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Freud

L’archeologo della mente


Freud (1856-1939) nasce a Freiberg in Moravia nel 1856 - Si laurea in medicina a Vienna nel 1881
Muore a Londra nel 1939

Inizi
Nel 1885 Freud era uno sconosciuto che lavorava come medico presso l’ospedale medico di Vienna e
si occupava di patologie di origine neurologica come l’isteria ed altri disturbi mentali. Aveva scelto di
occuparsi delle malattie psichiche poiché solo pochi medici se ne occupavano e si guadagnava bene.
All’epoca la medicina era terribilmente arretrata nella cura di queste malattie. Si usavano metodi
crudeli come la segregazione o l'incatenamento. Ai quei tempi i medici sostenevano che l’isteria e le
nevrosi fossero causate da danni al sistema nervoso o da lesioni al cervello. Freud condivideva
inizialmente questa visione fin quando non andò a Parigi nel 1885 per approfondire i suoi studi e
conobbe Jean Martin Charcot.

L’Ipnosi
Charcot stava sperimentando un nuovo metodo di cura dell’isteria mediante l’ipnosi. I pazienti affetti
da isteria sottoposti ad ipnosi non manifestavano durante il trattamento i sintomi del loro disturbo,
differentemente da quelli affetti da epilessia che non obbedivano all’induzione ipnotica. Se i disturbi di
origine fisiologica perduravano durante lo stato ipnotico allora si doveva ipotizzare che l'isteria avesse
una diversa origine. Questa esperienza segnò Freud il quale decise di dedicare la sua vita allo studio
della Psiche umana. Gli esperimenti di Charcot su pazienti sottoposti all’ipnosi rivelarono il legame tra
alcune malattie e la mente. Grazie agli esperimenti di Charcot, Freud comprese che le nevrosi potevano
avere una natura psichica non solo organica.

Crisi della ipnosi


Charcot era convinto che nei recessi della mente ci fossero dei pensieri, delle convinzioni che si
manifestavano fisicamente nei sintomi dell’isteria. Questa malattia non aveva solo cause fisiche ma
mentali. Il medico francese sosteneva che ci fosse una parte nascosta della mente una sorta di seconda
mente che verrà rielaborata da Freud e trasformata nel concetto di inconscio. Fu così che nel 1886
tornato da Parigi Freud aprì uno studio privato a Vienna con risultati molto modesti. Freud cercò di
utilizzare il metodo appreso da Charcot ma l’ipnosi nella cura dell’isteria diede risultati scadenti.
L’ipnosi come le altre tecniche allora in uso (magnetoterapia, elettroterapia,cure termali) non dava
risultati soddisfacenti. L'ipnotismo svela delle forze e fa intravedere un mondo nascosto dell'essere
umano. “Quale poteva essere la ragione - si chiede Freud - per la quale i pazienti avevano dimenticato
tanti fatti della loro vita interiore ed esteriore e potevano invece ricordarli, quando si applicava loro la
tecnica sopra descritta?” L'osservazione dei malati trattati dava una risposta a siffatto interrogativo:
“Tutte le cose dimenticate avevano avuto, per un qualche motivo, un carattere penoso per il soggetto, in
quanto erano state considerate temibili, dolorose, vergognose per le aspirazioni della sua personalità”.
E “per rendere di nuovo cosciente ciò che era stato dimenticato, era necessario vincere nel paziente una
resistenza mediante una continua opera di esortazione e di incoraggiamento”. Più tardi, Freud si
accorgerà che tale resistenza dovrà essere vinta diversamente (in seguito attraverso la tecnica della
“associazione libera”), mediante la teoria della rimozione. In ogni essere umano operano tendenze,
forze o pulsioni che spesso entrano in conflitto.

La nevrosi si ha quando l'Io cosciente blocca l'impulso e ad esso nega l'accesso “alla coscienza e alla
scarica diretta”: una resistenza “rimuove” l'impulso nella parte “inconscia” della psiche.
La teoria della rievocazione
L’ipnosi poteva solo far emergere alla coscienza gli eventi traumatici, di cui la paziente non era
consapevole, ma non portava mai alla guarigione del disturbo che al risveglio dalla situazione ipnotica
si ripresentava identico. Fu l’esperienza clinica di un suo collega, J. Breuer, che fece fare grandi passi
in avanti a Freud.
Breuer gli raccontò il caso di una sua paziente curata con un metodo inusuale: la rievocazione degli
eventi traumatici. La paziente affetta da isteria manifestava contratture, paralisi, problemi di vista e di
linguaggio. Breuer iniziò a vederla quotidianamente per farsi descrivere i sintomi e si rese conto di un
fatto straordinario: quando la paziente parlava dell’origine di un sintomo il sintomo stesso scompariva è
dunque il paziente che deve rievocare liberamente il proprio vissuto per guarire.

Metodo Catartico
Questa scoperta sarà la base di tutta la psicoterapia. Freud iniziò ad utilizzare il metodo della
rievocazione chiamato catartico. Parlava con i pazienti dei loro sintomi cercando di capire quando e
come erano nati. Attraverso la sua esperienza clinica si rese conto che l’isteria nei suoi pazienti era nata
durante l’infanzia in corrispondenza di traumi connessi alla sfera sessuale. Il sesso era il fattore
scatenante sia in luogo di traumi sessuali che di fantasie sessuali infantili represse o vissute in modo
colpevole. (complesso di Edipo e transfert)

Transfert
Inizialmente Freud si è reso conto che le pazienti sviluppavano un profondo legame affettivo quasi
amoroso nei suoi riguardi. Freud teorizzò che questo tipo di legame non era altro che la proiezione sul
terapeuta dei sentimenti che i pazienti nutrivano verso i loro genitori. Nacque così il concetto di
transfert.

Il Trauma
Dal greco “ferita”, “lacerazione”, nella teoria psicanalitica elaborata da Freud si riferisce all’intensità di
un evento a cui il soggetto non è in grado di rispondere in modo adeguato.
Trauma definito da Freud
“ L’espressione “traumatico” non ha altro senso se non questo, economico. Con essa noi designiamo
un’esperienza che nei limiti di un breve lasso di tempo apporta alla vita psichica un incremento di
stimoli talmente forte che la sua liquidazione o elaborazione nel modo usuale non riesce, donde è
giocoforza che ne discendano disturbi permanenti nell’economia energetica della psiche” (1915-1917)

LA PRIMA TOPICA.
La psiche è dunque una realtà complessa che viene divisa da Freud in un primo tempo in tre zone o
luoghi che definiscono la prima topica (dal greco topoi, luoghi) descritta nel cap. 7° della
Interpretazione dei sogni. Essi sono il conscio, il preconscio e l’inconscio.

CONSCIO – INCONSCIO- CENSURA


L'uomo ha una serie di pensieri, emozioni e desideri di cui è consapevole: è questa la parte manifesta
della psiche che Freud chiama conscio. Invece l'inconscio è la realtà abissale primaria, sede delle
pulsioni primitive e dei desideri istintuali per i quali la coscienza rimarrebbe profondamente turbata.
La censura è quella parte della psiche che reprime tali contenuti perturbanti nell'inconscio e non li fa
venire a galla, risparmiando così alla coscienza dei grandi turbamenti.
La Rimozione
La rimozione è quel meccanismo psichico che rimuove, cioè allontana dalla coscienza, le nostre
esperienze e i nostri pensieri, soprattutto se sono spiacevoli; è dunque un meccanismo di difesa. Questi
ricordi rimossi possono tornare consci solo con grande sforzo e con tecniche analitiche apposite. Si
badi: allontanare dalla coscienza non vuol dire però annullare del tutto il ricordo delle esperienze
traumatiche, ed è qui che possono sorgere problemi; se vi è stata un’esperienza traumatica, essa può
infatti, prima o poi, "tornare a galla", ed in modi più o meno spiacevoli (ad es. nel caso dell’isteria i
sintomi somatici della malattia sono appunto ciò che è stato rimosso).

L’autoanalisi
Il 3 Ottobre 1896 il padre di Freud muore. Da questo momento di estrema sofferenza Freud decise di
affrontare tutti i suoi conflitti interiori irrisolti incominciando un viaggio nella psiche che segnerà la
storia della psichiatria. Per la prima volta un essere umano cerca di penetrare le sue barriere interiori e
le sue resistenze per approdare nell’inconscio, la faccia buia della psiche, un viaggio nei meandri
reconditi dell’essere umano per svelarne i segreti più dolorosi.

Lapsus freudiano
Sono quegli errori apparentemente involontari che si compiono nel parlare, nel comporre uno scritto o
nel comportamento. Sono causati dall’inconscio che li usa per esprimersi superando la censura della
coscienza vigile.

Libere associazioni
Freud definiva i sogni “la via regia che porta all’inconscio”. Sviluppò una tecnica per percorre questa
via: la libera associazione. Regola fondamentale di questo metodo era l’assoluta sincerità e nessuna
forma di censura.

Il metodo psicanalitico
Il m. p. è una cura mediante le parole (talking cure), che analizza i sogni e usa il metodo delle libere
associazioni. Questo metodo consiste nel mettere il paziente in uno stato di rilassamento (da qui il
divano su cui l’analizzando si sdraia) in modo che egli possa abbandonarsi al corso dei propri pensieri
che vengono espressi ad alta voce. L’analizzando è invitato a dire tutto quello che gli passa per la testa,
senza nessuno scrupolo di ordine religioso, morale, sociale, e senza omettere nulla, neppure quello che
può sembrargli irrilevante, ridicolo o sgradevole. Lo scopo è appunto quello di eliminare il più
possibile quelle resistenze, quelle selezioni più o meno volontarie dei propri pensieri che sono messe in
atto dal "paziente". Accade però che il fluire delle parole abbia a volte un blocco improvviso : è qui
che si avverte che c’è qualcosa che non va, che è stato probabilmente rimosso, cioè tenuto lontano dalla
coscienza per evitare le sofferenze del ricordo. Compito dell’analisi è ricostruire ciò che non va e
scoprirne le cause per poi riequilibrare le forze psichiche in conflitto. Con questo metodo, la persona
non è più il destinatario passivo della terapia (come nella medicina comune in cui il medico dice e il
paziente ascolta e segue i suoi consigli) ma diventa egli stesso colui che si "cura", colui che vuole
"guarire".

L’analisi dei sogni

Sigmund Freud arriva a elaborare le proprie tesi a partire dalla sua esperienza di medico neurologo;
come riferisce ne L'interpretazione dei sogni, tra i soggetti affetti da nevrosi o anche sani da lui
esaminati, molti avevano sogni ricorrenti di morte dei parenti. All'interno della casistica dei sogni di
morte dei genitori, era poi evidente che essi tendevano a sognare la morte del genitore del medesimo
sesso. Partendo dalla regola secondo la quale il sogno non rappresenta i desideri del momento in cui
si vive, bensì desideri provati in epoche passate. Freud arriva a sostenere che in generale ogni
bambino è portato, nei primi cinque anni di vita, ad essere attratto dal genitore di sesso opposto e a
percepire come rivale ostile quello del medesimo sesso, fino a desiderarne la morte.

Il sogno
Il sogno è un lavoro di spostamento e simbolizzazione che trasforma i contenuti consci in immagini
accettabili per evitare che una funzione di conservazione primaria come il sonno venga interrotta
continuamente da immagini sconvolgenti.

CONTENUTO LATENTE E SOGNI


Di notte, a differenza di quanto avviene durante il giorno, la censura non blocca del tutto il passaggio
dei contenuti dell'inconscio verso il conscio; non li reprime totalmente ma neppure li lascia passare così
come essi sono. La censura deforma il desiderio inconscio (contenuto latente) presentandolo sotto un
altro aspetto meno perturbante per la coscienza (contenuto manifesto, ossia il racconto che la persona
fa del proprio sogno). Il sogno diventa quindi l'appagamento (mascherato) di un desiderio
(represso, rimosso). Il metodo usato da Freud per interpretare i sogni (cioè per passare dal contenuto
manifesto al suo contenuto latente) comprende il ricorso a libere associazioni, simboli e sogni tipici.
Le cinque regole per interpretare i sogni sono: la condensazione (cioè la tendenza ad esprimere in un
unico elemento più elementi collegati tra loro); lo spostamento (che consiste nel trasferimento di
interesse da una rappresentazione ad un’altra); la drammatizzazione o alterazione di situazioni; la
rappresentazione per opposto, in cui un elemento può significare il suo opposto; la simbolizzazione, in
cui un elemento sta al posto di un altro. Tenendo dunque conto di tute queste regole, l’analisi può
arrivare a decifrare il sogno, e ciò è particolarmente utile nel caso di "pazienti" nevrotici.

LA SECONDA TOPICA
Nell’opera L’Io e l’Es del 1923, Freud individua tre istanze dell’apparato psichico che non chiama più
conscio, preconscio e inconscio come aveva fatto nella prima topica, ma Io, Es e Super Io.
Attenzione : non corrispondono alle tre componenti della prima topica!
Freud riprende il termine Es, pronome neutro nella lingua tedesca, da un libro di Georg Groddeck, il
quale scrisse appunto un’opera intitolata Il libro dell’Es(1923), per indicare il "serbatoio" dell’energia
psichica, l’insieme delle espressioni dinamiche inconsce della libido e delle pulsioni, le quali sono in
parte ereditarie ed innate e in parte rimosse e acquisite, è l'inconscio amorale ed egoistico.
L'Ego è la “facciata” dell'Es, il rappresentante conscio dell'Es; la punta consapevole di quell'iceberg
che è appunto l'Es. Il Super-Ego si forma verso il quinto anno di età e differenzia (per grado e non per
natura) l'uomo dall'animale; è la sede della coscienza morale e del senso di colpa. Il Super- Ego nasce
come interiorizzazione dell'autorità familiare e si sviluppa successivamente come interiorizzazione di
altre autorità, come interiorizzazione di ideali, di valori, modi di comportamento proposti dalla società
attraverso la sostituzione dell'autorità dei genitori con quella di “educatori, insegnanti e modelli ideali”.
Il Super-Ego “paterno” diventa un Super-Ego “sociale”. L'Ego, dunque, si trova a mediare tra l'Es e il
Super-Ego, tra le pulsioni dell'Es, aggressive ed egoiste - che tendono ad una soddisfazione
irrefrenabile e totale - e le proibizioni del Super-Ego che impone tutte le restrizioni e le limitazioni
della morale e della “civiltà”. Il Super-Io ha la funzione del giudice e del censore nei confronti dell’Io
(nell’Io, la percezione inconscia delle critiche del Super Io si esprime nel senso di colpa). Dice Freud,
"spinto così dall’Es, stretto dal Super Io, respinto dalla realtà, l’Io lotta per venire a capo del suo
compito economico di stabilire l’armonia tra le forze e gli impulsi che agiscono in lui e su di lui; e
noi comprendiamo perché tanto spesso non ci è possibile reprimere l’esclamazione : la vita non è
facile!" (cfr. Introduzione alla psicoanalisi, 31 lezione). In altri termini, l'individuo è sottoposto alla
spinta originaria di una energia biologico-sessuale. Ma queste forze istintive sono regolate da due
principi: quello del piacere e quello di realtà.

Principio del piacere e di realtà


Per il principio del piacere, la libido tende a trovare un soddisfacimento immediato e totale. Su questa
strada, però, essa trova quel censore che è il principio di realtà che costringe le pulsioni egoistiche,
aggressive ed autodistruttive ad incanalarsi per altre vie, le vie della produzione artistica, della scienza,
e così via: le vie della civiltà. Tuttavia, davanti alla repressione del principio di realtà, l'istinto non
desiste e non si dà affatto per vinto e cerca altri sbocchi per il suo soddisfacimento. E allora, se non
riesce a “sublimarsi” in opere d'arte, risultati scientifici, realizzazioni tecnologiche, educative o
umanitarie, e se, d'altra parte, gli ostacoli che incontra sono massicci e impermeabili a qualsiasi
deviazione sostitutiva, la spinta dell'istinto si trasforma in volontà di distruzione e di autodistruzione.

La Libido
Freud riconduce la vita dell'uomo ad una originaria libido, cioè ad una energia connessa principalmente
al desiderio sessuale:“analoga alla fame in generale, la libido designa la forza con la quale si
manifesta l'istinto sessuale, come la fame designa la forza con la quale si manifesta l'istinto di
assorbimento del nutrimento”. Ma mentre desideri come la fame o la sete non sono “peccaminosi” e
non vengono rimossi, le pulsioni sessuali vengono rimosse, per poi riapparire nei sogni e nelle
nevrosi.” “La prima scoperta alla quale ci conduce la psicoanalisi è che, regolarmente, i sintomi
morbosi sono legati alla vita amorosa del malato; questa scoperta (...) ci obbliga a considerare i
disturbi della vita sessuale come una delle cause più importante della malattia. I malati non si
accorgono di questo, ma ciò accade perché “essi portano un pesante mantello di menzogne per
coprirsi, come se ci fosse cattivo tempo nel mondo della sessualità”.

Teoria della sessualità


La Teoria della sessualità afferma quindi che tutti i bambini passano attraverso una fase di amore di
odio verso i genitori. Questo insieme di pulsioni infantili prese il nome di complesso di Edipo dalla
omonima tragedia di Sofocle. Freud afferma che: “il destino di Edipo ci commuove perché potrebbe
essere il nostro forse è proprio il destino di tutti orientare i primi desideri sessuali verso la madre e
sviluppare sentimenti di odio e rivalità nei confronti del padre. I nostri sogni ci convincono che le cose
stanno così”

Totem e tabù
Si potrebbe pensare che tale ostilità derivi dal desiderio, da parte del maschio, di raggiungere il
prestigio detenuto dal padre in una società fondamentalmente patrilineare, e, da parte della femmina, di
raggiungere l'indipendenza sessuale che invece le viene negata dalla madre. In realtà il periodo in cui il
bambino soffre del complesso di Edipo, che lo porta alle reazioni descritte sopra, deve essere collocato
nella prima infanzia e non nell'adolescenza per poter essere rilevante nella strutturazione della
personalità individuale.

Pasto totemico
Il divieto (tabù) di cacciare l’animale sacro (totem) viene infranto nel corso di una festività annuale.
Questo rituale sarebbe il riflesso di un parricidio primordiale che viene rimesso in scena
simbolicamente nella cerimonia per superare un senso di colpa originario. La tragedia sarebbe una
cerimonia di tipo totemico in questo senso evidenzierebbe il suo carattere catartico sia individuale che
collettivo.
EDIPO (IL MITO):
Edipo, figlio di Laio e di Gioacasta, viene abbandonato lattante perché un oracolo ha predetto al padre
che il figlio non ancora nato sarebbe divenuto il suo assassino. Edipo viene salvato e cresce come figlio
di re a Corinto, finché, incerto della propria origine a causa di un ubriaco che lo chiama “bastardo”,
interroga egli stesso l’oracolo e ne ottiene il consiglio di restare lontano dalla patria, perché sarebbe
costretto a divenire l’assassino del padre e lo sposo della madre così non fa ritorno a Corinto. Sulla
strada che lo porta lontano dalla presunta patria, incontra il re Laio e lo uccide nel corso di una
repentina lite. Giunge a Tebe dove risolve gli enigmi della Sfinge che sbarra la via: per ringraziamento
i Tebani lo eleggono re e gli offrono in dono la mano di Gioacasta. Per lungo tempo regna pacifico e
onorato, genera con la madre a lui sconosciuta due figli e due figlie, finché scoppia una pestilenza che
induce ancora una volta i Tebani a consultare l’oracolo. La tragedia scritta da Sofocle prende l'avvio da
tale circostanza. I messi portano il responso che la pestilenza avrà fine quando l’uccisore di Laio sarà
espulso dal paese. Trovato l’assassino in Edipo, egli si acceca e abbandona la patria. L’Edipo re è una
“tragedia del fato”, il suo effetto tragico si basa sul contrasto fra il supremo volere degli dei e i vani
sforzi dell’uomo minacciato dalla sciagura: lo spettatore, profondamente colpito, dovrebbe apprendere
dalla tragedia la rassegnazione al volere delle divinità. Come altri suoi contemporanei, Freud rigetta
l'interpretazione degli ellenisti corrente nel suo tempo secondo la quale L’Edipo re può essere
interpretata solo come una "tragedia del fato". Egli ritiene che il successo della tragedia risieda
soprattutto nella sua "materia", cioè nella vicenda di Edipo stessa. Infatti, se si accetta, seguendo la tesi
di Freud, che nei primi anni di vita tutti hanno desiderato unirsi con la madre e uccidere il padre
(o viceversa, nel caso delle femmine), è ovvio che la tragedia non fa che mettere in atto, sulla
scena, i desideri infantili di ogni persona umana. Sarebbe proprio per questo, secondo lo
psicanalista, che il mito di Edipo è ancora capace di commuovere, mentre le tragedie moderne del
destino non riescono più a farlo. Per usare le parole di Freud: Il suo destino (quello di Edipo) ci
colpisce solo perché avrebbe potuto essere il nostro, perché l'oracolo ha fatto a noi, come a lui, la
stessa maledizione prima della nostra nascita.(...) Re Edipo ci mostra semplicemente la soddisfazione
dei nostri desideri infantili. La presunzione dello psicanalista sta forse nell'aver identificato come
universale la commozione suscitata dal dramma e nell'aver trovato nella speciale materia di esso
l'unica, universale "molla" che genera l'effetto tragico.

Definizione DEI COMPLESSI:


Complesso è il termine psicoanalitico che indica un insieme strutturato e attivo di rappresentazioni,
pensieri e ricordi in parte o del tutto inconsci e dotati di una forte valenza affettiva. I complessi si
formano al tempo delle prime esperienze interpersonali del bambino e interferiscono poi su tutta la vita
psichica dell’adulto. Il problema dei complessi fu proprio anche di Freud; egli stesso sperimentò questo
problema nel rapporto con suo padre. Un sabato suo padre stava passeggiando per Freiberg; era ben
vestito e portava un berretto di pelliccia nuovo. Ad una svolta, si trovò davanti un uomo che gli buttò il
berretto nel fango gridandogli: "Giù dal marciapiede, ebreo!". Raccontando l'episodio al figlio, il
piccolo Sigmund incalzò: "E tu cosa hai fatto?". Con calma, il padre rispose: "Sono sceso dal
marciapiede e ho raccolto il berretto". Il piccolo Freud ne fu molto deluso iniziando a sviluppare un
profondo senso di insicurezza. Questo episodio mostra il pericolo insito nello smarrire modelli di
riferimento e nell'affermarsi di sintomi propri dei "ragazzi senza padre" che trovano la loro espressione
nei complessi.
Complesso di Edipo
" Il caso più semplice si struttura, per il bambino di sesso maschile, nel modo seguente: egli sviluppa
assai precocemente un investimento oggettuale per la madre, investimento che prende origine dal
seno materno e prefigura il modello di una scelta oggettuale del tipo "per appoggio"; del padre il
maschietto si impossessa mediante identificazione. Le due relazioni per un certo periodo procedono
parallelamente, fino a quando, per il rafforzarsi dei desideri sessuali riferiti alla madre e per la
constatazione che il padre costituisce un impedimento alla loro realizzazione, si genera il
complesso edipico. L'identificazione col padre assume ora una coloritura ostile, si orienta verso il
desiderio di toglierlo di mezzo per sostituirsi a lui presso la madre. Da questo momento in poi il
comportamento verso il padre è ambivalente; sembra quasi che l'ambivalenza, già contenuta
nell'identificazione fin da principio, si faccia manifesta. L'impostazione ambivalente verso il padre e
l'aspirazione oggettuale esclusivamente affettuosa riferita alla madre costituiscono per il maschietto il
contenuto del complesso edipico nella sua forma semplice e positiva" (1922, p. 494).

SIBOLI E LIBIDO
Prendiamo il passo tratto dalle pagine di apertura dell'opera di Yung I simboli della libido:
Chiunque sia riuscito a leggere l'Interpretazione dei sogni di Freud (...) e con animo pacato e libero da
pregiudizi ha potuto subire la suggestione di una materia così particolare, sarà stato di certo
profondamente scosso dal passo di Freud, là dove egli rammenta che alla base di quel poderoso tema
drammatico dell'antichità che è la leggenda di Edipo, vi è un conflitto psicologico individuale, cioè una
fantasia incestuosa. (...) Eravamo ancora in preda alla confusione che emana dall'infinita variabilità
dell'anima individuale, quando tutto ad un tratto la semplice grandiosità della tragedia di Edipo,
fiaccola del teatro greco destinata a non più spegnersi, si dischiuse al nostro sguardo. L'ampliarsi dei
nostri orizzonti assomiglia ad una rivelazione. (...) Ma se seguiamo il cammino tracciato da Freud (...)
l'abisso che divide la nostra epoca dall'antichità viene a essere colmato e ci avvediamo allora con
stupore che Edipo vive ancora. (...) In tal modo, ai fini della comprensione dello spirito antico si apre
una via mai esistita prima d'ora. (...) Passando per le infrastrutture celate della nostra anima, giungiamo
a far nostro in tutta la sua vitalità il senso della civiltà antica e a prendere possesso di una solida base
per comprenderne oggettivamente le correnti. Questa è almeno la speranza che attingiamo dalla
riscoperta dell'immortalità del problema di Edipo. (C.G. Jung, Opere, vol. 5, pp.17-19, ed. Boringhieri,
Torino 1969-1988).

La repressione e la tragedia
Essendo generalmente il pubblico teatrale composto da persone adulte, nessuna di esse, a meno di
essere affetta da nevrosi, soffrirà del complesso di Edipo. La tragedia non rivela dunque un desiderio
presente, ma uno passato, ed è tanto più capace di suscitare commozione quanto più tale desiderio è
stato rimosso dall'inconscio. La tragedia agisce in modo simile alla psicanalisi, costringendo
ciascuno a porsi dinanzi a ciò che si era misconosciuto perché contrario alla morale.
Le parole di Freud: Amore per l'uno, odio per l'altro dei genitori, fanno parte di quella riserva
inalienabile di impulsi psichici che si forma nella vita psichica infantile. A sostegno di questa
conoscenza, l'antichità ci ha tramandato un materiale leggendario, la cui energica e universale
efficacia riesce comprensibile soltanto ammettendo un'analoga validità generale delle promesse
anzidette, tratte dalla psicologia infantile. Intendo la leggenda del re Edipo e l'omonima tragedia di
Sofocle.
(S. Freud, Opere, vol. 3, pp. 242-244, qui e di seguito ed. Boringhieri, Torino 1967-1980).

Dopo aver passato brevemente in rassegna il mithos continua:


Ora, l'azione della tragedia non consiste in altro che nella rivelazione gradualmente approfondita
e ritardata ad arte - paragonabile al lavoro di una psicoanalisi - che Edipo stesso è l'assassino di
Laio. Il legame tra arte e psicanalisi è riaffermato da Freud dopo qualche riga: “portando alla luce nella
sua analisi la colpa di Edipo, il poeta ci costringe a prender conoscenza del nostro intimo, nel quale
quegli impulsi, anche se repressi, sono pur sempre presenti. Se il re Edipo riesce a scuotere l'uomo
moderno non meno dei greci suoi contemporanei, la spiegazione può trovarsi soltanto nel fatto che (...)
deve esistere nel nostro intimo una voce pronta a riconoscere la forza coattiva del destino di Edipo. (...)
Il suo destino ci commuove soltanto perché sarebbe potuto diventare anche il nostro, perché prima della
nostra nascita l'oracolo ha decretato il medesimo destino per me e per lui”.

La resistenza: Edipo e Tiresia


Lo scontro tra l'indovino e il tiranno è caratterizzato dall'impudenza del sovrano nel sopravvalutare la
sua capacità intellettiva e nel diminuire le virtù divine del vate: Com'è che ai tempi in cui la cagna
imperversava con i suoi indovinelli, tu non pronunciasti la parola che salvasse i tuoi concittadini? E sì
che non toccava al primo venuto svelare l'enigma: occorreva quell'arte profetica che tu non dimostrasti
di avere appreso né dagli uccelli né da un dio. E invece io, Edipo, io che nulla sapevo, appena giunto
ammutolii la Sfinge con la forza della mia intelligenza, senza nulla aver appreso dal volo degli uccelli.
(Ibid., vv. 391-403) [...] sei cieco negli occhi, nelle orecchie e nella mente. (Ibid., vv. 370-71) Ti nutri
di una notte senza fine: non puoi proprio nuocere né a me né a nessun altro, che veda la luce del sole.
(Ibid., vv. 374-75) Colmo della paradossalità di Edipo è proprio il rivolgere a Tiresia offese sulla sua
condizione di non vedente e, parallelamente, di non sapiente, illuso (peccando di hybris) che fosse
sufficiente l'intelligenza umana a sondare l'abisso dell'essere senza i veli delle cose, dell'identità
personale: «[...] io, quell'Edipo illustre che tutti conoscono» (Ibid., v. 8) esclama all'inizio della
tragedia. Edipo manifesta a più riprese la volontà di varcare la soglia proibita al mortale, la conoscenza
diretta delle cause, utilizzando spesso la metafora della luce: [...] chiunque di voi sappia chi uccise
Laio, figlio di Labdaco, riveli a me ogni cosa [panta = tutta la verità].(Ibid., vv. 224-226) Ormai è
giunto il momento di fare piena luce su tutto. (Ibid., v. 1050) Tutto è chiaro. (Ibid., v. 774) Devo sapere
chiaramente. (Ibid., 1065) Si sprigionino tutti i mali del mondo, ma io voglio conoscere la mia origine.
(Ibid., 1077) Tutto è ormai chiaro. (Ibid., 1182)

Luci ed ombre
Hillman sostiene che la cecità è il prerequisito del metodo edipico della psicologia del profondo,
giacché è con essa che si inaugura la ricerca di sé. Si cammina al buio, incapaci di vedere cosa fare, che
strada prendere, come a un crocevia. Ci sono vari modi di essere ciechi: quello di Edipo, i cui occhi
sono aperti, ma non gli consentono di vedere, e quello di Tiresia che ha gli occhi chiusi, ma è un
veggente. Eppure sono ciechi entrambi. Il linguaggio di luce, visione, occhi pervade tutta la
tragedia. L'accecamento di Edipo alla fine è in ogni caso l'esito del suo metodo di procedere (seguire
le tracce, interrogare, cercare la verità su se stessi). Il "conosci te stesso" equivale qui alla cecità,
quando seguendo il metodo edipico, finalmente vengo a sapere chi sono il risultato è l'accecamento, la
cecità. Ciò che Tiresia chiama "la maledizione della madre e del padre, che da ogni parte colpendoti
(...), col suo terribile piede ti scaccerà infine da questo paese; e se ora vedi bene tra poco vedrai le
tenebre" (vv. 416-419), è il risultato del tentativo da parte di Edipo di vedere per via di interrogazione e
di interpretazione. Ciò che si scopre discende dal modo in cui si scopre. Scoprire chi siamo sconfigge
l'inconsapevolezza incestuosa e l'analista fa da guida con i suoi occhi più grandi, più penetranti, gli
occhi di Tiresia. L'analisi mira ad aprire quelli del paziente, in modo da vedere la vita più chiaramente,
come un campo di proiezioni inconsapevoli. Il risultato finale, secondo Hillman, è la tragedia, giacché
lo sforzo eroico di vedere, a cui l'io si sottopone, è il sintomo stesso che tenta di vedere, e un sintomo
non può vedere se stesso. La tragedia della Grecia diviene la tragedia della psicoanalisi.
Come dice Freud:
"Ogni membro dell'uditorio è stato una volta un tale Edipo, in germe e in fantasia, e da questa
realizzazione di un sogno trasferito nella realtà ognuno si ritrae con errore".

Da Edipo ad Amleto
Lo studio della sessualità infantile porta Freud ad uno dei punti centrali della sua teoria, all'idea cioè di
complesso di Edipo. Scrive Freud: “Il bimbo concentra sulla persona della madre i suoi desideri
sessuali e concepisce impulsi ostili contro il padre, considerato come un rivale. Questa è anche
l'attitudine della bambina. I sentimenti che si formano durante questi rapporti non sono solo positivi,
cioè affabili e pieni di tenerezza, ma anche negativi, cioè ostili. Si forma un “complesso” (vale a dire
un insieme di idee e di ricordi legati a sentimenti molto intensi) che è certamente condannato ad una
rapida rimozione. “Ma - fa presente Freud - nel mondo dell'inconscio esso esercita ancora una attività
importante e duratura. Possiamo, supporre che esso costituisca, con le sue implicazioni, il complesso
centrale di ogni nevrosi, e noi ci aspettiamo di trovarlo non meno attivo negli altri campi della vita
psichica.” Nella tragedia greca, Edipo, Figlio del re di Tebe, uccide suo padre e prende in moglie la
propria madre. Questo mito, dice Freud, “è una manifestazione poco modificata del desiderio
infantile contro il quale si alza più tardi, per scacciarlo, la barriera dell'incesto”.

Georg Brandes fa risaltare che l'Amleto fu composto immediatamente dopo la morte del padre di
Shakespeare (1601), quindi in pieno lutto, nella reviviscenza - ci è lecito supporre - delle sensazioni
infantili di fronte al padre. È noto anche che il figlio di Shakespeare, morto giovane, aveva nome
Hamnet (identico a Hamlet).» (S. Freud, L’interpretazione dei sogni, traduzione italiana di E.
Fachinelli e H. Trettl, Milano 1973) Continua Freud colpito da questo fatto : «mi è balenata l’idea che
la stessa cosa possa essere alla base dell’Amleto. Non penso a un’intenzione deliberata di Shakespeare,
ma ritengo piuttosto che un avvenimento reale abbia spinto il poeta a tale rappresentazione, mentre il
suo inconscio capiva l’inconscio dell’eroe. Come giustifica l’isterico Amleto la frase: “Così la
coscienza ci rende tutti codardi” e la sua esitazione a vendicare il padre uccidendo lo zio, quando lui
stesso non si fa alcuno scrupolo nel mandare a morte i suoi cortigiani e non esita un istante a uccidere
Laerte?» (S. Freud, Epistolari. Lettere a W. Fliess. 1887-1904, Torino 1986).
In fondo nel dramma di Amleto, di Shakespeare, “si ritrova la stessa idea di un complesso incestuoso,
ma meglio mascherato”. Nell'impossibilità di soddisfare il suo desiderio, il bimbo si assoggetta a quel
competitore, il genitore di cui è geloso, e costui diviene il suo padrone interiore. E con
l'interiorizzazione di un censore interno la crisi edipica passa, ma intanto si è instaurato il Super-Ego, e
con esso la morale.
"Lo stesso argomento dell'Edipo Re è di base ad un'altra grande opera tragica, l'Amleto di
Shakespeare. L'assoluta diversità della vita psichica di due periodi culturali tanto distanti fra loro,
così come il continuo progredire della rimozione nella vita affettiva dell'uomo, si palesano però nella
diversa trattazione di uno stesso tema. Nell'Edipo l'infantile fantasia di desiderio su cui l'opera si
accentra viene evidenziata e portata a compimento come nel sogno; nell'Amleto resta rimossa e la sua
presenza ci è rivelata unicamente, come avviene in una nevrosi, dagli effetti inibitori che ne sono la
conseguenza. L'effetto profondo prodotto dall'Amleto non esclude il fatto che si possa ignorare del
tutto la personalità dell'eroe del dramma, che è costruito sulla sua riluttanza a compiere il gesto di
vendetta assegnatogli; l'opera non ci dice quale sia il motivo di questa esitazione, né i più disparati
tentativi di interpretazione hanno potuto indicarcelo". (da: L'Interpretazione dei Sogni)

La misteriosa “coscienza” di Amleto potrebbe dunque spiegarsi con il senso di colpa, dovuto
all’inaccettabile desiderio di uccidere il padre per poter possedere la madre, ed i suoi scrupoli
sarebbero riconducibili alla consapevolezza di non essere un uomo migliore di colui che ha avvelenato
il Re. Da questo punto di vista, il destino del Principe di morire avvelenato, nello stesso modo in cui è
stato ucciso il padre, può essere interpretato come una forma estrema di autopunizione (complesso di
colpa). Ricordiamo, inoltre, la morte della madre che bevendo dalla coppa avvelenata saluta serena
scusandosi. Sacrificio e colpa, i segreti dell’anima diventano un peso insostenibile che necessita una
soluzione purificatrice o catarsi.
Amleto: perché esita? La finzione drammatica dimostra che Amleto non deve affatto apparirci come
una persona incapace di agire in generale. Lo vediamo agire due volte, la prima in un improvviso
trasporto emotivo, quando uccide colui che sta origliando dietro il tendaggio, una seconda volta in
modo premeditato, quasi perfido, quando con tutta la spregiudicatezza del principe rinascimentale
manda i due cortigiani alla morte a lui stesso destinata. Che cosa dunque lo inibisce nell’adempimento
del compito che lo spettro di suo padre gli ha assegnato? Appare qui di nuovo chiara la spiegazione: la
particolare natura di questo compito. Amleto può tutto, tranne compiere la vendetta sull’uomo che ha
eliminato suo padre prendendone il posto presso sua madre, l’uomo che gli mostra attuati i suoi desideri
infantili rimossi. Il ribrezzo che dovrebbe spingerlo alla vendetta è sostituito in lui da autorimproveri,
scrupoli di coscienza, i quali gli rinfacciano letteralmente che egli stesso non è migliore del peccatore
che dovrebbe punire.