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La Libera ritrovata

2/ Gli impassibili nomi di marmo: compagni di Papi e di re.

Improvvisa lei era giunta tra noi, nel giorno di festa. Beffarda, non aveva voluto smentirsi. Tutto aveva
tinteggiato di sangue: la piazza, il selciato, le mura. La morte aveva voluto mostrare ancora il suo cinismo: la
sera della festa era divenuta macabro spettacolo da cui fuggire disperatamente.

Ogni uomo è però tenacemente attaccato alla vita. E fu così che in quei momenti di massimo sgomento e di
smarrimento generale delle voci si levarono. Alcune per chiedere l’aiuto del cielo, altre per organizzare i
primi soccorsi.

Dalle stalle del paese uscirono i primi carretti. Su di essi furono immediatamente adagiati Domenico
Vecchione, il fuochista ormai senza dita, e Antonio Ferraro con il gomito fracassato. E fu corsa verso Napoli,
veloce e forsennata, a cercare l’ospedale dei Pellegrini.

Gli altri feriti furono curati alla meglio: una ventina per quanto se ne sa, tra cui lo stesso Filippo Lancellotti,
ferito in volto da una scheggia di ferro.

Le cronache dei giornali, tutte uguali, ci dicono di disperazione e di mestizia generale; mai nessuna parola
esprimerà quanto quei nostri padri provarono in quella sera agostana.

“Inter caedes et vulnera”: tra stragi e ferite. La lapide che ricorda l’accaduto non si ferma nei dettagli; due
sole parole dicono tutto.

Proprio quella lapide mi ha incuriosito fin da piccolo, la stessa dinanzi a cui passiamo spesso distrattamente
forse senza nemmeno averla mai letta perché, ahimè, il latino non va più di moda.

Guardatela: ci sono alcuni nomi: “Philippus Lancellotti romanus Lauri princeps, Alexander Datti romanus,
Theodorus marchio Ciccolini romanus, Aloisius comes Senni romanus, Natalis Iannetti romanus, Franciscus
et Angelus Venezia laurinenses”.

Chi erano queste persone i cui nomi restano incisi impassibili tra le nostre case? Ripeto: me lo chiedo fin da
piccolo e per fortuna non soltanto io. Ecco, provo a dare una risposta.

Intanto sono sette nomi: cinque indicano gente di Roma: Filippo Lancellotti, principe di Lauro, poi
Alessandro Datti, il marchese Teodoro Ciccolini, il conte Luigi Senni e Natale Iannetti e infine due personaggi
sono di Lauro: Francesco e Angelo Venezia.

Tralasciamo Filippo Lancellotti: ne abbiamo parlato ieri e ne riparleremo a iosa in futuro. Gli altri quattro
romani sono tutti amici del principe di Lauro, ospiti in quell’agosto di festa su al Castello.

E se non so dire nulla su Natale Iannetti (non condivido la traduzione in Giannetti del venerabile maestro il
prof. Moschiano, perché i cognomi che si leggono sulla lapide non sono latinizzati ad esclusione di quello
dei Venetia) tuttavia si può affermare che gli altri quattro romani sono esponenti di spicco della nobiltà nera
di fine ‘800.

Alessandro Datti anzitutto, o meglio il conte Alessandro Datti nel 1887 non ha ancora raggiunto i 45 anni
proprio come Filippo Lancellotti. Anzi, costui sembra essere l’amico più caro del nostro Principe. I motivi
sono vari: ambedue sono cresciuti alla scuola dei Gesuiti nel Collegio dei Nobili (e gesuita diverrà
Massimiliano, il fratello di Filippo Lancellotti) e ambedue sono fedelissimi fino allo stremo al Papa.

Alessandro è in quegli anni l’ultimo rampollo di quella famiglia dei Datti, originaria di Cingoli, nelle Marche,
che aveva fatto fortuna nella Corte papale svolgendo il ruolo di spedizioniere delle valigie diplomatiche tra
la Santa Sede e i Reali di Spagna. Ben presto la famiglia cominciò l’ascesa nei ranghi che contavano
(ospitando tra l’altro per 12 anni l’esiliato re del Portogallo Miguel de Braganza) finchè Egidio Datti, padre di
Alessandro, era entrato tra gli intimi di Pio IX divenendo cameriere di cappa e spada del Pontefice. E
quando papa Mastai Ferretti partì in esilio a Gaeta nel 1849, ospite di re Ferdinando di Napoli, Egidio non
ebbe paura di lasciare tutto pur di seguire e difendere il Papa.

Nel 1865 Pio IX volle ricompensare questa dedizione elargendo ai Datti il titolo di conte. E Alessandro seppe
ben ricambiare la gratitudine nei confronti del Papa. Se Filippo Lancellotti aveva guidato strenuamente la
difesa dello Stato Pontificio sugli spalti di Mentana, Alessandro Datti, mostrò il suo coraggio devoto in una
notte del luglio 1881.

Tutti sapete che Pio IX, morto in Vaticano nel 1878, aveva scelto come luogo della sua sepoltura la basilica
di San Lorenzo in Verano. Appena pronto il monumento funebre, nel luglio del 1881, si iniziarono i
preparativi del trasporto funebre del Papa.

Si sapeva che non era un’azione semplice: attacchi erano da mettersi in conto. Alessandro Datti iniziò le
trattative con la questura di Roma. Ci volevano uomini di polso e di coraggio per attraversare di notte tutta
Roma e garantire che le spoglie del Papa arrivassero finalmente al luogo definitivo. E uno di quegli uomini
era lui: Alessandro Datti. Il resto lo sapete: i massoni tentarono di buttare il cadavere del Papa nel Tevere
ma Alessandro non ebbe paura di slanciarsi e di farsi valere anche nel ruolo deciso di picchiatore insieme a
diversi altri. Perché il Papa – è questa la massima della nobiltà nera – si difende sempre, costi pur la vita.

La lapide della Libera riporta poi il nome del marchese Teodoro Ciccolini, anch’egli coetaneo di Filippo
Lancellotti (costui era nato nel 1843). Anche Teodoro era un nobile romano originario di questa famiglia
marchigiana distintasi per diverse pubblicazioni storiche e ludiche (compreso un trattato sugli scacchi!).
Anzi la famiglia Ciccolini somigliava a quella dei Lancellotti per la passione letteraria: se i Lancellotti avevano
dato vita alla Accademia degli Infecondi a loro volta i Ciccolini avevano fondato l’Accademia dei Diseguali.

Eccoci infine al conte Luigi Senni, il penultimo nome romano inciso sulla lapide della Libera. Di Senni non so
dirvi molto. Però le parole lasciano il tempo che trovano, visto che oggi vi presento come era di volto
qualche anno prima dello scoppio di Lauro.

Le immagini che vedrete più in basso mostrano un quadro di Julius von Blaas realizzato nel 1876 e che
mostra una scena di caccia alla volpe nella campagna romana. Il futuro re Umberto I, allora principe di
Piemonte, è a cavallo seguito da altri amici nobili romani. L’ultimo della scena è proprio il nostro conte Luigi
Senni. Il quadro faceva parte della collezione privata di Umberto II ma il re di maggio, prima di partire per
l’esilio del 1946, volle donarlo in segno di affetto al Circolo della Caccia di Roma, nei cui saloni, lì a palazzo
Borghese, oggi è custodito. Recentemente la famiglia von Blaas ha venduto Paolo Antonacci i vari bozzetti
preparatori e così, grazie a questa vendita, anche noi di Lauro possiamo dare una fisionomia a questo nome
inerte che da più di un secolo leggiamo lungo la via principale del paese.

Gli ultimi due nomi sono quelli di Francesco Venezia e suo figlio Angelo. Di questi nostri concittadini
parleremo molto – ce lo auguriamo – in futuro. Bastino solo due accenni. Francesco Venezia era il notaio
che eresse lungo piazza del Mercato nel 1846 il palazzo di famiglia che tuttora vediamo e che qui
riproduciamo in foto. Nato nel 1800, Francesco Venezia morirà un anno dopo la tragedia dello scoppio, il 14
novembre del 1888. Sarà lui a ricostruire la Chiesa dell’Ascensione a Fontenovella, la stessa che vedete
entrando in paese venendo da Nola.

Suo figlio Angelo continuerà la promozione del culto in quella chiesa, lasciandoci due preziosissime
testimonianze di cronaca religiosa di cui parleremo in seguito. Per ora basti mostrarvi l’elenco di messe,
ritrovato pochi mesi fa, che Angelo Venezia volle ufficiate in quella cappella di Fontenovella. Già, la Cappella
dell’Ascensione, quella dove si teneva la messa e la processione del Sacramento tra maggio e giugno.
Esattamente quella tradizione centenaria che un estraneo, lo stesso che ha privato san Sebastiano della sua
fascia, ha voluto interrompere ormai più di dieci anni fa lasciando solo vuoto.
Ma torniamo a quel palazzo Venezia: è il 9 settembre 1881. Appena pochi giorni dopo la strage, tra quelle
mura, viene scritto un biglietto… Lo leggeremo con calma prossimamente.

Se su Natale Giannetti non so nulla, maggiori informazioni si anno sul conte Luigi Senni. Senni era un altro
coetaneo del principe e un uomo che amava la bella vita. Originario di Frascati, era noto per le battute di
caccia. Anzi, di lui ci è giunto anche un ritratto nella famosa scena di caccia alla volpe di Julius von Blaas del
1876 in cui si vedono il re Umberto e vari nobili romani, tra cui appunto Luigi Senni, tuttora conservata al
Circolo cacciatori di Roma.

E infine il cartiglio riporta il nome di due lauretani: il notaio Francesco Venezia e suo figlio Angelo.
Francesco Venezia in quel 1887 aveva esattamente 87 anni; morirà un anno dopo. Chi era? Si, certamente
il sindaco di Lauro, ovviamente un proprietario terriero… Eppure è noto, pur senza che lo si sappia, a ogni
lauretano. Vedete appena entrate in Fontenovella venendo da Nola una cappella a destra? Quella è la
chiesetta dell’Ascensione. Se esiste ancora è perché Francesco Venezia, che ne deteneva per eredità la
fondazione, l’aveva fatta restaurare e lì volle esservi seppellito.

E suo figlio Angelo continuerà a seguire la tradizione di curare quella chiesetta, aumentandone sempre più
il culto. Finchè un estraneo giunto tra noi qualche anno fa volle sopprimere tutto decretando la fine della
festa dell’Ascensione.

Ed è sui Venezia che dovremo riparlare.

Palazzo a Corso Vittorio Emanuele

Originari di Cingoli, nobili romani dal 1855.

Famiglia pontificia.

Nel 1865 nobili eomani

Spedizionieri per la corte regia di Spagna presso la Santa Sede.

Poi camierieri e guardie nobili

Stemma: lambello

Aprile 1862

I battaglioni zuavi sbarcati piantano le tende davanti al Palazzo Datti e i Datti corrono a pavesarlo

Una delle famiglie più devote del Papa. Rovinatasi per dare per 12 anni ospitalità regale a don Miguel di
Portogallo che non ha pagato.

Il padre di Alesandro aveva seguito Pio IX nell'esilio di Gaeta morendovi di malattia,

1849.

Alessandro non è il figlio di costui ma di Egidio, cameriere cappa e spada

Alessanfro, alunno dei gesuiti al collegio dei nobili.


Ma aveva il padre seguito Pio IX a Gaeta

Je n'ai aucune confiance dans se pretendu traitè qui dispose di Pape sans que le Pape ait meme eté
consulté. Si par hasard il y a quelque sinceritè du cotè de votre empereru, soyez sur qu''il n'y en a pas du
tout du coté du Piemont, qui est dans la ferme intention de duper Napoleon III des qu'il le pourra. Pour le
Piemont, Florence n'est qu0une étape vers Rome. On s'etonne du silence du Pape au sujet de la
Convention; maid le Pape ne peut pas faire autrement; il n'a pas signè ce traité: par consequent ce traité le
l'oblige en aucune maniere. Une seule attitude convient a sa dignitè: se taire et attendre".

Teodoro Ciccolini

Marchese, osimano Uno scrive il trattato degli scacchi

Marchese di guardiagrele Accademia dei Disuguali

Antica famiglia di Macerata che si trasferì a Roma e dove nel 1574 fu ascritta a quella nobiltà. Ludovico nel
1607 fu ricevuto cavaliere dell'I. M. O. di S. Stefano di Toscana e parecchi altri furono cavalieri del S.M.O. di
Malta. Alcuni furono dei Conservatori di Roma, e priori del Caporioni quali Alessandro nel 1626 e Modesto
nel 1804. Un Teodoro avendo sposato Lucrezia d'Orné, ebbe il titolo di marchese per sé e discendenti. La
Consulta Araldica dichiarò spettare a questa famiglia i titoli di marchese (mpr.); patrizi romani (mf.). Oggi la
famiglia è divisa in due rami: quello di Roma e quello di Macerata. Ramo di Roma (Via S. Luigi dei Francesi,
3). Marchese Clemente Ciccolini, patrizio di Roma e Macerata, n. a Roma 18 luglio 1878 dai furono m.se
Teodoro (1843-1919) e m.sa Maria Theodoli (1848-1887). Zia: Adelaide, patrizia di Roma e Macerata, n. a
Roma 8 luglio ...