: «Non tentare il Signore tuo»”.
Tentare Dio è esigere da lui un segno, possibilmente miracoloso, della sua presenza, della sua
fedeltà, metterlo nella necessita di intervenire.
Gesù che, invece, ha la certezza che Dio è con lui, non ha bisogno di chiedergli interventi
straordinari per confermarne la presenza.
Questa tentazione si rifà ad un episodio dell’A.T., quando il popolo, nel deserto, trovandosi in
difficoltà, chiede: “ma Dio è qui o non è qui con noi?”.
Gesù invita ad una totale fiducia in Dio che è sempre con noi.
Per questo, l’evangelista, presenta Gesù come il “Dio con noi”.
Il credente è colui che accoglie il Signore e, con Dio e come Dio, orienta la sua vita verso gli altri a
differenza dei farisei, di ogni tempo, che orientano la loro vita esclusivamente a Dio
disinteressandosi degli altri.
“Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del
mondo con la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai»”.
É la tentazione suprema. Il monte non è indicato, non è un monte geografico, un monte
topografico. É un monte molto alto. L’indicazione è importante.
A quell’epoca il monte, essendo il luogo della terra più alto e più vicino al cielo, era considerato la
dimora degli dei.
Questo brano va interpretato all’interno di un contesto culturale dove si pensava che, tutti coloro
che detenevano un potere, avevano la condizione divina.
Il Faraone era considerato un dio, come anche l’imperatore romano era ritenuto un dio o un figlio
di dio.

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Tutti quelli che detenevano il potere avevano la condizione di dio. Allora il diavolo, portando
Gesù sul monte alto, gli offre la condizione divina attraverso il potere.
Infatti, l’evangelista scrive che, gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse
“queste cose io ti darò”.
“Io ti darò” significa che il potere e la gloria del mondo sono del diavolo, del tentatore, e quindi
sono diabolici, e lui li dà a chiunque lavora per lui.
Matteo afferma che chiunque detiene il potere, civile o religioso, è un adoratore del diavolo, quindi
un nemico dell’umanità.
Il diavolo è disposto ad assicurare questo potere. Vuole che ci sia qualcuno che lo detenga, perché
sa che fino a quando c’è il potere, ci sarà ingiustizia e l’uomo non sarà libero.
Gesù in questo vangelo si presenta come immagine di un Dio che non domina gli uomini, ma che
si mette a loro servizio. Gesù dirà che il Figlio dell’Uomo non è venuto per essere servito, ma per
servire e dare la sua vita in riscatto, cioè per la libertà delle genti. Il Dio di Gesù è un Dio che non
domina i suoi, ma che si mette al servizio per dare a tutti gli uomini la condizione di Signore.
Il diavolo è l’immagine del potere.
In seguito distingueremo tra “potere” e “autorità”.
Tutti coloro che appartengono al potere sono refrattari e ostili a Gesù e al suo messaggio. Gesù è
l’immagine di un Dio che si mette al servizio degli uomini e invita a fare come lui. Chi intende
dominare gli altri, fare carriera calpestando gli altri, trova fastidio nel messaggio di Gesù, non lo
può accettare.
Il messaggio di Gesù è: metti la tua vita al servizio degli altri.
Il servizio, quando è liberamente e volontariamente esercitato per amore, non solo non priva di
dignità gli uomini, ma concede loro quella vera, quella divina, quella di Gesù.
Chi invece intende dominare vedrà, questo servizio, come un attentato alla propria sicurezza.
Coloro che detengono il potere o coloro che ambiscono al potere vedranno nell’annuncio di Gesù
un qualcosa che scombina i loro piani.
E così sarà anche per quelli che si sottomettono al potere.
Ci sono persone che si sottomettono al potere, rinunciando alla propria liberta, in cambio di
sicurezza e questo avviene anche nel campo religioso!
In quanti gruppi, gli individui rinunciano alla propria liberta e si sottomettono al potere per avere
sicurezza! Rinunciano così a pensare con la propria testa per dipendere da un’autorità, a loro
superiore, che indica sempre cosa è bene fare.
Coloro che detengono il potere, coloro che ambiscono al potere e coloro che si sottomettono al
potere, sono refrattari all’annuncio di Gesù e al suo messaggio.
Ma bisogna distinguere tra “potere” ed “autorità”.
Il potere è il dominio di una persona o di un gruppo di persone, sugli altri e si basa sulla paura,
sulla ricompensa e sulla persuasione.
Sulla paura: io ti domino perché tu hai paura; sull’ambizione: io ti domino perché ti posso dare ciò
che tu ambisci, denaro, titoli, onori; sulla persuasione: ti domino perché sono riuscito a convincerti
che, per te, essere mio schiavo, è il massimo dei beni desiderabili.
Chi è in queste condizioni vedrà il messaggio di Gesù come un attentato alla propria sicurezza e
alla propria libertà.
L’autorità, invece, è un servizio basato sulla propria competenza.
Mentre il potere mette una distanza fra chi comanda e chi obbedisce, l’autorità la annulla.
“Ma Gesù gli rispose: «Vattene, Satana!». Sta scritto: «Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi
culto»”.
Il popolo si era fatto l’immagine di un Messia potente, di un Messia dominatore, di un Messia
figlio di Davide.
Gesù rifiuta questa immagine di Messia e si rivolgerà, con queste parole: “Vattene, Satana!”, al suo
discepolo Simone.

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Gesù chiese, ai suoi discepoli, se hanno capito chi egli sia e Simone dice “Tu sei il Figlio del Dio
vivente.” Gesù, allora annuncia il suo programma, andrà a Gerusalemme, ma non per essere
incoronato re, ma assassinato dal Sinedrio.
Allora Simon Pietro si ribella, lo attirò a sé e cominciò a sgridarlo.
Gesù si rivolge a Pietro e gli dice “Vattene, Satana!”, le stesse parole rivolte al diavolo nel deserto.
“Vattene, Satana! Torna dietro di me, non sei tu che devi tracciare la mia strada, ma sono io che
devo tracciare la strada che tu devi seguire”.
“Allora il diavolo lo lasciò ed ecco degli angeli gli si accostarono e lo servivano”.
Gesù rifiuta ogni forma di potere.
Il potere è sempre demoniaco, è sempre diabolico per chiunque lo detenga.
Ebbene, il Dio di Gesù non detiene il potere, non comanda.
Per questo, il credente non è chiamato a obbedire.
Il verbo “obbedire” è assente nei vangeli. Mai Gesù chiede di obbedire a Dio, mai chiede di
obbedirgli, mai chiede di obbedire a qualche uomo.
Il verbo “obbedire” presuppone una persona che comanda e una che obbedisce, questo è fuori
dall’insegnamento di Gesù.
Gesù non adopera mai il verbo “obbedire”. Dirà invece, e molte volte “siate, assomigliate”, “siate
come il Padre vostro”.
Inviterà, non all’obbedienza ma alla somiglianza.
L’obbedienza si esercita con la paura e crea distanza, la somiglianza si ottiene attraverso la pratica
dell’amore e unisce. Più l’uomo somiglia al Padre nella pratica dell’amore, più la distanza si
assottiglia fino a che l’uomo diventa una sola cosa con il Padre.