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Daniel J.

Siegel

Diventare consapevoli
Una pratica di meditazione rivoluzionaria
www.raffaellocortina.it

Titolo originale Aware: The Science and Practice of Presence.


The Groundbreaking Meditation Practice
© 2018 Mind Your Brain, Inc.

This edition is published by arrangement


with TarcherPerigee, an imprint of Penguin Publishing Group,
a division of Penguin Random House LLC.

Illustrazioni di Madeleine Welch Siegel © 2018 Mind Your Brain, Inc.


Traduzione di Carmen Marchetti
Copertina Studio CReE

© 2019 Raffaello Cortina Editore


Milano, via Rossini 4

Prima edizione: 2019


Né l’editore né l’autore intendono fornire servizi o consulenze professionali al singolo lettore. I concetti, le tecniche e i suggerimenti
contenuti in questo libro non sono da intendersi come sostitutivi di una consulenza da parte del proprio medico. Ogni questione che
riguardi la salute del lettore richiede una supervisione medica. L’autore e l’editore non si assumono la responsabilità dei danni
asseritamente derivanti dalle informazioni o dalle proposte contenute nel libro.
Indice

Parte prima
La ruota della consapevolezza: teoria e pratica
1. Un invito
2. Le storie di chi ha usato la ruota della consapevolezza: attingere al potere della presenza
3. Preparare la mente per la ruota della consapevolezza: l’attenzione focalizzata
4. L’esercizio base della ruota della consapevolezza
5. L’intenzione gentile
6. La consapevolezza aperta

Parte seconda
La ruota della consapevolezza e i meccanismi della mente
7. La mente e il flusso di energia del corpo
8. L’integrazione cerebrale e il raggio dell’attenzione focalizzata
9. La natura dell’energia, l’energia della mente
10. La consapevolezza, il mozzo della ruota e un piano delle possibilità
11. I filtri della coscienza
12. Gioia e meraviglia

Parte terza

Parte quarta

Ringraziamenti
Riferimenti bibliografici
Indice analitico
A Caroline Welch, magnifica donna piena di consapevolezza che ogni giorno mi mostra il potere
e il potenziale della presenza nella nostra vita privata e professionale.
E in memoria di John O’Donohue: dieci anni non affievoliscono l’amore, le risate e la luce che la
tua vita ancora ci dona. La verità e la trasformazione, il senso e la tua mente sono con noi ora e
per sempre.
La mente protesa verso un’idea nuova non torna mai alle dimensioni originarie.
OLIVER WENDELL HOLMES
Parte prima

La ruota della consapevolezza


Teoria e pratica
1

Un invito

Un antico detto recita che la coscienza è come un contenitore d’acqua. Se versiamo un cucchiaio di
sale in un contenitore di piccole dimensioni – grande, diciamo, quanto una tazzina da caffè –,
l’acqua sarà con assoluta certezza troppo salata per essere bevuta. Ma se il nostro contenitore è
molto più grande – se, per esempio, ha una capacità di molti litri –, quello stesso cucchiaio di sale
non modificherà il sapore dell’acqua, che ora sarà presente nel contenitore in quantità maggiore.
Stessa acqua, stesso sale, ma in un rapporto differente, e l’esperienza del bere è completamente
diversa.
Così è la coscienza. Imparando a coltivare la nostra capacità di consapevolezza, miglioriamo la
qualità della nostra vita e la forza della nostra mente.
Le abilità che potremo apprendere leggendo questo libro sono, in realtà, molto semplici:
impareremo a migliorare la capacità di essere consapevoli, così da poter adattare il rapporto tra
l’esperienza della consapevolezza stessa (l’acqua) e l’oggetto della consapevolezza (il sale).
Potremmo definire questo processo “coltivare la coscienza” oppure “rafforzare la mente”. In base ai
risultati della ricerca, potremmo correttamente parlare anche di “integrazione cerebrale”, ossia della
formazione di connessioni tra le diverse regioni del cervello, del quale rafforzano la capacità di
regolare aspetti come le emozioni, l’attenzione, il pensiero e il comportamento, consentendoci di
vivere la vita con più flessibilità e libertà.
L’acquisizione della capacità di distinguere la consapevolezza dal suo oggetto, ossia da ciò di cui
siamo consapevoli, ci consentirà di ampliare il contenitore della coscienza e di dotarci degli
strumenti per “assaporare” molto più di un bicchiere d’acqua salata. Saremo in grado di immergerci
appieno in ogni esperienza, quale che sia, a prescindere da quanti cucchiai di sale la vita spargerà
sulla nostra strada.
Per far sì che queste abilità diventino parte dell’esistenza di ciascuno, nel libro illustrerò una
pratica che io stesso ho ideato e che ho chiamato ruota della consapevolezza. Diventando esperti
nell’impiego di questo strumento, potremmo scoprire di riuscire a superare più agevolmente le
tempeste della vita e a vivere con più pienezza, aprendoci a ogni esperienza possa presentarsi, sia
essa positiva o negativa. L’abilità nel coltivare la coscienza ampliando la consapevolezza –
trasformando, per così dire, la piccola tazzina da caffè in un capiente contenitore d’acqua – non ci
aiuterà soltanto a gustare di più la vita: porterà anche un più profondo senso di connessione e
significato nell’esperienza quotidiana, e servirà persino a migliorare la nostra salute, come ci
accingiamo a scoprire.

Coltivare il benessere sviluppando attenzione, consapevolezza e intenzione


Nelle pagine di questo libro ci occuperemo a fondo di tre abilità che si possono imparare e che studi
scientifici rigorosi hanno dimostrato essere utili per coltivare il benessere. Infatti, lo sviluppo
dell’attenzione focalizzata, della consapevolezza aperta e dell’intenzione gentile, queste le tre abilità,
ha una serie di effetti positivi individuati dall’attività di ricerca che elenchiamo di seguito:
– miglioramento della funzione immunitaria, che aiuta a combattere le infezioni;
– ottimizzazione del livello dell’enzima telomerasi, che conserva e ripara i segmenti terminali dei
cromosomi, mantenendo le cellule – e quindi noi – giovani, efficienti e sani;
– miglioramento della regolazione “epigenetica”1 dei geni, che contribuisce a prevenire gravissime
forme di infiammazione;
– modificazione dei fattori cardiovascolari, con un miglioramento dei livelli di colesterolo, dei valori
di pressione e della funzionalità cardiaca;
– aumento dell’integrazione neurale, che rende possibile un maggior grado di coordinamento e di
equilibrio nelle connessioni funzionali e strutturali del sistema nervoso, il che ci consente di
condurre la nostra vita in modo ottimale grazie alle capacità di autoregolazione, risoluzione di
problemi e adattamento che costituiscono la base del benessere.
In breve, ora abbiamo i dati scientifici: con la nostra mente possiamo influire sulla salute del
corpo e rallentarne l’invecchiamento.
In aggiunta a queste prove concrete, ci sono scoperte di carattere più soggettivo, ma altrettanto
valide, riguardanti gli effetti positivi derivanti dal coltivare gli aspetti della mente che abbiamo citato
poco fa: infatti, l’attenzione focalizzata, la consapevolezza aperta e orientare l’intenzione verso la
gentilezza e la sollecitudine aumentano anche il senso di benessere e di connessione con gli altri
(nella forma di una maggiore empatia e compassione [intesa come capacità di “sentire” la sofferenza
dell’altro – “compatire” – e di intervenire per aiutarlo; vedi oltre, NdT]), e migliorano l’equilibrio
emotivo e la resilienza [la capacità di far fronte attivamente e in modo flessibile alle difficoltà,
NdT]. Gli studi indicano che, con le particolari pratiche volte a sviluppare l’attenzione, la
consapevolezza e l’intenzione si intensifica un senso di finalità e di significato che favorisce una
generale serenità dell’essere, una condizione talvolta definita “equanimità”.
Questi sono tutti effetti del rafforzamento della mente ottenuto attraverso un ampliamento del
“contenitore” della coscienza.
Il termine eudaimonia, derivato dal greco antico, esprime efficacemente il profondo senso di
benessere, equanimità e felicità che scaturisce dal fare esperienza della vita come dotata di
significato e caratterizzata da un senso di connessione con gli altri e con il mondo circostante.
Pensate che vi piacerebbe inserire nell’elenco di cose da fare nella vostra vita anche l’intenzione di
coltivare l’eudaimonia? Se fate già esperienza di questa qualità dell’essere nella vostra quotidianità,
le pratiche di training dell’attenzione, della consapevolezza e dell’intenzione descritte nel libro
potranno contribuire a rafforzare e a migliorare la vostra condizione esistenziale. Benissimo. Se,
invece, vi sembra che i tratti distintivi dell’eudaimonia siano distanti o forse sconosciuti, e vorreste
che diventassero parte integrante della vostra vita quotidiana, ebbene, siete entrati a far parte della
conversazione giusta, qui, in questo libro.

Uno strumento pratico


Come dicevo, la ruota della consapevolezza è una pratica che ho ideato nel corso di molti anni e
che è utile per ampliare il “contenitore” della coscienza.
Ho proposto questa pratica a migliaia di persone in ogni parte del mondo e si è dimostrata
efficace per aiutarle a sviluppare un maggior grado di benessere nella propria vita interiore e
interpersonale. La pratica della ruota si basa su passi semplici, facili da imparare e da applicare nella
vita quotidiana.
La ruota della consapevolezza è una metafora visiva particolarmente utile per comprendere il
modo in cui funziona la mente. L’idea mi venne un giorno, mentre stavo osservando un tavolo
rotondo presente nel mio studio. Il piano del tavolo ha una parte centrale di vetro trasparente
circondata da un bordo esterno di legno. Pensai che si sarebbe potuta immaginare la
consapevolezza collocata al centro di un cerchio – potremmo considerarlo il mozzo di una ruota,
per esempio – dal quale, in ogni dato momento, si sarebbe potuto scegliere di concentrare
l’attenzione su una vasta schiera di pensieri, immagini, emozioni e sensazioni, disposti intorno a
noi, sul cerchione della ruota. In sintesi, l’oggetto della consapevolezza avrebbe potuto essere
rappresentato sul bordo di legno – il “cerchione” –, mentre l’esperienza di essere consapevoli
avrebbe potuto essere collocata al centro, nel “mozzo”.
Se fossi riuscito a insegnare alle persone ad ampliare il contenitore della coscienza grazie a un
accesso più libero e completo al centro della ruota, al “mozzo” della consapevolezza, esse sarebbero
state in grado di cambiare la propria esperienza dei “cucchiai di sale” della vita, e forse persino di
imparare ad assaporare la dolcezza dell’esistenza con più equilibrio e senso di appagamento, persino
se ci fosse stato tanto sale presente in quel momento. Mentre guardavo il tavolo, compresi che la
trasparenza, la chiarezza della parte centrale di vetro avrebbe potuto rappresentare il nostro modo
di diventare consapevoli di tutti i cucchiai della vita, di ciascuna delle diverse esperienze di cui
avremmo potuto prendere coscienza, dai pensieri alle sensazioni, che ora avremmo potuto
visualizzare collocate sul cerchione che circonda il mozzo, sul bordo di legno del tavolo.
Il centro del tavolo, il mozzo di ciò che ora chiamiamo ruota della consapevolezza, rappresenta
quindi l’esperienza di essere consapevoli, di conoscere e sapere che qualcuno sta esplorando i
“conosciuti” dell’esistenza. Come dicevamo, il bordo del tavolo, il cerchione della nostra ruota,
rappresenta l’oggetto del conoscere, il “conosciuto”; per esempio, in questo momento, siete
consapevoli delle parole che state leggendo su questa pagina, e ora forse siete diventati consapevoli
delle associazioni che queste parole suscitano in voi, per esempio le immagini o i ricordi che
affiorano alla mente.
La coscienza può essere definita semplicemente come il senso soggettivo di conoscere, come il vostro
essere consapevoli in questo momento del fatto che scrivo la parola Salve! In questo libro,
adotteremo la prospettiva secondo cui la coscienza comprende sia il conoscere sia il conosciuto. Per
esempio, dicevamo che siete a conoscenza del fatto che ho scritto Salve! Il “vostro conoscere” è la
consapevolezza; “Salve!” è il conosciuto. Il conoscere è nel mozzo; i conosciuti sono sul cerchione.
Quando parliamo di espandere il contenitore della coscienza, ci riferiamo al rafforzamento
dell’esperienza del conoscere: rendiamo più forte e ricettiva la nostra capacità di essere consapevoli.
Ora proviamo a immaginare che cosa potrebbe succedere se, a partire dal mozzo, la nostra
attenzione fosse rivolta a uno qualsiasi dei diversi oggetti del conoscere – i “conosciuti” – presenti
sul cerchione, focalizzata su uno qualunque dei suoi punti: un determinato pensiero, una
percezione o un’emozione, uno qualunque dell’ampia serie di “conosciuti” della vita appoggiati sul
cerchione della ruota. Ampliando la metafora, potremmo immaginare i momenti di focalizzazione
dell’attenzione come un raggio della ruota.
Il raggio dell’attenzione collega il mozzo del conoscere al cerchione dei conosciuti.
Nel mio studio, aiuto i miei pazienti o studenti a “centrarsi” e a immaginare che la propria mente
sia come la ruota. Poi immaginiamo che il cerchione possa essere diviso in quattro parti o segmenti,
ciascuno dei quali contiene una determinata categoria di “conosciuti”. Il primo segmento del
cerchione contiene la categoria degli oggetti della conoscenza derivanti dai nostri primi cinque sensi:
la vista, l’udito, l’olfatto, il gusto e il tatto; il secondo segmento rappresenta un’altra categoria di
“conosciuti”, che comprende i segnali provenienti dall’interno del corpo, per esempio le sensazioni
prodotte dai muscoli o dai polmoni. Il terzo segmento contiene le attività mentali rappresentate, per
esempio, da emozioni, pensieri e ricordi, mentre il quarto accoglie il nostro senso di connessione con
gli altri esseri umani e con la natura, il nostro senso relazionale.
Durante l’esercizio muoviamo lentamente il singolo raggio dell’attenzione intorno al cerchione:
focalizziamo, uno a uno, gli elementi di un determinato segmento; quindi spostiamo il raggio verso
il segmento successivo, anche in questo caso passandone in rassegna i punti corrispondenti.
Spostando il raggio dell’attenzione intorno al cerchione di oggetti del conoscere in modo
sistematico, giungiamo a recepire elemento dopo elemento. Con il procedere dell’esercizio della
ruota nell’arco di una seduta, e con la sua successiva, regolare ripetizione, le persone descrivono
comunemente una sensazione di maggiore chiarezza e calma, un senso più profondo di stabilità e
persino di vitalità, non soltanto durante la pratica stessa, ma anche durante il resto della giornata.
La pratica della ruota è una via per aprire la consapevolezza e coltivare un contenitore della
coscienza più grande e più capiente. Le persone che si dedicano a questa pratica sembrano
rafforzare la propria mente.
La ruota della consapevolezza è stata ideata con l’intento di portare equilibrio nella nostra vita
attraverso l’integrazione dell’esperienza della coscienza. In che modo? Distinguendo i molteplici e
variegati oggetti del conoscere posti sul cerchione non solo l’uno dall’altro, ma anche dal conoscere
consapevole al centro della ruota, siamo in grado di differenziare le componenti della coscienza.
Quindi, collegando sistematicamente i “conosciuti” del cerchione al conoscere del mozzo con il
movimento del raggio dell’attenzione diventa possibile realizzare il collegamento tra le parti della
coscienza precedentemente differenziate. In questo modo – differenziando e poi collegando – la
pratica della ruota della consapevolezza consente di realizzare l’integrazione della coscienza.
Una delle proprietà emergenti2 fondamentali dei sistemi complessi nella realtà in cui viviamo è
denominata “auto-organizzazione”. Potreste pensare che questo termine sia stato coniato da uno
studioso di psicologia o persino di economia: invece si tratta di un termine matematico. La
conformazione o forma del divenire di un sistema complesso è determinata dalla proprietà
emergente dell’auto-organizzazione, che approfondiremo più avanti. Per il momento, possiamo dire
che questo processo può essere ottimizzato, oppure può essere ostacolato. Quando si verifica questa
seconda eventualità, la conseguenza è un movimento verso il caos o verso la rigidità. Quando,
invece, il processo viene ottimizzato, il movimento è verso l’armonia: è un movimento flessibile,
adattivo, coerente [ossia resiliente nel corso del tempo, NdT], energizzato e stabile.
In considerazione del vissuto di caos e rigidità che osservavo nei miei pazienti (e nei miei amici, e
anche in me stesso quando le cose non andavano molto bene), iniziai a domandarmi se la mente
potesse essere un tipo di processo auto-organizzantesi. Poteva darsi, quindi, che una mente forte
ottimizzasse l’auto-organizzazione e creasse un’esperienza di armonia nella vita, mentre una mente
compromessa avrebbe rischiato di allontanarsi dall’armonia per dirigersi verso il caos o la rigidità. In
tal caso, per coltivare una mente forte avrebbe potuto essere d’aiuto domandarsi in che modo
avvenisse un’auto-organizzazione ottimale. Ebbene, c’è una risposta a questo interrogativo, che ci
accingiamo a illustrare.
In un sistema complesso, la proprietà emergente dell’auto-organizzazione – proprietà che regola
il divenire del sistema nel corso del tempo, il suo auto-organizzarsi – muove il sistema stesso verso
un funzionamento ottimale attraverso il collegamento delle sue parti differenziate. In altri termini,
è l’integrazione (così come la definiamo qui, ossia come equilibrio tra differenziazione e
collegamento) a creare un’auto-organizzazione ottimale, con un funzionamento flessibile e adattivo.
L’idea fondamentale alla base della pratica della ruota era quella di espandere il contenitore della
coscienza e, di fatto, di dare equilibrio all’esperienza della coscienza stessa. Equilibrio è un termine
d’uso comune, che possiamo intendere dal punto di vista scientifico come originato dal processo
che abbiamo definito “integrazione”, ossia lasciare che le cose siano diverse o distinte l’una dall’altra
e poi collegarle tra loro. Differenziando e collegando creiamo integrazione. E creando integrazione,
viviamo con più equilibrio e coordinamento. La terminologia può essere diversa in altre discipline
scientifiche, ma il concetto è lo stesso. L’integrazione – l’equilibrio tra differenziazione e
collegamento – costituisce la base di una regolazione ottimale che ci consente di muoverci
fluidamente tra caos e rigidità, il processo fondamentale che ci aiuta a stare bene e a essere felici.
Dall’integrazione scaturisce la salute. È così semplice, e così importante.
Un sistema integrato si trova in un flusso di armonia. Come in un coro, in cui la voce di ciascun
cantante si distingue dalle voci dei compagni, ma allo stesso tempo si unisce a loro, l’armonia
emerge con l’integrazione. È importante sottolineare come il collegamento non elimini le differenze,
come avviene con l’omogeneizzazione; al contrario, mantiene i contributi unici di ciascuno, mentre
crea un collegamento tra loro. L’integrazione assomiglia più a una macedonia che a un frullato
misto. È così che l’integrazione dà vita alla sinergia del tutto in quanto maggiore della somma delle
parti. Allo stesso modo, questa sinergia dell’integrazione implica che i molteplici aspetti della nostra
vita, come i molti punti sul cerchione, possano essere ciascuno rispettato nella propria diversità e poi
riunito agli altri in armonia.
Nel mio cammino di psichiatra che lavora con la cornice teorica di un ambito multidisciplinare
chiamato neurobiologia interpersonale, la riflessione sulla mente come processo auto-organizzantesi
di regolazione dei flussi di energia e informazione ha stimolato la ricerca di strategie per creare più
integrazione nella vita dei pazienti, con lo scopo di aumentare il loro benessere fisico e relazionale. I
molti libri che ho scritto o di cui sono stato coautore hanno come elemento fondante proprio
l’integrazione.
Quando realizzavamo l’integrazione della coscienza con la ruota della consapevolezza, la vita
delle persone migliorava.
Molti hanno trovato nella ruota della consapevolezza una pratica utile per acquisire abilità e da
cui trarre una forza profonda. La pratica della ruota ha trasformato il loro modo di fare esperienza
della vita mentale interiore, ossia delle emozioni, dei pensieri e dei ricordi; ha schiuso nuove
modalità di interazione interpersonale e ha persino ampliato il senso di connessione e di significato
nella loro vita, come vedremo anche nei prossimi capitoli.

Una guida per un viaggio nella mente


Il mio augurio per il dialogo che intratterremo in questo libro è che la ruota della consapevolezza
possa diventare parte della vostra vita, sia come concetto sia come pratica, contribuendo a
migliorare il vostro benessere fisico, mentale e relazionale. Sebbene questa pratica prenda spunto
dalle scoperte della scienza e sia corroborata dai pareri di migliaia di persone che l’hanno
sperimentata direttamente, è importante tenere a mente che ciascuno di noi è una persona diversa,
con la propria storia, le proprie inclinazioni e particolari modi di essere nel mondo. Ognuno di noi
ha una sua unicità. Quindi, anche se prenderemo in esame alcune generalizzazioni, è importante
ricordare come l’esperienza di ciascuno con questa pratica sarà diversa da quella di ogni altra
persona.
Al pari dei miei colleghi che svolgono professioni d’aiuto, cerco di fare del mio meglio per
applicare i dati scientifici e le scoperte di carattere universale con cautela e con un atteggiamento di
apertura verso ogni singola persona. Il mio proposito è quello di rimanere ricettivo: cercare,
accogliere e rispondere ai feedback di coloro che recepiscono questi concetti e sperimentano queste
pratiche. Come terapeuti non possiamo garantire un risultato per uno specifico paziente; possiamo
solo basarci sulla scienza e sull’esperienza pregressa per proporre dei passi che abbiano un’elevata
probabilità di essere d’aiuto. Da questo punto di vista, il nostro approccio può essere quello di dare
il meglio e rimanere aperti agli innumerevoli modi in cui ciascuno può effettivamente rispondere.
Questo è un libro, non una psicoterapia né un seminario di formazione. Poiché il nostro rapporto
qui, con questo insieme di parole, non è un rapporto dal vivo, nel momento, una relazione
scambievole, non è possibile, ovviamente, avere un riscontro e uno scambio diretti e continui in
tempo reale. Tuttavia, come lettori, vi invito ad avere un dialogo costante, momento per momento,
con voi stessi. Potete accogliere le idee del libro e sperimentarne le pratiche, e vedere che effetto
hanno su di voi. Io, in qualità di autore, posso semplicemente condividere le mie esperienze e
prospettive, offrendo parole che, pur non potendo condurre a una vostra risposta diretta, possano
però condurre – mi auguro – a un risultato utile. In questo senso, il libro può essere considerato
come una guida in cui si esaminano i particolari di un possibile viaggio che, però, solo voi potete
compiere. L’autore della guida ha la responsabilità di offrire suggerimenti; il ruolo del viaggiatore è
ascoltarli, esaminarli e poi pianificare responsabilmente il proprio viaggio. Io posso assumere il ruolo
di sherpa, che vi dà supporto nei vostri itinerari, ma siete voi, i viaggiatori, a dover compiere i passi
e a modificarli, se necessario, durante il percorso.
Ho tenuto bene a mente l’importanza della vostra esperienza soggettiva sia nella creazione della
ruota della consapevolezza sia nell’ideazione di questo libro, che ne esplora i principi teorici e le
potenzialità pratiche. Nessuna proposta può garantire benefici sicuri. Ciò nonostante, vi esorto a
usare questo volume come una guida – mi auguro utile e facilmente fruibile – a idee e pratiche che
hanno le potenzialità per apportare grande giovamento alla vostra vita.
Questo libro non è un resoconto dettagliato di tutti gli affascinanti risultati dei progetti di ricerca
pertinenti al tema di cui ci occupiamo; è invece un vademecum, basato sulla scienza, per
intraprendere un viaggio nella mente e nella salute mentale, ideato per proporre idee e pratiche
nella forma di una cornice di riferimento strutturata per il cammino personale che vi attende.
Utili rassegne degli studi scientifici che confermano la validità dei tipi di pratiche per coltivare il
benessere descritti nel libro sono presenti in numerose altre pubblicazioni; per esempio, è
disponibile una disamina degli studi scientifici sulla meditazione, particolarmente accessibile anche
al lettore non specializzato, intitolata La meditazione come cura,3 scritta da Daniel Goleman e Richie
Davidson. Un altro testo in cui vengono illustrate con grande rigore le applicazioni pratiche delle
scoperte scientifiche è La scienza che allunga la vita. La rivoluzione dei telomeri,4 del premio Nobel
per la medicina Elizabeth Blackburn e della psicologa Elissa Epel. Poiché ho pubblicato in
precedenza i riferimenti bibliografici relativi alle scoperte compiute dalla scienza in questo ambito in
una serie di altri miei libri, per esempio La mente relazionale5 e I misteri della mente,6 in questo
nuovo libro ci occuperemo direttamente dei principi teorici e delle pratiche che su quelle scoperte
scientifiche si fondano, per proporre un possibile percorso utile a coltivare un più elevato grado di
resilienza e benessere nella nostra vita. Un elenco di riferimenti bibliografici generali e di letture
consigliate è reperibile sul mio sito web, DrDanSiegel.com, come spiegato alla fine di questo
volume.
Nelle prossime pagine ci tufferemo in acque profonde, calandoci talvolta negli abissi, e
parteciperemo a stimolanti escursioni lungo una serie di sentieri per esplorare e rafforzare la nostra
mente. Sarò con voi a ogni passo del cammino.

1. L’epigenetica è il processo attraverso cui l’esperienza influisce sull’espressione genica, ossia sui tempi e le modalità con cui i geni
determinano la sintesi delle proteine e i conseguenti cambiamenti a livello funzionale e strutturale. Vedi D.J. Siegel, Mappe per la
mente. Guida alla neurobiologia interpersonale, tr. it. Raffaello Cortina, Milano 2014, pp. 21-22 “Indice ragionato”. [NdT]
2. Il termine “emergente” o “emergenza” si riferisce a un processo in divenire che trae origine dalle interazioni fra le componenti
fondamentali di un sistema complesso; l’emergenza è una proprietà di questo tipo di sistemi che fa sì che il tutto sia maggiore della
somma delle parti. Vedi D.J. Siegel, Mappe per la mente. Guida alla neurobiologia interpersonale, cit., p. 20 “Indice ragionato”. [NdT]
3. D. Goleman, R.J. Davidson, La meditazione come cura, tr. it. Rizzoli, Milano 2017. [NdT]
4. E. Blackburn, E. Epel, La scienza che allunga la vita. La rivoluzione dei telomeri, tr. it. Mondadori, Milano 2017. [NdT]
5. D. J. Siegel, La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale, tr. it. Raffaello Cortina, Milano 2013, II ed. [NdT]
6. D. J. Siegel, I misteri della mente. Viaggio al centro dell’uomo, tr. it. Raffaello Cortina, Milano 2017. [NdT]
2

Le storie di chi ha usato la ruota della


consapevolezza
Attingere al potere della presenza

Ora vorrei offrire alcuni esempi concreti dei modi in cui la ruota della consapevolezza, come
concetto e come pratica, è stata utile nella vita di una serie di persone. Vi presenterò, quindi, le
storie di alcune delle persone che l’hanno impiegata per rafforzare la propria mente e migliorare la
propria esistenza. Dopo che avrete iniziato a sperimentare la pratica della ruota, in questa prima
parte del libro, saremo pronti a prendere le mosse proprio dalla vostra esperienza diretta per
approfondire, nella seconda parte del libro, l’esplorazione dei meccanismi della mente.
Successivamente, nella terza parte, riprenderemo le storie delle persone cui accenneremo tra breve
per impiegare le nuove conoscenze acquisite nel frattempo al fine di comprendere meglio sia l’aiuto
che la pratica della ruota è riuscita a dare nello specifico a queste persone, sia le modalità di
funzionamento della mente. Nella quarta parte del libro metteremo a frutto queste nuove
conoscenze sulla mente e sulla ruota della consapevolezza, continuando a occuparci dei modi in cui
ciascuno di noi potrebbe utilmente includere nella propria vita questi principi teorici e pratici. Forse
scoprirete, come abbiamo fatto in molti, che l’impiego di queste nuove conoscenze sulla natura
della mente e sull’ampliamento della consapevolezza, unitamente alle esperienze dirette di
integrazione della coscienza rese possibili dalla pratica della ruota, potranno aiutarvi a rafforzare la
vostra stessa mente e a coltivare più benessere nella vostra vita.

Billy e il ritorno al mozzo


Billy era un bambino di 5 anni che, dopo essere stato espulso dalla scuola che frequentava per aver
picchiato un compagno in cortile, venne trasferito in un’altra scuola elementare, dove fu inserito
nella classe della maestra Smith. Questa maestra era venuta a conoscenza della ruota della
consapevolezza leggendo i miei libri. In classe la maestra Smith chiedeva ai suoi allievi di disegnare
una figura della ruota con un cerchio esterno grande e un cerchio interno più piccolo collegato
all’altro con una riga che fungeva da raggio. Poi spiegava ai bambini come il mozzo al centro fosse la
nostra consapevolezza, il cerchione fossero tutte le diverse cose di cui siamo consapevoli e il raggio
fosse lo strumento che consentiva a ciascuno di noi di scegliere dove dirigere l’attenzione. Alcuni
giorni dopo aver conosciuto la ruota attraverso il disegno, Billy andò dalla maestra e le disse la frase
che riportiamo di seguito e che lei ha citato in una mail diretta a me: “Signora maestra! Ho bisogno
di una pausa: sto per dare un pugno a Joey perché, quando eravamo in cortile, mi ha preso il mio
cubo delle costruzioni. Sono bloccato sul cerchione: ho bisogno di tornare al mozzo!”. Billy si era
preso il tempo necessario a trattenersi dall’impulso di picchiare – un comportamento, quest’ultimo,
che indubbiamente aveva imparato in precedenza come rigida reazione dalle conseguenze caotiche
– e, attraverso l’immagine della ruota, era stato in grado di esprimere a parole ciò di cui aveva
bisogno, e poi di sviluppare un modo alternativo, più integrato, di rispondere. Ora Billy era in grado
di rispettare il comportamento di un altro bambino e di riconoscere il proprio impulso, ma anche di
scegliere di non metterlo in atto. Alcune settimane più tardi, la maestra Smith mi scrisse
nuovamente per dirmi che Billy si era ormai inserito benissimo nella classe.

Jonathan e la tregua dalle montagne russe delle emozioni


Vediamo ora il caso di una persona che ha impiegato la ruota non soltanto come idea nella forma di
una metafora visiva, come nel caso di Billy, ma anche come pratica che offre un’esperienza in grado
di trasformare l’attenzione, la consapevolezza e l’intenzione. Se avete letto il mio libro Mindsight. La
nuova scienza della trasformazione personale,1 forse vi ricorderete di un mio paziente sedicenne, un
giovane che nel libro ho chiamato Jonathan, il quale aveva usato la pratica della ruota per far fronte
a gravi sbalzi d’umore che gli stavano causando grande sofferenza nella vita. Con la creazione
intenzionale di un particolare stato reso possibile dalla pratica regolare della ruota, Jonathan è
riuscito a coltivare nella sua vita un nuovo tratto di equilibrio emozionale. Come ha detto lo stesso
Jonathan, “Non prendo più troppo seriamente tutti quei pensieri e quei sentimenti, e ora non mi
fanno più andare fuori di testa”.2 Con le idee e gli esercizi alla base della ruota della consapevolezza,
il ragazzo ha imparato ad applicare intenzionalmente i principi appresi e le abilità acquisite per
creare con regolarità uno stato della mente che, probabilmente, comportava un particolare insieme
di scariche neuronali, ossia di attivazioni dei neuroni; il ripetersi di questo tipo di attivazione
neuronale a livello funzionale può portare, col tempo, a un cambiamento nelle connessioni
neuronali a livello strutturale. È un esempio concreto del modo in cui, nella nostra esistenza,
possiamo trasformare uno stato creato intenzionalmente in un tratto salutare.

Monia e il rifugio al centro della ruota


Monia aveva 40 anni e tre figli, tutti sotto i 10 anni, e spesso si sentiva al limite della pazienza.
Cresceva i figli senza ricevere molto aiuto dal coniuge né dai familiari o dagli amici, e finiva
facilmente per farsi prendere dal nervoso con i bambini, e poi per arrabbiarsi con se stessa per
queste sue reazioni.
Dopo essere venuta a uno dei miei seminari, Monia cominciò a dedicarsi con regolarità alla
pratica della ruota della consapevolezza. Nel corso del tempo, scoprì che la capacità di accedere al
mozzo della consapevolezza le consentiva di scegliere come comportarsi e rendeva possibile anche
un maggior grado di resilienza nell’affrontare i problemi quotidiani legati al crescere tre bambini.
L’integrazione della coscienza trasformò radicalmente lo stile educativo di Monia: non più
ripetutamente reattivo, ma stabilmente ricettivo. La reattività l’aveva portata a essere caotica e rigida
nella propria vita interiore e nel comportamento verso gli altri; grazie alla ricettività, invece, Monia
era in grado di creare con flessibilità un modo più integrato di essere con i figli, e con se stessa. Ora
Monia riusciva a essere più presente e amorevole con i suoi bambini, e più gentile e piena di
sollecitudine anche verso se stessa.

Teresa: il trauma e la guarigione grazie all’integrazione della ruota


Trauma dello sviluppo è l’espressione che usiamo per eventi particolarmente stressanti che
accadono nelle prime fasi della vita, per esempio in caso di abuso o trascuratezza di un bambino
piccolo. Alcuni impiegano un’espressione affine per un insieme più ampio di problemi incontrati
nei primi anni di vita: esperienze infantili avverse (adverse childhood experiences, ACE ). Un trauma
dello sviluppo e, probabilmente, anche stress negativi meno intensi vissuti nell’infanzia hanno come
conseguenza generale una compromissione dello sviluppo dell’integrazione nel cervello: un deficit,
questo, cui si può generalmente porre rimedio, per fortuna. L’integrazione nel cervello – ciò che qui
definiamo “integrazione neurale” – è necessaria per il nostro equilibrio nella vita, in particolare per
lo sviluppo delle cosiddette funzioni esecutive, ossia la capacità di regolare le emozioni e l’umore, il
pensiero e l’attenzione, persino le relazioni e il comportamento. Teresa aveva problemi con ciascuno
di questi ambiti e si rivolse a me in cerca di aiuto. Le sue esperienze di venticinquenne alle prese
con le conseguenze di un’infanzia traumatica esemplificano l’importante principio secondo cui il
caos e la rigidità nelle relazioni causano una compromissione dell’integrazione neurale. A poco a
poco Teresa riuscì a stabilire un rapporto con me, sviluppando la fiducia necessaria per confidarsi
sul suo passato di bambina fragile alle prese con genitori violenti; fu allora che le presentai l’idea e
la pratica della ruota della consapevolezza.
Per molte delle persone che hanno vissuto eventi terrificanti e sconvolgenti, soprattutto per mano
di coloro che avrebbero dovuto proteggerle e accudirle, l’esperienza di distinguere l’essere
consapevoli (nel mozzo della ruota) da ciò di cui sono consapevoli (sul cerchione) può essere
all’inizio nuova e, allo stesso tempo, angosciante. Perché? Una ragione potrebbe essere riconducibile
al fatto che, quando entriamo nello stato di essere consapevoli della nostra stessa consapevolezza,
nel mozzo metaforico della ruota, possiamo fare esperienza di uno stato di apertura e ampliamento
delle possibilità che può essere molto diverso dal senso di certezza che scaturisce quando siamo
consapevoli soltanto del metaforico cerchione dei “conosciuti” della vita. “Perdersi in luoghi
familiari” sul cerchione – persino se queste sensazioni o emozioni o questi pensieri derivano da
esperienze traumatiche o dall’aver ricevuto un accudimento non proprio ottimale – può
paradossalmente essere più rassicurante di quanto lo sarebbe entrare in uno stato di incertezza e
libertà, ossia nell’esperienza del mozzo. Lo schema che consiste nell’essere attratti verso lo stato
della mente che ha subito abusi, verso quei ripetuti elementi del cerchione, potrebbe comportare
per alcuni un atteggiamento passivo, da vittima; per altri un stato attivo, animato dalla rabbia e
dalla tendenza a contrattaccare. Questi stati chiariscono come, in presenza di una minaccia, si possa
diventare reattivi. Per Teresa, essere reattivi significava talvolta avere paura ed essere nello stato
mentale di fuggire dai problemi, mentre in altri casi voleva dire attaccare persino coloro che si
auguravano di entrare in connessione con lei e di sostenerla. Ciò di cui Teresa aveva bisogno era
passare dall’essere reattiva all’essere ricettiva. Essere aperti e disponibili a entrare in rapporto non
significa essere passivi; tuttavia, una persona che ha subito un trauma potrebbe percepirlo come una
resa e un aumento del rischio di venire ferita e tradita. Per impiegare la terminologia della pratica
della ruota, la reattività di Teresa poteva essere considerata un insieme di “conosciuti” familiari:
attaccare, fuggire, bloccarsi e persino svenire,3 il retaggio di ripetuti stati reattivi dell’infanzia che ora
erano diventati tratti, ossia tendenze che Teresa metteva in atto in modo automatico nella sua vita
adulta.
Si tratta di un importante principio generale. Ciò che si fa ripetutamente rafforza i cluster [gruppi,
grappoli] o schemi di attivazione cerebrale. Con la ripetizione, la struttura neurale di fatto si
modifica; è così che stati ripetuti diventano tratti duraturi.
Forse avrete notato che in ciascuno di questi esempi emerge una semplice realtà scientifica;
sintetizzo questo principio fondamentale dell’integrazione della mente nel modo seguente:
Dove l’attenzione va, una serie di neuroni si attiverà e una connessione nervosa si formerà.

A Teresa, come a molte altre persone, la pratica della ruota ha dato l’opportunità di uscire dagli
stati di reattività innescati dal pilota automatico e di risvegliare la mente a nuove possibilità di
essere e fare. Avere una mente risvegliata significa usare i processi mentali dell’attenzione, della
consapevolezza e dell’intenzione per attivare nuovi stati della mente che, con una pratica regolare,
possano diventare tratti scolpiti intenzionalmente nella propria vita. E quando quel tratto è una
mente integrata, possiamo passare da reazioni automatiche, in cui vi è assenza di scelta, alla libertà
di rispondere in base a una scelta intenzionale e consapevole. È così che l’integrazione della
coscienza è riuscita a trasformare la vita di Teresa: con una pratica ripetuta, lei è riuscita a plasmare
la propria attenzione, consapevolezza e intenzione per creare un modo più integrato di vivere, la
base dell’eudaimonia.
Il mozzo della ruota rappresenta il conoscere consapevole ed è l’origine della coscienza ricettiva,
dell’essere aperti e disponibili a entrare in connessione con tutto ciò che emerge sul cerchione,
senza tuttavia perdersi o incagliarsi su di esso, consumati da ciò che conosciamo della vita. In tal
modo, la metafora della ruota, come concetto e, per Teresa, anche come pratica appresa
rapidamente, è stata d’aiuto per diventare consapevole del fatto che le esperienze compiute avevano
portato la sua mente a trasformarsi in una prigione. Tuttavia, se l’esperienza passata era riuscita a
insegnarle a vivere come fosse reclusa, un’esperienza intenzionale e ripetuta di integrazione – come
è la pratica della ruota della consapevolezza – ha potuto insegnarle a liberarsi da quella prigione.
Le idee sono meravigliose, ma talvolta, anzi molto spesso, è necessaria anche la pratica per
iniziare a esperire nuovi modi di essere e di comportarsi, e per fare proprie, a un livello profondo,
queste idee liberatorie a mano a mano che facciamo esperienza del loro significato nella nostra vita
quotidiana.
Quando Teresa entrò in uno stato di panico la prima volta che esplorò il mozzo della ruota in
una parte della pratica che esamineremo nei dettagli in seguito, ci fermammo per un po’ di tempo a
riflettere sul suo vissuto di paura. Come è accaduto a molte altre persone che hanno subito una
qualche forma di trauma, le prime volte in cui si focalizza l’attenzione sul corpo, sulle emozioni in
generale o sul mozzo stesso si può provare in alcuni casi grande angoscia. Questa esperienza
sconvolgente, accolta con pazienza e sostegno, può essere per così dire “acqua per il nostro mulino”,
nel senso che, pur suscitando certamente emozioni dolorose, può essere uno stimolo per
comprendere più a fondo quello che sta accadendo. Ogni emozione o immagine che ci crea
difficoltà può costituire un’opportunità di apprendimento e di crescita. In definitiva, è questo uno
degli insegnamenti che possiamo trarre dalla pratica della ruota, a mano a mano che rafforza la
mente e ci libera dalla prigionia del passato.
Con una pratica regolare, Teresa ha imparato molto da queste esperienze. Un insegnamento ha
riguardato la possibilità di superare l’ansia derivante dal fatto di concentrarsi sulle parti del corpo
che erano state oggetto di abusi da parte dei genitori: ora Teresa riesce serenamente a focalizzare
l’attenzione su queste parti. Come ricorderete, abbiamo detto in precedenza che “dove l’attenzione
va, una serie di neuroni si attiverà e una connessione nervosa si formerà”: Teresa riesce ora a
spostare più agevolmente l’attenzione da un punto all’altro del cerchione, a differenza di quanto
accadeva in precedenza, quando in modo reattivo si concentrava sempre sugli stessi punti che le
causavano sofferenza o, all’opposto, attivamente impiegava strategie per evitarli. Teresa ha
sviluppato uno stato integrato di ricettività basato sul centro della ruota, sul mozzo. Ora riesce a fare
esperienza dei ricordi e dei tratti pregressi di reattività semplicemente come punti sul cerchione,
mentre il mozzo è diventato una fonte di riflessione, di consapevolezza e scelta e, in ultima analisi,
di cambiamento.
Un altro insegnamento importante per Teresa ha riguardato la presa di coscienza del fatto che il
proprio mozzo era stato popolato fino ad allora da una sensazione di mancanza di controllo sugli
eventi, a tal punto che il mozzo stesso, inizialmente, era stato fonte di paura per lei. Con la
prosecuzione della pratica, la paura si trasformò dapprima in un atteggiamento meno estremo di
cautela, e poi, con il passare del tempo, in un atteggiamento di curiosità: un mutamento, questo,
che ha rappresentato per lei un vero sollievo dopo così tanti anni passati ad alzare le difese contro la
propria consapevolezza ricettiva. Nella vita, a Teresa non era mai stato permesso di stare
semplicemente nella spaziosità dell’essere presenti e aperti a ogni cosa potesse emergere: da bambina
doveva stare in guardia per la successiva offensiva da parte dei genitori, con i loro comportamenti
imprevedibili e terrificanti. A mano a mano che riusciva ad assaporare il nuovo stato di presenza,
uno stato in cui poter essere aperta al vasto spazio che aveva davanti, Teresa si è sentita sempre più
in pace e gioiosa.
La trasformazione di Teresa ci insegna che non è mai troppo tardi nella vita per evolvere, crescere
e cambiare. Grazie alla ruota della consapevolezza e ad altre pratiche di meditazione e di
mindfulness, è possibile, infatti, sviluppare lo stato di presenza ricettiva che può costituire la base
per un profondo senso di benessere e una maggiore facilità di rapporto empatico con gli altri.
Purtroppo, molti di noi imparano a essere guardinghi nei confronti degli altri, e persino della
propria vita interiore, con la conseguenza che, imprigionati nei nostri adattamenti mentali finalizzati
alla sopravvivenza, veniamo indotti a credere di non avere alcun potere di cambiare. Al contrario,
quando abbiamo un atteggiamento di presenza verso la vita, siamo disponibili a creare un’unione
profonda con gli altri e persino con il nostro vissuto intimo. Il coraggio di immergersi nei concetti e
nelle pratiche della ruota della consapevolezza ha aiutato Teresa a sviluppare forza e resilienza
interiori destinate a durare per il resto della vita.

Zachary: trovare significato, senso di connessione e sollievo dal dolore


Zachary iniziò a dedicarsi alla pratica della ruota della consapevolezza in occasione di uno dei miei
seminari, cui partecipò su invito del fratello. Nonostante la florida attività professionale e la vita
familiare piena e intensa, Zachary sentiva, a 55 anni, che non tutto andava bene, che gli mancava
qualcosa, qualcosa cui, però, non riusciva a dare un nome. L’uomo raccontò che un dolore all’anca
che lo tormentava quasi senza sosta da oltre dieci anni era sembrato in qualche modo scomparire
durante la pratica della ruota. Durante la ripetizione dell’esercizio della ruota, per più volte nel
corso di tutto il fine settimana, ogni volta che Zachary rivolgeva l’attenzione alla parte dolente, la
fitta di dolore che prima gli aveva impedito di concentrarsi si attenuava sempre più. Alla quinta e
ultima immersione nella pratica della ruota, quel weekend, le sensazioni provenienti dall’anca
erano soltanto uno dei tanti tipi di sensazioni su cui riusciva a focalizzare la propria attenzione e che
poi lasciava andare.
In quell’incontro, Zachary descrisse il sollievo dal dolore fisico con un senso di gioia e
padronanza. Lo invitai a tenersi in contatto con me per mail e a farmi sapere come andassero le
cose dopo il seminario. Ebbi sue notizie soltanto una volta nel corso di quell’anno e furono notizie
molto positive: con una pratica regolare, il dolore non era tornato.
Sorprendentemente, l’effetto del sollievo dal dolore cronico è stato riscontrato molto spesso nei
seminari di pratica della ruota tenuti in ogni parte del mondo. Anche dagli studi in cui si impiegano
interventi basati sulla meditazione era emerso che il training della mente con queste modalità di
attenzione focalizzata, consapevolezza aperta e intenzione gentile potesse avere molteplici benefici,
tra cui non soltanto la riduzione dell’esperienza soggettiva del dolore, ma anche una diminuzione
oggettiva della rappresentazione del dolore stesso a livello cerebrale.
Una via per comprendere questo fenomeno è quella di tornare alla nostra analogia tra la
coscienza e un contenitore d’acqua. In questo caso, il dolore fisico è il sale che in un recipiente
troppo piccolo – per esempio, una tazzina da caffè – potrebbe far diventare l’acqua troppo salata e
persino imbevibile. Tuttavia, se aumentiamo la quantità d’acqua da quella contenuta nella tazzina
fino a centinaia di litri, il cucchiaio di sale nel nuovo e più ampio recipiente verrà diluito a tal punto
che il sapore dell’acqua non ne risentirà. Possiamo considerare lo svolgimento di una pratica di
training mentale come ampliamento del mozzo della nostra metaforica ruota della consapevolezza,
che rende il contenitore della consapevolezza, il conoscere ricettivo della coscienza, molto più
grande. Con il contenitore più capiente, con l’ampliamento del mozzo, lo stesso “cucchiaio” di
dolore – un singolo punto sul cerchione – si diluisce, diventando soltanto uno tra un numero
infinito di punti sull’intero cerchione di oggetti del conoscere. Grazie a ciò proviamo sollievo dal
dolore che prima catturava tutta la nostra attenzione. Nei termini della pratica della ruota,
potremmo dire che l’esperienza di Zachary è stata quella di liberarsi da un punto sul cerchione che
si era eccessivamente differenziato e dominava il mozzo della sua ruota. Se gli studi sugli effetti
cerebrali della meditazione sono pertinenti al nostro caso, potremmo dire che persino il cervello di
Zachary mostrava un livello molto inferiore di scarica neuronale nella regione che rappresenta il
dolore e la consapevolezza che se ne ha. La metafora dell’acqua e del sale contribuisce a spiegare
l’efficacia della ruota come immagine visiva, come concetto e come pratica, e forse delle pratiche di
training mentale in generale, nell’alleviare la sofferenza derivante dai dolori cronici.
Ma la ruota della consapevolezza non è d’aiuto soltanto con la sofferenza fisica: l’esperienza della
ruota, infatti, stimola anche altri cambiamenti nella nostra esistenza. L’anno successivo al seminario
in cui ci eravamo conosciuti, restai piacevolmente sorpreso di incontrare Zachary a pranzo in
occasione di un altro seminario di pratica della ruota della consapevolezza, della durata di tre
giorni, che ero stato invitato a tenere dalla stessa associazione che aveva organizzato il precedente
seminario. Oltre alla diminuzione del dolore fisico, Zachary aveva provato un altro genere di
sollievo. Mentre si riuniva un piccolo gruppo di partecipanti prima dell’effettivo inizio del
seminario, Zachary raccontò che l’esperienza della ruota, l’anno prima, aveva aperto la sua mente
verso un nuovo modo di vivere il senso della vita, aiutandolo a provare un senso di connessione più
profondo con se stesso, con gli altri e con il mondo circostante. Non solo provava gratitudine per la
riduzione del dolore fisico, ma aveva conosciuto un nuovo senso di finalità e significato nella
propria vita. Durante il pranzo ci raccontò della sua esperienza di focalizzazione del raggio di
attenzione sul mozzo della consapevolezza nella parte più avanzata di pratica della ruota, di cui ci
occuperemo più avanti. Disse che la prima volta che aveva “curvato all’indietro il raggio di
attenzione per dirigerlo nuovamente verso il mozzo, il senso di completa apertura, di essere pervaso
di gioia e amore” gli aveva fatto provare un nuovo senso di “vitalità e autenticità”: un’esperienza,
questa, che aveva trasformato la sua vita, modificando la direzione del suo percorso professionale e
personale. Si era reso conto – disse Zachary – di ciò che era mancato nella sua vita e cui fino ad
allora non era mai davvero riuscito a dare un nome: un senso di finalità, significato e connessione.
Il fratello, presente anche lui al pranzo, scherzò con me dicendo che la moglie di Zachary mi
avrebbe mandato la fattura per il programma di formazione nella meditazione cui il marito si era
iscritto. Zachary si affrettò ad aggiungere: “È colpa tua: vorrei imparare a condividere con gli altri
questo senso di vitalità, non voglio tenerlo solo per me”. Aggiunse che stava pensando alla
possibilità di diventare ministro del culto nella sua religione oppure un professionista della salute
mentale. Zachary aveva scelto di allontanarsi dal suo mondo professionale, in cui pensava che
questa sua nuova visione di ciò che davvero era importante non potesse essere accolta; ora
desiderava sviluppare la propria mente e imparare a essere utile agli altri.

1. D.J. Siegel, Mindsight. La nuova scienza della trasformazione personale, tr. it. Raffaello Cortina, Milano 2011. [NdT]
2. Ibidem, p. 114. [NdT]
3. Attacco, fuga, blocco o freezing, svenimento sono le cosiddette “reazioni di sopravvivenza” che si attuano di fronte alla percezione
di una minaccia. Vedi D.J. Siegel, T.P. Bryson, Yes Brain. Come valorizzare le risorse del bambino, tr. it. Raffaello Cortina, Milano 2018,
p. 6. [NdT]
3

Preparare la mente per la ruota della


consapevolezza
L’attenzione focalizzata

Mentre ci prepariamo a fare esperienza in prima persona della ruota della consapevolezza,
esaminiamo una serie di concetti e pratiche di base che aiuteranno la nostra mente a essere pronta
per i passi successivi. Come ho accennato nelle pagine precedenti, con la pratica della ruota
impareremo alcune abilità fondamentali che ci consentiranno di realizzare l’integrazione della
coscienza e di rafforzare la mente. Abbiamo visto come l’integrazione sia il collegamento di
elementi diversi: la pratica della ruota favorisce l’integrazione differenziando gli elementi presenti
sul cerchione – i “conosciuti” della coscienza – sia l’uno dall’altro sia dal conoscere del mozzo, e poi
collegandoli sistematicamente tra loro con il movimento del raggio dell’attenzione intorno alla
ruota. Con la pratica, non solo miglioreremo le nostre capacità di attenzione, ma arricchiremo la
nostra esperienza della coscienza e della mente stessa.

Sviluppare l’aspetto regolativo della mente


Possiamo considerare uno degli aspetti della mente come un processo regolativo, deputato a dirigere
i flussi di energia e informazione nella nostra vita. Il concetto di “processo” rimanda a un divenire,
un aspetto che può essere espresso linguisticamente come verbo; quindi, da questo punto di vista,
possiamo considerare la mente più come “verbo” che come “sostantivo”. La regolazione ha due
aspetti; il primo è il monitoraggio, il secondo la modificazione. L’apprendimento di una pratica di
rafforzamento della mente come la ruota della consapevolezza ci consente di sviluppare la
dimensione regolativa della nostra mente e di migliorare la nostra capacità di ottimizzarne il
funzionamento. Prima di provare la pratica della ruota nel prossimo capitolo, inizieremo qui a
stabilizzare la funzione di monitoraggio della mente con l’acquisizione della capacità di attenzione
focalizzata: è questo, infatti, il primo pilastro del training mentale.
Quando andiamo in bicicletta, guardiamo dove stiamo andando, sentiamo se la bici è stabile e
ascoltiamo i rumori del traffico che sopraggiunge. Guardare, sentire e ascoltare sono modi in cui ci
immergiamo in diverse forme di energia nell’ambito della percezione. Tutto ciò fa parte del
monitoraggio. Ma possiamo anche apportare delle modifiche, pedalando, sterzando e frenando. È
così che cambiamo la posizione e il movimento della bicicletta, modificando il flusso di energia, il
moto della bici nello spazio. Per diventare ciclisti migliori e più abili affiniamo queste abilità di
monitoraggio e modificazione. Analogamente, possiamo coltivare una mente più forte affinando la
capacità di monitorare e modificare i flussi di energia e informazione, l’essenza del sistema mente.

Un modo per rafforzare la nostra capacità di monitorare i flussi di energia è stabilizzare la lente
con cui percepiamo i flussi. Una pratica utile a questo fine ci allena a dirigere l’attenzione su un
centro prescelto, come fosse il fascio di luce di un riflettore. Per questo genere di pratiche, un
oggetto di attenzione particolarmente utile, che si ritrova in molte culture di ogni parte del mondo,
è il respiro. Lo svolgimento di un esercizio base di consapevolezza del respiro ci consente di
rafforzare la capacità di monitoraggio della mente e, quindi, di stabilizzare l’attenzione. Con la
pratica avanzata della ruota della consapevolezza – come vedremo presto – affineremo
ulteriormente la stabilizzazione dell’attenzione e la completeremo con altri elementi di
rafforzamento della capacità di monitoraggio e modifica dei flussi di energia e informazione.
Ci apprestiamo, quindi, a imparare a stabilizzare il monitoraggio per poter percepire i flussi di
energia e informazione con una visione più profonda e chiara, dettagliata e “a fuoco”. Dopo aver
appreso quest’abilità, potremo acquisire la capacità di modifica verso l’integrazione.

Alcuni consigli per iniziare


Prima di iniziare l’esercizio della ruota è importante avere un po’ di esperienza nella stabilizzazione
dell’attenzione. Se siete già esperti di pratiche riflessive o di meditazione, un termine che,
essenzialmente, indica una varietà di pratiche finalizzate ad allenare la mente, vi sarà già capitato di
fare esercizi di consapevolezza del respiro e, quindi, potreste decidere di saltare questa parte iniziale
e andare direttamente all’esercizio base della ruota descritto nel prossimo capitolo. Se, invece, non
avete molta esperienza con pratiche di riflessione interiore, allora l’esercizio di consapevolezza del
respiro può essere molto utile per stabilizzare l’attenzione. Per esempio, nel nostro centro di ricerca
sulla consapevolezza mindful, il Mindful Awareness Research Center, presso la UCLA (University of
California, Los Angeles), il nostro primo studio sulle pratiche di consapevolezza mindful si
proponeva di stabilire se gli esercizi di mindfulness basati sul respiro come centro dell’attenzione
potessero essere d’aiuto agli adulti e adolescenti con problemi di focalizzazione e mantenimento
dell’attenzione. Dallo studio pilota emerse come coloro che si erano dedicati alla pratica di
mindfulness avessero ottenuto miglioramenti nelle capacità attentive superiori a quelli delle persone
che assumevano farmaci per problemi di deficit di attenzione (si veda al riguardo la sintesi di quel
lavoro realizzata da Lidia Zylowska in The Mindful Prescription for Adult ADHD ).1 Ecco allora
qualche spunto per iniziare.

Per prima cosa, cerchiamo di stare svegli. Quando si avvia un processo di riflessione interiore, per
esempio la focalizzazione sul respiro come sensazione fisica, si distoglie l’attenzione dal mondo
esterno. Per alcune persone, la focalizzazione dell’attenzione verso la propria interiorità è talmente
diversa da quella verso l’esterno da suscitare una sensazione di estraneità, disagio o persino fastidio.
Alcuni considerano questo centro interiore di attenzione noioso e monotono. In questo caso, può
emergere la tendenza a perdere la concentrazione, a diventare meno vigili e più assonnati, e
addirittura a addormentarsi. Sebbene quella di schiacciare un pisolino sia forse una delle attività
umane più sottovalutate, per ottenere dei benefici da questa pratica probabilmente sarebbe meglio
stare svegli. Anzi, restare vigili è parte dell’imparare a rafforzare la capacità mentale di
focalizzazione dell’attenzione: ci accorgiamo quando la testa inizia a ciondolare e ci diamo una bella
svegliata! Per rafforzare la capacità di monitorare i flussi di energia e informazione è importante,
quindi, riuscire a monitorare anche il proprio stato di vigilanza. Ora possiamo recepire
l’informazione sul nostro stato di sonnolenza e modulare l’energia per riuscire a stare svegli, e
persino per diventare più vigili.
Facciamo un esempio. Se per fare l’esercizio avete chiuso gli occhi, potreste pensare di aprirli
leggermente per lasciare entrare la luce e stimolare il vostro cervello. Oppure potremmo fare l’intero
esercizio con gli occhi bene aperti. Se neppure questo ci aiuta a stare svegli, possiamo provare a
metterci seduti, nel caso fossimo sdraiati. Se invece eravamo già seduti, potremmo provare stando
in piedi, e se già eravamo in piedi, un’alternativa potrebbe essere fare l’esercizio camminando.
Possiamo fare qualcosa per modificare il flusso di energia e stimolare la mente in modo da
stabilizzare l’attenzione. L’aspetto fondamentale è monitorare il proprio stato di energia e vigilanza
e poi intervenire, se necessario. Se abbiamo bisogno di fare un sonnellino, a volte la cosa migliore è
lasciar perdere intenzionalmente la pratica riflessiva, temporaneamente, e lasciare che sonnellino
sia! Ci sarà tempo più tardi per godersi il resto!

Un secondo suggerimento: se facciamo l’esercizio in gruppo, potrebbe essere utile accordarsi


preventivamente sul fatto che se uno dei membri effettivamente si addormentasse e iniziasse a
russare, gli altri membri abbiano il permesso di svegliarlo. È davvero difficile ignorare il rumore di
chi russa. Meglio, quindi, mettersi d’accordo prima e permettere che qualcuno dia un lieve e
riguardoso colpetto sulla spalla per svegliare chi si fosse addormentato.

Un terzo consiglio: esiste una differenza tra rilassamento e riflessione. Le tecniche di rilassamento
sono efficaci per calmarsi, ma i loro effetti sono molto diversi da quelli di una pratica di
mindfulness. Quindi, se può darsi benissimo che vi rilassiate durante l’esercizio di consapevolezza
del respiro o anche, più tardi, durante l’esercizio della ruota, è altrettanto possibile che non vi
rilassiate affatto, e anche in questo caso non c’è nulla di strano. La riflessione è diversa dal
rilassamento, nello svolgimento e negli effetti che produce. Con la riflessione si acquisisce stabilità e
chiarezza, persino in presenza di una situazione di grande caos intorno a noi o dentro di noi. Essere
in uno stato di consapevolezza mindful significa riuscire a monitorare con stabilità qualunque cosa
accada nel momento in cui accade. Si tratta della consapevolezza ricettiva che chiamiamo presenza,
della chiarezza resa possibile dalla riflessione a mano a mano che essa consente l’emergere delle
cose e la loro semplice esperienza all’interno della consapevolezza, nel mozzo della nostra ruota.

Un quarto concetto: esiste una differenza tra osservare e sentire. Quando apriamo la nostra
consapevolezza alla sensazione, per esempio del respiro, diventiamo una sorta di canale conduttore
che convoglia il flusso di qualcosa verso la nostra consapevolezza; per esempio, lasciamo che la
sensazione dell’aria che entra ed esce dalle narici fluisca alla coscienza. L’attenzione, in questo caso,
assomiglia maggiormente a un tubo di gomma che si lascia attraversare dall’acqua: non congeliamo
l’acqua per costruire un igloo a partire dai blocchi di ghiaccio. Quando invece osserviamo, siamo più
simili a un testimone che costruisce una percezione che a un conduttore che incanala un flusso.
Come vedremo, quando iniziamo a essere testimoni e a raccontare da una condizione di
osservazione, costruiamo una storia riguardo a qualcosa – persino riguardo al respiro – invece di
limitarci a sentire il flusso sensoriale che attraversa il conduttore. Se il flusso di energia fosse come
acqua saponata, allora la mente sarebbe come l’anello che può semplicemente lasciar uscire delle
bolle oppure modellarle in simboli.

L’osservazione è la via per essere testimoni e poi diventare narratori di un’esperienza. Se anche a
voi, come a me, piacciono gli acronimi, possiamo dire che facciamo NOSTra un’esperienza: la
narriamo dopo averla osservata ed esserne stati testimoni. Ognuno di questi aspetti è una forma di
costruzione, poiché sono presenti un osservatore, un testimone e un narratore, ciascuno dei quali
contribuisce alla costruzione dell’esperienza nel momento. Questa costruzione può essere molto
diversa dal flusso sensoriale da cui ci lasciamo attraversare quando siamo semplicemente “canali
conduttori” dell’esperienza, in una modalità che potremmo chiamare conduzione.
Per iniziare l’esercizio riflessivo di consapevolezza del respiro è fondamentale lasciare che la
sensazione del respiro sia al centro dell’attenzione e che pervada la consapevolezza. È cosa molto
diversa dall’essere invitati a osservare il respiro, o a esserne testimoni, o, ancora, a narrare
l’esperienza di respirare: “In questo momento sto respirando”. Forse vi sembrerà una sottile
differenza ma, come vedrete, cogliere la distinzione tra sensazione e osservazione è un aspetto
fondamentale per realizzare l’integrazione dell’esperienza e potenziare la mente.

Un quinto punto: siate gentili con voi stessi. Queste pratiche riflessive possono sembrare semplici,
ma ciò non significa che siano facili. Per molti versi, la riflessione interiore è una delle cose più
difficili per un essere umano. Come disse il matematico e filosofo francese Blaise Pascal, “[…] ho
scoperto che tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non sapersene restare
tranquilli in una camera”.2 In effetti, la capacità di riflessione è davvero al cuore dell’intelligenza
sociale ed emotiva,3 abilità che in molti non hanno appreso. Si tratta di strumenti che vi
consentiranno di conoscere la vostra mente interiore e di entrare in sintonia con la vita mentale
interiore degli altri.
Siamo così abituati a concentrare l’attenzione sul mondo esterno che questo tipo di pratica
riflessiva è spesso del tutto nuovo per molte persone. Alcuni non riescono proprio a stare seduti in
silenzio, a prescindere dalla durata dell’esercizio. Ci piace essere distratti dagli stimoli esterni
oppure metterci a parlare per riempire i vuoti di silenzio nella nostra vita. Per questo motivo, è
molto importante essere comprensivi verso noi stessi e renderci conto di come per molta parte della
nostra vita potremmo esserci concentrati sul mondo esterno, pervasi dagli stimoli dell’ambiente:
stimoli provenienti dalle persone, dai dispositivi elettronici e da qualunque altra fonte possa essere
presente vicino a noi. Ora abbiamo l’occasione di arricchire il nostro viaggio esistenziale, imparando
a riflettere sulla nostra vita interiore.
All’inizio, prendere confidenza con queste pratiche riflessive può essere frustrante. Quindi, vi
invito di nuovo a essere gentili con voi stessi. È un lavoro difficile e non c’è modo di farlo “alla
perfezione”. Ricordate che la mente ha, per così dire, “una mente tutta sua”. Parte del compito
consiste nel rendersi conto che l’energia e l’informazione semplicemente fluiscono. A volte
riusciamo a incanalarle nella giusta direzione, guidando l’attenzione; altre volte, invece, hanno una
vita propria, mentre l’attenzione viene sviata a destra e a manca. Il primo passo è essere aperti a
tutto ciò che accade. Essere gentili verso noi stessi nel corso del nostro viaggio ci sarà d’aiuto per
giungere alla meta.

L’apprendimento della capacità di focalizzare l’attenzione è alla base del training della mente.
Come disse una volta William James, il padre della psicologia moderna, allenare l’attenzione
consente a ciascuno di noi di diventare padrone di sé. Scrive James:
E la facoltà di richiamare continuamente indietro un’attenzione vagabonda che tenda a disperdersi, è veramente la radice del
giudizio, del carattere e della volontà. Nessuno è compos sui [padrone di sé, NdA] se non ha quel potere: e quell’educazione che
riuscisse ad affinare questa facoltà, sarebbe l’educazione per eccellenza. Ma si fa più presto a rappresentarsi questo ideale che a
indicare un indirizzo pratico che serva a conseguirlo.4

Chiaramente, William James non era a conoscenza della pratica meditativa che consiste
nell’allenare l’attenzione focalizzata, una semplice pratica di consapevolezza del respiro, di cui
forniremo tra breve la descrizione, che può aiutarvi a diventare padroni della vostra mente. Come
abbiamo accennato, uno studio pilota realizzato nel nostro centro di ricerca ha evidenziato come
una pratica base di meditazione di questo tipo possa migliorare notevolmente le componenti
dell’attenzione focalizzata e aiutare le persone a essere maggiormente in controllo della propria vita.
La meditazione è training mentale all’opera.

La lente della mindsight per “vedere la mente”


Mindsight [letteralmente, “vista (sight) della mente (mind)”, NdT] è un termine che indica sia la
capacità di “vedere” e comprendere la nostra mente e quella degli altri sia la capacità di rispettare le
nostre distinte nature e, allo stesso tempo, di collegarle l’una all’altra. Ciò significa che la mindsight
riunisce in sé l’insight [termine che, letteralmente, significa “visione verso l’interno” e qui indica
una conocenza profonda di se stessi, NdT], l’empatia e l’integrazione. Per percepire il flusso di
energia e informazione, possiamo usare l’abilità di monitoraggio della mindsight che, al pari di una
lente percettiva che fa convergere il flusso verso la consapevolezza, ci consente di raggiungere una
chiara messa a fuoco nella visione della nostra mente e di quella degli altri. A questo riguardo è
utile ricordare l’esistenza di un treppiede per la “lente obiettivo” della mindsight; si tratta, infatti, di
un terzetto di elementi: apertura, osservazione e obiettività. Con lo sviluppo di queste tre abilità nel
corso del tempo e della pratica, sarà possibile stabilizzare la capacità di monitorare con più lucidità
ciò che accade nel momento.

Essere aperti a qualsiasi cosa emerga significa abbandonare le proprie aspettative e avere un
atteggiamento di maggiore ricettività e accettazione verso ciò che sta effettivamente avvenendo nel
momento. Poiché la percezione è influenzata dalle aspettative, essere più aperti e rinunciare a
giudizi o ad attese amplia la nostra consapevolezza delle vicende della vita.

L’osservazione è la capacità di prendere un po’ le distanze da un’esperienza, di prendere nota del


quadro d’insieme degli eventi senza esserne travolti. È una forma di percezione più “costruita”
rispetto alla funzione conduttrice della sensazione “allo stato puro”. Con l’osservazione possiamo
evitare di inserire il pilota automatico quando ci perdiamo in un pensiero, in un’emozione o
sensazione. A volte, per poter sentire il flusso delle sensazioni, è importante lasciar andare
l’osservazione; in altri casi, invece, la visione più ampia dell’osservazione ci consente di allargare la
nostra prospettiva. Entrambe le funzioni sono positive: semplicemente, sono diverse l’una dall’altra.
L’osservazione ci stimola ad acquisire una consapevolezza ad ampio raggio e a diventare osservatori
attivi della nostra vita: ci consente di essere più centrati nel conoscere del mozzo, senza venire
risucchiati dagli oggetti del conoscere presenti sul cerchione che talvolta soffocano la nostra capacità
di raggiungere un’esperienza di consapevolezza più integrata.

Con l’obiettività ampliamo ulteriormente la capacità di osservazione, poiché riconosciamo i


conosciuti dell’esperienza come oggetti della mente, non come totalità della nostra identità o
l’equivalente di una realtà assoluta. Manteniamo un atteggiamento oggettivo mentre “sentiamo” e
percepiamo i conosciuti come semplici elementi dell’esperienza che vanno e vengono, si innalzano e
si abbassano nel campo della consapevolezza che costituisce la nostra “base”. Questa è l’obiettività.

Apertura, osservazione e obiettività stabilizzano la “lente obiettivo” della mindsight e ci


consentono di cogliere i flussi di energia e informazione con più chiarezza, profondità e dettaglio.
Possiamo sviluppare ciascuna delle aste del treppiede che rafforzano la mente negli esercizi che ora
inizieremo a esaminare. Imparare a mettere a frutto apertura, osservazione e obiettività in situazioni
diverse significa acquisire la capacità di vivere una vita piena e integrata.

La consapevolezza del respiro per stabilizzare l’attenzione


Iniziamo con un esercizio base di consapevolezza del respiro impiegato in ogni parte del mondo.
Se possibile, cerchiamo un luogo tranquillo, in cui non verremo interrotti. Dedichiamo un
momento a trovare una posizione comoda: possiamo scegliere di sederci, distenderci o restare in
piedi. Spegniamo tutti i dispositivi elettronici che potrebbero disturbarci nei prossimi cinque minuti
di durata dell’esercizio. Se abbiamo un timer, possiamo impostare la durata a cinque minuti e
scegliere una suoneria non troppo forte. Se decidiamo di stare seduti su una sedia, non incrociamo
le gambe, teniamo la schiena dritta senza però sforzarci e appoggiamo la pianta dei piedi sul
pavimento. Se facciamo l’esercizio sul pavimento, stiamo seduti sulle ginocchia, tenendo la schiena
dritta e il corpo in una posizione comoda che pensiamo di riuscire a mantenere per qualche minuto.
Coloro che sentono dolore alla schiena, come capita a me, possono fare l’esercizio stando sdraiati:
attenzione, però, a non addormentarsi! Una tecnica che mi aiuta a non addormentarmi quando
faccio l’esercizio supino è quella di alzare un avambraccio, tenendo il gomito sul pavimento e
alzando la mano verso il soffitto. Se ci capiterà comunque di addormentarci, ce ne accorgeremo
perché il braccio, con tutta probabilità, sarà caduto sul petto (e forse ci avrà svegliato).
Se vogliamo, possiamo tenere gli occhi aperti oppure possiamo socchiuderli per una visione più
attenuata. Per alcuni, la cosa più semplice potrebbe essere chiudere completamente gli occhi, così
da eliminare le distrazioni sensoriali prodotte dalla luce.
Tuttavia, prima di chiudere gli occhi, proviamo i seguenti quattro passi.
1. Portiamo l’attenzione visiva verso il centro della stanza.
2. Spostiamola verso la parete più lontana (o verso il soffitto, se siamo distesi sul pavimento).
3. Riportiamo l’attenzione al centro della stanza.
4. Infine, portiamo l’attenzione visiva approssimativamente alla distanza alla quale terremmo un
libro per leggerlo.
Prendiamoci un momento per notare come noi stessi siamo in grado di stabilire dove dirigere la
nostra attenzione. In questo caso, con la nostra attenzione visiva, stiamo semplicemente
incanalando l’energia della luce verso la consapevolezza.
Leggiamo le istruzioni riportate di seguito: potremo usarle come guida per provare l’esercizio
passo dopo passo. Poi, dopo aver preso confidenza con l’esercizio, chi lo vorrà potrà andare sul mio
sito web (DrDanSiegel.com), selezionare Resources e ascoltare la registrazione in inglese con la mia
voce di questo e di altri esercizi che descriveremo più avanti. Dopo aver letto per prima cosa tutte le
istruzioni, la mia voce potrà eventualmente servire da guida durante l’esecuzione, oppure l’esercizio
potrà essere svolto “a memoria”. Ecco allora le istruzioni.
Dopo aver letto fino in fondo la descrizione delle diverse parti dell’esercizio, troviamo un luogo tranquillo e proviamo a farlo. Come
vi dicevo, è possibile anche ascoltarne la registrazione in lingua inglese, nella sezione Resources del mio sito web: DrDanSiegel.com.
Il primo passo consiste nel portare l’attenzione sul respiro, a iniziare dalla sensazione dell’aria che entra e che esce dalle narici.
Lasciamo che la nostra consapevolezza venga pervasa dalle sensazioni di inspirazione ed espirazione. Lasciamoci trasportare
dall’onda del respiro, dentro e fuori.
Ora portiamo l’attenzione sul torace, lasciando che la nostra consapevolezza venga pervasa dalla sensazione del torace che si alza e si
abbassa. Dentro e fuori, dentro e fuori, ci lasciamo trasportare dall’onda del respiro.
Ora portiamo l’attenzione sull’addome. Se non abbiamo mai fatto la “respirazione di pancia”, possiamo mettere una mano
sull’addome e lasciare che la nostra consapevolezza venga pervasa dalla sensazione del suo movimento. A mano a mano che l’aria
riempie i polmoni, il diaframma si abbassa e spinge all’infuori l’addome; quando l’aria fuoriesce dai polmoni, il diaframma si rilascia
e l’addome si ritrae. Continuiamo a lasciarci pervadere dalla sensazione dell’addome che si espande e poi rientra. Cavalchiamo
l’onda del respiro, dentro e fuori, lasciando che la nostra consapevolezza venga pervasa dalla sensazione del movimento
dell’addome.
Ora lasciamo che l’attenzione si concentri sulla sensazione del respiro nel punto del corpo in cui ci viene più naturale. Potrebbe
essere l’addome che si espande e poi si contrae, il torace che si alza e si abbassa, o le narici, con la sensazione dell’aria che entra ed
esce. O forse l’intero corpo che respira, inspirando ed espirando. Qualunque sia il punto del corpo in cui ci è più facile sentire la
sensazione del respiro, lasciamo che questo punto diventi il centro dell’attenzione.
Ora lasciamo che la sensazione del respiro pervada la consapevolezza. Dentro e fuori, dentro e fuori, ci lasciamo trasportare
dall’onda del respiro, dentro e fuori. A un certo punto è possibile che la consapevolezza venga occupata da qualcosa di diverso dal
respiro. Quando ci accorgiamo che ciò accade, riportiamo l’attenzione sulla sensazione del respiro.
Continuiamo a focalizzarci sul respiro per alcuni cicli di respirazione, reindirizzando l’attenzione su di esso se qualcosa ci distrae, e
vediamo come va. Se stiamo leggendo le istruzioni durante l’esercizio stesso, potrebbe essere utile chiudere gli occhi per alcuni cicli di
respirazione, prima di continuare a leggere.
Dentro e fuori, dentro e fuori, ci lasciamo trasportare dall’onda del respiro, dentro e fuori.
Com’è andata? Prendiamoci un momento per riflettere sulla nostra esperienza con il respiro.

Ora proviamo ad aggiungere un altro elemento. Per alcune persone, può essere utile trovare un
termine generale per riferirsi alla distrazione che ha distolto l’attenzione dal respiro. Se a distogliere
la nostra attenzione dall’intento di incanalare la sensazione del respiro verso la consapevolezza è
stato un pensiero, soprattutto se si tratta di un pensiero ricorrente, potremmo provare a dire
mentalmente: “Pensare, pensare, pensare”. Per alcune persone, infatti, nominare la distrazione in
questo modo è d’aiuto per lasciarla andare e facilita il reindirizzamento dell’attenzione sulla
sensazione del respiro. Analogamente, se a occupare la consapevolezza, prendendo il posto del
respiro, è un ricordo, possiamo ripetere dentro di noi: “Ricordare, ricordare, ricordare”; questo
stratagemma può essere utile per distogliere l’attenzione dal ricordo e dirigerla nuovamente sulla
sensazione del respiro. Per altre persone, invece, il processo di nominare è di per sé una distrazione
e quindi non è di alcun aiuto. Per queste persone, è più semplice prendere nota della distrazione
senza nominarla e poi ridirigere l’attenzione sulla sensazione del respiro.
Sia che decidiamo di nominare la distrazione o di prenderne solo nota per poi tornare al respiro,
è importante ricordare di cercare di farlo con gentilezza. A tal fine può essere utile assumere il
seguente punto di vista. L’esercizio del respiro è come contrarre e rilassare un muscolo durante la
ginnastica. La focalizzazione sul respiro può essere paragonata alla contrazione di un muscolo;
l’inevitabile distrazione, invece, al rilassamento di quel muscolo. Non c’è bisogno di creare
distrazioni: avverranno spontaneamente, poiché – come dicevamo – la mente ha “una mente tutta
sua”! Però possiamo creare intenzionalmente un atteggiamento di gentilezza quando queste
distrazioni avvengono: siamo aperti verso tutto ciò che emerge, osserviamo la distrazione,
rendendoci conto che è un oggetto o un’attività della mente, e poi torniamo a focalizzarci sul nostro
centro di attenzione, il respiro, e grazie alla gentilezza consideriamo quanto avvenuto con
atteggiamento benevolo e non giudicante. È così che possiamo impiegare la gentilezza con il
treppiede della mindsight: apertura, osservazione e obiettività.
Se dovessimo essere soltanto nel flusso conduttore di ogni sensazione, allora perdersi in una
distrazione non sarebbe altro che la nostra esperienza sensoriale nel suo fluire. In tal caso,
metteremmo a frutto soltanto uno dei componenti del terzetto della lente della mindsight:
l’apertura. Tuttavia, la stabilizzazione dell’attenzione ci consente di essere nel flusso sensoriale del
respiro – aperti al flusso della conduzione – e poi di servirci degli strumenti di costruzione costituiti
dalle capacità mentali di osservazione e obiettività, che ci permettono di rilevare la distrazione
rappresentata dal nuovo pensiero o ricordo e di non lasciarci trasportare dal loro flusso, bensì di
costruire il processo di reindirizzamento dell’attenzione verso la sensazione del respiro. In termini
generali, questo semplice esercizio di consapevolezza del respiro ci stimola a essere aperti verso il
flusso del respiro, a osservare quando l’attenzione si dirige lontano dal suo centro e a riportarla con
obiettività sul respiro. È un processo, questo, di integrazione, poiché differenziamo gli aspetti
dell’apertura, dell’osservazione e dell’obiettività, e li colleghiamo insieme mentre stabilizziamo
l’attenzione.
Proviamo allora, di nuovo, questo esercizio base di consapevolezza del respiro, questa volta
cercando di nominare o, semplicemente, prendere nota delle distrazioni e ogni volta tornando con
gentilezza a dirigere l’attenzione sul respiro. Per chi desideri essere guidato dalla mia voce durante
l’esercizio del respiro, è disponibile, come dicevo, una registrazione in inglese sul mio sito
(all’indirizzo https://www.drdansiegel.com/resources/everyday_mindsight_tools/).
Se facciamo l’esercizio di consapevolezza del respiro per conto nostro ed è la prima volta che facciamo un esercizio di questo tipo,
impostiamo con il timer una durata di tre minuti. Potremmo pensare al tipo di suono da usare per il timer e sceglierne
eventualmente uno diverso da quello che impieghiamo per la sveglia mattutina. Se invece abbiamo già avuto occasione di fare questo
esercizio in precedenza, proviamo a impostarne la durata a cinque minuti o più. Dopo aver regolato il timer, abbandoniamoci alla
sensazione del respiro, riportando l’attenzione su di esso quando la nostra consapevolezza viene occupata da una distrazione, e poi
continuiamo a lasciarci trasportare dall’onda del respiro, dentro e fuori, finché il timer suona, e sappiamo che è ora di smettere.
Prima di avviare il timer per qualsiasi pratica riflessiva, troviamo una posizione comoda, con la schiena dritta, in un luogo in cui
non saremo interrotti.

Pronti? Buon viaggio!


Dopo che il timer avrà suonato e avremo posto fine all’esercizio, potremmo sentirci calmi o pieni di energia, riposati o stanchi. Se
stiamo attraversando un momento difficile nella vita potremmo persino sentirci più ansiosi o tesi, poiché il fatto di trascorrere
tempo indugiando sulla nostra interiorità può anche renderci maggiormente consapevoli delle difficoltà che stiamo attraversando.
È importante ricordare che si tratta di un esercizio. Fare un esercizio non significa doversi sentire in un certo modo al termine, e
neppure doversi sentire sempre nello stesso modo ogni volta che lo facciamo. Perché lo consideriamo un esercizio? Perché ci
consente di rafforzare la capacità di focalizzare l’attenzione, di notare una distrazione non saliente o rilevante per il compito da
svolgere – un processo che nel linguaggio scientifico viene denominato “monitoraggio della salienza [salience monitoring]” – e infine
di ridirigere intenzionalmente l’attenzione. Per ognuna di queste dimensioni dell’attenzione – mantenere la focalizzazione, notare e
reindirizzare – ci sono circuiti cerebrali diversi, e con questo esercizio alleniamo ciascuno di tali circuiti.

Teniamo a mente il concetto fondamentale: dove l’attenzione va, una serie di neuroni si attiverà
e una connessione nervosa si formerà. Ebbene, in pochi minuti di esercizio, abbiamo attivato
parecchie parti importanti del nostro cervello!
In altri esercizi di riflessione che saranno parte della nostra pratica della ruota, esploreremo e
amplieremo la capacità di consapevolezza aperta, o monitoraggio aperto, ossia il lasciare che
qualcosa semplicemente emerga, restando in uno stato aperto e ricettivo. La consapevolezza aperta
e gli elementi fondamentali dell’“allenamento” dell’attenzione appena citati – mantenere
l’attenzione, notare, ridirigere l’attenzione – si rafforzeranno con l’intensificarsi della pratica.
Per chi non abbia esperienza di pratiche riflessive, può essere utile ripetere per un po’ di tempo
l’esercizio del respiro, ogni giorno se possibile, prima di iniziare a provare la pratica della ruota
descritta nei prossimi capitoli.
Alcune persone si sentono pronte a provare l’esercizio base della ruota della consapevolezza solo
dopo aver fatto l’esercizio del respiro per una settimana o più, mentre altre preferiscono iniziare
subito con l’esercizio base della ruota e vedere come va. Potremmo anche voler introdurre
l’esercizio di consapevolezza del respiro in una varietà di situazioni della nostra vita, per esempio
quando siamo in fila, ci riposiamo a casa oppure al nostro risveglio. È un esercizio semplice, ma
molto efficace. Nel corso del tempo, non solo rafforzeremo l’attenzione, ma renderemo più stabile
la mente e aggiungeremo chiarezza all’esperienza di essere consapevoli.
La consapevolezza del respiro genera una sorta di coerenza interna, dovuta probabilmente al
ripetersi della sequenza di inspirazione ed espirazione, di ingresso e fuoriuscita dell’aria: l’attesa di
qualcosa e poi il suo arrivo sono fonte di un profondo senso di gratificazione e di radicamento e
possono conferire all’esistenza un senso di prevedibilità e di affidabilità. Per molte persone, la
focalizzazione sul respiro realizzata in questo modo crea coerenza a livello fisiologico nell’equilibrio
cardiaco e a livello mentale in termini di chiarezza: benefici, questi, che continuano per molto
tempo dopo la fine dell’esercizio. Fare in modo che l’esercizio di consapevolezza del respiro –
concentrarsi sul respiro e riportarvi l’attenzione dopo ogni distrazione – diventi parte della nostra
attività di riflessione quotidiana significa farsi un dono fecondo che porta con sé altri doni, al pari di
un albero che continua a dare frutti.
Prima di dedicarci all’esercizio della ruota, nel prossimo capitolo, occupiamoci di alcuni aspetti
della mente che potrebbero essere emersi in seguito a questo fortificante esercizio del respiro.

Che cos’è la mente?


Desidero chiarire fin da subito che il termine mente non ha una definizione condivisa; anzi, a
parte la tesi che sia sinonimo di attività cerebrale, spesso manca del tutto una sua definizione.
Certamente disponiamo di descrizioni delle attività mentali come emozioni, pensieri, ricordi e
attenzione, ma manca una chiara definizione di cosa queste attività siano effettivamente.
In alcuni contesti, la parola mente viene impiegata per riferirsi ai pensieri più che alle emozioni,
come nella contrapposizione tra “mente” e “cuore”. Nel mio lavoro impiego il termine in modo
molto diverso. Nel corso delle mie lezioni, e qui in questo nostro viaggio, mente indica il nucleo
fondante dell’esperienza di essere vivi, che comprende le emozioni e l’intuizione, il pensiero, la
memoria e l’attenzione, ma anche la consapevolezza, l’intenzione e la motivazione all’azione. Alcuni
studiosi si concentrano sull’origine della mente a livello cerebrale; altri sulla natura sociale della
nostra vita mentale. La domanda allora è: quale sistema mente potrebbe accogliere entrambe le sue
origini, quella incarnata – incorporata [embodied] – e quella sociale?
In senso molto generale, una relazione può essere considerata una condivisione di flussi di energia
e informazione. Per un antropologo, un sociologo o un linguista, la vita mentale emerge nel contesto
delle relazioni interpersonali. Il cervello può essere considerato un meccanismo incarnato dei flussi di
energia e informazione. Abbiamo così una mente intraindividuale, racchiusa nel corpo delimitato
dalla pelle, di cui fa parte anche il cervello alloggiato nella scatola cranica: possiamo chiamarlo
semplicemente “cervello incorporato”. E abbiamo una mente interindividuale, che emerge nelle
nostre relazioni. Possiamo chiamarle anche, rispettivamente, “mente interiore” e “inter-mente” o
“mente relazionale”, per indicare l’origine intra- e interindividuale del nostro Sé, di chi siamo. La
mente è dentro di noi e tra di noi.
Mi rendo conto del fatto che questa concezione della mente – la quale va oltre i confini della
scatola cranica e persino della pelle – possa risultare nuova a molti, e forse diversa da ciò di cui
spesso si parla. Tuttavia, alla base della tesi secondo cui la mente è sia incarnata sia relazionale sta
un’elaborata linea di ragionamento e di conferme scientifiche che sintetizzo di seguito.
L’elemento condiviso del sistema mente sono i flussi di energia e informazione. E un flusso non è
delimitato dal cranio né dalla pelle.
La mente concepita in questo modo possiede almeno quattro dimensioni fondamentali, di cui ci
serviremo nell’esercizio della ruota della consapevolezza per aumentare il benessere nella nostra
vita. Infatti, ciascuna di queste dimensioni servirà, nel corso di tutto il nostro viaggio, da “mattone”
per la costruzione di un percorso pratico e scientificamente fondato finalizzato a coltivare il nostro
benessere futuro. Ecco allora una descrizione sintetica di queste quattro dimensioni della mente.

1. Coscienza: è sia l’esperienza soggettiva di essere consapevoli sia tutto ciò di cui, nel senso più
concreto, siamo effettivamente consapevoli. Per esempio, mentre leggete le parole di questa pagina,
siete consapevoli della loro esistenza e del loro particolare significato. In altri termini, la coscienza
comprende sia gli oggetti del conoscere, i conosciuti, sia il conoscere. Il cerchione è una
rappresentazione metaforica dei “conosciuti”; il mozzo rappresenta il conoscere. Quando
incanaliamo i flussi di energia e informazione, usiamo l’attenzione, rappresentata dal raggio della
ruota.

2. Esperienza soggettiva: è la qualità “sentita”5 della vita mentre viene vissuta. La presa di coscienza
della propria esperienza soggettiva, e persino l’atto di esternarla a se stessi (per esempio, in un
diario) o di condividerla con altri (come nei dialoghi riflessivi con altre persone che si concentrano
sulla natura interiore della mente) migliora molti aspetti alla base del benessere. L’esperienza
soggettiva o, come viene talvolta definita, “in prima persona” può essere considerata un elemento
primo della realtà, ossia non riducibile ad altro. Come vedremo tra breve, un elemento primo può
derivare, come proprietà emergente, da un processo della realtà, ma, proprio in quanto elemento
primo, non può essere ridotto agli elementi da cui ha origine. Un elemento primo è quindi il livello
più elementare cui possiamo giungere nella realtà. La tesi che proponiamo è questa: l’esperienza
soggettiva di essere vivi emerge dai flussi di energia e informazione che scorrono dentro ciascuno di
noi e tra noi.
3. Elaborazione dell’informazione: è il modo in cui creiamo significato dai flussi di energia nel
cervello, nel corpo e nelle relazioni. L’informazione è un pattern, una configurazione, di energia
con valenza simbolica, ossia rappresenta qualcosa di diverso da sé. L’elaborazione dell’informazione
avviene talvolta a livello consapevole, ma gran parte dei flussi di energia e informazione della mente
ha luogo senza il coinvolgimento della coscienza.

Per esempio, se scrivo “Golden Gate Bridge”, questa è una configurazione, un pattern, di energia
luminosa (se, invece, stessimo comunicando a voce, sarebbe una configurazione sonora) che vi
giunge come pattern di energia dotato di significato simbolico. L’espressione “Golden Gate Bridge”
sta per qualcosa, è un simbolo di qualcosa; queste parole non sono la cosa cui si riferiscono. Il ponte
non è l’insieme di lettere o di onde sonore che formano le parole, però le parole denotano il ponte.
Simbolizzano o “ri-presentano”6 il ponte reale come rappresentazione linguistica. Possiamo dire che
questo simbolismo è “energia in-formazione”, poiché “forma” una rappresentazione simbolica, un
elemento comune della nostra vita individuale e interpersonale che chiameremo semplicemente
informazione. E poiché un’informazione è una configurazione di energia in continuo cambiamento,
definiamo questo movimento, questa trasformazione, con i termini elaborazione e flusso.
Siamo così giunti alla quarta dimensione della mente.

4. Auto-organizzazione: è il processo che regola i flussi di energia e informazione, ed è una proprietà


emergente dei sistemi complessi. Un breve esame di questo processo regolativo potrà contribuire a
chiarire questa importante dimensione della mente. La proprietà emergente dell’auto-
organizzazione trae origine dal flusso di elementi di un sistema complesso; poi, in modo del tutto
controintuitivo, plasma ciò da cui ha origine. Come sarà mai possibile? Eppure la matematica dei
sistemi complessi è chiarissima: nel nostro universo, un sistema complesso possiede questa proprietà
emergente dell’auto-organizzazione. È un processo che in maniera ricorsiva regola ciò da cui trae
origine, modellando il proprio divenire e poi plasmando ulteriormente il proprio emergere. È
curioso, ma fa parte della nostra realtà.
Si deve all’auto-organizzazione il fatto che le nuvole non si allineano in maniera ordinata, ma
neppure sono sempre disposte casualmente. L’auto-organizzazione ottimizza il divenire del sistema
attraverso il collegamento dei suoi elementi differenziati. I concetti matematici alla base della
proprietà emergente dei sistemi complessi sono sì complessi, però potremmo comprenderli a livello
intuitivo nel modo seguente. La probabilità di un fluire ottimale del sistema è massimizzata – come
dicevamo – dalla differenziazione e dal collegamento: questi due processi, infatti, massimizzano la
complessità del sistema stesso, rinforzandone il divenire.
Impedendo la differenziazione o il collegamento, o entrambi, si blocca questo processo intrinseco
al sistema; in tal caso, il sistema non si muoverà in armonia ma, come abbiamo visto, precipiterà nel
caos o nella rigidità. Tuttavia, eliminando gli ostacoli all’auto-organizzazione, la spinta naturale di
un sistema complesso è quella di creare l’armonia dell’integrazione, frutto della differenziazione e
del successivo collegamento. Questo potrebbe essere il meccanismo alla base della pratica della
ruota della consapevolezza che ci aiuta a raggiungere il benessere nella nostra vita.
La nostra ipotesi è che la mente non sia soltanto coscienza, esperienza soggettiva ed elaborazione
dell’informazione, ma possa essere definita anche come “processo incarnato e relazionale di tipo
emergente e auto-organizzantesi che regola i flussi di energia e informazione”. Come vedremo,
questo ci permette di dire che cosa potrebbe essere una mente sana, e poi di definire i passi per
coltivare una mente forte che realizzi l’integrazione a livello individuale e interpersonale.
Un flusso integrato crea armonia. In termini matematici, si è visto che un flusso di auto-
organizzazione ottimale ha cinque caratteristiche, le cui iniziali formano l’acronimo FACES:
flessibilità, adattabilità, coerenza (ossia un buon funzionamento nel corso del tempo, resilienza),
energia (un senso di vitalità) e stabilità.
Dagli studi sul benessere è emerso come il fattore che più di ogni altro consente di prevedere
salute e felicità sia l’integrazione cerebrale, o, come la definiscono gli studiosi, l’“interconnessione
del connettoma”. Ciò significa che il collegamento di aree differenziate del cervello – un processo
che rende possibile il coordinamento e l’equilibrio del cervello nel suo complesso – è probabilmente
il meccanismo che consente un’ottimizzazione dell’autoregolazione, ossia della nostra capacità di
regolare l’attenzione, le emozioni, il pensiero, il comportamento e le relazioni. Anche negli studi
sugli effetti della meditazione, l’aumento del benessere è associato allo sviluppo di regioni del
cervello che ne favoriscono l’integrazione, come la corteccia prefrontale, il corpo calloso,
l’ippocampo e il connettoma.
Come abbiamo visto, un processo regolativo comprende l’aspetto del monitoraggio e quello della
modifica di ciò che viene regolato, come avviene quando andiamo in bicicletta o guidiamo l’auto.
Possiamo vedere come, proponendo come quarta dimensione della mente un processo regolativo
auto-organizzantesi, una naturale implicazione sia l’importanza di stabilizzare il monitoraggio e poi
di apprendere la capacità di modifica per raggiungere l’integrazione. Ma che cosa viene monitorato
e poi modificato? I flussi di energia e informazione. E dove si trovano questi flussi? All’interno del
corpo, e tra il corpo e le altre persone e il mondo circostante, il nostro pianeta.
La ruota della consapevolezza si ispira, a livello teorico e pratico, a questa concezione della
mente. Per coltivare una mente sana è essenziale stabilizzare la capacità di monitorare i flussi di
energia e informazione dentro di noi e nelle nostre relazioni. Poi, una volta rafforzato il
monitoraggio, è necessario imparare a modulare i flussi, che ora potranno essere percepiti con
chiarezza, differenziandoli e collegandoli affinché raggiungano l’integrazione.
In sintesi, considerata questa sua quarta dimensione, la mente può essere definita anche come
processo regolativo. Quindi, rafforzare la mente significa semplicemente sviluppare due fasi della
regolazione.
1. Stabilizzare il monitoraggio per percepire con maggiore profondità, chiarezza e dettaglio.
2. Modulare verso l’integrazione per plasmare i flussi attraverso la differenziazione e il collegamento.
In questa prospettiva, possiamo vedere quali possano essere, di fatto, gli elementi fondamentali
per allenare la mente affinché diventi più forte, elementi che ci accingiamo a descrivere.

I tre pilastri del training mentale


Dalle rassegne di studi sul training mentale emerge come i tre aspetti cui abbiamo accennato –
l’attenzione focalizzata, la consapevolezza aperta e l’“allenamento” alla compassione, ciò che noi
chiamiamo qui intenzione gentile – siano tre degli elementi fondamentali per creare benessere e
felicità nella nostra vita. In futuro è possibile che vengano individuati anche altri elementi essenziali
per favorire l’allenamento della nostra mente affinché indirizzi la nostra vita verso il benessere.
Esaminiamo più a fondo questi tre pilastri del training mentale, la cui efficacia è stata confermata
dalla ricerca scientifica.
1. Attenzione focalizzata: è la capacità di mantenere la concentrazione, di ignorare le distrazioni o
lasciarle andare quando si verificano, rifocalizzando l’attenzione sull’oggetto prescelto.
2. Consapevolezza aperta: è l’esperienza di uno stato di presenza della mente, in cui cioè si
mantiene un atteggiamento ricettivo verso gli oggetti della consapevolezza, ma senza rimanervi
aggrappati o perdersi in essi.
3. Intenzione gentile: è la capacità di avere uno stato della mente caratterizzato da considerazione
positiva, compassione e amore, rivolti sia all’interno (è ciò che talvolta viene definito compassione
verso di sé o “autodiretta”, che noi qui chiamiamo “compassione interiore”) sia all’esterno, a
livello interpersonale (ciò che talvolta è definito compassione “eterodiretta”, e che noi chiamiamo
“compassione relazionale”).

Le rassegne di studi sul training mirato a migliorare l’attenzione focalizzata, la consapevolezza


aperta e l’intenzione gentile indicano che questi aspetti si completano a vicenda, favorendo il
movimento verso il benessere nel corpo e nel cervello, nelle nostre relazioni con noi stessi e con gli
altri, e nella nostra vita mentale, ossia nell’attenzione, nelle emozioni, nei pensieri e nei ricordi.
Nel complesso, è possibile che gli effetti del training mentale indichino la presenza del
meccanismo che abbiamo descritto prima, ossia che “Dove l’attenzione va, una serie di neuroni si
attiverà e una connessione nervosa si formerà”.
Un modo per acquisire un maggior grado di presenza nella nostra esistenza, per sviluppare la
mindfulness nella vita quotidiana affinché possiamo essere consapevoli di ciò che accade nel
momento in cui accade, e per coltivare, all’interno di questa consapevolezza aperta, una
considerazione positiva, è svolgere una pratica regolare che alleni la mente in questi aspetti tra loro
collegati. Questo genere di training della mente viene talvolta definito “meditazione”. Quando
impariamo a rafforzare l’attenzione focalizzata, essenzialmente mettiamo a frutto il potere del
nostro “raggio” di dirigere l’attenzione verso punti diversi del cerchione. Impariamo a dirigere e a
mantenere l’attenzione, a rilevarne le deviazioni e poi a reindirizzarla sull’oggetto da focalizzare.
Con la consapevolezza aperta impariamo a rafforzare l’accesso al centro della ruota, al mozzo, a
distinguere il conoscere consapevole dai “conosciuti” presenti sul cerchione. Grazie a questo
monitoraggio aperto possiamo raggiungere l’equilibrio emotivo: potremo renderci conto di quando
ci capita di essere risucchiati nel cerchione e poi mettere a frutto la capacità di tornare nella
equanimità del mozzo. Con il training dell’intenzione gentile sviluppiamo le basi dell’empatia e
della compassione: impariamo a voler bene e a prenderci cura degli altri e di noi stessi.
Il termine mindfulness, che viene usato spesso nell’espressione meditazione di mindfulness, o
meditazione mindful, non ha una definizione univoca e fissa, condivisa dagli studiosi e da chi la
pratica. L’essenza del termine, tuttavia, può essere sintetizzata nel modo seguente: la
consapevolezza mindful può essere definita come l’essere consapevoli di ciò che accade nel
momento in cui accade senza essere risucchiati in attività mentali prestabilite come giudizi o
opinioni, ricordi o emozioni. Nel nostro centro di ricerca presso la UCLA, proponiamo training in
pratiche di consapevolezza mindful che gli studi scientifici hanno dimostrato essere utili per favorire
il benessere fisico, mentale e relazionale. Tra queste pratiche di consapevolezza mindful troviamo la
meditazione seduta e camminata, lo yoga, il tai chi chuan, il qi gong e la “preghiera di centratura”.7
Sono tutti modi attraverso cui possiamo rafforzare la mente e promuovere la salute nella nostra vita.
A mio parere, queste pratiche hanno in comune un insieme di caratteristiche che descrivo di
seguito. Naturalmente, un loro elemento fondamentale è la consapevolezza. Ma non è il solo:
infatti, queste pratiche comportano il prestare attenzione alla propria intenzione e il diventare
consapevoli dell’esperienza stessa della consapevolezza. In molte di queste pratiche, anche se non in
tutte, c’è una considerazione positiva, un senso di cura e compassione verso se stessi e verso gli altri
che i miei colleghi psicologi Trudy Goodman Kornfield e Jack Kornfield, insieme a Ram Dass,
hanno chiamato “amorevole consapevolezza”, e Shauna Shapiro e i suoi collaboratori hanno
definito “attenzione gentile”. Shelly Harrell impiega il concetto di soulfulness per rivolgersi agli
appartenenti a una serie di background culturali che sentono maggiore affinità con il concetto di
soulful8 rispetto a quello di mindful. Altri psicologi, per esempio Paul Gilbert, si sono concentrati
maggiormente sulla compassione; altri ancora, come Kristin Neff e Christopher Germer, hanno
compiuto una distinzione tra l’aspetto della compassione e quello della mindfulness; in particolare,
hanno definito e approfondito il concetto di “compassione verso se stessi”.
Talvolta viene impiegato anche un termine generale, presenza, in relazione alla capacità di
mostrare consapevolezza e ricettività verso ciò che accade. Il concetto di presenza comprende la
consapevolezza del fatto che il nostro stato mentale possa variare anche quando la nostra
collocazione fisica all’interno di un’esperienza rimane costante. Possiamo avere una consapevolezza
ricettiva di ciò che accade nel momento in cui accade: in tal caso, diciamo che “siamo mindful”.
Oppure possiamo distrarci, quando la mente vaga verso altre preoccupazioni, non importa quanti
sforzi stiamo facendo per concentrarci o in quale attività siamo fisicamente impegnati. Quando la
nostra mente vaga in modo non intenzionale, significa che non siamo presenti, non siamo in uno
stato di consapevolezza ricettiva: non siamo mindful. Secondo gli studi compiuti a questo riguardo,
così facendo ostacoliamo la nostra stessa felicità, persino se fantastichiamo di esperienze
entusiasmanti. La presenza mentale è uno stato in cui siamo ben vigili e ricettivi verso ciò che
accade, dentro di noi e fra noi e il mondo, nel momento stesso in cui accade. La presenza favorisce
la felicità.
Per ricordarmi delle caratteristiche di questo stato di presenza che, è mia convinzione, è alla base
di una consapevolezza ricettiva e di uno stato mindful – o, come definito da altri, amorevole, soulful
o gentile – impiego l’acronimo AMACA: amore, apertura, curiosità e accettazione. Uno stato della
mente di questo tipo ci consente di essere presenti alla vita.
Abbiamo visto come il termine mindful comprenda un’ampia serie di variabili impiegate da
diversi terapeuti e ricercatori; eppure, negli ultimi anni è esploso l’interesse del pubblico per la
mindfulness, nonostante non si sapesse esattamente che cosa fosse. Per me, l’aspetto entusiasmante
di questo aumento di curiosità risiede nel fatto che le persone sembrano interessate a trovare il
modo di coltivare una maggiore presenza nella propria vita, per poter essere più sane, felici e gentili
con se stesse e con gli altri. Lo si può considerare un modo di percepire la mente stessa, un processo
che può assumere varie denominazioni e che, come abbiamo visto, io ho chiamato mindsight. La
mindsight consente di raggiungere l’insight (la conoscenza profonda di sé), l’empatia e
l’integrazione.
È sorprendente come riusciamo a sviluppare queste importanti abilità mentali attraverso la
focalizzazione dell’attenzione. Nel corso del nostro primo esercizio di consapevolezza del respiro
potremmo aver notato come capitasse spesso che la mente vagasse e la nostra attenzione venisse
distolta dal suo centro. Ora esamineremo le diverse caratteristiche dell’attenzione che possono
essere alla base di un esercizio semplice come quello di concentrarsi sulla sensazione del respiro.

Attenzione focalizzata e non focalizzata


Uno dei criteri principali per distinguere le diverse forme di attenzione è stabilire se il flusso di
energia che è al centro dell’attenzione giunga alla consapevolezza. Se il centro di attenzione
coinvolge la coscienza, parliamo di attenzione focalizzata; in caso contrario, di attenzione non
focalizzata. Per comprendere meglio la differenza, dedichiamo un momento a provare la breve
attività descritta di seguito. Muoviamoci per la stanza in cui ci troviamo in questo momento e, nel
farlo, prendiamo nota di ciò di cui siamo consapevoli mentre percepiamo e osserviamo quello che
c’è davanti ai nostri occhi, quello che sentiamo con i piedi, o con le mani se ci spostiamo su una
sedia a rotelle oppure, se abbiamo perso la vista, quello che sentiamo con il bastone o con le mani.
Cerchiamo di recepire quanti più segnali possiamo del mondo esterno e di portarli a livello
consapevole. Questa è l’esperienza del conoscere consapevole, mentre i conosciuti sono tutto ciò di
cui abbiamo consapevolezza. In altri termini, in questo momento cerchiamo di essere il più possibile
consapevoli di quanto ci circonda. Dirigiamo il “riflettore dell’attenzione”, quasi fosse il fascio di
una torcia lungo un sentiero buio, su tutto ciò che possiamo, mentre ci muoviamo per la stanza.
Il “riflettore” dell’attenzione focalizzata fa sì che le nostre facoltà mentali convoglino il flusso di
energia verso la consapevolezza. Questa è, quindi, l’attenzione focalizzata, che pervade la coscienza
con determinati aspetti della nostra esperienza di girare per la stanza. Tuttavia, gli studi condotti al
riguardo evidenziano come, allo stesso tempo, la nostra mente impieghi un “riflettore
dell’attenzione” più ampio per concentrarsi su molti aspetti della nostra esperienza che non
giungono mai al livello della consapevolezza. Questa viene definita attenzione non focalizzata. Per
esempio, in questo percorso appena descritto, abbiamo prestato attenzione non focalizzata al nostro
equilibrio per non cadere, e anche allo spazio intorno a noi per non inciampare o sbattere contro
qualcosa mentre giravamo per la stanza. Durante l’esercizio, potremmo anche aver scoperto di
essere rimasti assorti in un pensiero o ricordo. In quel momento, la nostra attenzione focalizzata era
diretta su questi processi mentali e non più sull’ambiente. Eppure non siamo caduti né siamo andati
a urtare contro qualcosa: senza neppure accorgercene, la nostra attenzione non focalizzata si è
occupata di questi ostacoli potenzialmente pericolosi per tenerci al sicuro. La nostra mente non
conscia influisce profondamente sul nostro comportamento, sulle nostre emozioni e sui nostri
pensieri, persino quando non siamo consapevoli di questi influssi esercitati dall’attenzione non
focalizzata sulla nostra vita mentale.

Prendendo spunto dalla riflessione su questo esercizio, proviamo a pensare ad altri scenari in cui
siamo consapevoli di alcuni aspetti dell’ambiente e inconsapevoli di altri. Immaginiamo, per
esempio, di stare facendo un’escursione in montagna; mentre percorriamo il sentiero,
probabilmente faremo attenzione alle rocce che abbiamo davanti, ignorando i massi che ci siamo già
lasciati alle spalle. L’attenzione ci aiuta a sopravvivere: ci aiuta a orientarci nel mondo in cui
viviamo. Se non avessimo prestato attenzione, focalizzata o non focalizzata, lungo il sentiero,
avremmo potuto inciampare e cadere. Prestando attenzione, abbiamo maggiori probabilità di
sopravvivere e stare bene.
L’attenzione, consapevole o meno, ci aiuta a orientarci in un mondo fatto di energia.
Portando alla consapevolezza configurazioni importanti di energia, possiamo coglierne il
significato; possiamo creare e interpretare l’“energia in-formazione” ossia svelare l’informazione che
abbiamo davanti e stabilirne l’importanza per il viaggio che ci attende. Come abbiamo visto,
l’informazione è semplicemente un pattern, una configurazione, di energia dotata di valenza
simbolica. Quando siamo consapevoli dell’informazione, possiamo riflettere sul suo significato e
scegliere come rispondervi. È uno dei modi in cui la coscienza ci dà la possibilità di scelta e ci
consente di creare cambiamento. Grazie alla coscienza, possiamo decidere come procedere, dove
mettere i piedi, che cosa evitare e quale direzione prendere, non solo fisicamente ma anche
emotivamente. Possiamo fermarci a riflettere su un ventaglio di possibilità e poi scegliere quelle che
meglio si adattano alla situazione in cui ci troviamo e alle nostre preferenze.
La coscienza ci dà l’opportunità di compiere scelte e cambiamenti.
Con l’attenzione focalizzata, ossia con l’attenzione che incanala i flussi di energia e informazione
verso la consapevolezza, possiamo riflettere e prendere decisioni intenzionali e ponderate, mentre
monitoriamo la situazione con più chiarezza e precisione per apportare modifiche con maggiore
intenzionalità ed efficacia.
È questo il motivo per cui l’attenzione consapevole – l’attenzione focalizzata – è tanto importante.
Ricordiamolo: l’attenzione focalizzata è uno dei tre pilastri principali di pratiche scientificamente
fondate per creare maggiore benessere nella nostra vita, insieme alla consapevolezza aperta e
all’intenzione gentile, che svilupperemo e approfondiremo nei prossimi capitoli.
Anche con l’attenzione non focalizzata la mente si occupa di ciò che avviene, ma indirizza i flussi
di energia e informazione con modalità che non li fanno pervenire alla coscienza. Innestiamo per
così dire il “pilota automatico”, che ci consente di non inciampare o cadere se, lungo il sentiero che
stiamo percorrendo, ci mettiamo a parlare con il nostro compagno di viaggio oppure ci perdiamo
nell’immaginazione. Poiché inciampare non è così utile, la mente non conscia dà importanza
all’evitamento di ostacoli come pietre o animali pericolosi, per aiutarci a sopravvivere lungo il
percorso. La dimensione non conscia della nostra mente effettua il monitoraggio del sentiero anche
se la nostra mente conscia, la consapevolezza presente in quel momento, non è occupata dalle
immagini visive del sentiero stesso. Potrebbe darsi che, non prestando attenzione in modo
focalizzato, non ci accorgiamo della svolta lungo il percorso, ma è improbabile che inciamperemo su
un sasso o su un ramo, grazie appunto all’attenzione non focalizzata che continua a essere all’opera.
La nostra mente non conscia fa attenzione al viaggio, fa per così dire “mente locale”. Per
riassumere, l’attenzione non focalizzata può influenzare il nostro comportamento per non farci
incespicare, e può persino influenzare ciò che giunge alla consapevolezza come distrazione durante
lo sforzo per rimanere concentrati, come nell’esercizio di consapevolezza del respiro.
Quindi, sia l’attenzione focalizzata, consapevole, sia quella non focalizzata, inconsapevole,
comportano un processo valutativo che attribuisce significato e importanza ai pattern di energia e al
loro valore informativo nel loro emergere momento per momento. Porre attenzione a rami e
serpenti è importante per la nostra sopravvivenza, e noi ne registriamo il loro carattere saliente in
entrambe le forme di attenzione, conscia e non conscia. Nel cervello, le regioni deputate alla
focalizzazione dell’attenzione e alla valutazione dell’importanza degli eventi nel loro divenire sono
interconnesse a livello strutturale e funzionale. L’attenzione è direttamente influenzata da questo
processo di valutazione, dalla salienza o rilevanza degli eventi che avvengono nella nostra vita.
Monitorare l’attenzione e la consapevolezza
Nel corso della giornata si alternano continuamente momenti di attenzione controllata, detta anche
volontaria, e momenti di attenzione “involontaria”, in cui cioè la nostra attenzione viene distratta
senza che lo vogliamo. A volte scegliamo a cosa prestare attenzione, altre volte sono le circostanze
ad attirare la nostra attenzione, determinando l’oggetto su cui si dirige il nostro “riflettore”. È
interessante notare come abbiamo bisogno sia dell’attenzione volontaria sia di quella involontaria,
così come dell’attenzione focalizzata e di quella non focalizzata. Immaginiamo di nuovo di essere
sul nostro sentiero roccioso. Abbiamo bisogno di guidare intenzionalmente la nostra attenzione sul
sentiero stesso per evitare di mettere il piede in fallo su un masso e rischiare di precipitare. Ma se
all’improvviso un orso decidesse di incrociare il nostro cammino, è fondamentale che la nostra
attenzione possa essere attirata (e il più rapidamente possibile!) da questo nuovo elemento della
nostra esperienza. Per orientarci nel mondo, dobbiamo essere agili in termini di attenzione
volontaria e involontaria. E comunque, anche nella vita quotidiana – in altri termini, quando non
c’è un orso sulla nostra strada – il meccanismo di monitoraggio degli aspetti salienti valuta
automaticamente, momento per momento, che cosa abbia sufficiente importanza da meritare la
nostra attenzione, e questo processo, in genere, si svolge senza che siamo consapevoli del fatto che
le valutazioni avvengono senza il nostro controllo cosciente.

Facciamo un esempio che ci aiuti a chiarire questa importante distinzione. Immaginiamo di


ritrovarci a ripensare a una conversazione difficile avuta con un amico la settimana scorsa. Senza
neppure accorgercene, i sentimenti di tristezza o rabbia che potrebbero essere emersi in
quell’occasione possono facilmente riemergere in questo momento, poiché il meccanismo di
monitoraggio della salienza ci ha portati a dare importanza a un qualsiasi scenario istintivamente
collegato allo scontro con l’amico che tanto ci ha turbati. Queste emozioni sono ora più rilevanti,
più attivate, più “pronte” a manifestarsi in conseguenza del litigio, anche se in questo momento non
ne siamo consapevoli.
L’esempio di questo contrasto fra amici aiuta a comprendere le differenze tra consapevolezza e
attenzione. Siamo costantemente impegnati nell’attenzione non focalizzata. È il meccanismo
attraverso il quale la nostra mente elabora gli aspetti importanti e ne tiene traccia senza consumare
lo spazio mentale relativamente limitato della consapevolezza. Questo spazio mentale del conoscere,
l’esperienza soggettiva di essere consapevoli, può occuparsi soltanto di poche informazioni alla volta:
è una sorta di “lavagna” della mente, ciò che alcuni studiosi definiscono “memoria di lavoro”, che ci
consente di rielaborare l’informazione e creare nuove combinazioni in maniera consapevole. Eppure
l’elaborazione dell’informazione non richiede la coscienza: possiamo immaginare, fare calcoli e
trovare soluzioni ai problemi senza usare il limitato spazio della memoria di lavoro. Per evitare di
occupare questo spazio, l’attenzione non focalizzata incanala i flussi di energia e informazione in
assenza di consapevolezza. La direzione dell’elaborazione dell’informazione viene comunque
determinata dalla mente, ma semplicemente non è parte dell’esperienza soggettiva conscia del
conoscere, dell’essere consapevoli.
La splendida notizia è che possiamo imparare a percepire questi diversi aspetti dell’attenzione:
controllata dalla nostra volontà o attirata da stimoli non scelti da noi, focalizzata e conscia oppure
non focalizzata e non conscia. Come dicevamo, l’attenzione è l’indirizzamento dei flussi di energia e
informazione, mentre la consapevolezza è l’esperienza soggettiva del conoscere che rientra nella
sfera della coscienza. Quando parliamo di “conoscenza” di ciò che accade intorno a noi e dentro di
noi, usiamo il termine conoscere non per riferirci a una conoscenza fattuale, ma piuttosto alla
qualità “sentita [felt]” soggettivamente del divenire del momento presente. Abbiamo la possibilità di
coltivare la capacità di avere accesso a un’esperienza più aperta di consapevolezza, e la conseguente
capacità di scelta e cambiamento consapevole ci consente di indirizzare la nostra esistenza con più
flessibilità e intenzionalità verso un modo più integrato di vivere. Il training della mente si prefigge
proprio questo obiettivo: sviluppare le abilità di attenzione, consapevolezza e intenzione.
Affinché la pratica riflessiva rafforzi il cervello, la mente e le relazioni migliorando la salute fisica
nei modi che abbiamo esaminato in precedenza (ridurre i processi infiammatori e ottimizzare il
funzionamento dell’apparato cardiovascolare, del sistema immunitario, dei processi epigenetici e
della telomerasi) è fondamentale coltivare l’attenzione focalizzata e volontaria, ossia le dimensioni
intenzionali dell’attenzione, per incanalare i flussi di energia e informazione verso la sfera della
consapevolezza. Per molti versi, questo esercizio per migliorare la capacità di monitoraggio della
mente è il primo passo per affinare la nostra capacità di essere presenti. E la presenza mentale è la
via per liberare la capacità della mente di creare spontaneamente l’integrazione.
Certamente ci saranno sempre momenti in cui la nostra attenzione verrà distratta, ma l’atto di
riportarla verso il centro che abbiamo scelto è proprio l’obiettivo della pratica descritta in queste
pagine. E sì, ci saranno anche processi di attenzione non focalizzata, ma il nostro lavoro sarà svolto
con l’attenzione focalizzata, indirizzando l’esperienza verso la consapevolezza. La bella notizia è che
non dobbiamo preoccuparci di questi momenti di attenzione involontaria e non focalizzata: il
nostro obiettivo sarà impiegare e rafforzare l’attenzione volontaria e focalizzata. Come? Con
l’intenzione e la consapevolezza.
Ora disponiamo di alcuni chiarimenti che possono aiutarci ad assaporare e ad approfondire la
nostra esperienza di viaggio. L’attenzione è il processo che regola i flussi di energia e informazione.
La consapevolezza è l’esperienza soggettiva del conoscere ricettivo. E l’intenzione? Come possiamo
definirla?
L’intenzione è la motivazione a impegnarsi in una determinata attività in una determinata
maniera. Avere l’intenzione di essere consapevoli di ciò che avviene, per esempio, può rendere più
probabile l’attivazione dell’attenzione volontaria e conscia. Analogamente, possiamo avere
l’intenzione di essere gentili con noi stessi quando l’attenzione viene catturata da qualcosa al di
fuori della nostra volontà, e con questa intenzione possiamo ora renderci conto che vagare è proprio
ciò che la mente fa: non c’è bisogno di giudicare o arrabbiarsi per la distrazione o con noi stessi. Se
la mente vaga e l’attenzione viene distratta, significa soltanto una cosa: siamo esseri umani. Grazie
alla gentilezza, possiamo limitarci a prendere atto di esserci distratti quando qualcosa ha attirato la
nostra attenzione altrove, e poi possiamo intenzionalmente riportarla sull’oggetto che avevamo
scelto. Parimenti, se un determinato elemento distraente occupa ripetutamente la consapevolezza,
possiamo rilevare questa costante come indicatore di ciò su cui l’attenzione non focalizzata ha
puntato il suo “riflettore”, facilitandone l’intromissione nella coscienza. Quando si è aperti a tutto
ciò che emerge, di qualunque cosa si tratti, le intrusioni di questo genere in una pratica di training
mentale diventano semplicemente delle opportunità per scorgere gli aspetti non consci della propria
mente. Notiamo appena la distrazione e poi reindirizziamo l’attenzione sul respiro, per esempio, se
è questo l’esercizio cui ci stiamo intenzionalmente dedicando in questo momento.
La cosa bella è che, così facendo, rafforzeremo sia l’attenzione volontaria sia quella focalizzata. E
queste abilità serviranno, a loro volta, a coltivare una capacità più salda e più ampia di diventare
consapevoli di ciò che avviene, nel momento in cui avviene. Avere una capacità più salda significa
essere in grado di mantenere l’attenzione, monitorare la consapevolezza, notare le interruzioni
rilevate con il monitoraggio della salienza e poi ridirigere l’attenzione focalizzata per fare in modo
che l’elemento prescelto torni al centro della consapevolezza. Avere una capacità più ampia significa
riuscire a mantenere degli elementi a livello consapevole per un periodo di tempo più lungo, e
anche percepire le diverse dimensioni dell’oggetto della consapevolezza con più intensità,
estensione, nitidezza, profondità e dettaglio. Così facendo, svilupperemo le tre aste del treppiede
della mindsight: l’apertura, l’osservazione e l’obiettività. Invece di essere fagocitati da quello che
pensiamo dovrebbe accadere, possiamo acquisire l’abilità di avere un atteggiamento di presenza
verso ciò che è. Coltivare la coscienza in questo modo sarà il primo passo per migliorare la nostra
esistenza, grazie a una vitalità e a una pienezza nell’esperienza consapevole di essere vivi che
possono essere assolutamente elettrizzanti.Per immaginare tutto ciò possiamo fare riferimento a un
concetto cui abbiamo accennato in precedenza: la presenza. Come dicevamo, essere presenti a
un’esperienza significa essere aperti a ciò che accade nel momento in cui accade. Da un folto
numero di studi emerge come la presenza sia il fattore che più di ogni altro consente di prevedere
una serie di indici di benessere, tra cui indici di salute fisica, soddisfazione relazionale e felicità.
Alcune persone sono naturalmente predisposte ad avere un atteggiamento di presenza, in
particolare nei cosiddetti tratti di mindfulness, studiati dai ricercatori. Altre acquisiscono questi
tratti attraverso pratiche di training mentale intenzionale che rafforzano l’attenzione focalizzata,
ampliano la consapevolezza e coltivano l’intenzione gentile. In entrambi i casi, possiamo tutti trarre
beneficio dall’esecuzione abituale di pratiche di attenzione focalizzata, allo stesso modo in cui
manteniamo sano il nostro corpo con l’attività fisica e preveniamo problemi ai denti e alle gengive
con una adeguata igiene dentale. Alcune persone potrebbero avere un corpo o una dentatura più
forti rispetto ad altre, ma la maggior parte di noi può trarre vantaggio dall’esercizio fisico e dalla
pulizia dei denti; i benefici, però, dipendono dalla regolarità con cui si svolgono queste attività: non
basta una volta all’anno, e neppure una sola volta al mese. Come vi sentireste se vi lavaste i denti
soltanto una volta al mese? Una frequenza quotidiana potrebbe essere un ideale cui aspirare;
tuttavia, forse, può essere più semplice per noi pensare a una pratica regolare. Se non riusciamo a
fare questi esercizi di “igiene della mente” ogni giorno, non ci sono problemi: però è importante
trovare il modo di trasformarli in un’attività abituale; possiamo cioè praticare una buona “igiene
mentale”. Per molte persone, fare gli esercizi quotidianamente facilita la creazione di un’abitudine
regolare. Grazie a queste pratiche riflessive possiamo coltivare un’abitudine di salute. E con la
pratica della ruota della consapevolezza cui ci dedicheremo nel prossimo capitolo, possiamo portare
nella nostra vita quotidiana i tre pilastri del training mentale rappresentati dall’attenzione
focalizzata, dalla consapevolezza aperta e dall’intenzione gentile.

1. L. Zylowska, The Mindful Prescription for Adult ADHD, Shambhala, Boston 2012.
2. B. Pascal, Pensieri, tr. it. RCS Libri, Milano 2010, pp. 47-48. [NdT]
3. Ovvero, le “capacità mentali che consentono di comprendere l’influenza delle emozioni sul comportamento e sul pensiero, di
regolare le emozioni e il comportamento, di comprendere l’importanza delle emozioni degli altri, di conoscere le caratteristiche delle
interazioni sociali e di relazionarsi in maniera adattiva nelle situazioni sociali”. Vedi D.J. Siegel, Mappe per la mente. Guida alla
neurobiologia interpersonale, tr. it. Raffaello Cortina, Milano 2014, p. 27 “Indice ragionato”. [NdT]
4. W. James, Principii di psicologia, tr. it. Società Editrice Libraria, Milano 1901, p. 306.
5. Traduciamo con “sentito” il termine inglese felt, participio passato di to feel, “sentire”, nel senso di percepire qualcosa attraverso
sensazioni fisiche, viscerali; nel senso di avvertire emozioni e stati mentali ancor prima di riuscire a esprimerli a parole. Vedi D.J.
Siegel, Mappe per la mente. Guida alla neurobiologia interpersonale, cit. [NdT]
6. L’autore si riferisce al fatto che, in inglese, il termine represent, “rappresentare”, significa anche, nella grafia re-present,
“ripresentarsi”. Anche l’etimologia del termine italiano “rappresentazione” rimanda a questo doppio significato, poiché deriva dal
latino repraesentare, composto di re- e praesentare. [NdT]
7. La preghiera di centratura è una pratica individuale di silenzio contemplativo attraverso l’uso di una parola sacra (come “Dio”,
“Gesù”, “pace”) oppure un’immagine sacra (per esempio, il riposo nelle braccia del Signore). Diversamente dal mantra, la parola non
viene ripetuta continuamente, bensì considerata come punto focale per aiutare la concentrazione. Vedi all’indirizzo
http://www.innernet.it/risvegliarsi-al-presente-intervista-a-padre-thomas-keating/. [NdT]
8. A differenza di mindful che rimanda al concetto di mind ossia “mente”, il concetto di soulful rimanda a quello di soul, inteso come
anima, spirito, ma anche come ciò che viene espresso dalla tradizione soul. [NdT]
4

L’esercizio base della ruota della consapevolezza

Mappe, metafore e meccanismi


Mentre ci prepariamo per un viaggio, ci orientiamo facendoci un quadro generale della
destinazione e del tragitto per arrivarci. A tal fine, una mappa è uno strumento utile, in quanto
mostra visivamente il tipo di territorio che ci attende: le montagne e le vallate, i fiumi e i laghi, le
autostrade e le vie che potremmo incrociare strada facendo. Le mappe servono a rappresentare
visivamente lo spazio geografico. La ruota della consapevolezza si serve del concetto familiare di
ruota per raffigurare gli aspetti della vita mentale, i processi della mente che però non
corrispondono necessariamente a specifiche collocazioni spaziali all’interno del nostro cervello o di
altre strutture fisiche. È una metafora visiva finalizzata a fornire una mappa del territorio della
nostra vita mentale. La mente potrebbe essere più simile a un processo che a un punto nello spazio;
il termine “mente”, quindi, andrebbe inteso più come verbo che come sostantivo.
Se quindi, da un lato, una mappatura spaziale come la ruota può essere una guida molto utile per
il nostro viaggio nella mente, dall’altro, per le ragioni che abbiamo detto, è importante ricordare che
la ruota, al pari di ogni altra mappa, è soltanto una rappresentazione simbolica: non è il luogo reale.
Se una mappa venisse considerata come il luogo in sé e per sé, si potrebbe ingenerare
disorientamento e frustrazione lungo il cammino. Facciamo un esempio. Se stiamo viaggiando dalla
California verso l’Arizona per andare a vedere il Grand Canyon e, durante il tragitto, abbiamo in
mente le splendide fotografie che ritraggono il luogo in primavera presenti sulla cartina colorata che
usiamo come guida, potrebbe benissimo capitarci di rimanere sconcertati, al nostro arrivo, nello
scoprire soltanto cime innevate, perché, in realtà, ora siamo a dicembre. In questo contesto,
fissandoci sulle immagini della mappa, potremmo correre il rischio di perdere di vista la
magnificenza del canyon che ci sta davanti.
Un ulteriore possibile rischio collegato all’impiego di mappe è quello di concentrarsi soltanto sulla
destinazione finale, lasciandosi sfuggire l’opportunità di vivere appieno le ricchezze che il viaggio
stesso offre.
L’impiego della ruota come metafora visiva, come mappa della mente, presenta gli stessi
potenziali svantaggi. I benefici che si potranno trarre dalla presenza di una mappa come guida
dipenderanno, quindi, dal modo in cui verrà usata. Mentre procediamo nell’esame della ruota della
consapevolezza come strumento di trasformazione personale, cerchiamo quindi di gustare e vivere
appieno il viaggio, invece di concentrarci soltanto su un punto di arrivo immaginato o una
destinazione idealizzata. Questo atteggiamento sarà fondamentale per servirci della ruota in modo
costruttivo e liberatorio. Detto questo, diamo un’occhiata alle diverse parti della mappa e vediamo
che cosa possano significare per la nostra vita.
Come abbiamo visto, il centro della ruota – il mozzo – rappresenta l’esperienza di essere
consapevoli, di conoscere. Il cerchione, invece, rappresenta ciò di cui siamo consapevoli, i
“conosciuti” della coscienza. L’immagine della ruota raffigura il collegamento del conoscere del
mozzo agli oggetti del conoscere sul cerchione attraverso il raggio che rappresenta l’attenzione.
L’unico raggio della ruota (a differenza dei molti raggi presenti su una ruota vera) simbolizza
l’attenzione focalizzata, il preciso incanalamento dei flussi di energia e informazione verso la
consapevolezza, un processo che possiamo realizzare in un qualsiasi momento.
L’idea generale è realizzare l’integrazione della coscienza e rafforzare la mente attraverso la
differenziazione e il successivo collegamento dei flussi di energia e informazione all’interno della
sfera della consapevolezza. Poiché, come abbiamo visto, la capacità di regolazione comporta il
monitoraggio e la modifica, la ruota rende più forte la mente stabilizzando il processo di seguire
passo passo i flussi di energia e informazione e poi di trasformarli in maniera integrata. È così che
impieghiamo la ruota per realizzare l’integrazione nella nostra vita.
Nell’approfondire la ruota della consapevolezza a livello teorico e pratico, ricordiamoci
comunque sempre che, sebbene questa raffigurazione metaforica della mente possa certamente
essere un ausilio molto efficace per esplorare la nostra vita mentale, è altrettanto vero che – come
abbiamo visto per il Grand Canyon – una volta iniziato il viaggio e, soprattutto, dopo essere giunti a
destinazione, è meglio mettere in tasca la mappa e godersi l’esperienza stessa del viaggio. Facciamo
in modo che la mappa sia un aiuto, non una prigione. Esploriamo e godiamoci la nostra mente.

La ruota della consapevolezza: esercizio base ed esercizio completo


Prima di illustrare l’esercizio base della ruota della consapevolezza, vorrei approfittare di questa
opportunità per esporre l’intero viaggio che ci attende. Nelle pagine seguenti e nei prossimi capitoli
troverete indicazioni più dettagliate per ciascuna parte della ruota della consapevolezza; qui ci
limiteremo a una panoramica generale. L’esercizio base ci fa da guida nell’esperienza fondamentale
della metafora della ruota per illuminare la natura della coscienza e dei suoi elementi differenziati,
ossia il “mozzo” del conoscere, il cerchione degli oggetti del conoscere e il raggio dell’attenzione
(sono i passi da 1 a 4 e poi il passo numero 6 descritti nel box “Esercizio completo della ruota della
consapevolezza”). L’esercizio completo della ruota amplia questo processo per coltivare la
consapevolezza della consapevolezza attraverso la curvatura del raggio dell’attenzione all’indietro,
verso il mozzo (passo numero 5), poi con l’aggiunta, nel quarto segmento del cerchione, di frasi che
esprimono intenzioni positive e gentilezza, finalizzate a favorire la sollecitudine e la cura verso noi
stessi, verso gli altri e verso di “MOI” [l’acronimo MOI deriva dall’unione tra il “me” interiore e il
“noi” interconnesso, NdT], e questo è il passo numero 7.
In sintesi, se è la prima volta che fate l’esercizio della ruota, vi consiglio di iniziare con i passi
base, i numeri da 1 a 6, tralasciando il passo 5. Se avete esperienza di altre pratiche riflessive,
oppure semplicemente vi sentite pronti a immergervi nell’esercizio completo della ruota, provate
tutti i passi, da 1 a 7. Come con l’esercizio di consapevolezza del respiro, potrete leggere la
descrizione dei passi e poi provarli “a memoria”, oppure potete farla leggere a un amico o, ancora
(se sapete l’inglese), potreste ascoltare la spiegazione dell’esercizio base e di quello completo che ho
registrato di persona sul mio sito web www.drdansiegel.com/resources/.
Ciascuno di questi sette passi, che insieme formano l’esercizio completo della ruota della
consapevolezza, è sintetizzato nel box sotto.

ESERCIZIO COMPLETO DELLA RUOTA DELLA CONSAPEVOLEZZA


Di seguito è riportata una descrizione sintetica dell’esercizio completo della ruota della consapevolezza.
1. Il respiro: iniziamo con il respiro per ancorare l’attenzione e trovare l’equilibrio necessario per fare l’esercizio della ruota.
2. I primi cinque sensi sul primo segmento del cerchione: lasciamo andare il respiro come centro di attenzione e iniziamo a
concentrarci sul primo segmento del cerchione che rappresenta i primi cinque sensi, prestando attenzione a uno dei sensi per volta:
udito, vista, olfatto, gusto, tatto.
3. L’introcezione sul secondo segmento del cerchione: facendo un respiro un po’ più profondo, spostiamo il raggio sul secondo
segmento del cerchione, che rappresenta i segnali provenienti dall’interno del nostro corpo. Muoviamo sistematicamente il raggio
dell’attenzione lungo il corpo, iniziando con le sensazioni provenienti dai muscoli e dalle ossa della regione facciale, e poi
spostandolo di volta in volta sulle sensazioni del capo, del collo, delle spalle, delle braccia, della parte superiore della schiena e del
torace, della parte inferiore della schiena e dei muscoli dell’addome, dei fianchi, delle gambe e della regione pelvica. Ora spostiamo
l’attenzione verso le sensazioni dei genitali, dell’intestino, dell’apparato respiratorio, del cuore e del corpo nella sua interezza.
4. Le attività mentali sul terzo segmento del cerchione: facendo un respiro un po’ più profondo, spostiamo il raggio sul terzo
segmento del cerchione, che rappresenta le attività mentali. Prima parte: lasciamo affiorare alla consapevolezza qualunque attività
mentale, emozione, pensiero, ricordo o qualsiasi altra cosa. Potrebbero affiorare molte cose oppure nulla: va bene in ogni caso.
Seconda parte: anche in questo caso, lasciamo affiorare alla consapevolezza qualsiasi tipo di attività mentale, ma questa volta
prestiamo particolare attenzione al modo in cui ciascuna di esse fa la sua comparsa, a come resta presente e poi lascia la
consapevolezza. Se un’attività mentale non viene subito sostituita da un’altra, che sensazione dà il vuoto che rimane prima della
comparsa di un’altra attività?
5. Mozzo-nel-mozzo con la consapevolezza della consapevolezza: prima di spostare il raggio dell’attenzione verso il quarto e ultimo
segmento del cerchione, esploriamo il mozzo. In altre parole, con questa parte dell’esercizio rafforzeremo la nostra capacità di essere
consapevoli della consapevolezza. A tal fine, immaginiamo di curvare il raggio dell’attenzione all’indietro, affinché si diriga verso il
mozzo; alcuni preferiscono l’immagine del raggio che rientra nel mozzo o, semplicemente, preferiscono lasciarlo nel mozzo della
consapevolezza. Qualunque sia l’idea o l’immagine visiva più utile per noi, l’oggetto alla base di questa parte dell’esercizio non
cambia: la consapevolezza della consapevolezza stessa (lasciamo passare un minuto o più). Ora troviamo di nuovo il respiro, e
lasciamoci trasportare dalla sua onda, dentro e fuori… Adesso siamo pronti per raddrizzare e allungare il raggio verso il quarto e
ultimo segmento del cerchione, il nostro senso relazionale.
6. Il senso relazionale del quarto segmento del cerchione: in questo ultimo segmento della rassegna del cerchione, esaminiamo la
nostra interconnessione con le altre persone e con tutto ciò che è all’esterno del corpo in cui siamo nati. Iniziamo con il senso di
connessione verso le persone che sono fisicamente più vicine a noi in questo momento. Apriamoci al senso di connessione con amici
e familiari… con i colleghi di lavoro… con i nostri vicini di quartiere, con i membri della nostra comunità… con gli abitanti della
nostra città… Apriamoci al senso di connessione con chi abita nella nostra provincia o regione… e nella nostra nazione… Ora
estendiamo questo senso di connessione a tutti gli abitanti della Terra… e ora vediamo se riusciamo ad aprirci a un senso di
connessione con tutti gli esseri viventi che abitano il nostro pianeta…
7. Dichiarazioni di intenzione gentile: ora, con la consapevolezza del fatto che la ricerca scientifica ha di recente confermato ciò che le
tradizioni di saggezza di ogni parte del mondo insegnano da molto tempo, ossia che coltivare intenzioni di gentilezza, sollecitudine,
empatia e compassione può portare a cambiamenti positivi nel nostro mondo interiore e interpersonale, proviamo a ripetere
mentalmente, dentro di noi, le frasi riportate di seguito. Inizieremo con frasi brevi ed essenziali che esprimono gentilezza, e poi
passeremo a formulazioni più elaborate di queste stesse intenzioni.
Possano tutti gli esseri viventi… essere felici.
Possano tutti gli esseri viventi… essere in salute.
Possano tutti gli esseri viventi… essere al sicuro.
Possano tutti gli esseri viventi… stare bene e prosperare.
E ora, facendo un respiro un po’ più lungo, rivolgiamo questi stessi auguri, ora più elaborati, al nostro senso di identità interiore,
all’io o al me.
Possa io… essere felice e condurre una vita ricca di significato, senso di connessione ed equanimità, e con un cuore giocoso, gioioso e
pieno di gratitudine.
Possa io… essere in salute e avere un corpo che dia energia e flessibilità, forza e stabilità.
Possa io… essere al sicuro, protetto da ogni sorta di male interiore o esterno.
Possa io… stare bene e prosperare, e vivere nella serenità del benessere.
E ora, facendo un respiro un po’ più lungo, rivolgiamo queste stesse frasi beneauguranti più elaborate a un senso di identità
integrato. Unendo il nostro “me” con il “noi” interconnesso, continuiamo con le dichiarazioni di intenzione gentile rivolte al MOI.
Possiamo MOI… essere felici e condurre una vita ricca di significato, senso di connessione ed equanimità, con un cuore giocoso,
gioioso e pieno di gratitudine.
Possiamo MOI… essere in salute e avere un corpo che dia energia e flessibilità, forza e stabilità.
Possiamo MOI… essere al sicuro, protetti da ogni sorta di male interiore o esterno.
Possiamo MOI… stare bene e prosperare, e vivere nella serenità del benessere.
Ora riportiamo l’attenzione sulla respirazione e lasciamoci portare dall’onda del respiro, dentro e fuori… Adesso, aprendo gli occhi
se li tenevamo chiusi, concludiamo per oggi l’esercizio della ruota della consapevolezza.

Una mappa dell’esercizio base della ruota della consapevolezza


Tra poco ci dedicheremo all’esercizio della ruota; prima, però, riesaminiamo la nostra mappa. Come
ricorderete, il cerchione può essere diviso in quattro segmenti. Il primo segmento del cerchione
riguarda i nostri primi cinque sensi: udito, vista, olfatto, gusto, tatto. Il secondo segmento
comprende le sensazioni prodotte all’interno del corpo: in particolare, i segnali provenienti dai
muscoli e dallo scheletro, e le sensazioni prodotte dagli organi interni come l’intestino, i polmoni e
il cuore. In ambito scientifico viene definita introcezione, poiché è la percezione (-cezione)
dell’interno (intro-); in questa sede, parliamo di sesto senso. Il terzo segmento del cerchione
rappresenta le nostre attività mentali: emozioni, pensieri e ricordi, per esempio. Per mantenere la
sequenza di numerazione, possiamo chiamarlo il nostro settimo senso: la capacità di essere
consapevoli di queste attività mentali. Sul quarto segmento del cerchione troviamo il senso di
connessione con ciò che è al di fuori del nostro corpo: le relazioni con le altre persone, gli animali e
la natura, con il pianeta, con Dio e con qualunque altra entità situata all’esterno del nostro corpo o
che si estenda al di là di esso. Possiamo chiamarlo il nostro senso relazionale, il nostro ottavo senso.
Ciascuno di questi sensi è una forma di flussi di energia e informazione, un particolare aspetto
dell’energia che varia lungo una serie di caratteristiche: il contorno, la localizzazione o posizione,
l’intensità, la forma e la frequenza. Potremmo sintetizzarle nell’acronimo CLIFF. “Percepire il flusso
di energia” significa semplicemente essere aperti a recepire queste variabili e le modalità con cui
formano i diversi pattern, le diverse configurazioni, di energia, trasformandosi a mano a mano che
ne facciamo esperienza.
Con il raggio dell’attenzione possiamo dirigere sistematicamente i pattern di energia verso il
mozzo della consapevolezza, verso l’esperienza del conoscere. Nel dirigere l’attenzione durante
l’esercizio, possiamo guidare il raggio intorno al cerchione, segmento dopo segmento. Ma la nostra
mente, come abbiamo detto, può anche avere “una mente tutta sua” e quindi è possibile che
l’attenzione, invece di essere guidata da noi, venga attirata in direzioni indipendenti dalla nostra
volontà. Come abbiamo visto nell’esercizio di consapevolezza del respiro, è così che funziona la
mente; quindi, se ci riusciamo, sforziamoci di ricordare di essere gentili con noi stessi, di avere un
atteggiamento aperto, paziente e comprensivo verso di noi. Ricordiamolo: distrarsi significa
semplicemente che siamo esseri umani.
L’attenzione che convoglia energia verso la consapevolezza è l’“attenzione focalizzata”. A volte,
sarà un’attenzione volontaria, altre volte involontaria. In alcune fasi dell’esercizio, per esempio nei
primi due segmenti, affineremo l’aspetto dell’attenzione focalizzata. Con intenzionalità, dirigeremo
l’attenzione sui primi cinque sensi e poi sul sesto. Ma è naturale che, durante l’esercizio della ruota,
possano verificarsi delle distrazioni e, proprio come abbiamo fatto con l’esercizio del respiro,
prendiamone semplicemente nota, lasciamole andare e poi riportiamo l’attenzione sull’aspetto del
cerchione su cui ci stavamo focalizzando in quel momento.
Nel corso di tutto l’esercizio, ci verrà chiesto di spostare l’attenzione per recepire nuovi aspetti del
flusso di energia e informazione del cerchione, segmento dopo segmento: così facendo,
rafforzeremo la nostra capacità di guidare l’attenzione, di spostarne intenzionalmente il centro.
Quando giungeremo al terzo segmento del cerchione, ci dedicheremo a un ulteriore aspetto di
rafforzamento della mente, un processo chiamato consapevolezza aperta. A differenza
dell’attenzione intenzionalmente focalizzata su un punto del cerchione, impiegata per i primi due
segmenti, ora sperimenteremo un processo diverso, quello del monitoraggio aperto. In questo caso,
lasceremo che la consapevolezza venga occupata da tutto ciò che affiora, senza distinzione. Potrebbe
darsi che affiorino molte cose oppure nulla. Qualunque cosa emerga è semplicemente ciò che
affiora alla coscienza. Come approfondiremo più avanti, il rafforzamento della capacità di
consapevolezza aperta è altrettanto importante quanto il rafforzamento dell’attenzione focalizzata,
poiché ci consente di distinguere l’esperienza dell’essere consapevoli (il conoscere del mozzo)
dall’oggetto della nostra consapevolezza (i punti sul cerchione). La capacità di differenziare il
conoscere dal conosciuto, il mozzo dal cerchione, dona alla nostra vita una ricca fonte di libertà
mentale. L’integrazione della coscienza che si realizza in tal modo ci consente di evitare di
identificarci soltanto con i contenuti della mente rappresentati dagli elementi in continuo
mutamento presenti sul cerchione, le attività mentali in cui spesso veniamo risucchiati quando ci
“perdiamo sul cerchione”. Grazie alla consapevolezza aperta, il mozzo della ruota diventa un rifugio
di chiarezza nel mezzo del brusìo a volte incessante delle attività mentali del cerchione. È questa la
chiarezza che l’integrazione della coscienza – la differenziazione e il collegamento di mozzo e
cerchione – può consentirci di raggiungere come stato della mente nel corso dell’esercizio, e poi di
mantenere come tratto di equanimità e resilienza del vivere quotidiano.
Successivamente passeremo dalla consapevolezza aperta del terzo segmento all’esplorazione del
quarto segmento del cerchione, che rappresenta il senso di interconnessione con le persone e con le
altre entità all’esterno del nostro corpo. Il senso relazionale richiede la focalizzazione dell’attenzione
su particolari sensazioni, un processo che ci porta a rafforzare ulteriormente la componente di
monitoraggio della mente. Questo segmento, inoltre, fa emergere un senso di interconnessione e
considerazione positiva che ci consente di fare esperienza di un ampliamento di noi stessi, ancor
prima di aggiungere, nell’esercizio completo della ruota, le frasi che esprimono gentilezza; in tal
modo, la rassegna del segmento relazionale del cerchione contribuisce a sviluppare il terzo pilastro
della pratica di training mentale, individuato dalla ricerca scientifica, che consiste nel coltivare
l’intenzione gentile, sviluppando un senso di compassione e connessione con il mondo.
Inoltre, l’esercizio della ruota della consapevolezza ci dà l’opportunità, in un’unica seduta, di
passare in rassegna la vasta schiera di esperienze che popolano ogni giorno la nostra vita mentale,
aiutandoci in tal modo ad affinare la capacità di avere, anche al di fuori della pratica riflessiva, un
approccio più mirato, sereno e animato da compassione nei confronti della nostra esistenza spesso
frammentata e frenetica.
Pronti a cominciare?

Esecuzione dell’esercizio base della ruota


Troviamo un luogo tranquillo in cui poterci sedere, sdraiare o stare in piedi per una mezzora, senza
interruzioni. Spegniamo telefoni, computer e altri apparecchi. Diamo un’altra occhiata allo schema
della ruota, servendoci della figura riportata nel paragrafo precedente. Tuttavia, non è necessario
essere in grado di visualizzare la mappa della ruota; tutto ciò di cui abbiamo bisogno è conoscerne
la struttura: è importante ricordare che il mozzo rappresenta il conoscere consapevole, il cerchione
rappresenta gli oggetti del conoscere, i “conosciuti”, e il raggio l’attenzione focalizzata. (Anche in
questo caso, potrebbe essere utile leggere tutto l’esercizio prima di provarlo e poi lasciarsi guidare
dalla memoria. In alternativa, chi conosce l’inglese potrebbe andare sul mio sito, DrDanSiegel.com,
selezionare Resources e lasciarsi guidare dalla mia voce nell’esecuzione dell’esercizio.) Inizieremo
con l’esercizio base, per poi dedicarci, nel corso del cammino, all’esercizio completo, che costituisce
una pratica più avanzata.
Iniziamo concentrando l’attenzione sul respiro per diventare più centrati. Lasciamo
semplicemente che la sensazione del respiro pervada la consapevolezza. Ora distogliamo
l’attenzione dal respiro. Immaginiamo di essere al centro della ruota, nel mozzo del conoscere, della
consapevolezza. Immaginiamo di inviare un raggio dell’attenzione dal mozzo del conoscere al primo
segmento del cerchione. Iniziamo focalizzando l’attenzione sulle sensazioni dell’udito: lasciamo che
i suoni presenti nella stanza pervadano la nostra consapevolezza… (Un tempo adeguato per restare
con ciascuna sensazione è tra i quindici e i trenta secondi.)
Ora lasciamo andare l’udito e immaginiamo di spostare leggermente il raggio dell’attenzione
all’interno del primo segmento verso il senso della vista, lasciando che la consapevolezza venga
pervasa dalla luce…
Ora spostiamo ancora il raggio dell’attenzione, lasciando andare la luce e passando al senso
dell’olfatto: lasciamo che a pervadere la consapevolezza siano gli odori…
Ora è il turno del senso del gusto: dirigiamo il raggio su di esso e lasciamoci pervadere dai
sapori…
Ora spostiamo leggermente il raggio dell’attenzione sul senso del tatto, lasciando che a occupare
la consapevolezza sia la sensazione della pelle che tocca la pelle (unendo tra loro le mani), la
sensazione della pelle che tocca i vestiti, e poi il pavimento…
Facendo un respiro più profondo, immaginiamo di spostare il raggio dell’attenzione sul
successivo segmento del cerchione, che rappresenta l’interno del corpo: le sensazioni prodotte dai
muscoli, dalle ossa e dagli organi interni. (In questo caso, il tempo per ciascuna delle parti del corpo
citate sarà diverso, da qualche secondo fino a quindici secondi all’incirca.) Iniziamo con la regione
facciale, lasciando che le sensazioni provenienti dai muscoli e dalle ossa del viso pervadano la
consapevolezza… poi spostiamo l’attenzione verso l’alto, sulle sensazioni della fronte e della parte
superiore del cuoio capelluto, quindi scendiamo verso i lati del cuoio capelluto passando per le
orecchie, per poi rivolgere l’attenzione alla gola e al collo, concentrandoci sui muscoli e le ossa
corrispondenti. Ora spostiamo l’attenzione sulle spalle e poi verso il basso, sulle braccia, fino alla
punta delle dita… adesso portiamo l’attenzione sulla parte superiore della schiena e del torace…
quindi sulla parte inferiore della schiena e sui muscoli dell’addome… adesso concentriamo
l’attenzione sulle sensazioni dei fianchi… poi convogliamo l’attenzione verso il basso, su entrambe
le gambe, fino alla punta delle dita dei piedi.
Ora concentriamo l’attenzione sulla regione pelvica. Apriamo la consapevolezza alle sensazioni
dei genitali… e ora dirigiamo l’attenzione sulla parte bassa dell’addome, concentrandoci sulle
sensazioni dell’intestino, a iniziare dal tratto inferiore… poi ci spostiamo verso l’alto, nella parte
superiore dell’addome, concentrandoci sulla regione gastrica… Ora seguiamo le sensazioni viscerali
dallo stomaco verso il centro del petto, aprendoci alle sensazioni provenienti dall’esofago, che
collega lo stomaco alla gola e all’interno della bocca. Ora spostiamo l’attenzione verso l’apparato
respiratorio, iniziando dalla parte dietro gli zigomi, con le sensazioni provenienti dai seni nasali…
poi proseguiamo con il naso… e con la bocca… quindi scendiamo verso la parte anteriore della gola
fino alla trachea, il tubo che porta l’aria indispensabile per la vita fino al centro dei polmoni,
all’interno del petto… Adesso dirigiamo l’attenzione su entrambi i polmoni, che si dilatano e si
contraggono… Ora focalizziamo l’attenzione sulla regione cardiaca, aprendo la consapevolezza alle
sensazioni provenienti dal cuore.
Infine, lasciamo che la nostra consapevolezza venga pervasa dalle sensazioni provenienti dal
corpo nel suo insieme, dalla testa ai piedi… Forti della conoscenza del fatto che la scienza ha ora
dimostrato ciò che le tradizioni di saggezza sanno da molto tempo, ossia che aprendo la
consapevolezza alle sensazioni del corpo si accede a una fonte di grande saggezza e intuizione,
lasciamo questo segmento del cerchione, facendo un respiro più profondo e spostando il raggio
dell’attenzione sul prossimo segmento, consapevoli di poter sempre tornare a esplorare il sesto senso
delle sensazioni fisiche.
Dirigeremo ora il raggio dell’attenzione sul terzo segmento del cerchione, che rappresenta le
attività mentali: emozioni, pensieri e ricordi, convinzioni, intenzioni, speranze e sogni. L’esortazione
è a lasciar affiorare nel mozzo del conoscere qualsiasi attività mentale: pensieri, emozioni, ricordi.
Rimaniamo aperti a tutto ciò che può emergere dal cerchione, e anche alla possibilità che non
emerga nulla. Non ci sono esperienze giuste o sbagliate: come dicevamo, potrebbe darsi che
affiorino molte cose oppure nessuna. Apriamo il mozzo a tutto ciò che potrebbe scaturire dal
cerchione delle attività mentali. Iniziamo adesso con questa parte dell’esercizio… (Continuiamo per
circa un minuto e mezzo.)
Poi, continuando a lasciare affiorare alla consapevolezza qualsiasi tipo di attività mentale,
prestiamo però particolare attenzione al modo in cui ciascuna attività mentale, per esempio un
pensiero, fa la sua comparsa a livello consapevole. Compare all’improvviso o gradualmente? Dopo
che ne siamo diventati consapevoli, in che modo permane nella nostra consapevolezza? È una
presenza costante? Oppure altalenante? Inoltre, in che modo l’attività mentale – il pensiero, il
ricordo o l’emozione – lascia la consapevolezza? Lo fa da un “luogo” specifico? A poco a poco o
repentinamente? Viene semplicemente sostituita da un’altra attività mentale, da un altro pensiero o
ricordo, da una diversa emozione? Se invece l’attività mentale non viene subito sostituita da
un’altra, che sensazione dà il vuoto che rimane prima della comparsa di un’altra attività? In questa
parte dell’esercizio, l’invito è a esplorare l’architettura della vita mentale, esaminando attentamente
come le attività mentali facciano la loro comparsa, come restino presenti e poi lascino la
consapevolezza. Iniziamo adesso con questa parte dell’esercizio… (Continuiamo per circa un
minuto e mezzo.)
(Nota: se stessimo facendo l’esercizio completo della ruota, questo sarebbe il punto in cui
avverrebbe la curvatura del raggio dell’attenzione verso il mozzo o il suo ritrarsi verso il mozzo
stesso, una parte cui ci dedicheremo in un capitolo successivo.)
Ora facciamo un respiro un po’ più profondo e immaginiamo di spostare il raggio dell’attenzione
verso il quarto e ultimo segmento del cerchione. Questa è la parte del cerchione che rappresenta il
nostro senso relazionale, i legami con gli altri e con ciò che esiste al di fuori del corpo in cui siamo
nati.
Con il raggio dell’attenzione su questo quarto segmento, il segmento relazionale, lasciamo che la
consapevolezza venga pervasa dal senso di connessione con le persone fisicamente più vicine a noi
in questo preciso momento. Ora estendiamo questo senso di connessione ai familiari e amici non
immediatamente vicini a noi. Ora lasciamo che la consapevolezza venga pervasa dal senso di
connessione con le persone con cui lavoriamo o studiamo: a scuola, nel luogo di lavoro, nella nostra
comunità. Ora apriamoci al senso di connessione con le persone che vivono nel nostro quartiere…
con i membri della nostra comunità… con gli abitanti della nostra città… Apriamoci ora al senso di
connessione con gli abitanti della nostra provincia o regione… agli abitanti della nostra nazione…
alle persone che vivono nel nostro continente. Ora proviamo a vedere se riusciamo ad aprirci a un
senso di connessione con tutti gli esseri umani che abitano il nostro prezioso pianeta, il luogo che
abbiamo chiamato Terra.
Ora cerchiamo di estendere il senso di connessione a tutti gli esseri viventi della Terra…
(Nell’esercizio completo della ruota della consapevolezza, questa sarebbe la parte in cui
inseriremmo le frasi che esprimono un’intenzione gentile.)
Ora riportiamo l’attenzione sulla respirazione e lasciamoci portare dall’onda del respiro, dentro e
fuori… Adesso, facendo un respiro più intenzionale ed eventualmente più profondo, prepariamoci
ad aprire gli occhi se li tenevamo chiusi e concludiamo per ora l’esercizio della ruota della
consapevolezza.

Riflessioni sulla mente: l’esperienza con l’esercizio base della ruota


Abbiamo appena completato l’esercizio base della ruota della consapevolezza. Com’è andata? Ci è
stato difficile mantenere l’attenzione sui diversi segmenti del cerchione? Com’è stato rifocalizzare
l’attenzione dopo esserci distratti? Come ci sono sembrate le diverse parti dell’esercizio? Passiamole
ora in rassegna, segmento per segmento. In questo paragrafo e in altri che seguiranno, potremmo
trovare utile annotare le nostre riflessioni in un apposito diario, cui poter tornare mentre
proseguiremo il viaggio di esplorazione e rafforzamento della mente.
Nel primo segmento, quello dei cinque sensi, come ci sono sembrati i suoni? Abbiamo notato un
cambiamento nella qualità dell’udito quando abbiamo scelto di focalizzare l’attenzione in quel
momento soltanto sul suono? E per quanto riguarda la luce, come ci è sembrata quando ci siamo
concentrati sulle sensazioni visive? Come ci sono apparsi i colori e i contrasti quando la visione è
stata differenziata dagli altri sensi? E con l’olfatto come centro dell’attenzione, che sensazioni hanno
prodotto gli odori a livello consapevole? È stato più facile o più difficile percepirli rispetto agli altri
tipi di sensazioni citati finora? Com’è stato poi passare al senso del gusto? Abbiamo forse notato che
la bocca o la lingua hanno iniziato a muoversi per aumentare le sensazioni del gusto? E com’è stato
fare una “scansione” della pelle del nostro corpo per diventare consapevoli delle sensazioni tattili?
Alcune aree sono risultate più sensibili di altre?
Per molte persone, dedicare del tempo a differenziare i primi cinque sensi l’uno dall’altro rende
possibile un’esperienza più intensa di consapevolezza di ciascun flusso sensoriale. Con la pratica, la
capacità di percezione più chiara e dettagliata ci aiuterà ad assaporare di più la vita quotidiana,
donando più intensità e piacere, più vitalità alle esperienze di ogni giorno.
Passando ora al secondo segmento, com’è stato per noi rivolgere l’attenzione verso l’interno del
corpo? Che cosa abbiamo provato, per esempio, quando ci siamo concentrati sulle sensazioni
provenienti dai muscoli e dalle ossa? Siamo diventati consapevoli di sensazioni di cui forse non ci
eravamo mai accorti prima? Le sensazioni esistono anche al di fuori della consapevolezza; tuttavia,
diventano parte della nostra esperienza soggettiva soltanto quando le portiamo alla coscienza con
l’attenzione focalizzata, volontaria o involontaria. Com’è stata l’esperienza di portare
intenzionalmente l’attenzione via via sulle sensazioni provenienti dai diversi tipi di muscoli e di ossa
del corpo? Ci sono state parti del corpo più difficili da percepire di altre?
Quando ci siamo concentrati sugli organi del corpo, per esempio i genitali, che cosa abbiamo
provato? Sensazioni fisiche diverse possono suscitare sentimenti diversi, legati a ricordi del passato
ma anche a segnali corporei emersi durante l’esercizio. L’apertura verso questi segnali, soprattutto
quelli dei genitali, se si è cresciuti in comunità in cui era difficile parlarne oppure se si è stati vittime
di un trauma di natura sessuale, può rendere particolarmente impegnativo questo segmento
dell’esercizio della ruota. Se abbiamo notato una difficoltà nella percezione di questi segnali o se,
all’opposto, ne siamo stati travolti, potrebbe essere che le esperienze passate relative a questa
regione del corpo siano state caratterizzate da rigidità o caos. Chi avesse avuto questa esperienza
durante l’esercizio potrebbe prendere in considerazione la possibilità di dedicare particolare
attenzione a quest’area negli esercizi futuri e, se l’esperienza diventasse troppo difficile da gestire,
potrebbe essere molto utile scrivere le proprie riflessioni in un diario o cercare un aiuto
professionale.
Se alcune parti dell’esercizio della ruota suscitano in noi una sensazione soverchiante, possiamo
sempre modificare l’esercizio per fare in modo di poter monitorare che cosa accade e poi cambiare
le nostre azioni in modo da riuscire ad accogliere il turbamento che in quel momento appare
insopportabile. Nell’esperienza con la pratica della ruota compiuta da Teresa, la donna di cui
abbiamo parlato nel secondo capitolo, l’esecuzione dei diversi passi dell’esercizio è stata d’aiuto per
superare traumi irrisolti. Possiamo scegliere di tornare su un aspetto del cerchione che potrebbe
essere stato particolarmente problematico, affinché sia possibile realizzare l’integrazione di
quell’esperienza nella nostra vita complessiva. Ciò che di primo acchito potrebbe essere fonte di
grande disagio può, con la pratica, venire compreso più a fondo, a mano a mano che capiamo il
significato di quelle sensazioni per la nostra vita, attuale e passata. Ciascuno di noi è una persona
con una sua unicità e, nell’accingerci a compiere questo viaggio, è fondamentale rispettare il
particolare vissuto di ognuno.
Quando abbiamo spostato l’attenzione sull’intestino, che cosa abbiamo provato? L’intestino ha
una vasta serie di reti neurali e di neurotrasmettitori, e la presa di coscienza dei loro segnali può
costituire un’importante via di accesso alla saggezza delle cosiddette “sensazioni viscerali”, le
sensazioni “di pancia”. Non è detto che tutte le intuizioni viscerali o fisiche siano accurate; tuttavia,
essere aperti verso questi segnali può costituire un utile modo di rimanere in contatto con
un’elaborazione non logica.
Dopo aver spostato l’attenzione verso l’alto, dall’intestino nella parte bassa dell’addome verso la
regione gastrica, che sensazioni abbiamo provato? Com’è stato aprirsi alle sensazioni provenienti
dall’esofago? Per molte persone è un’esperienza del tutto nuova. All’interno della cavità orale, nella
bocca, ci sono molti segnali che potrebbero essere collegati a esperienze precedenti di ogni tipo.
Potremmo scoprire che, ampliando la consapevolezza di queste diverse sensazioni fisiche, spesso
emerge una combinazione di aspetti che accadono ora, in questo particolare momento, e di
elementi del passato.
Quando abbiamo spostato il raggio dell’attenzione sull’apparato respiratorio, che cosa abbiamo
provato nel concentrarci sui seni nasali e poi verso il basso, sulla parte anteriore della gola? Talvolta
riversiamo la nostra ansia in questa regione: possiamo percepirla quando, spostando l’attenzione
verso la trachea fino ad arrivare ai polmoni, facciamo fatica a respirare normalmente. Accogliere le
sensazioni del corpo, qualunque sia la parte che potrebbe inviare segnali importanti nel momento, è
un aspetto fondamentale della consapevolezza introcettiva, ossia relativa all’interno del corpo.
E per quanto riguarda la regione cardiaca, com’è stato spostare l’attenzione su quest’area? Da
alcuni studi è emerso come il concentrarsi sulla regione del cuore, anche senza essere
effettivamente consapevoli delle sensazioni del battito cardiaco, calmi la mente, poiché serve a
coordinare la regolazione effettuata dal cervello sul sistema nervoso autonomo. Lo stesso può dirsi
della presa di coscienza dei cicli respiratori. Secondo gli studi condotti al riguardo, grazie a questi
elementi di consapevolezza corporea siamo in grado di bilanciare le componenti del sistema nervoso
autonomo che fungono, per così dire, da “freno” e da “acceleratore”: in tal modo, possiamo
imparare a “guidare la macchina” del corpo in modo più fluido e coordinato. Vorremmo forse
premere freno e acceleratore allo stesso tempo? Certamente no. Quel che vorremmo è coordinare le
funzioni di rallentamento e accelerazione. La focalizzazione dell’attenzione sulla regione cardiaca o
sul respiro consente di raggiungere il coordinamento e l’equilibrio del corpo e, allo stesso tempo,
contribuisce a stabilizzare la mente.
Quando si percepiscono le sensazioni provenienti dall’interno del corpo nel suo complesso, dopo
essersi concentrati su ciascun apparato o sistema alla volta, può capitare a volte di sentirsi
sopraffatti. Che cosa abbiamo provato quando, durante l’esercizio, è venuto il momento di essere
ricettivi verso questo tipo di segnali? Il fine di questo genere di consapevolezza dell’intero corpo è
quello di prepararsi per la vita quotidiana. Per esempio, se sto avendo difficoltà a interagire con
qualcuno, ricordo a me stesso di fare una verifica delle sensazioni del mio corpo prima di reagire.
Potrebbe darsi che il mio cuore invii segnali degni di nota in quel momento o che i segnali
provenienti dall’intestino indichino la necessità di fare attenzione. Oppure potrebbe darsi che io
senta tensione nei muscoli delle braccia o che senta serrarsi la mascella. Interrogando il mio corpo
nel suo complesso per diventare consapevole delle sensazioni che genera, invito ogni segnale
particolarmente rilevante ad affiorare alla coscienza, affinché possa essere rispettato, esaminato e
integrato nella mia consapevolezza del significato di ciò che sta avvenendo nel momento. Gli studi
indicano che le persone con maggiori abilità introcettive hanno maggiore capacità di insight ed
empatia, nonché di equilibrio emotivo e intuizione. Quindi, lo sviluppo di queste abilità di
consapevolezza corporea ci conduce direttamente verso una connessione più profonda con la nostra
vita interiore e interpersonale.
Quando siamo passati al terzo segmento, quello delle attività mentali – il nostro settimo senso –,
che cosa abbiamo provato nello spostare l’attenzione dai sensi rivolti all’esterno e dal sesto senso dei
segnali dell’interno del corpo alle attività mentali costituite da emozioni, pensieri, ricordi e
intenzioni? Com’è stato essere semplicemente “aperti” a qualunque cosa emergesse alla
consapevolezza? E, se non è emerso nulla, quali sensazioni abbiamo provato? Il passaggio
dall’attenzione focalizzata su un punto molto preciso dei primi due segmenti del cerchione (stimoli
sonori, visivi, sensazioni di una particolare parte del corpo) alla consapevolezza aperta, che invita
nella sfera della consapevolezza qualunque cosa emerga, è probabilmente simile, per certi versi, al
momento in cui ci siamo concentrati sulle sensazioni dell’intero corpo, nel secondo segmento della
ruota: essere semplicemente aperti a qualsiasi ampio ventaglio di sensazioni potesse affiorare. Che
cosa è emerso nel nostro caso? Ad alcune persone capita di venire sommerse da emozioni o
immagini. È normale che la mente possa diventare ricettiva in questo modo nei confronti dei
molteplici elementi che la popolano.
Al contrario, per altre persone questa esperienza porta con sé un’apertura serena, una chiarezza e
una calma che sembrano paradossali, considerato il fatto che sono state disponibili a lasciar affiorare
alla consapevolezza ogni cosa possibile: invece, nulla affiora. Le persone con questo tipo di vissuto
spesso dicono di non aver mai fatto esperienza di un tale stato di quiete prima di allora: erano
abituate, infatti, a essere alle prese con il brusio delle preoccupazioni quotidiane della cosiddetta
“mente-scimmia”,1 con la sensazione frenetica e spesso incessante di essere sopraffatte dalle
emozioni, dai ricordi e dai pensieri da passare al vaglio. Il fatto di dare alla mente il permesso di
essere aperta verso qualunque cosa emerga può consentirle di diventare lucida e ricettiva.
Giunti all’aspetto successivo della rassegna del settimo senso, ossia le dinamiche delle attività
mentali, com’è stato prestare particolare attenzione al modo in cui ciascuna attività emergeva,
permaneva nella consapevolezza e poi la lasciava? Per molte persone può essere una parte molto
difficile dell’esercizio, poiché sembra comportare sia un’apertura a tutto ciò che emerge (come nella
prima parte della rassegna di questo segmento del cerchione), sia un’attenzione particolare alla
natura degli “andirivieni”. Per alcune persone è particolarmente affascinante lo spazio vuoto tra
un’attività mentale e la successiva, poiché questo spazio – per esempio, tra due pensieri, ricordi o
emozioni – ha una qualità molto insolita, di cui esse divengono consapevoli all’improvviso per la
prima volta. Per molti di coloro che non hanno mai fatto esperienza di una pratica meditativa o
riflessiva come la ruota, la presa di coscienza dei dettagli meno immediatamente evidenti
dell’attività mentale può essere profondamente rivelatrice. Spesso, in passato, potremmo aver avuto
l’esperienza di vedere campeggiare nella consapevolezza una determinata attività mentale, un
brusio febbrile della mente dominato da un incessante flusso di pensieri, senza aver avuto
l’opportunità di fare esperienza del fatto che noi, in realtà, siamo più del chiacchiericcio della nostra
mente. Con la rassegna di questo terzo segmento, una nuova esperienza di consapevolezza aperta –
il mozzo – si distingue ancora di più dagli elementi del cerchione. A molte persone questa nuova
consapevolezza può cambiare la vita e, letteralmente, cambiare la mente, a volte anche
sorprenderla. Si inizia così a distinguere più compiutamente il conoscere dai suoi oggetti.
Come mi disse una volta una madre mentre insegnavo la pratica della ruota a lei e a suo figlio
adolescente: “Non mi sono mai resa conto di essere più dei miei pensieri o delle mie emozioni”. Per
questa donna, distinguere il mozzo dal cerchione rappresentò un’esperienza di radicale
rinnovamento che le consentì di affrontare la vita in modo più profondo e ricco di sfumature.
E ora ripensiamo al momento in cui abbiamo spostato l’attenzione sul quarto segmento del
cerchione: com’è stato per noi pensare al senso relazionale, al nostro ottavo senso? Come ci è
sembrato distogliere l’attenzione dalle attività mentali e concentrarci sui legami con gli altri?
L’ottavo senso relazionale può essere vissuto da alcuni come fonte di disorientamento: non sono
sicuri di quale sia esattamente l’oggetto dell’attenzione. Altri, invece, sperimentano un profondo
senso d’amore, di pace, di gentilezza e connessione, tanto intenso da sentire gli occhi riempirsi di
lacrime di gioia e di gratitudine. Quale che sia l’esperienza che facciamo, questa è la nostra
esperienza. Quando faremo di nuovo l’esercizio, potremmo vivere un’esperienza diversa. Nel
prossimo capitolo aggiungeremo frasi che esprimono direttamente gentilezza e sollecitudine, basate
su queste esperienze di connessione e riconosciute dalla ricerca come capaci di indurre
cambiamenti positivi nella nostra vita interiore e in quella interpersonale.

1. “Monkey mind” è un’espressione impiegata nel Buddhismo per riferirsi al continuo agitarsi di pensieri che affollano la mente e di
cui si fa esperienza, per esempio, quando si cerca di meditare. [NdT]
5

L’intenzione gentile

In questa parte del libro ci baseremo sul training dell’attenzione focalizzata e della consapevolezza
aperta effettuato durante la rassegna dei primi tre segmenti del cerchione per ampliare e
approfondire il processo di coltivare l’intenzione gentile nel quarto segmento. Forse vi starete
domandando perché parlo di “ampliare” e non di introdurre questo stato di gentilezza. Poiché siete
stati esortati a essere comprensivi verso voi stessi quando la mente si distraeva, avete già praticato la
gentilezza verso il vostro vissuto: avete avuto un atteggiamento di apertura verso le inevitabili
distrazioni che trascinano via l’attenzione dal suo centro intenzionale e allo stesso tempo avete
provato un senso di compassione interiore. Con il quarto segmento dell’esercizio completo della
ruota coltiveremo l’integrazione dell’attenzione, della consapevolezza e dell’intenzione: questi
aspetti, infatti, si rafforzano a vicenda con una pratica regolare nella nostra vita, e anche ora,
rivolgendo specificamente l’attenzione al nostro stato di interconnessione e a una considerazione
positiva verso gli altri e verso il nostro Sé interiore.

Introdurre gentilezza, empatia e compassione nella nostra vita


Come accennavamo, la ruota della consapevolezza è uno strumento che ci aiuta a differenziare i
flussi di energia e informazione che attraversano le nostre vite, e poi a collegarli. Con l’immersione
nel primo segmento del cerchione, ci apriamo al flusso di energia in arrivo dal mondo esterno
attraverso i nostri cinque organi di senso. Con la rassegna del secondo segmento della ruota
concentriamo l’attenzione sul fatto di vivere in un corpo e sulla possibilità di differenziare il nostro
Sé corporeo da quello delle altre persone e degli altri esseri viventi. È parte dell’esperienza interiore
del nostro Sé: i flussi di energia e informazione all’interno del corpo in cui siamo nati, l’origine
interiore della nostra mente incorporata, sono una delle dimensioni che influenzano la nostra vita.
La rassegna del terzo segmento del cerchione, il segmento delle attività mentali, mostra un’ulteriore
origine del nostro Sé interiore, pervasa dall’esperienza soggettiva di emozioni e pensieri, ricordi e
convinzioni, ciascuno dei quali plasma la storia della nostra vita. Con la rassegna di questo terzo
segmento, lasciamo affiorare alla consapevolezza qualsiasi tipo di attività mentale, passando
dall’“allenamento” dell’attenzione focalizzata, realizzato con i primi due segmenti, alla
consapevolezza aperta che caratterizza questo segmento.
Con il quarto segmento della ruota, metteremo a frutto le capacità di attenzione focalizzata e di
consapevolezza aperta, nonché la conoscenza della nostra vita interiore fatta di sensazioni e attività
mentali, concentrandoci più attentamente sul fatto che, pur essendo esseri viventi distinti,
“racchiusi” in un corpo, siamo comunque interconnessi l’uno all’altro. Se è vero che ciascuno di noi
ha un senso del Sé interiore che emerge dalla dimensione interna della mente, e che possiamo
imparare a esserne più consapevoli, allo stesso tempo possiamo coltivare anche la capacità di
percepire il nostro Sé relazionale – potremmo definirlo il nostro “inter-Sé” – ossia la connessione
con le altre persone e con il pianeta in cui viviamo. È la nostra “inter-mente”, l’estensione della
nostra esperienza soggettiva: i sentimenti e la consapevolezza della nostra identità che emerge
nell’interconnessione delle relazioni con gli altri e con il pianeta. Possiamo diventare consapevoli di
questa particolare dimensione mentale aprendoci all’esistenza di queste interconnessioni con il
nostro ottavo senso, il senso relazionale.
In che cosa consistono, in realtà, queste interconnessioni relazionali? Possiamo ipotizzare che
siamo connessi l’uno all’altro – alle altre persone e al mondo della natura – attraverso un qualche
tipo di collegamento. Ma che cosa sono questi collegamenti? In senso lato possiamo ipotizzare da
una prospettiva scientifica che siamo parte di un sistema interconnesso, il cui elemento
fondamentale sono energia e informazione. In precedenza abbiamo visto come i sistemi complessi
siano caratterizzati da proprietà emergenti che traggono origine dalle interazioni tra gli elementi
stessi del sistema, siano essi l’acqua e il sale per il mare, oppure i flussi di energia e informazione per
le interconnessioni tra noi e per la natura della mente. Le relazioni e il nostro “Sé relazionale”
possono essere concepiti come condivisione di flussi di energia e informazione. Gli studiosi delle
diverse discipline – dalla fisica e dalla biologia alla sociologia, dalla linguistica all’antropologia –
descrivono il collegamento tra noi in modi differenti. Alcuni la definiscono interconnessione, altri
interdipendenza; altri ancora parlano di significato culturale condiviso o, semplicemente, di rete
della vita. Possiamo ritenere che ciascuna di queste modalità di studio delle connessioni che ci
uniscono indichi l’esistenza di campi di flussi di energia e informazione; anche se talvolta possono
essere invisibili a occhio nudo oppure così poco evidenti da impedirne la rilevazione a livello
consapevole, questi campi possono essere scientificamente determinati come aspetti concreti della
nostra realtà relazionale, della nostra interconnessione. Non tutto ciò che è reale può essere rilevato
prontamente dai nostri cinque sensi; per questo motivo, quello che abbiamo chiamato il nostro
ottavo senso, il senso relazionale, potrebbe attingere a un diverso modo di monitorare la
condivisione o il collegamento dei flussi di energia e informazione.
Forse non ci limitiamo a immaginare queste connessioni, ma percepiamo realmente, con
modalità ancora da stabilire, questi campi di energia che abitualmente non riusciamo a rilevare.
Una possibilità, quindi, è che percepiamo questi collegamenti energetici; un’altra è che,
semplicemente, li immaginiamo a partire da ciò che osserviamo con i nostri cinque organi di senso:
in tal caso, creiamo, o “costruiamo”, una concezione e una storia che racconta la nostra
interconnessione. Il senso relazionale “costruito” non trae origine dal nulla, bensì dall’esperienza.
Ma, allora, il nostro Sé relazionale e la sua interconnessione sono una nostra costruzione, o
qualcosa che percepiamo nel nostro ruolo di “canali conduttori” sensoriali? Per il momento,
lasciamo aperto questo interrogativo. In realtà, il senso relazionale potrebbe comprendere sia la
“costruzione” sia la “conduzione”. In ogni caso, portare alla consapevolezza un senso di connessione
– sia esso costruito o percepito direttamente nel momento – rafforza il nostro senso di
interconnessione con il mondo.
Ma che cosa significa realmente “connessione”? A un determinato livello, è possibile fare
esperienza della vita all’insegna dell’isolamento. Siamo nati in un corpo e in questo corpo viviamo e
poi moriamo. Tutto qui. Siamo nati soli, e soli moriremo. Fra l’altro, nella società moderna, questa
concezione di un Sé isolato viene spesso rinforzata da un senso di separatezza, in cui l’attenzione è
sul singolo individuo, il quale viene incoraggiato, in così tanti modi, a “fare da sé”. Per di più,
secondo una concezione derivante dalla medicina nata ai tempi di Ippocrate, circa 2500 anni fa, e
ora riproposta, la mente e il Sé che da essa emerge deriverebbero esclusivamente dal cervello
racchiuso nella scatola cranica, il cosiddetto “cervello cranico”. In base a questa prospettiva
scientifica contemporanea, il Sé sarebbe un’entità solitaria, delimitata dalla pelle e dal cranio, e la
mente che al Sé dà origine non sarebbe nient’altro che un prodotto dell’attività cerebrale. Da questo
punto di vista, la pelle diventa un confine impermeabile che definisce il “Sé”.
Forse è proprio così.
Eppure sappiamo che esperienza soggettiva e attività cerebrale non sono la stessa cosa, anche se la
prima dipende dal funzionamento del cervello. Pensiamo a quando proviamo una sensazione di
pancia o che viene dal profondo del cuore: non stiamo forse diventando consapevoli del ruolo
dell’intero corpo nella nostra vita mentale? È certo che la mente sia perlomeno pienamente
incorporata, non soltanto inscatolata [enskulled] nel cranio. E sappiamo anche come le relazioni con
gli altri abbiano un effetto profondo sulla nostra vita mentale. Ciò che proviamo nell’interiorità
della nostra vita soggettiva viene intensamente forgiato dal nostro senso di appartenenza, dai legami
che abbiamo nel mondo. Alla base della nostra vita soggettiva ci sono le emozioni e queste si
estendono direttamente nel mondo relazionale. L’origine incorporata e relazionale della nostra vita
soggettiva mentale ha profondi effetti sul nostro benessere. Per esempio, uno dei fattori che
maggiormente consente di prevedere la salute mentale, ma anche quella fisica, la felicità e la durata
della vita, è la presenza di una rete di sostegno sociale. Per quale motivo i legami sociali dovrebbero
essere tanto importanti per il nostro benessere? Dagli studi condotti al riguardo emerge che le
connessioni interpersonali sono reali e realmente importanti.
L’ipotesi che vi sottopongo è che il motivo alla base delle ripetute conferme empiriche di questi
risultati della ricerca sia da ricondurre al fatto che la mente non coincide soltanto con l’attività
cerebrale. In primo luogo, come abbiamo visto, la mente può essere considerata pienamente
incorporata: lungi dall’essere racchiusa soltanto nella scatola cranica ed emergere dal cervello
presente nella nostra testa, la mente comprende tutti i processi fisiologici che avvengono nell’intero
corpo. Inoltre, possiamo ipotizzare che la mente sia anche relazionale, ossia comprenda le
interconnessioni con le altre persone e con il mondo della natura, con il pianeta in cui viviamo. Due
filoni di ricerca empirica hanno evidenziato come le persone ricomincino a stare bene quando viene
data loro l’opportunità di stare a contatto con la natura o di inserirsi in una rete sociale di cui
potersi sentire realmente parte, ossia avere la cosiddetta “integrazione sociale”: questi risultati
indicano come le relazioni, con le persone e con il pianeta, abbiano il potere di promuovere la
salute.
Non siamo soltanto il nostro corpo, né soltanto il nostro cervello.
Siamo più della nostra vita mentale interiore: nella nostra identità è presente una realtà
interconnessa. Quando ci rendiamo conto che il Sé trae origine dalla mente, e che la mente ha una
dimensione sia interiore sia interindividuale, possiamo comprendere come il Sé sia un aspetto del
nostro corpo e anche delle nostre relazioni.
A questo punto riprendiamo la questione di cosa sia realmente una relazione. Una relazione è la
condivisione di flussi di energia e informazione. Per riferirci al meccanismo interno dei flussi di
energia e informazione usiamo l’espressione cervello incorporato; come dicevamo, le relazioni sono,
invece, la condivisione di flussi di energia e informazione con gli altri e con entità al di fuori del
corpo in cui siamo nati.
Quando parliamo di “sentire la connessione” durante la rassegna del quarto segmento del
cerchione, ci riferiamo alle relazioni con le persone, con i gli animali da compagnia, i pet, e con il
pianeta – con ogni sorta di entità, anche quelle che non iniziano con lettera p! – presenti all’esterno
del nostro corpo. “Connessione” si riferisce allo scorrere di energia e informazione tra il nostro Sé
corporeo e gli “altri”. Come vedremo, è fondamentale usare le virgolette per il termine “altri”, per
ricordare a “se stessi” che il Sé potrebbe di fatto non essere limitato al corpo racchiuso nella pelle,
ma potrebbe, con modalità assolutamente reali, comprendere le interconnessioni che travalicano i
confini del corpo. Per semplificare potremmo dire che siamo in connessione con le persone e il
pianeta, e questa connessione definisce e plasma la nostra identità in modo profondo e significativo,
coinvolgendo anche la nostra salute. Il Sé è qualcosa di più dell’abituale immagine di un Sé
solitario, isolato nella testa o al più nel proprio corpo.
Dicevamo come queste connessioni possano essere considerate semplicemente come condivisione
di energia e informazione; condividiamo lo stesso pianeta, e la scienza conferma la realtà del nostro
essere profondamente interconnessi l’uno all’altro. All’interno della nostra esperienza cosciente
potremmo non essere consapevoli di tali interconnessioni; potremmo avere un’illusione di
separatezza, credere di essere isolati. Di fatto, potrebbe darsi che ci sia stato involontariamente
insegnato, dai nostri genitori e insegnanti, dai nostri coetanei e dalla società, che la concezione
unanime è quella di un Sé separato: io sono soltanto il mio corpo. Tuttavia, per molti, questa
costruzione contemporanea di un Sé solitario potrebbe portare a un triste senso di disconnessione e
mancanza di significato. Coltivare l’ottavo senso può aprire la strada verso la dissoluzione del mito
condiviso di separatezza e aprirci alla consapevolezza delle connessioni ricche di senso presenti nella
nostra vita, connessioni di cui potremmo non aver mai saputo l’esistenza. Il quarto segmento del
cerchione è quindi un’opportunità per aprirsi a ciò che è, e non per inventare qualcosa dal nulla.
Respiriamo la stessa aria, ci dissetiamo con la stessa acqua, viviamo nella stessa ecosfera e abitiamo
lo stesso pianeta in rotazione nello spazio. Aprirsi alla nostra natura interconnessa esplorando
l’ottavo senso non riguarda ciò che pensiamo o crediamo, o ciò che ci è stato detto fin da piccoli:
significa aprirsi a ciò che è. Queste connessioni relazionali esistono a prescindere dal fatto di esserne
consapevoli.
L’esercizio base della ruota invita a fare proprio questo: ad aprire la consapevolezza alla realtà
delle nostre interconnessioni con le altre persone, con gli altri esseri viventi, con la rete della vita sul
pianeta. In considerazione del suggerimento del gruppo di ricerca del neuroscienziato Richie
Davidson di aggiungere all’esercizio della ruota, per aumentarne l’effetto positivo sull’integrazione,
alcune componenti specifiche di comprovata utilità intese a favorire lo sviluppo della compassione,
ho deciso di includere alcune frasi formulate specificamente per esprimere un’intenzione gentile,
auguri di felicità, salute, sicurezza e benessere, rivolti a tutti gli esseri viventi, all’“io” interiore e al Sé
integrato, il “MOI” che riunisce il “me” presente all’interno del corpo con il “noi” interpersonale
delle connessioni con gli altri e con il pianeta. Queste frasi si inseriscono perfettamente nella
rassegna del quarto segmento, dopo che abbiamo preso coscienza della nostra natura interconnessa:
le troviamo quindi, come collocazione naturale, alla fine dell’esercizio completo della ruota.
Nelle diverse tradizioni di saggezza presenti in ogni parte del mondo, tra cui anche numerose
pratiche religiose, la compassione viene considerata tra i valori più elevati che aumentano il
benessere nella singola persona e nella comunità. La compassione può essere definita come
l’accorgersi della sofferenza di un’altra persona, immaginare come poterla alleviare e poi cercare di
aiutare la persona a sentirsi meglio. Percezione, immaginazione e azione sono ciascuna una
dimensione della compassione.
La percezione della sofferenza di un’altra persona generalmente richiede un processo definito
empatia. Possiamo considerare l’empatia come caratterizzata da almeno cinque aspetti: la risonanza
emotiva (la capacità di sentire le emozioni di un’altra persona); l’assunzione del punto di vista altrui
o perspective taking (la capacità di vedere la realtà attraverso gli occhi di un’altra persona), la
comprensione cognitiva (la capacità di immaginare le esperienze mentali di un’altra persona e il loro
significato); la preoccupazione empatica (l’avere a cuore il benessere degli altri); infine, la gioia
empatica o solidale (la capacità di gioire della felicità e dei successi di un’altra persona). Per molte
persone, la pratica della ruota coltiva ciascuno di questi aspetti dell’empatia. In particolare, la
preoccupazione empatica – percepire l’esperienza soggettiva dell’altra persona e avere a cuore il suo
benessere – può essere considerata come elemento motivante e via di accesso alla compassione.
Alcuni autori sostengono talvolta concezioni che sono fonte di disorientamento a questo
riguardo, affermando per esempio che “l’empatia è una cosa negativa, mentre la compassione è
positiva” o che ci siano dei lati negativi nell’intelligenza emotiva e nella capacità di entrare in
sintonia con le emozioni degli altri. In realtà, per la maggior parte delle persone, la compassione
probabilmente non sarebbe possibile senza l’empatia, la quale ci consente di entrare in sintonia con
la vita interiore degli altri, con le loro emozioni e la loro esperienza soggettiva. È per questo motivo
che si ritiene che le tre componenti della mindsight – ossia l’insight, l’empatia e l’integrazione –
siano alla base dell’intelligenza sociale ed emotiva. Quali potrebbero quindi essere gli svantaggi di
avere capacità di mindsight nella nostra vita? Sapendo che un aspetto dell’empatia è la
preoccupazione empatica, la quale è essenzialmente la via di accesso alla compassione, ci rendiamo
conto di quanto affermazioni come “l’empatia è una cosa negativa, mentre la compassione è
positiva” siano fuorvianti e fonte di confusione.
Una volta tenni un seminario a Berlino e, durante la serata di quell’evento, l’esperta di
neuroscienze sociali Tania Singer fece una presentazione delle sue ricerche che indicavano come il
fatto di favorire lo sviluppo soltanto della risonanza emotiva potesse causare sofferenza psicologica,
mentre l’insegnamento della compassione attivasse i circuiti profondi della sollecitudine, della cura
e dell’affiliazione. Questo ci diede l’opportunità di tenere insieme una lezione dopo il suo
intervento. Accennai alla professoressa Singer che alcuni revisori del manoscritto di un mio libro mi
avevano detto che non avrei dovuto incoraggiare l’empatia come stavo facendo in quel libro, e poi
avevano citato il suo lavoro a sostegno della loro posizione, dicendo che “l’empatia è negativa,
mentre la compassione è positiva”. Tania Singer rispose che i revisori avevano frainteso il suo
lavoro. Certamente, una eccessiva identificazione con lo stato emotivo di un’altra persona può
causare la cosiddetta sofferenza empatica, ma quando la risonanza emotiva è unita alla
compassione, la persona mantiene un senso di equilibrio, di equanimità. Di fatto, pressoché tutti
noi abbiamo bisogno di provare empatia per sviluppare compassione. L’aspetto fondamentale è che
l’empatia da sola può talvolta causare sofferenza.
In occasione di un convegno scientifico alla presenza di Sua Santità il Dalai Lama, Matthieu
Ricard, monaco buddhista con una formazione scientifica e assiduo collaboratore dei ricercatori del
Mind and Life Institute, che da decenni studiano le pratiche contemplative come la meditazione,
parlò di questo tema fondamentale proprio dopo un intervento di Tania Singer.
Naturalmente, il punto non è sbarazzarci dell’empatia: dovremmo continuare a essere consapevoli delle emozioni delle altre
persone. Però abbiamo bisogno di collocare l’empatia nello spazio più ampio dell’amore altruistico e della compassione.
Questo spazio sarà una protezione dalla sofferenza empatica. Essendo stati mentali positivi, l’altruismo e la compassione
rinvigoriscono il nostro coraggio e ci danno le risorse per affrontare in modo costruttivo la sofferenza altrui. L’empatia senza
compassione è come una pompa elettrica dell’acqua senza acqua: ben presto si surriscalda e smette di funzionare. Quindi
abbiamo bisogno dell’acqua dell’amore e della compassione per placare la sofferenza empatica e contrastare l’esaurimento
emotivo.1

A quel convegno partecipò anche Arthur Zajonc, fisico quantistico nonché, all’epoca, presidente
del Mind and Life Institute; il suo intervento si concentrò sull’empatia e sulla compassione nelle
professioni mediche.
Da un lato abbiamo freddezza, cinismo, distanziamento dai pazienti e dalla loro sofferenza per mantenere il nostro equilibrio e
un giudizio professionale obiettivo. Dall’altro, possiamo provare un coinvolgimento emotivo tale da rischiare il burnout,
l’autodistruzione e via dicendo. Abbiamo la tendenza a muoverci tra questi due estremi. […] Deve pur esserci una via di mezzo,
in cui la preoccupazione empatica ci consenta di entrare in sintonia con le emozioni dell’altro, ma in modo da consentire una
risposta adeguata come medico, come persona sollecita e premurosa, come madre o padre, come compagno di vita o amico.2

In risposta a una domanda di Richie Davidson sulla posizione buddhista riguardo alle iniziative
per favorire lo sviluppo della compassione, il Dalai Lama rispose in questo modo:
Ritengo non riguardi soltanto la tradizione buddhista. Tutte le principali tradizioni religiose sottolineano l’importanza della
pratica di amore e compassione. In realtà, è più nella forma di un potenziale. Per esempio, esiste una capacità base di
consapevolezza. Ma dobbiamo coltivarla e migliorarla attraverso lo sviluppo della conoscenza e dell’istruzione.3

L’espressione intenzione gentile che impieghiamo in questo libro è un tentativo di includere le


modalità per coltivare sia la motivazione alla sollecitudine sia un atteggiamento concettuale, uno
stato della mente di intenzione gentile, che ponga le basi a livello emotivo e intellettivo per essere
empatici e compassionevoli nella nostra vita, e non solo con chi conosciamo di persona o è simile a
noi, ma anche con un più ampio cerchio di cura e sollecitudine che comprenda altre persone ed
esseri viventi.
Questi vivaci dibattiti evidenziano una questione importante: la risonanza empatica da sola –
ossia il sentire la sofferenza dell’altro senza avere preoccupazione empatica e compassione, e senza
la capacità di differenziare adeguatamente se stessi dalla sofferenza altrui – può portare
all’esaurimento psicofisico noto come burnout. Si tratta di una potenziale conseguenza negativa
dell’entrare in sintonia con gli altri senza aver acquisito un adeguato livello di resilienza, senza la
capacità di collegamento e anche di differenziazione dall’altro. In altri termini, se non manteniamo
l’integrazione, rischiamo una identificazione eccessiva e una disconnessione emotiva. È un
problema che affronto spesso quando lavoro con medici e altri professionisti della salute cui non
sono stati forniti gli strumenti dell’integrazione per prevenire il burnout. Dai dibattiti cui ho
accennato è emersa la proposta di sostituire l’espressione esaurimento da compassione [compassion
fatigue] con l’espressione esaurimento da empatia [empathy fatigue],4 la quale, come possiamo
vedere, può essere resa ancora più specifica con formulazioni quali esaurimento da risonanza
empatica [empathic resonance fatigue] e sofferenza empatica. Si tratta di una distinzione
fondamentale per ricordarci di come l’integrazione crei resilienza. L’integrazione è il processo alla
base della compassione e della gentilezza. Ciò nonostante, non gettiamo via le vaste e meravigliose
abilità dell’empatia nelle sue diverse sfaccettature, e l’importanza fondamentale dell’intero spettro
empatico per la nostra vita, fondamentale anche per la stessa compassione!
Quando le persone facevano l’esercizio della ruota a casa servendosi di una registrazione che
realizzavamo nel mio studio oppure prendendola dal mio sito web, erano solite iniziare a notare
una riduzione di ansia e paura e un miglioramento del loro grado lieve o moderato di distimia,
ossia di senso di depressione. Coloro che erano rimasti vittime di traumi ritrovavano una nuova
forza nell’affrontare eventi del passato a partire dal “rifugio” del mozzo, come qualcuno lo aveva
definito. Per molti versi, le persone diventavano più gentili e mostravano maggiore compassione
verso il proprio disagio e la propria sofferenza, anche senza le frasi specificamente ideate per
esprimere un’intenzione gentile che sarebbero state aggiunte successivamente.
L’intenzione è un processo mentale che dà tono e direzione allo svolgersi dei flussi di energia e
informazione all’interno della mente. L’intenzione gentile favorisce l’emergere di processi mentali
caratterizzati dall’integrazione, come la preoccupazione empatica e la compassione, e aumenta la
probabilità che questi processi possano estrinsecarsi dentro di noi e nel nostro comportamento verso
il mondo, ovvero sia nella nostra “intra-mente” sia nella “inter-mente”. Quando ci esercitiamo a
sviluppare uno stato di intenzione gentile, sfruttiamo particolari pattern presenti nel cervello che
hanno una funzione integrativa dimostrata dall’attività di ricerca: sono pattern che collegano tra
loro regioni separate, consentendo il coordinamento e il bilanciamento dell’attività neuronale.
Allenando le reti neurali della gentilezza, ne rafforziamo le connessioni e facciamo in modo che gli
stati in cui ci siamo esercitati diventino tratti di gentilezza nella nostra vita.
Come abbiamo visto, una pratica regolare favorisce il passaggio da uno stato che si crea durante
un esercizio a un tratto, ossia un’abilità o un modo di essere acquisiti. Essenzialmente, un tratto è
un’inclinazione di fondo, un modo di comportarsi che si manifesta nella vita di una persona in
maniera naturale, senza una pianificazione intenzionale. Nella mia esperienza personale, nel lavoro
terapeutico con i miei pazienti e nelle interazioni didattiche con i partecipanti ai miei seminari, ma
anche negli studi rigorosi condotti su numerosi aspetti, si è osservato quanto segue: ciò che si crea
nel momento può rafforzarsi nel tempo con la pratica. È così che uno stato diventa un tratto.
Se il tratto che stiamo cercando è l’essere più gentili e compassionevoli con il nostro Sé interiore o
con il nostro Sé interpersonale, ossia nelle relazioni con gli altri, allora lo stato in cui possiamo
esercitarci è l’integrazione. L’attività di ricerca conferma questa tesi di fondo: essere gentili e
compassionevoli nel rapporto con noi stessi e con gli altri aumenta, a sua volta, l’integrazione nel
cervello e il benessere nella vita.
In parole semplici, gli stati di integrazione diventano tratti di salute.
Come abbiamo visto, la ruota della consapevolezza affonda le sue radici nell’integrazione, non
solo nell’origine ma anche nella struttura di fondo. Nella teoria e nella pratica, la ruota coltiva
l’integrazione nella nostra vita individuale e relazionale. Se la salute è ciò cui aspirate, vi invito a
pensare di fare l’esercizio della ruota ogni giorno, se possibile, o comunque con regolarità, ossia
parecchie volte alla settimana come minimo. Il cervello ha bisogno di una pratica ripetuta e regolare
per rafforzare lo sviluppo all’insegna dell’integrazione. Una pratica ripetuta aumenta gli esiti positivi
nella vita, a mano a mano che si creano stati della mente intenzionali, sia pure brevi, durante
l’esercizio, stati che diventeranno tratti di resilienza e benessere nella vita quotidiana.
Un ripetuto stato di integrazione può diventare un duraturo tratto di salute.
Quando presentai la pratica della ruota della consapevolezza al gruppo di ricerca di Richie
Davidson, impegnato nello studio dell’influsso della meditazione sul cervello, i membri del gruppo
espressero grande interesse per questo approccio e mi chiesero perché non avessi incluso, nei passi
dell’esercizio, aspetti più specifici per favorire lo sviluppo della compassione. Risposi che la ruota
della consapevolezza era stata ideata a partire dal concetto scientificamente fondato di differenziare
gli oggetti del conoscere dal conoscere stesso, il cerchione dal mozzo, e che era necessario che
restasse scientificamente fondata. A quel punto i ricercatori mi parlarono di uno studio che avevano
appena completato, il primo di molti altri che poi sarebbero stati condotti e pubblicati, che
dimostrava come il training dell’intenzione compassionevole di fatto ottimizzasse il funzionamento
mentale, migliorasse le relazioni e fosse persino associato a un funzionamento più integrato del
cervello.
Nelle persone che praticavano la compassione, per esempio, l’esame dei segnali elettrici del
cervello, misurati con l’elettroencefalogramma, indicava livelli elevati di onde gamma, le quali
emergono dal coordinamento di regioni cerebrali distinte. Inoltre, altri studi avevano evidenziato
come, con un “allenamento” alla compassione, si assistesse a un potenziamento delle connessioni
funzionali e strutturali del cervello, quindi a una maggiore integrazione cerebrale. In un progetto
indipendente da questi studi sulla meditazione, lo Human Connectome Project [Progetto
connettoma umano], si era riscontrato come il livello complessivo di benessere fosse associato a un
maggior grado di “interconnessione del connettoma”, ossia del livello di collegamento reciproco tra
le diverse regioni cerebrali. Anche dall’attività di ricerca sugli effetti della meditazione è emerso
come queste pratiche aumentino le interconnessioni del connettoma. In sostanza, i risultati di
questi studi evidenziano lo stretto rapporto esistente tra integrazione cerebrale, programmi di
allenamento alla compassione e livello generale di salute.
Nel mio campo di studio, la neurobiologia interpersonale, consideriamo compassione e gentilezza
come esiti dell’integrazione. Per esempio, rispettando le differenze fra noi e l’altro, realizziamo la
differenziazione a livello interpersonale. Quando poi sentiamo la sofferenza di un’altra persona,
immaginiamo come aiutarla e poi interveniamo concretamente per alleviare il suo dolore – ovvero
quando siamo compassionevoli –, realizziamo il collegamento con la persona differenziata che sta
soffrendo. Percepire la gioia e il successo di un’altra persona e sentirci felici per lei, augurarle il
bene, significa provare la gioia empatica, un altro aspetto dell’integrazione. Anche la gentilezza può
essere considerata un esito dell’integrazione. In particolare, la gentilezza può essere definita come
rispetto e sostegno delle reciproche fragilità. Così concepita, la gentilezza è rispetto dei rischi e delle
ferite che scaturiscono da bisogni insoddisfatti, dall’essere vulnerabili. Sebbene per alcuni la
gentilezza possa avere una connotazione di debolezza invece che di forza, in realtà l’intenzione
gentile crea un atteggiamento mentale che rafforza le relazioni prosociali e le origini interiori del
benessere. Gentilezza e amore sono fonti profonde di resilienza e coraggio, di forza dentro di noi e
fra noi. Possiamo considerare azioni gentili quelle che vengono compiute senza aspettarsi nulla in
cambio. Una possibile interpretazione di questo modo di essere gentili è che l’altra persona viene
vista come aspetto differenziato di noi stessi, e quindi, da questo punto di vista, l’entrare in
connessione con gentilezza emerge quando percepiamo il “nostro Sé” semplicemente come parte di
una totalità più ampia: siamo, certamente, un Sé interiore, ma siamo anche un “inter-Sé”, un Sé
relazionale.
Possiamo così comprendere il fondamento scientifico dell’affermazione seguente: gentilezza e
compassione sono la manifestazione visibile dell’integrazione.
L’atto di focalizzare l’attenzione sul quarto segmento del cerchione, sulle diverse persone, e di
percepire il nostro legame con loro, può essere considerato una forma di integrazione
interpersonale. Ampliando il senso di connessione per aprire la consapevolezza alle interconnessioni
con tutti gli esseri viventi, estendiamo il processo di differenziazione e collegamento a un “inter-Sé”,
il nostro Sé relazionale, dalla portata più ampia. Sebbene le parole specificamente impiegate in
questa fase dell’esercizio riguardino soltanto il senso di connessione, i resoconti delle persone che
hanno fatto l’esercizio base della ruota – quindi senza le frasi che esprimono gentilezza –
confermano l’idea che la rassegna di questo quarto segmento, la focalizzazione sul nostro ottavo
senso relazionale che ci rende consapevoli della nostra interconnessione, sia impregnata di un
sentimento di gentilezza e compassione, di appartenenza a un’entità più ampia di quella
dell’individuo isolato, impegnato da solo nella meditazione, che prima potremmo aver pensato di
essere. Aggiungendo poi frasi specifiche che esprimono l’intenzione di essere gentili verso tutti gli
esseri viventi, verso il senso interiore del nostro “io” e verso il Sé integrato del MOI, ampliamo e
approfondiamo la consapevolezza di un modo di vivere nel mondo all’insegna dell’integrazione.
Gli studi citati in precedenza, da cui è emerso come uno dei fattori che maggiormente
consentono di prevedere longevità, felicità e salute fisica e mentale sia la presenza di una rete di
sostegno sociale, chiariscono l’importanza delle connessioni interpersonali. Le relazioni non sono la
ciliegina sulla torta: sono la torta. Anzi, non sono solo il dessert: sono anche la portata principale.

Integrazione, spiritualità, salute


L’esperienza umana collegata a un senso di connessione a un’entità più grande viene talvolta
chiamata “spiritualità”. Alcuni colloqui informali con persone interessate a una “crescita spirituale”,
come viene da loro chiamata, individuano due aspetti del viaggio che definiscono spirituale: il senso
di connessione a un’entità più grande del Sé individuale e un significato che vada oltre la
sopravvivenza personale. Una posizione affascinante. Se spiritualità significa esperire connessioni
che travalichino i confini della nostra pelle e un significato che vada oltre la mera sopravvivenza,
potrebbe essere che questa avvincente dimensione dell’esperienza umana sia collegata
all’integrazione? In altri termini, se il collegamento di un Sé interiore differenziato con un inter-Sé
più ampio emerge come dimensione di interconnessione della nostra realtà, e se questa identità
differenziata e poi collegata dà origine a un vibrante significato esistenziale, non potrebbe darsi che
questo senso di spiritualità sia sostanzialmente collegato, nella nostra vita, al processo di
integrazione? Molte persone hanno descritto l’emergere, con la pratica della ruota della
consapevolezza, di un senso di connessione e di un significato esistenziale; è stato così per Zachary,
l’uomo di cui abbiamo parlato nel secondo capitolo: questo più ampio senso di connessione e
finalità scoperto con la pratica della ruota ha portato a un profondo cambiamento della sua vita
personale e professionale.
L’integrazione è una cornice concettuale, scientificamente fondata, particolarmente efficace per
aiutarci a comprendere una serie di esperienze umane, dalla spiritualità alla salute. La conoscenza
degli ostacoli che si frappongono alla realizzazione dell’integrazione può persino aiutarci a chiarire
la natura della sofferenza umana e gli interventi che potremmo adottare per alleviarla. Una folta
schiera di studi ha rilevato, in persone con problemi di salute mentale, un insufficiente livello di
integrazione cerebrale, unitamente a un senso di isolamento personale e di mancanza di un senso
nella vita. Anche in coloro che svolgono professioni d’aiuto si assiste all’esperienza dell’esaurimento
psicofisico noto come burnout: è una condizione, questa, opposta a un senso di arricchimento
spirituale, poiché si perde la vitalità del significato e del senso di connessione a livello professionale
ed esistenziale; questa condizione può essere ricondotta alla presenza di ostacoli alla realizzazione
dell’integrazione. Se non differenziamo il vissuto del nostro Sé interiore dall’esperienza di dolore
dell’altra persona, e anzi ci identifichiamo eccessivamente, quasi noi fossimo lei, corriamo il rischio
di scivolare nella sofferenza empatica e nel burnout. La risonanza emotiva – che, come abbiamo
visto, costituisce un aspetto dell’empatia – che emerge senza la differenziazione necessaria affinché
si realizzi l’integrazione, può portare a una eccessiva attività neuronale, all’esaurimento e alla
disconnessione emotiva. Possiamo considerare la sofferenza umana come un insieme di stati caotici
o rigidi derivanti da un livello insufficiente di differenziazione e collegamento, da ostacoli
all’integrazione. L’empatia da sola e persino la risonanza emotiva come dimensione dell’empatia
dovrebbero essere caratterizzate dall’integrazione: non dovrebbero quindi esserci né un’eccessiva
differenziazione che porta al distacco emotivo né un eccessivo collegamento che conduce a una
sovraidentificazione. Entrare in risonanza con l’altro senza differenziarsi da lui non è integrazione: è
uno degli aspetti dell’empatia, cui però manca l’equanimità resa possibile dall’integrazione.
L’integrazione ci consente di essere emotivamente “agili”, di sentire pienamente il vissuto dell’altro
senza però perdere la capacità di cura e di equanimità. La vita è costellata di problemi e di
sofferenza; l’integrazione che è al cuore della crescita spirituale può avere come effetto di
consentirci di provare gioia e gratitudine non solo a dispetto del dolore presente nel mondo, ma
anche con la responsabilità di mantenere vivi questi stati positivi e un senso di speranza e possibilità
per tutti noi nelle nostre vite profondamente interconnesse.

Il Sé interiore e il Sé relazionale
Se abbiamo consapevolezza di avere, come individui, un “inter-Sé”, un Sé relazionale e condiviso,
ma anche un Sé interiore, possiamo comprendere come la fusione di due Sé interiori – il nostro e
quello di un’altra persona – equivarrebbe a una mancanza di differenziazione. La nostra vita
interiore è reale in ciascuno di noi, ed è importante conoscerla, affinché possiamo entrare
pienamente in sintonia l’uno con l’altro attraverso il Sé relazionale, laddove ciò che spesso viene
definito “l’altro” è, di fatto, parte di ciò che realmente siamo. Non propongo a voi questa
concezione per essere poetico, bensì come affermazione scientificamente fondata sulla natura di
un’identità integrata. Un eccessivo isolamento, una esagerata attenzione al Sé interiore come unica
origine della nostra identità, senza riconoscere l’esistenza di un “inter-Sé”, porta a un livello troppo
alto di differenziazione senza collegamento. La conseguenza di tale isolamento può essere un senso
di disperazione e di mancanza di significato. È stato dimostrato come il vivere una vita “tutta
incentrata su se stessi” non sia salutare. È un modo non integrato di vivere nel mondo.
All’altro lato dello spettro dell’integrazione, troviamo un eccessivo grado di connessione senza la
necessaria differenziazione: anche in questo caso si compromette l’integrazione. È ciò che accade
quando, nel lavoro di cura, finiamo per soffrire di burnout oppure abbiamo una relazione
caratterizzata dal cosiddetto “invischiamento”, e siamo fusi nell’altro, persi nella con-fusione, poiché
la vita interiore differenziata non viene riconosciuta e rispettata dagli altri, o nemmeno coltivata da
noi stessi.
Rispettando sia l’interiorità sia la relazionalità, possiamo essere pienamente presenti riguardo a
entrambe le dimensioni del nostro senso del Sé. Proprio questo termine, Sé, può essere
particolarmente impegnativo, poiché la cultura moderna lo identifica con il corpo delimitato dalla
pelle, o da una prospettiva anatomica ancor più ristretta, con il cervello racchiuso nella scatola
cranica. Come vedremo, l’associazione linguistica del termine Sé con pelle o cranio dà origine a un
senso di identità che purtroppo può impedire di vivere una vita all’insegna dell’integrazione. I
risultati dell’attività di ricerca sono chiarissimi: avere un legame con gli altri, trovare il modo di dare
il proprio contributo al benessere nel mondo oltre i confini individuali di un Sé delimitato dalla
pelle o racchiuso nel cranio è una via per vivere bene la vita, la cui efficacia è dimostrata da tempo.
Compassione, gentilezza ed empatia sono fondamentali per vivere una vita caratterizzata
dall’integrazione.
Da questo stato integrato di flussi di energia e informazione, potrebbero emergere emozioni che
“trascendono il Sé”, come la meraviglia, la gratitudine e la compassione, che sono state studiate dal
ricercatore di psicologia Dacher Keltner della University of California di Berkeley e dai suoi colleghi
del Greater Good Science Center. Quando proviamo un senso di meraviglia,5 abbiamo la sensazione
di trovarci di fronte a qualcosa che all’inizio sfugge alla nostra comprensione; ciò che ne deriva è
una sensazione di essere parte di una totalità più grande, che si estende oltre il corpo che abitiamo.
Con la gratitudine, proviamo un profondo senso di riconoscenza. Come afferma Emiliana Simon-
Thomas, collega di Keltner al Greater Good Science Center,
[…] le esperienze che intensificano i legami significativi con gli altri – per esempio, il fatto di renderci conto dell’aiuto che ci ha
dato un’altra persona, riconoscendo l’impegno che ha profuso, e assaporando i benefici che ne sono scaturiti per noi —
attivano non soltanto i sistemi biologici della fiducia e dell’affetto, ma anche i circuiti cerebrali deputati al piacere e alla
gratificazione: ciò costituisce un incentivo sinergico e duraturo per l’esperienza positiva. Quando diciamo “grazie” a qualcuno,
il nostro cervello prende atto che è successo qualcosa di buono e che siamo profondamente inseriti in una comunità sociale
significativa.6

Alla University of Southern California, la ricercatrice Mary Helen Immordino-Yang ha scoperto


che stati emotivi simili a quelli citati attivano regioni profonde del tronco cerebrale associate con
processi corporei fondamentali per la vita. La ricercatrice ipotizza che la sensazione di essere vivi,
pieni di vitalità, scaturisca, in parte, dall’attivazione dei circuiti neurali più fondamentali per la vita
generata proprio da questo tipo di emozioni sociali. Che meraviglia, la gratitudine! Anche la
compassione viene considerata un sentimento morale, un’emozione sociale che trascende il Sé,
poiché ci consente di entrare in un rapporto significativo con un’entità più grande. Quando
accogliamo la realtà della nostra interconnessione, diventiamo più vitali.
La compassione si fonda sull’empatia e sulla gentilezza e ci aiuta a mantenerci in salute,
favorendo allo stesso tempo la nostra disponibilità a tendere la mano e a promuovere il benessere
degli “altri”, come abitualmente li definiamo. Come abbiamo visto, ciò che talvolta viene chiamato
“compassione verso se stessi” o “compassione autodiretta” potrebbe essere definito più precisamente
come “compassione interiore”, mentre la compassione rivolta agli “altri” potrebbe essere chiamata
“compassione relazionale”. Sostenendo questa visione della nostra vera identità, di ciò che
realmente siamo in grado di essere quando viviamo con pienezza – la visione che il nostro Sé è, di
fatto, sia “intra” sia “inter” – possiamo coltivare un modo di essere nel mondo più integrato e vitale.
Uno dei modi per coltivare l’integrazione, sia nelle nostre “inter-relazioni” sia all’interno del nostro
corpo delimitato dalla pelle e del cervello alloggiato nel cranio, è realizzare un “allenamento” alla
compassione.
Stimolato dai suggerimenti dei ricercatori di neuroscienze che, mentre stavo sviluppando la
pratica della ruota della consapevolezza, mi esortavano ad aggiungere elementi specifici di training
della compassione, di efficacia empiricamente dimostrata, decisi di inserire nella parte dell’esercizio
riguardante la rassegna del quarto segmento del cerchione, quello relativo alle nostre relazioni, una
componente più completa per approfondire l’aspetto dello sviluppo dell’intenzione gentile. Poiché
compassione e gentilezza scaturiscono dall’integrazione e a loro volta la rafforzano, mi è sembrato
appropriato, e nel contempo utile, completare in tal modo la ruota della consapevolezza, una pratica
che fin dall’inizio ha avuto come obiettivo quello di favorire l’integrazione. Vediamo allora nel
prossimo paragrafo questa parte aggiuntiva dell’esercizio della ruota.

Coltivare la compassione con dichiarazioni di intenzione


Forse vi starete domandando come sia possibile che l’attività di ricerca dimostri l’effetto della
compassione sulla nostra vita e, in particolare, sul funzionamento del cervello. A questo riguardo è
importante ricordare che il termine meditazione indica semplicemente una pratica che addestra la
mente. L’attività di ricerca ha dimostrato che, quando si crea un’intenzione interiore pervasa di un
atteggiamento positivo verso il benessere degli altri e di noi stessi – l’augurarsi che tutti stiano bene
e che la sofferenza possa essere alleviata –, il cervello funziona in modo integrato. Come abbiamo
accennato in precedenza, sono stati impiegati svariati metodi di misurazione dell’attività cerebrale
per dimostrare come la creazione di questi stati interiori di compassione favorisca il coordinamento
e bilanciamento di ampie regioni del cervello. Il cervello sembra funzionare al meglio grazie a
questo stato mentale di cura e sollecitudine, ciò che io semplicemente definisco “intenzione
gentile”, sia che venga rivolta a persone precise o che sia un senso ampio e generalizzato di
compassione e amore, senza un oggetto specifico. La gentilezza comprende la compassione e la gioia
empatica, l’essere felici del benessere altrui. L’intenzione è la creazione di uno stato mentale che
plasmi la direzione e la qualità dei pattern, delle configurazioni, di energia e informazione che
hanno maggiore probabilità di emergere. L’intenzione gentile predispone la mente verso modi di
essere caratterizzati dalla prosocialità e dall’interconnessione.
L’attività di ricerca non ha evidenziato soltanto un aumento dell’integrazione cerebrale a livello
funzionale e strutturale; altri studi, infatti, hanno riscontrato una riduzione degli indicatori di stati
infiammatori, una diminuzione dello stress e un miglioramento della funzione cardiaca: possiamo
quindi dire che la compassione dona sollievo all’intero nostro corpo. Io stesso ho realizzato un
“ministudio” con i miei familiari, in cui ho cercato di stabilire l’equilibrio delle funzioni di “freno” e
“acceleratore” del sistema nervoso autonomo attraverso la misurazione della variazione del battito
cardiaco. Quando i miei familiari auguravano del male agli altri – l’opposto, quindi, di
un’intenzione gentile – il sistema entrava in uno stato di disregolazione, di mancanza di
regolazione; quando si auguravano il bene degli altri, il sistema entrava in uno stato di equilibrio,
poiché si realizzavano la differenziazione e il successivo collegamento delle funzioni di attivazione e
disattivazione del nostro sistema di regolazione fisiologica. Questi risultati indicano come la
creazione, intenzionale e mirata, di pensieri gentili caratterizzati dall’autenticità e dall’onestà
favorisca l’integrazione a livello fisico e cerebrale.
Come abbiamo sperimentato ripetutamente, ciò che facciamo con la mente può cambiare il
nostro corpo, compreso il cervello. È come se il nostro corpo stesse in ascolto delle emozioni, dei
pensieri e delle intenzioni create dalla mente, e vi rispondesse con le sue cellule, i suoi sistemi e
apparati, nonché con i regolatori epigenetici, un’ipotesi, questa, avvalorata da prove empiriche.
L’intenzione può predisporre la mente alla malevolenza oppure alla gentilezza, forgiando la vita
interiore del corpo e la “inter-vita” delle nostre relazioni.
Se l’intenzione gentile, la gioia empatica e uno stato della mente all’insegna della compassione
sono tanto utili alla vita interiore del corpo e ci aiutano nelle relazioni con gli altri, rendendoci più
aperti e solleciti, in che modo possiamo coltivare questi stati nella nostra vita?
La risposta è semplice: coltivando l’intenzione. L’intenzione funge da vettore mentale, da una
sorta di imbuto, poiché stabilisce una determinata direzione per il fluire dell’energia e
dell’informazione.
Ricordiamo ancora la nostra semplice “equazione”: dove l’attenzione va, una serie di neuroni si
attiverà e una connessione nervosa si formerà. Ora possiamo ampliare ulteriormente questo
concetto, compiendo nuovi passi in avanti: con la lucidità dell’intenzione si indirizza l’attenzione,
così che una serie di neuroni si attiverà e una connessione nervosa e interpersonale si formerà.
È la nostra intenzione a determinare la direzione dell’attenzione e della connessione.
Quando stabiliamo consapevolmente un’intenzione, con un iniziale sforzo deliberato, esercitiamo
un influsso anche su ciò che diventerà un’intenzione non consapevole. Ciò consente la creazione di
uno stato della mente che può essere presente anche senza un nostro sforzo cosciente. È in questo
modo che uno stato mentale ripetuto, creato intenzionalmente durante un esercizio, diventa un
tratto automatico nella nostra vita.
E quando lo stato mentale è uno stato di gentilezza e compassione, il tratto che ne scaturisce è il
senso di connessione.
Forma mentis, stato mentale, mentalità e atteggiamento mentale sono termini che si riferiscono a
uno stato della mente che può essere considerato come un insieme di caratteristiche quali
l’intenzione, l’attenzione, la consapevolezza, l’emozione, la memoria e gli schemi di
comportamento. Questi aspetti comportamentali della mente comporterebbero il cosiddetto
priming, ossia la preparazione ad agire in un determinato modo, e poi l’attuazione del
comportamento stesso.
Pratiche antiche e moderni studi scientifici hanno dimostrato che lo stato di intenzione
compassionevole può essere creato con frasi interiori, come se a parlare fosse la nostra voce
interiore. Gli studi sul cervello evidenziano come, impiegando simboli linguistici durante questi
dialoghi interiori, avvenga molto di più che non la mera attivazione dei centri del linguaggio
deputati alla definizione dei termini usati. Con le parole, vengono attivate anche le regioni cerebrali
che rappresentano l’intero concetto, non soltanto la parola che lo simbolizza. È in questo modo che
le nuove tecniche di indagine basate sulle neuroimmagini sono in grado di “leggere la mente”, di
comprenderla: sono in grado di partire da frasi complesse formate da parole e di prevedere quali
regioni cerebrali si attiveranno sulla base del significato delle parole stesse. Immaginiamo allora
come espressioni linguistiche di intenzione gentile attiveranno i circuiti della sollecitudine,
dell’empatia, della compassione e dell’amore. Gentilezza è la parola semplice che useremo per
rappresentare questa ampia serie di sentimenti positivi che comportano stati cerebrali generali e
atteggiamenti e comportamenti interpersonali in grado di favorire l’integrazione. A livello cerebrale,
si assiste all’attivazione di parti dei nostri circuiti sociali, come le regioni nella parte anteriore e
posteriore delle aree corticali responsabili dell’empatia e della compassione, nonché di un processo
noto come “teoria della mente”; questi circuiti sociali ci consentono cioè di creare una mappa
neurale della mente degli altri e di noi stessi, e poi di prepararci ad agire per promuovere il
benessere delle altre persone.
Le frasi che esprimono un’intenzione gentile sono impregnate di positività, sollecitudine e
compassione. Potremmo definirle dichiarazioni d’amore, di rispetto e interessamento. L’aspetto
fondamentale è che un’espressione verbale, come gli auguri per il benessere di se stessi e degli altri
espressi interiormente, attiva gli stati mentali simbolizzati dalle semplici parole che la compongono.
Quando vengono formulate con autenticità, intenzionalità e cura, queste frasi sono più di un mero
mucchio di parole unite insieme.
Le frasi interiori che saremo invitati a formulare sono formate da parole che esamineremo tra
breve. Mentre formuleremo queste frasi dentro di noi, potremmo scoprire l’emergere di una serie di
emozioni o immagini. Potremo “stare” con le frasi nel loro susseguirsi, e avere un atteggiamento di
presenza, di apertura e ricettività, verso ogni cosa possa emergere nel momento in cui emerge. Più
avanti, la creazione di un’intenzione gentile potrebbe essere vissuta anche come un sentimento di
considerazione positiva, un sentimento di amore e un atteggiamento intriso di compassione verso
gli altri, e persino verso il nostro Sé interiore. L’attività di ricerca ha dimostrato come questo
“allenamento” alla compassione, la pratica dell’intenzione gentile, possa di fatto condurre non
soltanto a sensazioni interiori positive, ma anche rendere probabile un impegno concreto per
aiutare gli altri.
Le diverse versioni di queste frasi, disponibili in numerose pratiche che sono oggetto di studio in
una folta schiera di progetti di ricerca, sono state da me modificate per adattarle al flusso
dell’esercizio della ruota della consapevolezza. Le frasi possono essere ulteriormente adattate per
esprimere perdono in una determinata relazione o per rivolgersi a una persona in particolare. In
questi adattamenti, offriamo perdono per il dolore o il male che qualcun altro potrebbe averci
causato, di qualunque natura sia; e poi chiediamo perdono per qualunque cosa potremmo aver fatto
che possa aver causato sofferenza o danno ad altri. Perdonare non significa affermare che ciò che è
avvenuto sia giusto o positivo; perdonare, come suggerisce il mio collega e amico Jack Kornfield,
significa rinunciare a ogni speranza di un passato migliore.
Per la pratica della ruota, è sembrato più opportuno lasciare le frasi il più possibile aperte e
generali, una scelta, questa, che appare in sintonia con gli studi sulla cosiddetta “compassione non
referenziale”, in cui durante un esercizio si creano stati generali di considerazione positiva e amore,
i quali sono stati in grado di favorire livelli di integrazione cerebrale tra i più elevati riscontrati
finora. Ci è sembrato, inoltre, che la collocazione più adatta per queste frasi fosse alla fine della
rassegna dell’ottavo senso, quello delle nostre interconnessioni, per favorire il processo di
focalizzazione dell’attenzione sulle nostre relazioni, con gli altri ma anche con noi stessi.
Per chi desideri provare ora questa parte dell’esercizio completo della ruota, può trovarne una
registrazione in lingua inglese alla voce “Full-Length Wheel of Awareness [Esercizio completo della
ruota della consapevolezza]” del mio sito Internet oppure tornare al capitolo precedente, iniziare
con l’esercizio base e poi aggiungere questa parte. Poiché alcune persone si sentono a disagio
nell’augurare ogni bene agli altri o persino a se stesse, questa parte dell’esercizio della ruota, che
completa la rassegna del quarto segmento del cerchione caratterizzata dalla focalizzazione
dell’attenzione sulla nostra interconnessione, inizia con un promemoria riportato qui di seguito, cui
poi seguiranno le frasi che esprimono l’intenzione gentile.

La recente attività di ricerca ha avvalorato ciò che molte antiche tradizioni di saggezza insegnano
da molto tempo, ossia che la creazione di uno stato di gentilezza e compassione non fa bene soltanto
agli altri, ma è utile anche per il nostro stesso benessere personale. Tenendo a mente questi risultati,
vi invito a ripetere le frasi riportate di seguito dentro di voi. Dirò una frase o una parte di frase e poi
farò una pausa, affinché voi possiate ripetere mentalmente queste parole che esprimono
considerazione positiva e intenzione compassionevole. Poi passerò alla parte successiva della frase.
Inizieremo con frasi molto essenziali e poi passeremo a formulazioni più elaborate. Pronti?
Cominciamo!
Ecco le frasi.

Possano tutti gli esseri viventi essere felici…


Possano tutti gli esseri viventi essere in salute…
Possano tutti gli esseri viventi essere al sicuro…
E possano tutti gli esseri viventi stare bene e prosperare….

E ora, facendo un respiro un po’ più lungo, rivolgiamo queste stesse dichiarazioni di intenzione gentile, in forma leggermente più
elaborata, al nostro Sé interiore, usando la parola io.

Possa io essere felice…


– E condurre una vita ricca di significato, senso di connessione ed equanimità…
– E con un cuore giocoso, gioioso e pieno di gratitudine.

Possa io essere in salute…


– E avere un corpo che mi dia energia e flessibilità…
– Forza e stabilità.

Possa io essere al sicuro…


– Protetto da ogni sorta di male interiore o esterno.

E possa io stare bene e prosperare…


– E vivere nella serenità del benessere.

Ora, facendo un respiro un po’ più profondo, consideriamo il fatto che il nostro Sé non è soltanto ciò che esiste nella vita interiore
del corpo, l’“io” della nostra identità; siamo, infatti, parte di una totalità interconnessa, parte di un “noi”. Tuttavia, in che modo
possiamo realizzare l’integrazione tra il “me” corporeo differenziato e il “noi” relazionale? Integrazione è rendere onore alle
differenze e promuovere un collegamento tra esse, animato da compassione e rispetto. Realizzando l’integrazione tra “me” e “noi”,
avremo un’identità integrata, che possiamo chiamare con un nuovo nome: “Moi”.

Inviamo allora le stesse dichiarazioni di intenzione gentile e compassionevole verso il MOI.

Possiamo MOI essere felici…


– E condurre una vita ricca di significato, senso di connessione ed equanimità…
– E con un cuore giocoso, gioioso e pieno di gratitudine.
Possiamo MOI essere in salute…
– E avere un corpo che dia energia e flessibilità…
– Forza e stabilità.

Possiamo MOI essere al sicuro…


– Protetti da ogni sorta di male interiore o esterno.

E possiamo MOI stare bene e prosperare…


– E vivere nella serenità del benessere.

Ora focalizziamo di nuovo l’attenzione sulla respirazione e lasciamoci portare dall’onda del respiro, dentro e fuori…

E ora, se abbiamo tenuto gli occhi chiusi, possiamo prepararci ad aprirli. Adesso, facendo un respiro più intenzionale ed
eventualmente più profondo, concludiamo per il momento l’esercizio della ruota della consapevolezza.

Riflessioni sull’intenzione gentile e compassionevole


Sembra semplice, non è vero? Iniziando con l’intenzione di avere a cuore il benessere altrui,
formuliamo frasi interiori che esprimono gentilezza e compassione. Che cosa abbiamo provato nel
farlo? Alcune persone trovano un po’ strane queste frasi, non avendo mai fatto una cosa simile.
Altre provano una certa ansia quando viene il momento di rivolgere al proprio Sé interiore gli
auguri positivi di cura e sollecitudine. “Merito davvero una tale gentilezza?”, è una domanda che
alcuni si pongono. Per molte persone, soprattutto una volta passata la novità di queste espressioni,
la pratica di augurare il benessere al proprio Sé interiore e agli altri è particolarmente vivificante.
Aggiungendo poi la parte sul Sé integrato, il MOI, riceviamo un’ulteriore iniezione di energia dalla
consapevolezza della nostra interconnessione. Per molti versi, l’aggiunta di queste dichiarazioni
positive di intenzione compassionevole è un modo naturale per ampliare l’ottavo senso relazionale,
il senso della nostra interconnessione, e per concludere l’esercizio della ruota.
Le pratiche e gli studi al riguardo indicano che porsi un’intenzione consapevole ha effetti
straordinari nella creazione di stati positivi nella nostra vita. Il corpo risponde con un
funzionamento più equilibrato e salutare. Le nostre interazioni con gli altri migliorano, anche grazie
a una riduzione dei pregiudizi razziali impliciti. Persino il rapporto con il nostro Sé interiore
migliora, grazie alla gentilezza che emerge verso il nostro vissuto interiore.
Gli studi condotti da Kristin Neff sulla compassione verso di sé comprendono i concetti di
mindfulness, gentilezza verso di sé e presa di coscienza che siamo tutti essere umani. Come
abbiamo visto, l’espressione “compassione verso di sé” potrebbe essere riformulata in “compassione
interiore” per ridurre l’attenzione alla contrapposizione tra Sé e gli altri, riconoscendo fin dalle
parole che scegliamo la natura profondamente interconnessa della nostra identità, del nostro Sé,
dell’origine interiore e relazionale della mente.
La compassione interiore è una parte importante dell’intenzione gentile. Se sbatto il piede contro
qualcosa, posso essere consapevole del dolore e prendermela con me stesso per essere stato così
goffo. In un caso come questo, non starei mostrando compassione verso di me. In una situazione
opposta, posso essere consapevole del dolore e trattare me stesso come farei con il mio migliore
amico. Sarei comprensivo. Sarei gentile e premuroso. Invece di resistere al dolore e generare
sofferenza, lo accoglierei e lascerei che semplicemente diventi una sensazione, una parte delle
inevitabili collisioni della vita che non riusciamo a prevenire. E mi renderei conto che è del tutto
umano distrarsi e sbattere un piede. Capita a tutti di tanto in tanto.
La gentilezza ha il senso del fare con cura e sollecitudine. Secondo alcune definizioni cui
abbiamo accennato, la gentilezza è un modo di interagire con gli altri senza aspettarsi nulla in
cambio. Personalmente mi piace l’idea di gentilezza come rispetto e sostegno delle reciproche
vulnerabilità, come riconoscimento del nostro bisogno degli altri e delle fragilità umane. Ciascuno
di noi è potenzialmente portatore di ferite e vittima di esperienze strazianti. Essere gentili con se
stessi e con gli altri significa prendersi cura delle dimensioni più vulnerabili dell’esistenza nostra e
altrui.
Possiamo compiere un atto di gentilezza e possiamo avere un’intenzione gentile che determina lo
stato mentale per quell’atto. Anche per quanto riguarda la compassione, possiamo avere uno stato
di intenzione compassionevole che porta a un’azione animata da compassione. Abbiamo visto in
precedenza come la preoccupazione empatica sia una via di accesso a un atteggiamento
compassionevole che ci predispone a sentire la sofferenza dell’altro, a riflettere su come aiutarlo
concretamente ad alleviarla, e poi a fornire il nostro aiuto per farlo sentire meglio. Gentilezza,
compassione ed empatia sono tre termini che rispecchiano la nostra profonda interconnessione.
Riflettendo sulla gioia empatica, su come poter condividere l’entusiasmo derivante dal successo e
dalla felicità di un’altra persona, possiamo comprendere come i tre elementi dell’empatia, della
gentilezza e della compassione abbiano ciascuno una propria unicità e importanza.
Quando ci poniamo un’intenzione interiore che riguarda questi elementi – essere gentili,
compassionevoli ed empatici – creiamo di fatto una forma mentis all’insegna dell’integrazione.
Perché? Perché con questi tre stati intenzionali, possiamo rispettare e persino trarre piacere dalle
differenze, creando allo stesso tempo dei legami significativi con gli altri: in tal modo, questi stati
favoriscono l’integrazione. La gentilezza predispone la mente a essere aperta e premurosa; l’empatia
la predispone a profonde capacità di sentire, condividere e comprendere; la compassione prepara la
mente a entrare in connessione, a livello emotivo, intellettivo e comportamentale, con la sofferenza
e con il modo per alleviarla. Gentilezza, empatia e compassione sono tre ingredienti fondamentali
di una mente dedita all’integrazione.
La psicologa e ricercatrice Barbara Fredrickson ha descritto l’amore come “risonanza positiva”,
una modalità di entrare in rapporto l’uno con l’altro che rafforza le emozioni positive di gioia,
rispetto e sintonia. In un testo scritto insieme, abbiamo formulato l’ipotesi che l’amore possa essere
uno stato in cui si aumenta l’integrazione, non soltanto in seguito alla condivisione di stati positivi,
ma anche quando entriamo in sintonia con persone che soffrono. Quando realizziamo una unione
con l’altro persino sulla base di stati dolorosi, due individui che in precedenza erano separati,
diventano parte di una totalità più grande. L’essere testimoni del dolore dell’altro aumenta lo stato
di integrazione per ciascuna persona, la persona che soffre e il testimone. L’amore ci unisce e amplia
la nostra identità.
In passato era raro che uno scienziato scrivesse di amore; così mi è venuto naturale sentire l’eco
di quel disagio professionale nel parlare direttamente di questo aspetto essenziale della nostra vita.
Tuttavia, poiché ho una formazione come ricercatore nel campo dell’attaccamento, so che la salute
della nostra esistenza dipende dall’amore presente nelle nostre relazioni. E come scienziato che
conosce il cervello, so anche come l’amore in una relazione favorisca lo sviluppo ottimale
dell’integrazione cerebrale, consentendo un funzionamento coordinato ed equilibrato del cervello
grazie al collegamento di regioni separate. Quando amiamo qualcuno, realizziamo la
differenziazione e il collegamento all’interno di una relazione caratterizzata dall’integrazione.
L’amore è una forma di integrazione interpersonale che stimola lo sviluppo dell’integrazione
neurale al nostro interno, un processo in cui ciascuna forma di integrazione rafforza l’altra e crea
benessere nella nostra vita.
Se tiriamo le fila dei diversi aspetti che abbiamo esaminato finora riguardo alla pratica della ruota
della consapevolezza, focalizzando l’attenzione sulle nostre interconnessioni, sul rispetto delle
nostre fragilità e sul riconoscimento delle modalità profonde di differenziazione e collegamento tra
noi, e anche del bisogno che abbiamo l’uno dell’altro, è scientificamente sensato affermare che
empatia, compassione e gentilezza sono indubbiamente aspetti fondamentali di uno stato della
mente caratterizzato dall’amore. Il training dell’intenzione gentile crea uno stato che favorisce
l’integrazione, il quale con la pratica può rafforzare il tratto dell’amore nella nostra vita. Gli stati di
integrazione diventano tratti di salute. La gentilezza e la compassione sono la manifestazione
visibile dell’integrazione; l’amore è un tratto di una vita sana.

Approfondire la pratica della ruota della consapevolezza


Posso permettermi di suggerirvi di provare per qualche giorno l’esercizio della ruota includendo ora
le “dichiarazioni di intenzione gentile”? Con questo quarto segmento, rappresentativo del nostro
senso relazionale, che ora ampliamo per coltivare gentilezza, empatia e compassione, la ruota della
consapevolezza può diventare una pratica capace di intensificare e rafforzare questi stati interiori
positivi.
Con il passare dei giorni, potremmo scoprire che il nostro vissuto interiore delle esperienze
interpersonali assume una nuova sfumatura. Faccio un esempio. Alcuni giorni prima di scrivere
questo capitolo, stavo attraversando in macchina una cittadina situata lungo una strada costiera di
grande comunicazione. Pioveva forte da un po’ e per strada c’erano pochissime auto. Quando stavo
per entrare nella cittadina, mi accorsi che il limite di velocità era cambiato all’improvviso e, mentre
riducevo la velocità di guida, vidi nello specchietto retrovisore l’auto di un agente di polizia. Le luci
rosse e blu dell’auto si fecero sempre più vicine e l’agente mi segnalò di fermarmi: mi avrebbe fatto
una multa per eccesso di velocità. Sapevo che non ci sarebbe stato verso di fargli cambiare idea.
Aspettai che si avvicinasse al finestrino e, mentre gli porgevo la patente, lo guardai negli occhi e
provai una sensazione di calma e chiarezza. Mi resi conto che probabilmente aveva una sorta di
quota di multe da fare. Mi resi conto anche che si trattava di una specie di “trappola”: alla comparsa
del cartello non c’era modo di rallentare con sufficiente rapidità senza inchiodare. E lui era lì, in
attesa della sua prossima vittima.
Sebbene fossi frustrato per il succedersi degli eventi, consapevole di dover pagare una multa e di
frequentare i corsi per recuperare i punti della patente, in qualche modo provai un profondo calore
umano per questo agente. Immaginai che la cittadina avesse bisogno dei fondi che avrebbero presto
ricevuto dal mio conto, sentii che l’agente mi stava trattando con rispetto e pensai che oppormi non
avrebbe creato nulla di positivo in quell’esperienza. Pensavo che mi sarei irritato con lui o con me
stesso; invece rimasi piacevolmente sorpreso nel ritrovarmi quasi a immaginare di essere, per così
dire, nei panni della sua divisa. Rivolsi lo sguardo al mare e pensai che questa multa fosse un
piccolo prezzo da pagare di fronte ai problemi ben più grandi che affliggevano il nostro pianeta.
Sorrisi all’agente e lo ringraziai per la multa. Lui mi guardò, sconcertato, e io sentii crescere dentro
di me la gentilezza, l’amore, la sollecitudine. Forse, per la gentilezza che avevo dimostrato nei suoi
confronti, avrebbe trattato bene la persona successiva. Chi può saperlo? Ma, mentre l’agente si
allontanava, provai un senso di forza per l’intera esperienza. Pensai che, se ci fosse stata
un’ingiustizia cui porre rimedio, qualcosa per cui valesse la pena dedicare tempo ed energie, il
punto di partenza migliore sarebbe stata questa condizione interiore di chiarezza e calma, e non
uno stato pervaso di ansia, paura o irritazione. Quella mattina, come al solito, avevo fatto l’esercizio
della ruota, e riuscivo a sentire la sua capacità di creare e mantenere un senso di interconnessione e
sollecitudine.
Fu uno splendido viaggio lungo la costa e ora, mentre vi scrivo affacciato sulle onde tempestose
del Pacifico, mi sembra che l’intenzione di gentilezza, empatia e compassione sia un modo per porre
in contesto la nostra vita. Con questa prospettiva più ampia sviluppiamo resilienza, comprendendo
come le onde di energia e informazione scorrano verso di noi e attraverso noi, ma anche prendendo
coscienza del fatto che noi siamo più delle sole onde. Siamo forse più come l’oceano, e le onde sono
semplicemente l’espressione della passione del mare, momento per momento, onda su onda.
Che cos’è questo mare più vasto che siamo MOI?
Quando iniziai per la prima volta a praticare la ruota della consapevolezza con i miei pazienti, mi
accorsi che l’esperienza del vuoto tra attività mentali durante la rassegna del terzo segmento del
cerchione pervadeva la loro concezione della vita di una nuova visione della natura della realtà. Lo
spazio tra i pensieri, la pausa mentale tra emozioni e ricordi, sembrava essere l’esperienza della
consapevolezza in se stessa.
E con lo stimolo derivante dalle loro riflessioni, unito alla nostra comune curiosità su ciò che lo
spazio tra attività mentali potesse effettivamente essere, decisi di aggiungere un ulteriore passo per
completare l’esercizio della ruota della consapevolezza. Dedichiamoci allora a questa nuova parte
dell’esercizio della ruota nel prossimo capitolo.

1. W. Hasenkamp, J. White (a cura di), The Monastery and the Microscope, Yale University Press, New Haven, CT, 2017, p. 253.
2. Ibidem, p. 252.
3. Ibidem, p. 254
4. La empathy fatigue, espressione spesso lasciata in inglese o tradotta anche con “fatica da empatia”, indica una condizione di
profondo esaurimento psicofisico caratterizzata da un crescente distacco emotivo a scopo di autodifesa, conseguente a una
prolungata esposizione alla sofferenza altrui (per esempio, in coloro che svolgono professioni di aiuto). [NdT]
5. Traduciamo con “meraviglia” l’inglese awe, un termine dalle molteplici sfumature: è un’emozione che comprende un forte senso di
meraviglia unito a un profondo rispetto e timore reverenziale. È, per esempio, il sentirsi piccoli di fronte alla maestosità di un
paesaggio o ai misteri della vita. [NdT]
6. J. A. Smith, “Six habits of highly grateful people,”, Greater Good Science Center, Berkeley, reperito il 20 novembre 2013
all’indirizzo web https://greatergood.berkeley.edu/article/item/six_habits_of_highly_grateful_people
6

La consapevolezza aperta

L’esplorazione del mozzo della ruota


Abbiamo visto come la ruota della consapevolezza ci aiuti a distinguere gli “oggetti del conoscere”
presenti sul cerchione – pensieri, emozioni, sensazioni e percezioni – dal conoscere rappresentato
dal mozzo. Dopo aver acquisito questa conoscenza esperienziale, possiamo passare a fare esperienza
del conoscere in sé e per sé. A tal fine esamineremo ora specificamente il mozzo, concentrandoci sul
conoscere distinto dai “conosciuti”. In altre parole, cercheremo di capire che cosa possa essere
effettivamente la consapevolezza.
Mentre rivolgeremo l’attenzione al mozzo, approfondiremo anche alcuni degli interrogativi
fondamentali riguardanti la natura della mente, per poi riuscire forse a comprendere più
pienamente come rendere la nostra mente più integrata e forte, creando un più elevato livello di
salute e benessere nella nostra vita.
In che modo possiamo esplorare direttamente il conoscere consapevole? In una vecchia storia di
Willie [Sutton], rapinatore di banca finito in prigione, si narra che, quando i detective della polizia
gli chiesero perché rapinasse le banche, lui rispose: “È lì che c’era il denaro”. Analogamente, per
esplorare il conoscere consapevole, perché non intraprendere l’esplorazione del mozzo stesso? Nella
fase dell’esercizio della ruota in cui invito i miei pazienti o i partecipanti ai miei seminari a rivolgere
l’attenzione al mozzo, spesso suggerisco di curvare il raggio dell’attenzione all’indietro di 180 gradi
per focalizzarsi sul mozzo stesso.
Ad alcuni di loro sembrava strano curvare il raggio, così hanno proposto di poter semplicemente
far rientrare il raggio nel mozzo, di farlo ritrarre. Altre persone ancora erano dell’opinione di poter
esplorare il mozzo al meglio in maniera diretta, ossia senza inviare alcun raggio verso il cerchione,
lasciando semplicemente che l’attenzione restasse focalizzata sul mozzo. Raggio curvato, raggio
ritratto, raggio fermo in posizione: tutte le vie portano all’esperienza diretta del mozzo. Alcune
persone percepiscono una differenza tra la focalizzazione dell’attenzione sulla consapevolezza con il
raggio curvato o ritratto e il restare semplicemente nella pura consapevolezza. Qualunque sia il
modo in cui concettualizziamo e utilizziamo la metafora della ruota, l’intenzione è la stessa:
ottenere un accesso diretto al conoscere della coscienza stessa, ossia diventare consapevoli della
consapevolezza.

All’inizio ero solito inserire questa nuova parte dell’esercizio dedicata all’esplorazione del mozzo
alla fine dell’intera esperienza, dopo le frasi che esprimono gentilezza. All’epoca, l’idea era che la
consapevolezza comprendesse tutto: quindi, perché non terminare l’esercizio con una profonda
immersione nel conoscere consapevole? Quell’approccio, tuttavia, non funzionava molto bene; i
partecipanti ai seminari più brevi avevano la sensazione di restare “in sospeso” e non volevano
terminare l’esercizio in quello stato irrisolto. Spostai allora il momento dell’esplorazione del mozzo
appena dopo la rassegna del settimo senso, quello delle attività mentali, tra il terzo e il quarto
segmento del cerchione; sembrava naturale collocare lì questo nuovo passo, e le persone risposero
positivamente. Potete provarlo anche voi tra questi due segmenti del cerchione, ma sentitevi liberi
di spostarlo per adattarlo alle vostre esigenze e inclinazioni.
Passo n. 5. (Questa parte viene eseguita spesso dopo aver completato la rassegna del terzo
segmento, quello che rappresenta le attività mentali, e prima di passare alla rassegna del quarto
segmento, quello delle connessioni relazionali e delle dichiarazioni di intenzione gentile.)
Facciamo un respiro profondo. Ecco la nuova parte: prima di spostare il raggio dell’attenzione verso il quarto e ultimo segmento del
cerchione, che rappresenta il nostro senso relazionale, esploriamo il mozzo stesso. A tal fine, alcuni considerano utile immaginare di
curvare il metaforico raggio dell’attenzione all’indietro di 180 gradi, puntando in tal modo l’attenzione direttamente sul mozzo
stesso. Altri trovano più utile immaginare di inviare il raggio dell’attenzione leggermente verso l’esterno e poi di farlo ritrarre nel
mozzo. Altri ancora preferiscono semplicemente lasciare il raggio dell’attenzione all’interno del mozzo, o non aver alcun raggio, e
stare nel conoscere del mozzo della ruota. Qualunque sia la soluzione che più fa al caso vostro, l’idea è la stessa: aprire il mozzo della
ruota all’esperienza di diventare consapevoli della consapevolezza. Iniziamo adesso con questa parte dell’esercizio. (Spesso lascio da
due a tre minuti per questa esperienza. Passato questo tempo, si continua con quanto descritto di seguito.) Ora riportiamo
l’attenzione sulla respirazione e lasciamoci trasportare dall’onda del respiro, dentro e fuori… Ora, facendo un respiro più profondo,
raddrizziamo il raggio dell’attenzione e inviamolo verso il quarto e ultimo segmento del cerchione, il nostro senso relazionale.

Riflessioni sul conoscere


Com’è stata l’esperienza del mozzo-nel-mozzo? Molti dei miei pazienti e partecipanti ai miei
seminari l’hanno trovata strana, perlomeno all’inizio. È forse emerso un senso di disorientamento o
confusione? Alcune persone provano la sensazione di perdersi, di andare in una sorta di trance, di
non sapere che cosa fare. Non bisogna preoccuparsi. Per molti versi, il restare nella pura
consapevolezza, l’essere consapevoli della consapevolezza, è una pratica avanzata. Una volta mi è
capitato di insegnare questo passo al direttore di un centro di meditazione ed egli mi disse che
questa parte rappresentava per lui la fase più avanzata della pratica cui si fosse mai dedicato nei suoi
quarant’anni di insegnamento.
Eppure, dopo aver insegnato la pratica della ruota della consapevolezza a ben oltre trentamila
persone, e aver registrato con sistematicità le risposte di circa diecimila persone che hanno
partecipato a brevi workshop o seminari, è emersa una notevole concordanza tra i resoconti delle
esperienze. A prescindere dal livello di istruzione, dall’esperienza di meditazione (lunga o del tutto
assente), dal credo religioso, dall’età, dal genere, dalla nazionalità o da altre caratteristiche
demografiche, le risposte, pur presentando elementi di unicità, hanno mostrato anche molte
somiglianze.
Quale che sia la nostra esperienza, è questo ciò di cui facciamo esperienza. Nel riesaminare i
risultati dello studio su diecimila persone cui ho accennato poco fa, è apparso chiaro come in ogni
parte del mondo sia stata compiuta un’esperienza simile. Sulla base di questo risultato, che
esamineremo tra breve, potremo riunire alcune concezioni scientifiche pertinenti a ciò che la pratica
della ruota potrebbe rivelare riguardo alla natura della mente stessa, un viaggio in cui presto ci
immergeremo a fondo, nella seconda parte del libro.

Energia intorno alla ruota


Quando abbiamo passato in rassegna il primo segmento del cerchione, abbiamo visto come sia
possibile accrescere la consapevolezza dei primi cinque sensi: vedere e sentire più nitidamente e
raggiungere una maggiore sensibilità dell’olfatto e del tatto nonché una maggiore intensità del
gusto. Possiamo cercare di spiegare questo processo con l’ipotesi che la differenziazione dei cinque
sensi dagli altri flussi di energia consenta di raggiungere una maggiore chiarezza nel limitato spazio
mentale dell’attenzione focalizzata. Concentrandoci su un senso alla volta, il meno diventa più: più
vividezza nella messa a fuoco, più profondità e maggiori dettagli. È, questa, una grande capacità che
ora abbiamo, poiché possiamo impiegare la tecnica di differenziare gli stimoli sensoriali per rendere
più intensa la nostra esperienza di vivere in un mondo dalla ricca sensorialità.
La prossima volta che mangiamo un pasto, proviamo ad assaporare, odorare, toccare e guardare il
cibo, un flusso sensoriale alla volta. Io ho persino provato ad ascoltare il cibo che stavo mangiando!
Non ho mai compreso perché durante i pasti in compagnia di altre persone comunichiamo tra noi
attraverso il linguaggio verbale invece di immergerci, perlomeno per una parte del tempo, nel flusso
sensoriale condiviso del mangiare. D’altro canto, lo stare insieme con un senso di protezione e
sostegno derivante dalla sintonia e dal senso di unione che si crea intorno alla tavola è di per sé
un’esperienza sensoriale di interconnessione; da questo punto di vista, quindi, c’è un equilibrio tra
le opportunità di entrare in rapporto con le sensazioni e la mente interiore, da un lato, e con le
connessioni relazionali e la “inter-mente”, dall’altro. Per un approccio integrato, dovremmo trovare
il modo di riunire con naturalezza e in maniera sinergica le esperienze interiori e interpersonali,
facendo sì che l’importanza e la natura differenziata di ciascuna dimensione vengano rispettate e
rafforzate. Quando conosciamo il cibo attraverso i sensi, ci troviamo nella modalità “conduzione”;
quando impieghiamo le parole per comunicare, siamo nella modalità “costruzione”. Se trovassimo il
modo per rendere onore al nostro vissuto sia di “conduttori” sia di “costruttori”, potremmo
immaginare di raggiungere un maggior grado di integrazione durante l’esperienza dei pasti.
Proviamoci qualche volta e vediamo che effetto fa il distinguere la conduzione sensoriale e la
costruzione sociale, e poi il loro collegamento durante la condivisione di un pasto insieme ad altre
persone.
Durante la rassegna del secondo segmento del cerchione, a mano a mano che ci si apre alle
sensazioni del corpo, si verificano spesso le reazioni più diverse: da una sorta di anestetizzazione e
confusione a una profonda sensazione di connessione interiore e pienezza. Se ci sono questioni
irrisolte conseguenti a esperienze difficili vissute in passato, è probabile che determinate aree del
corpo vengano pervase da reazioni sensoriali ed emotive o evochino dei ricordi: possono emergere
sentimenti di paura, panico, tristezza o addirittura dolore, o immagini del passato difficili da gestire.
Come avviene con l’intera pratica della ruota della consapevolezza, essere aperti a ciò che accade
nel momento in cui accade può darci la forza per stare, semplicemente, con ciò che è, esplorando le
sensazioni fisiche che potrebbero eventualmente costituire un invito ad approfondire il significato
associato a esperienze del passato o della nostra vita attuale.
È importante ricordare come la ruota della consapevolezza serva a consolidare ciò che abbiamo
imparato con l’esercizio di consapevolezza del respiro, ossia coltivare il “treppiede” della mindsight,
della capacità di comprendere la nostra mente e quella degli altri, un treppiede costituito da
apertura, osservazione e obiettività (raffigurato nell’immagine a pagina 44). Essere aperti a ciò che è
significa lasciare emergere ogni cosa. Concedersi ogni tanto lo spazio necessario a osservare, e non
solo a “sentire”, ad accogliere l’esperienza sensoriale, può darci la libertà necessaria per non perderci
in un pensiero o in un ricordo, e persino per reindirizzare l’attenzione grazie all’atteggiamento di
osservatori. È fondamentale ricordare che l’osservare è diverso dal sentire: entrambi sono positivi,
ma ciascuno è differente. Infine, l’obiettività ci dà la capacità di essere consapevoli del fatto che
qualunque cosa emerga è un oggetto di attenzione passeggero: non è la totalità della nostra identità
e neppure corrisponde necessariamente alla realtà. È, piuttosto, un processo mentale, un oggetto
della mente. In base a queste considerazioni, essere aperti, osservatori e obiettivi ci aiuta a
stabilizzare la capacità della mente di accogliere la vasta schiera di esperienze, interiori ed esterne.
Durante la rassegna del terzo segmento del cerchione, il settimo senso delle attività mentali, i
partecipanti allo studio precedentemente citato hanno descritto spesso un effetto strano e
sorprendente Al momento di lasciar emergere alla consapevolezza una qualsiasi attività mentale,
spesso accadeva che non emergesse nulla. Questo vuoto, come abbiamo visto, non solo destava
sorpresa, ma aveva anche un effetto calmante. Sebbene abbiamo detto che la pratica di training
mentale sia cosa diversa dalle tecniche di rilassamento, l’avere accesso a uno stato mentale
rasserenante e chiarificatore, alla spaziosità della consapevolezza resa possibile dall’assenza di
attività mentali, può dare origine a un senso di pace.
Spesso le persone dicono che le attività mentali sembrano “affiorare come bollicine dal nulla
[bubble up]”.1 A un ritiro meditativo cui ho partecipato di recente, ho domandato a un maestro di
meditazione che ha anche una preparazione scientifica che cosa fosse la mente. “La mente è
esperienza”, è stata la sua risposta. Quando poi gli ho domandato che cosa fosse l’esperienza, mi ha
risposto: “L’esperienza è, semplicemente, esperienza”. A quel punto ho provato a spingermi un po’
più in là e gli ho domandato come fosse l’esperienza. Ecco la sua risposta: “La mente è l’affiorare
dell’esperienza: affiora alla stregua di bollicine [bubble up] e poi svanisce”.
Per molti, è particolarmente difficile esplorare le dinamiche che caratterizzano l’andare e venire
delle attività mentali. Forse anche per voi è stato così. Quando le persone che hanno fatto l’esercizio
riescono a descrivere la loro esperienza a questo riguardo, spesso dicono di essere rimaste sorprese
nello scoprire come ogni attività mentale – ogni pensiero, emozione, ricordo o convinzione – avesse
una qualità labile e fugace, di cui non erano mai state consapevoli. Nulla si lasciava afferrare. Tutto
sembrava andare e venire, spesso senza un chiaro collegamento con ciò che era affiorato prima o
con ciò che arrivava dopo. Erano in effetti come le bollicine che affiorano da una bevanda gassata:
affiorano gorgoglianti e scoppiettanti, e a mano a mano si dissolvono sulla superficie della
consapevolezza.
Poi viene il momento di curvare il raggio dell’attenzione all’indietro, per la parte dell’esercizio
dedicata al “mozzo-nel-mozzo”. Che il raggio venga curvato, fatto ritrarre o semplicemente lasciato
in posizione senza estenderlo verso il cerchione, i risultati non cambiano. Alcune persone hanno
descritto la consapevolezza della consapevolezza come un’esperienza completamente nuova. Altre si
sono sentite confuse, disorientate: hanno avuto difficoltà nel fare questa parte dell’esercizio. Altre
ancora hanno definito strana questa esperienza.
Durante un seminario, per esempio, un partecipante descrisse l’esperienza della consapevolezza
della consapevolezza come “davvero inconsueta”. Quando gli chiesi che cosa volesse dire
“inconsueta” in riferimento alle sensazioni che aveva provato, lui disse: “Ecco, è stata un’esperienza
davvero bizzarra”. Allora ripetei la domanda di prima, chiedendogli che cosa intendesse per
esperienza “bizzarra”, e lui rispose: “È stato davvero strano”. A quel punto sentii il bisogno di dire:
“Le parole che usiamo sono simboli linguistici che spesso non colgono esattamente ciò che
intendiamo o l’esperienza che compiamo. A volte, le parole riflettono il confronto che facciamo tra
ciò che abbiamo vissuto in passato e ciò che ci aspettiamo ora, in riferimento a ciò che sta
accadendo nel momento presente. Se lascia da parte i confronti e i simboli di inconsueto, bizzarro e
strano, e semplicemente ‘sta’ per un momento con ciò che ha provato durante questa esperienza,
provi a vedere se riesce a sentire le sensazioni che prova, che ha provato, nell’essere consapevole
della consapevolezza”. L’uomo rimase in silenzio, mentre il resto del gruppo aspettava la sua
risposta. Poi sorrise, e il suo volto si illuminò, mentre diceva: “Ho provato una straordinaria
sensazione di pace. Era uno spazio così libero, un tale vuoto, eppure una totale pienezza. È stato
stupefacente”.
E non era il solo. Anche altri membri di quel gruppo avevano descritto sensazioni simili, com’era
accaduto in seminari che avevo tenuto in molte parti del mondo. Riporto di seguito alcune delle
espressioni usate per cercare di descrivere l’esperienza della consapevolezza della consapevolezza:
“vasto quanto il cielo”; “profondo come l’oceano”; “pace assoluta”; “gioia”; “serenità”; “protezione”;
“senso di connessione con il mondo”; “Dio”; “amore”; “a casa nell’universo”; “eterno”; “esteso”;
“infinito”.
Che cosa accade? Com’è possibile che gruppi così eterogenei di persone provenienti da diverse
parti del mondo formulino frasi simili, sia pure non espresse da tutti i partecipanti ai seminari? Per
essere chiari, alcuni partecipanti incontrano grandi difficoltà con questa parte della pratica della
ruota e non formulano alcuna descrizione, oppure dicono che la mente ha vagato o, ancora, che si
sono sentiti confusi o che si sono focalizzati sul respiro. Tuttavia, molti altri, in ogni seminario che
ho tenuto, a prescindere dalla loro esperienza di meditazione, hanno formulato frasi simili a quelle
appena riportate. Di recente ho proposto la pratica della ruota della consapevolezza a tremila
persone riunite in una sala, e in centinaia hanno alzato la mano quando ho domandato se avessero
provato un senso di vastità o di perdita del senso del tempo. Gli studenti che mi hanno
accompagnato durante queste iniziative di formazione hanno osservato: “Nessuno crederà al fatto
che queste descrizioni siano così ricorrenti”. Fortunatamente ho registrato questi resoconti per lo
studio sistematico condotto su diecimila persone cui ho accennato in precedenza; quindi, i dati ci
sono. Queste costanti continuano a emergere tra coloro che si dedicano alla pratica della ruota. Una
donna mi ha persino consegnato un bigliettino dopo aver partecipato a una parte del seminario, in
cui diceva di non poter esprimere apertamente agli altri cosa fosse accaduto in quella fase
dell’esercizio, durante la quale aveva provato “uno stupefacente senso di vastità e pace, un senso di
compiutezza mai provato prima”: la donna temeva che gli altri avrebbero pensato che si stesse
vantando. Un uomo disse persino che aveva provato così tanto amore da non poter condividere
quel vissuto per timore che i suoi colleghi presenti al seminario lo avrebbero giudicato un debole.
Sebbene ciascuna di queste descrizioni abbia una sua unicità, tutte condividono un senso molto
simile di amore, gioia e vastità sconfinata e senza tempo. Per me, la parte del mozzo-nel-mozzo è
un’esperienza leggermente diversa ogni volta che faccio l’esercizio della ruota. A volte non sembra
avvenire alcun cambiamento: resto incagliato sul cerchione, a pensare a qualcosa che mi auguro
possa accadere, o vengo risucchiato in ricordi di esperienze precedenti del mozzo-nel-mozzo,
sperando che si verifichino di nuovo. Se mi aspetto che le cose vadano in un certo modo, di solito
non accade. Una delle sfide di una pratica ripetuta è la capacità di lasciar andare le esperienze
precedenti e immergersi nel flusso, in questo caso restare nel mozzo della consapevolezza.
Per occuparci più a fondo degli interrogativi sollevati da questi risultati, dovremo porci alcune
domande fondamentali su ciò che sta alla base non solo della pratica della ruota, ma anche della
consapevolezza stessa; lo faremo nella seconda parte del libro, quando approfondiremo le
implicazioni riguardanti i meccanismi della mente, affinando così la nostra capacità di impiegare i
principi teorici e pratici della ruota della consapevolezza. L’analisi di queste esperienze apre la
strada alla conoscenza della natura della mente e alla possibilità di andare più in profondità
nell’impiego della pratica della ruota nella nostra vita. Qui, mentre concludiamo la prima parte del
libro, proviamo di nuovo la pratica della ruota, questa volta con la forma breve dell’esercizio
completo, descritta nel prossimo paragrafo, regolandola in base al ritmo del nostro respiro.

Forma breve dell’esercizio della ruota


Per inserire la ruota della consapevolezza, come idea e come pratica, nella nostra vita, è utile
riflettere sui concetti e sulle “immersioni” esperienziali descritte in precedenza. A volte, però, siamo
davvero troppo indaffarati per riuscire a dedicarci a questa pratica, che, se fatta con comodo o
ascoltandone la registrazione con la mia voce, di solito occupa poco meno di mezz’ora. In ogni caso,
anche se il tempo scarseggia, trovare l’occasione per concentrarci sul respiro è un buon modo per
essere sicuri di fare un po’ di pratica base di focalizzazione dell’attenzione, cui possiamo dedicarci
persino mentre siamo in fila al supermercato. Un altro modo per essere sicuri di dedicare un po’ di
tempo ogni giorno a una pratica riflessiva è quello di fare la rassegna di alcuni segmenti del
cerchione ogni volta che abbiamo cinque minuti liberi durante il giorno. Ci sono quindi molti modi
per “tenersi in esercizio”; fra l’altro, potrebbe darsi persino che la suddivisione della pratica riflessiva
di venti minuti in quattro parti da cinque minuti ciascuna porti altrettanti benefici quanto una
sessione continua di venti minuti, sebbene questa alternativa non sia ancora stata oggetto di
ricerche che abbiano portato a conclusioni definitive. Un po’ è meglio di niente; una pratica
regolare è meglio di una occasionale. Potremmo scoprire che una pratica quotidiana può essere
d’aiuto per trasformare questo training mentale che favorisce l’integrazione e la salute in una
presenza costante nella nostra vita.
L’esercizio della ruota nel suo complesso ha un determinato ritmo e una sua completezza che
molti hanno voluto mantenere, ma allo stesso tempo hanno cercato un modo per fare l’esercizio
completo della ruota in minor tempo. Così ho chiesto a me stesso, e poi agli altri, di provare
l’esercizio che descrivo di seguito, che chiamo “forma breve dell’esercizio della ruota”, poiché viene
eseguito con una velocità diversa, ma allo stesso tempo riesce a includere tutte le fasi dell’esercizio
completo. Così facendo, realizziamo l’integrazione dei principi e della pratica della ruota della
consapevolezza nella sua totalità. Per esempio, l’esercizio che ho registrato sul mio sito web dura
sette minuti!
L’idea di fondo è la seguente: con ciascun movimento del raggio dell’attenzione, ci serviamo delle
abilità di attenzione focalizzata per indirizzare il raggio, accogliere gli elementi di un segmento del
cerchione e poi spostare il raggio per rivolgere l’attenzione su un altro segmento. Nel primo
segmento del cerchione, recepiamo gli stimoli provenienti dai primi cinque sensi – udito, vista,
olfatto, gusto e tatto – con ciascun ciclo di inspirazione ed espirazione. Naturalmente, la tempistica
di questo movimento è coordinata con il particolare ritmo di respirazione di ognuno di noi; quindi,
la cosa migliore è regolare ciascun passo in base al proprio respiro, non al mio o alla mia voce che
definisce i momenti di passaggio nella registrazione della forma breve dell’esercizio presente sul mio
sito web [Consolidated Wheel of Awareness]. Ciò potrebbe quindi comportare la necessità di
imparare i diversi passi a memoria. Una panoramica dei diversi passi è riportata nel quarto capitolo,
a partire dalla pagina 71 ; l’aspetto fondamentale per la forma abbreviata è quello di spostare il
raggio al momento dell’inspirazione, accogliere ciò che è presente sul punto del cerchione durante
l’inspirazione e l’espirazione, e poi spostare l’attenzione al momento della successiva inspirazione.
Durante la rassegna del secondo segmento del cerchione, si potrebbe aggiungere un elemento in
più, ossia immaginare che la sensazione del respiro arrivi, durante l’inspirazione, dalla parte del
corpo su cui ci stiamo concentrando ed esca dalla stessa parte durante l’espirazione, oppure
immaginare soltanto che espiriamo verso quella parte. Proviamo entrambe le soluzioni e scegliamo
quella più adatta a noi. Facciamo un esempio. Mentre iniziamo con le sensazioni dei muscoli e delle
ossa del volto, durante l’inspirazione possiamo immaginare che l’aria entri dal volto oppure che
durante l’espirazione l’aria esca attraverso il volto. Poi immaginiamo che l’aria entri oppure che esca
dal cuoio capelluto. Io mi sono trovato bene procedendo in questo modo: inspiro quando sposto
l’attenzione sulle sensazioni di una nuova parte del corpo ed espiro verso questa parte prima di
passare alla successiva inspirazione. Può darsi che, per il passaggio alla successiva parte del corpo, vi
troviate meglio con l’inspirazione oppure durante l’espirazione. E se ci fosse una parte del corpo che
richiede un respiro supplementare, fatelo senza problemi! Prendetevi tutto il tempo di cui avete
bisogno e che avete a disposizione.
Per quanto riguarda il terzo segmento del cerchione, il coltivare una consapevolezza aperta, mi è
sembrato che potessero andare bene alcuni cicli di respirazione per le due parti in cui è suddivisa la
rassegna delle attività mentali. Poi, per la parte che riguarda la curvatura o il far ritrarre il raggio, la
fase del mozzo-nel-mozzo, mi concedo il numero di respiri di cui ho bisogno, qualunque esso sia. A
volte mi capita, durante questa parte dell’esercizio, di perdere del tutto il conto dei respiri: per me è
utile, quindi, impostare un timer se ho degli impegni, per non fare tardi all’appuntamento
successivo. In questi casi, potrei fare in modo che il timer suoni tre minuti prima del momento in
cui devo finire questa forma breve dell’esercizio, in modo che io possa fare la rassegna del quarto
segmento senza fretta.
Giunti al quarto segmento del cerchione, mi viene di nuovo molto naturale sincronizzare lo
spostamento dell’attenzione dalle persone più vicine a tutti gli esseri viventi a ogni ciclo di
respirazione, inspirazione ed espirazione. Poi, quando viene il momento delle dichiarazioni di
intenzione gentile, possiamo provare una molteplicità di strategie per sincronizzare ciascun insieme
di frasi con il respiro. Un metodo che mi dà molta tranquillità è il seguente: dire la prima frase al
momento di inspirare e poi i dettagli con l’espirazione. Poi ripeto la frase di base – per esempio,
“Possano tutti gli esseri viventi essere felici” – alla fine dell’espirazione. Riporto di seguito un
esempio.

(INSPIRAZIONE ): Possiamo MOI essere felici


(ESPIRAZIONE ): e condurre una vita ricca di significato, senso di connessione ed equanimità,
(INSPIRAZIONE ): e con un cuore giocoso, gioioso e pieno di gratitudine.
(ESPIRAZIONE ): Possiamo MOI essere felici.

Potete “sperimentare” con la sincronizzazione di queste frasi con il respiro per trovare la
soluzione che meglio si adatta a voi e alla particolare espressione da dire.
Dare, per così dire, respiro alla forma breve della ruota della consapevolezza è uno splendido
modo per dedicare i pochi minuti liberi a eseguire l’esercizio completo, sincronizzandolo con il
naturale ritmo del respiro.
Prendiamoci il tempo che ci serve, sentiamo la vita e “diamo respiro” alla ruota. Mentre
analizzeremo le implicazioni e le ulteriori applicazioni di queste idee e pratiche nei prossimi capitoli,
è importante continuare a dedicarci con regolarità alla pratica della ruota, facendo sì che
l’integrazione che essa rende possibile diventi parte della nostra vita, in qualunque modo emerga
per ciascuno di noi. Una pratica costante può darci la possibilità di ampliare la nostra esperienza e
consentirci di mettere a frutto i concetti che approfondiremo per rafforzare ulteriormente la mente
e aumentare il benessere nella nostra vita.

1. Come viene spiegato più avanti, il termine bubble up rimanda all’affiorare delle bollicine di una bibita gassata. [NdT]
Parte seconda

La ruota della consapevolezza e i meccanismi


della mente
7

La mente e il flusso di energia del corpo

Mentre ci dedichiamo alla pratica della ruota della consapevolezza, abbiamo l’esperienza soggettiva
del cerchione, del raggio e del mozzo. L’immagine visiva della ruota è una metafora che – abbiamo
visto – ci aiuta a distinguere il conoscere dal suo oggetto e a collegarli insieme attraverso
l’attenzione. Qui, in questa seconda parte del nostro viaggio, ci baseremo sull’immersione diretta
nella pratica della ruota per approfondire l’esame dei potenziali meccanismi della mente che
costituiscono l’essenza di queste esperienze.
Esamineremo i punti salienti di questi meccanismi – nel corpo, e nel cervello che del corpo fa
parte, e anche altri aspetti riguardanti il rapporto tra la mente e il flusso stesso di energia – allo
scopo di acquisire una comprensione più profonda e accessibile della ruota della consapevolezza.
Per quale motivo abbiamo bisogno di creare una cornice concettuale dei potenziali meccanismi alla
base della metafora della ruota? Approfondendo la comprensione dei processi che potrebbero
effettivamente avere luogo, saremo maggiormente in grado di mettere a frutto il potere della
consapevolezza nella vita quotidiana. Louis Pasteur una volta disse: “Il caso favorisce la mente
preparata”. Fare esperienza della ruota della consapevolezza e comprenderne i possibili meccanismi
preparerà la nostra mente per gli incontri dettati dal caso che la vita, inevitabilmente, metterà sulla
nostra strada.
Nel primo segmento del cerchione ci concentriamo sul flusso di energia che entra nel corpo sotto
forma di suoni, stimoli visivi, interazioni chimiche come odori e sapori, e pressione cinetica
derivante dagli stimoli tattili. Siamo nati con recettori che rilevano queste forme di energia nel
mondo e i nostri primi cinque sensi ci consentono di far entrare questi flussi di energia nel nostro
corpo. L’afflusso di energia può influenzare il corpo senza che ce ne accorgiamo, oppure può essere
percepito come esperienza soggettiva all’interno della consapevolezza. L’energia che colpisce i
recettori del nostro corpo viene trasdotta in un flusso di energia di tipo diverso all’interno del corpo
stesso, influenzando l’attivazione dei neuroni e modificando la fisiologia, affinché possiamo sentire,
percepire e interagire con il mondo esterno, il mondo all’esterno del nostro corpo.
Per molti scienziati e studiosi, l’esatto modo in cui questi stati fisici vengono sentiti come
esperienza soggettiva a livello consapevole resta un difficile enigma da risolvere. È certamente vero
che i processi corporei sono essenziali per la consapevolezza mentale, come ipotizzano molti esperti.
Ma su come ciò accada – come si passi dalle molecole e dai flussi di energia all’esperienza conscia –
nessuno ha ancora detto l’ultima parola. Ci sono molti interrogativi riguardo a questa fase, molte
ipotesi sui processi che portano dalla materia alla mente e molte teorie oggetto di dibattito nel
mondo accademico, ma il punto fondamentale della questione è che non sappiamo come
acquisiamo consapevolezza.
Ippocrate affermava, 2500 anni fa, che l’unica origine delle nostre gioie e dei nostri dolori, l’unica
origine della mente, fosse il cervello. Ma quella concezione medica tradizionale, sebbene diffusa
ancora oggi, potrebbe non essere esaustiva. Anche se passare dal cervello all’intero corpo non è
un’operazione molto comune nelle neuroscienze, proviamo a vedere che cosa ne pensi di questa
visione il neurologo e neuroscienziato Antonio Damasio; a questo proposito, riportiamo di seguito
la trascrizione di una conferenza che Damasio ha tenuto a Londra davanti a 1200 professionisti, in
cui sintetizza alcune tesi importanti riportate nel suo libro Lo strano ordine delle cose. La vita, i
sentimenti e la creazione della cultura.1
La maggior parte della vita sulla Terra esiste in assenza di un sistema nervoso, il quale è un prodotto recente dell’evoluzione.
Con la comparsa del sistema nervoso, questi con il tempo ha dato origine alla mente, con le facoltà su cui si basa la nostra
cultura. Ma fino a quel momento, la vita è continuata benissimo senza alcun sistema nervoso.

Qui Damasio ci ricorda di considerare il corpo in senso stretto come antecedente all’esistenza del
cervello.
Un altro aspetto interessante è che molto spesso, quando si pensa alla mente, si pensa solo al cervello […] Si ha l’idea che la
mente abbia origine soltanto dal cervello, come se questi fosse l’unico creatore di menti. Questa convinzione, però, è errata. La
mente è generata dal sistema nervoso in collaborazione con il corpo.

Queste parole rappresentano una tappa importante nelle neuroscienze tradizionali: un insigne
studioso di questo ambito ipotizza di andare oltre l’affermazione comune secondo cui “la mente è il
prodotto dell’attività del cervello”. Damasio prosegue spiegando perché questa concezione sarebbe
falsa.
Per la ragione fondamentale per cui prima che ci fosse il cervello, prima che ci fosse il sistema nervoso, c’era il corpo in grado di
eseguire attività estremamente complesse, e il sistema nervoso è un sottoprodotto del corpo, il quale necessita di un sistema di
regolazione per la sua complessità.

Approfondiremo il concetto del bisogno di regolare la complessità e terremo conto di questa tesi,
quando esamineremo i meccanismi alla base della dimensione della mente cui abbiamo accennato
nelle pagine precedenti, ossia la proprietà emergente auto-organizzantesi di un sistema complesso.
Damasio prosegue affermando:
Pertanto, contrariamente all’idea consueta secondo cui si ritiene il cervello l’organo principe, il sistema che fa funzionare le cose
e produce la mente, pensiamo invece al corpo, con tutta la sua complessa biologia, che si eleva a un punto tale di complessità da
richiedere un coordinatore. E questo coordinatore è, di fatto, il sistema nervoso. Dobbiamo renderci conto che non è il corpo a
essere al servizio del cervello, ma il contrario. È il sistema nervoso al servizio del corpo. Quando si concepisce il sistema
nervoso come servitore della vita e non il contrario, le cose iniziano ad avere un po’ più senso.

Possiamo ipotizzare che comprendere la mente significhi andare oltre la concezione tradizionale
secondo cui la mente non sarebbe altro che un prodotto dell’attività del cervello presente nella
nostra testa. Con la posizione di Damasio, possiamo vedere come la nostra vita mentale sia
perlomeno pienamente incorporata. Restiamo, per il momento, entro i confini del corpo delimitato
dalla pelle e domandiamoci: che cosa viene effettivamente regolato? In cosa consiste realmente
questo sistema complesso?
Usiamo a mo’ di esempio la natura dei sentimenti, che, come vedremo, collegano l’esperienza
soggettiva, mentale, con la fisiologia del corpo. Nella pratica della ruota, durante la rassegna del
secondo segmento, ci viene chiesto di diventare consapevoli dello stato del corpo. Questa attività di
rassegna del cerchione riguardante il nostro sesto senso ci consente di rappresentare visivamente il
flusso di energia del corpo: lo stato attuale del corpo stesso. Questi stati fisici sono alla base dei
sentimenti.
Poi, sul terzo segmento del cerchione, ci viene chiesto di avere un atteggiamento di apertura
verso qualsiasi emozione, pensiero e ricordo, convinzione e intenzione, o verso una qualunque altra
attività mentale possa emergere. Successivamente, con la seconda parte della rassegna di questo
segmento del cerchione, possiamo sperimentare come l’esperienza soggettiva del conoscere,
dell’essere consapevoli, ci metta in condizione di comprendere come queste attività della vita
mentale entrino nella sfera della consapevolezza, vi permangano e poi ne escano. È possibile che
anche queste attività mentali dal carattere maggiormente costruito siano configurazioni di flussi di
energia “incorporati”, ossia flussi che potrebbero essere plasmati principalmente dalla complessa
attivazione neuronale – dalle scariche neuronali, per usare il termine tecnico – che avviene nelle
diverse regioni cerebrali. Ciò sembra indicare che, mentre il secondo segmento del cerchione
rappresenta stati corporei, il terzo segmento potrebbe emergere prevalentemente dalle scariche
neuronali che avvengono nella nostra testa.
Ma che cosa potrebbero essere davvero queste attività mentali? E le sensazioni corporee? Che
cosa potrebbero effettivamente essere? Un altro quesito si pone a questo riguardo: è possibile che
questi elementi del secondo e terzo segmento del cerchione abbiano qualcosa in comune tra loro, e
forse anche con gli elementi del primo segmento, le sensazioni visive, uditive, olfattive, tattili e
gustative generate dal mondo esterno? E che dire degli elementi presenti sul quarto segmento del
cerchione, le nostre relazioni con ciò che è all’esterno del corpo che abitiamo? Potrebbe darsi che
anch’esse condividano alcuni elementi fondamentali, un meccanismo comune alla base della
metafora e dell’esperienza della ruota della consapevolezza?
In altri termini, in cosa consistono davvero questi punti sul cerchione? Che cosa sono i conosciuti
della mente?
Torniamo per un momento alle tesi di Damasio, il quale sottolinea la centralità dei sentimenti
per la nostra vita. Durante la pratica della ruota potrebbero essere emersi molti tipi di sentimenti, di
cui siamo divenuti consapevoli a partire dal mozzo. Ma che cosa è davvero un sentimento?
Secondo Damasio, uno stato emozionale giunge alla coscienza attraverso i segnali del corpo nella
forma di “sentimento”, come lo definisce l’autore. Quindi, il sentimento è l’esperienza cosciente di
un’emozione. Bene. Ma che cos’è un’emozione? Gli stati corporei sono segnali inviati al sistema
nervoso centrale in molti modi, per esempio con il circolo ematico, le parti periferiche del sistema
nervoso e il sistema presente nell’intestino chiamato “sistema nervoso enterico”. Come afferma
Damasio, “Il sistema nervoso dell’intestino è di fatto il primo cervello […] è lì che hanno avuto
origine i sistemi nervosi”.
All’interno del cervello presente nella testa, il cervello cranico, quindi non nel cervello enterico o
cardiaco (i sistemi neurali interconnessi intorno all’intestino e al cuore), è il tronco cerebrale, la
parte più antica dal punto di vista dell’evoluzione e collocata più in profondità, a ricevere i primi
input dai segnali corporei. Come osserva Damasio, sono i gruppi di neuroni detti nuclei presenti nel
tronco cerebrale a “fornire [al sistema nervoso centrale] la prima forma di integrazione tra gli stati
corporei dell’intero organismo”. I nuclei del tronco cerebrale sono presenti persino negli insetti; ciò
significa che i sentimenti sono parte dell’esistenza degli organismi viventi da centinaia di milioni di
anni. Un sentimento, quindi, è fondamentalmente un qualche tipo di rappresentazione dello stato
del corpo.
I mammiferi come noi hanno un insieme molto sviluppato di regioni collocate sopra il tronco
cerebrale, che realizzano un passaggio di segnali neuronali più complesso rispetto agli insetti. Ciò
non significa che sia un processo migliore, semplicemente è diverso per molti aspetti, compresa la
complessità.
Possiamo sviluppare il concetto di mente incorporata – che va, cioè, oltre il cervello cranico –
considerando quest’ultima come insieme di configurazioni o pattern di flussi di energia incorporati.
I primi tre segmenti del nostro cerchione rappresentano diverse forme di flussi di energia,
provenienti dal mondo esterno, dal corpo e dalle complesse strutture neurali che danno origine alle
attività mentali. Il quarto segmento delle connessioni relazionali potrebbe essere – come abbiamo
visto – una forma di condivisione di flussi di energia, un pattern di interazioni tra il nostro Sé
interiore, incorporato, e le connessioni interpersonali o relazionali che abbiamo con gli altri Sé e con
il mondo in cui viviamo.
In sintesi, i punti sul cerchione della ruota potrebbero essere una metafora visiva per una varietà
di forme e posizioni dei flussi di energia: la “conduzione” degli stimoli provenienti dal mondo
esterno sul primo segmento; la conduzione delle sensazioni somatiche sul secondo segmento; le
costruzioni neurali delle attività mentali sul terzo segmento; infine, sul quarto segmento, il senso di
interconnessione della nostra vita relazionale, dal carattere sia di conduzione sia di costruzione. La
nostra ipotesi di fondo è che gli oggetti del conoscere presenti sul cerchione rappresentino
configurazioni di flussi di energia e il raggio indichi l’incanalamento dei flussi con l’attenzione.
Resta però aperto un interrogativo: che cosa potrebbe essere il mozzo del conoscere? Per occuparci
della questione fondamentale dell’origine della consapevolezza, è necessario approfondire alcune
concezioni di fondo riguardanti la mente e i metodi di ricerca impiegati per lo studio della
coscienza.

“Tenere a mente” il cervello


Nella prima parte del libro abbiamo visto come la mente abbia quattro dimensioni: l’esperienza
soggettiva, la coscienza, l’elaborazione dell’informazione e l’auto-organizzazione. In queste pagine
esamineremo come la pratica della ruota della consapevolezza possa riguardare ciascuna di queste
dimensioni, e approfondiremo il meccanismo che potenzialmente hanno in comune. Questo
meccanismo fondamentale potrebbe essere il flusso di energia.
La nostra mente è in grado di percepire e dirigere i flussi di energia. L’esperienza soggettiva
potrebbe semplicemente consistere nel sentire il flusso, sia che esso provenga dal nostro interno sia
che giunga dall’esterno del nostro corpo.
La mente indirizza i flussi di energia lungo la sostanza fisica dei neuroni interconnessi, energia
che si trasmette con l’ingresso e l’uscita di particelle cariche elettricamente, dette ioni, dalla
membrana cellulare di ciascun neurone e il successivo rilascio di neurotrasmettitori; questi flussi a
livello neurale a loro volta attivano il DNA, portando a una serie di effetti, tra cui la sintesi di
proteine, la creazione o modifica di sinapsi ossia di connessioni tra cellule nervose, la modellatura
dei circuiti nervosi, il passaggio dei segnali nervosi tra i neuroni interconnessi, e persino la
stimolazione della creazione di mielina, la guaina lipidica che rafforza le connessioni funzionali e
migliora la comunicazione tra i neuroni. Infatti, la mielina, che avvolge i neuroni interconnessi
tramite le sinapsi, rende il potenziale di azione – il flusso di ioni – cento volte più veloce, e il
periodo di riposo, detto anche periodo refrattario tra le scariche neuronali, trenta volte più breve.
30 × 100 è uguale a 3000. Quindi, con la focalizzazione dell’attenzione, con ciò che possiamo fare
con la nostra mente, possiamo creare nuove connessioni sinaptiche e modificare quelle esistenti,
nonché aumentare il rivestimento di mielina per incrementare di tremila volte la velocità del flusso
di energia e aumentarne il grado di coordinamento, affinché possano emergere profili di attivazione
neuronale più complessi, in grado di creare le mappe di informazione nel corpo e nel cervello
racchiuso nella scatola cranica.
Se poi aggiungiamo il fatto che l’attivazione neurale da parte della mente o di altre esperienze
può cambiare i regolatori chimici collocati sopra i geni – i cosiddetti regolatori epigenetici, che
comprendono molecole diverse dal DNA come istoni e gruppi metilici, in grado di influenzare
l’espressione genica e la conseguente sintesi proteica – ecco che abbiamo una terza via attraverso cui
la mente può modificare il cervello. Infatti, le modificazioni epigenetiche cambiano il modo in cui il
cervello si svilupperà in risposta a esperienze future.2
Come possiamo vedere, è stupefacente come la mente possa influenzare l’attivazione dei neuroni
e la formazione di sinapsi, la creazione di mielina e le modificazioni epigenetiche. Ciascuno di
questi risultati documentati dall’attività di ricerca scientifica indica che la nostra mente plasma
l’esperienza, i flussi di energia e informazione, cambiando il funzionamento e la struttura del
cervello. Come riesce, la mente, a farlo? Indirizzando i flussi di energia e informazione. E allora: vai,
mente!
È proprio in virtù dell’esistenza di questa sequenza che al Mindsight Institute impieghiamo
espressioni divertenti come tenere a mente il cervello e motivare a rimodellare, per riferirci al fatto
che la nostra mente può essere usata per realizzare l’integrazione a livello cerebrale e per
“riconfigurare” la nostra vita, affinché diventi più piena, più libera e più ricca di senso e benessere.
Alla base di questa visione c’è l’idea che mente e cervello non siano la stessa cosa; a volte è il
cervello a trascinare l’esperienza della mente in determinate direzioni: quando ciò accade, ci
comportiamo come se avessimo il “pilota automatico” innestato; in altri casi, invece, possiamo usare
la nostra mente per mettere a frutto il potere dell’attenzione, indirizzando i flussi di energia e
informazione con intenzionalità e consapevolezza, per far sì che il cervello funzioni con modalità
che non gli verrebbero naturali. È così che la pratica della ruota della consapevolezza può cambiare
il nostro cervello. Dedicandoci con regolarità all’allenamento dell’attenzione focalizzata, della
consapevolezza aperta e dell’intenzione gentile reso possibile dalla pratica della ruota, possiamo
favorire nel cervello un determinato profilo di attivazione o stato neuronale – in particolare, uno
stato integrato – che, secondo l’attività di ricerca, può far sì che la nostra vita si arricchisca di un
insieme di tratti integrati, grazie proprio a questo sviluppo cerebrale all’insegna dell’integrazione.
In tal modo, possiamo motivarci a vicenda per “rimodellare” il cervello in determinate direzioni.
Poiché abbiamo a cuore il nostro benessere, possiamo “tenere a mente il cervello” per creare un
maggior grado di integrazione neurale durante il processo di rimodellamento che ci porta verso la
salute.

Un modello del cervello a portata di mano


Per comprendere come la pratica della ruota possa aiutarci a coltivare una maggiore integrazione
cerebrale, può essere utile avere un modello maneggevole del cervello, disponibile ogni volta che se
ne abbia bisogno. Proviamo allora a posizionare il pollice al centro del palmo della mano e
pieghiamo le altre dita su di esso: ecco un utile modello “manuale” del cervello umano, che spesso
impiego per favorire una agevole visualizzazione di questo organo complesso e del processo di
integrazione che lo riguarda.
Nell’orientamento del modello del cervello creato con la mano, gli occhi e il volto sarebbero
davanti alle nocche, e il polso rappresenta il midollo spinale nel collo. Se solleviamo le dita e poi il
pollice, vediamo il palmo, che rappresenta la regione del tronco cerebrale, chiamato anche tronco
encefalico. Questa è una parte del cervello che si trova in profondità nella scatola cranica e ha radici
altrettanto profonde nella storia dei nostri antenati: è la prima parte a generare un insieme
integrato di profili di attivazione neurale che simbolizzano, o “ri-presentano”,3 ciò che Antonio
Damasio definisce “integrazione tra gli stati corporei dell’intero organismo”.
Poi, rappresentata dal pollice, troviamo la regione limbica, come viene tradizionalmente definita,
la quale è in realtà un insieme di aree anch’esse caratterizzate da estese interconnessioni con altre
regioni di tutto il cervello. La regione limbica è collegata con il tronco cerebrale sottostante e con la
corteccia cerebrale sovrastante, un’area estesa rappresentata dalle dita piegate sopra l’area limbica.
Sebbene i confini di queste aree possano essere meno nitidi di quanto le loro diverse denominazioni
possano far pensare, può essere comodo avere, per così dire, “a portata di mano” un modello che ne
visualizzi la disposizione spaziale. Esamineremo presto alcuni aspetti di ciascuna di queste aree per
comprendere i possibili meccanismi interni della mente; ora, però, occupiamoci di un’area che da
sola realizza il collegamento tra il corpo, la regione limbica e la corteccia cerebrale, costituendo un
importante circuito di interconnessione che si sviluppa con la pratica meditativa: la corteccia
insulare anteriore, chiamata anche semplicemente insula.
Damasio ha studiato questo complesso circuito neurale e ha scoperto che
[…le] cortecce insulari consentono la realizzazione di (a) una mappa più esplicita degli stati legati ai sentimenti di quanto non
consenta il tronco cerebrale; e (b) una mappa adatta all’interconnessione con altre mappe corticali collegate alla memoria, al
ragionamento e al linguaggio (omeostasi socio-culturale).

Qui vediamo un collegamento tra qualcosa che accade nel corpo e il passaggio dello stato
corporeo nel tronco cerebrale e nell’insula del cervello cranico. Questo “qualcosa” viene trasmesso
come segnale e poi “ri-presentato” nel cervello cranico nella forma di una “mappa”, come viene
comunemente denominata dagli studiosi. Si ritiene che questa rappresentazione neurale, o mappa
cerebrale, sia un profilo di scarica neuronale, ossia un insieme di neuroni attivati in un determinato
modo o profilo che rappresenta o “mappa” l’informazione neurale. L’attivazione neurale è un
profilo di scarica neuronale basato sull’energia. In questo caso, l’attivazione dell’insula rappresenta
lo stato del corpo. A differenza delle mappe del tronco cerebrale, l’insula si collega con altre regioni
superiori del cervello cranico, le quali poi sono in grado di realizzare associazioni molto più
complesse collegate a quella mappa, che plasmano l’immaginazione, la consapevolezza di sé, il
linguaggio e le modalità socioculturali di dare equilibrio al nostro modo di essere. Ciascuno di
questi processi contribuisce alla nostra omeostasi, alla possibilità di sopravvivere e prosperare.

La regolazione del nostro sistema, secondo Damasio, coinvolge il sistema nervoso e la creazione
da parte di quest’ultimo di “programmi di azione” che consentono all’organismo di sopravvivere e
alle specie di prosperare, e consentono a noi di raggiungere l’omeostasi. Questi programmi
comprendono “comandi” neurali che portano all’azione.
Il comando può scaturire da condizioni interne all’organismo o da eventi del mondo esterno. […] I sistemi sensoriali del
cervello monitorano costantemente lo stato interno dell’organismo, l’ambiente circostante e il processo immaginativo.
L’esperienza mentale dei programmi di azione e dei loro effetti prende il nome di sentimento. I sentimenti sono coscienti e hanno
una valenza […] sono “informatori” naturali sullo stato vitale all’interno dell’organismo.

Lo stato vitale è lo stato del nostro corpo. Ciò va a sostegno della tesi che noi, la nostra mente,
siamo pienamente incorporati. Il corpo non è un mero mezzo di trasporto della nostra testa: è una
fondamentale fonte interna dell’essenza della nostra identità. Quindi, mentre esploriamo il modello
“manuale” del cervello cranico, è importante ricordare di come esso costituisca soltanto un aspetto
di un Sé corporeo più ampio che forgia la nostra identità. Damasio approfondisce il tema,
affermando che
la costruzione di menti – e di sentimenti in particolare – è fondata su interazioni tra il sistema nervoso e l’organismo. I sistemi
nervosi creano le menti non da soli, bensì cooperando con il resto dei rispettivi organismi. Si tratta di una rottura rispetto alla
visione tradizionale del cervello come unica fonte della mente.4

Queste affermazioni avvalorano la nostra ipotesi di fondo, secondo cui la mente è sia pienamente
incarnata – incorporata – sia relazionale.
All’interrogativo sul perché esistano i sentimenti, Damasio risponde:
Questo è il punto cruciale: con i sentimenti possiamo guidare la nostra vita, la nostra vita mentale, e pianificare le nostre azioni
in base ai sentimenti che abbiamo. […] Il sistema dei sentimenti è un modo per far sì che il corpo, la fisiologia e lo stato
omeostatico influenzino il comportamento.

Per Damasio, i sentimenti sono fondamentali per l’organizzazione del comportamento; ci


mettono, per così dire, in movimento, come ciò che definiamo “e-mozione”.5 Inoltre, in qualità di
macchine predittive, dice ancora Damasio, abbiamo bisogno che i sentimenti guidino il
comportamento in modo organizzato. Impariamo dal passato e anticipiamo il futuro, radicati nei
sentimenti del presente. I sentimenti non sono una componente accessoria di una vita vissuta bene:
sono fondamentali per vivere come esseri completi e incarnati.
Una parte del nostro corpo, il cervello della scatola cranica, ha un ruolo particolarmente
importante nel plasmare l’idea che abbiamo di noi e, innanzitutto, il nostro modo di pensare. A
partire dalla prima mappatura dei segnali corporei realizzata dal tronco cerebrale, e poi
dall’intreccio orchestrato dalla regione limbica tra attivazione delle emozioni, motivazione,
valutazione, memoria e attaccamento, giungiamo fino alla corteccia cerebrale. La parte più recente
della corteccia è la neocorteccia, o neocortex, che si è sviluppata nel corso dell’evoluzione dei
mammiferi. Questa regione ha conosciuto una notevole estensione nei primati; successivamente,
con la comparsa degli esseri umani, la sua parte più anteriore, detta regione prefrontale, ha
sviluppato interconnessioni più complesse con altre regioni. La corteccia prefrontale è un
importante centro di integrazione del cervello, poiché collega tra loro flussi di energia e
informazione diversi, per esempio della corteccia cerebrale, delle regioni limbiche, del tronco
cerebrale e quelli somatici e persino sociali.
Sarebbe corretto affermare di essere certi che la coscienza abbia origine esclusivamente dalla
corteccia cerebrale? La risposta è no. Ecco la posizione di Damasio riguardo al rapporto tra
coscienza e cervello:
Nessuna regione e nessun sistema specifico del cervello soddisfano i prerequisiti della coscienza: le due componenti della
soggettività (la prospettiva e il sentimento) e l’integrazione di esperienze. Non stupisce, dunque, che i tentativi di individuare
un’unica sede cerebrale della coscienza siano naufragati.6

Considerando la varietà di aree che contribuiscono agli aspetti della coscienza, Damasio afferma:
Queste regioni e sistemi partecipano al processo come un insieme, entrando e uscendo ordinatamente dalla catena di
montaggio. Di nuovo, queste regioni cerebrali non agiscono da sole, ma cooperano intensamente con il corpo vero e proprio.7

La coscienza è, quindi, pienamente incorporata.


Indubbiamente, le rappresentazioni o mappe neurali generate dalle regioni corticali
contribuiscono alle immagini e alle idee di cui facciamo esperienza nella coscienza. In particolare,
un’area della corteccia deputata alla creazione di mappe, al ragionamento e alla riflessione ci
consente di comprendere che gli altri hanno una mente, così come l’abbiamo noi. Questa capacità
di “orientamento alla mente [mind-mindedness]”, ossia il trattare gli altri come soggetti dotati di
una mente – chiamata anche teoria della mente, mentalizzazione o funzione riflessiva – coinvolge
una serie di aree, tra cui la corteccia prefrontale. Quando la parte mediale della regione prefrontale
si collega con un’area mediale posteriore denominata corteccia cingolata posteriore, vengono a
formarsi due nodi di un sistema che, insieme ad altre aree corticali, è attivo anche quando siamo a
riposo. In virtù di questa attività di sottofondo, di questo modo di essere di default persino quando
non abbiamo alcun compito da svolgere, l’insieme di strutture, in prevalenza mediali, interconnesse
dalla parte anteriore a quella posteriore, è stato denominato rete della modalità di default o, più
sinteticamente, rete di default.
Dice ancora Damasio:
Il processo relativo all’integrazione di esperienze richiede un ordinamento di tipo narrativo delle immagini e la loro
coordinazione con il processo della soggettività. Tutto ciò è realizzato da cortecce di associazione, in entrambi gli emisferi
cerebrali, organizzate in reti su grande scala, di cui la rete di default è l’esempio più conosciuto. Le reti su grande scala
interconnettono regioni cerebrali non contigue tramite vie bidirezionali piuttosto lunghe.8

Vediamo allora quale collegamento possa esistere tra la rete della modalità di default, con la sua
estesa capacità di interconnessione, e le nostre esperienze con la pratica della ruota della
consapevolezza.

La rete della modalità di default


Le nuove entusiasmanti conoscenze derivanti dalle neuroscienze sollevano alcuni quesiti
affascinanti sulla nostra identità, su come si è formata e sugli influssi che pratiche di training
mentale come la ruota della consapevolezza possono avere sul senso di sé nel mondo. Lo studio
della mente e del cervello dà naturalmente origine a interrogativi che riguardano il Sé e la
coscienza, domande che ci aiutano a mettere a fuoco la nostra indagine sui potenziali meccanismi
alla base della pratica della ruota.
Diamo un’occhiata al nostro modello “manuale” del cervello, con le dita che rappresentano la
corteccia, ripiegata sul pollice, il quale simbolizza la regione limbica, pollice che a sua volta è
posizionato sopra il palmo, che rappresenta il tronco cerebrale. Il lobo frontale della corteccia,
posizionato appena dietro la fronte, è rappresentato dalla porzione di dita che si estende dalla
seconda nocca fino alle unghie. A partire dal centro del lobo frontale si estendono, lungo l’asse
sagittale, le aree interconnesse che formano i nodi mediali della rete della modalità di default.
I circuiti di questa rete di default possono quindi essere visualizzati come una serie di aree
interconnesse, principalmente in posizione mediale, che attraversano il centro del cervello, dalla
parte anteriore a quella posteriore. In questa sede, per semplicità, ci concentreremo soltanto sulle
aree mediali.
Di seguito riporto una possibile spiegazione del ruolo svolto dalla rete di default nella nostra vita.
In molti di noi, le aree mediali sono connesse le une alle altre in modo particolarmente stretto,
tanto da creare un circuito altamente differenziato in grado di governare l’attività di altre aree
cerebrali. Immaginiamo una cricca di compagni di scuola che non è disponibile ad accogliere altri
membri nel gruppo. Questo è il senso dell’interconnessione tra le diverse regioni in uno stato
baseline [di base], in una modalità di default. Lo stretto legame tra amici può portare all’esclusione
di altri compagni di classe; analogamente, la stretta connessione di queste aree mediali
anteroposteriori può escludere il coinvolgimento di altre regioni del cervello e del corpo.
Una delle componenti fondamentali di questa rete mediale è un’area chiamata corteccia
cingolata posteriore. La corteccia cingolata posteriore può essere considerata, a livello anatomico e
funzionale, un nodo di coordinamento della rete di default, una sorta di capo della cricca di amici.
Collaboratrice stretta della corteccia cingolata posteriore è un’area mediale frontale denominata
corteccia prefrontale mediale ventrale, la quale svolge un ruolo fondamentale nella cognizione
sociale e nella teoria della mente, ossia nella capacità di pensare alla mente delle altre persone e di
se stessi (insieme ad altre aree in posizione non mediale della rete di default di cui ci occuperemo
più avanti). Quando la corteccia cingolata posteriore si attiva insieme ad altre aree dei circuiti della
modalità di default, abbiamo tendenzialmente l’esperienza soggettiva di pensare a noi stessi, oppure
di pensare a ciò che gli altri pensano di noi. Vi riconoscete in questa descrizione? È un po’ come il
ritornello di molte canzoni d’amore: “Mi amerai ancora domani?”. È questa la cantilena della rete
di default. Questa regione svolge un ruolo di primo piano nel situarci mentalmente nel mondo
sociale, e persino nel mondo che definisce il senso interiore del nostro Sé.
La rete della modalità di default può favorire la consapevolezza della nostra vita mentale
interiore e l’attenzione agli stati mentali degli altri. Poiché siamo creature sociali, la comprensione
della direzione dell’attenzione, delle intenzioni e della conoscenza in possesso di un’altra persona –
la comprensione del suo stato mentale – può essere fondamentale per sopravvivere e stare bene. Ne
consegue che la consapevolezza sociale e la consapevolezza di sé potrebbero, per così dire, essere
fatte della stessa pasta. Inoltre, ciascuna delle modalità in cui siamo consapevoli della mente stessa,
consapevoli dell’esperienza soggettiva di noi stessi e degli altri, ci aiuta a raggiungere l’omeostasi.

Se la rete della modalità di default si isola, anche il senso del Sé potrebbe essere caratterizzato da
un senso di isolamento. Possiamo cioè ipotizzare che, quando la rete di default non è integrata con
il resto del cervello e del corpo, la sua capacità di focalizzarsi sugli stati mentali potrebbe dare
origine alla costruzione di un senso del Sé solitario, generando grande preoccupazione per gli stati
mentali degli altri e per come essi possano essere riferiti a noi. A Hollywood, si dice spesso questa
battuta: “Ho già parlato abbastanza di me. Adesso dimmi, cosa pensi tu di me?”. L’essere assorbiti
da pensieri che ci riguardano è, naturalmente, parte della preoccupazione, derivante dal nostro
cervello sociale, per la nostra capacità di integrarci, ma può andare anche oltre, portando talvolta
alla definizione di un Sé isolato, ossessionato dal proprio status, preoccupato di quale posto nel
mondo potrebbe avere una persona tutta concentrata su di sé. In questo caso, essendoci
potenzialmente una notevole attività di creazione di un Sé solitario, si riduce notevolmente la
possibilità di favorire l’interconnessione e la creazione di un senso di identità più ampio. Possiamo
immaginare che questa ossessione per il Sé abbia origine da una rete di default eccessivamente
interconnessa all’interno dei propri circuiti, senza un collegamento con i sistemi neurali più estesi
presenti nel cervello e nel corpo nel suo complesso, e neppure con i flussi provenienti dagli altri e
dal mondo più ampio in cui viviamo. È questo ciò che intendiamo paragonando una rete di default
eccessivamente differenziata a una cricca che esclude gli altri compagni di scuola. Una rete di
default più integrata consentirebbe invece processi di empatia e compassione, oltre a una forma
flessibile di consapevolezza di sé, in cui si mette a frutto il potere del cervello sociale per andare
oltre la tendenza a preoccuparsi soltanto di se stessi in quanto individui solitari. Poiché la rete della
modalità di default si occupa della mente degli altri e della nostra, una mente “acronimo-
dipendente” come la mia l’ha soprannominata circuito ALISEI, poiché concentra l’attenzione della
nostra mente su preoccupazioni che riguardano lo stato degli altri e del Sé individuale (ALISEI = [gli]
altri [e] il Sé individuale).
Come dicevamo, se la rete di default è bene integrata con altre aree neurali e con il mondo
sociale, possono svilupparsi empatia e insight, poiché le aree della modalità di default favoriscono la
cognizione sociale e la consapevolezza di sé, ossia la capacità di comprendere la mente degli altri e
la nostra. Tuttavia, se la rete è troppo differenziata e non sufficientemente collegata con le altre
regioni, l’attività ALISEI può creare sofferenza a causa dell’esclusione sociale, della paura ossessiva
delle reazioni degli altri e della preoccupazione continua che col tempo si associa ad ansia e
depressione. La rete della modalità di default non è buona o cattiva in sé e per sé: semplicemente,
in assenza di integrazione, può portare, come abbiamo sottolineato, ad attività mentali interiori e
comportamenti esteriori caratterizzati dalla rigidità o dal caos. La nostra ipotesi è che, con una rete
di default più integrata, possiamo dare un senso alla vita e allentare la morsa della preoccupazione
di essere esclusi o inadeguati, nonché evitare di perseverare eccessivamente nell’interesse per noi
stessi.

Come realizzare l’integrazione della rete di default


Durante la rassegna del terzo segmento del cerchione, potrebbe avvenire molta attività solitaria
ALISEI nella modalità di default, una sorta di chiacchiericcio della “mente scimmia [monkey mind]”
ricco di dialoghi discorsivi interiori, di pensieri e assilli sullo stato del Sé e sulla sua relazione con gli
altri. Dall’attività di ricerca condotta dagli psicologi Zindel Segal e Norman Farb insieme ai loro
colleghi è emerso come in soggetti che non praticavano la mindfulness vi fosse una notevole attività
della corteccia cingolata posteriore e della corrispondente rete di default, un’attività difficile da
placare, persino quando veniva affidato loro il compito di essere consapevoli delle proprie
sensazioni. Invece di seguire, alla stregua di canali “conduttori”, il flusso di stimoli sensoriali
provenienti dal mondo esterno o dal corpo – gli elementi del primo e del secondo segmento del
cerchione della nostra ruota – molti di questi soggetti rispondevano al compito continuando a
pensare a se stessi e al significato che l’esperienza aveva per loro, risposte, queste, frutto di
un’attività di “costruzione”. Se stessimo facendo la pratica della ruota, vedremmo un gran numero
di attività mentali, frutto di costruzione, tipiche del terzo segmento del cerchione, invece del flusso
di sensazioni del primo e del secondo segmento, in cui si è semplicemente “conduttori”.
Questi studi esemplificano efficacemente una scoperta semplice, che può essere ricordata con un
concreto ausilio visivo riguardante la disposizione spaziale all’interno del cervello. Quando non ha
un sufficiente grado di integrazione, la rete di default, collocata principalmente in posizione
mediale, è responsabile di un gran numero di preoccupazioni e pensieri autoreferenziali. Le aree
laterali, i cosiddetti circuiti lateralizzati – che comprendono l’insula anteriore, la quale media la
percezione dello stato del corpo – rendono invece possibile il flusso di elaborazione sensoriale e il
suo ingresso nella sfera della consapevolezza. È così che percepiamo gli elementi dei primi due
segmenti del cerchione della ruota. Quando siamo consapevoli dei primi cinque sensi o dell’interno
del corpo, ossia del sesto senso dell’introcezione, attiviamo i circuiti laterali.
I circuiti laterali sono i correlati neurali alla base della funzione di “conduttore sensoriale” della
mente, di conduttore delle configurazioni di flussi di energia provenienti dal mondo esterno e dal
mondo somatico, corrispondenti ai primi due segmenti del cerchione. Possiamo però anche
trasformare complesse configurazioni di energia in informazione che rappresenti concetti sofisticati,
come le concezioni del Sé e le preoccupazioni per il nostro posto nel mondo, frutto dell’attività di
“costruzione”. L’attività di costruzione della mente ha come correlato neurale l’attività nelle regioni
limbiche e corticali, compresa la rete della modalità di default prevalentemente mediale, anche se
certamente non limitata a essa. È possibile che il senso del Sé nel mondo sociale emerga, nella
forma di configurazioni di energia, dalle costruzioni corticali della rete di default. Il grado di
collegamento tra i nodi differenziati all’interno della rete di default con l’esclusione di altre regioni,
per esempio i circuiti sensoriali lateralizzati, influenza la natura e l’intensità della costruzione del Sé
di cui facciamo esperienza a livello consapevole. Il senso del Sé è una costruzione della mente
influenzata, in parte, dai circuiti cerebrali modellati dall’esperienza.
La costruzione non è necessariamente autoreferenziale; tuttavia, in presenza di una eccessiva
differenziazione e di un insufficiente livello di collegamento con altre aree cerebrali, la rete di
default non integrata che ne deriva potrebbe portare, nelle costruzioni di default ossia nel
chiacchiericcio mentale di sottofondo, a una predominanza di preoccupazioni che riguardano se
stessi concepiti come individui solitari. Potrebbe darsi che, durante la pratica della ruota della
consapevolezza, percepiamo questo aspetto nella forma di distrazioni che ci fanno distogliere
l’attenzione dalle sensazioni; oppure potremmo fare esperienza di questa modalità di default
dell’elaborazione dell’informazione quando pratichiamo la consapevolezza aperta necessaria per la
rassegna del terzo segmento del cerchione, dedicato alle attività mentali. Questi circuiti si formano
nel crogiolo delle nostre esperienze, con i genitori, i coetanei, gli insegnanti e la cultura più ampia in
cui viviamo. Inoltre, come vedremo, possono essere plasmati direttamente dalla pratica meditativa,
dal training mentale che, secondo l’attività di ricerca condotta a questo riguardo, è in grado di
aumentare il livello di integrazione della rete di default. Aumento dell’integrazione che significa
una rete di default meno isolata, più collegata alle altre funzioni del cervello, così da ridurre la
preoccupazione per il Sé solitario generata dai circuiti ALISEI.
I circuiti sensoriali laterali che mediano la conduzione e i circuiti mediali della rete di default che
mediano la costruzione, e sono alla base del continuo preoccuparsi per sé e per gli altri, si inibiscono
reciprocamente. In altre parole, la conduzione rallenta la costruzione e viceversa. Nel culmine
dell’attività autoreferenziale della rete mediale di default, il flusso sensoriale lateralizzato è ridotto
al minimo. Concentriamoci sul flusso sensoriale dei primi due segmenti del cerchione, e la rete
mediale di default si placherà per un po’. Alleniamoci nel corso del tempo a cogliere la distinzione
tra sensazioni della conduzione e pensieri frutto di costruzione, e probabilmente riusciremo a
modificare il modo di essere nel mondo tipico della modalità di default.
È questa la scoperta straordinaria dell’attività di ricerca condotta a questo riguardo, che forse
rispecchia anche la nostra esperienza soggettiva: quando ci troviamo nel flusso di sensazioni tipico
della conduzione, il fragore discorsivo dei pensieri tumultuosi generati dall’attività di costruzione si
placa. Le sensazioni provenienti dalle regioni laterali e il chiacchiericcio mentale delle regioni
mediali si inibiscono a vicenda.
Persi nei pensieri, si attenuano le sensazioni. Nel flusso delle sensazioni, si placano i pensieri.
Con il training mentale, i circuiti sensoriali lateralizzati del cervello sviluppano un maggior grado
di differenziazione nonché la capacità, per così dire, di mantenere la propria posizione; ciò significa
che, in presenza del compito di essere aperta all’esperienza sensoriale, la consapevolezza può
accogliere più prontamente le sensazioni al posto dei pensieri frutto della costruzione. Una volta
realizzata la differenziazione, la conduzione sensoriale può collegarsi al funzionamento complessivo
del cervello. Grazie alla differenziazione e al successivo collegamento delle sensazioni, possiamo
raggiungere stati più elevati di integrazione complessiva del cervello. In tal modo, le regioni laterali
che mediano le sensazioni si rafforzano durante la pratica, a discapito del continuo “ruminare”
derivante dalle aree mediali di default eccessivamente differenziate, le quali monopolizzano il
“chiacchiericcio” della mente per la maggior parte di noi. È sufficiente “stare” con le sensazioni per
placare la preoccupazione per se stessi. Si tratta di una scoperta di straordinaria utilità proveniente
da una rigorosa attività di ricerca, capace di chiarire un proficuo meccanismo mentale.
Come ipotizzano la premio Nobel Elizabeth Blackburn e la collega Elissa Epel, nonché coautrice
del libro da cui è tratta la seguente citazione,
siamo in gran parte inconsapevoli del chiacchiericcio interno nella nostra mente e di come ci influenzi. Certi schemi di pensiero
risultano malsani per i telomeri. Tra questi vi sono la soppressione del pensiero e la ruminazione, così come il pensiero
negativo che caratterizza l’ostilità e il pessimismo. Non possiamo modificare del tutto le nostre risposte automatiche – alcuni
di noi sono nati rimuginatori o pessimisti –, ma possiamo imparare a impedire a questi schemi di pensiero automatici di farci
del male e arrivare perfino a considerarli con una certa ironia. In questo capitolo vi invitiamo a diventare più consapevoli dei
vostri atteggiamenti mentali. Conoscere le nostre modalità di pensiero può sorprenderci e renderci più forti.9

Poi continuano dicendo:


Conoscere le inclinazioni che ci rendono più vulnerabili alla reattività allo stress (e magari, secondo vari studi,
all’accorciamento dei telomeri) è prezioso. La consapevolezza ci aiuta a notare gli schemi di pensiero morboso e a scegliere
risposte diverse. Ci aiuta anche a conoscere e accettare le nostre inclinazioni. Come si dice abbia affermato Aristotele:
“Conoscere se stessi è l’inizio di tutta la saggezza”.10

Secondo alcuni studiosi, una rete della modalità di default eccessivamente attiva sarebbe un
correlato neurale di un’eccessiva preoccupazione per se stessi, un possibile meccanismo alla base di
ruminazioni negative. In alcune persone, questa attività isolata della rete di default potrebbe
indicare il rafforzamento di un senso di separatezza e solitudine del Sé derivante da esperienze
familiari e culturali. In una situazione ideale, all’interno di un contesto relazionale dovremmo
sviluppare un Sé più integrato, caratterizzato sia da differenziazione e autonomia sia da senso di
connessione e appartenenza: l’essere membri di un gruppo senza perdere la nostra identità
individuale. Questa sarebbe un’esperienza del Sé nel mondo all’insegna dell’integrazione,
un’esperienza probabilmente associata a un più profondo senso di connessione e significato
esistenziale. Vivere la vita con un senso di finalità può persino migliorare lo stato del corpo, grazie
all’ottimizzazione dei telomeri, come ipotizzano Blackburn e Epel.
E più i meditatori avevano migliorato il proprio punteggio quanto a senso di scopo nella vita, più alto era il livello di
telomerasi. La meditazione, se per caso vi interessa, è un metodo importante per accrescere il senso di scopo nella vita. Vi sono
innumerevoli modi di acquisire un maggior senso di scopo e la scelta dipende da quello che è più significativo per voi.11

Paradossalmente, senza un senso integrato del Sé, caratterizzato cioè da differenziazione e


collegamento, la costruzione di un’identità separata potrebbe essere un tentativo di evitare
l’esperienza di annichilimento che si teme possa avvenire entrando a far parte di una totalità più
ampia. Per una serie di ragioni, potremmo assistere alla costruzione di una definizione rigida del Sé
per evitare il caos di una fusione e di una conseguente perdita di un qualunque senso del Sé. L’esito
di manifestazioni tanto rigide o caotiche di un senso del Sé non integrato potrebbe essere collegato
a una rete di default eccessivamente autonoma e differenziata, il che porta a una sua maggiore
attivazione e a una minore integrazione: la conseguenza, a sua volta, può essere un senso di
disconnessione e, potenzialmente, la mancanza di senso e di scopo nella vita.
Prendiamo in considerazione questa idea: il nostro senso del Sé nel mondo potrebbe apparirci
così fragile da indurci a costruire un’idea della nostra identità come entità immutabile, che potrebbe
quindi essere espressa con un sostantivo. Questo rigido senso di identità è un comprensibile
tentativo di aiutarci a raggiungere l’omeostasi; tuttavia, la sua inflessibilità non fa che rafforzare la
propria natura già eccessivamente differenziata. Senza accogliere la natura più fluida del Sé come
processo emergente e in divenire – esprimibile quindi come verbo – restiamo con la
differenziazione senza il collegamento: restiamo un Sé solitario. Questa condizione, se portata
all’estremo, potrebbe predisporre a una serie di problemi, definiti da ricercatori e medici come
difficoltà di autoregolazione e condizioni che possono andare dall’ansia e dalla depressione fino alla
dipendenza e all’isolamento sociale.

Allentare la morsa di un Sé separato


L’attività di ricerca ha evidenziato come con il training mentale sia possibile ridurre l’isolamento
della rete di default, riconducibile all’interconnessione eccessivamente stretta e differenziata della
corteccia cingolata posteriore con altri nodi della modalità di default come la corteccia prefrontale
mediale, e aumentarne il livello di integrazione con lo spettro completo dell’attività cerebrale, reso
ora più accessibile. Questa scoperta potrebbe cioè indicare come un senso del Sé più integrato
emerga nel momento in cui l’attività stessa del cervello raggiunge un maggiore livello di
integrazione grazie al training mentale, un’esperienza che potreste compiere anche voi ora,
proseguendo con la pratica della ruota della consapevolezza, come altri hanno già riferito di aver
fatto.
Il problema non è l’attività di costruzione della mente di per sé. L’integrazione della mente che
possiamo cercare di raggiungere potrebbe essere proprio l’equilibrio tra costruzione cognitiva e
conduzione sensoriale. Forme di costruzione eccessiva e isolata che emergono come continua
preoccupazione per se stessi potrebbero indicare la presenza di ostacoli a un funzionamento della
mente caratterizzato da una maggiore integrazione. Il ricercatore in ambito clinico e
neuroscientifico Judson Brewer ha dimostrato il potere del training mentale di sconfiggere la
dipendenza e l’ansia attraverso un intervento volto a rendere maggiormente integrata la modalità di
default, in precedenza caratterizzata da un ruolo predominante della corteccia cingolata posteriore.
In altri termini, questa attività di ricerca avvalora la concezione secondo cui un eccessivo grado di
differenziazione della modalità di default, in assenza di collegamento con altre regioni, possa essere
considerato un segno a livello neurale di ostacoli all’integrazione e alla salute. La conseguenza di un
ridotto livello di integrazione sono il caos e la rigidità della depressione, dell’ansia e della
dipendenza, condizioni, queste, all’origine della sofferenza umana.
In parole semplici, molte persone potrebbero vivere con circuiti della rete di default
eccessivamente differenziati, la cui attivazione li rende inclini alla ruminazione tipica di un
continuo preoccuparsi per se stessi, a un confronto con gli altri, a un senso di inadeguatezza e a una
folta serie di altre cause di sofferenza emotiva.
Proviamo a immaginare la spirale che può crearsi in una situazione di questo genere. È come
sovraccaricare un insieme di muscoli, lasciando gli altri a riposo: la conseguenza è uno squilibrio
fisico. Si pensi all’assioma citato in precedenza (“Dove l’attenzione va, una serie di neuroni si
attiverà e una connessione nervosa si formerà”): una ripetuta preoccupazione mediata da una rete
di default iperattiva e isolata può aumentare la forza delle connessioni interne alla rete,
collegandone i nodi con un grado ancora maggiore di compattezza al suo interno e separazione
dall’esterno.
A questo riguardo, è utile ricordare che, perché avvenga un rafforzamento delle connessioni
neurali, non è necessario che l’attenzione venga guidata da noi o che sia conscia. L’attenzione si
limita a indirizzare il flusso di energia e informazione. E quando l’attenzione è rivolta al nostro
interno, i profili di scarica neuronale si attivano ripetutamente. Anche i messaggi culturali di
separatezza possono dirigere la nostra attenzione, anche senza che ne siamo consapevoli, e questi
messaggi di un Sé separato e inadeguato possono radicarsi nel cervello. Come? I nostri sistemi di
valutazione della regione limbica e altri aspetti del nostro cervello sociale effettuano un attento
monitoraggio del nostro posto nel mondo e creano un’associazione tra inclusione sociale e
valutazione del significato. L’appartenenza è importante. Se dai social media e i social network o da
altre istituzioni della società riceviamo il messaggio che non siamo sufficientemente bravi, che ci sia
qualcosa che non va nel nostro genere, nella razza, nell’orientamento sessuale o, più in generale,
che siamo soli e inadeguati, questi “pacchetti” di informazione possono entrare nel sistema nervoso
e influenzare la direzione dell’attenzione, anche a nostra insaputa.
Sfortunatamente, un’esistenza come quella rinforzata dalla società moderna, in cui vi sia la
tendenza a isolare e disumanizzare le persone, facendole sentire disprezzate, esautorate e rigettate
dalla comunità, può indirizzare ripetutamente l’attenzione, focalizzata e non focalizzata, in un
circolo vizioso che di continuo sottolinea la natura separata e inadeguata del nostro senso del Sé,
influenzando di conseguenza lo sviluppo del cervello. Percorriamo la vita in solitario, senza un
senso di appartenenza o di sostegno. A sua volta, questa ripetuta esperienza di isolamento rinforza
le connessioni neurali che confermano lo stato di separatezza del Sé.
Naturalmente, per contribuire a cambiare l’enfasi della società sulla separatezza del Sé, è
importante trovare il modo di rendere più accoglienti e inclusive le comunità. L’appartenenza è un
bisogno umano fondamentale. Inoltre, la pratica meditativa, con i tre pilastri dell’attenzione
focalizzata, della consapevolezza aperta e dell’intenzione gentile, è in grado, secondo i risultati
dell’attività di ricerca, di allentare la stretta interconnessione interna all’attività della rete di default
e potrebbe quindi contribuire a coltivare un senso del Sé più integrato e un atteggiamento più
ricettivo verso la ricerca di un senso di connessione nella comunità. Ciò significa che pratiche
riflessive come la ruota della consapevolezza, che comprende i tre pilastri appena citati, possono
indurre un cambiamento nel tratto base, creando uno stato più integrato che, con la ripetizione
durante la pratica, diventa una nuova condizione base, con i tratti di maggiore gentilezza e
compassione che a loro volta favoriscono ulteriormente l’integrazione. Il training mentale può
cambiare la modalità di default e aumentarne il livello di integrazione nella nostra vita.

La differenza tra attaccamento e restare aggrappati a qualcosa


Come abbiamo visto, si è scoperto che le pratiche di training mentale allentano la stretta
interconnessione che caratterizza il funzionamento della rete di default. Secondo altri studi, le
pratiche meditative potrebbero anche diminuire l’intensità del sistema della gratificazione –
chiamato anche “sistema della ricompensa” – distribuito in verticale, che si estende dal tronco
cerebrale (il palmo della nostra mano nel modello “manuale” del cervello) attraverso la regione
limbica (il pollice) fino alla corteccia cerebrale (le dita ripiegate). Questo cambiamento nel sistema
della gratificazione può ridurre la presa di desideri impellenti [cravings] sul nostro comportamento,
un cambiamento che certamente può aumentare le nostre possibilità di salute e felicità nella vita.
Queste regioni neurali hanno in comune un neurotrasmettitore: la dopamina. Quando la dopamina
viene rilasciata dal sistema e si diffonde in esso, proviamo un senso di gratificazione. È il sistema
della ricompensa mediato dalla dopamina a determinare che cosa sia gratificante per noi; per
questo motivo, un’attività che porta a una scarica di questo neurotrasmettitore ci dà una sensazione
di questo tipo: “È stato gratificante: lo faccio di nuovo per sentirmi ancora così”. Per quanto mi
riguarda, il cioccolato fondente mi dà certamente una forte scarica di dopamina. Se possiamo fare
qualcosa per ridurre l’intensità del rilascio – senza eliminare completamente la dopamina dalla
nostra vita, ma, per esempio, diminuendo la velocità, particolarmente elevata, del suo rilascio nel
cervello – possiamo moderare l’attrazione e il desiderio compulsivo verso sostanze o attività, verso
cui potremmo altrimenti sviluppare una forma di dipendenza. La modifica nel rilascio di dopamina
può liberarci da un’attrazione intensa verso cose che di fatto potrebbero non farci bene.
Il mutamento nel funzionamento del sistema della gratificazione, insieme all’ampliamento del
senso di consapevolezza nel mozzo della ruota, potrebbe darci lo spazio mentale e le funzioni
neurali per differenziare, in aspetti importanti, il sentimento di piacere che proviamo nei confronti
di qualcosa e la capacità di scegliere se averla o meno, da quello di volerla o averne bisogno, che
potrebbe portarci a desiderarla in modo tanto impellente da non poterne più fare a meno. Già nel
sistema della gratificazione, i due processi del piacere e del volere sembrano essere mediati da
regioni leggermente diverse. Quando vedo il cioccolato e sono consapevole che mi piace, posso
prenderlo o lasciarlo dov’è. Mi basta sapere che mi piace qualcosa, anche se non ce l’ho. Posso
scegliere come comportarmi. Se, invece, non distinguo il piacere dal volere, se questi due aspetti si
confondono nella mia mente in presenza di un’intensa attivazione del sistema della gratificazione e
di un accesso limitato al mio centro di consapevolezza, il mozzo, allora l’oggetto che mi piace – la
tavoletta di cioccolato – diventa qualcosa che desidero, e il mio comportamento sfugge al mio
controllo cosciente.
In alcuni ambienti, l’espressione impiegata per questo desiderio impellente è “sviluppare un
attaccamento” verso qualcosa; tuttavia, io tendo a non usarla, perché il termine attaccamento, nel
mio campo di studi sull’attaccamento tra genitore e figlio, si riferisce all’amore. Usiamo allora
l’espressione restare aggrappati, per indicare un’attrazione talmente forte verso qualcosa da non
riuscire a rinunciarvi, a staccarcene, anche quando non ci fa bene. Quando non distinguiamo il
piacere che proviamo per qualcosa e la gratitudine che potremmo provare per il godimento che ci
ha dato, dal fatto di volere qualcosa, sopraffatti da un desiderio impellente che ci porta a non
riuscire a staccarci da quella cosa, siamo a rischio di sviluppare una dipendenza e un senso di
inadeguatezza. Senza quella particolare cosa, siamo incompleti. Studi preliminari indicano come,
con un rilascio meno intenso di dopamina nel circuito della gratificazione ottenuto grazie al training
mentale, emerga il senso di una mente più aperta insieme alla serenità del benessere, a mano a
mano che spontaneamente si riduce il desiderio di restare aggrappati a qualcosa. Possiamo prendere
o lasciare: la decisione spetta a noi, non al nostro circuito della gratificazione. Immaginiamo di
vivere con un senso di compiutezza e completezza, anziché di inadeguatezza e dipendenza.
Possiamo essere grati per ciò che assaporiamo, senza agognare ciò che ci manca. È una differenza
che fa la differenza.
Ritengo sia importante sottolineare a questo punto che in tutto ciò cui potremmo restare
aggrappati – il cioccolato per me, fino ad arrivare a coloro che si trovano in una relazione distruttiva
e non riescono a staccarsi da un partner che li fa stare male – possono rientrare anche modi di
pensare e relazionarsi con il nostro Sé interiore. Potrebbe darsi, per esempio, che una tendenza a
restare aggrappati all’idea di un Sé separato, preoccupato solo di se stesso, diventi una forma di
dipendenza. Il desiderio impellente e la dipendenza, il craving e l’addiction, sembrano essere
mediati – come dicevamo – dai circuiti dopaminergici della gratificazione, proprio come ogni forma
di desiderio così intenso da divorarci e da assorbire ogni nostro pensiero, privandoci della capacità
di cambiare e liberarci dalla sua morsa. In parole semplici, dall’attività di ricerca emerge che
l’ossessione per il Sé può creare dipendenza tanto quanto sostanze che notoriamente danno
dipendenza: di fatto attiva il sistema della gratificazione. Uno sguardo all’attuale uso smodato dei
social media può aiutarci a comprendere questo processo. Possiamo interrogarci su alcuni aspetti
dei social e sulla grande quantità di tempo e di energie dedicata a presentare immagini di se stessi
agli altri, tanto grande da poterli di fatto rinominare come “piattaforma di mezzi di comunicazione
della rete di default”. I circuiti base ALISEI si attivano con i social media, persino quando potremmo
venire assaliti da un senso di irrequietezza e di incompiutezza, quasi ci mancasse qualcosa se non
riusciamo a documentare su una piattaforma social ogni aspetto di noi stessi, facendolo apparire
positivo e apprezzabile. La paura di essere tagliati fuori ha già, in realtà, un suo acronimo: FOMO,
dall’inglese fear of missing out. Purtroppo, gran parte delle volte, le immagini presentate su questi
siti comunicano una versione edulcorata della vita, che di rado è realmente così positiva come
vorrebbero far credere. Il pubblico di queste immagini è spesso inconsapevole del miraggio, e
nell’incessante confronto con la realtà della propria vita, prova un senso di inadeguatezza.
Nel nostro mondo digitale, i circuiti ALISEI si scatenano. In questo contesto, ogni volta che
postiamo un’immagine finta di noi stessi, abbandonandoci all’autoreferenzialità, i sistemi della
gratificazione fanno sì che si verifichi una temporanea scarica di dopamina – “Come mi sono sentito
gratificato da questo gesto!” – e la dipendenza dal continuo preoccuparsi solo per se stessi si
rafforza. Non c’è quindi da meravigliarsi del fatto che le persone continuino a controllare i propri
smartphone persino quando sono al volante. Possiamo solo immaginare come il senso di non essere
mai davvero realizzati, mai davvero completi né all’altezza amplifichi enormemente l’intensità della
preoccupazione, mediata dalla rete di default, per la propria inadeguatezza rispetto agli altri. Questi
sentimenti, come suggerisce in generale Antonio Damasio, riguardano l’omeostasi: la possibilità di
sopravvivere e prosperare. L’interessamento per gli altri e per se stessi, mediato dalla rete di default,
si accasa nel mondo dei social media con un senso di urgenza vitale, attingendo agli aspetti più
fondamentali della nostra esistenza di esseri sociali. È così che il processo ALISEI, spinto al
superlavoro, potrebbe imperversare nel mondo digitale. Anche solo per reagire ai cambiamenti
prodotti nella nostra vita dai social media – ma, certamente, anche per molte altre ragioni –
abbiamo bisogno ora più che mai di pratiche per coltivare un modo di essere che favorisca
l’integrazione, un modo di vivere con un senso di compiutezza e di connessione reale e significativa.
Se il senso del Sé viene definito come giocatore solitario, una mente in isolamento, la triste realtà
è che questo modo di vivere non integrato, in cui esiste soltanto la mente interiore e viene a
mancare la pienezza della “inter-mente”, rende inclini a un senso di irrequietezza, incompiutezza e
mancanza nella vita, ancor prima di essere attratti dalla versione patinata proposta dai social media.
A livello neurale, l’allentamento della compattezza della modalità di default potrebbe avvenire,
in parte, allentando la morsa della preoccupazione per il Sé solitario, il che comporterebbe non solo
una diminuzione della stretta interconnessione tra le componenti della rete di default, ma anche
una riduzione della risposta del sistema della gratificazione. Potrebbero essere questi i meccanismi
alla base del cambiamento del tratto base della modalità di default che spesso si è riscontrato in
persone dedite alla pratica meditativa: un allentamento della visione di un Sé separato e un modo
di essere nel mondo caratterizzato da un maggiore senso di connessione, in cui ci si sente più a
proprio agio nella propria pelle.
Durante la rassegna del terzo e del quarto segmento del cerchione, potremmo scoprire con il
tempo che sta avvenendo questo allentarsi di un senso del Sé separato. Se non ci sembra che
accada, non dobbiamo preoccuparci o forzare questo processo. Ciò non significa che il proprio Sé
scompaia; le descrizioni delle numerose persone che si sono dedicate alla pratica della ruota parlano
soprattutto di un aumento del proprio senso di connessione, di come il proprio senso del Sé diventi
più esteso e più ampio, parte di qualcosa che va oltre l’interiorità della mente racchiusa entro i
confini della pelle.
Queste considerazioni sottolineano un importante punto di incontro fra esperienze soggettive e
dati oggettivi. A livello soggettivo, le persone descrivono ripetutamente un ampliamento del senso
di appartenenza a un’entità più grande, di consapevolezza di farne parte nel contesto di un modo di
essere interconnesso. Questo senso più ampio di identità è accompagnato da un profondo
sentimento di sintonia e significato. L’osservazione di questa costante riguardante l’ampliamento
del senso soggettivo del Sé è un risultato empirico importante, correlato con i risultati oggettivi che
riguardano i cambiamenti che avvengono nel cervello con le pratiche di training mentale.
Il processo alla base del vissuto mentale soggettivo di un senso del Sé più ampio e connesso agli
altri potrebbe essere l’allentamento delle strette connessioni interne alla rete della modalità di
default, le quali, come accennato, potrebbero essere il meccanismo neurale alla base di un senso del
Sé solitario, eccessivamente differenziato. La buona notizia derivante da questo allentamento della
visione di un Sé solitario riguarda la depressione e l’ansia, disturbi che – come abbiamo visto –
sembrano essere correlati con un eccessivo grado di isolamento della rete di default. Persino gli
studi sui topi cui vengono offerte sostanze che rilasciano dopamina come la cocaina indicano che,
quando gli animali vivono in isolamento, preferiscono la cocaina all’acqua o al cibo, e poi muoiono.
All’opposto, i topi che vivono insieme agli altri scelgono l’acqua e il cibo, ed evitano la cocaina. È
davvero una scoperta sorprendente. È importante ricordare che noi mammiferi siamo creature
profondamente sociali. Quindi, per un essere sociale complesso come l’essere umano, la presenza di
un circuito cerebrale – la rete della modalità di default – in grado, perlomeno nella cultura
contemporanea, di sviluppare una eccessiva differenziazione all’interno della nostra testa, minando
il senso di appartenenza, non è cosa da poco. Nella contemporaneità, la vulnerabilità del cervello
umano alla creazione di un vissuto mentale di identità come Sé solitario, un Sé che vive in un
isolamento dagli altri costruito dalla propria mente e mediato dai propri circuiti cerebrali, può
essere fonte di enorme sofferenza.
Siamo esseri sociali. E, come vedremo presto, persino l’esperienza di essere coscienti potrebbe
avere origine dall’attenzione che rivolgiamo agli stati mentali interiori delle altre persone. Se così
fosse, la consapevolezza della mente dell’altro potrebbe essere il precursore della consapevolezza dei
nostri stati mentali interiori. Quando il cervello registra il messaggio di una nostra separazione dal
mondo sociale più ampio, le radici stesse dell’identità e della consapevolezza si inaridiscono. Questa
sarebbe una condizione opposta a quella emersa dagli studi sugli schemi di attività elettrica del
cervello rilevati durante le pratiche finalizzate allo sviluppo della compassione: infatti, quando la
mente si focalizzava sulla cura e sulla sintonia con gli altri, si registrava l’attivazione di un elevato
livello di onde gamma, un tipo di schema di attività elettrica, questo, che si verifica quando aree del
cervello ampiamente distribuite realizzano un coordinamento e bilanciamento reciproco del proprio
funzionamento, ossia quando il cervello è in uno stato di integrazione. Il livello più elevato di onde
gamma è stato registrato, come abbiamo accennato nelle pagine precedenti, quando il senso di
compassione, gentilezza e amore era di tipo “non referenziale”, ossia aveva un carattere generale.
Questo potrebbe essere un aspetto del meccanismo attraverso cui lo sviluppo di un’intenzione
gentile, insieme all’attenzione focalizzata e alla consapevolezza aperta, favorisce la creazione di un
maggior grado di integrazione e infonde più significato e senso di connessione nella nostra
esistenza. Poiché aumenta l’integrazione del cervello presente nella nostra testa così come del
nostro Sé sociale, la pratica della ruota della consapevolezza potrebbe di per sé ampliare il nostro
senso di identità.

Il quarto segmento del cerchione e la mente relazionale


Mentre ci dedichiamo al quarto segmento del cerchione, possiamo domandarci nuovamente quale
potrebbe effettivamente essere il meccanismo che fa sì che proviamo un senso di connessione verso
gli altri invece di provare un senso di separatezza e solitudine. Che cosa significa concretamente
allentare il senso di separatezza del Sé? In cosa consiste l’esperienza, tanto di frequente descritta
soggettivamente come “essere parte di una totalità più grande”, in termini di effettivi meccanismi
della mente, del cervello e del mondo relazionale? E che cosa implicano, per i meccanismi
fondamentali della mente, gli inviti a diventare consapevoli del nostro senso di connessione e ad
avere un’intenzione gentile animata da preoccupazione compassionevole?
Come abbiamo visto, quando esortiamo noi stessi a sentire il legame che ci unisce alla famiglia e
agli amici durante la rassegna del quarto segmento del cerchione, potremmo diventare consapevoli
di un flusso sensoriale di energia, oppure potrebbe darsi che si attivi un ricordo costruito o
l’immagine di un legame.
Nel XIX secolo, lo scienziato britannico Michael Faraday ipotizzò l’esistenza di campi
elettromagnetici, sebbene questi campi non fossero visibili a occhio nudo. Il mio caro vecchio amico
John O’Donohue era solito definirsi “mistico”, termine che, secondo lui, indicava coloro che
credevano nella realtà dell’invisibile. John, sacerdote cattolico irlandese nonché filosofo e poeta,
pensava che il mondo fosse pervaso di interconnessioni che noi semplicemente non riuscivamo a
percepire direttamente con i nostri occhi, ma che erano nondimeno del tutto reali. Il libro che
pubblicò, appena prima della sua improvvisa morte, è intitolato To Bless the Space Between Us
[Benedire lo spazio tra noi]. Quello spazio tra noi potrebbe essere la “inter-dimensione” della mente
che stiamo indagando, la sua dimensione relazionale.
Se provo un senso di connessione con John ora, si tratta forse soltanto di un ricordo del nostro
rapporto e delle esperienze compiute insieme, qualcosa frutto della mia attività di costruzione,
attraverso il meccanismo delle configurazioni di attivazione neuronale? Oppure potrebbe trattarsi di
qualcosa di più, qualcosa che “sento” ora, che non è frutto di costruzione, ma è una forma di
“conduzione” sensoriale? E quando sento i legami che mi uniscono alle persone che conosco e amo,
o persino a persone che non ho mai conosciuto o a tutti gli esseri viventi di questo pianeta che
condividiamo, si tratta solo di una costruzione del cervello che ho nella testa, o del mio corpo,
qualcosa di costruito dalla mia mente interiore? Oppure sto percependo una sorta di campo, come
ipotizzò Faraday, che non posso vedere con i miei occhi, ma che è assolutamente reale? Da dove ha
origine questo senso di connessione? Deriva forse dalla ricezione di stimoli della mia funzione
conduttrice che avviene nel qui e ora, la conduzione del flusso di qualcosa che accade adesso,
oppure è una costruzione assemblata dall’attivazione neuronale di ricordi e immaginazione?
Sebbene fossero in molti a non credere a Faraday quando formulò la sua ipotesi, oggi la maggior
parte dei nostri apparecchi elettronici si basa su quei campi di cui lo scienziato sostenne la realtà.
L’energia può manifestarsi sotto forma di onde, le quali possono essere trasmesse a lunga distanza.
Una volta, io e mio suocero Neil Welch, un agricoltore, il cui corpo ci ha lasciati anni orsono,
restammo meravigliati nel parlare con mio figlio Alex, suo nipote, nel corso di una videochiamata
con il mio smartphone. Com’era possibile vedere e parlare con suo nipote in una scatoletta? Che
fosse nella stanza accanto o all’altro capo del mondo (come, di fatto, era in quel momento), era una
meraviglia da ammirare, per me e per Neil. Se fosse successo quattrocento anni fa, io e Neil
saremmo stati messi al rogo per aver portato nel mondo una stregoneria tanto pericolosa. Oggi ci
viene addebitato semplicemente un abbonamento mensile per il servizio telefonico.
L’energia può avere molte forme e provenire da vari luoghi, vicinissimi o molto lontani, e si
trasforma nei tratti che abbiamo sintetizzato nell’acronimo CLIFF, contorno, localizzazione o
posizione, intensità, forma e frequenza. L’energia può affluire da molto, molto lontano. La luce
solare ne è un esempio, la luce delle stelle un altro. Quando percepiamo la luce con i fotorecettori
degli occhi, non ci agitiamo esclamando: “Oh, l’energia che percepisci come luce è solo frutto della
tua immaginazione: proviene da un ricordo memorizzato nella tua testa!”. Con il tempo abbiamo
accettato il fatto che i nostri organi di senso siano un indicatore di realtà affidabile. Tuttavia, io e
Neil riuscivamo a parlare con Alex, a vederlo e a comunicare con lui usando i sistemi sensoriali
della vista e dell’udito nonostante restassero nell’ombra i meccanismi profondi con cui lo
smartphone riusciva a tradurre le invisibili onde elettromagnetiche in forme fruibili di stimoli
luminosi e sonori. Non potrebbe accadere lo stesso con la nostra mente? Esiste forse una forma di
conduzione che consente il fluire di qualcosa, di cui diventiamo consapevoli come senso di
connessione con un mondo più ampio, che travalica i confini della nostra pelle?
Mentre guardavo la diretta video dei lavori delle Nazioni Unite sui piani strategici da attuare fino
al 2030 per favorire il benessere nel pianeta, riuscii a sentire il senso di connessione che legava gli
oratori l’uno all’altro e alla salute futura del mondo. Mia figlia era presente come stagista in uno dei
locali in cui si svolgeva la conferenza, e immaginavo come potesse sentirsi a lavorare in un ambiente
tanto internazionale. Era solo immaginazione, oppure era possibile che anch’io sentissi una parte
della sua esperienza in quel luogo? Esamineremo più avanti le modalità con cui l’energia può
scorrere nello spazio come forza, nella forma di luce o suono o elettricità. Oggi sappiamo anche che,
a prescindere dalla posizione, l’energia può mostrare un tipo di accoppiamento che in fisica
quantistica viene chiamato entanglement, letteralmente “intreccio”, di cui parleremo più a fondo
nel nono capitolo. L’entanglement fa sì che la separazione nello spazio non comporti una riduzione
dell’interconnettività delle forme accoppiate di energia. L’accoppiamento di energia, l’entanglement,
è ora un aspetto dimostrato dell’universo in cui viviamo. Non è una forza che scorre, ma una
relazione tra stati energetici che non cambia con la distanza nello spazio. Non intendo dire che ciò
dimostri la connessione tra noi o che le nostre menti rilevino l’effetto non locale di una mente
sull’altra, poiché non è ancora possibile affermarlo in base a concezioni scientificamente fondate
della natura della nostra vita mentale. Qualunque sia il modo in cui arriviamo a “sentire” questa
interconnessione, il mio invito è quello di pensare alle modalità in cui potreste aver percepito
qualcosa, nel vostro rapporto con gli altri o con la natura, che possa indicare la ricezione di stimoli
da onde lontane di energia, o forse – e sottolineo forse – persino dai vostri stessi “intrecci
[entanglements]” con gli altri o con il mondo nel suo complesso.
A un gruppo di lavoro di fisici quantistici cui una volta partecipai, il primo oratore aveva riportato
sulla prima diapositiva della sua presentazione la seguente frase: “Abbiamo stabilito grazie alla
scienza che il mondo è profondamente interconnesso; la domanda allora è: che cosa c’è di sbagliato
nel cervello umano da portare la gente a pensare che non lo sia?”. E a questa affermazione rispondo
che è proprio vero: perché il nostro cervello ci dice che non siamo profondamente interconnessi,
quando in realtà lo siamo? Come afferma il fisico Carlo Rovelli,
[…la] fisica apre la finestra per guardare lontano. Quello che vediamo non fa che stupirci. Ci rendiamo conto che siamo pieni
di pregiudizi e la nostra immagine intuitiva del mondo è parziale, parrocchiale, inadeguata. La Terra non è piatta, non è ferma.
Il mondo continua a cambiare sotto i nostri occhi, a mano a mano che lo vediamo meglio.12

Forse la mente, che esiste nello stesso mondo studiato dalla fisica, possiede anch’essa molte
caratteristiche di cui non teniamo conto nelle attuali cornici concettuali. Aprendo le nostre menti a
nuove possibilità, possibilità che in questo momento potremmo non essere neppure in grado di
immaginare, potremmo essere preparati a considerare in maniera più esaustiva i meccanismi della
mente alla base della nostra esperienza soggettiva della vita, della nostra interconnessione, e persino
della natura della consapevolezza. Sempre Rovelli:
Qui, sul fronte, oltre i bordi del sapere attuale, la scienza diventa ancora più bella. Nella fucina incandescente delle idee che
nascono, delle intuizioni, dei tentativi. Delle strade intraprese e poi abbandonate, degli entusiasmi. Nello sforzo di immaginare
quello che ancora non è stato immaginato.13

Probabilmente riusciamo a “sentire” la connessione, l’elemento al centro del quarto segmento del
cerchione, con una molteplicità di meccanismi alla base della sensazione soggettiva. Teniamo
quindi aperta la mente alla possibilità che la scienza dell’energia sia pertinente alla nostra
concezione della mente come proprietà emergente dell’energia e alla nostra ipotesi sui meccanismi
sottostanti alla capacità di percepire le interconnessioni che ci uniscono. Da un punto di vista
scientifico, la risposta è che attualmente non sappiamo con precisione che cosa possano
effettivamente essere tali meccanismi per il quarto segmento del cerchione, per il nostro senso
relazionale.
La scienza ci ricorda che viviamo in un corpo, e che questo corpo che abitiamo ha un limitato
insieme di schemi neurali con cui percepiamo la realtà, siamo consapevoli delle sensazioni
corrispondenti e persino riusciamo a concepire la natura stessa della realtà. Ciò significa che quello
che sentiamo e pensiamo di essere è, per la natura stessa del suo emergere dal corpo, molto
limitato. Alla realtà non importa realmente se siamo in grado o meno di capirne i meccanismi
fondamentali: tali meccanismi esistono a prescindere dalla conoscenza che possiamo averne.
Tuttavia, da una posizione scientifica, se presupponiamo che esista una realtà oltre le nostre
percezioni e conoscenze iniziali, possiamo essere disponibili a prendere coscienza di aspetti della
realtà stessa che, proprio grazie a una mente aperta e ricettiva, potremmo col tempo comprendere
più pienamente. Avere un atteggiamento scientifico non significa essere onniscienti; significa essere
umili e riconoscere i nostri limiti, mentre allo stesso tempo coltiviamo la nostra curiosità per poter
imparare sempre di più, a mano a mano che sviluppiamo, consolidiamo e ampliamo le nostre
capacità percettive e conoscitive.
Da anni, i miei colleghi Peter Senge e Otto Scharmer, esperti di teoria dei sistemi al
Massachusetts Institute of Technology, studiano la natura dei campi relazionali e l’influsso che
questi sistemi sociali esercitano sull’interazione interpersonale. Quando i campi relazionali
promuovono rapporti animati da compassione e stimolano collaborazione e creatività, vengono
definiti campi sociali generativi. Nel lavoro che stiamo facendo insieme, la nostra speranza è riuscire
a studiare come le nostre interconnessioni favoriscano la creazione di un mondo più integrato e più
sano. Al momento non sappiamo quali siano i meccanismi alla base di questi campi relazionali. Se la
nostra esplorazione della natura intra- e inter-relazionale della mente con la pratica della ruota
della consapevolezza è pertinente, significherebbe che potrebbe esserci un’utile applicazione del
concetto di energia (compresi i suoi campi non visibili), così come del processo fondamentale di
integrazione, per illuminare una via verso la creazione di ulteriori campi sociali generativi nel
mondo.

Favorire l’integrazione cerebrale con il training mentale


Con il training dell’attenzione focalizzata lungo il primo e il secondo segmento del cerchione
durante la pratica della ruota, attiviamo l’energia delle regioni del corpo e dei diversi tipi di cervello
– il cervello cranico, quello enterico e quello cardiaco – coinvolti nell’incanalamento dei flussi di
energia e informazione verso la consapevolezza. I correlati neurali del training dell’attenzione nel
cervello cranico riguardano le regioni prefrontali, che, come dice il nome, sono collocate appena
dietro la fronte; nel nostro modello “manuale”, sono le parti racchiuse tra le unghie e le prime
nocche delle dita. Le regioni prefrontali funzionano di concerto con la corteccia cingolata anteriore
– collocata nella regione limbica, che nel modello “manuale” corrisponde al pollice – e con la
pratica formano probabilmente delle connessioni, a mano a mano che sviluppiamo la capacità di
mantenere l’attenzione, di notare le distrazioni con i circuiti della salienza, i quali comprendono
anche l’insula, e poi di reindirizzare l’attenzione.
Con l’impiego di pratiche globali di training mentale si sono osservati dei cambiamenti in
parecchie aree cerebrali. Uno di questi cambiamenti riguarda lo sviluppo di alcune parti della
corteccia prefrontale, un effetto, questo, che va a sostegno della scoperta di un miglioramento della
regolazione dell’energia e dell’informazione, evidente nella maggiore capacità di attenzione e di
regolazione emotiva. Infatti, la regione prefrontale collega estesamente tra loro in una totalità
interconnessa la corteccia cerebrale, la regione limbica, il tronco cerebrale, le altre parti
dell’organismo, e il mondo sociale; la regolazione che deriva da questo tipo di integrazione neurale
contribuisce a influenzare le emozioni e l’umore, l’attenzione e il pensiero, le relazioni e la moralità.
Questi aspetti sono tutti parte delle cosiddette funzioni esecutive e – come dicevamo – traggono
origine dall’integrazione.
Un’altra regione che viene modificata dalle pratiche di training mentale è l’area limbica.
L’ippocampo, per esempio, si sviluppa con la pratica e svolge la funzione di nodo neurale che
collega aree separate e supporta l’elaborazione dei ricordi; inoltre, è collegato alla regolazione delle
emozioni. In alcuni studi si è osservato anche come un’amigdala di dimensioni pronunciate,
probabilmente responsabile di un’intensa reattività emotiva quando è eccessivamente differenziata,
diventi più piccola con la pratica meditativa.
Una terza regione a svilupparsi con la pratica di training mentale è il corpo calloso, che collega tra
loro gli emisferi differenziati destro e sinistro del cervello. Oltre a queste modalità specifiche di
maggiore integrazione a livello cerebrale, una quarta scoperta emerge dagli studi che impiegano
nuove tecniche di rilevazione dello stato di integrazione del cervello. Come abbiamo accennato in
precedenza, lo Human Connectome Project, gli studi sul connettoma umano che si avvalgono di
tecnologie all’avanguardia per individuare le connessioni tra aree cerebrali distinte, hanno
dimostrato come le pratiche di training mentale aumentino proprio il grado di interconnessione tra
regioni differenziate del cervello. Lo sviluppo di un sistema neurale più integrato è rilevabile in
parte anche in riferimento alla rete della modalità di default: come abbiamo accennato in
precedenza, si è scoperto un allentamento degli stretti collegamenti presenti all’interno di un
sistema di default eccessivamente differenziato e isolato. Anche gli studi sul collegamento tra il
cervello cranico e il cervello cardiaco (la rete neurale che circonda il cuore) dimostrano un aumento
delle connessioni funzionali, soprattutto con i programmi di training della compassione che
favoriscono lo sviluppo dell’intenzione gentile, come abbiamo visto nelle pagine precedenti.
Gli studi sulla compassione in meditatori esperti indicano come il funzionamento del loro
cervello mostri livelli elevati di segnali elettrici di integrazione durante la pratica meditativa, nello
stato base durante la veglia, e persino durante il sonno. Come abbiamo detto in precedenza, le
onde gamma indicano un coordinamento e collegamento reciproco tra aree differenziate del
cervello. La rilevazione di onde gamma associate alla compassione avvalora l’idea che le
dichiarazioni di intenzione gentile favoriscano la creazione di stati di integrazione neurale.
Possiamo vedere come la pratica meditativa probabilmente agisca a livello cerebrale
promuovendo lo sviluppo dell’integrazione, integrazione che appare alla base di una sana
regolazione. La pratica della ruota della consapevolezza, come abbiamo visto fin dall’inizio,
comprende ciascuno dei tre pilastri del training mentale, poiché coltiva l’attenzione focalizzata, la
consapevolezza aperta e l’intenzione gentile; ci aspettiamo, quindi, che futuri studi sui soggetti
dediti a questa pratica possano individuare gli stessi correlati neurali di sviluppo dell’integrazione
cui abbiamo accennato finora.
Siamo così giunti all’esperienza della consapevolezza aperta. Se, con il training dell’attenzione
focalizzata, l’essere coscienti dei contenuti della consapevolezza ci aiuta a lasciar andare le
distrazioni e a reindirizzare l’attenzione stessa dopo che ci siamo distratti, lo stato di pura
consapevolezza ricettiva che si realizza con il monitoraggio aperto potrebbe comportare un processo
leggermente diverso dal monitoraggio degli elementi salienti e dal successivo reindirizzamento. A
un determinato livello, lasciar emergere qualunque cosa dal cerchione ed esserne semplicemente
consapevoli a partire dal mozzo è chiaramente una metafora dell’integrazione, poiché differenziamo
e poi colleghiamo i “conosciuti” e il conoscere. Tuttavia, al di là della metafora, quale potrebbe
essere il meccanismo all’opera in questo caso? In assenza di una “firma” neurale dell’essere
consapevoli, visto l’alto numero di scariche neuronali alla base della consapevolezza dei punti del
cerchione ogni volta che focalizziamo l’attenzione, possiamo domandarci che cosa potrebbe
comportare l’essere aperti a tutto ciò che emerge: quale potrebbe essere il meccanismo alla base
della pura consapevolezza?
Se, in termini di meccanismi, i punti sul cerchione sono forme di flussi di energia e informazione,
che cosa potrebbe effettivamente essere il mozzo? In che modo il mozzo si collega al cerchione
mentre indirizziamo il raggio dell’attenzione focalizzata e diventiamo consapevoli di un punto sul
cerchione? Fino a questo momento, il concetto di energia si è conciliato con la nostra esplorazione
dei possibili meccanismi alla base del cerchione della ruota, e persino del raggio dell’attenzione. E
per il mozzo? Qual è il meccanismo sottostante? Se la pura consapevolezza è collegata ai flussi di
energia, da dove potrebbero avere origine il conoscere del mozzo della ruota – l’esperienza della
consapevolezza – e il raggio dell’attenzione focalizzata che incanala l’energia verso il mozzo stesso,
ammesso che avere origine sia l’espressione corretta?
Per cercare di affrontare questi interrogativi affascinanti e concreti riguardanti i meccanismi
mentali alla base della consapevolezza, continueremo nel prossimo capitolo a dedicarci ai risultati
delle neuroscienze e poi ad approfondire la natura stessa dell’energia.

1. A. Damasio, Lo strano ordine delle cose. La vita, i sentimenti e la creazione della cultura, tr. it. Adelphi, Milano 2018.
2. In un suo precedente libro, Siegel spiega come queste modificazioni epigenetiche possano influenzare anche le generazioni
successive. Vedi D.J. Siegel, I misteri della mente. Viaggio al centro dell’uomo, tr. it. Raffaello Cortina, Milano 2017, pp. 217-220. [NdT]
3. Come nel capitolo 3, l’autore fa un gioco di parole con il termine “represent”, che in inglese significa sia “rappresentare” sia
“ripresentare”; in particolare, il termine “rappresentazione neurale” si riferisce alla “ri-presentazione”, a livello neurale, di qualcosa di
diverso dalle scariche neuronali. [NdT]
4. A. Damasio, Lo strano ordine delle cose, cit., p. 40.
5. Il termine inglese e-motion contiene il termine motion, “movimento”. Analogamente, il termine “emozione” deriva dal latino
exmovere, “muovere (movere) via (ex-)”. [NdT]
6. A. Damasio, Lo strano ordine delle cose, cit., p. 179. [NdT]
7. Ibidem.
8. Ibidem, p. 180.
9. E. Blackburn, E. Epel, La scienza che allunga la vita. La rivoluzione dei telomeri, tr. it. Mondadori, Milano 2017, p. 112.
10. Ibidem, p. 148.
11. Ibidem, p. 129.
12. C. Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, tr. it. Adelphi, Milano 2014, p. 56.
13. Ibidem, p. 49.
8

L’integrazione cerebrale e il raggio


dell’attenzione focalizzata

Come e dove ha origine la consapevolezza?


Ci occuperemo ora dell’interrogativo che riguarda il modo in cui diventiamo consapevoli delle
configurazioni di energia e informazione, ossia dei “conosciuti” della coscienza. In che modo il
metaforico raggio dell’attenzione – dell’attenzione focalizzata – fa sì che le configurazioni di energia
del cerchione giungano al mozzo, alla consapevolezza? Quali potrebbero essere i meccanismi
mentali alla base dell’esperienza soggettiva dell’attenzione focalizzata e della consapevolezza? Se,
come abbiamo visto nel terzo capitolo, l’esperienza soggettiva è il carattere “sentito” della vita
vissuta di cui abbiamo consapevolezza, che cosa potrebbe di fatto essere la consapevolezza stessa?
Qual è il meccanismo simbolizzato dalla metafora del raggio e del mozzo?
La risposta più semplice a queste domande fondamentali sui meccanismi mentali alla base della
consapevolezza è – come abbiamo visto – che finora non abbiamo una risposta certa. Abbiamo
certamente delle ipotesi, ma non una risposta definitiva.
La consapevolezza sembra comportare il collegamento tra parti differenziate del cervello. Come
vedremo presto, la prospettiva teorica generale derivante dall’individuazione di questa costante è
chiamata teoria dell’informazione integrata della coscienza, nella quale si ipotizza che per l’emergere
della consapevolezza sia necessario un certo grado di integrazione, ossia di collegamento tra parti
diverse del cervello. Per esempio, quando sentiamo un suono e diventiamo consapevoli della sua
qualità “sentita [felt]”, significa che il cervello ha raggiunto un determinato livello di coordinamento
di una serie di aree proprio nel momento in cui sappiamo di stare sentendo quel suono. Non
sappiamo però ancora con precisione in che modo e perché questo grado di integrazione determini
l’esperienza soggettiva di consapevolezza.
A dire il vero, non sappiamo realmente se questa sequenza causale sia unidirezionale, come molti
sostengono, ossia che sia il cervello a creare l’esperienza mentale. È un assunto, questo, che va
esaminato, ecco, con una mente aperta.
Anche se la mente ha bisogno del cervello per la sua esistenza, possiamo comunque immaginare
come essa possa avviare il funzionamento cerebrale con modalità che poi verranno seguite dal
cervello stesso.
Le pratiche di training mentale ci insegnano che, con l’intenzione e l’impiego dell’attenzione,
possiamo sviluppare la consapevolezza, e ogni aspetto della mente, per far sì che il cervello si attivi
con modalità che favoriscano il cambiamento e il rafforzamento della propria struttura fisica. La
capacità di usare la mente per addestrare il cervello è alla base del concetto che ormai conosciamo:
“dove l’attenzione va, una serie di neuroni si attiverà e una connessione nervosa si formerà”.
Attenzione e consapevolezza sono processi mentali che consentono alla nostra mente di plasmare il
cervello con modalità che favoriscono l’integrazione, rafforzando la mente stessa.
Servendoci della coscienza, possiamo utilmente affinare la struttura cerebrale. Possiamo
comprendere questi passi, confermati dall’attività di ricerca, con cui la mente è in grado di cambiare
il cervello, prendendo coscienza di una concezione spesso rigettata: la mente e il cervello, sebbene
collegati tra loro, non sono di fatto la stessa cosa. Ha, la mente, bisogno di un corpo? Da una
prospettiva scientifica, in molti risponderebbero in maniera affermativa a questa domanda. Ma
questo significa, allora, che la mente e il cervello del corpo sono la stessa cosa? Assolutamente no. E
neppure significa che la mente sia circoscritta al cervello, o forse al corpo, come abbiamo visto
durante la nostra disamina della mente relazionale.
Con ciò non intendiamo dire che la mente sia indipendente dal cervello o dal corpo; stiamo
semplicemente sottolineando il fatto che la mente non si lascia guidare passivamente dagli schemi
di attività neuronale. L’esperienza soggettiva e le scariche neuronali non sono la stessa cosa, anche
se, in base a quanto si è scoperto, la prima è completamente dipendente dalle seconde. La mente,
infatti, può indirizzare l’attività dei neuroni secondo il proprio volere.
Ma qual è esattamente il meccanismo alla base della coscienza, l’esperienza mentale di essere
consapevoli, la capacità di conoscere l’esperienza soggettiva, e in quale rapporto sta con il cervello?
Da una panoramica generale delle prospettive teoriche sulla coscienza emerge uno spettro di
punti di vista: c’è chi considera la mente e la coscienza collocate all’interno della scatola cranica
come funzione del cervello in essa contenuto; altri le considerano pienamente incorporate, non
circoscritte soltanto alla testa; altri pensatori ancora ritengono che esse si estendano nella cultura e
siano radicate nelle relazioni sociali; infine, troviamo una concezione della coscienza come processo
più universale, legato a tutti gli oggetti o a una forza più grande, come quella di una divinità, come
è il caso della dottrina del teismo. Non intendiamo esaurire qui l’ampio spettro di ferme
convinzioni sulla natura della mente e della coscienza; l’intento è semplicemente di rendere
consapevoli di come ferva ancora il dibattito su questo tema e di come esso porti alla formulazione
di prospettive teoriche molto diverse.
Alcuni scrittori e pensatori contemporanei con una formazione scientifica, per esempio medici
come Neil Theise, Larry Dossey e Deepak Chopra, insieme al neuroscienziato Rudy Tanzi e al fisico
Menas Kafatos, hanno avanzato la tesi, secondo cui la coscienza non sia confinata al cervello o al
corpo. Kafatos, Theise e altri approfondiscono il concetto di panpsichismo, l’idea che la mente sia in
ogni cosa. In base a queste concezioni, la coscienza ha origine nell’universo, e non nel cervello o nel
corpo. Secondo il Buddhismo, esisterebbe, alla base di ogni cosa, una coscienza universale di fondo
che influisce sul nostro modo di vivere e porta alla reincarnazione. Questa coscienza più ampia è
connaturata al tessuto della realtà. Anche in alcune delle altre concezioni condivise da antiche
tradizioni di saggezza e da molte delle religioni presenti nel mondo, come il Cristianesimo,
l’Ebraismo, l’Induismo e l’Islamismo, è presente un concetto affine di un Dio o di più divinità
onnipresenti e onniscienti.
Carl Jung parlò dell’inconscio collettivo, che ci unisce al di là della nostra consapevolezza. Come
ho accennato in precedenza, secondo la concezione del sacerdote cattolico irlandese John
O’Donohue, radicata anche nel misticismo celtico, il mondo è pervaso di forze non viste che
plasmano la nostra vita ogni magnifico e misterioso giorno. La natura invisibile della realtà ha
ispirato l’ipotesi formulata da Michael Faraday nell’Ottocento riguardante l’esistenza di onde
elettromagnetiche, un’ipotesi allora messa in discussione ma che ora, come abbiamo visto in
precedenza, è un aspetto accettato dell’universo, nonostante non siamo in grado di vedere le onde
di energia. Io e John [O’Donouhe] eravamo soliti girovagare con il corpo e con la mente nei nostri
svariati viaggi e occasioni di insegnamento insieme negli Stati Uniti e in Irlanda, riflettendo su come
avrebbe potuto essere una concezione della coscienza ispirata alla consilienza, ossia che riunisse i
risultati di diversi campi del sapere come le neuroscienze e la spiritualità. Purtroppo, John morì
prima che io potessi raccontargli gran parte di ciò che io e voi approfondiremo presto, una
concezione che ipotizza un possibile modo per unire i campi della scienza e della spiritualità. Penso
che, se John fosse ancora vivo, gli sarebbe piaciuto unirsi a noi in questo viaggio e, come direbbero
in Irlanda, “we would have ‘had the craic’”, avremmo riso e ci saremmo divertiti un mondo.
Non risolveremo in questa sede la questione del dove si trovi esattamente la coscienza o da cosa
emerga la mente – dalla testa, dal corpo, in un contesto interpersonale, nell’universo – poiché, pur
importante, è appunto una questione che non ha ancora una risposta. Restare sospesi nell’incertezza
dell’origine della mente potrebbe di per sé essere parte della comprensione della vera natura della
mente. Dopo tutto, usiamo la nostra mente per comprendere la mente stessa, un viaggio
avventuroso che vale una vita, ma che probabilmente non porta a una soluzione, anche se il viaggio
dà comunque dei frutti. In fondo, il nome della nostra specie è Homo sapiens sapiens, colui che sa
di sapere. Esplorare la vera natura della mente, un’esperienza che compiamo ogni volta che ci
dedichiamo alla pratica della ruota della consapevolezza, può aiutarci a vivere benissimo anche
senza risposte definitive sull’origine della mente stessa, e persino se il viaggio solleva ancor più
interrogativi sulla natura della nostra identità e sul perché della nostra esistenza.
Passando all’esplorazione dei possibili meccanismi alla base del mozzo – nel prossimo paragrafo
–, è bene tenere a mente – e con mente aperta –, che ciascuno di noi farà una propria esperienza
diretta sia nella lettura di questi concetti sia nel continuare la pratica della ruota. Tra noi c’è un
continuo scambio di idee: le mie si esprimono in queste pagine; la vostra mente le attinge dal testo e
poi le rielabora nel corso della lettura. L’esperienza personale con la pratica della ruota della
consapevolezza, mentre accogliete questi concetti e lasciate che si diffondano in voi con la
ripetizione regolare degli esercizi, vi consentirà di “sentire”, percepire e sperimentare quali possano
o meno servire a chiarire la natura della vostra mente e a sviluppare nella vostra vita una
consapevolezza aperta.
Uno dei miei studenti in Irlanda, impegnato nella stesura di una tesi in filosofia della mente, si è
sentito dire di recente dal suo relatore di restringere il campo rispetto al tema su cui io e lui stavamo
lavorando – che cos’è la mente – a una “disamina più fattibile”: come nuovo tema della tesi hanno
scelto “il senso della vita”. Abbiamo riso insieme per questo consiglio, che voleva essere d’aiuto e
che lasciava intendere come la questione della reale natura della mente fosse di gran lunga più
impegnativa della definizione del senso della vita!
Sebbene non sia ancora del tutto chiaro che cosa si intenda per “correlati neurali della coscienza”,
l’analisi di ciò che invece sappiamo o persino delle teorie formulate al riguardo può essere utile per
farsi un’idea dei meccanismi neurali alla base della pratica della ruota. Il filosofo David Chalmers
ha definito il tema della soggettività mentale e dell’oggettività neurale il “difficile problema” di
comprendere come l’esperienza fisica delle scariche neuronali possa diventare l’esperienza
soggettiva mentale di essere consapevoli. Certi studiosi ritengono che questo modo di vedere non
sia di alcun aiuto, poiché pensano che i correlati neurali siano l’unica origine dell’esperienza
mentale: per loro, non c’è alcun problema, tanto meno di difficile soluzione. Semplicemente, la
coscienza ha origine, in qualche maniera, dall’attività cerebrale. Antonio Damasio, per esempio,
considera la qualità “sentita” fondamentale della coscienza – i sentimenti – semplicemente come
stati corporei di cui diventiamo consapevoli. Non c’è alcun problema difficile: c’è soltanto la realtà
di vivere in un corpo che possiede una spinta verso l’omeostasi.
Come affermò Oliver Wendell Holmes con la frase posta a epigrafe di questo libro, “la mente
protesa verso un’idea nuova non torna mai alle dimensioni originarie”. Un’idea da considerare è
che la coscienza può indurre nel cervello cambiamenti funzionali e strutturali. La conoscenza delle
modalità di interazione tra cervello e mente può aiutarci a preparare la nostra mente ad accogliere
questa idea nuova e ad applicarla nella pratica. Con questa citazione a stimolarci a “protendere” la
nostra mente e la nostra consapevolezza – ad ampliare il contenitore d’acqua di cui abbiamo parlato
proprio all’inizio del libro – esamineremo alcune delle teorie riguardanti le correlazioni tra l’attività
cerebrale e l’esperienza mentale della coscienza, così da poter usare al meglio queste idee per
portare benessere nella nostra vita. Tuttavia, se anche si trovassero delle correlazioni, ovvero se
individuassimo la totalità dei profili neurali attivati nel momento in cui siamo consapevoli,
comprenderemmo davvero in che modo le scariche neuronali “si trasformino in coscienza”? O forse
non troveremmo comunque la risposta che cerchiamo? È un grosso punto interrogativo,
meraviglioso e affascinante, nel campo della conoscenza che riguarda la nostra vita. Per questa
ragione, dopo aver esaminato alcune delle tesi riguardanti il rapporto tra cervello e coscienza,
potrebbe essere utile rivolgerci a un altro genere di scienza per affrontare la questione dei
meccanismi alla base della consapevolezza: la scienza dell’energia.
Forse la domanda “In che modo il cervello crea la coscienza?”, basata su un concetto di causalità
lineare, non è neppure quella giusta. Perché? Perché l’esperienza della coscienza, da un lato,
potrebbe essere semplicemente una proprietà emergente dell’elaborazione presente in tutto il corpo
dei flussi di energia e informazione, e quindi non sarebbe riducibile alle scariche neuronali che
avvengono nella nostra testa. Le apparecchiature oggi disponibili sono in grado di fare scansioni
soltanto dell’attività neuronale all’interno della scatola cranica; è possibile, quindi, che questi studi,
comprensibilmente circoscritti, non rilevino il contributo del resto del corpo alla formazione di una
coscienza fondata sul corpo stesso: non ci si accorgerebbe, cioè, del più ampio sistema-corpo, da cui
potrebbe trarre origine la coscienza. E per gli scienziati e altri studiosi che ritengono che alla base
della consapevolezza vi siano sistemi ancora più ampi, persino il corpo potrebbe non bastare a
fornire tutte le conoscenze necessarie a comprendere i meccanismi della coscienza.
Mentre proseguiamo, teniamo comunque aperta la mente a questo riguardo. Cerchiamo anche di
restare fedeli alla scienza, ma senza farci limitare da essa. Intendo dire che le affermazioni della
scienza, allo stato attuale delle conoscenze, non costituiscono la risposta definitiva o una verità
assoluta su un determinato tema. È importante anche ricordare che la presenza di una correlazione1
non indica necessariamente un rapporto di causa-effetto. L’osservazione scientifica di un fenomeno
non indica necessariamente che questo fenomeno sia causa di un altro, come nel caso della
coscienza, che è semplicemente correlata con diversi aspetti dell’attività cerebrale. Ricordiamo,
inoltre, che le nostre convinzioni, in qualità di modelli mentali, effettuano, per così dire, un
“campionamento” selettivo degli elementi che giungono alla consapevolezza, che ciò avvenga
nell’interpretazione che diamo del significato di un’esperienza oppure nel modo di comprendere i
risultati della ricerca empirica. Questi modelli mentali possono formarsi a partire da un senso del Sé
nel mondo che va fiero di sapere come vanno le cose, di sapere che cosa sia il Sé, che cosa aspettarsi
e come sopravvivere con questa visione del Sé-nel-mondo. Basterebbe questo per farci restare
aggrappati alle nostre idee, nel tentativo di sconfiggere una sensazione non conscia di minaccia alla
nostra sopravvivenza; potrebbe essere questo il motivo per cui le tesi esposte in questo libro –
soprattutto quelle riguardanti la natura della mente e, in particolare, della coscienza – vengono
sottoposte a un fuoco di fila di critiche da alcuni, per non dire da molti. Lasciamo allora che la
fiamma delle nostre passioni illumini la via, senza però spegnere la nostra capacità di collaborazione
e l’aspirazione alla consilienza, a trovare un punto di incontro fra ambiti di ricerca solitamente
indipendenti.

La consapevolezza e l’integrazione dell’informazione


Molte ipotesi affascinanti sono state formulate a proposito della correlazione tra funzionamento
cerebrale ed esperienza della coscienza. In questo libro passeremo in rassegna i concetti pertinenti
all’approfondimento teorico e all’applicazione pratica della ruota della consapevolezza, e
proseguiremo mettendo in rapporto queste ipotesi con l’immersione nella pratica della ruota.
Secondo una delle ipotesi, sostenuta nelle opere di scienziati come Giulio Tononi, Gerald
Edelman e Christof Koch, a dare origine all’esperienza della coscienza sarebbe un certo grado di
simultaneità nell’attivazione neuronale di regioni cerebrali distinte, con il corrispondente
collegamento tra loro all’interno della scatola cranica. Si tratta della teoria dell’informazione
integrata della coscienza, cui abbiamo accennato in precedenza. Compatibile con questa teoria è
anche la posizione di Judson Brewer e colleghi, i quali hanno studiato la cosiddetta “consapevolezza
senza sforzo [effortless awareness]” – un concetto simile alla consapevolezza aperta e al processo di
monitoraggio aperto – e hanno scoperto che questo tipo di consapevolezza emerge in presenza di
stati di integrazione neurale.
Esistono diverse forme di coscienza, ciascuna con una sua denominazione, che hanno
correlazioni distinte con l’attività di specifiche reti neurali. Per esempio, in presenza di un ictus che
colpisca la regione del tronco cerebrale, è probabile che ne consegua uno stato di coma. A livello
cerebrale, rileveremmo una correlazione tra aspetti di base della coscienza e l’area del tronco
cerebrale, situata all’estremità inferiore del cranio (il palmo del nostro modello “manuale” del
cervello): per uno stato di coscienza di base – lo stato di veglia – è necessario che il tronco cerebrale
sia integro. Un altro esempio sarebbe la consapevolezza introcettiva, le “sensazioni di pancia” o le
sensazioni che vengono dal profondo del cuore che tutti proviamo, in cui il “conoscere” è
accompagnato da chiare sensazioni fisiche. Gli studiosi hanno effettuato il monitoraggio delle
esperienze di questa forma di coscienza e hanno misurato l’attività neuronale in determinate
regioni cerebrali, compresa l’insula anteriore, cui abbiamo già accennato. Se riprendiamo il nostro
modello “manuale” del cervello e, partendo dal palmo che rappresenta il tronco cerebrale, saliamo
verso il pollice che simbolizza la regione limbica e verso le dita che rappresentano le sovrastanti
regioni prefrontali, ecco che abbiamo le regioni cerebrali la cui attività è correlata con la
consapevolezza introcettiva degli stati corporei. Come abbiamo visto, le mappe neurali create
dall’insula, che collega le regioni limbiche e prefrontali, concorrono alla rappresentazione del corpo
a livello consapevole. Chiamiamo questo processo “sentimento”. Tuttavia, la coscienza ha così tante
sfumature e tonalità che non è possibile rilevarne tutte le effettive occorrenze a livello cerebrale; per
questo motivo, si ricercano schemi di attivazione più generali che possano dare un’idea dell’aspetto
di fondo dell’attività neurale associato con l’esperienza soggettiva di essere consapevoli. Uno di
questi schemi generali è il processo di integrazione neurale, il collegamento reciproco di aree
differenziate.
Secondo diverse ipotesi, nella parte superiore del cervello, nella corteccia (le dita nel nostro
modello “manuale”) viene raggiunto un livello più elevato di complessità. L’attività coordinata di
una serie di regioni cerebrali – in particolare la corteccia prefrontale dorsolaterale (la parte
superiore laterale della regione prefrontale che corrisponde alle estremità delle dita nel modello
“manuale”) e la corteccia cingolata anteriore, detta anche cingolo anteriore, che collega le regioni
limbiche e corticali (nel modello corrisponde al punto in cui le dita toccano il pollice) – mostra una
correlazione con la cosiddetta “lavagna della mente”, la memoria di lavoro, che consente di
riflettere su ciò che è presente alla coscienza, di ordinarlo e poi elaborarlo ulteriormente. Le regioni
in posizione maggiormente mediale, come la regione prefrontale mediale (la parte del modello
“manuale” corrispondente alle unghie del dito medio e dell’anulare) e altre componenti della rete
della modalità di default come la corteccia cingolata posteriore (di cui abbiamo parlato in
precedenza), concorrono alla consapevolezza dei nostri stati mentali interni e di quelli degli altri, e
talvolta comprendono una metaconsapevolezza che rende possibile la consapevolezza della
consapevolezza, l’introspezione e la teoria della mente. Dirigendo l’attenzione sul nostro stato
interiore, si crea un’esperienza di conoscenza di sé la cui denominazione scientifica è “coscienza
autonoetica”. Questa consapevolezza autoconoscitiva comprende quindi l’insight, in cui si collegano
il passato, il presente e il futuro per un “viaggio mentale nel tempo”. È in questo modo che l’attività
della rete di default a livello mediale è correlata con il “senso del Sé” ed è coinvolta nella nostra
narrazione autobiografica.
Questa concezione, basata sul cervello, della complessità dell’informazione integrata che dà
origine, in qualche modo, alla coscienza, si concilia con la nostra esperienza della pratica della
ruota. Spostiamo l’attenzione intorno al cerchione, dirigendo in modo sistematico il raggio
dell’attenzione focalizzata a mano a mano che realizziamo l’integrazione di quelle che
chiameremmo configurazioni di energia, le quali rappresentano il meccanismo alla base
dell’integrazione dell’informazione ipotizzata dalle teorie appena descritte. La nostra ipotesi è
compatibile con i risultati scientifici, e li amplia parlando direttamente di cosa sia l’informazione,
ossia un pattern, una configurazione, di energia. Come abbiamo visto, alcuni matematici e fisici
direbbero che è il contrario, ossia che l’universo comprende informazione che poi dà origine
all’energia. Se ci atteniamo al concetto di energia e informazione, possiamo vedere come entrambi i
gruppi – i sostenitori dell’energia come primaria e i fautori dell’ipotesi che a essere primaria sia
l’informazione – vedranno accolti i propri punti di vista. Ciascuno di questi gruppi, inoltre,
concorda sul mutare delle cose, un cambiamento indicato dal termine flusso.

Quindi continuiamo a restare fedeli alla scienza ipotizzando che i flussi di energia e informazione
siano il meccanismo fondamentale alla base della pratica della ruota. Inoltre, ora possiamo
aggiungere l’ipotesi che l’integrazione possa essere fondamentale per la consapevolezza.

Attenzione, coscienza e cervello sociale


La prospettiva teorica dell’integrazione di flussi di energia e informazione è avvalorata anche da
un’altra ipotesi basata sul cervello, che si fonda sulla teoria dell’integrazione dell’informazione e la
estende all’ambito sociale. Vediamo in cosa consiste questa ipotesi “estesa”. L’evoluzione degli esseri
umani è stata influenzata in maniera predominante dalla nostra natura sociale. Sarah Hrdy, nella
sua disamina antropologica della allogenitorialità, osserva come noi, mammiferi umani, abbiamo
l’insolita abitudine di condividere la cura dei piccoli (genitorialità) con altre persone, diverse dai
genitori (allo-). Nel corso della nostra evoluzione, ciò ha significato che la nostra capacità di
sopravvivere e prosperare come specie è dipesa dalla capacità di capire su dove dirigessero
l’attenzione le altre persone, quali fossero le loro intenzioni e se potessimo affidare loro la cura della
nostra risorsa più preziosa, i nostri piccoli. A livello comportamentale, ciò ha fatto sì che la nostra
natura fondamentale fosse collaborativa. Inoltre, ci ha resi capaci di “leggere la mente”, poiché
dovevamo saper cogliere i segnali degli altri, notarne le espressioni, i gesti e i comportamenti, e
interpretarne gli stati mentali, ossia le intenzioni, l’attenzione e la motivazione. Per proteggere la
prole e assicurarci che sarebbe stata accudita a dovere dagli “allogenitori” che avevamo scelto,
dovevamo essere in grado di porci alcune domande fondamentali e di cercare di rispondervi:
“Come funziona in questo momento la mente di questa persona che potrebbe prendersi cura dei
miei piccoli?”; “Possiamo fidarci di lei oppure no?”. Per rispondere a queste domande, essenziali per
la trasmissione dei nostri geni, avevamo bisogno di meccanismi neurali per percepire gli stati
mentali dell’attenzione, dell’intenzione e persino della consapevolezza di un’altra persona. Questa
teoria ipotizza che la nostra capacità di percepire la mente sia iniziata come attività diretta agli altri,
non a noi stessi. Teoria della mente, mentalizzazione, “orientamento alla mente [mind-
mindedness]”, mentalità psicologica [psychological mindedness] sono tutti concetti che indicano la
nostra capacità di creare una mappa della mente, nostra e dell’altro.
Potrebbe darsi allora che, per quanto riguarda l’insight e l’empatia, due delle dimensioni della
mindsight – la capacità di “vedere” e comprendere la mente propria e altrui –, sia emerso dapprima
il bisogno di conoscere la mente altrui, di avere abilità empatiche; poi si è imparato ad applicare la
capacità di creare mappe mentali anche alla propria vita interiore. La terza dimensione della
mindsight, l’integrazione, potrebbe essere fondamentale per la consapevolezza, e persino per la
gentilezza e la compassione; possiamo quindi comprendere come la nostra natura sociale e la nostra
esperienza della coscienza possano essere fatte, per così dire, di una pasta simile, come evidenziato
proprio dai tre aspetti delle capacità di mindsight: insight, empatia e integrazione.
Secondo la prospettiva teorica del cervello sociale, l’empatia avrebbe quindi fatto la sua comparsa
nello sviluppo della nostra specie prima dell’insight. Questo ordine sembra conciliarsi anche con la
nostra concezione dello sviluppo individuale all’interno delle relazioni di attaccamento, in cui
consideriamo la comunicazione con la persona che si prende cura del bambino come specchio,
grazie al quale il bambino impara per la prima volta a conoscere il proprio stato interiore.
Impariamo a “vedere” noi stessi, a conoscerci, attraverso le reazioni dell’altro, di colui che ci
accudisce. L’origine interpersonale del senso della nostra identità e della conoscenza di noi stessi,
del nostro “Sé”, è fondamentale per comprendere come il mondo sociale possa radicarsi nella
struttura cerebrale, e forse anche per capire come i circuiti della rete di default che mediano il senso
del Sé si formino fin dai primi giorni di vita. In altri termini, la nostra vita sociale, all’interno della
famiglia e probabilmente all’interno della cultura, plasma direttamente lo sviluppo delle strutture
neurali alla base del Sé nel processo noto come neuroplasticità.
Quando diciamo che le nostre esperienze di attaccamento forgiano il nostro senso del Sé, il
correlato neurale di questo processo è il seguente: la condivisione dei flussi di energia e
informazione, ossia le nostre relazioni, stimolano l’attività e la formazione dei circuiti della
mindsight, compresa la rete di default, che plasmano il senso del Sé e il senso relazionale.
Il neuroscienziato Michael Graziano ha sviluppato un modello basato su una visione sociale del
cervello. La sua ipotesi riguardante il cervello sociale e l’origine della coscienza è pertinente alla
nostra analisi della ruota della consapevolezza e può essere sintetizzata nel modo seguente. Nel
corso dell’evoluzione – come abbiamo visto – avevamo bisogno di sapere su cosa un’altra persona
stesse concentrando la propria attenzione per fidarci del suo stato mentale: questa persona avrebbe
rivolto l’attenzione al nostro bambino per proteggerlo? A partire da questa natura collaborativa, le
nostre strutture sociali divennero più complesse e il bisogno di collaborazione al di là della cura dei
piccoli divenne cruciale per la nostra sopravvivenza. La capacità di comunicare i nostri bisogni agli
altri e di comprenderne i segnali per conoscere il loro stato mentale poteva diventare una questione
di vita o di morte. Essendo noi una specie sociale, per raggiungere l’omeostasi era necessario che
creassimo mappe della mente: chissà se un altro abitante del villaggio avrebbe fatto attenzione alla
tigre dai denti a sciabola, affinché la battuta di caccia andasse a buon fine e ci aiutasse a
sopravvivere? Eravamo in grado di “leggere” i suoi segnali e di sapere quando cercare riparo? La
creazione di una mappa del centro di attenzione di un’altra persona aveva un grande valore di
sopravvivenza.
Quale parte del cervello usiamo per creare questo tipo di mappa? Il cervello usa un’area
denominata giunzione temporoparietale, che collega il lobo temporale e quello parietale della
corteccia. In comunicazione con la giunzione temporoparietale è un’altra area importante per la
teoria della mente, denominata solco temporale superiore, un solco nel lobo temporale della
corteccia, proprio accanto alle tempie. Nel nostro modello “manuale”, queste aree sarebbero
rappresentate tra la seconda e la terza nocca delle dita piegate (che simbolizzano la corteccia
cerebrale). La giunzione temporoparietale e parti del lobo temporale, considerate alcune delle parti
non mediali della rete di default, sono coinvolte direttamente nella consapevolezza dello stato
mentale nostro e altrui.
Se i neuroscienziati in generale considerano queste aree come componenti importanti dei circuiti
del cervello sociale, i medici hanno osservato che una loro menomazione comporta una
compromissione di aspetti della coscienza. Ciò lascia pensare che la giunzione temporoparietale e il
solco temporale superiore siano componenti essenziali dei correlati neurali della coscienza. Ci sono
comunque anche altre regioni del cervello che hanno un ruolo importante per la coscienza, come
abbiamo visto.
Riportiamo di seguito i nomi di queste regioni, sebbene non serva ricordarli, né a breve né a
lungo termine, a meno che non abbiate il pallino della scienza e vogliate approfondire questo tema:
la corteccia prefrontale dorsolaterale, che è parte della rete deputata alle funzioni esecutive, e la
corteccia cingolata anteriore, la quale è parte della rete deputata al monitoraggio della salienza,
insieme all’insula anteriore. Solitamente, queste aree vengono studiate per approfondire la natura
dell’attenzione focalizzata – ossia come diventiamo consapevoli di un oggetto di attenzione – e sono
adiacenti alle parti più anteriori della rete di default. Le due regioni del cervello sociale più distanti,
non mediali, dei circuiti della rete di default, ossia la giunzione temporoparietale e il solco
temporale superiore, collaborano strettamente, nella creazione di mappe della mente altrui, con
una regione corticale distinta, collocata in posizione anteromediale, la corteccia prefrontale mediale.
(Nel modello “manuale”, l’area prefrontale mediale è rappresentata dalle unghie del dito medio e
dell’anulare.) È importante ricordare che la corteccia prefrontale mediale è una parte fondamentale
della rete di default, il suo nodo mediale anteriore, che si collega con la corteccia cingolata
posteriore, il nodo posteriore dei circuiti della modalità di default.
Tutti questi termini potrebbero confondere; tuttavia, i concetti che ci apprestiamo a esaminare
sono particolarmente eleganti. Quindi, per quanto complessi possano essere i dati neurali, vediamo
come vengono usati per dare vita a un’affascinante teoria. Graziano, basandosi su queste scoperte,
ha elaborato una teoria degli schemi attentivi [attention schema theory] per spiegare l’origine della
coscienza. Alla base della sua ipotesi è il concetto che la consapevolezza stessa sia informazione. Nel
creare una rappresentazione della consapevolezza, costruiamo una rappresentazione simbolica
dell’attenzione, una ri-presentazione del processo di prestare attenzione: l’oggetto su cui ci
concentriamo e la presunta consapevolezza di quell’oggetto. In altri termini, l’informazione sulla
consapevolezza, ossia sulla focalizzazione dell’attenzione e sul suo oggetto, sarebbe semplicemente
un’inferenza: si inferisce che cosa potrebbe voler dire per un’altra persona essere consapevole. Non
potremo mai conoscere l’effettiva esperienza dell’altro: possiamo soltanto costruirci un’idea della
sua consapevolezza con la nostra immaginazione. La capacità di avere una rappresentazione
simbolica del centro di attenzione e della consapevolezza di un’altra persona, frutto di un’inferenza,
viene poi usata dal nostro cervello per creare la stessa inferenza in riferimento alla nostra esperienza
mentale di consapevolezza. In questo modo diretto, la consapevolezza è, secondo questa teoria,
semplicemente un’informazione: non c’è alcuna reale consapevolezza a eccezione dell’inferenza
sull’accadere della consapevolezza stessa. Mi rendo conto che può sembrare strano il fatto che non
ci sia una reale consapevolezza; per questo motivo, vorrei proporvi la mia interpretazione di questa
insolita ipotesi.
Quando guardiamo un’altra persona, creiamo una mappa nei nostri meccanismi neurali – una ri-
presentazione nel nostro cervello – di ciò che immaginiamo possa avvenire nello stato mentale di
quella persona, nella sua mente. Possiamo così farci l’idea, frutto di costruzione, che l’altra persona
abbia un’esperienza consapevole, “mappata” in regioni del nostro cervello come la giunzione
temporoparietale e il solco temporale superiore, e altre aree, fra cui la corteccia prefrontale mediale.
Queste aree sono parte di quelli che ho chiamato circuiti della risonanza: un insieme di aree
interconnesse che ci consentono di “sentire” le emozioni di un’altra persona e di creare una mappa
del suo stato mentale, di avere capacità di mindsight. È interessante notare come questi stessi
circuiti della risonanza si attivino durante la meditazione mindful, a indicare come la
sintonizzazione interiore e quella interpersonale sembrino coinvolgere entrambe i circuiti sociali del
cervello che, come possiamo ora vedere, sono anche parte dei circuiti alla base della coscienza.
Il messaggio fondamentale è che i meccanismi neurali del cervello sociale impiegati per l’insight –
la conoscenza profonda di sé – sono simili a quelli che useremmo per la capacità di empatia verso lo
stato mentale di un’altra persona.
Forse vi siete accorti di una scoperta interessante. Entrambe le teorie della coscienza analizzate
finora, la teoria dell’informazione integrata e la teoria del cervello sociale, riguardano l’attenzione
focalizzata, ossia il processo che ci porta a diventare consapevoli di un oggetto dell’attenzione.
Queste teorie sono ipotesi affascinanti che riguardano l’esperienza della ruota probabilmente in
modo diretto, per il possibile meccanismo alla base del collegamento tra raggio dell’attenzione e
cerchione: il modo in cui dirigiamo l’attenzione su qualcosa che poi, in qualche maniera, entra nella
nostra consapevolezza. Alla base del nostro metaforico raggio potrebbe quindi esserci il meccanismo
che favorisce il raggiungimento del grado di integrazione dei flussi di energia nei circuiti sociali del
cervello e in altre regioni coinvolte nella focalizzazione dell’attenzione e nella consapevolezza. Si
tratta di meccanismi potenzialmente utili per comprendere la funzione del raggio.
Ma che cosa è esattamente la consapevolezza “dentro cui” l’attenzione incanala energia e
informazione? Esiste davvero un “dentro” nel processo di essere consapevoli? Non potrebbe darsi
che la metafora del mozzo della ruota ci porti fuori strada, quando si tratta di considerare i
meccanismi della consapevolezza stessa come contenitore, qualcosa che può essere stretto e largo,
che riceve gli elementi del cerchione attraverso l’imbuto di un metaforico raggio di attenzione
focalizzata? Immergiamoci allora ancor più in profondità nella scienza della coscienza e vediamo
dove ci porta il nostro viaggio di scoperta della natura del mozzo, della natura della consapevolezza.

Il mozzo del conoscere e i possibili meccanismi cerebrali alla base della pura
consapevolezza
Prendiamo le mosse dalle due teorie dell’informazione integrata e dell’origine sociale della
coscienza, entrambe basate sul funzionamento cerebrale, e vediamo come si conciliano con le
nostre riflessioni e analisi dell’esperienza con la pratica della ruota della consapevolezza. Nella
pratica della ruota, passiamo dal recepire dentro di noi i flussi sensoriali provenienti dall’esterno, al
riconoscimento delle sensazioni corporee, e poi alla presa di coscienza delle attività mentali e,
infine, delle connessioni relazionali. Il flusso dall’esterno all’interno all’interpersonale trova dei
parallelismi in queste concezioni della coscienza che si basano sul funzionamento cerebrale. La
teoria dell’informazione integrata avvalora il concetto di differenziazione e collegamento, che
rappresenta la base dell’integrazione, nell’emergere dell’esperienza conscia. E possiamo vedere la
natura profondamente intrecciata del nostro senso sociale della realtà e del nostro senso interiore di
identità nell’ipotesi che considera il ruolo del cervello sociale nell’origine della consapevolezza.
Paradossalmente, per quanto sia profondamente radicata nei meccanismi cerebrali di creazione
di modelli, la concezione del ruolo del cervello sociale nella formazione della coscienza getta luce
sulla natura profondamente incorporata e relazionale della mente. La teoria di Michael Graziano ha
alcune implicazioni affascinanti riguardanti l’influsso che persino le nostre relazioni possono avere
sull’esperienza della coscienza. Ecco, per esempio, che cosa dice questo autore a proposito del
concetto di coscienza che sopravvive alla morte cerebrale:
Se la coscienza è informazione, se è un esteso modello informativo che si concretizza nell’hardware del cervello, allora essa può,
di fatto, sopravvivere alla morte del corpo. In linea di principio, infatti, l’informazione può trasferirsi da un dispositivo
all’altro. Paradossalmente, la concezione materialistica rende molto più probabile la sopravvivenza mentale oltre la morte,
invece del contrario. Lungi dal soffocare la possibilità dell’esistenza dopo la morte, la teoria degli schemi attentivi, una teoria
interamente materialistica, lascia intendere che la sopravvivenza della mente dopo la morte del corpo già avvenga in modo
assolutamente normale. Impariamo a conoscerci. Costruiamo modelli l’uno dell’altro. L’informazione viene trasferita da
cervello a cervello attraverso il linguaggio e l’osservazione.2

Può essere che, quando sentiamo l’altro dentro di noi, quando sentiamo un senso di connessione
con qualcuno che conosciamo bene, sentiamo, nei nostri stessi meccanismi neurali, i modelli
neurali della mente di quella persona. Questi potrebbero essere alcuni degli altri meccanismi alla
base del senso di connessione che proviamo con le persone più intime.
Possiamo vedere finora come persino la pratica “individuale”, “interiore”, della ruota della
consapevolezza potrebbe servirsi dei circuiti neurali deputati alle dimensioni “sociali” e “condivise”
della nostra vita. È possibile che la coscienza si sviluppi a partire da processi profondamente sociali,
nonostante pensiamo si tratti esclusivamente di un’esperienza privata.
Nella pratica della ruota della consapevolezza, quando giungiamo al terzo segmento del
cerchione, ci apriamo a tutto ciò che emerge. Durante la rassegna di questo segmento, potremmo
essere stati bombardati da una moltitudine di cose o, all’opposto, aver fatto esperienza della
spaziosità resa possibile dai pochi elementi entrati nel mozzo della consapevolezza. Lo spazio tra
attività mentali potrebbe aver consentito di intravedere la natura della “pura” consapevolezza, di cui
il mozzo rappresenta una metafora.
Con la pratica di curvare il raggio di attenzione all’indietro, verso il mozzo, o di farlo ritrarre o,
ancora, semplicemente di farlo rimanere nel mozzo e restare nella consapevolezza, abbiamo a
disposizione una serie di “mosse”, esemplificate da metafore visive, che possiamo provare per
riuscire a esperire la consapevolezza della consapevolezza. Abbiamo chiamato questo passo “mozzo-
nel-mozzo” e abbiamo passato in rassegna le molte descrizioni comunemente espresse riguardo a
questa esperienza, che apre la persona a un senso di vastità in cui il tempo scompare e in cui spesso
emerge un senso di connessione a un’entità più grande. In che modo possiamo intendere le
molteplici descrizioni di questo aspetto della pratica della ruota?
Quali implicazioni potrebbero avere i vissuti della consapevolezza come completa apertura e
vastità, per un potenziale meccanismo alla base di questa esperienza del mozzo-nel-mozzo? Che
cosa potrebbe esserci al cuore del passaggio della mente a un senso di atemporalità? In molti mi
hanno raccontato di aver provato un senso di connessione a persone e cose al di là dei confini del
proprio corpo. Altre persone ancora hanno detto semplicemente di aver provato un senso di gioia e
amore. Che cosa potrebbero voler dire davvero questi resoconti dal carattere così universale?
Considerate queste descrizioni tanto ricorrenti in ogni parte del mondo emerse proprio durante la
parte della pratica del mozzo-nel-mozzo, quale contributo potrebbe dare la metafora del mozzo per
chiarire come emerga la coscienza nella nostra vita? Quale potrebbe essere effettivamente il
meccanismo alla base della consapevolezza?
Per quanto riguarda l’approccio dell’informazione integrata, potremmo dire che, quando sul
cerchione non c’è nulla su cui dirigere l’attenzione, l’integrazione riguarda non un singolo oggetto
di attenzione con le sue peculiarità, ma, per quanto possa essere strano a dirsi, le possibilità
completamente aperte. In altri termini, se il collegamento di elementi differenziati – l’integrazione –
è necessario per diventare consapevoli di qualcosa, allora l’esperienza del mozzo-nel-mozzo
potrebbe essere il collegamento di infinite possibilità quando non c’è uno specifico centro di
attenzione: è proprio da questo processo che potrebbe emergere il senso di completa apertura e
atemporalità.
La teoria riguardante il rapporto tra origine della coscienza e cervello sociale, che ipotizza la
creazione di mappe dell’attenzione, potrebbe dare un’interpretazione simile della parte “mozzo-nel-
mozzo” della pratica della ruota. Da questa prospettiva potremmo ipotizzare che la creazione di un
modello dell’attenzione in cui non si presti attenzione a niente di particolare – dunque in assenza di
profili di scarica neuronale specifici per una cosa di cui siamo consapevoli (un punto sul cerchione)
– potrebbe essere una sorta di mappatura dell’infinito. In altre parole, se un particolare profilo di
scarica neuronale – un punto sul cerchione – fosse l’oggetto di attenzione, come nella maggior parte
della pratica della ruota, avremmo un’esperienza soggettiva molto specifica di cui diventare
consapevoli nella creazione di una mappa dell’attenzione. Per questa consapevolezza di qualcosa,
dirigiamo il raggio sul cerchione, compiendo l’esperienza dell’attenzione focalizzata. Tuttavia,
quando pieghiamo il raggio all’indietro, quando diamo avvio all’esperienza del mozzo-nel-mozzo,
abbiamo un modello di attenzione senza oggetto, in cui cioè prestiamo attenzione a possibilità che,
in questo stato di consapevolezza aperta, non sono ancora diventate manifeste. Dalla prospettiva
degli schemi attentivi del cervello sociale, la consapevolezza di questa consapevolezza potrebbe
essere la creazione di un modello della mappatura di un’attenzione senza oggetto, e per questo
motivo creerebbe una sensazione di completa apertura. In altri termini, la creazione di una mappa
dell’attenzione focalizzata esclusivamente su un potenziale, invece che su ciò che è reale, conferisce
in quel momento al modello informativo sull’attenzione un senso di infinito.
Le ricerche del neuroscienziato Richard Davidson sull’attivazione neuronale nel corso della
pratica meditativa possono fornire ulteriori indicazioni su come le prospettive teoriche sull’origine
della coscienza di cui ci stiamo occupando – la teoria dell’informazione integrata e la teoria degli
schemi attentivi del cervello sociale – possano trovare conferma negli studi sulla consapevolezza
aperta e sulla natura del mozzo e della consapevolezza stessa. Nella sintesi di queste ricerche
realizzata con il collega Daniel Goleman troviamo le ipotesi formulate da queste personalità di
primo piano nel campo della contemplazione a proposito dei meccanismi al cuore del training della
consapevolezza aperta e dell’intenzione gentile, e probabilmente persino dei correlati neurali della
consapevolezza ricettiva, individuati in chi pratica la meditazione da lungo tempo, i cosiddetti yogin.
Tutti gli yogin avevano delle oscillazioni gamma alte, non solo durante i periodi di pratica della presenza aperta o della
compassione, ma anche al momento della misurazione iniziale, prima di ogni meditazione. Nelle rilevazioni dell’EEG, questo
schema è noto come “onde gamme ad ampiezza elevata”, ed è la frequenza più forte, quella più intensa. Queste onde duravano
per l’intero minuto precedente all’inizio della meditazione.3

Per farsi un’idea del ruolo delle onde gamma nella nostra vita cosciente, Goleman e Davidson
propongono questo esercizio:
Le onde cerebrali gamma, ancora più veloci, vengono osservate in quei momenti in cui diverse regioni del cervello si attivano in
armonia, come quando abbiamo un’intuizione in cui gli elementi di un puzzle mentale “combaciano” all’improvviso. Per farvi
un’idea di questo meccanismo, provate a rispondere alla domanda: Quale singola parola di senso compiuto può trasformare
ognuno di questi termini – manica, passare, tomba – in una parola composta? [La soluzione è: oltre, NdT] Nell’istante in cui la
vostra mente trova la risposta, nel vostro cervello si registra momentaneamente quel caratteristico picco di onde gamma.4

Questo momento di illuminazione è l’esperienza soggettiva dell’emergere di qualcosa alla


consapevolezza, in associazione con il “picco di onde gamma” del conoscere, che è correlato con
elevati livelli di integrazione neurale. Possiamo ipotizzare che questo stato di integrazione sia il
meccanismo neurale alla base del collegamento tra gli elementi del cerchione e il mozzo della ruota.
Le onde gamma possono emergere in momenti in cui si realizza un coordinamento nell’attivazione
dei neuroni nel cervello – quando l’attivazione raggiunge un determinato grado di complessità – e a
quel punto abbiamo il senso soggettivo di essere consapevoli, di essere consci di qualcosa, come
quando capiamo che oltre è la soluzione alla domanda posta in precedenza. Goleman e Davidson
approfondiscono questo aspetto, proponendo l’esempio seguente:
Un altro caso in cui si osserva una breve attività gamma è quando, per esempio, immaginate di addentare una succosa pesca
matura e il vostro cervello recupera i ricordi immagazzinati nella corteccia occipitale, temporale, somatosensoriale, insulare e
olfattiva, unendo all’improvviso la vista, gli odori, il tatto, il gusto e il suono in una singola esperienza. In quel breve istante, le
onde gamma di ognuna di queste regioni corticali oscillano in perfetta sincronia.5

Questo fenomeno si concilia con la teoria dell’informazione integrata e potrebbe essere correlato
anche con la creazione di un modello dell’attenzione basata su processi mirati di una serie
diversificata di profili neuronali, i quali si attivano contemporaneamente al momento del recupero
consapevole del ricordo.
Questo ci aiuta a comprendere la sincronia neuronale alla base della consapevolezza di qualcosa,
ossia del modo in cui il raggio dell’attenzione collega il cerchione al mozzo. Di nuovo, il raggio
dell’attenzione focalizzata rappresenta probabilmente uno stato di integrazione neurale. E la pura
consapevolezza, l’esperienza del mozzo-nel-mozzo? Quale potrebbe essere il correlato cerebrale
della consapevolezza aperta e ricettiva?
Ecco alcune conoscenze straordinarie e potenzialmente rilevanti ottenute dallo studio in
laboratorio condotto da Davidson su alcuni yogin, tra cui Mingyur Rinpoche.
La differenza di intensità delle onde gamma tra gli yogin e i membri del gruppo di controllo era immensa: in media, l’ampiezza
delle oscillazioni gamma durante lo stato di riposo negli yogin era venticinque volte più grande di quella osservata nel gruppo
di controllo. Possiamo solo fare delle congetture su quale sia lo stato di coscienza associato a questo fenomeno neurale: gli
yogin come Mingyur sembrano vivere in un continuo stato di ricca consapevolezza aperta che li accompagna durante tutti i
momenti della vita quotidiana, e non solo quando stanno meditando. Gli yogin hanno descritto questo stato come una
sconfinata vastità, come se tutti i loro sensi fossero completamente aperti al ricco panorama dell’esperienza nella sua pienezza.6

Le descrizioni di “sconfinata vastità” degli yogin sono molto simili alle parole che persino coloro
che si dedicavano per la prima volta a una pratica riflessiva hanno impiegato per descrivere la
propria esperienza soggettiva, pur breve, di consapevolezza della consapevolezza, nella fase del
“mozzo-nel-mozzo” della pratica della ruota. Le descrizioni dei partecipanti ai seminari sulla pratica
della ruota della consapevolezza corrispondono a quelle che Goleman e Davidson hanno trovato
documentate in testi di oltre cinquecento anni fa.
[…] per citare un testo tibetano del XIV secolo: “[…] uno stato di nuda, trasparente consapevolezza; senza sforzo e
perfettamente vivido, uno stato di rilassata saggezza, senza radici; libero dalle fissazioni e con una chiarezza cristallina, uno
stato senza il benché minimo punto di riferimento; vuota, spaziosa chiarezza, uno stato completamente aperto e sconfinato;
nessuna restrizione ai sensi […]”.7

La vastità della consapevolezza potrebbe avere come correlato neurale un elevato livello di
integrazione del cervello, un concetto sintetizzato da Goleman e Davidson nel modo seguente:
Lo schema di oscillazioni gamma riscontrato negli yogin è in contrasto con il modo in cui queste onde normalmente si
manifestano, solo per brevissimo tempo e in aree neurali isolate. Inoltre, gli adepti avevano un livello molto più alto di onde
gamma che oscillavano in sincronia da un capo all’altro del loro cervello, indipendentemente da qualsiasi atto mentale, una
cosa mai sentita.8

Come abbiamo visto, il neuropsichiatra e ricercatore Judson Brewer ha rilevato, insieme ai


colleghi, schemi elettrici simili in persone che praticavano tipi di meditazione conosciuti con la
denominazione generale di “consapevolezza senza sforzo [effortless awareness]”, uno stato di
consapevolezza verso tutto ciò che emerge nel momento in cui emerge.
In una rassegna di pratiche meditative, i ricercatori Jonathan Nash e Andrew Newberg
ipotizzano che la consapevolezza aperta possa essere descritta in questi termini:
Questo stato potenziato è più difficile da definire, poiché fa presumere l’assenza di affetto e cognizione: uno stato vuoto, senza
contenuto fenomenologico. Il concetto di vuoto è stato espresso in una miriade di costrutti semantici originatisi nelle diverse
tradizioni spirituali/religiose e lingue, come nirodha-samapatti (pali), samadhi (sanscrito), satori (giapponese), dzogchen
(tibetano). Tuttavia, i tentativi di tradurre i termini in inglese non sono riusciti a catturare l’essenza di questo stato di
coscienza ineffabile e aconcettuale. Si sono così sviluppati molti termini diversi in base ai sistemi di credenze culturali e
religiose, alle prospettive linguistiche e alla percezione dell’ontologia sottostante alla pratica meditativa. Numerosi sono gli
esempi, che comprendono concetti come: coscienza divina, coscienza di Cristo, coscienza di Buddha, coscienza cosmica, pura
coscienza, vero Sé, non-Sé, consapevolezza non duale, essere unitario assoluto, e altri termini ancora, come “amorfo”, “vuoto”,
“vacuità” e “talità”9 o “stato dell’essere” indifferenziato.10

Lo studio di “esperti meditatori”, ossia di coloro che si dedicano alle pratiche riflessive
dell’attenzione focalizzata, della consapevolezza aperta e dell’intenzione gentile da oltre diecimila
ore, è interessante e utile per comprendere come addestrare il cervello con una pratica intensiva.
Tuttavia, anche pratiche riflessive propedeutiche possono creare stati di attivazione simili, anche se
vi si accede solo brevemente durante la pratica stessa. Questi studi contribuiscono a gettare luce
sulla natura della mente e sui suoi rapporti con un funzionamento integrato del cervello. Sebbene la
maggior parte di noi non possa dedicare decine di migliaia di ore a una pratica riflessiva formale,
possiamo comunque imparare a conoscere i potenziali meccanismi fondamentali da “allenare” per
raggiungere uno stato di consapevolezza più aperto. È una direzione, questa, che la pratica della
ruota della consapevolezza può aiutarvi a imboccare nella vostra vita quotidiana.
Per esempio, nel corso della pratica della ruota, è possibile avere accesso alla pura consapevolezza
mentre si realizza la differenziazione del mozzo dal cerchione. E dopo che avremo imparato a farlo
e avremo acquisito la capacità di accedere all’esperienza del mozzo-nel-mozzo, potremmo trovare
ad attenderci, prima di quanto avremmo potuto immaginare, un nuovo genere di libertà e
chiarezza. Potremmo domandarci allora: è possibile, con una pratica regolare, avere accesso più
facilmente a ciò che tutti noi abbiamo per natura al di sotto degli schemi ricorrenti di punti sul
cerchione, ossia una consapevolezza caratterizzata da una sconfinata vastità, pronta per essere
vissuta?
Un’affermazione generale che possiamo fare in questa sede sui correlati neurali della coscienza è
la seguente: la consapevolezza sembra essere collegata all’integrazione cerebrale. Questa tesi si
concilia con le entusiasmanti scoperte delle ricerche più all’avanguardia nel campo delle
neuroscienze contemplative, in cui si studia l’effetto della meditazione sul funzionamento neurale,
ed è compatibile anche con le prospettive teoriche dell’informazione integrata e del rapporto tra
origine della coscienza e cervello sociale.
Nel prossimo capitolo ci occuperemo di alcuni concetti che, pur prendendo le mosse dalle
concezioni della coscienza basate sul funzionamento cerebrale che abbiamo esaminato qui, non si
limitano a esse. Esamineremo alcuni possibili meccanismi alla base della ruota della consapevolezza
che ci introdurranno al concetto stesso di flussi di energia e informazione. Potremmo scoprire di
rimanere sorpresi e allo stesso tempo sollevati dalle nostre prossime esplorazioni.

1. Il termine “correlazione” indica una relazione statistica tra due variabili tale per cui a una modifica della prima (per esempio, un
aumento di attività neuronale) corrisponde tendenzialmente una variazione anche della seconda (per esempio, l’esperienza della
consapevolezza). La correlazione, tuttavia, non sempre implica che vi sia un rapporto di causa ed effetto tra le due variabili o, se
questo rapporto esiste, non indica di per sé quale variabile sia la causa e quale l’effetto. [NdT]
2. M. Graziano, Consciousness and the Social Brain, Oxford University Press, Oxford 2013, p. 222.
3. D. Goleman, R.J. Davidson, La meditazione come cura, tr. it. Rizzoli, Milano 2017, p. 269.
4. Ibidem, pp. 269-270.
5. Ibidem, p. 270.
6. Ibidem, pp. 270-271.
7. Ibidem, p. 271. La citazione è tratta da Dzogchen Rinpoche III, Great Perfection, vol. 2: Separation and Breakthrough, tr. ingl. Snow
Lion Publications, Ithaca, NY, 2008, p. 81.
8. Ibidem, p. 272.
9. Il termine “talità”, come l’inglese suchness, è un tentativo di tradurre il concetto buddhista di Tathātā, che indica “la vera natura
delle cose”. Vedi all’indirizzo https://it.wikipedia.org/wiki/Tath%C4%81t%C4%81 [NdT].
10. J.D. Nash, A. Newberg, “Toward a unifying taxonomy and definition of meditation”, in Frontiers in Psychology, 20, 2013, 4,
https://doi.org/10.3389/fpsyg.2013.00806
9

La natura dell’energia, l’energia della mente

Scienza, energia ed esperienza


Se la mente emerge dai flussi di energia, una conoscenza il più possibile approfondita dell’energia ci
aiuterebbe a comprendere la mente stessa e la consapevolezza. Ma che cosa è effettivamente
l’energia?
Una delle discipline scientifiche principali a occuparsi di energia è la fisica. Provate allora a
immaginare l’entusiasmo che provai quando ricevetti l’invito a partecipare a un incontro di una
settimana con ben centocinquanta scienziati, in maggioranza fisici e matematici, in occasione di un
seminario che aveva come tema il rapporto tra scienza e spiritualità. Considerata la mia formazione
nella ricerca, la mia esperienza diretta con un’educazione spirituale formale era scarsa. All’epoca il
mio collega John O’Donohue era già scomparso, e l’attività specifica di insegnamento su temi legati
alla spiritualità e alla religione, e il loro rapporto con la scienza, cui mi ero dedicato insieme a John,
era giunta al termine. Circondato dai fisici, cercai ogni occasione possibile per approfondire i
concetti su cui mi stavo interrogando, che riguardavano la coscienza, la pratica della ruota della
consapevolezza e la mente; a tal fine, rivolsi a molti di loro un quesito fondamentale: Che cos’è
l’energia? A questi scienziati devo essere sembrato un disco rotto oppure un bambino in un negozio
di caramelle, tanta era l’energia e la concentrazione con cui seguivo, entusiasta, questa linea di
indagine.
Ero affascinato dalle loro risposte, e nelle pagine seguenti riporterò una sintesi dei concetti
rilevanti e delle loro implicazioni che emersero nel corso delle nostre conversazioni durante i pasti,
le camminate e gli incontri informali. Sebbene questi scienziati fossero fisici, non psicologi, per me
l’oggetto delle nostre conversazioni serviva a gettare luce sui possibili meccanismi della mente e a
inaugurare un nuovo modo di concepire le esperienze descritte da coloro che si erano dedicati alla
pratica della ruota della consapevolezza. Gli interrogativi che mi avevano accompagnato a questo
congresso, riguardanti la natura della consapevolezza, della coscienza e dei meccanismi alla base del
mozzo, iniziarono a trovare dei chiarimenti grazie alle conoscenze derivanti dalla fisica, di cui prima
non disponevo.
È importante, tuttavia, ricordare che la cornice teorica che sto per presentarvi, nata dalle
conversazioni con fisici e matematici, è fedele alla scienza, ma non ne è vincolata. In altri termini, la
mia ipotesi sulla natura della coscienza è fondata su ciò che fisici, matematici e altri scienziati, in
quanto esperti nelle rispettive discipline, mi hanno detto di “sapere” sulla realtà ed è compatibile
con queste conoscenze, sebbene i concetti che presenterò non siano stati da loro applicati alla
comprensione della mente. Non intendo distorcere le scoperte della fisica o di altre discipline affini
né lasciar intendere che le idee descritte di seguito siano attualmente accettate o sostenute nei
tradizionali ambiti della scienza. Non è così. Ciò che ci apprestiamo a esaminare è il contributo che
la scienza dell’energia, uno degli ambiti di studio principali della fisica, potrebbe dare per gettare
luce sui meccanismi della mente e l’attinenza che potrebbe avere con gli aspetti della ruota della
consapevolezza di cui ci stiamo occupando e con le nostre immersioni in prima persona
nell’esperienza soggettiva della mente. La parola chiave qui è potrebbe.
Da quando ho formulato questa ipotesi, ormai anni fa, e poi l’ho illustrata in seminari, corsi e
libri, e l’ho applicata nella mia attività di psichiatra e nella mia stessa vita, ho riscontrato che si
concilia con un’ampia varietà di esperienze che tutti noi sembriamo avere. Potrebbe essere corretta,
ma potrebbe anche non esserlo. Parecchi fisici che hanno dedicato del tempo ad ascoltare questa
mia proposta, alcuni dei quali esperti sia di fisica quantistica sia di meditazione, si sono detti
entusiasti delle sue potenzialità.
Come vedremo, anche persone esperte di pratiche contemplative e spirituali di tradizioni diverse
ritengono che questa cornice teorica sia in sintonia con i loro punti di vista. In questa sede, impiego
il termine contemplativo per riferirmi a pratiche di profonda riflessione interiore. Spirituale è un
termine che può essere usato in vari modi, spesso per riferirsi all’aspirazione fondamentale
dell’essere umano a vivere una vita ricca di significato e senso di connessione, come abbiamo visto
in precedenza. Con “significato” ci riferiamo qui all’avere consapevolezza di ciò che ha importanza e
scopo. “Senso di connessione” indica l’esperienza di appartenenza, di essere parte di qualcosa di più
grande del senso del Sé delimitato dalla pelle. Le ipotesi che stiamo per approfondire possono
gettare luce sul significato e sul senso di connessione con risultati affascinanti.
È interessante notare come questa cornice teorica sembri corrispondere anche al modo in cui gli
amici, i familiari e i pazienti con cui lavoro a stretto contatto parlano della propria vita mentale
interiore. Adoro leggere scritti autobiografici, e anche riflessioni di questo tipo spesso si conciliano
con questa cornice teorica. Stimolato dalle poesie di John O’Donohue, ho riscontrato che le
riflessioni poetiche di molti autori sulla natura della nostra vita mentale possono essere guardate
con occhi nuovi sulla base delle idee che vi presenterò.
Ora, il fatto che le osservazioni contenute in questo modello teorico si concilino con diverse
descrizioni dell’esperienza umana potrebbe essere una pura coincidenza, o persino un esempio del
cosiddetto bias di conferma, la legittimazione da parte della mia mente delle mie stesse convinzioni,
una tendenza sistematica a far giungere alla consapevolezza soltanto le interpretazioni dei risultati
che avvalorano ciò che desidero credere, distorcendo ciò che percepisco al fine di confermare ciò
che voglio pensare sia vero. In altri termini, è possibile che questa cornice teorica non sia corretta.
Ciascuno di noi dovrà vedere come si concilia con la propria esperienza.
Ciò nonostante, continuo a ripensare alle riflessioni condivise che sento da coloro con cui ho
parlato di queste mie idee, e su come questa prospettiva teorica ampli e approfondisca la loro
comprensione della pratica della ruota e la loro stessa vita. Questa prospettiva sembra conciliarsi
con la scienza, la soggettività e la spiritualità, e forse potrebbe contribuire a costruire un ponte che
colleghi queste tre modalità di fare esperienza della realtà e di comprenderla, aiutandole a trovare
un punto d’incontro nella nostra vita.
Vi invito a mettere alla prova queste idee con una mente aperta e indagatrice, lasciando da parte
quello che per voi non va bene, e tenendo e ampliando quello che invece fa al caso vostro. Può
darsi che troviate utile questa cornice teorica, oppure no. Non ci resta che vedere come va, mentre
provate ad applicarla alla vostra vita.
Io stesso ho una mente molto scettica: metto in dubbio persino i miei stessi dubbi. Mentre
proseguiamo nel nostro viaggio, potrebbe essere utile tenere a mente il fatto che, qualunque dubbio
possiate avere, probabilmente io ne avrei molti di più: ciò nonostante, insieme possiamo adottare
un atteggiamento di temporanea sospensione dello scetticismo, per vedere se, in questi nuovi modi
di concepire la nostra mente che ci apprestiamo a esplorare, possa esserci un fondo di verità e il
potenziale per applicazioni pratiche. C’è sempre una parte della mia mente che, a prescindere
dall’entusiasmo che posso avere – per questa cornice teorica, per esempio – contiene una certa dose
di scetticismo. Mantenere vivo lo spirito indagatore è un approccio salutare che possiamo adottare,
senza tuttavia lasciare che l’incertezza ostacoli i nostri progressi. Come mi disse una volta un saggio
professore, la conoscenza e la comprensione fanno passi avanti soltanto quando abbiamo il coraggio
di sbagliare.
Che cos’è, allora, questo modello? In che modo questa cornice teorica si concilia con la vostra
esperienza della ruota della consapevolezza, come concetto e come pratica? Di ciascuno di questi
interrogativi ci occuperemo mentre proseguiamo nel nostro viaggio. Pronti a partire? Iniziamo allora
la nostra esplorazione.

L’energia della natura


Viviamo in almeno due livelli di realtà. A un livello, quello degli oggetti di grandi dimensioni,
facciamo esperienza dell’energia come forza, per esempio la forza di gravità, la pressione e
l’accelerazione. Quando andiamo in bicicletta usiamo l’energia del nostro corpo per pedalare,
avvertiamo la forza di gravità che ci attira verso il terreno, la forza di accelerazione che ci fa
prendere velocità mentre pedaliamo, un senso di pressione mentre scendiamo dalla bici e
tocchiamo il manto stradale con i piedi. In ogni momento della giornata, viviamo in un mondo di
energia che ci è familiare.
Ma viviamo anche in un altro livello di realtà, quello delle entità piccolissime, come gli elettroni e
i fotoni. A differenza della bicicletta o del fondo stradale, un singolo elettrone o fotone non è
visibile a occhio nudo; eppure siamo circondati da un mondo di energia elettrica e di energia
luminosa.
Siamo nati in corpi di grandi dimensioni, grandi nel senso che hanno dimensioni di gran lunga
maggiori di quelle di un elettrone o di un fotone. Ci abituiamo a pensare all’energia in termini di
corpi di grandi dimensioni, come forza o potenza in grado di farci fare cose come lavorare e
muoverci. Persino il nostro corpo, per funzionare, consuma energia: assumiamo cibo e respiriamo
aria ricca di ossigeno per ricavare energia dagli alimenti stessi. L’energia – come abbiamo visto – è
ovunque.
Ma che cos’è l’energia?
Una domanda, questa, che ho continuato a porre ai colleghi scienziati durante l’incontro cui ho
accennato in precedenza. L’energia non è propriamente una cosa, mi dicevano: è un nome per un
aspetto generale della nostra realtà.
Va bene, rispondevo, ma che cos’è questo aspetto generale? Qual è l’elemento che accomuna
tutte le manifestazioni dell’energia, che si concretizzano in una serie di contorni, localizzazioni o
posizioni, intensità, forme e frequenze? Che cosa si manifesta in questo insieme di caratteristiche
che abbiamo sintetizzato nell’acronimo CLIFF? Che cosa sarà mai l’energia?
Come potete immaginare, c’era molta energia nelle domande che rivolgevo loro!
Alla fine, alcuni di loro diedero una risposta di questo tenore: energia è il movimento dalla
possibilità all’attualità. Tutto qui.
Sarebbe a dire?
L’energia è il movimento da un potenziale alla traduzione in atto di quel potenziale. È questo che
gli scienziati intendono con la semplice frase secondo cui l’energia è il movimento dalla possibilità
all’attualità. L’energia è la traduzione di una possibilità in realtà concreta.
Questa semplice affermazione mi aveva disorientato, e forse lo stesso è accaduto a voi.
Fermiamoci un momento a riflettere su questa affermazione generale di una possibilità che si
trasforma in attualità.
Secondo una concezione di una branca della fisica denominata “meccanica quantistica”,
l’universo ha un sottostante “vuoto quantico” o “mare di potenzialità”: uno spazio matematico della
realtà che rappresenta l’intera gamma di possibilità che potrebbero tradursi in atto. In altri termini,
esiste un aspetto della realtà, chiamato “spazio matematico”, in cui si trova tutto ciò che
potenzialmente può concretizzarsi. Questo spazio è denominato “mare di potenzialità”, poiché lo si
può immaginare come un grande mare in cui galleggia tutto ciò che, potenzialmente, può tradursi
in atto. È da questo mare, da questo vuoto quantico, che di fatto emerge tutto ciò che ha il
potenziale di divenire alla realtà.
Per chi non sia esperto di fisica quantistica, tutto questo può sembrare davvero strano. E coloro ai
quali non piace la matematica possono sentirsi intimoriti. Dopo averci messo qualche anno per
superare questi iniziali timori con i miei colleghi e compagni nel viaggio alla scoperta della mente,
posso assicurarvi che ciò che all’inizio può sembrare strano può diventare, con un pizzico di
pazienza, particolarmente entusiasmante, familiare e persino utile.
A questo livello di analisi del nostro mondo, e in questo momento del nostro viaggio, giungiamo
a una concezione che per molti potrebbe inizialmente essere difficile da comprendere a fondo o di
cui potrebbe essere problematico persino farsi un’idea. Poiché viviamo con oggetti di dimensioni
relativamente grandi – i nostri corpi, che interagiscono con oggetti altrettanto estesi, come altri
corpi, automobili e edifici – siamo abituati a pensare alle cose, compresa l’energia, in termini di
certezze, non di probabilità. Se la pensate così, ebbene non siete affatto i soli. In realtà, gli oggetti di
grandi dimensioni funzionano, perlomeno in superficie, in base a un insieme di principi della fisica
che sono più facilmente evidenti rispetto alle leggi che governano l’interazione di oggetti di piccole
dimensioni. Gli elementi di grandi dimensioni presenti nel mondo vengono talvolta chiamati
“macrostati”, quelli piccoli “microstati”. I microstati comprendono elettroni e fotoni. I macrostati
sono – come dicevamo – i nostri corpi, le automobili e gli edifici.
Del funzionamento degli oggetti di grandi dimensioni si occupa la cosiddetta “fisica classica”, cui
contribuì in maniera determinante, 350 anni fa, Sir Isaac Newton; per questo motivo, l’insieme di
principi che governa questo tipo di oggetti è conosciuto anche come “fisica newtoniana”. Con gli
oggetti di grandi dimensioni come pianeti e aeroplani – che sono in realtà insiemi di microstati
chiamati “macrostati” – i principi che li regolano, per esempio le leggi dell’accelerazione e della
gravità, sono stati particolarmente utili nella nostra vita immersa nei macrostati: possiamo volare in
aereo o guidare una macchina, e avere ingegneri meccanici che costruiscono i sistemi di ali, di ruote
e di freni che consentono all’aereo di decollare e all’auto di frenare, tenendoci al sicuro grazie alle
cinture di sicurezza. Questo tipo di ingegneria è basato sulla fisica classica, newtoniana. Mio padre
era ingegnere meccanico e progettava elicotteri e automobili: l’intero suo lavoro si basava sul mondo
della fisica classica, comunemente accettato. Esiste un insieme di regole riguardanti le
manifestazioni dell’energia nell’interazione tra macrostati, regole che determinano una certezza di
funzionamento tale per cui, come è auspicabile, il nostro aereo o elicottero non cadrà in presenza di
turbolenza in quota e la nostra auto si fermerà completamente premendo il pedale del freno.
Newton espresse queste leggi in formule matematiche, valide ancora oggi, che ci consentono di
restare in volo o di fermarci al semaforo rosso. È una sensazione meravigliosa e in genere
un’esperienza di certezza su cui si può fare affidamento nel mondo dei macrostati.
Ma la fisica quantistica si occupa di un livello di analisi più profondo, che coinvolge dimensioni
più piccole rispetto a quelle facilmente visibili negli oggetti grandi dei macrostati. (A quanto si è
scoperto, le leggi della fisica quantistica si applicano anche ai macrostati, ma sono molto, molto più
difficili da individuare in questi oggetti di grandi dimensioni.) La fisica quantistica, le cui prime
formulazioni risalgono a un centinaio di anni fa, esplora la natura della probabilità nell’universo, a
differenza della visione del mondo della fisica classica o newtoniana, che studia le certezze evidenti
al livello dei macrostati. Un quanto è un’unità dell’esperienza che costituisce la base delle
interazioni; quindi, secondo la fisica quantistica, la vita e la realtà sono una questione di interazioni
in divenire basate su un insieme disordinato, ma empiricamente stabilito, di esiti che si
concretizzano e trasformano in virtù di variazioni di probabilità. Come dice il fisico Art Hobson, un
quanto è “un pacchetto o una quantità di energia di campo specifica, unitaria ed estesa nello spazio.
Il termine deriva da ‘quantità’. Ogni quanto è un’onda, una perturbazione, in un campo. Ne sono
un esempio fotoni, elettroni, protoni, atomi e molecole”.1
In parole semplici, le conoscenze della fisica quantistica svelano la natura probabilistica della
realtà, basata su potenzialità in divenire, una natura che potrebbe quindi essere meglio espressa
linguisticamente come verbo; la fisica classica si concentra, invece, sulla certezza di oggetti che
interagiscono nel mondo, una natura, questa, che quindi potremmo esprimere linguisticamente
come sostantivo. Mi è capitato di confrontarmi con alcuni colleghi che mi hanno domandato perché
mi servissi della fisica quantistica per comprendere la mente: perché non fermarsi al cervello?
Spesso i loro timori sono alimentati dall’aver sentito conferenzieri che impiegano i termini della
fisica quantistica con scarso riferimento alle scoperte scientifiche supportate da dati empirici. Si
possono affermare le cose più strampalate – mi dicevano – nel nome del mistero quantico. Persino
tra gli stessi fisici si tengono accesi dibattiti su determinati aspetti della disciplina. Ecco la posizione
di Hobson:
È almeno dai tempi dei primi Greci che i filosofi desiderano conoscere i costituenti ultimi dell’universo. Di che sostanza è fatta
la realtà e come si comporta? […] Gli atomi e ogni altra cosa sono costituiti da elementi più fondamentali e persino più
affascinanti degli atomi, ossia “campi” suddivisi in “quanti”.2
Hobson continua citando uno scambio tra due dei fisici più importanti, il padre della fisica
quantistica, Niels Bohr, che risponde alla presentazione del collega Wolfgang Pauli.
“Siamo tutti d’accordo sul fatto che la vostra teoria è folle. La questione che ci divide è se sia abbastanza folle da avere una
qualche probabilità di essere corretta.” La natura è molto più creativa di quanto non sia l’immaginazione umana, e il mondo
microscopico non è ciò che Niels Bohr o chiunque altro potrebbe aver ipotizzato. La fisica quantistica è davvero insolita, e
alcuni dei suoi aspetti sono stati rigettati proprio adducendone la stranezza; tuttavia, la stranezza non è di per sé una ragione
convincente per scartare una teoria scientifica.3

Parecchi concetti della fisica quantistica verificati con studi empirici rigorosi e ripetuti potrebbero
essere utili per la nostra esplorazione dei meccanismi della mente e della ruota della
consapevolezza. Nell’impiego di questi concetti, cercheremo di attenerci il più possibile alla scienza,
ma poi, per necessità, lasceremo che la nostra immaginazione prenda le mosse dalle scoperte
scientifiche per creare un collegamento con la nostra esperienza della pratica della ruota. In altre
parole, potrebbero esserci delle conoscenze sulla natura dell’energia – come processo che riguarda i
microstati nel nostro universo – utili a gettare luce su alcuni aspetti della nostra vita mentale.
Non attingiamo alla teoria dei quanti per affermare conoscenze strampalate che potrebbero
complicare le cose ancor più del necessario. Come suggerisce il filosofo Jagdish Hattiangadi: “La
meccanica quantistica non viene chiamata in causa per la sua autorevolezza. Questa non è una tesi
derivante dall’autorevolezza di Bohr. È rilevante per questo tipo di studio, perché si trova al livello
più basso di cui la fisica stessa si occupa”.4
Lasciate che vi illustri quattro principi tratti dallo studio empirico dell’energia che
approfondiremo e applicheremo nel resto del nostro viaggio. La fisica quantistica ci stimola a
esaminare i seguenti aspetti:
– la natura probabilistica della realtà;
– il potenziale influsso della misurazione e dell’osservazione sulla probabilità;
– la natura relazionale della realtà e il fenomeno dell’entanglement dei quanti e i suoi influssi non
locali;
– la freccia del tempo o direzionalità del cambiamento, che potrebbe manifestarsi soltanto al livello
di realtà dei macrostati.
Se siete preoccupati rispetto a dove tutto questo ci porterà, permettetemi di iniziare con un
aspetto particolarmente controverso, che solleva molte reazioni appassionate. Questo sarà il primo
dei quattro temi di cui ci occuperemo brevemente qui: la questione dell’influsso dell’osservazione
sulla probabilità dell’energia.
L’aspetto che preoccupa è l’affermazione conclusiva fatta da qualcuno secondo cui la fisica
quantistica avrebbe “dimostrato” che la coscienza crea la realtà. Tra i fisici, questa sembra essere
un’inferenza molto controversa riguardo alla possibile interpretazione di una scoperta scientifica
accettata, che controversa non è, ossia che l’atto di osservare un elettrone che passa attraverso una
barriera metallica con doppia fenditura modifica l’esito della rilevazione. Secondo alcuni, l’atto
dell’osservazione induce “un collasso della funzione d’onda”, ossia farebbe sì che l’elettrone si
comporti come una particella – caratterizzata da un’unica posizione possibile e, quindi, dalla
certezza della posizione – invece che come un’onda, con un insieme di possibili posizioni. Forse
ricorderete questa scoperta dalle lezioni di fisica al liceo. A essere controversa non è la scoperta di
un diverso risultato di misurazione, bensì la sua interpretazione, le implicazioni derivanti dal fatto
che l’atto di osservazione è associato con il passaggio da una serie di probabilità a una singola
certezza.
Secondo la cosiddetta interpretazione ortodossa di Copenhagen della meccanica quantistica, è
l’atto di osservare a cambiare la funzione di probabilità; tuttavia è soltanto una di molteplici
interpretazioni. Teorie alternative ipotizzano che l’osservazione si limiti a compiere una selezione da
una vasta schiera di realtà all’interno del multiverso o che di fatto non ci siano né onde né
particelle, ma che debba esserci un altro modo di immaginare la natura dei quanti. Non è chiaro
come possa avvenire questa selezione o quali siano esattamente le unità base della realtà e neppure
come l’osservazione le influenzi. Secondo altri scienziati, è un problema di misurazione, non un
influsso della coscienza. Il fisico quantistico Henry Stapp, studioso delle teorie sviluppate dai
fondatori della fisica quantistica, condivide l’interpretazione ortodossa di Copenhagen che ipotizza
il concetto generale di influsso dell’attività mentale su ciò che osserviamo nella realtà fisica, e la
amplia ritenendo che, oltre all’osservazione creata dalla coscienza, anche lo stato mentale
dell’intenzione possa influire sulle funzioni di probabilità. In occasione di un gruppo di lavoro di
fisici quantistici cui ho partecipato insieme a Stapp, sono rimasto colpito dalla chiarezza del suo
pensiero e dalla passione delle sue convinzioni. Potete ben immaginare come un’interpretazione
che ponga la coscienza umana al centro dell’organizzazione del divenire di probabilità in attualità
nell’universo possa essere molto affascinante, e forse persino corretta. Tuttavia, la comunità
scientifica è ancora attraversata da accesi dibattiti su questo importante tema. Rispetteremo quindi
la natura controversa di questo aspetto ed esploreremo possibilità invece di affermare verità
assolute.
Anche se l’interpretazione ortodossa di Copenhagen o l’affascinante ampliamento compiuto da
Stapp, che include l’intenzione accanto alla consapevolezza come fattore influente, fossero corretti,
la scoperta mi sembra mostrare come l’osservazione alteri una funzione di probabilità: essa non crea
l’elettrone; semplicemente, fa sì che dallo spettro di possibilità che caratterizza l’elettrone come
onda emerga un unico valore certo. In altri termini, la consapevolezza potrebbe cambiare il valore
di probabilità di un microstato, ma non creare i quanti. Ma anche se questo fosse vero, tutto ciò è
affascinante. Ed ecco un’anticipazione: non potremo assolutamente trovare in questa sede una
soluzione al dibattito sull’interpretazione dell’esperimento della doppia fenditura, ma accoglieremo
la controversia e nelle nostre analisi rispetteremo il ragionamento scientifico alla base dei diversi
punti di vista, mantenendo un atteggiamento di apertura verso la possibilità che la mente, con
l’attenzione, la consapevolezza e l’intenzione, eserciti un influsso sul divenire delle potenzialità in
attualità.
Forse vi state già facendo un’idea del perché l’esplorazione delle concezioni quantistiche possa
essere pertinente alla comprensione della nostra esperienza con la pratica della ruota della
consapevolezza. Con la pratica della ruota sviluppiamo i tre pilastri dell’attenzione focalizzata, della
consapevolezza aperta e dell’intenzione gentile. Queste abilità mentali potrebbero avere un impatto
diretto su come una possibilità diventi attualità, su ciò che, di fatto, è un flusso di energia.
Nel viaggio che ci attende, terremo a mente questo concetto controverso, ritenendo che
l’attenzione, la consapevolezza e l’intenzione della mente potrebbero modificare le probabilità,
oppure no. L’esortazione è, di nuovo, a tenere aperta la mente, rispettando i dubbi e riflettendo su
come interpretare le scoperte scientifiche e come applicarle con rigore per comprendere l’esperienza
soggettiva, mentre costruiamo un ponte tra queste complesse concezioni scientifiche del mondo dei
microstati, avvalorate da studi empirici, e la nostra esperienza con la pratica della ruota.
Ecco una delle grandi sfide che abbiamo di fronte come esseri che abitano un corpo di grandi
dimensioni, un macrostato. Viviamo in un corpo, certamente. Benissimo. È un corpo cui teniamo e
di cui ci prendiamo cura. E abbiamo una mente. Potrebbe darsi che alcuni aspetti dei flussi di
energia della mente abbiano proprietà che, talvolta, sono determinate da elementi che hanno le
dimensioni del nostro corpo, i macrostati – per esempio, quando sentiamo la brezza sulla guancia o
ammiriamo lo splendore di un tramonto –, e altre volte sono governate dagli elementi fondamentali
dei microstati, i quanti di campi di energia come elettroni e fotoni (come accade quando ci
immergiamo nelle emozioni e nei pensieri, nei ricordi o nell’immaginazione, o persino nella
consapevolezza stessa). Sciolta dai vincoli del livello di esistenza del corpo (dei macrostati),
dominato dalla certezza, la nostra mente può diventare libera di fare esperienza di una fascia di
realtà più ampia e più flessibile all’interno del mondo probabilistico dei microstati. Come vedremo,
accogliere la capacità di trasformare potenzialità e probabilità in attualità come un aspetto della
natura della nostra vita mentale potrebbe aiutarci a raggiungere una visione più diretta dei
meccanismi della mente alla base dell’esperienza della consapevolezza.
Un altro concetto fondamentale e stimolante della fisica quantistica è la natura relazionale della
realtà. Come spiega il fisico, filosofo e medico Michel Bitbol,
la scienza fece un fondamentale passo in avanti, non appena si comprese che determinate spiegazioni dovessero essere rese in
termini di relazioni e non di proprietà assolute […]. Secondo Bohr, è vero che tutti i concetti della fisica quantistica sembrano
contorti, ma, forse, per trasformarli in qualcosa di meno strano, dovremmo cambiare il nostro stesso concetto di
comprensione. Era opinione di Bohr che dovessimo cambiare la nostra idea di comprendere il mondo, trasformandola
nell’idea di comprendere la nostra relazione con il mondo.5

La pratica della ruota della consapevolezza ci invita a fare esperienza diretta di questi diversi
aspetti dei flussi di energia nelle nostre esplorazioni soggettive. Una persona che, facendo l’esercizio
della ruota, aveva fatto esperienza delle distinzioni tra un senso di certezza tipico dei macrostati e il
mondo della probabilità tipico dei microstati, in particolare nella parte del mozzo-nel-mozzo, mi
invitò in Inghilterra per presentare la pratica della ruota nel luogo di nascita di Sir Isaac Newton. Ci
riunimmo proprio intorno all’albero di mele che aveva ispirato le ipotesi di Newton sulla natura
della forza di gravità. In quel brumoso pomeriggio di giugno, nessuna mela cadde su di noi. Sulla
parete della sua casa natale, dove era tornato anche durante l’epidemia di peste scoppiata mentre
studiava alla Cambridge University, è affissa la seguente citazione: “Posso misurare il moto dei corpi
celesti, ma non l’umana follia”. Non potrebbe darsi che il funzionamento della mente si basi, in
parte, su funzioni di probabilità quantistica di cui Newton era inconsapevole prima dello sviluppo
delle concezioni della fisica contemporanea? Mentre facevamo l’esercizio della ruota e poi
parlavamo dell’esperienza di passare dal cerchione al mozzo, creammo un collegamento nel tempo
per ringraziare Sir Isaac per il suo eccezionale contributo e lo invitammo a unirsi a noi in questo
nuovo livello di esplorazione per comprendere la natura della realtà. Mentre cercheremo di
comprendere i meccanismi profondi dell’energia che potrebbero essere alla base della nostra
esperienza della mente e della consapevolezza, sarà necessario tenere conto di entrambi questi
“livelli” della realtà apparente, il classico e il quantico.
Come propone il fisico Jacob Biamonte nel suo lavoro sulla teoria delle reti quantiche complesse,
il livello superiore di complessità – il livello della fisica classica – può essere considerato come
fenomeno emergente dei componenti del livello inferiore, il livello dei quanti. Quindi, questi due
livelli non sarebbero indipendenti, bensì interdipendenti. Anche se ne facciamo esperienza come
distinti l’uno dall’altro, e spesso, nella nostra vita quotidiana, siamo più consapevoli del livello
classico, entrambi i livelli sono disponibili per noi e si influenzano a vicenda. Afferma Biamonte:
“Uno dei più antichi esempi di emergenza, e probabilmente il più importante, è la questione del
perché troppo spesso il mondo circostante sembri essere descritto efficacemente impiegando la fisica
classica, mentre il mondo in cui abitiamo è, a tutti gli effetti, quantico”.6
Tenendo a mente questa affascinante prospettiva scientifica secondo cui esistono due apparenti
livelli di realtà, classica e quantica, macrostato e microstato, possiamo ora aprire la nostra disamina
alla possibilità che l’esperienza soggettiva delle nostre menti in continuo divenire rifletta questa
stratificazione macro e micro del nostro emergere, momento per momento. Il primo principio
quantico, riguardante la natura probabilistica dell’energia e il modo in cui possiamo diventarne
consapevoli, e il secondo principio, riguardante il possibile influsso della nostra mente su di essa,
saranno al centro della nostra esplorazione della natura del mozzo.
Una terza scoperta della fisica quantistica riguarda – come abbiamo visto – il fenomeno
dell’entanglement: infatti, è stato empiricamente dimostrato come questo fenomeno sia un aspetto
del nostro mondo. In particolare, ciò significa che l’accoppiamento tra due microstati – per esempio,
due elettroni – fa sì che possano influenzarsi a vicenda anche quando sono fisicamente separati.
Facciamo un esempio. Se uno dei due elettroni ruota in senso orario e l’altro ruota, in maniera
complementare, in senso antiorario, quando un elettrone della coppia viene fatto ruotare in una
nuova direzione, il suo partner nell’“intreccio”, in risposta a questo cambiamento, inizierà a ruotare
in direzione complementare e opposta. Questa modifica del senso di rotazione può avvenire
quando gli elettroni sono fisicamente vicini, ma anche quando si trovano a grande distanza l’uno
dall’altro. La separazione nello spazio non cambia l’accoppiamento relazionale, la relazione di
entanglement, il loro intreccio che, in questo caso, riguarda la complementarità del senso di
rotazione. Proprio per tale motivo, questo strano, eppure reale fenomeno dell’entanglement
possiede la proprietà nota come “non località”.
In base alla concezione classica newtoniana, lo spazio che separa i macrostati – per esempio il
vostro corpo e quello di un amico che si trova a migliaia di chilometri da voi – è per natura tale da
impedire che questi oggetti di grandi dimensioni esercitino un influsso l’uno sull’altro. La ricerca sul
fenomeno dell’entanglement, invece, mostra come nel caso dei microstati entangled la separazione
spaziale non impedisca influssi relazionali reciproci. Certamente, gli amici intimi non sono la stessa
cosa di elettroni accoppiati, ed è possibile che l’entanglement non riguardi le menti di questi amici;
oppure forse sì, se le menti possedessero alcuni tratti con le proprietà tipiche dell’energia dei
microstati, dei quanti.
Come dicevamo, gli elettroni accoppiati sono in grado di influenzarsi a vicenda, a prescindere
dalla distanza che li separa. Mi rendo conto di come questo possa sembrare strano, eppure è un
aspetto di cui è stata dimostrata l’esistenza nell’universo in cui viviamo. Il fisico Abner Shimony ha
chiamato questo fenomeno “passione a distanza”. Albert Einstein lo definì “misteriosa azione a
distanza”, quando pensò che l’entanglement implicasse un propagarsi incredibilmente rapido
dell’energia. L’entanglement ha luogo in maniera pressoché simultanea a prescindere dalla
separazione nello spazio, si propaga a una velocità superiore a quella della luce e quindi, se fosse
energia in movimento, violerebbe uno dei concetti fondamentali della teoria di Einstein, ossia che
nulla nell’universo viaggia più veloce della luce. Questo concetto riguardante la massima velocità
raggiungibile resta un aspetto accettato del nostro universo. Infatti, la proprietà quantica non
riguarda il propagarsi di energia, bensì una relazione di entanglement che non è influenzata dalla
distanza fisica. Lo so: è davvero strano, e dal punto di vista newtoniano dei corpi di grandi
dimensioni, sembra un fenomeno del tutto fuori del comune e apparentemente impossibile. Per
comprendere l’entanglement, per quanto possa essere un concetto difficile se visto da una
prospettiva “classica”, è necessario aprire la mente al concetto stesso di spazio e al significato che
questa dimensione della realtà può avere a livello sia dei macrostati sia dei microstati. A prescindere
dal fatto che ci stimola a considerare aspetti cui non avremmo mai pensato, l’entanglement è stato
ormai accertato come fenomeno reale del nostro mondo, persino per la materia, la quale è, dopo
tutto, energia condensata, ossia microstati di energia estremamente compatti che formano i densi
cumuli di macrostati chiamati massa, come abbiamo visto con la famosa formula di Einstein:
l’energia è la massa moltiplicata per il quadrato della velocità della luce (E=mc2).
Che il fenomeno dell’entanglement, la cui esistenza è dimostrata per i microstati, sia anche parte
degli stati mentali, non è dato sapere al momento, né potremo rispondere a questo interrogativo in
questa tappa del nostro viaggio. Come ipotizza il fisico quantistico Arthur Zajonc:
Al livello impercettibile potrebbe celarsi una natura interconnessa, o entanglement o olismo quantico, come viene definita. In
apparenza le cose sono separate, e a un determinato livello è così; tuttavia, a un livello meno immediatamente evidente, esse
possiedono delle interconnessioni tra loro […]. Si può iniziare a pensare che ogni particella che abbia interagito con un’altra
particella abbia una connessione con essa, che si propaga e si estende sempre di più, finché si ramifica. Da un punto di vista
logico, avrebbe senso pensare che molte, molte parti dell’universo siano connesse con modalità che abbiamo difficoltà a
immaginare. In casi semplici, possiamo effettivamente compiere esperimenti per dimostrarne la natura interconnessa.7

Come abbiamo visto, alle persone capita a volte di descrivere l’esperienza di riuscire a percepire
con precisione la vita mentale di qualcuno con cui hanno un legame stretto, ma che è fisicamente
lontano da loro; potrebbe quindi darsi (potrebbe, lo ribadiamo, è il termine operativo che
impiegheremo nel nostro viaggio di ricerca ed esplorazione) che le nostre menti a volte mostrino,
nel contesto di alcune relazioni, la proprietà dell’entanglement, tipica dell’energia quantistica.
Considerato il fatto che l’entanglement e la non località sono aspetti dimostrati del nostro mondo,
se l’energia è ciò da cui emerge la mente, allora non sarebbe forse strano se l’entanglement non
fosse un’esperienza compiuta all’interno di determinate relazioni intime “tra menti”?
Un quarto aspetto che approfondiremo è la nostra esperienza del tempo. Per alcune persone,
l’ingresso nella parte mozzo-nel-mozzo dell’esercizio della ruota genera sensazioni diverse, una
sensazione di atemporalità, rispetto a ciò che si prova concentrandosi sul cerchione, in cui si
percepisce un “andirivieni” delle cose secondo una sequenza temporale di prima e dopo. Questo
contrasto viene descritto così frequentemente da coloro che si dedicano alla pratica della ruota della
consapevolezza che viene naturale porsi una domanda: che cosa potrebbe avvenire nel mozzo
rispetto al cerchione che potrebbe aiutarci a capire il meccanismo sottostante a questa esperienza
soggettiva comune? Come potremmo spiegare questo mutamento nel nostro senso soggettivo del
tempo? Le concezioni quantistiche sulla direzionalità del tempo potrebbero fornirci degli elementi
utili a inquadrare la mente e il tempo in una visione innovativa e proficua, capace di approfondire
la nostra comprensione della pratica della ruota.
Alcuni fisici hanno ipotizzato che il tempo, inteso come qualcosa che scorre, non esista. Esiste
però una freccia del tempo, un’espressione che indica la direzionalità del cambiamento. Nei nostri
corpi di grandi dimensioni, viviamo con un insieme di “leggi di certezza” newtoniane, un livello di
macrostati in cui facciamo esperienza del divenire degli eventi secondo una freccia del tempo, una
direzionalità del cambiamento. Se rompiamo un uovo, non possiamo ricomporlo. È questo che
intendiamo con freccia del tempo. Ma se facciamo ruotare un elettrone in un verso o nell’altro, esso
è libero di muoversi in qualsiasi direzione a prescindere da quella in cui ha ruotato prima,
considerato il fatto che al livello di realtà dei microstati non esiste probabilmente un “prima” e un
“dopo”, ossia una direzionalità del cambiamento.
Potrebbe darsi che fare l’esperienza di “stare” nella consapevolezza con la parte del mozzo-nel-
mozzo dell’esercizio della ruota significhi esperire un livello di condizioni di microstati quantici privi
di freccia del tempo, ossia senza direzionalità del cambiamento. Se la nostra esperienza mentale del
tempo, che spesso descriviamo come “scorrere del tempo”, è in realtà la nostra consapevolezza del
cambiamento, allora il livello di vita mentale newtoniano, vincolato dalla freccia, avrà un senso del
tempo, mentre il livello quantico, privo di freccia, ci sembrerà atemporale. Quindi, i diversi aspetti
del mozzo o del cerchione potrebbero portare alla luce configurazioni corrispondenti di microstati e
macrostati di energia in grado di spiegare perché alcuni aspetti dell’esperienza mentale generino
una sensazione di assenza di freccia del tempo, mentre altri una sensazione vincolata dalla freccia,
gli uni un’esperienza soggettiva di un eterno presente, gli altri un movimento scandito dallo
scorrere del tempo che collega tra loro ciò che chiamiamo passato, presente e futuro.
Infine, una scoperta fondamentale della fisica quantistica che analizzeremo nei dettagli nelle
prossime pagine ha a che fare con la proprietà generale di natura probabilistica dell’energia.
Abbiamo visto come l’energia possa essere descritta in generale come movimento dalla possibilità
all’attualità. Questo concetto della fisica quantistica essenzialmente afferma che l’energia emerge da
un mare di potenzialità, dallo spazio matematico chiamato vuoto quantico. Non ci sarà bisogno di
compiere equazioni matematiche o perdersi in complessi calcoli per farsi un’idea visiva di come
l’energia possa essere concepita come movimento lungo uno spettro di probabilità, quello che alcuni
definiscono curva di distribuzione delle probabilità, che va da potenzialità aperte e immense ad
attualità specifiche e ristrette.
Perché si generi un’attualità dal mare di potenzialità, l’energia deve scorrere dal vuoto quantico.
Per non trascurare uno specifico particolare emerso dalle conversazioni con i miei colleghi fisici, è
importante chiarire che l’energia stessa, secondo alcuni di questi studiosi, potrebbe non esistere in
questa sorgente di possibilità, il vuoto quantico; per trasformare una possibilità di quel mare di
potenzialità in una attualità c’è bisogno di energia; quindi l’energia “scaturisce”, per così dire, da
questo spazio matematico. Talvolta, il flusso di energia può racchiudere un significato simbolico; in
tal caso, chiamiamo il flusso “informazione”. Secondo altri studiosi, l’universo sarebbe costituito da
informazione, ed è da qui che l’energia avrebbe origine. Secondo questa concezione, esisterebbe un
mare di potenzialità contenente tutte le possibili configurazioni simboliche che chiamiamo
informazioni. Questo generatore di diversità, di eterogeneità, il vuoto quantico, sarebbe poi la fonte
di ogni informazione che potrebbe esistere. Secondo questa prospettiva teorica, l’energia
emergerebbe da questo mare di potenziali informazioni, e le configurazioni di energia in divenire
farebbero sì che l’informazione stessa fosse tradotta in atto nel mondo. Come abbiamo visto,
l’espressione “energia e informazione” rispetta entrambi gli approcci, nel rilevare il primato
dell’energia e dell’informazione e il loro fondamentale intreccio nell’esperienza della realtà.
Poiché nella realtà del nostro mondo sembrano avere un ruolo preminente le interazioni più che
non le entità fisse – tanto che universo andrebbe inteso come verbo e non come sostantivo –,
l’energia e l’informazione fluiscono: cambiano incessantemente; sono in continuo divenire; si
muovono; costituiscono un insieme di campi di energia interagenti in costante evoluzione, che
formano il mondo emergente che chiamiamo realtà.
In questo momento, io e voi possiamo fare un respiro profondo con i nostri corpi a livello dei
macrostati. Sì, viviamo in un corpo, e l’energia fluisce in questo livello di realtà dei macrostati. È
reale, e realmente importante. Quando premiamo il pedale del freno della nostra moto, vogliamo
che si fermi. E l’energia fluisce anche come microstato; quindi, l’esame della natura quantistica della
nostra realtà, che ci consente di esplorare le proprietà dei microstati più direttamente, può essere
una importante integrazione della concezione classica più familiare, riguardante la realtà dei
macrostati, degli oggetti di grandi dimensioni. Oggi, mentre andavo in bici, pensavo a come io e voi
avremmo parlato di questi aspetti ora, e provo gratitudine sia per il mondo classico, dei macrostati,
che mi ha trasportato nello spazio e nel tempo, e per l’immaginazione e la consapevolezza che
potrebbero emergere dal nostro mondo quantico, il mondo dei microstati. È un’accettazione di due
livelli di realtà, cui vi invito a “dare respiro” in questo momento, rispettando sia il mondo classico
macro sia il mondo quantico micro e accogliendoli entrambi nel senso di scoperta del viaggio che ci
aspetta.
Ad alcune persone, l’interesse per aspetti così sfuggenti come l’energia, o come queste proprietà
quantiche della realtà, potrà sembrare del tutto privo di scientificità. Vorrei però rassicurarvi sul
fatto che, in questa realtà dei macrostati, oltre alla splendida energia racchiusa nel tenere qualcuno
per mano o nel guardarsi intensamente negli occhi (che romanticamente si sprigiona dai nostri
corpi), oltre all’energia di vedere queste parole con i vostri sistemi sensoriali “macro”, esiste davvero
anche un altro aspetto dell’energia; è un aspetto non altrettanto concreto e familiare quanto quello
che tocchiamo, vediamo o sentiamo, e quindi può certamente sembrare un po’ strano aprire la
mente a questo altro livello della realtà, il livello “micro”. Inoltre, per alcune persone, parlare di
energia come movimento dal possibile all’attuale è davvero troppo: è un concetto che non si può
tenere in mano, non si può vedere, assaporare o toccare, e quindi sembra troppo strampalato e
strambo, per essere di una qualche utilità. Forse sembra loro addirittura non scientifico.
Coloro che pensano che l’attenzione all’energia e ai livelli di realtà dei microstati non abbia alcun
fondamento scientifico inferiscono che la fisica non sia una scienza. Ma l’energia è un concetto
scientifico, e una realtà accettata del nostro universo: di questo possiamo star certi. Inoltre, lo studio
della natura quantica dell’universo condotto nell’ultimo secolo ha svelato aspetti sorprendenti, ma
dimostrati empiricamente, del nostro mondo permeato di energia e informazione. Se la mente è
parte di questo universo, parte della natura, allora interrogarsi sul rapporto della mente con la
natura dell’energia è una cosa naturale da fare.
Eppure, per alcuni, il fatto di studiare la natura della mente come parte della natura dell’energia
è un’operazione troppo astratta e innaturale. In alcuni dei miei colleghi, è persino causa di visibile
irritazione. Perché non fermarsi alla pratica meditativa della ruota della consapevolezza, o limitarsi
a esaminare i correlati neurali della coscienza e lasciar perdere i possibili meccanismi che ne stanno
alla base? Non è forse vero che le affascinanti scoperte sull’integrazione neurale e sul potere della
neuroplasticità, grazie alle quali è possibile cambiare il cervello con la pratica mentale, costituiscano
già sufficiente materiale scientifico su cui ragionare? Perché andare oltre?
Ad alimentare la decisione di approfondire i concetti scientifici dell’energia con voi in questa
sede sono le molte esperienze che ho avuto, le quali mi hanno mostrato come, nonostante questa
concezione sia nuova e poco familiare alla maggior parte delle persone, tanto che a volte la reazione
iniziale è di disagio, alla fine, con un po’ di sforzo e l’acquisizione di nuove conoscenze, le idee in
essa contenute possano diventare del tutto accessibili, utili e persino intriganti.
Come abbiamo visto, Louis Pasteur afferma che nella scienza “Il caso favorisce la mente
preparata”. Questa immersione in profondità nei meccanismi dell’energia preparerà la vostra mente
per gli incontri casuali che la vita inevitabilmente metterà sulla vostra strada. L’approfondimento
della natura probabilistica dei flussi di energia dei microstati servirà anche ad aumentare il potere
della pratica della ruota di coltivare il benessere nella vostra vita.
Quindi, andiamo avanti, con la calma di cui potreste aver bisogno, ma avanzando
progressivamente in questo affascinante e, mi auguro, utile modo di concepire la mente, la ruota, la
consapevolezza e la nostra vita, nel cammino verso la salute.

L’energia come probabilità


Vorrei ora fare un esempio che mi auguro possa contribuire a rendere il più accessibile possibile
questa definizione astratta di energia come movimento dalla possibilità all’attualità. Proprio ora sto
per scrivere una parola. Diciamo, solo ai fini del nostro esempio, che ci sono circa un milione di
parole nel vocabolario che condividiamo. Qual è la probabilità che sappiate quale singola parola sto
per scrivere? Giusto, è una su un milione. Vediamo questo concetto raffigurato in una illustrazione.
Nell’immagine riportata sotto potete vedere una specie di mappa: nella parte inferiore del grafico
è rappresentato il numero massimo di parole possibili pari a un milione. La vostra possibilità di
conoscere una parola tra questo insieme di possibilità, questo mare di potenzialità, è una sul
numero di possibilità massime, ossia, in questo caso, un milione.

Quindi, la probabilità di conoscere la parola è, in questo momento, molto vicina allo zero: sul
grafico è rappresentata come posizione o valore “quasi zero” sull’asse verticale, l’asse y. L’asse y può
essere definito curva di distribuzione delle probabilità, poiché comprende il range di probabilità
presente nella distribuzione dei valori, da zero o quasi zero fino ad arrivare al cento per cento di
probabilità. Dal grafico si può vedere come il punto inferiore dell’asse y sia zero o prossimo allo
zero, mentre il punto superiore è 100 per cento. Il punto più basso viene chiamato “quasi zero”
perché, sebbene sia molto improbabile che sappiate quale parola potrei scegliere da questo enorme
insieme, c’è pur sempre una probabilità superiore allo zero che possiate indovinarla. Questo
momento nel tempo, questo particolare momento in cui non siete a conoscenza della parola e io
non sto ancora dicendo nulla, è il punto in cui ci troviamo ora in base al “tempo dell’orologio”, ossia
al modo in cui il nostro sistema di misura del tempo indica la posizione temporale di “proprio ora”.
Questo punto condiviso nel tempo è indicato sull’asse orizzontale, l’asse x, che possiamo chiamare
“tempo dell’orologio” o, per semplicità, “tempo”, anche se, come vedremo, il tempo stesso ha una
storia molto affascinante e potrebbe non essere come pensiamo che sia, ossia qualcosa che scorre.
Spostandoci da sinistra a destra lungo questo asse, seguiamo il “divenire delle cose nel tempo”, ossia
il loro eventuale cambiamento nel tempo dell’orologio. La posizione corrispondente alla probabilità
che conosciate la parola in questo momento del tempo indicato sull’asse x è quasi zero sull’asse y, in
correlazione con il posizionamento o valore sulla curva di distribuzione delle probabilità. Notiamo
come sia possibile segnare questo valore prossimo allo zero come un punto sul grafico – in questo
caso, è la posizione A – che in questo momento corrisponde alla probabilità minore, il punto “quasi
zero”.
In questo grafico bidimensionale, fino a questo momento una posizione nel disegno – il punto
raffigurato nel nostro schema – indica due cose: la posizione del valore di energia nel tempo (asse
x) e la posizione dell’energia sullo spettro di distribuzione delle probabilità (asse y). Una singola
posizione – A in questo momento – ha due indicatori, la probabilità e il tempo.
Ora diciamo che pronuncerò una parola tra il milione di parole possibili, e la parola che scelgo è
oceano. In questo momento ci spostiamo un po’ verso destra sull’asse x del tempo e definiamo
questa nuova posizione come punto A-1, corrispondente alla posizione del 100 per cento sulla
curva di distribuzione delle probabilità, l’asse y. È 100 per cento perché ora, in questo momento nel
tempo, ho attinto all’insieme del numero massimo di possibilità e una di queste si è realizzata al 100
per cento, in questo caso come singola “attualità” rappresentata dal termine oceano. In questa
posizione, A-1, avete il 100 per cento di certezza, e sapete qual è la parola perché l’avete letta:
oceano.
Qui possiamo vedere come probabilità e certezza siano in un certo senso lo stesso stato o
condizione di energia. Il cento per cento di probabilità è la massima certezza. Una percentuale di
probabilità quasi zero è la minima certezza. Se c’è un massimo di un milione di parole e io non ho
ancora detto né scritto alcuna parola, il grado di incertezza nel conoscere la parola corretta è
massimo. Come abbiamo visto, anche se non è completamente zero, possiamo dire che una su un
milione è prossima allo zero, per questo diciamo “quasi zero”. Potreste aver notato anche come
minima probabilità o minima certezza siano uguali a massima possibilità. Quando non è stata scelta
nessuna parola, abbiamo il minimo grado di certezza e allo stesso tempo, nella stessa posizione sul
grafico, il massimo grado di potenzialità, di possibilità completamente aperte.
Dal punto di vista dell’energia, se fossimo la proverbiale mosca sul muro e guardassimo con
mente aperta, percepiremmo che qualcosa è appena accaduto nell’universo, nell’interazione tra noi:
il movimento dalla possibilità all’attualità. Affinché io potessi dire o scrivere qualcosa e voi sentirla o
leggerla, è stato necessario un flusso, un cambiamento, un divenire. Questo movimento nel nostro
universo dalla possibilità all’attualità prende il nome di “energia”. Dalla vostra prospettiva, avete
appena percepito un flusso di energia.
È stata l’energia a consentirmi di dire o scrivere la parola oceano e a voi di sentirla o leggerla.8
L’energia è il movimento da ciò che è potenziale a ciò che viene messo in atto. La nostra ipotesi è che
anche la natura fondamentale dell’esperienza soggettiva, l’essenza della nostra vita mentale, sia
energia.
Nell’esempio appena descritto, io e voi abbiamo in comune la stessa lingua, fatta di parole, di
simboli linguistici potenzialmente condivisibili, la cui quantità ho indicato a titolo esemplificativo in
un milione. In questa interazione, l’energia fluisce per passare dal massimo numero di possibilità
che condividiamo nel vocabolario all’interno della nostra cultura e delle nostre relazioni a qualcosa
che accade dentro di me, il quale genera quell’unico profilo di scarica neuronale che sta per oceano.
Poi, dai pattern elettrochimici presenti nella regione del mio cervello cranico vengono inviati segnali
elettrochimici che, dai centri deputati al linguaggio, raggiungono i centri neurali che governano
l’espressione. Queste regioni a loro volta inviano energia elettrochimica che fluisce dai neuroni
verso i muscoli delle mie corde vocali, le quali poi possono sfruttare l’energia cinetica della tensione
e dello spostamento dell’aria spinta fuori dai miei polmoni grazie al movimento di un muscolo, il
diaframma. L’energia cinetica del movimento d’aria passa tra le corde vocali che, oscillando, fanno
vibrare le molecole d’aria alle proprie frequenze, producendo il suono e consentendo così di
pronunciare la parola. Se, invece di dire la parola, la scrivo, l’energia fluisce dal mio cervello ai
muscoli delle mie braccia per fare in modo che le mie mani e le mie dita digitino le parole alla
tastiera. Quando parlo, voi recepite le onde sonore prodotte dal movimento d’aria e riuscite a
sentire le parole a partire dall’energia sonora grazie alla trasmissione di segnali di energia
elettrochimica da parte dei nervi acustici dell’orecchio fino ai centri uditivi e linguistici del cervello
cranico. Oppure, se leggete la parola che ho scelto, recepite i pattern di fotoni che, da una fonte
luminosa, si rifrangono da una pagina o da uno schermo e raggiungono i vostri occhi, dove la
retina, posta sul fondo oculare, trasduce (ossia trasmette cambiando la natura dell’energia) quella
configurazione o pattern di energia luminosa – con le sue variabili CLIFF di contorno, localizzazione
o posizione, intensità, forma e frequenza – in altri pattern di energia elettrochimica all’interno del
vostro cervello cranico; qui i flussi di energia vengono trasferiti ai centri di decodifica degli stimoli
visivi, i quali li trasmettono alle regioni deputate al linguaggio, facendo sì che voi in qualche modo
percepiate mentalmente, nella vostra esperienza soggettiva, la parola oceano.
In ciascuno di questi casi, si tratta sempre di flussi di energia. Insieme, siamo passati dal possibile
all’attuale.
Quel qualcosa dentro di me è la mia mente interiore; quella percezione della parola nella vostra
esperienza soggettiva è la vostra mente interiore. Questa condivisione di energia – la condivisione
del possibile nell’attuale – è la nostra “inter-mente” relazionale.
Prendiamo ora il nostro grafico emergente e sviluppiamolo un po’.

Se dovessi avere l’intenzione di pensare soltanto alle parole che iniziano per o, la probabilità che
voi conosciate la parola sarebbe più elevata di una su un milione: potremmo dire che ora sarà una
su diecimila. In questo momento, indicheremmo questo stato come posizione di probabilità in un
punto più alto rispetto al punto quasi zero. Se ora dico o scrivo la parola ostrica, siamo passati dalla
probabilità più elevata in posizione B al 100 per cento della posizione B-1 dell’attualità.
Ora supponiamo che io mi trovi in uno stato d’animo che mi porta a considerare soltanto parole
relative a specchi d’acqua – oceano, lago, stagno, laghetto, ruscello, torrente, fiume e via dicendo – e
che ci siano soltanto trenta parole di questo tipo. Adesso la vostra possibilità di conoscere la parola
che dirò è ancora più alta: una su trenta; la rappresenteremmo quindi in una posizione più elevata
sull’asse y. In questo caso, se dicessi una parola – per esempio, mare – partireste da questa posizione
più elevata sull’asse y, una posizione che indica un numero di possibilità inferiore rispetto al
numero massimo di parole presenti nel nostro vocabolario che abbiamo considerato in precedenza;
questo sottoinsieme più piccolo di parole relative a masse d’acqua si trova quindi in una posizione
di probabilità elevata, da cui è avvenuta la traduzione in atto della possibilità. In altri termini, il
gruppo di trenta parole, essendo un sottoinsieme di tutte le parole possibili, occupa una posizione
più elevata sull’asse y, più vicina alla traduzione in atto pari al 100 per cento di certezza.
Per essere certi di aver chiaro questo movimento verso la certezza della traduzione in atto a
partire da una posizione di massima possibilità, come nell’esempio A, o di maggiore probabilità,
come nell’esempio B, esaminiamo altri due esempi. Se dovessi nominare uno dei quattro o cinque
oceani presenti nel mondo, la vostra probabilità di conoscere quello che dirò sarebbe ancora più
elevata rispetto agli esempi precedenti: una su quattro o cinque (a seconda che venga incluso, come
accade in alcune nazioni, anche l’Oceano Australe o Antartico). Se io avessi nominato l’Oceano
Indiano, voi sareste passati da una posizione di probabilità elevata – che consideriamo in questo
caso 1 su 5, ed è indicata come posizione C nel grafico, una posizione molto più in alto rispetto al
quasi zero – alla posizione del 100 per cento di certezza, C-1, una volta pronunciata la parola.
Facciamo un altro esempio. Immaginiamo che vi domandi se sapete se sto per dire destra o
sinistra: in questo caso, le possibilità sarebbero soltanto due, e la vostra probabilità di sapere la
soluzione sarebbe una su due o il 50 per cento: una posizione ancora più elevata sulla curva di
probabilità dell’asse y. Questa posizione di maggiore probabilità, pur più elevata nel nostro grafico,
non raggiungerebbe comunque la posizione del 100 per cento di massima certezza. Quando dico o
scrivo sinistra, allora ci muoveremmo dalla posizione di elevata probabilità del grafico a quella che
ora possiamo vedere come posizione di massima probabilità, la certezza al 100 per cento.

Nel grafico riportato sopra possiamo vedere come l’energia fluisca mentre ci muoviamo lungo
l’asse x per il verificarsi del cambiamento e sull’asse y per la variazione di probabilità, indicata con i
cambiamenti di posizione lungo questo asse. Il grafico serve a rappresentare visivamente il
movimento, momento per momento, lungo l’asse x del tempo, a mano a mano che la variabile
probabilità dell’energia cambia da potenziale ad attuale attraverso una serie di gradi di probabilità
indicati dalle coordinate dell’asse y.
Nel grafico, abbiamo contrassegnato il valore di probabilità di ciascun esempio: uno su un
milione per A, uno su diecimila per B e uno su cinque per C. Potete usare la vostra immaginazione
per visualizzare la posizione in cui mettereste sul grafico anche l’esempio delle parole riguardanti
l’acqua (una posizione di probabilità di uno su trenta) e l’esempio riguardante la direzione, destra o
sinistra (un valore di probabilità di uno su due). Ho lasciato aperte queste due rappresentazioni sul
grafico, per consentire alla vostra mente di creare un posizionamento visivo e a voi di sentire
concretamente come l’energia possa fluire da ciò che leggete a ciò che potete effettivamente
immaginare, per poi tracciare l’immagine visiva direttamente sul libro, se lo vorrete.
Ciascuna di queste condizioni iniziali di possibilità da cui emergerà un’attualità – dal valore
massimo di A ai diversi gradi dei sottoinsiemi sempre più piccoli di B e C – può essere considerata
una sorta di “piattaforma di lancio”, da cui l’energia si trasforma in un’attuazione concreta, come
indicato da A-1, B-1 e C-1. Proseguendo e ampliando il grafico, vedremo che la “piattaforma”
iniziale da cui l’energia emerge dal possibile nell’attuale potrebbe svolgere un ruolo speciale nella
nostra vita. Questi esempi mostrano un concetto importante di cui fare tesoro per gettare luce su un
meccanismo alla base della pratica della ruota della consapevolezza; talvolta, il flusso dal possibile
all’attuale ha inizio da un numero massimo di opzioni, come nel caso A. In altri casi, invece, il
flusso emerge da quantità limitate di scelte disponibili, come nei casi B e C.
Ora siamo quindi in grado di ipotizzare che il flusso di energia possa essere rappresentato
visivamente nel nostro grafico come movimento da questi insiemi di possibilità massima con
probabilità quasi zero, o da sottoinsiemi ristretti con i diversi range di probabilità elevata, verso la
traduzione in atto, la realizzazione del potenziale in una manifestazione concreta.
Se ora prendiamo la nostra griglia bidimensionale e la rendiamo tridimensionale aggiungendo un
terzo asse, che si estenda oltre la pagina, avremo un diagramma a tre dimensioni come quello
riportato sotto, che offre una visione più completa di queste posizioni di probabilità. Lungo questo
nuovo asse, l’asse z, la diversità indica la varietà di elementi che potrebbero essere presenti in un
dato momento. Un range ristretto lungo questo asse indicherebbe la presenza di pochi elementi; un
range ampio, che si estenda per gran parte della lunghezza di questo asse, indicherebbe l’esistenza
di molti elementi.
Con questo grafico tridimensionale di base, possiamo ora vedere come la posizione in fondo
all’asse y delle probabilità, che indica il minimo grado di certezza, possa essere raffigurata con la
forma geometrica di un piano, una figura delimitata da un lato dall’asse x del tempo e dall’altro
dall’asse z della diversità. Provate a dare un’occhiata al grafico riportato sopra e vedrete come
l’unione tra gli assi della diversità e del tempo crei una figura simile a un rettangolo obliquo, un
piano trapezoidale. Se completiamo il piano, vedremo come rappresenti la posizione in cui si trova il
massimo numero di possibilità. È qui che posizioneremmo il milione di parole del nostro esempio
A. Di qualunque genere siano gli elementi esaminati, se è presente un numero massimo di
possibilità, la probabilità di conoscere un particolare elemento è quasi zero, ossia corrispondente alla
posizione con il minimo grado di probabilità. Anche in questo caso notiamo come la posizione della
minima probabilità o minima certezza sia la stessa di quella corrispondente al livello più elevato di
possibilità e al massimo potenziale. Nel grafico, possiamo chiamare questa posizione corrispondente
al potenziale più elevato, che comprende tutte le possibili opzioni, piano delle possibilità.
Oltre a “piano delle possibilità”, possiamo inserire nel diagramma tridimensionale del profilo di
probabilità dell’energia altre possibili denominazioni relative alle posizioni di probabilità base che
stiamo esaminando:
– La posizione più elevata, la traduzione in atto di una possibilità, è un picco di attualità: è la
manifestazione di un potenziale in realtà.
– Per le posizioni elevate, rappresentative di una maggiore probabilità che però non si è ancora
manifestata come attualità, potremmo impiegare il nome di plateau di probabilità più elevata. È
la condizione in cui lo stato di probabilità non è nella posizione del 100 per cento di certezza
come nel picco di attualità, ma neppure in posizione quasi zero, la più bassa nella curva di
distribuzione delle probabilità raffigurata sull’asse y, nel piano delle possibilità. In altri termini, i
plateau indicano un sottoinsieme di opzioni che potenzialmente si concretizzano come picchi:
potremmo dire che il grado di probabilità nella posizione di un plateau è una sorta di piattaforma
da cui possono “saltare fuori” i picchi.
– La posizione con il minor grado di probabilità, caratterizzata quindi dal massimo numero di
possibilità che possono tradursi in atto, è all’interno del piano delle possibilità.
Il diagramma riportato sotto può aiutarci a comprendere meglio come l’energia si muova dal
piano o dal plateau verso il picco, a mano a mano che si trasforma da possibilità aperte o probabilità
elevate in attualità. Questo è uno dei significati dell’espressione flusso di energia, ed è un tentativo
di raffigurare il movimento tra possibile e reale. In altri termini, stiamo sviluppando il concetto di
energia come movimento dal possibile all’attuale con l’ipotesi che l’energia possa muoversi anche
attraverso una serie di valori di probabilità, indicati nel nostro grafico dai plateau. Nel diagramma
possiamo vedere come i picchi talvolta emergano direttamente dal piano, altre volte direttamente
da un plateau.

Piano, plateau e picco sono quindi i tre termini fondamentali di cui ci serviremo per visualizzare
il flusso di energia. Da qui deriva il nome delle tre P che abbiamo assegnato al diagramma e alla
cornice teorica complessiva.
Il diagramma delle tre P è un tentativo di rappresentare visivamente un punto di incontro
all’insegna della consilienza tra una concezione dell’energia elaborata dalla fisica e i risultati
riguardanti l’esperienza soggettiva di coloro che si sono dedicati alla pratica della ruota della
consapevolezza. Quando, tempo fa, venni a conoscenza di questa concezione dell’energia, pensai
che, se questo approccio ispirato alla consilienza non avesse funzionato, forse sarebbe stato tempo di
abbandonare l’idea che la mente fosse una proprietà emergente dell’energia, oppure di rivedere
l’ipotesi in maniera sostanziale. Se, invece, questo approccio di cercare un terreno comune tra
svariati modi di comprendere la realtà e la natura dell’energia, un approccio tipico della consilienza,
fosse stato pertinente, se avesse contribuito a gettare luce sui potenziali meccanismi alla base delle
osservazioni espresse dopo la pratica della ruota, forse ciò avrebbe voluto dire che eravamo
perlomeno sulla strada giusta. Proviamo allora ad andare avanti e vediamo più nello specifico come
potremmo utilmente applicare questo “approccio delle tre P” per comprendere l’esperienza della
ruota della consapevolezza.

Il “diagramma delle tre P” del flusso di energia


Abbiamo ora un diagramma delle tre P che costituisce una mappa visiva delle variazioni di
probabilità. Vediamo ora in che modo la concezione dell’energia come movimento dal possibile
all’attuale possa essere correlata direttamente con la nostra esperienza della ruota e, in generale,
della mente.
Il nostro diagramma ha tre coordinate, come una mappa tridimensionale che potremmo usare
per indicare la posizione di qualcosa nello spazio. Questo qualcosa è, nel nostro caso, una
particolare variabile dell’energia, la variabile della probabilità. Abbiamo visto come l’asse verticale y
possa essere definito curva di distribuzione delle probabilità, che indica la posizione del valore di
probabilità tra quasi zero e 100 per cento. Possiamo tralasciare i dettagli dei nostri esempi
introduttivi riguardanti la probabilità che conosciate la parola cui penso, e considerare ora il
diagramma come una mappatura più generale dell’energia e, come vedremo tra breve, della mente
e della ruota della consapevolezza.
Quindi, la nostra mappa è un diagramma che rappresenta la probabilità, il tempo e la diversità.
La probabilità va da un valore minimo di quasi zero nel piano delle possibilità al valore massimo del
100 per cento, nel picco. Tempo, in realtà, significa cambiamento – come abbiamo visto – e, quindi,
viene indicato come “tempo dell’orologio”, ossia il divenire delle cose con l’avanzare delle nostre
misurazioni del tempo, dei nostri orologi. La diversità indica il potenziale numero di elementi
diversi presenti in una determinata posizione, numero che va da zero all’infinito. Queste coordinate
della mappa, questi tre assi, indicano i valori di ciascuna delle tre variabili, a mano a mano che
individuiamo una posizione nel diagramma tridimensionale. Una posizione, quindi, un punto sul
diagramma, corrisponde all’asse y della probabilità, all’asse x per un momento nel tempo e all’asse z
per la diversità. Con il dispiegarsi delle variazioni di energia nel corso del “tempo dell’orologio”, ci
muoviamo lungo l’asse x. Un modo semplice di concettualizzare la variazione di energia, su cui
porremo l’accento nella nostra analisi, può essere visualizzato sul diagramma come posizione che si
muove lungo due dei tre assi: l’asse y, con il variare del valore lungo la curva di distribuzione delle
probabilità, e l’asse x, con la posizione in termini di “tempo dell’orologio”.
Il nostro terzo asse rappresenta le variazioni o la diversità che possono esistere in un dato
momento, che possono andare da una gamma ristretta a una distribuzione estesa. In ogni dato
momento potrebbe esserci una varietà di cose presenti, indicata come ampiezza delle coordinate
dell’asse z: una posizione, quindi, potrebbe non essere soltanto un singolo punto, ma un tratto
esteso. L’asse z non indica visivamente quali particolari cose siano possibili in un determinato stato
di energia, bensì quante cose diverse possano esserci.
Per definizione, il piano delle possibilità si trova al punto quasi zero di probabilità e contiene una
gamma quasi infinita di potenzialità, tale per cui la sua diversità è massima. L’aspetto
bidimensionale del piano è caratterizzato da un’enorme ampiezza dell’asse z che definisce un lato
della figura e rappresenta visivamente l’infinito. Notiamo inoltre come l’altra dimensione del piano
sia l’asse x del tempo, che si estende senza fine, a rappresentare l’eternità. Ciò implica che lo spazio
matematico del piano è sia infinito sia eterno: ha la massima estensione possibile lungo le
dimensioni della diversità e del tempo. Come abbiamo visto, nel piano il minimo valore di
probabilità è identico al massimo numero di potenzialità. L’equivalente di probabilità quasi zero
sono possibilità virtualmente infinite. Per questo motivo, potremmo definirlo piano delle possibilità
aperte. Notiamo come, in termini matematici, il piano delle possibilità rappresenti uno sconfinato
stato di eternità (massimo tempo), infinito (massima diversità) e potenziale aperto (massima
possibilità).
Nel nostro diagramma, possiamo vedere il flusso di energia muoversi tra il massimo numero di
possibilità nel piano fino al massimo valore di probabilità in un picco.
Nella terminologia della fisica, il piano delle possibilità sarebbe simile a quello che il fisico
quantistico Arthur Zajonc ama chiamare “mare di potenzialità”, come mi disse quando gli presentai
questo modello in occasione di un convegno. E lo disse senza sapere del nostro esempio in cui la
parola da scoprire era oceano! O forse, cosa ancor più probabile, è stato proprio il nome di “mare
delle potenzialità” suggerito da Arthur, unito al fatto che mia figlia si stesse occupando della salute
degli oceani e che io e la mia famiglia avessimo appena festeggiato un compleanno proprio vicino
all’oceano, – tutte esperienze legate all’acqua, radicate nella memoria, essa stessa un processo
probabilistico del nostro cervello incorporato – ad avermi portato a dire o scrivere la parola oceano.
In tal caso, potremmo creare una mappa dello stato della mia mente caratterizzato dal cosiddetto
priming, da una predisposizione verso determinate risposte, da una maggiore probabilità (che ora
potremmo chiamare plateau) di scegliere una parola legata a mari o oceani. Questa maggiore
certezza riguardante la scelta di un termine collegato all’acqua è il nostro plateau di elevata
probabilità generato da ciascuna di queste esperienze diverse, ma collegate, compiute nel tempo, le
quali hanno influenzato lo stato di energia della mia mente nel momento in cui ho effettuato la
scelta della parola. Potrebbe trattarsi specificamente di uno stato di energia del mio cervello oppure
del mio corpo, o anche di uno stato di energia di ciascuna di queste relazioni e delle altre che
intrattengo nel mondo, compresa quella con Arthur e ora anche con voi. Lo stato di energia – a
prescindere, secondo la nostra ipotesi, dalla forma in cui si manifesta – comporta una posizione di
probabilità, che ora possiamo visualizzare grazie al nostro diagramma.
Come abbiamo accennato in precedenza, anche i fisici fanno riferimento al concetto di un luogo
matematico come il piano delle possibilità, ossia uno spazio delle probabilità che contenga tutto ciò
che potrebbe emergere, un mare di potenzialità, e lo chiamano vuoto quantico. Per restare fedeli
alla scienza, è importante ricordare nuovamente come, per alcuni scienziati, questo vuoto non sia
l’energia, bensì il luogo da cui ha origine l’energia. In altri termini, per questi scienziati, il mare di
potenzialità, il vuoto quantico, o piano delle possibilità, come lo definiamo nel nostro diagramma,
non è energia: è soltanto lo stato fondamentale dell’universo, lo spazio matematico delle possibilità
infinite da cui l’energia emerge. Cercheremo di essere il più possibile rigorosi nell’impiego dei
termini, riferendoci alla posizione di probabilità nel piano del nostro diagramma come origine
dell’energia emergente, non come energia in sé e per sé. Nel suo fluire, l’energia emerge dal piano
delle possibilità e affiora come attualità, visualizzata sul diagramma delle tre P come picchi, e anche,
secondo la nostra ipotesi, come plateau di elevata probabilità. È nel momento dell’emergere dal
vuoto che si ha energia.
Ai fini della nostra analisi, teniamo quindi presente il concetto che l’energia non sia di per sé nel
vuoto quantico o mare di potenzialità, senza preoccuparci troppo di queste distinzioni riguardanti il
fatto che il piano delle possibilità non è energia, ma la sua fonte. In questa sede cerchiamo di
preparare la nostra mente con la scienza e poi di estendere queste conoscenze scientifiche in
applicazioni utili a comprendere le nostre esperienze soggettive. Il piano delle possibilità è
certamente collegato all’energia, anche se non è esso stesso energia, bensì ne è l’origine: uno spazio
di probabilità da cui l’energia emerge.
Potrebbe darsi che i processi neurali del corpo sfruttino le variazioni di probabilità dell’energia
per influenzare direttamente la nostra esperienza soggettiva della mente e il modo in cui viviamo le
nostre relazioni nel mondo. Il concetto fondamentale che stiamo analizzando ora è la concezione
dell’energia come movimento da un mare di potenzialità alla loro traduzione in atto.
A proposito, il concetto riguardante un piano delle possibilità che si manifestano in attualità
soltanto con il fluire dell’energia non implica che non ci sia un reale vuoto quantico. Impieghiamo
le espressioni tradurre in atto o gli aggettivi riferiti a qualcosa di attuale, attivato o reale per riferirci
semplicemente al “manifestarsi in una forma che deriva da un potenziale”. Anche il termine
realizzazione implica che una cosa che esiste a livello di idea o di potenziale non è reale finché non
viene realizzata. Tuttavia, la possibilità è reale. In altre parole, l’energia è il movimento che porta a
una forma derivante da un insieme amorfo di potenzialità, di possibilità da cui emergono tutte le
forme, in cui, cioè, si attivano, si traducono in atto, si realizzano. Il potenziale diventa manifesto. La
possibilità diventa attualità. L’amorfo si fa forma.
Questa è una delle possibili interpretazioni della concezione della fisica riguardante il fluire
dell’energia nel mondo in cui viviamo. Sembra mistica, spirituale e forse persino magica. Ma è, in
realtà, il meccanismo matematico alla base della concezione fisica dell’energia e del nostro universo.
L’informe mare di potenzialità, il vuoto quantico, potrebbe non essere energia, ma è l’aspetto reale
dell’universo da cui si ritiene che emerga tutta l’energia.

Creare una mappa della mente nella forma di picchi, plateau e piano delle possibilità
Quando lasciate vagare la mente, non vi capita mai di provare una sensazione di continuo emergere
di una forma a partire da una massa informe? Nella pratica della ruota, quando facciamo
esperienza della consapevolezza aperta, potremmo prendere coscienza del processo che porta
all’emergere di attualità a partire dal piano delle possibilità. In realtà, lo spazio del piano non si
trova da nessuna parte come spazio fisico in sé e per sé; come abbiamo visto, è uno spazio
matematico di potenzialità, da cui viene all’esistenza qualsiasi cosa abbia la possibilità di esistere. Mi
rendo conto di come il concetto di spazio matematico possa sembrare poco familiare o persino
strano, ma si tratta di un possibile modo di descrivere sia i meccanismi alla base del nostro universo
sia l’energia come processo reale del nostro mondo che da questo spazio potrebbe emergere. La
sensazione soggettiva dell’“affiorare” di attività mentali, quasi fossero bollicine di una bevanda
gassata, che così spesso viene riferita da chi pratica la ruota, potrebbe svelare il meccanismo
fondamentale del possibile che diventa attuale, dell’informe che si fa forma, un processo che
corrisponde esattamente alla concezione del flusso di energia elaborata dalla fisica.
La potenzialità della possibilità è reale; semplicemente, è amorfa.
A emergere dal piano delle possibilità è un’attualità. Il fatto che il potenziale del piano o il
probabile di un plateau non siano degli stati non realizzati non li rende privi di importanza o di
realtà; semplicemente, li colloca in una posizione diversa nel dispiegarsi dell’energia.
Nel movimento dal possibile all’attuale, la nostra ipotesi e la cornice teorica delle tre P ampliano
il concetto di energia, includendo un range di probabilità tra gli estremi del massimo potenziale,
nella posizione di probabilità quasi zero del piano, e la traduzione in atto, rappresentata da un picco
al 100 per cento di probabilità. Se nello studio rigoroso dell’universo e nelle attente osservazioni
della consapevolezza mentale c’è del vero, non ci aspetteremmo forse di trovare una sorta di
consilienza tra questi ambiti di indagine solitamente indipendenti? Non ci sarebbe forse un punto
d’incontro fra scienza e soggettività? In che modo una concezione dell’energia come movimento
dalla possibilità alla probabilità e all’attualità potrebbe corrispondere alla nostra esperienza con la
pratica della ruota della consapevolezza?
Se la mente è davvero un processo emergente da flussi di energia, e l’energia non soltanto varia
attraverso le modifiche nelle variabili di contorno, localizzazione o posizione, intensità, forma e
frequenza, (le variabili sintetizzabili nell’acronimo CLIFF che ci sono familiari al livello di esperienza
dei corpi di grandi dimensioni, dei macrostati della fisica classica newtoniana), ma cambia anche
nelle variazioni di probabilità e persino nei valori di diversità – aspetti, questi, che potremmo
esperire in misura maggiore al livello quantico dei microstati –, se queste due modalità di
cambiamento corrispondono al vero, allora dovremmo essere in grado di delineare le dimensioni
della mente e l’esperienza della ruota a partire dalla prospettiva delle tre P. Proviamo a riflettere
sulla pratica della ruota della consapevolezza e a vedere come la nostra esperienza mentale possa
corrispondere al diagramma delle tre P.
Un picco potrebbe essere un pensiero. Con il dispiegarsi di una molteplicità di possibili processi
cognitivi che trasformano l’energia in informazione, uno di essi potrebbe diventare manifesto e
disponibile alla consapevolezza nella forma di un pensiero specifico. I pensieri possibili emergono
alla realtà come un unico pensiero determinato.
L’area appena sotto un picco, ma sopra un plateau, che potremmo chiamare posizione sottopicco,
potrebbe corrispondere al pensare. Potremmo concepirlo come una sorta di cono cognitivo, un
imbuto funzionale attraverso cui i pattern di energia del pensare possano fluire per poi focalizzarsi e
condensarsi in un singolo pensiero.
Parimenti, un ricordo sarebbe un picco, e il ricordare una posizione sottopicco. Anche in questo
caso, potremmo immaginare un cono che si innalza dai valori sottopicco verso i valori di picco alla
stregua di un imbuto attraverso cui verrebbero plasmati i diversi livelli di memoria fino a
condensarsi in un singolo ricordo oppure, in presenza di un elevato grado di diversità, in una serie
di ricordi attivati contemporaneamente.
In modo analogo, anche un’emozione potrebbe essere un picco e l’emozionarsi o i processi
emozionali sarebbero una posizione sottopicco.
Le emozioni sono un insieme complesso di processi, e i sentimenti che ne sono alla base e che
emergono dall’intero corpo interagiscono con i processi neurali del pensiero e della memoria a
formare l’elaborazione emozionale nel momento. In altre parole, i termini con cui ci riferiamo a
queste esperienze mentali implicano una loro natura separata, nonostante di fatto potrebbe trattarsi
di esperienze inestricabilmente intrecciate come emozione-pensiero-ricordo e altro ancora. La presa
di coscienza di questo complesso stato soggettivo del sentire può essere considerata come l’emergere
di emozioni possibili in uno stato di attualità, l’affiorare del picco di un’emozione, pensiero, ricordo
o altro dall’imbuto senziente che, nel nostro diagramma, è raffigurato come cono sottostante al
picco.
Nella figura intitolata “Il diagramma delle tre P e la ruota della consapevolezza” rappresentiamo
il concetto che i punti sui diversi segmenti del cerchione nell’esercizio della ruota possano essere
correlati con i picchi e i sottopicchi che formano gli imbuti o coni cognitivi attraverso cui il
potenziale e il probabile vengono indirizzati verso la traduzione in atto. Per semplicità,
impiegheremo qui soltanto il termine picco per il pensiero e il pensare, il ricordo e il ricordare,
l’emozione e l’emozionarsi, poiché questi punti sul cerchione si traducono in atto in maniera
intrecciata. In altre parole, abbiamo elaborato l’ipotesi che la combinazione tra le posizioni di picco
e sottopicco del diagramma delle tre P corrisponda al cerchione della ruota della consapevolezza.
Al di sotto di un picco sono presenti probabilità più elevate rispetto al piano delle possibilità, ma
inferiori a quelle di un picco, come lo stato della mente di scegliere soltanto parole che inizino con
la o o che si riferiscano a uno dei cinque oceani. Gli stati della mente di questo tipo comprendono
l’intenzione come processo mentale, un processo che, come abbiamo detto in precedenza,
determina la direzione dei flussi di energia e informazione e il modo in cui verranno elaborati. Ora
possiamo immaginare come uno stato della mente di questo tipo possa essere correlato con un
plateau. Da un determinato plateau, un determinato stato della mente, i coni che si innalzano verso
le posizioni di picco servono a incanalare le molteplici possibilità verso la traduzione in atto finale di
poche unità selezionate.
Uno stato della mente è un pattern complessivo di flussi di energia che riunisce intenzioni,
ricordi, emozioni e reazioni comportamentali nel cosiddetto priming, ossia la preparazione
all’attivazione di ciascuna di queste attività mentali e al collegamento tra loro, che fa sì che la
probabilità di essere attivate insieme sia superiore al caso. È questo che intendiamo quando
parliamo dell’intreccio di eventi mentali come emozioni, pensieri e ricordi. Uno stato della mente e
le esperienze mentali di umore e intenzione che vi sono associate possono essere rappresentate nel
nostro diagramma come plateau dalla probabilità elevata. Posso essere dell’umore di parlare
dell’oceano che ho appena visto, che ora è presente nella mia memoria, pormi l’intenzione di
focalizzarmi sugli specchi d’acqua, aumentando così la probabilità che la mia risposta
comportamentale sia quella di dire una parola come oceano. Raffiguriamo questi processi mentali
sul nostro diagramma come plateau che dà origine a un particolare insieme di picchi, in particolare
il picco che è la traduzione in atto della parola oceano.
A cosa potrebbe corrispondere un plateau del diagramma delle tre P nell’esercizio della ruota
della consapevolezza? Talvolta è possibile che uno stato della mente giunga alla consapevolezza; in
tal caso, il plateau potrebbe essere correlato con un elemento del cerchione, ossia con un aspetto di
cui possiamo diventare consapevoli quando viene collegato con il raggio dell’attenzione. Altre volte,
potrebbe essere molto difficile rilevare i plateau, poiché svolgono la funzione di filtri della coscienza
al di fuori della consapevolezza, filtri che danno origine soltanto a particolari coni e ai picchi
corrispondenti. Questi filtri potrebbero quindi consentire soltanto ad alcuni elementi di giungere
alla consapevolezza, determinando quali punti del cerchione possano essere collegati al mozzo dal
raggio dell’attenzione focalizzata. In sintesi, i plateau agiscono da filtri per ciò che può o meno
tradursi in atto nella forma di picchi esperibili come oggetti della consapevolezza.
Inoltre, potrebbe darsi che i plateau, in funzione di filtri, influenzino anche ciò che entra a far
parte della nostra vita mentale non conscia, restringendo e plasmando ciò che viene tradotto in atto
a partire da un sottoinsieme molto specifico di potenziali che il filtro stesso lascia diventare picchi,
sia pure non a livello della coscienza. In altri termini, la realizzazione di una possibilità può avvenire
anche senza che ne siamo consapevoli. Da una serie di studi sappiamo che molte attività mentali –
pensieri, ricordi, emozioni – avvengono principalmente al di fuori dell’esperienza conscia.
Nell’immagine metaforica della ruota, possiamo raffigurare questi aspetti semplicemente come
elementi del cerchione che non vengono collegati dal raggio dell’attenzione al mozzo della ruota. E
nel nostro diagramma delle tre P, come potrebbero essere raffigurate queste attività mentali non
consce? Ci occuperemo di questo aspetto un po’ più avanti nel nostro viaggio; vediamo intanto cosa
possiamo scoprire nel seguito della nostra disamina.
Il piano delle possibilità del nostro diagramma delle tre P rappresenta il generatore di diversità, la
fonte di ogni cosa possibile, il cosiddetto vuoto quantico. Da questo informe mare di potenzialità, il
nostro piano delle possibilità, l’origine di ogni potenziale processo o forma, emergono plateau e
picchi.
Il piano delle possibilità è uno spazio matematico reale delle probabilità, anche se non è il tipo di
spazio della fisica classica newtoniana che le nostre menti incarnate sono abituate a incontrare o
persino a concepire. La cognizione, il nostro modo di pensare, viene definita incorporata e agita o
enattiva [enacted],9 per indicare che il modo in cui elaboriamo le informazioni viene plasmato dai
corpi che abitiamo e dal nostro modo di muoverci nell’ambiente. Poiché il corpo è un’ampia
collezione di microstati riuniti in un grande macrostato che interagisce, attraverso i nostri cinque
sensi, con altri macrostati, è naturale che tutti noi pensiamo, proprio come ha fatto Sir Isaac
Newton, in base alle concezioni di spazio e tempo della fisica classica. Tuttavia, al livello quantico
dei microstati, la cui esistenza è stata empiricamente dimostrata, lo spazio e il tempo non sono le
stesse entità che le nostri menti newtoniane, incarnate e “enattive” potrebbero concepire, o persino
percepire. Se poi aggiungiamo che, nel mondo della fisica classica, la cognizione è anche estesa in
forme di elaborazione dell’informazione esterne al corpo, e radicata in sistemi di significati culturali
condivisi, possiamo comprendere come le nostre concezioni possano essere vincolate e rinforzate
anche dalle normali convenzioni della comunicazione, dalle nozioni condivise di realtà. Per andare
oltre questi comprensibili schemi di cognizione radicata, estesa, enattiva e incarnata, possiamo fare
un profondo respiro “newtoniano” e aprire la nostra mente alla prospettiva probabilistica dei
microstati, derivante da una concezione quantistica, scientificamente fondata, della natura dei flussi
di energia. Ricordiamo come il nostro diagramma delle tre P rappresenti il concetto quantistico di
probabilità; ora stiamo cercando di individuare delle correlazioni tra questa cornice teorica e la
nostra esperienza con la pratica della ruota della consapevolezza.

L’importanza dei tre aspetti del diagramma – piano, plateau e picco – risiede nel fatto che la loro
posizione di probabilità potrebbe gettare luce sui meccanismi della mente alla base dell’esperienza
della ruota.
Il piano rappresenta un’ampia varietà di possibilità. Un plateau è un insieme più limitato di
potenziali attivazioni, da cui può emergere un tipo di picchi più ridotto. Un plateau alto e stretto
indicherebbe uno stato della mente limitato; per esempio, un filtro mentale che potrebbe dare
origine soltanto alla traduzione in atto di un piccolo numero di picchi di pensieri, emozioni, ricordi
e immagini. Un plateau più basso e più largo indicherebbe uno stato della mente più aperto, ma
che ciò nonostante farebbe da filtro, consentendo un insieme più ampio, ma comunque ristretto, di
attività mentali nella forma di picchi o anche di stati della mente, se da esso emergessero
determinati plateau. Quindi, i plateau hanno la funzione di filtri, e ci aiutano a imparare dal
passato e a essere efficienti nel presente, affinché possiamo prepararci per l’immediato futuro. La
capacità di costruire filtri ha un elevato valore di sopravvivenza: i plateau sono un’utile funzione
della mente, a condizione che siano flessibili e utili all’adattamento.
Un plateau basso potrebbe essere un modo di rappresentare visivamente una disposizione
mentale – per esempio una forma mentis che mi definisce come essere separato dal mondo, oppure
la mia identificazione con un determinato gruppo di appartenenza – che comprende un
atteggiamento mentale con una specifica serie di stati della mente, visualizzati come particolari
plateau e i rispettivi schemi di pensiero che emergono come picchi.
Nel nostro diagramma delle tre P possiamo vedere anche come alcuni picchi possano emergere
direttamente dal piano delle possibilità, e forse questo rappresenta una mente completamente
aperta, non vincolata a una determinata disposizione mentale e da stati della mente che filtrano ciò
che può essere tradotto in atto dall’insieme di possibilità. Forse l’esperienza di picchi che emergono
direttamente dal piano è quella che viene definita “mente del principiante”. A volte è bellissimo
essere in questa condizione di mente senza filtri; altre volte, abbiamo bisogno di un filtro: per
esempio, se stiamo guidando, abbiamo bisogno di essere pronti a premere rapidamente il pedale del
freno, riducendo le opzioni a un numero selezionato, per poterci fermare velocemente quando
necessario. È importante notare anche come il filtro presente quando si guida può entrare in
funzione per così dire con il “pilota automatico”, senza bisogno che ne siamo consapevoli. A volte,
un’azione rapida – un picco – deve potersi concretizzare senza una riflessione conscia.
Riflettendo sulla vostra esperienza con la pratica della ruota, e passando ora in rassegna queste
rappresentazioni visive sul nostro diagramma delle tre P, quali altre corrispondenze tra la ruota
della consapevolezza e il diagramma emergono nella vostra mente? Quali corrispondenze
potrebbero esserci tra la vostra esperienza mentale e la concezione della mente come emergente dai
flussi di energia? Se uno dei meccanismi della mente è davvero un processo che emerge dai flussi di
energia, e l’origine potenziale di questi flussi è il piano delle possibilità, riuscite a sentire un
collegamento tra la vostra esperienza soggettiva e quello che questa esperienza potrebbe essere a
partire dalla prospettiva delle tre P?
Riuscite a sentire come un pensiero affiori con una determinata intenzione, si faccia strada nel
processo del pensare e poi, d’improvviso, si stagli nitido nella consapevolezza, come picco di
attivazione? Riuscite a sentire come l’esperienza del pensare abbia a volte confini meno demarcati, e
potrebbe corrispondere a una posizione sottopicco? E un umore o un’intenzione, come li percepite?
Qual è la sensazione che vi dà un plateau? Queste attività mentali del terzo segmento del cerchione
potrebbero essere posizioni sopra il piano, come plateau, posizioni sottopicco o picchi. Possiamo ora
provare a tracciare sul nostro diagramma delle tre P una mappa delle attività della mente, i punti
sul terzo segmento del cerchione della ruota [come nel “diagramma delle tre P con uno stato della
mente”, NdT].
E che dire del primo e del secondo segmento del cerchione? Anche questi elementi potrebbero
emergere come picchi di attivazione. Quando ci concentriamo direttamente sulle sensazioni della
vista e dell’udito, del gusto, del tatto e dell’olfatto, una possibilità si traduce in attualità. Queste
forme esterne di flussi di energia influenzano i nostri recettori sensoriali e i circuiti successivi che
poi generano la consapevolezza sensoriale. Quando uniamo un determinato canale sensoriale agli
altri, e poi al processo di filtraggio della conoscenza pregressa – definito “bias percettivo”
[letteralmente, “distorsione percettiva”, NdT] –, sviluppiamo una consapevolezza percettiva più
complessa, un processo che può essere raffigurato nel diagramma delle tre P come plateau con
funzione di filtro delle possibilità che poi si traducono in picchi di attivazione. Anche queste
posizioni di plateau e picchi sopra il piano delle possibilità corrisponderebbero ai punti sul primo
segmento del cerchione della ruota.
Le sensazioni provenienti dagli stati corporei del secondo segmento del cerchione possono
emergere come movimenti dalla possibilità all’attualità, a mano a mano che sentiamo lo stato di
energia del corpo. Qualunque sia il modo in cui i segnali del corpo si formano e trasformano, si
tratta sempre di energia che fluisce: il movimento di possibilità in probabilità elevate di uno stato
del corpo, e poi nelle particolari traduzioni in atto del momento; potremmo percepirli come plateau
di stati fisici generali o picchi di specifiche sensazioni che sono manifestazioni dello stato di energia
del corpo e che, nella nostra ruota della consapevolezza, corrisponderebbero – come dicevamo – ai
punti del secondo segmento del cerchione, quello della consapevolezza introcettiva. Anche in
questo caso i punti sul cerchione comprenderebbero plateau e picchi, i valori di energia che, lungo
la curva di distribuzione delle probabilità, si trovano al di sopra del piano delle possibilità.
Potremmo fare esperienza di una diffusa sensazione di irrequietezza nel corpo, come quando
diventiamo consapevoli dei segnali del cuore o delle sensazioni viscerali. Quando effettuiamo la
scansione dello stato del corpo, è possibile che le sensazioni a livello enterico e cardiaco diventino
più chiare, passando forse da un plateau a un picco; a quel punto potremmo sentire nitidamente
una guida per il nostro modo di comportarci che proviene dall’intuizione, la quale si fonda proprio
sulle “sensazioni di pancia” e sulle sensazioni che provengono dal profondo del cuore. Lo stato del
nostro corpo, infatti, può essere un utile faro per il nostro modo complessivo di agire, aprendoci
verso i plateau degli stati interni della mente, così da poter usare una bussola interiore per regolare i
picchi di azione in modo più funzionale all’adattamento e, potremmo dire, all’integrazione.
In generale, gli stati di energia possono manifestarsi come conglomerati o profili di qualsiasi
combinazione di variabili CLIFF – le variabili di contorno, localizzazione, intensità, forma e
frequenza – che possono cambiare e trasformarsi a mano a mano che il possibile diventa attuale, a
mano a mano che l’energia fluisce. L’insieme di profili CLIFF è caratterizzato da una splendida
eterogeneità e una ricca complessità. Ora possiamo citare la probabilità e la diversità come altri due
aspetti dell’energia, che possono essere individuati anche come variabili oltre alle cinque già citate
di contorno, localizzazione, intensità, forma e frequenza. Nelle nostre prossime analisi ci
concentreremo principalmente sulla variabile della probabilità. A mano a mano che impareremo a
diventare più ricettivi verso la posizione dell’energia lungo la curva di distribuzione delle probabilità
– che, come ricorderete, è indicata sull’asse y del diagramma delle tre P – potrebbe darsi che
riusciremo soltanto a intravedere l’aspetto dello stato di probabilità dell’energia corrispondente a
una modalità riflessiva, “quantistica” di essere consapevoli, tipica dei microstati.
Vi è mai capitato di provare nel vostro corpo la sensazione dell’emergere di qualcosa? Riuscite a
percepire un umore che non si manifesta del tutto come sentimento, ma come una disposizione
indistinta eppure reale in quel momento, un’inclinazione, una propensione? Vi è mai capitato di
provare nella vostra mente la sensazione di qualcosa che “vuole accadere”? Ciascuna di queste
sensazioni potrebbe essere energia nella posizione di plateau. Come dicevamo, un plateau
corrisponde a una probabilità più elevata, una predisposizione, una propensione. In generale, un
plateau serve da filtro, rendendo più probabile l’emergere di determinati picchi di attivazione
rispetto ad altri. Questo potrebbe essere il meccanismo che rende un plateau un filtro di priming, di
preparazione alla risposta. Per semplicità, useremo il termine filtro per indicare, nella nostra
prospettiva delle tre P, come un plateau selezioni soltanto determinati aspetti della vasta schiera di
possibilità del piano, affinché siano disponibili per la traduzione in atto. Che cosa viene
attualizzato? Una determinata sensazione corporea o emozione, un’idea mentale che diventa nitida:
questi sarebbero i movimenti verso i picchi a partire dai plateau filtranti dell’energia in quel
momento. Potrebbe darsi che diventare consapevoli di una configurazione di energia sia più facile
quando si trova in posizione di picco; quando invece l’energia si trova in uno stato di probabilità
inferiore, per esempio un plateau, potremmo comunque riuscire a percepirla direttamente, ma con
minore nitidezza. In altre parole, potremmo essere in grado di percepire i picchi a livello
consapevole più facilmente rispetto ai processi sottopicco o ai plateau che servono da filtri.
Nel nostro corpo e nel nostro cervello, possiamo immaginare che il meccanismo neurale che
accompagna questo sesto aspetto dell’energia, le variazioni di probabilità, emerga dallo stato di
energia elettrochimica del nostro sistema nervoso e del resto del corpo. Per esempio, secondo alcuni
studiosi, quando richiamiamo alla memoria un evento, il profilo di attivazione dei neuroni è
collegato all’evento del passato. È così che l’immagazzinamento di un ricordo generato da un evento
passato influenza la probabilità di attivazione neuronale in un momento del futuro.
L’immagazzinamento e il recupero dalla memoria sono proprio questo: una variazione nella
probabilità di attivazione neuronale, che ora si basa su ciò che è accaduto in passato. Ciò
significherebbe che l’effettivo modo in cui registriamo i ricordi, e forse persino pensiamo i nostri
pensieri, sia radicato nel nostro sistema nervoso come funzione di probabilità. Anche le nostre
emozioni influenzano la probabilità del divenire di pensieri e ricordi nei cosiddetti processi “stato-
dipendenti”: lo stato emotivo in cui ci troviamo plasma direttamente la natura dell’elaborazione
dell’informazione in corso. L’informazione ha origine da configurazioni di energia: possiamo quindi
comprendere come parte di questo emergere sia influenzato dalla probabilità, sia nel nostro cervello
sia nella sensazione derivante dalle nostre esperienze mentali. Possiamo vedere come la nostra
cornice teorica delle tre P, focalizzata sulla variabile della probabilità, si concili con la concezione del
funzionamento cerebrale e dell’emergere della mente elaborata dalle neuroscienze.
Esiste anche la cosiddetta “memoria del futuro”, con cui cerchiamo di prevedere quello che
accadrà, preparandoci a comportarci in un determinato modo. I ricercatori ritengono che questi
processi di priming, di preparazione, comportino delle modifiche nelle interazioni e
interconnessioni tra neuroni collegati. Essi plasmano la nostra mente prospettica, ossia non ancorata
allo status quo, ma aperta al futuro, creando l’esperienza delle cosiddette profezie che si
autoavverano, il processo attraverso cui la visione che abbiamo di noi stessi nel mondo influenza il
nostro divenire, facendo sì che quella visione si realizzi. Abbiamo parlato di questi processi di
autodefinizione, e talvolta di autolimitazione, – parte del nostro viaggio mentale nel tempo e del
pensiero prospettico – come funzioni della rete della modalità di default.
Questi processi neurali potrebbero essere il meccanismo incorporato dei plateau che servono da
filtri della coscienza, i quali creano il senso del Sé e plasmano gli stati della mente. Potrebbero
esistere pattern di una serie di plateau che organizzano il nostro modo di elaborare l’informazione
in stati diversi, influenzando l’emergere alla consapevolezza di pensieri, emozioni o ricordi. È
possibile, a volte, sentire direttamente i plateau che agiscono da filtri, ma più spesso avvertiamo le
ombre che proiettano sugli stati della mente che ci predispongono a provare e sul particolare
insieme ristretto di picchi che lasciano emergere.
I filtri della coscienza, della consapevolezza, plasmano la nostra esperienza della mente e
influenzano ciò che può essere tradotto in atto, definendo e talvolta limitando l’esperienza di un
senso di vitalità.
Quando i nostri filtri sono liberi e flessibili, siamo efficienti e viviamo in armonia con il mondo,
provando un senso di noi stessi fluido, che emerge da un insieme dinamico di plateau capaci di
adattarsi ai bisogni in continuo mutamento del mondo esterno e del nostro mondo interiore.
Questo significa vivere con presenza. Quando invece un determinato filtro è bloccato e irrigidito,
oppure caotico e privo di una base coerente della propria struttura, le sue caratteristiche possono
renderci inclini alla rigidità e al caos, condizioni che possono scaturire da un insieme di plateau di
definizione del Sé incompiuti e incapaci di creare integrazione. In queste situazioni, è compromessa
la capacità di essere presenti e vivere appieno la vita.
Picchi, plateau e piano si trovano lungo un continuum di valori di probabilità e rappresentano il
modo in cui il nostro corpo e la nostra mente potrebbero funzionare sulla base di variazioni di
energia.
Abbiamo identificato i valori sopra il piano dei picchi e dei plateau del nostro diagramma delle
tre P come corrispondenti ai punti sul cerchione della nostra mappa della mente rappresentata dalla
ruota della consapevolezza. È un modo utile, una base per comprendere come il meccanismo
dell’energia all’interno della cornice teorica delle tre P sia correlato con l’immagine visiva della
ruota, in particolare del cerchione. Ora ci baseremo sulle nostre esperienze dirette con la pratica
della ruota per concentrarci specificamente sul mozzo e sul raggio dell’attenzione, e sul loro
rapporto con il diagramma delle tre P, perché possa aiutarci a comprendere che cosa sia la
consapevolezza e che cosa significhi vivere all’insegna della presenza.

1. A. Hobson, Tales of the Quantum, Oxford University Press, New York 2017, p. XI.
2. Ibidem, p. XIII.
3. Ibidem.
4. J. Hattiangadi, “The emergence of minds in space and time”, in C.E. Erneling, D.M. Johnson (a cura di), The Mind as a Scientific
Object, Oxford University Press, New York 2005, p. 86.
5. W. Hasenkamp, J. White (a cura di), The Monastery and the Microscope, Yale University Press, New Haven, CT, 2017, pp. 54-55.
6. C. Piekema, “Six degrees to the emergence of reality,” Fqxi.org, 1° gennaio 2015, reperibile all’indirizzo
https://fqxi.org/community/articles/display/197
7. W. Hasenkamp, J. White, (a cura di), The Monastery and the Microscope, cit. p. 35.
8. In lingua inglese, il libro è disponibile anche come audiobook; per questo l’autore parla di “leggere” o “sentire”. [NdT]
9. Il termine enazione indica “un processo fondato su due concetti precipui: la percezione si traduce in un’azione; le strutture
cognitive scaturiscono dagli schemi sensomotori ricorrenti che permettono all’azione di essere guidata percettivamente” (F.G.
Paloma, Embodied Cognitive Science. Atti incarnati della didattica, tr. it. Nuova Cultura, Roma 2013, p. 85). [NdT]
10

La consapevolezza, il mozzo della ruota e un


piano delle possibilità

La consapevolezza e il piano delle possibilità


Quando fate l’esercizio della ruota della consapevolezza, che sensazione vi dà lo spazio tra
un’attività mentale e la successiva? Che cosa provate quando curvate il raggio all’indietro per farlo
restare nel mozzo, quando siete consapevoli della consapevolezza nella parte dell’esercizio che
abbiamo chiamato “mozzo-nel-mozzo”? In questo capitolo, approfondiremo la possibile
corrispondenza tra i meccanismi alla base della consapevolezza mentale e le proprietà dell’energia
delineate all’interno della nostra cornice teorica delle tre P.
Quando faccio da guida durante la pratica della ruota della consapevolezza e giungiamo al terzo
segmento del cerchione, suggerisco ai partecipanti di lasciare che ogni attività mentale presente sul
cerchione giunga alla consapevolezza. Paradossalmente, in molti mi hanno riferito come
emergessero poche attività mentali o addirittura nessuna, e come quelle che di fatto emergevano
fossero molto meno intense e frequenti. Secondo una descrizione di questa esperienza, era come se
le onde lambissero la riva della consapevolezza. Per alcuni, questo è stato il primo momento dopo
tanto tempo in cui si sono sentiti in pace: lo sciabordio delle onde invece del rumoreggiare dei
frangenti. Le parole usate per descrivere questo stato – in cui “emergeva pochissimo” oppure “non
veniva nulla” e ci si sentiva come se la consapevolezza esistesse nello “spazio tra le attività mentali”–
sono analoghe a quelle impiegate per descrivere la parte del mozzo-nel-mozzo dell’esercizio, in cui
si diventa consapevoli della consapevolezza. Come abbiamo visto alla fine della prima parte del
libro, queste descrizioni spesso comprendono termini come aperto, ampio, vasto, pacifico, sereno,
chiaro, infinito, atemporale, sentirsi a proprio agio, Dio, amore, gioia e spazioso. Altre descrizioni
comprendono un senso di vuoto e di pienezza allo stesso tempo, un senso di completezza e
apertura. Che cosa possono dirci queste immersioni dirette nel mozzo, nella consapevolezza stessa,
sui possibili meccanismi della mente, e che correlazione potrebbero avere con la nostra concezione
delle tre P?
Quando mi accorsi per la prima volta della somiglianza tra queste descrizioni del mozzo, pensai si
trattasse di un caso, di un risultato interessante, sia pure strano, collegato specificamente alle
persone con cui mi stava capitando di lavorare. Ma i colleghi terapeuti cominciarono a riferire
risultati simili in loro stessi e con i loro pazienti; quando poi i partecipanti ai seminari, ignari di
questi risultati, presero a fornire in gran numero descrizioni pressoché identiche, a prescindere dal
livello di istruzione, dalla cultura o dall’esperienza con la meditazione, iniziai a domandarmi che
cosa potessero indicare queste esperienze tanto universali.
A volte potreste provare un diverso insieme di sensazioni; anche a me capita. Le nostre
esperienze con la pratica della ruota possono variare da una sessione all’altra. Eppure, la
somiglianza di queste descrizioni in un gruppo così ampio ed eterogeneo – descrizioni che si
conciliavano con quelle di persone che si dedicavano ad altre pratiche di lunga tradizione, come
abbiamo visto – ci stimola a riflettere sui meccanismi comuni che potrebbero fare da trait d’union.
Potremmo chiederci: è possibile che la “spaziosità” cui fanno riferimento i partecipanti ai
seminari di pratica della ruota per descrivere la propria esperienza soggettiva, sia riguardo allo
spazio fra un’attività mentale e l’altra sia in riferimento al mozzo stesso, corrisponda al piano delle
possibilità?
Forse – e sottolineo forse mille volte – il conoscere della coscienza, l’esperienza soggettiva della
consapevolezza, emerge dal piano delle possibilità aperte. Se questa ipotesi fosse vera, le sue
implicazioni potrebbero essere le seguenti. Quando pieghiamo il raggio all’indietro e diventiamo
consapevoli della pura consapevolezza, la ragione per cui facciamo esperienza di un senso di vastità
risiede nel fatto che stiamo facendo esperienza di possibilità infinite, di quel mare di potenzialità
che costituisce la realtà matematica del piano.
Questa concezione contribuirebbe a spiegare ciò che potrebbe avvenire nella consapevolezza;
quella sensazione di vuoto e, nel contempo, di pienezza che in molti hanno detto di aver provato.
Che cosa potrebbe avvenire che abbia un carattere di vuoto e di pieno allo stesso tempo? Dal punto
di vista di ciò che si realizza concretamente, il piano è vuoto; tuttavia, esso è pieno di possibilità. Il
piano non ha forme, ma è pervaso dalla “informità” delle potenzialità. Il piano è vuoto e,
contemporaneamente, pieno.
Attualità e forma emergono nelle posizioni sopra il piano, lungo lo spettro di probabilità.
L’energia fluisce, dando origine a probabilità e attualità; il piano rappresenta tutto ciò che potrebbe
emergere, pur non essendo ancora emerso nulla. Il piano delle possibilità potrebbe quindi essere
l’origine della consapevolezza. Se gli oggetti del conoscere sul cerchione corrispondono ai picchi e ai
plateau, ossia alle posizioni sopra il piano nel nostro diagramma delle tre P, il piano stesso potrebbe
corrispondere al mozzo, al conoscere consapevole.
Fermiamoci un attimo, o anche parecchi attimi, per riflettere su questa ipotesi.
Di seguito riporto una breve panoramica per fissare ciò che abbiamo esaminato nel capitolo
precedente. Un pensiero, un’emozione e un ricordo potrebbero essere, ciascuno, un picco. Pensare,
emozionarsi e ricordare potrebbero essere valori sottopicco, ossia appena al di sotto di un picco. I
coni che portano ai picchi avrebbero funzione di imbuto che restringe le possibilità emergenti da
particolari plateau, e talvolta direttamente dal piano stesso. Un’intenzione, un umore o uno stato
della mente potrebbero essere plateau. I plateau a loro volta circoscrivono e definiscono le modalità
del pensare, dell’emozionarsi e del ricordare di cui facciamo esperienza, dando origine a particolari
pensieri, emozioni e ricordi. I plateau sono i filtri della coscienza che plasmano il divenire dei
“conosciuti” della mente, determinando la natura degli elementi del cerchione e influenzando ciò
di cui possiamo diventare consapevoli all’interno del mozzo.
Il nuovo elemento della nostra ipotesi che presentiamo qui riguarda la possibilità che l’esperienza
stessa della consapevolezza emerga dal piano delle possibilità. Il conoscere del mozzo sarebbe
correlato con il piano. Gli oggetti del conoscere – il pensiero e il pensare, l’emozione e l’emozionarsi,
il ricordo e il ricordare e gli stati della mente, le intenzioni e gli umori – sarebbero valori sopra il
piano, i nostri picchi, le posizioni sottopicco e i plateau.

I correlati cerebrali della pura consapevolezza


La moderna neurobiologia, compresa la branca delle neuroscienze contemplative dedicate allo
studio di pratiche riflessive come la meditazione, cui abbiamo accennato in precedenza, ipotizza che
la descrizione soggettiva di una consapevolezza caratterizzata da vastità e spaziosità possa essere
correlata temporalmente con configurazioni di attività neurale contraddistinte da un elevato grado
di integrazione, rilevate a livello cerebrale.
Secondo la nostra ipotesi basata sulla prospettiva teorica delle tre P, si avrebbe una sensazione di
“chiarezza spaziosa e vuota” all’emergere della consapevolezza aperta e ricettiva della mente nel
momento in cui la posizione dell’energia lungo la curva di distribuzione delle probabilità è immersa
nel piano delle possibilità: una posizione di certezza quasi zero che – come abbiamo visto – non è
energia, bensì la fonte da cui l’energia emerge.
Riunendo questi tre approcci separati riguardanti l’esperienza soggettiva, le misurazioni
empiriche del funzionamento cerebrale e la nostra concezione della mente basata sulla probabilità
dell’energia, che cosa potremmo ipotizzare come correlato neurale del nostro piano delle possibilità?
Come abbiamo visto nei capitoli precedenti, molte teorie basate sul funzionamento cerebrale
ipotizzano che la coscienza emerga dall’integrazione di informazione all’interno dell’attività neurale.
Gli studi che si servono dell’elettroencefalogramma vanno a sostegno del ruolo svolto, nel processo
di divenire consapevoli, dall’integrazione tra le attivazioni di diversi circuiti neurali. Noi abbiamo
riformulato queste tesi dalla prospettiva dell’energia, considerando l’integrazione neurale come
condizione risultante dal collegamento di stati di energia differenziati. Per valutare gli stati di
integrazione neurale, è possibile impiegare le onde gamma, che emergono quando regioni
differenziate si attivano in sincronia. Vediamo allora come queste concezioni dell’integrazione
potrebbero conciliarsi con l’ipotesi che la consapevolezza emerga dal piano delle possibilità.
Proviamo allora a chiederci: sarebbe possibile considerare il mare di potenzialità – rappresentato
come piano delle possibilità nel nostro diagramma delle tre P – come collegamento di infinite
diversità all’interno dello spazio matematico delle potenzialità? In altri termini, se il piano
rappresenta il concetto, definito dalla fisica, di mare delle potenzialità, allora dentro questo vuoto
quantico risiede un potenziale infinito: questa è semplicemente la definizione scientifica. Dal punto
di vista dell’integrazione, questo spazio potrebbe essere interpretato come il massimo livello di
differenziazione – tutto ciò che potrebbe essere si trova qui – e allo stesso tempo di collegamento,
poiché tutto si trova nello stesso spazio di probabilità caratterizzato dall’interconnessione. Il
collegamento di potenzialità differenziate potrebbe quindi essere considerato, dalla nostra
prospettiva delle tre P, come un elevatissimo grado di integrazione.
Come potremmo misurare, nel cervello, questo enorme livello di diversità e collegamento in un
unico stato di energia neurale? Potrebbe forse trattarsi di un profilo di energia elettrochimica che
rifletta una forma di integrazione, il collegamento aperto di elementi caratterizzati dalla massima
differenziazione? Potrebbe darsi che sia proprio attraverso questo stato di elevatissima integrazione
che il cervello media, ossia rende possibile, il processo della consapevolezza?
Abbiamo visto nelle pagine precedenti come oscillazioni gamma elevate rilevate con
l’elettroencefalogramma indichino un’attività elettrica cerebrale caratterizzata da un alto grado di
integrazione. Negli studi delle neuroscienze contemplative effettuati su meditatori esperti, il
neuroscienziato Richie Davidson ha rilevato come le onde gamma fossero associate alla descrizione
di uno stato di “sconfinata vastità, come se tutti i loro sensi fossero completamente aperti al ricco
panorama dell’esperienza nella sua pienezza”.1 Ricordiamo inoltre come altri ricercatori attivi in
questa nuova branca delle neuroscienze dedicata allo studio della contemplazione, tra cui Judson
Brewer e colleghi, abbiano scoperto come la cosiddetta “consapevolezza senza sforzo”, una
consapevolezza ricettiva verso tutto ciò che emerge creata attraverso una serie di modalità, fosse
associata, nel cervello di esperti meditatori, all’integrazione tra reti neurali.
Mentre ricerchiamo una consilienza fra le altre concezioni della coscienza basate sul cervello –
per esempio la teoria dell’informazione integrata elaborata dai neuroscienziati Tononi e Koch, citati
in precedenza –, potremmo chiederci se, con il raggiungimento di stati di integrazione nel cervello,
si abbia l’emergere dell’esperienza soggettiva della consapevolezza in virtù dell’ingresso nella
posizione corrispondente del piano delle possibilità, che si verificherebbe proprio durante lo stato
cerebrale integrato. In altri termini, potrebbe darsi che i risultati sulla consapevolezza ricettiva e
sugli schemi di attivazione integrata a livello cerebrale rilevati con l’elettroencefalogramma in
corrispondenza di stati di coscienza indichino, per lo stato di energia del cervello, una posizione
complessiva di probabilità corrispondente al piano delle possibilità?
Dalla prospettiva della teoria degli schemi attentivi elaborata da Graziano a proposito del
rapporto tra coscienza e cervello sociale – teoria che abbiamo esaminato in precedenza – potremmo
ipotizzare che un modello del centro di attenzione – la costruzione di una mappa dell’attenzione
stessa – riguardante l’esperienza di focalizzarsi sulla pura consapevolezza potrebbe dare origine a un
determinato tipo di schema caratterizzato dalla spaziosità, una mappatura vasta ed estesa di questo
specifico stato di attenzione alla consapevolezza. La complessità integrata nel cervello dà origine alla
consapevolezza. Lasciar andare un particolare oggetto di attenzione e focalizzarsi semplicemente
sulla creazione di un modello dell’attenzione – che, secondo questa concezione, sarebbe in
definitiva la consapevolezza – amplificherebbe a sua volta il processo di una sorta di
“modellizzazione” della “modellizzazione”, aumentando in quel momento lo stato di integrazione
neurale.
In condizioni normali, queste due teorie propongono una concezione dell’attenzione focalizzata –
l’esperienza di essere consapevoli di qualcosa –, non l’esperienza della pura consapevolezza in sé e
per sé. Potremmo allora porci un altro interrogativo: sarebbe possibile riunire le concezioni –
elaborate in seno alle neuroscienze contemplative – dell’integrazione come base della
consapevolezza ricettiva, contraddistinta da vastità e spaziosità, con le concezioni – elaborate in
seno alle neuroscienze cognitive appena descritte – dell’informazione integrata e dell’attenzione
focalizzata, per comprendere l’attività cerebrale coinvolta non soltanto nella consapevolezza di un
oggetto, ma anche nella pura consapevolezza?
Restando all’interno del vasto campo delle neuroscienze, possiamo ora occuparci del lavoro del
neuroscienziato Rodolfo Llinás, il quale ha ipotizzato che a dare origine all’esperienza di essere
consapevoli di qualcosa sia un determinato tipo di attività elettrica del cervello, in particolare
un’“onda talamocorticale” – così chiamata perché va dalle aree situate più in basso nel cervello,
quelle del talamo, alle regioni corticali situate più in alto – caratterizzata da una frequenza di 40
cicli al secondo o 40 Hertz (Hz). In altri termini, si ritiene che questa onda di energia di 40 Hz sia
fondamentale per il processo di acquisizione della consapevolezza. Approfondiremo tra breve
questo processo neurale; per ora ci basti osservare come, anche in questo caso, alla base del
contributo del cervello all’emergere della coscienza sembri esserci una qualche forma di
collegamento di regioni diverse all’interno di reti neurali su larga scala. Come e perché l’esperienza
soggettiva dell’essere consapevoli accada concretamente secondo questa concezione, e le altre basate
sul funzionamento cerebrale, non è ancora chiaro, per quanto io ne sappia. E neppure sappiamo
come e perché l’esperienza soggettiva dell’essere consapevoli possa emergere, in base alla nostra
ipotesi delle tre P, dal piano delle possibilità: non sappiamo, infatti, se questo stato sia collocabile
nel cervello cranico, nell’intero corpo, nelle nostre relazioni o, come hanno ipotizzato alcuni,
nell’universo.
Se la concezione del piano delle possibilità sull’origine della consapevolezza è corretta, se è una
descrizione accurata, sia pure necessariamente incompleta, di un possibile meccanismo alla base
della mente e della coscienza, allora il viaggio che ci attende è un tentativo potenzialmente fecondo
all’insegna della consilienza per creare un collegamento tra scienza ed esperienza soggettiva, uno
sforzo che vale la nostra continua esplorazione e dedizione.

Nei prossimi capitoli, approfondiremo la disamina di questa ipotesi, secondo cui il piano delle
possibilità corrisponderebbe al mozzo della ruota della consapevolezza, esplorando le forme distinte
di esperienza soggettiva del “vivere a partire dal mozzo” e dell’“essere bloccati sul cerchione”. È
possibile che facciamo esperienza del piano delle possibilità in misura maggiore al livello quantico
dei microstati rispetto a quanto avviene con il cerchione, il quale potrebbe essere dominato
prevalentemente dai principi che regolano i macrostati elaborati dalla fisica classica, newtoniana,
che comprendono le certezze e la freccia del tempo. Questa concezione potrebbe aiutarci a
comprendere la nostra esperienza diretta con la ruota della consapevolezza e come alcuni aspetti
della sensazione di potenzialità illimitate e di presenza di possibilità senza freccia del tempo che
caratterizzano il mozzo possano pervadere la nostra esperienza soggettiva di un profondo senso di
libertà, che emerge dal piano delle possibilità. Il passaggio dalla spaziosità del mozzo alla certezza
del cerchione, dal piano delle possibilità ai plateau e ai picchi sopra il piano, potrebbe quindi
portare alla luce le differenze tra i livelli di realtà della fisica quantistica e della fisica classica nella
nostra vita quotidiana. Per comprendere più a fondo questa contrapposizione è utile chiarire la
natura dei plateau che servono da filtri della coscienza al di sopra del piano delle possibilità: sarà
questo il tema della prossima tappa del nostro viaggio.

1. D. Goleman, R. Davidson, La meditazione come cura, tr. it. Rizzoli, Milano 2017, pp. 270-271.
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I filtri della coscienza

I filtri della coscienza e l’organizzazione dell’esperienza


Un interrogativo che ci poniamo in questo momento è il seguente: come può essere che si diventi
consapevoli di alcuni frammenti di energia o informazione e non di altri? In altre parole, perché e
come giungono alla consapevolezza soltanto alcuni dei picchi e dei plateau, mentre altri pattern di
flussi di energia e informazione, forse addirittura la grande maggioranza, rimangono non consci?
Quando sogniamo, per esempio, abbiamo una sorta di consapevolezza, di cui però potremmo
non ricordarci successivamente. Tuttavia, è capitato a tutti noi di risvegliarci da un sogno ben
consapevoli dell’esperienza che stavamo facendo. Annotare un sogno in quel momento aumenta le
probabilità di ricordarlo in seguito. Secondo il neuroscienziato Rodolfo Llinás, tutti gli stati di
coscienza sono paragonabili al sogno. Anche Sigmund Freud si è occupato ampiamente dei sogni,
ipotizzando che servissero da “via regia verso l’inconscio”. Freud ha parlato dei sogni come forma di
“coscienza primaria”, a differenza dello stato di veglia, che definì “coscienza secondaria”, in cui la
nostra consapevolezza delle reali emozioni e motivazioni è in qualche misura inibita. Sia Llinás sia
Freud alludono a una caratteristica del sogno tale per cui avviene un allontanamento dal senso di
un Sé rigidamente demarcato. È come se guardassimo l’azione dei sogni in qualità sia di osservatori
sia di osservati; in questo senso, c’è tanto che possiamo scoprire su noi stessi, e forse sulla realtà,
dall’analisi dei nostri sogni. Se riusciamo a ricordare i sogni al risveglio, possiamo usare in modo
consapevole le conoscenze di cui sono portatori; i sogni tuttavia, – e la vita mentale non conscia in
generale – ci influenzano anche se non siamo consapevoli della loro esistenza.
Forse vi siete accorti di come io impieghi l’espressione non conscio invece dei termini subconscio
o inconscio. Lo faccio coscientemente, perché mi sono accorto che questi termini hanno significati
ben precisi in una serie di ambiti – tra cui la psicoanalisi, ma persino all’interno della cultura
generale – che tendenzialmente danno origine all’idea che alla base della nostra mente esista una
determinata struttura uniforme. All’esatto contrario, i processi non consci sono tutt’altro che
uniformi. Non conscio è, a mio parere, un’espressione più adatta perché comunica che, in realtà, un
vasto repertorio – forse persino la maggioranza – di attività mentali eterogenee accade in ogni
momento senza collegarsi alla consapevolezza. Quando ci svegliamo la mattina, spesso non abbiamo
alcun ricordo di aver sognato, sebbene una folta schiera di studi sugli stati cerebrali associati con il
sonno indichino che il cervello sia molto attivo durante alcune fasi oniriche. Che cos’è questo
“lavoro” svolto dal cervello mentre dormiamo, che impone di restare “inconsapevoli” di così tanta
parte di questa attività neurale e delle configurazioni di energia e informazione cui dà origine?
Un’esperienza simile a quella della realtà onirica, in cui abbiamo un Sé dai contorni più indistinti
e in grado di percepire l’azione del sogno da molteplici angolazioni, può essere compiuta sotto
l’effetto di alcune droghe psichedeliche. E forse non sorprende che gli scienziati i quali, di recente,
hanno studiato come funziona il cervello sotto l’effetto di alcune droghe come la psilocibina e
l’MDMA,1 abbiano paragonato il corrispondente profilo di scarica neuronale a determinati aspetti
dello stato onirico. In questi stati cerebrali, si allenta lo stretto collegamento funzionale di
determinate regioni corticali superiori con le funzioni integrative delle aree limbiche inferiori,
compreso l’ippocampo. Il disaccoppiamento di un insieme di aree dall’altro potrebbe consentire un
repertorio molto più ampio di profili di scarica neuronale. Questi risultati empirici ci invitano a
considerare la possibilità che il normale “stato di veglia del cervello” possa di fatto confinarci a un
unico insieme di esperienze, costruite a livello neurale, di ciò che reputiamo reale. Ciò significa che
lo stato di veglia potrebbe avere un insieme limitato di cosiddetti filtri della coscienza, che
orchestrano accuratamente ciò che esperiamo a livello consapevole, portandoci a credere che sia
l’unica prospettiva reale.
Come disse William James nel suo testo classico, Le varie forme dell’esperienza religiosa,
[…la] nostra normale coscienza in stato di veglia, la coscienza razionale, come la chiamiamo, non è altro che un tipo speciale di
coscienza, mentre tutto attorno a essa, separate dal più trasparente degli schermi, vi sono forme potenziali di coscienza del
tutto diverse […]. Possiamo attraversare tutta la vita senza sospettarne l’esistenza; ma, presentandosi lo stimolo adeguato, alla
minima pressione appaiono in tutta la loro completezza vari tipi di strutture spirituali, che probabilmente hanno in qualche
luogo il loro campo d’applicazione e d’adattamento. Nessuna visione dell’universo nella sua totalità può essere definitiva,
quando lascia fuori queste altre forme di coscienza.2

Studi affini hanno evidenziato come bastassero poche sedute di trattamento con queste sostanze
capaci di indurre stati di coscienza primaria per produrre miglioramenti clinici duraturi in persone
affette da disturbi fisici o che soffrivano di ansia e depressione in seguito a un trauma. Questi
risultati sembrano indicare che liberare il cervello dai suoi abituali filtri della coscienza possa avere
un effetto terapeutico per determinati disturbi. Indicano anche come le modifiche della coscienza
nel momento, e poi nella nostra esperienza della consapevolezza a lungo termine, possano avere
effetti profondamente benefici sulla nostra vita. Per chi si sia trovato faccia a faccia con la morte o
sia stato vittima di un grave trauma e sia ora bloccato in una condizione disfunzionale di caos o
rigidità caratterizzata da stati di impotenza o terrore, la disponibilità di nuovi modi per consentire al
cervello di percepire una realtà esistenziale più ampia potrebbe dare profondo sollievo, liberando
letteralmente la mente dalla sofferenza pregressa. Questi studi ci invitano a esaminare i possibili
meccanismi della mente alla luce del ruolo svolto dal cervello nell’esperienza della sofferenza e
delle modalità con cui è possibile trasformare, all’interno del processo di guarigione, i profili di
attivazione neuronale a livello cerebrale che sono alla base degli stati di coscienza e dell’esperienza
del Sé.
La neuroscienziata Selen Atasoy e i suoi colleghi hanno proposto un metodo per comprendere il
ruolo svolto dall’ampliamento dell’esperienza conscia: esplorare il funzionamento dei circuiti
interconnessi dell’intero cervello, il connettoma di cui abbiamo parlato nei capitoli precedenti, che
questi ricercatori chiamano “armonica del connettoma”.
In altri termini, durante la perdita di coscienza, l’attività neurale si blocca in un ristretto intervallo di frequenze, mentre a
costituire l’attività neurale nello stato di veglia è un ampio intervallo di frequenze dello spettro armonico del connettoma. Una
gamma più estesa di armoniche del connettoma viene attivata con una maggiore eccitazione che, come è risaputo, si verifica in
uno stato psichedelico (Glennon et al., 1984). Di conseguenza, mantenendo l’analogia musicale, la coscienza può essere
paragonata a una ricca sinfonia suonata da un’orchestra, mentre la perdita di coscienza corrisponderebbe a un repertorio
limitato, costituito da una sola nota musicale suonata in maniera ripetitiva.3

Per la nostra indagine, la domanda è la seguente: potrebbe darsi che l’accesso al mozzo della
ruota della consapevolezza, ossia l’accesso al piano delle possibilità, sia un modo per rendere più
aperta la coscienza e aumentare la varietà dei plateau che potrebbero emergere? Senza questo
accesso, i plateau in numero ristretto potrebbero potenzialmente servire da filtri della coscienza
limitanti e ridurre i picchi di cui potremmo fare esperienza.
Molte persone con cui ho parlato che hanno esperienza con la pratica della ruota hanno descritto
un’apertura della consapevolezza che potrebbe avere alla base un simile affrancamento dai filtri
della coscienza. Queste persone dicono di provare un nuovo senso di libertà dalla depressione,
dall’ansia e dal trauma. Comune è anche la riduzione di un dolore cronico. Un precedente insieme
di filtri che tenevano bloccata la persona in determinati stati disfunzionali non integrati – potrebbe
trattarsi di plateau che la imprigionavano attraverso intrusioni traumatiche di dolore, ansia e paura,
o che generavano l’esperienza della depressione, dell’impotenza o della disperazione – potrebbe ora
dissolversi, facilitando l’accesso al piano delle possibilità e liberando la persona dagli stati oppressivi
di caos o rigidità creati dai filtri stessi.
Come possiamo vedere, può avvenire una crescita importante, se si riesce a vivere maggiormente
a partire dal piano delle possibilità, liberandosi o allentando alcuni dei filtri, dei plateau, che
emergono nel corso della vita. Per rafforzare la nostra mente e prepararla adeguatamente ad
affrontare le sfide dell’esistenza, approfondiremo ora la prospettiva delle tre P sulla crescita. Per
prima cosa, vediamo come i filtri della coscienza, di cui abbiamo ipotizzato l’esistenza, possano
costituire un meccanismo generalmente non conscio sopra il piano, capace di plasmare la natura
della nostra condizione di consapevolezza.
Ipotizziamo per il momento che il mozzo sia il mozzo, a prescindere dallo stato di coscienza in cui
ci troviamo. In base alla terminologia delle tre P, facciamo esperienza della consapevolezza a partire
dal piano delle possibilità, e il piano è semplicemente il piano. Dal punto di vista del meccanismo
cerebrale, ciò significherebbe che l’esperienza soggettiva di essere consapevoli, qualunque sia il
modo in cui venga mediata nel cervello, non cambi effettivamente, sebbene il nostro stato di
coscienza possa invece mutare. L’esperienza comune dei sogni potrebbe chiarire come non vi siano
cambiamenti nei meccanismi alla base della consapevolezza, ma nel filtro della coscienza in azione
in quel particolare stato. Un determinato stato di coscienza, dunque, sarebbe un cambiamento non
nella consapevolezza stessa, bensì in ciò che plasma l’esperienza complessiva di essere coscienti: il
contenuto della consapevolezza e le caratteristiche dello stato stesso di consapevolezza, come
vedremo tra breve.
I filtri plasmano ciò che emerge come contenuto della nostra consapevolezza, il che, a sua volta,
influenza ulteriormente i flussi di informazione. A volte questo processo scorre placido come un
ruscello, altre volte con la forza di una cascata, capace di trascinare via tutto ciò che incontra. La
qualità di un determinato stato di coscienza è forgiata dalla natura delle configurazioni di energia
che emergono al di sopra del piano delle possibilità.
Che cosa sono questi filtri sopra il piano che costruiscono stati di coscienza e organizzano la
nostra vita? Sarebbe possibile, per noi, vedere più in profondità nella loro struttura e funzione per la
nostra vita, affinché sia forse possibile liberarci dalla loro presa incessante sulla nostra esperienza di
consapevolezza? Domandiamoci anche: invece di sfuggire a questi filtri nell’opacità della nostra
mente non conscia, non potremmo farceli amici e diventare più liberi grazie al fatto di conoscerli e
di sapere che ruolo hanno nella nostra esperienza conscia della vita, così da poter imparare a vivere
con maggiore pienezza grazie proprio al fatto di averli accolti, di averli trasformati in alleati?
Quale aiuto potrebbe venire dalle neuroscienze per gettare luce su questo processo della mente
che solitamente agisce al di sotto della superficie della nostra consapevolezza?

L’influsso dei processi top-down e bottom-up sul nostro senso della realtà
È possibile che ci sia un qualche rapporto tra i filtri della coscienza e il meccanismo fondamentale
che collega la consapevolezza all’auto-organizzazione?
Molti neuroscienziati stanno cercando di applicare i principi matematici alla comprensione del
complesso funzionamento del cervello. Karl Friston ha realizzato una rassegna di questi approcci
che esaminano il cosiddetto “principio dell’energia libera” del funzionamento cerebrale. Concetti
come energia libera, omeostasi ed entropia sono analizzati in maniera particolarmente dettagliata.
L’energia libera è “un’unità di misura della teoria dell’informazione che, dato un modello
generativo, vincola o limita la sorpresa nel campionamento di alcuni dati (essendo maggiore della
sorpresa stessa)”. L’omeostasi è “il processo con cui un sistema aperto o chiuso regola il proprio
ambiente interno per mantenere i propri stati entro i limiti”. L’entropia viene definita come “la
sorpresa media di effetti che vengono campionati da una densità o distribuzione di probabilità. Una
densità con bassa entropia implica, in media, un effetto relativamente prevedibile. L’entropia è,
quindi, una misura dell’incertezza”.4 La certezza è collegata all’auto-organizzazione.
Come abbiamo visto in precedenza, i sistemi complessi possiedono la proprietà emergente
dell’auto-organizzazione, che possiamo ipotizzare sia come il fiume dell’integrazione esaminato
nella prima parte del libro, caratterizzato da un flusso armonioso al centro delle due sponde
dell’ordine rigido e del caos. L’auto-organizzazione è una proprietà emergente espressa
nell’aspirazione poetica di John O’Donohue: “Mi piacerebbe vivere come un fiume che scorre,
trasportato dalla sorpresa del suo stesso divenire”. Possiamo lasciare l’auto-organizzazione libera di
emergere: a quel punto il flusso avrà cura di sé. Quando si dà libertà all’interno di un sistema
complesso, l’armonia dell’integrazione emerge spontaneamente nel movimento sul confine tra
familiarità e ignoto, certezza e incertezza. Una visione sistemica di questo stato è definita criticità e
si riferisce a questo stato tra il caos e la rigidità. Come ipotizza M. Mitchell Waldrop: la criticità “è il
campo di battaglia perennemente in bilico tra inerzia e anarchia, l’unico luogo in cui un sistema
complesso può essere spontaneo, adattivo e vivo”.5 La criticità è lo spazio matematico del nostro
fiume dell’integrazione e del suo flusso flessibile, adattivo, coerente, energizzato e stabile (FACES).
Potrebbe darsi che il piano delle possibilità sia la fonte di questo flusso integrativo di armonia che
emerge in presenza di una auto-organizzazione ottimale.
Tuttavia, a volte l’esperienza costruisce plateau – i nostri plateau appresi – che creano ostacoli
all’armonia e impedimenti all’integrazione, generando picchi di caos e rigidità. Un picco rigido è
tale se permane per periodi prolungati lungo l’asse orizzontale del tempo, l’asse del cambiamento: è,
quindi, un picco rappresentativo di un’attualità notevolmente prevedibile e immutabile. Oppure
possono esserci stati caotici, in cui l’asse z della diversità è particolarmente sovraffollato, con tanti
elementi che emergono in modo caotico nello stesso momento.
Nell’abituale stato di coscienza della vita adulta di ogni giorno, la maggior parte di noi ha
imparato a vivere nel mondo nel miglior modo possibile, avendo come parte del funzionamento
della mente i cinque aspetti di un flusso FACES. Restando nel flusso centrale dell’armonia all’interno
del fiume dell’integrazione, riusciamo a essere flessibili, capaci di adattamento, coerenti, pieni di
energia e stabili. Per realizzare questo modo di essere, abbiamo bisogno di acquisire conoscenze,
imparare abilità e poi applicare le conoscenze e le abilità nell’esperienza quotidiana. Se non
acquisissimo queste configurazioni di energia e le forme simboliche di informazione che da esse
scaturiscono nella forma di concetti e categorie, e invece vivessimo come se iniziassimo sempre tutto
daccapo, ogni cosa avrebbe certamente un sapore di freschezza e novità, ma saremmo oltremodo
inefficienti e inefficaci nel realizzare i nostri obiettivi. Ci fermeremmo a sentire il profumo di ogni
rosa come se fosse la prima volta che vediamo questo magnifico fiore e ne sentiamo la fragranza, ma
non ce la faremmo mai ad arrivare in tempo al lavoro o in palestra.
Ora immagino che vi stiate domandando: “Dan, cosa c’è di sbagliato in questo?”. E io risponderei
che sono completamente dalla vostra parte nel sostenere con forza il bisogno di avere questa
“mente del principiante”.
Ma c’è anche un altro aspetto nella storia della vita. L’altro giorno, per esempio, mentre andavo
al lavoro, ho visto un cane sulla strada. Per essere efficiente ed efficace nel raggiungere il mio
ufficio, avevo bisogno di notare il cane, e forse di dedicare un momento ad apprezzare quanto fosse
grazioso; notare di che razza fosse; fare attenzione se fosse aggressivo; e poi proseguire per la mia
strada. Avere familiarità con una “entità” – in questo caso, l’animale, il mammifero, il canide
addomesticato, il cane – significa basarsi su ciò che abbiamo appreso in passato come concetti e
categorie, e usarli come filtri nei confronti dell’esperienza che abbiamo in un determinato
momento. Non c’è nulla di male nell’impiegare dei filtri, nell’avere dei plateau. La domanda è:
siamo noi al loro servizio, oppure sono loro al nostro?
Un termine utile per descrivere il processo di filtraggio è top-down, letteralmente “dall’alto in
basso”, che si contrappone al bottom-up, il processo “dal basso verso l’alto” della mente del
principiante. È un uso diverso di questi termini rispetto a quello che abitualmente si fa per
l’anatomia del corpo, in cui “top-down” indica l’influsso che l’attività della corteccia (le dita nel
nostro modello “manuale” del cervello) esercita sulle strutture poste più in basso (le regioni
limbiche e il tronco cerebrale, simbolizzati rispettivamente dal pollice e dal palmo). Viceversa,
bottom-up viene impiegato talvolta per indicare come le strutture anatomicamente poste più in
basso influenzino quelle superiori. È un uso corretto di questi termini. Tuttavia, noi impiegheremo
le stesse espressioni in un modo altrettanto valido, ma diverso.
“Bottom-up” significa che il flusso di energia e informazione è fresco e nuovo, e il più possibile
senza vincoli, considerato che comunque viviamo in un corpo. Essere canali “conduttori” di un
flusso sensoriale è un’esperienza bottom-up.
All’opposto, “top-down” indica che stiamo facendo esperienza della costruzione di
rappresentazioni dell’informazione plasmate dall’esperienza pregressa. A livello cerebrale, il “top”
nell’espressione top-down sta a significare che alcune connessioni radicate nel sistema nervoso,
formatesi con l’esperienza precedente e immagazzinate nella memoria, influenzano gli attuali flussi
di energia e informazione e ci preparano per il futuro. Questo tipo di connettività top-down fa sì
che l’attuale stato di scarica neuronale, chiamato anche configurazione spaziotemporale, influenzi
direttamente il funzionamento di tutto il cervello in quel momento. In termini energetici, gli
influssi top-down sono in grado di plasmare lo stato di energia complessivo del cervello in ogni
esperienza. La costruzione mentale è un’esperienza top-down comune nella nostra vita.
Esistono molte concezioni riguardo al modo in cui l’esperienza pregressa possa limitare i tipi di
stati cerebrali creati in un dato momento. Qualsiasi sia il meccanismo davvero all’opera, il concetto
è simile: le configurazioni di energia del passato sono immagazzinate nella memoria e si attivano in
presenza di un determinato tipo di contesto o esperienza; poi questi pattern energetici riattivati –
ciò che secondo la nostra ipotesi sono stati di energia lungo l’intero spettro delle variabili CLIFF-PD
(dove PD sta per probabilità e diversità e CLIFF, come abbiamo visto, sta per contorno, localizzazione
o posizione, intensità, forma e frequenza) – influenzano direttamente i flussi di sensazione in
arrivo, facendo sì che ciò che viene percepito, pensato e agito a livello comportamentale venga
plasmato da un filtro top-down che ci prepara in modo automatico a ciò che avverrà dopo.
È questo che fa un plateau: filtra i flussi di energia e informazione.
Un filtro incanala le possibilità in un insieme costituito da determinate configurazioni di energia
e dagli specifici tipi di informazione che esse veicolano. Persino ciò che percepiamo con la vista è più
complesso e influenzato dal passato rispetto a ciò che rileviamo sensorialmente con i recettori della
retina. In breve, non esiste una “percezione immacolata”. Possiamo avvicinarci il più possibile alla
conduzione bottom-up con la sensazione; con la percezione, invece, siamo soggetti alle pressioni
delle probabilità precedenti, che filtrano ciò di cui facciamo esperienza a livello consapevole nel
presente. I filtri sono, quindi, un processo top-down.
La sensazione nella sua forma più pura potrebbe essere il flusso più bottom-up che possiamo
raggiungere, considerato che viviamo in un corpo; l’attività percettiva e quella concettuale sono già
influenzate dall’esperienza precedente attraverso i filtri top-down degli schemi o modelli mentali,
come vengono talvolta chiamati. Ciò potrebbe significare che noi esseri umani, con il nostro cervello
dalla forma complessa plasmata dall’esperienza, esercitiamo un rilevante influsso top-down
sull’input sensoriale bottom-up.
Questa potrebbe essere la ragione per cui, nel passaggio all’adolescenza e poi all’età adulta, la vita
potrebbe ingrigirsi: cominciamo ad applicare eccessivamente i nostri filtri attraverso i concetti e le
categorie acquisite con l’apprendimento precedente e perdiamo contatto con la novità della “mente
del principiante” e la freschezza che ci consente di vedere le differenze tra le cose. La psicologa
sociale Ellen Langer, nei suoi studi su un tipo di “mindfulness” diverso da quello che viene studiato
con le pratiche contemplative, ha chiarito come l’essere aperti a queste inedite distinzioni sia una
fonte di benessere e vitalità. In base al lavoro di Langer, la capacità di notare insolite differenze
migliora la salute. Possiamo considerare questa scoperta come indicativa di un modo di essere nel
mondo più vitale e integrato, libero dalla prigione in cui noi esseri umani spesso ci ritroviamo nel
corso dello sviluppo, tale per cui il cervello limita la freschezza della vita attraverso il predominio
top-down nella consapevolezza che si dispiega momento per momento. Come io stesso e Madeleine
Siegel, mia figlia nonché fantastica illustratrice di questo libro, abbiamo scritto in un capitolo del
manuale di mindfulness curato da Ellen Langer e dai suoi colleghi, la forma creativa di mindfulness
proposta da Ellen e, forse, anche la forma contemplativa sono un modo di imparare a sviluppare
appieno le nostre potenzialità, a “fiorire”, nell’incertezza. Abbiamo usato il piano delle possibilità
come collegamento tra queste due modalità di essere presenti alla vita, modalità che secondo la
ricerca sono entrambe in grado di favorire la salute.
In altre parole, a mano a mano che cresciamo e accumuliamo esperienza con l’età, la nostra
capacità corticale di apprendimento è accompagnata dallo sviluppo di filtri della coscienza più forti
e più raffinati. Imparare a liberarci dalle limitazioni top-down sull’esperienza bottom-up può essere
uno degli effetti positivi e condivisi dell’essere mindful, così come viene concepito da Ellen Langer e
attuato nelle pratiche contemplative di mindfulness. Abbiamo bisogno di avere un accesso più
completo al piano delle possibilità, un accesso che non sia limitato dalle conoscenze pregresse o
dalle competenze radicate nei nostri plateau, le quali consentono l’emergere soltanto di determinati
picchi di flussi di energia e informazione.
Una possibile concezione dei processi top-down e bottom-up potrebbe essere collegata alla rete
della modalità di default, di cui abbiamo parlato in precedenza. Approfondiamo ancora un po’
l’analisi di questo tipo di rete, per il suo rapporto con un possibile processo di filtro della coscienza
che potrebbe chiarire maggiormente i meccanismi alla base dell’esperienza con la ruota della
consapevolezza.

I plateau, il “Sé” e la rete della modalità di default


Come abbiamo visto, la rete della modalità di default è costituita da un insieme di circuiti collocati
principalmente in posizione mediale, che si dipartono dalla parte anteriore del cervello (con alcune
parti della corteccia prefrontale mediale) fino ad arrivare a quella posteriore, in cui la corteccia
cingolata posteriore svolge una funzione importante. Abbiamo visto anche come alcuni studiosi
ritengano che la rete di default abbia un ruolo predominante nella definizione del senso del Sé, del
senso soggettivo e consapevole della nostra identità, o perlomeno di chi pensiamo di essere.
Quando questo insieme di circuiti deputati alla concettualizzazione è eccessivamente differenziato e
non collegato in rete ad altre regioni a formare un sistema complessivo integrato del cervello
cranico, potremmo sviluppare un senso di inadeguatezza, di isolamento e di ansia, un’eccessiva
preoccupazione per noi stessi e altri fattori di sofferenza come la depressione e la disperazione.
Una possibile concezione del Sé, dei plateau e del cervello è la seguente: i concetti top-down
riguardanti la nostra identità – chi pensiamo di essere e il nostro “senso del Sé” – potrebbero avere
origine da filtri della coscienza che vengono costruiti a partire da modelli di informazione derivanti
dalle interconnessioni della rete di default. Quando siamo in grado di allentare questi filtri mentali
top-down che definiscono il nostro Sé, questi plateau che creano categorie e limiti, e allentiamo le
associazioni neurali della rete di default che filtrano e influenzano la formazione e la presa di
coscienza di queste configurazioni di flussi di energia e informazione, ebbene quando riusciamo a
fare questo, abbiamo la possibilità di trasformare il significato specifico e personale della nostra vita
in un senso più ampio di finalità e di connessione, in un significato più allargato del nostro modo di
vivere e di definire la nostra identità.
Per cercare di delineare tutti i diversi modi in cui l’energia e l’informazione giungono alla
consapevolezza e hanno un senso di importanza personale che potrebbe emergere dal nostro
processo di filtraggio top-down, per descrivere cioè il processo attraverso cui abbiamo un’esperienza
di significato individuale, ho creato un acronimo che esprime le diverse FACCE del significato
presenti nella mente. Questa analisi non intende essere un’indicazione generale di come vivere una
vita densa di significato, bensì una descrizione della specifica rilevanza di ciascuna configurazione di
energia e informazione in termini di valore unico, differenziato, personale, per ciascuno di noi: il
vostro è diverso dal mio, eppure ciascuno di noi ha, in un determinato momento, uno stato
complessivo della mente che incorpora un significato per noi. La consapevolezza di questo
significato personale potrebbe consentirci appunto di vivere una vita più ricca di significato, nel
senso più ampio in cui impieghiamo questo termine, ossia per indicare una vita permeata di finalità
e senso di connessione.
Ecco quindi le nostre “FACCE ” del significato:
– Fase dello sviluppo: il periodo della nostra vita – per esempio, la prima infanzia, l’adolescenza, i
primi anni dell’età adulta – in cui sono avvenuti eventi che forgiano gli influssi top-down che si
attivano nel momento.
– Associazioni: sensazioni, pensieri, immagini, emozioni che emergono insieme nel cervello, a
livello sia spaziale sia temporale. Questo aspetto influenza ciò che emerge mentre esploriamo le
SPIE (un acronimo dentro un altro acronimo!) dell’attività della nostra mente e riflettiamo su ciò
che ha significato per noi.
– Convinzioni: sono i nostri modelli mentali, i nostri punti di vista sul mondo che influenzano ciò
che percepiamo, un influsso che potremmo sintetizzare nell’espressione: “Credere per vedere”,
ossia vediamo ciò che corrisponde alle nostre convinzioni.
– Cognizioni: è il flusso dell’elaborazione dell’informazione nel suo divenire, nella forma di cascate
di concetti e categorie, con le loro valanghe di fatti, idee e schemi di percezione, di pensiero e di
ragionamento, che modellano la nostra visione della realtà e le nostre modalità di risoluzione dei
problemi.
– Emozioni: sono i sentimenti che emergono dal corpo, plasmati dalle relazioni e diffusi in tutto il
cervello cranico, che si traducono in significato e valore nella nostra vita, e spesso comportano un
mutamento, lieve o intenso, nel nostro stato di integrazione in ogni dato momento.
Le FACCE del processo attraverso cui il cervello crea e riconosce il significato vengono filtrate in
modo diverso durante lo stato di veglia rispetto a quanto avviene nello stato onirico. A quanto
sembra, quando facciamo esperienza di una consapevolezza più aperta durante lo stato onirico –
ossia quando gli stretti collegamenti presenti nel cervello durante lo stato di veglia si allentano –
potrebbe darsi che abbiamo un accesso più diretto e più libero a un diverso insieme di FACCE del
significato. Che cosa comporta questo per la nostra esperienza con la pratica della ruota della
consapevolezza?
Potrebbe darsi che i plateau costruiscano il significato personale nella nostra vita, agendo da filtri
della natura delle associazioni, delle convinzioni e cognizioni, come pure del modo in cui questi
aspetti sono influenzati dalla fase di sviluppo in cui sono comparsi per la prima volta, e degli stati
emozionali che emergono durante l’incanalamento dei flussi di energia e informazione che i plateau
realizzano nel momento.
La ragione dell’esistenza di questi filtri della coscienza che definiscono il Sé potrebbe risiedere nel
fatto che servono a organizzare la nostra vita mentale. I plateau inglobano le FACCE del significato
personale, contribuendo a forgiare la nostra identità individuale e a dare un senso al mondo
interiore e interpersonale.
I plateau svolgono il ruolo di filtri della coscienza che modellano ciò di cui facciamo esperienza a
livello consapevole in modo che corrisponda alle nostre aspettative, mentre cerchiamo di prepararci
agli eventi futuri nel tentativo di rendere la vita prevedibile e farla sembrare sicura ed esente da
rischi. In quel momento, creano un particolare stato della mente, uno stato che ha una sua
particolare struttura di significato.
In base al principio dell’energia libera nel cervello, i plateau ci aiutano a raggiungere l’omeostasi
riducendo l’entropia, ossia riducendo l’incertezza. Abbiamo anche visto come la nostra coscienza
interiore possa avere origine, dal punto di vista dell’evoluzione e dello sviluppo individuale, dalle
relazioni sociali. La sovrapposizione fra “intra” e “inter” è un filo conduttore per il cervello, per la
mente e per la nostra vita relazionale. Potrebbe darsi che ciò cui viene “permesso” di giungere alla
consapevolezza dai nostri filtri della coscienza rappresenti il tentativo di organizzare i contenuti
della coscienza stessa in modo tale che corrispondano alle nostre aspettative. “Sappiamo che cosa sta
succedendo” sarebbe la sensazione soggettiva di questo ciclo autorinforzantesi di filtri della
coscienza che costruiscono il mondo in cui ci aspettiamo di vivere.
I neuroscienziati definiscono abitualmente il cervello una “macchina anticipatoria”. Considerata
l’incontrollata schiera delle configurazioni di flussi di energia della vita, il modo migliore per
prepararsi a ciò che accadrà, per essere in grado di prevedere il divenire dell’esperienza, potrebbe
essere proprio la costruzione di un filtro percettivo che selezioni e organizzi ciò di cui effettivamente
diventiamo consapevoli sulla base delle nostre esperienze precedenti. Persino il nostro sistema
percettivo può prepararsi a percepire ciò che immaginiamo accadrà. Come accennato, potremmo
dire: “credere per vedere”, ossia vediamo ciò che corrisponde alle nostre convinzioni.
Dicevamo che la capacità di costruire l’idea che abbiamo di noi stessi potrebbe derivare dalla rete
di default. Infatti, è da una parte di questi circuiti che ha origine la capacità di compiere un viaggio
mentale nel tempo, dando un senso ai collegamenti tra passato, presente e futuro. Abbiamo una
narrazione continua di ciò che siamo stati, di chi siamo e di chi pensiamo di dover diventare. La
capacità di avere una mente prospettica, di formulare previsioni e fare programmi per il futuro, è
cosa leggermente diversa dal voler precorrere gli eventi. Anche la capacità di proiettarci in un
futuro immaginato potrebbe essere un modo attraverso cui i filtri top-down ci consentono di
prepararci per quello che pensiamo accadrà in un futuro più lontano. Tra i processi top-down della
rete di default troviamo anche la teoria della mente, ossia la capacità di creare mappe della mente
degli altri e della nostra. Queste rappresentazioni ancor più durature, che vanno oltre la capacità di
anticipazione e si spingono fino a una pianificazione volta all’autoriaffermazione, assomigliano
maggiormente alle storie che ci raccontiamo l’un l’altro: la focalizzazione sugli altri e sul Sé radicata
nelle nostre concezioni narrative del mondo. Impariamo a conoscere la natura della mente dalle
esperienze del passato e poi impieghiamo queste conoscenze top-down per confermare e
circoscrivere ciò che pensiamo stia accadendo ora, in questo caso nella mente degli altri e nella
nostra. È attraverso i processi top-down di questi filtri selettivi che percepiamo e diamo un senso
alla vita. Anche questi sono plateau appresi, derivanti da esperienze passate che plasmano il
contenuto attuale della coscienza e ci preparano a fare esperienza delle percezioni future, e a
costruirle.
I filtri ci aiutano a sopravvivere. Quando guidiamo un’automobile, abbiamo bisogno di avere
prontamente a disposizione le conoscenze e abilità top-down come quella di sterzare e frenare, che
preparino e focalizzino la percezione e il comportamento. I filtri creano ciò in cui crediamo e
influenzano ciò che rileviamo con i sensi, trasformandolo in ciò che effettivamente percepiamo; essi
rinforzano continuamente le proprie convinzioni sull’accuratezza e la completezza del proprio punto
di vista. Potremmo persino considerare questo aspetto come la base di una tendenza sistematica alla
conferma o bias di conferma, che ci porta a prestare attenzione in maniera selettiva soltanto a ciò
che conferma quello che già crediamo. Se fossimo continuamente consapevoli di questi filtri
pervasivi oppure consapevoli dei loro punti di vista limitanti, potremmo istintivamente avere la
sensazione che il loro valore di sopravvivenza ne verrebbe compromesso. Per questo motivo accade
spesso che non siamo consapevoli dei nostri plateau e in genere neppure ci interroghiamo sulla loro
esistenza o validità.
Il lato positivo dei processi top-down è l’aiuto che ci danno per dare un senso alla vita e per farci
sentire protetti e al sicuro in un mondo tanto imprevedibile da essere spesso fonte di
disorientamento. Un’espressione comune impiegata in origine dalle istituzioni militari e ora da
svariate organizzazioni è che viviamo in un’epoca VUCA, dominata da volatilità, incertezza
[uncertainty in inglese], complessità e ambiguità. Le strategie non consce per adattarsi a questa
epoca difficile della storia umana sono caratterizzate in alcune persone da un irrigidimento dei filtri,
che probabilmente è riconducibile al tentativo di rendere il mondo percepito più certo e
prevedibile, e quindi meno minaccioso. I nostri filtri top-down della coscienza, i nostri plateau,
siano essi flessibili o rigidi, possono svelare il tentativo della mente di raggiungere un certo grado di
omeostasi di fronte alle minacce alla nostra sopravvivenza.
Il lato negativo di questa attività di filtro della realtà è una limitazione della nostra esperienza. I
plateau rigidi possono rendere difficile un atteggiamento di presenza nella vita. Giudichiamo
persone ed eventi ancor prima di consentire a noi stessi di farne esperienza con un atteggiamento di
apertura. E se, sulla base di esperienze non proprio ottimali, abbiamo imparato a costruire plateau
che sono anch’essi tutt’altro che ottimali per vivere bene, ci ritroviamo rinchiusi nella prigione
creata dalla dimensione top-down della nostra stessa mente. I processi top-down hanno ingabbiato
la nostra esistenza. Ecco perché, per avere una mente capace di raggiungere l’integrazione, potrebbe
essere necessario bilanciare questi filtri con una consapevolezza più ricettiva, bottom-up.
Il piano delle possibilità potrebbe essere la via per raggiungere questo equilibrio tra top-down e
bottom-up.
Il flusso sensoriale bottom-up, riguardante il mondo interno ed esterno, è un’esperienza di
“conduzione” che ci aiuta ad allentare i filtri della costruzione top-down che condizionano la nostra
vita e la nostra consapevolezza. Potremmo forse visualizzarlo come insieme di picchi che emergono
direttamente dal piano. È importante ricordare come prestare attenzione al flusso di sensazioni
attivi i circuiti sensoriali laterali che inibiscono il chiacchiericcio predominante della rete di default,
prevalentemente mediale, che ora possiamo interpretare come possibile ciclo top-down
autorinforzantesi di costruzione della cognizione riguardante il Sé. L’obiettivo non è disfarsi di un
senso del Sé, bensì trovare un equilibrio, coltivando un’esperienza più fluida e flessibile del Sé e
imparando a “stare” con le sensazioni in maniera più profonda: questa, infatti, potrebbe essere una
via per raggiungere l’integrazione nella vita. Dovremmo imparare a vivere con una varietà di picchi
che emergono dai plateau e dal piano delle possibilità. L’idea è realizzare un’integrazione di flussi
top-down e bottom-up – quindi, non la distruzione dei processi top-down per lasciare solo quelli
bottom-up – che ci renda più forti grazie ai vantaggi dei filtri top-down e alla libertà dei processi
bottom-up.

Un personale insieme di filtri


Quali caratteristiche potrebbero avere questi filtri?
Ciascuno di noi ha una sua unicità; ciascuno ha plateau e picchi che lo contraddistinguono come
persona. Quindi, siamo diversi lungo il cerchione, nei picchi e nei plateau, ma troviamo un punto
d’incontro nel mozzo, nel nostro piano delle possibilità.
Vorrei ora condividere con voi alcuni dei miei plateau e picchi per fornire un insieme di esempi
che possano illustrare le caratteristiche dei filtri e il loro influsso su ciò che giunge alla
consapevolezza. Alcuni filtri potrebbero andare e venire; altri potrebbero essere persistenti e
definire in modo costante l’esperienza del nostro Sé. Nella mia di esperienza, un insieme persistente
di filtri di cui sono diventato consapevole ha quattro dimensioni, che possiamo ricordare con
l’acronimo SOCCOrso: sensazione, osservazione, concettualizzazione e conoscenza. Potreste
condividere alcuni di questi aspetti intrinseci alla nostra comune umanità, come la capacità di
osservare con un senso di identità o di creare concettualizzazioni riguardanti il mondo intorno a
noi. Probabilmente anche voi scoprirete il vostro insieme unico di filtri, specifici per la vostra storia
e per le vostre modalità di organizzare la realtà, i vostri particolari schemi di costruzione che si
manifestano come plateau top-down nella vostra vita. Ricordiamo come ciascuno di noi sia una
persona diversa e come queste differenze siano create anche dal nostro particolare insieme di filtri, i
nostri plateau e i rispettivi picchi specifici della vita, che influenzano ciò di cui facciamo esperienza a
livello consapevole. Proviamo allora a lavorare con questo acronimo – SOCCOrso – come esempio di
ciò che una singola persona, io, il vostro compagno di viaggio, ha rilevato con i sensi, osservato,
concepito e persino avuto come senso del conoscere, e vediamo in che modo il cervello potrebbe
mediare questo processo di filtraggio top-down.
La sensazione è il risultato del processo con cui incanaliamo verso la consapevolezza ciò che
rileviamo con i nostri primi sei sensi. In questo flusso filtrante risiede il processo fondamentale della
“conduzione”. È ciò che recepiamo con l’attenzione focalizzata sui primi due segmenti del
cerchione. È un filtro che avrebbe le minori influenze top-down, ma, poiché viviamo in un corpo, il
“canale” conduttore che convoglia il flusso sensoriale probabilmente fa in modo che l’esperienza
pregressa influenzi la nostra capacità neurale individuale di sentire e poi certamente di percepire il
mondo intorno a noi e dentro di noi. Come abbiamo visto, è comunque un flusso utile per
controbilanciare la dominanza top-down di una vita mentale impegnata in un continuo
chiacchiericcio.
Con l’osservazione siamo un po’ più distanti dalla sensazione diretta, poiché abbiamo
probabilmente un input esteso proveniente dalla rete di default basato sull’esperienza precedente
che dà avvio a qualcosa che, se potesse parlare, direbbe così: “Questo sono io, e così dovrebbe essere
la mia esperienza”. La rete di default àncora l’esperienza nel passato, regolando lo schema di
attivazione cerebrale in modo tale da essere certa che le precedenti fasi di sviluppo, associazioni,
convinzioni, cognizioni ed emozioni – le FACCE del significato nella mente – si conformino tutte alle
aspettative.
La concettualizzazione è un livello di filtraggio che delimita l’esperienza della mente, cambiando
e plasmando gli elementi del cerchione per conformarli alle convinzioni e categorie delle
informazioni fattuali. La funzione di questo filtro concettuale è quella di far sembrare il mondo
comprensibile e, cosa della massima importanza per la nostra sopravvivenza, prevedibile.
Suddividiamo il mondo in raggruppamenti, costruendo concetti che ne definiscano l’essenza: classi
di animali che, per esempio, sono attraenti e altri che lo sono meno, oppure punti di vista su quali
tipologie di emozioni siano da ritenersi positive e quali negative. I concetti sono il nostro modo di
organizzare l’informazione in categorie, nelle quali suddividiamo il mondo. Il cervello costruisce
questi filtri concettuali probabilmente attraverso le complesse stratificazioni della corteccia,
incanalando le configurazioni di energia neurale all’interno di una determinata regione e poi
collegandole con aree corticali più distanti, sotto l’influsso anche di una serie di regioni non corticali
deputate alla valutazione e alla regolazione omeostatica. La concettualizzazione non è, dunque, un
processo meramente intellettuale: probabilmente implica uno stato di sensazioni fisiche che plasma
la forza e il tono delle nostre convinzioni, e del nostro modo di reagire a tutto ciò che mette a
repentaglio l’attendibilità di questi punti di vista.
Sebbene lo scopo dei concetti sia, in un certo senso, quello di aiutarci, la modalità implicita con
cui agiscono da filtro sulla consapevolezza rinforza, di fatto, la nostra convinzione della loro
accuratezza, realizzando il processo definito tendenza sistematica alla conferma, o bias di conferma,
cui abbiamo accennato in precedenza. È importante, infatti, ricordare come questo processo, al pari
di tutti i livelli di filtro, avvenga al di fuori della consapevolezza, al di fuori del mozzo della ruota.
Questi processi top-down possono essere definiti modelli mentali impliciti, poiché generalmente
filtrano e plasmano la nostra esperienza soggettiva di essere vivi senza che neppure siamo
consapevoli della loro esistenza o dell’influsso che esercitano su di noi. I filtri concettuali forgiano
direttamente la nostra visione del mondo e persino limitano la nostra capacità di immaginare come
il mondo stesso potrebbe essere.
La conoscenza è più del mero sapere concettuale; è un sentire profondamente l’integrità e
l’autenticità di uno stato interiore o di un’interazione con il mondo. Questo tipo di conoscenza
coinvolge probabilmente un’ampia serie di aree del cervello incorporato – il sistema nervoso esteso
e l’intero corpo – e il loro rapporto con un generale stato di integrazione. Potremmo avere una
“sensazione di pancia” che ci sia qualcosa che non va, oppure il cuore ci dice che c’è qualcosa di
strano, o ancora è la testa a informarci che manca qualcosa. È in questo modo che il filtro della
conoscenza attinge alla sensazione, all’osservazione e alla concettualizzazione, agendo come una
sorta di filtro di uno stato globale alla base degli altri livelli di filtro.
L’esperienza di un’intuizione illuminante che abbiamo citato nei capitoli precedenti, che
comporta l’emergere di onde gamma da stati di elevata integrazione, potrebbe essere indicativa di
un correlato neurale del processo di divenire consapevoli della dimensione della conoscenza. La
conoscenza potrebbe essere un filtro degli eventi in atto che costruisce una sensazione di verità e
allo stesso tempo serve da “conduttore”, dandoci semplicemente accesso a un senso di chiarezza
riguardo a ciò che ha significato e coerenza in uno stato di integrazione globale, nella nostra vita
mentale interiore e in quella interpersonale.

La pura consapevolezza e i filtri della coscienza


I filtri della coscienza evidenziano come l’apprendimento precedente modifichi i tipi di elementi del
cerchione che affiorano alla consapevolezza. Ciascuno di noi ha la propria esperienza di filtri che
influenzano ciò cui è permesso di giungere alla consapevolezza in un determinato stato della mente,
sia nella forma di conduzione sia in quella di costruzione. Con la prosecuzione della pratica della
ruota può essere utile cercare di individuare e descrivere questi filtri, di conoscerli. Infatti, come
accennavamo, sono proprio questi filtri, che probabilmente tutti abbiamo anche se potrebbero
essere di natura molto diversa per ciascuno di noi, a influenzare sia ciò di cui siamo consapevoli sia
il nostro stato di coscienza presente in un determinato momento. I filtri plasmano i nostri stati della
mente ricorrenti, le parti del nostro Sé o gli aspetti della nostra personalità che potrebbero, in
entrambi i casi, essere caratterizzati da schemi persistenti in grado di influenzare e modificare
l’esperienza di noi stessi, filtrando i contenuti della coscienza attraverso un processo di regolazione
che spesso avviene senza che ne siamo consapevoli o in assenza di un’intenzione deliberata. È
possibile che la nostra vita sia dominata da un insieme di filtri, per esempio i filtri che definiscono il
Sé della rete di default, i quali rinforzano il nostro senso del Sé top-down durante le ore di veglia.
Per ciascuno di noi potrebbe essere importante intraprendere il viaggio per liberare la nostra
mente e restare più a lungo in una modalità bottom-up, allentando la presa di questi filtri, sebbene
spesso il loro unico scopo sia di essere d’aiuto per organizzarci e orientarci nel mondo reale in cui
viviamo, o in cui pensiamo di vivere. Liberare la mente significa, per esempio, riuscire a essere
giocosi, guardare a noi stessi con senso dell’umorismo e coltivare l’accesso al nostro mozzo al di
sotto dei filtri del nostro cerchione. Dalla nostra prospettiva delle tre P, significa accedere al piano
delle possibilità al di sotto dei plateau che servono da filtri della coscienza, così da raggiungere una
consapevolezza più aperta e imparare a vivere con più libertà. Perché, allora, non ci viene facile
farlo? Il passaggio a un diverso stato dell’essere, l’immensa vastità e apertura del piano delle
possibilità, il luogo dove può emergere la spontaneità, potrebbe essere così poco familiare e così
tanto diverso da ciò che conosciamo, ossia l’insieme predittivo top-down di picchi filtrati e vincolati
ai plateau, da indurci a evitare il piano senza neppure averlo conosciuto. Se siamo in cerca di
certezza, certamente non ci verrebbe naturale immergerci nell’apertura del piano delle possibilità.
Possiamo comprendere come, in un mondo incerto, prevalga la spinta a mantenere le categorie, i
concetti e i bias percettivi dei nostri plateau filtranti, con il loro potere di previsione e
autoriaffermazione. Il problema è che i plateau rigidi ci impediscono di essere presenti alla vita, una
presenza che emerge dal piano delle possibilità.
Paradossalmente, il ruolo auto-organizzantesi dei filtri della coscienza potrebbe aiutarci a
sopravvivere, ma creando, inavvertitamente, restrizioni nel movimento verso l’integrazione, il quale
richiede un accesso più libero al piano delle possibilità da parte nostra. Questo aspetto potrebbe
essere particolarmente evidente nei casi di traumi irrisolti, di ansia o depressione, ma potrebbe
impedire a chiunque di noi di provare un senso di connessione e di trovare un significato nella vita.
In ciascuna di queste situazioni potrebbe essere necessario un tipo di intervento che ci aiuti a
rendere meno rigidi questi filtri restrittivi, affinché possano allentarsi e lasciare libera la spinta verso
l’integrazione, una spinta che emerge spontaneamente dal piano delle possibilità.
È quando viviamo a partire dal piano delle possibilità che siamo presenti alla vita. È dalla libertà e
spaziosità del piano che l’integrazione spontaneamente emerge. In breve: la presenza è la via che
consente l’emergere dell’integrazione.
Qui stiamo concentrando l’attenzione sul paradosso per cui, sebbene la finalità dei filtri presenti
nella nostra vita sia quella di contribuire all’auto-organizzazione, di fatto, in molte tappe del nostro
viaggio di esseri umani, essi diventano troppo rigidi o caotici per favorire il libero fluire
dell’integrazione. L’effetto disfunzionale dei filtri dei nostri plateau potrebbe essere conseguenza di
una serie di fattori condizionanti, quali la storia personale, il patrimonio genetico e l’esclusione
sociale, che inducono un’esperienza di non appartenenza e la sofferenza dell’isolamento.
Il viaggio stesso di noi esseri umani può essere soggetto alla creazione di filtri rigidi. Diventati
adulti, e forse ancor prima, durante l’adolescenza o alla fine dell’infanzia, i filtri che definiscono il
nostro Sé, frutto dell’attività di costruzione e all’opera durante lo stato di veglia, si radicano dentro
di noi, a mano a mano che ci inseriamo nel mondo sociale in cui viviamo, di qualunque tipo esso
sia, e cerchiamo di adattarci alle esperienze che facciamo, di qualunque genere siano, affinché sia
possibile per noi dare un senso alla nostra vita e sforzarci di sopravvivere. I nostri filtri top-down ci
dicono chi siamo, talvolta con schemi abituali che si autorinforzano e costruiscono quel senso
familiare di un “me” o di un “io” dell’esperienza vissuta. I filtri appresi del Sé forgiano la coscienza
durante lo stato di veglia. Aprire noi stessi alla persona che possiamo essere significa risvegliare la
mente, affinché possiamo conoscere più a fondo e con più libertà la natura completamente aperta
delle nostre potenzialità.

L’onda oscillatoria dell’attenzione: un loop “a tre P”, un raggio della ruota


Abbiamo visto come un’informazione che emerge dai processi neurali possa rimanere al di fuori
della consapevolezza; ma qual è, allora, il meccanismo attraverso il quale questa informazione,
invece, giunge alla coscienza? Per immaginare quello che potrebbe accadere, possiamo fare
riferimento alle neuroscienze, sebbene – come abbiamo detto – nessuno sappia esattamente che
cosa porti alla creazione della consapevolezza. In questa sede, prendendo spunto dalle scoperte
neuroscientifiche, possiamo ipotizzare che avvenga il processo descritto di seguito.
Essere consapevoli di qualcosa significa, come abbiamo accennato in precedenza, che una
porzione di un’onda con una frequenza di 40 Hz, ossia di quaranta cicli al secondo, colleghi tra loro
svariate attività neurali. Questa ipotesi si concilia con la teoria dell’integrazione dell’informazione e
trova conferme in numerosi studi sul cervello che esaminano gli schemi oscillatori coinvolti
nell’attenzione, nella consapevolezza e nel pensiero. Le oscillazioni sono cicli di un processo, un
loop di attività iterativo. In riferimento all’ipotesi che la coscienza implichi un’onda oscillatoria con
una frequenza di 40 Hz che si propaga in diverse parti del cervello cranico, collegando l’attività di
una serie di regioni distinte, possiamo presupporre che un processo simile sia presente nella nostra
prospettiva teorica delle tre P. Conseguentemente, una posizione sopra il piano – un plateau, un
sottopicco, un picco – di cui diventiamo consapevoli viene inglobata nel ciclo di oscillazione,
collegando l’energia sopra il piano all’attività nel piano stesso. Questa ipotesi spiegherebbe non
tanto come la consapevolezza in se stessa abbia origine a partire dal piano, ma come diventiamo
consapevoli di qualcosa, collegando il piano a questo qualcosa. La figura riportata di seguito mostra
un processo iterativo, un loop, che rappresenta l’onda oscillatoria dell’attenzione.
Se questo qualcosa, questo picco, è un pensiero, un’emozione o un ricordo, ci sarebbe un loop
che collega il piano al picco. Se ci fosse consapevolezza di un umore o di un’intenzione o, ancora, di
uno stato della mente, aspetti, questi, dei nostri meccanismi di filtraggio di cui abbiamo parlato,
vedremmo un loop che collega il piano ai corrispondenti plateau. Un loop raffigurato sul nostro
diagramma corrisponderebbe a un’onda nel cervello. Come dicevamo, la ricerca ha dimostrato
come questa onda abbia una frequenza di 40 Hz; secondo la nostra ipotesi, l’onda avrebbe un
corrispondente processo iterativo, un loop, in grado di collegare il piano al piano stesso nella parte
della pratica della ruota denominata del “mozzo-nel-mozzo”, mentre collegherebbe il piano alla
posizione sopra il piano nelle parti dell’esercizio in cui l’attenzione viene rivolta dal mozzo al
cerchione. A volte l’esperienza del mozzo-nel-mozzo potrebbe non avere alcun centro di attenzione,
come quando si esegue questa parte dell’esercizio senza curvare o ritrarre il raggio, senza dirigerlo
su qualcosa, ma lasciandolo nel mozzo.

Il raggio presente nell’immagine della nostra ruota corrisponderebbe al loop raffigurato nel
diagramma delle tre P. La figura “Corrispondenza tra il diagramma delle tre P e la ruota della
consapevolezza” (sotto) contiene una rappresentazione schematica della corrispondenza tra
quest’onda come loop che collega il piano alle posizioni sopra il piano e il raggio della ruota della
consapevolezza.
Senza la partecipazione del piano delle possibilità nell’“onda” dell’attenzione, può esserci attività
mentale, ma questa non diventa cosciente. Nel disegno della ruota, corrisponderebbe a un punto
attivo sul cerchione in assenza del raggio; nel nostro diagramma delle tre P verrebbe raffigurato
come posizione sopra il piano, per esempio un plateau o un picco, senza un loop di collegamento.
Per riassumere, le raffigurazioni del cerchione o di picchi e plateau senza, rispettivamente, il raggio
di attenzione o il loop, rappresentano la mente non conscia all’opera.
Questo schema generale di un processo ondulatorio con oscillazioni neurali potrebbe essere
comune nel funzionamento del cervello. Di recente ho avuto l’opportunità di parlare con Morten
Kringelbach, professore alla Oxford University ed esperto di informatica che ora si dedica alla
ricerca nel campo delle neuroscienze; ci siamo incontrati dopo una conferenza sul trauma e la
mente da lui tenuta alla UCLA. Io e Morten abbiamo parlato di come vi fosse un parallelismo tra la
terminologia scientifica e matematica di segregazione e integrazione che lui stesso aveva usato, e i
termini differenziazione e collegamento impiegati nella prospettiva teorica alla base di questo libro,
la neurobiologia interpersonale. Ben presto è apparso chiaro come uno stato integrato che per me
implicava equilibrio tra differenziazione e collegamento, dal punto di vista del funzionamento
cerebrale studiato da un matematico e informatico potesse corrispondere a una condizione
chiamata “metastabilità”, da loro esaminata, che probabilmente coincideva con lo stato di “criticità”
che abbiamo citato in precedenza. Questa proprietà dei sistemi complessi può essere intesa, per
quanto riguarda il cervello, nel modo seguente:
I sistemi dinamici come il cervello massimizzano il proprio repertorio di stati quando si avvicinano alla criticità, ossia quando
avviene la transizione fra ordine e caos; un processo, questo, anch’esso ipotizzato come meccanismo neurale alla base dello
stato di veglia cosciente […].6

Passeggiando per il giardino botanico della UCLA, io e Morten siamo arrivati vicino a un boschetto
di bambù dove io, tanto tempo prima, ero solito portare i miei pazienti psichiatrici per una
camminata terapeutica: i pazienti, spesso, riuscivano a comprendere meglio se stessi e la propria
storia, mentre attraversavano il ruscello, il piccolo fiume che ancora gorgoglia dopo tutti questi anni.
Mi pareva che la nostra mente cosciente potesse emergere, in particolari “momenti di criticità”, con
una nuova facoltà di vedere, un senso più libero di identità, arricchito da nuovi elementi di
conoscenza o ricordi del passato. Forse si trattava di una mente le cui scoperte avrebbero potuto
emergere all’interno della coscienza in un nuovo “stato metastabile”, uno stato che secondo Morten
era paragonabile a un valore minimo di probabilità, uno “stato attrattore”7 del flusso di un sistema
complesso che attira a sé le configurazioni di energia. Io e Morten abbiamo esaminato l’ipotesi,
secondo la quale la consapevolezza emerge quando questa condizione metastabile coincide con lo
stato di criticità: l’equilibrio tra differenziazione e collegamento, il flusso al centro fra rigidità e caos.
Forse, pensai mentre continuavamo a camminare, questi mutamenti venivano stimolati dal senso di
meraviglia di fronte al giardino botanico, a mano a mano che lo stato mentale di apertura che si
veniva a creare a contatto con la natura allentava i filtri della coscienza e permetteva l’emergere di
nuove combinazioni all’interno della consapevolezza. E forse era in questo modo e per questa
ragione che tanti anni prima erano emerse nuove prospettive nel giardino di bambù. Questi stati di
insight potrebbero essere – come abbiamo visto – momenti di una nuova integrazione, momenti
che si realizzano quando diamo un senso alla vita. Persino mentre condivido con voi queste idee
nel corso del nostro viaggio, sembra che queste ipotesi acquisiscano una rinnovata chiarezza nel loro
permanere nella consapevolezza. La criticità come stato tra caos e rigidità, insieme allo stato
metastabile che mantiene le configurazioni di energia in una condizione di attivazione di durata
maggiore, anche se temporanea, potrebbero consentirci di sperimentare la chiarezza derivante da
nuovi modi di vedere con consapevolezza il mondo dentro di noi e intorno a noi. Il mantenimento
di nuove configurazioni di energia nella consapevolezza ci dà la capacità di acquisire nuovi elementi
di comprensione e di compiere scelte diverse. Quanti spunti di riflessione sulle potenziali
sovrapposizioni tra le caratteristiche delle armoniche del connettoma, e i corrispondenti stati di
metastabilità e criticità, con le nostre analisi della ruota della consapevolezza e la cornice teorica
delle tre P! Che meravigliosa passeggiata è stata, e che viaggio pieno di meraviglia è questo, che sto
compiendo con voi e nella vita.
Grazie allo sviluppo di nuove tecnologie come la magnetoencefalografia (MEG ), che ci consente di
osservare in modo dettagliato la tempistica dell’attività elettrica del cervello, sta diventando più
chiaro il ruolo fondamentale delle oscillazioni per una comprensione della mente e del cervello
stesso. Di seguito riportiamo un brano che descrive l’opinione di Morten e dei suoi colleghi Selen
Atasoy, Gustavo Deco e Joel Pearson non solo in merito al ruolo fondamentale delle oscillazioni a
livello cerebrale, ma anche riguardo al fatto che l’intero cervello mostri onde oscillatorie in grado di
collegare regioni molto diverse in un’armonica del connettoma che sarebbe alla base della co-
occorrenza di attività cerebrale e stati mentali:
La cornice teorica delle modalità cerebrali armoniche elementari offre una prospettiva unitaria ed esplicativa del rapporto tra
scoperte diverse, apparentemente scollegate, riguardanti i correlati neurali della coscienza. Nella cornice ipotizzata, le
configurazioni spaziali di attività neurale correlata vengono collegate non solo alle oscillazioni temporali caratteristiche
dell’attività cerebrale dei mammiferi, ma anche all’anatomia e neurofisiologia del cervello. Di conseguenza, questa prospettiva
teorica non si limita a rendere possibile un nuovo tipo di strumenti per scomporre configurazioni complesse di attività neurale
nei loro elementi base: fornisce anche un principio fondamentale per collegare spazio e tempo nella dinamica neurale
attraverso le onde armoniche, un fenomeno ubiquitario in natura.8

Dalla nostra prospettiva del piano, dei plateau e dei picchi, e in considerazione della possibilità
che le oscillazioni a livello cerebrale contribuiscano a dare origine a diversi stati di coscienza,
possiamo immaginare l’onda come modo di esprimere con termini semplici il ruolo svolto da alcune
delle armoniche del connettoma nello stato della mente presente in un dato momento e
nell’esperienza di consapevolezza che lo accompagna. Forse, come abbiamo ipotizzato io e Morten,
a favorire l’emergere della coscienza è la convergenza che si verifica quando lo stato metastabile
delle armoniche (il profondo stato attrattore del complesso sistema neurale) coincide con la criticità
(lo stato oscillatorio che emerge con l’attivazione al confine tra caos e rigidità). E forse, possiamo
ipotizzare io e voi, questo processo neurale oscillatorio potrebbe essere il correlato neurale alla base
del piano delle possibilità, inteso in senso quantistico come mare di potenzialità, come vuoto
quantico. Potrebbe darsi che in questo stato metastabile le configurazioni di energia vengano
trattenute nella coscienza per un periodo di tempo più prolungato e che, in questo stato integrato di
“criticità”, sia possibile l’accesso a nuove possibilità. A loro volta, le configurazioni emergenti di
flussi di energia e informazione potrebbero potenzialmente essere esperite a livello conscio e
trasformate consapevolmente. Queste due prospettive teoriche possono essere del tutto compatibili,
una al livello dei sistemi complessi e dei loro stati con le caratteristiche di metastabilità e criticità, e
l’altra al livello probabilistico delle dinamiche quantistiche. L’energia si manifesta in entrambi i
livelli di realtà, quello dei macrostati e quello dei microstati. I sistemi complessi come il cervello
potrebbero funzionare secondo i principi dei macrostati, mentre le proprietà quantiche sono più
facilmente osservabili al livello dei microstati. In entrambi i livelli di analisi della realtà, l’accesso al
piano delle possibilità può servire a immaginare come rendere più aperta la consapevolezza allo
scopo di consentire la creazione di un repertorio più ampio di armoniche del connettoma e un
emergere, con un minor numero di vincoli, delle probabilità dei plateau, con la loro funzione di
filtro, e delle attualità dei picchi. L’accesso al mozzo, l’immersione nel piano, può liberare la mente.
Le armoniche del connettoma possono essere un modo davvero interessante di considerare i
correlati neurali dei profili di energia alla base del piano delle possibilità. Poiché la ruota della
consapevolezza ci consente di mettere a frutto il potere del mozzo, di accedere al piano, questa
pratica potrebbe aiutarci a diventare più pienamente presenti, a mano a mano che risvegliamo la
mente alle enormi possibilità che la vita può offrirci e cui potremmo di rado attingere nella nostra
vita quotidiana.

Rapporti d’onda, stati della mente


In riferimento alla mente conscia, il modello delle tre P ci consente anche di illustrare l’ampia
varietà dei cosiddetti stati di coscienza. Possiamo ritenere che lo stato complessivo di probabilità
presente in un dato momento implichi una particolare combinazione, creata dall’onda oscillatoria di
collegamento, che possiamo raffigurare semplicemente come un loop che collega il piano ai valori
sopra il piano. In altri termini, la persona che siamo in un determinato momento può trarre origine
da una combinazione tra la consapevolezza, la cui posizione di probabilità coincide con il piano (il
conoscere), e un loop che ne realizza il collegamento con una posizione di probabilità sopra il piano,
per esempio con un plateau o picco (i possibili “conosciuti”). La concezione di un loop di attenzione
ci aiuta a risolvere un aspetto della nostra cornice teorica delle tre P che potrebbe creare confusione
e che potreste aver notato, un aspetto racchiuso nel seguente interrogativo: in che modo possiamo
essere consapevoli, e consapevoli di qualcosa, se questo qualcosa è una posizione di probabilità
sopra il piano delle possibilità, ma la consapevolezza stessa emerge dal piano? Attingendo alle
scoperte delle neuroscienze riguardanti l’oscillazione, possiamo vedere la possibile corrispondenza, a
livello cerebrale, di questo loop con l’onda di 40 Hz e con le armoniche del connettoma. Anche nel
concetto fisico di campi di energia possiamo vedere un’oscillazione analoga; per esempio, la luce
può avere una natura ondulatoria, con uno spettro di valori secondo la corrispondente
distribuzione di probabilità. Pertanto, quando la luce è un’onda, è presente il relativo spettro.
Quando i fotoni appaiono come particelle, si manifesta un unico valore da un insieme di possibilità.
Riassumendo, la luce può quindi essere sia una particella, con un valore particolare, sia un’onda,
con un insieme di valori.
Possiamo ipotizzare che, all’interno di quest’onda oscillante che per semplicità chiamiamo loop, si
possa avere una varietà di livelli di coinvolgimento lungo le distribuzioni di probabilità delle tre P.
A un’estremità possiamo avere pressoché l’intera onda nel piano delle possibilità, e questo potrebbe
essere uno stato di consapevolezza ricettiva, completamente aperta, ampia e spaziosa, perché così
tanta parte di questo stato è nel piano delle possibilità. Dal punto di vista della ruota della
consapevolezza, potremmo dire che si tratta di uno stato “mozzo-dominante” e raffigurarlo nel
nostro diagramma delle tre P come un rapporto elevato del loop, a indicare che è predominante la
percentuale del processo iterativo nel piano.
Essere consapevoli di qualcosa di diverso dalla consapevolezza stessa significa avere una porzione
dello stato di energia, lo spettro di valori di probabilità da 100 a quasi zero, che include posizioni
sopra il piano, le quali vengono collegate al piano delle possibilità attraverso il loop di oscillazione.
Quindi, una parte dello stato di probabilità in quel momento nel tempo è nel piano; una parte è
sopra il piano: è così che siamo consapevoli (il piano) di qualcosa (sopra il piano).
Facciamo un esempio: stiamo intenzionalmente prestando attenzione al respiro; in un certo
istante possiamo avere il 50 per cento dell’attività neuronale dell’onda da 40 Hz nel piano
(qualunque sia il modo in cui il cervello manifesti questo stato di probabilità), e questo ci consente
di essere consapevoli; il restante 50 per cento dell’onda è sopra il piano, nel picco che rappresenta il
respiro, il “conduttore” sensoriale di questa sensazione corporea. Il respiro, quindi, è la cosa di cui
siamo consapevoli. In questa combinazione di stati di probabilità 50/50, c’è un equilibrio tra mozzo
e cerchione. È così che conosciamo (piano o mozzo) il “conosciuto” (posizione sopra il piano o
cerchione).
Ecco alcuni termini probabilmente equivalenti: onda oscillatoria bilanciata dello stato di energia
neurale; consapevolezza mindful del respiro; raggio che collega mozzo e cerchione; loop che collega
piano e picco. La tabella inserita alla fine del prossimo capitolo riporta questi diversi termini e la
loro corrispondenza reciproca. Definiamo questo tipo di proporzione o equilibrio tra la
consapevolezza e la cosa di cui siamo consapevoli rapporto d’onda o semplicemente onda. Possiamo
avere un’onda con predominanza del piano oppure un’onda con predominanza del picco, dove
ciascun termine indica il rapporto tra il conoscere nel piano e i conosciuti sopra il piano che
influenzano lo stato di coscienza.
Proviamo a sperimentare un altro stato energetico oscillatorio. Immaginiamo che un elemento di
distrazione occupi la nostra consapevolezza: ora rivolgiamo l’attenzione verso una riunione in
programma per la settimana prossima. Potremmo dire di “esserci persi sul cerchione”, perché
abbiamo perso di vista l’intenzione di focalizzarci sul respiro e ci siamo lasciati assorbire dal pensiero
e dalle preoccupazioni per la riunione. Invece di avere un mozzo completamente aperto o di
immergerci liberamente nel piano, consentendo l’accesso mentale all’intenzione di concentrarci
sull’esercizio di consapevolezza del respiro, ora abbiamo il 99 per cento dell’onda nel picco delle
preoccupazioni per la riunione e l’1 per cento nel piano delle possibilità. L’assillo della riunione ha
occupato la consapevolezza a tal punto da farci dimenticare le nostre intenzioni: ci siamo persi nei
timori, consapevoli soltanto di essi, e abbiamo perso di vista altri aspetti, come il fatto che in questo
momento stiamo facendo un esercizio di respirazione. Vi sembra una situazione familiare? Prima
che ciò avvenisse, probabilmente la riunione aveva catturato la nostra attenzione non focalizzata:
avevamo dato importanza a questo evento imminente e ci eravamo preoccupati in modo non
consapevole. Questi timori potrebbero essere considerati come punti attivati sul cerchione, con
configurazioni di energia di plateau e picchi che si sono attivati ma non sono stati collegati, non
ancora perlomeno, con il piano delle possibilità. Dunque, è così che apparirebbe l’attenzione non
focalizzata: attivazioni senza coinvolgimento del piano.
Facendo riferimento alla metafora della ruota, potremmo dire di esserci persi sul cerchione, a
mano a mano che la preoccupazione per quella riunione tanto importante per noi ha attirato su di
sé, senza che lo volessimo, l’attenzione focalizzata. È entrato in azione il raggio dell’attenzione
focalizzata. In relazione al meccanismo di base, l’onda ha oscillato con i valori sopra il picco della
riunione e ora siamo trascinati in alto verso il picco, a mano a mano che – come dicevamo – la
nostra attenzione focalizzata viene attirata dai timori per la riunione. Abbiamo temporaneamente
perso la spaziosità dell’equilibrio, poiché il rapporto d’onda ora mostra una marcata predominanza
del picco. Ma ben presto la parte del nostro cervello che effettua il monitoraggio della rilevanza
degli eventi – i nostri circuiti della salienza, tra cui l’insula – si attiva e genera dentro di noi una
sensazione che, se fosse traducibile in parole, reciterebbe così: “Ehi, il contenuto della tua
consapevolezza non è sull’oggetto di attenzione che ti eri proposto. Ti sei distratto!”. Ricordiamolo:
distrarsi significa semplicemente che siamo esseri umani dotati di una mente. Non stiamo facendo
nulla di sbagliato: ci stiamo semplicemente comportando appunto da esseri umani.
Fortunatamente, la nostra rete della salienza è in grado di effettuare il monitoraggio senza che ne
siamo consapevoli, poiché essa, come gran parte della nostra mente, funziona al di fuori della
consapevolezza. E quanto più alleneremo il sistema della salienza, soprattutto con il pilastro del
training mentale costituito dall’attenzione focalizzata, più forte tale sistema diventerà. Ciò che
esercitiamo con intenzionalità crea uno stato ripetuto che poi diventerà un tratto in grado di
funzionare, per così dire, “nell’ombra”, in background, senza sforzo o consapevole profusione di
energia da parte nostra.
La coscienza usa energia e, per mantenere qualcosa a livello consapevole con l’attenzione
focalizzata, non solo si impegnano risorse preziose, ma si incontra una limitazione nel numero di
elementi su cui è possibile, in genere, focalizzarsi adeguatamente in un determinato lasso di tempo.
Quando le preoccupazioni assorbono l’attenzione focalizzata e occupano la consapevolezza, il
respiro non è più sotto i riflettori della nostra attenzione consapevole.
Dunque, ora abbiamo un circuito della salienza fortificato grazie alla pratica della ruota, un
circuito che, per così dire, “ci copre le spalle” e crea un picco che ci esorta – “Ora focalizziamoci sul
respiro!” – e si pone in concorrenza con il picco delle preoccupazioni per la riunione. Potrebbe darsi
che inizialmente questo picco non sia collegato al piano, che lavori dietro le quinte, a livello non
conscio. Ma ben presto diventa anch’esso parte dell’onda, e collega il picco della salienza al piano
della consapevolezza. Ora potremmo addirittura sentire due voci interiori all’interno della
consapevolezza: una che si preoccupa per la riunione, l’altra che ci esorta a tornare a concentrarci
sul respiro. Questi due picchi, questi due pensieri, potrebbero essere considerati come due punti sul
cerchione, gli input della riunione e del monitoraggio della salienza. E così ricordiamo a noi stessi,
riportiamo alla mente, il fatto che stiamo facendo un esercizio di respirazione. Quindi, ora è il
momento di occuparci d’altro; con la dimensione dell’attenzione che consente, per così dire, di
“cambiare direzione”, una dimensione che stiamo allenando ulteriormente come fondamentale
abilità di modifica che rafforza le capacità generali di regolazione della mente, il picco del respiro
torna al centro dell’attenzione, noi lasciamo andare il picco della riunione e ripristiniamo
probabilmente un equilibrio con il 50 per cento dell’onda sul respiro e il 50 per cento nel piano
delle possibilità.
Potremmo persino immergerci completamente nel “flusso del respiro”, ossia potremmo avere il
99 per cento dell’onda sul picco del respiro e l’1 per cento nel piano. Abbiamo scelto di perderci nel
flusso della sensazione del respiro, poiché è proprio questo che l’esercizio ci invita a fare: non
veniamo distratti da un picco non rilevante, non ci perdiamo su un punto del cerchione che
distoglie la nostra attenzione. Siamo noi a scegliere come organizzare il rapporto d’onda. Con
l’attenzione focalizzata in modo volontario, abbiamo riportato il respiro al centro della
consapevolezza e ora ci immergiamo nel flusso sensoriale del respiro, nella modalità che abbiamo
definito di “conduzione”. Il sistema di monitoraggio della salienza rileva che siamo sulla strada
giusta e non invade la consapevolezza, osservando invece da dietro le quinte della coscienza, come
un plateau probabilmente in grado di fare da filtro a ciò che emerge, che in questo momento non
coinvolge nelle sue attività il piano delle possibilità né interferisce con l’esperienza di essere
consapevoli. Godiamoci il flusso!
In base a quanto abbiamo detto, potrebbe darsi che l’attenzione sia collegata all’attività di
filtraggio dei plateau in aspetti fondamentali. L’indirizzamento del flusso di energia da parte del
plateau corrisponde a ciò che fa l’attenzione. Quando invece il plateau determina in che modo il
loop si collegherà con il piano, quando il filtro attiva e organizza particolari possibilità e le collega
alla consapevolezza nel piano, non è soltanto attenzione: diventa attenzione focalizzata. Dunque, il
loop del nostro diagramma delle tre P potrebbe corrispondere alle oscillazioni con frequenza di 40
Hz a livello cerebrale che sono anch’esse collegate con la consapevolezza di qualcosa, con
l’attenzione focalizzata. Da questo punto di vista, quindi, un plateau rappresenterebbe nella nostra
prospettiva delle tre P il modo in cui uno stato della mente può usare l’attenzione per dirigere
selettivamente i flussi di energia e informazione, in questo caso influenzando ciò di cui diventiamo
consapevoli. Quando il flusso giunge alla consapevolezza, ha ora un loop che collega il piano al
valore sopra il piano. Sull’immagine della nostra ruota della consapevolezza, collocheremmo un
raggio che collega il mozzo al cerchione.
Ben presto qualcosa cambia. Supponiamo che la nostra mente riprenda a vagare su un altro
punto del cerchione: il pensiero della cena di stasera. Anche la cena può essere un valore di picco, e
occupare il prezioso e limitato territorio dell’onda da 40 Hz dal piano al plateau. Ma il respiro
avviene ancora, sia pure senza che vi prestiamo attenzione consapevolmente: dopo tutto,
continuiamo a respirare. Ci accorgiamo della distrazione, lasciamo andare le preoccupazioni per la
cena e riportiamo l’attenzione sul respiro. L’esercizio continua, rafforzando la nostra capacità di
dirigere l’attenzione e accedere alla consapevolezza. L’intenzione di fare l’esercizio di respirazione è
considerata parte del plateau che aiuta a reindirizzare l’attenzione focalizzata sul respiro.
In presenza di un equilibrio tra piano delle possibilità e oggetto della consapevolezza sopra il
piano, possiamo visualizzare questo processo ciclico tra conoscere e “conosciuto” con l’indicazione
di 50/50 sul loop stesso. Se l’attenzione fosse assorbita principalmente dall’oggetto del conoscere
avremmo un rapporto di 1/99, mentre se fossimo per la maggior parte nel conoscere e soltanto un
po’ nel conosciuto, il rapporto sarebbe 99/1. Se l’onda si trovasse soltanto sopra il piano, potremmo
indicare un rapporto di 0/100, che indicherebbe l’assenza totale di consapevolezza, uno stato di
coscienza zero. È la nostra vita mentale non conscia. Riferendoci strettamente all’onda neurale,
potrebbe essere un modo per indicare l’attenzione non focalizzata. Tuttavia, se lasciamo che il loop
indichi l’attenzione focalizzata, un tale valore zero non avrebbe molto senso in un disegno, poiché
significherebbe assenza di onda: quindi perché darsi la briga di disegnare un loop in questo caso? Il
fatto è che se, per comodità, volessimo tracciare un determinato processo non conscio per
evidenziarlo, l’indicatore di 0/100 su un loop sarebbe perlomeno un utile modo di raffigurare
l’attività mentale al di fuori della consapevolezza.
Essere consapevoli in modo ampio e completamente aperto può coinvolgere un’elevata
percentuale del piano delle possibilità, persino con la totale esclusione di “cose” particolari di cui
essere consapevoli in quel momento. È l’esperienza del mozzo-nel-mozzo descritta da molti, che
potremmo indicare come un loop che resta soltanto nel piano stesso, forse un loop con un rapporto
di 100/0, se volessimo indicarne il rapporto d’onda. Cento per cento nel piano, nulla sopra il piano.
E 100/0 è l’infinito, che corrisponde esattamente alla sensazione effettivamente riferita da molti
durante l’esecuzione di questa parte dell’esercizio della ruota, il restare nel mozzo, o l’immergersi
nel piano delle possibilità. Descrivendo questo stato, le persone parlano anche di un senso di gioia,
pace e chiarezza.
Con il loop che indica un rapporto d’onda di 100/0, quindi il mozzo-nel-mozzo, si percepisce la
vastità e spaziosità della consapevolezza, un’immersione che, secondo la nostra ipotesi, avviene
quando si impara ad accedere al piano delle possibilità e a godere della capacità di fare esperienza
della pura consapevolezza, di una consapevolezza aperta, capacità che ciascuno di noi ha.
Nella mia vita, mi capita a volte di volermi perdere in qualcosa, per esempio nel profumo delle
rose durante una passeggiata che faccio regolarmente vicino al nostro Mindsight Institute. Mi
fermo, faccio un respiro profondo e poi mi chino sopra una rosa. Poi espiro, visualizzando come,
alla successiva inspirazione, lascerò che il profumo della rosa pervada la mia esperienza: a quel
punto lascio che il “conduttore” delle fragranze occupi il mio rapporto d’onda e campeggi nella
consapevolezza in quel momento. Scelgo, coscientemente, intenzionalmente, di farlo, e magnifico è
il flusso della fragranza dei fiori. C’è la sensazione che in quel momento non ci sia spazio per altri
pensieri, altri sensi, altre preoccupazioni. Sono soltanto con la rosa. Se apro gli occhi, posso passare,
intenzionalmente, al canale visivo, e lasciare che la vista diventi il canale conduttore principale,
immergendomi nei colori brillanti e nelle delicate trame dei petali e degli steli. E in quel momento
potremmo immaginare di dare al termine flusso il significato che gli attribuisce il ricercatore Mihaly
Csikszentmihalyi: mi lascio svanire e, per quanto lo consenta il corpo in cui vivo, divento un fluire
insieme alla rosa. Non è un’esagerazione entusiastica dire che, in quel momento, l’energia
rappresentata dalla rosa e l’energia che rappresenta “me” siano essenzialmente – nella loro essenza
– mescolate all’interno della mia consapevolezza. E forse ora sto semplicemente aprendo la
consapevolezza verso la realtà fondamentale della nostra interconnessione. Potrebbe darsi allora,
considerata l’esperienza compiuta da così tante persone dopo l’esercizio della ruota, che davvero
non ci sia alcuna separazione tra noi e le rose intorno a noi? È in questi momenti di immersione nel
piano delle possibilità, in questo stato di presenza che emerge dal piano stesso, che possiamo
diventare consapevoli della realtà che la rosa e questo corpo sono parte di un’unica configurazione
di energia che fluisce. Non c’è bisogno che costruisca questa idea: posso lasciare andare l’idea di me
e l’idea della rosa e aprirmi all’ottavo senso, che mi consente di sentire la nostra natura
profondamente interconnessa. Questa realtà può diventare parte del mio modo di vivere in questo
momento, ma anche in momenti che vanno al di là del flusso.
In altri momenti, immagino come potrei generare un rapporto d’onda più equilibrato, e creo un
loop che dal piano va verso un particolare picco con abbondante spazio per un maggior grado di
diversità in quel particolare stato di coscienza, che mi consenta di tenere conto di altre idee,
includere dati diversi, lasciar vagare la mia mente in territori sconosciuti. Non mi perdo
nell’esperienza; “io” sono lì come essere pienamente presente e con ampia capacità di accesso, in
equilibrio nella vastità dello stato di coscienza che include la cosa stessa – la rosa – e la
consapevolezza. Sono in un loop 50/50 di mozzo e cerchione, piano e picco, con tanta spaziosità
all’interno della consapevolezza per accogliere tutto e anche riflettere sulle esperienze. Vi ricordate
di come abbiamo iniziato il nostro viaggio riflettendo su una tazzina d’acqua? Mentre, durante la
passeggiata, sento il profumo delle rose, ho ampliato la mia tazzina d’acqua, e qualunque quantità
di sale la vita aggiungerà, qualsiasi esperienza agrodolce si verificherà, sarò pronto a bere.
Si ritiene che l’attenzione focalizzata abbia una capacità limitata: possiamo concentrarci soltanto
su un’attività alla volta. Potrebbe darsi che, imparando a regolare il nostro rapporto d’onda, saremo
in grado di dirigere le nostre preziose risorse attentive esattamente su quello su cui decidiamo di
concentrarci e con cui decidiamo di occupare la consapevolezza in un determinato momento o
contesto. Potreste provare questo semplice esercizio la prossima volta che cenate insieme agli amici
o alla vostra famiglia. I pasti, come abbiamo visto nella prima parte del libro, sono un ottimo
momento per esercitarsi a essere presenti e per fare pratica nella nuova capacità di esplorare la
consapevolezza. Siate consapevoli di stare provando un cambiamento del rapporto d’onda e fatelo
sapere anche agli altri commensali. Per un po’ di tempo continuate a conversare con gli altri. Poi
immaginate di modificare il rapporto lasciando che il cibo che state mangiando passi da una
collocazione bassa nell’onda, qualcosa che si trovava soltanto sullo sfondo, a una posizione
preminente. Lasciate che i flussi sensoriali del gusto, dell’olfatto, della vista e della consistenza del
cibo pervadano la consapevolezza, così da diventare il 99 per cento del rapporto: 1 nel piano, 99
nella sensazione del cibo. Una tale concentrazione sul cibo escluderà altri elementi dalla
consapevolezza; quindi, con un rapporto d’onda di questo tipo non sarà possibile continuare una
conversazione. Siate nel flusso del cibo e del corpo che assume questi nutrienti. Dopo alcuni minuti
dell’esperienza di essere con il cibo, tornate a conversare. Che cosa avete notato? A molte persone
accade che, quando dirigono l’attenzione focalizzata con la sua capacità limitata su una
conversazione, non ci sia spazio per apprezzare le qualità sensoriali del cibo. Certamente non ci
strozziamo con il cibo né ci infilziamo la guancia con la forchetta. Possiamo avere una piccola
quantità di rapporto d’onda sul processo di masticazione e deglutizione e sull’uso delle posate, ma
poco rimane per gustare appieno il cibo stesso. Generalmente riusciamo a prestare attenzione in
modo focalizzato soltanto a un processo alla volta; ora sappiamo come cambiare l’oggetto di
attenzione a piacere nella nostra vita: è un cambiamento nel nostro rapporto d’onda. Mentre vi
dedicate alla pratica della ruota, potreste scoprire come questa abilità di modificare
intenzionalmente il rapporto d’onda e di cambiare il vostro stato di coscienza, nonché il contenuto
dell’attenzione focalizzata, continuerà a rafforzarsi e a migliorare le vostre esperienze. C’è un
momento per molti diversi tipi di rapporti d’onda, diversi stati di coscienza, e ora potete accogliere
la capacità di farli diventare parte integrante della vostra vita.
L’immensità del piano delle possibilità ci dà la capacità, dopo aver imparato ad accedervi più
prontamente, sia di mantenere più a lungo l’attenzione focalizzata sia di mantenere un senso di
libertà e flessibilità per accogliere un’ampia varietà di esperienze emergenti. Forse ciò corrisponde
alle strategie per aumentare la capacità di mantenere l’attenzione e la consapevolezza persino
quando ciò su cui siamo concentrati si modifica, strategie individuate da Richie Davidson nelle sue
ricerche sulla meditazione. La mia percezione personale di questo processo con la pratica della
ruota è che c’è una ricettività più ampia con cui vivere e apprezzare tutto ciò che emerge.
In parte, questo percorso per cambiare con intenzionalità i nostri stati di coscienza, modificando i
nostri rapporti d’onda, comprende anche l’acquisizione della capacità di riconoscere e allentare i
filtri della coscienza che organizzano direttamente i “conosciuti” della consapevolezza nel momento
presente. Con la pratica, possiamo allentare questi plateau affinché siano più flessibili, e persino
provare a lasciare che i picchi emergano direttamente dal piano; la realizzazione dell’integrazione
nella nostra vita ci consente di rafforzare la mente, grazie al fatto che, attraverso questa fonte di
consapevolezza, diventiamo più presenti.
L’accesso al piano ci pervade di un senso di scelta e cambiamento, di serenità e connessione.

1. L’MDMA è comunemente nota come ecstasy. [NdT]


2. W. James, Le varie forme dell’esperienza religiosa. Uno studio sulla natura umana, tr. it. Morcelliana, Brescia 2009, p. 334.
3. S. Atasoy, G. Deco, M.L. Kringelbach, J. Pearson, “Harmonic brain modes: A unifying framework for linking space and time in
brain dynamics,” in The Neuroscientist, 1° settembre 2017, pp. 1-7.
4. K. Friston, “The free-energy principle: A unified brain theory?”, in Nature Reviews Neuroscience, 11, 2, 2010, pp. 127-128.
5. M.M. Waldrop, Complessità. Uomini e idee al confine fra ordine e caos, tr. it. Instar Libri, Torino 2002, p. 8.
6. S. Atasoy, G. Deco, M.L. Kringelbach, J. Pearson, “Harmonic brain modes: A unifying framework for linking space and time in
brain dynamics”, cit., p. 7.
7. Il termine “stati attrattori” indica “pattern neuronali o stati della mente che si presentano particolarmente stabili in condizioni o
contesti specifici. Questi stati ‘attraggono’ particolari modalità di comportamento o pattern di eccitazione neuronale che a loro volta
si autorinforzano. Grazie agli stati attrattori, un sistema si organizza e acquisisce stabilità in un determinato momento” (D.J. Siegel,
Mappe per la mente. Guida alla neurologia interpersonale, tr. it. Raffaello Cortina, Milano 2014, p. 71 “Indice ragionato”). [NdT]
8. S. Atasoy, G. Deco, M.L. Kringelbach, J. Pearson, “Harmonic brain modes: A unifying framework for linking space and time in
brain dynamics”, cit., p. 14.
12

Gioia e meraviglia

Ripensando al modo in cui molti hanno descritto la propria esperienza del mozzo della ruota della
consapevolezza – un senso di immensità, di completa apertura – proviamo a capire ora come il
piano delle possibilità possa consentirci di provare tanta gioia, tanto amore e persino un tale senso
di meraviglia.
Il piano delle possibilità può essere concepito come una via di accesso all’integrazione. Come
abbiamo visto, da una prospettiva probabilistica il piano può essere considerato come il massimo
grado di integrazione, per l’intrinseco collegamento di tutte le possibilità differenziate
potenzialmente presenti. Quando accediamo al piano delle possibilità, quando la posizione di
probabilità scende dentro il piano stesso, lasciamo che le specificità dei picchi e dei plateau si
allentino ed entriamo in uno stato di unione più spazioso, stabilendo un senso di connessione con
la vasta schiera di esperienze possibili che la vita ci offre, senza bisogno di controllarle o persino di
comprenderle. Stiamo in ciò che è, e siamo aperti verso ciò che può essere. È la maestosità
dell’essere vivi a divenire la prospettiva da cui, vivendo a partire dal piano delle possibilità, facciamo
esperienza della presenza nella nostra vita.
A partire dall’esperienza soggettiva di essere nel piano, a mano a mano che lasciamo emergere la
consapevolezza che esista molto più del nostro Sé individuale e privato, consentiamo a noi stessi di
accedere a uno stato di meraviglia, una tenera considerazione, l’amore che scaturisce per lo
straordinario dono di essere qui; la nostra coscienza si permea così di gioia e gratitudine, di questo
senso di meraviglia. Quando si prova questa sensazione, sia attraverso l’esercizio della ruota sia al di
fuori di una pratica formale, anche solo per i pochi attimi in cui il piano potrebbe diventare
accessibile, la nostra mente riesce a scorgere questa immensità, con il suo senso di pace e benessere,
e noi ci sentiamo vivi con straordinaria pienezza e naturalezza, serenità e compiutezza. Come
abbiamo accennato nella prima parte del libro, Mary Helen Immordino-Yang, ricercatrice nel
campo delle neuroscienze sociali, ha scoperto che questi stati vengono attivati dalla scarica
neuronale a livello di regioni del tronco cerebrale associate a circuiti neurali profondi coinvolti in
processi vitali elementari. Lo stato di meraviglia e gratitudine, la gioia di vivere, è sia un senso
interiore di vitalità sia un senso di interconnessione con il mondo più ampio che ci circonda.
Possiamo ipotizzare che il piano delle possibilità sia lo stato di probabilità che naturalmente dà
origine all’esperienza soggettiva di gioia, di un senso di meraviglia e pace, di vivificante significato,
amore e senso di connessione.
Nella terza parte del libro vedremo come rendere più facile l’accesso a questo stato nella nostra
vita, facendo riferimento alle storie delle persone che abbiamo conosciuto nella prima parte ed
esaminando come abbiano usato la metafora della ruota della consapevolezza, a livello teorico e
pratico, per avere maggiore accesso al piano delle possibilità servendosi del mozzo della mente.
L’ampliamento della consapevolezza può rendere la nostra mente libera di fare esperienza del
piano stesso, con l’immenso spazio delle sue potenzialità. A mano a mano che iniziamo a trascorrere
più tempo nel mozzo della ruota, potremmo anche cominciare a percepire come i nostri filtri stiano
limitando e costruendo la nostra esperienza di essere vivi, plasmando il nostro senso di identità.
Con il rafforzamento di questa nuova abilità di scendere nel piano delle possibilità, di accedere a
una consapevolezza aperta e diventare più presenti alla vita, emergono nuove possibilità di scelta e
cambiamento, grazie all’aumento di integrazione e consapevolezza della nostra mente.
Perché parliamo di integrazione? A mano a mano che scopriamo modi di essere più differenziati
– modi di accedere a nuove potenzialità che si concretizzano come valori di probabilità sopra il
piano – realizziamo il collegamento con una varietà di stati più ampia di quanto possa essere un
determinato insieme di plateau che agiscono da filtro e condizionano la nostra esistenza.
Mirabilmente, il piano delle possibilità è sia l’origine della consapevolezza sia la fonte di nuove
alternative esistenziali. La coscienza ci dà la possibilità di scegliere e la capacità di cambiare non solo
perché ci consente di fermarci a riflettere, ma anche perché ci dà accesso alla fonte di nuove
opzioni.
Se la cornice teorica delle tre P si concilia con la vostra esperienza, potreste scoprire che diventare
più consapevoli significa anche diventare liberi. Potrebbe darsi che la consapevolezza e l’accesso a
un piano completamente aperto di nuovi modi possibili di essere nel mondo scaturiscano
esattamente dalla stessa posizione di probabilità nel percorso del flusso di energia della mente. A
mano a mano che lasciamo emergere la naturale auto-organizzazione di queste nascenti potenzialità
differenziate che spontaneamente si collegano, a mano a mano che “ci togliamo di torno” e ci
immergiamo nella consapevolezza del piano, attingendo all’esperienza di essere semplicemente
presenti, e fidandoci del processo di essere consapevoli, ecco che può liberarsi la spinta innata della
mente a coltivare stati con un livello più elevato di integrazione. L’accesso al piano delle possibilità è
la via naturale per l’emergere di stati più integrati.

Tabella delle correlazioni tra esperienza mentale, metafora della ruota e meccanismo
delle tre P
Siamo così giunti alla conclusione della seconda parte del libro e possiamo ora fornire una
raffigurazione visiva di alcune delle idee che abbiamo esaminato nel corso del nostro viaggio. Nella
tabella riportata di seguito è indicato un elenco di termini e la rispettiva cornice concettuale di
riferimento. Nella prima colonna, denominata “La mente come esperienza soggettiva”, sono
riportati termini d’uso comune. Nella seconda colonna sono riportati i termini riguardanti la
metafora della ruota della consapevolezza, come teoria e come pratica. Nella terza colonna troverete
i concetti della prospettiva delle tre P: piano, plateau e picchi. Nella quarta colonna sono riportati i
concetti riguardanti i correlati neurali della coscienza; infine, nella quinta colonna è indicata la
terminologia riguardante la nostra disamina più generale sulla mente.
Parte terza

Storie di trasformazione con l’impiego della


ruota
Mettere a frutto il potere del mozzo e vivere a partire dal piano delle possibilità
In questa terza parte del nostro viaggio ci occuperemo in maniera più approfondita del modo in cui
la ruota della consapevolezza può essere impiegata nella nostra vita, sia come metafora che
rappresenta un’idea sia come pratica che possiamo usare per realizzare l’integrazione della
coscienza.
Per comprendere come la ruota della consapevolezza possa sostenere un effettivo processo di
crescita e guarigione nella vita quotidiana, riprenderemo le storie delle persone che hanno
impiegato la ruota, di cui abbiamo iniziato a occuparci nella prima parte del libro. In sintesi ci
occuperemo di: Billy, il bambino di 5 anni che ha imparato a non picchiare gli altri; Jonathan, il
ragazzo di 16 anni che soffriva di gravi sbalzi di umore; Teresa, la donna venticinquenne che nella
prima infanzia era stata vittima di un trauma dello sviluppo; Monia, la madre quarantenne di tre
figli, che al colmo della frustrazione perdeva la pazienza con i bambini; Zachary, l’uomo d’affari di
55 anni che ha appreso un nuovo modo di essere nel mondo, dando una svolta alla propria vita.
Dopo aver approfondito le loro esperienze, illustreremo ulteriormente la prospettiva delle tre P
introdotta nella seconda parte del libro, così da prepararci a mettere a frutto queste idee e queste
pratiche nella nostra vita nell’approssimarci alla quarta e ultima parte del libro.

Proporre l’idea della ruota ai bambini: Billy e la libertà del mozzo, la spaziosità del
piano
Insegnare ai bambini la ruota della consapevolezza, a scuola o a casa, oppure durante gli
allenamenti di una squadra o le lezioni di musica, è uno splendido modo per sostenerne la crescita.
Come guida visiva al funzionamento della mente, può aiutare il bambino a comprendere più
chiaramente che ha il potere di compiere delle scelte su come vivere la propria vita. Con gli
elementi di attenzione focalizzata, consapevolezza aperta e intenzione gentile inseriti nella metafora
visiva della ruota, offriamo ai bambini gli strumenti che, secondo l’attività di ricerca, sono
maggiormente in grado di creare più salute e felicità nella vita. Grazie al disegno della ruota,
diventa immediatamente chiara la distinzione tra ciò di cui siamo consapevoli, il cerchione, e
l’esperienza della consapevolezza, il mozzo. È un concetto che può favorire notevolmente la forza e
l’autonomia dei bambini, come è successo con Billy.
Nel mio manuale La mente relazionale,1 è riportata un’estesa rassegna degli studi che indicano
come molti dei circuiti regolativi del cervello si sviluppino durante i primi dodici anni di vita, sotto
l’influsso sia del patrimonio genetico sia delle esperienze compiute, in particolare le relazioni
interpersonali. Una relazione è un tipo di comunicazione, per esempio tra due persone, che può
comprendere il senso di essere “visti” e compresi, amati e in sintonia con l’altro. La comunicazione
può implicare anche il trasferimento di idee, idee in grado di cambiare lo sviluppo mentale.
La storia di Billy è un esempio di come una giovane mente possa essere protesa verso una nuova
idea in grado di cambiare il corso della vita.
Ricordiamo che il piccolo Billy, 5 anni, era stato trasferito in un’altra scuola dopo che aveva
picchiato un compagno in cortile. La nuova maestra di Billy, la signora Smith, gli insegnò il concetto
di ruota della consapevolezza in modo che potesse disegnarla su un foglio di carta e poi applicarla
nella propria vita interiore e nei propri comportamenti con gli altri. Un giorno Billy cercò la maestra
e le chiese se potesse dargli un minuto per permettergli di controllare il proprio comportamento ed
evitare di picchiare un bambino che, nel cortile, gli aveva preso i mattoncini delle costruzioni. Billy
formulò questa richiesta alla maestra dicendo che si era perso sul cerchione e che aveva bisogno di
tornare al suo mozzo.
Dal punto di vista del meccanismo sottostante, che cosa pensate che stesse avvenendo in Billy?
Una possibile spiegazione che proponiamo qui è la seguente: la metafora della ruota ha
consentito a Billy di accorgersi del fatto che la propria inclinazione a picchiare Joey, il compagno,
era soltanto un punto sul cerchione della ruota, ruota che gli offriva molte altre possibilità di scelta
in riferimento alla reazione emotiva al comportamento negativo di Joey. In altre parole, Billy non
doveva necessariamente seguire quest’unico impulso a picchiare, ma poteva tornare al mozzo della
sua consapevolezza e prendersi il tempo per considerare la linea di condotta che davvero avrebbe
voluto seguire. Nel tornare al mozzo per accedere ad altri punti sul cerchione, il bambino ha trovato
la libertà; in base alla nostra prospettiva delle tre P, Billy è riuscito a immergersi nel piano delle
possibilità per fare una pausa e stare nello spazio mentale in cui esistevano altre possibili alternative.
Grazie all’efficace pausa nel piano, il bambino è riuscito a scegliere delle opzioni diverse da quelle
presenti sui plateau della rabbia o delle abituali reazioni antisociali apprese, che lo avrebbero
portato a comportarsi, per così dire, con il pilota automatico.
È la coscienza, intesa come consapevolezza, a consentirci di creare uno spazio tra i nostri impulsi
e le nostre reazioni effettive; ci consente di essere più flessibili nel rispondere invece di limitarci ad
agire in maniera automatica. Il mozzo non solo rende possibile la consapevolezza, ma è anche una
fonte di possibilità, che ci mette in condizione di attingere al vasto repertorio di scelte
comportamentali che ora sono a nostra disposizione.
Abbiamo definito la mente come un processo emergente auto-organizzantesi incarnato e
relazionale che ha una funzione di regolazione. Abbiamo ipotizzato che, alla base della mente, vi
siano energia e informazione: Billy stava quindi imparando un modo nuovo di regolarne il flusso.
La regolazione dipende dalla capacità di monitorare con maggiore stabilità, per poter raggiungere
una visione più nitida, chiara, profonda e dettagliata. È importante ricordare che la mente, in
quanto processo auto-organizzantesi, favorisce il dispiegarsi dell’integrazione a mano a mano che il
suo libero emergere crea un flusso flessibile, adattivo, coerente, energizzato e stabile (FACES). La
nuova idea della ruota della consapevolezza ha consentito a un bambino di soli 5 anni di
distinguere tra gli “oggetti del conoscere” presenti sul cerchione e il conoscere rappresentato dal
mozzo. Che cosa significa tutto ciò? Significa che l’idea e l’immagine visiva della ruota hanno
liberato la mente di Billy, consentendogli di realizzare l’integrazione della coscienza e di compiere
scelte nuove.
Mentre ripercorriamo la storia di questo bambino e del modo in cui ha preso coscienza della
possibilità di sostituire l’impulso a usare i pugni con una reazione più gentile e compassionevole, è
importante tenere conto di quanto la gentilezza e la compassione siano davvero effetti emergenti
dell’integrazione. Se, grazie a una maggiore consapevolezza, si apre, in senso molto letterale, uno
spazio tra un’interazione negativa con un’altra persona e la nostra reazione, le nostre interazioni con
gli altri diventano molto più gentili e animate da compassione: diventano più integrate. A volte,
però, qualcosa si mette in mezzo: per esempio, i momenti in cui sentiamo che i nostri bisogni non
vengono soddisfatti, oppure le condizioni sociali difficili in famiglia o nella comunità in cui viviamo.
Sebbene l’integrazione possa essere una spinta innata in ogni mente, una serie di eventi, interiori o
interpersonali, può frapporre ostacoli a questa tendenza naturale verso uno stato integrato, verso la
gentilezza e la compassione. I blocchi all’integrazione possono derivare da esperienze compiute nel
corso dello sviluppo e sono blocchi che possono allontanarci dal flusso flessibile dell’integrazione, il
flusso FACES, e spingerci verso le sponde del caos e della rigidità. Erano queste le sponde su cui si era
incagliato Billy prima di arrivare nella classe della maestra Smith; ora, invece, il bambino appariva
capace di scegliere di andare nel flusso al centro tra le due rive.
La mente è sia dentro di noi sia tra noi: è, per così dire, intra e inter. La maestra Smith aveva
creato nella sua classe un ambiente permeato di intelligenza sociale ed emotiva, in grado di
stimolare negli allievi sia la dimensione interiore della mente sia quella interpersonale. Nella sua
classe si incoraggiava la riflessione e si favoriva l’integrazione. Potremmo dire che la maestra
coltivasse un campo sociale generativo. La mente interiore di Billy ora aveva a disposizione un’idea,
una metafora, e la sua mente relazionale aveva trovato un senso di connessione e accettazione, così
che queste nuove esperienze di integrazione rafforzavano la pienezza della sua persona e delle sue
potenzialità.
Intra e inter: ciascuno di noi viene forgiato dalla dimensione sia incarnata sia relazionale della
mente.
Potremmo dire che, avendo l’immagine e l’idea della ruota e trovandosi in un nuovo ambiente,
Billy ora era in grado di accedere a un numero maggiore di possibilità rispetto agli schemi di
comportamento appresi che attuava in passato. La via verso questo tipo di cambiamento richiede la
riflessione, un’apertura della mente verso la libertà del piano delle possibilità. Una tale
consapevolezza ricettiva offre al bambino un nuovo spazio per riflettere su ciò che sta facendo nel
momento, a livello individuale e relazionale, e gli dona l’apertura necessaria per accedere a un
insieme di possibilità che prima non aveva a disposizione. Chissà, forse, potrebbe anche modificare
il modo in cui la sua rete di default realizza le attività neurali di creazione e selezione del Sé,
portandola verso un insieme più flessibile e adattivo di filtri che consentano l’emergere di un nuovo
senso del Sé e modo di essere nel mondo. Evvai, Billy! Evvai, maestra Smith!
Qui vediamo l’importanza di conoscere i potenziali meccanismi alla base della metafora per una
comprensione approfondita. Naturalmente, a Billy venne presentata l’immagine della ruota della
consapevolezza, una metafora quindi, non l’immagine del piano delle possibilità, il meccanismo
sottostante da noi ipotizzato. Il bambino è riuscito a servirsi della metafora, mentre a quell’età i
meccanismi sottostanti sarebbero probabilmente risultati troppo astratti. Comunque, la metafora è
stata sufficiente per aiutare Billy ad acquisire gli strumenti per attuare una trasformazione profonda
e, si spera, duratura nella sua vita interiore e interpersonale. E ora preparate la vostra mente per ciò
che, secondo mio figlio e mia figlia, non sono capace di fare: una battuta. Eccola: che le metafore
siano con te, Billy.
Dopo l’infanzia, quando si entra nell’adolescenza e poi nell’età adulta, la conoscenza del piano
delle possibilità come meccanismo della mente può essere un utile modo per comprendere la nostra
vita interiore. Per alcune persone, tuttavia, non è necessario esserne a conoscenza: per loro, è
sufficiente la metafora della ruota per realizzare l’integrazione della coscienza. Per quanto riguarda
la mia esperienza, ritengo che espressioni quali “spaziosità della coscienza” e “la coscienza crea
possibilità di scelta e cambiamento” certamente abbiano attinenza con l’immagine della ruota e con
il concetto di “mettere a frutto il potere del mozzo” nella nostra vita. La ruota è un’immagine chiara
per raffigurare metaforicamente aspetti fondamentali della mente.
Tuttavia, con la cornice concettuale delle tre P, con il diagramma corrispondente che raffigura il
meccanismo del piano delle possibilità come fonte di spaziosità e libertà, è possibile gettare luce su
particolari non immediatamente evidenti. Per esempio, questa cornice concettuale ci permette di
vedere, e di dire, perché la coscienza consenta la scelta e il cambiamento: la consapevolezza, infatti,
ci dà accesso proprio allo spazio matematico in cui sono presenti altre opzioni. Come dice lo
studioso Michel Bitbol: “Il vuoto quantico è in attesa di essere attivato per dare origine a ‘particelle’,
alla stregua dell’aria che, una volta siano presenti il sole e l’acqua, è in attesa di un osservatore o di
una macchina fotografica per dare origine a un arcobaleno”.2 Sebbene non sia stata espressa dai
fisici, la nostra ipotesi è che la consapevolezza stessa possa emergere dal piano delle possibilità, il
quale potrebbe benissimo essere il vuoto quantico, il mare di potenzialità, da cui emergono nel
nostro mondo le configurazioni fondamentali di energia, i quanti chiamati “particelle”. La cornice
concettuale delle tre P ci aiuta a comprendere come sia possibile scegliere nuove configurazioni di
flussi di energia e informazione dal piano delle possibilità. Io e voi possiamo comprendere come,
per ciascuno di noi, possano andare bene approcci diversi; quindi, per trovare quale sia il più adatto
per noi, o per le persone di età diverse con cui lavoriamo o parliamo, per esempio nel corso di un
pranzo conviviale, siamo stimolati a realizzare adattamenti rilevanti nei livelli che decidiamo di
scegliere in un dialogo sulla natura della mente e della coscienza: potremmo cioè decidere di
impiegare la metafora della ruota da sola, o la metafora insieme al meccanismo del piano.
Stiamo ipotizzando che la consapevolezza, il conoscere della coscienza, emerga da un piano delle
possibilità, un mare di potenzialità, il generatore di eterogeneità, il vuoto quantico. Con l’ipotesi
delle tre P, di un meccanismo alla base della metafora della ruota, diventa chiaro come la
consapevolezza sia inestricabilmente intrecciata con l’ampiezza delle possibilità. Come abbiamo
visto, mettere Billy in condizione di accedere a una consapevolezza più ampia non significa soltanto
dargli il tempo di riflettere: significa insegnargli nuovi modi di rispondere a una situazione invece di
reagire in modo automatico. La coscienza consente la scelta e il cambiamento perché la riflessione
sulle scelte e le risorse rappresentate da risposte alternative emergono entrambe dalla stessa
posizione di probabilità: il piano delle possibilità. È una visione, questa, che soltanto la disamina sui
meccanismi ci consente di raggiungere; e ora possiamo applicarla all’idea e alla pratica della
metaforica ruota della consapevolezza.
Se vi sembra che queste analisi più approfondite dei meccanismi vi siano utili, benissimo! Mi
auguro che perlomeno le troviate interessanti. Mentre proseguiamo con l’esame delle esperienze
delle altre persone, potrebbe venire naturale per voi riflettere sugli eventuali elementi di
collegamento con la vostra esperienza con la pratica della ruota e con il vostro modo di mettere a
frutto il potere del mozzo e di accedere al piano delle possibilità.
I cambiamenti resi possibili dalla maggiore capacità di Billy di accedere al piano delle possibilità
hanno dato origine a un nuovo insieme di probabilità apprese, situate al di sopra del piano.
Verosimilmente, questo apprendimento modifica nel cervello del bambino le probabilità che si
verifichino nuovi schemi di attivazione neuronale; come abbiamo visto, la memoria e
l’apprendimento sono proprio questo: variazioni di probabilità. Sul nostro diagramma delle tre P,
vedremmo questo insieme di pattern di probabilità modificati come plateau, sottopicchi e picchi con
una nuova configurazione. Il picco che rappresenta la traduzione in atto dei comportamenti del
bambino era adesso molto diverso, grazie alla sua capacità di “tornare al mozzo” e compiere scelte
differenti a partire dal piano delle possibilità, che gli consentiva di non attivare il picco del
comportamento costituito dal picchiare un altro bambino.
Anche i filtri della coscienza di Billy, che definivano la sua identità, i plateau della rete di default
alla base del suo senso del Sé, verranno probabilmente modificati grazie a questo nuovo modo di
essere nel mondo. Ora gli altri reagiranno ai comportamenti di Billy in modo diverso, e il sistema
rinforzerà il suo cammino per diventare una persona che, pur mantenendo la propria unicità, la
propria differenziazione, è in grado di unirsi, di collegarsi, alla classe della maestra Smith. Lo
strumento della ruota ha dato a Billy l’opportunità di realizzare un maggior grado di integrazione
nella dimensione interiore, intraindividuale, della sua mente e in quella relazionale, interpersonale.
Con un continuo rinforzo positivo e l’empowerment, il potere di scelta e attivazione delle proprie
risorse, che scaturisce dal passare dalla tendenza all’impulsività e reattività a una caratteristica
costante, a un tratto, di riflessività, ricettività e capacità di rispondere con consapevolezza, Billy avrà
ora il sostegno necessario per il suo percorso di crescita verso un modo di essere più integrato. Il
piccolo sta imparando a vivere a partire dal mozzo, ad accedere al piano, nella sua vita interiore e in
quella relazionale.

Insegnare la ruota agli adolescenti: Jonathan e il freno alle montagne russe di plateau
e picchi
L’adolescenza è una fase di grandi cambiamenti a livello fisico, fisiologico, neurologico e sociale. Nel
libro La mente adolescente,3 propongo agli adolescenti e agli adulti che si prendono cura di loro, un
approfondimento dell’essenza di questa fase della vita. E descrivo questa essenza proprio con
l’acronimo ESSENza.
ES sta per esplorazione creativa. Se l’infanzia è il tempo in cui si assimilano le conoscenze degli
adulti e si impara a capire il mondo così com’è, l’adolescenza è una fase in cui molti cominciano a
mettere in discussione il sapere adulto e a immaginare non solo come il mondo potrebbe essere, ma
anche come dovrebbe essere. L’aspetto negativo dell’esplorazione creativa è un senso di delusione,
disillusione e disperazione che si prova quando gli adulti, fino a poco tempo prima venerati come
dei, appaiono ora “solo persone” o anche peggio; l’aspetto positivo è l’immaginazione.
S sta per socialità intensa. Gli adolescenti sono nati per instaurare legami e collaborazioni; eppure,
nella nostra epoca, l’istruzione scolastica spesso fomenta la competizione tra i teenager e ingenera
un senso di manchevolezza e inadeguatezza. La triste conseguenza è spesso un senso di pressione e
isolamento, che a sua volta causa un inutile stress e talvolta un senso di disperazione. Le relazioni
sociali sono uno degli ingredienti più importanti per una vita sana, felice e lunga: e una importante
palestra per l’apprendimento delle abilità sociali è proprio l’adolescenza. Tuttavia, con la mancanza
di sonno e le tensioni sperimentate da molti adolescenti nella cultura contemporanea, il tempo per
le relazioni spesso si riduce, con gravi conseguenze per molti ragazzi di questa fascia d’età. Possiamo
solo immaginare come questo genere di esperienze influenzi la rete di default e rinforzi il senso di
un Sé separato invece che interconnesso. Il lato negativo di un intenso coinvolgimento sociale è il
cedere alle pressioni dei pari fino a perdere, talvolta, la bussola morale pur di riuscire a entrare a far
parte di un gruppo; il lato positivo consiste – come dicevamo – nella creazione di legami e nella
collaborazione.
E indica l’effervescenza emotiva che caratterizza questa fase dello sviluppo, in cui avviene un
rimodellamento del cervello. In questa fase, le regioni limbiche conoscono profondi cambiamenti,
che portano a un’intensificazione delle emozioni e a una maggiore imprevedibilità dell’umore. Dalla
prospettiva delle tre P, ciò corrisponderebbe a picchi e plateau in rapido mutamento che danno
origine a un tumultuoso vortice di pensieri, emozioni e ricordi. Gli aspetti negativi di questa
“effervescenza” emotiva sono l’instabilità dell’umore e l’irritabilità; i lati positivi sono la passione e la
vitalità.
Infine, la N di ESSENza indica la ricerca di novità. I cambiamenti che avvengono nei circuiti del
sistema limbico deputati alla valutazione e nel sistema della gratificazione spingono un giovane
teenager verso comportamenti che potrebbero essere rivolti alla ricerca di esperienze mai provate
prima, dall’esito incerto e talvolta pericoloso. Il cambiamento nella funzione di valutazione
controllata dal sistema limbico potrebbe dare luogo al cosiddetto “pensiero iper-razionale”, in cui si
considerano importanti soltanto gli aspetti positivi di una scelta: ciò rende i rischi di una decisione
meno pressanti rispetto alle possibili gratificazioni. In una situazione di questo tipo, l’attenzione,
focalizzata e non focalizzata, sarebbe concentrata sugli aspetti elettrizzanti di una scelta, i plateau di
uno stato della mente che crea particolari distorsioni sui picchi emergenti, enfatizzandone gli aspetti
positivi. Il rovescio della medaglia della ricerca di novità e della maggiore propensione al rischio
sono gli infortuni e la morte; il vantaggio è il coraggio di vivere appieno la vita.
Con i suoi lati positivi e negativi, l’ESSENza dell’adolescenza offre sia sfide sia opportunità. Per un
approccio che aiuti gli adolescenti a crescere bene è fondamentale fornire sostegno ai lati positivi
della passione, della socialità, del coraggio e dell’immaginazione.
Il modo in cui ci relazioniamo con gli adolescenti in questa fase – come genitori, mentori,
insegnanti e allenatori, e come società – influenzerà direttamente non soltanto il loro sviluppo
individuale, ma anche il futuro del nostro mondo. L’adolescenza è un periodo di grandi
opportunità, eppure spesso la trattiamo come una fase da superare il più rapidamente possibile. Di
frequente veniamo bombardati da affermazioni errate che non ci fanno comprendere
adeguatamente questa importante fase della vita; in ogni parte del mondo ritroviamo falsi miti
come quello secondo cui gli “ormoni impazziti” sarebbero le inevitabili cause dei folli
comportamenti dei teenager. La buona notizia è che, considerato il rimodellamento cerebrale in
corso durante l’adolescenza – questo sì, un aspetto appurato – possiamo mettere in condizione i
ragazzi di impegnarsi, a livello mentale ed esistenziale, per ottimizzare lo sviluppo e il cambiamento
del cervello durante questo periodo di rapida trasformazione.
Dalla prospettiva delle tre P possiamo solo immaginare come siano diversi i plateau che fungono
da filtro in un adolescente rispetto a com’erano durante l’infanzia, e persino come potrebbero
diventare con le responsabilità adulte. I plateau sono i filtri che determinano quali picchi
emergeranno; possiamo quindi immaginare come l’ESSENza di questi mutamenti modifichi non
soltanto i comportamenti degli adolescenti, ma anche il loro senso di consapevolezza interiore.
Come dicevamo, i plateau hanno la funzione di filtri che influenzano ciò che può emergere come
picchi, ossia la traduzione in atto degli elementi di un selezionato sottoinsieme di possibilità. Questi
filtri possono influenzare l’elaborazione non conscia dell’informazione e determinare ciò che giunge
alla consapevolezza, poiché servono anche da filtri della coscienza che costruiscono il senso del Sé
nel mondo. Possiamo intuire come tali modifiche nei plateau durante l’adolescenza ci aiuterebbero
a comprendere il senso del Sé in rapido mutamento che spesso avviene in questa importante fase
della vita.
Lo scopo generale del rimodellamento cerebrale che avviene nell’adolescente è lo sfoltimento, la
“potatura”, di connessioni neurali per creare circuiti più differenziati, e la successiva formazione di
mielina per aumentarne i collegamenti. Potreste esservene accorti anche voi: il cervello adolescente
è, per così dire, un cantiere temporaneo finalizzato a raggiungere una maggiore integrazione a
livello cerebrale.
Nel libro La mente adolescente, propongo anche agli adolescenti la ruota della consapevolezza, sia
come idea sia come pratica. Questo strumento di mindsight, che favorisce l’insight, l’empatia e
l’integrazione, è parte di un bagaglio di strumenti più ampio che serve a costruire una bussola
interiore, affinché i giovani di questa età possano orientarsi nella vita durante questo periodo
impegnativo, e prepararsi per gli anni dell’età adulta con un cervello più integrato e una mente più
forte.
Jonathan, il ragazzo cui abbiamo accennato nel secondo capitolo di questo libro e la cui storia è
stata descritta nei dettagli nel libro Mindsight. La nuova scienza della trasformazione personale,4 era
un ragazzo di 16 anni che stava attraversando una serie di forti tempeste emotive, tempeste che
stavano quasi per rovinargli la vita. L’instabilità del suo umore andava oltre il fervore
dell’effervescenza emotiva che caratterizza l’ESSENza dell’adolescenza; infatti, si rivelò essere un
segno precoce di un serio disturbo psichiatrico, il disturbo bipolare, diagnosticato da me e da altri
due psichiatri abilitati, specializzati nel trattamento di bambini e adolescenti. Studi compiuti
successivamente presso la UCLA avrebbero cominciato ad approfondire ciò che io e alcuni colleghi
avevamo scoperto in casi particolari, ossia che offrire una forma di training mentale come la
mindfulness e la ruota della consapevolezza avrebbe potuto modificare il corso della malattia.
Come dicevamo, il rimodellamento del cervello adolescente comporta un processo di potatura in
importanti regioni deputate alla regolazione dell’umore. Tuttavia, esiste la possibilità estremamente
concreta che lo stress possa intensificare questo processo di potatura e indurre un’ulteriore
disregolazione, una mancanza di regolazione, soprattutto in persone con una vulnerabilità genetica,
che di conseguenza provano ulteriore stress, il quale a sua volta intensifica ancor di più la potatura e
così via, in un circolo vizioso; la conseguenza è una compromissione della capacità di integrazione
del cervello. È importante ricordare come l’integrazione sembri essere la base di una sana
autoregolazione, una regolazione dell’umore e delle emozioni, dell’attenzione, del pensiero e
dell’azione. Lo stato di compromissione dell’integrazione, la mancanza di un collegamento tra aree
differenziate, potrebbe essere alla base di disturbi psichiatrici come il disturbo bipolare,
precedentemente noto come disturbo maniaco-depressivo. In molti casi il patrimonio genetico, ma
anche eventi fortuiti, potrebbero avere un ruolo nel rendere il cervello vulnerabile a una
compromissione dell’integrazione, le cui conseguenze potrebbero manifestarsi solamente durante il
periodo di rimodellamento che avviene nel corso dell’adolescenza. Di fatto, la maggioranza dei
disturbi psichiatrici, tra cui le forme di dipendenza e i disturbi d’ansia, dell’umore e del pensiero,
hanno maggiori probabilità di manifestarsi per la prima volta con sintomi clinici proprio durante
questa importante fase di potatura e mielinizzazione a livello cerebrale. Jonathan sembrava essere
nei primi stadi in cui il rimodellamento cerebrale viene influenzato da una vulnerabilità genetica.
Alla fine emerse che la ruota della consapevolezza era diventata per il ragazzo una pratica
importante di training mentale e, probabilmente, di integrazione cerebrale.
La pratica della ruota consentì a Jonathan di restare più stabilmente nel proprio mozzo e di
percepire il cerchione con più chiarezza. Con lo sviluppo di una consapevolezza aperta, il ragazzo
imparò ad accedere alla vasta spaziosità del piano delle possibilità. Stare nella ricettività del mozzo,
accedere alla chiarezza e serenità del piano: era proprio di questo che Jonathan aveva bisogno per
trovare riparo dalle tempeste di umori e stati della mente instabili. La capacità appena acquisita di
vivere maggiormente a partire dal piano delle possibilità fece sì che i plateau degli intensi stati della
mente e i picchi caotici e rigidi che ne risultavano avessero meno controllo sulla vita del ragazzo.
Dal piano che ora era diventato disponibile – e che Jonathan chiamava il potere del suo mozzo – il
ragazzo era in grado di percepire i punti sul cerchione costituiti dai suoi sbalzi d’umore con
maggiore distacco e di imparare a calmare la tempesta con più lucidità. Padroneggiava la pratica
della ruota della consapevolezza e sentiva un nuovo senso di speranza per la sua vita. Per molti
aspetti, l’acquisizione della capacità di vivere maggiormente a partire dal piano delle possibilità
aveva dato a Jonathan la facoltà di scegliere quanta parte dell’onda dell’attenzione destinare alle
proprie reazioni emotive. La spaziosità della consapevolezza che ora era disponibile per lui
rappresentava il contenitore ingrandito, così che il sale delle sue emozioni tempestose, un tempo
soverchianti e ora placate, si stemperava in questa vasta e ora accessibile fonte dell’essere
consapevoli. La capacità di vivere con la presenza del piano delle possibilità, di mettere a frutto il
potere del mozzo, ha messo in condizione Jonathan di stabilizzare la propria mente e, a sua volta, di
provare l’esperienza di riuscire a far fronte alle tempeste emotive, un’esperienza capace di
alimentare una spirale positiva per lui, poiché gli infondeva la convinzione di poter contare sulle
proprie forze, riducendo il senso di impotenza e insegnandogli che finalmente poteva fare
affidamento sulla propria mente.
Durante l’esplorazione del quarto segmento del cerchione, Jonathan cominciò a coltivare
ulteriormente l’intenzione gentile. Abbiamo detto “ulteriormente”, perché la pratica stessa della
focalizzazione dell’attenzione dà inizio – come abbiamo visto – al processo di essere gentili verso noi
stessi quando ci capita di distrarci e di dover riportare l’attenzione sull’oggetto del conoscere
prescelto, ogni volta che sia necessario. Il quarto segmento del cerchione prende le mosse da questi
fondamenti dell’intenzione gentile. La delusione che Jonathan provava verso se stesso, la
sensazione di non poter neppure fare affidamento su un adeguato funzionamento della propria
mente, le relazioni burrascose che inevitabilmente aveva con i coetanei e i familiari a causa dei
“crolli” e dell’escalation dell’agitazione, avevano portato il ragazzo a essere molto duro con se stesso,
e anche con le persone a lui vicine. Quando ci incontrammo, Jonathan si trovava a un punto di
rottura.
Dalla prospettiva delle tre P, possiamo solo immaginare come questi schemi ricorrenti di
mancanza di controllo e di atteggiamento negativo verso se stesso, sviluppatosi nel corso di questi
mesi burrascosi, avessero portato alla costruzione di un insieme di plateau che a loro volta avevano
dato origine a ricorrenti dialoghi interiori all’insegna dell’ostilità, conversazioni interiori che
probabilmente non facevano altro che peggiorare il suo modo di far fronte a un’imminente
tempesta emotiva e ne aumentavano l’intensità degli effetti. Se questo genere di filtri della coscienza
si fosse consolidato in seguito al ripetersi delle esperienze di mancanza di controllo, la mente di
Jonathan avrebbe ora una struttura contraddistinta da plateau rigidi, dai quali potrebbero emergere
soltanto picchi di pensieri, emozioni e ricordi negativi, segnati dal senso di impotenza e
disperazione. Quando venne per la prima volta da me, Jonathan si sentiva imprigionato in questo
tipo di vissuti, in preda allo scoramento perché non sapeva come fare per liberarsene. Non c’erano
plateau di speranza, né picchi di pensieri o emozioni capaci di infondergli fiducia in un
miglioramento della sua situazione.
Sebbene il trattamento standard per questo tipo di esperienze e di diagnosi preveda quasi sempre
il ricorso a farmaci, anche sulla base dell’anamnesi familiare,5 i genitori di Jonathan rifiutarono
questo tipo di terapia e scelsero invece di provare, con la dovuta cautela, quello che all’epoca era
considerato un approccio non standard. Fortunatamente, la terapia ha funzionato, sia nel breve
periodo, con una maggiore stabilità del ragazzo, sia nel lungo periodo. Ora, a quindici anni di
distanza, Jonathan è stabile, non assume farmaci, e ha una vita felice.
A una persona geneticamente a rischio di avere problemi nello sviluppo dell’integrazione
cerebrale, è naturale proporre una pratica come la ruota della consapevolezza intesa proprio a
favorire l’integrazione. Tuttavia, potrebbe darsi che questi metodi di training mentale non siano
efficaci con tutte le persone con problemi nello sviluppo dell’integrazione; quindi, il loro impiego
dovrebbe essere fatto con un attento processo clinico di valutazione e monitoraggio. In generale,
possiamo comunque dire che, poiché le pratiche di training mentale favoriscono l’aumento del
livello di integrazione cerebrale, potrebbe appunto essere sensato impiegarle nei casi in cui le
difficoltà di una persona siano riconducibili a un deficit di integrazione neurale. In particolare,
l’attività di ricerca ha dimostrato come, nella popolazione generale, il training mentale favorisca
l’aumento dell’integrazione neurale in molti modi, soprattutto con un maggiore sviluppo delle
seguenti aree: il corpo calloso, che collega tra loro l’emisfero destro e sinistro; l’ippocampo che ha
una funzione di collegamento tra i sistemi di memoria; e la corteccia prefrontale, che collega tra
loro regioni separate. Inoltre, la pratica meditativa aumenta il grado di interconnessione del
connettoma, ossia il collegamento di aree con una differenziazione meno immediatamente
evidente, distribuite in tutto il cervello. Un’ulteriore scoperta riguarda la rete della modalità di
default, in cui si nota un minor grado di interconnessione interna e di isolamento nel
funzionamento, e quindi un maggior grado di integrazione nel sistema neurale complessivo. In
alcuni studi si è osservato anche come nelle persone con un’amigdala di dimensioni pronunciate,
responsabile di un’eccessiva reattività emotiva, il training mentale induca una riduzione delle
dimensioni di questo nodo neurale della nostra vita emotiva, in questi casi eccessivamente
differenziato.
Ripensando ai risultati ottenuti con lo Human Connectome Project, il progetto finalizzato a
mappare le connessioni funzionali e strutturali del cervello cui abbiamo accennato nelle pagine
precedenti, risultati che indicano come uno dei fattori che maggiormente consentono di prevedere
il benessere psichico e fisico sia il grado di interconnessione all’interno del connettoma
differenziato, si può ben comprendere come i metodi di training mentale che favoriscono
l’integrazione neurale, soprattutto durante la fase di rimodellamento del cervello che avviene
durante l’adolescenza, possano contribuire a coltivare la salute nella nostra vita.
Se lo scopo del rimodellamento cerebrale è raggiungere un maggior grado di integrazione a
livello neurale, e se sappiamo che un training mentale che coltivi l’attenzione focalizzata, la
consapevolezza aperta e l’intenzione gentile è in grado di favorire una maggiore integrazione
neurale, perché non rendere disponibile a tutti gli adolescenti questo genere di pratiche integrative
in questo periodo formativo? La risposta è semplice: non c’è motivo per non farlo. Allora lavoriamo
insieme per favorire la crescita della prossima generazione, affinché gli adolescenti si prendano cura
l’uno dell’altro e del pianeta, e sosteniamo l’ESSENza dell’adolescenza affinché i ragazzi possano
svilupparsi in modo adeguato, vivere una vita felice e proficua e dare contributi positivi alla nostra
società.
Se poteste incontrare Jonathan ora, sentireste il potere dell’integrazione di liberare il potenziale di
passione, il senso di connessione, il coraggio e l’immaginazione insito in un adolescente. Ora che ha
più di 30 anni, Jonathan non è più un adolescente, eppure possiede ancora queste qualità
fondamentali. Chiaramente, la pratica della ruota della consapevolezza ha coltivato la sua ESSENza.
Il mozzo è diventato un rifugio, in cui ha imparato a fare esperienza della sua mente e delle sue
tempeste interiori in modo nuovo e con un maggior grado di autoregolazione, e questa capacità
continua a sostenerlo nel suo cammino esistenziale. A partire da queste nuove esperienze, è stato
possibile creare nella sua vita un nuovo insieme di plateau con picchi più venati di ottimismo e di
speranza. Inoltre, l’accesso al piano delle possibilità gli ha permesso di vedere più chiaramente le
proprie passioni, consentendogli di incanalare creativamente il “propellente” dei suoi interessi in
plateau e picchi fecondi nelle sue attività personali e professionali. Nel compiere questo lavoro,
talvolta duro, finalizzato allo sviluppo della resilienza, Jonathan si è fatto un dono fecondo che
continuerà a dare altri frutti in tutti i viaggi che lo attendono nella vita.

La ruota per i genitori e le altre persone che si prendono cura di un bambino: Monia
e la libertà da ricorrenti plateau e picchi di caos e rigidità
Quando si cresce un bambino, si instaura una delle relazioni più impegnative e, allo stesso tempo,
più gratificanti che possiamo scegliere di intrecciare. I rapporti che abbiamo con le persone che si
prendono cura di noi, i nostri genitori e le altre persone presenti nella nostra vita fin dalla nascita, e
poi nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, contribuiscono a tracciare le traiettorie della nostra
crescita e del nostro sviluppo. Il campo di studi chiamato attaccamento fornisce una descrizione
scientificamente fondata degli schemi universali di relazione tra bambino e caregiver, ovvero il
genitore o chiunque altro si prenda cura di lui. In particolare, la ricerca condotta in questo ambito
ha individuato quattro tipi di relazioni di attaccamento: sicuro, evitante, ambivalente e
disorganizzato. L’attaccamento sicuro tra il bambino e il caregiver primario è associato a esiti positivi
in relazione a molti aspetti dello sviluppo del bambino, tra cui la resilienza emotiva, la
consapevolezza di sé e la capacità di intrecciare relazioni interpersonali reciprocamente gratificanti.
Nel campo della neurobiologia interpersonale abbiamo riunito i risultati degli studi
sull’attaccamento, della neurobiologia e di altre discipline scientifiche, giungendo all’elaborazione di
questa conclusione, semplice, ma particolarmente importante: le relazioni di attaccamento
caratterizzate dall’integrazione, ossia nelle quali la natura “differenziata” di ciascun bambino viene
rispettata e si realizza il collegamento con lui grazie a relazioni premurose (come sono le relazioni di
attaccamento sicuro), favoriscono nel bambino stesso lo sviluppo dell’integrazione neurale.
La nostra capacità di genitori di essere aperti e presenti per nostro figlio consente al bambino di
essere sia differenziato dalle nostre aspettative e da come vorremmo che lui fosse, sia collegato a noi
attraverso una comunicazione rispettosa e animata da compassione: ciò consente ai circuiti
integrativi del cervello di svilupparsi adeguatamente. Come abbiamo accennato, l’integrazione
neurale è il meccanismo fondamentale per una regolazione ottimale di molti aspetti, quali
l’attenzione, le emozioni, l’umore, il pensiero, la memoria, la moralità e le relazioni con gli altri.
Nelle forme di attaccamento non sicuro – gli altri tre tipi di attaccamento individuati dalla ricerca
e definiti nella letteratura specializzata relazioni di attaccamento insicuro – le esperienze compiute
dal bambino possono compromettere lo sviluppo di queste capacità di regolazione. A questo
riguardo è importante ricordare come l’attaccamento sia un indicatore relazionale che emerge
dall’esperienza del legame interpersonale: non è un tratto innato del bambino. All’interno di una
relazione di attaccamento evitante, il bambino sviluppa una disconnessione emotiva nei confronti
del genitore; in una relazione di attaccamento ambivalente, il bambino può provare un senso di
disorientamento verso il comportamento genitoriale; infine, nel caso di un attaccamento
disorganizzato, il bambino potrebbe sviluppare una frammentazione del proprio Sé, a causa del
terrore che il genitore gli incute.6 Ciascuno di questi tipi di attaccamento insicuro può essere
considerato un blocco dell’integrazione relazionale: l’evitamento è una eccessiva differenziazione
senza collegamento; l’ambivalenza un eccessivo collegamento senza differenziazione; e la
disorganizzazione scaturisce da un’intensa esperienza di terrore, la terribile sensazione di
abbandono, che è l’esatto contrario delle basi dell’attaccamento.
Come dicevamo, gli ostacoli all’integrazione a livello relazionale compromettono direttamente la
capacità del bambino di sviluppare l’integrazione neurale che è alla base di molte forme di
autoregolazione: dall’attenzione alla memoria, dalle emozioni al pensiero. Per questo motivo,
nell’attaccamento insicuro si osservano gradi diversi di compromissione dell’autoregolazione, con i
problemi più seri riscontrati nelle persone con una storia di attaccamento disorganizzato. In queste
persone, infatti, sono presenti compromissioni significative nella regolazione delle emozioni, del
pensiero, dell’attenzione e persino della coscienza, nella forma di un processo definito dissociazione:
con questo termine si indica una frammentazione della coscienza, una condizione in cui processi di
solito associati come le emozioni, i pensieri e i ricordi, sono scollegati l’uno dall’altro.
Come abbiamo visto nel secondo capitolo, Monia era una madre quarantenne di tre bambini
piccoli che aveva frequenti episodi di chiusura in se stessa e distanziamento dai bambini, o, in
alcuni casi, caotiche esplosioni di rabbia e tristezza che spaventavano sia i figli sia se stessa.
Probabilmente, queste esplosioni indicavano che, sotto stress, Monia entrava in una fase di
dissociazione. Come può capitare a molti genitori sotto pressione, ci sono momenti in cui “ci monta
il sangue alla testa” e perdiamo il controllo delle nostre emozioni e parole, dei nostri pensieri e
persino del nostro comportamento. Nel modello “manuale” del cervello riportato nella seconda
parte del libro, possiamo visualizzare questo processo sollevando di scatto le dita, che rappresentano
le regioni prefrontali, dal pollice e dal palmo, che rappresentano rispettivamente le regioni limbiche
e il tronco cerebrale situati più in basso: la conseguenza è una perdita di equilibrio e una modalità
di interazione rigida o caotica per il temporaneo venire meno dell’integrazione nell’intero sistema
del cervello cranico. In questa situazione di mancanza di equilibrio nel corpo e nel mondo
relazionale, in questo stato esplosivo e fuori controllo di assenza di integrazione, si viene a creare in
Monia, o in uno qualunque di noi, un terrificante modo di essere che porta a una temporanea
rottura della sintonia con i figli. Sapendo che esperienze così terrificanti avrebbero potuto avere
rilevanti effetti negativi per la crescita dei suoi bambini, Monia cercò subito aiuto: non voleva
trasmettere ai propri figli l’eredità di terrore derivante dal modo in cui era stata allevata.
Abbiamo visto che, quando l’integrazione è compromessa, ognuno di noi può allontanarsi dal
fiume del benessere, dal senso di armonia e di apertura caratterizzato dal flusso FACES, il flusso di
flessibilità, adattabilità, coerenza (resilienza nel corso del tempo), energia (vitalità) e stabilità.
Invece di rimanere nel flusso armonioso dell’integrazione ci avviciniamo alle rive del caos o della
rigidità. So come questo possa accadere talvolta nella mia vita, e quanto sembri impossibile resistere
in quel momento alla spinta verso questo stato di attivazione; ma so anche quanto spossante e
umiliante possa essere il fatto di sentirsi così fuori controllo. È del tutto possibile, poiché l’ho
provato di persona, essere consapevoli di uno stato reattivo contraddistinto da esplosioni caotiche
oppure di uno stato di rigida chiusura in se stessi, eppure sentirsi impotenti, non avere la forza di
cambiare. Talvolta, in questi momenti, un comportamento di questo tipo può persino “sembrare
giusto” e la nostra reattività ci pare legittima. Ma ben presto ci sentiamo sfibrati e, a un altro livello,
in un altro stato, sappiamo di non essere in quel momento il nostro Sé più saggio. La maggior parte
dei libri che ho scritto sul tema dell’educazione dei bambini contiene una riflessione sull’importanza
di questa presa di coscienza per noi genitori.7
Fu così che Monia cominciò a sentirsi oppressa dal “fardello”, come lei lo viveva, di crescere i figli
senza ricevere molto aiuto dal coniuge, e senza avere familiari o vicini che potessero sostenerla.
Come abbiamo accennato nelle pagine precedenti, Monia iniziò a dedicarsi alla pratica della
ruota della consapevolezza e questo le consentì di sviluppare le risorse interiori che le sarebbero
servite per diventare più presente e consapevole e per creare una relazione di attaccamento sicuro
con i suoi bambini. Per comprendere come questo avvenne, esaminiamo il percorso compiuto da
Monia dalla prospettiva dell’attaccamento. In base all’attività di ricerca svolta a questo riguardo,
all’interno di un legame di attaccamento sicuro tra genitore e figlio, il bambino si sente compreso,
confortato e protetto. Quando avvengono delle rotture, per esempio quando le normali situazioni
stressanti della vita ci portano a essere suscettibili, bruschi e persino ad arrabbiarci con i nostri figli,
in caso di presenza di un attaccamento sicuro è prevedibile che alla rottura seguirà una riparazione.
Grazie a questa riparazione, i bambini sviluppano un senso di sicurezza nei confronti del mondo e
imparano che, anche quando le cose non vanno bene, poi si aggiustano. Quando viviamo a partire
dal mozzo, siamo d’ispirazione anche alle persone a noi vicine, affinché vivano anch’esse allo stesso
modo, dal mozzo. Nel caso della relazione genitore-figlio, questo è un aspetto essenziale per un
legame sano; la ruota della consapevolezza può aiutarci ad acquisire le particolari abilità educative
che, come accennato, consentono al bambino di sentirsi compreso, confortato e protetto. Vediamo
allora come questo avvenga.
– Compreso. Il bambino ha bisogno che la sua mente venga “vista” e compresa al di là del suo
comportamento esteriore, ossia è importante che i genitori non reagiscano soltanto alle sue azioni
o vedano il figlio solo attraverso la lente delle loro aspettative. La mindsight è la capacità di essere
presenti nei confronti della vita interiore del bambino, di sintonizzarsi sulle sue emozioni, sui
suoi pensieri e comportamenti affinché il bambino “si senta sentito”. Quando il bambino viene
compreso, in lui avvengono sia la differenziazione sia il collegamento: il bambino sente di
appartenere a un’entità più grande del proprio Sé interiore e privato. Monia è riuscita a mettere a
frutto il potere del mozzo e ad accedere al piano delle possibilità; ciò le ha consentito di acquisire
una conoscenza dei suoi figli più profonda e aperta.
– Confortato. Quando un bambino sta male, il fatto di sentirsi accudito e amato può aiutarlo a
tornare in uno stato di base di maggiore calma. Riuscendo, come genitori, a essere pienamente
presenti, ossia aperti e ricettivi, verso la condizione in cui si trova nostro figlio in ogni dato
momento, riusciamo anche a dargli conforto e ad aiutarlo con delicatezza a reindirizzare la sua
esperienza verso una visione più ampia, quella del mozzo. Il piano delle possibilità è la via
attraverso cui emerge la presenza del genitore e si coltiva l’integrazione. Invece di avere filtri
immutabili di plateau contraddistinti dalla rigidità che restringano il nostro campo percettivo e il
nostro bagaglio di comportamenti, con l’accesso al piano delle possibilità ampliamo le nostre
capacità percettive e ci apriamo a rispondere al bambino con modalità che favoriscano la sintonia
e il conforto.
– Protetto. Il ruolo dei genitori e delle altre persone che si prendono cura di un bambino è
proteggerlo dai pericoli: tenerlo al sicuro, concretamente. In una relazione di attaccamento sicuro
è fondamentale anche far sentire protetto il bambino. Se invece gli incutiamo terrore
comportandoci con rabbia o in maniera instabile oppure precipitando noi stessi nel
disorientamento (i bambini sono estremamente sensibili verso i nostri umori: notano e
reagiscono intensamente non solo alle nostre azioni, ma anche ai nostri stati d’animo), è
importante che ritroviamo il nostro equilibrio e prendiamo atto che è necessario riparare la
rottura della sintonia. Con la pratica della ruota, possiamo essere più equilibrati e accedere al
mozzo per avere una visione globale del nostro comportamento e, di conseguenza, modificarlo
per mantenere il clima di protezione che ci auguriamo circondi ogni bambino. Non esistono
genitori perfetti; tuttavia, cercando sempre di mantenere la sintonia con i bambini e riparando
sistematicamente un’eventuale rottura, consentiamo loro di sentirsi compresi, confortati, protetti
e sicuri.

La pratica della ruota ha aiutato Monia a mettere a frutto il potere del mozzo e ad accedere al
piano delle possibilità, divenuto un luogo in cui rifugiarsi e trovare sollievo dai picchi e dai plateau
caotici e rigidi che, a un estremo, la portavano a esplodere di rabbia e, all’altro, a chiudersi in se
stessa, priva di forze mentali e fisiche. Caos e rigidità le rendevano molto difficile essere presente
per i suoi figli. Con la pratica della ruota, Monia ha acquisito l’abilità di liberarsi di questi schemi
caotici e rigidi che contraddistinguevano le sue azioni non integrate, al di sopra del piano delle
possibilità. Imparando ad accedere al piano, non solo si è sviluppato in lei uno spazio di
consapevolezza più vasto, ma da questo mare di potenzialità, ora divenuto accessibile, sono potuti
emergere nuovi modi di comportarsi.
Dalla prospettiva delle tre P, potremmo dire che Monia era ora in grado di essere maggiormente
presente verso i suoi bambini. Ciò non significa che questo tipo di atteggiamento ci fosse sempre:
semplicemente, ne aveva una maggiore consapevolezza e dimestichezza così da poter realizzare più
rapidamente un riadattamento o la riparazione di una rottura della sintonia, quando necessario. La
presenza genitoriale emerge dal piano delle possibilità. Proviamo a immaginare questo processo
dalla prospettiva dell’energia e delle probabilità. In precedenza, Monia si perdeva ripetutamente in
plateau rigidamente definiti e nei conseguenti picchi di reattività caotica o rigida. Lei era tutt’altro
che presente. Ora, con l’accesso al piano, Monia poteva restare nella spaziosità del tempo e della
scelta, una vastità interiore che non sapeva fosse stata sempre a sua disposizione al di sotto del
brusio dei suoi picchi e del filtro dei suoi plateau. Ora, per Monia come madre, potevano emergere
picchi di interazione che provenivano direttamente dal piano della presenza. Lei riusciva a sentire la
differenza, e probabilmente anche i bambini.
Lo ripetiamo: non esistono genitori perfetti. In tutti i miei libri per i genitori cerco di sottolineare
sempre questo aspetto, raccontando le tante volte in cui ho commesso degli errori nel rapporto con i
miei figli, in alcuni casi con grande sgomento da parte loro. Cerco anche di descrivere come, con un
atteggiamento di presenza verso i nostri figli, manifestiamo gentilezza non solo verso di loro, ma
anche verso noi stessi. Tale benevolenza esprime la nsotra consapevolezza della realtà che anche noi
siamo, semplicemente, umani. A partire dal piano delle possibilità, dal mozzo della ruota, possiamo
tutti trovare l’amore che ci consente di diventare i migliori amici di noi stessi, il nostro “gruppo di
sostegno”, per così dire. Naturalmente, abbiamo bisogno anche degli altri, ma la ruota ci incoraggia
a perseguire la meta fondamentale di offrire il “poker dell’attaccamento” a noi stessi. Da questa
condizione di maggiore integrazione, in cui colleghiamo il mozzo a un cerchione più diversificato, il
piano delle possibilità a plateau e picchi più flessibili, possiamo vedere e comprendere con più
chiarezza l’esperienza, darci conforto più efficacemente quando soffriamo, e offrire protezione a noi
stessi e agli altri. Possiamo diventare la nostra figura di attaccamento sicuro: un aspetto del divenire
amici di noi stessi che contribuisce a darci la forza e la resilienza interiore che poi potremo portare
nelle relazioni interpersonali.

La ruota della consapevolezza nel trattamento del trauma: Teresa e la trasformazione


di filtri traumatici della coscienza
Talvolta le esperienze di attaccamento compiute nel corso dell’infanzia non assicurano gli elementi
fondamentali di comprensione, conforto e protezione; la conseguenza è la formazione di un
attaccamento insicuro. Le persone con questa forma di attaccamento possono incontrare difficoltà a
sentirsi a loro agio nel mondo e a entrare in connessione con gli altri. Inoltre, l’attaccamento
insicuro sembra creare ostacoli alla realizzazione dell’integrazione nella vita, sia a livello cerebrale
sia nei rapporti con gli altri e con se stessi.
Oltre a esperienze non ottimali che portano alle tipologie di attaccamento insicuro evitante e
ambivalente, in cui l’adattamento del bambino mostra comunque una forma di organizzazione, si
verificano talvolta esperienze di attaccamento così estreme, come nel caso di abusi o trascuratezza,
da essere definite traumi dello sviluppo. Purtroppo, i traumi dello sviluppo sono molto comuni nella
nostra famiglia umana. Da una serie di studi è emerso come queste e altre esperienze meno
negative possano portare a problemi di salute sia fisica sia psichica e a difficoltà relazionali.
Nel libro Mindsight. La nuova scienza della trasformazione personale,8 ho descritto alcuni casi di
persone con diverse storie di attaccamento insicuro, tra cui il trauma dello sviluppo, che sono
riuscite a trasformare la propria vita recuperando la salute. L’importante messaggio da comunicare
qui fin dall’inizio è che, dagli studi sulla neuroplasticità – ossia sulla capacità di sviluppo e
cambiamento del cervello nel corso di tutta la vita –, emerge come sia possibile superare le
conseguenze degli attacchi portati in precedenza a una sana crescita del nostro cervello. Se la
compromissione dell’integrazione è la conseguenza di un attaccamento insicuro più o meno grave,
con la forma estrema di trauma dello sviluppo, la promessa – la speranza – sarebbe quindi quella di
riuscire a sviluppare un maggior grado di integrazione cerebrale in futuro superando un’esperienza
tutt’altro che ottimale del passato. Naturalmente, è importante prevenire la formazione di un
attaccamento insicuro in generale, e l’abuso e la trascuratezza in particolare; tuttavia, le vittime di
esperienze infantili sconvolgenti non devono disperare: porre rimedio è possibile. E su cosa si basa il
rimedio? Sull’integrazione. Ed è proprio l’integrazione a essere al centro di questo libro e della ruota
della consapevolezza.
Una rassegna degli studi riguardanti l’impatto del trauma dello sviluppo sul cervello indica come
queste esperienze estreme di relazioni non integrate nelle prime fasi della vita condizionino la
crescita di fibre integrative nel cervello. Riprendiamo la semplice equazione introdotta in
precedenza: le relazioni caratterizzate dall’integrazione favoriscono lo sviluppo dell’integrazione a
livello cerebrale; relazioni non integrate compromettono lo sviluppo dell’integrazione nel cervello.
L’integrazione che avviene in futuro – con le relazioni interpersonali all’interno di una terapia o con
gli amici, oppure con pratiche di autoriflessione come la scrittura di un diario e gli esercizi della
ruota della consapevolezza – contribuisce a sua volta allo sviluppo di un maggior grado di
integrazione nella vita a qualsiasi età.
Se riprendiamo il modello “manuale” del cervello che abbiamo introdotto nella seconda parte del
libro, possiamo ora visualizzare concretamente questi risultati. Le aree compromesse in seguito a un
trauma dello sviluppo sono: il corpo calloso, l’ippocampo, la corteccia prefrontale e il connettoma
complessivo del cervello. Il corpo calloso è l’insieme di fibre che collegano il lato sinistro e destro
della corteccia cerebrale, rappresentata nel nostro modello “manuale” dalle dita; la regione
dell’ippocampo, presente nel lobo temporale mediale, collega sistemi di memoria separati ed è parte
dell’area limbica, rappresentata dal pollice; la regione prefrontale, situata come dice il nome appena
dietro la fronte, è rappresentata nel nostro modello dalle unghie della dita: questa regione collega
tra loro la corteccia cerebrale, le regioni limbiche, il tronco cerebrale, il resto del corpo e il mondo
sociale. Infine, il termine connettoma indica le connessioni reciproche tra le molte zone
differenziate del cervello; a questo riguardo potremmo dire: “Ecco un connettoma interconnesso”
oppure “non particolarmente interconnesso”, come nel caso di un trauma.
Se avete notato come queste quattro aree di integrazione compromesse dal trauma siano proprio
le stesse aree che si sviluppano con il training mentale, ecco che avete compiuto una scoperta
caratterizzata dalla consilienza, dalla convergenza di saperi diversi. Gli studi sulla meditazione,
infatti, sono indipendenti dall’attività di ricerca sull’attaccamento e sul trauma, eppure questi
rigorosi ambiti di studio riguardanti l’influsso dell’esperienza sullo sviluppo cerebrale trovano un
punto d’incontro in riferimento all’aspetto dell’integrazione dei circuiti neurali. L’attaccamento
sicuro e la consapevolezza mindful sembrano essere, per così dire, “fatti della stessa pasta”. Mi piace
pensare che siano entrambi forme di sintonizzazione. L’attaccamento sicuro si basa sulla
sintonizzazione interpersonale; la consapevolezza mindful è una forma di sintonizzazione interiore,
tale per cui entriamo in sintonia con il nostro Sé interiore, di cui diventiamo amici.
La splendida notizia derivante da questa scoperta all’insegna della consilienza è che, se
l’esperienza di un trauma dello sviluppo ostacola la formazione di alcuni circuiti integrativi, il
training mentale può invece favorirla. Per poter confermare che l’implicazione consiliente
concernente il rapporto tra mindfulness e attaccamento riguardi anche le modifiche a livello
cerebrale ottenibili con pratiche riflessive in soggetti traumatizzati, abbiamo bisogno di studi mirati
su un numero elevato di persone, in cui si analizzi come anche le vittime di un trauma dello
sviluppo, considerate come gruppo, sviluppino l’integrazione neurale grazie al training mentale.
Forse vi starete domandando perché l’abuso o la trascuratezza che causano il trauma dello
sviluppo indichino la presenza di una relazione non integrata. Ricordiamo come l’integrazione
consista in differenziazione e collegamento. Possiamo forse dire che vi sia una differenziazione dei
bisogni del bambino, quando la rabbia del genitore sfocia in un abuso fisico o psicologico ai danni
del figlio? Oppure quando il genitore sfoga le sue pulsioni sessuali sul bambino? In entrambi i casi,
la risposta è: no. Queste forme di intrusione di fatto indicano una mancanza di differenziazione e
un eccessivo collegamento. E in caso di trascuratezza, c’è integrazione? La trascuratezza, fisica o
emotiva che sia, costituisce una profonda compromissione del collegamento: il bambino viene
lasciato solo, e quindi c’è un grado di differenziazione eccessivo, che compromette il collegamento
tra genitore e figlio alla base dell’integrazione. Abuso e trascuratezza sono esempi estremi di deficit
nell’integrazione relazionale.
È sorprendente come, persino senza adottare una prospettiva relazionale, i risultati della ricerca
siano chiari: il principale impatto a livello cerebrale di un trauma dello sviluppo è la
compromissione dell’integrazione nel cervello cranico. Poiché – come abbiamo visto – tutte le forme
di autoregolazione sembrano emergere dall’integrazione neurale, possiamo comprendere come il
trauma dello sviluppo predisponga a un’esistenza futura caratterizzata dalla mancanza di
regolazione, da una disregolazione sia a livello corporeo e cerebrale sia a livello relazionale, a meno
di un deciso sforzo per coltivare l’integrazione nella vita della persona. Poiché il senso del Sé emerge
dal corpo e dalle relazioni, si può comprendere come il trauma dello sviluppo costituisca un attacco
al senso di identità personale nel mondo.
Per certi versi, possiamo considerare l’impatto del trauma come una serie di plateau di vario tipo,
frutto di un’attività di costruzione che mantiene la persona in una modalità d’essere caratterizzata
da reazioni di sopravvivenza. Ricordiamo come i plateau svolgano la funzione di filtri della
coscienza che influenzano chi siamo; quindi, un trauma dello sviluppo può esercitare un influsso sia
in forma diretta – un influsso derivante dalle esperienze sconvolgenti di cui si è stati vittima – sia
nella forma del miglior adattamento possibile che si è riusciti a trovare di fronte a esperienze
terrificanti come l’abuso e la trascuratezza.
Tuttavia, se è vero che un trauma dello sviluppo e altre esperienze infantili avverse potrebbero
compromettere l’integrazione e creare ostacoli sociali, psicologici e fisiologici alla regolazione della
persona, è altrettanto vero che queste condizioni possono rispondere positivamente a interventi per
creare più integrazione in futuro. Riparare è possibile, anche se non è stato ancora dimostrato
empiricamente l’esatto meccanismo alla base della guarigione. La ruota della consapevolezza
potrebbe dimostrarsi utile in questo viaggio verso l’integrazione, poiché ci consente di accedere al
piano delle possibilità, con tutte le sue potenzialità per nuovi modi d’essere, celati al di sotto di
plateau rigidi e caotici, i filtri derivanti direttamente dal trauma o costruiti come forma di
adattamento che ci imprigionano in una condizione autoperpetuantesi, lontano dal flusso più
armonioso di una vita all’insegna dell’integrazione.
Le nostre ipotesi di fondo sono le seguenti: l’integrazione è alla base della salute. La nostra
crescita prosegue per tutto l’arco della vita. Mettere a frutto il potere del mozzo, accedere al piano
delle possibilità, può essere un passo importante nel viaggio verso la libertà. Se esperienze negative
come un trauma minano l’integrazione, forse lo fanno in parte bloccando l’accesso alla fonte di
nuove potenzialità presenti nel piano. Per trovare le risorse essenziali a favorire la guarigione
probabilmente è necessario sviluppare un maggior grado di integrazione che elimini gli ostacoli alla
creazione di un modo di vivere più salutare.
Erano queste le idee che si agitavano dentro di me quando conobbi Teresa.
Riprendiamo allora la storia di Teresa per approfondire un esempio di processo di guarigione e
crescita che potrebbe avvenire con la pratica della ruota e la nostra nuova prospettiva teorica delle
tre P. Sebbene la storia personale di Teresa sia segnata da un grave trauma dello sviluppo, le sue
esperienze danno a ciascuno di noi, a prescindere dalla nostra storia, l’opportunità non solo di
approfondire la comprensione degli altri, ma anche di trovare degli spunti generali per
comprendere la nostra stessa vita.
Come ricorderete, Teresa era una giovane donna di 25 anni che era stata vittima di un grave
trauma dello sviluppo; per questo motivo si rivolse a me per iniziare una terapia. Nel caso di Teresa,
ai periodi di trascuratezza nel corso delle prime fasi della sua vita erano seguiti, negli anni successivi
dell’infanzia, i terrificanti accessi di rabbia della madre alcolista e gli abusi sessuali di un patrigno
manipolatore e sadico che a oggi è ancora sposato con sua madre. Teresa, studentessa di dottorato,
aveva difficoltà a instaurare relazioni soddisfacenti che durassero più di qualche mese. Venne da
me per capire in che modo lei stessa contribuisse a creare questo tipo di esperienze, nella speranza
un giorno di uscire dall’isolamento in cui viveva. Imparare la pratica della ruota della
consapevolezza fu all’inizio molto difficile per lei. Di fatto, era terrorizzata e, proprio come altre
persone che ho osservato, aveva l’impulso di fuggire dalla pratica della ruota.
Perché fuggire?
L’impulso di fuggire è talvolta parte dello stato reattivo di attacco/fuga/blocco/svenimento
mediato dal tronco cerebrale che viene creato e rinforzato nel cervello in risposta a una minaccia
proveniente dall’esterno del corpo o persino da esperienze generate all’interno, dal corpo stesso o
dai meccanismi della mente. Questo stato reattivo è l’opposto di uno stato ricettivo, il quale attiva il
cosiddetto sistema di coinvolgimento sociale e crea un senso di fiducia in ciò che stiamo facendo e
verso le persone con cui lo facciamo.9 Proviamo a vedere come e perché la pratica della ruota
potrebbe innescare questo stato della mente reattivo di fronte a una minaccia, suscitando in Teresa
un senso di paura e l’impulso di fuggire. Gli insegnamenti che possiamo trarre dalla sua reazione
certamente potrebbero riguardare specificamente le sue esperienze traumatiche, ma è possibile
compiere anche delle generalizzazioni che esemplifichino diversi livelli di reazione alle componenti
della ruota e chiariscano ancor di più il modo in cui facciamo esperienza della mente, con gli aspetti
della memoria, dell’attenzione e delle emozioni, e, dalla prospettiva delle tre P, con il piano, i
plateau e i picchi della nostra vita.
In parecchie componenti della pratica della ruota si dirige l’attenzione focalizzata – l’attenzione
che incanala i flussi di energia e informazione verso la consapevolezza – direttamente su aspetti
della vita di una persona che potrebbero essere analoghi a un’esperienza traumatica infantile. Nel
cervello, elementi del presente possono fungere da “indizi” – cues è il termine specialistico – che
innescano il richiamo di esperienze del passato, le quali poi influenzano il divenire degli eventi
nell’attualità, condizionando le emozioni e le azioni nel presente nonché il modo di prepararsi per il
futuro. In altri termini, il cervello e l’esperienza della memoria collegano passato, presente e futuro.
In presenza di un trauma irrisolto, è possibile che le esperienze terrificanti vengano
immagazzinate a livello cerebrale principalmente in un livello di memoria chiamato memoria
implicita. La memoria implicita comprende sensazioni corporee, emozioni, immagini, pensieri e
impulsi comportamentali. Quando compare un indizio, per esempio un segnale esterno o una
condizione interna, è possibile che questi elementi impliciti vengano riattivati, recuperati dalla
memoria implicita. Un aspetto importante del sistema mnestico del cervello è che i ricordi impliciti
non elaborati, “allo stato puro”, vengono recuperati dalla memoria senza essere contrassegnati come
elementi del passato: non vengono percepiti come ricordi, ma come qualcosa che avviene nel
momento presente. Essenzialmente, ciò significa che, nel caso di un trauma irrisolto, il passato non
è realmente passato, in conseguenza del particolare modo in cui il cervello plasma la vita mentale.
Una prospettiva temporale può aiutare a chiarire questa importante scoperta. Quando facciamo
un’esperienza, codifichiamo l’attivazione delle reti neurali che avvengono in quel momento, un
processo che porta alla modifica delle connessioni cerebrali nelle forme che abbiamo esaminato in
precedenza: rafforzamento delle sinapsi, modifica della regolazione epigenetica, formazione della
guaina mielinica che rafforza le connessioni. Le connessioni modificate costituiscono la base
strutturale per l’immagazzinamento nella memoria. In un momento successivo, un indizio interno o
esterno, simile per alcuni aspetti all’iniziale esperienza di codifica, può innescare l’attivazione delle
stesse connessioni neurali memorizzate: a questo punto si ha il recupero dalla memoria.
Dagli studi condotti a questo riguardo è emerso che, nel caso della memoria implicita “allo stato
puro”, il processo di recupero fa sì che l’elemento di informazione recuperato giunga alla
consapevolezza, ma senza essere contrassegnato o etichettato come proveniente dal passato. Il
ricordo implicito non elaborato, una volta recuperato, plasma la nostra esperienza nel qui e ora, allo
stesso modo in cui saltiamo in sella alla bici e iniziamo a pedalare senza dover pensare: “Oh, sto
ricordando come andare in bici”. Secondo un’ipotesi formulata al riguardo, in presenza di un
trauma codifichiamo nella memoria in forma completamente implicita soltanto alcuni aspetti di
un’esperienza traumatica. Di conseguenza, quando viene recuperato, il ricordo implicito non
elaborato di un trauma del passato può giungere alla consapevolezza nel presente e dare la
sensazione che l’esperienza traumatica stia avvenendo in questo momento: probabilmente è questo
il meccanismo alla base dei flashback e delle emozioni e sensazioni intrusive vissute da chi è vittima
di un trauma irrisolto.
La focalizzazione dell’attenzione sul secondo segmento del cerchione può, per esempio, far
affiorare sensazioni fisiche di soffocamento, in particolare quando ci si concentra sul respiro o sul
torace, oppure la sensazione di subire una violenza sessuale, quando nel corso dell’esercizio
l’attenzione è rivolta ai genitali o alla bocca. Come dicevamo, se queste sensazioni fisiche sono
effettivamente tracce di un passato irrisolto, sedimentate ora nei livelli della memoria implicita allo
stato puro, allora quando vengono recuperate dal magazzino della memoria nella forma di
potenziali profili di attivazione neuronale, non vengono contrassegnate come aventi origine nel
passato, come “ricordi” nel modo in cui abitualmente li percepiamo, ma come realtà sensoriale del
qui-e-ora. Questa congerie di passato e presente è fonte di disorientamento e può essere
terrificante, poiché si crea confusione tra conduzione e costruzione, pervadendo la persona di
terrore e senso di impotenza. In presenza di un trauma irrisolto, la persona potrebbe pensare di
stare vivendo ora esperienze terribili, poiché non ricompone le tessere della memoria riguardanti un
evento accaduto in passato.
Dopo la prima esperienza con la pratica della ruota, Teresa mi descrisse le sue reazioni nei
dettagli. Mi raccontò che il secondo segmento del cerchione aveva fatto affiorare sensazioni
sconvolgenti, mentre l’attenzione allo spazio tra attività mentali nella rassegna del terzo segmento e
poi il passo successivo di piegare il raggio verso il mozzo avevano suscitato in lei un disagio di tipo
diverso. Abbiamo visto in precedenza come stare nella consapevolezza del mozzo della ruota, stare
nel piano delle possibilità aperte, potrebbe creare un senso di incertezza che, da una persona con un
trauma irrisolto, può essere percepito come fonte di grande pericolo.
Nella nostra disamina sull’attaccamento abbiamo visto che il corso dell’evoluzione ha fatto sì che
il cervello abbia bisogno del cosiddetto “poker dell’attaccamento”: essere compresi, confortati e
protetti per sviluppare un senso di sicurezza caratterizzato da uno stato di integrazione neurale.
Ciascuno di noi ha un’aspettativa innata riguardo al fatto che alla base del nostro essere qui c’è
proprio questo senso di sicurezza. Nelle neuroscienze questo aspetto viene definito sviluppo
cerebrale in attesa di esperienza: siamo geneticamente programmati per la formazione di circuiti che
gestiscano esperienze prevedibili per la nostra specie. Esempi rappresentativi sono l’udito e la vista.10
Personalmente ritengo che possano esserlo anche l’essere amati e accuditi. In altri termini, non
abbiamo bisogno di aver fatto esperienza di un senso di sicurezza perché dal nostro patrimonio
genetico si sviluppino il bisogno e la spinta del cervello verso la sicurezza stessa. Questi bisogni sono
parte delle regioni del cervello sociale responsabili dell’attaccamento e portano all’aspettativa innata
di avere le relazioni amorevoli cui aneliamo, relazioni in cui i nostri genitori, caregiver, partner e
amici siano presenti, sintonizzati, capaci di entrare in risonanza con noi e di coltivare la nostra
fiducia.
Se nella nostra vita di bambini prevale un attaccamento tutt’altro che ottimale, siamo costretti a
fare due cose in qualche misura distinte: siamo costretti ad accettare quello che ci viene dato; e
dobbiamo adattarci all’assenza di ciò che il cervello, nel corso dell’evoluzione, ha imparato ad
aspettarsi. L’adattamento è l’apprendimento di una strategia – una strategia di coping11 o struttura
difensiva, come viene chiamata da alcuni – che ci consente di affrontare il più efficacemente
possibile queste relazioni di attaccamento non ottimali, al fine di riuscire a sopravvivere.
Quando l’insieme di esperienze tutt’altro che ottimali comprende l’abuso o la trascuratezza che
causano il trauma dello sviluppo, l’incertezza diventa fonte di terrore. Il senso di terrore appreso
come reazione all’ignoto potrebbe influenzare anche la reazione all’incertezza connaturata al piano
delle possibilità. L’apertura della consapevolezza, lo stato di potenzialità aperte presente nel piano
che potrebbe essere vissuto da alcuni come libertà, viene anche descritto come assenza di
conoscenza, stare nel grado più basso di certezza, e per questo motivo può essere vissuto come
pericoloso da altri, che reagiscono di conseguenza. L’accesso al piano delle possibilità potrebbe
innescare il recupero di un ricordo implicito riguardante la convinzione profonda, ma non conscia,
che l’ignoto non può portare nulla di buono. Per queste persone, lo stato di imprevedibilità può
fungere da indizio che, innescando il richiamo di esperienze del passato, genera un senso di
minaccia, una reazione, questa, appresa in momenti precedenti della vita.
Il trauma dello sviluppo può toglierci speranze o aspettative, e farci precipitare in un mondo
terrificante, svuotato di relazioni affidabili, poiché le rotture ci appaiono irreparabili. Un effetto
diretto di esperienze traumatiche subite nelle prime fasi della vita è la codifica di queste esperienze
nei livelli impliciti della memoria. Ciò aumenta la probabilità che si verifichi, e in modo repentino,
l’intrusione di sensazioni corporee e di emozioni, e l’emergere di un senso di tradimento e
isolamento. Inoltre, come accennavamo, la persona vittima di un trauma elabora strategie di
adattamento che la aiutino a sopravvivere. Quando la realtà di una persona è un trauma dello
sviluppo, possono verificarsi molteplici conseguenze adattive; due tra queste sono l’esperienza di
dissociazione, caratterizzata da una frammentazione della normale continuità della coscienza, e lo
stato emotivo della vergogna. Queste due reazioni adattive al trauma sono comuni in seguito a
esperienze di abuso e trascuratezza, ma sono presenti spesso in diversi gradi in molti di coloro che
hanno avuto forme di attaccamento non ottimali che però non rientrerebbero nella definizione di
traumi dello sviluppo. Approfondiamo allora il fenomeno della dissociazione e poi le caratteristiche
del senso di vergogna.

Dissociazione
Vediamo qual è il contesto in cui emerge la dissociazione. Quando un circuito neurale
motivazionale e sociale dell’area limbica (il pollice nel nostro modello “manuale” del cervello) dà
avvio a uno stato che, se avesse voce, ci esorterebbe in questo modo: “Avvicinati alla figura di
attaccamento, il genitore, per essere protetto quando ti senti minacciato”, mentre un’altra area del
cervello più antica e situata più in profondità, ma altrettanto convincente, il circuito del tronco
cerebrale (il palmo della mano nel modello) esclama: “Allontanati da quella fonte di terrore!
Scappa!”, ci ritroviamo con una spinta ad avvicinarci, controllata dalla regione limbica, e
contemporaneamente con una spinta ad allontanarci, controllata dal tronco cerebrale. Quando la
fonte di terrore è la figura di attaccamento, in che modo possiamo risolvere il dilemma se abbiamo
soltanto un corpo? In che modo un unico corpo può avvicinarsi e contemporaneamente allontanarsi
dalla stessa persona, dalla persona che si prende cura di noi e che allo stesso tempo è la fonte della
minaccia? È una condizione che i ricercatori nel campo dell’attaccamento Mary Main e Erik Hesse
hanno definito “paura senza soluzione”; è un paradosso biologico, poiché la spinta ad avvicinarci e
quella ad allontanarci non sono conciliabili, visto che il corpo è uno soltanto. Da una rigorosa
attività di ricerca è emerso che la conseguenza della paura senza soluzione è la reazione mentale
chiamata dissociazione.
La dissociazione può assumere diverse forme, tra cui l’esperienza, in forma lieve, di sentirsi irreali
o disconnessi dal proprio corpo, o esperienze più intense di vuoti di memoria o senso di isolamento
di parti del Sé impossibilitate a comunicare tra loro, come in una condizione nota come disturbo
dissociativo dell’identità. La dissociazione, un esito comprovato del maltrattamento subito
nell’infanzia, può essa stessa diventare traumatizzante per la persona, poiché genera il vissuto di
non potersi fidare della propria mente. Questa sfortunata catena senza fine di reazioni traumatiche
indotte dall’adattamento al mondo esterno e poi anche al mondo interiore, può causare una
profonda frammentazione; ciò nonostante, ci sono per fortuna molte possibilità di crescita e
guarigione. La dissociazione è una reazione naturale al trauma; tuttavia, è possibile aiutare la mente
ad apprendere una nuova capacità di far fronte ai problemi interiori ed esterni attraverso una
relazione terapeutica che possa favorire la guarigione.
La ruota della consapevolezza può essere uno strumento efficace per favorire la presenza di un
“luogo” interiore di consapevolezza che vada oltre le reazioni dissociative, le quali potrebbero essere
reazioni “sopra il piano”, apprese per far fronte a un mondo inaffidabile. I punti sul cerchione
potrebbero essere elementi dissociativi di una memoria esclusivamente implicita, non elaborata, su
cui l’apertura del mozzo può aiutare a riflettere per poterne realizzare l’integrazione in una
narrazione emergente della vita della persona, una narrazione più ampia e via via più coerente.
Dalla prospettiva delle tre P, gli stati frammentati del Sé possono essere considerati come plateau
profondamente radicati che plasmano le reazioni alle esperienze attuali e hanno diversi gradi di
accesso alla memoria e alla conoscenza degli eventi dolorosi del passato. Agendo da filtri, questi
plateau sono tentativi di adattamento per aiutare la persona a sopravvivere separandone i modi
d’essere. Il piano delle possibilità, sebbene possa essere terrificante all’inizio, può diventare la fonte
di una nuova libertà e di una nuova autoconsapevolezza, a mano a mano che i plateau modificano
le rigide modalità di definizione e limitazione che caratterizzano il senso del Sé frammentato.

Vergogna
Se a questo insieme di adattamenti aggiungiamo anche il senso di vergogna, possiamo capire quanto
il trauma dello sviluppo possa essere difficile da affrontare. La vergogna è un’emozione che può
indurre una sensazione di peso sul petto, nausea e la tendenza a evitare il contatto visivo. La
convinzione mentale che spesso accompagna questo stato emotivo di vergogna è un senso di
inadeguatezza, di manchevolezza, della propria persona. Da questo punto di vista, la vergogna è
molto diversa dal senso di colpa o di imbarazzo, in cui pensiamo di aver fatto qualcosa di sbagliato
oppure di esserci esposti eccessivamente, ma in cui siamo in grado di correggere in futuro questo
tipo di comportamento o esposizione. La vergogna, invece, è accompagnata da un senso di
impotenza: se sono inadeguato e manchevole, se sono “merce avariata”, non c’è nulla che io possa
fare per cambiare. Non ho alcun potere. La vergogna non è presente soltanto nelle vittime di un
trauma; può essere parte di molte forme di attaccamento non ottimale.
Tale è il dolore che scaturisce dal senso di impotenza e disperazione, dalla sensazione di essere
intrappolati senza alcuna possibilità di riparare, che può essere molto difficile per la persona persino
prendere coscienza dell’esistenza stessa della vergogna nella propria vita. Per questa ragione, la
vergogna come adattamento a esperienze relazionali tutt’altro che ottimali o al maltrattamento può
veleggiare al di sotto del radar della consapevolezza, assente dalla vita quotidiana conscia. Potrebbe
darsi che la vergogna affiori in superficie e influenzi il repertorio di un comico, come nella famosa
battuta di Groucho Marx citata da Woody Allen: “Non vorrei mai far parte di un club che
accettasse tra i suoi soci uno come me”.
La buona notizia riguardo alla dissociazione e alla vergogna è che, sebbene siano condizioni
particolarmente invalidanti, sono entrambe curabili.

Guarigione
Nel caso di Teresa, la pratica della ruota ha messo in discussione entrambe queste forme di
adattamento al proprio doloroso passato. I ricordi dissociati di trascuratezza e abuso sessuale e fisico
hanno generato ansia e immagini angoscianti all’inizio della pratica. I ricordi impliciti scollegati
sono un esempio di una forma di dissociazione. In questi casi, molte persone provano all’inizio
l’impulso di evitare di prendere consapevolezza del proprio corpo; eppure, la rappresentazione del
corpo nel cervello cranico costituisce un importante punto nodale per conoscere le nostre emozioni
e sensazioni, per conoscere noi stessi. Anche solo per questa ragione, il modo migliore di
considerare le difficoltà nel percepire una qualsiasi parte del cerchione, e soprattutto il secondo
segmento, è ritenerle un invito ad approfondire ciò che sta avvenendo e a sanare le configurazioni
di memoria irrisolte che potrebbero continuare a intrappolare una persona. L’impulso di fuggire per
non provare più le sensazioni dolorose che emergono durante l’esercizio della ruota può essere
dovuto agli schemi di adattamento della persona e al suo insieme di abilità attuali, ossia gli schemi
mentali appresi che plasmano i flussi di energia e informazione, e che continuano a mantenerla
rinchiusa nella prigione del passato. Immaginiamo se, invece di fuggire e interrompere l’esercizio,
una persona come Teresa riuscisse, con un sostegno, a imparare ad accedere al piano delle
possibilità e ad aprirsi a qualsiasi plateau e picco possa affiorare e pervadere la consapevolezza.
Invece di diventare quei plateau e quei picchi – i punti sul cerchione della ruota – Teresa può ora
imparare ad accedere al piano, a stare nel mozzo, affinché possano emergere nuovi modi di essere.
Un invito di questo tipo rispecchierebbe un atteggiamento che potremmo sintetizzare
nell’espressione “Avanti, sono pronta!”, un atteggiamento fondamentale nel superamento del
trauma. Posso restare nel mozzo della mia ruota e invitare ogni “conosciuto” del cerchione nel
conoscere consapevole. Sono in grado di restare nel piano delle possibilità e aprire la mia mente a
ogni plateau o picco di memoria che potrebbe presentarsi. Questi elementi sopra il piano sono flussi
passeggeri di energia e informazione; non sono la totalità della mia identità. Con l’apprendimento
della nuova abilità di accedere al piano, divento aperto e ricettivo, invece di restare ripetutamente
chiuso e reattivo.
Il processo di guarigione potrebbe richiedere il recupero dalla memoria di tutti i picchi, tutti gli
elementi del cerchione, affinché possano giungere alla consapevolezza del piano ed essere
conosciuti a partire dal rifugio del mozzo: in questo modo, è possibile farli oggetto di riflessione e
creare nuove configurazioni di memoria. Per questa ragione, per il superamento di un trauma può
essere necessario sia disimparare le strategie di adattamento comprensibilmente adottate nel
doloroso passato, ma ora non più utili, sia imparare a essere ricettivi e a realizzare l’integrazione
della propria mente.
In tal modo, recuperare i ricordi può significare modificarli; nelle condizioni adatte, favorire la
consapevolezza degli eventi passati può di fatto liberarci dalla prigionia degli effetti che
continuerebbero a esercitare in assenza di una loro elaborazione. Per la risoluzione di un trauma è
fondamentale realizzare l’integrazione della ruota, così da poter coltivare l’atteggiamento “Avanti,
sono pronto!”, ed essere aperti a tutto ciò che potrebbe emergere dall’esperienza.
A livello cerebrale è stato studiato il processo di consolidamento corticale, ossia il processo che
consente l’immagazzinamento dei ricordi nelle regioni superiori del cervello. Per disimparare le
vecchie strategie e apprenderne di nuove potrebbe essere necessario uno spostamento dei ricordi
impliciti allo stato puro in un livello di memoria più flessibile e integrato, quello della memoria
esplicita. Potrebbe darsi che sia necessaria la consapevolezza per attivare l’ippocampo, una struttura
della regione limbica indispensabile per inserire i ricordi impliciti nelle due principali forme della
memoria esplicita, la memoria fattuale e quella autobiografica. Quando recuperiamo un ricordo da
una di queste forme di memoria esplicita, esso viene “contrassegnato” come sensazione ecforica,
ossia la sensazione di stare ricordando ora qualcosa del passato, un fatto che conosco o un episodio
o evento di cui ho fatto esperienza in prima persona. Ecforia significa semplicemente “recupero”; in
tal modo, i ricordi che affiorano possono essere percepiti come qualcosa che viene appunto
recuperato alla memoria, non come qualcosa che sta avvenendo in questo momento. Per la
trasformazione dei ricordi impliciti non elaborati e dissociati può essere necessario che il mozzo
della ruota accolga elementi del cerchione che da lungo tempo sono stati elusi.
Nella terminologia delle tre P, i plateau (modelli mentali e convinzioni) e i picchi (particolari
sensazioni o immagini) latenti della memoria implicita potrebbero essere stati inattivati o esclusi
dalla consapevolezza, poiché non sono stati collegati al piano delle possibilità. In altri termini, prima
non sapevamo che si trattasse di eventi del passato. La loro intrusione nella coscienza nella forma di
flashback o altri ricordi impliciti angoscianti non facilita il loro superamento: semplicemente ci
traumatizza nuovamente, facendoci sentire di nuovo impotenti e feriti. Una spirale davvero intrisa
di dolore.
Per favorire il processo di risoluzione del trauma e di guarigione, Teresa aveva bisogno, per così
dire, di allearsi con il mozzo della sua mente. Dalla prospettiva delle tre P, possiamo ora
interpretare questo passo nel suo cammino di crescita come il consentire che il suo stato di
probabilità dell’energia entrasse nella posizione di certezza quasi zero del piano delle possibilità. Sì,
proprio da dove ha origine la consapevolezza. E dove è necessario che avvenga l’integrazione della
memoria. Quindi, in una certa misura, a prescindere dal fatto di adottare la metafora del mozzo o il
meccanismo del piano, la questione è la stessa: poiché la consapevolezza di aspetti sconvolgenti è
sconvolgente essa stessa, è possibile che tali aspetti vengano evitati in un modo o nell’altro. Potrebbe
darsi che vi sia un blocco nel recupero dalla memoria o che i ricordi siano dissociati e quindi,
nell’affiorare alla consapevolezza, non ci si renda conto che si tratta di eventi vissuti in passato.
La visione del massimo grado di incertezza, la certezza quasi zero, del piano, ci consente di
acquisire una comprensione nuova e più ampia della situazione. In primo luogo, la reazione di
paura mostrata da Teresa di fronte all’incertezza è comprensibile, se si considera il terrore provato
in passato nelle situazioni incerte. Ciò significa che la sua paura del piano delle possibilità potrebbe
essere una risposta appresa, radicata in un particolare plateau che fa da filtro alla sua esperienza e
consente l’emergere soltanto di determinati picchi, come quelli di paura o terrore. Un secondo
importante elemento di comprensione è che, a prescindere da ciò che ci accade – quali che siano le
cause di condizionamenti diretti o adattamenti nella forma di plateau e picchi – niente può portarci
via il nostro piano delle possibilità. Niente.
Così, quando guardavo Teresa negli occhi, riuscivo a sentire una connessione con il suo piano
delle possibilità. Il vostro piano, il mio piano e quello di Teresa sono uguali, poiché l’infinito è
l’infinito. Come generatore di eterogeneità, come mare di potenzialità, il piano delle possibilità è la
fonte di tutto ciò che potrebbe essere. Quindi, non sto esagerando o cercando di fare del
sensazionalismo, quando dico a Teresa che credo in lei, che riesco a percepire la presenza di una
dimensione, di un luogo dentro di lei, traboccante di possibilità. Lo sento in ogni osso e in ogni
neurone del mio corpo. E mi auguro di riuscire a trasmetterle questa sensazione, e forse di riuscire a
trasmetterla anche a voi.
In presenza di un trauma irrisolto c’è un duro lavoro da fare. La splendida notizia è che il piano
delle possibilità è qui per consentire l’emergere di nuove combinazioni di configurazioni di energia.
È una risorsa, ed è diventato un rifugio per Teresa, anche se all’inizio le aveva provocato una
sensazione di disagio.
Come dicevamo, all’inizio questa apertura e questa incertezza possono incutere spavento.
Possiamo immaginare il terrore come un plateau basso che definisce il Sé di Teresa in uno stato
adattivo, cercando di proteggerla dall’ignoto. Per molti versi, come abbiamo visto a proposito delle
strategie di adattamento che impieghiamo per sopravvivere, la nostra rete della modalità di default
probabilmente genera questo senso di identità per consentirci di adattarci nel miglior modo
possibile alla situazione. Esiste uno strumento, la Adult Attachment Interview,12 in grado di svelare
direttamente stati irrisolti di trauma e di perdita a partire dalle caratteristiche di disorientamento e
disorganizzazione presenti nella narrazione della propria storia; si evidenzia così l’importanza
fondamentale di dare un senso alla storia autobiografica che raccontiamo a noi stessi e che definisce
la nostra identità. Uscire dalla prigione di plateau vincolanti che definiscono e limitano il Sé e dare
avvio a un’esperienza più libera: questo è il viaggio che è necessario compiere, un processo che è alla
base della possibilità di dare un senso alla nostra vita e di guarire da questi stati irrisolti dell’essere.
Proviamo a immaginare come l’evitare di stare nel piano delle possibilità influenzi il vissuto di
Teresa. L’assenza di conoscenza, l’incertezza, attivano stati di terrore appresi, immagazzinati nella
memoria implicita, che vanno evitati a ogni costo. I plateau e i picchi emergenti che rappresentano
queste reazioni adattive si ripetono così spesso da cristallizzarsi in un insieme di filtri della rete di
default. A mano a mano che Teresa cresce, la sua vita diventa sempre più imbrigliata, tanto che lei
diventa incline alla rigidità.
Teresa ha anche tendenze dissociative, e i suoi picchi e i suoi plateau non solo sono separati l’uno
dall’altro, ma emergono d’improvviso con emozioni o sensazioni corporee intrusive, ricordi impliciti
di esperienze traumatiche irrisolte. Questo caos spinge la sua mente verso l’estremo opposto a
quello della rigidità: rimbalza così da una riva all’altra, lontana dal flusso FACES di una vita più
armoniosa e integrata.
Avvicinarsi al mozzo della ruota durante l’esercizio significa imparare l’abilità fondamentale di
stare nel piano delle possibilità: imparare non soltanto a sopportare l’incertezza, ma anche a
prosperare grazie a essa.
Quando Teresa è riuscita a lasciar andare il filtro costituito dal plateau basso che probabilmente
le induceva un senso di paura e terrore di fronte all’apertura e immensità del piano, è avvenuto un
mutamento profondo. Questa visione suggerisce che il panico provato da Teresa non fosse nel
piano, bensì fosse una reazione di un plateau adattivo costruito nel corso della sua storia, che
determinava queste sue reazioni all’apertura e incertezza del piano. Il lavoro da compiere non era
continuare a evitare il piano delle possibilità oppure modificarlo, bensì aiutare Teresa ad accedere al
piano, sostenendola mentre imparava ad aprire la mente all’idea che le sue passate strategie di
adattamento, pur utili in precedenza, avevano bisogno di un aggiornamento. Era, per così dire,
tempo di “scaricare” una versione più recente del senso del Sé protettivo definito dalla rete di
default. Era tempo per un rifacimento dei plateau.
Teresa cominciò a provare un senso di sollievo e tranquillità, sia pur breve all’inizio, mentre
faceva l’esercizio della ruota. Si dedicava a questa pratica ogni giorno per acquisire un senso di
padronanza di fronte ai sentimenti di mancanza di controllo e alla convinzione di non essere
“padrona di nulla” che spesso aveva provato in precedenza. Con la continuazione della pratica,
Teresa riuscì a provare un senso di gioia, connessione e gratitudine, anche se all’inizio aveva paura
di ammetterlo a se stessa per timore che questi sentimenti svanissero.
L’esplorazione della ruota è stata la base da cui partire per il lavoro di riflessione sulle sue
esperienze del passato e sul modo in cui avevano condizionato il suo sviluppo fino a quel momento
della sua vita. Ora era venuto il momento di vedere come la comprensione dell’influsso del passato
avrebbe potuto aiutarla a renderla libera di vivere una vita nuova. La riflessione sul passato e lo
sviluppo di una mente più integrata con la pratica della ruota vanno di pari passo. L’apprendimento
di nuove abilità di integrazione è fondamentale per aggiornare il “software del Sé”, potremmo
chiamarlo il “Séware”. Considerata la possibilità che la mente sia una proprietà emergente dei flussi
di energia, e che questi flussi comportino – come abbiamo visto – variazioni di probabilità, la
capacità di Teresa di riprendersi la propria mente si concretizza nella formidabile capacità di
imparare nuove modalità di monitoraggio e modifica di queste stesse variazioni. In parole semplici,
Teresa stava compiendo una revisione dei rapporti tra il suo piano delle possibilità, i suoi plateau e i
suoi picchi.
Inoltre, la riflessione sul passato è stata importante per disimparare le strategie evolutive di
adattamento ereditate da un passato che prima non aveva senso. Dare un senso a un passato che
era privo di senso significa aprirsi alle sensazioni di un tempo e ricomporle nel presente per
comprendere quale influsso abbiano avuto allora e come potersi liberare per vivere la vita che si
desidera ora. Ecco perché dare un senso ha così tanto senso ai fini dell’integrazione! Non possiamo
cambiare il passato, però possiamo cambiare la nostra comprensione del suo influsso su di noi e la
nostra consapevolezza della possibilità di conquistare la libertà nel presente per poter essere liberi in
futuro. Se in passato era comprensibile provare terrore nell’aprirsi all’incertezza, ora l’accesso al
piano delle possibilità ha trasformato l’apertura verso l’ignoto in un percorso verso la libertà.
Lavorando anche sul vissuto di vergogna provato da Teresa, riuscimmo a considerare questo
stato emotivo da una nuova prospettiva: un plateau di umore e convinzione che predisponeva la
sua mente a dare origine a determinati picchi rappresentati dall’emozione della vergogna e dal
pensiero di essere inadeguata, manchevole. Le era stata inculcata la convinzione che il nucleo del
suo essere, la sua essenza, fosse rovinata, “robaccia”, che lei fosse una persona cattiva. Ora, con la
presenza della pratica della ruota nella sua vita e la nostra relazione terapeutica che si attuava in
dialoghi riflessivi, Teresa riuscì, letteralmente, a vedere, grazie alla metafora visiva della ruota, che
la vergogna non era altro che una forma comprensibile di adattamento al proprio doloroso passato.
Il senso di vergogna era un punto sul suo cerchione, non una qualità del suo mozzo, del nucleo
fondante della sua persona, della sua essenza.
Da bambini non possiamo dire semplicemente: “Oh, i miei genitori non sono disponibili a
prendersi cura di me in modo adeguato, perché sono distratti o emotivamente disturbati. So di
avere connessioni neurali ‘in attesa dell’esperienza’ che io venga amato dai miei genitori, ma in
questo momento queste aspettative vanno deluse. Quindi, i miei genitori non sono in grado di
tenermi al sicuro. Nessun problema; soddisferò altrove il bisogno di essere compreso, confortato,
protetto e sicuro”. Se i bambini ragionassero in questo modo, si sentirebbero del tutto esposti al
rischio di morire senza la protezione dei genitori. L’incessante sensazione di terrore potrebbe farli
impazzire. Quindi, invece di impazzire, i bambini tendono a vergognarsi. Da bambino posso
sopravvivere se dico a me stesso: “Ho genitori affidabili, che mi amano e si prendono cura di me.
Non sto ricevendo quello di cui ho bisogno perché sono inadeguato e in effetti non merito davvero
che i miei bisogni vengano soddisfatti”. Probabilmente, è questa l’origine del senso di vergogna
come strategia di adattamento.
Tutte queste emozioni e convinzioni apprese sono plateau e picchi al di sopra del piano. Il
trauma non deturpa il piano delle possibilità. Persino con l’impatto diretto di sensazioni corporee e
interazioni terrificanti, e di adattamenti secondari come la dissociazione e la vergogna, il piano resta
il piano. Il trauma forgia i plateau e i picchi che definiscono la nostra identità, perlomeno nel
momento. Nel corso del tempo, la ripetuta attivazione di queste configurazioni di energia sopra il
piano rinforza la convinzione di essere inadeguati che è alla base del senso di vergogna, nonché la
frammentazione del Sé riconducibile alla dissociazione. Sono forme di adattamento dei processi
interiori situate sopra il piano, finalizzate alla sopravvivenza, che perpetuano il senso del Sé
traumatizzato; al livello del piano, invece, sono presenti modi di essere potenziali non ancora
realizzati, in attesa di essere lasciati liberi di attuarsi.
Proviamo a immaginare la crescita di Teresa quando riuscì ad accedere a questo nucleo interiore
di chiarezza e serenità presente nella sua vita. Restando al livello della metafora, potremmo dire
che, in qualche modo, il mozzo della ruota divenne una via di guarigione. Sempre in base alla
metafora, il suo trauma irrisolto era costituito da elementi intrusivi del cerchione, che ora non la
imprigionavano più. Tuttavia, immergendoci nel meccanismo del piano, della prospettiva delle tre
P, possiamo vedere come il trauma influenzi le funzioni di probabilità e come un processo di
guarigione richiederebbe di affrontare le configurazioni di energia, derivanti direttamente
dall’esperienza traumatica o sviluppate come forma di adattamento a essa, che ci allontanano dalla
fonte stessa della guarigione, da quel mare di potenzialità dentro di noi che il trauma non è in
grado di intaccare. Naturalmente, anche il cervello concorre alle strategie di adattamento attraverso
modifiche al proprio interno: come ricorderete, infatti, dove l’attenzione va, una serie di neuroni si
attiverà e una connessione nervosa si formerà. Nella sua giovane vita, Teresa era stata costretta a
evitare il piano delle possibilità e a sostituirlo con il plateau basso costituito da un filtro di
definizione del Sé derivante dalla rete di default, un filtro che generava in lei un senso di vergogna:
ora questo plateau poteva essere compreso come forma di adattamento che le aveva impedito di
impazzire in una famiglia dominata dalla follia.
Possiamo persino dare un senso a situazioni che di senso non ne avevano, sentendo,
letteralmente, in modo profondo che cosa ci è accaduto e comprendendone l’influsso su di noi. In
questo cammino alla ricerca del senso, abbiamo bisogno del rifugio costituito dal mozzo della ruota,
della possibilità di scelta e cambiamento che scaturiscono dal piano delle possibilità, affinché sia
possibile per noi imboccare nuovi sentieri verso la liberazione. Nel processo di attribuzione di senso,
alla fine emerge spesso un sentimento di perdono: non una giustificazione dell’abuso o della
trascuratezza, ma come dice il mio collega e amico Jack Kornfield nella sua vita personale e nella
sua attività professionale, cui abbiamo accennato nelle pagine precedenti, perdonare significa
“rinunciare a ogni speranza di un passato migliore”.
Teresa è riuscita ad accedere al suo piano delle possibilità e a trovare l’amore che era sempre
stato lì, sepolto sotto plateau e picchi di adattamento che cercavano di proteggerla, ma che avevano
finito per imprigionarla lungo il cammino. Ora la sua stessa mente poteva diventare la fonte di ciò
che lei aveva sempre desiderato. Poteva liberarsi da quella prigione e aprire il proprio piano delle
possibilità per sprigionare la magnificenza della gioia e gratitudine, di cui ora poteva finalmente fare
esperienza nella sua vita. Teresa era in grado di comprendere la propria mente con uno stato di
consapevolezza ricettiva, sintetizzabile nell’esortazione “Avanti, sono pronta!” che costituisce
l’essenza della presenza. Era in grado di confortare se stessa, con tenerezza e sollecitudine, offrendo
il genere di sintonia e compassione che ora sentiva di meritare. Ed era in grado di proteggersi,
consapevole dei reali pericoli potenziali presenti nel suo mondo, ma evitando di provare terrore per
il mondo irrisolto del passato, un tempo celato nella memoria implicita. E tutto ciò – essere
compresa, confortata e protetta – ha consentito a Teresa di sviluppare un nuovo senso di sicurezza
nella propria vita.

La ruota, la vita professionale e una mente risvegliata: Zachary e l’accesso al piano


Nell’insegnare la pratica della ruota nel corso degli anni, mi è diventato molto chiaro come
l’integrazione della coscienza non aiuti soltanto a trovare serenità e chiarezza nella propria vita; per
molte persone, infatti, emergono un significato e un senso di connessione che talvolta vengono
definiti come essenza di una forma di crescita spirituale, un risveglio della mente. Come mi disse
una volta un mio allievo: “Mi sento completo ora. Mi sento libero come mai avrei pensato di poter
essere”. Queste parole semplici ma profonde furono accompagnate da un sorriso e da una luce
nello sguardo assolutamente eloquenti.
Come ricorderete dall’inizio del nostro viaggio, Zachary frequentò uno dei miei seminari sulla
pratica della ruota della consapevolezza e alla fine ebbe un’esperienza simile a quella del mio
allievo. Prima di dedicarsi alla pratica della ruota, Zachary si occupava di investimenti immobiliari,
ma non trovava più un senso nel suo lavoro. Mi disse che si sentiva come se qualcosa si fosse
“spento” nella sua vita. A differenza delle altre storie di vita che abbiamo esaminato finora, in cui
erano presenti problemi derivanti da un modo di pensare rigido o caotico, la narrazione di Zachary
evidenziò, nel modo in cui l’aveva espressa, il fatto che la sua vita sembrasse procedere proprio
secondo le sue aspettative. Se pure c’era un unico elemento della sua vita che avrebbe forse avuto
bisogno di attenzione, era un certo senso di grigiore che provava al lavoro, cui non riusciva del tutto
a dare un nome.
Zachary mi disse successivamente che, a mano a mano che continuava a fare l’esercizio della
ruota dopo il seminario del fine settimana, provava un senso di grande distanza dagli obiettivi
dell’azienda dove lavorava, sebbene gli piacesse molto collaborare con i colleghi e provasse grande
affetto e ammirazione per loro. Quando provò per la prima volta il quarto segmento del cerchione,
l’immersione nel senso della nostra interconnessione, Zachary venne pervaso da un senso di gioia
ed euforia, che lo sorprese. Dopo la fine del seminario, mentre rifletteva su ciò che mancava nella
sua vita in quel momento, queste sensazioni lasciarono il posto a sentimenti di desiderio e
privazione.
Pensando alla propria esperienza, Zachary mi disse che aveva timore a esprimere il proprio
affetto e la propria ammirazione ai colleghi: aveva paura di apparire “troppo molle”. Una volta ho
sentito pressoché le stesse riflessioni da un funzionario di governo che aveva partecipato a un
seminario di pratica della ruota tenutosi anch’esso durante un fine settimana. A differenza di
Zachary, questo funzionario, il quale ricopriva una carica elettiva, aveva detto di non avere
intenzione di condividere con i suoi colleghi policy maker la propria esperienza – in questo caso, ciò
che era emerso nella parte del mozzo-nel-mozzo – perché il suo vissuto di amore sarebbe stato
interpretato come un segno di debolezza o della presenza di qualcosa di sbagliato in lui. Dissi a
questo pubblico ufficiale che, sebbene comprendessi la sua riluttanza ad apparire debole di fronte ai
colleghi, mi domandavo anche come potessero, lui e loro, escludere l’amore dalla pianificazione di
politiche per le comunità che erano stati eletti per servire. Nel sentire queste riflessioni, spalancò gli
occhi e lentamente mi rivolse un cenno d’intesa con il dito; poi andò a parlare con i colleghi.
Auguriamoci che con il suo coraggio, lui e i suoi colleghi possano insieme portare questo senso di
interconnessione e gioia, questo amore, nel loro lavoro a beneficio delle nostre comunità condivise.
(Amore è una parola potente. Proprio mentre sto digitando queste parole per voi, il cellulare mi
segnala un messaggio in arrivo. Faccio una pausa dopo aver digitato “comunità condivise” e vedo
che il messaggio è di mia figlia, l’illustratrice di questo libro, Madeleine Siegel, che sta facendo da
babysitter ad alcuni amici di famiglia. Di seguito riporto la foto che mi ha mandato: un disegno che
ha appena fatto per i bambini di cui si prende cura, che le hanno domandato cosa sia l’amore:
“Amore è prendersi davvero cura di un’altra persona e del suo benessere, mentre ci prendiamo cura
di noi stessi e del nostro benessere.” Mentre torno al computer per continuare a scrivere, il
salvaschermo ha, naturalmente, una fotografia: è una foto di mia figlia che però non è mai apparsa
prima a video. Coincidenza temporale? Entanglement? Chi può saperlo? Ma mi piace!)
L’esperienza di Zachary con la parola amore, simile a quella del funzionario governativo, mi
portò a riflettere su come nella nostra vita professionale, proprio come nell’intera nostra vita, possa
essere così difficile entrare in relazione con gli altri a partire dalla fonte dell’amore, dal piano delle
possibilità. Probabilmente abbiamo assorbito dalla scuola, o forse dagli amici o dai nostri familiari, o
semplicemente dalla società nel suo complesso, il messaggio che per stare al mondo si debba essere
duri e autonomi. In altri termini, abbiamo ricevuto il messaggio che c’è forza nella separatezza e, di
conseguenza, ci sentiamo maggiormente a casa, abbiamo più familiarità, con gli stati sopra il piano
che potrebbero impedirci di prendere coscienza della profonda interconnessione offerta dal piano
delle possibilità. Questa interconnessione si estende alle nostre relazioni con gli altri e anche alla
concezione del nostro ruolo nell’universo, al nostro senso di finalità e significato. Come abbiamo
visto, in molti hanno detto che significato e senso di connessione sono ciò che intendono con il
termine spirituale.
L’aspetto della mente legato al significato può emergere in modo diverso in ciascuno di noi.
Possiamo riconoscere ciò che vediamo come le FACCE del significato a livello cerebrale, in cui fasi di
sviluppo, associazioni, cognizioni, convinzioni ed emozioni si uniscono in modi differenziati,
collegandosi per creare la percezione integrata di significato. Lo psichiatra Viktor Frankl ha
descritto efficacemente, nelle sue opere e nelle sue conferenze, come il fatto di trovare un
significato nella nostra vita possa darci forza e finalità. Per me, come psichiatra e scienziato, come
padre e marito, figlio e amico, il significato emerge con l’integrazione. Pertanto, vivere con
significato vuol dire trovare il modo per far sì che l’essere e il fare attingano alla nostra libertà di
associazioni, e riuscire a collegarle alle convinzioni cui teniamo; vuol dire coltivare flussi affini di
pensiero che chiamiamo cognizione; intrecciare passato, presente e futuro nel nostro sviluppo
nell’arco della vita; e aprirsi all’intero spettro del vissuto emotivo. Questo è il vivere una vita
“integrante” densa di significato, una vita che non è mai compiuta, mai conclusa come un aggettivo
come “integrato” potrebbe far pensare, ma è in divenire, come indicherebbe un verbo, una versione
di “integrare” che potremmo appunto esprimere con “integrante” o “integrativa”. È così che diciamo
la nostra verità, che viviamo con significato “dall’interno all’esterno”, ossia a partire dal nostro
vissuto per rivolgerci alle relazioni con gli altri; è così che perseguiamo i nostri sogni con integrità,
insight e compassione. Vivendo a partire dal piano delle possibilità, sono in grado sia di essere in
relazione sia di fare, di attuare comportamenti all’interno della relazione. Posso impegnarmi per
realizzare la differenziazione e il collegamento: posso vivere con significato. Il significato emerge sia
con l’essere sia con il fare. In questo stato integrativo, questo stato del solo essere e fare con un
atteggiamento di presenza che ci unisce agli altri, emerge il senso del “sì”, una sensazione di
speranza e chiarezza, accompagnata dal sentirsi bene, completi, liberi, con un senso di lucidità e
intrinseca coerenza.
Significato e senso di connessione emergono in una vita all’insegna dell’integrazione.
Con il senso di connessione sentiamo a un livello profondo che il nostro Sé non è un’entità
separata, diversamente da come i messaggi ricevuti dalla scuola e dalla società contemporanee
potrebbero averci insegnato che sia. Il nostro Sé è sia dentro di noi sia tra noi: è, per così dire, intra
e inter. Il significato emerge a mano a mano che l’integrazione viene lasciata libera di realizzarsi
nella nostra vita.
Così tanta parte dell’istruzione scolastica riguarda il conoscere la risposta giusta. Veniamo di
continuo incoraggiati a imparare nozioni e veniamo ricompensati quando agli esami scegliamo
quell’unica soluzione corretta o la formulazione specifica migliore per un tema. Queste esperienze
educative rinforzano un tipo di vita vissuta al di sopra del piano delle possibilità. Scegliamo la
risposta a un test con un picco, costruiamo un saggio con un pensiero sottopicco a partire da un
plateau contenente determinate modalità di avvicinarci al sapere, e ne scriviamo le frasi con
specifici picchi di attualità.
C’è molto lavoro di costruzione per raggiungere l’obiettivo di una corretta modalità di traduzione
in atto. Non viene attribuito particolare valore al flusso sensoriale della conduzione.
Nel piano delle possibilità, non ci sono risposte giuste e sbagliate presenti a priori nell’esperienza;
non ci sono giudizi prestabiliti su come le cose dovrebbero essere, nessuna rigida aspettativa
predeterminata dall’esperienza pregressa. È una condizione molto simile a quella della poesia scritta
da Rumi, in cui questo poeta mistico descrive un campo situato al di là del fare in modo giusto o
sbagliato: “Quando l’anima giace in quell’erba, il mondo ha una tale pienezza che è impossibile
parlarne”. Certamente, come scrive Rumi, “Ti incontrerò là”, in quel campo pieno di ineffabili
potenzialità senza forma, un campo che ora possiamo immaginare come il piano delle possibilità da
cui emerge la consapevolezza. È vivendo a partire dal piano che possiamo davvero incontrarci l’un
l’altro e trovare un significato nella nostra vita.
Se vi fosse capitato di lavorare con spirito di collaborazione con i colleghi, forse conoscerete
l’energia che scaturisce da questa unione, in cui ciascuna persona viene rispettata per il suo punto di
vista, e la sinergia della collaborazione dà origine a qualcosa di più grande di ciò che il singolo
avrebbe potuto realizzare. È la sinergia dell’integrazione, in cui il tutto è maggiore della somma
delle parti. È la sinergia dell’amore.
In assenza di integrazione, siamo inclini a vivere una vita nell’isolamento, priva di vitalità, senso
di connessione e significato. Ciò nonostante, potremmo semplicemente esserci adattati,
comportandoci secondo aspettative esterne in maniera meccanica, senza sapere che questi aspetti –
la vitalità, il senso di connessione e il significato – non vengono valorizzati nella nostra vita
quotidiana familiare e professionale. A 55 anni, Zachary si trovava ora a un punto in cui aveva una
vita familiare piena, il suo rapporto con la moglie e i figli era gratificante, e la sua attività
immobiliare bene avviata. Dopo aver frequentato il primo seminario insieme al fratello e aver fatto
esperienza della ruota, Zachary divenne consapevole di sensazioni che prima non era mai riuscito a
percepire chiaramente. Cominciò a prendere coscienza del fatto che nella sua vita mancasse
qualcosa, qualcosa che però non riusciva a decifrare. Un anno dopo, Zachary tornò da me per un
secondo seminario di pratica della ruota: fu affascinante scoprire come la ruota stesse trasformando
la sua vita.
Probabilmente, ad affliggere Zachary da un po’ di tempo nella sua vita professionale nel periodo
antecedente il nostro primo seminario, era stata la mancanza di significato e senso di connessione.
Guadagnare a sufficienza per la famiglia era, naturalmente, importante per la sopravvivenza e per il
benessere finanziario. Tuttavia, il fatto di considerare il denaro come unico scopo della propria vita
lavorativa lasciava un vuoto in buona parte delle sue giornate. Zachary aveva raggiunto una solida
situazione finanziaria, importante per sopravvivere. Ora la questione era non solo sopravvivere, ma
essere felici. Quando abbiamo la fortuna di poter scegliere il genere di lavoro che facciamo o di
riflettere sul significato che il lavoro ha per il nostro posto nel mondo, abbiamo la possibilità di
fermarci a considerare come trasformare la nostra vita professionale. Non a tutti viene concesso
questo lusso, forse neppure a molti. Eppure, ciascuno di noi può essere consapevole del fatto che
vivere con un atteggiamento di presenza ed essere utile agli altri sono aspetti, comprovati dalla
ricerca, alla base di una vita densa di scopo e benessere. Anche senza cambiare professione o
azienda, possiamo impiegare il senso di una mancanza, l’aspirazione a qualcosa di più, per
risvegliare la nostra mente a un nuovo modo di vivere, maggiormente pervaso di significato, senso
di connessione e vitalità. È, questo, un modo di vivere nel mondo all’insegna dell’integrazione che
possiamo imparare a creare nella nostra esistenza.
Proprio il senso di una mancanza indusse Zachary a cominciare a porsi domande fondamentali
sul significato e il senso di connessione nella sua vita professionale. Era stato proprio questo insieme
di interrogativi ad aver indotto il fratello a invitare Zachary al nostro primo seminario sulla ruota
della consapevolezza, chiamato “Soul and synapse [Anima e sinapsi]”. Il piano delle possibilità è il
nostro mare di potenzialità. Con un accesso completo al piano, troviamo l’ispirazione per
immaginare modi di essere e di fare a livello individuale e interpersonale che potrebbero andare
molto oltre ciò che avremmo potuto consapevolmente concepire in precedenza. A mano a mano
che ci dedichiamo alla pratica della ruota e diventiamo più abili nel differenziare il mozzo dal
cerchione, ci allontaniamo dai plateau che, con la loro funzione di filtro, limitano la nostra vita.
Influenziamo anche l’architettura del nostro cervello, allentando i concetti restrittivi riguardanti il
Sé costruiti dalla rete di default, e consentendo l’emergere di nuove combinazioni di attivazioni
neuronali.
Dopo la prima sera del nostro primo seminario dedicato alla ruota, Zachary iniziò a interrogarsi
su come le sue relazioni favorissero il benessere delle altre persone. In che modo la collaborazione
con gli altri lo aiutava a diventare parte di una entità più grande, di una totalità più vasta che non
esisteva quando era da solo? In che modo l’impegno nel suo lavoro rendeva il mondo migliore per
tutti noi e per le generazioni future? Se l’integrazione emerge naturalmente dalla presenza, e la
presenza è essenzialmente il piano delle possibilità, allora q