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Roma antica (età repubblicana)

1 INTRODUZIONE
Roma antica (età repubblicana) Periodo della storia di Roma antica compreso fra il 510 e il 27 a.C.,
che seguì la caduta della monarchia.

LE MAGISTRATURE REPUBBLICANE E LA CONQUISTA DELL'ITALIA


2 (510-264 A.C.)

Mentre nell'età monarchica il potere era attribuito unicamente al re,


in età repubblicana venne affidato a due magistrati eletti
annualmente dall'intera cittadinanza, riunita nei comizi centuriati,
dapprima chiamati pretori e in seguito consoli. Il popolo romano,
infatti, trasferiva loro l'imperium (la forza congiunta di dei e popolo
di Roma), attributo necessario per comandare l'esercito. La
collegialità e l'annualità di queste magistrature debbono intendersi
in aperto contrasto con la natura monarchica del potere, che il
popolo romano non voleva che fosse ripristinata; dopo la cacciata di
Tarquinio il Superbo per opera dei nobili Lucio Giunio Bruto e Lucio
Tarquinio Collatino – considerati i primi magistrati della Roma
repubblicana – il nome di re divenne infatti sinonimo di sopruso, e
accuratamente evitato: l'unico suo uso linguistico fu nella funzione
sacerdotale di rex sacrorum, officiante dei pubblici
sacrifici.La composizione del senato, la più autorevole assemblea
decisionale dello stato romano, venne progressivamente
trasformata grazie all'inserimento di membri di estrazione plebea,
chiamati conscripti (da cui la successiva denominazione dei senatori
come patres conscripti): ciò venne decretato in seguito a un aspro
conflitto tra patrizi e plebei. Non è facile cogliere la vera origine di
questi distinti ordines, anche perché le risposte date finora dagli
studiosi sono state estremamente diverse; patrizi e plebei, se
ebbero tra loro profonde differenze di carattere economico, sociale
e religioso (professavano infatti culti diversi) dovettero inizialmente
(nel periodo monarchico) distinguersi soprattutto per motivi etnici.
C'è chi ha voluto vedere, ad esempio, nei patrizi i latini che si
imposero sull'etnia sabina, cioè i plebei; oppure individuare nei
patrizi gli etruschi conquistatori (etruschi erano i re Tarquinio Prisco
e Tarquinio il Superbo) che sottomisero la componente etnica
latino-sabina, riducendola a plebe; e non mancano teorie
innovative, che tendono a ridimensionare di molto il ruolo del
patriziato in epoca arcaica. Certo è che la lotta che si sviluppò tra
patrizi e plebei nelle prime fasi dell'età repubblicana portò alla
progressiva abolizione di numerosi privilegi politico-sociali del
patriziato.Nel 494 a.C. la secessione della plebe guidata da Menenio
Agrippa diede luogo all'elezione dei tribuni della plebe (tribuni
plebis). Eletti annualmente, godevano dell'inviolabilità personale
(sacrosanctitas) e del diritto di veto sulle deliberazioni dei
magistrati patrizi (intercessio) e rappresentavano per i plebei il
punto di riferimento politico nei conflitti con il patriziato: avevano
cioè ufficialmente il diritto di soccorrere la plebe (ius auxilii ferendi
plebi).Oltre all’elezione dei tribuni, vennero concessi l'istituzione di
edili plebei, nonché il diritto di riunirsi in assemblea nel concilium
plebis. Nel 451 a.C. fu nominata una commissione composta da
dieci uomini (decemviri legibus scribundis), prima tutti patrizi e poi
metà patrizi e metà plebei, allo scopo di fissare il primo codice di
leggi della storia romana (legge delle Dodici Tavole), ove furono
raccolti i principi del diritto romano arcaico. Con la legge Canuleia,
del 445 a.C., fu legalizzato il matrimonio fra patrizi e plebei, mentre
le leggi Liciniae-Sextiae, del 367 a.C., stabilirono che uno dei due
consoli eletti doveva essere plebeo. Queste ultime leggi sancirono
la legalizzazione di una diffusa prassi, che aveva visto già dal 444
a.C. la frequente sostituzione del consolato con un tribunato
militare "dalla potestà consolare", carica cui era consentito
l'accesso ai plebei. Progressivamente, anche l'accesso alle altre
magistrature fu aperto ai plebei: la dittatura, nominata nei momenti
di grave pericolo esterno per lo stato romano (356 a.C.); la censura
(350 a.C.); la pretura (337 a.C.); le magistrature connesse ai collegi
pontificali e augurali (300 a.C.).Questi cambiamenti politici
segnarono la nascita di una nuova aristocrazia. Il senato, che
originariamente possedeva solo una serie di limitate prerogative
amministrative, divenne il fulcro del governo della repubblica,
poiché a esso spettava ogni decisione in materia di pace e di
guerra, nella scelta delle alleanze e delle colonie da fondare, nel
controllo delle finanze statali. Sebbene l'emergere di questa nuova
nobilitas patrizio-plebea avesse posto fine alle lotte fra i due ordini,
la situazione delle famiglie plebee più povere non subì alcun
miglioramento.

La politica estera di Roma, in questa fase della sua storia, fu


caratterizzata da una serie di guerre di conquista che diedero luogo
a una notevole espansione territoriale. Con la grande vittoria
ottenuta presso il lago Regillo nel 497 o 496 a.C. contro latini e
volsci alleati, Roma divenne la città egemone della Lega latina
(l'antica confederazione che univa tra loro le città del Lazio),
imponendo nel 493 a.C. il celebre trattato detto foedus Cassianum;
condusse poi una serie di altre guerre contro etruschi, volsci ed
equi: guerre nelle quali si affermò, tra gli altri, Lucio Quinzio
Cincinnato, dittatore nel 458 a.C.Tra il 449 e il 390 a.C. la politica
espansionistica di Roma divenne particolarmente aggressiva: con la
presa di Veio (396 a.C.) da parte di Marco Furio Camillo, l'Etruria
iniziò a perdere la propria indipendenza. Intorno alla metà del IV
secolo a.C., nell'Etruria meridionale vennero stanziate alcune
guarnigioni romane. Le vittorie su volsci, latini ed ernici
assegnarono a Roma il controllo dell'Italia centrale, facendola nel
contempo entrare in contatto con i sanniti, stanziati più a sud, che
vennero affrontati e vinti nel corso di tre durissime guerre (guerre
sannitiche), tra il 343 e il 290 a.C. Stroncata una rivolta di latini e
volsci, nel 338 a.C., la Lega latina fu sciolta; due potenti coalizioni si
formarono allora per cercare di contrastare l'ascesa di Roma:
etruschi, umbri e galli (che già avevano attaccato i romani
saccheggiando l'Urbe nel 390 a.C.) a nord; lucani, bruzi e sanniti nel
sud, che riuscirono a contrastare l'espansionismo romano fino al
283 a.C.Nel 281 a.C. la colonia greca di Tarentum (l'odierna
Taranto) chiese aiuto contro la minaccia costituita da Roma, della
quale si temevano le mire espansionistiche in Magna Grecia, a Pirro,
re dell'Epiro; dal 280 al 276 a.C. egli condusse la guerra in Italia
meridionale e in Sicilia infruttuosamente – nonostante potesse
contare sull'utilizzo bellico degli elefanti, sconosciuti ai romani – e
dovette fare ritorno in Grecia. Durante i dieci anni successivi i
romani completarono la sottomissione dell'Italia meridionale,
riuscendo dunque a controllare l'inter a penisola, dallo "stivale" fino ai fiumi Arno
e Rubicone.

3 LE GUERRE PUNICHE E MACEDONICHE (264-133 A.C.)

Nel 264 a.C. Roma entrò in guerra con Cartagine per il controllo del


Mediterraneo: la città punica rappresentava in quel momento la più
forte potenza marittima dell'Occidente, capace di controllare
pressoché totalmente il settore centrale e occidentale del bacino
del Mediterraneo, mentre Roma rimaneva ancora padrona del solo
territorio italiano.La prima delle tre guerre puniche scoppiò per la
crescente rivalità politica ed economica tra Roma e Cartagine. Dopo
le guerre tarantine, infatti, Roma aveva posto sotto la propria
diretta influenza le città della Magna Grecia, minacciando in questo
modo la supremazia cartaginese nel Mediterraneo meridionale,
consolidata negli anni grazie a vasti insediamenti punici in Sicilia.
L'occasione fu data dai mercenari campani mamertini, assediati a
Messana (Messina), che chiesero aiuto a entrambe le città contro
Gerone II di Siracusa. Cartagine, come si è detto, controllava già
parte della Sicilia e i romani accolsero la richiesta con l'intenzione di
cacciare i cartaginesi dall'isola.Approntata la loro prima grande
flotta, i romani dichiararono guerra e sconfissero i cartaginesi nella
battaglia di Milazzo (260 a.C.), sotto la guida del console Caio
Duilio. Nonostante altre vittorie, nelle acque di Tindari e al largo del
promontorio Ecnomo (presso Licata), essi non riuscirono però a
impadronirsi della Sicilia. Nel 256 a.C. un'armata romana guidata
dal console Marco Attilio Regolo stabilì una base in Nord Africa, ma
l'anno seguente i cartaginesi la costrinsero a ritirarsi, dopo averla
duramente sconfitta presso Tunisi: Regolo stesso fu fatto prigioniero
e molti dei soldati romani superstiti morirono travolti da una
tempesta l'anno successivo.La guerra continuò a lungo, combattuta
in gran parte attorno alla Sicilia, e si concluse dopo alterne vicende
solo nel 241 a.C. con una battaglia navale presso le isole Egadi,
vinta dai romani guidati dal console Caio Lutazio Catulo; essa fruttò
a Roma il controllo della Sicilia (prima regione a essere organizzata
in provincia romana) e nel 237 a.C. la conquista della Sardegna e
della Corsica, a loro volta costituite in provincia. Le condizioni di
pace imposte ai cartaginesi dai vincitori furono durissime: oltre alle
perdite territoriali e all'impegno di non belligeranza, essi dovevano
restituire senza riscatto i prigionieri romani e impegnarsi a pagare
una forte indennità di guerra.Ora che Roma era in grado di
competere sui mari, Cartagine cominciò a organizzarsi per una
ripresa delle ostilità, attraverso l'acquisizione di una serie di punti
d'appoggio in Spagna, dove volutamente i cartaginesi provocarono i
romani attaccando la città di Sagunto, loro alleata. La seconda
guerra punica prese avvio nel 218 a.C. con la spedizione di Annibale
in Italia, dalle basi spagnole attraverso le Alpi. Dopo aver vinto i
romani presso i fiumi Ticino e Trebbia, egli si spinse verso sud
ottenendo successivamente due importanti vittorie, al lago
Trasimeno (217 a.C.) e a Canne (216 a.C.).I condottieri romani di
maggior spicco in questa prima parte della guerra furono il dittatore
Quinto Fabio Massimo, detto "il Temporeggiatore" poiché dopo la
sconfitta romana del Trasimeno cercò di tenere a distanza il nemico
e di logorarlo con una tattica attendista, e il console Caio Terenzio
Varrone, sfortunato comandante dell'esercito romano a Canne. La
guerra proseguì ancora a lungo, e vide da un lato una progressiva
riconquista da parte dei romani del terreno perduto in Italia
meridionale (presa di Siracusa, 212 a.C. e di Capua, 211 a.C.),
dall'altro frequenti saccheggi e devastazioni da parte di Annibale,
che depauperarono severamente l'agricoltura
italica.Dopo circa quindici anni il conflitto si spostò in Africa, dove
Annibale fu chiamato per affrontare nel 202 il giovane generale
romano Scipione Africano, che puntava su Cartagine. Annibale
venne sconfitto in maniera definitiva nella battaglia di Zama (202
a.C.), in conseguenza della quale Cartagine fu costretta a
consegnare la sua flotta, a cedere la Spagna e i suoi possedimenti
insulari nel Mediterraneo, oltre a pagare una nuova indennità di
guerra. Roma rimase così la sola dominatrice del Mediterraneo
occidentale e ampliò il suo dominio verso nord. Fra il 201 e il 196
a.C. le popolazioni galliche della Pianura Padana furono soggiogate
e il loro territorio venne progressivamente romanizzato. La Spagna
fu mantenuta in regime di occupazione militare, e successivamente
costituita in provincia.La terza guerra punica, originata dal timore
che la potenza cartaginese potesse tornare a prosperare, in virtù di
una fiorente economia, fu condotta rapidamente a termine fra il 149
e il 146 a.C. da Scipione Emiliano, che conquistò e distrusse
Cartagine dopo tre anni di assedio, trasformandone il territorio
circostante nella provincia d'Africa.Nel corso del III e del II secolo
a.C. Roma fu anche impegnata in un lungo conflitto con la
Macedonia per il dominio del settore orientale del Mediterraneo, che
si svolse nel corso di tre guerre; nelle prime due le forze macedoni
combatterono sotto il comando di Filippo V, sconfitto nel 197 a.C. a
Cinoscefale. Nel frattempo, con l'aiuto degli stati della Grecia
meridionale, suoi alleati, Roma combatté contro Antioco III di Siria,
che fu vinto nella battaglia di Magnesia (189 a.C.) e obbligato a
cedere i suoi possedimenti in Europa e in Asia. Il figlio di Filippo V,
Perseo, continuò la resistenza contro Roma, provocando lo scoppio
della terza guerra macedonica; nel 168 a.C. il suo esercito fu
sgominato a Pidna dal generale Lucio Emilio Paolo: la Macedonia
divenne provincia romana nel 146 a.C. In quello stesso anno l'ultima
rivolta della Lega achea contro Roma si concluse con la presa e la
distruzione della città di Corinto: da quel momento la libertà della
Grecia ebbe fine.In poco più di un secolo, Roma divenne un impero
che dominava il bacino del Mediterraneo dalla Siria alla Spagna.
Conseguenza di tali imprese furono i contatti con la cultura greca, di
cui Roma poté apprezzare le arti e le lettere, la filosofia e i culti
religiosi. Non a caso la letteratura latina ebbe un grande impulso a
partire dalla seconda metà del III secolo a.C., con la traduzione di
opere dell'epica greca e lo sviluppo di un teatro che su quello greco
era modellato; nel secolo successivo queste tendenze si
enfatizzarono, e si diffusero a Roma le prime scuole filosofiche
greche. Se è vero che questa ellenizzazione della cultura romana
dispiacque ai più conservatori, come al vecchio Catone il Censore, il
filoellenismo divenne invece uno dei tratti distintivi dell'autorevole famiglia degli
Scipioni.

4 LA LOTTA POLITICA A ROMA: DAI GRACCHI A SILLA


Nello stesso periodo in cui Roma stava creando un impero di vasta
portata, si accrebbe il livello dello scontro politico al suo interno. Le
più ricche famiglie plebee e le antiche gentes patrizie
conquistarono, grazie a un accordo, le più alte magistrature e il
controllo totale dell'accesso al senato; inoltre, la graduale
estinzione dei piccoli proprietari terrieri, dovuta a uno sviluppo –
ancorché parziale – del latifondo e alle devastazioni delle guerre
(soprattutto di quella annibalica), provocò la formazione di un
proletariato, in larga parte inurbato, il cui malcontento era incapace
di tradursi in organizzazione politica. Divenne così inevitabile lo
scoppio di un duro conflitto tra l'aristocrazia più conservatrice,
organizzata nella fazione degli optimates, e uomini politici con
maggiore attenzione verso le fasce più basse della società,
organizzati nella fazione dei populares: tra questi ultimi, i fratelli
Tiberio Sempronio Gracco e Caio Sempronio Gracco, tribuni della
plebe rispettivamente nel 133 e 123 a.C., che promossero riforme
agrarie che non sopravvissero però alla morte violenta dei loro
fautori.

Si stava inoltre sviluppando, all'interno della società romana, un


nuovo soggetto sociale: l'ordine equestre. I cavalieri, infatti, si
erano avvalsi delle nuove conquiste in Oriente – che avevano
ampliato l'orizzonte mercantile di Roma – per imporsi come ceto
imprenditoriale e commerciale; inoltre, in molte delle nuove
province, l'esazione degli appalti fu appannaggio di cavalieri, detti
pubblicani, che con questa attività costruirono enormi fortune. Alla
crescita economica dei cavalieri non corrispose però un adeguato
ruolo politico e l'ordine equestre restò escluso dalle funzioni di
governo dello stato, eccezion fatta per qualche suo isolato
esponente che accedeva al senato come homo novus (non
proveniente cioè da famiglie senatorie). La lotta più dura che
combatterono i cavalieri fu quella – iniziata nella seconda metà del
II secolo d.C., e caratterizzata da fasi alterne – per accedere alla
quaestio de pecuniis repetundis, commissione di controllo
sull'operato dei governatori e amministratori delle province; se non
potevano essere ceto di governo gli equites pretendevano almeno
una funzione di controllo su chi governava, a tutela dei propri
crescenti interessi economici.Le comunità italiche alleate di Roma,
che stavano perdendo progressivamente peso politico e privilegi,
chiedevano il riconoscimento del loro decisivo contributo alle guerre
di conquista. In questa situazione, il tribuno Marco Livio Druso
propose leggi agrarie e distribuzioni di grano per le classi meno
agiate, e promise la cittadinanza romana agli italici. Ma, quando
anche Druso venne ucciso (nel 91 a.C.), gli italici insorsero, creando
un proprio esercito e un proprio stato, che ebbe la sua capitale
provvisoria nella città di Corfinium, nel territorio dei marsi. Il
conflitto che ne seguì (90-88 a.C.) fu detto guerra sociale, cioè
"guerra degli alleati" (in latino socii), e si concluse con la sconfitta
degli italici, ai quali venne però concessa la cittadinanza romana.
Nell'89 a.C., inoltre, il console Pompeo Strabone concesse la
cittadinanza agli abitanti della Pianura Padana, regione da tempo in
bilico tra la condizione di provincia e quella di appendice
dell'Italia.Nel frattempo, gravi problemi continuavano a
caratterizzare la politica interna di Roma. Durante la prima guerra
combattuta contro Mitridate VI, re del Ponto, scoppiò un violento
conflitto tra Caio Mario, rappresentante della fazione dei populares,
e Lucio Cornelio Silla, il capo della fazione aristocratica degli
optimates, per il comando delle forze di spedizione; entrambi
valenti militari, avevano già dato prova delle loro capacità belliche.
Mario aveva infatti già ricoperto per cinque volte il consolato, e si
era distinto per le vittorie contro i teutoni nel 102 a.C. (ad Aquae
Sextiae) e i cimbri nel 101 a.C. (ai Campi Raudii); aveva inoltre
promosso una riforma che, favorendo gli arruolamenti volontari –
anche tra i proletari – trasformava l'esercito in un corpo
professionale, fedele più al generale che l'aveva reclutato che alla
causa dello stato romano.Silla, console nell'88 a.C., aveva avuto un
ruolo fondamentale nella guerra sociale, e proprio alla testa delle
legioni che aveva guidato nel corso di quel conflitto marciò su
Roma. La fuga di Caio Mario gli lasciò libero il campo: Silla fu
rieletto console e partì per la guerra contro Mitridate nell'87 a.C.
Durante la sua assenza, però, Caio Mario e Lucio Cornelio Cinna,
rivestendo nuovamente il consolato, si reimpadronirono del potere,
che mantennero finché morirono, Mario nell'86 a.C. e Cinna nell'84
a.C. Quando Silla, nell'83 a.C., ritornò dall'Asia Minore, marciò di
nuovo su Roma, stroncò la resistenza dei suoi avversari e instaurò
un regime senza precedenti nella repubblica romana. Nominato
dittatore, egli eliminò i suoi nemici mediante proscrizioni, e le terre
appartenenti agli oppositori politici furono confiscate e distribuite ai
veterani delle sue legioni; emanò poi numerose leggi (leges
Corneliae) che restituivano all'aristocrazia senatoria il pieno
controllo della vita politica dello stato, limitando non poco le
prerogative dell'ordine equestre, cui Mario aveva concesso alcuni
privilegi. Silla si ritirò dalla politica nel 79 a.C., lasciando un
pericoloso esempio alle generazioni immediatamente successive:
quello, cioè, di un potere che – pur nell'ambito di una struttura
costituzionale repubblicana – aveva i caratteri autocratici della monarchia.
LA LOTTA POLITICA A ROMA: DALL’ASCESA DI CESARE ALLA FINE
5 DELLA REPUBBLICA

Nel 67 a.C. Pompeo Magno, uomo politico e generale che aveva


combattuto i seguaci di Mario in Africa, in Sicilia e in Spagna, liberò
il Mediterraneo dai pirati e fu incaricato di condurre una nuova
guerra contro Mitridate. Nel frattempo il suo rivale, Caio Giulio
Cesare, acquistò progressivamente una notevole influenza politica
come capo della fazione dei populares e si alleò con il ricchissimo
Marco Licinio Crasso.

Pompeo, tornato vittorioso dall'Oriente, chiese al senato di ratificare


le sue conquiste e distribuire le terre ai suoi veterani. Le sue
richieste si scontrarono con una serie di veti da parte del senato,
fino a che Cesare, presentandosi come amico, formò con lui e con
Crasso il primo triumvirato, nel 60 a.C.: si trattava non già di una
magistratura, ma di un patto privato tra i più potenti uomini politici
del tempo, ciascuno dei quali aveva propri interessi da proteggere e
promuovere. Il grande oratore Marco Tullio Cicerone, di tendenze
politiche conservatrici, si era accorto della sua pericolosità e lo
avversò fieramente: il processo di "personalizzazione" della vita
politica romana, che aveva avuto nelle figure di Mario e Silla i più
illustri precedenti, stava per assumere così una strada senza
ritorno, che avrebbe minato la natura stessa della repubblica; quella
stessa repubblica che solo pochi anni prima (63 a.C.) aveva anche
dovuto fronteggiare, sotto il consolato di Cicerone, un tentativo di
colpo di stato di natura demagogica capeggiato da Lucio Sergio
Catilina.

L'accordo triumvirale consentì a Cesare di ottenere il consolato e a


Pompeo di far accettare le proprie richieste. Gli interessi dei
cavalieri – sul cui appoggio Cesare contava – vennero soddisfatti,
garantendo ai pubblicani condizioni vantaggiose negli appalti per la
riscossione dei tributi nelle province orientali; fu inoltre introdotta
una legge agraria per consentire a Pompeo di ricompensare
adeguatamente le sue truppe con donativi di terre. Il coronamento
dei successi di Cesare fu il comando militare ottenuto in Gallia
cisalpina, in Illiria e più tardi anche nei possedimenti romani nella
Gallia d'oltralpe; di qui, nel 58 a.C., mosse alla conquista di tutta la
Gallia transalpina, portandola a termine nel 51 a.C., dopo una serie
di lunghe e faticose campagne (vedi Guerre galliche).

Nel 55 a.C. i triumviri rinnovarono la loro alleanza, e mentre a


Cesare venne prorogato il comando della Gallia ancora per cinque
anni, Pompeo e Crasso furono eletti consoli: al primo venne affidato
il controllo di Spagna e Africa, mentre Crasso ricevette la Siria; ma
la morte di quest'ultimo, nel 53 a.C., sconfitto a Carre, presso
l'Eufrate, mentre combatteva contro i parti, pose Pompeo in aperto
conflitto con Cesare. Mancando un governo efficiente, a Roma
scoppiarono violenti tumulti: il senato persuase Pompeo a restare in
Italia, affidando le sue province a legati, e lo elesse unico console
nel 52 a.C. decidendo di sostenerlo contro Cesare, a cui venne
imposto di rinunciare al comando militare (per impedire la sua
elezione a console).

Cesare rifiutò e, nel 49 a.C., dalla Gallia cisalpina scese verso sud


attraversando in armi il fiume Rubicone, confine del pomerium
sillano; presa Roma, obbligò Pompeo e i membri più in vista
dell'aristocrazia a ritirarsi in Grecia. Continuò quindi la guerra
contro i pompeiani, sbaragliandoli prima in Spagna e passando poi
in Grecia, dove vinse la battaglia di Farsalo (48 a.C.). Pompeo fu
ucciso poco dopo in Egitto, ma la guerra contro i suoi partigiani
continuò finché questi non vennero sconfitti duramente nella
battaglia di Tapso (46 a.C.) e definitivamente in quella di Munda (45
a.C.). Cesare, dopo avere progressivamente accentrato nella sua
persona numerosi poteri e funzioni (la ripetuta assunzione della
dittatura e del consolato; l'attribuzione di alcune prerogative dei
tribuni della plebe; la praefectura morum, che sostituì la censura),
si proclamò dittatore a vita: l'eccezionalità della sua posizione
politica venne ribadita da forme di culto della personalità del tutto
estranee alle consuetudini della repubblica romana.

Il nuovo "leader" della politica romana aveva però sottovalutato il


peso delle tradizioni repubblicane e si creò numerosi nemici
nell'ambito dell'aristocrazia dell'Urbe: il 15 marzo del 44 a.C. venne
quindi assassinato a seguito di una congiura, proprio mentre stava
ideando una spedizione militare in Oriente che avrebbe eguagliato il
suo prestigio militare a quello di Alessandro Magno. Cicerone cercò
di restaurare la vecchia costituzione repubblicana, ma Marco
Antonio, già luogotenente di Cesare, unì le proprie forze a quelle di
Marco Emilio Lepido e del pronipote e figlio adottivo di Cesare,
Ottaviano (il futuro imperatore Augusto), per formare il secondo
triumvirato, che questa volta fu una vera e propria magistratura
straordinaria dello stato.

Fra le prime scelte dei triumviri vi furono le proscrizioni e


l'eliminazione degli oppositori, fra cui Cicerone. Nel 42 a.C.
Ottaviano e Antonio sconfissero gli assassini di Cesare, Marco
Giunio Bruto e Caio Cassio Longino a Filippi, in Tracia, dopodiché i
triumviri si divisero il controllo dei domini romani: Ottaviano ebbe
l'Italia e l'Occidente, Antonio l'Oriente e Lepido l'Africa. Ottaviano
cercò l'aiuto di quest'ultimo nella guerra contro Sesto Pompeo (il
figlio di Pompeo Magno), ma Lepido cercò di impossessarsi della
Sicilia, con il risultato di venire privato della sua provincia e del suo
ruolo all'interno del triumvirato (36 a.C.).

Alla morte di Sesto Pompeo il possesso del Mediterraneo rimase una


questione privata fra Ottaviano – che aveva nel frattempo rafforzato
notevolmente la sua posizione in Occidente – e Antonio, ormai suo
unico rivale; quest'ultimo, infatti, viveva ormai in Egitto alla corte
della regina Cleopatra, mirando a trasformare l'insieme dei domini
romani in una monarchia, su modello dei regni ellenistici. Con la
battaglia di Azio (che vinse nel 31 a.C.), e il suicidio di Antonio,
Ottaviano estese il suo dominio anche in Oriente (29 a.C.),
divenendo in tal modo il solo padrone di tutti i territori di Roma.

Sia lo storico greco Polibio che l'oratore latino Cicerone avevano


definito la repubblica romana il sistema politico migliore, poiché
armonizzava in sé caratteristiche proprie della monarchia (il potere
esecutivo e militare dei consoli), dell'oligarchia (il potere consultivo
del senato) e della democrazia (il potere legislativo e la funzione
elettorale dei comizi). Ma già con Silla, poi con Cesare e ancor più
con Ottaviano era chiaro che il primo dei tre poteri stava prendendo
il sopravvento, e quando, nel 27 a.C., il senato tributò a Ottaviano il
titolo di augusto, la repubblica romana – che di nome continuava a
esistere – si poteva dire finita. In tale titolo, accompagnato alle altre
prerogative e funzioni che egli assunse, era infatti insita l'idea di un
potere che non scaturisse dalla delega dell'imperium da parte del
popolo romano, ma che fosse prerogativa individuale, personale, in
alcun modo limitabile dalle annualità e collegialità tipiche delle
magistrature repubblicane; che fosse, insomma, un potere di tipo
monarchico.

6 SOCIETÀ ED ECONOMIA DELLA ROMA REPUBBLICANA

Non è semplice fare un quadro complessivo della società e


dell'economia della Roma repubblicana, non solo perché questa
fase comprende cinque secoli di storia, ma anche perché durante
questo periodo Roma si trasformò da piccolo centro del Lazio,
abitato da pastori, agricoltori e modesti mercanti di sale, a potenza
politica ed economica egemone nel Mediterraneo. Sulla distinzione
arcaica tra patrizi e plebei e sulla successiva nascita di
un'aristocrazia senatoria, che si opponeva ad associare al potere
politico l'emergente ordine equestre, già si è detto; nulla si è però
anticipato su un'altra fondamentale componente della società
romana, la schiavitù.Il numero degli schiavi, soggetti cioè senza
alcuna personalità giuridica e vero e proprio "possesso" dei loro
padroni, e che solo col permesso di questi potevano emanciparsi
diventando liberti, fu inizialmente limitato. I prigionieri di guerra
catturati nel III e nel II secolo a.C. andarono però ad accrescere
notevolmente questo numero, se è vero che intorno alla metà del I
secolo a.C. dovevano esistere in Italia oltre un milione di schiavi, su
un totale di cinque-sei milioni di abitanti (si tratta comunque di cifre
ipotetiche e opinabili, anche se tendenzialmente
accettabili).L'economia romana, che nel II secolo a.C. si sviluppò
sensibilmente, non poteva fare a meno di loro: erano infatti schiavi i
lavoratori agricoli dei possedimenti terrieri dei membri
dell'aristocrazia senatoria, ove si producevano vino e olio; e spesso
schiavi erano anche i lavoranti delle botteghe artigiane di proprietà
dei cavalieri, o i marinai che portavano oltremare le loro merci; ma
nondimeno schiavi erano talora i dotti precettori greci o orientali
che curavano l'educazione dei giovani
aristocratici.Non è dunque scorretto parlare, a proposito
dell'economia romana, di un'economia schiavistica. Ciò ebbe come
conseguenza una progressiva proletarizzazione dei cittadini romani
delle classi inferiori, che vedevano così ridursi le loro opportunità
lavorative; e le riforme di Mario, che trasformarono l'esercito
romano in un corpo professionale, avevano anche il fine di arruolare
questi soggetti sociali e limitarne il malcontento. Dovendo dunque
sintetizzare il quadro socio-economico dell'età repubblicana, si
ebbero un'attività agricola – nelle mani dell'aristocrazia senatoria –
e una serie di attività imprenditoriali, gestite dai membri dell'ordine
equestre: in entrambi i casi ci si avvalse preferibilmente di
manodopera schiava, mentre i ceti inferiori andarono sempre più a
rimpolpare i ranghi dell'esercito.

Dal punto di vista degli istituti sociali, comune a tutti gli ordini e le


classi (ma particolarmente sentito negli ambiti aristocratici) fu il
rispetto della famiglia, che nella scala gerarchica dei valori imposta
dal mos maiorum (l'insieme di leggi non scritte tramandate
oralmente di padre in figlio, patrimonio comune del popolo romano)
era seconda solo allo stato. In origine la famiglia romana era una
specie di "monarchia privata" di natura patriarcale; tutti i poteri
erano infatti nelle mani del marito-padre detto pater familias, cui
erano ugualmente sottomessi la moglie e i
figli.Già il rito del matrimonio faceva capire che concezione ci fosse
alla sua base; infatti, dopo una cerimonia di tipo rituale
(confarreatio) che consisteva nel cibarsi, da parte dei due sposi, di
una focaccia di farro, la donna, attraverso il rito della coemptio (che
significa "acquisto") veniva praticamente "comprata" dal futuro
marito, insieme con i beni che portava in dote: da questo momento
cessava di essere proprietà della famiglia d'origine per diventarlo
del marito. La sua persona fisica, i suoi beni, come pure le persone
fisiche e i beni dei figli che fossero nati dal matrimonio, erano sotto
l'assoluto arbitrio del pater familias. La donna che avesse tradito il
marito poteva essere da lui uccisa; colpe meno gravi come, ad
esempio, la sottrazione all'uomo delle chiavi della cantina (alle
donne era proibito bere vino) potevano portare invece al ripudio,
mentre alla donna non era in nessun caso consentito di chiedere il
divorzio.

Non meno forte era l'autorità che il padre esercitava sui figli che,


anche se maggiorenni o addirittura divenuti magistrati, dovevano –
se in casa del padre – obbedirgli e portargli rispetto; e in caso di
morte o lontananza del padre la funzione di tutela sui figli veniva
affidata allo zio paterno, cioè al fratello più anziano del padre
stesso. I figli disobbedienti potevano persino essere venduti come
schiavi o venire condannati a morte. Terribile invece era la pena
che la legge romana sanciva per i figli che avessero ucciso il padre:
i parricidi venivano infatti chiusi dentro un grande sacco di tela e
buttati in mare, non essendo ritenuti degni di sepoltura.

È però necessario dire che questi poteri del padre-marito non


venivano quasi mai, nonostante la legge lo consentisse, esercitati
davvero: erano più che altro una minaccia che pesava su moglie e
figli, e, ovviamente, sugli schiavi, anch'essi considerati parte della
familia sulla quale il pater aveva autorità. Oltre al ruolo di vero
monarca, egli aveva però l'importantissimo compito di ricordare a
figli e nipoti le imprese politiche o militari degli antenati illustri, far
sì che le loro tombe fossero venerate e le loro statue – gelosamente
custodite in casa – oggetto di sacrifici e preghiere, tanto che al culto
religioso ufficiale e pubblico, se ne affiancava uno familiare e
privato: ciascuno doveva cioè essere orgoglioso di appartenere a
una determinata gens, tanto più se i suoi avi si erano distinti per
imprese valorose delle quali il pater familias rappresentava la
memoria storica.