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PARTE PRIMA

CAPITOLO 1: ELEMENTI DI ELETTROMAGNETISMO

1.1 : cenni di dinamica di masse ed energia.

Con il termine radiazione s‟intende, in generale, che una qualche entità fisica prodotta in
una zona dello spazio viene in esso propagata a distanza, sicché la radiazione costituisce
una specie di collegamento tra separate zone dello spazio, lungo il quale transitano flussi
di energia e di informazione senza che tuttavia avvengano traslazioni di materia tra le zone
suddette.
Quest‟ultima affermazione non è esatta se il fenomeno si esamina secondo la fisica
relativistica, per la quale l‟energia possiede una massa, non costituita da materia nel senso
classico del termine, ma avente comportamenti dinamici analoghi a quelli della meccanica
del corpo materiale.
Secondo la teoria quantistica la radiazione consiste in un flusso di fotoni dalla zona
emittente verso quella ricevente.
Si vede fin d‟ora che la radiazione presenta aspetti non univoci, ed eventualmente
complementari, che vanno interpretati a seconda degli sviluppi che si incontrano nella
trattazione del fenomeno.
Si deve inoltre ammettere un mezzo atto a veicolare la radiazione, del quale più avanti
vedremo le caratteristiche fisiche, e che stabiliamo fermo rispetto alle coordinate spaziali
che lo contengono, che comprenda i punti di emissione e di ricezione della radiazione, che
sia ovunque omogeneo, uniforme e continuo.
Con tutta evidenza lo spazio vuoto è mezzo trasmissivo per l‟energia solare, luce e calore
che sono energia elettromagnetica, dunque gli attribuiamo delle qualità fisiche “non nulle”
come invece il termine “vuoto” potrebbe far pensare; nel secolo 19° venne ipotizzata
un‟entità universale detta etere, che poi risultò immaginaria e fisicamente inconsistente.

Ciò posto, alcuni esempi di radiazione possono essere i seguenti:

1) i movimenti superficiali in un bacino d‟acqua stagnante colpito da un sasso.


2) il suono -nell‟aria- da uno strumento all‟orecchio.
3) la luce, da una lampada all‟occhio.
4) il segnale radio, dall‟antenna emittente a quella ricevente.

I fenomeni 1 e 2 sono meccanici; 3 e 4 sono elettromagnetici.


I mezzi trasmissivi sono, in 1 l‟acqua; in 2 l‟aria; in 3 e 4 lo spazio vuoto.

Le entità fisiche suindicate portano quantità di moto, che si rendono disponibili al posto di
ricezione come forze capaci di interagire su adatti dispositivi riceventi: un galleggiante
sull‟acqua, il timpano dell‟orecchio, la rètina dell‟occhio, le cariche elettriche di
conduzione dell‟antenna radio ricevente. Ove le energie irradiate raggiungono un organo
ricevente ad esse sensibile, agiscono su di esso e vi svolgono un lavoro, producendo degli
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effetti che costituiscono la ricezione dell‟entità irradiata; questo lavoro -a meno delle
perdite e delle dispersioni- corrisponde a quello eseguito nel luogo di emissione dalla
forza iniziale sul mezzo della sua propagazione.

L‟idea di forza è soltanto apparentemente ovvia; la sua definizione richiede un giro di


parole, che conduce a dire non proprio cos‟è una forza, ma piuttosto quali sono i suoi
effetti:
una forza applicata ad una massa provoca la variazione del suo precedente stato di quiete o
di moto; ancor più sinteticamente: una forza accelera la massa cui viene applicata.
Il termine “accelerazione” è generale, cioè riguarda tutte le accelerazioni, comprese
decelerazioni e cambiamenti di traiettoria.
Queste definizioni traggono origine dagli esperimenti di Galileo e dagli studi di Newton
dai quali conseguono i tre basilari principi della dinamica:

1° principio, detto anche principio di inerzia: tutti i corpi mantengono il loro stato di
quiete o di moto rettilineo uniforme se non interviene un‟azione atta a mutare tale stato.

2° principio, detto anche legge fondamentale della dinamica: il cambiamento del moto
d‟un corpo è proporzionale alla forza motrice impressa ed avviene secondo la direzione di
questa.

3° principio, detto anche principio di azione-reazione: ad un‟azione corrisponde sempre


una reazione eguale e contraria: sicché le interazioni tra due corpi sono sempre eguali e
dirette in verso opposto.

Data l‟importanza dell‟innovazione newtoniana, trascriviamo dall‟originale :


lex I : corpus omne perseverare in statu suo quiescendi vel movendi uniformiter in directum nisi quatenus a
viribus impressis cogitur statum illum mutare.

lex II : mutationem motus proportionalem esse vi motrici impressae et fieri secundum lineam rectam qua vis
illa imprimitur.

lex III : actioni contrariam semper et aequalem esse reactionem : sive corpum duorum actiones in se mutuo
semper esse aequales et in partes contrarias dirigi.

Massa, accelerazione, forza, sono dimensionalmente definite al capitolo 4.


Le relazioni tra massa M, accelerazione A, e forza F, si ricavano dai suesposti principi
della dinamica, e sono espresse dalla formula:

F = MA che si scrive anche: M = F/A, A = F/M

La terza espressione indica meglio il concetto intuitivo, che l‟accelerazione subita da una
massa è proporzionale al valore della forza impressa ed inversamente proporzionale a
quello della massa.
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La massa è una quantità di materia, determinabile con l‟esperimento sopra formulato, se si


danno per note F ed A.
In pratica -per le masse materiali- esiste il campione di 1 chilogrammo-massa; se ne
possono ricavare di simili, nonché multipli e sottomultipli, ad esempio per pesata.
Quando pesiamo una data quantità di materia -come accade normalmente per le pesate
commerciali- misuriamo la forza che la gravità esercita sulla massa.
Constatiamo in tal modo che le masse materiali esercitano tra loro un‟attrazione.
L‟esperienza dimostra che altrettanto fanno -rispettivamente tra loro- le masse elettriche
Q e quelle magnetiche I, queste due ultime dotate di segno che determina il verso delle
forze di mutua attrazione o repulsione.
Se consideriamo soltanto i fenomeni attrattivi, le differenti masse si comportano allo
stesso modo: in stato di quiete ciascuna di esse esercita una forza sulla propria omologa.
Queste azioni si estendono oltre i confini delle suddette masse-sorgenti, non come azioni a
distanza ma come effetti locali del campo: con tale termine si indicano sia l‟energia
uscente dalla sorgente -cui si possono conferire caratteristiche e valori- sia il volume di
spazio che la contiene, cui si possono conferire configurazioni e misure; tale duplice
significato deriva anche dal fatto che energia e spazio sono necessariamente coesistenti e
lo spazio-fisico, ancorché vuoto, non è il nulla, concetto che non appartiene alla fisica e
nel quale energia e spazio si annullerebbero simultaneamente. Allora si dice che:

Masse materiali M producono nel loro intorno campi di forza gravitazionali;


Masse elettriche Q producono campi di forza elettrici;
Masse magnetiche I (che sono correnti elettriche) producono campi di forza magnetici.

1.2 : le relazioni tra le forze e le masse.

Poniamo due masse di ciascuna specie (m, q, il) meccanicamente vincolate, a distanze z
arbitrarie ma convenienti ai rispettivi esperimenti, e misuriamo le rispettive forze di
attrazione, che risultano:

Forza gravitazionale Fg = G* ( m1 m2 ) / 4 z2

Forza elettrostatica Fe = (1/ o) (q1 q2) / 4 z2

Forza magnetostatica Fm = o [(i1l1) (i2l2)] / 4 z2

G, o , o , sono costanti universali: i valori sono indicati al capitolo 4 e anticipati negli


esempi del paragrafo 1.3; 4z2 è la superficie sferica dello spazio attraversata dal flusso
della sorgente collocata al suo centro.
L‟espressione per Fg è più nota nella forma Fg = G (m1 m2) / z2, sicché nella forma data
sopra, che significativamente unifica i denominatori delle tre equazioni, G* = 4 G.
Fm non è precisamente una forza centrata: vedere in proposito i commenti che seguono.
Fg, Fe, Fm, sono in newton; le altre grandezze, nelle unità indicate al capitolo 4.
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a b c

Figura 1.1 : campi elettrici di cariche isolate in quiete o in moto rettilineo uniforme a
velocità non relativistiche.

1.1.a : campo elettrico su una superficie sferica al centro della quale si trova la carica +q; il campo delle linee
di forza elettriche è radiale con simmetria sferica.
1.1.b, 1.1.c, sono sezioni equatoriali della sfera, con i versi convenzionali delle linee di forza secondo il segno
della carica. In assenza di altre cariche o campi locali perturbanti, le linee di forza del campo provengono dalla
carica secondo i raggi della sfera e puntano all‟infinito.
Si noti che ciascuna linea di forza radiale è l’asse di un angolo solido costituente un elementare tubo di flusso
del campo elettrico, l’insieme dei quali riempie uniformemente il volume sferico circostante la carica.

a b

Figura 1.2 : interazioni tra correnti elettriche: è rappresentata la configurazione di Biot-Savart per
definire le forze tra due correnti in conduttori rettilinei, paralleli, di lunghezza molto estesa rispetto alla loro
distanza; l‟interazione è mediata dai rispettivi campi magnetici, i quali tendono sempre a massimizzare il
flusso totale; ciò avviene in 1.2.a se i conduttori s‟avvicinano ed in 1.2.b se si allontanano: le frecce orizzontali
indicano i versi delle forze suddette.
Operando in corrente continua, supponendo i conduttori di resistenza nulla e la corrente circolante da tempo, i
conduttori appaiono elettricamente neutri, e perciò le loro interazioni -nell‟interpretazione classica dei campi-
sono soltanto magnetiche. Invece nell‟interpretazione relativistica (cap. 5 e B15 B17) le forze interagenti sono
elettriche. I valori delle forze calcolate secondo le due differenti interpretazioni risultano identici.
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Le masse gravitazionali m ed elettriche q sono “centrate” e puntiformi; questa


configurazione è spesso denominata “coulombiana”.
Le masse magnetiche che compaiono nella terza formula sono espresse dalle correnti
elettriche i, lungo un pur minimo ma necessario tratto di lunghezza l; perciò non possono
essere considerate puntiformi: in fisica classica non esiste il “monopolo” magnetico.
La questione è piuttosto complessa e rinviamo per un eventuale approfondimento ad un
testo di fisica generale, per esempio B 01. Inoltre questa formula deve anche essere
adattata al caso concreto per il quale viene usata, come vedremo al paragrafo seguente.

Si osserva che nella seconda formula data più sopra, o è al denominatore e nella terza o
è al numeratore; ne consegue che le forze elettriche risultano molto “grandi” e quelle
magnetiche molto “piccole”: naturalmente ciò non è causato dalle formule, le quali si
limitano a interpretare la realtà.
Gli aggettivi sono tra virgolette perché l‟entità delle forze dipende anche dai valori delle
rispettive sorgenti; tuttavia accenniamo a questa disparità macroscopica, quando ci si
riferisca alle abituali entità di carica elettrica e di corrente elettrica.
Inoltre, date le rispettive proporzionalità, Fe diminuisce all‟aumentare di o mentre Fm
aumenta all‟aumentare di o.

a b

Figura 1.3: interazioni statiche gravitazionali, elettriche, magnetiche: due masse gravitazionali,
cioè due globi di materia si attraggono secondo la legge di Newton; l‟esperimento si esegue nella disposizione
di Cavendish, che non riportiamo dato che esula da questo lavoro.
1.3.a : due cariche elettriche si attraggono -se di segno opposto- secondo la legge di Coulomb qualitativamente
simile a quella della gravitazione. 1.3.b : due cariche elettriche di eguale segno si respingono.
Per le forze magnetiche si veda la figura 1.2.

La sostanziale diversità delle forze elettriche e magnetiche va fisicamente interpretata


tenendo conto della differente natura delle due costanti.
La costante dielettrica indica una “capacità” che il dielettrico mette a disposizione del
campo elettrico, e che si può paragonare ad una capacità di volume per contenere un gas:
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più la capacità è grande, minore è la forza esercitata verso il recipiente da parte d‟una
quantità di gas immesso.
La permeabilità magnetica è invece una specie di “conduttività” del mezzo per il campo
magnetico: più questa conduttività è grande, più le attrazioni tra le cariche magnetiche
sono favorite.

La costante G non comparirà oltre nel nostro lavoro, perché le masse elettriche e
magnetiche interagiscono pochissimo con la gravità; in altre parole gli elettroni sono
leggerissimi e le forze gravitazionali, in confronto a quelle elettromagnetiche, hanno
trascurabili effetti su di essi.

Tuttavia è bene menzionare fin d‟ora che l‟energia “pesa” cioè possiede una massa,
secondo la nota espressione relativistica E = M c2 che più avanti comparirà nel nostro
lavoro. Per approfondimenti su questo importante concetto, si veda in B 15, B 17, B 20.
Questa caratteristica dell‟energia produce una interazione tra la sua massa ed il campo
gravitazionale, ed infatti la radiazione radio e luminosa viene deflessa da quest‟ultimo.
Ciò non ha importanza per quanto qui ci riguarda, ma l‟aspetto “ponderale” e inerziale
dell‟energia -comprovato dalla suddetta deflessione- rende applicabili alla massa del
campo elettromagnetico i principi -nella versione relativistica- della dinamica newtoniana,
come vedremo al capitolo 16.

1.3: Applicazioni e verifiche delle relazioni descritte.

E‟ opportuno sviluppare almeno un esempio numerico per ciascuna delle equazioni


indicate al paragrafo precedente per prendere conoscenza degli ordini di grandezza delle
differenti forze della natura, per descrivere meglio alcuni aspetti dell‟equazione per la
forza magnetica e per eseguire le prime verifiche dimensionali, anticipando alcuni
elementi che meglio emergeranno nel capitolo 4.
Per evidenziare la dipendenza delle forze dalla distanza z delle sorgenti dei campi,
abbiamo isolato tale termine al denominatore delle espressioni che seguono.

1° esempio : calcolo della forza di attrazione gravitazionale di due masse di un


chilogrammo-massa.

Fg = G ( m1 m2 ) / z2

I dati sono: m1 = m2 = 1 kg; z = 1 metro; G = 6,67 x 10-11 newton m2 / kg2

Risulta : Fg = 6,67 x 10-11 newton, una forza di circa 7 miliardesimi di grammo-peso.

Dunque due masse di 1 kg di materia ordinaria poste alla distanza di 1 metro si attraggono
con la minimissima forza suddetta ! Eppure, come è noto, la gravità è la forza più rilevante
nell‟universo, e ciò è dovuto all‟immensità delle masse materiali in esso contenute.
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Il controllo dimensionale del secondo membro dell‟equazione, coi dati del capitolo 4, dà:

G = M-1 L3 T-2 ; m1 = M; m2 = M; 1/z2 = L-2 ; e risolvendo: M L T-2

che è l‟espressione dimensionale della forza, e perciò di Fg.

2° esempio : calcolo della forza di attrazione (o di repulsione) tra due cariche di un


coulomb.

Fe = (1/ 4 o) (q1 q2) / z2

q1 = q2 = 1 coulomb; o = 8,854 x 10-12 farad / metro; z = 1 metro

Risulta: Fe = circa 9 x 109 newton, cioè una forza di circa 1 milione di tonnellate-peso.

Dunque due cariche elettriche di 1 coulomb poste alla distanza di 1 metro si attraggono o
si respingono, a seconda del segno, con una forza enorme. Eppure un coulomb è la carica
che attraversando la sezione di un conduttore in un secondo, produce la modesta corrente
di 1 amper e possiede una massa ponderale trascurabile, i cui elettroni di conduzione
stanno nel reticolo metallico del volume d‟una punta di spillo: nel rame, in meno di 8/100
di millimetro cubo. Se la materia non fosse elettricamente neutra, cioè in pareggio di
cariche positive e negative, le forze che si svilupperebbero intorno ad essa sarebbero
inconcepibili. E queste -in fisica- sono dette “forze deboli” perché enormemente inferiori a
quelle che legano le particelle del nucleo atomico!
Il calcolo non corrisponde ad una situazione fisica realizzabile anche perché l‟enorme
differenza di potenziale che ne risulta darebbe luogo alla ricombinazione delle cariche con
un fulmine distruttivo: una scarica temporalesca di 0,1 coulomb dà già effetti notevoli. Il
calcolo può essere ad esempio ripetuto per valori delle cariche isolate di un millesimo od
anche di un milionesimo di coulomb.

Il controllo dimensionale del secondo membro dell‟equazione, coi dati del capitolo 4, dà:

1 / o = M L3 T-2 Q-2 ; q1 = Q ; q2 = Q ; 1/ z2 = L-2 ; e risolvendo : M L T-2

che è l‟espressione dimensionale della forza, e perciò di Fe.

3° esempio : calcolo della forza di attrazione (o di repulsione) di due elementi magnetici.

Fm = (1 / 4) o [(i1 l1) (i2 l2)] / z2

per questa formula si presentano le difficoltà indicate al paragrafo 1.2. Infatti i due
elementi magnetici appaiono nella formula come due elementi di corrente di lunghezza
infinitesima l, e in tal modo l‟espressione appare quasi “coulombiana”.
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Ma una siffatta configurazione non è realistica perché la lunghezza della corrente assume
in pratica dimensioni considerevoli. In tal caso la forza magnetica viene esercitata non già
tra due elementi quasi-puntiformi, di infinitesime lunghezze, ma tra due interi circuiti di
lunghezze l . Ne risulta la configurazione di Biot-Savart, indicata in figura 1.2 e per la cui
analisi rinviamo all‟indicata bibliografia, e la formula si modifica come segue:

Fm = (1 / 4) o (i1 i2) 2 l / z

dove l è la lunghezza non infinitesima dei circuiti contrapposti portanti le correnti i1, i2.

Ciò premesso, i dati siano:

i1 = i2 = 1 amper; l = 1 metro; z = 1 metro; o = 1,256 x 10-6 henry/metro.

Risulta: Fm = 2 x 10-7 newton, cioè una forza di 2 centomillesimi di grammo-peso.

Si vedrà al capitolo 4 che questo risultato esatto è obbligato perché a o è stato assegnato
un valore tale da produrre il risultato stesso.

Dunque due conduttori rettilinei, sottili, estesi, paralleli, distanti 1 metro percorsi dalla
corrente eguale e di verso concorde di 1 amper si attraggono (o si respingono se la
corrente è discorde) con la forza di 2 x 10 -7 newton per ogni metro della loro contrapposta
lunghezza.
La formula si può risolvere per due spire a piani paralleli il cui sviluppo è : l = 2r, ove r è
il loro raggio; su quest‟ultima configurazione si basano gli elettrodinamometri e gli
strumenti elettrodinamici. Entro compatibili limiti geometrici (l >>z ed adeguate
simmetrie) la formula di Biot-Savart si può generalizzare scrivendola come segue:

Fm = (1 / 4) o   /  dove:

 = somma delle due eguali lunghezze delle contrapposte correnti;


 = prodotto dei valori delle contrapposte correnti;
 = distanza degli assi delle contrapposte correnti.

L‟ordine di grandezza della forza magnetica non è così minimo come quello
gravitazionale, ma è enormemente inferiore a quello delle forze elettriche.
Il controllo dimensionale del secondo membro delle equazioni, coi dati del capitolo 4, dà:

1) per l‟equazione “quasi coulombiana” :

o = M L Q-2 ; i1 l1 = Q T-1 L ; i2 l2 = Q T-1 L ; 1/ z2 = L-2 ; e risolvendo: M L T-2

che è l‟espressione dimensionale della forza, e perciò di Fm.


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2) per l‟equazione secondo Biot-Savart e versione generalizzata per circuiti estesi:

o = M L Q-2 ; i1 = Q T-1 ; i2 = QT-1 ; 2l = L ; 1/z = L-1 ; e risolvendo: M L T-2

che è l‟espressione dimensionale della forza, e perciò di Fm.

Sono possibili altri calcoli, per esempio ricavare Fg ed Fe per due elettroni i cui valori di
massa gravitazionale e di carica elettrica sono dati al capitolo 4. Per la distanza z si
possono assumere -per esempio- valori dell‟ordine del millimetro.

NOTA: In questo capitolo compaiono le espressioni piuttosto improprie di massa elettrica e massa magnetica,
soltanto al fine di mantenere un parallelismo con l‟espressione di massa gravitazionale.

1.4 : il campo elettrico intorno ad una carica isolata.

Come indicato in figura 1.l, le linee di forza intorno ad una carica elettrica isolata
puntiforme q si diffondono radialmente nello spazio sferico che la circonda e puntano
all‟infinito dove si pone il potenziale elettrico V = zero.

La forza che agisce su una minima carica di prova, o carica esploratrice q posta nel
campo di q alla distanza z di potenziale Vz, risulta dall‟espressione data al parafgrafo 1.2,
come segue:

Fe = (1/ o) (q q) / 4 z2 cioè Fe / q = (1/ o) q / 4 z2

ponendo Fe / q = E otteniamo: E = q / o 4 z2

l‟intensità E del campo elettrostatico intorno ad una carica isolata q è proporzionale al


valore della carica e diminuisce con il quadrato della distanza z da essa; E è forza per
unità di carica, e si misura in volt / metro in ogni punto z del campo di q lungo le linee di
forza del campo stesso. Con le unità date al capitolo 4, risulta infatti:

E = Fe / q = M L T-2 / Q = M L T-2 Q-1 cioè forza per unità di carica.

1.5 : alcune considerazioni geometriche e spaziali sulle forze e sui campi.

I campi illustrati nelle figure 1.4 ed 1.5 indicano le linee lungo le quali sono presenti nello
spazio le forze prodotte dai campi stessi.

1) le forze sono le manifestazioni più note e concretamente misurabili della gravità,


dell‟elettricità, del magnetismo; ritroveremo queste forze lungo il lavoro che segue ed è
perciò necessario porle fin d‟ora in rapporto con le entità che le generano e con le leggi
che le governano.
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2) le forze sono entità comuni alla meccanica ed all‟elettromagnetodinamica, ed


accomunano -più di quanto solitamente si ritiene- queste materie tra loro tradizionalmente
separate ed apparentemente estranee.
3) la diminuzione quadratica delle forze con la distanza dalla sorgente che le genera
sembra talmente ovvia -dopo le enunciazioni di Newton per la gravità- che di solito non
viene discussa, cosa che invece riteniamo opportuno fare accuratamente qui di seguito.
La diminuzione quadratica riguarda le forze prodotte da sorgenti “centrali” puntiformi, o
ad esse assimilabili, poste al centro del loro campo sferico di influenza spaziale dove esse
si diffondono radialmente ed uniformemente verso successive e concentriche superfici
sferiche crescenti. Dette superfici S aumentano con il quadrato del loro raggio z, perché
S = 4 z2. E‟ necessario fare attenzione al significato di z2: esso non indica semplicemente
il quadrato del valore numerico di z ma la generazione di una superficie sferica la quale è
necessariamente ortogonale al raggio generante z. La forza prodotta dalla carica centrale si
distribuisce su tale superficie e su tutte le successive superfici crescenti col crescere di z 2,
ed evidentemente esercita un‟azione sempre più debole su cariche di prova eventualmente
poste sulle superfici più lontane. Se invece, per esempio, potessimo considerare i singoli
raggi uscenti dalla sorgente come altrettanti fili sottilissimi di acciaio, la stessa forza
presente all‟origine di ognuno di essi sarebbe presente anche a qualsiasi distanza; ma a
distanze crescenti i suddetti fili risulterebbero sempre più radi.
Questo non è il caso del campo uniforme delle forze “centrali” ma potrebbe essere il caso
di altre forze ben note in meccanica, per esempio quello dei raggi della ruota di bicicletta.
Se dunque le forze “centrali” si disperdono sulle crescenti superfici dei loro campi, i raggi
z lungo i quali le abbiamo collocate non sono raggi filiformi e monodimensionali, ma
angoli solidi sezionati dalle suddette superfici delle sfere di cui riempiono tutto il volume
perché il flusso generato dalla carica centrale è spazialmente uniforme per evidenti ragioni
di simmetria.

Vediamo un caso differente che ci interesserà più avanti: la linea equatoriale della
superficie sferica di figura 1.1.a ha lunghezza L = 2z; la interrompiamo per inserirvi una
sorgente di forza elettro motrice che presenti alle proprie polarità una d.d.p. V, la quale si
ripartisce lungo la linea suddetta producendo un campo lineare E = V / 2z.
Analogamente al caso del campo della carica centrale, E è la forza che agisce su una
carica di prova, ora collocata sulla linea L ed in essa guidata, facendola scorrere dall‟uno
all‟altro polo della sorgente di f.e.m.
All‟aumentare di z e perciò del volume e della superficie della sfera, aumenta anche
l‟estensione della sua linea equatoriale, cioè della linea del campo, in proporzione
semplice di z, e perciò il valore di E diminuisce linearmente all‟aumentare di z.
Questo è il caso di una forza “non centrale” la quale -come si vede- obbedisce ad un
differente criterio di attenuazione per l‟evidente ragione che si svolge in un sistema di
minore dispersione.
L‟interesse del caso, che svilupperemo al capitolo 3 si può qualitativamente intuire fin
d‟ora: poniamo che la carica centrale q di figura 1.1.a venga “percossa” con un breve ma
violento impulso di andata-ritorno; essa è costretta ad una breve escursione che scuote le
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sue linee di forza radiali (a seconda della loro direzione rispetto a quella dell‟escursione)
come la chioma di un pom-pom oppure di una frusta, sicché lungo tali linee compaiono
delle consistenti componenti trasversali.
Senza approfondire per ora la questione, anticipiamo il concetto seguente: mentre le
componenti radiali delle linee di forza continuano a seguire la legge dell‟attenuazione
quadratica, le neonate componenti trasversali -il cui contenuto d‟energia è stato fornito
dalla forza che ha prodotto la percussione- seguono la legge suaccennata dell‟attenuazione
lineare: il campo di q deformato dalla percussione non è più nella precedente situazione
statica ed uniforme; sono comparse delle nuove componenti generate da una forza esterna.

Figura 1.4 : campo di dipolo tra due cariche elettriche di segno opposto.
il campo elettrico è rappresentato su un piano passante per le due cariche di segno opposto: il campo ha
simmetria circolare in tutto il volume intorno all‟asse congiungente le due cariche; il solido di rotazione si
ottiene ritagliando la figura, applicandola per esempio su un ferro da maglia disposto lungo la congiungente
delle due cariche, e quindi facendo ruotare il ferro stesso.
Il campo rappresentato in figura è la parte più prossima alle cariche del campo totale, che è molto più esteso.
Si noti che il campo più vicino alle cariche è spiccatamente bipolare e perciò detto di “dipolo”; a crescenti
distanze, con l‟aumentare dei raggi di curvatura le linee di forza tendono a diventare quasi-rettilinee.
Se le due cariche di opposto segno sono congiunte, non emettono campo elettrico nel circostante spazio.
Se le cariche vengono separate, come in figura, si costituisce un dipolo le cui forze si sviluppano lungo le linee
del suo campo elettrico ed equilibrano la forza f applicata alle cariche per separarle e mantenerle separate.
f può essere una forza qualsiasi, meccanica od elettrica, per esempio la forza elettro motrice di un generatore,
con verso tale da produrre l‟allontanamento reciproco delle cariche e -durante tale operazione- la corrente
elettrica corrispondente al loro movimento.
Tutte le correnti elettriche percorrono linee chiuse e perciò le linee E del campo del dipolo sono anche linee
della corrente prodotta dalla forza f durante il movimento delle cariche.
Se f non viene fatta ulteriormente variare, il sistema rimane in equilibrio perché le forze attrattive delle due
opposte cariche sono contrastate dalla forza f che le tiene separate: si costituisce un dipolo elettrostatico.
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a b
c

Figura 1.5 : campo magnetico intorno a correnti rettilinee e circolari: in 1.5.a : sono
raffigurate le linee di forza del campo magnetico intorno ad una corrente centrale i: la loro configurazione è
circolare ed ortogonale alla corrente ed il verso delle linee magnetiche è determinato dalla regola della mano
destra, descritta al paragrafo 4.7: si dispone il pollice secondo il verso della corrente; le rimanenti dita
leggermente ripiegate indicano direzione e verso delle linee magnetiche. In 1.5.b sono raffigurate le linee del
campo magnetico prodotte da una spira S percorsa dalla corrente i, la cui sezione è riportata in 1.5.c ove si
nota che le linee del campo magnetico più esterne cominciano a somigliare a quelle del campo elettrico di
figura 1.4. A grande distanza i due campi diventano simili ed a simmetria circolare.
Se i due campi coesistono in unico fenomeno elettromagnetico, che in tal caso non è più statico, essi sono tra
loro ortogonali: poiché sono entrambi a simmetria circolare, i due solidi di rotazione s‟incastrano uno
nell‟altro ed infatti a grande distanza essi contengono le due componenti dell‟unico campo elettromagnetico.
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Note comparative sulle figure 1.4 e 1.5

Il campo elettrico rappresentato in figura 1.4 consegue le antecedenti spiegazioni sul campo stesso; invece il
campo magnetico rappresentato in figura 1.5 anticipa delle cognizioni che saranno svolte al capitolo 5.
Le figure sono state qui ravvicinate per farne osservare certe similitudini geometriche nelle rispettive
situazioni statiche, che saranno poi essenziali nelle situazioni dinamiche di contemporanea generazione dei
campi, che vedremo più avanti.
Notiamo tuttavia fin d‟ora una differenza importante: il campo elettrostatico di figura 1.4 sorge dalle due
cariche elettriche di segno opposto, tenute separate dalla forza f, e nulla varia nel sistema ad equilibrio
stabilito.
Il campo magnetostatico di figura 1.5.c, è egualmente statico, nel senso che non varia, ma la corrente che lo
produce è costituita da cariche elettriche “in movimento” e dunque il sistema non è interamente “statico”.
Un migliore parallelismo si otterrebbe sostituendo la spira percorsa da corrente in figura 1.5.b.c, con una
calamita lineare disposta lungo l‟asse dell‟eliminata spira; ma si sa che la calamita è sede di correnti interne
che producono il campo magnetico uscente dalle sue opposte polarità.
Le due “staticità” non sono dunque del tutto identiche ed in ciò -infatti- rimane la differenza tra i due campi:
mentre il campo elettrostatico permane in situazioni di totale immobilità, quello magnetico -ancorché statico- è
sempre collegato a qualche “mobilità” elettrica.

La logica e la didattica propongono queste cognizioni all‟inizio dell‟elettromagnetismo;


ma anche la sequenza storica della ricerca ha percorso questa strada, da Coulomb,
Oersted, Ampère, Biot-Savart, Faraday.
Dalla fine del „700 fino ai primi decenni del 1800 sono state gettate le basi concettuali e
formali di un formidabile edificio teorico-sperimentale mediante ingegnosi ed accurati
esperimenti che tendevano a misurare le forze prodotte dalle entità elettriche e
magnetiche, come oltre un secolo prima Newton aveva fatto per quelle gravitazionali.
Le forze gravitazionali, elettriche, magnetiche sono tutte egualmente forze e perciò gli
esperimenti vennero condotti usando pesi e bilance; questa apparente semplicità non è per
nulla semplicistica, né come concetto unificante delle forze, né come esecuzione e
interpretazione di difficili misure, come confermano gli stupefacenti risultati ottenuti, dei
quali i semplici calcoli svolti al paragrafo precedente ci hanno dato un‟idea.
Questa costruzione fu completata da Maxwell all‟inizio della seconda metà del 1800 con il
suo trattato generale sull‟elettromagnetismo, cui seguirono gli esperimenti di Hertz del
1887-88 che comprovarono l‟esistenza ed il comportamento delle onde elettromagnetiche
-compresa la radiazione della luce- e poi le applicazioni pratiche di Marconi, intorno al
passaggio del secolo.
Questa teoria elettromagnetica -che successivamente venne detta classica- aveva trovato
una solida sistemazione teorica ed ampie verifiche sperimentali; essa costituisce tuttora la
base delle diffuse applicazioni tecnologiche ed è pure formalmente compatibile con la
successiva teoria della relatività, pur contrastando con quest‟ultima per alcuni aspetti
riguardanti il campo magnetico, e con altri propri della teoria quantistica.
Salvo occasionali riferimenti a questi particolari aspetti -si veda ad esempio in apertura del
capitolo 5 per il campo magnetico ed al capitolo 16 per un brevissimo cenno ai fotoni- noi
ci atterremo alla teoria classica.
- 14 -

CAPITOLO 2 : ONDE

2.1 : generalità.

Molta parte dell‟informazione che raggiunge i nostri sensi ci perviene per onde: basta
pensare al suono, alla luce, al calore; anche altri numerosi fenomeni, che non ci sono
direttamente percepibili, come per esempio le comunicazioni radio, viaggiano per onde.
L’onda ha la proprietà di raggiungere punti distanti dalla sua origine, propagandosi in
allontanamento da essa attraverso mezzi fisici, che invece complessivamente mantengono
invariate le loro coordinate spaziali.
In questo capitolo ci riferiamo ad onde meccaniche che originano e si propagano in
mezzi materiali; ne descriveremo soltanto gli aspetti di nostro interesse.
Le onde meccaniche sono prossime alla nostra esperienza quotidiana, quindi più
facilmente comprensibili, e perciò utili alla descrizione delle onde elettromagnetiche, delle
quali ci occuperemo a partire dal prossimo capitolo.
L‟onda è una perturbazione dello stato di equilibrio del mezzo nel quale essa si produce e
si propaga, per effetto di una forza ad esso applicata in un suo punto, e che ivi accelera le
sue particelle elementari. Queste particelle propagano l‟accelerazione ricevuta a quelle
adiacenti in stretta contiguità geometrica e tra loro collegate da legami molecolari od
atomici, particelle che vengono pertanto a loro volta accelerate, mentre quelle acceleranti
tornano in quiete.
Se le forze acceleranti vengono impresse continuativamente in versi alterni si producono
effetti oscillatori e questo fenomeno assume spontaneamente un andamento ciclico
secondo movimenti caratteristici detti di moto armonico, il quale corrisponde alla
proiezione del moto circolare di un punto su un diametro della sua circonferenza ed ha
pertanto andamento sinusoidale come indicato in figura 2.1.a; corrisponde anche al moto
oscillatorio di un pendolo come indicato in figura 2.1.b ed in generale alle oscillazioni
cicliche delle masse meccaniche libere, e -con interessante analogia- dell‟energia
elettromagnetica (cap. 8). L‟argomento è richiamato al paragrafo 4.4.
I fenomeni oscillatori descritti in questo lavoro sono intesi in regime di moto armonico.
Il mezzo nel quale avvengono la generazione e la propagazione dell‟onda deve possedere
certe caratteristiche fisiche, e precisamente la continuità costituita dai sopraddetti legami
tra le sue particelle elementari, ed inoltre elasticità ed inerzia.
L‟elasticità consente alle particelle del mezzo di caricarsi di energia potenziale sotto
l‟azione di una forza ad esse applicata che le sposta dalla loro posizione di equilibrio, e
quindi di scaricarsene trasferendo così l‟energia alle particelle adiacenti.
L‟inerzia consente alle particelle del mezzo di caricarsi di energia cinetica -o di
movimento- sotto l‟azione dell‟accelerazione ad esse impressa dalla forza applicata, e
quindi di scaricarsene accelerando le particelle adiacenti; vedremo tra breve come avviene
questo processo, e cominciamo col definire meglio i termini di elasticità ed inerzia, sopra
accennati: l‟elasticità è l‟attitudine di una sostanza di deformarsi sotto l‟azione di una
forza, e di tornare nella situazione originaria al cessare di essa; la sostanza elastica è
pertanto compressibile ed anche estensibile il che, a parte il segno della deformazione
reversibile, ha lo stesso significato.
- 15 -

a b

Figura 2.1: rappresentazioni di moto armonico: in a, la proiezione del raggio rotante disegna sul
diametro x-x un moto rettilineo, alternativo, armonico. La stessa proiezione riportata nel piano cartesiano
secondo il tempo, disegna una sinusoide; in b, il pendolo in oscillazione libera traccia sulla sottostante striscia
di carta ferma un moto rettilineo, alternativo, armonico; sulla striscia in movimento traccia una sinusoide.
Queste significative analogie non sono casuali ma tipiche del moto armonico, le cui caratteristiche sono
richiamate al paragrafo 4.4.

Definiamo il coefficiente di compressibilità c d‟una sostanza: esso esprime la variazione di


volume della sostanza, riferita all‟unità di volume, conseguente alla pressione applicata al
volume stesso. Indichiamo con V un volume sferico unitario di diametro L di un corpo
della materia considerata; con p la pressione (F / S) di una forza di valore F applicata alla
sua superficie unitaria S = L2 e risulta:

c = variazione del volume unitario / pressione; c = (V / V) / p ; c = (V / V) / (F/ S)

Con riferimento ai dati del capitolo 4, l‟equazione dimensionale risulta:

c = ( L3 / L3 ) / ( F / L2 ) = 1 / ( F / L2 ) e con F = M L T-2 risulta: c = L T2 M-1

L‟inerzia è l‟attitudine delle masse d‟opporsi alle forze tendenti a mutarne il loro
precedente stato dinamico ed è espressa dalla già nota relazione M=F/A, e dunque
l‟inerzia è insita nella massa M della materia; indichiamo con m la massa specifica della
materia considerata, cioè la sua massa per unità del volume V:

m = M / V e con le notazioni precedenti, dimensionalmente, m = M L-3

Con queste premesse, che ci risulteranno utili tra breve, descriviamo degli esempi di onde
meccaniche in un mezzo materiale di elasticità c e massa inerziale m, scegliendo -tra i
tanti possibili- alcuni casi di facile evidenza.
- 16 -

2.2: generazione e propagazione di onde meccaniche

2.2.1: onde longitudinali

La figura 2.2 rappresenta un tubo rigido indefinitamente lungo, pieno d‟aria atmosferica in
quiete, all‟inizio del quale essa viene accelerata da una membrana vibrante generando così
un‟onda che in tal caso è longitudinale perché le vibrazioni delle molecole dell‟aria
accelerate avvengono nella stessa direzione della propagazione dell‟onda.
La membrana è azionata da una forza tempo-variabile, per esempio dall‟elettromagnete
d‟un auricolare telefonico alimentato con corrente alternata.
Buona parte dei fenomeni che descriveremo ed i risultati dei calcoli sono applicabili anche
ad altri tipi di onde, comprese quelle meccaniche trasversali che sono più prossime alla
configurazione delle onde elettromagnetiche.
Le vibrazioni della membrana producono le variazioni dp della pressione nell‟aria, che ne
accelerano gli straterelli adiacenti provocandone gli spostamenti ds lungo l‟asse z del tubo.
A partire dalla forza agente -variabile nel tempo- si produce così un fenomeno variabile
nello spazio: una data variazione di p nella direzione z produce spostamenti d‟aria aventi :
- ampiezza proporzionale a c , perché lo spostamento s rispetto all‟asse z è tanto
maggiore quanto più il mezzo è compressibile;
- rapidità rispetto al tempo t inversamente proporzionale alla massa specifica m perché lo
spostamento s è tanto più lento quanto maggiore è l‟inerzia del mezzo da spostare

Figura 2.2 : onda meccanica longitudinale.


La sinusoide indica i valori delle pressioni p lungo lo spazio s = v x t, con:
v = velocità di propagazione dell‟onda, t = tempo.
L‟organo motore dell‟oscillazione è la membrana m di un auricolare telefonico vibrante con frequenza f.
Il tubo è soltanto la guida dell‟onda e si considera di lunghezza indefinita, tale da non influenzare l‟andamento
della frequenza dell‟oscillazione impressa.
Le zone di compressione e di rarefazione dell‟aria causate dalle vibrazioni impresse sono intervallate dalla
distanza d‟una lunghezza d‟onda λ = v/f. Esse traslano lungo il tubo con la velocità v calcolata nel testo, che è
appunto la velocità di propagazione dell‟onda, ma l‟aria nel suo complesso conserva la propria posizione nel
tubo mentre le sue molecole vibrano al passaggio dell‟onda, addensandosi e rarefacendosi localmente, ma
conservando -durante la vibrazione- la loro posizione media rispetto al tubo.
- 17 -

Per le sostanze materiali più comuni, i valori di c ed m sono reperibili in tabelle: c è


l‟inverso del modulo di elasticità cioè della “rigidezza” del materiale ed m è il suo peso
specifico; c dipende in generale anche dalla forma della sostanza e dalla direzione della
forza F su essa applicata.

Diamo le espressioni delle suddette accelerazioni: al primo membro poniamo la causa del
fenomeno cioè le variazioni della pressione lungo z prodotte dalle vibrazioni della
membrana; al secondo membro poniamo:
-nella prima espressione, lo spostamento ds d‟un elemento dell‟aria misurato lungo z;
-nella seconda espressione, la durata temporale dt, dello spostamento suddetto.
Le variazioni della pressione sono variazioni delle corrispondenti forze applicate agli
elementi d‟aria contenuti nel tubo, i quali subiscono delle accelerazioni secondo la
relazione A = F / M, e pertanto è importante ricordare che nelle espressioni che stiamo
per scrivere i percorsi spaziali s ed i tempi relativi t sono quelli misurati durante il
fenomeno acceleratorio, mentre cioè la velocità delle particelle d‟aria continua a variare;
questi fenomeni vanno matematicamente espressi con la derivata seconda dei suddetti
spazi e tempi: tutto ciò premesso, le due espressioni risultano:
2
la prima: dp / dz = (1 / c) (d2 s / dz ) e la seconda: dp / dz = m (d2 s / dt2)

il controllo dimensionale dà per tutti i membri: MLT -2 / L3 = forza per unità di volume.

I primi membri di entrambe le equazioni sono identici, perché rappresentano le medesime


variazioni di pressione impresse all‟aria dalla membrana lungo l‟asse z del tubo:
devono essere perciò equivalenti anche i due secondi membri, che possiamo eguagliare
come segue:

(1/c) (d2 s / dz2) = m (d2 s / dt2) da cui : (d2 s / dz2) = c m (d2 s / dt2)

ove gli spostamenti -in termini di accelerazioni- sono valutati al primo membro in z ed al
secondo in t, anzi -trattandosi di accelerazioni- rispetto a z2 ed a t2.

Posto z = v t (spazio = velocità x tempo) possiamo riscrivere la precedente come segue:

(d2 s / d v2 t2) = c m (d2 s / dt2) e per l‟eguaglianza dei due membri bisogna che sia:

1 / v2 = c m ed allora: v2 = 1 / c m da cui: v = 1 / cm e infine: v = 1 / cm

la verifica dimensionale dà:


c = LT2 M-1 m = M L-3 da cui: c m = T2 L-2 = 1 / v2 perciò: v = 1 / T 2 L-2

e infine v = L T-1 = velocità:


- 18 -

v è la velocità della propagazione dell‟onda, che è inversamente proporzionale al prodotto


-sotto radice- dei valori c, m, del mezzo nel quale l‟onda si propaga.
La velocità non dipende dall‟ampiezza dell‟onda, dal valore della forza agente, dalla
frequenza, ma soltanto dalle caratteristiche del mezzo. Noti i valori di c, m, per i vari
mezzi materiali, si può calcolare la velocità di propagazione delle onde che in essi si
svolgono.

Diamo due esempi di velocità di propagazione di onde meccaniche sonore, uno per l‟aria e
uno per l‟acqua (i valori sono arrotondati) :

Aria: c = circa 9 x 10-6 metri quadrati / newton; m = 1 kg / metro cubo

Acqua: c = circa 46 x 10-11 metri quadrati / newton; m = 1.000 kg / metro cubo

Nell‟aria : v=1/ 9 x 10-6 x 1 = 103 / 3 = circa 333 metri al secondo


Nell‟acqua: v = 1 / 46 x 10-11 x 103 = 1 / 6,78 x 10-4 = circa 1.475 metri al secondo.

L‟acqua è bensì 1.000 volte più pesante dell‟aria, il che diminuisce la velocità di
propagazione dell‟onda, ma è circa 20.000 volte meno compressibile, il che aumenta detta
velocità più di quanto la massa specifica la rallenti. (le onde di superficie, come quelle
visibili su uno stagno, non sono onde acustiche e la loro velocità di espansione non
risponde a queste formule perché diversa è la meccanica della loro formazione).

In conclusione, gli elementi essenziali affinché un’onda si costituisca sono:


-l‟esistenza di masse inerziali, tra loro elasticamente interagenti;
-l‟azione in un punto del sistema, di una forza velocemente variabile e, di conseguenza,
-l‟accelerazione di un primo punto del sistema.

La propagazione di un’onda così generata è conseguenza necessaria dell’elasticità e


dell’inerzia del mezzo e dei principi della dinamica, dovuta al fatto che l’energia
acquistata da una massa elementare del mezzo viene trasferita a quella ad essa adiacente
-prima in quiete- e che in questo trasferimento la prima massa decelera e torna in quiete e
la successiva accelera e acquista movimento; circa il verso della propagazione, la
definizione di “precedente” e “seguente” è riferita a partire dal punto di applicazione
della forza, e perciò in allontanamento da esso.

La configurazione dell‟onda apparirà meglio nell‟esempio del paragrafo seguente.


Ad ogni modo è evidente fin d‟ora che la frequenza dell‟onda nel sistema qui sopra
descritto è determinata dalla frequenza di vibrazione della membrana, che crea successive
compressioni e rarefazioni dell‟aria lungo il tubo, le quali viaggiano tutte con la medesima
velocità prima calcolata, sicché quelle emesse successivamente non possono mai
raggiungere quelle che le precedono. Misurando lungo z la distanza tra due successive
- 19 -

compressioni o rarefazioni, s‟ottiene la lunghezza dell’onda, che generalmente si indica


con il simbolo  come in figura 2.2.
Nota la frequenza f della vibrazione della membrana e la velocità v della propagazione
dell‟onda, la lunghezza dell‟onda -ancorché direttamente misurabile- s‟ottiene anche per
via di calcolo, essendo  = v / f .

2.2.2: onde trasversali

Come rappresentato in figura 2.3 appendiamo un filo z di sezione S, lungo, sottile,


flessibile ma non estensibile, ad esempio di acciaio armonico, teso dalla forza Fz prodotta
da un peso applicato in B. In z, vicino alla sua estremità superiore, il filo sia colpito da un
impulso prodotto da una forza FT, che ne sposta per l‟ampiezza ds un primo volume
elementare υ = S dz nella direzione s ortogonale all‟asse del filo.
L‟esperienza mostra che:
1) si formano delle onde, che si propagano in allontanamento da z lungo il filo z,
rappresentato in successivi istanti nella figura 2.3.
2) ogni punto del filo z, a qualsiasi distanza da z, ripete -ad un tempo successivo- i
movimenti precedentemente eseguiti intorno a z.
Con le nuove notazioni e le cognizioni mutuabili dal precedente paragrafo, quanto
descritto si può scrivere con l‟equazione seguente:

dFT/d υ = m (d2 s / dt2) dimensionalmente, MLT-2 / L3 = forza per unità di volume.

i successivi punti del filo a progressiva distanza da z vengono accelerati successivamente


secondo il tempo e lungo lo spazio del filo, dai precedenti più prossimi a z i quali cedono
loro la propria quantità di moto e -tornando in quiete- riassumono la precedente posizione
di equilibrio statico: si crea una discontinuità del tipo indicato in figura, la quale procede
lungo il filo verso B, e gli spostamenti ds eseguiti dal punto iniziale z vengono propagati
lungo il filo stesso; essi mantengono la loro direzione iniziale parallela all‟asse della forza
che li ha prodotti, direzione che è trasversale a quella della loro propagazione.
La velocità del suddetto avanzamento lungo il filo dipende -come per le onde
longitudinali- dalla sua “rigidità” ed è tanto minore quanto il filo è meno rigido, cioè meno
teso dalla forza Fz esercitata dal peso applicato in B:
con S = sezione del filo, la tensione sul filo vale Fz / S

e con n inverso della tensione: n = 1/ (Fz / S) dimensionalmente: L2 / MLT-2 = M-1 LT2

n prende il posto di c dell‟onda longitudinale perché entrambi indicano le reazioni del


mezzo sottoposto all‟azione di una forza: ma mentre la compressibilità dipende dalle
caratteristiche fisiche del mezzo, ora la flessibilità del filo z dipende soprattutto dal grado
della sua tensione: meno il filo è teso, più flette sotto l‟azione di una data forza trasversale;
se invece è teso da un peso elevatissimo la sua flessione diventa minima, perché esso
diventa tanto più rigido quanto più è teso.
- 20 -

Figura 2.3: onda meccanica trasversale: i fotogrammi rappresentano, a partire dal filo in quiete, i vari
stati del filo stesso in istanti successivi a quello iniziale del brevissimo impulso impresso dalla forza FT nel
punto z. Salvo che per l‟ampiezza, tali stati successivi non dipendono dalle caratteristiche dell‟impulso impresso
dalla suddetta forza, perché il filo è un sistema capace di oscillazione libera, la quale tende ad assumere
andamento armonico, sicché lungo il filo gradualmente compare la forma sinusoidale dell‟onda.
Le freccette orizzontali indicano i versi delle forze trasversali che -a partire dal punto z ove è stato applicato
dalla forza FT l‟impulso iniziale- si distribuiscono nei punti successivi del filo, e producono -insieme alla
formazione dell‟onda- la sua propagazione. Se in z vengono immessi successivi impulsi dalla forza FT, si
formano successive onde che si propagano lungo il filo, tutte con la stessa velocità calcolata nel testo, senza
che quelle seguenti possano perciò raggiungere le precedenti.

Ciò premesso, dalla prima equazione delle onde longitudinali si può ricavare:

dFT/d υ = (1 / n) (d2 s / dz2) ed era anche, più sopra: dFT/d υ = m (d2 s / dt2)

il controllo dimensionale dà per tutti i membri: MLT -2 / L3 = forza per unità di volume.
Con procedura identica a quella usata per le onde longitudinali eguagliamo ora i secondi
membri delle equazioni precedenti ed otteniamo:
(d2 s / dz2) = n m ( d2 s / dt2) e con z = v x t risulta v = 1 / nm ;
-1 2 -3 2 -2
dimensionalmente: v =1/ M LT M L = 1/ T L e infine: v = L T-1 = velocità,

che è la velocità con la quale l‟impulso trasversale e l‟intera l‟onda si propagano lungo il
filo in allontanamento da z.
Immaginiamo ora una lunga corda a terra, moderatamente tesa dalla sua stessa posizione
inerziale: un gioco assai comune consiste nell‟accelerare verticalmente con violenti
strattoni dall‟alto in basso un‟estremità della corda.
Appare un‟onda che può arrivare a comprendere alcune intere sinusoidi, le quali con molta
evidenza rappresentano quanto prima descritto; possiamo osservare il ben visibile
avanzamento delle onde così prodotte, e verifichiamo che -come indicato dalle precedenti
- 21 -

formule- la forza tempovariabile agente nella direzione verticale produce una


accelerazione dei segmenti di corda distesi lungo z, e perciò un effetto chiaramente
spaziovariabile dell’onda che -formandosi- si propaga.
L‟onda trasversale così prodotta avanza nello spazio, trasportando quantità di moto,
energia, informazione, che si possono captare lungo z interponendovi un adatto oggetto
assorbente.
L‟onda trasversale qui descritta obbedisce sostanzialmente alle stesse leggi di quella
longitudinale. Essa viene generata, come tutte le onde, da una accelerazione impressa in
un punto del mezzo, sede dell‟onda, e si può produrre ad esempio facendo oscillare una
frusta. E‟ frequentemente citato anche il caso delle onde sulla superficie di uno stagno: ma
queste sono onde essenzialmente longitudinali che producono effetti trasversali sulla
sezione orizzontale di terminazione del mezzo.
Le onde trasversali, come si nota dall‟esempio della corda distesa a terra, richiedono un
mezzo che possa essere compresso ma anche tirato dalla forza alternativa agente e ciò non
avviene né in un liquido, né in un gas, che infatti sono sedi di onde longitudinali; le onde
trasversali si generano e si propagano in mezzi solidi, si dice anche “capaci di reagire alle
forze di taglio”.
Vedremo che le onde elettromagnetiche nel vuoto sono trasversali, e ciò significa che lo
spazio vuoto, agli effetti del campo elettromagnetico, si comporta come un solido
rigidissimo e leggerissimo.

Come per l‟onda longitudinale sviluppiamo ora un esempio per l‟onda trasversale.

-Filo di acciaio armonico del diametro di 1 millimetro, sezione S = 0,785 x 10 -6 m2


-Forza di tensione del filo Fz = 500 newton prodotta dal peso di circa 50 kg applicato in B:
-n = 1 / (Fz/S) = 1 / (500 newton / 0,785 x 10-6 m2 ) = 0,157 x 10-8 m2/newton
-m = peso specifico dell‟acciaio = circa 9.000 kg / metro cubo
ed inseriamo i valori suindicati di n, m, per ricavare la velocità di propagazione dell‟onda:

v = 1/ mn = 1 / 9.000 x 0,157 x 10-8 = v = 266 metri / secondo.

Se ad esempio nel filo z indefinitamente esteso viene indotta una oscillazione armonica
della frequenza f = 266 Hz la lunghezza dell‟onda lungo il filo risulta:

 = v / f = 266 m/s : 266 Hz = 1 metro, ed è prossima alla nota “do” del pianoforte.

E‟ evidente il ruolo della tensione del filo nella determinazione della velocità di
propagazione dell‟onda trasversale, ben noto ad esempio agli accordatori dei pianoforti ed
ai suonatori di chitarra, che approssimano la frequenza della nota musicale prodotta dalla
corda in regime di risonanza, regolandone la tensione.

Le semplificazioni adottate nelle descrizioni e negli svolgimenti analitici di questo


paragrafo sono rilevanti ma -ai nostri fini- i risultati sono sufficientemente validi.
- 22 -

2.3: onde stazionarie ed accenni all‟irradiazione

L‟onda stazionaria costituisce una particolare situazione che si verifica per le onde
meccaniche, sonore, e anche -come vedremo- per le oscillazioni elettromagnetiche.
L‟onda stazionaria trasversale si osserva bene anche otticamente sulla corda di una
chitarra: è ben visibile nel caso del filo di figura 2.3, se la sua estremità lontana viene
tagliata oppure vincolata.
In tal caso la quantità di moto portata dall‟onda che raggiunge l‟estremità della corda
opposta all‟origine, reagisce sul vincolo e dà luogo ad una forza di reazione di verso
contrario che produce un‟onda di ritorno per la quale il vincolo diventa l’origine.
L‟onda di ritorno ha la stessa frequenza, lunghezza d‟onda e -in assenza di perdite- la
stessa ampiezza dell‟onda incidente.
La minima estensione della corda affinché i suddetti fenomeni si verifichino, è di mezza
lunghezza d‟onda: infatti l‟impulso partente dall‟estremità d‟una corda lunga mezz‟onda
percorre lo spazio di un‟onda intera per tornare al punto di partenza, eseguendo metà
percorso in un verso, e metà nel verso opposto.
In tal modo vibrano le corde di uno strumento musicale cordofono per la frequenza per la
quale sono tagliate e accordate.
La corda è sede di tante onde intere quante ne contiene la sua lunghezza, che supponiamo
esattamente multipla della lunghezza (o semilunghezza) dell‟onda prodotta nel sistema.
In tale caso le oscillazioni dell‟onda incidente che corre verso l‟estremità doppiano quelle
dell‟onda riflessa che corre verso l‟origine e le loro ampiezze istantanee si sommano
amplificaziondo delle vibrazioni della corda, come indicato in figura 2.4.
L‟immagine di queste vibrazioni trasversali rimane ferma negli stessi punti della corda e
pertanto le onde così prodotte -effetto di due onde viaggianti in versi opposti- si dicono
stazionarie, ed il sistema in risonanza.
In assenza di perdite l‟onda stazionaria è permanente, e sede di accelerazioni, forze ed
energia che -se la corda non è nel vuoto- vengono irradiate nell‟aria circostante, dove
procedono come onde longitudinali: quest‟ultimo -tra l‟altro- è un caso, e non il solo, di
cambiamento d‟assetto dell‟onda al cambiare del mezzo nel quale essa si genera ed in
quello eventualmente diverso nel quale si propaga.

L‟energia che così lascia la corda non ritorna in z (od in O di figura 2.4) sicché per
mantenere l‟onda stazionaria la forza alternativa agente in z deve rifornire altrettanta
nuova energia rispetto a quando la corda -vibrando nel vuoto e non potendo irradiare-
restituiva ciclicamente all‟origine la forza che aveva precedentemente ricevuta: questo
ulteriore impegno della forza dovuto all‟energia sottratta dall‟irradiazione, appare come
resistenza della radiazione.

La forza agente può essere applicata in un punto intermedio della corda, che viene scelto
dal suonatore come il più adatto ad accoppiare i movimenti della mano, che applica la
forza, a quelli della corda che li riceve: è un adattamento di impedenza tra il generatore -la
mano- ed il carico -la corda- effettuato per ottenere la migliore combinazione possibile nel
punto di alimentazione del sistema.
- 23 -

Figura 2.4 : onda meccanica trasversale stazionaria: anche questo fenomeno si può agevolmente
produrre con una corda tesa z come in figura: si verificano evidenti formazioni di “ventri” e di “nodi” cioè
rispettivamente di massimi e di minimi locali dell‟oscillazione; è la vibrazione delle corde acustiche del
pianoforte e degli altri strumenti cordofoni.
In opportune condizioni anche questo esperimento si può eseguire con una certa evidenza, mediante una corda;
non è qui necessaria l‟analisi dettagliata del fenomeno, che sarà ancora richiamato al capitolo 9 per le onde di
corrente e di tensione lungo un‟antenna risonante.

2.4 : riepilogo, osservazioni e conclusioni

2.4.1: il verso della propagazione

Già al paragrafo 2.1 e nella trattazione successiva abbiamo fatto osservare che l‟onda si
propaga in modi differenti a seconda della propria natura -longitudinale o trasversale- e
delle caratteristiche fisiche e geometriche del mezzo; osserviamo inoltre che:
-nel caso di guide come il tubo, il filo, in assenza di perdite l‟energia non diminuisce con
la distanza;
-nel caso delle onde superficiali sullo stagno, pur in assenza di perdite, l‟energia si
disperde in ragione lineare della distanza dall‟origine;
-nel caso della diffusione sferica, sempre in assenza di perdite, l‟energia si disperde in
ragione del quadrato della distanza dall‟origine.
- 24 -

In tutte le situazioni menzionate l‟onda si propaga in allontanamento dal punto nel quale è
stata generata perché il flusso dell‟energia procede dalle zone di maggiori verso quelle di
minori potenziali, nella maniera seguente:
le perturbazioni prodotte dalla forza agente in un punto del mezzo elastico, inerziale e
continuo, vengono trasmesse alle sue particelle adiacenti con velocità non infinita ed anzi
calcolabile come già descritto ed esemplificato, sicché intorno al punto di applicazione
della forza agente si forma una specie di ingorgo che increspa il mezzo stesso, stretto tra
l‟azione della forza applicata e la limitata velocità di smaltimento della perturbazione
prodotta. Data la geometria dei sistemi descritti, il verso di smaltimento della
perturbazione, cioè dell‟onda prodotta dalla forza agente, può avvenire soltanto in
allontanamento dall‟origine del fenomeno, sia esso alternativamente continuativo o
costituito da un breve impulso: l‟uno e l‟altro procedono con le velocità calcolate e
allontanano l‟ingorgo dal punto dove esso è stato generato verso zone a minore potenziale
che lo possono ricevere, diventandone così sedi successive e perciò via via più lontane.

Le forze che contrastano l‟avanzamento dell‟onda, e così la producono e per reazione ne


sono prodotte, sono:

1) nei mezzi materiali, le forze di attrito tra le particelle obbligate a spostarsi nel mezzo.
2) in generale, le forze opposte dall‟inerzia delle particelle obbligate ad accelerare, più
3) le forze opposte dall‟inerzia dell‟energia cioè della sua massa obbligata a propagarsi.

Nei mezzi materiali prevalgono le forze 1 e 2 : essi possiedono infatti massa a riposo.
La 3 è pure presente, ma in meccanica è comparativamente molto esigua.
Nel vuoto mancano le “particelle” materiali ed i relativi effetti di attrito e di inerzia,
mentre si evidenzia l’effetto 3 perché con il campo elettromagnetico compare la sua massa
ed il corrispondente effetto inerziale.

Soltanto l‟effetto di attrito è dissipativo: sottraendo energia all‟onda ne riduce la


restituzione all‟origine sicché il mantenimento dell‟oscillazione ne richiede di nuova alla
forza agente.
Ma anche l‟energia non dissipata e propagata all‟infinito viene sottratta alla restituzione ed
è perciò percepita dalla forza agente come energia mancante, al pari di quella dissipata,
come infatti è generalmente definita nella letteratura anglosassone.

2.4.2: l‟onda come vettore di energia

Supponiamo che il sistema nel quale l‟onda si propaga abbia una terminazione: se in tale
punto -a qualsiasi distanza dall‟origine- l‟onda interagisce con un oggetto che ne assorba
la quantità di moto da essa veicolata, constatiamo che ivi si sviluppano forze che vi
svolgono un lavoro, cioè vi viene trasferita dell‟energia, che è appunto quella immessa nel
sistema -molto lontano, e tanto tempo prima- all‟inizio della formazione dell‟onda.
In ciò consiste la proprietà dell‟onda di trasferire forze, energie, informazioni, senza
spostare dalla sua posizione media il mezzo nel quale essa si propaga.
- 25 -

Nel caso dell‟onda elettromagnetica l‟effetto inerziale indicato più sopra al punto 3)
mostra che l’energia “pesa” e possiede pertanto una massa, dunque non può procedere
con velocità infinita, anzi essendo veicolata dall’onda, deve avere la sua medesima
velocità di propagazione, perché risiede nell’onda stessa: perciò la velocità di
propagazione dell’onda non va vista soltanto come conseguenza meccanica di
indipendenti costanti fisiche del mezzo; si dovrebbe dire che queste sono tali perché
l’energia che con l’onda si propaga ne impone i valori; oppure -se si preferisce- perché
quelle costanti impongono una velocità al fluire dell’energia. Si crea una situazione nella
quale non si distinguono relazioni di priorità ma il tutto costituisce un fenomeno unico ove
le priorità appaiono a seconda del criterio col quale esso viene osservato.

L‟onda veicola l‟energia, ma è l‟energia che genera l‟onda; l‟onda si propaga con una data
velocità dipendente dalle costanti di elasticità ed inerzia del mezzo creando quell‟ingorgo
che la produce, ma è a sua volta l‟energia che -dovendo avanzare con velocità finita-
impone il formarsi dell‟onda come corrugamento del mezzo sotto l‟azione della forza
agente che lo accelera immettendovi l‟energia che in esso si propaga.
Dato che l‟energia-onda ha una massa essa deve essere accelerata da una forza che la
spinge nel verso della sua propagazione, ed è pure necessario che questa forza venga
bilanciata -ad una data velocità che è quella della propagazione- da una forza opposta,
altrimenti l‟energia-onda raggiungerebbe velocità infinita; questa forza di contrasto è la
reazione che il mezzo oppone all‟invasione dell‟energia: nel caso dei campi elettro-
magnetici di radiazione questo effetto si chiama reazione della radiazione.
Sul fronte dell‟energia-onda che si propaga, si crea perciò una pressione che l‟energia
esercita contro il nuovo spazio; questa pressione, nel caso dei campi elettromagnetici di
radiazione si chiama pressione di radiazione.
E‟ ormai necessario uno sforzo interpretativo capace di riunire in un‟unica sintesi i vari
enti testé enunciati, che entrano nel fenomeno dell‟onda: forze, accelerazioni, quantità di
moto, inerzia ed elasticità del mezzo, inerzia dell‟energia, significato complesso della
propagazione e della relativa velocità, identità onda-energia.
Vedremo che questi concetti relativi all‟onda meccanica hanno analoghi significati per
l‟onda elettromagnetica.

2.4.3: il ruolo dell‟accelerazione nella formazione delle onde

Abbiamo visto che l‟onda si forma per effetto di forze applicate ad un mezzo nel quale
essa si genera e si propaga.
Se le forze vengono applicate molto lentamente, le accelerazioni si riducono e si può
riuscire a spostare tutto il mezzo, sia l‟aria nel tubo che il filo appeso, senza produrre
effetti ondosi apprezzabili, ma soltanto un progressivo avanzamento -eventualmente anche
cospicuo- di tutto il sistema.
In tal caso infatti, nella formula  = v / f il diminuire della frequenza f a valori minimi,
rende la lunghezza d‟onda  molto grande, ed eventualmente anche molto più grande
delle dimensioni del sistema e perciò -in pratica- non constatabile.
- 26 -

In teoria, in presenza di variazioni della forza agente si producono sempre delle onde, ma
soltanto quando la frequenza delle variazioni diventa abbastanza elevata le onde si
generano con lunghezze ed intensità constatabili nel sistema; e questo vale tanto per le
onde meccaniche che per quelle elettromagnetiche.

2.4.4 : analogie fisiche e terminologiche tra sistemi meccanici ed elettromagnetici.

Vedremo che l‟antenna e lo spazio vuoto si comportano per le onde elettromagnetiche


come i descritti sistemi materiali si comportano per quelle meccaniche.
Le analogie -prese con le dovute precauzioni- non sono soltanto espedienti descrittivi per
far meglio comprendere le onde elettromagnetiche servendosi di quelle meccaniche più
evidenti e familiari, anche se ciò può essere di non trascurabile aiuto: si tratta in effetti di
sistemi per molti aspetti assai simili anche dal punto di vista fisico e matematico; una
buona conoscenza della meccanica è molto utile nello studio dell‟elettromagnetismo. Ed
anche i termini più sopra usati per le onde meccaniche, come reazione della radiazione,
resistenza di radiazione, adattamento di impedenza, punto di alimentazione, ricorreranno
con analoghi significati per l‟antenna e per la radiazione del campo elettromagnetico.
Vedremo più avanti che nell‟antenna:

- la reazione della radiazione è -in definitiva- una forza contro elettro motrice che si
oppone alla forza elettro motrice del generatore e perciò contrasta la corrente di
conduzione che questo produce.
- la resistenza di radiazione è l‟aspetto circuitale -misurato in un punto convenzionale
dell‟antenna- che esprime la forza contro elettro motrice suindicata sotto forma
dell‟opposizione al movimento degli elettroni di conduzione, che eserciterebbe su di essi
per attrito ohmico una equivalente resistenza producente una caduta di tensione del valore
della forza contro elettromotrice suddetta.
- l’adattamento di impedenza corrisponde all‟utile ricerca di un accoppiamento tra
generatore e carico, che consenta il transito dell‟energia con i più adatti valori di tensione
e corrente; il corrispondente meccanico al medesimo fine è costituito, per esempio, dai
rapporti del cambio di velocità nell‟auto o nella bicicletta; in radiotecnica, dai cosiddetti
trasformatori di uscita.
- il punto di alimentazione di un‟antenna è quella sua ristretta zona geometrica ove il
rapporto tensione/corrente realizza -quando possibile- i desiderati valori menzionati al
punto precedente, per l‟accoppiamento ottimale del generatore e/o della linea all‟antenna.
Abbiamo anche intravisto al paragrafo 2.3 che un organo come la corda della chitarra,
sede di energia reattiva dell‟onda stazionaria, può cedere energia all‟aria circostante e
questa energia così ceduta è energia attiva, sottratta a quella reattiva dell‟onda stazionaria
suddetta, tanto che, per mantenere quest‟onda, è necessario rifornire alla corda l‟energia da
essa trasferita all‟aria.
Questo passaggio con “conversione” di energia reattiva dall‟onda stazionaria al mezzo
dissipativo nel quale viene indotta un‟onda che si propaga veicolando energia attiva, sarà
riconsiderato a partire dal capitolo 8 per lo scambio energetico tra circuiti oscillanti
elettromagnetici e lo spazio ad essi circostante.
- 27 -

CAPITOLO 3: FORMAZIONE DI ONDE ELETTROMAGNETICHE


DA UNA CARICA ELETTRICA ACCELERATA

3.1 : richiami sul campo elettrico intorno alla carica puntiforme in quiete.

Abbiamo visto al capitolo 1 che la carica puntiforme in quiete produce nel volume
dielettrico circostante, che per noi è il vuoto, un campo elettrico, statico, radiale,
uniformemente distribuito nel volume sferico dello spazio intorno alla carica; il flusso
elettrico che transita attraverso le successive crescenti superfici sferiche S = 4  z2 è
sempre lo stesso e perciò la sua densità superficiale diminuisce con il quadrato del
crescente raggio z. Il volume sferico del campo viene solitamente rappresentato come
occupato dagli infiniti raggi uscenti da q, che chiamiamo linee di forza elettriche: esse
sono le traiettorie che una carica di prova sufficientemente esigua da non turbare
sensibilmente il campo della carica centrale, percorrerebbe per raggiungerla.
Definita una arbitraria densità di queste linee, il loro numero rimane pure definito; tuttavia
aumentano con z sia i volumi che le superfici delle sfere, che rispettivamente continuano
ad essere uniformemente riempiti ed attraversati dal medesimo flusso elettrico, mentre le
linee di forza si diradano.
Occorre allora pensare ciascuna linea come l‟asse -con vertice in q- di un elementare
volume conico-piramidale, o meglio d’un angolo solido, le cui successive sezioni
ortogonali aumentano con z2, mantenendo uniforme il flusso attraversante le successive
crescenti superfici sferiche: dunque la linea di forza avente unica dimensione lineare di
lunghezza, ha soltanto un significato locale e approssimato, in zone e condizioni fisico-
geometriche ristrette. Quanto detto fin qui ci conferma il significato fisico delle formule
coulombiane date al paragrafo1.4:

F = q q1 / 4  o z2 con q1 minima carica di prova: E = F / q1 = q / 4  o z2

3.2 : il campo magnetico intorno alla carica elettrica in movimento rettilineo uniforme.

Poniamo che il movimento rettilineo uniforme sia in atto da tempo, escludendo transitori
di avvio e di arresto o comunque accelerazioni della carica.
In questa situazione il campo elettrico visto dalla carica rimane statico, ma invece un
osservatore ad essa esterno vede anche un campo magnetico, come in figura 3.1.
Esso è prodotto dal movimento relativo del campo elettrico della carica rispetto allo spazio
circostante considerato fermo, è proporzionale all‟intensità locale del campo elettrico ed
alla sua velocità relativa, e perciò a quella della carica, ed è pure campo statico.
Per queste definizioni di staticità si ricordi che sia per la meccanica di Newton che per
quella di Einstein, il moto rettilineo uniforme -visto dall‟oggetto in movimento- equivale
al proprio stato di quiete.

Le linee di forza della carica elettrica “tagliano” lo spazio -considerato fermo- con
angolazioni differenti: l‟impatto è massimo per le linee ortogonali all‟asse del movimento,
nullo per quelle allineate con esso.
- 28 -

Figura 3.1 : campo magnetico intorno alla carica elettrica in movimento :


intorno alla carica elettrica in quiete è presente soltanto il campo elettrico statico di figura 1.1; ora la carica è
vista in moto rettilineo uniforme in atto da tempo (esclusi cioè i transitori di avviamento e di arresto) lungo il
suo “asse polare” xx con velocità non relativistica v. La carica e tutti i punti del suo circostante campo
elettrico in movimento rispetto allo spazio, sono correnti elettriche.
Tali correnti producono nel loro intorno i campi magnetici le cui linee indotte H risultano ortogonali all‟asse
del movimento della carica e del suo campo, con verso dipendente dal segno della carica e dal verso del suo
movimento, secondo la regola della mano destra.
Detta induzione è dovuta al moto relativo tra il campo elettrico ed il circostante spazio considerato solidale ad
un sistema di riferimento fisso: lo spazio viene interessato dal campo elettrico in movimento in proporzione
dell‟intensità del campo stesso, cioè del valore della carica; della sua velocità relativa campo-spazio v;
dell‟impatto campo-spazio, cioè della proiezione delle linee del campo sul piano normale all‟asse del
movimento (detto più oltre “piano equatoriale”) data da cos.
Si noti che mentre il campo elettrico della carica è reale, il campo magnetico è un effetto che dipende dalla
velocità relativa suddetta.
Un osservatore solidale con la carica e munito di adeguati strumenti, misura velocità e campo magnetico nulli;
questo suo rilievo non è illusorio, come i suoi strumenti concretamente confermano: in un eventuale circuito
solidale con la carica, non viene infatti indotta alcuna f.e.m. perché non c‟è moto relativo tra carica e circuito e
perciò il circuito stesso “conclude” che intorno alla carica non esiste campo magnetico. Invece in un identico
circuito ancorato alle coordinate dello spazio considerato fisso, viene indotta una f.e.m: in tal caso il circuito
vede il movimento della carica e “conclude” che la carica è circondata da un campo magnetico, il quale infatti
vi induce la f.e.m. suddetta (nasce già qui la domanda, che ritroveremo anche più avanti: in realtà, esiste o non
esiste il cosiddetto campo magnetico?).
E‟ utile usare anche la regola indicata al paragrafo 4.7.2 per la determinazione dei versi dei campi indotti da
parte di campi induttori per effetto dei loro movimenti relativi.
Si applichi questa regola, alla carica +q per determinare il verso del campo magnetico indotto dal campo
elettrico della carica su un piano ortogonale a v, il cui movimento relativo al campo della carica è perciò nel
verso opposto a v.
Si appoggi il palmo della mano sinistra sulla figura: le componenti ortogonali al foglio delle linee di forza del
campo elettrico di +q da esso uscenti verso chi legge entrano nel palmo; si disponga il pollice nel verso del
movimento del suddetto piano indotto, cioè nel verso opposto a v: le dita della mano indicano il verso del
campo magnetico, che coincide con quello già prima determinato con la regola della circuitazione di Ampère,
della mano destra. Si vedrà più avanti, già dalla figura 3.3, l‟utilità del procedimento descritto.
- 29 -

Esprimiamo questa proporzionalità secondo il valore della proiezione delle linee di forza
sul piano ortogonale all‟asse del moto, cioè con il coseno dell‟angolo . Un osservatore
che si trovi sulla carica in moto rettilineo uniforme avendo così la sua stessa velocità, la
vede ferma e perciò non constata alcun campo magnetico, ma vede sempre il campo
elettrico, il quale infatti è reale mentre il campo magnetico da esso indotto è un effetto
dipendente dal moto relativo della carica rispetto a diversi osservatori ognuno dei quali
perciò vede e misura il campo magnetico a modo proprio; noi studieremo la carica in moto
rispetto allo spazio considerato fermo.

3.3: il campo elettrico intorno ad una carica accelerata

La figura 3.2 rappresenta la carica, precedentemente in moto rettilineo uniforme in atto da


tempo, nell‟istante in cui essa è violentemente decelerata o accelerata: le sue linee di forza
ne seguono i movimenti dapprima con i loro punti più vicini, poi con quelli più lontani;
questo ritardo produce una distorsione delle linee di forza del campo elettrico nelle zone
progressivamente informate delle avvenute accelerazioni, ivi creando delle componenti
trasversali del campo stesso, più precisamente dei potenziali (trasversali) ritardati.
Al contrario del moto uniforme, quello accelerato è percepibile da qualsiasi osservatore,
compreso quello solidale con la carica perché si tratta di variazioni del movimento.
La suddetta distorsione delle linee di forza crea un fronte sferico di campo elettrico
trasversale, una specie di guscio, che avanza nello spazio in allontanamento dalla carica.
Eseguendo rapidi movimenti alternativi della carica, si produce l‟emissione di successivi
fronti sferici che si rincorrono nello spazio, sui quali il campo elettrico assume versi
alternativamente invertiti; i fronti successivi non possono raggiungere i precedenti perché
li inseguono con la medesima velocità, e perciò s‟intuisce che le linee di forza oscillano
presentando un effetto frusta o chioma, formando nello spazio un‟onda di campo elettrico
trasversale, che per induzione prodotta dal movimento d‟espansione del suaccennato
guscio, produce la corrispondente componente magnetica pure trasversale.
L‟informazione del movimento della carica lungo le linee di forza elettriche, che tendono
a ricomporsi tornando radiali, avanza con procedimento analogo a quello della
propagazione dell‟onda meccanica trasversale, mediante le onde stesse che essa -nel
procedere- costituisce e propaga con velocità finita; poiché operiamo nello spazio vuoto
assumiamo -e poi dimostreremo al capitolo 7- che tale velocità sia quella della luce = c.
Questa velocità si può fin d‟ora calcolare con le stesse formule date al paragrafo 2.2.2 per
l‟onda meccanica trasversale, sostituendo rispettivamente le costanti meccaniche n, m,
con quelle elettromagnetiche o, o, e risulta = c, come indicato al capitolo 4.
Tali sostituzioni, evidentemente non arbitrarie, implicano paralleli significati fisici delle
rispettive costanti, già indicati al capitolo 1: o è in relazione alla capacità dello spazio
vuoto di immagazzinare energia elettrica potenziale ed in tal senso indica una sua
elasticità, come lo erano in meccanica c, n; o è in relazione all‟attitudine dello spazio
vuoto di immagazzinare energia cinetica di movimento, ed in tal senso indica una sua
inerzia o massa inerziale, che esso assume con l‟energia, come era m in meccanica; queste
comparazioni appariranno meglio a partire dal capitolo 5.
- 30 -

Figura 3.2: a) una carica -q proveniente da sinistra con moto rettilineo uniforme in atto da tempo lungo
l‟asse xx, viene istantaneamente fermata nel punto O dove la osserviamo dopo un istante dall‟avvenuto arresto.
Le linee di forza che prima del suo arresto la seguivano rigidamente, sono quelle nella regione esterna alla
superficie sferica S, e non sono ancora informate del suddetto arresto ed infatti puntano in P; all‟interno di S
invece la situazione si è già ricomposta e le linee di forza sono tornate radiali verso la carica.
Nella zona di transizione si forma una distorsione del campo, la quale procede in allontanamento dalla carica
via via che l‟informazione raggiunge i punti più lontani del campo preesistente al suo arresto: vedremo che
l‟informazione procede con velocità c, e con essa s‟espande il fronte sferico suddetto, pure in allontanamento
dalla carica, cioè dal punto di applicazione della forza accelerante (in questo caso decelerante).

b) la stessa carica ferma da tempo in O, viene istantaneamente accelerata e muove verso O‟; il campo esterno
ad S, la crede ancora ferma e perciò punta in O, e di conseguenza nella zona di transizione S si verificano
distorsioni del campo ed un fronte simile al precedente, che procede verso l‟esterno.
Componendo gli effetti di 3.2.a con quelli di 3.2.b mediante alternativi movimenti della carica, si forma
un‟onda trasversale concettualmente simile a quella meccanica analizzata al capitolo 2. Se detti movimenti
hanno andamento oscillatorio, sinusoidale, cioè di moto armonico, anche l‟onda trasversale che essi generano
assume andamento sinusoidale. (in questa figura alcuni riferimenti sono relativi alle figure 3.2.c e 3.3)
- 31 -

Note relative ad entrambe le figure 3.2.a, 3.2.b:


-le figure sono del tutto fuori scala e vanno considerate soltanto dal punto di vista descrittivo.
-i fenomeni qui rappresentati su una sola sezione del campo elettrico, avvengono in tutta la sfera di figura 1.1.a
con ampiezze corrispondenti ai valori dell‟accelerazione nelle diverse direzioni radiali.
-in entrambe le figure si osserva che le linee di forza lungo la superficie delle distorsioni vengono tese in verso
opposto a quello dell‟accelerazione subita dalla carica, ed opposto perciò al verso della forza che ha prodotto
le accelerazioni di q; questa opposizione concorda con il significato del passaggio di energia dalla forza agente
al campo elettrico da essa deformato ed all‟onda che ne consegue.
-i versi del campo magnetico HT prodotto dal movimento in espansione del campo elettrico ET, risultano dalla
regola della mano sinistra descritta al paragrafo 4.7.2: si vedano anche le figure 3.3 e 7.1, 7.2.
-si osservi che le distorsioni del campo elettrico prodotte dalle accelerazioni di q si allontanano a partire da q
lungo tutti i raggi della sfera avente centro in q: ciò avviene perché il campo elettrico intorno a q tende a
recuperare il proprio assetto radiale precedente l‟accelerazione, e così facendo espelle le distorsioni suddette
che vengono comunicate a successive frazioni del campo, in allontanamento dall‟origine del fenomeno.
Il conseguente movimento delle distorsioni del campo elettrico, cioè delle sue componenti trasversali ET,
induce nello spazio da queste percorso il campo magnetico trasversale HT, che procede con esse.
-le linee HT sono indicate nelle figure con una loro minima parte, ma sono generate su tutta la superficie
sferica S dalle componenti ET in espansione: esse sono perciò circonferenze parallele su S, ortogonali alle
meridane ET, e perciò hanno come asse polare la linea traiettoria di q lungo la quale il fenomeno si annulla
perché non si hanno distorsioni delle linee di forza elettriche, qui collineari con la direzione della velocità.
L‟onda elettro-magnetica trasversale di componenti ET, HT, è dunque prodotta dalla forza che ha eseguito le
accelerazioni di q ed ha così generato l‟onda e le ha conferito il movimento di propagazione, la propria energia
e la corrispondente massa. Si noti che -salvo le dimostrazioni che daremo gradualmente- sono qui enunciate
tutte le proprietà dell’onda elettromagnetica.

In vista della descrizione del procedimento di J.J. Thomson per la determinazione del
campo elettromagnetico trasversale, che esamineremo nel paragrafo 3.4, indichiamo nella
qui sottostante Figura 3.2.c alcuni elementi schematizzati estratti dalla figura 3.2.b.
- 32 -

Figura 3.2.c : La figura riproduce la 3.2.b, isolando la sola linea di campo elettrico equatoriale della carica,
cioè quella centrale e verticale in detta figura, la 6° contando le linee sia da destra che da sinistra. Questa linea
è qui osservata in sei istanti successivi, dal tempo e dalla posizione zero posti in O, fino al punto 5x.
La grafica è ulteriormente semplificata riducendo a linee rette gli archi di circonferenza della zona delle
distorsioni allo scopo di raggiungere gradualmente la rappresentazione di figura 3.3, dalla quale vengono
inoltre fin d‟ora ripresi alcuni simboli e riferimenti.
Indichiamo abbastanza meticolosamente una numerosa serie di precisazioni in maniera da alleggerire la già
ampia discussione del procedimento analitico-grafico della successiva figura 3.3.

Premessa: il menzionato procedimento grafico di Thomson si basa su alcune rilevanti semplificazioni, delle
quali la prima è già stata qui sopra commentata per la figura 3.2.c, e le successive verranno commentate,
insieme ad altre osservazioni, lungo la descrizione che segue.

-Si suppone che la carica –q (poi ometteremo il segno – che qui non è essenziale) sia ferma da tempo in O e
dunque escludiamo precedenti influenze transitorie.
La carica viene accelerata dalla forza F ad essa applicata per il brevissimo tempo τ sicché subisce una specie di
urto, di percussione, che la sposta con accelerazione a dalla posizione O alla posizione 1x percorrendo
pertanto lo spazio s‟ = ½ a τ2 : la sua linea di forza elettrica equatoriale z segue lo spostamento di q con un
certo ritardo dovuto al procedere dell‟informazione che avanza lungo la linea stessa con velocità c, e la
situazione è grossolanamente rappresentata dalla congiungente 1x-1z, dato che un simile micrometrico
movimento alle velocità in gioco non è meglio configurabile.
Raggiunto il punto 1x al tempo t‟, e dunque terminato il tempo τ, la forza F cessa e la carica rimane in
movimento rettilineo uniforme con la velocità raggiunta in 1x, cioè v = a τ.
Al tempo t‟ l‟informazione lungo la linea di forza di q ha raggiunto con velocità c il punto 1z, sicché
l‟estensione del tratto O-1z vale c τ, che considerato l‟elevatissimo valore di c è di ampiezza considerevole.
Negli istanti successivi la carica procede come anzidetto con velocità v lungo i successivi tratti x mentre
l‟informazione procede lungo z con velocità c lungo i corrispondenti successivi tratti z, sicché la linea di forza
z -che tende a recuperare la propria posizione radiale rispetto alla carica lungo i successivi percorsi
rappresentati in figura- nell‟istante della nostra ultima osservazione appare come in 5x-5z.
Si osserva che la linea z presenta crescenti tratti di percorsi obliqui, i quali contengono evidenti componenti
“trasversali” che tendono a disporsi sempre più ortogonalmente alla linea radiale z, ed è facile immaginare che
ad istanti successivi la componente trasversale di z risulterà sempre più ampia ed ortogonale, fino a concorrere
alla formazione della superficie sferica S rappresentata in figura 3.2.b.
-In figura 3.3 noi osserveremo e calcoleremo la situazione all‟istante finale assunto per il fenomeno, che in
detta figura è stato suddiviso in 10 tappe, che non sono ivi graficamente rappresentabili data l‟inevitabile
confusione che insorgerebbe nel disegno; è per questa ragione che in figura 3.2.c abbiamo ritenuto opportuno
anticipare -sia pure con appena 5 semplificati e discontinui “fotogrammi” successivi- come si modifica la linea
di forza equatoriale z tra gli istanti iniziale e finale del fenomeno considerato.
-Introduciamo ora un‟altra approssimazione riguardante il percorso della carica: il suo tragitto totale s, da O ad
O‟‟ è composto dal tratto iniziale s‟ = ½ a τ2 indicato più sopra, più la somma dei tratti successivi percorsi
con velocità v = a τ, e dunque risulta: s = s‟ + s‟‟.
Poiché s‟ diventa progressivamente minimo rispetto ad s‟‟ possiamo accettare che sia s = circa s‟‟ adottando
l‟approssimazione s = s‟‟.
-L‟iniziale percorso s‟ risulta dunque trascurabile riguardo al tragitto totale della carica lungo x, mentre
invece l‟iniziale deformazione subìta da z durante la pur brevissima accelerazione si rivela di fondamentale
importanza nella progressiva formazione delle componenti trasversali di z, al crescere del tempo e delle
distanze lungo z: infatti nulla si sarebbe formato di trasversale sulla linea di forza z senza l‟azione di F e
dell‟accelerazione a da essa prodotta.

-Su questi fondamentali ragionamenti e sulle relative proporzioni delle grandezze coinvolte, si basa infatti la
filosofia del procedimento di J.J. Thomson, che ci permetterà mediante l‟analisi di figura 3.3 di definire e
quantificare il campo trasversale ET a partire da quello radiale Ez.
- 33 -

3.4 : la procedura grafica-analitica per il calcolo del campo trasversale.

La procedura di J.J. Thomson (1903, B 21, B 23 ed altrove) usa un metodo grafico


abbastanza intuitivo per calcolare il campo elettrico trasversale.
Con riferimento alle figure 3.2.a, b, c, e relativi commenti, nella successiva figura 3.3 ne
diamo una versione semplificata la cui comprensione è comunque essenziale per
proseguire nello studio e pertanto ne suggeriamo l‟approfondimento, che non è difficile
ma piuttosto lungo e laborioso. Pertanto, per chi volesse proseguire la lettura del testo
rinviando lo studio suindicato, ne anticipiamo qui di seguito le conclusioni.

1] ET = - q a cos  / 4  o c2 z indichiamo più oltre la ragione del segno negativo

ET è la componente elettrica trasversale del campo di figura 3.2, che si propaga in


allontanamento dalla carica perché il campo di essa tende a recuperare a partire da q la sua
precedente disposizione radiale: ciò comporta una specie di “espulsione” della
discontinuità, in sostanza la sua propagazione in allontanamento dalla zona della sua
generazione, come abbiamo già visto per le onde trasversali meccaniche.
In conseguenza del proprio movimento, come vedremo al capitolo 7, ET induce nel suo
intorno un campo magnetico HT pure trasversale alla direzione della propagazione, del
quale si può calcolare il valore a partire dal flusso di ET alla velocità c attraverso una
sezione di spazio; lavoro che per ora evitiamo perché, come vedremo al capitolo 6, nel
campo di radiazione vale la relazione H = E / Zo, con Zo impedenza elettromagnetica
dello spazio vuoto.
______
Con Zo = √ o / o e con (1/o o) = c2 dalla 1] risulta: 2] HT = - q a cos  / 4  c z

D’ora in avanti ci interessano soltanto le componenti trasversali del campo, e perciò


potremo omettere il suffisso T che rimane sottinteso scrivendo E, H, ed anche E, H.

Nelle precedenti formule si vede che i valori di ET, HT, sono in proporzione semplice ed
inversa con la distanza z del fronte sferico delle discontinuità: questa attenuazione lineare
delle componenti trasversali del campo è il risultato in un certo senso sorprendente e
certamente importante evidenziato dai calcoli svolti nel commento della citata figura 3.3.
Affinché intervengano scambi di energia tra un generatore ed il campo della carica, e da
questo all‟esterno del sistema, è necessario che il campo venga fatto variare muovendo la
carica mediante una forza che l’acceleri: allora le frazioni di campo che variano in
seguito a questa operazione sono -appunto- le sue componenti trasversali.
L’energia irradiata è dunque veicolata all’esterno del sistema della carica soltanto dalle
componenti trasversali del campo generate dall’accelerazione, la quale del resto è il solo
fenomeno prodotto mediante l’azione di una forza che interviene a modificare la
precedente staticità del campo elettrico, a produrre il campo magnetico contestualmente
variabile e trasversale, ed a conferire loro l’energia con la conseguente massa, e perciò
l’informazione.
- 34 -

Il prodotto vettoriale delle componenti trasversali ET, HT (si veda al capitolo 4) è la


potenza W in transito su ogni porzione unitaria delle superfici dei successivi fronti sferici
in espansione, la quale diminuisce in proporzione quadratica con la distanza, perciò
esattamente con l‟aumentare delle superfici sferiche, così rispettando la conservazione
dell‟energia totale.

In figura 3.4 il vettore W della potenza irradiata nello spazio sferico, detto vettore di
Poynting, è raffigurato insieme a quelli delle componenti trasversali ET, HT, e della
direzione di propagazione z: si noti che tale direzione coincide con quella delle linee del
campo elettrico radiale, ma non va in alcun modo confusa con esse.

W = ET x HT = (-q a cos / 4  o c2 z) x (-q a cos / 4  c z)

3] W = q2 a2 cos2  / 16 2 o c3 z2; con ET, HT in V/m ed in A/m, W = watt / metro2

Figura 3.3: schema semplificato della procedura di Thomson: analisi alla pagina seguente.

La figura presenta la linea di forza z di q


all‟istante t‟‟, al termine dei passi intermedi di
fig. 3.2.c. Il tratto 1z-1x -qui z‟O‟- s‟è
gradualmente esteso fino ad A‟A‟‟ e con esso la
componente trasversale ET ad AA‟‟, entrambi
migrando in espansione radiale z come in fig.
3.2.b. Durante tale migrazione ET ha indotto il
campo magnetico HT in direzione, verso, segno
come da par. 4.7.2, non disegnato in figura
perché le sue circonferenze risultano “di taglio”
avendo per asse la linea xx. All‟istante t‟‟esso
emerge dal foglio in A‟‟ e si immerge nel foglio
nel punto opposto speculare di A‟‟ nella
direzione –z, come parzialmente si vede “di
fronte” nelle figure 3.2.a,b (con segni invertiti
perché in queste la carica che qui è + q là è – q).
Le componenti non accelerate del movimento
di q generano il campo magnetico di induzione
Hi già menzionato e ripreso nell‟analisi che
segue. Hi è geometricamente concentrico ad HT
e qui non disegnato per le stesse ragioni oltre
che per il fatto -pure descritto- che esso non
partecipa al fenomeno dell‟irradiazione.
- 35 -

1) Simboli e loro significati con riferimento alla figura 3.3 ed alle figure 3.2.a,b,c.

t = tempo; t° = tempo zero all‟istante zero, con spazio s° = 0 in O all‟inizio dell‟esperimento


t‟ = tempo in O‟ alla fine del tempo 
t‟‟ = tempo finale dell‟esperimento in O‟‟ ed in z‟‟
 = t‟- t° = durata dell‟accelerazione a
F = forza applicata alla carica q durante 
a = accelerazione di valore costante impressa alla carica q dalla forza F durante 
v = a = velocità di q in O‟ all‟istante t‟
s = s‟ + s‟‟ = spazio totale percorso da q durante l‟intero fenomeno analizzato
s‟ = ½ a τ2 = spazio percorso da q durante 
s‟‟ = v t’’ = spazio percorso da q alla velocità costante v durante il tempo t‟‟- t‟
c = velocità di avanzamento dell‟informazione lungo z
c = spazio percorso dall‟informazione lungo z durante il tempo 
z‟ = punto raggiunto alla velocità c dall‟informazione del movimento di q al tempo t‟
z” = punto raggiunto dall‟informazione al tempo t”
z‟O‟ = distorsione della linea di forza z al tempo t‟ = t° + 
z‟‟A‟‟ = distorsione della linea di forza z al tempo t‟‟
Ez = campo elettrico statico radiale della carica q lungo la linea di forza equatoriale z
ET = componente trasversale del campo elettrico, prodotta dal movimento di q

2) Condizioni ed approssimazioni:

- v << c ;  << t‟‟;


-s = s‟+ s” = circa s”; O z” = circa c t‟‟.
-A‟ A‟‟ qui rettilineo è in realtà arco di circonferenza;
-le linee di Ez cioè O A A‟ ed O‟‟A‟‟ e le loro prosecuzioni, si considerano rettilinee e parallele, ma in realtà
sono convergenti/divergenti rispetto a q.

3) La scala delle figure è irrealistica per necessità di rappresentazione, e gli ordini di grandezza molto
approssimativi e limitati ai casi esaminati in questo lavoro (per λ = circa 30 metri) sono i seguenti:
O O‟‟ dell‟ordine delle dimensioni atomiche; c  del decimetro; c t” -nella stessa direzione- del decametro.

I° sezione: finalità e dati iniziali dell‟analisi.

scopo dell‟analisi è ottenere il valore del campo elettrico trasversale ET e di quello magnetico trasversale HT
da esso indotto nella zona delle discontinuità rappresentate in figura 3.2, in funzione del valore della carica q,
della accelerazione a ad essa impressa tramite la forza agente F, della distanza radiale z lungo una linea di
forza di q comunque orientata rispetto alla direzione dell‟accelerazione e del movimento della carica.
Il campo elettrico statico intorno alla carica q in quiete è radiale ed il suo valore definito al capitolo 1, è:

Ez = q / 4  o z2

II° sezione: calcolo del campo elettrico trasversale, con riferimento alla figura 3.3

Scegliamo -per ragioni di massima semplicità- una linea di forza equatoriale z, perciò ortogonale all‟asse xx
del movimento impresso alla carica, asse sul quale sono pertanto allineati i vettori della forza agente F, quello
dell‟accelerazione a, quello della conseguente velocità v e degli spazi s percorsi dalla carica.
Al tempo t° = 0 la carica q è ferma in O; la forza F l‟accelera per il brevissimo tempo τ durante il quale con
accelerazione costante a essa raggiunge O‟ all‟istante t‟ con velocità finale v = a τ, con la quale prosegue in
moto rettilineo uniforme, e nel tempo t” – τ percorre lo spazio s‟‟ = O‟ O” = v t” = circa O O”.
- 36 -

-il moto accelerato del campo elettrico di q prodotto dalla forza F crea la componente ET, che propagandosi
induce HT, e così il campo elettromagnetico trasversale che irradia l‟energia attiva fornita dal lavoro di F.
-il moto uniforme (o la componente di moto uniforme) del campo elettrico di q produce il
campo magnetico di induzione Hi che rimane nel sistema chiuso, non irradiante e reattivo
del campo vicino.
Di conseguenza -come apparirà meglio più oltre- il lavoro effettivo svolto da F è soltanto quello eseguito
durante τ e fornito al campo trasversale, e da questo irradiato.

Con queste premesse, si osserva in figura quanto segue:

-Una prima deformazione del campo z di q si produce per il movimento di q da O ad O‟.


-Durante il tempo seguente l‟istante t‟ accadono due diversi fenomeni:
Lungo il percorso O‟O” q migra con moto rettilineo uniforme e perciò -in assenza di ulteriori accelerazioni- la
linea di forza z tende a ridiventare radiale rispetto a q cominciando dai segmenti più prossimi alla carica.
La deformazione z‟O‟ s‟allontana con velocità c: il tratto c mantiene la propria estensione ed i vertici z‟ ed O‟
della suddetta deformazione, si portano rispettivamente in z‟‟ ed A‟‟: la figura rappresenta la situazione al
tempo t”, omettendo quelle intermedie meglio rappresentate in figura 3.2.c.

-Esaminiamo ora la situazione, rappresentata in figura all‟istante t”:

In z‟‟ la linea di campo A‟A” può essere scomposta nelle due componenti Ez (z‟‟) ed ET(z‟‟) sicché la
conseguente configurazione geometrica consente di scrivere la proporzione seguente:

1] ET: Ez = s : z‟O e siccome z‟O = c  , scriviamo subito 2] ET: Ez = s : c 

data la già assunta approssimazione per s, scriviamo: s = v t”


e con v = a  risulta: s = a  t”
e con t = z /c risulta: s = a  z‟‟/ c sicché la 2] si può riscrivere così:

ET : Ez = (a  z‟‟/ c) : c  nella quale si può eliminare  ottenendo:

3] ET : Ez = (a z‟‟/ c) : c che si può risolvere per ricavare ET come segue:

4] ET = Ez (a z‟‟/ c2) e generalizzando: 4] ET = Ez (a z/ c2)

Poiché ET ed Ez sono egualmente dimensionati in volt/metro, nella 4] il termine a z/c2 -pur conservando le
proprie caratteristiche vettoriali- deve essere una quantità adimensionata, come infatti risulta.

Nella 4] inseriamo da sez. I° l‟espressione di Ez ed otteniamo: ET = (q / 4  o z2 ) ( a z ) : c2 che dà:

5] ET = q a / 4  o c2 z

che è -quasi- il risultato anticipato nella 1] del paragrafo 3.4: qui sopra non compare il termine cos  perché,
data la linea equatoriale Ez scelta in figura per semplicità, l‟angolo  tra detta linea e l‟ortogonale all‟asse del
moto di q è nullo e perciò cos  = 1. Per linee di forza variamente oblique va considerato il rispettivo valore
dell‟angolo  e di cos  inserendo il quale la formula assume validità generale e come nel testo, diventa:

6] ET = - q a cos  / 4  o c2 z

Lo stiramento trasversale della linea di forza z si oppone all‟azione della forza F che lo produce, e questa
opposizione è significata dal segno negativo nelle espressioni di ET, HT in 6] e 7].
- 37 -

III° sezione : generazione del campo magnetico, con riferimento alla figura 3.3.

L‟analisi precedente è stata svolta su una delle linee di forza elettriche uscenti da q, ma è evidente che essa si
riferisce a tutte le linee di forza Ez centrate su q come in figura 1.1.a; pur limitandoci ad una sola sezione
diametrale della suddetta sfera, questa analisi riguarda tutte le linee Ez uscenti da q e giacenti su detta sezione,
che è una superficie circolare di raggio infinito z, ortogonale al movimento di q, cioè alla linea O O‟‟, ma
queste linee non sono purtroppo correttamente rappresentabili in una figura bidimensionale.
Il campo elettrico ET si propaga analogamente all‟onda trasversale meccanica di figura 2.3 ed alle
discontinuità di figura 3.2 e con tale movimento induce nello spazio che attraversa un campo magnetico HT il
cui valore -come vedremo più avanti- è: HT = ET o c, con direzione e verso determinati dalla regola della
mano sinistra indicata al paragrafo 4.7.2, sicché le linee HT sono circonferenze aventi per asse la linea del
movimento di q pur essendo generate dal movimento di espansione di ET.
Altri movimenti di q non accelerati, producono campi magnetici di induzione aventi lo stesso asse di HT: in
che cosa dunque differiscono i concentrici campi HT ed Hi ?
Il campo Hi è indotto dalla corrente prodotta dal movimento non accelerato di q ed è il “campo di induzione”
ben noto in elettrotecnica, che prevale alle basse frequenze industriali; il relativo campo elettrico Ei ha
direzione parallela ad ET, e perciò HT ed Hi risultano concentrici al medesimo asse per ragioni geometriche.
Con le accelerazioni di q compaiono invece le componenti trasversali di campo elettrico ET di figura 3.2 ed
insieme quelle del campo magnetico HT indotto dal movimento di espansione di queste.
ET HT formano il campo elettromagnetico irradiato a rispettiva attenuazione lineare, risultano ortogonali tra
loro e si propagano con velocità c nelle direzioni radiali z ortogonali ad entrambe come appare in figura
3.4.

Tutto ciò premesso, inserendo l‟espressione di ET data nella 6] nella sopra citata HT = ET o c si ottiene il
valore del campo magnetico trasversale HT :

7] HT = - q a cos  / 4  c z che con la 6] era stata anticipata in 2] al paragrafo 3.4.

IV° sezione : discussione dello sviluppo eseguito alla sezione II°

1) per una data situazione si può considerare ET = k/z con k comprendente tutti i termini del secondo
membro dell‟equazione 6] eccetto 1/z.
Mentre l’attenuazione del campo elettrostatico è proporzionale al quadrato di z, quella di ET (equazione 6) è
in proporzione semplice di z : esprimendoci grossolanamente, ET s’attenua con z meno velocemente di Ez.
Questo non è il risultato di un giochetto algebrico: è semplicemente il differente comportamento di due
differenti campi di forze elettriche:
Il campo radiale elettrostatico, come sappiamo, è un campo centrato come quello della gravità ed ogni sua
linea di forza è in realtà un angolo solido dello spazio che la circonda, sicché la sezione di tale angolo solido
cresce con il quadrato di z, e nella stessa proporzione diminuisce l‟intensità del campo sulle successive
crescenti sezioni.

Il campo trasversale ET pur se prodotto tramite le linee di forza radiali Ez della carica q, porta l‟energia
immessa nel sistema dal lavoro della forza F, ed è monodimensionale, come i meridiani del mappamondo, le
cui linee, come è noto, si estendono in proporzione lineare del raggio sferico z, sicché nella medesima
proporzione lineare diminuisce l‟intensità del campo lungo le loro successive crescenti dimensioni.
Ma l’energia fornita al campo dal lavoro della forza F si suddivide tra la componente trasversale ET che essa
crea, ed HT che si induce nell’intorno di ET: essa è l’energia totale del campo trasversale irradiato, alla
quale il campo radiale della carica non porta alcun contributo, salvo la necessaria ma energeticamente
neutrale funzione di organo di trasmissione dell’energia irradiata; questo è l’aspetto fisico del procedimento
geometrico di Thomson prima descritto.
Le componenti ET , HT del campo irradiato sono tra loro ortogonali e formano una superficie -che è la
sezione del corrispondente vettore di Poynting- sulla quale è collocata l‟energia irradiata; se dette componenti
s‟attenuano linearmente con l‟aumentare del raggio z, il loro prodotto s’attenua secondo il quadrato di z.
- 38 -

Dunque, sulle successive e crescenti superfici sferiche del fronte d‟onda il campo elettrostatico e quello
elettromagnetico s‟attenuano entrambi nella stessa misura, secondo il quadrato di z, ma soltanto il secondo è
vettore di energia e di informazione.

2) Sviluppiamo ora un esempio per calcolare l‟ordine di grandezza del campo ET:
consideriamo un quarto del ciclo sinusoidale alla frequenza di 10 MHz, generalmente usata negli esempi di
questo lavoro: esso dura (¼) 10-7 secondi e possiamo allora indicare come ordini di grandezza :
 = 10-10 secondi ; s‟ = 10-10 metri, e risulta:
a = 2 s‟ /  2 = 2 x 1010 m/sec2 e v = a  = 2 m / sec, è la velocità di q in O‟.
Ponendo t” /  = 250, che potrebbe essere anche maggiore, si ha:
s = v t” = (½) x 10-7 metri; c  = 3 x 10-2 metri; c (t” + ) = circa c t” = circa z” = 7,5 metri.
Il termine della 4] a z / c2 risulta: 2 x 1010 x 7,5 / 9 x 10 16 = circa 1,66 x 10-6 .
Ponendo che in z” = 7,5 metri sia Ez = 1 volt / metro, ET in z” risulta appena 1,66 x 10 -6 volt / metro!
Il termine a z / c2 è un moltiplicatore che, come si vede nell‟equazione 4] consente di ottenere ET a partire
dal valore di Ez alla comune distanza z; esso è molto piccolo a motivo dell‟enorme valore numerico del suo
denominatore, e nelle condizioni che qui stiamo esaminando ciò rende assai esigua la componente trasversale
rispetto a quella longitudinale del campo elettrico.
Come si vede da quanto sopra, contrariamente a quanto appare in figura 3.3 a motivo della scala, la linea di
forza z rimane sostanzialmente radiale ed appena “increspata” trasversalmente: eppure questa piccola
increspatura trasversale è l’onda che viene irradiata e contiene il segnale utile trasmesso a distanza.
Infatti la componente trasversale -grande o piccola che sia- è l‟unica entità prodotta dalla forza agente, cioè
l‟entità che viene irradiata.
Il campo radiale Ez non è per nulla esiguo anche a distanze notevoli: si potrebbe dire che -pur attenuandosi col
quadrato della distanza- è “duro a morire”, ma -come detto nel testo- non porta informazione e rimane lo
statico “staffile della frusta” che può estendersi anche per migliaia di chilometri ma se non si muove, nulla
comunica a distanza né si può far notare -in quanto statico- in mezzo alla miriade di campi naturali ed
artificiali ovunque presenti; se invece si muove per un‟azione impressa alla sua origine, lo fa per onde, ed
allora compaiono le descritte componenti trasversali e si torna al caso dell‟irradiazione. Inoltre il campo
radiale -per quanto robusto sia- non essendo agito da alcuna forza, non veicola a distanza energia alcuna.
Se però il campo trasversale irradiato viene generato nell‟antenna da una corrente alternata, il suo valore è
normalmente assai più elevato rispetto a quello prodotto tramite una carica isolata, consentendo gli abituali e
realistici valori del campo a distanza.
Non è necessario estendere questa analisi per distanze z molto grandi perché in pratica la forza agente e
l‟accelerazione, in regime alternativo continuamente s‟invertono, e l‟inversione avviene ad ogni semiciclo
dell‟oscillazione, perciò -nell‟esempio- ogni 0,5 x 10-7 secondi, quando z è ad appena 15 metri da O, sicché
lo “spessore del guscio sferico” del campo irradiato corrispondente ad un ciclo della frequenza è in questo
esempio di 30 metri, e tale si mantiene propagandosi a distanza.
- 39 -

Figura 3.4: la radiazione nello spazio sferico.

nella figura la direzione di oscillazione della carica elettrica e quella della corrente in un eventuale dipolo
conduttore sono disposte secondo la doppia freccia al centro della sfera, cioè sull‟asse polare x. Sono indicati
in figura i vettori ET, HT, del campo elettromagnetico trasversale lungo l‟asse z della terna centrata nella sfera,
ed anche lungo un altro arbitrario raggio uscente in una direzione qualsiasi dal centro della sfera: tutti questi
raggi sono assi (w) del vettore di Poynting.
I vettori ET, HT, sono le componenti del campo elettromagnetico trasversale irradiato, generate dalle
accelerazioni impresse alla carica, e da essa al proprio campo elettrico come descritto nelle precedenti sezioni
di commento alla figura 3.3.
Esse risultano disposte come i meridiani ed i paralleli del fronte sferico del campo che avanza e si dilata nello
spazio secondo superfici sferiche crescenti.
Le linee di forza del campo elettrico statico -che ora non ci interessano più- sono pure raggi uscenti da q come
gli assi w dei vettori di Poynting, ma non vanno confuse con questi.
Come i meridiani ed i paralleli del mappamondo le linee ET, HT, s‟allungano e perciò s‟attenuano, in
proporzione lineare del raggio della sfera. Il loro prodotto vettoriale W = ET x HT s‟attenua pertanto col
quadrato dell‟aumento del raggio, cioè nella stessa proporzione dell‟aumentare della superficie sferica del
fronte d‟onda.
Le sezioni piramidali del vettore di Poynting sono le sue superfici crescenti sul corrispondente fronte d‟onda,
le quali trasportano sempre il medesimo valore di potenza del vettore, progressivamente attenuato nella stessa
proporzione dell‟aumento della superficie delle successive sezioni: una tronco-piramide ed alcune sue
crescenti sezioni, sono rappresentate in figura senza commenti data l‟evidenza geometrica della figura stessa.

Circa le intensità relative della radiazione lungo i vettori di Poynting variamente angolati, si veda la figura 3.5
con il relativo commento, nonché i capitoli successivi circa l‟anisotropia della radiazione di dipolo.

Figura 3.5: il diagramma della radiazione di dipolo .


L‟intensità della radiazione da parte della carica accelerata presenta la configurazione detta “di dipolo”.

-L‟asse x è l‟asse di oscillazione della carica elettrica oppure di una corrente oscillante lungo un dipolo;
ortogonalmente a tale asse è portato il piano y z della terna, con il quale le oblique w dei vettori di Poynting
uscenti da O, formano i corrispondenti angoli .
- 40 -

-All‟inizio del paragrafo 3.4 abbiamo già visto che l‟energia irradiata nelle varie direzioni dello spazio sferico
intorno al dipolo oscillante presenta una proporzionalità rispetto a cos 2 : ciò perché il valore della potenza del
campo è il prodotto vettoriale delle sue due componenti ET cos, HT cos.
Dalle 1] 2] 3] di paragrafo 3.4 e dalle 6] e 7] del commento di figura 3.3 s‟intravede il diagramma della
radiazione di dipolo, ora riportato in figura 3.5, che -a motivo del termine cos2 - presenta una direzione di
radiazione nulla lungo l‟asse di accelerazione della carica e massima sul piano ad esso ortogonale, in
conseguenza delle differenti ampiezze delle distorsioni del campo elettrico prodotte dall‟accelerazione sulle
varie linee di forza uscenti dalla carica, in ragione del loro angolo rispetto all‟asse dell‟accelerazione stessa;
analogo fenomeno apparirà per simili ragioni anche per i dipoli materiali filiformi percorsi da corrente
alternata, cioè per le antenne.

-La funzione cos2  qui sopra raffigurata -e che vedremo meglio al capitolo 10- è dunque la curva di inviluppo
dei valori dei vettori di Poynting con origine nel dipolo e variamente angolati, la cui lunghezza indica in
termini relativi il valore del loro contenuto di energia. La figura rappresenta la sezione sul piano x z, del
solido che si ottiene facendo ruotare la sezione stessa intorno all‟asse x; pertanto le direzioni dei vettori di
Poynting qui necessariamente rappresentate soltanto sul piano di detta sezione, si devono considerare estese a
tutto il volume del solido di rotazione suddetto. Il diagramma di radiazione verrà meglio analizzato al capitolo
10.

3.5: cenni sul campo trasversale e sulla sua irradiazione.

Nel commento di figura 3.3 s‟è fatto notare che la componente trasversale della linea di
forza elettrica ha verso opposto a quello della forza agente che l‟ha generata, da cui i segni
negativi per ET e per HT nelle formule del paragrafo 3.1.
Trasferiti ET HT in coordinate cartesiane, questi segni offrono interessanti e molteplici
riscontri funzionali e geometrici che lasciamo ad approfondimenti personali.
Fermo restando il significato energetico di tali segni negativi, essi poi si eliminano calcolando la
potenza, cioè il prodotto vettoriale ET x HT che dà per risultato il vettore di Poynting W con
segno e verso positivo quando i fattori del prodotto abbiano entrambi segno positivo oppure
negativo, come indicato al capitolo 4.
Nel processo di generazione del campo trasversale, la forza applicata alla carica ha dunque
compiuto un lavoro per accelerarla contrastando le forze opposte dal campo radiale e
dall‟induzione della componente magnetica trasversale.
La forza agente fornisce così tramite la carica, al campo trasversale che si propaga,
l‟energia che da esso viene irradiata e perciò sottratta al sistema.

La sottrazione di questa energia che così esce dal sistema della carica, si manifesta sulla
carica stessa come una forza opposta a quella agente, perché per conservare
l’oscillazione della carica stessa occorre fornirle nuova energia: questo necessario
rifornimento corrisponde esattamente all’energia che la forza agente, tramite la carica,
ha immesso nel campo ed è stata da questo irradiata.

L‟energia irradiata proviene dunque dalla forza agente; il ruolo della carica viene
declassato a quello di organo di trasmissione dell‟energia, posto tra il generatore che la
produce ed il campo che la riceve: è un ruolo essenziale, ma passivo come quello
dell‟antenna, che vedremo più avanti; ciò avviene allo stesso modo col quale una frusta
sferza le molecole d‟aria trasmettendo ad esse la forza agente e producendo un‟onda
- 41 -

sonora che si propaga alle molecole successive come descritto al capitolo 2. La differenza
tra gli staffili della frusta e quelli costituiti dalle linee di forza della carica elettrica
riguarda le loro interazioni col mezzo nel quale rispettivamente operano: l‟aria con la
propria massa m ed elasticità c; il vuoto con le proprie corrispondenti costanti o o.
Si possono eseguire degli esempi e dei calcoli sulla radiazione da parte della carica isolata
ed accelerata, ma s‟incontrano ben presto delle difficoltà perché assegnando dei valori
numerici alle varie grandezze s‟ottengono dei risultati irrealistici, che corrispondono
all‟irrealtà di un trasmettitore di radiofrequenza costituito dall‟oscillazione di una carica
elettrica isolata; e così infatti dev‟essere, cioè la difficoltà dei calcoli conferma
l‟impossibilità pratica del sistema: ma non quella teorica e sperimentale, ed infatti
vedremo che questi sviluppi -trasferiti all‟antenna- sono validi ed utili.

Dove sta dunque, il passaggio che nell‟antenna permette ciò che alla carica isolata
impedisce?
E‟ la già nota questione che le cariche elettriche isolate di valori convenienti non sono né
disponibili né gestibili: la carica isolata di un solo coulomb è peggio d‟una bomba, ma
invece dentro un conduttore sta nel reticolo metallico dell‟estrema punta d‟uno spillo ed è
docilissima, sensibile a forze elettromotrici incredibilmente minime.
Rinviamo dunque le considerazioni relative alla pratica produzione del campo
elettromagnetico ed al suo impiego per l‟irradiazione di energia utile, alla più concreta
situazione dell‟antenna reale.

3.6 : cenni sui campi in prossimità della carica in movimento.

Le componenti trasversali del campo elettrico fin qui descritte, assumono valori crescenti
con l‟aumentare delle accelerazioni impresse alla carica mediante forze variabili con
frequenza elevata; queste condizioni interessano il nostro studio perché ci occupiamo della
formazione delle onde elettromagnetiche e della conseguente radiazione di energia fuori
dal sistema oscillante, che origina appunto dalle oscillazioni delle linee di forza elettriche
della carica accelerata e poi -ovviamente- del sistema ad alta frequenza
“corrente/antenna”.
Se i valori delle accelerazioni impresse alla carica sono piccoli, le componenti trasversali
del suo campo elettromagnetico rimangono trascurabili in confronto alla configurazione
quasi-statica della carica e del suo campo elettrico in quiete od in lento movimento.
I due processi coesistono nel processo di generazione e propagazione dei campi, sotto i
termini generali di radiazione e induzione ma in notevole confusione concettuale.
I vari aggettivi usati per confrontare la dinamica relativa ai campi prodotti dai differenti
movimenti della carica esigono precisazioni terminologiche, che potrebbero basarsi sulla
comparazione tra le correnti di conduzione e di spostamento, considerando rispettivamente
prevalenti quelle componenti che nelle diverse condizioni dinamiche della carica, delle
correnti e dei campi diventano più o meno rilevanti e sempre in rapporto a spazi misurati
in termini di lunghezze d‟onda e tempi in termini di frequenze poiché le prevalenze sono
confronti relativi, non dati assoluti, e dunque vanno riferiti alle specifiche situazioni reali.
- 42 -

Ulteriore confusione terminologica insorge accostando il termine “campo di radiazione”


con “campo lontano” ed il termine “campo d‟induzione” con “campo vicino”.
Sono accostamenti ambigui: il campo di radiazione inizierebbe in lontananza dalla carica
accelerata o dall‟antenna? e prima di esso che cosa ci sarebbe? oppure seguirebbe in coda
a quello vicino? ed il campo vicino inizierebbe invece a ridosso della carica o
dell‟antenna, e dove terminerebbe, visto che pare non vada lontano? e perché lontano non
va? e perché è chiamato “campo di induzione”?
Raramente s‟incontrano simili confusioni concettuali e terminologiche, sicché conviene
fare piazza pulita e ripartire da zero.

Consideriamo il pendolo perfetto di figura 8.2 col circuito di figura 8.1, oppure l‟onda
stazionaria di figura 9.2: essi sono dispositivi oscillanti senza perdite proprie e senza
relazioni energetiche esterne e dunque per definizione non irradiano energia; quella che
possiedono rimane nel loro sistema sicché sotto questo aspetto possiamo considerarla
“vicina”. Le sue componenti cinematiche e potenziali s‟invertono ad ogni ciclo
mantenendosi sfasate di 90° e perciò non producono lavoro alcuno.

Ammettiamo ora che i sistemi descritti (come si vedrà nei commenti delle rispettive
figure) cedano o irradino, o immettano all‟esterno una parte dell‟energia in essi oscillante,
ad esempio per perdite di attrito per scambio con l‟aria circostante il pendolo o per altre
ragioni.
Si tratta di energia attiva, non più swattata, in uscita dal sistema: la chiameremo per questo
“lontana”? e continueremo a chiamare “vicina” quella swattata che rimane nel sistema ed
in esso oscilla pur senza uscirne?
Se per esempio il pendolo cede energia all‟aria esterna, ciò avverrà in maggior misura in
corrispondenza della sua maggior velocità, e meno dai punti estremi della sua oscillazione
dove la sua massa rallenta fino a fermarsi. Una parte dell‟energia rimane dunque entro il
sistema oscillante, e dunque -per usare i termini suindicati- vicina, swattata.

La carica elettrica oscillante (come una corrispondente corrente d‟antenna) producono nel
loro intorno dei campi elettromagnetici variabili che influenzano lo spazio circostante nel
quale possono rilasciare ed immettere energia tramite onde elettromagnetiche, cioè
componenti accelerate delle rispettive correnti. Componenti delle suddette correnti, meno
accelerate ma pure oscillatorie, s‟invertono ad ogni ciclo rimanendo entro i confini del
sistema, dunque per definizione non escono da esso pur producendo nel suo interno, entro
lo spazio di mezzo ciclo, cioè di mezz‟onda, effetti elettromagnetici che potremmo
chiamare per tali ragioni “vicini” e saranno, come nel caso del pendolo, effetti “swattati”
di energia rimasta nel sistema.

Queste componenti che oscillano nel sistema, e perciò per definizione oscillano all‟interno
di esso, non proseguono al suo esterno, appunto perché tornano ciclicamente indietro.
Ciò può avvenire per varie ragioni, comprese quelle dell‟adattamento onda/spazio, che
richiama il R.O.S. citato al capitolo 11, ma in generale non sono fenomeni dissipativi,
piuttosto di scambi dell‟energia tra la zona di generazione e quella di propagazione.
- 43 -

In prossimità della carica (o della corrente oscillatoria) le due situazioni coesistono ed il


campo vicino è localmente prevalente, ma ad ogni oscillazione ha il tempo per compiere il
tragitto di andata-ritorno sicché i suoi effetti non superano lo spazio di mezza lunghezza
d‟onda della frequenza oscillatoria: il campo vicino (detto d’induzione) non irradia
energia perché essa oscilla nel sistema; si può dire anche che non va avanti perché torna
indietro.
In caso di frequenze modeste la citata distanza di mezz‟onda può essere molto estesa, ma a
causa dell‟elevata attenuazione gli effetti distali del campo vicino si estinguono ben presto.
Rapidamente prevale dunque il campo trasversale, le cui componenti vengono proiettate
fuori dalla zona di generazione, alla quale pertanto -al contrario di quelle del campo
vicino- non fanno ritorno: i movimenti del campo trasversale non sono più simmetrici e
reversibili, sicché la relativa energia esce dal sistema e viene irradiata.
Il “campo vicino” viene spesso considerato il tratto iniziale del “campo lontano” cioè del
campo di radiazione, perché s‟immagina che lo preceda nello spazio e nel tempo e ne sia
l‟origine. Se così fosse, sarebbe legittimo e giustificato un interesse per il campo vicino,
perché sembra logico capire l‟origine prima di un fenomeno che si ritiene avvenga dopo.
Ma -come descritto in figura 3.3- le cose non stanno così, perché i due campi hanno
differenti origini e già a distanze relativamente modeste hanno differenti destini.
E tuttavia queste “differenze” non sono concettualmente assolute, bensì si tratta di
“prevalenze” dell‟accelerazione, della frequenza, cioè di fatti quantitativi che rendono
importante un campo piuttosto dell‟altro, anche se entrambi contengono -in diversa
misura- tutte le caratteristiche dei campi elettromagnetici.
Per dare un‟idea della situazione, anche con riferimento alle applicazioni tecnologiche
possiamo indicare gli ordini di grandezza di una approssimativa suddivisione:

-campi alle frequenze industriali di 50 Hz sono con tutta evidenza campi di induzione, non
di radiazione, e lo sono pure i campi alle frequenze acustiche fino a circa 10 kHz.
-campi alle frequenze ultra acustiche da circa 15-20 kHz a circa 50 kHz sono in “zona di
transizione” con rilevanti componenti di induzione e crescenti componenti di radiazione, e
conseguenti duplici applicazioni (vedere anche in appendice al cap. 10).
-campi oltre 50 kHz sono già campi di radiazione, e diventano rapidamente di dominio
radio.

I margini qui indicati sono molto ampi perché questa duplicità di campi prossimi
all‟antenna esiste sempre, ed il loro raffronto è questione di prevalenze.
Le frequenze più basse sono dominio dell‟elettrotecnica industriale e delle macchine
elettriche; quelle intermedie, dell‟acustica e delle radioonde lunghissime e lunghe; quelle
più elevate, dei molteplici sistemi radio, ma i confini di questi domini non sono nettissimi.
Poco lontano dall‟antenna, nel nostro caso rimane ben presto il solo campo di radiazione,
vettore di energia e di informazione, del quale soltanto ci occuperemo, e dunque il nostro
interesse per il campo vicino -che egualmente citeremo ancora per altri motivi- termina già
a questo punto del nostro studio.
- 44 -

CAPITOLO 4: UNITA‟ DI MISURA,


TERNA CARTESIANA E PRODOTTI VETTORIALI,
MOTO ARMONICO, REGOLE CONVENZIONALI

4.1: Unità di misura

In questo lavoro usiamo le unità di misura del Sistema Internazionale -abbreviato S I- che
si basano sulle unità fondamentali -metro, chilogrammo, secondo- come misure di
lunghezza, massa e tempo.

Aggiungiamo l‟unità di carica elettrica e da queste unità ricaviamo tutte le altre.

1) dal 1983 la velocità della luce nello spazio vuoto è stata definita come “valore esatto”
cui corrisponde il rapporto tra la distanza Lc e l‟intervallo di tempo t di un secondo,
impiegato dalla luce per percorrerla con la velocità c che per definizione è:

c = 299.792.458 metri al secondo

e pertanto risulta: Lc = 299.792.458 metri

e rimane così definita anche l‟unità di lunghezza: il “metro” deve stare 299.792.458 volte
in Lc e perciò essere lungo Lc / 299.792.458 = 1 metro.

2) il tempo è misurato con l‟orologio atomico: il “secondo” è l‟intervallo di tempo nel


quale si compiono 9.192.631.770 periodi di oscillazione della radiazione del cesio.

I valori indicati in 1) e 2) sono stati volutamente stabiliti in modo che le unità di lunghezza
e di tempo risultino il più possibile prossime a quelle preesistenti ed ai corrispondenti
campioni, tanto che per gli usi pratici -pur essendo cambiata la gerarchia delle definizioni-
le nuove unità possono essere considerate eguali a quelle precedentemente in uso.

3) Le grandezze:

o , costante dielettrica del vuoto


o , permeabilità magnetica del vuoto

sono le costanti di proporzionalità già indicate nelle equazioni delle forze al capitolo 1.
Esse non sono indipendenti l‟una dall‟altra poiché le unità di carica elettrica e di corrente
elettrica usate per definirle non sono tra loro indipendenti: infatti la corrente che fluisce in
un conduttore è in rapporto con le cariche elettriche che ne attraversano la sua sezione.

Di conseguenza -volendo attribuire un valore numerico arbitrario alle suddette costanti- si


può farlo per una sola di esse.
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Nel Sistema SI si attribuisce a o il valore arbitrario esatto:

o = 4 x 10-7 henry / metro

ciò stabilito, l‟unità di corrente è derivabile dall‟equazione della forza magnetica Fm del
capitolo 1, secondo la configurazione di Biot-Savart, che qui ricordiamo:
Con z = 1 metro = distanza tra due conduttori sottili, rettilinei, paralleli, percorsi dalla
stessa corrente I, la forza risulta:

Fm = o I2 / 2 z (per la procedura dell‟esperimento si veda in B 01 e altri equivalenti).

Si pone I = 1 amper come in appresso definito e si pone per definizione: o = 4 x 10-7


henry/metro, e risulta: Fm = 2 x 10-7 newton per ogni metro dei contrapposti conduttori.
“un amper è la corrente che scorrendo in due conduttori rettilinei, sottili, paralleli,
indefinitamente lunghi, posti nel vuoto, distanti 1 metro, produce per ogni metro della loro
contrapposta lunghezza, una forza di 2 x 10-7 newton.”
Così definito l‟amper, l‟unità di carica -coulomb- deve essere tale che transitando in un
secondo attraverso la sezione dei conduttori suddetti, costituisce la corrente di 1 amper
sopra definita.

4) la propagazione della luce nel vuoto è fenomeno fisico universale, che avviene alla
velocità c assunta come grandezza fondamentale.
A tale velocità, come dimostreremo al capitolo 7, corrisponde la seguente relazione:
______
c = 1 /  o o

Essendo state definite come quantità esatte sia c che o, bisogna che o risponda
all‟espressione:

o = 1 / o c2 e risulta o = 8,854187.... x 10-12 farad/metro

GRANDEZZE FONDAMENTALI E RELATIVE UNITA‟ DI MISURA

M massa chilogrammo massa kgm correntemente kg


L lunghezza metro m
T tempo secondo s
Q carica (elettrica) coulomb q

Si tenga anche presente la celebre equazione relativistica E = M c2 che noi in seguito


scriveremo J = M c2 (B 17; B 20) che stabilisce l‟equivalenza massa-energia.
Nota: dalla similitudine formale e dall‟equivalenza dimensionale della formula suindicata con quella
altrettanto nota della cinematica [ ½ M v2 ] non si devono trarre improprie similitudini concettuali.
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RELAZIONI DIMENSIONALI, UNITA‟ ED EQUIVALENZE

Forza newton M L T-2

Energia joule M L2 T-2

Potenza watt M L2 T-3

Corrente elettrica amper T-1 Q

Potenziale elettrico volt M L2 T-2 Q-1

Resistenza elettrica ohm M L2 T-1 Q-2

Capacità elettrica farad M-1 L-2 T2 Q2

Induttanza elettrica henry M L2 Q-2

E unità di campo elettrico volt/metro M L T-2 Q-1

H unità di campo magnetico amper/metro L-1 T-1 Q

o costante dielettrica del vuoto 8,854187....x 10-12 farad/metro M-1 L-3 T2 Q2

o permeabilità magnetica del vuoto 1,256 x 10-6 henry/metro M L Q-2

Zo impedenza caratteristica del vuoto 120  = 377 ohm M L2 T-1 Q-2

G costante gravitazionale 6,672 x 10-11 newton m2/kg2 M-1 L3 T-2

c velocità della luce nel vuoto 299.792.458.... metri/secondo L T-1

e carica dell‟elettrone 1,602 x 10-19 coulomb Q

j energia di 1 elettronvolt 1,602 x 10-19 joule M L2 T-2

j massa di 1 joule 1,11 x 10-17 kg M

massa a riposo dell‟elettrone 9,1 x 10-31 kg M

“diametro” dell‟elettrone 2 x 2,82 x 10-15 metri L

“diametro” dell‟atomo 10-10 metri L

elettroni in 1 coulomb 6,242 x 10 18 elettroni/coulomb

cariche di conduzione in 1 mm3 di rame 13,579 coulomb = 84,766 x 1018 elettroni


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Le costanti elettromagnetiche o , o , sono qualità fisiche del vuoto e -con la notazione


generale , , ed i rispettivi valori- di tutta la materia esistente; o , o , sono i minimi
possibili valori di , , e poiché -come s‟è visto- la velocità della luce nel vuoto è
inversamente proporzionale al valore di queste costanti e dipende soltanto da esse, ne
consegue che nello spazio vuoto essa è universalmente eguale, ed è anche la massima
possibile in natura; dalle suddette costanti dipende anche l‟impedenza caratteristica del
vuoto Zo, che sarà descritta nel capitolo 6.

Figura 4.1 in alto a sinistra: la terna cartesiana destrorsa in prospettiva; i versi positivi degli assi sono
indicati in linea continua e definiti dalle rispettive frecce, quelli negativi in tratteggio; l‟asse y va visto
ortogonale al foglio e la sua freccia orientata verso chi legge.
Figure 4.2 in verticale a destra : sono indicate due proiezioni ortogonali della terna 4.1, guardando
l‟asse z di punta e dal suo verso negativo. Nel primo caso l‟asse z appare uscente dal foglio per chi legge, nel
secondo appare entrante nel foglio, ed è rispettivamente indicato con un punto e con una crocetta.
Figura 4.3 in basso a sinistra: mostra la convenzione che si usa in trigonometria, cioè gli angoli -ove non
diversamente indicato- sono crescenti andando in verso antiorario. Ciò corrisponde alla rotazione di una
normale vite destrorsa posta nell‟origine degli assi e disposta secondo l‟asse z : se essa viene avvitata, la sua
punta procede nel verso positivo dell‟asse z e trascina l‟asse x verso l‟asse y ed anche l‟asse -x verso l‟asse -y
in verso antiorario per chi guarda l‟asse z di punta.
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4.2 : La terna cartesiana

Lo spazio nel suo complesso, i suoi singoli punti e le loro distanze, lo sviluppo e la
propagazione dei fenomeni che descriviamo, devono essere riferiti ad un sistema entro il
quale siano univocamente possibili le necessarie misurazioni geometriche.
Per le misurazioni del tempo occorre aggiungere un orologio solidale al suddetto sistema.
Il sistema che adottiamo nel testo è costituito dalla terna cartesiana destrorsa di figura
4.1, la quale contiene lo spazio tridimensionale in tre assi, x, y, z, tra loro ortogonali,
aventi comune origine O.
Normalmente si rappresentano soltanto i semiassi nel verso positivo indicato dalla freccia;
le loro estensioni negative sono indicate in tratteggio; vanno inoltre ricordate le seguenti
convenzioni:

1) sul foglio piano è difficile rappresentare correttamente i tre assi suddetti perché occorre
disegnarli in prospettiva; altrimenti se ne possono rappresentare due ed il terzo risulta
ortogonale al piano del foglio: se visto “di punta” come in figura 4.2 esso è rappresentato
con un punto ““ e se visto “di coda” con una crocetta “+”. Chi legge lo vede
rispettivamente uscente oppure entrante nel foglio.
2) la rotazione positiva degli angoli tra gli assi, e perciò il verso crescente del rispettivo
angolo, si misurano in senso antiorario, come in trigonometria.
In figura 4.3 la rotazione suddetta corrisponde a quella di una normale vite destrorsa
collocata secondo l‟asse z: avvitandola essa trascina l‟asse x verso l‟asse y, e l‟asse -x
verso l‟asse -y ed avanza nel verso positivo dell‟asse z.
3) gli assi x, y, z, nella loro intera estensione positiva e negativa, identificano tre piani e le
relative ortogonali ; in figura 4.4 sono indicati i semipiani positivi e le loro ortogonali:
piano x z, y; piano x y, z; piano y z, x.

Figura 4.4: i tre piani della terna e le loro ortogonali, descritti nel testo.
- 49 -

4.3 : Il prodotto vettoriale esterno di due vettori complanari ed ortogonali.

Ricordiamo il concetto generale di vettore, che consiste nella rappresentazione di una


grandezza fisica tramite un segmento geometrico orientato che ne dà il valore numerico, la
direzione ed il verso.

La figura 4.5 rappresenta il prodotto vettoriale esterno di due vettori complanari ed


ortogonali, il quale è geometricamente una superficie. Si può utilmente rappresentare tale
prodotto mediante un terzo vettore ortogonale a tale superficie avente per ampiezza il
prodotto dei valori dei due vettori; verso Z definito dall‟avanzamento della vite destrorsa
di figura 4.3 secondo il quale il vettore moltiplicando X raggiunge il vettore moltiplicatore
Y percorrendo l‟angolo più breve e non superiore a 90° tra essi interposto, per via
sinistrorsa cioè trigonometricamente positiva, vista dalla punta di Z.
In figura 4.5 è rappresentato il prodotto X x Y = Z ed anche -X x -Y = Z .
Ma Y x X = -Z perché la percorrenza Y X avviene per via destrorsa, cioè negativa.

Per quanto suddetto, moltiplicando e moltiplicatore non sono permutabili come in


aritmetica.

In elettrotecnica si possono indicare mediante vettori varie grandezze, come la tensione, la


corrente, il campo elettrico ed il campo magnetico. Abitualmente collocheremo i vettori
come segue:

il vettore E del campo elettrico ( E = V/L = volt/metro) sull‟asse x ed il vettore H del


campo magnetico (H = I/L = amper/metro) sull‟asse y.
Si osserva che se il vettore I è collineare con il vettore E, il vettore H del campo
magnetico generato dalla corrente risulta ortogonale ad entrambi.

La potenza elettrica è W = V I; misurata tramite i vettori E, H, dei rispettivi campi nello


spazio compreso nella terna, la potenza specifica, cioè per unità della superficie S giacente
nel piano E H, è il prodotto vettoriale:

W / S = E x H = watt /metro quadrato

Assunta questa geometria la potenza suddetta risulta distribuita sulla superficie S ed il


verso del vettore W è ortogonale a tale superficie sicché nella terna viene a coincidere con
l‟asse z: vedremo che tale asse indica il verso della propagazione dell‟energia del campo
elettromagnetico E, H.
In regime alternativo, durante un semiciclo i vettori E, H, (istantanei, per esempio al
valore massimo) sono disposti come in figura 4.6.a, e nel semiciclo successivo ed opposto,
come in figura 4.6.b.
Il vettore prodotto è W / S = E x H nel primo semiciclo e W / S = -E x -H nel secondo
e mantiene in entrambi i semicicli la direzione ed il verso positivo di z.
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Figura 4.5: il prodotto vettoriale

Sono qui illustrati i prodotti vettoriali esterni X x Y = Z e -X x -Y = Z limitatamente al caso -per noi
sufficiente- nel quale i vettori X, Y, sono complanari e tra loro ortogonali, come in figura.
Le convenzioni vettoriali danno per entrambi i prodotti un vettore Z positivo, giacente sull‟asse z ed orientato
secondo il verso positivo dell‟asse stesso. Se i membri X ed Y del prodotto sono vettori rappresentanti delle
lunghezze, dimensionalmente L, il loro prodotto è una superficie, dimensionalmente L 2, collocata sul piano xy
la cui ortogonale (figura 4.4) è il vettore prodotto Z, il quale indica univocamente il valore e la disposizione
geometrica di tale superficie.

a b

Figura 4.6 : il prodotto vettoriale W = Ex x Hy

con le stesse convenzioni della precedente, la figura 4.6 rappresenta il prodotto vettoriale delle componenti
elettrica e magnetica Ex Hy dapprima entrambe positive e poi entrambe negative come avviene nel campo
reale a motivo dell‟inversione della corrente alternata generante: il cui risultato è un medesimo vettore W che
esprime una potenza elettrica per unità di superficie, e come nel caso descritto nella figura precedente, tale
superficie è collocata nel piano xy, ed il vettore prodotto W sull‟asse z, e risulta avanzante nel verso positivo
dell‟asse stesso come la vite di figura 4.3. Si noti l‟efficacia delle citate convenzioni che permettono di
indicare la propagazione lungo z del vettore potenza W distribuito sulla superficie xy ad esso ortogonale ed
avente per lati i vettori dei campi elettrico e magnetico Ex Hy.
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4.4 : onde e forme d‟onda e moto armonico.

Un vettore rotante può rappresentare il raggio della circonferenza disegnata dalla sua
estremità (figura 2.1).
Le proiezioni del suo movimento rotatorio, circolare, uniforme, disegnano sul diametro x-
x della circonferenza, e sull‟asse x-x del piano cartesiano della citata figura, la traiettoria
rettilinea di un particolare moto alternativo, ciclico, accelerato, corrispondente alla traccia
del pendolo sulla sottostante striscia di carta mantenuta ferma.
Le proiezioni del medesimo movimento rotatorio suddetto riportate sul piano cartesiano in
funzione del tempo, disegnano una sinusoide, che corrisponde alla traccia del pendolo
sulla sottostante striscia di carta in movimento uniforme.
Esistono dunque delle relazioni tra il movimento circolare del punto rotante e quello
oscillante del pendolo, che infatti -per quanto possano apparire differenti- obbediscono ad
una stessa legge matematica, che può essere espressa con funzioni sinusoidali,
esponenziali, e seriali, qui non riportate: per approfondimenti, vedere ad esempio B 01, 02,
05, 20, 21, 24 ed il seguente interessante filmato VHS in italiano, di circa 30 minuti:
Educational video, Californian Institute of technology “la meccanica dell’universo: il
moto armonico” Universal Video Corp. U.V.C. via Reguzzoni 15, 20125 Milano.

Tutti questi movimenti, con riferimento alle oscillazioni acustiche musicali, sono detti
“armonici” ed “armoniche” le funzioni matematiche che li esprimono: a noi interessano
perché riguardano i fenomeni oscillatori e delle onde da questi prodotte.
La citata identità matematica conferma l‟analogia fisica dei moti descritti, ed anche la
similitudine tra il moto rotatorio e quello oscillatorio, evidenziata in figura 2.1, dato che
questo altro non è che un segmento di quello.
Le oscillazioni meccaniche (capitolo 2) ed elettromagnetiche (capitolo 8) obbediscono a
medesime leggi perché entrambe riconducibili al moto oscillante, armonico, delle
rispettive masse ed all‟alternativo scambio tra le energie potenziale e cinetica (figura 8.2).

Si dicono “forzati” i movimenti circolari ed oscillatori intrattenuti da forze applicate


continuativamente alle rispettive masse, così obbligate a seguirne l‟andamento armonico;
un esempio tipico è costituito dall‟onda prodotta dal movimento circolare dell‟alternatore,
corrispondente alla figura 2.1.a: essa assume forzatamente l‟andamento ciclico, armonico,
sinusoidale, prodotto dalla proiezione del flusso induttore sul circuito indotto.
Si dicono “libere” le oscillazioni meccaniche del pendolo di figura 2.1.b, e dei sistemi
delle figure 2.2 e 2.3, e pure quelle dei sistemi elettromagnetici di figura 8.1: tali
oscillazioni vengono iniziate da un‟azione che distoglie i sistemi suddetti dal loro
precedente stato di quiete, lasciandoli poi in libera oscillazione armonica (che in assenza
di perdite sarebbe permanente) determinata dalle caratteristiche dei sistemi stessi.

Entrambi i fenomeni sono armonici, ma in generale soltanto le oscillazioni libere


raggiungono frequenze sufficientemente elevate per produrre e propagare onde
meccaniche -ad esempio acustiche- oppure onde elettromagnetiche; noi ci occuperemo di
queste ultime e dei sistemi che le generano e le irradiano.
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4.5 : campi e flussi di induzione nello spazio vuoto

I campi E, H, producono nello spazio i flussi ΦE, ΦH, che sono le loro rispettive azioni,
elettrica e magnetica nello spazio di sezione S, per le cui definizioni rinviamo alla
bibliografia, ad esempio B 01.
Le relazioni che collegano le varie grandezze interessate sono le seguenti:
ΦE = DS, con D = o E ΦH = BS, con B = o H
Esistono buone ragioni per trattare il campo elettromagnetico in termini di E, H, come noi
stiamo facendo, oppure in termini di E, B, come fanno molti testi recenti: i motivi delle
differenti opportunità sono troppo prolissi ed opinabili per essere trattati in questa sede.

4.6 : i segni algebrici nelle formule dei fenomeni fisici.

Date le convenzioni adottate in geometria, matematica, trigonometria e nel calcolo


vettoriale, normalmente i segni risultanti dai calcoli coincidono con il significato fisico di
reazione od opposizione che compare nel fenomeno calcolato, come ad esempio nelle
equazioni al capitolo 3.
Se ciò non accade, occorre applicare il segno necessario, come nel caso dell‟equazione di
Faraday per l‟induzione del campo elettrico da parte del campo magnetico, cui provvede la
legge di Lenz. (correzione necessaria, spiegata al capitolo 6, figura 6.5, che in tal caso
purtroppo produce una inevitabile quanto inestetica disimmetria nelle due equazioni di
Maxwell per l‟induzione, la quale però non rompe la loro simmetria fisica).
Dove sia necessario, daremo opportuna e motivata spiegazione del segno algebrico.
I segni suddetti e le principali relative operazioni vettoriali si possono riassumere in alcune
regole mnemoniche che illustriamo sinteticamente nel seguente paragrafo.

4.7: le regole della mano destra e mano sinistra.

Questo paragrafo indica le regole geometriche e vettoriali dell‟induzione i cui fenomeni, in


parte accennati dal capitolo 3, sono più ampiamente ripresi nei capitoli 5, 6, 7.

4.7.1: induzione da grandezze elettromagnetiche tempovariabili: questo tipo di induzione


riguarda “circuiti” o meglio zone di spazio geometricamente fisse nelle quali un flusso
elettrico induttore variabile nel tempo, produce un effetto indotto.
-una corrente elettrica nella disposizione di figura 1.3.a, produce nel suo intorno un campo
magnetico le cui linee H sono disposte secondo la seguente regola della mano destra:
posto il pollice lungo la corrente secondo il verso positivo di essa, le dita leggermente
curvate indicano il verso di H. La corrente alternata equivale al flusso di un campo
elettrico tempovariabile (fig. 5.1) ed intorno alla corrente od al flusso viene indotto un
campo magnetico il cui verso si determina per ogni opposta alternanza con la stessa regola
suddetta: posta la corrente o il flusso secondo l‟asse x della terna destrorsa, le linee del
campo indotto H assumono verso antiorario, positivo, e costituiscono la circuitazione della
corrente o del flusso; la circuitazione ruota intorno all‟asse del flusso induttore, che nella
definizione di Maxwell ne è il Rotore: dΦE / dt = Rot H (in un certo senso il“motore”).
- 53 -

-un flusso magnetico tempovariabile (fig. 6.3) induce nel suo intorno un campo elettrico il
cui verso si determina come sopra, ma con la regola della mano sinistra disponendo il
pollice, per ogni alternanza, secondo il verso positivo del flusso: posto il flusso secondo
l‟asse y della terna destrorsa, le linee del campo indotto E assumono verso orario,
negativo, e costituiscono la circuitazione del flusso, la quale ruota intorno all‟asse del
flusso induttore, che nella definizione di Maxwell ne è il Rotore: dΦH /dt = - Rot E.
L‟uso della mano sinistra impone il segno negativo, che corrisponde anche alla legge di
Lenz; si sarebbe potuta usare la regola della mano destra disponendo il pollice nel verso
negativo del flusso: come si vede, in ogni caso è necessaria un‟inversione (che il segno
negativo conferma) per indicare il verso orario, negativo, del campo elettrico indotto.

4.7.2: induzione da grandezze elettromagnetiche spaziovariabili: questo tipo di


induzione riguarda “circuiti” o meglio zone di spazio e flussi elettromagnetici
reciprocamente mobili, dove un flusso induttore produce un effetto indotto a causa del
movimento relativo tra gli enti suddetti.
-la direzione della grandezza indotta è sempre ortogonale a quella della grandezza
induttrice ed a quella del movimento relativo; i rispettivi versi risultano dalle regole
vettoriali seguenti:
-un campo elettrico E uscente dal foglio per chi legge sia “spazzolato” da un segmento
indotto (1): lungo questo viene indotto un campo magnetico H il cui verso è determinato
dalla seguente regola della mano sinistra: disposto sopra il campo uscente, cioè sul foglio,
il palmo della mano distesa con il pollice lungo il verso dello spostamento del segmento
indotto, cioè opposto al movimento del campo induttore, le dita distese indicano il verso
del campo indotto H. Si veda il caso di figura 7.2.
-un campo magnetico H uscente dal foglio sia “spazzolato” da un segmento indotto (1):
lungo questo viene indotto un campo elettrico E il cui verso è determinato dalla seguente
regola della mano destra: disposto sopra il campo uscente, cioè sul foglio, il palmo della
mano distesa con il pollice lungo il verso dello spostamento del segmento indotto, cioè
opposto al movimento del campo induttore, le dita distese indicano il verso del campo
indotto E. Si veda il caso di figura 7.1.

Le regole cosiddette della mano destra e della mano sinistra nelle loro diverse edizioni, sono variamente usate
in questo lavoro per descrivere le relazioni geometriche tra grandezze elettromagnetiche. Sono regole utili,
espressamente citate e spiegate nei luoghi ove esse sono impiegate. E‟ abbastanza facile ed anche interessante
verificare che ogni regola manuale proviene da una corrispondente operazione vettoriale, la quale dovrebbe
avere priorità di impiego; ma in pratica la regola manuale viene direttamente usata dimenticando spesso
l‟operazione vettoriale dalla quale è stata tratta.

Le grandezze indotte diventano a loro volta induttrici: applicando le stesse regole a questo passaggio si vede
che le grandezze da esso risultanti tendono sempre a contrastare l‟induzione: nei casi 4.7.1 cercando di
allontanare l‟induttore dall‟indotto, nei casi 4.7.2 frenandone il movimento relativo. Per le entità di queste
forze si vedano i capitoli 7 e 16 e per maggiori approfondimenti in B 01 e B 02 o testi simili.

(1) Poiché lo spazio di caratteristiche εo μo è oggetto di induzione elettrica e magnetica, non è necessario che i
fenomeni descritti avvengano su circuiti materiali, che possono invece essere -e nel nostro caso effettivamente
sono- zone o segmenti di spazio qui indicati come “circuiti” per dare al fenomeno una maggiore evidenza.
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CAPITOLO 5 : CORRENTI ELETTRICHE

Premessa (lettura rinviabile pur senza perdere il filo dell‟argomento principale):

In questo capitolo illustriamo alcuni aspetti della corrente elettrica, limitandoci agli
argomenti riguardanti il tema della radiazione del campo elettromagnetico.

Nella visione “classica” della teoria elettromagnetica, la corrente elettrica ed il campo


magnetico costituiscono un inscindibile binomio: ci atterremo a questa impostazione, ma
riteniamo opportuno evidenziare una situazione, che a nostro avviso dev‟essere chiarita o
quanto meno menzionata.
Sulla natura dell‟elettricità, a partire dalle cariche elettriche delle particelle atomiche che
ne costituiscono l‟origine, non ci resta che prendere atto della sua oggettiva esistenza e
che non è concepibile un Universo senza di essa, e le leggi che la governano.
La corrente elettrica è costituita da elettricità in movimento relativo rispetto a prestabiliti
sistemi di coordinate spaziali e temporali, nei quali essa manifesta il campo magnetico,
che è dunque un effetto -altrettanto relativo- del movimento stesso.
Dal punto di vista storico, lungo tutto il secolo XIX il campo elettrico ed il campo
magnetico -pur non ancora intimamente spiegati- sono stati considerati entità interagenti
ma autonome, secondo un complesso di ipotesi teoriche e relativi esperimenti -da Oersted
a Faraday, a Maxwell- sui quali è tuttora basata la cosiddetta fisica classica,
l‟elettrotecnica e le tecnologie ad esse collegate.
Ad avere dei “sospetti” su questa impostazione fu Albert Einstein, che con la teoria della
Relatività mostrò come -a fronte dell‟oggettiva esistenza dell‟elettricità e dei campi
elettrici- il campo magnetico era invece un‟utile invenzione fisico-matematica, ma senza
una reale ed autonoma consistenza: in parole povere, fisicamente inesistente!
Nel 1952, Einstein ebbe occasione di dare la seguente risposta:

“ciò che mi condusse più o meno direttamente alla teoria della relatività ristretta fu la
convinzione che la forza [elettro motrice] agente su un corpo [elettricamente carico] in
moto in un campo magnetico, non è altro che una interazione tra campi elettrici.”

Le dimostrazioni collegate a questa dichiarazione sono note fin dal 1905 e portano alla
suindicata reinterpretazione del campo magnetico, si veda ad esempio in B 15, B 17.

Qui non possiamo esporre una descrizione completa sull‟argomento, che richiederebbe un
intero capitolo e ci porterebbe decisamente fuori dal tema del libro.
Ci limitiamo a dire che il campo magnetico potrebbe essere rimosso, e tutto resterebbe
spiegabile nell‟ambito della Relatività mediante il solo campo elettrico, dato che azioni,
reazioni, fenomeni, esperimenti ed analisi matematiche, danno i medesimi risultati di
quelli che s‟ottengono mediante la fisica classica; ma bisogna anche dire che sarebbe
molto scomodo far senza di questo superato ma assai pratico concetto per varie ragioni ad
esso collegate come le seguenti, che ne suggeriscono la continuazione dell‟impiego:
- 55 -

- la tradizione storica e le conseguenti abitudini accademiche e culturali;


- l‟innegabile semplificazione dell‟analisi sperimentale e dei calcoli formali;
- il suo consolidato uso nelle tecnologie derivanti dalla fisica classica;
- l‟irrilevanza dei concetti relativistici nella pratica delle attività quotidiane;

Basterebbe dunque -ed a nostro avviso sarebbe doveroso e sufficiente- “declassare” il


campo magnetico, al compito di un “operatore matematico” ed esso potrebbe così
continuare ad essere impiegato senza bisogno di venire concettualmente considerato reale
e fisicamente consistente, come invece tuttora accade.
Propositi così radicali sono forse eccessivi, ma è sconcertante che venga ignorata questa
situazione dopo oltre un secolo dalla sua dimostrata inconsistenza, sicché la scuola di fatto
trasmette insegnamenti concettualmente erronei; il fatto che essi siano comodi, utili, e che
portino a risultati corretti non giustifica a nostro avviso questa inerzia didattica.
Abbiamo lanciato qui un avvertimento per chi volesse approfondire queste importanti
questioni, o quanto meno coltivare doverosi dubbi su queste ed altre “verità consolidate” e
relative affermazioni apodittiche, ma ora -detto questo- proseguiamo nel nostro lavoro
rientrando nel solco canonico della fisica classica.
Nel nostro lavoro, infatti, seguiamo la teoria classica, che assegna al campo magnetico una
propria consistenza fisica collegata alla dinamica del campo elettrico in movimento

5.1: Richiami di alcuni concetti generali.

a) la corrente più elementare rappresentata in figura 3.1 è costituita dal movimento di una
carica elettrica in moto rettilineo uniforme, che porta con sé il proprio campo elettrico il
cui movimento produce nel suo intorno il campo magnetico.
La figura rappresenta l‟assetto geometrico del fenomeno: il campo magnetico risulta
ortogonale all‟asse del movimento della carica, cioè alla direzione della corrente, ed è
punto per punto proporzionale alla proiezione delle linee di forza del campo elettrico della
carica sul piano ortogonale alla direzione del suo movimento: se ne deduce che il campo
magnetico è generato dal campo elettrico in movimento rispetto allo spazio.

b) le correnti elettriche più comuni sono le correnti di conduzione, costituite dal


movimento di elettroni entro conduttori metallici; questo movimento, per i valori usuali
delle correnti e per le loro densità ammissibili nei conduttori è relativamente lento: in un
conduttore di rame del diametro di un millimetro, percorso dalla corrente di un amper, gli
elettroni di conduzione si muovono alla velocità di circa 0,1 millimetri al secondo (B 01,
B 02) cioè soltanto 6 millimetri al minuto.
Gli effetti del movimento si propagano invece lungo il conduttore posto nel vuoto (o
praticamente nell’aria) alla velocità della luce, che è determinata, come vedremo, dalla
costituzione del campo elettromagnetico intorno alla corrente.

La corrente elettrica di conduzione I è data dal numero di cariche elettriche q che


attraversano una sezione di conduttore in un intervallo di tempo t; nei termini più
semplici è pertanto:
- 56 -

I = q / t come indicato al capitolo 4, con q = 1 coulomb e t = 1 secondo: I = 1 amper.

Questa definizione funziona bene in regime di corrente continua o lentamente variabile e


per le abituali densità della corrente in normali conduttori: come vedremo al capitolo 16 e
altrove, in regime di corrente alternata ad alta frequenza ed esigue densità di corrente, la
definizione dev‟essere meglio interpretata e completata: infatti dalla precedente formula
sembra che il granulo elettrico della carica debba materialmente attraversare la sezione di
conduttore, ma invece la formula è egualmente valida anche se soltanto una frazione del
campo della carica oscilla attraverso la sezione suddetta che la carica potrebbe anche non
attraversare mai.
In tal caso il valore della “quantità di elettricità” che interessa la sezione considerata -non
più necessariamente multiplo o sottomultiplo intero dell‟unità di carica q- resta definito
dall‟espressione data sopra, nella forma:  q = I t.

c) tutte le correnti si svolgono in circuiti chiusi: non esistono correnti “aperte”.


Anche quando i circuiti delle correnti sembrano essere interrotti, esse in realtà si chiudono
sempre su se stesse secondo le leggi di Kirchhoff. Se l‟interruzione è effettiva, come in un
circuito aperto in regime di corrente continua, semplicemente la corrente non esiste.

d) intorno a tutte le correnti, un osservatore fermo rispetto ad esse misura un campo


magnetico la cui esistenza è indice sufficiente per dire che deve esistere una corrente
elettrica generante il campo ad essa correlato.

e) i campi magnetici prodotti da correnti elettriche di valore costante sono pure di valore
costante, occupano lo spazio intorno alla corrente generante e la loro intensità intorno
all‟asse rettilineo della corrente o del conduttore sufficientemente lungo e rettilineo da
essa percorso, decresce in proporzione semplice della distanza dall‟asse della corrente
stessa (configurazioni di Biot-Savart-Laplace, in B 01 e simili). Il campo magnetico di
valore costante, pur interessando lo spazio esterno alla corrente, non produce induzione: è
un campo magnetostatico.
Se invece la corrente è variabile, il campo magnetico varia con essa dapprima vicino
all‟asse della corrente, poi nelle zone più lontane, e per variazioni della corrente
progressivamente rapide, nel campo magnetico circostante si creano fenomeni di ritardo
collegati alla formazione del campo elettromagnetico, che esamineremo più oltre.

5.2: relazioni energetiche tra correnti e campi magnetici.

Consideriamo una fila rettilinea di elettroni in movimento sotto la spinta di una forza
elettro motrice: viene a costituirsi intorno ad essi, cioè intorno alla corrente, un cilindro di
spazio magnetizzato che si estende longitudinalmente con l‟avanzare del fronte della
corrente, così incontrando sempre nuovo spazio da magnetizzare; questa operazione
comporta un passaggio di energia dalla corrente verso lo spazio, sicché il movimento della
fila elettronica ne viene frenato e l‟avanzamento deve essere mantenuto a spese della
suddetta forza elettro motrice.
- 57 -

Questo fenomeno si può interpretare da vari punti di vista, ma normalmente si dice che la
costituzione o l‟aumento della corrente produce o accresce il conseguente campo
magnetico le cui variazioni inducono una f.e.m. di verso opposto a quello della corrente,
con ciò contrastandola: l‟effetto finale è che la corrente o le sue variazioni non riescono a
costituirsi istantaneamente; esse infatti risultano in ritardo rispetto alle variazioni delle
f.e.m. che le producono; se poi, a corrente stabilita, la corrente stessa viene interrotta, il
campo magnetico che s‟era precedentemente costituito si azzera, impiegando però un
certo tempo durante il quale esso restituisce alla corrente l‟energia ricevuta per costituirsi
e “spinge” la colonna elettronica facendola proseguire nel verso della f.e.m. preesistente.
L‟azione iniziale di freno e quella finale di spinta corrispondono ad un effetto inerziale.
In corrente alternata i transitori di avvio, azzeramento ed inversione della corrente, si
ripetono ad ogni ciclo producendo uno sfasamento tra la funzione della f.e.m. agente e
quella -in ritardo- della corrente da essa prodotta: la corrente elettrica si comporta come
una massa, cioè presenta una inerzia.
Una massa materiale sottoposta all‟azione di una forza meccanica accelera gradualmente
fino a raggiungere una velocità di regime determinata dal pareggio tra la forza motrice
agente sulla massa e l‟opposta forza resistente prodotta dagli attriti: tale massa, anche in
assenza di attriti, non raggiunge né azzera istantaneamente la propria velocità prodotta
dalla forza applicata, ma accelera e decelera gradualmente a causa dell‟effetto inerziale
della massa stessa: le variazioni di velocità della massa sono in ritardo rispetto a quelle
della forza agente.
Similmente una carica elettrica sottoposta all‟azione di una forza elettro motrice, accelera
gradualmente fino a raggiungere una velocità di regime indicata dal valore della corrente.
Questo valore è determinato dal pareggio tra la f.e.m. agente sulla carica e l‟opposta forza
resistente che le cariche incontrano per muoversi nel conduttore, che corrisponde alla
resistenza elettrica data dalla legge di Ohm.
Durante il transitorio di inizio della corrente, anche se il conduttore ha resistenza ohmica
nulla, e perciò in assenza di attriti, la corrente non si stabilisce istantaneamente, né
all‟interruzione del circuito istantaneamente cessa: le sue variazioni sono in ritardo
rispetto a quelle della f.e.m. agente a motivo dei fenomeni di inerzia dovuti alla
costituzione e all‟estinzione del campo magnetico indotto dalla corrente nello spazio che
la circonda. Sono notevoli i paralleli significati energetici tra i fenomeni meccanici ed
elettromagnetici descritti.

5.3 : correnti (variabili) nei condensatori ed interazione tra campi nello spazio vuoto.

S‟è detto fin qui di correnti intese come movimenti di cariche elettriche in un conduttore
ma esistono anche correnti elettriche che si svolgono in mezzi dielettrici se vengono ad
essi applicate delle f.e.m. impulsive o alternate rapidamente variabili, che producono
movimenti oscillatori degli elettroni appartenenti agli atomi del dielettrico. Tali elettroni
non possono abbandonare l‟atomo cui appartengono, dato che il dielettrico non ammette
corrente di conduzione, tuttavia le loro oscillazioni costituiscono una corrente elettrica
alternata -detta corrente di spostamento dielettrico- che ha gli stessi effetti magnetici
delle correnti di conduzione.
- 58 -

Figura 5.1: il flusso elettrico tempovariabile, induttore del campo magnetico

Consideriamo il fenomeno nello spazio dielettrico vuoto, ove non può esistere corrente di conduzione né di
convezione; la corrente costituita dalle variazioni del campo elettrico è detta corrente di “spostamento” ed
esiste dovunque sia presente un campo elettrico comunque variabile.
In figura è rappresentato un condensatore costituito da due armature parallele contrapposte di eguale superficie
S poste a distanza d il cui dielettrico è costituito dal vuoto assoluto tra esse interposto.
Come descritto nel testo il dielettrico vuoto è sede di campo elettrico, e se questo è variabile, come per
esempio durante l‟impulso di carica e di scarica del condensatore oppure continuativamente in versi opposti in
regime di corrente alternata, è anche sede di corrente elettrica. In ogni caso -se c‟è corrente nei reofori- essa si
richiude attraverso il dielettrico materiale o immateriale col valore indicato dall‟amperometro A, cioè I = Is.
Ciò significa che la corrente dei reofori prosegue nello spazio vuoto tra le armature del condensatore, sotto
forma di “corrente di spostamento” la quale si contorna di campo magnetico: l‟eguaglianza del campo
magnetico indotto lungo le rispettive circuitazioni, conferma l‟eguaglianza delle correnti che lo producono.

In conclusione :
un campo elettrico variabile produce intorno a se stesso un campo magnetico eguale a quello che si produce
intorno ad una corrente di conduzione: di conseguenza si può affermare che il campo elettrico variabile è
corrente elettrica.
In estrema sintesi questa è la scoperta di Maxwell dalla quale derivano le numerose conseguenze concettuali
che hanno permesso la teoria generale dell’elettromagnetismo e della radiazione.

Esaminiamo la situazione con riferimento alla figura 5.1: via via che la corrente di
conduzione accumula elettroni -cioè cariche elettriche negative- sulla faccia interna di una
armatura, sulla faccia contrapposta dell‟altra affiorano altrettante cariche positive, e nel
dielettrico si producono deformazioni delle orbite elettroniche lungo le linee di forza che
idealmente congiungono le opposte cariche sulle facce delle armature; queste linee
diventano più o meno numerose e perciò dense, secondo l‟aumentare, il diminuire,
- 59 -

l‟azzerarsi, della f.e.m. applicata alle armature e sono dunque linee del campo elettrico ed
anche della corrente di spostamento.
L‟esperienza dimostra che il fenomeno sussiste -pur con minore intensità- anche togliendo
il dielettrico materiale tra le armature e lasciando tra esse il vuoto assoluto.
In ogni caso nel dielettrico materiale o immateriale del condensatore transita una corrente
di spostamento di valore eguale a quella di conduzione circolante nella parte conduttrice
del circuito, come conferma l‟eguaglianza dei campi magnetici intorno ai reofori ed
intorno al dielettrico del condensatore.

Nel circuito di figura 5.1 -inserito un generatore, per esempio una pila con interposta
un‟opportuna resistenza- il condensatore di capacità C è percorso da un impulso di
corrente di carica Is per il tempo dt, fino a che la d.d.p. V tra le sue armature eguaglia la
f.e.m. E del generatore, secondo l‟equazione sottoindicata:

C dV / dt = I = Is il controllo dimensionale conferma che:

M-1 L-2 T 2 Q 2 M L2 T -2 Q -1T-1 = Q T-1 = q / t = dq / dt = corrente elettrica = I = Is

La capacità C del condensatore avente per dielettrico il vuoto di costante o, tra le
armature contrapposte e parallele di superficie S, alla distanza d, è:

C = o S / d è inoltre: Is = I = dq / dt e, lungo d : V=Ed

Ciò premesso riprendiamo la precedente espressione : C dV / dt = I = Is

che riscriviamo così: ( o S / d ) d dE / dt = Is e dimensionalmente:

M-1 L-3 T 2 Q 2 L2 L-1 L M L T -2 Q -1 T-1 = Q T-1 = corrente elettrica.

Con riferimento alla figura 5.2 ed alla legge di Ampère per la circuitazione della corrente,
introduciamo H l in luogo di Is, e riscriviamo l‟ultima equazione come segue:

( o S / d ) d dE / dt = H l eliminando d, o S dE / dt = H l

Per una data situazione fisico-geometrica, come in figura 5.1, la capacità C, le dimensioni
S, d, l, la costante o, costituiscono complessivamente un coefficiente fisso che indichiamo
provvisoriamente con K, scrivendo l‟espressione precedente come segue:

K dE / dt = H

Questa è -come si vede- una relazione diretta tra campi ed indica che il campo elettrico E
tempovariabile presente nello spazio S, d, induce lungo l il campo magnetico H del quale i
presenti sviluppi danno valore, direzione, verso, segno e fase.
- 60 -

Dalla o S dE / dt = H l con S= kl2 s‟ottengono le due equivalenti equazioni:

o k dE / dt = H / l oppure o dE / dt = H / k l ed infine o dE / dt = Rot H

che è l‟equazione di Maxwell per l‟induzione del campo magnetico da parte del campo
elettrico tempovariabile.

-Rot H sta per “rotore” di H cui accenniamo in nota.


-Le tre equazioni conclusive indicano densità di corrente = QT-1L-2 il cui significato è
commentato nella figura 5.2.
-Nell‟espressione S = k l 2 il valore numerico adimensionato k dipende dalla forma
geometrica del perimetro l che circuita la corrente Is attraversante la superficie S: nel caso
abbastanza comune della circuitazione eseguita con una spira circolare, k vale 1/4π
perché nel cerchio di circonferenza l, S = l 2/ 4π.
Il coefficiente k non è qui concettualmente essenziale ai nostri fini.

Il fenomeno dell‟induzione del campo magnetico da parte del campo elettrico


tempovariabile può essere rappresentato nello spazio della terna cartesiana: nelle figure
5.3.c,d, posto E sull‟asse x ed H sull‟asse y, l‟equazione dell‟induzione, che useremo
anche nei capitoli successivi, diventa:

o dEx / dt = - dHy / dz (qui il valore di Ex è quello esistente in dz)

Nota: circa l‟espressione del Rotore che compare nelle equazioni di Maxwell per
l‟induzione, rinviamo ai testi specializzati, mentre qui diamo alcuni cenni sommari a solo
titolo di menzione.
Applicato ai fenomeni elettromagnetici, il Rotore è un vettore molto utile specialmente in
situazioni geometriche complesse, perché esprime per ogni punto dello spazio -in valore,
segno, direzione, verso e fase- il risultato della circuitazione dei flussi elettrici o magnetici
comunque variabili e della loro locale reciproca induzione.
Geometricamente il Rotore è il vettore ortogonale alla superficie del campo compresa
nella circuitazione del suo flusso, secondo le regole indicate al paragrafo 4.7.
Fisicamente il Rotore indica il fenomeno che mette in rotazione l‟elettricità lungo la
circuitazione di un campo magnetico variabile, e mette in rotazione il magnetismo lungo
la circuitazione di un campo elettrico variabile; in questo senso si potrebbe anche
chiamarlo Motore.

In questo lavoro abbiamo evitato l‟uso del Rotore perché alla sua indubbia utilità non
corrisponde un‟altrettanto diffusa conoscenza; abbiamo pertanto semplificato la geometria
del campo elettromagnetico qui considerato ponendo l‟equivalenza Rot H = H / k l in
un certo senso forzando l‟equivalenza delle due equazioni sopraindicate, che qui
riportiamo: o dE / dt = H / k l o dE / dt = Rot H la prima ottenuta secondo la
geometria convenzionale, la seconda data da Maxwell in forma più completa e generale.
- 61 -

H = I / l = I /  d l = amper / metro H d l = I d l / l = amper  = 4H l

Figura 5.2 : geometria, circuitazione e sezione del campo magnetico

In figura 5.2 è indicato il campo magnetico indotto da una corrente I, uscente dal foglio verso chi legge.
Questa corrente può essere concentrata nel centro delle figure, in corrispondenza dell‟incrocio degli assi; può
anche essere distribuita su tutta la superficie S, per esempio in un conduttore che occupi tutta tale sezione; può
anche essere una corrente di spostamento, ancora di sezione S, perché prodotta dal campo elettrico variabile
presente tra le armature di un condensatore di tale sezione, come in figura 5.1.
Le eguali circuitazioni disegnate in figura sono circonferenze ortogonali e concentriche all‟asse della corrente
e lungo di esse gli effetti magnetici vengono misurati dal vettore tangenziale H che ne indica l‟intensità in quel
punto della circuitazione o nell‟infinitesimo segmento d l della sua circonferenza; detto vettore corrisponde
alla direzione dell‟ago della bussola ivi collocata, ed il suo valore -in amper / metro- è espresso dal quoziente
tra il valore della corrente I in amper e quello della lunghezza della sua circuitazione in metri, e perciò,
integrando sull‟intera circonferenza: I = H  d l I=H l.
Ciò significa anche che ad ogni trattino elementare d l della circonferenza circuitante, compete una frazione
della corrente corrispondente al rapporto d l / l : quest‟ultima considerazione si comprende meglio nella figura
centrale pensando che allo spicchio della corrente distribuita su tutta la superficie S, competono il campo H ivi
esistente ed il trattino di circuitazione d l e perciò la parte H d l della corrente totale.
La densità  del campo interno alla circuitazione è data dal quoziente tra la corrente I in amper e la superficie
circuitata S in metri quadrati, sicché nel caso della circuitazione circolare:
con S = l2 / 4 ed I = H l risulta:  = I / S = 4H l = amper / metro quadrato.
Si possono eseguire due circuitazioni molto ravvicinate, cioè per due valori molto prossimi del raggio z, come
indicato in figura 5.3.a : nell‟area infinitesima dS = d l dz così delimitata, restano definibili con le equazioni
date nel testo, la corrente (di spostamento) ivi presente, il valore locale del campo elettrico variabile e di
conseguenza il valore del campo magnetico localmente indotto. Dato che il campo intorno ad una corrente
variabile, e dunque anche intorno ad un campo elettrico variabile decresce con la distanza, non è la stessa cosa
eseguire l‟operazione della doppia circuitazione in prossimità o in lontananza dalla corrente, perché la densità
del campo elettrico tra le due circuitazioni diminuisce con la distanza. Ciò che conta, dunque, agli effetti
dell‟induzione del campo magnetico, è la densità del campo elettrico induttore dove l‟entità del fenomeno
s‟intende misurata. Per questa ragione le equazioni conclusive date nel testo sono espresse in termini di
densità di corrente nel punto e nel tempo ove il fenomeno dell‟induzione s‟intende collocato. In ogni caso va
sempre distinta la sezione geometrica occupata dalle correnti rispetto a quella compresa nella loro
circuitazione. Lungo la circuitazione si misurano gli effetti magnetici delle correnti interne alla sua linea
chiusa che le contiene, che può coincidere -ma non necessariamente- con il perimetro della sezione
geometrica occupata dalla corrente.
- 62 -

a b

c d

Figura 5.3 : il campo magnetico prodotto dal campo elettrico tempovariabile, nello spazio:
Il campo magnetico indotto dalla corrente di spostamento si espande nello spazio di raggio z con velocità che
vedremo essere = c: ma in premessa abbiamo rifiutato le azioni a distanza, ed infatti è il campo elettrico, anzi
sono le sue variazioni, che migrano a progressiva distanza e localmente inducono il campo magnetico, il quale
così appare espandersi come anzidetto.

Consideriamo ora il campo magnetico indotto nello spazio da una corrente di spostamento di valore Is,
costituita da un campo elettrico E variabile a tasso costante durante un brevissimo intervallo di tempo dt. Le
circonferenze delle circuitazioni distanti dal flusso induttore si possono considerare quasi-rette, come in 5.3.b,
e -in coordinate cartesiane- in 5.3.c ed in 5.3.d, dove si osserva che il campo elettrico E variabile nel tempo dt
produce intorno all’asse x del proprio flusso il campo magnetico H.
Riportiamo dal testo la formula dell‟induzione in dz : o dEx / dt = -dH / dz. Osserviamo inoltre:
-nelle infinitesime aree dS, il campo induttore o dEx / dt è uscente dal foglio e diretto verso chi legge.
-abbiamo spesso intercambiato correnti, correnti di spostamento, variazioni del campo elettrico, data la loro
dimostrata equivalenza; ma la nostra attenzione va principalmente a questa ultima entità.
-in 5.3.c, 5.3.d, si noti che o dEx / dt è il Rotore di H ed infatti esso è normale alle linee del campo H che
circuitano E in verso antiorario, perciò positivo, sicché l‟equazione di Maxwell Rot H = o dEx / dt risulta
corretta e completa anche relativamente ai segni.
-inoltre: mentre Ex induce H, quest’ultimo induce -E‟ che appare in 5.3.c con verso opposto ad Ex:
concludendo, dunque, il campo induttore Ex, con la mediazione del campo magnetico H, riproduce se stesso,
ma con verso invertito. Risultano rispettati i segni imposti dalle convenzioni matematiche e vettoriali
(paragrafo 4.7) e quelli richiesti dalla conservazione dell’energia (Ex, -E‟).
- 63 -

CAPITOLO 6 : LE CARATTERISTICHE DELLO SPAZIO VUOTO

Il capitolo è in due sezioni: I° con i paragrafi da 6.1 a 6.4, II° con il paragrafo 6.5.

6.1: le costanti elettromagnetiche dello spazio vuoto (con riferimento ai capitoli 1 e 4):

1) capacità, nel vuoto: calcoliamo la capacità Co del condensatore di figura 6.1.a, formato
da due armature sulle facce contrapposte di un cubo di spazio vuoto di 1 metro di lato:

Co (farad) = o x area S delle armature contrapposte / distanza d delle loro superfici:

Co = 8,854 x 10-12 farad = 8,854 picofarad.

2) induttanza, nel vuoto: attorno al cubo suddetto avvolgiamo una spira e calcoliamo il
valore dell‟induttanza di figura 6.1.b:

Lo ( henry) = o x spire2 x area S della superficie avvolta / lunghezza assiale d della spira.

Lo = 1,256x10-6 henry = 1,256 microhenry.

I valori appena calcolati sono la capacità e l’induttanza del cubo di vuoto di 1 metro di
lato; infatti non sono le armature del condensatore, né la spira dell’induttanza gli
elementi essenziali della capacità e dell’induttanza, ma il volume di spazio interessato nel
quale le rispettive energie elettrica e magnetica vengono immagazzinate durante la
carica, e cedute durante la scarica: si tratta dell’energia potenziale del campo elettrico E
e dell’energia cinetica del campo magnetico H.
Infatti i valori calcolati sono la capacità e l’induttanza del cubo di spazio vuoto, che è il
dielettrico del condensatore Co ed il nucleo magnetico dell’induttanza Lo.

L‟energia del campo elettromagnetico nello spazio vuoto, è suddivisa in due parti eguali,
elettrica e magnetica, rispettivamente Je e Jm, date dalle stesse espressioni valide per i
campi statici:

Je (joule) = (½) [Co V2] ; Jm (joule) = (½) [Lo I2]; con V = E l ; I = H l , si ha :

Je = (½) [o ( E l )2] Jm = (½) [o ( H l )2] eguagliando e rapportando, risulta:


_______ _______________________
E / H =  o / o =  1,256 x 10-6 / 8,854 x 10-12 = Zo = 377 ohm, impedenza del
vuoto.

I valori di E e di H nel campo elettromagnetico alternato che si svolge nello spazio non
sono indipendenti l‟uno dall‟altro, come del resto non lo sono tensione e corrente in
qualsiasi circuito, perché legati dalla legge di Ohm.
- 64 -

Figura 6.1: lo spazio come dielettrico del condensatore e nucleo dell‟induttanza.

Con riferimento al paragrafo 6.1 del testo, in figura 6.1.a il condensatore ha per dielettrico un cubo di vuoto,
che è sede del campo elettrico; le armature del condensatore non entrano direttamente nel suo funzionamento
ed infatti il campo elettrico può sussistere, in certe condizioni, anche senza di esse.
Si osservi che nel campo elettrico, E, V, d, sono collineari e che E x d = V.
In figura 6.1.b l‟induttanza costituita dalla spira che contorna il cubo di vuoto, lo stesso che è dielettrico del
condensatore, ha per nucleo magnetico tale cubo di vuoto; la spira dell‟induttanza non entra direttamente nel
suo funzionamento ed infatti il campo magnetico può sussistere, in certe condizioni, anche senza di essa.
Si osservi che nel campo magnetico, H, I, d, non sono collineari.
Similmente al campo elettrico H x d = I ma qui H ed I sono tra loro ortogonali.
Quando si esprime E in volt/metro si indica una frazione di V collocata nella stessa direzione di E; invece nel
caso del campo magnetico, quando si esprime H in amper/metro si intende riferirsi a quella parte di I indicata
con le sue frazioni i collocate lungo un metro misurato su d, cioè su una direzione ad esse ortogonale.
Infatti si deve tenere presente che H è il risultato dei campi magnetici elementari che si formano intorno ad
ogni “filetto” elementare di corrente i.
Un‟altra differenza tra i due campi, è la seguente: le linee del campo elettrico (che pur si richiudono lungo i
reofori) iniziano da una armatura del condensatore e terminano in quella opposta; quelle del campo magnetico,
anche se non disegnate per intero, si richiudono su se stesse all‟esterno della spira.
Nel calcolo dell‟induttanza dato al paragrafo 6.1, d entra come misura trasversale occupata dalla corrente I ed
anche come lunghezza delle linee del campo magnetico; ma mentre d è ben definita nel caso delle linee E essa
non lo è altrettanto nel caso delle linee H, anzi d rappresenta qui soltanto un tratto dell‟intera estensione di H.
Tuttavia si considera per le linee H la sola lunghezza d perché il restante percorso delle linee stesse fuori della
spira si svolge in uno spazio non delimitato dalla superficie S; quest‟area esterna è infinitamente ampia ed ha
perciò riluttanza nulla sicché non influisce sensibilmente sul valore dell‟induttanza calcolato con sezione S e
lunghezza d.
Come si vede la geometria dei due campi è differente, ma quando essi coesistono nel vuoto e senza i supporti
materiali delle armature e della spira che qui li delimitano, le linee del campo elettrico E e quelle del campo
magnetico H diventano simili, entrambe quasi-rettilinee, continue, tra loro ortogonali, pur conservando il
differente significato fisico e geometrico suaccennato: il campo elettrico misura dei potenziali lungo le linee di
E, mentre il campo magnetico misura delle correnti trasversalmente alle linee di H.
(un migliore parallelismo si otterrebbe introducendo per il campo magnetico il concetto di tensione magnetica,
analogo a quello che per il campo elettrico è la tensione elettrica; ma questa ipotesi, per quanto abbastanza
usata in elettrotecnica, non è essenziale per il nostro lavoro: ci è sufficiente che le diversità illustrate siano ben
chiare e presenti con i loro rispettivi significati fisici).
- 65 -

Zo viene spesso scritta nella forma: Zo = 120  = 377 ohm.


Questa notazione è comoda perché consente pratiche semplificazioni in varie formule, ma
non si tratta di coincidenza numerica: la questione risulterà più chiara al capitolo 10.
Zo è il rapporto E/H ed ha i connotati dimensionali di una resistenza ohmica, ma essa non
è dissipativa come una resistenza nei circuiti ordinari; indica piuttosto che tensioni e
correnti si dispongono nello spazio vuoto con un rapporto di valori fisso e costante.
Zo è del tipo dell‟impedenza caratteristica Zc delle linee di trasmissione, come per
esempio i cavi coassiali, la cui impedenza caratteristica Zc -di solito 50 ohm- ha lo stesso
significato di Zo, che è dunque l‟impedenza caratteristica del vuoto, ed il vuoto dev‟essere
considerato una linea di trasmissione per l‟energia elettromagnetica.

6.2 : richiami sulle linee di trasmissione.

Una sufficiente trattazione dell‟argomento ci porterebbe ad uscire troppo dal nostro tema
principale; conviene perciò riferirsi alla relativa letteratura, per esempio B 05, B 08 ed
altri testi simili, a seconda dell‟approfondimento desiderato.
Tuttavia richiamiamo alla memoria qualche elemento concettuale sul funzionamento delle
linee.

Una linea di trasmissione per l‟energia elettromagnetica -compresi gli elettrodotti, le


vecchie linee telegrafiche, i moderni cavi coassiali- è costituita da conduttori generalmente
abbastanza estesi in termini di lunghezza d‟onda dell‟energia trasportata, variamente
disposti tra loro e con interposto dielettrico, che può essere anche soltanto lo spazio vuoto
o l‟aria atmosferica.
Il funzionamento delle linee di trasmissione qui sopra accennato si verifica nel trasporto di
energie in regime impulsivo o alternativo di frequenza sufficiente a rendere rilevanti le
reattanze del sistema, mentre in corrente continua il concetto di linea di trasmissione qui
illustrato non ha luogo.
Ciascun minimo segmento dei conduttori della linea presenta un certo valore di induttanza
e di capacità e dunque il conduttore nel suo insieme presenta induttanza e capacità
distribuite sulla sua lunghezza; negli schemi che qui esaminiamo ed in assenza di perdite,
l‟estensione in lunghezza del sistema, purché considerevole rispetto alla lunghezza
dell‟onda dell‟energia immessa, non entra nella definizione dell‟impedenza caratteristica
perché ogni segmento della linea è eguale al precedente ed al successivo, sicché in ogni
suo punto il rapporto tensione/corrente rimane il medesimo.

Una sommaria schematizzazione è data in figura 6.2. L‟analisi matematica dei circuiti
illustrati conduce alla stessa formulazione conclusiva indicata al paragrafo precedente per
lo spazio vuoto, che è la seguente: lungo l‟estensione z della linea, la tensione Vz e la
corrente Iz stanno -segmento per segmento- nel rapporto fisso e costante dell‟impedenza
caratteristica Zc della linea: con dL e dC rispettivamente induttanza e capacità del
segmento infinitesimo di linea dz, risulta:
_______
Zc = Vz / Iz =  dL / dC
- 66 -

a b
c d

La figura 6.2.a, b, c, rappresenta alcune schematizzazioni di linee di trasmissione costituite da conduttori


generalmente paralleli in a, oppure concentrici in b, con o senza dielettrico materiale interposto.
Anche una linea monofilare, in c può essere linea di trasmissione in alta frequenza: in tal caso le derivazioni
capacitive hanno il ritorno attraverso la “terra” e le masse circostanti.
La freccia z indica il verso del flusso dell‟energia, posto che per chi guarda la figura il Generatore sia alla
terminazione sinistra della linea ed il Carico a quella destra. Le frecce sui conduttori indicano invece ad un
dato istante il verso della corrente, che nel conduttore di andata dev‟essere localmente opposto a quello nel
conduttore di ritorno. Nella figura 6.2.c manca il conduttore di ritorno, supplito dalle masse circostanti ed
allora tali masse e le correnti che le percorrono sono indicate con linee in tratteggio.
La figura 6.2.d rappresenta lo spazio come linea di trasmissione: le linee del campo elettrico sono verticali
e disegnate in continuo; quelle del campo magnetico sono orizzontali e disegnate in tratteggio.
Questa figura è una anticipazione di cognizioni che saranno sviluppate a partire dal capitolo 7, e perciò qui
non viene commentata per esteso.
La segmentazione di spazio rappresentata in figura serve soltanto a scopo descrittivo; nella realtà essa è
realizzabile soltanto in guide d‟onda, ma si può delimitarla idealmente nello spazio per eseguire dei calcoli nei
volumi e nelle superfici elementari così definiti.
Ricordiamo che in figura: le linee dei campi sono rette perché lontane dalla corrente generante; le linee del
campo elettrico E coincidono in direzione e verso con quelle delle correnti di spostamento Is mentre quelle del
campo magnetico H sono ortogonali alle linee E, Is, secondo le regole dell‟induzione.
In ogni sezione del parallelepipedo il valore del rapporto E/H è sempre Zo = 377 ohm; la linea di trasmissione
costituita dal parallelepipedo è perfettamente “ohmica” ma non dissipativa , come lo sono -a parte le perdite
nei mezzi materiali coi quali sono costruite- le tradizionali linee di trasmissione.

Nello spazio vuoto mancano anche queste perdite sicché l‟energia in esso propagata non subisce dissipazione
alcuna, però l‟energia non è confinata entro le dimensioni geometriche delle linee materiali, e perciò si
disperde nello spazio irradiandosi sfericamente con intensità eventualmente differenti secondo le
caratteristiche direzionali dell‟antenna emittente, come vedremo più avanti.
- 67 -

Il valore dell‟impedenza Zc aumenta con l‟induttanza e diminuisce con la capacità


distribuite lungo la linea; ciò corrisponde al concetto intuitivo che l‟induttanza della linea
limita il valore della corrente che la percorre, mentre la capacità limita quello della
tensione.
Il sistema è “aperiodico” cioè non è influenzato dalla frequenza: infatti se per esempio
essa aumenta, diminuisce il valore della corrente a motivo dell‟aumentata reattanza
induttiva, ma diminuisce anche quello della tensione a motivo della diminuita reattanza
capacitiva; ed il contrario avviene se la frequenza diminuisce, sicché il rapporto V/I = Zc
rimane costante.

Nei cavi coassiali, basse induttanze ed elevate capacità distribuite danno luogo ad
impedenze caratteristiche di valore basso, per esempio intorno a 50 ohm.
Esistono cavi coassiali con conduttore interno sottile, centrato con leggeri dischetti
isolanti, sicché il dielettrico prevalente è il vuoto o l‟aria, così ottenendo induttanza
elevata, capacità minima ed elevato valore dell‟impedenza caratteristica, all‟incirca
intorno ai 500 - 1.000 ohm.

6.3 : l‟impedenza dello spazio vuoto come linea di trasmissione.

Estendiamo il cubo di vuoto di figura 6.1 ottenendo in figura 6.2.d un parallelepipedo di


lunghezza indefinita z. In qualsiasi sua sezione il valore dell‟impedenza Zo rimane il
medesimo e non conta quanto il parallelepipedo è esteso in direzione assiale, come
l‟impedenza Zc d‟un cavo coassiale ed in generale dei sistemi descritti al paragrafo
precedente, non dipende dalla loro lunghezza.
Infatti ciascun segmento del parallelepipedo è costituito da una successione continua ed
uniforme di infinitesime induttanze e capacità elementari distribuite, determinate dai
valori delle costanti o, o, che a loro volta determinano in ogni suo punto il valore
dell‟impedenza Zo.
Di conseguenza nello spazio le componenti elettrica E e magnetica H del campo
elettromagnetico stanno sempre ed ovunque nel rapporto fisso e costante E / H = Zo.
Poniamo di lanciare nel parallelepipedo -per ora non c‟importa come- un‟onda
elettromagnetica schematizzata in figura dal reticolo dei vettori E, H.
L‟onda percorre la linea di impedenza Zo nella direzione del suo asse longitudinale z con
una certa velocità che vedremo essere quella della luce.
Conviene ripetere ad altro fine quanto appena detto sopra: ciascun segmento del
parallelepipedo è costituito da una successione continua ed uniforme di infinitesime
induttanze e capacità elementari distribuite, determinate dai valori o, o : il campo
magnetico e la corrente ad esso associata vengono ritardati in quanto impegnati a
costituirsi nella suddetta induttanza distribuita; il campo elettrico e la tensione ad esso
associata vengono ritardati in quanto impegnati a costituirsi nella suddetta capacità
distribuita.

Le loro rispettive energie che vengono propagate sono eguali e perciò eguali sono i loro
ritardi e dunque anche la loro velocità di avanzamento e la loro fase.
- 68 -

Figura 6.3 : il flusso magnetico tempovariabile, induttore del campo elettrico:


la figura mostra il tubo di flusso magnetico ΦM prodotto nel vuoto dalla corrente induttrice. La circuitazione
del flusso magnetico variabile lungo il perimetro della sua sezione S, è sede di campo elettrico indotto
orientato secondo la regola della mano sinistra, già descritta al paragrafo 4.7; il fenomeno non dipende dalla
natura del circuito indotto e si verifica anche lungo una circuitazione costituita dallo spazio vuoto: intorno ad
uno stesso flusso magnetico variabile induttore sono raffigurate tre spire o circuiti indotti di eguale lunghezza,
compresa una delimitazione immateriale -pure sede d‟induzione- disegnata nello spazio vuoto d‟impedenza
Zo. Le spire sono: 1, conduttrice; 2, isolante materiale perfetto; 3, spazio vuoto.
Come detto nel testo, i circuiti materiali sono soltanto convogliatori dell‟induzione, che
avviene nello spazio nel quale essi eventualmente si trovano; infatti -anche ove essi non
siano presenti- l‟induzione viene sempre prodotta nello spazio corrispondente, che in tal
caso è “circuito” immateriale di corrente di spostamento:
1) intorno a ciascuna “spira” indotta -in quanto sede di f.e.m. cioè di campo elettrico- si forma un campo
magnetico H‟, qui indicato per semplificazione grafica con una sola linea tratteggiata, orientato secondo la
regola della mano destra, e che risulta -come ci aspettavamo- opposto al campo induttore H.
2) lungo tutte le “spire” viene indotta un‟eguale f.e.m. e conseguente d.d.p. ma le correnti da questa prodotte
sono differenti, secondo le impedenze delle diverse spire e dell‟eventuale circuito esterno ad esse collegato.
3) la corrente di spostamento circolante lungo la “spira” 3 esiste anche nelle spire 1 e 2 perché i microspazi
intermolecolari presentano impedenza Zo; ma tale corrente è mascherata dalle prevalenti rispettive correnti di
conduzione nella spira 1 e di spostamento nel dielettrico materiale della spira 2.
4) le differenti impedenze determinano i valori delle rispettive correnti ed anche la loro fase rispetto alle f.e.m.
che le producono; le fasi sono determinate dalla composizione delle reattanze e delle resistenze dei rispettivi
circuiti indotti e degli eventuali circuiti esterni ad essi collegati.
Raramente questi circuiti risultano perfettamente “ohmici” salvo nel caso del “circuito” immateriale costituito
dallo spazio vuoto, nel quale le reattanze capacitiva ed induttiva sono perfettamente compensate nella
risultante impedenza Zo, mentre la componente resistiva è assente nel senso che la resistività dello spazio
vuoto è infinita: sicché lungo tale “circuito” la corrente (di spostamento) è in fase con la relativa f.e.m.

Nota: questo sarebbe luogo adatto a mostrare l‟inutilità del tubo di flusso magnetico Φ M e descrivere la
diretta induzione delle f.e.m. 1, 2, 3, da parte della spira induttrice ma in premessa al capitolo 5 pur avendo
enunciata la questione dell‟inconsistenza fisica del campo magnetico, abbiamo infine concluso di seguire la
teoria elettromagnetica classica onde evitare laboriosi argomenti, correlati ma esterni al nostro tema
monografico, lasciando al Lettore eventualmente interessato questo interessante approfondimento (B 15, B17).
- 69 -

6.4 : i circuiti dell‟induzione e lo spazio vuoto come circuito.

Consideriamo ora la tensione indotta nei circuiti di figura 6.3 da eguali variazioni d‟un
flusso magnetico induttore: intorno al flusso tempo-variabile poniamo alcune spire indotte
di eguale sviluppo: una metallica, una di materiale dielettrico ed inoltre ci raffiguriamo
una “spira” delimitata nello spazio, cioè materialmente inesistente, costituita pertanto da
una sezione di spazio vuoto.
Lungo l‟estensione di tutte le spire, compresa quest’ultima, viene indotta una eguale
f.e.m. unitaria misurabile (almeno nella spira metallica) come d.d.p. alle interrotte
estremità. Nel fenomeno dell‟induzione non compare infatti la conduttività del materiale
della spira, né -in definitiva- la necessità locale d‟un materiale qualsiasi: ciò che viene
indotto intorno al flusso di H è un campo elettrico E del quale la spira conduttrice
eventualmente presente nella regione del campo assume i potenziali, come li assume
un‟eventuale spira isolante e la “spira” ideale delimitata nello spazio, il quale è il vero
oggetto e sede dell’induzione.
Ci può essere qualche difficoltà tecnica per misurare la d.d.p. nella spira isolante ed in
quella fatta di spazio vuoto, che però non altera il principio descritto.
Come non sono le armature e le spire i rispettivi elementi essenziali della capacità e
dell‟induttanza di figura 6.1, ma bensì lo spazio in esse contenuto, similmente ora si
evidenzia che non sono i circuiti metallico o isolante concatenati col flusso induttore, gli
elementi essenziali per il verificarsi del fenomeno dell’induzione: esso avviene nello
spazio del campo, ove i circuiti eventualmente presenti possono diventare sede delle
grandezze elettromagnetiche indotte.

Le correnti prodotte dalla f.e.m. indotta dipendono -in valore e fase- dalle caratteristiche
del circuito sul quale la spira indotta viene eventualmente chiusa, comprese quelle della
spira che ne viene a far parte, secondo la legge di Ohm generalizzata ed estesa alle
eventuali reattanze del circuito.
La spira isolante ed in particolare la “spira” di vuoto, si trovano in una situazione
particolare:

a) la spira di materiale isolante: essa può essere indifferentemente chiusa su se stessa o


lasciata aperta, dato che non vi possono scorrere correnti di conduzione. Tuttavia su
ciascun segmento della spira insiste una porzione distribuita della f.e.m. indotta dal flusso
magnetico, e nell‟intera spira la stessa f.e.m. totale indotta nella spira metallica. Gli atomi
contenuti nella spira isolante sono dunque sottoposti al campo elettrico della f.e.m. ed i
loro elettroni -pur non potendo abbandonare i rispettivi atomi- subiranno degli spostamenti
alternativi secondo la frequenza della f.e.m. indotta. Questi spostamenti sono correnti
elettriche con tutti i relativi attributi, di cui il principale è di contornarsi di campo
magnetico. La situazione non è molto diversa da quella della spira metallica poiché anche
in quest‟ultima in presenza di frequenze elevate e/o modeste densità di corrente, i suoi
elettroni di conduzione non hanno tempo sufficiente per migrare lungo il conduttore e
finiscono per oscillare intorno alla posizione media nel loro atomo di appartenenza, così
creando una corrente alternata prodotta, all‟interno del conduttore, dagli spostamenti dei
- 70 -

campi delle cariche negli spazi interatomici; questa è una corrente di conduzione nel
metallo, ma abbastanza simile a quella di spostamento nel dielettrico della spira isolante.

b) la “spira” di spazio vuoto: questa “spira” si può considerare aperta o chiusa, ed infatti
non c‟è nulla su cui chiuderla; tuttavia essa, o meglio lo spazio che con essa abbiamo
inteso delimitare è sede di campo elettrico indotto, perciò della stessa f.e.m. indotta nelle
altre spire.

Lo spazio interessato costituisce un circuito perché possiede una propria impedenza della
quale abbiamo definito il valore Zo; lungo tale impedenza la f.e.m. indotta fa scorrere una
corrente, che si svolge nel vuoto e perciò non è di conduzione né di convezione, ed anche
se nulla sposta, è detta di spostamento, la quale produce intorno a se stessa il campo
magnetico, come ogni altra corrente.

L‟impedenza Zo ha caratteristiche ohmiche perché le sue reattanze sono perfettamente


compensate, e di conseguenza la corrente che la percorre è esattamente in fase con la
f.e.m. che la produce.

6.5 : seconda sezione: interazione tra i campi nello spazio vuoto.

Abbiamo descritto nel capitolo 5 l‟induzione di un campo magnetico H da parte di un


campo elettrico variabile E : con procedura analoga a quella seguita nel paragrafo 5.3
vediamo ora l‟induzione del campo elettrico E da parte di un campo magnetico
tempovariabile H.
Nell‟induttanza menzionata al paragrafo 6.1 -inserito un generatore, per esempio una pila
con interposta un‟opportuna resistenza- si sviluppa ai suoi estremi una d.d.p. V fino a che
la corrente I raggiunge il valore di regime, secondo l‟equazione seguente:

L dI / dt = -V il controllo dimensionale del primo membro dell‟equazione conferma che:

L dI / dt = M L Q-2 Q T-1 T-1 = M L2 T-2 Q-1 = d.d.p. = V

L‟induttanza L del solenoide di figura 6.1.b, avente per nucleo il vuoto di permeabilità o,
con sezione S e lunghezza d, è:

L = o S / d e, lungo d : I=Hd

Ciò premesso riprendiamo la precedente espressione : L dI / dt = -V

che possiamo riscrivere come segue: (o S / d ) d dH / dt = -V


ed il primo termine dà:

M L Q-2 L2 L-1 L L-1 T-1 Q T-1 = M L2 T-2 Q-1 = d.d.p. V come il secondo.
- 71 -

Con riferimento alla figura 6.4, introduciamo -E l in luogo di -V, e riscriviamo l‟ultima
equazione come segue:

(o S / d ) d dH / dt = -E l eliminando d, o S dH / dt = -E l

Per una data situazione fisico-geometrica, come in figura 6.1.b, l‟induttanza L, le


dimensioni S, d, l, la costante o costituiscono complessivamente un coefficiente fisso che
indichiamo provvisoriamente con K, scrivendo l‟espressione precedente come segue:

K dH / dt = -E per il segno negativo su V, E, vedere la legge di Lenz e al paragrafo 4.7.

Questa è -come si vede- una relazione diretta tra campi ed indica che il campo magnetico
H tempovariabile presente nello spazio S, d, induce lungo l il campo elettrico E del quale
i presenti sviluppi danno valore, direzione, verso, segno e fase.

Dalla o S dH / dt = -E l posto S= kl2 s‟ottengono le due equivalenti


equazioni:

o k dH / dt = -E / l oppure o dH / dt = -E / k l ed infine o dH / dt = -Rot E

che è l‟equazione di Maxwell per l‟induzione del campo elettrico da parte del campo
magnetico tempovariabile.

-Rot E sta per “rotore” di E ; si veda anche la nota alla fine del paragrafo 5.3.

-Le tre equazioni conclusive indicano densità di potenziale = M T-2 Q-1 il cui significato
è commentato in figura 6.4.

-Nell‟espressione S = k l 2 il valore numerico adimensionato k dipende dalla forma


geometrica del perimetro l che circuita il flusso magnetico attraversante la superficie S:
nel caso abbastanza comune della circuitazione eseguita con una spira circolare, k vale
1/4π perché nel cerchio di circonferenza l, S = l 2/ 4π .
Il coefficiente k non è qui concettualmente essenziale ai nostri fini.

Il fenomeno dell‟induzione del campo elettrico da parte del campo magnetico


tempovariabile può essere rappresentato nello spazio della terna cartesiana: nelle figure
6.5.c,d, posto E sull‟asse x ed H sull‟asse y, l‟equazione dell‟induzione, che useremo
anche nei capitoli successivi, diventa:

o dHy / dt = - dEx / dz (qui il valore di Hy è quello esistente in dz)

Dalle considerazioni svolte al capitolo 5 e nel presente, constatiamo quanto segue:


- 72 -

E = V / l = V /  d l =volt / metro E d l = V d l / l = volt  = 4E l

Figura 6.4 : in figura 6.4 è indicato il campo elettrico indotto lungo la circuitazione di un campo magnetico
uscente dal foglio verso chi legge. Il campo magnetico induttore può essere concentrato nel centro delle figure,
intorno all‟incrocio degli assi, e può anche essere distribuito su tutta la superficie S, perché prodotto da un
solenoide avente tale sezione, ad esempio come in figura 6.1 oppure 6.3.
Le eguali circuitazioni disegnate in figura sono circonferenze ortogonali e concentriche all‟asse del flusso e
lungo di esse gli effetti elettrici vengono misurati dal vettore tangenziale E che ne indica l‟intensità in quel
punto della circuitazione o nell‟infinitesimo segmento d l della sua circonferenza; il suo valore si misura in
volt / metro ed è espresso dal quoziente tra il valore della d.d.p. V in volt presente in una brevissima
interruzione della spira circuitante e quello della sua lunghezza in metri, e perciò, integrando sull‟intera
circonferenza: V = E  d l V=E l.
Ciò significa anche che ad ogni trattino elementare d l della circonferenza circuitante, compete una frazione
del flusso induttore corrispondente al rapporto d l / l : quest‟ultima considerazione si comprende meglio nella
figura centrale pensando che allo spicchio del flusso distribuito su tutta la superficie S, competono il campo E
ivi esistente ed il trattino di circuitazione d l e perciò la parte E d l della d.d.p. totale.
La densità  del campo interno alla circuitazione è data dal quoziente tra la d.d.p. indotta V in volt e la
superficie circuitata S in metri quadrati, sicché nel caso della circuitazione circolare:
con S = l2 / 4 e V = E l risulta:  = V / S = 4E l = volt / metro quadrato.
La nozione di densità di potenziale è meno intuitiva e meno nota della parallela nozione di densità di corrente
e richiede qualche riflessione aggiuntiva; può essere utile anche un controllo dimensionale, che lasciamo a
personali approfondimenti.
Si possono eseguire due circuitazioni molto ravvicinate, cioè per due valori molto prossimi del raggio z, come
indicato in figura 6.5.a : nell‟area infinitesima dS = d l dz così delimitata, restano definibili con le equazioni
date nel testo, il valore locale del campo magnetico variabile e di conseguenza il valore del campo elettrico
localmente indotto.
Dato che il campo elettrico indotto intorno ad un campo magnetico variabile decresce con la distanza, non è la
stessa cosa eseguire l‟operazione della doppia circuitazione in prossimità o in lontananza dal flusso induttore,
perché la sua densità tra le due circuitazioni diminuisce con la distanza. Ciò che conta, dunque, agli effetti
dell‟induzione del campo elettrico, è la densità del campo magnetico induttore dove l‟entità del fenomeno
s‟intende misurata. Per questa ragione le equazioni conclusive date nel testo sono espresse in termini di
densità di potenziale nel punto e nel tempo ove il fenomeno dell‟induzione s‟intende collocato.
In ogni caso va sempre distinta la sezione geometrica occupata dal flusso rispetto a quella compresa nella sua
circuitazione. Lungo la circuitazione si misurano gli effetti elettrici del flusso magnetico interno alla sua linea
chiusa che lo contiene; questa linea può coincidere -ma non necessariamente- con il perimetro della sezione
geometrica occupata dal flusso.
Nota: si osservi che mentre in figura 5.2 il verso del campo H indotto è determinato con la nota regola della
mano destra, qui il verso del campo E indotto è determinato con la simmetrica regola della mano sinistra.
- 73 -

a b

c d

Figura 6.5: Il campo elettrico indotto dal campo magnetico tempovariabile si espande nello spazio di raggio
z con velocità che vedremo essere c; ma in premessa del capitolo 5 abbiamo rifiutato le azioni a distanza, ed
infatti è il campo magnetico, anzi sono le sue variazioni, che migrano a progressiva distanza e localmente
inducono il campo elettrico, che così appare espandersi come anzidetto. Consideriamo ora la situazione del
campo elettrico indotto nello spazio da un campo magnetico H variabile a tasso costante durante un
brevissimo intervallo di tempo dt. Le circonferenze delle circuitazioni distanti dal flusso induttore si possono
considerare quasi-rette come in 6.3.b, e -in coordinate cartesiane- in 6.3.c ed in 6.3.d, dove si osserva che il
campo magnetico H variabile nel tempo dt produce intorno all’asse y del proprio flusso il campo elettrico -E.
Riportiamo dal testo la formula dell‟induzione in dz: o dHy / dt = -dE / dz

Osserviamo inoltre:
-nelle infinitesime aree dS, il campo induttore o dHy / dt è uscente dal foglio e diretto verso chi legge.
-in 6.3.c, 6.3.d, si noti che o dHy / dt è il Rotore di E ed infatti esso è normale alle linee del campo E che
circuitano H, ma ora -all‟opposto del caso di figura 5.3- in verso orario, perciò negativo, sicché l‟equazione di
Maxwell porta il segno negativo, e diventa: Rot H = -o dEx / dt in accordo con la legge di Lenz.
-inoltre: mentre Hy induce E, quest‟ultimo induce -H‟ che appare in figura 6.5.c con verso opposto ad Hy:
concludendo, dunque, il campo induttore Hy, con la mediazione del campo elettrico E, riproduce se stesso, ma
con verso invertito. Risultano rispettati i segni imposti dalle convenzioni matematiche e vettoriali (paragrafo
4.7) e quelli richiesti dalla conservazione dell‟energia (Hy, -H‟).
- 74 -

i campi elettrici e magnetici possono interagire e produrre reciproca induzione, in totale


assenza locale di cariche elettriche e magnetiche, nonché di circuiti materiali magnetici o
non magnetici, conduttori o isolanti: i fenomeni descritti possono avvenire direttamente
tra campi nello spazio vuoto avente le caratteristiche universali o, o, Zo.
I “circuiti” nei quali si verifica la maggior parte dei fenomeni dell’elettrotecnica, sono
dispositivi materiali collocati negli spazi dell’induzione al fine di convogliarne
convenientemente gli effetti; ma l’induzione in se stessa non è determinata dalla loro
presenza, ed infatti avviene anche in loro assenza, come nello spazio vuoto.

Nota: le espressioni conclusive degli sviluppi al capitolo 5:

o dE / dt = H / k l o dE / dt = Rot H differiscono dalle omologhe del capitolo 6:

o dH / dt = -E / k l o dH / dt = -Rot E

a causa del segno negativo imposto nelle seconde dalla legge di Lenz, cui s‟accenna
anche al paragrafo 4.7.

Tuttavia le rispettive espressioni in coordinate cartesiane, qui riportate, sono simmetriche:

o dEx / dt = - dHy / dz o dHy / dt = - dEx / dz

Ciò avviene perché la prima espressione acquisisce il segno negativo per accordarsi con le
esigenze geometriche della rappresentazione cartesiana, mentre la seconda espressione ha
già acquisito tale segno per precedenti esigenze indicate al paragrafo 4.7: la situazione
risulta più chiara comparando le figure 5.3 e 6.5 specialmente in c, d, dove si vedono le
simmetriche intersezioni delle due circuitazioni E, H, sull‟asse z: quella di H, risultante
senza correzioni (regola della mano destra con pollice allineato lungo Ex) quella di -E
ottenuta con l‟imposizione del segno negativo di Lenz (regola della mano sinistra con
pollice allineato lungo Hy oppure della mano destra con pollice allineato lungo -Hy).
L‟analisi dell‟induzione prosegue anche nel capitolo 7.
- 75 -

CAPITOLO 7 : IL CAMPO ELETTROMAGNETICO NELLO SPAZIO

7.1 : la formazione del campo elettromagnetico.

Le espressioni per l‟induzione date nei precedenti capitoli 5 e 6 indicano variazioni a


tasso uniforme delle grandezze induttrici e indotte, ma non variazioni delle variazioni :
non vi compaiono termini (cosiddetti di secondo ordine) contenenti accelerazioni, ed
infatti il fenomeno dell‟induzione si svolge per variazioni qualsiasi dei valori temporali
e/o spaziali dei flussi induttori, anche molto lente, ed anche a tasso costante.
Al capitolo 2 abbiamo descritto l‟onda meccanica verificando che essa si genera e si
propaga in un mezzo fisico, per effetto di accelerazioni ed in presenza di una coppia di
caratteristiche del mezzo stesso: compressibilità ed inerzia.
Abbiamo visto che queste caratteristiche hanno un significato fisico preciso: la
compressibilità del mezzo rappresenta la sua elasticità e la capacità di immagazzinare
energia potenziale; la sua massa rappresenta l’inerzia del mezzo e la sua capacità di
immagazzinare energia cinetica. Nel caso del campo elettromagnetico l‟energia potenziale
è immagazzinata nella capacità del mezzo, quella cinetica nella sua induttanza: al capitolo
6 abbiamo visto che i valori unitari di capacità e induttanza nel vuoto sono o, o.
Da queste premesse abbiamo tratto uno sviluppo matematico ed una interpretazione
descrittiva completata con degli esempi al fine di rendere più intuitivi i risultati dei calcoli.

Vedremo che la situazione dell‟onda elettromagnetica nello spazio vuoto non differisce
concettualmente da quella dell‟onda meccanica analizzata al capitolo 2 e qualcosa di
simile può dunque accadere per il campo elettromagnetico se le variazioni delle
grandezze inducenti avvengono sempre più rapidamente, presentando accelerazioni
rilevanti, se cioè -in pratica- E, H, vengono prodotti da rapide o rapidissime variazioni
della corrente generante.
Nel nostro caso, se trattiamo le accelerazioni di E dobbiamo trattare contestualmente
quelle di H perché le due componenti del campo elettromagnetico sono inscindibili;
inoltre, se trattiamo col tempo t, dobbiamo trattare anche con lo spazio z, perché abbiamo
visto nelle equazioni dell‟induzione che le variazioni temporali d‟una componente del
campo -mettiamo E- producono variazioni secondo lo spazio dell‟altra componente, cioè
H, e viceversa.
Ricordiamo dal capitolo 2 che l‟accelerazione consiste nella seconda derivazione della
grandezza variabile: per esempio la velocità v è la derivata prima dello spazio s rispetto al
tempo: v = ds/dt; l‟accelerazione a è la derivata prima della velocità v rispetto al tempo,
cioè a = dv/dt; ma l‟accelerazione è anche la derivata seconda dello spazio s rispetto al
tempo, e si scrive: a = d2s/dt2 (ecco dunque comparire qui i termini di secondo ordine).
Useremo quest‟ultima notazione per esprimere le variazioni accelerate dei campi.

Dai capitoli 5 e 6 riprendiamo le seguenti equazioni dell‟induzione:

1) -o dEx / dt = dHy / dz 2) -o dHy / dt = dEx / dz


- 76 -

immaginiamo di far variare i campi induttori tempovariabili e spaziovariabili in maniera


accelerata, imprimendo così anche ai campi indotti le stesse accelerazioni, che vengono
espresse derivando le equazioni 1) e 2).

Deriviamo la 1) rispetto al tempo t, la 2) rispetto allo spazio z che rispettivamente


diventano:

3) -o d2Ex / dt2 = d2Hy / dz dt 4) -o d2Hy / dt dz = d2Ex / dz2

e riscriviamo la 4) così: 5) -d2Hy / dt dz = d2Ex / o dz2

il primo termine della 5) a parte il segno, è identico al secondo termine della 3) in luogo
del quale, data l‟equivalenza, possiamo immettere nella 5) il primo termine della 3)
riportiamo o al primo termine, ed otteniamo:

6) o o d2Ex / dt2 = d2Ex / dz2

osserviamo che le variazioni accelerate di E rispetto al tempo t producono variazioni pure


accelerate di E rispetto allo spazio z sicché il campo E tempovariabile riproduce se stesso
nello spazio; e ciò avviene, analogamente al caso dell‟induzione esaminato ai capitoli 5 e
6, con la mediazione del campo magnetico H, formalmente confermata dalla sostituzione
effettuata nella 5) con parte della 3).

Nella 6) lo spazio dz può essere scritto come prodotto di una velocità v -al momento
incognita- per il tempo dt, e perciò: dz = v dt e dz2 = v2 dt2

per cui possiamo riscrivere la 6) come segue: 7) o o d2Ex / dt2 = d2Ex / v2 dt2

Ripetendo la procedura derivando la 2) rispetto al tempo e la 1) rispetto allo spazio, si ha:

8) o o d2Hy / dt2 = d2Hy / dz2 e infine: 9) o o d2Hy / dt2 = d2Hy / v2 dt2

si noti che le espressioni finali 7) e 9) sono analoghe alle equazioni d‟onda del capitolo 2 !

Nelle 7) e 9) si possono eguagliare i loro secondi termini, oppure procedere per


semplificazione algebrica, ed in entrambi i casi si ottiene:
______
10) o o = 1/ v2 che risolta per v dà: 11) v = 1 / √ o o

e dunque la velocità v non è più incognita ma definita dalle costanti di elasticità ed inerzia
dello spazio vuoto nel quale abbiamo posto la propagazione dell‟onda; queste costanti ci
sono già note per altra via indipendente dal procedimento precedente.
- 77 -

Inserendo nella 11) i valori di o o dati al capitolo 4 -come al capitolo 2 abbiamo usato
per le onde meccaniche quelli di c, m, e di n, m- otteniamo il valore della velocità v
che è quello della propagazione dei fenomeni elettromagnetici nello spazio vuoto, cioè dei
campi indotti E, H, prodotti dalle variazioni accelerate dei rispettivi campi induttori.

v = 1 / 8,854 x 10-12 x 1,256 x 10-6 = 299.792.458 metri / sec = c

Abbiamo trovato la velocità v del campo elettromagnetico che coincide col valore della
velocità della luce = c, già noto per via sperimentale, identità evidentemente non casuale:
si tratta di un‟unica velocità, e perciò il campo elettromagnetico e la radiazione luminosa
sono uno stesso fenomeno: la luce è dunque una radiazione elettromagnetica.

Le espressioni 7) e 9) sono le equazioni della propagazione del campo elettromagnetico e


dicono che i campi E ed H prodotti dalle loro accelerate variazioni rispetto al tempo t, si
propagano lungo lo spazio z con la velocità v = c.
Esse dicono anche che nella zona di radiazione le componenti elettrica e magnetica del
campo irradiato si “automantengono”: esse infatti, punto per punto ed istante per istante,
si inducono mutuamente (B 19) ma in questa operazione contestuale non avvengono tra di
esse trasferimenti di energia né variazioni di fase, altrimenti le due grandezze si
“svuoterebbero” e si “riempirebbero” ciclicamente delle rispettive energie ed il
fenomeno diventerebbe reattivo, mentre nello spazio di impedenza ohmica Zo, le
componenti del campo sono e rimangono sincrone ed in fase.

Si osservi ancora l‟analogia -del resto necessaria- con i corrispondenti sviluppi che
governano la propagazione delle onde meccaniche, dati al capitolo 2.
Ponendo, per le ragioni fisiche già addietro indicate, le seguenti corrispondenze:

o con c ed n
o con m possiamo porre anche:
o o = 1 / v2 da cui con totale parallelismo con gli sviluppi del capitolo 2:
______
v = 1 /  o o velocità di propagazione dell‟onda elettromagnetica, come:
____
v = 1/ cm dà quella delle onde meccaniche longitudinali
____
v = 1/ nm dà quella delle onde meccaniche trasversali
_____
L‟espressione 1/ o o deve avere le dimensioni di una velocità ed infatti:

o = farad / metro = M-1 L-3 T2 Q2 ; o=henry / metro = M L Q-2 ; o o = T2 / L2


_____ _____
1/o o = 1/ T2 / L2 = L / T cioè spazio / tempo = velocità !
- 78 -

La velocità della luce resta così definita come risultato necessario della propagazione
dell’onda elettromagnetica nel mezzo costituito dallo spazio vuoto, con valore
conseguente a quelli delle costanti o, o, che sono i minimi universalmente possibili per
, : pertanto c è il massimo valore di v universalmente possibile.
Il modo di propagarsi dell’onda elettromagnetica è simile a quello dell’onda meccanica
trasversale, e lo spazio vuoto è per il campo elettromagnetico un mezzo rigidissimo e
leggerissimo.

Finora non abbiamo assegnata una funzione continua alle entità del campo, e come al
capitolo 2 abbiamo spesso parlato di impulsi; di solito si alimenta l‟antenna con corrente
sinusoidale: risulteranno allora sinusoidali pure i campi da essa indotti, generati e
propagati e le forme d‟onda delle loro componenti E, H.

7.2 : la propagazione del campo elettromagnetico.

Vista la formazione dell‟onda elettromagnetica, analizziamo ora il mutuo comportamento


delle sue componenti nell‟onda che si propaga.
Con riferimento alle figure 7.1 e 7.2 richiamiamo i concetti sull‟induzione da movimento
tra campi e circuiti o spazi indotti.
In questo processo di induzione (B 01, od altrove) ogni segmento di circuito, o -ancor più
in generale- ogni linea di spazio l di caratteristiche   secante con velocità relativa v
le linee di un campo induttore magnetico H od elettrico E, è rispettivamente sede di
induzione elettrica E‟ o magnetica H‟, aventi intensità proporzionale ai valori dei campi
induttori ed a quello della velocità relativa.

1) ciò avviene a motivo della variazione del flusso concatenato con l dovuta al moto
relativo tra induttore ed indotto, il cui fattore temporale è qui collegato alla velocità del
moto suddetto.

2) nella presente trattazione, nonostante sia evidente il moto del campo induttore, esso si
considera fermo ed il movimento è attribuito al segmento di spazio indotto, la cui velocità
relativa ha pertanto verso opposto a quella del campo.

3) il verso della grandezza indotta è sempre tale che il campo da questa a sua volta
prodotto ha verso concorde con quello induttore dal lato del segmento entrante in nuovo
campo, e verso opposto dal lato del segmento uscente dal precedente campo; così si
produce una forza di reazione che contrasta il movimento relativo tra induttore ed indotto,
indicata dal segno negativo nelle equazioni seguenti e successive.

Nello spazio della propagazione del campo elettromagnetico, posti: l ortogonale al campo
induttore ed al suo movimento relativo; v = c, le equazioni del fenomeno sono :

-o H c = V = E‟ l -o E c = I = H‟ l .
- 79 -

Conservandone il contenuto dimensionale ed assegnando lunghezza unitaria al segmento


indotto, possiamo togliere dalle precedenti espressioni il termine l, e le formule diventano:

E‟ = -o H c H‟ = -o E c.

Se i campi induttori sono di valore costante -ed essendo c costante- quelli indotti risultano
pure di valore costante ed unidirezionale; se sono di valore variabile -per esempio
uniformemente crescente- quelli indotti risultano pure variabili e crescenti, ed in tal caso
la variabilità dei campi indotti li rende a loro volta induttori.
Ad esempio, durante un breve intervallo di tempo durante il quale un campo magnetico H
di valore crescente taglia un segmento di spazio, lungo esso si sviluppa una f.e.m. a sua
volta di valore crescente: il segmento diventa sede di un campo elettrico indotto di valore
variabile -perciò di correnti di spostamento- e pertanto induttore di campo magnetico,
sicché il movimento relativo tra l ed H ha prodotto non soltanto un campo elettrico ma
anche, contestualmente, un campo magnetico.
Analogo processo avviene partendo dalla componente elettrica E.
Se i campi induttori sono di valore alternativo ad andamento sinusoidale si verifica il caso
delle componenti E, H, del campo elettromagnetico che si propagano nello spazio, così
producendo con esso un moto relativo ed i conseguenti campi indotti, pure sinusoidali.
Nello spazio di impedenza ohmica Zo i campi induttori sono le componenti E, H del
campo irradiato, tra loro in fase, e pertanto rimangono in fase anche i campi indotti. In
generale, dunque, in condizioni di variabilità e di movimento dei campi, essi esistono
sempre ed ovunque con entrambe le componenti E, H, le quali possono esistere
separatamente soltanto in condizioni statiche: di conseguenza qualsiasi linea di campo
elettrico oppure magnetico non statico induce entrambe le componenti E, H e non soltanto
una di esse. Ma una linea di campo elettrico oppure magnetico non statico contiene già -
per la precedente definizione- entrambe le componenti ! dunque, dove c‟è variabilità e
movimento, i campi indotti si cogenerano e si potrebbe dire che si riproducono, ma
ciascuno riproduce se stesso tramite la mediazione dell’altro.

Nello spazio del campo elettromagnetico, i segmenti l sono sempre parte di percorsi
elettricamente o magneticamente chiusi: come vedremo oltre, essi possono essere
conduttori elettrici o magnetici nel caso di antenne riceventi, oppure zone immateriali
dello spazio vuoto della propagazione; nell‟uno e nell‟altro caso essi possono sembrare
circuiti aperti, ma in realtà sono sedi di correnti di spostamento e di flusso magnetico: né
le correnti di spostamento, né le linee di flusso magnetico possono interrompersi alle
estremità del segmento indotto, ed infatti esse si richiudono sempre all‟esterno di esso così
costituendo “circuiti” chiusi ai quali sono applicabili le leggi generali dell‟induzione,
comprese quelle delle forze tra le entità inducenti e quelle indotte.

(concordemente con i simboli usati per l‟induzione, qui le lunghezze sono espresse con l
anche se nelle figure 7.1 e 7.2 saranno espresse con h e successivamente anche con L, a
seconda dei casi).
- 80 -
- 81 -

Figura 7.1 : induzione di E da movimento di H nello spazio della propagazione.

Riportiamo la figura 6.2 nella quale le linee di flusso ΦM del campo H sono orizzontali e tratteggiate, ed
inseriamo ortogonalmente al flusso suddetto un “circuito” che può anche essere una ideale circuitazione di
una zona di spazio vuoto, costituito dal rettangolo S.
Dal paragrafo 4.5 richiamiamo le relazioni: ΦM = BS = o HS, con S = superficie del circuito concatenata
con ΦM .
Il campo si sposti nel verso +z, ma trattandosi di moto relativo, poniamo che sia il circuito indotto S a
spostarsi nel verso –z.
Richiamiamo la regola della mano destra data al paragrafo 4.7: con il pollice orientato nel verso del
movimento del circuito indotto, disponiamo la mano in maniera che le linee H del campo induttore risultino
entranti nel palmo: allora le restanti dita allineate e distese indicano il verso del campo elettrico indotto E.
In figura il campo induttore H, e perciò B e ΦM hanno andamento sinusoidale e durante il movimento relativo
presentano al circuito S i differenti valori di tale funzione.

In un intervallo di tempo dt, il circuito si sposta nel verso –z, dello spazio infinitesimo dz perdendo il flusso di
B2 in S2 ed acquistando il flusso di B1 in S1; in figura B1 > B2 e perciò la variazione del flusso totale
concatenato col circuito è positiva e vale: dΦM = B1 S1 - B2 S2, dove S1 = S2 = h dz.
La distanza dz è percorsa da S nel tempo dt con velocità v, sicché dz = dt v e l‟equazione diventa:
dΦM = (B1 - B2) h dt v . Per la legge di Faraday-Lenz interrompendo il circuito indotto si rende misurabile
una differenza di potenziale: V = - dΦM / dt sostituendo e semplificando risulta: V = -h v (B1 - B2).

Ora si noti che soltanto i segmenti h sono sede di f.e.m. e concorrono a formare la d.d.p. V; vi concorrono in
opposizione perché le f.e.m. in essi indotte hanno il medesimo verso e perciò nel circuito risultano
contrapposte; invece gli altri due segmenti del circuito sono paralleli al suo movimento e non tagliano alcun
flusso, per cui non sono sedi di f.e.m. e non concorrono alla d.d.p.
Perciò la d.d.p. V è la composizione delle d.d.p. V1 e V2 indotte lungo h1 ed h2: V = V1 - V2
E con le formule date in premessa: V1 = h1 B1 v; V2 = h2 B2 v e con h1 = h2 = h, infine risulta:
V = -h v ( B1 - B2) come ottenuto prima col procedimento della variazione totale del flusso concatenato.
Si vede che si può pervenire all‟espressione finale data sopra sia calcolando la variazione del flusso magnetico
concatenato con la superficie S dell‟intero circuito, sia calcolando le f.e.m. separatamente indotte in ciascuno
dei due segmenti h.
Il campo elettrico che produce V è: E = V / h E = -h v ( B1 - B2) / h ed infine: E = -v (B1 - B2).
B2 può essere nulla, se per esempio h2 si trova nella zona del passaggio per lo zero della funzione sinusoidale
del flusso magnetico induttore ed allora si ha E = -v B1 ed in generale E = -v B.
Ricordando che B = o H, e che nel nostro caso v = c, risulta: E = -o H c
che vale per qualsiasi segmento materiale o immateriale, aperto o chiuso, in movimento relativo rispetto alla
componente magnetica del campo che si propaga.
In conclusione, un campo magnetico H in movimento nello spazio produce un campo elettrico E ad esso
ortogonale, il cui valore è proporzionale -punto per punto ed istante per istante- a quelli del campo magnetico
e della sua velocità c.

Riportando quanto illustrato nella terna cartesiana, si osserva che un campo -Hy collocato sul piano yz ed in
movimento nel verso +z, induce sul piano xz un campo -Ex. Osservando in figura le linee della componente
elettrica del campo irradiato E, che sono verticali e continue, si nota che il campo elettrico indotto dal campo
irradiato H è allineato con la componente irradiata dello stesso campo elettrico, con la quale si trova sincrono
ed isotopo: è come mettere in parallelo due identiche f.e.m. ed infatti nello spazio vuoto il fenomeno descritto
non produce nulla di particolare. Ma se la componente irradiata E incontra un‟entità assorbente, per esempio
un elettrone nella ionosfera od un‟antenna ricevente, che ne alterano il valore, la componente H interviene con
il procedimento di induzione a ristabilire la componente E mettendo nel processo di assorbimento la propria
parte, che energeticamente rimane pari a quella della componente E.
Si veda in proposito al capitolo 14.
- 82 -

Figura 7.2 : induzione di H da movimento di E nello spazio della propagazione.

Riportiamo ancora la figura 6.2 nella quale le linee di flusso ΦE del campo E sono verticali e continue, ed
inseriamo ortogonalmente al flusso suddetto un “circuito” che può anche essere una ideale circuitazione di
una zona di spazio vuoto, costituito dal rettangolo S.
Dal paragrafo 4.5 richiamiamo le relazioni: ΦE = DS = o ES, con S = superficie del circuito concatenata
con ΦE .
Il campo si sposti nel verso +z, ma trattandosi di moto relativo, poniamo che sia il circuito indotto S a
spostarsi nel verso –z.
Richiamiamo la regola della mano sinistra data al paragrafo 4.7: con il pollice orientato nel verso del
movimento del circuito indotto, disponiamo la mano in maniera che le linee E del campo induttore risultino
entranti nel palmo: allora le restanti dita allineate e distese indicano il verso del campo magnetico indotto H.
In figura il campo induttore E, e perciò D e ΦE hanno andamento sinusoidale e durante il movimento relativo
presentano al circuito S i differenti valori di tale funzione.
In un intervallo di tempo dt, il circuito si sposta nel verso –z, dello spazio infinitesimo dz perdendo il flusso di
D2 in S2 ed acquistando il flusso di D1 in S1; in figura D1 > D2 e perciò la variazione del flusso totale
concatenato col circuito è positiva e vale: dΦE = D1 S1 - D2 S2, dove S1 = S2 = h dz.
La distanza dz è percorsa da S nel tempo dt con velocità v, sicché dz = dt v e l‟equazione diventa:
dΦE = (D1 - D2) h dt v.
Le leggi di Ampère e di Maxwell danno il valore della corrente (di spostamento) I = dΦ E / dt sostituendo e
semplificando, infine risulta: I = h v (D1 - D2).
La corrente indotta I è parallela alle linee del campo induttore E per cui la circuitazione di I dà le linee del
campo indotto H‟ che sono ortogonali a quelle del campo elettrico E.
Valgono le osservazioni della figura 7.1 circa l‟equivalenza dell‟induzione calcolata sulla superficie S oppure
sui segmenti h, che perciò non ripetiamo.
Il campo magnetico H è : H = I / h perciò H = h v (D1 - D2) /h ed infine: H = v ( D1 - D2).
D2 può essere nulla, se per esempio h2 si trova nella zona del passaggio per lo zero della funzione sinusoidale
del flusso elettrico induttore ed allora si ha H = v D1 ed in generale H = v D.
Ricordando che D = oE, e che nel nostro caso v = c, risulta: H = oE c
che vale per qualsiasi segmento materiale o immateriale, aperto o chiuso, in movimento relativo rispetto alla
componente elettrica del campo che si propaga. In conclusione, un campo elettrico E in movimento nello
spazio produce un campo magnetico H ad esso ortogonale, il cui valore è proporzionale -punto per punto ed
istante per istante- a quelli del campo elettrico e della sua velocità c.
Riportando quanto illustrato nella terna cartesiana, si osserva che un campo -Ex collocato sul piano xz ed in
movimento nel verso +z, induce sul piano yz un campo -Hy. Valgono poi considerazioni analoghe e parallele a
quelle indicate in figura 7.1. In più si osserva che nel medesimo spazio e nello stesso tempo dell‟induzione di
E da parte della componente irradiata H, si produce induzione di H da parte della componente irradiata E.
Perciò il campo irradiato E,H, riproduce entrambe le proprie componenti e complessivamente se stesso.
Le due componenti E, H, del campo -procedendo per onde nello spazio- si riproducono mantenendo la fase,
l‟assetto geometrico ed il valore; qui ne abbiamo esaminato separatamente la reciproca induzione prodotta dal
loro simultaneo movimento, e la simmetria del fenomeno: questa separazione è stata introdotta per meglio
studiare i fenomeni descritti, ma nella realtà del campo elettromagnetico irradiato le componenti E, H,
formano un‟inscindibile entità che viene mantenuta nelle componenti indotte.

Riassumendo:
-figura 7.1: la componente magnetica H del campo elettromagnetico in movimento nello
spazio, produce un campo elettrico E ad essa ortogonale, i cui valori sono proporzionali -
punto per punto ed istante per istante- a quelli del campo magnetico e della sua velocità:
ciò significa anche che l‟onda indotta è sincrona con quella inducente e cioè che l’una e
l’altra sono in fase tra loro.
Nello spazio indotto si produce un campo elettrico: E = - o H v *)
- 83 -

-figura 7.2 : la componente elettrica E del campo elettromagnetico in movimento nello


spazio produce un campo magnetico H ad essa ortogonale, i cui valori sono proporzionali
-punto per punto ed istante per istante- a quelli del campo elettrico e della sua velocità:
ciò significa anche che l‟onda indotta è sincrona con quella inducente e cioè che l’una e
l’altra sono in fase tra loro.
Nello spazio indotto si produce un campo magnetico: H = - o E v *)

Le precedenti relazioni definiscono i rapporti di reciproca e simmetrica induzione tra le


componenti magnetica ed elettrica dell‟onda elettromagnetica irradiata, ed il loro
vicendevole automantenimento.
La geometria di H indotto rimane eguale a quella di H induttore e la geometria di E
indotto rimane eguale a quella di E induttore.
Rimangono eguali anche i rispettivi valori? supponiamo a priori tale identità che
verifichiamo con il seguente procedimento, a partire dalle espressioni date sopra:

1) E indotto = - o v H induttore 2) H indotto = - o v E induttore.

rapportiamo per esempio: E induttore/E indotto (operazione analoga si può fare per H)

dalla 2) - E induttore = H indotto / o v ; la 1) rimane: E indotto = - o v H induttore

(E induttore/E indotto) = (-H indotto/ o v) / -o v H induttore

(E induttore/E indotto) = (H indotto/ o v o v H induttore)

e supposte le suindicate identità, questa espressione si riduce alla: 1 = 1 / o o v2

per la premessa supposta identità, bisogna che sia 1 = o o v2 ed allora:


______
v = 1 /  o o = c = velocità della luce.

*) con v = c le: E = - o H v; H = - o E v diventano: E = - o H c; H = - o E c

Ciò significa -e non è una coincidenza algebrica- che le grandezze induttrici e indotte
conservano valore, fase, direzione e verso se ed anche perché esse si inducono
reciprocamente mediante il loro contestuale spostamento nello spazio vuoto (o o) alla
velocità c che -per altra via- sappiamo essere quella della propagazione dell’onda
elettromagnetica e della luce.

Abbiamo posto delle condizioni che sono risultate vere ed abbiamo così verificato che
l‟onda elettromagnetica automantiene se stessa mentre si propaga nello spazio, e che
questo processo avviene alla velocità c: le due componenti dell‟onda “si guardano” l‟una
con l‟altra provvedendo -se fosse necessario- a ri-eguagliarsi.
- 84 -

Significa anche che se si genera un‟onda per processo elettrico, contemporaneamente


nello spazio appare la sua “immagine” magnetica; e se viceversa si genera un‟onda
“magnetica” appare contemporaneamente nello spazio la sua “immagine” elettrica: perciò
non è neppure il caso di chiedersi quale componente del campo sia eventualmente
prevalente nello spazio, vicino alla sua origine o dovunque a distanza, perché comunque
sia esso localmente prodotto, immediatamente la dualità energetica viene ristabilita tra le
sue componenti.
Il suddetto automantenimento non avviene in successione di tempo o di spazio: se così
fosse, l‟energia del campo sarebbe -ora o qui- tutta elettrica, ed -ora o là- tutta magnetica;
invece entrambe le componenti del campo aumentano e diminuiscono insieme di ampiezza
lungo z e durante t.
Ciò significa che mentre e laddove E induce H, c‟è H che induce E.
Si potrebbe anche concludere che E induce E ed H induce H, dato che E automantiene E
ed H automantiene H; ma questo concetto -che pur è il risultato finale del processo di
reciproca induzione- non trova giustificazione analitica, perché l‟induzione -come è a noi
nota dalla teoria classica che stiamo seguendo- dice che E induce H e che H induce E.

Dunque s‟inseriscono le note mediazioni: E induce E con la mediazione di H; H induce H


con la mediazione di E; mediazioni necessarie perché il campo elettromagnetico, nella
teoria classica, è sdoppiato con la componente E sede di energia potenziale e la
componente H sede di energia di movimento.
Il campo elettromagnetico procede lungo z con velocità c alla maniera delle onde
meccaniche (capitolo 2) e di quelle elettromagnetiche (capitolo 3) propagando forze e
spostamenti lungo il mezzo della sua propagazione, dai suoi primi segmenti ai successivi.
Fin tanto che l‟onda prosegue nello spazio vuoto null‟altro accade durante il suo
avanzamento; se invece l‟onda incontra una discontinuità fisica nel mezzo in cui si
propaga, per esempio il conduttore di un‟antenna ricevente, la situazione sopradescritta si
modifica, come vedremo al capitolo 16.

7.3 : la trasmissione dell‟energia, il vettore di Poynting.

Il campo elettromagnetico irradiato trasporta l‟energia associata alle sue componenti


elettrica e magnetica; trasporta potenza, che è il flusso dell‟energia attraverso una sezione
del fronte del campo in un dato intervallo di tempo: abbiamo già descritti questi concetti al
capitolo 3.

L‟energia portata dagli infiniti vettori di Poynting che si dipartono dall‟origine


dell‟emissione, si ritrova tutta a qualsiasi distanza dall‟origine, in “gusci” sferici
progressivamente estesi dove essa è eventualmente utilizzabile soltanto su una loro
minima parte, per esempio dove un‟antenna ricevente viene investita da una pur
minimissima frazione del fronte d‟onda : tutto il resto va disperso.
Il trasmettitore continua a immettere nello spazio nuova energia, che esso vede come
dissipata in una resistenza di carico, anche se lo spazio non è dissipativo; ma essendo
infinitamente esteso ha un‟infinita capacità di ricevere energia.
- 85 -

L‟antenna ricevente utilizza una parte incredibilmente minima dell‟energia irradiata: il


“miracolo” di renderla utile agli effetti dell‟informazione è compiuto dal ricevitore.

Applichiamo ora al campo elettromagnetico la relazione: J = M c2 ; se J è l‟energia del


campo irradiato, M = J/c2 è la sua massa accelerata alla velocità c.
L‟energia irradiata assume un aspetto “meccanico” e d‟altronde non vengono irradiate due
separate energie, una elettromagnetica ed una meccanica: l’energia sta dunque nella
dinamica del campo, che si rende evidente con la pressione della radiazione.

In effetti l‟energia del campo elettromagnetico è nel movimento della sua massa, ed allora
bisogna che le componenti E, H, siano energeticamente inattive durante la loro
propagazione nello spazio vuoto: le operazioni di reciproco automantenimento tra le due
componenti nello spazio di impedenza Zo sono infatti energeticamente neutrali fin
laddove il campo impatta una discontinuità, per esempio un‟antenna ricevente: allora le
componenti E, H, interagendo con essa vi inducono le grandezze elettriche V, I.
In questa interazione il campo cede la quantità di moto Mc della propria massa impegnata
nell‟impatto, ed in questo modo fornisce la forza F necessaria ad eseguire l‟induzione,
come sarà descritto in dettaglio al capitolo 16.

F pareggia la forza di reazione prodotta dall‟induzione, cui l‟indotto -se può- tende a
sottrarsi allontanandosi dall‟induttore: lasciamo al Lettore l‟approfondimento di questo
concetto sul quale si basano le molteplici azioni elettrodinamiche; esse agiscono anche
sulla propagazione del campo, come sulla rotazione dei motori elettrici, e sulle cariche di
conduzione del conduttore d‟antenna; sono tutte azioni con le quali si rendono evidenti ed
utilizzabili delle forze portate dai campi elettromagnetici.

Nel caso dell‟impatto del campo in movimento sull‟antenna immobile di lunghezza L, in


essa viene indotta una f.e.m. che è una forza che ne sposta gli elettroni di conduzione
producendo con ciò una corrente elettrica il cui campo reagisce col campo induttore
sviluppando una forza tendente a contrastare il movimento relativo induttore-indotto, cioè
campo-antenna: tale forza viene bilanciata da quella posseduta dal campo, che in tal modo
perde la propria e realizza l‟induzione, tramite la quale l‟energia e la forza possedute dal
campo, vengono acquisite dalle cariche di conduzione contenute nel conduttore d‟antenna.
Il valore di questa forza è determinato dalle leggi dell‟elettrodinamica, e vale:

F = I o Ho L oppure anche F = V o Eo L

Dove Ho, Eo sono i valori locali del campo; L la lunghezza del segmento indotto; I, V la
corrente e la tensione che in esso si sviluppano.

Come anzidetto, i dettagli di queste operazioni sono dati al capitolo 16: qui è importante
stabilire fin d‟ora le azioni che l‟energia portata dal campo sviluppa su un conduttore -in
pratica un‟antenna ricevente- in esso immersa.
- 86 -

Figura 7.3: le componenti elettrica e magnetica del campo in coordinate cartesiane

Sono rappresentate le sezioni sui piani x z ed y z del prisma di Poynting di figura 6.2.d, le quali mostrano le
componenti E, H, del campo elettromagnetico avanzante lungo z.
Le due sinusoidi sono tra loro ortogonali ed in concordanza di fase.
Questa è la normale rappresentazione del campo elettromagnetico prodotto o captato da un‟antenna: se essa è
costituita da un conduttore rettilineo, questo s‟intende coincidente con l‟asse x; se invece è costituita da una
bacchetta di ferrite, questa s‟intende coincidente con l‟asse y.
In ogni caso vengono sempre prodotte o captate entrambe le componenti E, H del campo.

(a questo punto si potrebbe riprendere -a solo titolo di riflessione- la considerazione indicata all‟inizio del
capitolo 5: se cioè non pensassimo troppo al campo magnetico, la radiazione potrebbe essere rappresentata in
figura 7.3 dalla sola curva E del campo elettrico, associandovi con identico andamento la curva I della corrente
di spostamento da esso prodotta nello spazio di impedenza Zo. Per quale ragione infatti, I deve essere
rappresentata dal suo campo magnetico H? Questa mediazione nasce con Faraday e si conferma con Maxwell,
ma le citate considerazioni di Einstein, riprese anche al capitolo 17, la rendono inessenziale. Pur proseguendo
secondo la teoria classica, riproponiamo queste considerazioni come materia di personali riflessioni).

7.4 : la velocità della luce: c come costante universale dello spazio vuoto.

La velocità c è una delle tre costanti universali o o c; una di esse potrebbe essere tolta
dai calcoli dato il rapporto che le lega, come indicato al capitolo 4; ma molti calcoli
risulterebbero scomodi, sicché normalmente s‟impiegano tutte: c era valore già noto ai
tempi di Maxwell come grandezza misurata sperimentalmente, e presa come tale senza
ulteriori correlazioni; come abbiamo visto, gli sviluppi eseguiti la mettono in relazione con
le costanti o, o, e con la radiazione elettromagnetica.
- 87 -

Alla velocità c accadono vari fenomeni singolari: ci limitiamo a menzionarne alcuni:

Le componenti elettrica e magnetica si inducono reciprocamente lungo lo spazio della


propagazione e automantengono il loro valore iniziale, rimangono in fase e conservano i
relativi assetti geometrici. L‟impedenza del vuoto Zo deriva dalle costanti o, o, ed è
pertanto in relazione con c; essa determina il rapporto E / H.
Zo è l‟impedenza “ohmica” della linea di trasmissione costituita dallo spazio vuoto, lungo
la quale il campo s‟irradia senza subire dissipazioni o sfasamenti.

Il campo elettromagnetico nello spazio vuoto viaggia alla velocità c; non può essere più
veloce, ma neppure più lento; se esiste, esiste alla velocità c con la quale è costretto a
propagarsi.
Esso trasporta energie immense e minimissime, che non confonde e non mostra, non
dissipa e che cede soltanto se e dove impattano un obiettivo ad esse sensibile.

Se il campo elettromagnetico è espresso secondo la teoria dei fotoni, essi esistono soltanto
alla velocità c oppure non esistono: nello spazio vuoto non ci sono fotoni lenti o fermi, né
campo elettromagnetico lento o fermo.
Con la velocità c i fotoni ed il campo relativo acquistano una massa proporzionale
all‟energia che trasportano; questa energia è definita dalla celebre espressione della
dinamica relativistica E = M c2 (B 20).

Si potrebbe obiettare che un campo di massa M dovrebbe impiegare un certo tempo per
raggiungere la velocità c sotto l‟azione di una qualsiasi forza agente: questo ragionamento
non regge per il campo di radiazione perché la sua massa, acquisita con la velocità c, non
esiste a velocità inferiori, alle quali non esiste neppure il campo: la massa M comincia ad
esistere insieme alla velocità c ed all‟energia E.

Il campo irradiato, assumendo la velocità c si sottrae all‟effetto induttore dell‟antenna


irradiante, perché a tale velocità non può avere ulteriori relazioni energetiche con essa,
dalla quale diventa indipendente e si propaga uniformemente fin che incontra una
discontinuità nel mezzo della propagazione alla quale può cedere energia.

L‟energia del campo sta dunque nel movimento della sua massa: all‟impatto con l‟antenna
ricevente tale energia si esprime con le forze che sostengono l‟induzione opponendosi alle
forze contrarie che l‟induzione stessa produce per reazione.
L‟energia del campo è nella sua massa M ed essa pesa: questo è un fatto sperimentalmente
provato nel campo della gravità; la massa inerziale del campo è dotata della quantità di
moto Mc, ed anche questo è fatto sperimentalmente provato.

Se l‟energia nel campo è energia cinetica, qual‟è il ruolo delle sue componenti E, H ?
rinviamo la risposta al capitolo 16 dove esamineremo l‟induzione eseguita dal campo
sull‟antenna ricevente.
- 88 -

Cenni di storia della scienza.

La materia dei tre ultimi capitoli è di tale importanza che val la pena di ricordare alcune
tappe del suo svolgimento.

Quando questi sviluppi furono intuiti da Maxwell, i calcoli relativi alle onde meccaniche
erano noti e la velocità della luce era già stata misurata, come pure erano definite la
costante dielettrica e la permeabilità magnetica.
I risultati ottenuti da Maxwell avevano dunque il conforto delle analogie meccaniche e
coincidevano con le misure sperimentali della velocità della luce. Data la logica dello
svolgimento fisico-matematico e la concordanza con i risultati sperimentali, le suddette
coincidenze non potevano essere casuali.
Ciò comportava molte conseguenze di grande portata teorica, che soltanto parecchi anni
dopo diventavano di pratico impiego; alcune di esse sono le seguenti:

1) le leggi generali del campo elettromagnetico;


2) l‟attitudine dello spazio vuoto d‟esserne sede e mezzo di svolgimento;
3) la possibilità di creare onde elettromagnetiche nello spazio vuoto;
4) la loro possibile, anzi necessaria propagazione in allontanamento dalla sorgente;
5) la natura elettromagnetica della radiazione luminosa;
6) la conseguente unificazione nell‟unica teoria elettromagnetica delle radiazioni nello
spazio, compresa la luce.

Incredibilmente questa rivoluzione teorica rimase in sordina fino agli esperimenti di Hertz.
Il mondo scientifico e soprattutto quello tecnologico erano soddisfatti dalla legge di
Faraday, già sufficiente agli sviluppi delle tecniche per l‟uso dell‟energia elettrica.
L‟impiego di energie “a distanza” non interessava nessuno e del resto era considerato
improponibile data l‟esiguità dell‟energia rimanente nel campo lontano eventualmente
irradiato.
Così anche gli esperimenti di Hertz apparivano niente più che esiti di ricerche teoriche e
non passarono dal mondo scientifico a quello tecnologico fino a quelli di Marconi, che
invece puntava con precisa e ostinata determinazione all‟applicazione di quei dormienti
principi ai fini della ricetrasmissione di energie utili alla comunicazione di informazioni
tra punti lontani e materialmente tra loro isolati.
- 89 -

PARTE SECONDA

CAPITOLO 8 : SISTEMI E CIRCUITI OSCILLANTI

8.1 : generalità.

Per dare un‟idea del fenomeno oscillatorio elettromagnetico richiamiamo le indicazioni


date al capitolo 2 per il pendolo di figura 2.1 e quelle date al paragrafo 4.4 per il moto
armonico ed oscillatorio. Omettiamo la completa e complessa trattazione analitica del
fenomeno, che supera le necessità del nostro lavoro; per eventuali approfondimenti
rinviamo alle trattazioni specialistiche di questo argomento, per esempio in B 21.

Distolto mediante una forza iniziale dalla posizione di equilibrio nel campo della gravità e
quindi rilasciato, il pendolo ideale senza perdite oscilla continuativamente con moto
armonico: l‟energia conferitagli dalla forza suddetta resta tutta nel sistema oscillante e
precisamente quando la sua massa è ad un estremo della corsa ed istantaneamente ferma,
l‟energia cinetica è nulla ed è massima l‟energia potenziale; al contrario, quando è al
centro dell‟oscillazione, l‟energia cinetica è massima, e nulla quella potenziale: la loro
somma rimane -istante per istante- costante ed equivalente all‟energia inizialmente
immessa.

a b

Figura 8.1: il circuito elettromagnetico oscillante.

8.1.a : circuito oscillante alimentato in parallelo. 8.1.b : circuito oscillante alimentato in serie.
Il termine “alimentato” viene spesso sottinteso e pertanto omesso.
La figura rappresenta il circuito oscillante “induttanza-capacità” descritto nel testo; le due versioni
differiscono soltanto per il metodo di alimentazione e per l‟inserimento della resistenza R che può
rappresentare un carico effettivo od anche le perdite del circuito. Il carico dissipativo R può fare fisicamente
parte del circuito, in particolare se è costituito dalle perdite del circuito stesso, oppure può essere posto lontano
dal circuito oscillante e ad esso collegato o accoppiato come indicato nelle figure 8.3 ed 8.4.
Nelle figure 8.3.c ed 8.4.d il carico è costituito dallo spazio vuoto, accoppiato al circuito oscillante tramite
una antenna immersa nello spazio stesso.
In entrambi i circuiti l‟oscillazione può essere avviata anche per via magnetica: i deviatori vengano chiusi sui
circuiti e vengano tolte le pile. Un magnete precedentemente inserito nelle induttanze, venga estratto
bruscamente; nell‟avvolgimento viene indotta una corrente ed alle sue estremità compare una f.e.m. che
iniziano il fenomeno oscillatorio, il quale procede poi con le stesse regole già indicate.
- 90 -

Figura 8.2 : oscillatori meccanici ed elettromagnetici.

La figura compara due sistemi oscillanti, uno meccanico ed uno elettromagnetico e per entrambi indica le
proporzioni tra energia cinetica ed energia potenziale per ogni ottavo di periodo dell‟oscillazione ed inoltre
mostra l‟andamento sinusoidale delle suddette energie -che sono tra loro sfasate di 90°- a conferma che il
fenomeno oscillatorio è reattivo, elastico, e che i sistemi -teoricamente non dissipativi- sono chiusi in se stessi
e non scambiano energia con l‟esterno.

, v, = angolo e velocità di oscillazione del pendolo; V, I, = tensione e corrente nel circuito oscillante;
EC, EP, = energia cinetica e potenziale in entrambi i sistemi oscillanti.
- 91 -

In maniera analoga avviene l‟oscillazione delle cariche elettriche -o meglio dei campi da
esse prodotti- nei circuiti elettromagnetici di figura 8.1, costituiti da induttanza e capacità.
Essi possono essere “avviati” mediante un deviatore, dapprima collegato ad un generatore,
che carica elettricamente la capacità e poi chiuso sul circuito, il quale in assenza di perdite
continua ad oscillare: l‟energia passa dal condensatore all‟induttanza e viceversa con
andamento di moto armonico: il potenziale di posizione del pendolo corrisponde alla
carica del campo elettrico capacitivo, e l‟inerzia della sua massa corrisponde alla carica
del campo magnetico induttivo.
La figura 8.2 rappresenta graficamente i fenomeni descritti il cui andamento è “armonico”
perché le oscillazioni meccaniche ed elettromagnetiche libere -anche se impresse da un
iniziale episodio impulsivo- assumono l‟andamento armonico-sinusoidale descritto al
paragrafo 4.4.

Sia il pendolo meccanico che il circuito elettromagnetico non sono privi di perdite, che in
figura 8.1 sono comprese nella resistenza R, sicché per mantenerli in oscillazione è
necessario rifornirli di energia con impulsi successivi a quello iniziale.
Affinché i sistemi in oscillazione mantengano il periodo che hanno inizialmente assunto, è
necessario che i successivi impulsi vengano forniti con sincronia e fase opportune: quando
ciò si realizza si dice che il sistema di alimentazione dell’energia è in risonanza con il
sistema oscillante che la riceve: chi usa l‟altalena sa bene come e quando devono esserle
conferite le successive spinte per mantenerne l‟ampiezza dell‟oscillazione ed il periodo.

I circuiti oscillanti di figura 8.1 possono essere riforniti di energia in risonanza durante
l‟intero ciclo oscillatorio di 360° od anche (similmente all‟altalena) con più brevi impulsi
dell‟ordine di 180° e fin sotto i 90°, a seconda della loro funzione nei circuiti radio.
In particolare -nei circuiti d‟uscita a radiofrequenza- ciò avviene mediante amplificatori di
potenza operanti nelle “classi” A, B, C, rispettivamente con angoli di circolazione
decrescenti, argomento che qui non trattiamo rinviando a qualsiasi testo di radiotecnica.
Il circuito oscillante e risonante ben dimensionato, cioè con “fattore di merito” abbastanza
elevato, trasforma gli impulsi ricevuti in complete oscillazioni armoniche sinusoidali o
quasi sinusoidali.

L‟alimentazione può essere eseguita in parallelo per esempio ai punti a-b del circuito
8.1.a ove il generatore incontra un‟impedenza elevata perché il circuito oscillante -dopo la
fase d‟avviamento- mantiene l‟oscillazione assorbendo una corrente minima, cioè quella
richiesta per compensare le perdite.
Oppure l‟alimentazione può essere eseguita in serie per esempio collegando il generatore
nel circuito 8.1.b in serie alla resistenza R; in tal caso il generatore incontra un‟impedenza
minima, perché il circuito oscillante -dopo la fase d‟avviamento- mantiene l‟oscillazione
assorbendo una tensione minima cioè quella richiesta per compensare le perdite.
I valori degli assorbimenti sono autoregolati da quelli delle rispettive impedenze che -in
funzione delle perdite- il circuito oscillante presenta al generatore.
Si possono realizzare circuiti oscillanti assai perfezionati aventi perdite interne
ridottissime, e “chiusi” rispetto allo spazio esterno verso il quale non cedono energia.
- 92 -

La frequenza delle oscillazioni libere nel circuito oscillante una volta avviato, dipende dai
valori dell‟induttanza e della capacità, rispettivamente corrispondenti alla massa ed
all‟elasticità dei sistemi meccanici: esiste un solo valore della frequenza di risonanza per
una coppia di valori d‟induttanza e di capacità: ne diamo brevemente il calcolo e la ben
nota formula finale.

La tensione che si forma ai capi del condensatore e ai capi dell‟induttanza è definita dalla
legge di Ohm applicata alle rispettive reattanze:

V= I/2fC V= Ix2f L eguagliando e con pochi passaggi risulta:

(2  f )2 x L x C = 1 da cui : 2  f = 1/ LC e infine: f = 1/2 LC

La frequenza f delle oscillazioni elettromagnetiche libere ed il relativo andamento


sinusoidale di moto armonico sono indipendenti dalla loro ampiezza e dal processo
eseguito per iniziarle, perché dipendono soltanto dalle costanti L C del circuito.
Queste caratteristiche indicano una ulteriore funzione dei circuiti oscillanti, meccanici
come il pendolo, elettromeccanici come il quarzo, elettromagnetici come i circuiti
induttanza-capacità, i quali tutti tendono a rendere sinusoidali ed a selezionare alla loro
frequenza di risonanza, gli impulsi di varia forma e durata ad essi comunque impressi, il
che consente tra l‟altro di realizzare efficaci filtri selettivi.
La selettività di un circuito oscillante rispetto alla sua frequenza di risonanza dipende dal
valore delle sue reattanze in confronto a quello resistivo costituito dalle perdite proprie
oppure da resistenze volutamente gravanti sul circuito. In generale, maggiori selettività si
ottengono con valori relativamente elevati di induttanza e relativamente piccoli di capacità
cui infatti corrispondono elevati valori di entrambe le rispettive reattanze.

Ulteriore caratteristica dei circuiti oscillanti, è la loro impedenza caratteristica: in regime


di risonanza essa è ohmica perché le reattanze sono perfettamente compensate, ma
egualmente determinano -come nei circuiti esaminati nel capitolo 6- il rapporto
tensione/corrente nei circuiti stessi.
Il valore della corrente nel circuito oscillante dipende da quello della tensione inizialmente
applicata al condensatore e dalle costanti L C del circuito, secondo la legge di Ohm:

V = I L/C (si ricordi dal cap. 6 il significato di impedenza caratteristica) Zc = L/C

L‟impedenza caratteristica del circuito oscillante indica il rapporto tensione/corrente che


in esso si sviluppa: per una data frequenza di risonanza, circuiti ad elevata capacità e bassa
induttanza presentano impedenza caratteristica Zc di valore basso, e sono sedi di correnti
elevate; al contrario, circuiti pure risonanti sulla stessa frequenza con bassa capacità ed
elevata induttanza presentano impedenza caratteristica di valore alto e sono sedi di
tensioni elevate.
- 93 -

8.2 : circuiti oscillanti caricati da entità dissipative.

Esaminiamo ora il circuito oscillante di figura 8.1.a nel quale è inserita la resistenza R, che
può essere un componente reale o rappresentare le perdite del circuito. Comunque la
resistenza sia collocata nel circuito, essa dissipa potenza attiva e sottrae tensione alla
ricarica del condensatore e corrente alla ricarica dell‟induttanza, sicché l‟oscillazione si
smorza progressivamente e si spegne: la situazione equivale alla dissipazione di potenza
meccanica nel pendolo a causa di attriti e anche della resistenza opposta dall‟aria al suo
movimento: per mantenere l‟oscillazione è necessario fornire al sistema l‟energia ad esso
sottratta per dissipazione.
Per comprendere come la resistenza è alimentata in termini di potenza attiva da un circuito
oscillante che è sede di energia esclusivamente reattiva, analizziamo per esempio il
funzionamento del circuito 8.1.a: tolta momentaneamente la resistenza R, nel circuito
oscillante la corrente ha lo stesso valore in ogni punto del circuito ivi compreso lo spazio
dielettrico, eventualmente vuoto, tra le armature del condensatore; la tensione dev‟essere
sempre la stessa ai capi del condensatore e dell‟induttanza, perché essi sono collegati
insieme nei punti a-b. Solo che tensione e corrente nel circuito oscillante -resistenza
esclusa- sono sempre sfasate di 90°.
Infatti il condensatore inizialmente carico applica la sua massima tensione all‟induttanza,
la quale vi oppone una f.e.m. di autoinduzione di segno contrario, impedendo alla corrente
di scorrervi; in questo primo istante la tensione è massima ai punti a-b e la corrente è nulla
in tutto il circuito ma non nella resistenza che invece è percorsa da corrente Ir = V / R .
Inizia poi a scorrere corrente nell‟induttanza e con valore eguale in tutto il circuito
oscillante mentre la tensione scende e con ciò scende anche la corrente nella resistenza;
infine l‟induttanza sta per raggiungere il massimo della sua carica magnetica, la corrente
in tutto il circuito oscillante è massima, ma la tensione tende a zero, come pure la corrente
nella resistenza. Quindi l‟induttanza comincia a scaricarsi sul condensatore, la corrente
scorre nel verso opposto in tutto il circuito e pure nel verso opposto risale la tensione ai
punti a-b e con essa la corrente nella resistenza. La resistenza viene così percorsa da una
corrente alternata, che è in fase con la tensione ai punti a-b, mentre invece nell‟induttanza
e nel condensatore la corrente sale mentre la tensione scende e viceversa.

In conclusione la resistenza inserita nel circuito oscillante è sede di potenza attiva, mentre
il resto del circuito è sede di energia reattiva. Viene sottratta energia reattiva da una
parte del circuito e convertita in energia attiva in un’altra parte di esso.

Colleghiamo ora ai punti a-b un generatore regolato per la frequenza di risonanza.


Possiamo supporre che la parte oscillante del circuito sia senza perdite o considerare
quelle eventuali, concentrate nella resistenza; allora -trascorsi gli istanti iniziali nei quali il
generatore fornisce oltre all‟energia attiva che va nella resistenza, anche e soprattutto
quella reattiva che può essere assai più rilevante- successivamente esso fornirà soltanto
l‟energia attiva dissipata dalla resistenza: quella reattiva, infatti, continuerà ad oscillare tra
capacità e induttanza e viceversa, senza bisogno d‟ulteriore rifornimento.
- 94 -

8.3 : circuiti oscillanti caricati per trasduzione

Esistono sistemi oscillanti, che si possono pure considerare senza perdite, e tuttavia in
grado di portare energia lontano dal suo punto di immissione; per esempio una corda
ideale infinitamente estesa avente origine nel punto di alimentazione dell‟oscillazione, non
è sede di dissipazione ma è capace di veicolare l‟oscillazione, sottraendo localmente
dell‟energia che viene trasdotta in allontanamento dalla sorgente.

c c

Figura 8.3 : oscillatore elettromagnetico caricato mediante trasduttore non dissipativo.

In questa figura è rappresentato il circuito oscillante in parallelo -perché di più facile descrizione- caricato da
un elemento dissipativo R che in a è posto volutamente ad una certa distanza ed alimentato tramite una linea
di trasmissione che si considera senza perdite; i fenomeni valgono anche per il circuito alimentato e caricato
in serie ed in entrambi i casi la resistenza R è sede di energia attiva come descritto nel testo al paragrafo 8.2.
Nelle figure successive il circuito oscillante è pure caricato: ora però il carico non dissipa l‟energia prelevata
dal circuito oscillante, ma la trasporta egualmente fuori di esso: in b la linea è aperta ma indefinitamente estesa
ed allora, se è senza perdite, l‟energia non viene dissipata ma continuamente portata lontano dal circuito
oscillante, cui appare mancante come se fosse stata sottratta per dissipazione.

La linea di trasmissione può anche essere lo spazio stesso, come in c, che riceve l‟energia tramite un‟antenna:
lo spazio è rappresentato dal prisma ideale di un vettore di Poynting, come visto al capitolo 6. In tal caso Rr è
la resistenza di carico costituita dallo spazio, che -mediante l‟antenna- assorbe energia attiva dal circuito
oscillante, il quale la vede come un carico ohmico.
- 95 -

In questo caso la sottrazione dell’energia avviene per trasduzione, non per dissipazione,
anche se il fenomeno è visto dall’alimentatore come un’uscita di energia dal sistema.
Dunque, in qualsiasi maniera venga sottratta energia al circuito oscillante, per
dissipazione o per trasduzione, il circuito -per rimanere in oscillazione- richiede nuova
energia al generatore: essa è energia attiva di valore corrispondente a quella avviata per
dissipazione o per trasduzione verso l’esterno del sistema.

Ma -a guardar bene- anche l‟energia elettrica dissipata nella resistenza è trasdotta fuori dal
sistema, perché diventa energia termica, ceduta all‟ambiente esterno.

In figura 8.3.a, colleghiamo ai punti a, b, una linea di trasmissione ideale, senza perdite, la
quale può chiudersi a distanza su una resistenza dissipativa che poniamo di valore R = Zc
ed allora su tale resistenza l‟energia viene dissipata in calore ed esce dal sistema come se
R fosse stata direttamente collegata al circuito oscillante.
La figura 8.3.b mostra una seconda possibilità: se la linea di trasmissione è infinitamente
lunga, ogni suo segmento riversa l‟energia nel segmento successivo e così via all‟infinito;
allora l‟energia non viene dissipata su una terminazione resistiva, che infatti non c‟è, ma
indefinitamente trasdotta in allontanamento dal circuito oscillante al quale essa viene
continuamente sottratta, sicché il generatore deve reintegrarla esattamente come se fosse
stata sottratta per dissipazione da parte di una resistenza.
La linea suddetta potrebbe essere sostituita da un prisma di spazio vuoto (figura 8.3.c)
accoppiato al circuito oscillante tramite un’antenna; questo prisma -come sappiamo dal
capitolo 6- è una linea di trasmissione d’impedenza ohmica Zo infinitamente estesa.
Se l’energia disponibile ai punti a, b, viene in qualche modo immessa nello spazio, essa
può propagarsi sottraendosi al circuito oscillante, il quale -per mantenere l’oscillazione-
deve ricevere dal generatore l’energia mancante come nei casi prima descritti e come
vedremo nel capitolo 9.
Ma poiché il generatore, la resistenza oppure la linea di trasmissione, il circuito oscillante,
sono tutti collegati insieme agli unici morsetti a-b, si potrebbe anche dire che il generatore
alimenta i due carichi in maniera indipendente, rispettivamente il primo con energia attiva,
il secondo con energia reattiva, senza bisogno che ci siano relazioni tra il primo e il
secondo.
I casi illustrati nella figura 8.3 danno luogo a eguali effetti tra circuito oscillante e
generatore: l‟energia che quest‟ultimo fornisce a compensazione di quella sottratta per
dissipazione o per trasduzione, entra nel circuito oscillante perché esso muta la propria
impedenza nei confronti del generatore; il circuito oscillante in parallelo presenta
un‟impedenza diminuita, così richiedendo all‟alimentatore una maggior corrente; il
circuito oscillante in serie presenta un‟impedenza aumentata, così richiedendo
all‟alimentatore una maggiore f.e.m.; ma -più esattamente- il circuito oscillante mantiene
la propria impedenza e la corrente o la tensione aggiuntiva vanno direttamente a finire
nel carico.

Si può prelevare energia dal circuito oscillante in vari punti, non necessariamente nei punti
a, b, ed anche in vari modi alcuni dei quali sono illustrati in figura 8.4.
- 96 -

L‟energia sottratta al circuito oscillante è attiva, oppure in vari gradi reattiva, non in
relazione al punto o al modo del prelievo, ma al carico nel quale l’energia si riversa.
Se esso è ohmico, o se le sue eventuali reattanze sono compensate, l‟energia che entra nel
carico è energia attiva; se invece è reattivo, esso non preleva energia perché quella che
assorbe durante un semiciclo, la restituisce nel semiciclo successivo.
Inoltre un carico reattivo applicato ad un circuito oscillante fa aumentare o diminuire -a
seconda della propria reattanza- i valori L, C del circuito risultante cambiandone la
frequenza di risonanza.
Noi ci occupiamo di trasferimenti di energia attiva e perciò di carichi ohmici oppure a
reattanze compensate in modo da risultare tali.

a b

c d

Figura 8.4 : differenti accoppiamenti dei carichi al circuito oscillante: la figura mostra
alcune differenti disposizioni circuitali per prelevare energia dal sistema oscillante, tutte equivalenti agli effetti
del prelievo stesso, ed impiegabili a seconda delle caratteristiche del carico da alimentare.
Un possibile carico, purché opportunamente accoppiato al circuito oscillante, può essere lo spazio vuoto in
quanto sede illimitata di onde elettromagnetiche provenienti dal sistema oscillante, cui sottraggono l‟energia
immessa nello spazio stesso: in questo caso l‟accoppiamento tra il circuito oscillante e lo spazio viene
realizzato tramite un conduttore esteso ed immerso nello spazio, cioè tramite un‟antenna.
a- accoppiamento del carico mediante divisore sull‟induttanza;
b- mediante divisore sulla capacità;
c- mediante accoppiamento magnetico variabile;
d- il carico costituito dallo spazio vuoto è accoppiato mediante un‟antenna in esso immersa

8.4 : circuiti oscillanti estesi.

Abbiamo visto al capitolo 2, che la corda oscillante può essere tagliata oppure vincolata
nell‟estremo opposto al punto di alimentazione dell‟energia, ed in tal caso -se la sua
lunghezza è tale da contenere un numero intero di semionde- si crea un circuito oscillante
ad onda stazionaria non migrante, perché l‟onda riflessa si scontra con quella incidente e
- 97 -

lungo la corda compaiono ventri e nodi dell‟oscillazione che rimangono in posizione fissa
rispetto alla lunghezza della corda.
Vedremo il corrispondente sistema oscillante elettromagnetico nel prossimo capitolo.
Anche questo sistema o circuito, se privo di resistenze, mantiene indefinitamente nel
tempo l‟onda stazionaria di cui è sede, mentre -in presenza di dissipazione o di trasduzione
non compensata da nuova energia- l‟onda stazionaria s‟attenua e si spegne, come nella
corda della chitarra -vibrante d‟onda stazionaria- quando irradia energia sonora nell‟aria
dalla quale viene frenata.
Queste ultime configurazioni di sistemi oscillanti sono geometricamente più estese del
bilanciere d‟un orologio, del circuito L C a costanti concentrate: rispetto ai sistemi
oscillanti “piccoli” esse presentano induttanza e capacità lungo tutto il sistema, e si dicono
pertanto a “costanti distribuite”.
Queste configurazioni interagiscono più efficacemente con il mezzo fisico circostante, cui
cedono energia più facilmente rispetto ai corrispondenti circuiti “chiusi” e perciò si dicono
anche “sistemi aperti”.
In questi casi l‟energia viene ceduta dal sistema oscillante aperto al mezzo ad esso
circostante, che viene eccitato dall‟oscillazione: si tratta ancora di un processo di
sottrazione d‟energia dal sistema oscillante, sottrazione che produce su esso e sul
generatore i medesimi effetti prima esaminati per i casi di dissipazione e di trasduzione.
- 98 -

CAPITOLO 9 : DAL CIRCUITO OSCILLANTE ALL‟ANTENNA

9.1 : Circuiti oscillanti a costanti distribuite.

Un sistema meccanico a costanti distribuite -in pratica una corda- capace di contenere
un‟onda stazionaria, dev‟essere lungo almeno la metà dell‟onda stessa; questa estensione è
la minima possibile, affinché un intero ciclo dell‟oscillazione si possa svolgere
percorrendo il sistema in andata e ritorno.
Noi esamineremo principalmente sistemi elettromagnetici risonanti di lunghezza minima,
perciò lunghi mezz‟onda, eventualmente -talora- un‟onda intera.
I circuiti della figura 9.1 sono funzionalmente equivalenti e rappresentano il passaggio da
un circuito oscillante a costanti concentrate ad un equivalente circuito oscillante a costanti
distribuite: per la stessa frequenza quest‟ultimo risulta assai più esteso dei circuiti a
costanti concentrate visti nel capitolo precedente, dai quali trae origine e tale
configurazione permette di ottenere da esso fenomeni che -di solito volutamente- il
circuito oscillante a costanti concentrate non consente.

Figura 9.1: l‟oscillatore elettromagnetico a costanti distribuite.

la figura rappresenta il passaggio graduale da un sistema oscillante a costanti concentrate ad un sistema


equivalente a costanti distribuite, risonante per la stessa frequenza.
La scala del disegno non rispetta le proporzioni, che possono essere di qualche centimetro per il primo, di
parecchi metri per il secondo.
Nel circuito a costanti concentrate il campo elettrico si svolge con grande prevalenza tra le armature del
condensatore e quello magnetico entro le spire e nel vicino intorno del solenoide; ma si vede che nella seconda
immagine il solenoide può ridursi ad una spira e nella terza immagine la spira può essere ulteriormente stirata:
in tal caso una rilevante parte del campo elettrico si svolge tra segmenti affacciati della spira riducendo così la
parte di campo tra le armature del condensatore, che sono infatti molto piccole e lontane, e quello magnetico
intorno a tutta la crescente estensione del conduttore.
Infine nell‟ultima immagine, aprendo ulteriormente le estremità della precedente, siamo pervenuti ad un
dipolo lineare: ora il campo magnetico si costituisce intorno all‟asse del dipolo su circonferenze ad esso
concentriche e quello elettrico tra opposti segmenti del dipolo, simmetrici rispetto alla sua mezzaria.
Un caso particolare di circuito oscillante a costanti distribuite è il dipolo risonante lungo mezz‟onda il quale
nelle varie forme costruttive della pratica tecnologica, è l‟antenna trasmittente e ricevente più diffusa.

Esaminiamo questa configurazione nel circuito elettromagnetico costituito dal conduttore


rettilineo di lunghezza s rappresentato in figura 9.2 al quale sia applicato un impulso
elettrico all‟estremità a.
- 99 -

La situazione è simile a quella del circuito oscillante a costanti concentrate alimentato in


parallelo: l‟induttanza è costituita dal conduttore e distribuita lungo la sua estensione; il
campo magnetico contorna il conduttore o meglio la corrente che in esso scorre. La
capacità è costituita dalle superfici elementari del conduttore simmetricamente opposte
rispetto al suo punto neutro centrale; le linee di forza elettriche si dipartono da ogni punto
di dette superfici e raggiungono i punti simmetricamente opposti del conduttore.

Figura 9.2: l‟onda stazionaria della corrente e dei potenziali nel dipolo di mezz‟onda:
Le onde stazionarie elettromagnetiche che si svolgono lungo un conduttore di corrente ad alta frequenza sono
analoghe alle onde stazionarie meccaniche descritte al capitolo 2. Il conduttore deve essere lungo mezz‟onda,
corrispondente allo spazio percorso dalla corrente alla velocità c durante i due opposti cicli dell‟oscillazione.
Il dipolo s è ripetuto per mostrare le situazioni durante il ciclo, ma è ovvio che si tratta dell‟unico immobile
dipolo s. Le curve rappresentano l‟inviluppo dei valori locali della corrente I e dei potenziali V lungo il
conduttore risonante negli istanti successivi di un ciclo dell‟oscillazione: è una rappresentazione derivata da
quella dell‟onda stazionaria meccanica ma al contrario di questa non è globalmente osservabile per ragioni
relativistiche, dato che non esiste alcun punto lungo il dipolo o intorno ad esso dal quale un osservatore possa
vedere, dunque alla velocità della luce, fenomeni che avvengono con la velocità della luce.
Un osservatore privilegiato potrebbe essere solidale con l‟impulso, ma in ogni caso esso vedrebbe il tempo
proprio ed i propri punti della curva, non la sua totalità come qui raffigurata. Invece un osservatore a distanza
molto grande dal dipolo in confronto alle dimensioni di questo, vedrebbe la figura come qui rappresentata.
Dunque le definizioni date nel testo, del tipo “nell‟istante” “nel preciso istante” e simili, non sono ammesse se
non si indica il punto cui è riferita la misurazione del tempo t: non esiste infatti “un preciso istante” misurabile
in un arbitrario punto di s, valido per tutta l‟estensione s = a-b.
E’ pertanto indispensabile tenere presenti i limiti di questa rappresentazione grafica.
Nei rettangolini accanto alle curve è indicata con asterischi la successione degli impulsi forniti al dipolo come
descritto al paragrafo 9.1; le frecce verticali indicano il verso di avanzamento degli impulsi lungo il
conduttore, “fotografati” in successivi istanti e conseguenti posizioni lungo un ciclo dell‟onda stazionaria; i
segni positivo e negativo indicano i rispettivi versi arbitrari dell‟azione elettrica degli impulsi; gli asterischi
identificano l‟evoluzione del primo e del secondo impulso considerati nell‟esempio.
- 100 -

La figura 9.2 rappresenta una situazione oscillatoria stazionaria, perciò reattiva, ed infatti
le correnti ed i potenziali sono sfasati di 90°: ciò significa che il sistema illustrato non è
irradiante e non è sede di energia attiva, situazione che invece apparirà con il fenomeno
dell‟irradiazione.
Descriviamo in dettaglio il fenomeno rappresentato in figura:
L‟impulso elettrico applicato al conduttore in a all‟istante t0 abbia verso elettrico
convenzionale + tale da accelerare le cariche interne al conduttore -gli elettroni liberi di
conduzione- dall‟estremità a verso l‟estremità b: gli elettroni compiono una rapida e breve
escursione da a verso b senza avere il tempo di percorrere un cammino rilevante, ma
comunicando tuttavia ai successivi l‟impulso che procede nel verso della freccia con
velocità altissima che dipende -come descritto al capitolo 5- dalla costituzione del campo
nello spazio intorno alla corrente: se esso è il vuoto, la velocità è quella della luce.
L‟impulso raggiunge l‟estremità b del conduttore all‟istante t1, dopo un tempo t = s / c,
dove il potenziale raggiunge il valore massimo producendo una corrente inversa, cioè la
riflessione dell‟impulso stesso, che ritorna verso a.
All‟istante t1 nel quale il primo impulso giunge in b, viene applicato in a, un secondo
impulso di segno opposto al precedente, il quale perciò “tira” gli elettroni verso a.
Anche questo secondo impulso corre verso b con velocità c ma non raggiungerà mai il
primo, che ormai sta tornando da b verso a.
All‟istante t2 i due impulsi si doppiano al centro del conduttore, cioè a metà del percorso
a - b ed in questo punto essi hanno lo stesso segno, cioè entrambi spingono gli elettroni
verso a: il primo impulso perché sta tornando da b ad a con segno capovolto
dall‟inversione di moto ed il secondo perché sta procedendo da a verso b ma con segno
elettrico da b verso a.
Nel punto d‟incontro gli impulsi sommano le loro correnti ivi concordanti, creando
localmente un “ventre” di corrente come indicato in figura.
Alla fine del percorso di ritorno, cioè all‟istante t3, il primo impulso raggiunge il punto a
dove rimbalza nuovamente e sta per riprendere il percorso da a verso b.
In questo preciso istante t3, il generatore -regolato per fornire un terzo impulso del segno
del primo- incontra quest‟ultimo che ha conservato eguale segno ed ampiezza perché fin
qui abbiamo considerato che il sistema non irradi; il generatore non fornisce alcuna nuova
energia perché il sistema gli oppone la propria f.e.m. originaria, che eguaglia e contrasta
quella del generatore, il quale “vede” pertanto in a un‟impedenza elevatissima; la
situazione corrisponde a quella del circuito oscillante alimentato in parallelo, ove
l‟oscillazione inizialmente impressa, continua senza bisogno d‟ulteriore energia.
In luogo di brevi impulsi, si possono immettere nel conduttore dei treni di impulsi o anche
un‟alimentazione sinusoidale come infatti di solito avviene, anche se -nel caso il fattore di
merito dell‟antenna risonante rimanga elevato- una alimentazione quasi-impulsiva viene in
essa corretta ed assume andamento quasi-armonico e quasi-sinusoidale.

Possiamo stabilire la frequenza dell‟alimentazione in modo che il suo semiperiodo  / 2


duri il tempo t prima definito tenuto conto che un‟intera onda di periodo  = 2t ha
lunghezza  :
- 101 -

 = 2t c = c  = c / f e con c = 3 x 108 m /sec ed f = 10 MHz, risulta:

 = 3 x 108 / 107 = 30 metri.

Nel conduttore lungo  / 2, nell‟esempio 30 / 2 = 15 metri, alimentato alla frequenza di


10 MHz, si sviluppa -ora con continuità- l‟analogo processo degli impulsi prima descritto,
creato da intere semionde della durata temporale  / 2 = t, seguite da altre identiche di
segno ogni volta opposto.
Costruendo un opportuno modellino mobile raffigurante le onde dirette ed inverse, da far
scivolare sull‟asse del conduttore, si nota che l‟onda stazionaria della corrente assume
forma sinusoidale, come indicato per l‟onda meccanica al paragrafo 2.3 ed in figura 2.4.

I segmenti di sinusoide tracciati in figura 9.2 non rappresentano una realtà fisico-
geometrica come invece succede per la citata onda meccanica, ma si può convenire che le
ortogonali al conduttore indichino i valori della corrente lungo di esso, e così le curve
risultanti sono linee d‟inviluppo dei valori locali ed istantanei della corrente.
Con l‟onda stazionaria della corrente, si forma una corrispondente onda stazionaria dei
potenziali, che sono massimi all‟estremità del conduttore cui viene applicata la f.e.m.
dell‟alimentatore ed a quella opposta dove l‟impulso inizia il percorso inverso; i
potenziali sono minimi al centro del conduttore dove invece è massima la corrente: si
ricordi l‟analogia del pendolo meccanico.
In regime sinusoidale si verifica la situazione rappresentata in figura 9.2 con l‟onda
stazionaria di corrente e quella di tensione sfasate di 90° e ciò significa che stiamo ancora
operando in un circuito oscillante, perciò reattivo, nel quale avvengono continui scambi
di energia tra induttanza e capacità distribuite, senza dissipazione o fuoruscita di energia
dal sistema.
(alcune necessarie considerazioni geometriche e relativistiche inerenti quanto descritto in
questo paragrafo sono riportate nel commento di figura 9.2).

9.2 : dall‟oscillazione all‟irradiazione.

Un circuito oscillante a costanti concentrate, per la frequenza di 10 MHz ha normalmente


dimensioni di qualche centimetro. La lunghezza d‟onda nel vuoto corrispondente a 10
MHz, è di 30 metri ed il corrispondente circuito oscillante e risonante a costanti distribuite
ha le dimensioni minime di mezz‟onda ed è perciò costituito da un conduttore di 15 metri.
E‟ abbastanza intuitivo che i sistemi risonanti a costanti distribuite, immersi nel mezzo nel
quale si svolgono i fenomeni di costituzione del campo, hanno maggior accoppiamento
con esso rispetto ai corrispondenti sistemi oscillanti a costanti concentrate.
L‟accoppiamento dipende infatti dalla possibilità del sistema di entrare in effettivo
contatto col mezzo fisico della propagazione del campo: la corda vibrante d‟una chitarra
non costituisce alcuna onda fuori da essa, se per esempio è posta nel vuoto; per costituire e
propagare l‟onda sonora, per cederle dell‟energia, è necessario che la corda sia circondata
dall‟aria.
- 102 -

Se la corrente generante il campo è alternata e contiene apprezzabili componenti


acceleratorie, la costituzione dell‟onda e la sua propagazione nello spazio sono
conseguenti fenomeni obbligati.
Infatti le componenti elettrica e magnetica iniziano nello spazio prossimo al conduttore,
ma all‟inversione del ciclo della corrente le loro propaggini più avanzate sono già
abbastanza lontane per sfuggire alle successive vicende della corrente stessa.
Il grado di reattività nella regione intorno al conduttore dipende dal rapporto tra l‟energia
che all‟invertirsi del ciclo ritorna alla corrente, e quella che viene irradiata e ad essa non fa
più ritorno; in altre parole al rapporto tra il campo di induzione e quello di radiazione.
In conseguenza della sottrazione dell‟energia, irradiata fuori dal sistema oscillante, la
f.e.m. di ritorno nel punto a all‟istante t3 ha valore inferiore a quella impressa inizialmente
dal generatore, il quale può pertanto iniettare corrente nel circuito oscillante.
Con la corrente entra nel circuito energia attiva, la cui corrispondente potenza è data dal
prodotto f.e.m. del generatore x corrente entrante nel circuito.
Essa è la sola energia -dunque attiva- che il generatore fornisce al sistema oscillante che è
diventato un’antenna, per pareggiare quella che l‟antenna ha ceduto per irradiazione; non
fornisce altra energia (salvo che per compensare le perdite dissipative) perché quella
reattiva immessa inizialmente non richiede ulteriore rifornimento.

Il generatore non vede più un circuito oscillante in parallelo di resistenza infinita, ma un


trasduttore avente resistenza equivalente al valore: f.e.m. del generatore / corrente entrante
nel circuito.
Più il conduttore viene strettamente accoppiato allo spazio, più questo valore di resistenza
diminuisce, ma per quanto il conduttore sia reso completamente libero di irradiare, la
resistenza equivalente non scende al di sotto d‟un dato valore, cui corrisponde il massimo
possibile grado d’accoppiamento tra il conduttore di mezz’onda alimentato in parallelo e
lo spazio circostante.

Si usa trattare questo problema con il conduttore alimentato -anziché ad un estremo- al suo
centro.
Il conseguente circuito a costanti distribuite corrisponde così al circuito a costanti
concentrate alimentato in serie; nel caso dell‟antenna alimentata ad un estremo,
l‟accoppiamento con lo spazio viene mostrato all‟alimentatore come una diminuzione
della resistenza equivalente, mentre nel caso di alimentazione al centro, l’accoppiamento
compare come un aumento di essa.

E‟ convenzionalmente in uso di riferire al centro dell‟antenna di mezz‟onda i valori della


suddetta resistenza equivalente, della corrente, della tensione e d‟ogni altra grandezza ad
essi correlata ed anche l‟entità dell‟energia irradiata.
Con questa convenzione, il rapporto tensione/corrente, che si misura al centro di un
conduttore filiforme, sottile, libero nello spazio, risonante sulla mezz‟onda, e perciò al
massimo possibile grado d‟accoppiamento con lo spazio stesso, è:

V / I = 73 ohm, e W (watt) = V2 / 73 = I2 x 73 = potenza fornita dal generatore


- 103 -

che equivale a quella irradiata, per cui la suddetta resistenza viene detta “resistenza di
radiazione” in quanto ha il valore che il generatore vedrebbe se al conduttore descritto
venisse sostituito un carico ohmico in grado di assorbire la medesima potenza con il
medesimo rapporto tensione / corrente.
In sostanza è così nata un‟antenna particolare, a partire da un circuito oscillante a costanti
concentrate: è un‟antenna risonante della quale descriveremo il funzionamento nei
prossimi capitoli.

Da quanto detto più sopra risulta che nell‟antenna sono presenti energia reattiva ed energia
attiva, come nel circuito oscillante caricato da una resistenza, descritto nel capitolo
precedente.
Evidentemente la corrente -intesa come movimento degli elettroni di conduzione nel
conduttore d‟antenna- è unica, pur essendo il risultato delle due componenti suddette, le
quali possono essere analizzate separatamente.
Oscurando la componente reattiva della corrente, cioè la componente sfasata rispetto alla
f.e.m. che la produce, si può “vedere” la sola componente attiva; per questa operazione
basta usare strumenti che non misurano l‟energia reattiva.
Allora l‟antenna risulta sede di corrente e tensione in fase, cui corrisponde la potenza
attiva fornita dal generatore, eguale a quella che -tolte le perdite- viene irradiata
dall‟antenna nello spazio.
Con questa separazione, l‟analisi del circuito costituito da generatore, linea, antenna,
spazio, diventa semplice: il campo reattivo esce dall‟analisi perché esso è collegato alle
reattanze dell‟antenna.
Invece il campo irradiato è sede dell‟energia attiva assorbita ed erogata dall‟antenna, ora
intesa come trasduttore neutrale dell‟energia dal generatore al campo irradiato.

Da queste considerazioni risulta che un‟antenna può essere NON risonante: un qualsiasi
conduttore nel quale venga fatta circolare corrente ad alta frequenza è un‟antenna capace
di irradiare energia elettromagnetica nello spazio e -in ricezione- di prelevare energia dal
campo e trasferirla al ricevitore.
L‟antenna risonante è tuttavia -per vari motivi d‟ordine pratico- la soluzione più
impiegata: in essa infatti le reattanze sono perfettamente compensate sicché presenta al
punto d‟alimentazione un‟impedenza ohmica, che può essere direttamente collegata allo
stadio finale del trasmettitore a radiofrequenza senza bisogno d‟aggiustamenti; ma questo
indubbio vantaggio ha poco a che vedere con il fenomeno dell‟irradiazione, che ha luogo
comunque dove i campi prodotti dalla corrente siano in qualsiasi modo accoppiati allo
spazio che la circonda.

Nota: anche un non-conduttore, nel quale si trovi il modo di produrre una corrente alternata di spostamento
dielettrico, può essere un‟antenna.
Infatti le correnti di spostamento in un dielettrico materiale sono oscillazioni di cariche elettriche, non
differenti dalle oscillazioni delle cariche di conduzione in un conduttore metallico, solo che non è sempre
facile produrre tali correnti in un dielettrico esteso né accoppiarvi un generatore.
Tuttavia nel campo delle frequenze molto elevate, come quelle del Radar, queste tecniche sono possibili ed
infatti esistono delle antenne costituite da piccoli “corni” dielettrici.
- 104 -

CAPITOLO 10 : IL FUNZIONAMENTO DELL‟ANTENNA

10.1 : il dipolo elementare.

Abbiamo concluso il precedente capitolo affermando che la radiazione avviene da


qualsiasi conduttore, risonante o no, purché percorso da corrente ad alta frequenza, in
quanto essa contiene rilevanti componenti acceleratorie le quali -per le ragioni dette e
raffigurate in addietro- producono le componenti del campo elettromagnetico di
radiazione intorno al conduttore stesso.
In pratica si cercano le forme e le dimensioni costruttive che consentono le migliori
efficienze, e che danno luogo alle svariate antenne adatte alle diverse applicazioni.
Queste antenne sono notevolmente estese e lungo di esse la corrente non è mai uniforme.

L‟analisi del dipolo elementare corto è utile perché un‟antenna lunga può essere
considerata una serie di dipoli elementari, ciascuno dei quali percorso dal valore della
corrente esistente localmente nell‟antenna lunga.
Il dipolo elementare è un‟antenna sensibilmente corta rispetto alla lunghezza d‟onda della
frequenza con la quale è alimentato: può essere ad esempio un dipolo di lunghezza L:

L = 0,05 ; con f = 10 MHz ,  = 30 metri; L = 1,5 metri

Il conduttore elementare -che può essere anche molto più corto- è eventualmente caricato
alle sue estremità con due sfere per aumentarne le capacità terminali, affinché il valore
della corrente sia il più possibile uniforme lungo la sua estensione; il campo elettrico nel
suo intorno somiglia a quello di figura 1.4 ma ora varia secondo la corrente alternata che
lo produce, le cui componenti più accelerate creano un campo -detto di radiazione- la cui
energia viene irradiata nello spazio circostante, mentre quelle più lentamente variabili
creano un campo -detto di induzione- che oscilla tra il conduttore e lo spazio vicino
rimanendo nel sistema, senza dunque uscire da esso verso lo spazio.

10.2 : analisi della radiazione.

L‟analisi classica per quantificare i campi suddetti è abbastanza laboriosa; ma qui


possiamo svolgere un procedimento sufficiente a risalire fino al punto -utile e
significativo- della determinazione delle due componenti E, H, del campo di radiazione,
prodotte da una nota corrente alternata sinusoidale di frequenza f e valore efficace I
scorrente in un dipolo elementare di lunghezza L molto minore della lunghezza d‟onda .
Lungo tutto questo capitolo esplicitiamo, anche ove sottintese, le notazioni vettoriali.

Riportiamo dal capitolo 3 le equazioni della radiazione prodotta dalla carica elettrica
accelerata:

-ET = q a cos  / 4  o c2 z -HT = q a cos  / 4  c z


- 105 -

Oltre alle indicazioni già note qui introduciamo la lunghezza del dipolo L e la corrente I
di frequenza f e pulsazione  = 2 f .
Il prodotto  I L sta in luogo di q a ed infatti, con:  = T-1 ; I = Q T-1 ; L = L, adesso
dimensionalmente risulta:  I L = Q L T-2 = q a, con la sola significativa differenza che
ora la carica q non è puntiforme ma distribuita lungo L.
Le suindicate espressioni del capitolo 3, tolti i segni qui non indispensabili, diventano:

E =  I L cos  / 4  o c2 z ; e con o = 1/o c2 E =  I L o cos  / 4  z

H =  I L cos  / 4  c z

Si possono ora eseguire notevoli semplificazioni:

1) su E: con  = 2 f ; o = 4  x 10-7 si ha ( 1/4  ) 2 f x 4  x 10-7

con 2 f = 2 c/ si ha ( 1/4  ) ( 2 c/ ) 4  x 10-7

con c = 3 x 108 si ha ( 1/4  ) ( 2 x 3 x 108 / ) 4  x 10-7 = 60 / 

e l‟espressione precedente di E, semplificata e riordinata per significati fisici, diventa:

E = 60 ( L/ ) ( 1 / z ) I cos 

Vediamo l‟aspetto dimensionale dell‟espressione ottenuta: nei passaggi sopraesposti


abbiamo eliminato o, c, le cui dimensioni sono rimaste incorporate nel termine 60 , il
quale perciò non è adimensionale; le sue dimensioni sono infatti:

per o : M L Q-2 ; per c : L T-1 e perciò per o c : M L2 Q-2 T-1 = ohm.

Le altre grandezze dimensionate sono I, z, rispettivamente in amper e in metri; perciò:

E = ( amper / metro ) x ohm = volt / metro

2) su H: con  / c = 2 f / c e con f / c = 1/ si ha (1/4 ) (2 /) = (½) 1/

e l‟espressione precedente di H, semplificata e riordinata per significati fisici, diventa:

H = (½) ( L/ ) ( 1 / z ) I cos 

Vediamo l‟aspetto dimensionale dell‟espressione ottenuta: I, z, sono le sole grandezze


dimensionate, rispettivamente in amper e in metri, e perciò risulta:

H = amper / metro.
- 106 -

3) Possiamo ancora riordinare e quindi rapportare le espressioni ottenute, come segue:

E/H = (60 I L  -1 z-1 volt/metro) /(0,5 I L  -1 z-1 amper/metro)= 60 / 0,5=120  ohm

120  ohm = 377 ohm = Zo come avevamo anticipato al capitolo 6.

Non si tratta di coincidenza numerica con l‟espressione Zo ottenuta al capitolo 6, ma di


necessaria conseguenza matematica e fisica della procedura qui sopra esposta.
Per ragioni pratiche, ma con le precauzioni dimensionali già citate, l‟impedenza
caratteristica del vuoto è spesso indicata nella forma Zo = 120  cui va aggiunto “ohm”.

4) Riportiamo le espressioni precedentemente ottenute:

E = [60 I cos  (L/ ) (1/z)] volt/metro ; H = [(½) I cos  (L / ) (1/z)] amper/metro

le due espressioni dicono che i campi elettrico E e magnetico H sono egualmente


proporzionali alle grandezze seguenti:
- alla corrente I scorrente nel dipolo
- alla lunghezza L del dipolo ( misurata in termini di  )
- all‟inverso della distanza z dal dipolo
- alla frequenza f che compare in 1/
- al coseno dell‟angolo  tra l‟asse del dipolo e della corrente, ed il suo piano trasversale.

La potenza specifica Wo portata dal campo vale:

Wo= E x H=  60  I cos  (L/) (1/z)  x  (½) I cos  (L/) (1/z)  watt/m2

sviluppando e semplificando si ottiene:

Wo = 30  I2 cos2  ( L /  ) 2 ( 1 / z ) 2 watt/m2

L‟espressione dice che la potenza trasportata dal campo elettromagnetico è proporzionale:


- al quadrato della corrente I
- al quadrato della lunghezza L ( misurata in termini di  )
- all‟inverso del quadrato della distanza z
- al quadrato della frequenza f che compare -dopo le operazioni eseguite- in (1/)2
- al quadrato del coseno dell‟angolo 

Con I in valore efficace, le grandezze calcolate in funzione di I risultano in valori efficaci.

Vedremo più oltre che la proporzionalità dei valori del campo con il fattore cos2  dà
luogo ad un diagramma dei valori relativi della potenza irradiata, che introduce al concetto
di “guadagno” e di “direzionalità” dell‟antenna.
- 107 -

10.3.a : il diagramma di radiazione del dipolo elementare.

L‟energia irradiata nello spazio libero dal dipolo elementare come da altre antenne
semplici, procede per fronti d‟onda sferici entro i quali i suoi valori relativi non sono
uniformi, ossia non sono isotropici.
L‟intensità della radiazione è massima sul piano “equatoriale”, ortogonale all‟asse del
dipolo e passante per la sua mezzaria, come illustrato in figura 10.1; nelle altre direzioni
l‟intensità dei campi E, H, e perciò quella della potenza che ne è il prodotto, decrescono
all‟aumentare dell‟angolo  che esse formano col piano equatoriale suddetto.
Ciò dà luogo alla direzionalità dell‟antenna ed al concetto di guadagno nella direzione
nella quale l‟energia irradiata è massima: il termine “guadagno” non indica un ruolo attivo
dell‟antenna circa l‟energia totale irradiata, che rimane quella immessa dal generatore, ma
bensì della sua disuniforme distribuzione spaziale, illustrata in figura 10.2.

Rispetto alla radiazione isotropica, la radiazione del dipolo elementare nello spazio libero
presenta un guadagno G che nelle direzioni giacenti sul suo piano equatoriale raggiunge il
valore di 1,5 cioè di 1,76 decibel: è un vantaggio ottenuto a scapito delle direzioni più
discoste dal piano suddetto.

Figura 10.1: dipolo e piano ortogonale equatoriale.

nel caso della carica elettrica in movimento -come già indicato in figura 3.1- le linee di forza maggiormente
interagenti con lo spazio sono quelle sul piano (equatoriale) ortogonale all‟asse (polare) del movimento;
s‟intende rappresentare questo fatto con le più pronunciate linee del campo magnetico indotto.

Nel caso del dipolo conduttore cioè in presenza di una corrente elettrica linearmente estesa sulla sua
lunghezza, i piani ad essa ortogonali sono superfici circolari aventi il dipolo come asse; la superficie
ortogonale al dipolo a metà della sua lunghezza è detta “equatoriale” perché si può immaginare il dipolo
disposto secondo l‟asse polare x della sfera di spazio di figura 3.4 che lo contorna, ed allora il piano suddetto
taglia la sfera all‟equatore: il concetto non ha nulla di geografico ma è comodo ed espressivo; nella terna
cartesiana, se il dipolo è sull‟asse x, il suo piano equatoriale è sul piano y z per x = 0, e su tale piano si ha il
maggior valore della radiazione del dipolo elementare.
- 108 -

Figura 10.2: diagramma di radiazione e “guadagno” del dipolo elementare.


L‟irradiazione del campo elettromagnetico da parte del dipolo elementare corto nello spazio libero può essere
studiata su uno solo dei piani passanti per l‟asse del dipolo, cioè su una sola sezione della sfera di spazio nel
cui centro è posto il dipolo; di questa sezione si può considerare la semisfera superiore al piano y z, e di essa
un solo quadrante, dato che sui rimanenti le situazioni sono simmetriche; in figura il dipolo è disposto lungo
l‟asse polare x, con il piano equatoriale y z passante per la sua mezzaria. C è la circonferenza della sezione sul
piano x z, ed S la superficie totale della sfera di raggio arbitrario z, la quale rappresenta ad un dato istante ed
evidentemente fuori scala, il fronte lontano della radiazione del dipolo. Nel quadrante x z la circonferenza C è
suddivisa in segmenti d‟arco s non necessariamente eguali dai raggi w aventi origine nel dipolo.
Secondo una scala arbitraria si riporti su ogni raggio w il valore del coseno corrispondente al suo angolo  e si
congiungano i punti così ottenuti: ne risulta la curva cos , che è una circonferenza tangente l‟asse x del
dipolo, la quale inviluppa i valori relativi delle componenti E, H, del campo irradiato nelle diverse direzioni,
espressi rispettivamente in volt/metro ed amper/metro. La potenza irradiata è proporzionale al prodotto di tali
componenti su ciascun raggio, e perciò a cos 2 ; ancora in scala arbitraria si riportino questi valori -che
corrispondono ad altrettanti vettori di Poynting w- sui medesimi raggi e si congiungano i punti così ottenuti:
ne risulta la curva cos2  che inviluppa i valori relativi unitari della potenza W = E x H del campo irradiato
nelle diverse direzioni, espressa in watt/metro quadrato: ruotandola intorno all‟asse z, e poi il tutto intorno
all‟asse x si ottiene il diagramma tridimensionale della radiazione del dipolo elementare nello spazio libero.
La potenza irradiata nelle suindicate direzioni dello spazio, dipende dal valore del corrispondente vettore w e
da quello della porzione di superficie sferica di arco s attraversata dal vettore stesso: tali superfici sono date
dalla rotazione intorno all‟asse x, del corrispondente segmento d‟arco s di ampiezza d, rotazione che avviene
secondo un raggio che è la proiezione su z di ciascun vettore w, raggio che perciò vale w cos .
In definitiva la potenza in transito attraverso ogni corona sferica prodotta dalla rotazione del rispettivo
segmento d‟arco è proporzionale a cos 3 , ed è espressa in watt.
La somma delle potenze attraversanti tutte le n corone sferiche dell‟arbitraria suddivisione di C è la potenza
totale transitante attraverso la superficie sferica di C, che nel nostro caso è metà dell‟intera superficie della
- 109 -

sfera S perché la rotazione dei segmenti d‟arco è stata condotta su un giro completo intorno all‟asse x, così
interessando la semisfera superiore al piano equatoriale y z.
La sommatoria, o meglio l‟integrale di cos3  d condotto sulla semisfera superiore di raggio unitario, da 0° a
180° (1° e 2° quadrante) vale 4,186; omettiamo questo calcolo un po‟ laborioso, dandone direttamente il
risultato suddetto, che esprime un valore arbitrario di potenza in watt. Con z unitario la superficie della
semisfera è (½) (4 π z2 ) = 2π; il quoziente tra il valore della potenza e quello della superficie della semisfera è
4,186 / 2π = 0,666….. che esprime un valore arbitrario di potenza in watt/metro quadrato.
Questo è il valore relativo della potenza che transiterebbe per ogni unità di superficie della semisfera -ed
anche evidentemente della sfera completa e di ogni concentrica e crescente sfera del campo di radiazione- se
l‟emissione di dipolo fosse uniforme, o isotropica: si tratta di un indice utile per le considerazioni che seguono.
Sappiamo che la radiazione del dipolo è sferica nel senso che tutti i raggi da esso uscenti -eccetto entro un
infinitesimo angolo solido di radiazione nulla intorno all‟asse x- raggiungono contemporaneamente la
circonferenza C: ma in quanto al valore, questa radiazione non è sfericamente uniforme, perché la sua
intensità dipende dalle direzioni dei raggi stessi ed è massima sul piano equatoriale del dipolo, cioè lungo tutti
i raggi z su esso giacenti e nulla lungo l‟asse polare x; possiamo assegnare valore relativo unitario alla
radiazione sul piano equatoriale e confrontarla con il valore relativo isotropico prima determinato; con le
stesse unità di misura, il loro rapporto è il numero puro G risultante dalla frazione G = 1 / 0,666 = 1,5.

G = 1,5 è il guadagno direzionale della radiazione sul piano equatoriale del dipolo elementare nello
spazio libero, rispetto al valore-indice della radiazione isotropica.

10.3.b: la resistenza di radiazione del dipolo

La potenza totale irradiata si ritrova tutta -sia pure con disuniforme intensità per le ragioni
dette sopra- sul fronte d‟onda sferico lontano, a qualsiasi distanza dal dipolo.
La potenza specifica Wo irradiata dal dipolo elementare, data al paragrafo precedente, è:

Wo = 30  I2 cos2  ( L /  ) 2 ( 1 / z ) 2 watt/m2

Se la radiazione fosse uniforme si potrebbe omettere il termine cos 2  ponendolo = 1.


In tal caso moltiplicando l‟espressione precedente per la superficie sferica S = 4  z2 del
fronte d‟onda lontano, a qualsiasi distanza z dal dipolo, si otterrebbe la potenza totale
irradiata: infatti Wo diminuisce in funzione di z, quanto la superficie sferica aumenta in
funzione di z ed in tal caso risulterebbe :

W = Wo S; W=30  I2 cos2  ( L /  ) 2 ( 1 / z ) 2 4  z 2 = 120 2 I2 ( L /  ) 2 watt

Ma sappiamo che questa condizione di radiazione isotropica non è realizzata dal dipolo
elementare e ancor meno da antenne più lunghe. Noi abbiamo esteso -erroneamente- su
tutto il fronte d‟onda il valore massimo della radiazione del dipolo, presente soltanto sul
suo piano equatoriale; essa perciò non è valida perché tale valore massimo è 1,5 volte
quello isotropico: è perciò necessario dividere l‟espressione ottenuta per G, e si ha:

W = [120 2 I2 ( L /  ) 2] : G watt e per G = 1,5 W = 80 2 I2 ( L /  ) 2 watt


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Quest‟ultima espressione indica la potenza totale esistente sul fronte d‟onda lontano a
qualsiasi distanza in funzione della corrente I scorrente in un dipolo elementare corto di
lunghezza L /  ed è -evidentemente- tutta la potenza emessa.
Il risultato è interessante perché ora possediamo due elementi: la potenza sul fronte
d’onda e la corrente d’antenna che l’ha generata; cioè conosciamo la potenza in funzione
della corrente. Il collegamento tra potenza e corrente è dato dalla nota relazione:

W = R I2 nel nostro caso è anche: W = 80 2 I2 ( L /  ) 2

da cui si deduce che il termine [80 2 ( L /  ) 2] prende il posto di R e rappresenta la


resistenza di radiazione del dipolo elementare corto avente guadagno G = 1,5: la
indichiamo con Rr nella precedente formula generale, la quale diventa:

W = Rr I2 e perciò: Rr = 80 2 ( L /  ) 2 ohm

Le corrispondenze dimensionali sono ricavabili tenendo presenti i commenti indicati in


proposito al paragrafo 10.2.
Rr risulta proporzionale al solo termine variabile presente nell‟espressione appena
ottenuta, cioè al quadrato della lunghezza L del dipolo, misurata in termini di . Per un
dato valore di , più lungo è il dipolo, più elevata è la sua resistenza di radiazione e
viceversa; approfondiremo in seguito il significato di questa proporzionalità.
Il procedimento descritto non dev‟essere considerato un artificio matematico per giungere
a determinare la resistenza di radiazione.
La spiegazione fisica del concetto consiste nel ricondurre al dipolo tutta l‟energia presente
nel fronte d‟onda sferico lontano, perché da esso irradiata.
L‟energia è partita da un minuscolo elemento -il dipolo- portante la corrente I; questo
elemento può essere più o meno lungo in termini di lunghezza d‟onda e somiglia al
primario d‟un trasformatore d‟uscita che deve trasdurre una data potenza: più spire ha il
primario, minore è la corrente che lo percorre perché una stessa impedenza secondaria
appare al primario più elevata. Nel caso del dipolo e anche delle antenne più lunghe -
sempre in termini di lunghezza d‟onda- maggiore è la loro lunghezza, minore risulta -per
una stessa potenza irradiata- la corrispondente corrente che la produce.
Per una stessa potenza da irradiare, la corrente e la resistenza di radiazione formano una
coppia di valori interdipendenti, le cui rispettive entità vengono determinate dalla
lunghezza del dipolo, che interviene con la proporzionalità ( L /  ) 2 .
Perché in questa proporzione? perché la lunghezza del dipolo può essere considerata
costituita da una successione di piccoli segmenti ed ogni segmento portante la corrente I
concorre a irradiare una frazione della potenza W. Se i segmenti del dipolo più lungo
sono più numerosi, la resistenza di radiazione -ferma restando la potenza- risulterà
proporzionalmente maggiore e la corrente minore. La potenza è proporzionale al quadrato
della corrente, perciò se la corrente diminuisce, la resistenza di radiazione deve crescere
col quadrato della maggior lunghezza del dipolo che ha provocato la diminuzione della
corrente, da cui la proporzionalità quadratica sopraindicata.
- 111 -

Se la corrente nel dipolo è uniforme, anche la resistenza di radiazione presenta lo stesso


valore lungo il dipolo, salvo semmai le sue regioni estreme; se invece il dipolo è lungo, la
corrente non è più ovunque la stessa, e la resistenza di radiazione presenta valori differenti
ai vari punti del dipolo.
Per convenzione già accennata al capitolo 9 si suppone tutto il fenomeno della radiazione
come ricondotto al centro del dipolo, ove perciò la resistenza di radiazione s‟intende
misurata insieme ai valori della potenza, della corrente e della tensione, anche se, volendo,
la resistenza di radiazione potrebbe essere misurata ovunque lungo il dipolo, e s‟avrebbero
-ferma restando la potenza- altri valori per Rr, I, V, senza nulla cambiare per il fenomeno
dell‟irradiazione.
Allo stesso modo si può dire -come vedremo più avanti- che un dipolo di mezz‟onda
presenta al suo centro una resistenza di radiazione di 73 ohm; ma per esempio, a /6 dal
centro, lo stesso dipolo può presentare un valore di Rr dieci volte maggiore, e può essere
ivi alimentato: la corrente risulterà minore, e la tensione maggiore in termini della radice
di 10 = 3,162.

Per esempio per Rr = 73 ohm, I = 1 amper, risulta: V = 73 volt e W = 73 watt

per Rr =730 ohm, I = 1/ 10 = 0,316... amper; risulta: V=230,6... volt e W=73 watt

Il dipolo elementare è -per definizione- corto in termini di  : abbiamo esemplificato una


lunghezza L= 0,05 ; possiamo considerare anche il caso di L= 0,1 , e avremo
rispettivamente per Rr:

Rr = 80 2 (L/) 2 e: Rr = 790 x 0.052 = 1,975 ohm; Rr = 790 x 0,12 = 7,9 ohm

Sono, come si vede, valori bassissimi: tali antenne richiedono correnti molto elevate per
immettere nello spazio potenze apprezzabili; per irradiare 100 watt, per I abbiamo:

I= W/Rr e rispettivamente le correnti risultano le seguenti:

per L = 0,05  I = 100/1,975 = 7,115 amper

per L = 0,1  I = 100/7,9 = 3,557 amper

Sono correnti rilevanti, e se il dipolo presenta una apprezzabile resistenza ohmica, si


producono perdite tali da rendere il sistema piuttosto inefficiente.

Il dipolo elementare corto è un utile passaggio teorico-sperimentale per l‟analisi delle più
lunghe antenne reali, ma non è -salvo casi particolari- un‟antenna di pratico impiego,
come egualmente non lo era, al capitolo 3, la radiazione dalla carica isolata accelerata.
- 112 -

10.4 : l‟antenna come trasduttore.

Il dipolo e l‟antenna in generale sono dispositivi trasduttori, che accoppiano il generatore


dell‟energia ad alta frequenza con il carico costituito dallo spazio vuoto nel quale tale
energia viene immessa sotto forma di radiazione.
Abbiamo già detto che lo spazio non possiede morsetti ai quali si possano collegare i
terminali d‟uscita di un generatore: l‟equivalente collegamento è realizzato dall‟antenna.
S‟intuisce che l‟antenna è un apparato passivo, come la carica accelerata al capitolo 3, nel
senso che non genera e non dissipa -salvo le perdite- alcuna energia: semplicemente
immette nello spazio quella che riceve dal generatore.
Un‟antenna appropriata -come del resto un buon trasformatore d‟uscita- è in generale un
apparato a basse perdite, perciò ad efficienza molto elevata.

Prendiamo in considerazione le due formule interdipendenti date all‟inizio del precedente


paragrafo:

W = 80 2 I2 ( L /  ) 2 R r = 80 2 ( L /  ) 2

Dalla prima risulta che -a parità di condizioni ed in particolare a parità del valore della
corrente- aumentando la lunghezza L del dipolo aumenta la potenza irradiata W addirittura
col quadrato dell‟incremento di L; dalla seconda risulta però che il prolungamento del
dipolo fa aumentare la resistenza di radiazione Rr nella stessa proporzione quadratica detta
prima.
Di conseguenza volendo mantenere invariata la corrente I, è necessario aumentare la
tensione erogata dal generatore nello stesso rapporto del prolungamento di L, elevato al
quadrato.
Per esempio, raddoppiando L, e se la corrente I viene mantenuta costante, quadruplica W¸
e per far ciò occorre quadruplicare la tensione per vincere una quadruplicata resistenza di
radiazione Rr. Alla fine è bensì quadruplicata l‟energia immessa nel campo, ma tutta a
spese della quadruplicata energia che il generatore deve fornire.
L‟antenna più lunga ha realizzato un migliore accoppiamento con lo spazio, indicato
dall‟aumento del valore della resistenza di radiazione, ma -evidentemente- ciò non
comporta l‟automatico aumento della potenza irradiata; in pratica, però, le antenne lunghe
presentano rendimenti migliori e direzionalità più spiccate, perché con la lunghezza
dell‟antenna tende a cambiare il suo comportamento direzionale, come vedremo meglio
più oltre parlando di antenne lunghe.

In conclusione le dimensioni dell’antenna -salvo fattori accessori- non hanno influenza


sul valore del campo totale irradiato.

10.5 : l‟impedenza del punto di alimentazione

Si usa dire, in linguaggio corrente che un‟antenna “ha” una determinata impedenza; con
questo termine molto generico si mettono insieme differenti concetti.
- 113 -

Innanzi tutto, se il termine “impedenza” non è ben chiarito, non si può sapere se si tratta di
un‟impedenza resistiva, o se essa contiene componenti reattive, induttive o capacitive, ed
eventualmente di quale entità.
Inoltre non si specifica generalmente ove l‟impedenza s‟intende misurata e si assume -
salvo indicazioni contrarie- che essa sia riferita al centro dell‟antenna, oppure “ai suoi
morsetti di alimentazione”.
Si possono mescolare due significati fisicamente differenti: l‟impedenza che l‟antenna
mostra al generatore, e la resistenza di radiazione intesa come il risultato più sopra
illustrato dell‟accoppiamento dell‟antenna con lo spazio, e perciò è opportuno distinguere
le idee, anche in presenza di coincidenze pratiche d‟alcuni valori.
La terminologia fisica, i fenomeni relativi, i significati delle grandezze descritte sono
quelli illustrati fin qui; normalmente -invece- l‟impedenza dell‟antenna viene dichiarata
“al punto di alimentazione” perché è bene che il generatore le fornisca l‟energia con il
giusto rapporto tensione/corrente, per l‟appunto definito dal valore d‟impedenza, al fine
d‟ottenere il migliore accoppiamento possibile.
Ciò non diversamente da quanto si fa per acquistare una lampadina dichiarando la potenza
voluta e la tensione prevista di alimentazione, il che equivale, ma in questo caso non si
usa, dichiarare la resistenza del filamento (acceso) della lampadina.
L‟adattamento tra generatore e carico, in alta frequenza, è spesso più critico che in
situazioni di frequenze industriali, perché le reattanze si fanno sentire maggiormente.
Per tutte queste varie ragioni è bene non trarre significati “fisici” dal pur opportuno
parametro tecnologico della dichiarata impedenza di alimentazione di un‟antenna.

10.6: la formazione dei campi intorno al dipolo

Abbiamo accennato a questo argomento nel capitolo 3, le cui considerazioni confermiamo


qui di seguito per il dipolo elementare e per le antenne più estese.
Il campo irradiato non è l‟estensione del “campo vicino” verso lo spazio lontano, ma
l‟autonoma componente, già esaminata a partire dal capitolo 3, prodotta dalle
accelerazioni della carica elettrica e -come abbiamo visto all‟inizio di questo capitolo-
dalle accelerazioni della corrente oscillante in un dipolo.
Alla frequenza di 10 MHz una semionda dura (½) x 10 -7 secondi ed alla velocità c il
campo avanza di 15 metri dall‟asse della corrente, distanza che la sua componente reattiva
ripercorre in ritorno all‟inversione del ciclo, sicché essa non va oltre tale distanza.
Alla frequenza industriale di appena 50 Hz il campo d‟induzione va assai lontano, ben
3.000 km durante una semionda, ma con attenuazioni proibitive; quello di radiazione è
esiguo già all‟origine dati i modesti valori delle componenti accelerate della corrente e
così nessuno dei due porta sensibili energie fuori dal sistema: si comprende perché le
possenti “antenne” costituite dagli elettrodotti, praticamente non irradiano, ed è bene che
sia così perché se la frequenza dell‟energia da trasportare fosse elevata, ben poca
raggiungerebbe la cabina di destinazione.
Alle frequenze industriali il campo che serve è quello di induzione, che viene sfruttato in
prossimità della corrente generante, ad esempio nei motori e nei trasformatori: a tali
minime distanze la sua attenuazione quadratica non conta.
- 114 -

Alle radiofrequenze il campo di induzione è confinato a distanze comparativamente


minime rispetto a quelle del campo di radiazione: i due campi hanno comportamenti
differenti, sicché l‟uno serve prevalentemente a grandi distanze, l‟altro a distanze minime.
E‟ dunque di fondamentale importanza quanto la natura ha disposto, e cioè:

-che agli effetti delle radiocomunicazioni, le componenti del campo di radiazione


s’attenuino in ragione semplice della distanza, mantenendo così sul fronte lontano livelli
di energia che il campo d’induzione -ancorché fuori gioco già a distanze relativamente
brevi- con la sua maggiore attenuazione non potrebbe comunque conservare.
-che alle frequenze industriali, alle quali il campo d’induzione svolge i propri ravvicinati
effetti, la radiazione abbia un’efficienza minima, così vietando che dai sistemi di
produzione, trasporto ed impiego dell’energia, sensibili parti di essa escano verso lo
spazio esterno, il che costituirebbe una perdita.

In appendice a questo capitolo esponiamo più ampiamente la formazione dei campi


intorno al dipolo; anche se non indispensabile ai nostri fini essa serve ad una migliore
conoscenza del “campo vicino” e ad evitare improprie interpretazioni del suo ruolo sul
campo irradiato, del quale soltanto continuiamo perciò ad occuparci: in figura 10.3 ne
diamo una grafica derivata da quella di Hertz, ma qui per un dipolo esteso di mezz‟onda;
riportiamo in figura 10.4 la grafica di Hertz per il dipolo elementare, insieme ad una vista
prospettica delle componenti elettrica e magnetica del campo di radiazione.

Nota: dal prossimo capitolo tralasceremo, ove sottintesi e perciò non indispensabili, i
suffissi T per indicare il campo elettromagnetico trasversale di radiazione e le sue
componenti elettrica e magnetica, e pure i segni negativi delle equazioni iniziali di questo
capitolo, perché anch‟essi non indispensabili ai calcoli che seguono.
- 115 -
- 116 -

Figura 10.3.a: una grafica della formazione del campo elettromagnetico intorno al dipolo.

In figura 10.3.a il dipolo è disposto in verticale e rappresentato per metà; la sua metà inferiore è soltanto
accennata perché speculare alla superiore.
Si tenga anche presente che la figura non osserva alcuna scala e pertanto non serve ai fini quantitativi delle
grandezze rappresentate.
Infine si vedano anche le illustrazioni di figura 10.4.

Le frecce parallele al dipolo indicano il verso della corrente e la sua intensità in termini relativi.
Il campo è indicato schematicamente in dieci istanti successivi di un‟intera onda; negli istanti di transizione
(1,6,10 ) la situazione è raffigurata un attimo dopo il passaggio della corrente per lo zero.
Le linee continue rappresentano i contorni del campo elettrico di radiazione ET; i punti ed i trattini lungo i
contorni del campo elettrico indicano in sezione le linee del campo magnetico di radiazione HT: esso è
uscente dal foglio in corrispondenza dei puntini ed entrante in corrispondenza dei trattini (che sostituiscono le
crocette per opportunità grafiche).

Dalla figura risulta evidente quanto già s‟era visto al capitolo 3: la componente magnetica trasversale HT è
generata dal movimento di quella elettrica ET: data la disposizione delle linee del campo elettrico trasversale,
HT circonda il dipolo che ne diviene asse di simmetria.
D‟altra parte il dipolo -in quanto percorso anche dalle componenti non accelerate della corrente elettrica- è
circuitato dalle linee del campo magnetico da questa indotte, cioè dal campo di induzione, che al capitolo 3
abbiamo indicato con Hi. HT ed Hi vengono perciò a trovarsi concentriche ed intorno al medesimo dipolo,
pur avendo differenti genesi e differenti costituzioni.
Ancora una volta ripetiamo che HT ed Hi non vanno confuse: ai fini della radiazione conta soltanto la
componente HT, che è la sola rappresentata in figura.

La propagazione del campo elettromagnetico intorno al dipolo ha geometria sfericamente uniforme, anche se
non è uniforme il suo valore; con riferimento alla figura 3.4 si pensi il dipolo qui illustrato come collocato
lungo l‟asse polare della sfera del suo campo irradiato: allora le linee del suo campo elettrico trasversale
seguono i profili dei meridiani e quelle del suo campo magnetico trasversale seguono il profilo dei paralleli.

Il dipolo è un circuito metallicamente aperto, sicché la corrente di conduzione s‟arresta alle sue estremità, ma
si richiude -come corrente di spostamento nel vuoto- lungo le linee del campo elettrico congiungenti i
differenti ed opposti potenziali che si formano alle sue estremità ed anche lungo la sua superficie, dove la
corrente di conduzione viene via via “derivata” dalle suddette correnti di spostamento che le sottraggono
cariche di conduzione impegnandole sulla superficie del dipolo a costituire ed a caricare elettricamente delle
locali e variabili “armature” dalle quali si dipartono le linee di forza del campo elettrico e le relative correnti
di spostamento.

Queste linee di campo elettrico, propagandosi in tutte le direzioni radiali z, generano le linee indotte del campo
magnetico trasversale che avvolgono punto per punto ed istante per istante il campo elettrico in movimento;
per questa ragione le linee del campo magnetico trasversale -indotte secondo le regole geometriche date al
paragrafo 4.7.2 e già utilizzate nel commento della figura 3.3.b- risultano delle circonferenze concentriche al
dipolo, che ne diventa l‟asse di simmetria, come anticipato più sopra.

Si osservi che le linee del campo elettrico abbandonano il dipolo richiudendosi su se stesse nell‟istante nel
quale i potenziali sul dipolo si azzerano: una specie di “palloncino elettrico” ed un corrispondente “anello
magnetico” dell‟estensione radiale di una semionda, lasciano l‟antenna e si propagano nello spazio, seguite
dalle linee elettriche e magnetiche della semionda successiva.
Ovviamente il fenomeno è continuativo, e non avviene per discontinui “palloncini successivi”.
- 117 -

Figura 10.3.b : proiezione per evidenziare le linee del campo magnetico trasversale.

La figura 10.3.b rappresenta la proiezione della 10.3.a ruotata di 90° intorno all‟asse z, limitata per ragioni di
spazio e di semplicità al “fotogramma” 10.

L‟immagine è ora vista guardando di punta l‟asse x; delle varie possibili sezioni è qui rappresentata quella sul
piano “equatoriale” y z, cioè per x = 0.

Questa figura mostra meglio le linee del campo magnetico HT generato dal movimento di quello elettrico ET,
il quale ora compare con puntini e crocette: esse indicano i versi del campo elettrico entro le zone delimitate
tra due consecutive circonferenze di campo magnetico; in questa raffigurazione le linee del campo elettrico
sono ortogonali alla superficie del foglio e perciò non rappresentabili in figura: una migliore comprensione è
data dalla vista prospettica di figura 10.4.b.

Le circonferenze tratteggiate corrispondono alle zone di inversione del campo, le quali corrono -non segnate-
entro ciascun “palloncino” di campo elettrico di figura 10.3.a dividendolo a metà dall‟alto in basso.

Le coppie di circonferenze ravvicinate sono le zone contigue tra successive semionde, che in figura 10.3.a si
vedono tra due successivi “palloncini” di campo elettrico.
Le freccette indicano il verso del campo magnetico nella zona compresa tra due consecutive circonferenze.

In questa figura, come nella 10.3.a non s‟accenna a linee del campo d‟induzione, o campo vicino, per le
ragioni già dette nel testo e pertanto in entrambe le figure le linee dei campi ET ed HT sono quelle del campo
irradiato.
- 118 -

10.4.a

10.4.b
- 119 -

Figura 10.4: rappresentazioni del campo irradiato e considerazioni sulla resistenza di


radiazione.

In figura 10.4.a sono raffigurati i disegni di Hertz relativi agli esperimenti eseguiti per verificare le previsioni
di Maxwell sulle onde elettromagnetiche; si noti che è rappresentato soltanto il campo elettrico.
I disegni vanno letti come segue:
Il primo mostra la situazione all‟istante zero nella quale il dipolo è per un attimo neutro perché sta invertendo
la sua polarità; di questo fotogramma si deve per ora considerare soltanto il dipolo ed il cerchietto che lo
racchiude, perché il campo compreso tra questo e la circonferenza tratteggiata 4/4 riguarda l‟emissione del
ciclo precedente e la porzione di campo all‟esterno di tale circonferenza è precedente ancora.
Il secondo fotogramma mostra il campo ad 1/4 del ciclo, che è compreso nella circonferenza tratteggiata; il
campo all‟esterno di essa appartiene al ciclo precedente, mentre la circonferenza tratteggiata 4/4 che si vedeva
nel primo fotogramma è ormai uscita in allontanamento dalla figura, e non è più osservabile.
Il terzo ed il quarto fotogramma mostrano il campo ad 1/2 ed a 3/4 del ciclo, da osservare con le stesse
avvertenze date per il secondo fotogramma circa le zone interne ed esterne alla circonferenza tratteggiata.
Infine si torna al primo fotogramma, che ora è diventato il quarto del ciclo in esame, la cui forma si può
osservare appunto entro la circonferenza tratteggiata: la forma, ma non il segno perché nel primo fotogramma
esso è quello del ciclo precedente, come abbiamo indicato all‟inizio. Il dipolo è nuovamente neutro e sta per
iniziare un nuovo ciclo con polarità invertita.
Il piccolo cerchietto che circoscrive il dipolo non ha significato fisico e serve soltanto per rinchiudere ed
ignorare i dettagli in vicinanza del dipolo, che non sarebbero correttamente rappresentabili nella scala di questi
disegni; perciò la raffigurazione del campo inizia un poco più discosta dal dipolo, a cominciare, appunto, dal
suddetto piccolo cerchietto che lo contiene.
In figura 10.4.b è raffigurata una vista in prospettiva semplificata e parziale del campo di radiazione emesso
dal dipolo, con entrambe le componenti elettrica e magnetica del campo irradiato, disegnate al di sopra del
piano quadrettato virtuale, che è il piano equatoriale del dipolo; la metà del volume sottostante questo piano è
speculare a quella superiore, ma non rappresentabile per il groviglio di linee che ne conseguirebbe.
Le linee del campo magnetico sono disegnate soltanto in vicinanza del piano equatoriale, sempre per esigenze
grafiche, ma vanno considerate per tutta l‟estensione delle linee di campo elettrico come nelle sezioni di figura
10.3.a.
L‟asse del dipolo è asse di simmetria intorno al quale va idealmente ruotato il campo elettrico per averne
l‟immagine tridimensionale. Si osservi che l‟asse del dipolo è l‟asse della corrente che in esso scorre e perciò
anche del campo magnetico di induzione (Hi di figura 3.3) prodotto dalle sue componenti non accelerate e -per
ragioni già dette- non rappresentato in figura.
Infatti il campo magnetico rappresentato è quello trasversale HT indotto dal movimento di propagazione del
campo elettrico trasversale ET. Le linee del campo magnetico HT circuitano il dipolo non perché siano da
esso indotte secondo la regola di Ampère di figura 1.3.a, ma perché il dipolo è asse di simmetria del campo
ET: questa ripetizione non è superflua in margine al commento della presente raffigurazione prospettica.

Si può ancora osservare che:

1) I “palloncini elettrici” menzionati nel commento di figura 10.3.a sono visibili in detta figura nelle immagini
6 e 10: nella 10 il palloncino del fotogramma 6 è quello più esterno, a destra di quello che si è andato
formando durante i passaggi da 6 a 10; sono anche meglio osservabili in figura 10.4.b, che li rappresenta in
prospettiva.
Le freccette lungo le linee di campo elettrico indicano i versi di questo e delle relative correnti di spostamento;
puntini e crocette (lineette) in figura 10.3.a e le semicirconferenze in figura 10.4.b indicano i versi delle linee
del campo magnetico indotto dal movimento di quello elettrico che si propaga.
I fenomeni descritti non avvengono soltanto lungo i perimetri delle suddette linee, ma -evidentemente- in tutto
lo spazio che esse racchiudono.
2) le linee di campo elettrico hanno versi tali per cui i successivi palloncini sembrano respingersi e venire
sospinti verso l‟esterno in allontanamento dal dipolo, lungo le direzioni della propagazione; ma ciascuno di
essi ha già assunto movimento, massa e quantità di moto all‟atto della sua generazione da parte del dipolo e
- 120 -

questa loro conformazione repulsiva non trasmette ulteriore energia ma conferma soltanto l‟autonomia di
ciascun “palloncino” emesso, cui è dunque vietato di essere attirato dal successivo.
3) anche le linee del campo magnetico, che si vedono meglio in figura 10.3.b e 10.4.b, hanno alternativamente
versi repulsivi, con il medesimo significato anzidetto.
4) dunque, come ci aspettavamo, le due componenti trasversali del campo irradiato si propagano insieme in
allontanamento dal dipolo.
Queste considerazioni fanno immaginare un reticolo del tipo “meridiani-paralleli” in espansione su una
superficie sferica in dilatazione, ma questa raffigurazione ha un che di statico che nel caso del campo
elettromagnetico in espansione dev‟essere completato da ulteriori riflessioni.
In figura 10.4.a, le linee del campo elettrico generate dal dipolo evidenziano meglio -specie sui palloncini che
hanno già lasciato il dipolo- la circolazione delle correnti di spostamento, e perciò la già nota continuità delle
linee del campo elettrico irradiato, perché se c’è circolazione ci deve anche essere la continuità che la
permette, che infatti c’è.
Questo ci ricorda che nella situazione dinamica nella quale ci troviamo, un “palloncino” di campo elettrico è
anche “palloncino” di corrente elettrica circolante nello spazio, mentre le linee dei suoi percorsi si
allontanano e si dilatano.
Di conseguenza anche quando il palloncino dell‟onda emessa avrà assunto dimensioni assai grandi, anzi
immense, lungo le sue linee elettriche continueranno a circolare correnti elettriche, sempre più tenui ma di
valore finito, com‟è confermato dal campo magnetico ad esse collegato.
Queste correnti sono reali, sanno richiudersi su percorsi estremamente estesi, non si perdono per via, e dato
che lo spazio vuoto non è dissipativo, subiscono la sola attenuazione dovuta all‟aumentare dell‟estensione del
percorso. Dunque, come abbiamo avvertito più sopra, questa idea della circolazione “perpetua” cioè finché e
fin dove c‟è campo elettromagnetico, va tenuta presente ad integrazione dell‟immagine incompleta di un
semplice reticolo elastico in espansione.

Le analisi svolte in questo capitolo servono a mettere in relazione i fenomeni elettromagnetici che avvengono
nel dipolo con il campo elettromagnetico di radiazione, che -in loro conseguenza- si forma fuori del dipolo in
zona di impedenza Zo. L‟analisi del campo in zona di radiazione non ci dice molto riguardo all‟antenna che lo
ha immesso nello spazio perché esso è sempre e dappertutto nel rapporto ET / HT = Zo e non porta più
l‟impronta delle componenti che dal dipolo lo hanno generato. Per conoscere i rapporti che intercorrono tra il
dipolo ed il campo occorre dunque analizzare i rapporti tra il dipolo inteso come circuito e lo spazio di
impedenza Zo nel quale il dipolo riversa l‟energia che riceve dal generatore in proporzioni che dipendono
dalle sue dimensioni rispetto alla lunghezza d‟onda, il cui rapporto determina quel parametro caratteristico di
ogni antenna, detto “resistenza di radiazione” già “scoperto” per via matematica al paragrafo 10.3.b.
Il dipolo può così venire esaminato come un circuito la cui resistenza è la “resistenza di radiazione” Rr, che
esprime in termini elettrici il fenomeno fisico della reazione sviluppata dall‟emissione del campo sulla f.e.m.
agente. Riprendiamo ed analizziamo le espressioni ed i dati dal citato paragrafo:

Rr = [120 π (L / λ) 2] π / G; con Zo = 120 π, Rr = Zo (L / λ) 2 π / G

L/λ è un fattore adimensionale perché rapporto tra due lunghezze; π/G è pure adimensionale essendo
adimensionati entrambi i membri del rapporto, che qui pervengono dalle diverse operazioni dello sviluppo per
Rr. Sono perciò elementi che possiamo trattare con una certa libertà, pur tenendo presenti i loro significati. Per
i dipoli elementari corti, G tende al valore 1,5 sicché π / G = circa 2.
Il fattore (L/λ) 2 può essere indicato con il valore adimensionato k, calcolabile di volta in volta a seconda
della lunghezza L del dipolo in termini di lunghezza d‟onda λ. Ciò premesso si può scrivere:

Rr = 2 k Zo dove soltanto Rr e Zo sono dimensionati, entrambi in ohm.

Risulta che il dipolo assume una Resistenza di radiazione Rr -che mostra al generatore- la quale è l‟effetto
dell‟impedenza Zo del carico, trasdotta come da un trasformatore di accoppiamento di rapporto 2 k, il cui
valore dipende dalle caratteristiche del dipolo concentrate nel semplice fattore geometrico (L / λ) 2 .
Alla fine di questa nota diamo alcuni valori del suddetto rapporto per alcuni casi di antenne *).
- 121 -

Il risultato evidenzia che nel circuito di trasmissione dell‟energia al campo, il dipolo è l’apparato trasduttore
tra il generatore ed il carico costituito dallo spazio del campo.
Si tratta di un carico particolare, le cui caratteristiche ci sono note dal capitolo 6 e nel quale l‟energia
elettromagnetica comunque immessa sta sempre e dovunque nel rapporto E / H = Zo.
Non è l‟antenna che stabilisce questo rapporto tra le due componenti del campo, ma è quest‟ultimo che preleva
dall‟antenna l‟energia nelle necessarie proporzioni: questi prelievi sono visti dal circuito d‟antenna come
ammanchi di forza elettro motrice e di forza magneto motrice, in altre parole come sottrazioni di tensione e di
corrente; più precisamente si tratta di reazioni da parte delle componenti del campo irradiato che l‟antenna
vede rispettivamente come forza contro elettro motrice e forza contro magneto motrice; questo processo è la
ragione fisica che determina il parametro Rr, cioè il carico che l’antenna mostra al generatore.
Il generatore a sua volta immette energia nel circuito d‟antenna nel rapporto V / I = Rr cioè quella che -in
quantità ed in proporzioni- il campo ha sottratta all‟antenna immettendola nello spazio.

Con questi passaggi il carico costituito dallo spazio si collega al generatore tramite l‟antenna e gli impone di
erogare l‟energia nella quantità propagata e nelle proporzioni richieste dal prodursi del campo irradiato nel
rapporto E / H = Zo.
I processi fisici qui descritti e le relative formule che li esprimono, consentono di stabilire una relazione tra le
grandezze elettromagnetiche Rr, V, I nell’antenna e quelle Zo, E, H fuori dell’antenna, cioè nel campo,
tramite calcoli abbastanza semplici.
Zo appare come il fattore che impone al campo irradiato, all‟antenna, e suo tramite al generatore, la gestione di
tutte le grandezze coinvolte; in effetti su Zo si chiude il circuito generatore – trasduttore – carico, percorso in
tale verso dal flusso di energia, bilanciato in opposto verso dalle conseguenti reazioni.

In pratica, data la natura di k, si vede subito che le antenne corte mostrano bassa resistenza di radiazione, ed il
contrario fanno quelle lunghe; le dimensioni di queste sono almeno di oltre mezz‟onda e quelle delle prime
dalla mezz‟onda a scendere anche verso decimi di lunghezza d‟onda; il “dipolo elementare” è un‟antenna
teorica molto corta, nella quale si suppone che la corrente abbia lo stesso valore lungo la quasi-totalità della
sua lunghezza.

*) Diamo alcuni valori del rapporto Zo / Rr per alcuni casi di antenne, con le seguenti avvertenze:

Per la “famiglia” dei dipoli circa-elementari e corti, assumiamo G = circa 1,5 ed il rapporto π / G = 2.
Per antenne più lunghe, che esemplifichiamo nei due casi dell‟antenna di mezz‟onda = λ/2 e dell‟antenna
lunga 2 λ, la resistenza di radiazione è data rispettivamente dalle risultanze del paragrafo 11.1 e dalla figura
11.3; infatti le formule ricavate per il dipolo elementare non sono direttamente applicabili a queste antenne
abbastanza estese, come spiegato al capitolo 11.
Il “rapporto di trasformazione” tra le impedenze Rr e Zo attuato dall‟antenna viene dato tra uscita ed entrata,
cioè in senso invertito rispetto al verso del flusso dell‟energia ed alle consuete indicazioni per i trasformatori
d‟uscita, perché così s‟ottengono dei quozienti facili da leggere, mentre nel senso inverso s‟ottengono numeri
molto piccoli che possono apparire meno significativi.
Lasciamo al Lettore i facili calcoli e riportiamo qui sotto i risultati per i casi suddetti:

Antenna L/λ Rr ohm Zo / Rr

Dipolo circa-elementare 0,01 0,0754 5.000


Dipolo cortissimo 0,05 1,885 200
Dipolo corto 0,1 7,54 50

Dipolo mezz‟onda 0,5 73 5,16


Dipolo due onde 2 115 3,28

Su questi dati si possono sviluppare diverse considerazioni: essi non dicono tutto di un‟antenna, ma abbastanza
per riflettere specialmente sulla resistenza di radiazione, la quale, come si vede, precipita rapidamente per
- 122 -

dipoli di lunghezza inferiore alla mezz‟onda, riducendone l‟efficienza in quanto la loro resistenza ohmica
diventa confrontabile o addirittura prevalente rispetto alla resistenza di radiazione.
La ragione fisica di questo fenomeno è nel fatto che il dipolo corto s‟accoppia poco con lo spazio ed è dunque
-anche intuitivamente- un‟antenna di scarso rendimento.

Figure 10.3 e 10.4: considerazioni sul “dipolo magnetico”

L‟antenna irradiante presa in esame in questo capitolo è un dipolo elettrico il cui campo bipolare del tipo
rappresentato in figura 1.2, se sottoposto ad accelerazioni emette onde elettriche, insieme alle corrispondenti
componenti magnetiche da esse indotte; pur nella contestualità delle due componenti, possiamo riconoscere la
componente elettrica come causa primaria dell‟irradiazione.
In figura 1.3.a il campo magnetico intorno alla corrente non esprime nulla di bipolare, ma invece il campo
magnetico delle figure 1.3.b ed 1.3.c ha configurazione bipolare simile a quella del campo elettrico di figura
1.2: se la corrente nella spira S che lo genera contiene componenti accelerate, questo campo emette onde
magnetiche, insieme alle corrispondenti componenti elettriche da esse indotte; potremmo qui riconoscere la
componente magnetica come causa primaria dell‟irradiazione, ma questo totale parallelismo con il dipolo
elettrico non regge perché -comunque costituito- il dipolo magnetico deriva sempre da un campo elettrico, nel
nostro caso quello che muove le cariche della corrente nella spira S.
Tuttavia, agli effetti della radiazione, potremmo provvisoriamente omettere questo primo processo ed
assegnare al campo magnetico il ruolo primario anzidetto: ciò significa che se in qualche modo costituiamo un
dipolo magnetico accelerato, e lo disponiamo lungo l‟asse x di figura 10.3.a, possiamo raffigurarci una
emissione nella quale le linee di campo elettrico delle figure 10.3.a, 10.3.b, diventano linee di campo
magnetico irradiato HT, inducenti linee di campo elettrico irradiato ET: i versi restano determinabili con le
regole del paragrafo 4.7 e del capitolo 7.
Il suddetto dipolo magnetico può essere guidato lungo una bacchetta di ferrite, ma può anche mancare di
supporti materiali oltre alla spira S, che nella disposizione indicata giace sul piano y z della figura 10.3.a.

Queste considerazioni recuperano le necessarie e simmetriche equivalenze delle componenti del campo
elettromagnetico non soltanto nello spazio della radiazione, ma fin dalle origini di essa.

Antenne “magnetiche” esistono in pratica in varie edizioni per la trasmissione e per la rice-trasmissione: loop,
telai ecc. e specialmente per piccoli ricevitori nei quali consentono riduzioni di ingombro e vantaggi di
selettività: si veda ad esempio in B 07, B 08, B 93 ed altrove.
Poiché però in questo lavoro non ci occupiamo di questioni tecnologiche e costruttive, a parte questa doverosa
menzione che il Lettore può personalmente approfondire, torniamo ad occuparci di antenne dipolari elettriche.
- 123 -

APPENDICE AL CAPITOLO 10
In questa appendice vengono analizzati i campi in vicinanza del dipolo elementare: è un argomento complesso
e praticamente ininfluente agli effetti della irradiazione d'antenna, ma la sua omissione lascerebbe una lacuna
che il Lettore eventualmente interessato dovrebbe risolvere da solo o mediante un‟apposita ricerca.
D'altra parte l'asserire che l'omissione non compromette la completezza del lavoro, accentua la curiosità ed i
dubbi del Lettore, sicché abbiamo ritenuto opportuno esporre l'argomento, seguendo un procedimento
intuitivo e matematicamente semplificato.

§ 1.1: con i simboli usati fin qui, riepiloghiamo il percorso che conduce alle equazioni iniziali del capitolo 10.

1] Ez = q / 4π o z2 è il campo elettrostatico radiale della carica q descritto al capitolo 1. 



Per ricavare il campo trasversale accelerato ET da quello statico Ez, al capitolo 3 abbiamo definito il fattore:

2] a z/c2 di dimensioni [L T
-2 2 -2 -1 -1 -1 -1
L / L T ] ulteriormente scomponibili così: [L T LT /LT LT ]

come moltiplicatore complessivamente adimensionato della 1] ottenendo, compreso l‟orientamento di a:

3] -ET = q a cos/ 4π o c2 z 4] -HT = q a cos/ 4π c z riportate all'inizio del cap. 10.

Nelle 3] 4] il fattore 2] trasforma la situazione statica della 1] conferendo alla carica q il moto accelerato.
Al capitolo 10 abbiamo ripreso le 3] 4] sostituendo il termine (q a) con ( I L) così introducendo la corrente
alternata di valore efficace I e pulsazione  lungo il dipolo L ed abbiamo ottenuto le seguenti equazioni -qui
riferite alle coordinate sferiche di figura A.1- per le componenti elettrica e magnetica accelerate, trasversali,
del campo elettromagnetico di radiazione:

5] -ET( =  I L cos/4π o c2 z

6] -HT(φ) =  I L cos/4π c z

§ 1.2: Al capitolo 3 avevamo distinto il movimento iniziale di q agìta dalla forza F e perciò sottoposta
all'accelerazione a, dal suo successivo movimento rettilineo uniforme, sicché risultavano due tipi di corrente
in successione temporale, accelerato il primo, uniforme il secondo.
Ora invece l‟accelerazione -indicata dal termine I- è insita nella corrente alternata nel dipolo, e produce i
campi trasversali delle 5] 6] mentre la sua componente non accelerata produce il campo magnetico di
induzione secondo la regola di Ampère.
Possiamo evidenziare questo campo privando le 5] e 6] dell‟accelerazione: dimensionalmente togliendo un
termine di velocità [LT / LT ] cioè dividendole per la parte z/c dell‟intero termine a z/c2 della 2].
-1 -1

Con ciò oscuriamo in I la componente accelerata, mantenendo la velocità delle cariche che ne costituisce la
componente non accelerata; togliamo anche il segno negativo perché non rimangono più reazioni contro F, ed
otteniamo:

7] Hi (φ) = I L cos/4π z2

8] Ei (I L cos/4π o c z2

Hiφ ed Ei sono le componenti magnetica ed elettrica del campo di induzione, il quale prevale su quello di
radiazione in ragione della sua vicinanza al dipolo misurata in termini di  perché nelle 7] 8] il numeratore
perde  ed il denominatore una potenza di c, mentre acquisisce una potenza di z che mostra la maggior
attenuazione con la distanza del campo d‟induzione rispetto a quello di radiazione.
- 124 -

§ 1.3: il dipolo L è un conduttore aperto sicché le cariche s'accumulano alternativamente alle sue opposte
estremità a seconda del verso della corrente: si costituisce un dipolo elettrostatico di valore variabile con
accumulo di cariche che dipende dalle dimensioni del sistema e dalla frequenza di inversione della corrente.
Per evidenziare questo dipolo ripetiamo sulla 8] l‟operazione di divisione per z/c e con ciò oscuriamo
anche la velocità uniforme di q, ottenendo la seguente equazione del campo statico di dipolo:

9] Es (= I L cos/4π o  z3

Es è il campo elettrostatico di dipolo inversamente proporzionale alla componente accelerata della corrente,
di modulo variabile ma di caratteristiche statiche, ad attenuazione cubica nel circostante spazio circa sferico.
Questo campo prevale su quelli di radiazione e di induzione in ragione della sua vicinanza al dipolo misurata
in termini di  perché nella 9] il denominatore perde c ed acquista  ed una potenza di z, sicché s‟attenua assai
rapidamente con la distanza.

Esistono infine delle componenti di campo statico radiale delle quali non ci occupiamo perché non hanno
alcun ruolo nella radiazione e neppure nell‟induzione.

§ 1.4: rapportando le equazioni 5] 6] con le 7] 8] si mostra che le energie del campo di radiazione e di quello
di induzione assumono eguale valore alla distanza di circa /6 dal dipolo, perché il termine z/c diventa
unitario per z =  / 2 e più oltre il campo di radiazione prevale. L‟attenuazione del campo di induzione non è
dissipativa e così la sua energia ritorna integra alla sorgente ad ogni mezzo periodo, a meno di eventuali
assorbimenti che il campo di induzione eventualmente subisca da parte di oggetti interposti: nella regione delle
onde corte delle quali qui ci interessiamo, la suddetta distanza di eguale energia, per  = 160 metri vale 26
metri e per  = 5 metri vale 86 centimetri, mentre l‟intera escursione del campo di induzione durante mezzo
periodo della corrente, vale rispettivamente 80 e 2,5 metri.

Comunque, la presenza dei campi non irradianti concentra intorno al dipolo in risonanza un notevole
ammontare di energia, che può produrre localmente delle perdite in proporzione all‟entità dell‟energia reattiva
gestita dall'antenna.

§ 2.1: geometria e fasi dei vettori dei campi di radiazione e di quelli di induzione.

Da quanto detto fin qui e con riferimento alle coordinate sferiche della figura A.1, possiamo riepilogare nella
tabella seguente le direzioni geometriche e le fasi relative dei vettori F, a, ET, HTφ, Ei, Hiφ, Es

vettore descrizione direzione fase attenuaz.

F, a vettori della forza ed accelerazione agenti su q polare 0°

ET componente elettrica del campo trasv. di radiazione meridiani + 180° z

HTφ componente magnetica del campo trasv. di radiazione paralleli + 180° z


2
Ei componente elettrica del campo di induzione meridiani - 90° z
2
Hiφ componente magnetica del campo di induzione paralleli - 90° z
3
Es campo elettrostatico di dipolo meridiani 0° z
2
W (T) vettore di Poynting del campo di radiazione radiale + 180° z
- 125 -

Come si osserva in figura A.1, le componenti trasversali del campo di radiazione ET ed HT sono
rispettivamente disposte secondo le relative coordinate sferiche sicché nelle equazioni 5] e 6]
e nelle indicazioni successive, ove opportuno sono scritte per maggior chiarezza ET

§ 2.2 : nella letteratura classica le equazioni sviluppate ai § 1 e 2 vengono date di solito come segue:

E = (I L cos/4π o ) [(- sent/c2 z) + ( cost/c z2 ) + ( sent/ z3 )]

Hφ = (I L cos/4π ) [(-sent/c z) + ( cos t/z2 )] con I valore massimo della corrente di valore efficace I.

-i primi termini in parentesi quadra con attenuazione z costituiscono il campo di radiazione;

-i secondi termini con attenuazione z2 costituiscono il campo di induzione;

-il terzo termine con attenuazione z3 di sola componente elettrica, è il campo elettrostatico di dipolo.

Affinché tali equazioni siano comprensibili occorre esplicitarne la provenienza e lo sviluppo, e quelli dati nella
letteratura suddetta -per esempio in B 05- sono ineccepibili ma piuttosto complicati.

Per questa ragione abbiamo preferito esporre un procedimento -magari opinabile ma a nostro parere più
semplice- che origina da quello di Thomson impiegato al capitolo 3 per ottenere il campo accelerato di
radiazione, e che perviene agli stessi risultati.
- 126 -

§ 3: alcune precisazioni, considerazioni, e poche domande-risposte tra le molte possibili:

1) come sono disposti i vettori delle componenti del campo di induzione ? lungo le stesse direzioni dei vettori
di quelle del campo di radiazione, perché questo deriva da a, quello da v, che (almeno nel caso qui illustrato)
sono collineari. Ne richiamiamo la formazione con riferimento alla figura A.1 ed al paragrafo 1.4.

-campi trasversali o di radiazione: elementi di linee radiali di campo statico Ez di q, per effetto
dell’accelerazione a avente direzione polare x-x, producono elementi di campo elettrico trasversale ET
tangenziali ai meridiani delle coordinate sferiche di figura A.1, che con essi si espandono alla velocità radiale
c, e con tale movimento inducono il campo HTφ tangenziale ai paralleli della suddetta figura.
ET ed HTφ sono ad attenuazione lineare in proporzione all‟estendersi dei meridiani e dei paralleli, e sono in
fase tra loro, sincroni ed in opposizione di fase rispetto ad F ed a.

-campi locali di induzione: elementi di linee radiali di campo statico Ez di q, per effetto della velocità v
avente direzione polare x-x, producono elementi di campo magnetico Hiφ tangenziali ai paralleli delle
coordinate sferiche di figura A.1, che con essi si espandono alla velocità radiale c, e con tale movimento
inducono il campo Ei tangenziale ai meridiani della suddetta figura.
Hiφ ed Ei sono ad attenuazione quadratica come il campo statico Ez di q dal quale originano; sono in fase
tra loro, ed in ritardo di 90° rispetto ad F.

2) perché, pur essendo Hiφ ed Ei in fase tra loro non trasportano potenza fuori del sistema di generazione?
perché -privi di accelerazione- durante mezzo periodo essi si espandono intorno al dipolo ma si contraggono
durante il semiperiodo opposto, oscillando entro il sistema del dipolo senza abbandonarlo.

3) perché la componente radiale di campo elettrico Es non possiede campo magnetico e non irradia?
perché non "taglia" lo spazio lungo il quale si estende e, come le linee di campo statico, non induce corrente.

4) come può una unica corrente contenere delle componenti accelerate e non accelerate? infatti queste
componenti sono mescolate, solo che i loro effetti sono stati qui separatamente analizzati collegando quelli
della componente accelerata al campo trasversale e quelli della componente non accelerata al campo di
induzione. Le equazioni date qui sopra (sia quelle da noi sviluppate, sia quelle “classiche”) ci permettono
infatti di esaminare gli effetti della componente accelerata ignorando il valore della corrente cui essa è
sovrapposta, e della componente non accelerata ignorando il valore delle accelerazioni ad essa sovrapposte.

Si consideri il seguente parallelo meccanico: l‟accelerazione di una vettura può essere misurata
indipendentemente dalla sua velocità, e la velocità della vettura può essere misurata indipendentemente dalla
sua accelerazione.
Evidentemente il movimento della vettura è uno soltanto, ma usando due separati strumenti, un accelerometro
ed un tachimetro, si possono separatamente misurare accelerazione e velocità, così separando le due
componenti dello stesso moto complessivo, nonché i loro rispettivi e differenti effetti.
A queste valutazioni si può correttamente pervenire per via analitica, ed è ciò che abbiamo fatto più sopra per
le equazioni del campo trasversale di radiazione e per quello locale di induzione.

5) per l‟accumulo di cariche del campo Essi può immaginare una fila di vetture che tentano di uscire con
alternative manovre “avanti-indietro” dalle estremità d‟un rettilineo che siano state improvvisamente chiuse: si
formano alternativi addensamenti di numeri variabili d‟auto ferme, cioè statiche, in corrispondenza delle
suddette estremità: minore la frequenza delle manovre di inversione, maggiori diventano i conseguenti
addensamenti, i quali raggiungono i valori massimi quando il flusso delle vetture sta per estinguersi e
viceversa, come nel fenomeno di carica-scarica del condensatore, quale di fatto è il dipolo elettrico.
- 127 -

CAPITOLO 11 : IL DIPOLO DI MEZZ‟ONDA

11.1 : generalità e ricapitolazioni.

Il dipolo di mezz‟onda, quasi sempre alimentato al centro, è la più diffusa antenna


risonante in serie, realizzata in varie esecuzioni costruttive, ivi compresa l‟antenna
verticale d‟un quarto d‟onda un tempo detta “Marconi” ed oggi Ground-Plane, che è pure
di mezz‟onda perché il quarto d‟onda mancante è collocato nei radiali o nel piano di terra.
La risonanza dell‟antenna per la frequenza d‟impiego non è condizione obbligatoria per
ottenere l‟irradiazione, tuttavia ne facilita l‟alimentazione e l‟accoppiamento al generatore,
nonché la costituzione d‟una accentuata onda stazionaria nel suo intorno, e queste sono
ragioni sufficienti a rendere preferibile l‟impiego delle antenne risonanti delle quali il
dipolo di mezz‟onda è la versione più semplice sulla quale pertanto ci soffermiamo.

Il dipolo di mezz‟onda presenta una resistenza di radiazione sensibilmente minore del


valore che risulta dal calcolo sviluppato per il dipolo elementare perché la corrente lungo
il dipolo di mezz‟onda non è uniforme e di conseguenza il guadagno G nella direzione
preferenziale sale da 1,5 a 1,64 mentre la resistenza di radiazione misurata al suo centro
risulta di circa 73 ohm.

L‟analisi dell‟antenna di mezz‟onda si esegue simulando un dipolo più corto, percorso da


una corrente uniforme ottenuta “squadrando” la curva circa semisinusoidale dei valori
della corrente lungo il dipolo ed assegnando il valore della corrente così ottenuto alla
diminuita lunghezza attribuita al dipolo, come illustrato in figura 11.1.
Questa lunghezza “Le” viene denominata, ci sembra con dubbia opportunità, “lunghezza
effettiva”: noi diremmo semmai lunghezza convenzionale oppure elettromagnetica.
Nel dipolo di mezz‟onda -per le ragioni di geometria dette in figura- risulta:

Le = L x 2/ = 0,6366 L = 0,6366 x /2 = 0,3183  ; e poiché L = /2

Le = ( / 2) (2 / ) = /; inoltre (Le / ) 2 diventa (/ )2 = 1/2 = 0,101

Riprendiamo dal capitolo precedente la procedura per il calcolo della resistenza di


radiazione, e rideterminiamo la coppia dei valori G ed Rr:

Rr = [120 2 ( L /  ) 2] : G e vi immettiamo:

(Le / ) 2 = 1/2 in luogo di (L / ) 2 ; G = 1,64 in luogo di 1,5 ed otteniamo:

Rr = [(120 2 x 1/2) /1,64] = 73 ohm valore prossimo a quello sperimentale.

Come si vede le formule impiegate mantengono validità generale qualora i dati immessi
corrispondano alla reale situazione fisica del sistema da calcolare.
- 128 -

Figura 11.1: lunghezza effettiva del dipolo.

la figura illustra la geometria impiegata per ricavare dalla lunghezza fisica L di un dipolo rettilineo, la sua
“lunghezza effettiva” Le: questa si vuol tale da rendere il momento di dipolo -dato dal prodotto del valore
della corrente per la lunghezza della stessa- sostanzialmente equivalente a quello che il dipolo reale
presenterebbe integrando i momenti elementari di ciascun suo segmento percorso dalla corrente rispettiva.
L‟impiego di Le consente una notevole ed accettabile semplificazione dei calcoli riguardanti l‟irradiazione e la
ricezione del campo. Il dipolo elementare descritto al capitolo 10 è il caso particolare di un dipolo molto corto
rispetto alla lunghezza d‟onda sulla quale viene fatto operare, ed eventualmente caricato capacitivamente alle
sue estremità per ottenere che il valore della corrente lungo di esso sia il più possibile uniforme; in tal modo è
possibile l‟analisi svolta al citato capitolo. In un dipolo rettilineo, corto rispetto alla lunghezza d’onda, ma più
esteso del dipolo elementare e non munito di particolari varianti elettromagnetiche, la corrente presenta un
andamento di tipo pseudo triangolare come indicato in figura.
Nel dipolo lungo mezz’onda i valori della corrente presentano l‟andamento quasi sinusoidale, pure
rappresentato in figura, data l‟estensione “risonante” di questa antenna.
Le suddette distribuzioni della corrente possono essere idealmente “squadrate” come indicato in figura,
assegnando ad esse un valore uniforme eguale al valore massimo delle rispettive distribuzioni reali; in tal
caso, per mantenere invariato il momento di dipolo, è necessario che l‟estensione della corrente venga
idealmente ridotta, e così s‟ottiene la cosiddetta lunghezza effettiva “Le” menzionata sopra e nel testo.
Per il dipolo corto questa operazione richiede di ridurre l‟estensione della corrente alla metà della lunghezza
reale del dipolo, ed in tal caso risulta : Le = 0,5 L.
Per il dipolo di mezz‟onda il coefficiente di riduzione può essere mutuato dal rapporto tra il valore di cresta di
una grandezza sinusoidale e quello medio della sua semionda; questo rapporto ci è noto dalla geometria ed
anche dall‟elettrotecnica (ad esempio B 02) e vale 2/ = 0,6366, sicché per il dipolo di mezz‟onda risulta:
Le = 0,6366 L oppure Le = L x 2/ e siccome per il dipolo di mezz‟onda L = /2, risulta Le = /.
- 129 -

L‟abitudine di vedere il dipolo di mezz‟onda alimentato al centro con cavetto da 73 ohm


sembra stabilire una configurazione circuitale standardizzata obbligatoria o quanto meno
ovvia. In realtà il dipolo di mezz‟onda può essere alimentato in vari modi, alcuni indicati
in figura 11.2, mantenendo praticamente invariate le caratteristiche della radiazione.

Figura 11.2 : vari modi di alimentazione dell‟antenna e cenni sul R.O.S.

Sono rappresentate schematicamente alcune tra le più diffuse maniere di alimentare il dipolo di mezz‟onda;
l‟alimentazione di antenne lunghe -già a partire dal dipolo di un‟onda intera- è in generale più complessa.
1: dipolo ripiegato “folded dipole”, impedenza circa 300 ohm
2: alimentazione bilanciata a “delta” impedenza circa 600 ohm
3: alimentazione monofilare “a presa calcolata” impedenza circa 800 - 1.000 ohm
4: alimentazione al centro, impedenza circa 73 ohm
5: alimentazione al centro con linea bifilare, sistema Levy, con R.O.S. elevato
6: alimentazione ad un estremo con linea bifilare, sistema Zeppelin, con R.O.S. elevato.
I sistemi da 1 a 4 tendono a ottenere una identità d‟impedenza tra l‟antenna e la linea, onde avere un minimo
del rapporto di onde stazionarie (R.O.S.) lungo la linea stessa.
Il sistema 1 comporta o meglio comportava l‟alimentazione con “piattina” da 300 ohm, in voga dal 1955; il
sistema 4 ha iniziato a diffondersi con l‟avvento dei cavi coassiali per televisione, di Zc = 73 ohm.
Il sistema 2 veniva realizzato con linee bifilari autocostruite, ma ha avuto scarsa diffusione, al contrario del
sistema 3, piuttosto semplice anche se altrettanto imperfetto, largamente impiegato dal 1945 al „55.
I sistemi 5 e 6 sono laboriosi e richiedono di sintonizzare le linee d‟alimentazione, che vanno autocostruite;
l‟elevato valore di R.O.S. non è pregiudizievole date le minimissime perdite delle linee a “scaletta” e questi
sistemi di buona tecnologia sono stati molto usati anche perché consentono di impiegare, per esempio, un solo
dipolo lungo 20 metri, sulle gamme di 40, 20 e 10 metri, e sempre in condizioni di risonanza.
L‟alimentazione delle antenne coinvolge le linee di trasmissione ed il rapporto delle onde stazionarie che in
esse si produce, il temutissimo R.O.S. sul quale esistono varie superstizioni e leggende.
Un sistema d‟antenna viene di solito giudicato complessivamente buono se si riesce ad alimentarlo con R.O.S.
basso: questa opinione non è sbagliata, ma è sicuramente parziale e spesso insufficientemente motivata.
Infatti il R.O.S. può produrre una dissipazione aggiuntiva di potenza lungo la linea di trasmissione; la perdita è
circoscritta alla linea e dipende dalle caratteristiche di essa. Il R.O.S. agisce come “moltiplicatore” delle
perdite che la linea già presenta con R.O.S. unitario: se la linea in tali condizioni ideali avesse perdite nulle,
esse resterebbero nulle anche con R.O.S. elevato.
- 130 -

11.2.a : direttività, guadagno, resistenza di radiazione.

L‟antenna descritta nei capitoli precedenti è considerata libera nello spazio, e perciò la sua
irradiazione non è influenzata da oggetti ad essa circostanti. Questa situazione è
conveniente per lo studio ma raramente corrisponde alle pratiche installazioni terrestri:
tratteremo nel prossimo capitolo l‟effetto del piano di terra.

Abbiamo visto al capitolo 10 che l‟intensità di radiazione del dipolo nello spazio libero
non è isotropica, perché il dipolo e la corrente elettrica che lo percorre, non sono
puntiformi: la radiazione risente di questa congenita dissimmetria del dipolo rispetto allo
spazio sferico che lo contorna; questa dissimmetria permane anche in presenza d‟una
distribuzione uniforme della corrente lungo il dipolo, la quale tuttavia uniforme del tutto
non può mai essere, in conseguenza dell‟insopprimibile discontinuità alle terminazioni del
dipolo.
Passando dal dipolo elementare ad antenne più lunghe, questa dissimmetria s‟accentua in
conseguenza della disuniforme distribuzione della corrente lungo il conduttore d‟antenna.

Se -a parità di potenza immessa nell‟antenna- in qualche maniera si modifica la


distribuzione della corrente, per esempio facendola aumentare ulteriormente intorno alla
mezzaria del dipolo, la radiazione sul piano equatoriale dell‟antenna aumenta, e con essa
anche il guadagno nella già favorita direzione preferenziale, ad ulteriore svantaggio delle
altre direzioni: il corrispondente diagramma di radiazione risulterà più direttivo. Abbiamo
già visto un primo effetto in questo senso passando dal dipolo elementare corto al dipolo
di mezz‟onda.
Se la corrente al centro del dipolo è aumentata e rimane la convenzione di misurare ivi la
resistenza di radiazione, il valore di quest‟ultima risulta diminuito, come abbiamo pure
constatato.
Cioè il maggior guadagno nelle direzioni più favorite, va di pari passo con la diminuzione
della resistenza di radiazione riferita al suddetto punto mediano dell‟antenna.

Questa corrispondenza non è casuale ed infatti l‟accentuata disuniformità del campo


irradiato corrisponde all‟accentuata disuniformità della distribuzione della corrente, e la
resistenza di radiazione -qualora misurata in altri punti lungo l‟antenna- risulterebbe
altrettanto disuniformemente distribuita, e precisamente più rapidamente elevata verso le
estremità dell‟antenna, dato che -al contrario- essa è diminuita verso il centro.

Concludendo, si può dire che in un dato sistema d’antenna, direttività, diagramma di


radiazione, guadagno, resistenza di radiazione, sono parametri che -intesi e misurati
secondo le stabilite modalità- sono tra loro interdipendenti, e tale interdipendenza deriva
-in ultima analisi- dalla distribuzione della corrente lungo l’antenna.

Per dipoli di differente lunghezza e diversa altezza da terra si vedano i diagrammi della
seguente figura 11.3.
- 131 -

a b

Figura 11.3 : lunghezza d‟antenna e resistenza di radiazione.

il diagramma 11.3.a non corrisponde all‟estrapolazione semplice della formula data nel testo per il dipolo
elementare corto ai fini del calcolo della resistenza di radiazione del dipolo col variare della sua lunghezza,
perché si deve tener conto delle interazioni tra i successivi segmenti di un‟antenna più lunga, che pongono dei
limiti al diretto uso del calcolo suddetto.
L‟esauriente trattazione teorica di questo problema è abbastanza complessa e si trova in B 06 e brevemente
ripresa in B 21.

Di solito conviene affidarsi a diagrammi del tipo indicato in figura ed a misure sperimentali, e ciò vale non
soltanto per la parte attiva dell‟impedenza d‟antenna -che è appunto la resistenza di radiazione- ma anche per
le sue componenti reattive, che possono essere notevoli e che devono venire compensate con opportuni
adattatori da regolare a seconda del punto scelto per alimentare l‟antenna.

Il diagramma 11.3.a è dato per il dipolo nello spazio libero; l‟influenza del suolo viene discussa al capitolo 12,
ma limitatamente al dipolo di mezz‟onda si veda anche il diagramma 11.3.b : si osserva che a crescenti altezze
sul suolo l‟impedenza tende ad approssimarsi a quella di 73 ohm del dipolo di mezz‟onda nello spazio libero.

11.2.b : direzionalità delle antenne

Le direttività fin qui descritte sono, come s‟è visto, conseguenze della costituzione del
dipolo e della distribuzione della corrente in esso circolante.
Si può sfruttare ed anche accentuare questa caratteristica del dipolo cercando di ottenere
diagrammi di radiazione a guadagno direzionale sempre più acuto. Ciò si ottiene con
dipoli lunghi, che possono essere risonanti o non risonanti; in essi il diagramma di
radiazione tende a diventare via via più appuntito e a disporsi lungo il conduttore
- 132 -

d‟antenna, costituendo uno spesso cono intorno ad esso, con angolo di apertura che
diminuisce all‟aumentare della lunghezza del dipolo. Un caso particolare di direttività
molto spinta s‟ottiene accoppiando due dipoli lunghi, a formare un‟antenna rombica, dallo
spiccatissimo guadagno di oltre 10 decibel.

Le antenne lunghe risonanti sono sedi di onde stazionarie; le antenne lunghe non risonanti
sono sede di onde dette “viaggianti” o “progressive” che corrono dal punto
d‟alimentazione all‟estremità opposta, generalmente munita d‟una terminazione resistiva
per evitare riflessioni dell‟energia non irradiata.
Il campo irradiato può anche essere costituito, ad esempio, dalla radiazione combinata dei
campi irradiati da due o più antenne opportunamente allineate e poste ad appropriate
distanze.
Esse possono essere alimentate alla medesima frequenza con correnti in relazione di fase
tale da sommare i rispettivi campi irradiati in una direzione voluta.
In un‟altra versione, data un‟antenna principale, per esempio un dipolo di mezz‟onda, si
possono collocare vicini ad esso altri dipoli (detti anche elementi parassiti) sui quali il
dipolo principale induce delle correnti.
In tal modo i dipoli secondari irradiano e -se posti a distanze opportune che in genere si
trovano sperimentalmente- i loro campi di radiazione possono sommarsi a quello del
dipolo principale in una direzione voluta: è il sistema Yagi nelle sue note e varie forme
costruttive.
In tutti questi casi i calcoli del guadagno, della resistenza di radiazione ed il tracciato del
diagramma di radiazione, sono di notevole difficoltà e sono preferibili le misurazioni
sperimentali; su di esse si basano anche le molte tabelle esistenti ed alcuni programmi
computerizzati che ne riuniscono i dati in maniere più o meno sofisticate, ma non
svolgono veri e propri calcoli fisico-matematici delle grandezze suindicate. Alcuni metodi
grafici sono più convenienti dei calcoli analitici.

Esprimendo la direttività con il guadagno G, questo coefficiente assume il significato di


fattore di correzione rispetto ad un‟antenna di riferimento o più in generale rispetto alla
radiazione isotropica.
Così per una data direzione -in generale la più favorevole- indicando il valore di G si
esprime la maggiore intensità del campo in tale direzione rispetto alla radiazione
isotropica e nello stesso tempo il valore di G, inserito nei calcoli appropriati, permette,
caso per caso, di ottenere la relazione tra corrente e resistenza di radiazione.

11.3 : effetti direzionali e guadagni dovuti a fattori esterni all‟antenna.

Si possono realizzare situazioni che danno guadagni direzionali non dipendenti dai fattori
suddetti, come per esempio:

- due o più antenne allineate, abbastanza lontane da non influenzarsi sensibilmente a


vicenda, possono essere alimentate in fase opportuna per dare un guadagno in una data
direzione.
- 133 -

Ciascuna antenna non subisce modifiche del proprio funzionamento e dei propri
parametri; eppure il sistema ricevente che esplori da lontano il fronte d‟onda del campo
“vede” un‟unica antenna avente un certo guadagno direzionale.

- un‟antenna trasmittente incanala la propria emissione in una guida d‟onda tra due strati
ionosferici oppure, in VHF, tra due strati troposferici: s‟ottiene un guadagno per diminuita
dispersione, ma nulla è accaduto ai parametri del dipolo emittente, il quale conserva le
proprie caratteristiche direttive, che possono più o meno sommarsi a quelle della guida
suddetta.

- un‟antenna ricevente può captare il segnale diretto ed anche una sua parte riflessa, per
esempio da una montagna retrostante e se le fasi concordano può accusare un guadagno
non dovuto a cambiamenti dei parametri elettromagnetici e direttivi dell‟antenna.

- analogamente per certe altezze dal suolo, almeno da mezz‟onda in su, si comporta la
riflessione dovuta al terreno. Essa non influenza significativamente l‟antenna, che
mantiene sostanzialmente le proprie caratteristiche, ma sul piano verticale il guadagno del
campo emesso o ricevuto può essere molto rilevante.

Concludendo: il guadagno G pertinente l‟antenna è legato alle caratteristiche di essa ed


entra nelle formule di calcolo che danno i risultati relativi all‟antenna che si sta
esaminando.
Eventuali guadagni direzionali dovuti a fattori “esterni” all‟antenna, collegati a situazioni
ad essa circostanti e che non influenzano sensibilmente l‟antenna stessa, sono da
considerare a parte.
La trattazione matematica interessata dal fattore G pertinente l‟antenna, non dovrebbe
conglobare i valori di direttività dipendenti da fattori ad essa esterni: questi ultimi, previa
valutazione di ciascun caso, dovrebbero venire inseriti come fattori di correzione dei
risultati ottenuti dai calcoli pertinenti l‟antenna al fine di ottenere il valore finale del
campo.
Per esempio, un dipolo ricevente orizzontale di mezz‟onda alto mezz‟onda dal suolo può
avere un guadagno azimuthale proprio G = 1,64 ed un guadagno nella direzione zenithale
30° di valore 4: i guadagni parziali, come i rendimenti, si moltiplicano, sicché nella
direzione complessivamente più favorita, in questo esempio il guadagno totale risulta di
6,56.
Sarebbe improprio inserire questo valore 6,56 nelle formule per determinare la resistenza
di radiazione e le altre caratteristiche dell‟antenna: è più corretto eseguire tutti i calcoli
per G = 1,64 e poi correggere il risultato ottenuto aggiungendo il guadagno direzionale 4
dato dall‟effetto suolo, che in tal modo compare come un rafforzamento del campo visto
dall‟antenna ricevente.
- 134 -

CAPITOLO 12: EFFETTI DEL PIANO DI TERRA

Nei capitoli precedenti e fino a questo punto abbiamo parlato di antenne collocate nello
spazio libero: ciò facilita l‟analisi ed i calcoli, ma non corrisponde alla realtà delle pratiche
installazioni.
Questo lavoro si riferisce principalmente alle frequenze comprese nelle gamme
“decametriche” per le quali le antenne assumono dimensioni considerevoli ed in generale
non possono essere installate molto in alto.
In termini di lunghezza d‟onda, la loro distanza dal suolo o da analoghe superfici
conduttrici abbastanza uniformi ed estese può essere mediamente compresa tra mezz‟onda
od anche meno per le frequenze più basse, ed un paio di lunghezze d‟onda per le gamme a
frequenza maggiore.
La superficie conduttrice del suolo sottostante l‟antenna influisce sulla distribuzione della
corrente lungo l‟antenna stessa e perciò anche sulla resistenza di radiazione; per altezze da
mezz‟onda in su, queste influenze tendono a diminuire come indicato in figura 11.3.b.
Inoltre produce un‟irradiazione indiretta che modifica il diagramma zenithale della
radiazione, rispetto a quello della stessa antenna nello spazio libero.
La trattazione completa dell‟argomento è abbastanza complessa, anche perché le
situazioni d‟installazione che s‟incontrano nella pratica sono molto varie.

Come fatto fin qui, ci limitiamo a considerare -tra le tante situazioni possibili- quella di
nostro più prossimo interesse:

- antenna a dipolo di mezz‟onda


- installazione orizzontale
- altezza dal suolo, mezz‟onda
- suolo buon conduttore

In queste condizioni si può simulare una “antenna immagine” speculare a quella reale e
posta nel suolo sottostante o ancor meglio nell‟acqua, che -a questo riguardo- è un suolo
perfetto.
L‟antenna immagine specchiata nell‟acqua è visibile da parte di un osservatore sotto
diverse angolazioni: se l‟osservatore è sotto l‟antenna, la vede guardando verso il basso in
verticale, se s‟allontana fino al limite del possibile, la vede sotto un angolo sempre minore,
quasi tangenziale alla superficie dell‟acqua; l‟immagine dell‟antenna e perciò la sua
irradiazione procedono sotto diversi angoli secondo le regole geometriche dell‟ottica,
come indichiamo in figura 12.1 seguendo ad esempio il percorso del raggio w‟‟.
Tale percorso corrisponde a quello di un raggio inviato dall‟antenna verso il suolo e da
questo riflesso-rifratto in “O” con fase d’uscita che dipende dalla lunghezza del percorso
compiuto e dall’inversione che la fase stessa subisce per effetto della riflessione.
Quando un raggio (anch‟esso vettore di Poynting) riparte dal suolo e si ricongiunge con il
vettore della radiazione diretta proveniente dall‟antenna, le radiazioni si compongono
vettorialmente in valore, direzione, verso, fase e polarizzazione dando luogo ad
attenuazioni o rinforzi che determinano l‟intensità del raggio vettore risultante.
- 135 -

Figura 12.1: dipolo e sua immagine nel suolo.

La radiazione emessa dall‟antenna è costituita da onde elettromagnetiche, che -a parte la loro minore
frequenza rispetto alla radiazione luminosa- obbediscono alle stesse leggi di questa, essendo di identica natura
ed analoga fenomenologia; anche le onde radio vengono pertanto riflesse (ed anche deviate e rifratte) secondo
le leggi dell‟ottica, per le quali rinviamo ai testi di fisica, per esempio B 01. Poiché sono identiche le cause
che producono la riflessione luminosa e quella delle onde radio, simili sono -salvo fattori accessori- anche le
rispettive geometrie.
La figura rappresenta un‟antenna vista di punta, posta orizzontalmente ad una certa altezza -per esempio di
mezz‟onda- sopra un suolo piano ed elettricamente conduttore: i raggi che da essa si dipartono, rappresentano
la radiazione dell‟antenna in una sua sezione ortogonale, ignorando provvisoriamente il suolo; per ragioni di
simmetria, essa è uniforme intorno all‟asse dell‟antenna, come indicato nella vista in alto a sinistra.
Consideriamo un raggio w‟ -vettore di Poynting della radiazione- diretto ad un lontanissimo punto P;
possiamo tirare un raggio w‟‟ convergente in P, il quale -data la grande distanza di P- può essere considerato
parallelo al precedente ed osserviamo che w‟‟ incontra il suolo in O ed è la continuazione del raggio w‟‟
uscente dall‟antenna, riflesso in O. Si può continuare w‟‟ fino alla verticale sotto l‟antenna e supporlo come
proveniente dall‟immagine dell‟antenna stessa posta in B. La stessa operazione si può eseguire per altri raggi
diretti verso il suolo, ed in generale i raggi riflessi possono essere considerati come emergenti dal suolo ed
emessi da una “antenna-immagine” speculare all‟antenna reale e collocata nel suolo sotto di essa: ne risulta un
sistema d‟antenna che modifica il diagramma di radiazione sul piano zenithale, rispetto a quello dell‟antenna
nello spazio libero.

L‟analisi completa dell‟influenza del suolo e della formazione dei conseguenti diagrammi di radiazione
zenithale si esegue con metodi analitici e grafici, che non trattiamo in questo lavoro perché costituiscono un
settore separato e specialistico riguardante gli aspetti tecnologici delle varie antenne ed installazioni: si veda
sull‟argomento in B 07, B 08. Qui ci limitiamo a commentare alcuni casi di più diffuso e maggiore interesse.
- 136 -

La situazione descritta può essere simulata ignorando la terra e pensando che all‟antenna
sia accoppiato un dipolo simile, parallelo e sottostante, come rappresentato in figura 12.1.
Si costituisce un sistema d‟antenna a due elementi orientato in verticale, il cui diagramma
di radiazione si combina con quello nel piano orizzontale proprio del dipolo.

Il piano di terra è uniforme per tutte le direzioni orizzontali, e perciò a questo riguardo
esso è neutrale per la direttività orizzontale; non lo è invece per la direttività verticale.

Il diagramma della radiazione orizzontale dell’antenna, cioè il diagramma azimuthale,


non cambia. L’effetto del piano di terra influisce soltanto sul diagramma di radiazione
verticale, cioè zenithale, ch’è il solo a modificarsi, con le rilevanti conseguenze che
vedremo tra breve.

Le antenne sono state fin qui disegnate preferibilmente in verticale perché la simmetria
intorno all‟asse del dipolo risulta più semplice; agli effetti di quanto stiamo dicendo
occorre invece rappresentarle in orizzontale, con il piano di terra sottostante. I conseguenti
assetti spaziali dell‟antenna e del campo sono descritti al paragrafo 14.5.

Esaminiamo il diagramma di irradiazione del dipolo disposto in orizzontale; ignorando


dapprima il piano di terra, cioè supponendo ancora il dipolo nello spazio libero o molto
elevato rispetto al suolo.
La sezione rappresentata in figura 12.2 corrisponde al piano passante per l‟asse di due
dipoli che si vedono di punta: il loro accoppiamento è nullo soltanto nella precisa
congiungente rettilinea dei loro assi ed infatti scostandosi un poco dall‟esatta direzione
assiale, compaiono crescenti valori del loro diagramma di radiazione, come ricordiamo dal
capitolo 10.
Molti collegamenti a distanza avvengono per riflessione o rifrazione di energia emessa e
ricevuta per angoli inclinati sull‟orizzontale con scambio di energie sensibili pur essendo i
dipoli geometricamente di punta.
In figura 13.1 sono rappresentati due dipoli orizzontali lunghi mezz‟onda ed a mezz‟onda
dal suolo, i cui diagrammi zenitali sono presi dalla figura 12.3.a.
Il loro diagramma di radiazione azimuthale, cioè quello per le direzioni geografiche
indicate dalla bussola, non cambia ma, diversamente dal caso del dipolo nello spazio
libero, non rimane più identico tutt’intorno all’asse del dipolo stesso, cioè non è più
“ruotabile” intorno al suo asse, com’era invece in figura 10.2.
Cambia cioè il diagramma della radiazione obliqua e verticale, s‟annulla quella del
semispazio sottostante il dipolo e si creano due zone di radiazione gradualmente carenti,
visibili nelle sezioni della figura 12.3: la radiazione viene concentrata entro i lobi prodotti
dall‟effetto direzionale verticale dovuto alla riflessione prodotta dal suolo, e ciò produce
un guadagno per direzioni oblique comprese negli angoli verticali tra circa 10 e 50 gradi,
con un massimo intorno a 30 gradi, che si combina con quello della direttività orizzontale.
I diagrammi della direttività zenithale sono il risultato di composizioni vettoriali secondo
metodi analitici e grafici troppo particolari per interessare in questa sede, per i quali
rinviamo ai molti manuali esistenti, per esempio B 07, B 08.
- 137 -

Figura 12.2 : accoppiamento della radiazione tra due dipoli nello spazio libero:
l‟accoppiamento “di punta” è nullo se i dipoli sono esattamente in linea e se l‟irradiazione segue tale
congiungente; ma se essa si scosta da tale allineamento anche di pochi gradi l‟accoppiamento rimane carente,
ma non nullo: infatti questi scostamenti si spostano via via verso le direzioni più “equatoriali” dei dipoli. Di
conseguenza un dipolo ricevente che secondo la bussola sia posto esattamente di punta rispetto al dipolo
trasmittente può “vedere” un valore considerevole del campo emesso da questo, se il vettore di Poynting lo
raggiunge lungo un percorso angolato sul piano zenithale, come avviene nel caso della propagazione per via
ionosferica.

fattore di moltiplicazione fattore di moltiplicazione


di punta dipolo di lato

Figure 12.3, a (a sinistra) b (a destra) per dipolo elevato di mezz‟onda sul piano di terra:
in B 07, B08 ed in vari testi simili sono dati numerosi diagrammi di radiazione verticale che salvo avviso
contrario indicano dei fattori numerici per i quali i valori del campo elettrico di spazio libero vanno
moltiplicati per ottenere quelli che esso assume nelle varie direzioni verticali per effetto del piano di terra;
poiché si tratta di valori relativi, gli stessi diagrammi valgono anche per il campo magnetico.
Queste operazioni riguardano le componenti del campo e non il loro prodotto, sicché l‟andamento grafico di
tali diagrammi non esprime -salvo diverso avviso- rapporti di potenza, ma l‟andamento delle componenti E, H.
Generalmente i grafici vengono dati per il piano equatoriale del dipolo (a) e per quello contenente il dipolo
stesso (b) ortogonale al precedente ed al piano di terra: l‟andamento del campo sui piani intermedi si ottiene
congiungendo i corrispondenti punti dei due diagrammi, come s‟è fatto al computer nella figura di copertina:
sono possibili anche altre elaborazioni grafiche sia per le componenti del campo sia per il loro prodotto.
- 138 -

In generale si usa rappresentare la sezione indicata in figura 12.3.a, la quale viene normalmente impiegata per i
calcoli tra dipoli affacciati come in figura 13.1, dato che in tale disposizione è massimo anche il valore del
campo azimuthale, e si tratta perciò al medesimo tempo di una situazione univoca ed ottimale.

Figura 12.4: per il dipolo di mezz‟onda, ed in generale per le antenne orizzontali, la figura 12.4 indica i
valori dell‟angolo di radiazione zenitale Δ per i quali il fattore di moltiplicazione da applicare ai valori della
radiazione di E, H, nello spazio libero, assume il valore massimo in funzione dell‟altezza h (λ) dell‟antenna dal
piano di terra: la situazione offre interessanti possibilità di progettazione dell‟angolo di radiazione zenitale,
qualora ciò sia utile per un predeterminato collegamento, per esempio tra due stazioni fisse.
Il massimo valore del fattore di moltiplicazione = 2 si verifica quando il raggio riflesso si somma in direzione
e fase con quello irradiato: le curve in linea continua indicano le coppie di situazioni [Δ ; h(λ)] che
massimizzano detto fattore e perciò le condizioni ottimali raggiungibili con una determinata progettazione;
quelle tratteggiate indicano le coppie di situazioni nelle quali il fattore stesso è nullo perché produce uno zero
nella corrispondente direzione del diagramma di radiazione verticale sicché ed il raggio riflesso non potenzia
ma contrasta il raggio diretto e tende ad annullarlo. Il collegamento di figura 13.1 è volutamente progettato
nelle condizioni ottimali, ed il corrispondente punto [Δ=30° h=(1/2) λ] è qui sopra marcato in figura.

Riassumendo:
1) La concentrazione dell‟energia irradiata in lobi verticali di volumi ridotti per effetto del
piano di terra, aumenta il guadagno nelle direzioni zenithali dei lobi stessi.
2) La direzionalità verticale è importante per i collegamenti a distanza per via ionosferica.
3) Pur con le varianti del caso, gli effetti del suolo al variare dell‟altezza dell‟antenna
orizzontale, si mantengono simili per le varie antenne.
4) L‟influenza del piano di terra sui valori del guadagno e della direttività verticale
modifica -come già descritto- i valori della resistenza di radiazione, ma in misura non
eccessiva per altezze d‟antenna da mezz‟onda in su, come mostra il diagramma 11.3.b.
I calcoli quantitativi sono difficili anche perché non è sempre individuabile l‟effettivo
piano di terra di un‟antenna, sicché ove necessario si ricorre a misurazioni sperimentali.
- 139 -

Per l‟antenna qui considerata -il dipolo di mezz‟onda alto mezz‟onda- la migliore
possibile combinazione azimuthale-zenithale verso una data direzione, risulterebbe lungo
una linea ortogonale all‟asse del dipolo, inclinata di 30° ma tale direzione circa ottimale
per il guadagno, potrebbe non essere la migliore per la riflessione ionosferica, anzi in
generale non lo è per i collegamenti a lunga distanza per i quali è preferibile irradiare
secondo angolazioni zenithali inferiori (B 94).
Abbiamo fin qui esaminato gli effetti direzionali sul campo prodotto da una antenna,
quella emittente; ma i guadagni competono anche l‟antenna ricevente: se esse sono
eventualmente eguali ed affacciate, cioè disposte per la migliore orientazione reciproca
come in figura 13.1, il guadagno totale diventa doppio: il condizionale è d‟obbligo, ma
non si pensi che con ciò s‟intenda minimizzare l‟importanza di quanto detto fin qui.
Concludendo si può dire che l‟effetto del piano di terra non è mai trascurabile per antenne
in onde decametriche, anzi -opportunamente sfruttata- l‟altezza dal suolo può dare
vantaggi considerevoli; in pratica rimangono però difficoltà notevoli ad utilizzare bene
questa opportunità, a meno che non si lavori con un‟adeguata installazione d‟antenna, su
frequenze ed angoli azimuthali e zenithali predeterminati per una data direzione e
distanza, e secondo una predeterminabile situazione ionosferica.
In generale per antenne orizzontali multibanda o per sistemi simili, un‟altezza di
mezz‟onda per la frequenza più bassa di impiego è da considerare soddisfacente.

Una accurata sperimentazione condotta lungo due interi cicli solari, su 14 e 21 MHz tra il
nord Italia e la zona sub-equatoriale intorno allo stesso meridiano, ha confermato quanto
previsto dalle considerazioni svolte in questo capitolo; ne riportiamo i dati principali:

riferimenti: figure 12.4 e 13.2; distanza circa 6.000 km.

1) λ=15 m; h=15 m; h/λ=1; Δ ottimale = 12°; risultano 3 salti x 2.000 km via F2.

2) λ=20 m; h=15 m; h/λ=0,75; Δ ottimale = 20°; risultano 4 salti x 1.500 km via F2,
ma anche 3 salti come nel caso 1) con una certa perdita di guadagno (fig. 12.4) ed
un vantaggio per minori perdite di percorso: le due possibilità possono coesistere.

Nota: la radiazione non percorre le direzioni indicate come fossero guide d‟onda, anzi essa viene emessa e
ricevuta sotto varie angolazioni e perciò con diverse combinazioni di salti, di percorsi e di fase ed eventuali
conseguenti ulteriori rinforzi od attenuazioni: qui sono soltanto evidenziate delle probabilità più vantaggiose.
Ma ad esempio il collegamento con 2 salti di 3.000 km richiede Δ=5°, valore penalizzato sia per h/λ=1 che
per h/λ=0,75 nonché da altre perdite per radiazione troppo radente il suolo, e dunque l‟utilità di questo
percorso è improbabile: ma non impossibile e forse -in date condizioni- perfino vantaggiosa.
Si ricordi infine che le antenne direttive presentano spiccate direttività anche zenithali delle quali si deve tener
conto per combinare il Δ ottimale di fig. 12.4 con quello caratteristico proprio dell‟antenna.
Il calcolo di un collegamento a lunga distanza è sempre complesso: in questo capitolo s‟è visto che l‟effetto
terra può concorrere in maniera rilevante alla sua ottimizzazione.

Con attitudini di modellismo o con programmi CAD si possono costruire interessanti


rappresentazioni tridimensionali dei valori dei campi una volta noti o calcolati i rispettivi
diagrammi azimuthali e zenithali: si veda ad esempio la figura di copertina.
- 140 -

PARTE TERZA

CAPITOLO 13 : IL CAMPO LONTANO

Sul fronte d‟onda lontano l‟intensità della radiazione non è uniforme, a motivo dei vari
effetti direzionali esaminati nei capitoli precedenti e di eventuali altri che possono
intervenire lungo il percorso della propagazione. Per valutare l‟energia captabile da
un‟antenna ricevente si può considerare il valore del campo nella direzione di massimo
guadagno e poi -a calcoli eseguiti- correggere tale valore con i dati della particolare
situazione reale. La scelta della direzione di massima intensità della radiazione è la più
logica anche perché univoca e -se si può realizzare- la più vantaggiosa.
Cominciamo supponendo che la potenza irradiata sia distribuita isotropicamente e che
s‟attenui secondo superfici sferiche crescenti, applicando poi al valore isotropico del
campo lontano il guadagno che compete alla direzione più favorita.
Continuiamo a riferirci all‟antenna orizzontale di mezz‟onda a mezz‟onda dal suolo,
avente guadagno azimutale G = 1,64 come da commento di fig. 10.2 e paragrafo 11.1.

Figura 13.1: schema di un radiocollegamento e direzionalità relative: la figura rappresenta un


radiocollegamento via ionosfera per riflessione sullo strato E, come descritto nel testo; data la semplificazione
adottata la superficie terrestre viene considerata quasi-piana e le misure della rappresentazione geometrica
sono approssimative e scelte per consentire l‟angolo d‟irradiazione zenitale di circa 30° voluto dall‟esempio.
I dipoli sono tra loro paralleli, perciò di punta verso chi legge; i rimanenti dati sono indicati nella descrizione
dell‟esempio nel testo. I profili del diagramma di radiazione verticale indicano valori relativi di E,H, i cui
fattori di moltiplicazione consentono di calcolare il valore della potenza irradiata nella direzione voluta.

riferimenti in figura 1 2 3 4
gradi zenitali 5 10 15 30
fattore di moltiplicazione per E, H: 0,5 1 1,50 2*
rapporti in potenza (una sola antenna) 0,25 1 2,25 4
rapporti delle potenze in decibel (una sola antenna) -0,6 0 3,52 6

*2: è il valore massimo del fattore moltiplicatore per E, H, che dà guadagno 4 in potenza = 6 db a 30°.
Il guadagno zenitale per effetto di terra è negativo sotto 10°, massimo a 30°, e torna negativo oltre 60°.
- 141 -

Stiamo trattando di onde decametriche, e perciò di radiazione per via ionosferica.


In figura 13.1 consideriamo una tratta costituita da un‟unica riflessione ionosferica sullo
strato E che normalmente si trova intorno a 100 km d‟altezza.
Abbiamo visto al capitolo precedente che l‟angolo di radiazione zenithale intorno a 30° dà
il massimo guadagno verticale: intorno a questo angolo ottimale, il diagramma delle
distanze copribili per via ionosferica con unico salto -riportato in figura 13.2- indica una
tratta terrestre di circa 450 km: è un collegamento a breve distanza, normalmente
eseguibile sui 40 metri, o sugli 80, a seconda dell‟ora e della stagione; per la dispersione
dell‟energia teniamo conto dei percorsi obliqui terra-ionosfera-terra calcolando un tragitto
totale di circa 500 km.
Per l‟attenuazione dovuta all‟unica riflessione ionosferica ed al tragitto tropo e ionosferico
si rinvia ai testi citati in bibliografia inerenti la propagazione, per esempio B 09 e B 94;
nel presente esempio applichiamo un rilevante valore di attenuazione di 10 decibel.
I restanti riferimenti sono: per Wo par. 10.2.4; per Rr par. 10.3.b ed 11.1; per Le par. 11.1.

Iniziamo il calcolo del valore del campo al posto di ricezione ponendo i seguenti fattori:

Potenza irradiata 100 watt


Superficie del campo a 500 km 4  (5 x 105 )2 = circa 314 x 1010 m2
Potenza specifica isotropica 100 watt /314 x 1010 m2 = 0,318 x 10 -10 watt / m2
Con guadagno G 1,64 e attenuazione 10, in direzione ottimale si ha:

Potenza specifica Wo = 0,318 x 10 -10 x 1,64 / 10 = circa 5,21 x 10 -12 watt / m2

La potenza specifica Wo può essere espressa in termini di H oppure di E; normalmente si


indica come campo elettrico ed in tal caso:

E= Wo Zo = 5,21 x 10-12 x 377 = circa 44,32 x 10-6 volt/metro

circa 44 microvolt/metro: nella radioricezione professionale, è un segnale molto forte.

Abbiamo considerato un percorso secondo l‟angolo verticale di 30° al quale per l‟effetto
terra sul dipolo di mezz‟onda alto mezz‟onda corrisponde la direzione più favorita, cui
compete il guadagno zenithale massimo teorico di 6 decibel, cioè 4 volte in potenza, ed i
valori di potenza specifica e campo elettrico nelle direzioni azimuthale e zenithale più
favorite diventano:

Wo = 5,21 x 10 -12 x 4 = 20,84 x 10 -12 watt/m2 ;


E = 44,32 x 10-6 x 4 = 88,64 x 10-6 volt/metro.

Agli stessi risultati si deve pervenire ricalcolando in funzione della corrente d‟antenna.
I valori relativi all‟antenna di mezz‟onda nelle condizioni date sono i seguenti:
- 142 -

Rr = 73 ohm ; I2 = W / Rr = 100 / 73 = 1,37 amper2

La potenza nel campo lontano in funzione della corrente in antenna, è:

Wo = 30  I2 cos2  (L / ) 2 ( 1 / z ) 2 watt/m2 ed inserendo i valori:

I2 =1,37; cos2  per la massima radiazione orizzontale = 1; (Le/) 2 = 0,101;

per la distanza z = 500 km, (1 / z) 2 = 1/25 x 1010 metri, otteniamo:

Wo = 52,1 x 10 -12 watt/m2 con attenuazione di 10 decibel: Wo = 5,21 x 10 -12 watt/m2

cioè lo stesso valore precedente, come d‟altronde dev‟essere data la procedura seguita, e
valgono poi le stesse già svolte considerazioni per il piano di terra e relativo guadagno
zenithale.

Il collegamento potrebbe evidentemente avvenire anche in altre direzioni, sia azimuthali


che zenithali: se per esempio l‟antenna è fissa ed una stazione viene collegata in una
direzione azimuthale spostata di 40° rispetto alla direzione di massima radiazione, il
valore di cos2  è 0,586 invece di 1: infatti cos 40° = 0,766 e cos2 40° = 0,586.
Ciò significa che se al valore 1 (= 0° cos2  = 1) corrisponde il guadagno di 1,64 rispetto
alla radiazione isotropica, al valore 0,586 corrisponde un guadagno leggermente negativo
rispetto all‟isotropico perché -infatti- il prodotto 1,64 x 0,586 dà 0,961, cioè < 1.
Ma la stazione potrebbe essere, oltre che spostata sull‟orizzonte, anche più lontana, ed
egualmente collegabile, per esempio intorno a 1.000 km di distanza.
In tal caso l‟angolo zenithale di irradiazione, come si vede dalla figura 13.2, scende
intorno a 10°, cioè il collegamento sta utilizzando un percorso che impiega l‟energia
irradiata secondo l‟angolo orizzontale di 40° e verticale di 10°, e quest‟ultima situazione
va ulteriormente commentata.

Come si vede dall‟esempio, un angolo zenithale più basso consente di inviare il segnale ad
una distanza maggiore: è una questione di geometria.
A motivo del comportamento della ionosfera, un angolo più basso consente anche di
utilizzare di solito una frequenza più elevata, pur senza “bucare” lo strato riflettente; per
questo argomento rinviamo alla bibliografia, per esempio B 94.
Un angolo basso è spesso desiderabile per i motivi suddetti, ma se è troppo basso una
parte dell‟energia può essere assorbita dagli ostacoli terrestri: intorno a 10° il fenomeno
non è ancora molto importante, per cui a questo riguardo non introduciamo attenuazioni
addizionali.
L‟attraversamento dello strato ionosferico D eventualmente presente intorno a 50-70 km
di quota nelle ore diurne, è ovviamente più lungo che nel caso della radiazione con angolo
zenithale di 30° e ciò può comportare un assorbimento addizionale; ed anche la
rifrazione/riflessione sullo strato E può prolungare il percorso della curvatura
- 143 -

introducendo un‟attenuazione maggiore; valutiamo in 3 decibel la somma di queste


maggiori attenuazioni, cui corrisponde un dimezzamento della potenza del campo lontano.
L‟effetto terra riduce il guadagno dal valore 4 corrispondente a 30° a circa 1
corrispondente a 10° come mostra la figura 13.1, e questa è una ulteriore e notevole
riduzione della potenza nel campo lontano.
Infine la distanza di 1.000 km compresi i percorsi obliqui della radiazione, è all‟incirca
doppia di quella del caso precedente e la superficie del fronte lontano cresce col quadrato
della distanza, cioè di 4 volte, per cui d‟altrettanto diminuisce la potenza specifica.
In tutto le diminuzioni sono:
-circa 1,64 a motivo dell‟angolo azimuthale
-circa 2 a motivo dei maggiori assorbimenti ionosferici
-circa 4 a motivo dell‟effetto terra
-circa 4 a motivo della maggior distanza della stazione
Le attenuazioni si moltiplicano e danno un risultato di circa 52 corrispondente a circa 17
decibel: la potenza specifica, che nel caso ottimale con circa 500 km di percorso totale era:

Wo =20,84 x 10 -12 watt/m2 va adesso divisa per 52 e diventa: 0,4 x 10 -12 watt/m2

Abbiamo calcolato il campo lontano prodotto da una antenna, quella emittente; ma il


collegamento richiede anche un‟antenna ricevente, che presenta a sua volta proprie
caratteristiche direzionali, eventualmente eguali a quelle qui esaminate per una sola
antenna, le quali si combinano e la loro somma diventa massima se le antenne sono
“affacciate” mentre per altre posizioni reciproche i guadagni vanno separatamente
calcolati ed infine tra loro composti.
I calcoli svolti sono soggetti a vari fattori d‟incertezza, eppure i loro risultati non sono di
significato banale: essi danno interessanti ordini di grandezza che la pratica in buona parte
conferma e vanno perciò presi per quel che possono dare, ricordando che di più non
possono perché -piuttosto che la loro impostazione- sono incerti i dati che in essa siamo in
grado di immettere, e sono perciò largamente accettabili i frequenti “circa” da noi
introdotti anche per evitare inutili decimali.

Ricordiamo in proposito alcune ulteriori considerazioni:

-non è sempre certo che la dispersione in funzione della distanza sia ad andamento
esattamente quadratico lungo tutto il percorso della propagazione perché non stiamo
operando nello spazio libero;
-le perdite per via tropo-ionosferica e per riflessione non sono esattamente prevedibili né
precisamente calcolabili, specialmente su grandi distanze e riflessioni multiple;
-la polarizzazione dell‟onda può ruotare -specie su percorsi lunghi e riflessioni multiple-
introducendo attenuazioni aggiuntive;
-l‟effetto terra in prossimità dell‟antenna dipende dallo stato del suolo, e non è ben
prevedibile né calcolabile e ciò influenza il guadagno e l‟angolo di radiazione verticale;
-la resistenza di radiazione è collegata al guadagno e viceversa: le relative incertezze
influenzano il valore della corrente, che determina il valore del campo irradiato;
- 144 -

-la “lunghezza effettiva” del dipolo dipende a sua volta dalla reale distribuzione della
corrente lungo il dipolo e perciò può risultare alterata rispetto al valore 2/ = 0, 6366
attribuito al dipolo di mezz‟onda nello spazio libero;
-è azzardato attribuire al dipolo di mezz‟onda alto mezz‟onda da terra, il valore esatto
della resistenza di radiazione Rr = 73 ohm valido per il dipolo nello spazio libero, ed è
perciò piuttosto impreciso dare per certa la distribuzione teorica della corrente lungo il
dipolo, in presenza d‟un guadagno sull‟angolo zenithale più favorevole di ben 6 decibel.
L‟approssimazione dei calcoli dipende dunque dalla conoscenza e dall‟affidabilità dei dati
relativi a numerose variabili.

qui sopra è schematicamente raffigurata, fuori


scala, una riflessione ionosferica via F2, cui pos-
sono seguire rimbalzi a terra e successive rifles-
sioni ionosferiche.

Figura 13.2: diagramma per la relazione tra angolo zenithale e distanza terrestre:
il diagramma indica la tratta misurata sulla superficie terrestre, che un percorso della radiazione emessa con un
dato angolo zenithale supera con un singolo salto.
Teoricamente la radiazione tangenziale, cioè con angolo zenithale zero, copre al massimo circa 2.000 km via
strato E (h=circa 100 km) e circa 4.000 km via strato F2 (h=circa 350-400 km).
Per approfondimenti su queste geometrie si rinvia alla bibliografia citata anche nel testo ( B 09, B 94 ).
- 145 -

CAPITOLO 14 : IL PASSAGGIO DELL‟ENERGIA DAL CAMPO ALL‟ANTENNA

L‟intero argomento viene trattato in tre capitoli: nel presente descriviamo l‟aspetto
fenomenologico e generale; nel capitolo 15 trattiamo dell‟area di cattura dell‟antenna
ricevente; nel 16 dei rapporti energetici tra il campo lontano e l‟antenna ricevente.

14.1 : accelerazione di una carica elettrica isolata da parte del campo elettromagnetico.

Un esempio di questa azione del campo è l‟accelerazione che esso produce sulle cariche
libere nella ionosfera, e che qui trattiamo nelle sue linee essenziali.
Nella regione ionosferica, da 80-100 chilometri di quota a salire, l‟atmosfera è molto
rarefatta, sicché le molecole si trovano -l‟una dall‟altra- a distanze ragguardevoli rispetto
alle loro dimensioni.
Le radiazioni solari, specie quelle ultraviolette, riescono a scomporle ed anche a conferire
agli elettroni dei loro atomi, energie sufficienti a separarli dall‟atomo di appartenenza: si
formano ioni positivi ed elettroni liberi, che tendono a ricombinarsi per attrazione
elettrostatica e per avvicinamenti indotti da turbolenze varie ed anche dalle oscillazioni
loro impresse dai campi elettromagnetici, specialmente di frequenza bassa, perché queste
producono sulle cariche elongazioni maggiori e perciò maggiori possibilità di ricombinarsi
con cariche di segno opposto presenti nei dintorni. Nel contempo avvengono altre
scissioni e si forma un plasma elettrico in una situazione sempre variabile a seconda
dell‟effetto solare e di altri fenomeni accessori.
Il gas ionizzato è conduttore ed infatti in presenza di un campo elettrico gli elettroni liberi
vengono attirati verso il potenziale positivo del campo e gli ioni verso quello negativo:
questo movimento in versi opposti di ioni ed elettroni è corrente elettrica di convezione.
In presenza della componente elettrica del campo incidente, le cariche libere nella
ionosfera vengono accelerate: il campo alternativo ad alta frequenza imprime ad esse
accelerazioni alternative, praticamente le fa vibrare intorno alla loro posizione media,
creando localmente delle minuscole correnti alternate, che costituiscono altrettanti dipoli
elementari irradianti del tipo descritto al capitolo 3 ed infatti in ciò consiste l‟azione di
riflessione del campo incidente eseguita dalla ionosfera. Se la carica eccitata non
irradiasse, le sue oscillazioni non assorbirebbero energia dal campo incidente perché si
tratterebbe di scambi reattivi, che in un semiperiodo restituiscono al campo quanto
ricevono nel semiperiodo precedente; ma la carica accelerata -oscillando- irradia, viene
frenata e non restituisce l‟energia ricevuta, che perciò viene sottratta al campo; questa
energia non viene dissipata -salvo per le perdite e ricombinazioni molecolari nella
ionosfera, che qui non trattiamo- perché viene reirradiata.
Appena la carica viene accelerata dalla f.e.m. del campo elettrico ed inizia il suo
movimento, essa costituisce corrente elettrica ed il corrispondente campo magnetico, così
producendo una forza contro elettro motrice che s‟oppone a quella del campo incidente e
frena il movimento impresso: il campo elettrico non otterrebbe risultati se non fosse
accompagnato dal campo magnetico che compensa gli effetti magnetici prodotti dal
movimento della carica, secondo lo schema d‟azione illustrato in figura 14.1.
- 146 -

Figura 14.1: induzione eseguita dal campo su una carica libera nello spazio.

La figura illustra lo schema di azione del campo elettromagnetico che investe una carica libera nella ionosfera:
abbiamo scelto una carica positiva -anche se in realtà il contributo maggiore al fenomeno è dato dagli
elettroni- perché in questo modo c‟è concordanza tra il verso convenzionale della corrente e quello del
movimento della carica. Il campo elettromagnetico incidente E, H, è disposto secondo la terna il cui asse z e
la propagazione del campo sono uscenti dal foglio e diretti verso chi legge. La carica è accelerata dalla f.e.m.
F della componente elettrica E del campo incidente e si muove secondo la freccia; così essa sviluppa intorno
all‟asse del proprio movimento un campo magnetico H‟ proporzionale alla velocità v e pertanto un campo
elettrico E‟ la cui forza F‟ è opposta a quella del campo elettrico incidente e tende ad annullarne l‟effetto. Ma
si nota che la componente magnetica H del campo incidente è opposta a quella sviluppata dal movimento
della carica e contrasta l‟induzione di E‟, F‟ così permettendo alla forza F della componente elettrica E del
campo incidente, di agire sulla carica stessa: in questa maniera entrambe le componenti del campo incidente
collaborano al movimento della carica, come indicato nel testo. Si può interpretare il fenomeno anche
considerando che la componente magnetica H del campo incidente produca un campo elettrico indotto Em e la
corrispondente forza Fm, rappresentati in figura; queste grandezze indotte -a loro volta- si possono considerare
contrastanti E‟, F‟ oppure cooperanti con E, F, con l‟effetto finale di permettere al campo incidente di
produrre il movimento della carica, come indicato nel testo. Qui non si considera un eventuale lavoro svolto
dalla carica in seguito all‟azione su di essa del campo incidente, sul quale pertanto non si considera al
momento alcuna reazione, né prelievo d‟energia, né conseguenti deformazioni, cui s‟accenna nella figura
seguente e nella 14.3.
- 147 -

Figura 14.2 : l‟induzione eseguita dal campo sulle cariche di conduzione dell‟antenna.

Con le stesse disposizioni della figura 14.1, ora il campo incidente agisce sul conduttore d‟antenna e ne
accelera le cariche elettroniche di conduzione tramite la f.e.m. della componente E del campo incidente,
mentre la sua componente H contrasta l‟effetto della forza contro elettromotrice che si sviluppa a motivo della
corrente così prodotta nel dipolo, secondo la stessa interpretazione della congiunta e concorde azione delle due
componenti del campo descritta per la carica isolata.
Come nel caso di figura 14.1, anche qui abbiamo supposto che il campo incidente non sia deformato dalla
presenza del dipolo: ciò accadrebbe nel caso che le accelerazioni indotte sulla carica isolata e sulle cariche
del dipolo non svolgessero alcun lavoro, non estraessero dal sistema alcuna energia; in tal caso i rapporti tra
il campo incidente e gli oggetti indotti sarebbero di tipo elastico, reattivo, e l’energia passerebbe
dall’induttore all’indotto durante un semiciclo e dall’indotto all’induttore durante il semiciclo opposto, con
bilancio energetico nullo.
In realtà lo scopo dell’antenna ricevente è di estrarre energia dal campo ed inviarla ad un ricevitore dove
essa compie un lavoro esterno al campo: esaminiamo questa situazione in figura 14.3.
Nella presente figura abbiamo rappresentato un dipolo elettrico, un conduttore, volutamente inserito
parallelamente alla componente elettrica del campo incidente; ma si potrebbe anche collocare un dipolo
magnetico, una bacchetta di ferrite, parallelamente alla componente magnetica del campo incidente, con
analoghi risultati circa il prelevamento di energia dal campo: così sono costruite infatti le antenne dei piccoli
radioricevitori portatili.
Per non complicare la presente e le successive descrizioni, illustriamo soltanto il funzionamento del dipolo
elettrico, cioè dell‟antenna costituita da un filo conduttore, che esaminiamo in questo lavoro.
Questa duplicità di azione del campo non è esattamente e simmetricamente riscontrabile su entità isolate,
perché non esiste in natura il parallelo magnetico della carica elettrica isolata, non esiste cioè il monopolo
magnetico: l‟azione della componente magnetica del campo si può esercitare su un dipolo magnetico, oppure
su una corrente elettrica.
- 148 -

Figura 14.3: il prelevamento d‟energia eseguito dall‟antenna sul campo incidente: un


conduttore immerso in un campo elettrico uniforme influisce sulle sue linee di forza, perché esse tendono a
ridurre la loro lunghezza nello spazio, la cui impedenza è maggiore di quella del conduttore: per questa
ragione esse tendono a convergere nel conduttore stesso entrando da una sua estremità ed uscendo
dall‟estremità opposta. Analogo comportamento si verifica immergendo una bacchetta di ferrite in un campo
magnetico uniforme. Questi fenomeni sono descritti in elettrostatica e magnetostatica nei vari testi di
elettrotecnica e di fisica, per esempio B 01 e B 02. Qui noi ci occupiamo soltanto del primo caso, in regime di
corrente alternata a radiofrequenza, cioè nella situazione delle comuni antenne.
In figura sono rappresentati molto schematicamente e fuori scala, due dipoli volutamente disposti secondo il
campo elettrico. Il reticolo E,H, mostra le due componenti del campo indeformato, come in figura 14.2, ad un
dato istante del ciclo; le linee in grosso sono quelle del solo campo elettrico deformato dalla presenza di un
dipolo corto e di un dipolo lungo; per semplicità non sono segnate le linee deformate del campo magnetico, le
quali comunque sono presenti e -punto per punto- ortogonali a quelle del campo elettrico.
In questa rappresentazione supponiamo che il valore della resistenza totale del dipolo -costituita dalla somma
delle componenti resistive descritte nel testo ed illustrate in figura 14.4- sia rappresentata dalla lunghezza del
dipolo stesso: pertanto il dipolo corto ha resistenza minima e quello lungo resistenza più elevata.
Le linee di forza della componente elettrica del campo sono linee delle relative correnti di spostamento, e la
loro convergenza nei dipoli è inversamente proporzionale alle rispettive resistenze di questi.
Il dipolo corto presenta al campo elettrico una resistenza totale di valore basso, come in parte già sappiamo dal
capitolo 10, e perciò molte linee della corrente di spostamento del campo tendono a convergere nel dipolo
stesso, che è pertanto percorso da una corrente relativamente elevata.
L‟elevata corrente captata dal campo corrisponde al notevole effetto distorcente che il dipolo corto esercita su
di esso, convogliando corrente da una notevole estensione trasversale del campo elettrico E.
Il dipolo lungo presenta al campo una resistenza elevata, e perciò convoglia una corrente minore, da una
minore estensione trasversale del campo elettrico; ma il dipolo lungo raccoglie una maggiore f.e.m. lungo una
maggiore estensione longitudinale di esso, ed infatti come in parte già sappiamo, il dipolo lungo capta dal
campo una minor corrente ed una maggiore tensione: è un circuito indotto di maggiore impedenza. Abbiamo
detto più sopra che la lunghezza dei dipoli vuole indicare le loro rispettive proporzionali impedenze
complessive: ora si vede come le relazioni elettromagnetiche tra il campo ed i dipoli corrispondono alle loro
rispettive relazioni geometriche.

Si osserva fin d‟ora che i dipoli interessano una superficie del campo incidente, dal cui fronte d’onda
estraggono l’energia in essi indotta dal campo; e poiché abbiamo stabilito che il circuito costituito dai dipoli
assorbe energia attiva, vediamo che una data superficie del campo incidente deve appunto essere portatrice
dell’energia che passa dal campo ai dipoli.

Osserviamo anche che la conformazione della superficie del campo incidente interessata al suddetto
trasferimento ha lati differenti in relazione alle lunghezze dei dipoli: questa osservazione, per ora intuitiva,
viene analizzata nei capitoli 15 e 16.
- 149 -

14.2 : La corrente nel conduttore dell‟antenna ricevente.

Nel conduttore d‟antenna investito dal campo elettromagnetico si verificano fenomeni


analoghi a quelli descritti per la carica isolata: gli elettroni di conduzione vengono
accelerati alternativamente lungo l‟asse del conduttore dalla componente elettrica del
campo incidente dando luogo ad una corrente i cui effetti vengono compensati dalla
componente magnetica del campo stesso; ne risulta una corrente di conduzione il cui
valore dipende dai valori del campo e dalla resistenza del circuito dell‟antenna.

Nel caso della carica isolata abbiamo supposto che essa non alteri la conformazione del
campo incidente, anche se s‟intuisce che ciò deve accadere perché c‟è un passaggio di
energia dal campo alla carica ed una conseguente reazione della carica sul campo.

14.3 : I campi come generatori.

Inseriamo qui un argomento apparentemente estraneo al tema della ricezione, ma non


estraneo alla comprensione dei fenomeni collegati al prelevamento dell‟energia dal campo
elettromagnetico.

E‟ noto che per varie ragioni di elettrostatica della bassa atmosfera, in prossimità del suolo
si può formare un gradiente di potenziale in seguito al quale -posto nullo il potenziale di
terra- noi abbiamo la testa in ambiente elettricamente positivo, che può raggiungere il
valore di alcune centinaia di volt.

In situazioni normali ciò non comporta conseguenze fisiologiche rilevanti perché il corpo
umano -pur essendo buon conduttore- non viene percorso da corrente apprezzabile.
In gergo abituale si usa giustificare questa apparente inadempienza della legge di Ohm
dicendo che c‟è bensì l‟elevato potenziale suddetto “ma non c‟è corrente”.
E‟ più preciso dire che alla resistenza del corpo va aggiunta quella elevatissima del
generatore costituito dalla bassa atmosfera in contatto con la testa.

Ai capi della resistenza testa-piedi relativamente bassa, la differenza di potenziale


precipita così a valori insignificanti: circola poca corrente perché l‟impedenza dell‟intero
circuito, comprendente quella elevatissima del campo è complessivamente molto grande.
Intorno alla persona il potenziale rimane alto; lungo la persona è molto basso, perché il
corpo mette localmente in cortocircuito verso terra il generatore elettrostatico atmosferico.

Come per tutti i generatori, la resistenza interna di essi fa parte di quella del circuito
complessivo percorso dalla corrente e va pertanto inserita nel conto della resistenza totale
sulla quale insiste la f.e.m. del generatore ideale privo di resistenza interna; normalmente
la resistenza interna dei generatori è la più bassa possibile per ragioni di rendimento, ma
esistono casi nei quali essa assume valori elevati e predominanti nel circuito, come nel
caso qui sopra descritto, ed al quale ora accostiamo quello del campo elettromagnetico.
- 150 -

Figura 14.4 : la potenza utile trasferita dal campo al carico tramite l‟antenna.

Nella figura il rettangolino al centro del dipolo rappresenta la sua resistenza complessiva Rt costituita dalle
seguenti componenti:

R1 = resistenza ohmica del conduttore d‟antenna


R2 = resistenza di radiazione Rr dell‟antenna ricevente, in quanto anche ri-emittente
R3 = resistenza di carico Rc costituita dal ricevitore, variamente collegato all‟antenna
R4 = resistenza “interna” del campo inteso come generatore.

Le resistenze da R1 ad R4 sono sommabili aritmeticamente, perché tutte ohmiche, compresa R2, che riemette
energia attiva. Circa i significati di queste varie resistenze, tutte capaci di impiegare la parte spettante di
energia captata dal campo e di trasferirla fuori dal sistema, è detto nel testo e nei capitoli che seguono.
Dato l‟effetto congiunto di entrambe le componenti del campo sul dipolo, si può calcolare la corrente in esso
circolante a partire dal solo campo elettrico su di esso agente e cioè della d.d.p. V = Eo L.
Secondo la legge di Ohm applicata al circuito di resistenza totale Rt: con R1 = 0; R4 = 0 come detto nel
testo, e con R2 = R3, il rettangolino raffigurato al centro del dipolo indica la somma R2 + R3 = Rr + Rc.
Con Rr = Rc risulta I = EoL / 2Rc.

Il calcolo della potenza Wc trasferita al carico è indicato nel prossimo capitolo; qui ne anticipiamo il risultato,
che vale: Wc = I2 Rc Wc = (EoL) 2 / 4 Rc.

14.4 : il campo elettromagnetico come generatore.

La figura 14.4 rappresenta un‟antenna ricevente -completa del suo circuito di carico-
collocata nel fronte d‟onda del campo elettromagnetico incidente, con l‟asse lungo le linee
di forza del campo elettrico.
Dai paragrafi 14.1 e 14.2 sappiamo che le reazioni agli effetti prodotti dalla componente
elettrica del campo, sono compensate dall‟azione della sua componente magnetica.
In tali condizioni, quanta corrente circola nell‟antenna per un dato valore di d.d.p. ad essa
applicata dal campo?
- 151 -

La corrente dipende dalla d.d.p. e dalla resistenza totale Rt del circuito e la d.d.p. è il
valore unitario locale del campo elettrico moltiplicato per la lunghezza dell‟antenna:
Eo in volt/metro x L in metri = d.d.p. = Eo L in volt.
Il valore della resistenza totale d‟antenna Rt è così composto:

R1 = resistenza ohmica del conduttore d‟antenna, che poniamo nulla


R2 = resistenza di radiazione Rr dell‟antenna, che commentiamo più avanti
R3 = resistenza di carico Rc inserita nell‟antenna, cioè resistenza d‟ingresso del ricevitore
R4 = resistenza interna del campo inteso come generatore.

R3 può essere eguale a R2 per un trasferimento ottimale dell‟energia al ricevitore;


R4 è posta di valore nullo per le ragioni che commentiamo in appresso.

Rt = R2 + R3 = Rr + Rc ed allora : I = Eo L / Rt

Affinché questo risultato sia possibile è necessario che il valore di Eo esistente sul fronte
d‟onda in assenza d‟antenna ricevente, rimanga sostanzialmente inalterato immettendo
l‟antenna nel campo.
Se così non fosse, bisognerebbe introdurre nella formula precedente, non il valore di Eo
esistente nel campo “a vuoto” cioè in assenza d‟antenna, ma il suo valore locale
eventualmente modificato dalla presenza dell‟antenna: questa correzione non è necessaria
se il campo è in grado di fornire al circuito d‟antenna tutta la corrente sopra calcolata.
In tal caso il generatore -costituito dalla zona del fronte d‟onda interessata dall‟antenna-
appare al circuito d‟antenna con resistenza R4 = 0 come abbiamo posto più sopra.
Il campo elettromagnetico, contrariamente a quello atmosferico citato al paragrafo
precedente, è in grado di fornire la corrente più sopra calcolata; bisogna vedere come e da
dove essa proviene: discutiamo alcuni aspetti di questo argomento nei capitoli seguenti.

14.5: polarizzazioni ed assetti spaziali del campo e delle antenne.

Abbiamo occasionalmente accennato a questi argomenti nei precedenti capitoli e poi al


capitolo 12 li abbiamo rinviati al presente paragrafo, perché è specialmente con
l‟introduzione del piano di terra che gli assetti suindicati assumono caratteristiche
funzionali specifiche ed importanti.
La figura 7.3 rappresenta l‟onda elettromagnetica irradiata che si propaga lungo un raggio
z nello spazio libero circostante; sugli assi x,y,z, della terna cartesiana sono collocate le
funzioni dell‟onda secondo le convenzioni adottate al capitolo 4.
Poniamo l‟origine dell‟onda all‟incrocio degli assi, e lungo l‟asse z la sua propagazione.
Si può osservare che l‟assetto della terna non è fin qui riferito ad alcuna coordinata
spaziale, geografica o topografica e non mostra alcun determinato orientamento.
Possiamo dunque supporre un piano di terra sottostante il piano y z, ed allora l‟asse x
risulta verticale rispetto al piano di terra; supponiamo anche che l‟onda sia emessa in
modo che la sua componente elettrica E sia parallela all‟asse x, e quella magnetica H
parallela all‟asse y.
- 152 -

Il sistema è così vincolato a precise coordinate dello spazio circostante e si dice


correntemente che il campo ha polarizzazione verticale, perché è consuetudine riferirsi
all‟assetto della sua componente elettrica E; ma sarebbe egualmente possibile emettere la
componente elettrica E parallelamente all‟asse y, e quella magnetica H parallelamente
all‟asse x senza null‟altro mutare ed in tal caso il campo si direbbe a polarizzazione
orizzontale.
Dipoli verticali emettono e ricevono componenti di campo elettrico E pure verticali; dipoli
orizzontali emettono e ricevono componenti di campo elettrico E pure orizzontali.

Questi assetti iniziali non sono stabilissimi e lungo la propagazione, specie a grandi
distanze e su tragitti ionosferici, possono ruotare pur tendendo a conservare l‟impronta
dell‟assetto originario; per questa ragione emissioni a polarizzazione verticale oppure
orizzontale sono meglio ricevute rispettivamente mediante antenne verticali, oppure
orizzontali.
La scelta della polarizzazione del campo e di conseguenza dell‟assetto delle antenne,
dipende da vari fattori ciascuno dei quali ha proprie peculiarità anche costruttive e
preferenziali applicazioni che sommariamente -e non completamente- elenchiamo qui di
seguito.

Polarizzazione verticale:

a) radiodiffusione circolare ad onde medie ed a modulazione di frequenza con


radiazione azimutale il più possibile uniforme.
b) radiocomunicazioni a distanza in onde corte con antenne verticali (ground-plane)
a basso angolo di radiazione, generalmente senza speciali direzionalità azimuthali.
c) radiocomunicazioni da e verso mezzi mobili e tra questi, direttamente o tramite
ripetitori.

Polarizzazione orizzontale:

a) radiocomunicazioni mediante antenne filari in onde corte, tese sopra il piano di


terra tra pali di supporto.
b) radiocomunicazioni come in a) ma eventualmente pre-orientate verso direzioni
azimuthali prescelte, con sistemi a medio od elevato guadagno direzionale, ad
esempio antenne rombiche e simili.
c) radiocomunicazioni in onde corte, ma anche in VHF, UHF, TV ecc. con dipoli o
sistemi di dipoli (yagi e simili) orientabili mediante rotazione.

Per applicazioni speciali si possono realizzare sistemi di trasmissione e ricezione con


antenne a polarizzazione circolare, a dipoli incrociati od avvolte a spirale, “loop” ecc. più
o meno direttive ed orientabili, con caratteristiche definibili caso per caso.

Nota: i disturbi elettromagnetici vari e di produzione industriale sono in generale a


polarizzazione prevalentemente verticale perché la loro componente elettrica tende a
- 153 -

disporsi verticalmente rispetto al suolo per ragioni elettrostatiche. Ne consegue che i


sistemi riceventi a polarizzazione verticale sono maggiormente influenzati da questi
disturbi rispetto ai sistemi a polarizzazione orizzontale sicché anche questa considerazione
-a seconda delle frequenze usate- entra nelle valutazioni di scelta della polarizzazione.

Sul vocabolo “polarizzazione” bisogna intendersi e fare una scelta terminologica.

Esso risale addirittura a Newton, al tempo del dibattito sulla natura della propagazione
della luce. Il termine è largamente usato in ottica e nelle relative tecnologie costruttive
(celebri i “polaroid”) ed anche in chimica, in meccanica, astronomia e via dicendo.
Come s‟è visto è usato anche in Radio.
La definizione “pratica” in campo Radio ha ormai identificato la polarizzazione dell‟onda
elettromagnetica con la direzione del suo vettore di campo elettrico E che viene
normalmente a coincidere con quella della dimensione longitudinale del dipolo e delle
varie antenne da esso derivanti, come abbondantemente descritto nei capitoli precedenti.
Ciò si scosta dalla definizione esatta e corretta del termine data in fisica (per es. B 01) ma
come in altri casi certe terminologie ormai consolidate e diffuse fanno testo, e qui ci
suggeriscono di adottare la direzione del vettore E come direzione della polarizzazione
dell‟onda elettromagnetica e dei relativi sistemi d‟antenna trasmittenti/riceventi.

Con queste considerazioni teorico/pratiche rimane dunque definibile l‟assetto spaziale


delle antenne e dell‟onda elettromagnetica da esse emessa, propagata e ricevuta.
- 154 -

CAPITOLO 15 : LA RICEZIONE DEL CAMPO LONTANO

15.1 : l‟area del campo interessata dall‟antenna ricevente: generalità, dimensioni, forma.

Ci riferiamo alla figura 15.1.


Il campo magnetico H, ortogonale a quello elettrico E, presuppone una corrente -la
corrente di spostamento descritta al capitolo 5- che scorre lungo le linee di forza E.
In ogni sezione simmetrica del campo, per esempio di 1 per 1 metro, il campo H, come
sappiamo fin dal capitolo 6, è in rapporto costante col campo E, con valore determinato
da Zo: H = E / Zo.
L‟antenna costituita da un conduttore di lunghezza L interessa il fronte d‟onda del campo
E per la lunghezza L, e nella direzione del campo H -ortogonale a quella di E- per
un‟estensione h che si può calcolare in prima approssimazione come segue:

Tensione V ai capi dell‟antenna lunga L: V =Eo L

Corrente I circolante nell‟antenna di resistenza Rt : I =V / Rt = Eo L / Rt

Corrente nel campo di valore Ho: I =Ho h, di conseguenza:

Eo L/Rt = Ho h da cui h = Eo L/Ho Rt e con Eo/Ho = Zo si ha : h = Zo L/Rt

Risulta così che un‟area del fronte d‟onda avente per lati L, h, è in qualche modo
interessata allo scambio di energia tra il campo e l‟antenna ricevente.
Il termine area corrisponde ad una sezione del vettore di Poynting presa sul fronte d‟onda
del campo che investe l‟antenna, ed è perciò sede di un dato valore di potenza; l‟antenna
ricevente, che interessa una determinata area del fronte, si pone in relazione con la potenza
ivi condotta dal vettore di Poynting e vi preleva una parte dell‟energia in transito.
Per esempio nel caso ipotetico, ma possibile, che Rt sia eguale a Zo risulta h=L : questo
risultato dev‟essere inteso -come detto sopra- in prima approssimazione, al fine d‟indicare
le ragioni della procedura, poiché nelle valutazioni reali entrano anche altri fattori come
risulterà più oltre.

La sostanza del problema consiste nella combinazione dei seguenti elementi:

-la distribuzione geometrica delle componenti E, H, del campo elettromagnetico,


determinata dal suddetto rapporto fisso e costante E / H = Zo;
-il rapporto V / I che si costituisce nell‟antenna a motivo del valore Rt;
-l‟influenza dei fattori del guadagno e della distribuzione della corrente nell‟antenna,
determinati dai valori di G ed Le.

Per il dipolo di mezz‟onda, il valore di Rt = Rr + Rc è normalmente di 73 + 73 = 146 ohm,


valore circa 2,6 volte minore di Zo sicché anche il rapporto V/I è circa 2,6 volte inferiore
al rapporto E/H nello spazio libero; questo sistema d‟antenna presenta dunque
- 155 -

un‟impedenza inferiore a Zo e perciò abbisogna di maggior corrente, che deve


approvvigionare nel campo superando la simmetria E, H.
In linea di massima, perciò, per il dipolo suddetto risulterà h > L.
Il rapporto tra L ed h, è dovuto -come si vede- al valore di Rt, che così entra a determinare
il rapporto tensione/corrente dell‟antenna ricevente: questo rapporto diventa una
caratteristica intrinseca d‟una data antenna con la sua relativa installazione, e del carico ad
essa collegato.

15.2 : area di cattura dell‟antenna ricevente.

L‟antenna ricevente presenta una importante peculiarità funzionale collegata al fatto che
nel suo circuito compaiono due resistenze -Rr ed Rc- di differente significato.
L‟antenna ricevente, investita dal campo, diventa sede di corrente alla stessa frequenza di
questo e perciò anche antenna trasmittente e infatti irradia energia; se nell‟antenna non
fosse inserito alcun carico, cioè con Rc = zero, tutta la potenza captata sarebbe reirradiata;
l‟inserimento d‟una antenna senza resistenze di carico nel fronte d‟onda del campo -cioè
d‟un semplice conduttore- non altera il bilancio energetico del campo stesso: è una
configurazione senza significato pratico, che corrisponde ad un galleggiante senza massa e
senza collegamenti con l‟esterno, posto sopra un‟onda idraulica della quale segue i
movimenti ma con la quale non intrattiene scambi di energia.
Caricando l‟antenna con la resistenza Rc -in generale la resistenza d‟ingresso del
ricevitore- l‟energia captata proveniente dal campo si ripartisce tra Rr e Rc, cioè in una
parte reirradiata ed una parte inviata al carico per essere ivi utilizzata.
Il miglior trasferimento di energia verso il carico -che è lo scopo principale dell‟antenna
ricevente- si ottiene come in tutti gli analoghi circuiti elettrici, per Rc = Rr.
Si pone una questione: l‟area di cattura è quella pertinente tutta la potenza interessata da
Rr+Rc oppure quella trasferita al carico, pertinente Rc? La potenza trasferita al carico si
riferisce all‟area di cattura, la metà di quella contenuta nell‟area riferita a Rr+Rc, ma quale
metà dell‟area totale si riferisce alla potenza relativa al carico? comunque s‟esamini il
problema, si trova che l‟area L h non è frazionabile.
Si può pensare che dall‟intera area L h venga tratta insieme, sia l‟energia reirradiata che
quella trasferita al carico; è una specie di utilizzo comune dell‟indivisa area L h.
Questa problematica è sovente ignorata, e si fa riferimento ad una “area di cattura” riferita
alla potenza trasferita al carico, senza definirne la forma: si ottiene così un valore di
superficie non traducibile in figura geometrica, da intendere soltanto come entità portante
una determinata potenza; questo artificio risolve i problemi del calcolo, ma se non chiarito
può porre delle difficoltà interpretative sul significato dell‟area di cattura e suggerire
tentativi impropri di assegnare ad essa più o meno suggestive configurazioni geometriche
rispetto all‟antenna. Un‟idea dell‟area complessivamente interessata dall‟antenna è stata
data al paragrafo precedente, indicandone i relativi lati con L ed h: per antenne via via più
lunghe -di resistenza più elevata- aumenta il lato L e diminuisce il lato h perché
diminuisce la corrente in rapporto alla tensione, cioè aumenta il rapporto V/I; il contrario
avviene per antenne corte -di resistenza più bassa- nelle quali h aumenta e diminuisce L,
cioè diminuisce il rapporto V/I.
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a b c

Figura 15.1: area del fronte d‟onda del campo lontano interessata dall‟antenna ricevente.

15.1.a: l‟asse del dipolo di mezz‟onda, di lunghezza fisica L si considera disposto parallelamente alle linee E
del campo incidente indicato nella piccola terna in alto a sinistra; le dimensioni di h, secondo le linee H, sono
qui rappresentate in misure arbitrarie e fuori scala corrispondenti al caso già menzionato h = Zo L/Rt
descritto al paragrafo 15.1 dove il rapporto Zo / Rt (con Rt=Rr+Rc =73+73 ohm =146 ohm) è numericamente:
ohm 377/146 = circa 2,66 sicché risulta h = 2,6 L come poi anche in figura 15.2.a (h=40 m/ L=15 m = 2,6).
Si vedano le considerazioni svolte nel testo a proposito della conformazione geometrica delle aree di
captazione, e si tenga ben presente che le raffigurazioni sono -come anzidetto- fuori scala.

La relazione [h = 2,6 L] diventa caratteristica del dipolo ricevente di mezz’onda


rappresentato in a, chiuso sul carico Rc=Rr e immerso nel campo incidente di impedenza Zo.

Con la medesima disposizione, in b, c, sono raffigurati i rapporti indicativi h1/L1 ed h2/L2 interessati da due
antenne di differente lunghezza L1 ed L2, immerse nello stesso campo incidente.
L‟area di cattura rimane la stessa ma si osserva che le componenti E, H del fronte del campo incidente, sono
interessate nei diversi casi per dimensioni molto differenti e dissimmetriche.
- 157 -

15.3 : L‟area di cattura riferita alla potenza trasferita al carico.

Nella descrizione precedente s‟è inteso illustrare la relazione elettromagnetica e


geometrica tra il fronte d‟onda del campo e l‟antenna ricevente, inserendo anche alcune
proporzionalità tra le grandezze interessate; ora procediamo a valutare le entità
quantitative che entrano nei calcoli di prelevamento dell‟energia: il procedimento non
cambia molto da quello precedente, salvo l‟introduzione dei valori relativi al caso concreto
da esaminare.
E‟ necessario dunque definire questo caso e porre delle ipotesi semplificative, compatibili
con una buona approssimazione dei risultati e con un‟analisi accessibile.
Ci riferiremo all‟antenna ricevente eguale a quella trasmittente: un dipolo di mezz‟onda
alto mezz‟onda dal suolo, orientato rispetto al campo locale nella direzione più favorevole,
avente perciò lo stesso guadagno azimuthale e zenithale di quella trasmittente e gli stessi
valori di resistenza di radiazione e lunghezza effettiva, delle quali riprendiamo dai
capitoli 10 ed 11 le rispettive espressioni:

Rr = [120 2 (Le / )2] : G Le = 0,6366 L = 0, 3183  = /

Sono ipotesi abbastanza azzardate sul piano teorico, sebbene accettabili su quello pratico.
La differenza principale è la diversa configurazione del campo intorno all‟antenna
trasmittente rispetto a quello in prossimità di quella ricevente -che è praticamente piano-
sicché la distribuzione della corrente lungo il dipolo ricevente può risultare abbastanza
differente da quella corrispondente nel dipolo trasmittente, e sappiamo che ciò influenza
resistenza di radiazione e guadagno direzionale. Pur con queste semplificazioni e
convenzioni, l‟analisi che segue ci porterà egualmente a risultati interessanti.

L‟area del campo complessivamente interessata dall‟antenna ricevente, porta la potenza


totale Wt che può essere espressa in termini di E2 / Rt come segue:

Wt = (Eo Le)2 / Rr+Rc ed avendo posto Rr = Rc: Wt = (Eo Le)2 / 2 Rr

La metà di questa potenza viene reirradiata e perciò la potenza Wc captata dal carico, è:

Wc = (½) Wt Wc = (½) (Eo Le)2 / 2 Rr e con Rr = [120 2 (Le / )2] : G

Wc = (Eo Le)2 /4 (120 2 / G) (Le / )2 = Eo2 Le2 G 2 / 4 x 120 2 Le2

semplificando:

Wc = Eo2 G 2 / 4 x 120 2
- 158 -

La potenza Wp trasportata sul fronte d‟onda dal vettore di Poynting si può esprimere con:

Wp = E2 / Zo e con Zo = 120  si ha: Wp = E2 / 120 

e se Eo è il valore unitario del campo elettrico riferito a 1 metro:

Wpo = Eo2 /120  è la potenza in transito su 1 metro quadrato di fronte del campo.

Dunque dividendo Wc per Wpo s‟ottiene il valore in metri quadrati dell‟area Ac del
fronte d‟onda del campo, portante la potenza che l‟antenna è capace di trasferire al carico.

Ac = Wc/Wpo; Ac = (Eo2 G 2 / 4 x 120 2 ) / (Eo2 /120 ) e si ha: Ac = G 2 / 4 

Analizzando con attenzione la procedura seguita, si nota che essa non è complessa né
artificiosa, ma soltanto conseguenza necessaria di cognizioni già note.
Ac è l‟area di cattura riferita alla potenza che l‟antenna trasferisce al carico e perciò è quel
valore di superficie del fronte del campo cui non si deve dare una precisa forma
geometrica, come già più sopra spiegato, perché parte della superficie più ampia L x h,
che porta anche la potenza reirradiata.
La formula finale dello sviluppo -come si vede- non include le dimensioni fisiche
dell’antenna, e ciò significa che -a parte il guadagno G dell’antenna- la potenza
captabile dal campo e trasferibile al carico non dipende dalle dimensioni dell’antenna
ricevente.
Il fattore G non è poca cosa, perché include relazioni riguardanti la resistenza di
radiazione, la distribuzione della corrente nell‟antenna, e quant‟altro descritto in proposito,
ma rimane il principio che la potenza captabile è indipendente dalle dimensioni
dell’antenna ricevente: esaminando il caso particolare dell’antenna di mezz’onda siamo
pervenuti ad un risultato di carattere generale, perché via via sono scomparsi i riferimenti
alle dimensioni fisiche dell’antenna, e -delle sue eventuali particolarità- è rimasto
soltanto il fattore G che tutte le incorpora.
Avevamo già trovato che la potenza irradiata da un‟antenna trasmittente, a parte il fattore
direzionale G ed altre considerazioni accessorie, non dipende dalle dimensioni
dell‟antenna ed ora vediamo che esse non influiscono neppure sulla potenza captata.
Le due considerazioni combinate insieme sembrano ridimensionare il ruolo delle
dimensioni dell‟antenna trasmittente e di quella ricevente: vedremo che le cose non stanno
proprio così, ma è interessante sapere come esse stanno in linea di principio.

15.4 : L‟area di cattura e le dimensioni dell‟antenna ricevente.

Ac = G 2 / 4  è dunque l’area di cattura riferita alla potenza trasferita al carico:

essa è proporzionale -come si vede- al quadrato della lunghezza d‟onda: si noti che questa
caratteristica non trova riscontro nell‟analisi dell‟antenna trasmittente.
- 159 -

Dunque, l‟antenna ricevente capta più energia dal fronte d‟onda del campo per lunghezze
d‟onda maggiori, perché l‟area di cattura cresce con 2 .

Parlando dell‟antenna trasmittente, è stato chiarito che essa funziona da trasduttore e non
ha alcun ruolo attivo nei confronti della potenza irradiata, la quale rimane in ogni caso
soltanto quella immessa in antenna dal trasmettitore; questa esigenza fisica, è regolata dal
circuito d‟antenna col rapporto tra resistenza di radiazione e corrente: se aumenta la prima
diminuisce la seconda, e viceversa.
A loro volta queste variazioni sono collegate alle misure fisiche dell‟antenna: più
l‟antenna è lunga, più la resistenza di radiazione cresce e la corrente diminuisce, e
viceversa; è inutile dunque -salvo fattori di direttività ed altri accessori- cercare
d‟aumentare il valore del campo irradiato aumentando la lunghezza dell‟antenna
trasmittente.

Altrettanto accade in ricezione: l‟antenna ricevente presenta gli stessi rapporti tra la sua
lunghezza, la resistenza di radiazione, la corrente circolante.
Ma in ricezione c‟è -come dire- una scappatoia.
E‟ intuitivo, e risulta anche dai calcoli, che un‟antenna ricevente più lunga interessa una
maggior area del fronte d‟onda, perché maggiore è il prodotto Eo L, ma questo non è
sufficiente a dare migliori risultati in termini di potenza captata, perché le relazioni
suddette fanno sì che la resistenza di radiazione aumenti con la lunghezza dell‟antenna
annullando il vantaggio.
Bisognerebbe che l‟antenna potesse essere bensì più lunga, ma mantenendo invariato il
valore della resistenza di radiazione.
Ciò è possibile se s‟impiega una lunghezza d‟onda maggiore: in tal caso un‟antenna può
rimanere di mezz‟onda, e con ciò mantenere la medesima resistenza di radiazione, ma la
mezz‟onda di 10 metri è di 5 metri e la mezz‟onda di 80 metri è di ben 40 metri.
Nell‟antenna lunga 40 metri, 8 volte 5 metri, un medesimo valore del campo induce una
tensione Eo L otto volte maggiore; la maggior estensione di L comporta una proporzionale
maggior estensione di h, perché restiamo in un sistema di mezz‟onda ove continuano a
valere le relazioni esposte più addietro.
La potenza captata cresce col prodotto L h oppure, se si preferisce, col quadrato della
lunghezza d‟onda, come infatti indica la formula per il calcolo dell‟area di cattura.
La maggior potenza captata non è vanificata dalla resistenza di radiazione, che rimane
quella del dipolo di mezz‟onda: 73 ohm per la mezz‟onda di 10 metri, e 73 ohm per la
mezz‟onda di 80 metri.
In 80 metri il dipolo di mezz‟onda ha un potere di captazione 64 volte maggiore di quello
del dipolo di mezz‟onda in 10 metri. Perché dunque non lavorare con onde relativamente
più lunghe?
Il ragionamento non è nuovo, e venne considerato anche agli albori della radio: i suddetti
vantaggi esistono, ma insieme a varie controindicazioni.
Maggiori lunghezze d‟onda, per mantenere gli effetti voluti dal suesposto ragionamento,
esigono antenne più lunghe, con evidenti problemi di spazio e d‟impianto: per esempio
- 160 -

l‟altezza di mezz‟onda dal suolo è facile per  = 10 metri, ma è problematica per  = 80


metri, ed ancor più per  = 160 metri,
A favore delle onde più corte vanno i minori assorbimenti ionosferici, specie diurni, che
spesso addirittura bloccano le onde più lunghe; inoltre i disturbi atmosferici sono più
elevati nel dominio delle onde più lunghe, peggiorando il rapporto segnale/disturbo.
Il fenomeno descritto opera realmente, e può essere sfruttato ove ne ricorrano i termini,
esaminando però anche i fattori che ne possono ridurre i vantaggi e magari trasformarli in
svantaggi.

15.5 : L‟area di cattura Ac ed il guadagno G del sistema ricevente.

L‟area di cattura espressa con la formula Ac = G 2 / 4  indica in maniera piuttosto


formale una superficie del fronte d‟onda del campo, che -data l‟intensità specifica della
potenza sul fronte stesso- fornisce l‟energia che un sistema ricevente di guadagno G è in
grado di captare e trasferire al carico.
Questo valore di superficie ha assunto nella pratica, il significato d‟una specie di fattore di
merito e di confronto delle antenne, che si possono confrontare sulla base di G oppure di
Ac, che include anche l‟effetto di .
E‟ opportuno approfondire l‟analisi di questa interpretazione dell‟area di cattura.
Affinché la formula suddetta mantenga validità formale, ma anche significato fisico, è
necessario che il termine G sia riferito alle caratteristiche proprie dell‟antenna ricevente,
ad esempio -per il dipolo di mezz‟onda nello spazio libero- G = 1,64 per le ragioni fisico-
geometriche descritte in precedenza.
Ferme restando queste caratteristiche, e le altre che determinano la formula, ulteriori
fattori che modifichino l‟entità della potenza captabile, non dovrebbero essere inclusi nel
suddetto valore di G.
Per esempio, una diversa collocazione dell‟antenna ricevente rispetto al piano di terra, non
altera, entro certi limiti, le caratteristiche proprie dell‟antenna: non la sua geometria; non,
sensibilmente, la sua resistenza di radiazione; non, sensibilmente, il suo proprio
guadagno: ma la potenza captabile può aumentare, in appropriate situazioni e per direzioni
particolari già descritte: questo è bensì un guadagno, ma esso è da attribuire all‟entità del
campo visto dall‟antenna, non all‟antenna stessa.
E‟ matematicamente possibile, ma fisicamente inopportuno, inserire nella formula questo
guadagno “esterno” insieme a quello dell‟antenna. Conviene perciò calcolare l‟area di
cattura dell‟antenna sulla base di G = 1,64 e poi calcolare la potenza captata sulla base di
un valore del campo aumentato in potenza, ad esempio per un guadagno addizionale in
potenza = 4 , che in termini di E e di H vale radice di 4 = 2.
Questa procedura, oltre che aderire al fenomeno fisico, evita certi risultati irrealistici che
la formula darebbe incorporando i differenti valori di guadagno in G: infatti per valori
complessivi di G particolarmente elevati, dato il vincolo della tensione captata
determinato dalla lunghezza del dipolo, il conto della potenza captata dovrebbe essere
saldato in termini di maggior corrente, facendo assumere ad I, Rr ed h dei valori
irrealistici.
- 161 -

15.6 : un esempio numerico di ricezione del campo irradiato.

Con i dati del campo lontano calcolati al capitolo 13, la potenza specifica ottimale era:

Wo = 20,84 x 10-12 W/m2 ; con Eo = 88,64 x 10-6 V/m ; Ho = 0,235 x 10-6 A/m

Antenna ricevente : stesse caratteristiche e orientamento ottimale di quella trasmittente.


Lunghezza d‟onda (che non interessava in trasmissione) : =30 metri.
Riportiamo tre esempi di calcolo -sempre per la stessa antenna- con i relativi commenti.

1) Dipolo di mezz‟onda nello spazio libero, con Rc = Rr = 73 ohm, in direzione ottimale.

Ac = G 2 / 4  G = 1,64  = 30 metri Ac = 117,5 metri quadrati

Wc = Wo x Ac Wc = 20,84 x 10 -12 x 117,5 = 2.448 x 10-12 watt

Come abbiamo già detto, l‟area di cattura non è raffigurabile; conviene riferirsi ad una
superficie totale At = 2 x Ac, includendo così la parte relativa alla potenza reirradiata,
procedendo come segue:

At = 2 Ac = 235 metri quadrati Le = 9,55 m; h = At / Le = 24,6 metri

V = Le Eo = 9,55 x 88,64 x 10-6 = 846,51 x 10-6 V

I = h Ho = 24,6 x 0,235 x 10-6 = 5,78 x 10-6 A

V / I = 146 ohm corrispondenti a Rc + Rr : Non sono necessari particolari commenti.

2) Antenna precedente alta circa mezz‟onda sul suolo e guadagno in direzione ottimale:

G = 1,64 (azimuthale precedente) x 4 (effetto suolo per angolo zenithale di 30°)

Ac = 1,64 x 4 x 900 / 4  = circa 470 metri quadrati

Wc = Wo x Ac Wc = 20,84 x 10 -12 x 470 = 9.794 x 10-12 watt

Seguiamo ora la stessa procedura precedente:

At = 2 Ac = 940 metri quadrati Le = 9,55 m; h = At / Le = 98,42 metri

V = Le Eo = 9,55 x 88,64 x 10-6 = 846,51 x 10-6 V

I = h Ho = 98,42 x 0,235 x 10 -6 = 23,13 x 10-6 A V / I = 36,6 ohm


- 162 -

Il risultato è improprio perché il guadagno suolo G = 4 è stato attribuito all‟antenna,


aumentandone l‟area di cattura e -dato il vincolo Le x Eo- scaricandone gli effetti su h e
perciò su I, ed alterando così il rapporto V/I rispetto al valore atteso di 146 ohm.

3) Ripetiamo lo stesso calcolo attribuendo all‟antenna G = 1,64 ed al campo G = 4; il


campo vale:

Wo = 20,84 x 10-12 W/m2 x G = 20,84 x 10-12 W/m2 x 4

Wo=83,36 x 10-12 W/m2 ; Eo=177,27 x 10-6 V ; Ho =0,47 x 10-6 A; Ac come nel caso 1):

Ac = G 2 / 4  G = 1,64  = 30 metri Ac = 117,5 metri quadrati, e perciò:

Wc= Wo x Ac Wc=83,36 x 117,5 = 9.794 x 10 -12 watt (stesso valore del caso 2)

Seguiamo la stessa procedura precedente:

At = 2 Ac = 235 metri quadrati Le = 9,55 m; h = At / Le = 24,6 metri

V = Le Eo = 9,55 x 177,27 x 10 -6 = 1.684,06 x 10-6 V

I=h Ho = 24,6 x 0,47 x 10-6 = 11,562 x 10-6 A; V/I =146 ohm corrispondenti a Rc + Rr

risultato che conferma il valore atteso, come nel caso 1) ed indica l‟opportunità di tener
separati i guadagni relativi all‟antenna e legati alla sua configurazione geometrica ed
elettromagnetica, da quelli inerenti il campo.
Quest‟ultima procedura ottiene risultati appropriati e proporzionati in senso fisico-
geometrico, evitando improprie dimensioni dell‟area di cattura.
Inoltre questa procedura -come la 1- consente di configurare geometricamente -quasi di
visualizzare- se non proprio l‟area di cattura, almeno il “doppio valore” di essa, che è -in
sostanza- l‟area globalmente interessata dall‟antenna ricevente.

Concludendo, e con riferimento alla figura 15.2:

1) l‟analisi eseguita in questo paragrafo serve per avvicinare i risultati matematici alla
natura e alle dimensioni del fenomeno.
2) dai ragionamenti svolti, si deduce che per il dipolo di mezz‟onda considerato si possono
pensare tre diverse aree collegate al fenomeno della ricezione del campo:
a) un‟area “coinvolta” dall‟antenna ricevente, che nell‟esempio è dell‟ordine di grandezza
di 15 metri lungo il conduttore ed all‟incirca 40 metri (2,6 volte 15 come indicato in figura
ed in nota qui sotto) trasversalmente ad esso, di circa 600 metri quadrati.
b) un‟area totale “elettromagnetica” interessata dall‟antenna ricevente dell‟ordine di
grandezza di 9,55 metri lungo il conduttore e di 24,6 metri (235 metri quadrati)
trasversalmente ad esso; quest‟area si discosta da considerazioni strettamente geometriche
- 163 -

perché inserisce la cosiddetta lunghezza effettiva del dipolo, e con ciò una convenzione di
calcolo; comunque essa è l‟area che porta la potenza reirradiata e quella trasferita al
carico, pertinenti rispettivamente a Rr ed a Rc.
c) un‟area “di cattura” pertinente la sola potenza trasferita al carico, e perciò a Rc, non
geometricamente raffigurabile, perché parte indivisa della b) ma esprimibile in valore
come la metà del valore di questa, cioè -nell‟esempio- 117,5 metri quadrati; non è dunque
ammissibile definire quest‟area come prodotto dei lati Le x h, di [9,55 x (½) 24,6] metri:
l‟area di cattura è la metà indivisa dell‟area calcolata in b).

a b

Figura 15.2: una valutazione delle aree interessate dall‟antenna ricevente di mezz‟onda:

con riferimento alle “conclusioni” del capitolo 15 sono rappresentati secondo l‟esempio numerico descritto
nel testo, due esempi relativi all‟area del fronte d‟onda del campo incidente interessato da un‟antenna di
mezz‟onda.
15.2.a: l‟area del fronte d‟onda “coinvolta” dall‟antenna potrebbe essere considerata come una “zona di
rispetto” da riservare possibilmente all‟antenna.
15.2.b: l‟area “totale elettromagnetica” è la superficie dalla quale l‟antenna preleva l‟energia reirradiata e
quella trasferita al carico, nel caso esaminato con Rr = Rc. L‟indicazione fisica di una superficie geometrica
così identificata e delimitata è piuttosto “ingenua” ed in ogni caso l‟ipotesi non è generalizzabile per antenne
sensibilmente differenti o differentemente estese: essa dà comunque un‟idea della zona del campo che fornisce
l‟energia all‟antenna. L‟area “di cattura” -metà dell‟area totale elettromagnetica- è il risultato dell‟analisi
svolta nel testo ma non è raffigurabile contraendo le dimensioni lineari di Le, o di h, oppure di entrambe,
anche perché normalmente la lunghezza fisica L è predeterminata: essendo perciò vincolante la lunghezza
dell‟antenna, il dimezzamento dovrebbe agire soltanto sull‟estensione di h, dando risultati impropri già
analizzati nel testo.
E‟ più opportuno mantenere l‟idea della superficie totale elettromagnetica, della quale l‟area di cattura riferita
alla potenza trasferita al carico è la metà: non una metà geometrica, ma riferita alla ripartizione dell‟energia.
- 164 -

Nota: si osserva qui sopra che viene tenuta ferma l‟estensione del dipolo, L=15 metri di
lunghezza fisica ed Le=9,55 metri di lunghezza “effettiva” e tali lunghezze definiscono
l‟ampiezza del campo elettrico E, che viene interessata dal dipolo.
A seconda dei casi qui sopra illustrati, viene invece fatta variare l‟ampiezza h del campo
magnetico H, che viene interessata dal dipolo.
In ogni caso l‟antenna che stiamo considerando -ed evidentemente ogni altra a modo
proprio come indicato al paragrafo 15.1 ed in figura 15.1- attingono energia dalle due
componenti del campo senza rispettare la simmetria che le sue componenti possiedono
nello spazio libero di impedenza Zo.
Nel caso del dipolo ricevente di mezz‟onda, di resistenza Rt=146 ohm, il lato magnetico h
risulta maggiore di quello elettrico nel rapporto Zo/Rt = circa 2,6 come indicato al
paragrafo 15.1 e ciò significa che il dipolo di mezz‟onda interessa il campo magnetico per
una corrispondente maggior estensione di quello elettrico: si veda anche la figura 15.2.
Se un dipolo ricevente di mezz‟onda venisse caricato con Rc = 300 ohm, la sua resistenza
complessiva Rc + Rr risulterebbe di 373 ohm, circa eguale ai 377 ohm di Zo: una tale
antenna preleverebbe energia dal fronte del campo, su estensioni simili per E e per H;
questa simmetria non ha significati pratici, e non è neppure detto che con questi dati sia
perfettamente attuabile, ed infine riguarda l‟area connessa a Rc + Rr, della quale l‟area di
cattura Ac rimane parte indivisa, in tal caso non più la metà, relativa ad Rc.

Il campo localmente interessato dall‟antenna ricevente del precedente esempio, resterà


“bucato” o rarefatto sulle aree di qualche centinaio di metri quadrati sopra calcolate?
Si dovrebbero immaginare dei fronti d‟onda sforacchiati dalle antenne da essi incontrate;
ma le linee dei campi E, H, non possono interrompersi in certi punti e riprendere dal
nulla in altri punti dello spazio.
E‟ più realistico pensare ad una “cicatrizzazione del danno locale” subìto dal campo a
causa dell‟antenna ricevente, a spese dell’adiacente fronte sferico.
Se tuttavia troppe antenne sono eccessivamente ravvicinate, come talvolta quelle TV sui
tetti di certi palazzi, non è esclusa un‟azione di reciproca copertura; potrebbe valere la
precauzione di non far sovrapporre le rispettive “aree coinvolte”.
Il Lettore potrebbe approfondire anche il caso delle incastellature di antenne direttive Yagi
ravvicinate per aumentare il guadagno complessivo e la direttività del sistema, onde
verificare sperimentalmente (cosa non molto facile) se il guadagno complessivo sia
proprio multiplo od eventualmente parzialmente ridotto rispetto a quello della somma
delle antenne componenti il sistema.

NOTA: può essere ancora una volta utile un esempio meccanico, costituito dalle eliche dei moderni generatori
eolici immersi nel campo del vento, che possiamo all‟uopo supporre a fronte piano ed uniforme: esso impatta
l‟elica, che non può arretrare, e sulla quale produce pertanto un moto rotazionale ed un trasferimento di
energia dal campo del vento al generatore elettrico, ed una conseguente alterazione in un‟area del fronte
eolico, che viene in un certo senso e per un certo tratto “bucato” ma poi “cicatrizzato” a spese del campo
adiacente: sono intuitive le distanze da prendere tra generatori vicini affinché le perturbazioni del campo
eolico non sottraggano troppa energia ad alcuni di essi.
- 165 -

CAPITOLO 16: RELAZIONI TRA IL CAMPO E L‟ANTENNA RICEVENTE

16.1: introduzione e generalità.

Il presente capitolo riguarda la parte finale del tragitto del campo elettromagnetico, dove
esso raggiunge l‟antenna ricevente; si conclude così anche il percorso del nostro studio e
vengono pertanto a convergere qui numerosi concetti descritti nei capitoli precedenti, che
saranno citati ove opportuno, ma senza troppe ripetizioni e generalizzazioni -pur
interessanti e possibili- che vengono lasciate al Lettore.
Richiameremo spesso i capitoli precedenti, cui talvolta sarà perciò necessario tornare.

Come descritto al capitolo 7, l‟energia del campo si propaga passando ai successivi


segmenti dello spazio vuoto secondo il processo di induzione da movimento sostenuto
dalla forza che il campo riceve all‟atto della sua costituzione, e che impiega per vincere la
reazione d‟indotto opposta dal nuovo spazio che invade: ogni ulteriore frazione di campo
che viene generato porta con sé la forza, la velocità, la quantità di moto, necessarie per
propagarsi.
L‟antenna ricevente non è un segmento di spazio vuoto, ma un circuito nel quale l‟energia
indotta viene in parte reirradiata ed in parte inviata al carico dissipativo costituito dal
ricevitore, e perciò sottratta al campo incidente.
Le regole dell‟induzione da movimento rimangono le stesse già viste al capitolo 7 e note
dall‟elettrotecnica, sia per lo spazio vuoto sia per l‟antenna, sicché si potrebbe passare
direttamente al paragrafo seguente; raccogliamo comunque nella nota seguente alcune utili
considerazioni.

-nello spazio vuoto il campo elettromagnetico sta dovunque nel rapporto E/H = Zo e
perciò i vettori E,H, procedono come già noto e richiamato nelle figure del capitolo 7.
-dove il campo incontra un‟antenna, esso ne vede la sua area di captazione; come descritto
al capitolo 15 questa dipende dalle caratteristiche geometriche ed elettromagnetiche
dell‟antenna, che ne determinano il valore e le dimensioni. In ogni caso la simmetria del
campo nel vuoto è localmente modificata, ed il campo sente l‟antenna deformandosi come
schematicamente indicato nella figura 14.3.
-il campo elettromagnetico spende la propria quantità di moto per produrre l‟induzione nel
nuovo spazio che invade, ma la recupera dallo spazio che lascia e questo processo non è
dissipativo, sicché può continuare indefinitamente nello spazio della propagazione.
Nell‟impatto con l‟antenna il campo incidente produce in essa l‟induzione e perde la
propria quantità di moto, che passa alla carica elettronica libera nel conduttore d‟antenna,
posta in movimento dalla forza elettro motrice indotta. Per l‟energia del campo, l‟antenna
ricevente è dunque un pozzo nel quale l‟energia entra, uscendo definitivamente dal sistema
del campo incidente, per passare in altri due sistemi:
-quello del campo reirradiato dall‟antenna ricevente;
-quello trasdotto ai circuiti d‟ingresso del ricevitore collegato all‟antenna ricevente:
Il campo perde definitivamente questa seconda porzione d‟energia, e perde anche se
stesso producendo energia termica nei circuiti del ricevitore.
- 166 -

16.2: le relazioni elettrodinamiche tra il campo e l‟antenna.

Le grandezze indotte si calcolano col procedimento che in elettrotecnica si limita alla


prima delle due espressioni seguenti, ma che noi possiamo applicare anche alla seconda
data la simmetria delle equazioni di Maxwell per l‟induzione dei campi elettrico e
magnetico.
La velocità relativa tra induttore ed indotto, nel nostro caso è c; i segni negativi indicano il
principio di opposizione sopra accennato; le equazioni sono le stesse usate al capitolo 7,
dove l‟indotto era considerato mobile, ma trattandosi di moti relativi ciò non cambia nulla.

V = -μo Ho Le c I = -εo Eo h c

Un circuito indotto nel nostro caso l‟antenna, nella quale vengono indotte le grandezze V,
I, reagisce sul campo induttore opponendosi all‟induzione; non potendo ad essa sottrarsi
per allontanamento, l‟antenna diventa sede di una forza -F di verso contrario a quello
della sua velocità relativa rispetto al campo.
Se il campo non fosse dotato di una forza che ne sostiene il movimento, verrebbe frenato e
l‟induzione non avrebbe luogo. In realtà il campo possiede massa M e forza F che,
investendo l‟antenna, consentono che l‟induzione si realizzi: come vedremo tra breve M è
proprio una massa inerziale ben precisa ed F è la forza con la quale la massa del campo
“soffia” sull‟antenna ricevente.
Nel capitolo 7 non abbiamo trattato l‟argomento della forza del campo induttore e di
quella di reazione dell‟indotto, che là non ci interessavano; ne abbiamo implicitamente
accennato al capitolo 3 ed al paragrafo 4.7.2. Si tratta comunque di argomento noto
dall‟elettrodinamica, che riprendiamo perché qui vogliamo eseguire un bilancio
dell‟energia che l‟antenna preleva dal campo.
I valori della suaccennata forza F e di quella eguale ed opposta -F prodotta per reazione,
sono calcolati qui di seguito con differenti procedimenti, i quali potrebbero farle apparire
come meccaniche in quanto collegate alla massa M del campo, oppure elettriche perché
collegate alla tensione indotta, oppure magnetiche perché collegate alla corrente indotta:
l‟unicità dei risultati dei vari procedimenti conferma che si tratta di una sola forza, quella
posseduta dal campo.
Anche per il calcolo della forza, partiamo dal procedimento che in elettrotecnica si limita
alla prima delle espressioni seguenti, ma che noi possiamo applicare anche alla seconda
data la simmetria che la teoria di Maxwell attribuisce ai campi elettrico e magnetico.

F = I μo Ho Le F = V εo Eo h

16.3: le relazioni elettromeccaniche tra il campo e l‟antenna.

Per verificare la consistenza della forza F abbiamo introdotto anche un ulteriore


procedimento basato sui seguenti presupposti dinamici, energetici e meccanici: l‟energia J
contenuta nel campo elettromagnetico “pesa” cioè possiede massa M; la relazione che lega
le due grandezze è data dall‟equazione relativistica: J = M c2 menzionata al paragrafo 4.1.
- 167 -

Il campo s‟espande e avanza nello spazio privo di attriti e di perdite, perché all‟inizio è
stato accelerato da una forza e proiettato dall‟antenna emittente, così dotato di quantità di
moto (della quale ricordiamo qui le dimensioni [ M L T -1 ] omesse al capitolo 4.
Dove il campo incontra un oggetto materiale esercita su di esso una forza corrispondente
all‟energia che gli cede: sensibili bilance consentono di misurare la pressione della
radiazione solare, e della luce emessa da una lampada di media potenza.
Analoga pressione viene esercitata dal campo elettromagnetico che investe l‟antenna
ricevente e la sua area di cattura: l‟antenna è meccanicamente fissa, se non lo fosse
arretrerebbe sotto questa pressione come le particelle delle code cometarie rispetto alla
radiazione solare, sfuggendo all‟induzione e così acquistando dal campo energia di
movimento. La massa M del campo elettromagnetico esercita dunque un‟azione
sull‟antenna con forza F e velocità c, così cedendole la quantità di moto p:

p = Mc ed anche p = F  newton secondi = M L T -1

Per calcolare la massa M corrispondente ad un ciclo della frequenza f e periodo  isoliamo


nel campo prossimo all‟antenna ricevente un segmento troncopiramidale di spazio di
lunghezza  e sezione Ac+Ar = Le x h, intorno ad un vettore di Poynting; il segmento può
essere considerato parallelepipedo ed è percorso dal campo nel tempo  =  / c.
L‟energia in esso contenuta è :

J=VI e la massa di questa energia è M = J / c2 M = V I  / c2

Questa massa M incontra l‟antenna ricevente, o meglio la sua area di cattura, con velocità
c, e le cede la propria quantità di moto; l‟induzione così prodotta genera una forza
elettromotrice che crea il movimento degli elettroni liberi di conduzione: in ciò consiste il
lavoro che in tale maniera viene prodotto nell‟antenna dalla forza F prelevata dal campo.

16.4: il calcolo delle forze agenti tra il campo e l‟antenna

Per l‟esempio fissiamo le caratteristiche del campo presso l‟antenna ricevente:

f = 10 MHz; λ = 30 metri; periodo  della frequenza f :  = 10-7 secondi.


Eo = 100 x 10-6 volt/metro; Ho = 0,265 x 10-6 amper/metro; Wo = 26,5 x 10-12 watt/m2.

Come antenna scegliamo il solito dipolo di mezz‟onda, del quale ricordiamo le


caratteristiche geometriche ed elettromagnetiche:
lunghezza geometrica: L = 15 metri;
lunghezza “effettiva”: Le = 9,55 metri = lato “elettrico” dell‟area Ac + Ar.
area di cattura riferita al carico: Ac = 117,5 m2; alla reirradiazione: Ar = 117,5 m2;
Ac+Ar = 235 m2; lato “magnetico” h = (Ac+Ar) / Le = 24,6 metri.
resistenza del carico Rc = 73 ohm; resistenza di reirradiazione Rr = 73 ohm;
Rc+Rr =146 ohm.
- 168 -

Con le formule date nei paragrafi precedenti, senza i segni negativi il cui significato è già
stato spiegato, con i dati numerici sopraindicati e con c = 3 x 108 metri/secondo,
sviluppando ed arrotondando alle più prossime coincidenze, otteniamo:

1) V = μo Ho Le c = 955 x 10-6 volt; I = V/(Rr + Rc) = 6,54 x 10-6 amper

W = V x I = 6.246 x 10-12 watt; J = W  = 6.246 x 10-19 joule; e di conseguenza:

M = J / c2 = 694 x 10-35 kg massa

2) F = I μo Ho Le = circa 20,8 x 10 -18 newton

3) I = εo Eo h c = 6,54 x 10-6 amper; V = (Rr + Rc) x I = 955 x 10 -6 volt;

W, J, M, come dalla 1)

4) F = V εo Eo h = circa 20,8 x 10 -18 newton

si osservi che con pochi passaggi la 1) e la 3) danno anche: V = Eo Le; I = Ho h; ciò


ricollega l‟azione del campo sull‟antenna a quanto detto al capitolo 14 circa i campi visti
come generatori, ed al capitolo 15 circa il significato ed i calcoli relativi all‟area di cattura
ed alle sue dimensioni.

5) p = M c = circa 20,8 x 10-25 newton secondi

6) F = M c /  = circa 20,8 x 10-18 newton; come tramite le 2) e 4).

E‟ possibile un altro procedimento, a partire dalla pressione della radiazione nel citato
prisma di Poynting simile alla figura 7.2, nel quale l‟energia del campo è in equilibrio
perché le sue pareti laterali sono chiuse tra prismi adiacenti e quelle ortogonali all‟asse
della propagazione sono percorse -l‟una in entrata e l‟altra in uscita- dal medesimo flusso
dell‟energia in transito. Nel prisma, l‟energia preme verso l‟esterno -come un gas
compresso- con pressione proporzionale alla sua densità di volume: δ J = J/(Ac+Ar) λ.

La sola parete sulla quale la pressione può svolgere un lavoro è quella di uscita del flusso
dal prisma, sulla quale agisce con forza: F = δ J x (Ac + Ar).
Inserendo i valori numerici, ancora risulta: F = circa 20,8 x 10 -18 newton.
F è la forza associata al campo di massa M, la quale produce l’induzione sull’antenna
creando e pareggiando la conseguente forza di reazione.
La coincidenza dei risultati numerici conferma l‟unicità di significato della forza F.
Ulteriore conferma di tale unicità è data dai controlli dimensionali sui risultati intermedi e
finali dei calcoli eseguiti. Si noti l‟aspetto “meccanico” della forza F che riconduce
l‟energia del campo elettromagnetico alle leggi della meccanica. La forza F è la stessa che
costituisce la pressione della radiazione sulle crescenti superfici del fronte d‟onda sferico
- 169 -

che si propaga; è una forza di valore esiguo, ma capace di propagare il campo a distanze
immense.
Su scala cosmica, F trasmette le immense energie della radiazione solare e stellare.

16.5: ordini di grandezza delle entità fisiche coinvolte nell‟esempio svolto.

La forza e la massa del campo che hanno investito l‟antenna e l‟area ad essa collegata,
senza riuscire a spostarle, hanno prodotto nel conduttore d‟antenna -secondo direzione,
verso e valore determinati dalle leggi dell‟induzione- una forza elettro motrice (E = V/Le)
che agisce sugli elettroni liberi di conduzione in esso contenuti, facendovi circolare la
corrente I.

Il valore del campo elettrico spostato vale:

q = I cioè: 6,54 x 10-6 amper x 10-7 secondi = 6,54 x 10-13 coulomb

tenuto conto che la carica di 1 coulomb contiene 6,242 x 10 18 elettroni, al valore sopra
calcolato corrisponde il numero di elettroni Ne:

Ne = 6,54 x 10-13 x 6,242 x 1018 = 4,082 x 106 = circa 4 milioni di elettroni.

Ciò non significa che la corrente I sia creata dal transito materiale attraverso la sezione
trasversa del conduttore d‟antenna dei 4 milioni di elettroni succitati; e che cosa farebbero,
infatti, altri elettroni di conduzione nei dintorni dei precedenti per esempio nel caso d‟un
conduttore di ampia sezione? e di questi, quanti e quali farebbero parte della corrente, e
quali sarebbero gli esclusi?
Affinché una corrente alternata si costituisca non è sempre necessario che degli elettroni
attraversino materialmente una data sezione di spazio o di conduttore, come invece accade
nel caso di una corrente continua, anche se di valore molto esiguo: in tal caso, col
trascorrere del tempo, gli elettroni corrispondenti alla corrente, migrano realmente -se pur
assai lentamente- attraverso una sezione o successive ed eventualmente diverse sezioni
del conduttore.
Ma in regime alternativo, specialmente di frequenza elevata, abbiamo già visto che sono
possibili correnti dovute alle variazioni locali del campo elettrico: di tale tipo sono le
correnti nei condensatori oppure quelle costituite dai movimenti delle linee di forza che
tagliano lo spazio intorno alla carica oscillante descritta al capitolo 3; ciò può accadere
anche all‟interno di un conduttore -nel nostro caso il conduttore d‟antenna- perché ogni
elettrone in esso contenuto è sorgente di campo elettrico, che vibra con l‟elettrone per
effetto della f.e.m. alternativa indotta dal campo nel conduttore d‟antenna, così
costituendo a tutti gli effetti una corrente elettrica.

Nel nostro caso la corrente alternata nel conduttore d‟antenna corrisponde al valore che
avrebbe una corrente continua di conduzione costituita dal transito effettivo attraverso
una sezione di conduttore, di circa 4 milioni di elettroni al secondo.
- 170 -

Il campo Eo, Ho che abbiamo considerato nell‟esempio ha dunque prodotto nell‟antenna i


fenomeni descritti, col movimento di un campo interno al conduttore, corrispondente alla
corrente di soli 4 milioni di elettroni al secondo; si tenga conto che la metà di questi
elettroni (oppure la metà della forza elettro motrice che li fa oscillare) è impegnata per
reirradiare la metà dell’energia captata dall’antenna, sicché al carico costituito dal
ricevitore perviene soltanto metà dell’energia qui calcolata. Si possono gestire in
ricezione potenze del campo ancora molto inferiori, corrispondenti a valori di poche
migliaia di elettroni, per un segnale radio ancora percepibile!

La corrente indotta nell‟antenna, compie un lavoro sulla resistenza Rr + Rc : per eseguire


questo lavoro, la corrente utilizza la d.d.p.:

V = 955 x 10-6 volt ed il lavoro J espresso dal prodotto qV risulta :

J (in elettronvolt) = Ne V = 4,082 x 106 x 955 x 10-6 = 3.898 elettronvolt

l‟equivalenza elettronvolt - joule è: 1 elettronvolt = 1,6 x 10-19 joule, e perciò il lavoro è:

J (joule) = 3.898 elettronvolt x 1,6 x 10 -19 = 6.237 x 10-19 joule

valore che, salvo differenze millesimali dovute alle operazioni, corrisponde a 6.246 x 10 -19
joule già calcolati con la 1) del precedente paragrafo, dato che qui ci siamo limitati ad
alcuni passaggi aritmetici di equivalenza.

Nota: applicando una f.e.m. ad un conduttore le cariche libere di conduzione in esso contenute -cioè gli
elettroni di conduzione- si mettono in movimento, come descritto al cap. 5. Se la f.e.m è alternata, le cariche
ne seguono la pulsazione e si muovono alternativamente avanti-indietro secondo il verso della f.e.m. e -se la
sua frequenza è molto elevata- le cariche finiscono per oscillare intorno alla loro posizione media nel reticolo
metallico del conduttore, perché non hanno tempo sufficiente per migrare lungo di esso; sappiamo dai dati
descritti al capitolo 5 che per le normali densità di corrente ammesse nei conduttori, la migrazione delle
cariche è abbastanza lenta, tanto che la migrazione suddetta viene definita “deriva” della nube elettronica
esistente nel conduttore; ciò nonostante la corrente è fenomeno rilevante dato l‟enorme numero delle cariche
libere di conduzione che vi partecipano. Se eleviamo ancora la frequenza e lavoriamo con densità di corrente
minime, le oscillazioni delle cariche di conduzione diventano ben presto inferiori alle dimensioni dell‟atomo
di appartenenza ed anche a quelle dell‟elettrone stesso, il quale finisce per vibrare con elongazioni perfino
inferiori al suo “diametro”.

Queste condizioni si possono spesso verificare nei conduttori delle antenne riceventi, come nel caso descritto
più sopra in questo paragrafo. Per definizione, la corrente elettrica è data dal numero delle cariche elementari
che attraversano una sezione di conduttore o di spazio nell‟unità di tempo: ma nelle condizioni dell‟esempio
applicato ad un conduttore di rame di consueto diametro, nessuna carica elementare attraversa un piano
trasversale che idealmente sezioni il conduttore perché l‟ampiezza dell‟oscillazione è inferiore alle dimensioni
della carica, e tuttavia la corrente elettrica esiste ed è misurabile.
Il campo elettrico di una carica emana dal “granulo” della carica stessa -nel nostro caso l‟elettrone- ed ogni
inviluppo ideale che contenga al suo interno la carica è attraversato da tutto il flusso elettrico che da essa si
diparte (teorema di Gauss, d‟altronde intuitivo). Di conseguenza delle linee di forza uscenti dall‟elettrone
vibrante possono attraversare la sezione ideale del conduttore, anche se essa non è attraversata dal “granulo”
dell‟elettrone stesso.
- 171 -

Poiché le linee di forza dell‟elettrone sono campo elettrico, e la vibrazione del campo elettrico è corrente
elettrica, la definizione di corrente elettrica può sussistere se all‟espressione “numero delle cariche elementari
che attraversano una sezione di conduttore o di spazio nell‟unità di tempo” si sostituisce “quantità di flusso
elettrico che attraversa tale sezione nell‟unità di tempo”. Il campo elettrico che vibra attraverso la sezione
considerata, è interno al conduttore ove -negli spazi interatomici- le linee di forza delle cariche di conduzione
s‟estendono per dimensioni che possono raggiungere molti diametri dell‟elettrone stesso, sicché tali spazi -
visti dall‟elettrone- sono una notevole estensione del suo campo elettrico: la situazione è simile a quella del
campo della carica elettrica isolata oscillante, descritta al capitolo 3. Così la corrente che stiamo esaminando,
pur essendo costituita dalle oscillazioni del campo elettrico interno al conduttore, può essere confrontata con
una corrente di conduzione costituita da effettivi attraversamenti d‟una sezione di conduttore da parte di
elettroni. Nelle condizioni che stiamo esaminando, normalmente s‟ottiene un numero equivalente di elettroni
assai piccolo e di conseguenza -dati i valori della corrente e della frequenza nell‟esempio citato- o si suppone
di far attraversare detta sezione dal numero di elettroni corrispondente alla corrente calcolata, cosa
evidentemente irrealistica in un conduttore di normale sezione, o si dice che la corrente nel conduttore
equivale a quella che il suddetto numero di elettroni costituirebbe attraversando fisicamente una sezione in
regime di corrente continua (ne risultano -per sezioni usuali- minimissime velocità di deriva, oppure -per
velocità realistiche- delle sezioni di conduttore irrealisticamente piccole). S‟ha così un‟idea abbastanza
significativa, ma non reale, della corrente elettronica di conduzione equivalente a quella del campo elettrico
che oscilla nel conduttore la quale, invece, è la realtà fisica che si verifica nella situazione descritta.

Conclusioni: una forza iniziale viene impressa agli elettroni del conduttore dell‟antenna
emittente che genera il campo elettromagnetico e lo irradia; il campo emesso contiene
energia, e questa possiede una massa, che viene accelerata alla velocità c, e “sparata” fuori
dall‟antenna emittente dalla forza che poi conserva sotto forma di quantità di moto, la
quale rimane integra nella sua totalità ma si disperde in ragione della crescente superficie
del fronte del campo. Al posto di ricezione una parte del campo emesso agisce
sull‟antenna ricevente, o meglio sull‟area di cattura ad essa solidale e mentre si crea un
moto relativo tra campo ed antenna sostenuto dall‟energia connessa al campo stesso, si
producono i fenomeni d‟induzione, che -in definitiva- si traducono nella produzione di una
forza -la forza elettro motrice indotta- che fa circolare la corrente nel conduttore
dell‟antenna ricevente.
Con ciò si conclude il ciclo dell‟energia conferita al campo al momento della sua
emissione: una parte dell‟energia emessa finisce in un‟antenna ricevente e suo tramite nel
carico ad essa collegato ove viene dissipata come energia termica; in questo processo il
rendimento dei singoli passaggi è molto elevato ma la resa è invece infima, a motivo
dell‟enorme dispersione dell‟energia nello spazio, della quale soltanto una minimissima
parte raggiunge l‟antenna ricevente. I processi descritti, come si vede, riguardano masse,
forze, velocità, accelerazioni, e rispondono alle leggi della meccanica classica, corrette
dalle considerazioni relativistiche, sicché il comportamento del campo elettromagnetico è
per molti aspetti simile ai processi meccanici della trasmissione dell’energia per onde,
per esempio idrauliche o acustiche.
Le differenze tra i campi delle forze meccaniche e di quelle elettromagnetiche -andando al
fondo dei problemi- sono concettualmente meno rilevanti di quanto si pensa; ne consegue
che le similitudini meccaniche sovente introdotte per motivi didattici, si fondono poco a
poco con i fenomeni elettromagnetici che vengono loro assimilati.
La massa e la conseguente inerzia associate al campo elettromagnetico riconducono al
concetto di massa in meccanica, come abbiamo appena visto: in fondo se l‟antenna
- 172 -

ricevente fosse colpita da un sasso invece che dal campo, in essa si produrrebbe energia
elettromagnetica sotto forma di calore, che è -ancora- vibrazione degli elettroni di
conduzione alle frequenze termiche; ma se la grossolana ipotesi del sasso viene sostituita
da una “sassaiola” di fotoni, emessi e ricevuti secondo la teoria quantistica, la similitudine
meccanica diventa più comprensibile.
Le varie discipline della fisica non sono in realtà troppo “separate” anche se è conveniente
trattarle separatamente.
E‟ dunque opportuno tenere presente la loro superiore “unificazione” ed in questo senso
reinterpretare il ruolo degli esempi meccanici sovente introdotti, che -se bene proposto ed
inteso- non è per nulla riduttivo o fuorviante; importanti particolarità tuttavia esistono e
molte dipendono dalla singolarità della velocità c e dalla natura del vuoto, le cui peculiari
caratteristiche permettono quella specie di “connessione” tra l‟energia che esso trasporta e
gli oggetti materiali che la trasmettono e la ricevono fino alle incredibili distanze
cosmiche.

Giunti alla conclusione del nostro studio, sarebbe utile riepilogare e discutere la Dinamica
dei campi elettromagnetici e specialmente i concetti relativistici di Massa ed Inerzia
dell‟Energia; le modalità di interazione tra le Forze spesso menzionate ed i campi e le
cariche; l‟intimo meccanismo dell‟Induzione, che include un chiarimento sulla natura e
sulla consistenza (o piuttosto inconsistenza) del campo magnetico.
Questa discussione non è molto complessa, ma piuttosto lunga e si basa sulla teoria della
Relatività, assai interessante ma ai nostri fini non indispensabile, perché essa non modifica
i risultati della teoria elettromagnetica classica né le equazioni di Maxwell, né dunque il
nostro lavoro.
Einstein spiega genialmente ciò che la teoria classica aveva direttamente assunto
dall‟esperienza (talora acriticamente ma con indiscutibile successo) reinterpreta il campo
magnetico riducendolo ad effetto relativistico del campo elettrico, unifica massa ed
energia, portando molto avanti la soglia della conoscenza, pur dovendo a sua volta
postulare la carica elettrica ed il suo campo.
Come avevamo avvertito in Prefazione, l‟approfondimento pone limiti oggettivi ed anche
di opportunità, questi ultimi da scegliere a seconda dei fini di ogni studio, ed è tuttavia
doveroso citare quanto può essere ricercato anche oltre tali limiti soggettivamente scelti.
- 173 -

CAPITOLO 17 : CONSIDERAZIONI VARIE E CONCLUSIONI

Alla conclusione del notevole percorso svolto abbiamo pensato di porre alcune varie
considerazioni ed opinioni, da proporre ai Lettori che fossero eventualmente giunti fin qui.

17.1: risalendo alle origini di tutto, ovvero parlando delle forze.

I fenomeni elettromagnetodinamici consistono in definitiva, o almeno traggono origine


dalle interazioni tra le forze che vengono applicate alle cariche elettriche per separarle e
quelle contrarie che tendono a ricombinarle per riportare la materia allo stato
elettricamente neutro. Le forze di separazione vengono prodotte tramite generatori di vario
tipo, al fine di usufruirle poi ed eventualmente altrove, tramite le forze di ricombinazione.
Per il “poi” basta pensare agli accumulatori; per “l‟altrove” basta pensare alle energie
trasmesse a distanza dalle linee elettriche, dai fenomeni dell‟induzione ed anche -come
abbiamo visto- dai campi propagati per onde nel vuoto.

Tutti i problemi di elettrotecnica si riconducono a questi fatti fondamentali, anche quando


i passaggi intermedi sono complessi: sempre c‟è un‟azione iniziale, che mediante forze ed
a spese di energia produce la separazione e l‟eventuale accelerazione di cariche elettriche;
l‟energia così spesa non sparisce: essa può essere variamente gestita ma in qualche luogo
finisce per agire, generalmente “degradando” a livello di maggior entropia come nei
processi termodinamici, perciò con le stesse conclusioni finali, anche se attraverso
differenti passaggi intermedi.
Tutti questi processi originano dalla gestione delle linee di forza uscenti dalla carica
elettrica: come abbiamo visto al capitolo 1 si tratta di forze ingenti, e le applicazioni
quotidiane dell‟energia elettrica industriale e domestica lo dimostrano ampiamente.

In tutti questi processi le cariche elettriche non immettono alcuna energia propria: sono
soltanto il neutrale ma indispensabile “trasduttore” di energie a loro esterne, che esse
ricevono e cedono.

17.2 : le accelerazioni delle cariche elettriche, ovvero le “frustate” allo spazio.

In ultima sintesi, la generazione del campo elettromagnetico e la sua propagazione si


possono riassumere come segue:

1) possiamo concettualmente limitarci al solo campo elettrico ed alla suscettibilità del


“mezzo” -cioè del vuoto- rispetto alle perturbazioni elettriche che vi vengono comunque
immesse.
2) delle “frustate” delle linee di forza elettriche colpiscono il dielettrico costituito dal
vuoto e vi immettono le forze delle quali esse sono portatrici, avendole a loro volta
ricevute dalla carica, mossa da forze che la distolgono dallo stato di quiete.
Il “manico” della frusta è costituito dalla carica elettrica accelerata dalle forze suddette,
che vengono trasmesse agli “staffili” costituiti dalle linee di forza della carica stessa.
- 174 -

3) queste forze immesse nel dielettrico vuoto si propagano secondo leggi analoghe a
quelle delle onde meccaniche nei corpi solidi: sono onde trasversali, la cui velocità
dipende dalle caratteristiche del mezzo, ed è c nel caso del vuoto; il vuoto non è
dissipativo, così l‟energia totale viene conservata e le forze si ritrovano a distanza, se pur
disperse in crescenti spazi.
4) nel caso che in questi spazi venga inserito un corpo materiale le forze suddette che lo
colpiscono tendono a spostarlo imprimendogli una accelerazione ed una conseguente
velocità; con ciò il ciclo si potrebbe considerare concluso, ma non è questa, in generale,
l‟azione attesa.
5) se il corpo suddetto non si sposta, le forze elettriche che lo colpiscono sono in grado di
agire sulle cariche elettriche contenute nel corpo stesso, spostandole, così generando una
corrente elettrica che costituisce -in generale- il segnale che si voleva ricevere.

Con questo si chiude il ciclo, e l‟energia ricevuta viene dissipata termicamente nella zona
ricevente.

17.3 : l‟energia nel campo elettromagnetico, ovvero l‟idea “assurda” della radio.

Il campo elettromagnetico lontano contiene bensì tutta l‟energia emessa, ma dispersa su


superfici immense, sicché il suo valore unitario è infimo.
Una notevole eccezione a livello dei nostri sensi è costituita dalla radiazione solare che a
150 milioni di chilometri di distanza dalla sorgente ci giunge con effetti ancora ben
rilevanti: ma l‟eccezione non fa testo se si pensa alla tremenda energia della sorgente. Per
i rimanenti fenomeni artificiali o naturali, escluso il fulmine, i campi elettromagnetici
nello spazio sono quasi impercettibili per l‟umanità e per le altre forme di vita sul pianeta,
che infatti non li hanno percepiti, né utilizzati fino al 19° secolo.
Il campo elettromagnetico viene correntemente indicato in microvolt per metro: già questa
unità di misura ne suggerisce l‟ordine di grandezza, sempre apparso ai Ricercatori come
insufficiente per qualsiasi applicazione pratica. Potenze dell‟ordine di qualche millesimo
di miliardesimo di watt per metro quadrato erano ragionevolmente ritenute di pura
curiosità scientifica ma assolutamente “assurde” per ogni impiego sul piano delle umane
attività, ed illusi coloro che se ne interessavano a questo riguardo, più o meno come i
sognatori del moto perpetuo o della pietra filosofale.

17.4: il “miracolo” della radio, ovvero le complicità della natura.

Diremo, poco più avanti e con qualche ripetizione, delle idee e degli esperimenti eseguiti
da Marconi tra la fine del 1800 e l‟inizio del 1900.
Accenniamo qui di seguito ad alcuni fattori allora sconosciuti o poco noti, che resero
possibile l‟utilizzo pratico delle minime energie menzionate al paragrafo precedente.
All‟epoca non s‟aveva idea del concetto di amplificazione del segnale ricevuto e rivelato,
salvo assegnare tale attributo al relé ed anche al coherer, intesi come gestori di un‟energia
ausiliaria pilotata da quella del segnale; altri apparati propriamente “amplificatori” non
erano concettualmente noti.
- 175 -

Occorreva rendere percepibile la sola energia captata: alcuni dei Lettori meno giovani
ricorderanno la ricezione “a galena” la quale -pur con cuffie rudimentali, circuiti e
rivelatori di rendimento modesto ed antenne approssimative- ci portava all‟orecchio ancor
udibili trasmissioni di emittenti lontane: ascoltavamo la sola energia del campo, per
giunta notevolmente attenuata dai componenti di quei primitivi ricevitori.

In tale situazione giocarono a favore degli esperimenti marconiani i seguenti fattori:

- l‟area di cattura dell‟antenna ricevente, che per le onde lunghe allora usate era notevole;
- la rifrazione ionosferica e probabili effetti di guida d‟onda nel corridoio cielo-mare;
- nel caso della ricezione acustica, l‟incredibile sensibilità dell‟udito umano.

17.5 : il rifiuto dell‟incredibile, ovvero gli orgogli duri a morire.

C‟è un nesso, strano ma effettivo, tra storia, scienza e tecnologia, che si colloca intorno
alla nascita della radio e non ha ancora trovato una serena sistemazione.
S‟è discusso a lungo -al principio del secolo ora passato- circa un conflitto, talora latente,
talora esplicito, tra la trattazione scientifica delle teorie del campo elettromagnetico e
l‟imprevista ed improvvisa bufera marconiana, che -saltando molte esitazioni ed
affidandosi all‟esperimento- stabiliva utili radiocomunicazioni in un solo decennio di
crescenti successi.

Le Istituzioni non accettarono mai questo “sorpasso” e lo negarono (B90) fin che
poterono, lo banalizzarono poi, quando non poterono più negarlo, e successivamente ne
ignorarono e ne ignorano ancor oggi gli Autori con ostinati ed ostentati silenzi nei testi
scientifici e con interpretazioni riduttive in quelli di Storia della Scienza e della Tecnica.
Non entriamo in questa disputa, che rievochiamo soltanto in relazione al nostro tema.
In sostanza i Ricercatori di fine „800 considerarono con notevole ritardo il lavoro di
Maxwell: alla scienza e alla tecnologia di allora bastavano le già innovative ed assai
pratiche leggi di Faraday.
Essi non presero mai in considerazione le onde elettromagnetiche come veicolo di energia
e tanto meno l‟idea d‟un impiego pratico di questa ipotesi; anzi gli sviluppi stessi della
teoria di Maxwell potevano semmai escludere questa possibilità dati i calcolabili livelli
irrisori dell‟energia eventualmente trasmessa per onde a distanze anche non eccessive.
La stretta analogia del campo elettromagnetico con la radiazione luminosa, enunciata da
Maxwell e provata da Hertz, era bensì una brillante unificazione teorica, ma veniva presa
alla lettera, e ciò escludeva l‟utile propagazione del campo a distanze ultra-ottiche, per gli
ostacoli dell‟atmosfera, della curvatura terrestre, degli oggetti materiali inevitabilmente
interposti.

Gli esperimenti di Hertz, Righi ed Altri erano eseguiti con onde molto corte, anzi Righi
cercava soluzioni per le massime frequenze possibili, cioè si tendeva ad avvicinare la
radiazione luminosa per studiarne le affinità col campo elettromagnetico: in tali condizioni
il campo lontano captabile diventava ulteriormente esiguo.
- 176 -

Infine i rivelatori erano d‟infima sensibilità: sia quelli a scintilla di Hertz, sia i coherer di
Calzecchi-Onesti, di Branly, di Popov.
Del resto gli Sperimentatori lavoravano per altri fini: Hertz stava dimostrando
sperimentalmente la validità della teoria di Maxwell; altri esperimenti si limitavano a
registrare le scariche elettriche dei temporali, di formidabile e non imitabile potenza.
Le potenze irradiabili con pur notevoli rocchetti di Ruhmkorff potevano al più raggiungere
l‟ordine di grandezza del kilowatt, ma quanta energia rimane anche a soli 100 chilometri
di distanza?
Entità scoraggianti per qualsiasi uso pratico. Non s‟aveva allora idea della potenza
captabile da un‟antenna, anzi non s‟aveva neppure idea dell‟antenna stessa.
L‟antenna, come elemento di captazione, poteva in effetti essere un organo compatibile e
anche calcolabile secondo le teorie di Maxwell e di Faraday. Forse si poteva trattarla più
agevolmente in ricezione, ed in effetti i dispositivi rivelatori di Hertz erano piccole
antenne polarizzabili. Calzecchi-Onesti collegava un filo metallico esterno ed esteso -in
sostanza un‟antenna ricevente- al suo coherer rivelatore di fulmini, ed Hertz aveva usato
una parabola come riflettore dietro ai semidipoli dello spinterometro, che era -in sostanza-
un‟antenna trasmittente. Eppure questa via non venne immaginata, tanto lontana era l‟idea
applicativa, che anche questi spunti rimasero sterili senza superare le soglie della
sperimentazione di laboratorio. E non si può neppure affermare che la primitiva lamiera di
Marconi sia stata da Lui vista come elemento irradiante o invece -più probabilmente-
come carico capacitivo dello spinterometro per aumentarne la lunghezza d‟onda.
Tuttavia l‟intuizione di Marconi fu repentina, e l‟antenna -tuttora chiamata in tutto il
mondo con l‟originario vocabolo italiano- divenne in sostanza la Sua invenzione,
assumendo in breve dimensioni importanti e funzioni essenziali al radiocollegamento.
Le potenze irradiate rimanevano però al di sotto della soglia di rivelazione dei coherer
allora noti e di qualsiasi immaginabile sistema ricevente utilmente lontano dal
trasmettitore.
Queste scoraggianti considerazioni e simili altre, escludevano l‟utilità di ogni ragionevole
indagine sull‟impiego del campo elettromagnetico come vettore di energia per la
trasmissione di informazioni.
Perché -allora- Guglielmo Marconi provò lo stesso, e con successo?
Fu detto -anche- per ignoranza, ma questa interpretazione sembra semplicistica, perché i
dati dell‟attenuazione, almeno quella geometrica, erano già allora ben noti; forse non
esiste una risposta precisa, ma il metodo di verificare un‟ipotesi per via sperimentale, dai
tempi di Galileo, o anche di Colombo, rimaneva e rimane accettabile se i presupposti
dell‟esperimento non sono irragionevoli, per esempio del tipo “moto perpetuo”.

Marconi cominciò con l‟applicare i seguenti provvedimenti:

1) perfezionò il coherer portandolo all‟incredibile sensibilità limite di quasi 10 -5 watt.


2) impiegò in trasmissione potenze crescenti specie per i collegamenti transatlantici.
3) usò lunghezze d‟onda notevolmente maggiori rispetto ai precedenti esperimenti in uso.
4) sviluppò enormemente la funzione dell‟antenna.
5) usufruì per i collegamenti più estesi -e ciò senza saperlo- della ionosfera.
- 177 -

Infine sperimentò con passione caparbia e intelligente, che spesso premia la costanza e
l‟audacia del Ricercatore, anche se talora col concorso del caso, che però incontra soltanto
chi lo cerca.

Al momento dell‟azzardato tentativo di comunicazione transatlantica, l‟impostazione era


ancora quella di ricevere direttamente l‟energia del campo lontano; i progressi
riguardavano degli affinamenti accessori, e soprattutto lo sviluppo dell‟antenna, che s‟era
ormai affermata anche concettualmente come l‟elemento irradiante e ricevente cui
bisognava prestare la massima attenzione.
Marconi aveva quasi sempre usato apparecchi riceventi che scrivevano sulla striscia di
carta, come il telegrafo tradizionale: la forza dell‟esistente accordava al telegrafo di
Marconi d‟esser senza fili cioè “wireless” ma pur sempre tele-grafo, perciò scrivente.
Ma il sospetto che il coherer non avesse sensibilità sufficiente per ricevere a Terranova i
segnali di Poldhu, aveva suggerito a Marconi di portare in America un rivelatore a goccia
di mercurio sviluppato da Solari, da collegare ad un ricevitore acustico, e questa soluzione
si dimostrò al limite della sufficienza per salvare l‟esperimento, ove il coherer avrebbe
fallito.

La sensibilità dell‟orecchio umano ha dell‟incredibile: in condizioni ottimali e perfette,


alla frequenza di miglior rendimento, la percezione del suono può avvenire a valori
d‟intensità dell‟energia dell‟onda corrispondenti a 10 -18 watt per centimetro quadrato!
(Perucca, Wien, Waetzman, Keibs).
Una potenza d‟entrata nell‟auricolare telefonico, dell‟ordine del microwatt, può essere
dunque percepita; il problema è semmai il rapporto segnale/disturbo, e questo dipende
dalle situazioni locali in ricezione: il segnale -specialmente se è di tipo analogico- deve
emergere dal rumore di fondo, altrimenti non arriva a farsi intendere.
Marconi affermò che i segnali di Poldhu erano percepibili a Terranova sulla soglia del
rumore: era dunque una situazione limite, anche tenuto conto che il segnale telegrafico di
allora non era una nota acustica armonica ma piuttosto un rumore simile a quello delle
scariche atmosferiche, derivando esso stesso da una scarica elettrica. Comunque il bilancio
del collegamento Poldhu -Terranova torna anche ad un calcolo a posteriori, che è stato
ripetuto in vari modi e per infinite volte e che qui riproponiamo in una nostra semplificata
interpretazione.
Tenuto conto di quanto abbiamo detto sopra, cioè d‟un collegamento ascoltato al limite
della comprensibilità da persone esperte e fortemente motivate, si può ipotizzare che il
livello di potenza entrante nell‟auricolare fosse dell‟ordine di 3 microwatt.
Con un rendimento del rivelatore dell‟ordine del 30% la potenza Wi fornita dall‟antenna
all‟ingresso del ricevitore, doveva essere di circa 10 microwatt.
La lunghezza d‟onda  impiegata era intorno a 1.800 metri; l‟antenna di Terranova non
era eccellente, quella di Poldhu era notevole e l‟intero collegamento avveniva su mare: è
ragionevole imputare alla coppia delle antenne un guadagno complessivo, compreso
l‟effetto suolo ed eventualmente quello di guida dell‟onda tra la superficie del mare ed il
primo strato ionosferico di almeno G = 4, evidentemente senza alcuna pretesa di obiettive
certezze.
- 178 -

Ciò premesso ed ammesso, l‟area di cattura Ac poteva essere del seguente ordine di
grandezza:

Ac = G 2 / 4  = 4 x 1.8002 / 12,56 e arrotondando: Ac = 106 metri quadrati;

per portare all‟ingresso del ricevitore la suddetta potenza Wi, ogni metro quadrato del
campo doveva portare la potenza unitaria :

Wo = Wi / Ac = 10-5 / 106 circa Wo = 10-11 watt / metro quadrato.

La superficie S del fronte d‟onda a Terranova alla distanza d di circa 3.300 chilometri,
sulla quale doveva trovarsi dispersa e debitamente attenuata l‟energia emessa da Poldhu,
accettando l‟ipotesi geometrica semplificativa e probabilmente punitiva dell‟aumento
sferico con la distanza d, era:

S = 4  d2 = 12,56 x 3.400.0002 circa S = 14.520 x 1010 metri quadrati;

di conseguenza la potenza totale Wt sull‟intero fronte d‟onda a Terranova, per consentire


il valore unitario Wo necessario a portare -tramite l‟area di cattura dell‟antenna- la potenza
Wi all‟ingresso del ricevitore, doveva essere:

Wt = Wo S e arrotondando Wt = 10-11 x 14.520 x 1010 circa Wt = 1.452 watt;

la potenza emessa a Poldhu non è certa, le fonti sono discordi non tanto sulla potenza
impegnata, dell‟ordine di 25 kw, ma sulla stima della potenza irradiata.
Dovendo cercar d‟indovinare poniamo questo valore: We = 15 kw.

La potenza unitaria Wu sul fronte d‟onda a Terranova, assorbimenti esclusi, risulta:

Wu = We / S = 15.000 / 14.520 x 10 10 = circa, arrotondando, Wu = 10-10 W/m2

Confrontando il valore Wu con quello di Wo risulta: Wu / Wo = 10-10 / 10-11 = 10.

Si ha cioè un margine favorevole di circa 10 decibel, che si possono attribuire con una
certa tranquillità agli assorbimenti o ad altri fattori di perdita, dato che 10 decibel non
sono pochi.
Occorre dire però che questa impostazione contiene molte supposizioni e altrettante
arbitrarietà, e vale al massimo come procedura per cercare d‟inquadrare alcuni ordini di
grandezza.
D‟altra parte il collegamento è avvenuto, forse secondo questo calcolo o qualche altro, che
tuttavia non possono scostarsi troppo da certi elementi: la potenza emessa, la distanza, la
potenza udibile, la geometria delle antenne impiegate, l‟ordine di grandezza della
lunghezza d‟onda, le caratteristiche geografiche del percorso, insomma gli elementi
oggettivi dell‟impianto complessivo.
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S‟è pure accennato (M. Miceli ed Altri) alle caratteristiche fortemente impulsive
dell‟emissione a scintilla, che presenta un fronte elettromagnetico molto ripido, ove la
potenza istantanea può assumere valori transitori assai elevati: in tale ipotesi sarebbe stata
disponibile una potenza istantanea più rilevante, ed una correzione ulteriormente
favorevole andrebbe apportata ai calcoli esposti.

Il rapporto complessivo tra la potenza emessa e quella all‟auricolare, con i valori da noi
proposti, è di 15.000 watt / 3 x 10 -6 watt = 5 x 109 = circa 97 decibel; questo valore è
anche oggi credibile e corrisponde abbastanza bene agli attuali calcoli sulla propagazione
lungo quel percorso.
Se attualmente si possono gestire collegamenti con attenuazioni anche assai maggiori, o
comunque con potenze alla ricezione molto inferiori, è perché i ricevitori intervengono
con amplificazioni elevatissime.

I calcoli qui sopra proposti e le relative considerazioni erano alla portata delle conoscenze
di allora, per cui riteniamo che l‟esperimento non sia stato affrontato con leggerezza, ma
piuttosto come un rischio calcolato.
Si possono eseguire ancora altre verifiche, svolgere altre considerazioni, ma per quanto ci
riguarda questo collegamento dimostra che Marconi puntò decisamente sul fattore
antenna, anche se le vicende atmosferiche lo costrinsero a soluzioni più modeste di quelle
che aveva progettato.

L’antenna assumeva definitivamente il ruolo di protagonista del collegamento radio,


ruolo che tuttora mantiene, come ben sanno coloro che ne conoscono l’intimo
funzionamento ed anche coloro che non lo conoscono, ma correttamente l’intuiscono.

E‟ precisamente per questa ragione che abbiamo inserito queste note alla conclusione del
nostro lavoro sui principi di funzionamento dell‟antenna.

La necessità di immettere l‟energia nello spazio per produrre in esso le perturbazioni e le


onde previste dalla teoria elettromagnetica di Maxwell era stata confermata dagli
esperimenti di Hertz, ma il passaggio da questa intuizione generica all‟antenna con le
precise e preponderanti funzioni che le assegnò Marconi, non aveva precedenti
organizzati.

Come talvolta accade, l‟esperimento e la pratica anticiparono la teoria: si faceva senza


sapere, ma non senza ragionare; erano primitive sia le intuizioni che gli apparati, ma la
radio nasceva tramite l’antenna.
Già dai primissimi esperimenti Marconi dedusse una proporzionalità empirica che metteva
in relazione l‟altezza dell‟antenna dal suolo con la massima distanza utile tra trasmettitore
e ricevitore.

I passi successivi confermarono quelle intuizioni e poi l‟analisi teorica diede ben presto
all‟antenna le necessarie basi per evolversi nelle molteplici forme che oggi conosciamo.
- 180 -

17.6 : sulla complicazione delle cose semplici, ovvero “io lo so ma non te lo spiego”.

Il campo elettromagnetico è giustamente ritenuto un‟entità complessa; molti dei trattati


che lo descrivono s‟ingegnano per renderlo incomprensibile e le equazioni di Maxwell
vengono scritte con simbolismi da capogiro.
Non vorremmo essere fraintesi, e siamo consapevoli delle necessità dei formalismi
matematici: la trattazione analitica rigorosa ha indiscutibili esigenze, compresa una
inevitabile complessità, però riteniamo che qualche sforzo descrittivo potrebbe essere
proposto, magari seguendo l‟autorevole suggerimento di Albert Einstein, che scriveva :

......” nessuno pensa con le formule e le idee fondamentali della fisica si possono
esprimere in forma chiara, semplice e intuitivamente logica, in modo che possano
incidere sul modo di pensare e sul senso comune della gente.”

Ed in apertura d‟una sua pubblicazione, aggiungeva:

......” il libro è scritto per coloro che non hanno conoscenza del formalismo matematico.
Per raggiungere la massima chiarezza mi è parso inevitabile qualche volta ripetermi;
senza avere la minima cura per l’eleganza dell’esposizione, ho scrupolosamente seguito il
precetto del geniale fisico L. Boltzmann, secondo il quale i problemi dell’eleganza vanno
lasciati al sarto e al calzolaio.”

Descartes aveva avvertito già molto prima :

.....” se ciò che devi spiegare è difficile, tu devi essere molto chiaro per farti capire.“

L‟innovazione di Maxwell è concettualmente semplice: Egli intuì che in regime di


variabilità le correnti di spostamento nei dielettrici ed anche nel vuoto -al pari delle
correnti di conduzione- sono capaci di indurre campo magnetico. Poiché la corrente di
spostamento è l‟azione del campo elettrico, Maxwell affermò che il campo elettrico è
induttore di campo magnetico -come Faraday aveva affermato che il campo magnetico è
induttore di campo elettrico- e scrisse in perfetta forma vettoriale le sue celebri equazioni
per l‟induzione che esprimono interazioni dirette tra campi, le quali avvengono anche nel
vuoto e perciò in assenza locale di cariche e di materia.

Infine Maxwell intuì che se le variazioni dei campi diventano sempre più rapide, le loro
componenti accelerate diventano rilevanti, e nello spazio si devono formare delle onde
elettromagnetiche, come in meccanica accade per le onde sonore.
Maxwell elaborò in tal senso le sue equazioni per l‟induzione osservando che esse
diventavano formalmente identiche alle equazioni delle onde meccaniche: ne dedusse le
caratteristiche delle onde elettromagnetiche la cui velocità nello spazio vuoto risultò
dipendente soltanto dalle sue costanti elettromagnetiche o, o, ed eguale alla velocità
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della luce nel vuoto -a quel tempo già nota per via sperimentale- dimostrando così che la
luce è radiazione elettromagnetica.
Maxwell possedeva conoscenze matematiche che gli davano esatta ragione della
consistenza fisica di questi risultati, dei quali era talmente certo da non occuparsi di
riscontri sperimentali, che infatti furono eseguiti postumi da Hertz confermando le
previsioni della teoria, e che più tardi risultarono anche compatibili con la Relatività,
frattanto sopraggiunta a cambiare molte cose, ma non le equazioni di Maxwell.
Venivano così aperte al campo elettromagnetico le vie dello spazio, che tuttavia dovevano
attendere gli esperimenti di Marconi per diventare le vie delle comunicazioni.

17.7 : i limiti delle teorie, ovvero la difficoltà di “scoprire le carte di Dio”.

Quest‟ultimo paragrafo porta il titolo di un recente testo sulla fisica quantistica, che si
occupa della radiazione da altri punti di vista, necessari a interpretarne gli aspetti
corpuscolari.
La teoria di Maxwell infatti -pur superando il collaudo della Relatività- non è universale o
definitiva: come spesso accade in fisica, essa costituisce un ulteriore passo che avvicina
ma ancora non raggiunge le ben custodite “carte di Dio”.

Ovviamente ci siamo ovunque attenuti alla teoria di Maxwell esprimendoci nella maniera
più semplice possibile, usando un‟aritmetica elementare e tenendo di vista soprattutto
l‟essenza quasi fisiologica di ogni fenomeno illustrato.
Abbiamo cercato di ricondurre questi fenomeni a pochi fondamentali presupposti dai quali
conseguono molti risultati della teoria elettromagnetica:

Le leggi classiche e relativistiche sulla dinamica delle masse;


La correlazione relativistica tra massa ed energia;
Le leggi di Maxwell per la formazione e propagazione del campo elettromagnetico;
Le costanti universali c, o, o, e l’esistenza oggettiva della carica elettrica.

Quanto abbiamo fin qui descritto -a guardar bene- poggia su queste importanti ma non
numerose colonne: la natura -a suo modo- è semplice, il difficile è riuscire a leggere la sua
semplicità.

FINE