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OMAGGIO
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F in it o d i s t a m p a r e
NEL MESE DI MARZO
d e l l ' a n n o 1973
DALLA LlTOSTAMPA NOMENTANA
R o m a - V ia V a l c a m o n ic a , 8

vD3ionai9 ")
Norberto Bobbio
DEMOCRAZIA SOCIALISTA?

1. In una recente Inchiesta sulla ricerca marxista in Italia,


promossa da « Rinascita », Umberto Cerroni ha sottolineato con
forza il « generale e persistente sottosviluppo degli studi mar­
xisti negli altri campi delle scienze sociali e soprattutto nel
campo delle scienze politiche e giuridiche », tanto da giungere
all’affermazione perentoria che « una scienza politica marxista
è sostanzialmente mancata » (1). Non posso dagli torto. Nel pa­
norama della scienza politica contemporanea, che si è enorme­
mente esteso in questi ultimi vent’ani, le opere di marxisti delle
varie correnti, o ispirate al marxismo, si contano sulla punta
delle dita. Ciò che è mancato e manca tuttora soprattutto, se
intendo bene il pensiero del Cerroni, che indica come punti di
riferimento, oltre Marx, Lenin e Gramsci, è una teoria dello
stato socialista o di democrazia socialista come alternativa alla
teoria, o meglio alle teorie, dello stato borghese, della demo­
crazia borghese. Fondamentale è il riconoscimento, da cui non
vedo come si possa dissentire, ma che comunque è importante
per l’insolita franchezza con cui viene espresso, che in tutti i
paesi socialisti, « nei decenni passati, si è avuto un cospicuo
sviluppo economico e sociale, nonché un grande progresso tec­
nico-scientifico, rispetto a cui le istituzioni politiche risultano
da troppo tempo storicamente invecchiate » (2). Certamente
Cerroni non sarà d’accordo con me, ma a mio parere un esempio
piuttosto grave della mancanza di una teoria alternativa è il
ruolo assunto dalla Comune nella teoria politica marxista, che è
incredibilmente sproporzianato all’importanza storica dell’episo­
dio. Penso che nessuno oggi creda seriamente che i problemi
(1) U. C e r r o n i , Marxismo e scienze sociali, in «R inascita», XXVIII,
1971, n. 28, p. 21 e 22.
(2) Op. cit., p. 21.

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dell'organizzazione politica di un grande stato (e gli stati o
blocchi di stati diventano sempre più grandi) possano essere
risolti con le indicazioni che Marx aveva tratto dall'osservazio­
ne di alcune forme di organizzazione provvisoria con cui era
stata condotta la lotta della Comune contro lo stato francese,
e che erano state adottate dagli insorti in istato di necessità.
Ma poiché Marx additò nella Comune una nuova forma di stato,
e Lenin riprese l'idea martellandola ad ogni occasione, non so­
lo in Stàio e rivoluzione, ma in tutti gli scritti del periodo rivo­
luzionario, è quasi d’obbligo per un marxista che si occupi di
teoria politica risalire alla Comune e trarne fonte d'ispirazione
e di conoscenza. Quando Lenin afferma che il potere della dit­
tatura rivoluzionaria è dello stesso tipo di quello della Comune
di Parigi del 1871 e ne elenca le seguenti caratteristiche: « 1.
la fonte del potere non è la legge preventivamente discussa e
votata dal parlamento, ma l'iniziativa diretta, locale, dal basso
delle masse popolari...; 2. la sostituzione della polizia e dell'eser­
cito... con l'armamento diretto di tutto il popolo...; 3. i fun­
zionari, la burocrazia o sono anch’essi sostituiti dal potere diret­
to dello stesso popolo o, per lo meno, sono posti sotto controllo
speciale, e non soltanto sono scelti unicamente per via di ele­
zioni, ma sono revocabili alla prima richiesta del popolo e messi
nella condizione di semplici delegati» (3), è difficile non sot­
trarsi al sospetto che simili indicazioni non siano di grande uti­
lità per tracciare le linee di una teoria alternativa dello stato
socialista e tanto meno per capire la realtà degli stati socialisti
di oggi. Lucio Colletti, discorrendo di potere e democrazia nella
società socialista, ha scritto: « Il rapporto tra questa idea del
socialismo (quella che emerge da Stato e rivoluzione) e il socia­
lismo che è, è non troppo dissimile da quello che intercorre
tra il « Discorso della montagna » e la Santa Città del Vatica­
no » (4).
Occorre aggiungere che non sono molto abbondanti neppu­
re gii studi di scienza politica (quando s'intenda per « scienza
politica » un modo di accostarsi all'analisi del fenomeno politico
diverso da quello istituzionale e giuridico-formale) sui singoli
stati socialisti esistenti, o meglio su questo o quell'aspetto degli
~ Q ) L e n in , li dualismo del potere , in La Rivoluzione d'ottobre, R o m a ,
Edizioni Rinascita, 1956, p. 35.
(4) L. C o l l e t t i , Potere e democrazia nella società socialista, in « Pro­
blemi del socialismo », IX, 1967, n. 21, p. 903.

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stati socialisti esistenti. Se si pensa alla quantità di osservazioni,
d’idee, di tesi, di teorizzazioni, sulla formazione dello stato mo­
derno, e più specificamente sulle sue istituzioni, accumulate da
scrittori politici e da studiosi non marxisti, bisogna pur ricono­
scere che il materiale desumibile da scrittori marxisti sugli stessi
argomenti, è al paragone piuttosto povero. Chi voglia approfon­
dire alcuni concetti fondamentali senza i quali non si può affron­
tare alcun problema di scienza politica, primo fra tutti il con­
cetto di « potere », per non parlare di « partecipazione », « rap­
presentanza », « classe politica », « sistema politico », « svilup­
po politico », e via discorrendo, troverà ben scarso aiuto negli
scritti di politica che si richiamano al marxismo (o al marxismo-
leninismo). Di fronte al vero profluvio di scritti sulla teoria
dello stato in Marx, o in Lenin, cui si accinge ogni giovane che
voglia studiare i problemi dello stato socialista o i problemi
dello stato in generale dal punto di vista socialista, gli studi o
le ricerche su fenomeni come i sistemi elettorali e la burocrazia,
fatti da marxisti o sedicenti tali, sono ben poca cosa. Troppi
sono ancora coloro che preferiscono o trovano più comodo leg­
gere e rileggere e chiosare Aristotele che non guardare nel can­
nocchiale. Sappiamo tutto o quasi sui sistemi elettorali o sul
modo di funzionare dei parlamenti degli stati capitalistici. Nul­
la o quasi nulla sui sistemi elettorali o sul funzionamento dei
massimi organi decisionali degli stati socialisti. In tutti i paesi
in cui si sono sviluppati studi di scienza politica si stanno svol­
gendo o già si sono svolte ricerche sulle élites politiche a livello
nazionale e a livello locale. Mi domando se ricerche di questo
genere siano state fatte, non con intenti soltanto polemici, negli
stati socialisti. In un libro come Elite e società di T.B. Botto­
more, si discorre di élites degli stati borghesi e degli stati in
via di sviluppo. L’unico accenno ai paesi socialisti è fatto attra­
verso il libro ben noto, troppo noto, di Milovan Djilas, come se
in quegli stati il problema non esistesse e non interessasse nes­
suno. I teorici del marxismo sono stati molto abili nel criticare
la teoria delle élites e la sua applicazione agli stati capitalistici
(dalle critiche di Lukàcs e Gramsci all’opera di Michels sino alla
critica di Sweezy all’opera di Wright Mills), ma non altrettanto
solleciti nel promuovere studi sul fenomeno (o sulla mancanza
del fenomeno) negli stati socialisti. Sappiamo, per esempio, che
negli stati capitalistici non ci sarebbe un’élite al potere ma una
«3
classe dominante; non sappiamo invece se negli stati socialisti
ci sia una classe dominante o un'élite al potere, o quale altra
cosa mai. A paragone della quantità e della validità degli studi
critici sullo stato capitalistico* o sulla democrazia borghese, fatti
da marxisti o attraverso Marx, gli scritti sullo stato in una
società non più capitalistica, o su una possibile democrazia di­
versa da quella borghese, non hanno fatto molti passi innanzi
dopo la ventata della democrazia consiliare intorno agli anni
venti. Su questo tema specifico, che è il tema centrale di una
teoria alternativa, non saprei indicare libri e studi altrettanto
importanti come le due recenti opere di analisi e di critica dello
stato capitalistico, che sono Pouvoir politique et classes sociales
(1968), di N. Poulantzas (trad. it., 1971) e The State in Capi­
talistic Society (1969), di R. Miliband (trad. it., 1970). E'
peraltro significativo che da entrambe le opere non si riesca a
trarre alcuna indicazione precisa sul come e sul quando di
uno stato diverso da quello così vivacemente e analiticamente
criticato. Questi i mali. Ma quali i rimedi? Si possono invece
trarre, questo sì, molti elementi per muovere analoghe critiche
agli stati socialisti esistenti. E' sempre più facile vedere il fu­
scello nell’occhio altrui che il trave nel proprio. In un vivace
pamphlet che mi è giunto proprio mentre sto scrivendo queste
pagine, The Necessity of Social Control, di I. Mészàros, dedi­
cato alla critica della società capitalistica, si afferma che ci si
trova ormai di fronte alla necessità di una nuova forma di
controllo sociale ma non si dice quale essa possa essere, anzi si
ripete la solita richiesta di rinvio: « Le istituzioni socialistiche
del controllo sociale non possono essere definite nei particolari
precedentemente alla loro pratica articolazione » (p. 61). (La
borghesia non ha aspettato la rivoluzione per discutere le gran­
di linee del nuovo stato, dalla separazione dei poteri al rap­
porto tra esecutivo e legislativo, dalle libertà civili a quelle
politiche, ecc.).
2. Tra le ragioni che si possono addurre per cercare di spie­
gare questa deficienza, vi è certamente quella su cui, pur aven­
do avuto occasione di richiamare l'attenzione altre volte e in
altri tempi, credo di dover ritornare, perché mi pare ampiamen­
te confermata dalla natura dei dibattiti di questi ultimi anni,
dopo la riapparizione di una sinistra extra-parlamentare. Ri­
spetto al tema centrale di ogni riflessione sulla politica, al tema
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del potere, non par dubbio che il movimento operaio sia pri­
mamente interessato ai problemi inerenti ai modi con cui il
potere si conquista, non ai modi con cui il potere sarà eserci­
tato dopo la conquista. Sotto il nome di teoria dello stato s’in­
tende di solito lo studio delle istituzioni in cui e attraverso cui
il potere politico viene esercitato. L’istituzione cui viene dele­
gata la funzione di provvedere e organizzare tutti i mezzi per
conseguire lo scopo primario della presa del potere politico è,
negli stati moderni, il partito. Non c’è da meravigliarsi se
aU’internq o all’intorno del movimento operaio il dibattito. poli­
tico si concentri (e si sia concentrato anche in passato) sul tema
del partito piuttosto che sul tema dello stato. I due temi do­
minanti nel dibattito politico attuale tra marxisti sono quello
del rapporto tra spontaneità e organizzazione, e quella del rap­
porto tra partito e classe: sono temi cioè che non riguardano
affatto la struttura delle istituzioni statali, ovvero il momento
del potere costituito, ma riguardano il momento del passaggio
allo stato; sono problemi di tattica e di strategia, per usare le
metafore più abusate, per combattere e vincere nel migliore dei
modi la guerra per il possesso del potere statale, non per orga­
nizzare, dopo la conquista, per continuare nella stessa metafora,
il nuovo assetto a vittoria conseguita, cioè per ordinare e asse­
stare lo stato di pace.
Sotto questo aspetto non vedrei alcuna differenza rilevante
tra socialismo riformista e socialismo rivoluzionario. Il maggior
contributo che l’uno e l’altro hanno dato alla teoria politica è
una teoria del partito: del partito-organizzazione (di massa) il
primo, da cui sono nate l’analisi e la teoria del Michel s, che non
hanno perduto nulla della loro attualità; e del partito-avanguar­
dia, il secondo. A giudicare da quel che si scrive intorno a Lenin,
oggi, è molto più attuale il Lenin del Che fare? che non quello
di Stato e rivoluzione; ed è giusto che sia così, se non altro
perché il primo è quello cui gli avvenimenti hanno dato ragione,
il secondo è quello cui la storia ha dato torto, se si pon mente
alla distanza abissale tra il tipo di stato che aveva in mente
Lenin e quello realmente affermatosi nell'Unione Sovietica e
negli stati che ne hanno accettato o subito la guida. Chi si mette
da un punto di vista riformistico vede nel sistema politico pre­
sente, nella democrazia parlamentare, soltanto un mezzo, il mez­
zo più idoneo, per modificare la società in senso socialista: si
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capisce che per lui il problema fondamentale non è tanto quello
del mezzo, cioè delle istituzioni statali esistenti, che non intende
discutere), quanto quello del fine, cioè attraverso quali provve­
dimenti presi nell’ambito delle istituzioni presenti (che vanno
bene così come sono, anzi sono quanto di meglio lo stesso mo­
vimento operaio possa desiderare) si possano introdurre modi­
ficazioni nella società civile che permettano il passaggio da una
società capitalistica a una società socialista. Non diversamente,
se pure per opposte ragioni, chi assume un atteggiamento rivolu­
zionario, cioè chi non crede alla possibilità di trasformare in
profondità la società civile servendosi delle istituzioni della de­
mocrazia parlamentare, è costretto a concentrare la propria rifles­
sione non tanto sul fine ultimo quanto sul mezzo alternativo
(alternativo rispetto a quelli offerti dal sistema politico stabi­
lito) per raggiungere il primo e necessario obbiettivo, che è
quello della presa del potere statale, e a rimandare a dopo la
vittoria (che non è la pura e semplice vittoria elettorale in cui
ha fiducia e di cui si accontenta il riformista) i problemi della
organizzazione statale.
Tra l’altro, questa distinzione tra momento della conqui­
sta e momento delPesercizio del potere può essere utile per scio­
gliere uno dei nodi più complessi del pensiero gramsciano che
sembra oscillare tra teoria dei consigli e teoria del partito e ha
dato origine alle più diverse interpretazioni: i consigli sono la
prefigurazione, quasi l’anticipazione, del nuovo stato operaio e
nascono e vengono alla ribalta in primo piano nel momento in
cui sembra più vicina l’ora della rottura rivoluzionaria e questa
sembra più facile di quel che sia in realtà; via via che il pro­
blema della distruzione dello stato borghese appare più com­
plesso e la nuova generazione matura attraverso l’esperienza di
un aspra lotta politica, nel momento in cui lo stato borghese
non solo non è stato distrutto ma si è rafforzato attraverso una
mobilitazione di massa di ceti interessati a difenderlo, il tema
del partito diventa sempre più importante e quello dei consigli
sempre meno. I consigli rappresentano il momento dell’entusia­
smo, in cui sembra che lo stato di tipo nuovo sia ormai prossimo;
il nuovo partito, quello della riflessione critica. Anche per Gram­
sci, del resto, si può dire quel che è stato detto per Lenin, che
il maggior contributo da lui dato alla teoria politica riguarda
non lo stato ma il partito. Il che dà ragione ancora una volta
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della perdurante insufficienza della teoria dello stato socialista
rispetto alla teoria dello stato borghese; da circa tre secoli, da
quando la borghesia inglese si è insediata stabilmente al potere,
questa ha avuto tutto il tempo di discutere quali siano i modi
migliori, sempre più perfezionati e adeguati al mutamento della
società civile, pei esercitarlo.
L’altra ragione della insufficienza della scienza politica
marxista è da ricercarsi, a mio parere, nell’idea ricorrente e
insistente, lungo tutto lo sviluppo del marxismo teorico, del
deperimento dello stato sino alla sua totale estinzione. Se lo
stato è destinato a deperire e a estinguersi, lo stato nuovo che
sorge dalle ceneri dello stato borghese distrutto, la dittatura del
proletariato, è soltanto uno stato di transizione. Se il nuovo
stato è uno stato transitorio, e quindi è un fenomeno effimero,
il problema del suo miglior funzionamento diventa molto meno
importante. Sia pure una dittatura, non nei senso in cui tutti
gli stati sono dittature in quanto strumento di potere di una
classe dominante, ma nel senso in cui dittatura è sinonimo di
dispotismo, tanto dura poco, è destinato a morire. Per uno stru­
mento di cui si attende che da un momento all’altro vada a
finire nel museo delle antichità accanto alla rocca per filare e
all’ascia di bronzo, non si capisce perché ci si dovrebbe dare
tanta pena per migliorarlo, e tanto meno per capirne la natura,
il funzionamento, gli effetti. Non è un paradosso; il pensiero
politico marxista si è occupato molto più dell’estinzione dello
stato in generale che non della costruzione dello stato socialista,
pur avendolo ritenuto, contro gli anarchici, necessario: necessa­
rio, sì, ma destinato a non durare, una specie di purgatorio, in
cui l’unico sollievo dalle sofferenze sta nella speranza della loro
fine imminente.
Non è il caso di rifare la storia di questa idea: la storia del
deperimento dello stato, la fine del primato del « politico » sul
« sociale » (dico il « politico » e non la « politica » perché nel
linguaggio marxista per « politica » s’intende spesso il momento
soggettivo dell’operare storico in antitesi alle condizioni ogget­
tive), nasce con l’emergere della società naturale (nella termi­
nologia dei giuristi e degli economisti borghesi, da Loke ai
fisiocrati, da Smith a Kant) o della società civile (nella termino­
logia di Hegel accolta da Marx), come luogo dei rapporti eco­
nomici di cui lo stato, la sfera del politico, appare sempre più
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soltanto un riflesso e un effetto secondario. Mentre lungo tutta
la storia della filosofia politica da Aristotele a Hegel, l’economia,
che in origine non è altro che l’insieme delle regole per ben
governare la famiglia, l’unità economica primitiva, è subordi­
nata alla politica, via via che l’economia mercantile si emancipa
dalla economia naturale e domestica e appare al pensiero critico
come la struttura portante della società, la politica appare sem­
pre più come un momento secondario dello sviluppo della so­
cietà, tanto secondario da diventare a poco a poco inutile. Que­
sto rovesciamento dei rapporti tra sfera dell’economico e sfera
del politico è comune a scrittori diversissimi, tanto nella cor­
rente liberale, come Smith e Spencer, quanto in quella socialista,
come Saint-Simon e Proudhon. E procede di pari passo con
l’ideale della riduzione della politica a semplice amministrazione,
anzi della cattiva politica (la politica sarebbe sempre cattiva
perché lo stato, quale sia, ha essenzialmente una funzione re­
pressiva) alla buona amministrazione. Questo stato puramente
amministrativo è la versione felice, idillica (e quindi probabil­
mente falsa), per un verso, della tecnocrazia (di cui Saint-Si­
mon è il capostipite), per l’altro verso, dello stato burocratico
(di cui Max Weber è il profeta); è l’interpretazione benevola,
ottimistica, della de-politicizzazione, cui sembrano destinate le
società di massa per eccesso di conformismo, la de-politicizza­
zione vista nel suo aspetto positivo (dove per « politica » s’in­
tenda il momento oppressivo e repressivo della società), in anti­
tesi alla de-politicizzazione vista nel suo aspetto negativo (do­
ve per « politica » s’intenda l’arena delle decisioni collettive e
generali). Per rendersi conto di quanto l’ideale dell’estinzione
dello stato si accompagni all’idea della riduzione della politica a
economia, cioè al fenomeno della fine della politica (cui è con­
nesso il fenomeno della fine delle ideologie, del quale pure si
può dare una versione negativa e una positiva), si leggano e si
rileggano queste righe dell’ABC del com uniSm o di Bucharin:
« La direzione principale nell’ordinamento sociale comunista ri­
siederà in diversi uffici di contabilità e statistica. Ivi giorno per
giorno si farà la notazione dell’intera produzione e dei bisogni di
essa, e si annoterà anche dove debba accrescersi il numero delle
forze di lavoro, dove diminuirsi, quanto si debba lavorare. E
siccome tutti sin dalla fanciullezza saranno abituati al lavoro
comune e a capire che questo lavoro è necessario e che la vita
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allora è massimamente comoda quando tutto procede secondo un
piano meditato, così tutti lavoreranno secondo gli ordini di que­
sti uffici contabili. Allora non ci sarà bisogno di veri e propri
ministri né di polizia, né di carceri, né di leggi, né di decreti,
di niente » (5). Oppure, quest’altre di Pannekoek: « La poli­
tica e l’economia non saranno più separate, rappresentanti da un
lato l’interesse generale, dall’altro quello particolare, da un lato
il compito di un piccolo gruppo di imprenditori, e dall’altro
quello della grande massa dei produttori. La politica e l’econo­
mia saranno una cosa sola, perché saranno riunite sia l’organiz­
zazione della società, sia la produzione, realizzata da tutti i pro­
duttori riuniti tra loro » (6). O più oltre: « La politica in sen­
so stretto non esisterà più: essa sarà compresa nell’economia
sociale » (7).
3. Non si vuole con ciò sostenere che queste due ragioni di
una mancata teoria socialista dello stato non abbiano la loro vali­
dità storica e ideale. Ma bisogna pur riconoscere che oggi, dopo
che il mondo socialista ha fatto e sta facendo l’esperienza della
persistenza del provvisorio, il problema di una teoria socialista
dello stato sia tornata di grande attualità nelle discussioni che si
svolgono ovunque si sia manifestata la consapevolezza della crisi
della democrazia nei paesi capitalistici e della necessità di ripro­
porre il problema della democrazia socialista, ovvero di proporre
in termini nuovi, il che vuol dire non nei termini in cui l’aveva
proposto la socialdemocrazia, il problema dei rapporti tra demo­
crazia e socialismo. Il problema è vecchissimo: il socialismo non
ha mai ripudiato, almeno in teoria, la democrazia, ma si è sem­
pre presentato come una forma più perfetta di democrazia, o
come il compimento storico dell’ideale democratico sotto forma
di una democrazia non più formale ma anche sostanziale, non
più soltanto politica ma anche economica, non dei soli proprie­
tari ma di tutti i produttori, non rappresentativa e delegata,
ma non delegata e quindi diretta, non parlamentare ma dei con­
sigli operai e via discorrendo. Ma il fatto che oggi questo pro­
blema sia stato riportato con tanta veemenza alla ribalta è pur
(5) R. B u c a r i n - E . P r e o b r a s c e n s k y , L'ABC del comuniSmo, Milano,
Società editrice Avanti!, 1921, p. 81.
(6) A. P a n n e k o e k , Organizzazione rivoluzionaria e consigli operai, Mi­
lano, Feltrinelli, 1970, p. 54.
(7) Op. cit., p. 59.

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segno che le ragioni del disinteresse dei teorici del socialismo
per il problema dello stato hanno perduto parte della loro rile­
vanza storica e ideale, o per lo meno vanno acquistando un rilie­
vo sempre maggiore le ragioni contrarie.
Che il problema della conquista del potere da parte del
movimento operaio sia la condizione preliminare per la distru­
zione della società capitalistica e per l’instaurazione di una so­
cietà diversa fondata sulla collettivizzazione dei mezzi di pro­
duzione, può essere anche dato come pacifico. Quello che non è
più affato pacifico, dopo quello che è avvenuto nella Unione
societica e nei paesi in cui il socialismo è stato importato dallo
esterno, è che il problema della conquista del potere possa es­
sere completamente isolato dal problema dell’esercizio, o in
altre parole che il modo con cui il potere viene conquistato sia
totalmente indifferente al modo con cui verrà in seguito eser­
citato. Il paragone con la guerra tra stati (la rivoluzione è una
guerra civile, una guerra tra classi) è ancora una volta istruttivo:
una guerra di conquista (ma una guerra tra stati è sempre una
guerra di conquista), qualora la potenza conquistatrice sia vit­
toriosa (ma spesso sono potenze conquistatrici entrambi i belli­
geranti), importa sempre una pace di conquista. Quale la guerra,
tale la pace. Chiunque osservi con una certa spregiudicatezza,
con un certo spirito realistico, il teatro dei rapporti interna­
zionali, non si lascia ingannare dagli scopi dichiarati, che sono,
come in ogni guerra civile, la giustizia, il benessere, la felicità
dei popoli, la liberazione degli oppressi: sa in anticipo che la
guerra è guerra, cioè è la soluzione di un conflitto con la vio­
lenza, e che la pace sarà nient’altro che un nuovo assetto inter­
nazionale destinato a reggersi e mantenersi sulla imposizione
violenta del vincitore. Solo quando le guerre sono diventate
mondiali e totali, si è cominciato a giustificare la guerra in un
modo più radicale e totale, sostenendo che questa guerra così
totale e così micidiale sarebbe stata l’ultima guerra, la guerra
che avrebbe messo al bando definitivamente tutte le guerre. Si
osservi quanto questo tipo di giustificazione assomigli alla giu­
stificazione della dittatura del proletariato come via (magari do­
lorosa, cosparsa di lagrime e di sangue) verso la fine dello stato,
come stato ultimo, come stato il cui compito storico è quello di
distruggere per sempre lo stato (e per questo diventa tollerabile
nonostante le sue nefandezze). Sinora abbiamo sicuramente ap­
440
preso che l’ultima guerra, anche la più micidiale, non è mai
l’ultima ma anzi apre la strada a una guerra ancor più micidiale.
Il rinviare a dopo la conquista del potere il problema dello
stato, dell’organizzazione statale, ha prodotto questo effetto, che
il partito, cui sono state rivolte tutte le attenzioni come organo
della presa del potere, ha finito per diventare esso stesso lo
stato. Non nelle teorie o meglio nelle idealizzazioni dei teorici,
ma nella realtà storica di questi ultimi cinquant’anni, lo stato
socialista è diventato uno stato-partito, uno stato in cui il partito
è diventato il fulcro del potere statale, l’organo che ha non sol­
tanto la funzione tradizionale di aggregare le domande e di im­
metterle nel sistema ma anche di dare le risposte, ovvero di
prendere le decisioni valevoli per tutta la comunità. Il partito,
nato, al pari del sindacato, in una società conflittuale, come rap­
presentante di una delle parti in conflitto, una volta diventato
unico gestore del potere, senza rivali, ha cambiato la propria
natura. Sino a che nei paesi socialisti rimane questo stato di
fatto, che è strettamente connesso con il modo con cui è avve­
nuto il passaggio dallo stato capitalistico a quello socialista, la
istituzione della democrazia socialista trova la strada sbarrata
da un ostacolo insormontabile. Francamente non vedo come si
possa fingere che questo ostacolo non esista: ogni discorso sulla
democrazia socialista non può non cominciare da un’analisi
quanto più possibile smitizzata (il che non vuol dire polemica
per partito preso) della situazione reale.
Questo discorso sul rapporto tra democrazia e partito è
tanto più necessario in quanto nelle idealizzazioni dei teorici
più radicali e più originali di un nuovo tipo di stato (che do­
vrebbe dare inizio al processo di graduale de-statualizzazione),
voglio dire nei teorici dei consigli operai, questo ostacolo è
generalmente saltato. Nella democrazia dei consigli il partito è
scomparso. Nella realtà il partito-tutto; nelle teorie, niente par­
tito. Sino a che si elabora la strategia della conquista del potere
il partito è il grande protagonista; quando si progetta lo stato
futuro il partito si dissolve stranamente senza lasciar tracce. Si
è veramente dissolto o continua a stare dietro le quinte? Si
capisce che, togliendo di mezzo il partito con un arbitrio logico
e storico, il problema della democrazia operaia sembra di facile
soluzione. Ma non è mai riuscito a nessuno, se non a chi è
dotato di poteri magici, di uccidere un uomo facendo una cro­
441
cetta sul suo nome. (Qualcosa di simile è accaduto ai teorici e
anche ai costituenti della democrazia parlamentare: i partiti o
non sono stati neppure previsti oppure sono stati previsti nella
funzione di mediatori tra società civile e stato, come istituzioni
che avrebbero dovuto fermarsi di fronte ai cancelli del parla­
mento. Quando la macchina ha cominciato a funzionare ci si è
accorti della... partitocrazia). Mi rendo perfettamente conto che
per un qualsiasi disegno di società democratica, la presenza del
partito (soprattutto se il partito è unico) è piuttosto ingombran­
te; non è una buona ragione per far finta che non esista.
Per quel che riguarda il problema dell’estinzione dello sta­
to, l’ostacolo maggiore sta nel fatto, com’è stato detto e ridetto,
a giustificazione del permanere dello stato nell’Unione sovietica,
che uno stato appartiene a una comunità di altri stati, la cui
natura è quella di assomigliare a una comunità prestatale (non
nel senso positivo delle comunità prestatali, come sono state
descritte e idealizzate da Engels, ma nel senso negativo dello
stato di natura hobbesiano), cioè ad una comunità in cui l’ordi­
ne non è mantenuto dalla concentrazione e dalla monopolizza­
zione della forza nelle mani di una classe dominante, ma dallo
equilibrio, per sua natura più precario, tra centri di poteri con­
trapposti, e ove pertanto l’esercizio della forza o del potere re­
pressivo è sino ad oggi assolutamente indispensabile. Un discor­
so sul destino dello stato come istituzione che non tenga conto
che ogni stato non è un tutto ma è una parte di un sistema più
vasto di cui accetta o subisce la costituzione materiale (anche se
non esiste nel sistema internazionale una costituzione formale
esiste certamente una costituzione materiale), è un discorso pri­
vo di ogni validità storica e di ogni valore euristico. Di conse­
guenza, il problema dell’estinzione dello stato, così com’è stato
posto dalla teoria marxista, è indissolubilmente connesso col
problema dell’estinzione del sistema degli stati, cioè della co­
munità internazionale così com’è sino ad oggi costituita. Non
voglio escludere che questo possa avvenire, anche se lo sviluppo
della comunità internazionale in questi ultimi secoli sia propria­
mente nella direzione opposta, cioè nella direzione della iper-sta-
tualizzazione. L’oggetto da discutere è un altro: se il problema
della democrazia socialista debba essere affrontato all’interno del
sistema statale, perdurante il sistema odierno della comunità in­
ternazionale, oppure se debba essere rinviato al momento in cui
442
sarà venuto meno non questo o quello stato, ma l’intero siste­
ma degli stati. Non par dubbio che l’interesse rinnovato per i
problemi della democrazia socialista, cioè per una teoria alter­
nativa dello stato, nasca anche dalla consapevolezza che il pro­
blema dell’estinzione dello stato, risolvendosi in realtà nel pro­
blema ben più vasto dell’estinzione del sistema degli stati, è un
problema inattuale, o per lo meno è un problema meno attuale
di quello imposto dall’esigenza di evitare la contraddizione tra
evoluzione socialista e involuzione democratica nel singolo stato.
4. A questo punto, occore vedere anche l’altra faccia della
medaglia. Accanto alla mancanza di un processo di democratiz­
zazione degli stati socialisti, c’è da tener conto delle difficoltà
crescenti del processo di democratizzazione negli stati capitali­
stici. Se è giusto mettere in evidenza le ragioni che possono
aver ritardato l’approfondimento dei problemi di una teoria
alternativa dello stato all’interno del pensiero marxista, non è
meno opportuno riflettere sulle ragioni di sfiducia nella demo­
crazia che continuano a nascere e a rafforzarsi all’interno del
pensiero riformista.
Nella società capitalistica avanzata, dove il potere econo­
mico è sempre più concentrato, la democrazia, nonostante il
suffragio universale, la formazione dei partiti di massa, un gra­
do abbastanza alto di mobilitazione politica, non è riuscita a
mantenere le proprie promesse, che erano soprattutto di tre
ordini: partecipazione (ovvero concorso collettivo, e generaliz­
zato, anche se indiretto, alla presa delle decisioni valevoli per
tutta la comunità), controllo dal basso (in base al principio che
ogni potere non controllato tende all’abuso), e libertà del dis­
senso. Negli stati dove le istituzioni democratiche sono formal­
mente più perfezionate, si sono verificati due fenomeni contra­
stanti al principio proclamato della partecipazione diffusa: da
un lato, l’apatia politica, che è mancanza di partecipazione (e
che spesso viene interpretato surrettiziamente come l’espressio­
ne del massimo grado di consenso al sistema), dall’altro la par­
tecipazione distorta o deformata o manipolata dagli organismi di
massa che hanno il monopolio del potere ideologico. Il controllo
diventa sempre meno efficace via via che il centro del potere si
sposta, con la conseguenza che gli organismi che il cittadino
riesce a controllare sono centri di potere sempre più fittizio e i
vari centri di potere di uno stato moderno, come la grande im­
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presa, o i maggiori strumenti del potere reale (come l’esercito e
la burocrazia), non sono sottoposti ad alcun controllo democra­
tico (si può parlare di un vero e proprio sistema di sotto-poteri,
non nel senso che sono poteri minori ma nel senso che non si
vedono, sono occulti). Quanto al dissenso, esso è limitato in
un’area ben circoscritta che è quella del sistema economico do­
minante, e non offre mai la possibilità di una alternativa radi­
cale. Donde nasce, tra l’altro, una seconda ragione di sfiducia
nella democrazia: il metodo democratico, così com’è praticato
all’interno di un sistema capitalistico, non sembra permettere la
trasformazione del sistema, cioè il passaggio dal sistema capi­
talistico al sistema socialista. Se l’esperienza storica ci ha mo­
strato sinora che un sistema socialista sorto non in modo demo­
cratico (cioè per via rivoluzionaria o per conquista) non riesce
a trasformarsi in un sistema politico democratico, ci mostra pure
che un sistema capitalistico non si trasforma in sistema sociali­
sta democraticamente, cioè attraverso l’uso di tutti gli espedienti
di partecipazione, di controllo e di libertà di dissenso che le
regole del gioco democratico permettono. Il massimo punto di
arrivo degli stati socialdemocratici è stato sinora il Welfare state,
non lo stato socialista. Ciò fa sì che oggi ci troviamo di fronte a
una situazione che può essere riassunta un po’ drasticamente in
questi termini: o capitalismo con democrazia o socialismo senza
democrazia (per non parlare degli stati che non sono né capitali­
sti né socialisti, e neppure di quelli che pur essendo capitalistici
non son democratici). Quando di fronte a questa alternativa si
pone il problema: « è possibile il socialismo con la democrazia? »,
ci si scontra con questa contraddizione, che è il vero paradosso
della democrazia socialista (da non confondersi con la social-demo­
crazia): attraverso il metodo democratico il socialismo è irrag­
giungibile; ma il socialismo raggiunto non per via democratica
non riesce a trovare la strada per il passaggio da un regime di
dittatura a un regime di democrazia. Negli stati capitalistici il
metodo democratico, anche nelle sue applicazioni migliori, bloc­
ca la strada verso il socialismo; negli stati socialisti l’accentra­
mento del potere reso necessario da una direzione unificata della
economia rende estremamente difficile l’introduzione del metodo
democratico.
Non è certo qui il caso di discutere le proposte e i tenta­
tivi che sono stati fatti di democrazia socialista, di cui i più
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importanti teoricamente e praticamente (vedi l’esperimento jugo­
slavo) sono quelli della democrazia consiliare, o del cosiddetto
autogoverno dei produttori. Ma è bene non farsi troppe illusioni.
Nel passaggio dalla teoria alla pratica (che è un salto ben più
periglioso che quello dall’utopia alla scienza) la maggior parte
delle difficoltà di funzionamento che oggi qualsiasi scrittore
democratico, che non sia accecato dai pregiudizi, riscontra nei
sistemi capitalistici anche democraticamente più progrediti, si
presentano e si presenteranno nei sistemi socialisti. Avendo
l’occhio rivolto ai tre requisiti fondamentali di ogni governo de­
mocratico, dianzi ricordati, partecipazione, controllo e libertà
del dissenso, si possono fare alcune osservazioni: a) pur acco­
gliendo l’obiezione che i sostenitori della democrazia consiliare
muovono alla democrazia parlamentare di limitare la partecipa­
zione al voto per le elezioni di rappresentanti non investiti di
mandato imperativo (si tratta della critica alla democrazia dele­
gata che sarebbe una finzione di democrazia), resta compieta-
mente aperto anche nella democrazia consiliare il problema del­
la genuinità della partecipazione che dipende in larghissima mi­
sura dalle procedure che vengono adottate per permetterne (o
falsarne) l’espressione. Il problema della partecipazione è in
altre parole: non già quanta e quale partecipazione ma in quali
forme (la carenza di studi o di osservazioni su questo punto è
impressionante, o almeno sarebbe impressionante se non fosse
in gran parte intenzionale); b) pur ritenendo perfettamente ade­
guato, anzi essenziale, allo sviluppo di un sistema democratico
l’allargamento del controllo dai centri di potere politico e am­
ministrativo ai centri di potere economico, che è la seconda ri­
chiesta di una democrazia più avanzata di quella cosiddetta bor­
ghese, come dovrebbe essere la democrazia operaia, resta intatto
e impregiudicato il problema del controllo del terzo potere, del
potere ideologico, nel caso in cui questo potere (potere immen­
so, come la storia di tutti i tempi insegna, e non soltanto quella
in cui si sono sviluppate le comunicazioni di massa, come pur si
va ripetendo), sia monopolizzato da un gruppo di possessori e
trasmettitori della dottrina cui spetta dichiarare quali siano le
idee giuste e quali quelle sbagliate. Il problema del controllo
non è in altre parole tanto il problema delle materie su cui si
esercita, ma se sia davvero incontrollato, cioè se non sia esso
stesso sotto controllo; c) sul problema della liceità e della istitu­
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zionalizzazione del dissenso non sono venute sinora proposte
così chiare e precise che valga la pena di occuparsene, da parte
di chi non voglia prendere sul serio la tesi secondo cui là dove
non vi sono più classi, gli interessi sono comuni ecc. ecc. Eppure
la libertà del dissenso, se pur entro certi limiti che nessun regi­
me può superare, è Vhic Rhodus, hic salta della democrazia. Si
obietta alla democrazia borghese di aver concesso la libertà al
cittadino e non al produttore. Ma non vi sarà democrazia nuova
o rinnovata, anzi non vi sarà democrazia affatto, se la libertà
del produttore non sarà accompagnata e sorretta dalla libertà del
cittadino. Ripeto, non bisogna farsi illusioni: i pericoli che in­
sidiano la democrazia in una società capitalistica sono gli stessi
che insidiano o insidieranno il processo di democratizzazione in
una società socialista. L’unica differenza tra gli uni e gli altri è
che dei primi abbiamo coscienza; degli altri, a giudicare dalle
eccessive semplificazioni dei teorici o degli ideologi dello stato
alternativo, no. Ritornando all’osservazione fatta al principio di
questa nota, chiunque si ponga a studiare il problema di una
teoria alternativa dello stato, non dovrà dimenticare che la de­
mocrazia operaia (se non vorrà essere una mistificazione in più)
si troverà di fronte alle stesse difficoltà (o forse a difficoltà
maggiori) di quelle che ha dovuto affrontare, essendo costretta
spesso a ripiegare sconfitta, la democrazia borghese.
Se il socialismo è difficile (per riprendere il titolo di un
noto libro), la democrazia è ancora più difficile.
Torino, dicembre 1971

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