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Mario Piatti:

 C’è chi scopre di saperci fare con i bambini


 Chi desidera integrare la carriera da musicista con quella dell’educatore
 Dal punto di vista pedagogico si deve porre il problema di dare o ridare un senso alle tecniche di
insegnamento
 Valutare il nostro operato, sia esso negativo o positivo
 In Italia distinzione tra il pratico e il teorico, fra conversatori e università

Gabriele Boselli
 Fondamento della pedagogia sono le relazioni educative e i rapporti dei soggetti con le pratiche
musicali, formando integrazione e sviluppo di identità musicali
 Lo scopo dell’insegnante non è quello di dare una identità musicale, ma proporre un modello
teorico-operativo, assemblando diverse idee per formare una identità musicale
 Tradizione didattica affidata al reticolo
 Reticolarità – cambiamenti di direzione verso quadri teorici; connessioni di esperienze; saperi e
discipline

Edgar Morin
 Il nostro sistema d‘insegnamento separa le discipline e spezzetta la realtà
 L’eccesso di specializzazione è diventato un problema
 Riflessione che parte dalla conoscenza poi il mondo delle idee, l’antropologia e il continente
dell’etica
 La realtà è complessa e per affrontarla non basta avere un elenco di saperi diversi, ma occorre farli
interagire fra loro
 Dobbiamo conoscere i meccanismi della conoscenza se vogliamo capire i nostri errori
 Partendo dalla interdisciplinarietà si deve arrivare alla transdisciplinarietà
 Prendere spunto dall’ecologia, un’organizzazione complessa fondata sul conflitto e la cooperazione
 Connessione, non accumulo
 Il nostro insegnamento ha privilegiato [finora] la separazione. La nostra civiltà ha privilegiato
l’analisi, la separazione e l’accumulo, a scapito della connessione
COMMENTO PERSONALE UDA

Come insegnate di strumento, presso la scuola media di Bonorva, insieme al collega e


insegnante del plesso del paese vicino, Bono, abbiamo deciso di ampliare il progetto del
saggio di fine anno con i nostri rispettivi alunni. Il progetto consiste nel lavorare
autonomamente in classe con i propri alunni e in seguito fondere le due “mini-orchestre” per
poter suonare tutti insieme. Obiettivo finale del progetto non è solo fare musica fine a sé
stessa, ma riuscire ad indirizzare tutti gli allievi a stare insieme, rispettare sia i propri
compagni, amici, sia ragazzi che non si conosco fra di loro, ma soprattutto legare, tramite la
musica nuove amicizie.
In questa idea di orchestra, non è soltanto attivare un percorso docente-allievo, in cui
l’allievo deve immagazzinare tutte le nozioni che l’insegnante gli “catapulta” durante la
lezione, ma attivare una didattica reticolare, come spiega G. Boselli, l’alunno non deve
soltanto assimilare nozioni, regole o dogmi, ma deve riuscire a capire i saperi e le discipline
collegandoli, tramite l’esperienza in una connessione globale. Scopo dell’insegnante non è
quello di dare un’identità musicale ad ogni singolo allievo, ma proporre un modello teorico-
operativo diverso a seconda del carattere del suo allievo.
Ogni allievo è diverso, hanno tutti un percorso differente, chi riesce a sviluppare prima la
lettura, chi sviluppa prima l’orecchio musicale, compito dell’insegnante è riuscire a ridare
un senso alle tecniche di insegnamento ricevute durante il suo percorso di studi. Come
afferma M. Piatti, c’è chi intraprende la carriera da insegnante perché riesce a trasmettere
qualcosa ai bambini, oppure chi vuole integrare il proprio percorso musicale con quello
didattico, ma non si deve scindere, come succede in Italia, tra ciò che è pratico da quello
teorico, lo scopo finale dell’educatore è sempre riuscire a valorizzare al meglio il proprio
alunno, nel nostro caso ci dobbiamo affidare a tutte le tecniche imparate negli anni di studio,
e ridarle ai nostri alunni per farli sentire importanti e preparati per il nostro progetto, in
questo caso l’orchestra.
Qui apro una leggera digressione sulla vecchia scuola d’insegnamento, C. Delfrati nel suo
trattato descrive un modello d’insegnamento da “bottega” come prima si utilizzava, ovvero i
giovani allievi si recavano in una vera e propria bottega, come accadeva con i grandi pittori,
dove si insegnava un vero e proprio lavoro artigianale, il giovane musicista apprende tutto
ciò che si deve apprendere, senza capire e senza obiettare, una didattica “nozionistica”, un
pregio però lo si aveva prima, ora come ora siamo diventati “specializzati” in un unico
argomento, riguardante lo strumento musicale, siamo diventati specialisti di quel
determinato strumento, invece nelle vecchie botteghe si insegnava, non solo lo strumento,
ma anche tutte le materie che circondavano la musica eseguita: dalla trascrizione,
all’armonizzazione, all’improvvisazione ecc.. Anche E. Morin afferma questa direzione
dell’uomo verso la specializzazione di un'unica disciplina, il nostro insegnamento ha
privilegiato la separazione, la nostra attuale civiltà ha privilegiato l’analisi, la separazione e
l’accumulo, a discapito della connessione. Bisogna prendere spunto dall’ecologia, secondo
Morin, ovvero in natura non si può essere indipendenti, tutto è interconnesso, tutto è
dipendente da quello che lo circonda.
Ritornando al nostro progetto, questo sì sviluppa in un primo approccio individuale, o a
piccoli gruppi, solo tra alunni dello stesso strumento, e si cerca di studiare al meglio le parti
da suonare tutti insieme, ci si concentra sui punti più difficili. Il passo successivo è quello di
unire tutti gli alunni dello stesso plesso per provare a suonare una prima esecuzione del
brano, tra tutti gli insegnanti ci sarà qualcuno che dirigerà il brano, l’insegnante dovrà essere
in grado di capire tutte le esigenze degli strumentisti, non si dovrà concentrare solo sui suoi
allievi, ma si deve rapportare a tutti gli alunni, deve capire le note reali che eseguono, se
usano strumenti traspositori, le difficoltà che possono avere in passaggi complicati per lo
strumento, insomma come dice E. Morin non basta avere un elenco di saperi, ma occorre
farli interagire fra di loro, partendo da una interdisciplinarietà bisogna arrivare alla
transdisciplinarietà. Allo stesso modo gli alunni non devono eseguire la loro parte senza
ascoltare tutto quello che capita attorno, bisogna fare attenzione a tutto, sapere di avere una
parte insieme ad un altro strumento, una frase che si ripete a canone con altri, saper contare
le pause o avere dei punti di riferimento da altri strumenti, è compito dell’alunno
comprendere questi meccanismi, ma allo stesso tempo l’insegnante deve saper indirizzare
l’alunno alla sua completa autonomia.
Durante l’esecuzione finale del concerto, non ci saranno insegnanti che li guideranno,
dovranno seguire solo ed esclusivamente il direttore che dà il tempo e qualche attacco
“scomodo” all’interno del brano, ma ogni allievo dovrà essere autonomo e portare a termine
l’esecuzione.

Carta Pietro Giulio