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Pedagogia della scuola nella prospettiva della personalizzazione – lezione 1

L’alunno
L'incontro della prof riguarda il “chi è l'alunno" preadolescente e quali sono i suoi bisogni e
le sue aspettative rispetto alla scuola, qual è la risposta dell’ambiente scolastico nell’ottica
della personalizzazione e quali sono i nostri strumenti in qualità di insegnanti.
Focalizziamoci sull'azione educativa nel contesto scolastico ATTUALE e introduciamo il
linguaggio specifico di questo corso.
Approccio di pedagogia DELLA PERSONA (non PERSONALISTICO, perché è brutto: tutti i
suffissi -ismo rimandano a cose negative!): il soggetto è la persona studente nel contesto
attuale e sulla base dei suoi bisogni ci chiediamo quale sia la risposta della scuola e quale
debba essere la lettura della normativa nell'ottica del personalizzare: cosa significa?
L'altro capo della relazione educativa è l'insegnante. Anche questa figura è però
attualmente in crisi, come l’intero contesto scolastico, per un cambio radicale di punto di
vista del suo ruolo. L'insegnante non è più "depositante" dei contenuti come un tempo: è
educatore. Il contesto è educativo se parte dallo studente (ripete molto questo concetto).
L'educazione si riporta a questa come prima figura però è INSERITA nel contesto storico
moderno, la didattica deve cambiare in relazione ai tempi, in relazione ai bisogni
dell'alunno e alle competenze del corpo insegnanti.
Riporta ora una riflessione del pedagogista Brezinka: a volte il contesto scolastico si sente
impossibilitato a portare avanti la sua missione educativa e magari arriva a ripiegare sui
semplici contenuti. L'obiettivo della scuola è invece “educare attraverso listruzione”: il
contenuto non è FINE ma MEZZO per la crescita della conoscenza. Ripiegare nel
disciplinalismo non paga: una scuola che si limita a erogare conoscenze OGGI non serve
perché è pieno di sistemi che svolgono questa azione (internet, corsi vari...). Quello che
manca è un sistema che dia STRUTTURA a queste conoscenze. Infatti quando si chiede a
uno studente un parere riguardante la scuola se ne evince che spesso essa è DISTACCATA
dalla vita dell'alunno, percepita come entità a parte. Russeau è un pedagogista moderno,
poiché nell’Emilio partendo dal riconoscimento della persona pre/adolescente consente di
esplorare e costruire il suo progetto di vita.
Il docente è un PROFESSIONISTA RIFLESSIVO perché prima, dopo e durante l'azione
educativa riflette sempre su come migliorare il percorso organizzato e sull’efficacia del suo
lavoro.
Trovare il punto di forza degli alunni e stimolare il libero sviluppo della persona e l’identità
personale è importante: il continuo feedback negativo per esempio (non va bene fare così,
sei sbagliato...) può portare a ricadute gravi sul progetto di vita della persona, anche dopo
la scuola, e a un disvalore. Ognuno di noi ha eccellenza personale e spetta alla scuola
trovarla a tirarla fuori e attrezzare l’alunno affinché riesca a superare le difficoltà che
incontrerà nella vita.
LA SCUOLA DI TUTTI E DI CIASCUNO
La prof. chiede a noi se notiamo in qualche occasione uno scarso riconoscimento dello
studente o un punto di vista contenutistico nelle scuole: seguono alcuni commenti agli
interventi.
Una delle percezioni più comuni nelle ricerche (svolte dalla prof stessa) è infatti la
percezione che al docente "non interessa la classe" ma solo fare la lezione: non venire
riconosciuti nella propria persona significa togliere valore. Contemporaneamente spesso i
docenti dicono degli studenti che sono amorfi o disattenti. Ecco che spesso si mettono in
atto strategie senza uscire dalla cornice già creata: per esempio se sono convinto che lo
studente è disattento vado avanti con note e rimproveri, se sono convinto che la materia
non fa per me non la studio … questo non è efficace, serve una mediazione creativa:
attivarsi insieme e riconoscere l'importanza di entrambi i capi della relazione educativa.
L'idea di "programma" da svolgere oggi si è evoluta in "LINEE-GUIDA" perché (almeno in
teoria, ndr) si è passati a valorizzare la persona: la mission della scuola non è più
dispensare lezioni e il docente non è più semplice impiegato dello stato ma CREA l’offerta
formativa e quindi può dedicare (anzi DEVE dedicare) tempo alle offerte alternative,
costruite per esempio sull’esperienza personale e esperibile dagli alunni. Si parla di scuola
della COMPETENZA, cioè la capacità di usare le strategie apprese in un contesto in un
contesto diverso ... ma allora come si può certificarla? Bisogna operare uno stravolgimento
perché attraverso il voto si dà un giudizio oggettivo e quantitativo a una capacità che è
invece QUALITATIVA.
La conoscenza passa attraverso la relazione educativa SIGNIFICATIVA tra studente e
insegnante.
Teoricamente secondo le indicazioni attuali bisognerebbe anche passare da unità
DIDATTICHE basate sui contenuti e organizzate sui vari obiettivi di conoscenze alle unità di
APPRENDIMENTO che partono dalle conoscenze dello studente, da situazioni/problema
che spesso partono da domande uscite in classe dagli studenti stessi.
Altro problema collegato è quello del voto e delle aspettative che la famiglia, gli alunni e gli
insegnanti si creano intorno ad esso: dalla società abbiamo importato nella scuola il
modello competitivo che propina numerose attività senza dare la possibilità e il tempo al
ragazzo di elaborarle, metabolizzarle, e poi affida a un numero quella che dovrebbe essere
la valutazione di un processo e invece diventa quella di un prodotto. Ecco che si sente
parlare di alunni che si mettono i bastoni tra le ruote l’uno con l’altro pur di primeggiare.
Altra difficoltà: il TEMPO che si passa in aula, non spesso adeguato a instaurare una sana
relazione educativa: come posso anche solo imparare velocemente i nomi degli alunni
avendo 9 classi, 2 ore a settimana per classe? Si può ricollegare al problema delle unità di
apprendimento: bisognerebbe scardinare l'idea di classe e di lezione frontale. Un esempio
è la PEER EDUCATION, l’insegnamento tra pari, in cui però si mettono insieme conoscenze
di età diverse (il tutoraggio) ma non in modo semplicistico come spesso viene fatto in
termini di “io ti insegno come si fa questo esercizio). Si potrebbero usare inizialmente
PICCOLE unità di apprendimento integrando per esempio 2/3 materie anziché tutte: il
cambiamento può partire dagli insegnanti.
La prof legge la slide e fa un commento sul serio problema italiano degli alunni che
abbandonano. L' idea di scudo "di tutti e di ciascuno" è diventato un pò' uno slogan ...
SCUOLA DEL PRIMO CICLO
La prof. Legge le successive slide e lascia solo degli input.
T RANSDISCIPLINARITÀ: superare addirittura la multidisciplinarità. Il problema si studia a
partire da discipline prive di confini e non da varie materie separate che affrontano lo
stesso tema.
AMBIGUITÀ PEDAGOGICA DELLA SCUOLA MEDIA
La scuola media è nata nel 1962 per avvalorare il diritto di "DIVENIRE" di tutti e di ciascuno:
pedagogizzata, psicologizzata, popolare e personalizzata. Anche oggi però risente di essere
una scuola di passaggio e preparazione tra ragazzini che vanno avanti a studiare e altri che
iniziano a lavorare: non sa se essere elitaria (la scuola selettiva) o personalistica. Ecco
perché poi ci si scontra con il chiedersi se sia giusto bocciare o meno, se valutare il
processo di crescita ... tutti questi interrogativi rendono importante chiarire
CHI E’ LO STUDENTE PRE/ADOLESENTE
La scuola media è ambigua perché a volte lo studente è ancora bambino, altre volte deve
prepararsi all'adolescenza. Il pre/adolescente non è quasi mai stato ben identificato.
Spesso si associa questa età ai cambiamenti puberali. Rischio così però di nascondere altri
aspetti o cambiamenti che creano compiti di sviluppo rispetto cui l’alunno si sente
impegnato e che quindi sottraggono forze all’impegno scolastico. Per questo la famiglia o il
docente a volte possono sentirsi sfidati e magari sfidare l’alunno a loro volta. Per Orlando
non esiste la PREADOLESCENZA ma solo PREADOLESCENTI perché ognuno può vivere il
periodo in modo diverso. Spesso però è la 2a media la classe più destabilizzante: i ragazzi
passano da un giorno all'altro a fasi di indipendenza o fasi infantili: fluttuano! Non
dobbiamo giudicare ma identificare la difficoltà e aiutarlo a superarle. POLLO identifica 4
caratteristiche rispetto a cui possiamo aiutare (processi di cambiamento):
- il mutamento del corpo
- la nascita del pensiero astratto (PIAGET). Non è assunto che avvenga a una determinata
età, ma solo se viene sollecitato attraverso dei compiti.
- il mutamento verso l’autonomia ( L’IDENTITÀ CONSAPEVOLE di Russeau, che il ragazzo
cerca di acquisire guadagnando spazi e situazioni da esplorare mentre l’adulta resta
disponibile e “alla giusta distanza”)
- il passaggio a spazi aperti e meno protetti.
(salta velocemente qualche slide)
LO STUDENTE PREADOLESCENTE (slide 19)
Sono state date varie definizioni:
- età sospesa (ragazzi con la stessa età hanno comportamenti e autonomie diversissime)
- età della vera crisi (oggi la crisi avviene anche prima! spesso pensiamo che la maturazione
corporea sia insieme a quella mentale invece non è vero e si hanno casi di ragazzini formati
ma infantili)
- età delle crescite nascoste...
(salta la slide)
L'IMMATURITA' DEL PREADOLESCENTE
Essere in età diverse, la sfilza di cambiamenti repentini ... destabilizzano! Spesso la scuola
tende a etichettare e quindi da “fastidio” trovare un ragazzo in una fase diversa. Un
esempio è dato dalla divisione in fasce di livello. Come mi pongo allora nei confronti del
preadolescente? Bisogna evitare una serie di comportamenti non reali: non assimilarlo
sempre a un bambino, ritardando i suoi compiti di sviluppo, ma nemmeno affrettare il
passaggio all’adulto: spesso i ragazzini “sembrano” più svelti, ma non sempre hanno avuto
il tempo di elaborare le loro capacità. Bisogna “Saper perdere tempo” per favorire questa
rielaborazione.
Un esempio di conflitto vissuto in adolescenza: la disarmonia tra la maturazione puberale e
sessuale e la persistente minorità psicologica. Oppure la discontinuità nella sua crescita in
continuità con il proprio io. L’adolescente non si può impegnare su troppi fronti! Sta
vivendo una crisi sociale o fisica? Allora è difficile concentrarsi su un compito di studio!
Spetta all’educatore capirlo e dilazionare i compiti. Spesso le crisi vengono proprio da
quello, chiedere di affrontare compiti contemporanei (in questo periodo per esempio è
importantissima la materia educazione fisica. L'insegnante può usare il suo percorso per
risolvere dubbi riguardanti la disarmonia nella crescita corporea).
IDEA DA SFATARE: i comportamenti provocatori non sono un rifiuto del percorso
educativo. E' più una sfida, un test riguardo il loro percorso di crescita e di quanto possono
fidarsi dell'educatore. Il ragazzo vuole essere attivato in prima persona e ha bisogno di un
modello di umanità (regole condivise) che è dato dal docente educatore. Non sfociando
nella seduzione educativa (essere amico dei propri studenti) ma riconoscendo il valore nel
rapporto simmetrico di essere persone, ma asimmetrico dovuto al mio ruolo di
insegnante. I rapporti tra generazioni sono spesso chiusi nella società di oggi, mentre
l’adolescente vuole avere un ruolo nel mondo degli adulti per prepararsi al futuro. Spesso
l’adolescente ha BISOGNO di relazioni e suoi comportamenti esprimono il bisogno di
essere ascoltato e trattato come persona originale, di sentire confermata la sua identità.
Bisogna sfatare l’idea che giovani oggi siano passivi o non capaci di pensare: spesso la crisi
riguarda il ruolo dell'adulto, inteso come colui che è capace di prendersi cura del pensiero
e della crescita dei giovani. Il ragazzo ha BISOGNO che l’adulto aiuti il suo pensiero. Ecco
che quando questo si finge giovane non riesce a supportare lo sviluppo.
Legge dalle slide alcuni stralci di esempi reali riportati in letteratura
Si sofferma sul fatto che il percorso educativo (e a relazione educativa) parte
dall’ACCETTAZIONE l'uno dell'altro. L’insegnante deve essere disponibile a mettersi in
gioco, l’alunno disponibile a prendere l’insegnante come modello. Bisogna stare attenti a
non cadere nel tranello di ONNIPOTENZA EDUCATIVA: bisogna comunque mettere nel
piatto nostri limiti conoscitivi. Il patto educativo significa costruire il percorso INSIEME,
perché nemmeno la nostra crescita finisce mai: ammetterlo ci rende credibili.
La prof legge la slide sui compiti di sviluppo, 27/66
Bisogna ricordare poi che la relazione che si crea in aula è sempre insegnante - studente -
gruppo classe. Il riconoscimento dei pari e la dinamica di gruppo è importante. Tutte
queste crescita si riflettono sul percorso didattico: dobbiamo essere in grado di ricalibrare
la nostra azione in relazione al periodo e a quello che vediamo. Usare contenuti vicini al
loro mondo aiuta ad affrontare e portare fuori i loro problemi.
Ricordare che anche secondo i sociologi non è possibile entrare nel mondo degli
adolescenti!
Pedagogia della scuola nella prospettiva della personalizzazione – Lezione
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Dall'analisi pedagogica alla progettazione per competenze

All’interno del corso ci sono due argomenti trasversali, la missione della scuola e il ruolo
dell’insegnante. Lui si focalizza su un argomento più specifico che è quello del titolo.
Identità dell’insegnante e dell’insegnamento:
- “lasciare un segno” dentro attraverso i costrutti della propria disciplina.
Ci chiede di pensare a un insegnante che ha lasciato il segno nella nostra esperienza:
perché ha lasciato un segno l’insegnante a cui abbiamo pensato?
Alcune risposte: Atteggiamento positivo sul piano delle relazioni, collaborazione tra i vari
docenti…tutto vero! Non sono sufficienti la competenza e la conoscenza della propria
disciplina, questo perché gli alunni hanno altre richieste. Altre caratteristiche
dell’insegnamento:
- Funzione EDUCATIVA: qualunque sia il proprio modo di vedere la professione da
parte del docente, il giovane lo prenderà sempre e comunque come esempio.
- La missione è quindi educare attraverso l'istruzione e non solo (non più almeno)
erogare pacchetti di informazione.
Come si forma la mente professionale dell'insegnante?
1) Esposizione, da alunni, ai propri educatori. Noi stessi scegliamo se assomigliare o no
ad alcuni insegnanti che abbiamo avuto, ed entreremo in classe con atteggiamenti
in linea con quella scelta..
2) Percorsi culturali e LETTURE STRUTTURANTI, cioè quei libri che sono entrati in
modo indelebile nella nostra consapevolezza. Esempio: quali dei testi che abbiamo
studiato sono ben presenti nella nostra mente? Queste sono le letture strutturanti:
sono la trama saldamente presente nella mente a cui si ancorano nuove
conoscenze. Come insegnanti si pone il problema di valorizzare quelle di tipo
pedagogico.
3) Prime esperienze sul campo perché sono quelle che più di tutte forgiano la mente.
Se si entra in classe le prime volte in una certa ottica, orienterò le mie domande ai
colleghi più esperti e le mie azioni probabilmente con la stessa ottica.

GLI STILI DI INSEGNAMENTO


Ogni insegnante ha un proprio STILE. Non è solo un’identità personale o un insieme di
strategie e metodi, ma si lega alla presenza in ogni persona di una pedagogia implicita e
una psicologia implicita. L'educatore però deve renderla esplicita e quindi valutare se sia
quella adeguata al suo ruolo.
LE COMPETENZE
Tra 2009/2011 nei vari ordini di scolastici si è reso necessario valutare le competenze degli
alunni. Tutto è stato fatto con grande fretta perché l’anno scolastico era già iniziato e
senza una strutturata organizzazione. Poi è stato ritenuto necessario approfondire il tema
iniziando con l’identificare cosa effettivamente intenda il termine. “Competenza” è un
termine chiave ma la semplice parola non dice molto: questo è un problema perché non
garantisce universalità e nemmeno collegialità nell’interpretazione!
La stessa missione dell’istituzione scolastica può essere dibattuta:
1) Se la scuola eroga pacchetti di informazione al fine di preparare l’alunno alla vita nella
società, l’insegnante ne è semplicemente il professionista che si occupa di organizzare
questa distribuzione.
2) Un’altra opzione è vedere l'educazione (cioè il formarsi come uomo, nella sua interezza)
come fine e l’istruzione come MEZZO attraverso cui l’individuo riceve non solo le
conoscenze ma anche l’eredità spirituale e morale della società. (MARITAIN).
I temi significativi da affrontare sono quindi la missione della scuola, il dibattito sulle
competenze (il significato, il loro rapporto con il mondo del lavoro, sul come certificarle) e
quali siano le normative in materia per l’Italia, soprattutto alla luce delle normative
internazionali.
LE NORME EUROPEE
In ambito internazionale sono importanti le direttive OCSE (organizzazione per la
cooperazione e lo sviluppo economico) e dell’UE. Della prima abbiamo considerato il
progetto PISA con cui vengono valutate le competenze di base raggiunte a 15 anni di età
(mediamente coincide con la fine della scuola dell’obbligo) e che in Italia è stato punto di
partenza per INVALSI, e il progetto DeSeCo che concepisce le competenze chiave
dell’individuo come combinazione di capacità cognitive, atteggiamenti, motivazione ed
emozioni. Si articolano quindi tre aree di competenza:
1) Usare gli strumenti in moto interattivo
2) Interagire in gruppi sociali eterogenei
3) Agire autonomamente.
Parallela è la raccomandazione UE del 2006. In confronto queste escludono la dimensione
emotiva (parlano di conoscenze, abilità e atteggiamenti) e delineano 8 competenze molto
settoriali: comunicazione in madrelingua, in lingue straniere, competenze matematiche,
digitali, sociali, culturali, spirito di iniziativa, imparare a imparare. Proprio queste sono
state adottate in Italia, con il rischio che solo le prime 4 vengano sviluppate ma non in
ottica trasversale, a compartimenti stagni.
I MODELLI EPISTEMICI DI COMPETENZA
Bruner: ogni strumento didattico non è neutro perché sottende una pedagogia implicita. I
modelli a cui ci riferiamo sono 3: comportamentista, cognitivista e costruttivista.
Il modello comportamentista ha il suo focus sui comportamenti osservabili. La mente è
vista come una scatola nera, mentre solo le risposte agli stimoli possono essere studiate.
Questa è la psicologia implicita che ha portato alla didattica curricolare per obiettivi:
ridurre la disciplina a tanti obiettivi di apprendimento semplici e sequenziali. La
competenza a questo punto è vista come prestazione eccellente: definiamo per ogni
obiettivo un comportamento osservabile (espresso con un verbo di modo infinito, per
esempio “Ricordare 80 termini su 100”) e consideriamo competente colui che compie una
performance adeguata in un tempo definito. Esempio di scienze motorie: la pallacanestro
scomposta in fondamentali. Competente è chi sa palleggiare, passare, tirare...
Nel modello cognitivista si fa invece distinzione tra competenza e performance. La
psicologia cognitivista riconosce e studia l’importanza delle facoltà cognitive dell’individuo
ed ecco perché nella pedagogia esplicita che ne deriva la competenza è più complessa
della semplice performance: diventa la capacità di svolgere un compito mediante schemi
operativi frutto di esperienze. Esempio motorio: non solo conoscere i fondamentali della
pallacanestro, ma anche un contesto più complesso tipo uno schema di gioco. La
conoscenza procede quindi per schermi paralleli.
La psicologia costruttivista sottolinea invece la natura ATTIVA dell’individuo: ogni persona
costruisce proprie MAPPE DI SIGNIFICATI a partire dall’esperienza accumulata e le utilizza
in modo dinamico per confrontarsi con la realtà e con le nuove conoscenze. Devo tener
conto che ogni studente ha un proprio “mondo interiore” che la mia didattica andrà a
stimolare. La competenza è qui vista come EXPERTISE, padronanza del concreto: non
contano solo le abilità e le conoscenze, ma in più la capacità di applicarle in contesti reali,
di controllarle. Ecco perché ci si serve in questo modello dei “compiti di realtà”.
Questi modelli psicologici si incrociano con i modelli pedagogici della scuola: l’approccio
funzionalista centrato sulle conoscenze e le abilità da acquisire e l’approccio personalista
centrato sulle persone e sul bisogno degli alunni .
L’indicatore lessicale dell’approccio funzionalista è quello delle competenze attese. Il
termine sottolinea come queste siano prestabilite e che quindi anche il loro
raggiungimento deve basarsi su indicatori prestabiliti: si tratta quindi di performance! Lo
studente è descritto metaforicamente come “il vaso vuoto da riempire” e quindi la mission
della scuola è erogare pacchetti di informazione.
Per l’approccio personalista l’indicatore è competenze personali. Lo studente in
quest’ottica deve mobilitare al meglio le conoscenze e le abilità acquisite nel contesto in
cui si trova: è un fuoco da accendere. La mission scolastica è in questo caso “educare
tramite l’istruzione”.
NELLA NORMATIVA
Alcune indicazioni storiche di come le competenze siano entrate nella normativa scolastica
italiana per il primo ciclo.
1997: Nella scuola delle “tre C” per competenze si intendono sostanzialmente le abilità.
2003: Nella riforma Moratti, la legge attualmente in vigore, capacità e competenze sono il
fine, conoscenze e abilità il mezzo. È un approccio personalistico, confermato nel decreto
attuativo 2004 in cui si parla esplicitamente di “competenze personali”
2012: Indicazioni Nazionali. Inizialmente l’approccio è personalista, perché stimola lo
sviluppo della persona, della sua autonomia e della sua libertà. Poi però torna a definire
delle competenze previste e imprescindibili per ogni disciplina! Si rivela essere
funzionalista.
La fine delle lezione è un esempio di compito di realtà raccontato dal prof. Inizia comunque
dicendo che la vera progettazione non è importante per l’esame, perché non c’è
abbastanza tempo per affrontarla veramente.
Pedagogia della scuola nella prospettiva della personalizzazione – Lezione
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IL SISTEMA EDUCATIVO
Ci sono degli elementi che sono rimasti nei vari testi delle normative che si sono
susseguite. Uno è la definizione della scuola da “sistema scolastico” a “sistema educativo di
istruzione e formazione”. Già da questa espressione non è più la scuola al centro ma il
“sistema educativo” cioè adesso non c’è più la sola istruzione, ma si “educa istruendo”.
L’attività fondamentale che bisogna svolgere è educare. Quindi il sistema è EDUCATIVO di
fondo, poi è di istruzione (in secondo piano però, cioè l’istruzione è mezzo per l’educazione
che è l’obiettivo primario) e poi c’è la formazione che riguarda sì la formazione scolastica
ma anche il mondo del lavoro. Si riesce a creare un sistema educativo se c’è sinergia tra
famiglia, scuola, mondo del lavoro perché tutte devono essere mobilitate, perché oggi la
scuola ha focalizzato meglio il suo compito: la scuola non deve più fornire conoscenze ma
formare competenze. Allora inevitabilmente diventa una scuola che deve collegarsi agli altri
luoghi di educazione, perché gli apprendimenti che sono in funzione delle competenze non
possono essere gestiti solo all’interno della scuola.
Prima di tutto allora non si può ignorare il soggetto che chiamiamo in causa, visto che le
competenze si declinano anche nella capacità di questo di applicare le conoscenze
acquisite in un altro ambito, e in secondo luogo dobbiamo tener conto degli apprendimenti
che lo studente ha già, che bisogni educativi ulteriori ha...solo a quel punto posso fare
un’azione efficace. Già da questo si capisce perché la pedagogia della scuola oggi è centrata
sullo studente. Si basa sull’idea di persona con il significato antropologico che attribuiamo
a questo termine. Spiegazione del termine PEDAGOGIA: è una disciplina complicata perché
è un sapere non oggettivabile, dal fatto che ogni pedagogia si regge su un riferimento
antropologico, cioè una “teoria dell’uomo”. La pedagogia si occupa di educazione,
l’educazione riguarda l’insieme di azioni che facciamo perché un soggetto arrivi a realizzarsi
come persona, e questo accade quando arriva ad avere una propria identità. Noi siamo
persone con una identità quando sappiamo come realizzarci. Questo progetto poi aiuta a
dare una scala di valori, delle priorità, e quindi orienta le decisioni. Quando una persona
arriva a realizzarsi nel piano degli affetti, nel piano del lavoro e nel piano del politico (nel
senso comunitario, del bene comune) allora ha risposto alle esigenze di realizzazione.
Questo processo comincia proprio grazie agli educatori che seguono, ma poi prosegue tutta
la vita.
Se invece ragioniamo partendo da un’antropologia di tipo “razionalistico” cioè che fa
riferimento al fatto che il soggetto è caratterizzato da una serie di potenzialità, allora la
realizzazione di noi stessi avviene nel senso di svilupparle. Allora l’educazione che ne deriva
ha come obiettivo “portare a compimento” quello che nel soggetto c’è già. Una pedagogia
dello sviluppo invece si basa sull’antropologia che considera l’uomo come condizionato
quasi completamente dall’ambiente, quindi l’educazione diventa proprio responsabile della
realizzazione del soggetto. In un’antropologia razionalistica il ruolo dell’insegnante e
dell’alunno è simmetrico rispetto allo sviluppo, perché entrambi devono dedicare impegno,
si parla di “co-educazione”. Un’antropologia dello sviluppo ha nell’insegnante una figura
onnipotente: il soggetto non viene considerato come dotato di potenzialità originarie ma
tutto è frutto dell’azione del docente.
Un bravo insegnante ha anche la capacità di chiedersi da quale tipo di pedagogia deriva
una certa proposta, da quale visione dell’uomo, e poi quindi decidere se seguire o no quella
linea.
Quindi la pedagogia è un sapere basato su un’antropologia di tipo filosofico e che riguarda
l’educazione, nel senso della realizzazione dell’uomo.

L’OTTICA DELLA PERSONALIZZAZIONE


La pedagogia del corso è “nella prospettiva della personalizzazione” che si basa sul
concetto di uomo nei termini di persona, cioè in termini di unità della persona (le parti che
compongono la persona sono un tutt’uno), originalità della persona (avendo potere di
libertà, possiamo dare vita a cose nuove nel mondo), integralità, singolarità (ognuno di noi
è diverso dall’altro). Quindi se vogliamo veramente realizzare una scuola che sia “servizio
alla persona” deve per forza eseguire interventi educativi mirati a ciascuno. Questo
risponde anche al diritto e dovere di istruzione e formazione fino a 16/18 anni.

Digressione sull’attività online: i testi da analizzare vanno commentati sulla base delle
conoscenze acquisite durante le lezioni.

LA SITUAZIONE DELLA SCUOLA


Parte proprio da alcuni dei passi che stanno nei testi: indicazioni per il primo ciclo:
“finalità generale della scuola è lo sviluppo armonico e integrale della persona…nel rispetto
e nella valorizzazione delle capacità individuali….”
Cosa centra la relazione rispetto a questo passo qui? Quando trovo la parola persona
centra sempre la relazione: una pedagogia personalistica attribuisce grandissimo valore alle
relazioni. Persona significa educazione che da un peso straordinario alle relazioni
interpersonali. La persona si realizza in maniera preferenziale attraverso i rapporti
interpersonali, dove trova la condizione migliore per progredire e maturare. C’è poi l’idea
già qui del fatto che ogni persona è diversa l’una dall’altra: questa individualità la colgo solo
quando mi rivolgo ad uno studente direttamente e non quando mi rivolgo alla classe nel
suo complesso.
Poi troverete un altro stralcio con il profilo dello studente: “la storia della scuola italiana
caratterizzata da un approccio che cura la persona che apprende… entro tale approccio
grande importanza alla relazione educativa…” è proprio detto in maniera chiara. Idem con il
passo tratto dalla riforma moratti: art 1 dice “al fine di garantire la valorizzazione della
persona umana… scelte educative della famiglia…” è ottica della personalizzazione.
Quindi si vede che la scuola oggi ha acquisito questo orientamento educativo. In un
passato abbastanza recente (1979) si ragionava in modo diverso: “come scuola per
l’istruzione obbligatoria la scuola media risponde al principio democratico di elevare il
livello del cittadino e del popolo italiano…” si usa un diverso linguaggio, non si parla di
persona, ma di comunità, popolo…
purtroppo la scuola ha sempre subito interferenze politiche nel suo processo di
rinnovamento
(Qui una lunghiiiiiisssssima digressione sull’alternanza scuola lavoro. L’opinione della prof,
al di là delle modalità di gestione dell’alternanza, è che l’applicazione in un ambiente
lavorativo è importante per rendere manifesto il REALE collegamento tra le conoscenze
apprese e il lavoro.)

Fondamentalmente il problema dell’inferenza politica nella scuola si trascina dal 1860,


dall’unità d’Italia, perché con l’idea di dover almeno uniformare l’istruzione della
popolazione si prese come modello quello francese, cioè quello dell’impero napoleonico!
Ovvio che ci fosse controllo da parte dello stato. L’autonomia scolastica è arrivata
praticamente nel 2000.

LA RELAZIONE EDUCATIVA
La relazione educativa è rappresentata da un triangolo che ha alla base educabilità e
responsabilità, al vertice intenzionalità. È quindi una realtà complessa, non è lineare ma le
dinamiche avvengono tra tre elementi.
- La responsabilità è l’atteggiamento dell’educatore nei confronti dello studente: deve saper
rendere conto di quello che fa, offrire ragioni, giustificare le sue scelte. L’educazione è
un’azione intenzionale e non casuale, in quello che faccio c’è una direzione precisa. Si
regge sul fatto che l’educatore abbia una formazione pedagogica.
- L’educabilità è l’atteggiamento dello studente: rendersi educabile, essere ben disposto.
- intenzionalità è un controllo della relazione: la relazione è regolata e tutto ciò che
propongo è motivato da una finalità educativa che governa tutto, è condivisa.
La figura è sistemica perché i vertici si alimentano tra loro: per esempio uno studente tanto
più avverte che l’insegnante è responsabile e tanto più si rende ben disposto ad
apprendere. Il rapporto crea fiducia. In pratica l’educazione è una “co-educazione” e se una
relazione fallisce non è sempre colpa dello studente (come non è sempre colpa
dell’insegnante) ma nell’influenza delle due parti.
Ha anche natura asimmetrica: si basa sulla differenza di conoscenza e di esperienza. Uno
dei soggetti è “educatore” perché l’altro è privo di quell’aspetto. L’asimmetria però si
appiana con il tempo: una volta che il soggetto acquista la sua autonomia. L’asimmetria
quindi è funzionale all’educazione. È un’asimmetria positiva perché è una dialettica tra
autorità e libertà. “autorità” è qualcosa che ha raggiunto un certo livello rispetto a un altro:
riconoscimento di qualcosa che vale. Non sfocia nell’autoritarismo perché ogni azione è
motivata. C’è bisogno di autorità perché altrimenti la libertà (come scelta di fare quello che
per me è importante fare) sfocia nel permittivismo.

I SIGNIFICATI DELLA RELAZIONE


Ontologico: favorisce la crescita del soggetto, la costruzione della sua identità. Nel rapporto
con altre persone riesco a conoscere me stesso grazie allo specchiarmi nell’altro e dalle sue
reazioni acquisisco elementi di conoscenza di me.
Epistemologico: permettere la conoscenza di un’altra persona. È una conoscenza intuitiva
ed emotiva, perché nel rapporto interpersonale non si aggiunge una conoscenza
OGGETTIVA.

LA RELAZIONE EDUCATIVA SCOLASTICA


La relazione educativa di base si può declinare all’interno della scuola: alla base allora si
hanno docente e studente, al vertice il sapere. Ci avviciniamo alla tesi del pedagogista
Damiano: ne “l’insegnante etico” sostiene che l’interpretazione più completa che possiamo
dare dell’insegnamento è considerarla come professione morale. Per dimostrarlo appunto
prende in esame la relazione educativa dal punto di vista dei tre vertici, ma ci concentriamo
sul sapere, che è sufficiente.
Primo ragionamento: si basa sulla relazione interpersonale. (Chiede perché ai presenti)
Come tutte le relazioni che si basano su una relazione, il modo più corretto per instaurarla
è basarsi su un principio etico-morale in senso kantiano: non considerare mai gli altri come
un mezzo ma sempre come un fine delle tue azioni. L’uomo ha dignità e quindi non può
essere comprato/venduto: quindi non può essere un mezzo.
Secondo ragionamento: che natura ha il sapere scolastico? Non è solo un sapere scientifico
(come invece sostiene la pedagogia gentiliana). Il sapere scolastico è basato su quello
scientifico, ma a volte lo “tradisce” semplificandolo, è dogmatico. Subisce infatti un duplice
trattamento:
- didattizzazione: non posso trattarlo così com’è consegnato dall’organizzazione della
disciplina, ma devo trovare un ordine didattico. Devo cercare un punto di avvio del discorso
dato dallo studente (le sue conoscenze, i suoi interessi) e trovare la forma per mediare il
sapere privilegiando alcuni contenuti rispetto ad altri.
- assiologizzazione: comincia dagli ideatori dei programmi scolastici. Nel decidere
contenuti/competenze fanno delle scelte, fatte sulla base di criteri e principi. Allora
significa che a monte del sapere ci sono delle scelte che connotano il sapere in un certo
modo. Poi questi programmi arrivano all’insegnante: anche lui fa le sue scelte sulla base dei
suoi criteri di valori! E infine lo studente che recepisce nello stesso modo, privilegiando un
contenuto rispetto a un altro in base a quello che riteniamo sia più significativo! Alla fine
quello che viene appreso è tremendamente filtrato attraverso una selezione che avviene
sulla base di valori affermati implicitamente.

La prof finisce qui la lezione. Le viene chiesto cosa farne delle altre slide. Risponde che
quello che ha trattato (le caratteristiche della relazione, la relazione a scuola, la professione
morale) sono le parti centrali, mentre le parti successive sono SECONDARIE, si possono
leggere per piacere personale.

Un’altra domanda riguarda l’asimmetria tra la relazione. La prof sottolinea l’errore spesso
compiuto di impostare un rapporto permissivo con l’alunno da subito: è importante
preservare il proprio ruolo! La relazione si instaura con la coerenza, con la partecipazione
dell’alunno. Questo porta a fiducia. Poi bisogna ricordare di non cadere allo stesso livello
dello studente nel non saper contenere un’intemperanza: se uno studente “provoca” il
docente deve sempre mantenere l’atteggiamento corretto e ricordare qual è la realtà del
rapporto. Mantenere la calma e rispondere nella maniera corretta. Il discorso, la parola (e
non il tono di voce) è quella che regola la situazione!
Pedagogia della scuola nella prospettiva della personalizzazione – Lezione
4

Gli studenti sono dentro a quel meccanismo di diritto-dovere costituzionale dell'istruzione e la scuola deve
garantire questo bisogno. Per questo deve rispettare le individualità, tipo la storia anche familiare di
ciascuno. È competenza professionale del docente costruire un percorso formativo personalizzato facendo
proposte attraverso un progetto.

RELAZIONE
La scuola ha la missione di “istruire educando”. Condizione imprescindibile perché abbia effetto l'azione
educativa è stabilire buona relazione, che si attiva SOLO con un processo di fidelizzazione tra le parti (in
particolare lo studente deve fidarsi del docente). Da questa fiducia parte l'azione RESPONSABILE del
docente, e ultima l'INTENZIONALITÀ che fa da controllo. Ricorda le caratteristiche della relazione
(ontologica, sociale …) e poi sposta l'attenzione sul sapere e sull'insegnante ETICO. Uno degli aspetti in cui si
colloca questa figura è il processo di assiologizzazione che converte il sapere scientifico in salette scolastico.

Ricorda anche che ogni pedagogia deriva da una antropologia e quindi per definizione tutte sono VALIDE.

Domanda: come non fare confusione tra termini didattica, istruzione, educazione, spesso sinonimi?

Risponde porcarelli: come prima nota, chiarisce che i prof si aspettano che abbiamo FAMILIARIZZATO con
le idee del corso, non che abbiamo acquisito conoscenze approfondite. Alcune delle cose che sottolinea:
l'essersi concentrati sulle differenza tra ISTRUIRE e EDUCARE ATTRAVERSO L'ISTRUZIONE. Le indicazioni
nazionali vanno verso la seconda opzione, eppure per comodità si usa ancora la prima visuale. In ogni caso
tutti vogliono che gli studenti siano anche istruiti! L'idea dell'educare è che per raggiungere un obiettivo
svolgiamo azioni didattiche organizzate avendo dei modelli di riferimento. In sintesi

ISTRUZIONE = missione generale, che secondo la nostra visione è finalizzata a educare.

DIDATTICA = insieme di modelli e strategie usati.

Xodo ricorda che non si parla solo della scuola, ma di un intero SISTEMA EDUCATIVO DI ISTRUZIONE E
FORMAZIONE.

Domanda: ripasso dei modelli pedagogici.

Ogni didattica sottintende una pedagogia e una psicologia implicite, cioè una rappresentazione di come si
apprende e dello stile educativo che vogliamo dare. Noi abbiamo visto 3 modello in particolare per metterli
in relazione al tema delle COMPETENZE.

COMPORTAMENTISMO: possiamo osservare solo i comportamenti esterni. COMPETENZA = performance


eccellente rispetto a un comportamento atteso. Il modello didattico di riferimento è la programmazione
per obiettivi. I processi da apprendere sono sequenziali.

COGNITIVISMO: qui i processi di apprendimento avvengono in parallelo. La COMPETENZA è la capacità di


mobilitare schemi complessi che collegano conoscenze e attività e magari richiamarli in contesti diversi. Le
prove vengono comunque decise dagli insegnanti, ma sono più complesse.

COSTRUTTIVISMO: costruzione autonoma di mappe significato basate sulle conoscenze PERSONALI. La


Competenza è EXPERTISE: padronanza della situazione in cui mi coinvolgo, portando con me tutte le mie
conoscenze e motivazioni personali, quindi riuscendo nel compito. Solo in questa modalità posso parlare di
compito di realtà. È il solo modello che si collega veramente alla mission personalistica della scuola.

In tutti e 3 i modelli è previsto che lo studente si istruisca. Nei primi due modelli l'istruzione è pero FINE A
SE STESSA, nel terzo modello deve essere messo in chiaro da subito che non lo sia, e in più conoscenze e
abilità devono essere costruite in modo PERSONALE.

Xodo semplifica: nel COMPORTAMENTISMO la valutazione della performance è generalizzata all‘intera


persona e non dà possibilità di spaziare allo studente. Il COGNITIVISMO insiste invece sullo sviluppo di
strutture cognitive, non mettendo l'accento solo sulla performance, aprendo alla persona ma solo da u
punto di vista cognitivo. COSTRUTTIVISMO apre a ogni altro aspetto emotivo, culturale, motivazionale
dell'individuo nella costruzione della propria competenza. La competenza può essere pensata come
acquisizione di autonomia, nel rispetto delle regole, nell’uso delle conoscenze e delle abilità personali.

DOMANDE VARIE
Domanda riguardante la personalizzazione: un collega riporta che alcuni alunni "rifiutano" l'idea che il voto
non importi e parlano di “preferenze" quando la valutazione dipende dalle persone.

La prof Xodo sottolinea che questi aspetti sono probabilmente legati a stereotipi dati dal rapporto
istruzione/educazione normalmente attribuito alla scuola. Porcarelli sottolinea che non è facile nemmeno
per gli studenti l'idea di dover "attendere” una valutazione che non ha una data o una connotazione certa.
Inoltre l’effetto del gruppo ha ricadute diverse di classe in classe: il leader può influenzare gli altri. Terza
cosa: il patto riguardante il piano qualitativo e quello quantitativo delle valutazioni deve essere molto
chiaro sin dall'inizio, e una volta concordato deve essere rispettato!

Domanda: come fare una didattica personalizzata in classi in cui ho 2 are a settimane e non imparo
nemmeno i nomi?

Bisogna ricordare che fare una didattica personalizzata non è preparare per OGNI studente obiettivi e
valutazioni diverse: questa sarebbe un'ottica comportamentista quasi! Significa riuscire a inserire stimoli,
laddove ce ne sia occasione, perché i ragazzi sfruttino qualcosa di proprio in termini di conoscenze, abilità e
interessi.

Donanda: è possibile passare da un modello all'altro, tipo un'ottica comportamentista per le conoscenze di
base necessarie ad affrontare temi avanzati, e costruttivista per queste ultime?

Xodo risponde osservando che l'obiettivo del docente, anche quando deve trasmettere una semplice
conoscenza, è quello di dare senso a quella conoscenza motivandone l'apprendimento, non presentandole
semplicemente come una base per fare cose più belle in un futuro non ben precisato ... ma trovando la
chiave di coinvolgimento.

Domanda: non c'è contraddizione tra centralità dell'alunno e giudizio finale con creazione di fasce?

Risposta: fondamentalmente il docente non deve troppo interessarsene perché la divisione in fasce non
pesa nel suo lavoro.

Domanda: ripassare l'obiettivo formativo.

Risponde Porcarelli: quando presento agli studenti un percorso, l'obiettivo formativo è tutto l'insieme delle
parole con cui dico cosa affronteremo, perché lo affronteremo e in quali aspetti della loro vita quelle
conoscenze potranno essere sfruttate. Non è in realtà nulla di nuovo, semplicemente la pratica di un bravo
insegnante declinata con termini pedagogici.