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15/5/2020 Il Timeo di Platone | Filosofia in movimento

nel tempo, e in particolare il fatto che viene chiamato in causa un demiurgo divino che
lo genera e che, di conseguenza, se ne descrive concretamente la generazione. Ma
anche questo argomento, apparentemente inconfutabile, risulta tuttavia in qualche
misura controverso, perché dipende dallo statuto narrativo, letterale o metaforico, che
si attribuisce all’esposizione di Timeo e al ruolo che in essa viene così attribuito al
demiurgo cosmico. Le due questioni, dell’origine o dell’eternità del mondo e della
natura dell’artigiano supremo che lo ha prodotto e della sua azione produttiva, sono
perciò indissolubilmente connesse.

Il demiurgo è infatti colui il quale riproduce nel tempo l’ordine e la disposizione delle
realtà eterne, così fabbricando le cose sensibili assumendo come modello le idee
intellegibili. Ora, fra le numerose questioni che una simile ipotesi, appena evocata,
suscita, ne sottolineo particolarmente una, a mio avviso fondamentale per l’attuale
esame: il demiurgo agisce nel tempo o al di fuori del tempo? In altri termini: con la
figura del demiurgo, che rinvia all’esigenza di una mediazione fra le realtà atemporali
e le realtà temporali, Platone vuole farci intendere che tale mediazione fra
l’atemporale e il tempo (1) sussiste da sempre, al di fuori del tempo, sicché quella del
demiurgo è di fatto una metafora, oppure (2) che essa ha avuto un inizio nel tempo,
sicché il demiurgo va concepito allora come una figura personale, caratterizzata da
una volontà e da una capacità di decisione che si esplica in base a un piano o a una
previsione razionale? Questa è, evidentemente, la difficoltà principale posta
dall’esposizione del Timeo. Ma le risposte possibili a tale domanda comportano
entrambe delle temibili difficoltà. (1) Se infatti la mediazione demiurgica fosse
originaria ed eterna e al di fuori dal tempo, bisognerebbe allora supporre o (A) che
essa è in atto già da sempre, sicché, dunque, la funzione demiurgica non si configura
come un’azione deliberata, ma come metafora di uno stato di cose o di una
condizione che sussistono da sempre, e occorrerebbe in tal caso spiegare in che
modo, negando di fatto che si dia un’effettiva generazione dell’universo che,
anch’esso, sussisterebbe da sempre come una realtà eterna; oppure (B) che,
trattandosi invece di un’azione deliberata di produzione e di modellaggio di un
materiale informe, essa si estende letteralmente da un “prima” a un “poi” (perché, se
la mediazione demiurgica si presenta come una vera e propria azione deliberata, vi
saranno in tal caso un “prima” e un “poi” di questa azione, un momento o una
condizione che la precedono e un momento o una condizione che la seguono),
introducendo così nuovamente una scansione temporale e, di seguito, un principio o
un’origine di tale produzione. (2) Ma se, di conseguenza, il demiurgo possiede questa
funzione, se è davvero una “causa” cosciente e responsabile nella misura in cui
compie un progetto che, come tale, deve avere un inizio o un punto di partenza, si
cade nell’ulteriore difficoltà di dover giustificare sul piano razionale una simile funzione
demiurgica associata all’intervento di una divinità personale. Mi pare si tratti di una
difficoltà da non sottovalutare per un filosofo, come Platone, che fa dipendere di fatto
l’ordine e la disposizione di tutte le cose da un set di modelli eterni, le idee, la cui
struttura viene riprodotta su un materiale sensibile altrettanto eterno. Che spazio c’è,
infatti, nell’interazione fra un modello e un materiale eterni, per un agente cui si
attribuisce l’inizio o l’origine, nel tempo, di tale interazione? Da dove viene questo
agente, di cui non sembra esservi traccia negli altri dialoghi? Perché e come questo
agente avrebbe scelto un momento in cui dare inizio a tale interazione? A cosa
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servivano i modelli e il materiale eterno prima dell’intervento del demiurgo? Queste


sono solo alcune delle questioni che, nella prospettiva di un’interpretazione letterale
del Timeo, rimangono senza una soluzione soddisfacente.

Bisogna allora rivolgersi direttamente, per saggiare la coerenza della concorrente


interpretazione metaforica, alla figura del demiurgo. “Costruttore e padre del tutto”
(28c), il demiurgo è, innanzitutto, “buono” (29e e passim) il che implica che l’opera da
lui compiuta sarà la migliore possibile. Egli possiede molteplici competenze, tecniche
e intellettuali a un tempo: plasma la cera (74c), fonde i metalli e lavora il legno (28c;
33b), riunisce armoniosamente le diverse parti della sua opera (30b; 33d); più in
generale, è l’artigiano che fa apparire l’ordine universale nel disordine cosmico (53b;
75d) e, allo stesso tempo, l’intelligenza (nous) che “riflette” (30b; 34a; 52d; 55c),
“considera” (33b), “parla” (41a-e), “si rallegra” (37c) del prodotto realizzato e della sua
somiglianza al modello eterno. In

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