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CARTESIO

LA VITA E GLI SCRITTI


La filosofia di Cartesio (1596/1650) costituisce un passo importantissimo per il passaggio dall’età
rinascimentale all’età moderna. Nella sua filosofia, i temi rinascimentali (il riconoscimento e
l’approfondimento della soggettività umana e del rapporto uomo e mondo) diventano un problema in
cui sono coinvolti l'uomo come soggetto e il mondo oggettivo.
Inoltre, fu il fondatore del RAZIONALISMO: quella corrente della filosofia moderna che vede nella
ragione l'organo della verità.
Cartesio nacque nel 1569 e venne educato nel collegio dei gesuiti di La Flèche, dove rimase fino al
1612. Qui studiò retorica, grammatica, latino, ecc; tuttavia egli pose sotto una luce critica tali studi e li
ritenne insufficienti per un orientamento sicuro all'indagine e alla ricerca di tale orientamento
dedicherà tutti i suoi sforzi (sostenne di aver fatto 3 sogni rilevatori su quello che diventerà il suo
metodo).
Cartesio apparteneva alla nobiltà di toga e, dopo aver terminato la scuola dei gesuiti, divenne ufficiale
dell'esercito durante la guerra dei Trent'anni. Il costume militare del tempo permetteva ai nobili
un'ampia libertà, per cui egli poté viaggiare per tutta l'Europa, dedicandosi agli studi matematici e
fisici e continuando ad elaborare la sua dottrina del metodo.
Nel 1628 si stabilì in Olanda: qui compose un trattato di metafisica, riprese lo studio della fisica, ed
ebbe l'idea di scrivere un trattato sul mondo a cui avrebbe dato il nome Trattato della luce. Tuttavia
la condanna di Galilei lo sconsigliò dal pubblicare l’opera, nella quale egli sosteneva la dottrina
copernicana.
→ In seguito pubblicò tre saggi sulla Diottrica, sulle Meteore e sulla Geometria, ai quali fece una
prefazione intitolata Discorso del Metodo.
→ In seguito Cartesio riprese e concluse la stesura del trattato di metafisica mandato poi a un gruppo
di filosofi e teologi che esposero alcune osservazioni, e poi pubblicato con il titolo Meditazioni
sulla filosofia prima, con l'aggiunta delle Obiezioni che le erano state rivolte e delle sue risposte.
→ Intorno al 1644, dopo aver scritto l'opera intitolata Le passioni dell'anima, egli cedette ai ripetuti
inviti della regina Cristina di Svezia di andare a stabilirsi presso la sua corte. Nell 'ottobre giunse a
Stoccolma; ma nel rigido inverno nordico si ammalò di polmonite e morì l'11 febbraio 1650.

IL METODO
Cartesio non vuole insegnare, ma descrivere se stesso: parla, infatti, in seconda persona.
Quando uscì dalla scuola dei gesuiti si rese conto di non possedere nessun criterio per distinguere il
vero dal falso; aveva semplicemente acquistato nozioni che nella vita servivano poco e niente.
I TERMINI DEL PROBLEMA
Cartesio cerca un metodo che sia vero e utile (teoretico e pratico) allo stesso tempo: esso deve dare
all'uomo una conoscenza non solo pratica (portare vantaggi all’uomo) ma anche teoretica (sempre
valida perché deve permettere di distinguere il vero dal falso), e deve condurlo a distinguere il vero dal
falso in vista dell'utilità e dei vantaggi che possono derivarne dalla vita umana.
Tale metodo porterà ad una filosofia non speculativa che dovrà rendere l'uomo padrone della
natura, e dovrà mettergli a disposizione i frutti della terra e altre comodità; infine dovrà mirare alla
conservazione della salute.
In sintesi, il metodo dev'essere un criterio di orientamento unico e semplice (manuale d'istruzione
 Regole per dirigere l’ingegno), che serva all'uomo in ogni campo pratico e teoretico e che abbia
come fine ultimo il vantaggio dell'uomo nel mondo.
UN UNICO METODO PER MOLTEPLICI APPLICAZIONI, in quanto la ragione umana è una sola
qualunque sia il campo alla quale viene applicata.
Le scienze matematiche, secondo Cartesio, hanno già un metodo che applicano regolarmente, in
quanto scienza certa, universale e necessaria; tuttavia non è sufficiente conoscere le regole

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matematiche, astrarle e riformularle in generale per poterle applicare alle altre branche del sapere: è
necessario anche giustificarle/spiegarle, perché la giustificazione/spiegazione del metodo ne
consente e ne autorizza l'applicazione in tutto il sapere, cioè a livello universale.
Per Cartesio, quindi, il vero e solo compito del filosofo sta nel giustificare il metodo e la sua
applicazione e cioè:
1. formulare le regole del metodo, tenendo presente il procedimento matematico, nel quale esse
sono già applicate;
2. fondare, con una ricerca metafisica, il valore assoluto ed universale del metodo individuato;
3. dimostrare la validità del metodo individuato nei vari rami del sapere.
LE REGOLE
Per quanto riguarda le regole del metodo (1), Cartesio ne formula 4:
→ Regola dell’evidenza: corrisponde all’intuizione ed impone di accettare come vero solo quello che
appare chiaro e distinto alla nostra mente e di escludere ogni forma di dubbio (accettare solo
l’evidente)- così com’è.
→ Regola dell’analisi: per la quale bisogna ridurre ogni problema in sotto-problemi più semplici
(il problema deve essere diviso nelle sue parti più semplici, da considerarsi separatamente, per
risolverlo più facilmente).
→ Regola della sintesi: corrisponde alla deduzione, per la quale bisogna derivare dalle conoscenze
più semplici a quelle più complesse, in modo graduale (si passa gradatamente dalle conoscenze più
semplici alle più complesse, così da evitare l’errore).
→ Regola dell’enumerazione e revisione: consiste nella verifica dell’analisi e della sintesi (la prima
controlla l'analisi, la seconda la sintesi) accertarsi quindi che non siano stati trascurati passaggi o
elementi.

IL DUBBIO E IL COGITO
Le regole del metodo individuate da Cartesio non hanno in sé la propria giustificazione. Non le
giustifica nemmeno il fatto che vengano utilizzate con successo dalla matematica, in quanto
potrebbero essere valide solo per questa disciplina e non per le altre, e quindi non avrebbero il loro
valore assoluto e necessario.
Cartesio decide di giustificare le regole del metodo risalendo a quella che secondo lui è la loro
radice: l'uomo come ragione.
DAL DUBBIO METODICO AL DUBBIO IPERBOLICO
E’ POSSIBILE TROVARE IL FONDAMENTO DEL METODO SOLO TRAMITE LA RAGIONE cioè una critica
radicale di tutto il sapere e tutte le conoscenze; si deve dubitare di tutto, e considerare falso,
almeno provvisoriamente, tutto ciò che può essere messo in dubbio.
Se in questo modo si giungerà ad un principio che non potrà essere messo in dubbio, questo principio
dovrà essere considerato il fondamento di tutte le altre conoscenze. In questo principio si troverà la
giustificazione del metodo: da qui il nome “DUBBIO METODICO”. Il dubbio metodico si distingue dal
dubbio scettico per il fatto che questo nega la possibilità di arrivare ad una verità certa.
Secondo Cartesio, nessuna forma di conoscenza si può sottrarre al dubbio, perché, sono soggettive e
relative in quanto dipendono dalle persone, dai tempi, e dai paesi, quindi si dubita delle:
→ Conoscenze sensibili: Si deve dubitare di esse in quanto i sensi alcune volte ci ingannano,
quindi potrebbero farlo sempre; inoltre nei sogni abbiamo conoscenze simili a quelle della veglia,
ma non abbiamo un criterio di distinzione chiaro tra le une e le altre -chi ci dice che quando crediamo
di dormire non siamo in realtà svegli e viceversa-.
→ Conoscenze matematiche: Queste sono valide anche nei sogni 2+3 fa sempre 5, ma non si
sottraggono al dubbio in quanto noi non abbiamo alcuna certezza riguardo alla nostra origine,
dunque potrebbe averci creato un Genio Maligno, cioè una potenza malvagia, che inganna l’uomo
facendo apparire chiaro ed evidente ciò che è falso e assurdo. In questo modo, quindi, vengono
messe in dubbio anche le verità più certe, l'esistenza dell'uomo stesso e del mondo esterno.

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Con l'ipotesi del genio maligno il dubbio si estende a tutte le conoscenze e a tutta la realtà, nasce il
concetto di dubbio universale: DUBBIO IPERBOLICO.
Cogito ergo sum:
Ma proprio dal dubbio iperbolico nasce l'intuizione per la quale ognuno di noi ha una prima certezza
che consiste nel: IO Sto dubitando. Dunque se io dubito deve esistere qualcosa che dubita, quindi
io devo esistere. Da qui il concetto di COGITO ERGO SUM, se dubito, quindi penso quindi sono.
Può dubitare solo chi esiste.
LA NATURA DEL COGITO
La proposizione “io esisto” permette di affermare su ciò che sono io cioè che esisto ma non come
corpo, poiché sull'esistenza dei corpi vi è ancora il dubbio. Io esisto come cosa/soggetto che dubita,
cioè che pensa, IO SONO UN SOGGETTO PENSANTE, un qualcosa come spirito, intelletto o ragione.
A questo punto si è certi di questo, però non lo si è del fatto che le cose che penso e percepisco
esistano e siano realmente così anche nella vera realtà, infatti noi potremmo tranquillamente
pensare cose che realmente non esistono davvero -dunque rimane valido il dubbio iperbolico  si ha la
certezza dell'esistenza dell'io pensante e delle idee pensate, ma non si ha la certezza dell'esistenza
della realtà esterna al pensiero formata dagli altri e dagli oggetti reali
LE DISCUSSIONI INTORNO AL COGITO
I contemporanei di Cartesio discussero ampiamente circa il cogito.
Accusa di circolo vizioso: ARNAULD accusò il ragionamento cartesiano di essere un “circolo
vizioso” affermando che il principio del cogito se è accettato in quanto evidente, allora la regola
dell'evidenza è anteriore ma anche fondata sul cogito, quindi questa non può essere
contemporaneamente la dimostrazione e il risultato del cogito.
 Risposta : Cartesio afferma che il cogito non dipende dall'evidenza, ma è la certezza prima e
originaria sulla quale si fondano le altre evidenze, in quanto il cogito è l'autoevidenza
esistenziale che il soggetto ha di sè stesso -e cioè la sicurezza di esistere e pensare che ognuno
ha-. L'evidenza presuppone la consapevolezza da parte dell'io della propria esistenza e per questo è il
cogito che giustifica l’evidenza e non il contrario.
Accusa di sillogismo abbreviato: GASSENDI affermava che il cogito di Cartesio è un sillogismo
abbreviato, del tipo “Tutto ciò che pensa esiste”, ma questo non è dimostrato e sarebbe
infondato in base alla teoria del genio maligno per cui ogni ragionamento è dubbio.
 Risposta : Cartesio, similmente alla prima questione, dice che il cogito non è un ragionamento, ma
un'intuizione immediata della mente.
Critica di Hobbes: HOBBES dice che Cartesio ha ragione nel dire che l'io, in quanto pensa esiste, ma ha
torto nell'affermare che esso esista come spirito/anima, in quanto il pensiero potrebbe
tranquillamente essere una caratteristica determinata dal cervello.
Hobbes afferma che Cartesio esprime un ragionamento simile a “io passeggio, quindi sono una
passeggiata”. Per Hobbes la causa del pensiero non deve essere identificata nel pensiero ma può
essere identificata nella materia: il cervello.
 Risposta : 1. L'uomo non passeggia costantemente, ma pensa sempre, quindi il pensiero è
essenziale per l’uomo. 2. Il pensiero in quanto atto del pensare o facoltà esige un sostegno che sia
alla base di quest’attività  questa è la RES COGITANS che è la sostanza pensante o anima ed è
immateriale cioè è l’essenza costituita dal pensiero.

DIO COME GIUSTIFICAZIONE METAFISICA DELLE CERTEZZE UMANE


Il principio del cogito mi da la sicurezza della mia esistenza ma non mi da la sicurezza di altre
esistenze oltre la mia. Io sono un essere pensante che ha idee e sono sicuro del fatto che tali idee
esistano nel mio spirito; tuttavia non sono sicuro che queste idee siano realtà effettive fuori di me .
L’ipotesi del genio maligno non ha messo in discussione l’esistenza dell’io pensante ma continua a
influenzare il mondo esterno all’io che potrebbe essere frutto d’inganno.

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Di qui la necessità di Cartesio di dimostrare l’esistenza di un Dio buono, che non inganni
l’uomo, in quanto questa dimostrazione ha un importantissimo valore gnoseologico: Dio è
fondamento sia della verità, sia dell’esistenza del mondo.
LE PROVE DELL’ESISTENZA DI DIO
Cartesio elabora le prove dell’esistenza di Dio, attraverso un procedimento a priori, partendo cioè dal
cogito (la dimostrazione aprioristica sarà la principale causa delle numerose critiche mosse nei confronti
del filosofo da molti altri pensatori a lui successivi) ed analizzando i contenuti del pensiero, dividendo
tutte le idee in tre categorie, a seconda della loro origine:
→ innate: idee presenti in me da sempre e non derivate dall’esterno.
→ avventizie: idee estranee a me e derivate dall’esterno; le idee delle cose naturali.
→ fattizie: idee formate o trovate da me stesso; le idee di cose inventate.
Per scoprire se a qualcuna di queste idee corrisponda una realtà esterna, bisogna chiedersi la possibile
causa di esse e afferma che le idee avventizie e le idee fattizie non contengono nulla di perfetto in
quanto prodotte dall’uomo.
Ciò non vale per l’idea di Dio, cioè l’idea d’infinito che è innata e Cartesio dichiara tre prove che
dimostrano, secondo lui, la sua esistenza:
1. la prima prova parte dal fatto che l’uomo (creatura/mente finita e imperfetta) non può aver
prodotto l’idea di Dio (sostanza infinita, perfetta). La causa dell’idea di infinito è quindi esterna
all’uomo; l’idea di una sostanza infinita non può che derivare da una sostanza infinita che quindi
deve esistere. Dunque DIO esiste.
2. La seconda prova parte dal cogito e cioè dal fatto che dubitando, compio un atto meno perfetto
della conoscenza certa, quindi riconosco di essere finito e imperfetto e che esiste un essere più
perfetto del mio, dal quale dipendo. Non essendo il creatore di me stesso (altrimenti mi sarei
creato perfetto), qualcun altro ha dovuto crearmi, ossia Dio che mi ha dato l’idea d’infinito.
3. La terza prova è quella ontologica: non è possibile concepire Dio come essere perfetto senza
ammettere la sua esistenza, poiché l’esistenza è parte delle sue perfezioni necessarie.
LE CRITICHE ALLE PROVE DELL’ESISTENZA DI DIO
Anche per il discorso dell'esistenza divina vengono mosse delle obbiezioni a Cartesio:
Accusa di circolo vizioso: ARNAULD afferma che Cartesio per dimostrare che Dio esiste si serve
dell'evidenza, ma per giustificare l’evidenza ricorre all’esistenza di un Dio che non inganna l’uomo.
Accusa all’argomento ontologico: GASSENDI sostiene come l’esistenza non è un concetto presente
nella definizione di qualcosa; quando si afferma che una cosa esiste, non si sta indicando una
proprietà della cosa ma soltanto che essa è.
Inoltre per GASSENDI l’idea di Dio come essere infinito è frutto dell’educazione, della cultura e della
comunicazione tra gli uomini, e non è un’idea innata ma costruita dalla mente umana e dalla sua
esperienza, osservando noi stessi e le cose naturali.
Cartesio risponde che pensare significa dubitare e quindi essere coscienti della propria
imperfezione che non si potrebbe considerare se non avesse già l’idea della perfezione e quindi l’idea
della imperfezione deriva dalla negazione dell’idea di perfezione (e non viceversa).
DAL COGITO A DIO, DA DIO AL MONDO: DIO COME GARANTE DELL’EVIDENZA
In base all’esistenza di un Dio perfetto, Cartesio afferma che egli non può ingannarci e averci dato una
facoltà di giudizio da condurci in errore, se viene adoperata rettamente.
Dunque tutto quello che appare evidente e chiaro (evidenza) deve essere realmente vero,
perché Dio lo garantisce come tale.
Dio, essendo perfetto e buono garantisce l’esistenza di tutto ciò che appare come evidente (la verità è ciò
che appare chiaro e distinto senza possibilità di dubbio ed è garantita dall’esistenza di un Dio buono che
non inganna le sue creature)

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Per Cartesio, quindi, Dio ci permette di passare dalla certezza del nostro io (certezza della mia
esistenza in quanto sostanza pensante) alla certezza delle altre evidenze (mondo). L'esistenza di Dio è
garanzia della validità del metodo: Dio non mi inganna, la ragione può conoscere la verità, esiste un
mondo fuori da me e le verità sul mondo sono attendibili .
MA ALLORA PERCHE’ ESISTE L’ERRORE?
Secondo Cartesio l’errore nasce dal concorso di due fattori: l’intelletto e la volontà.
Intelletto umano : E' limitato (quello di Dio è infinito)
Volontà umana: E' libera ed è più estesa dell'intelletto, essa può fare delle scelte in maniera autonoma
rispetto all'intelletto e così si può verificare l’ERRORE, il quale avviene quando la volontà afferma o
nega qualcosa che l'intelletto non percepisce chiaramente.
L'errore non ci sarebbe se si giudicasse solo ciò che l'intelletto capisce chiaramente e se non si giudicasse
ciò che non è abbastanza chiaro.
L'errore dunque dipende dal libero arbitrio che Dio ha donato all’uomo, e può essere evitato solo
seguendo le regole del metodo e in primo luogo quella dell'evidenza.
IL DUALISMO DI CARTESIO
L'EVIDENZA, avendo ottenuto ormai ogni garanzia (in quanto è fondata sulla veridicità di Dio),
consente di eliminare il dubbio sulla realtà delle cose corporee.
Nel senso che io ho l'idea di cose corporee che esistono fuori di me e agiscono sui miei sensi e
quest'idea, essendo evidente, non può essere ingannevole: devono dunque esistere cose corporee
corrispondenti alle nostre idee.
Tuttavia, Cartesio ritiene che non tutti i corpi abbiano realmente le qualità che percepiamo; egli
opera la distinzione fra qualità oggettive cioè reali (la grandezza, la durata, il numero ecc.) e qualità
soggettive (il colore, il sapore, l’odore ecc.) che dipendono dalla percezione.
Cartesio, dunque ammette l’esistenza dei corpi, ma attua quindi una divisione delle realtà in due parti
ben distinte ed eterogenee:
- la sostanza pensante, cioè l’IO che incorporea, inestesa, consapevole e libera (RES COGITANS)
- la sostanza estesa o corporea, che comprende tutto lo spazio che ci circonda, è quindi
corporea, spaziale, inconsapevole e meccanicamente determinata, cioè che segue determinate
leggi (RES EXTENSA).
E queste due queste due componenti della realtà si collegano in base alla teoria della ghiandola
pineale (l'odierna epifisi-ghiandola del cervello) che è il "punto d'incontro" nel cervello fra anima e
corpo, in quanto era considerata l'unica parte del cervello che, non essendo doppia -non divisa in due
emisferi-, poteva unificare le sensazioni che vengono dagli organi di senso.

LA FILOSOFIA PRATICA
LA MORALE “PROVVISORIA”
Nella terza parte del Discorso sul metodo, Cartesio, in attesa di stabilire delle regole definitive, era
convinto che fosse necessario fissare norme di comportamento e aveva stabilito alcune regole di
morale provvisoria:
1. Obbedire e adeguarsi alle tradizioni, alla religione e ai costumi del proprio paese. Con questa
regola Cartesio mostra la sua personalità in quanto aveva un forte rispetto per
la tradizione religiosa e politica  egli aveva la religione del suo re, della sua nutrice.
In realtà egli distingueva due ambiti diversi:
- La pratica della vita in cui la volontà ha l’obbligo di decidere senza attendere l'evidenza; l'uomo
in questo caso si soddisfa con la sola verità probabile.
- La contemplazione della verità in cui la volontà ha l'obbligo di non decidere finché l'evidenza
non è stata raggiunta; l' uomo si soddisfa solo con la verità evidente. Questa prima regola per
Cartesio è permanente e definitiva.
2. Essere fermi e risoluti nelle proprie azioni: si può anche dubitare di scegliere questo o quello,

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ma una volta scelto si deve perseguire con tutte le proprie capacità quella scelta. Questa regola è
suggerita dalle necessità della vita che obbligano molte volte ad agire in mancanza di elementi
sicuri e definitivi.
3. Cercare di vincere se stessi piuttosto che la fortuna, e cambiare i propri pensieri più che
l'ordine del mondo. Cartesio sosteneva che nulla è totalmente in nostro potere, tranne i pensieri, i
quali dipendono dal nostro libero arbitrio. Il potere dell’uomo è solo quello di poter controllare
con la ragione i propri desideri, non cambiare il mondo (immutabile).
Questa regola esprime lo spirito cartesiano, il quale afferma che l'uomo si deve lasciare condurre
unicamente dalla propria ragione, e delinea l'ideale della moralità cartesiana: la saggezza.
LO STUDIO DELLE PASSIONI
La “morale provvisoria” non fu mai seguita da una “morale definitiva”.
Tuttavia egli scriverà LE PASSIONI DELL'ANIMA, un'opera che contiene anche spunti di etica.
In questo scritto, Cartesio distingue nell'anima:
→ le azioni che dipendono dalla volontà;
→ le affezioni che sono involontarie, e sono costituite da sentimenti o emozioni causati nell'anima
dagli spiriti vitali, ossia dalle forze meccaniche che agiscono nel corpo.
La FORZA DELL'ANIMA consiste nel vincere le emozioni e la DEBOLEZZA DELL'ANIMA
consiste nel lasciarsi dominare dalle emozioni, le quali, essendo spesso contrarie tra loro, portano
l'anima a combattere contro se stessa e la riducono nello stato più sgradevole.
Questo, però, non significa che le emozioni siano essenzialmente dannose, in quanto hanno la funzione
naturale di contribuire a conservare e perfezionare il corpo.
Le emozioni fondamentali sono la tristezza e la gioia.
→ La tristezza avverte l'anima di quelle che sono le cose nocive che, quindi, verranno odiate, e
allontanate.
→ La gioia, invece, avverte l'anima di quelle che sono le cose utili al corpo, per cui esse saranno amate
e si tenderà ad acquistarle e conservarle.
Le emozioni fanno apparire, quindi, il bene e il male, e ci inducono a fuggire da uno e a cercare l'altro
quando ci conviene, però l'uomo non deve lasciarsi guidare da esse, ma dall'esperienza e dalla ragione
e trovare un giusto equilibrio, dato invece dalla SAGGEZZA.
La SAGGEZZA è data dalla separazione del pensiero dalle emozioni, permettendo con la ragione di
controllare le proprie emozioni senza reprimerle, allo scopo di godere del libero arbitrio.

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SPINOZA
SPINOZA UN'ESISTENZA APPARTATA E DEDITA AL SAPERE
Spinoza (1632-1677) è uno dei sostenitori della ragione cartesiana (razionalismo).
- Nasce ad Amsterdam da una famiglia ebraica, che aveva abbandonato la Spagna per l’intolleranza
religiosa.
- Fu educato in una comunità israelita di Amsterdam, poi da qui scomunicato ed espulso con una
maledizione per aver praticato ed insegnato eresie.
- Si trasferisce prima a Leida e poi stabilmente all’Aia dove impara l’arte di fabbricare e pulire lenti per
strumenti ottici (un precetto della sua religione consisteva nell’apprendere almeno un lavoro
manuale)
- Si costruisce una certa fama di ottico più che di filosofo.
- Si ammalava spesso e conduceva una vita modesta e tranquilla. Quando un suo “seguace” (Simon De
Vries) e amico gli offrì in dono 2000 fiorini, rifiutò. Quando lo stesso amico gli offrì una pensione annua
di 500 fiorini, Spinoza disse che erano troppi e ne accetta solo 300.
- Scrisse diverse opere: un Trattato su dio, l’uomo e la sua felicità (conosciuto come Breve trattato);
Principi di filosofia cartesiana pubblicato con l’appendice Pensieri metafisici, dove si notavano le
differenze tra Cartesio e Spinoza; Trattato teologico-politico, che parla di libertà di pensiero e di
parola in una libera comunità (il libro è stato subito condannato come proibito dalla chiesa cattolica e
protestante).
- Spinoza aveva già terminato la sua opera fondamentale prima della morte, Etica dimostrata
secondo l’ordine geometrico che cominciava a circolare tra i suoi amici, ma non la pubblicò mai per
evitarne la condanna. L’opera fu infatti pubblicata dopo la sua morte in un volume. Le “Opere
postume” comprendevano L’Etica, un Trattato politico, un Trattato sull’emendazione dell’intelletto
(entrambi incompiuti) e un Trattato su Dio, l’uomo e la sua felicità.
- Spinoza morì a soli 44 anni nel 1677

LE FONTI E IL CARATTERE DEL SISTEMA


Il pensiero principale di Spinoza (Spinozismo) si basa essenzialmente sull'identificazione
panteistica di Dio con la natura che, pur basandosi su fonti diverse come:
→ la Teologia giudaico-cristiana,
→ la filosofia neoplatonica-naturalistica del Rinascimento e
→ il razionalismo cartesiano,
le supera criticamente in una nuova originale concezione/intuizione del mondo.
→ A questa serie di influenze bisogna inserire la Rivoluzione Scientifica che pur non essendo
una vera fonte, è fondamentale per capire il concetto spinoziano Dio-Natura. L'idea che rende
possibile questa fusione è proprio il concetto di Dio come ordine geometrico del mondo.
→ Un’altra caratteristica essenziale del pensiero di Spinoza è il suo rapporto con la civiltà
cristiana europea. Infatti Spinoza è, al tempo stesso, il primo autore dell’età moderna con cui
l’Occidente elabora un pensiero universale che sintetizza motivi greci, latini, ebrei, cristiani,
arabi ecc. ed è il primo filosofo che rigetta esplicitamente la concezione biblico-cristiana di Dio,
del mondo e dell’uomo, che fino a quel momento era stata sostenuta da tutti gli studiosi. E ciò
rappresenta un evento le cui conseguenze oggettive sono di grande importanza storica.
→ Spinoza, bisogna ricordare, che viveva in Olanda durante il secolo dell’oro, dove regnava la
tolleranza religiosa e stava affermandosi la borghesia mercantile e commerciale della cui
mentalità aperta e attiva l’etica e la politica razionalista e utilitaristica di Spinoza non ne sono
altro che un riflesso.
LA FILOSOFIA COME CATARSI ESISTENZIALE E INTELLETTUALE
Il Trattato sull’emendazione dell’intelletto è stato considerato dai critici come una sorta di
“Discorso sul metodo” spinoziano, parallelo a quello di Cartesio.
In realtà, in questo scritto, Spinoza rivela una concezione della filosofia come VIA VERSO LA
SALVEZZA ESISTENZIALE che va ben oltre Cartesio ma più vicino a quello di Agostino.

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Lo Spinozismo, nasce da una delusione di fondo nei confronti dei comuni valori della vita e nasce dalla
ricerca di un bene vero, capace di dare un significato all’esistenza e di colmare la sete umana di
felicità.
Spinoza nella sua analisi dei beni universalmente desiderati dagli uomini – le ricchezze, gli onori e
i piaceri dei sensi – fa comprendere chiaramente come essi siano “vani” perché:
- Non appagano veramente l’animo e i suoi bisogni profondi;
- Sono transeunti (passeggeri) ed esteriori;
- Generano per lo più inquietudini e inconvenienti vari.
Comunque il filosofo non condanna i beni finiti dell’esistenza ma la loro trasformazione da mezzi in fini
che impedisce la ricerca del bene vero, in quanto incatenano e oscurano la mente che li scambia per il
sommo bene e così ostacolando la ricerca dei veri valori.
Ora, il MODELLO DI BENE che Spinoza vuole ricercare con tutto se stesso, a costo di lasciare il certo (i
beni volgari) per l’incerto (l’ipotetica perfezione ideale), deve esser tale da poter soddisfare
totalmente l’animo, procurandogli serenità e letizia.
Ma come aveva già insegnato Agostino, l’unico bene capace di “far riposare” l’animo e di curare in
profondità la sua inquietudine è il META-TEMPORALE e il META-FINITO: <<l’amore per la cosa
eterna ed infinita – scrive Spinoza – riempie l’animo di pura letizia e lo rende immune da ogni
tristezza>>, poiché rende la mente beata non di una gioia passeggera, ma di una felicità stabile e
ferma, come l’essere che ne costituisce l’oggetto.
Però, mentre per Agostino la realtà eterna e infinita coincide con Dio, ed è quindi trascendente, per
Spinoza LA REALTÀ ETERNA E INFINITA SI IDENTIFICA CON IL COSMO (PANTEISMO) E LA GIOIA
SUPREMA CON <<L’UNIONE DELLA MENTE CON LA NATURA>>.
LA METAFISICA
IL METODO GEOMETRICO
Il capolavoro di Spinoza, Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico è una sorta di enciclopedia
delle scienze filosofiche che tratta di vari problemi: metafisici, gnoseologici, antropologici,
psicologici, morali ecc., con particolare attenzione, come suggerisce il titolo, all’etica.
Il METODO di Spinoza è di TIPO GEOMETRICO, in quanto il filosofo, ispirandosi ad Euclide di
Alessandria, crea un procedimento costituito da DEFINIZIONI, ASSIOMI, PROPOSIZIONI (=teoremi),
DIMOSTRAZIONI, COROLLARI E SCOLII (delucidazioni).
Gli studiosi si sono chiesti molte volte perché Spinoza abbia scelto questo metodo per trattare i massimi
problemi della filosofia. Forse:
1. Spinoza era influenzato dalla moda del tempo che vedeva nella matematica lo strumento di un
sapere rigoroso e universalmente valido;
2. Spinoza, essendo un ammiratore delle matematiche, vede nella geometria, e in parte nel latino,
una garanzia di precisione, di sinteticità e di distacco emotivo nei confronti dell’argomento
trattato;
3. Spinoza era convinto che il reale/realtà è una struttura necessaria di tipo geometrico, in cui
tutte le cose sono concatenate logicamente tra loro e quindi “deducibili” l’una dall’altra.
I critici consideravano il geometrismo filosofico di Spinoza una “camicia di forza” imposta con il risultato
di renderlo di difficile lettura e comprensione.
IL CONCETTO DI SOSTANZA
Spinoza deduce tutto il sistema del sapere metafisico dal concetto di SOSTANZA.
1. Nella tradizione greco-medievale per sostanza si intendeva sia la forma, cioè l’essenza
necessaria, sia il sinolo, ossia l’individuo concreto in cui essa è incarnata, e si considerava il
mondo come un insieme di sostanze gerarchicamente ordinate. [Per sostanza si intendeva il
sìnolo (forma + materia, con forma = essenza)].

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2. Cartesio era stato ambiguo, in quanto accanto alla sostanza prima di Dio (autonoma e causa di se),
aveva ammesso, come sostanze seconde, la res extensa e la res cogitans, intese come due realtà
che per esistere hanno bisogno unicamente di Dio. Dunque per Cartesio la sostanza è sia
autonoma (Dio), sia derivata (res), che per esistere ha bisogno di un’altra sostanza (Dio).
3. Spinoza, andando oltre Cartesio, intende per sostanza “CIÒ CHE È IN SÉ E PER SÉ SI CONCEPISCE”.
→ IN SÉ E PER SÉ: la sostanza è autosufficiente e autosussistente, non ha bisogno di altro per
esistere.
→ PER SÉ SI CONCEPISCE: la sostanza può essere pensata senza il bisogno di altri concetti.
Pertanto, la sostanza gode di una totale autonomia ontologica (nell’essere) e concettuale (nella
conoscenza).
LE PROPRIETA’ DELLA SOSTANZA E LA SUA UNICITA’
La sostanza per Spinoza è:
- Increata in quanto, essendo causa di sé, per esistere non ha bisogno di altro, cioè la sua essenza
implica l’esistenza.
- Eterna in quanto possiede l’esistenza stessa che non proviene/deriva da altro;
- Unica in quanto in natura non esistono due sostanze della stessa natura: essendo la natura unica,
anche la sostanza deve esserlo. La sostanza infatti può variare i suoi attributi o modi poiché essa è
anteriore (viene prima) alle sue affezioni (declinazioni)
- Infinita, poiché se fosse finita sarebbe limitata da un’altra sostanza della natura. In questo caso
esisterebbero due sostanze e sarebbe assurdo, perché la sostanza è unica. La sostanza è infinita
poiché la sua essenza non ha limiti e lo stesso anche i suoi attributi sono infiniti.
Questa sostanza increata, eterna, unica e infinita è Dio, della quale esistenza Spinoza è certo.
Quindi mentre gli empiristi basano come principio del sapere i sensi;
Cartesio basa come principio del sapere la res cogitans (la certezza del soggetto che pensa);
SPINOZA BASA COME PRINCIPIO DEL SAPERE DIO, la cui esistenza si impone alla ragione come una
verità evidente.
Dell’esistenza di Dio Spinoza accetta le prove tradizionali:
- Dio ha in sé la propria ragion d’essere e quindi non può non esistere (prova a priori).
- Dato che noi non siamo causa della nostra esistenza, deve esserci un ente necessario (sostanza o
Dio) che è causa sui (causa di sé, del proprio esistere) e causa di tutti gli altri esseri (prova a
posteriori).
L’originalità di Spinoza rispetto alla metafisica occidentale e in particolare al filone ebraico-cristiano,
sta nel fatto che afferma che DIO E IL MONDO NON SONO SEPARATE, MA SONO LA STESSA
SOSTANZA cioè che Dio non è esterno al mondo creato, ma è il mondo Deus sive natura, Dio
ovvero la natura.
Questo concetto si basa sulla UNICITA’ DELLA SOSTANZA e la sostanza è unica, come una
circonferenza (geometria) infinita che ha in se tutto e nulla fuori. Tutto è sostanza. Tutto è Dio.
Ha una CONCEZIONE PANTEISTICA DELLA REALTÀ, cioè una natura animata (Dio è nelle cose,
estremo panteismo), molto simile a Bruno  quindi anche la Natura è una realtà increata, eterna,
infinita e unica.
GLI ATTRIBUTI E I MODI
Spinoza per chiarire il rapporto tra Dio (sostanza) e il Mondo usa i concetti di Attributi e Modi.
Gli ATTRIBUTI sono ciò che l’intelletto percepisce della sostanza, ossia sono le qualità essenziali
o strutturali della sostanza stessa. Essendo la sostanza infinita, lo saranno anche i suoi attributi ed
essa sarà simile a un unico immenso prisma dalle illimitate facce.
→ Degli infiniti attributi della Sostanza (facce di questo prisma) che non è altro che la Natura stessa
che, quindi, ha infiniti volti (Sostanza=Dio=Mondo=Natura) l’uomo ne percepisce solo due: (1)
L’ESTENSIONE - res extensa; (2) IL PENSIERO - res cogitans.  L’ESTENSIONE è la materia,
mentre IL PENSIERO è la conoscenza.

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Ma se l’uomo può conoscerne solo due, come è arrivato a definirne l’infinità? Spinoza per deduzione
logica arriva ad affermare l’infinità degli attributi; mentre per deduzione empirica la dualità degli
attributi.
Schelling infatti dirà che Spinoza non arriva al dualismo degli attributi partendo dalla prova della
sostanza (=Dio) a priori, ma a posteriori dall’esperienza (deduzione empirica), in quanto il mondo non è
semplicemente pensiero ma in parte anche materia e non è semplicemente materia ma in parte anche
pensiero. Il filosofo Guzzo afferma che gli attributi sono necessari per spiegare la varietà del mondo.
L’infinità della sostanza/Dio viene “filtrata” dalla mente umana che percepisce una parte molto
limitata di questa (come la gamma cromatica dall’occhio). Perché l’uomo ne “vede” solo una piccola
parte? La questione resta senza risposta: è un’aporìa. Questo rende difficile lo spinozismo.

I MODI sono le manifestazioni della sostanza, cioè le modificazioni accidentali della sostanza
(mentre gli attributi sono proprietà essenziali della sostanza).
In poche parole, i modi sono le concretizzazioni particolari degli attributi: si identificano in singoli
corpi cioè in una modificazione dell’estensione (res extensa); o nelle singole menti cioè in una
modificazione delle idee e dunque del pensiero (res cogitans).
I modi non hanno sostanzialità perché esistono e possono essere pensati grazie agli attributi
(proprietà essenziali) della sostanza. Ogni corpo e ogni mente sono modificazioni accidentali dell’unica
materia (estensione) o dell’unica mente (pensiero)  Dio.
Spinoza distingue due tipi di modi:
• I MODI INFINITI sono le proprietà strutturali e permanenti degli attributi (se consideriamo l’infinito
attributo dell’estensione, i modi sono il movimento o la quiete; se consideriamo l’infinito attributo del
pensiero, i modi sono l’intelletto e la volontà. Un modo infinito è anche l’universo come totalità)
• I MODI FINITI sono gli esseri particolari degli attributi, vale a dire i singoli corpi e i singoli
pensieri/idee.
NATURA NATURANTE E NATURATA: DIO COME CAUSA DEL MONDO
In sintesi:
→ la SOSTANZA di Spinoza è un oceano sconfinato (senza fine, infinito) ed eterno;
→ gli ATTRIBUTI (proprietà essenziali, essenza) sono l’estensione acquatica (acqua);
→ i MODI INFINITI (proprietà strutturali e permanenti degli attributi) sono il movimento incessante
del mare;
→ i MODI FINITI (esseri o determinazioni particolari degli attributi) sono le varie onde.
Dunque, sostanza (oceano), attributi (acqua) e modi infiniti (movimento del mare) sono eterni,
mentre i modi finiti (onde) si generano e muoiono continuamente.
In termini filosofici, significa che
→ la Sostanza di Spinoza è la Natura come realtà infinita ed eterna, che si manifesta in
un’infinità di dimensioni (= gli attributi, dei quali noi percepiamo solo l’estensione e il pensiero)
e che si concretizza in un’infinita di maniere o forme di essere (= i modi).
Per cui quando Spinoza distingue tra la NATURA NATURANTE (Natura vista come causa, cioè Dio e i
suoi attributi) e la NATURA NATURATA (Natura vista come effetto, cioè l’insieme dei modi) non fa che
ribadire panteisticamente che la Natura è madre (NATURANTE) e figlia (NATURATA) di se stessa,
in quanto è produttrice il cui prodotto non esiste fuori di essa, secondo lo schema della causalità
transitiva, bensì in essa stessa, secondo lo schema della causalità immanente.
PANTEISMO (DIO È IN TUTTO) E IL PANENTEISMO (TUTTO È IN DIO)
DIO non è solo IMMANENTE ma anche LIBERO nel senso, non di libero arbitrio, ma nel senso che Dio
agisce seguendo le sole leggi della sua natura.
Non subisce alcun condizionamento esterno, poiché essendo infinito e totale, nulla è esterno a lui.

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Dio è LIBERO (cioè non è condizionato) e NECESSARIO (cioè la sua azione è determinata dalle leggi
della sua Natura). In Dio Libertà e Necessità coincidono.
I DUE PROBLEMI FONDAMENTALI DELLO SPINOZISMO
I due problemi fondamentali dello spinozismo
• Che cos’è, in definitiva, la Sostanza di Spinoza?
• Che rapporti esistono, precisamente, tra la Sostanza e i suoi Modi?
LA SOSTANZA COME ORDINE NECESSARIO (nel trattato l’Etica)
Per rispondere al primo interrogativo bisogna affermare che per Spinoza la Sostanza è la Natura non
intesa come forza che genera le cose, come avveniva nella tradizione filosofica, MA COME UN
ORDINE NECESSARIO E RAZIONALE DEL TUTTO.
Quindi il DIO-NATURA di Spinoza è L’ORDINE GEOMETRICO DELL’UNIVERSO, cioè il sistema
razionale e necessario del tutto  la natura è l’insieme delle leggi che determinano i rapporti
causali tra le cose.
Di conseguenza il panteismo (Dio è in tutto) e il panenteismo (tutto è in Dio) sono, in Spinoza,
una forma rigorosa di naturalismo, ripensato alla luce della rappresentazione scientifica e moderna
della realtà.
Anzi, da un certo punto di vista, lo spinozismo può essere considerato una traduzione metafisica del
modo GALILEIANO di considerare la Natura. Infatti per Galileo la Natura non è la potenza generatrice
delle cose, ma l’insieme delle leggi che governano i fenomeni.
Anche per Spinoza, la Natura non è più l’anima o l’energia intrinseca della materia, bensì il
sistema o l’ordine strutturale delle relazioni tra le cose, ovvero il complesso delle leggi
universali dell’essere.
IL RAPPORTO TRA SOSTANZA E I SUOI MODI (nel trattato l’Etica)
Per quanto riguarda il secondo problema, relativo ai rapporti tra la Sostanza e i modi, bisogna dire
che Spinoza ha scartato i due modelli tradizionali: 1. la dottrina della creazione e 2. la dottrina
dell’emanazione.
1. Egli ha escluso la dottrina della creazione, in quanto riduce il modo d’agire della Sostanza al modo
d’agire dell’uomo. La creazione suppone l’intelletto, la volontà, l’arbitrio, la scelta, tutte cose che,
secondo Spinoza, non hanno senso riferite al suo Dio – Natura. Inoltre il concetto biblico di
creazione implica il nulla che è impensabile.
2. Esclude la teoria della emanazione perché sarebbe simile alla teoria di Bruno ma tra i due c’è stato
Cartesio, Galileo, Hobbes e la rivoluzione scientifica che ha esaltato il concetto di NATURA quel
ordine oggettivo e matematicamente strutturato.
Infatti la sostanza spinoziana non è ne la causa che crea della metafisica cristiana, né la causa
emanante della metafisica neoplatonica, né la Natura infinita che per la sua sovrabbondanza di potenza
genera infiniti mondi, secondo il naturalismo di Bruno.
Essa è piuttosto UN ORDINE COSMICO O UN TEOREMA ETERNO DA CUI LE COSE SCATURISCONO
O «SEGUONO» IN MODO NECESSARIO, esattamente come dalla definizione di triangolo «segue» che la
somma degli angoli interni è uguale a due retti.
La forma matematica dell'Etica si basa sulla convinzione che l'ordine geometrico è la sostanza
stessa delle cose e che i singoli modi scaturiscono come i singoli teoremi, corollari che derivano
dai principi della geometria. QUINDI SOLO LA NECESSITÀ, MATEMATICAMENTE PENSATA, SPIEGA
LA REALTÀ.
In Spinoza niente è contingente/casuale e possibilità e realtà ma TUTTO È NECESSITÀ IN
POTENZA O NECESSITÀ IN ATTO. Delle tre categorie modali (possibilità, realtà e necessità) in
Spinoza rimane dunque la sola NECESSITÀ.

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LA CRITICA ALLA VISIONE FINALISTICA DEL MONDO E AL DIO BIBLICO
La concezione di Dio come ordine geometrico dell’universo mette il pensiero di Spinoza in antitesi ad
ogni forma di finalismo (metafisica greca, dottrina-ebraico cristiana di Dio) in cui Dio crea il mondo e
tutte le sue cose in maniera subordinata all’uomo (finalismo antropocentrico = il fine è l’uomo)
Spinoza afferma che le cause finali non esistono né in natura, né in Dio (antifinalismo). Galilei,
invece, non le aveva escluse limitandosi a sostenere che noi non possiamo conoscerle.
Finalismo come pregiudizio umano Secondo Spinoza, ammettere l’esistenza delle cause finali è
un pregiudizio dovuto alla costituzione dell’intelletto umano. Gli uomini ritengono tutti di agire in
vista di un fine e poiché sono portati a considerare come mezzi tutte le cose naturali e poiché sanno che
questi mezzi non sono prodotti da loro, credono che siano stati preparati per loro da Dio. In questo modo
nasce il pregiudizio che Dio produca e governi le cose per l’uso degli uomini. Errori concettuali del
finalismo.
Per Spinoza, il limite maggiore del finalismo, filosoficamente parlando, è di:
1. considerare come causa ciò che in natura è effetto (natura naturata), e viceversa, mettendo
dopo ciò che in natura è prima (natura naturante)  non è l’ambiente ad adeguarsi ai viventi
ma viceversa (non è il calore trasmesso ai viventi che causa il sole, ma è il sole che causa il calore).
2. rendere imperfetto ciò che è perfetto perché perfetto è l’effetto prodotto immediatamente da
Dio, imperfetto è ciò che ha bisogno di cause intermedie per essere prodotto; nel senso che se Dio
creasse le cose per un certo fine, esse sarebbero meno perfette delle altre.
3. annullare la perfezione del mondo implica annullare anche la perfezione di Dio: se Dio agisse
per un fine allora vorrebbe dire che necessariamente qualcosa manca a Dio stesso.
Quindi per Spinoza la dottrina della cause finali non solo elimina la perfezione del mondo ma toglie
anche la perfezione di Dio, riducendo Dio alla stregua dell’uomo (rifiuto antropomorfismo religioso)

Per Spinoza la visione biblica di Dio, come un super-uomo con tutte le passioni dell’uomo, è solo il
prodotto dell’immaginazione superstiziosa di individui.

IL PARALLELISMO TRA PENSIERO ED ESTENSIONE


PENSIERO ed ESTENSIONE sono due realtà qualitativamente eterogenee (qui si distanzia da
Cartesio) perché lo spirito non può mai essere materiale e la materia non può mai essere spirituale.
Inoltre non possono influenzarsi a vicenda ma allora come si spiega allora la connessione tra mente
e corpo? I Corpi e le idee concordano tra loro in una corrispondenza biunivoca una sorta di
parallelismo psico-fisico: il corpo è l’aspetto esteriore della mente, la mente è l’aspetto interiore del
corpo [per esempio un’emozione si può esprimere sia in termini fisiologici (battito del cuore, rossore,
sudore…) che psichici (paura, piacere…)]
Questo concetto di parallelismo psico-fisico è un nuovo modo filosofico di rappresentare i rapporti tra
corpo e psiche, che si differenzia sia da quello cartesiano della ghiandola pineale, da quello
materialistico di Hobbes, da quello occasionalistico, secondo cui materia e spirito, pur essendo
indipendenti, di fatto sono resi paralleli da un intervento provvidenziale di Dio.

Secondo Spinoza, ciò che fonda il rapporto mente-corpo è l’ordine unitario dell’essere cioè la
Sostanza, il Dio o Natura  il pensiero → coscienza e l’estensione → materia, sono due attribuiti
diversi di una medesima Sostanza, e quindi due traduzioni distinte e simultanee di una stessa realtà di
fondo (monismo metafisico).
L’ETICA
L’ANALISI GEOMETRICA DELL’UOMO
Per Spinoza, la ricerca filosofica porta a trovare la serenità e la beatitudine dell’animo. Quindi
nell’Etica la metafisica è finalizzata alla riflessione morale intesa come ars vivendi.

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Questo emerge dalla stessa opera che si divide in 3 ambiti tematici : DIO – teologia (libro I), la MENTE
- gnoseologia (libro II) che conosce, la LIBERTA’ – etica (libro III) dell’uomo dalle passioni.
Alla base dell’etica di Spinoza c’è la NATURALITA’ DELL’UOMO, in quanto l’uomo fa parte della natura
come tutte le cose ed è sottoposto alle comuni leggi dell’universo, al pari di tutti gli altri elementi
naturali - non è creatura privilegiata.
Con il concetto di naturalità dell’uomo Spinoza si scaglia contro l’antropologia dei filosofi precedenti che
hanno considerato l’uomo come una sorta di eccezione.
Spinoza toglie all’uomo il suo statuto di creatura privilegiata, infatti la natura è sempre la stessa e quindi
le regole sono ovunque le stesse.
Il geometrismo morale
Per il principio di Naturalità dell’Uomo anche le sue azioni obbediscono a leggi universali, quindi
regole fisse e necessarie che vanno studiate con matematica obiettività (geometrismo morale).
Come un Macchiavelli dell’etica, Spinoza elabora, con lucido realismo (Macchiavelli dell’etica) il
geometrismo morale/emozioni (passioni o affetti), cercando di comprendere le passioni come
proprietà che appartengono alla natura umana (come all’aria il caldo e il freddo, evitando di giudicarle
e condannarle proponendosi:
a) di individuare le leggi e le forze basilari che reggono la condotta pratica degli individui
b) di collegare la libertà alla potenza dell’intelletto e la schiavitù alla potenza delle passioni
GLI AFFETTI PRIMARI
Quelle che noi chiamiamo “emozioni” o “passioni” Spinoza le definisce AFFETTI e li divide in AZIONI e
PASSIONI.
→ Le azioni sono gli affetti di cui siamo “causa adeguata”
→ Le Passioni sono gli affetti che subiamo, cioè di cui non siamo “causa adeguata”
Gli AFFETTI PRIMARI sono: la CUPIDITA’, la LETIZIA e la TRISTEZZA.
Lo sforzo di autoconservazione che nasce dagli affetti primari è il principio fondamentale che
regge il comportamento dell’individuo e consiste nella ricerca del proprio utile, quando esso si
riferisce solo alla mente si chiama VOLONTA’, mentre quando si riferisce alla mente e al corpo si
chiama APPETITO che è la stessa essenza dell’uomo  quando l’appetito è cosciente si chiama
CUPIDITÀ o DESIDERIO che è il primo degli affetti, dal quale seguono la letizia e la tristezza.
Cupidità , letizia e tristezza sono i 3 AFFETTI PRIMARI dai quali derivano gli AFFETTI SECONDARI,
ossia tutte le possibili PASSIONI umane.
Dagli affetti primari scaturiscono anche il bene e il male (sono qualità relative alla cupidità).
Il BENE favorisce lo sforzo di autoconservazione (ed è fonte di Letizia = passaggio ad una perfezione
migliore) mentre il MALE lo ostacola (ed è fonte di Tristezza = passaggio ad una perfezione minore).
GLI AFFETTI SECONDARI
Da questi tre affetti primari scaturiscono i basilari Affetti Secondari che sono l’Amore e l’Odio e altre
passioni derivate.
SCHIAVITU’ E LIBERTA’ DELL’UOMO
Spinoza crede che lo sforzo di autoconservazione rappresenti la legge comune di comportamento per
tutti i viventi e si identifica con la ricerca del proprio utile.
DETERMINISMO SPINOZIANO. Ogni tentativo di sottrarsi alle passioni è vano, in quanto è come
sottrarsi alle leggi che regolano l’intero mondo (ILLUSIONE DEL LIBERO ARBITRIO Gli uomini si
ritengono liberi perché conoscono e capiscono i loro desideri ma non conoscono le cause per cui
desiderano. Es: Una pietra che viene messa in moto da una forza esterna crede di essere lei a dirigere la
sua traiettoria e a scegliere il momento e il punto di caduta.)
L’uomo, in virtù della ragione, può raggiungere la libertà? Spinoza definisce la schiavitù umana
come l’impotenza dell’uomo a reprimere gli affetti, quindi non padrone di sè.
1. Il comportamento passionale è dettato da una conoscenza inadeguata della realtà, di fronte alla
quale ci si sente impotenti.

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2. Al contrario, il comportamento razionale è dettato da idee chiare e distinte in virtù delle quali si è
causa di atti consapevoli.
Per Spinoza la libertà dell’uomo non consiste nel liberarsi dal determinismo naturale
(autoconservazione e ricerca dell’utile) ma nell’essere consapevoli di tale meccanismo e cercare di
esercitare la ragione sugli affetti ponendosi come soggetto attivo e non passivo.
Chi è libero agisce comunque per l’utile, ma in modo consapevole, non in modo inconsapevole come
chi è schiavo delle passioni. In tal senso, la libertà coincide con la VIRTÙ: agire tendendo all’utile ma
sotto la guida della ragione, cioè in modo CONSAPEVOLE, avendo una Conoscenza adeguata delle
passioni perché quanto più conosciamo una passione/affetto tanto meno ne siamo travolti). Chi è
libero comprende che non c’è nulla di casuale e che tutto è necessario, quindi paradossalmente è
cosciente della propria necessità e finitezza.
La conoscenza adeguata è per l’uomo bene supremo e sorgente di beatitudine ed è il supremo
grado del conoscere che Spinoza definisce «conoscenza di dio» o «amore intellettuale di dio»  nel
senso che la conoscenza di dio è anche amore, nel senso che è un’emozione di gioia
Il legame inseparabile tra RAGIONE ed EMOZIONE consiste nel fatto che se la felicità consiste nel
vivere secondo ragione, tuttavia la ragione da sola non riesce a renderci liberi e felici ma è efficace
quando ci procura delle emozioni. La Ragione per avere potere sulle emozioni negative deve farsi
essa stessa emozione, cioè gioia che scaturisce dal possesso della verità. Secondo Spinoza, la
FELICITA’ NON COSTISTE NELLA REPRESSIONE DELLE PASSIONI NEGATIVE MA NEL LORO
SUPERAMENTO DA PARTE DI UNA PASSIONE SUPERIORE CHE E’ L’AMORE DI DIO (CONOSCENZA
DELLA NATURA)
L’uomo Morale: Spinoza fonde la saggezza greca e l’ideale rinascimentale di una vita nella sua
perfezione mondana, in quanto la ragione vuole che ciascuno si ami e che cerchi il proprio utile che porta
a un miglioramento della propria perfezione.
Spinoza concepisce la virtù e la ricerca dell’utile in chiave sociale: l’uomo morale è un uomo sociale,
in quanto la ragione porta l’uomo a stare con i propri simili per meglio ottenere l’utile che essendo
condiviso da molti diventa utile collettivo
I GENERI DELLA CONOSCENZA
La liberazione dalle passioni si ottiene solo con la contemplazione del Dio-Natura, cioè l’amore
intellettuale di Dio. Questo si nota nella teoria dei tre generi della CONOSCENZA.
Spinoza ritiene che il processo di conoscenza procede parallelamente al progresso morale e in base a
questo distingue 3 gradi di conoscenza:
 conoscenza di primo genere o immaginazione o percezione sensibile: la mente coglie la realtà
in modo oscuro e confuso. È la conoscenza PRE-SCIENTIFICA del mondo: percepisce le diverse
realtà in maniera slegata (uomo, cavallo, ecc.) e non li collega. È conoscenza inadeguata perché
percepisce in modo parziale, infatti non è un errore ma una mancanza di conoscenza adeguata. A
livello etico questa forma di conoscenza corrisponde alla schiavitù delle passioni.
 conoscenza di secondo genere: nasce dalla ragione e si basa sulle idee comuni, adeguate e chiare
che essa genera. Questa conoscenza è la conoscenza SCIENTIFICA (MECCANICISTICA) del mondo:
collega le cose secondo un rapporto di causa-effetto offrendo una visione razionale del mondo. A
livello etico questa forma di conoscenza corrisponde alla vita secondo ragione o virtù in cui l’uomo
controlla il suo sforzo di autoconservazione e la sua condotta.
 conoscenza di terzo genere o scienza intuitiva: si basa sull’intelletto e consiste nel concepire la
realtà alla luce della Sostanza. Si identifica con la METAFISICA, cioè con la visione delle cose nel
loro scaturire da Dio. Con questo genere di conoscenza, la mente si eleva sopra le limitazioni del
finito e si colloca dal punto di vista di Dio. Infatti per Spinoza l’ETICA è una sorta di colpo d’occhio
divino gettato sul mondo.
Quindi a secondo della conoscenza si ha una percezione diversa del mondo:
 con il primo genere – immaginazione – conoscenza inadeguata • il mondo appare molteplice,
contingente e temporale; e può apparire anche come imperfezione e male.

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 con il secondo e terzo genere – intelletto - conoscenza adeguata • il mondo si configura come
qualcosa di UNITARIO, in quanto la molteplicità è solo l’insieme dei modi d’essere della
sostanza; di NECESSARIO, poiché il contingente è solo ciò di cui ignoriamo le cause; di
ETERNO, in quanto ciò che sembra svolgersi nel tempo è in realtà la manifestazione di una
struttura meta-temporale (tutto in Dio quindi eterno). Qui dal punto di vista dell’intelletto bene e
male, perfezione o imperfezione sono solo categorie umane e relative all’utile dell’individuo.
 Alla LETIZIA che nasce dalla conoscenza di quell’ordine necessario che è la stessa sostanza
di Dio Spinoza da il nome di AMORE INTELLETTUALE DI DIO e afferma che:
a. Dio è l’ordine geometrico dell’universo (Metafisica geometrizzante cioè cogliere la sostanza
ultima delle cose nella struttura matematica dell’universo).
b. La conoscenza di ogni singola cosa come elemento o manifestazione necessaria di quest’ordine
è contemplazione di dio
L’AMORE INTELLETTUALE DI DIO coincide anche con la beatitudine = grado più alto dell’ascesi
etica dell’uomo. La somma perfezione esistenziale consiste quindi nel perseguire l’utile in modo
razionale e vivere la vita nella miglior maniera possibile, rapportandosi in maniera serena al
Tutto eterno e necessario di cui si è transitorie manifestazioni  BEATITUDINE.
LO STATO, LA RELIGIONE, LA LIBERTA’ DI PENSIERO
TEORIA DELLO STATO
Nel TRATTATO POLITICO e nel TRATTATO TEOLOGICO-POLITICO Spinoza ha una visione di Stato di
realismo politico.
Come Hobbes, Spinoza parte da un IPOTETICO STATO DI NATURA, nel quale il diritto di ciascun
uomo coincide con la sua potenza (forza di esistenza e azione).
Questa condizione determina una guerra di tutti contro tutti e il singolo individuo non può difendersi da
solo e, quindi, tale precarietà dello stato di natura porta gli uomini ad un accordo comune per
una convivenza pacifica che porta alla formazione di un GOVERNO e nasce il DIRITTO COMUNE che,
a sua volta porta alla nascita dei valori morali che hanno senso in una società e non fuori di essa.
(Giustizia e Ingiustizia nascono dal diritto comune)
Il diritto dello STATO, quindi, limita il potere dell’individuo ma non annulla il suo diritto naturale: si
può non condividere le leggi dello stato, ma i vantaggi dello stato civile sono tali che la ragione consiglia
a ciascuno di sottomettersi alle sue regole.
Anche IL DIRITTO DELLO STATO NON E’ ASSOLUTO, perché è sottomesso a leggi, nello stesso modo
in cui l’uomo è sottomesso nello stato naturale, nel senso che il suo obbligo è non distruggere se
stesso; per lo Stato come per l’uomo, la regola migliore sarà quella di fondarsi sui precetti della
ragione che sono i soli che garantiscono la sua conservazione. I fini dello stato sono la PACE e la
SICUREZZA DELLA VITA
RELIGIONE COME OBBEDIENZA
Spinoza , nel TRATTATO TEOLOGICO POLITICO , critica il contenuto della Bibbia in quanto insegna
riguarda la vita pratica e l’esercizio della virtù e non la verità; egli definisce la FEDE come atto
pratico di obbedienza. L’unico insegnamento utile della bibbia è l’amore per il prossimo.
Ridurre la Fede ad un atto pratico di obbedienza , elimina alla radice le dispute di carattere religioso
tra filosofia che si occupa della verità e la teologia che si occupa dell’obbedienza a Dio.
LIBERTA’ DI PENSIERO
L’analisi di Spinoza dell’organizzazione politica e della definizione di fede, hanno come obiettivo quello
di garantire all’uomo la libertà della ricerca filosofica. Il diritto più importante per un uomo è la
facoltà di pensare e giudicare in maniera libera; l’autentico fine dello stato è quindi l’esercizio della
libertà.

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HOBBES
UN’ALTERNATIVA A CARTESIO
La filosofia di Hobbes è un’alternativa a quella di Cartesio, in quanto elabora in maniera diversa
concetto di “ragione”.
La filosofia di Hobbes è materialista e nominalista (= dottrina dei filosofi chiamati nominales e sostiene
che i concetti vengono concepiti solo come nomi e non posseggono una propria esistenza. Il
nominalismo si contrappone al concettualismo e al realismo filosofico) mentre la filosofia di Cartesio è
basata su una metafisica spiritualistica. Inoltre i due filosofi scorgono nella ragione tecniche molto
diverse.
La filosofia di Hobbes ha come unico scopo quello di porre le basi per una società pacifica e
ordinata e questo era possibile solo grazie ad un potere assoluto dello stato.
Egli cerca di creare una filosofia razionale, che escluda il soprannaturale, che escluda ciò che fu
affermato dagli autori antichi e che prenda spunto esclusivamente dalla natura.
RAGIONE E CALCOLO
Hobbes dà dignità a tutta la natura: anche gli ANIMALI che possiedono la ragione, anche se in minor
quantità poiché sono in grado di soddisfare i loro bisogni e sopravvivere imparando dalle esperienze
passate.
L’UOMO, in più degli animali, può prevedere e progettare a lunga scadenza, modificando il proprio
comportamento e i mezzi per raggiungere i suoi fini. Questo può farlo perché possiede il linguaggio.
Il linguaggio si ha solo quando si usano le parole: segni convenzionali e artificiali che esprimono i
concetti delle cose che si pensano (dei propri pensieri). Il linguaggio deriva dalla ragione
dell’uomo.
Infatti, è vero che, se non avessimo il concetto di triangolo, dato dalla parola “triangolo”, ogni volta che
ne vedremmo uno dovremmo desumerne le principali caratteristiche per riconoscerlo (questo ricorda
molto l’esempio di Platone: “Se da lontano vedessi un uomo, ma non avrei il concetto di uomo, dovrei
aspettare che si avvicini per desumerne le caratteristiche e così ogni volta che vedrei una figura (uomo).
La parola permette una generalizzazione del concetto, quindi il linguaggio permette il
ragionamento che è sempre calcolo: addizione e sottrazione di concetti (es.: uomo= corpo + animato
+ razionale; animale= corpo + animato - razionale).

Il ragionamento si forma grazie al sillogismo ipotetico che fa arriva a una dimostrazione (es.:
l’uomo è corpo perché è animale).
La scienza è fatta di dimostrazioni e dunque un discorso scientifico è fatto di sillogismi, poiché
lo scopo della scienza è mostrare la connessione tra causa ed effetto - scire per causas = conoscere
l’effetto attraverso le cause. L’autentica conoscenza scientifica, dimostrativa, che va dalla causa
all’effetto (scire per causas) è possibile solo per gli oggetti creati dall’uomo.
Cose Prodotte dall’uomo  Abbiamo la Dimostrazione a priori (deduttivo - dalla causa all’effetto)
tipico delle scienze matematiche e morali (politica ed etica) che arrivano a conclusioni necessarie
Cose naturali sono prodotte da Dio  Abbiamo le Dimostrazioni a posteriori (induttivo – dagli
effetti alla causa) raggiungono solo conclusioni probabili, e non necessariamente vere, perché uno
stesso effetto può essere prodotto da cause diverse (es.: calore del sole e calore di una fiamma).
MATERIALISMO
Materialismo Meccanicistico
Ragione e scienza possono indagare solo gli oggetti generabili, dei quali si conoscono, o a priori
(scire per causas) o a posteriori, le cause che li hanno prodotti.

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La ragione infatti non può pensare ciò che non è materiale. E la scienza non può avere come oggetto
nulla che non sia materiale (materialismo).
In altre parole: Gli oggetti della ragione e della scienza sono estesi e materiali: cioè i corpi. Per
Hobbes si parla di materialismo perché solo il corpo esiste (come per gli stoici) in quanto può
compiere o subire un’azione (meccanicismo cioè esiste tutto ciò che è movimento)

Anche lo spirito umano (e anche le sensazioni) è corporeo: la sensazione è l’immagine dell’oggetto


corporeo prodotta nei nostri organi di senso, quindi movimento: i movimenti sono le qualità sensibili
nell’oggetto e le sensazioni che queste qualità (corporee) producono nel corpo (dell’uomo). Movimento,
dunque, è anche l’immaginazione (o memoria) che fissa le immagini dei sensi prodotte dalle qualità
corporee degli oggetti attraverso le sensazioni.
Mentre Cartesio riconosceva un dualismo (res cogitans, incorporea; res extensa, corporea), Hobbes
dirà che anche l’anima è corpo. L’anima umana è materiale perché compie delle azioni (pensieri
che generano idee, giudizi, sentimenti).
Il corpo è l’unica realtà per se stessa (al di là del dubbio cartesiano che dava come unica realtà la res
cogitans). Il movimento è l’unico principio che spiega i fenomeni naturali.
Se solo i corpi esistono e questi possono essere o naturali (dio=causa) o artificiali (uomo=causa),
anche la filosofia si distingue in base all’oggetto da indagare:
 filosofia naturale, ha come oggetto i corpi naturali;
 filosofia civile, ha come oggetto i corpi artificiali (società umane) che si divide a sua volta in: (1)
etica - tratta di emozioni, bisogni e costumi dell’uomo; (2) politica: tratta di doveri civili.
Esiste una filosofia prima (che ricorda molto la concezione aristotelica) che chiarisce i concetti
fondamentali dei corpi (es.: concetti come spazio, tempo, causa, effetto, potenza, atto...)
Materialismo Etico
Se le valutazioni teoriche (vero, falso) sono convenzionali, le valutazioni morali (bene, male) sono
soggettive e relative (sofismo) a ognuno e a ogni cosa.
Nulla è bene o male in maniera assoluta e non c’è una regola oggettiva che ci fa distinguere il bene dal
male, perché questo dipende dal giudizio della persona stessa (in assenza di stato) o dell’autorità
(quando c’è lo stato). LE LEGGI CREANO LA MORALE.
In generale, evitiamo il male e ricerchiamo il bene, perché ciò che si desidera è BENE E CIÒ CHE
SI ODIA È MALE.
Quando nell’uomo si provano sensazioni contrastanti, come speranza e paura, che portano l’uomo a
dovere fare una scelta, l’uomo sarà in uno stato di deliberazione (valutazione). Si esce da questo
stato di valutazione con la volontà, attraverso la quale si compie la scelta (decisione).
La volontà conclude temporaneamente i sentimenti contrastanti che però rinascono
e quindi l’uomo non può raggiungere uno stato definitivo di tranquillità. Dunque, non esiste un fine
ultimo e neanche un sommo bene, nella vita. Perché il fine ultimo ci porterebbe a non desiderare
nient’altro. Ma il desiderio è sensibilità, e cioè il “movimento” (sensazione) di un uomo. Se l’uomo non
desidera più, non sente più e dunque neanche esisterebbe più.
Secondo Hobbes infatti la vita è un movimento incessante che trova sempre il modo di
proseguire (o in linea retta o in moto circolare).
Se la vita è sempre un movimento, l’uomo dovrà sempre scegliere e non possiede la libertà, che per
Hobbes è libertà di azione, nella quale la volontà non deve essere “ostacolata” dall’esterno
(libertà è l’assenza di impedimenti all’azione, cioè la capacità di realizzare senza alcun
impedimento esteriore i propri desideri interiori).
A volte infatti la volontà non rispecchia ciò che vogliamo davvero, ma è causata da fattori esterni (es.:
non abbiamo fame, ma se vediamo qualcosa che ci piace vogliamo mangiarla). Cause necessarie portano

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ad azioni umane rese necessarie dalle cause, ma non in senso assoluto (es.: non è necessario studiare oggi
quella cosa, ma se ci viene assegnata dall’esterno, allora si trasforma in necessaria).

https://www.tesionline.it/appunti/filosofi-dell-et%C3%A0-moderna/filosofia-naturale-in-
hobbes/398/22
https://www.docsity.com/it/pensiero-filosofico-di-thomas-hobbes/831651/
https://www.docsity.com/it/thomas-hobbes-sintesi-e-appunti-sul-pensiero-e-la-
politica/4159591/

https://www.docsity.com/it/sintesi-thomas-hobbes/4499222/

https://www.docsity.com/it/thomas-hobbes-vita-e-pensiero/5276471/

https://www.docsity.com/it/filosofia-hobbes-classe-40/2461417/
https://it.scribd.com/doc/88689193/Thomas-Hobbes

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Hobbes, Thomas - Pensiero e opere
Il riassunto contiene i tratti essenziali della sua filosofia, analizzandone in particolar modo il profilo politico

di simone.scacchetti
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Hobbes

Un’alternativa a Cartesio
La filosofia di Hobbes è un’alternativa a quella di Cartesio, elaborando diversamente il concetto di “ragione”.
•• La filosofia di Hobbes è materialista e nominalista (= dottrina dei filosofi chiamati nominales e sostiene che i concetti
vengono concepiti solo come nomi e non posseggono una propria esistenza.
Il nominalismo si contrappone al concettualismo e al realismo filosofico). La filosofia di Cartesio è basata su una
metafisica spiritualistica.
•• Hobbes Nassce in Inghilterra nel 1568 e studia a Oxford. Si forma grazie ai contatti con l’ambiente culturale europeo,
poiché viaggia molto per tutta l’Europa. Resta per molto a Parigi: qui incontra Gassendi e frequenta gli ambienti
libertini. Diviene amico di Galilei. Fa ricevere a Cartesio le sue “Obiezioni alle meditazioni” cartesiane. L’opera
principale è il Leviatano, che ha per temi: la materia, la forma e il potere di uno stato ecclesiastico e civile. Espone il
proprio sistema nella trilogia “Il Cittadino”, “Il Corpo”, “L’Uomo”. Negli ultimi anni tratta di polemiche varie, tra cui
quella con il vescovo Bramhall, poiché Hobbes difende la corporeità di Dio. Muore a Londra nel 1679 (91 anni).
•• La filosofia di Hobbes ha come scopo quello di porre i fondamenti di una comunità ordinata e pacifica. Ciò è
possibile solo con uno stato assoluto (= assolutismo). E una filosofia metafisica, come quella di Aristotele e degli
scolastici, non fornirebbe un simile fondamento. La filosofia di Hobbes è “umanamente razionale”, escludendo il
soprannaturale e l’ipse dixit. Crede solo nel mondo della natura.

Ragione e calcolo
Hobbes dà grande dignità a tutta la natura: anche gli animali, secondo lui, possiedono la ragione, anche se in minor
quantità, o meglio qualità, poiché sono in grado di soddisfare i loro bisogni e sopravvivere imparando dalle esperienze
passate prevedendo, seppur in maniera limitata, il futuro.
•• L’uomo, in più degli animali, può prevedere e progettare a lunga scadenza, modificando il proprio comportamento e i
mezzi per raggiungere i suoi fini. Questo può farlo perché possiede il linguaggio: questo consiste nell’uso di segni

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convenzionali. Per lui, dunque, gridi e voci (di uomini e animali) sono segni, ma non linguaggio.
•• Il linguaggio si ha solo quando si usano le parole: queste sono segni convenzionali che esprimono i concetti delle
cose che si pensano (dei propri pensieri).
••• Il linguaggio deriva dalla ragione dell’uomo e questo è fatto di segni convenzionali e dunque artificiali consentendo
di guidare ed esprimere allo stesso tempo il pensiero (come per noi che quando scriviamo ci esprimiamo, ma la scrittura
guida il nostro pensiero, formandolo). Infatti, è vero che, se non avessimo il concetto di triangolo, dato dalla parola
“triangolo”, ogni volta che ne vedremmo uno dovremmo desumerne le principali caratteristiche per riconoscerlo (questo
ricorda molto l’esempio di Platone: “Se da lontano vedessi un uomo, ma non avrei il concetto di uomo, dovrei aspettare
che si avvicini per desumerne le caratteristiche e così ogni volta che vedrei una figura (uomo).
• La parola permette una generalizzazione del concetto, che abbraccia infiniti casi simili.
••• Per questo, il linguaggio permette (rende possibile) il ragionamento. Il ragionamento è sempre calcolo: addizione e
sottrazione di concetti (es.: uomo=corpo+animato+razionale; animale=corpo+animato-razionale).
•• Il ragionamento si forma grazie al sillogismo ipotetico (da Aristotele - che mette in evidenza le cause): se qualcosa è
uomo, è animale. Se è animale, è corpo. Se qualcosa è uomo, è corpo (addizione). Il sillogismo ipotetico fa risalire alla
causa di un certo fatto (es.: l’uomo è corpo perché è animale).
•• Il sillogismo ipotetico arriva a una dimostrazione. La scienza è fatta di dimostrazioni e dunque un discorso scientifico
è fatto di sillogismi (poiché il suo scopo è mostrare la connessione tra causa ed effetto - scire per causas).
•• Questo scopo di scire per causas (= conoscere l’effetto attraverso le cause) è tipico nelle scienze che hanno per
oggetto le cose prodotte dall’uomo: se le produce, e dunque se ne è la causa, può conoscerne l’effetto. L’autentica
conoscenza scientifica, dimostrativa, che va dalla causa all’effetto (scire per causas) è possibile solo per gli oggetti
creati dall’uomo.
••Solo le scienze matematiche e morali (politica ed etica) possono essere davvero conosciute e studiate. L’uomo, infatti,
crea le figure geometriche e crea giustizia e ingiustizia (effetti) stabilendo leggi (cause) politiche e morali.
•• Le cose naturali sono prodotte da Dio. Dunque l’uomo non può conoscerne le cause (dimostrazione a posteriori).
L’uomo non può sapere come sono state generate. Non è possibile la dimostrazione a priori (scire per causas, dalla
causa all’effetto).
•• Si risale dagli effetti (in questo caso i fenomeni naturali) alle cause, raggiungendo solo conclusioni probabili, e non
necessariamente vere, perché uno stesso effetto può essere prodotto da cause diverse (es.: calore del sole e calore di una
fiamma).
•• Questo punto di vista è stato accennato da Cusano e sarà ripreso da Vico, che lo porrà a fondamento della propria
filosofia:
per Vico, il vero e il fatto indicano la stessa cosa (verum=factum) e dunque sarà vero solo ciò che si fa.
la scienza delle cose naturali è riservata a Dio (che le ha create e ne è la causa): di queste l’uomo può farne una scienza
probabile o approssimativa.
la scienza delle cose artificiali (fatte dall’uomo), come la matematica, la storia, la politica e l’etica, è il patrimonio
dell’uomo stesso perché in lui coincide la causa.
•• In sintesi:
Il sapere consiste nella conoscenza delle cause che generano i fenomeni. Si raggiunge in due modi secondo il tipo di
cose (artificiali/naturali):
per le cose artificiali (create dall’uomo: matematica, storia, politica, etica) si utilizza una dimostrazione a priori (scire
per causas - dalle cause agli effetti) di tipo deduttivo: si arriva a conclusioni necessariamente vere.
per le cose naturali (create da Dio) si utilizza una dimostrazione a posteriori (dagli effetti alle cause) di tipo induttivo
(dal particolare al generale): si arriva a conclusioni probabili perché un effetto può avere due cause diverse (es.: il calore
è l’effetto ottenibile da molteplici cause, come il Sole e il fuoco).

Il materialismo (meccanicistico ed etico)


Ragione e scienza possono indagare solo oggetti generabili, dei quali si conoscono, o a priori (scire per causas) o a
posteriori, le cause che li hanno prodotti. La ragione infatti non può indagare (pensare) ciò che non è materiale. E la
scienza non può avere come oggetto nulla che non sia materiale (materialismo).
••• In altre parole: Gli oggetti della ragione e della scienza sono estesi e materiali: i corpi. Dunque, solo i corpi sono
oggetto di scienza e di ragione.
Hobbes riprende lo stoicismo secondo cui solo il corpo esiste; per questo la sua filosofia è il materialismo.
Solo il corpo esiste perché solo questo può compiere o subire un’azione. La parola “incorporeo”, per lui, è senza
significato. Quando l’aggettivo è riferito a Dio è solo per distinguerlo dalla natura, perché, così polemizzerà con il
vescovo Bramhall, se Dio è incorporeo vale a dire che non esiste affatto (solo il corpo esiste).
Lo spirito umano (e in esso comprese le sensazioni) non può essere incorporeo: la sensazione è l’immagine dell’oggetto
corporeo prodotta nei nostri organi di senso. 
In più, sia l’oggetto sia la sensazione sono movimenti: i movimenti sono
le qualità sensibili nell’oggetto e le sensazioni che queste qualità (corporee) producono nel corpo (dell’uomo).
Movimento, dunque, è anche l’immaginazione (o memoria) che fissa le immagini dei sensi prodotte dalle qualità
corporee degli oggetti attraverso le sensazioni.
Mentre Cartesio riconosceva un dualismo (res cogitans, incorporea; res extensa, corporea), Hobbes dirà che anche
l’anima è corpo. Hobbes infatti aveva già criticato il passo filosofico di Cartesio da “sono cosa che pensa” a “sono una

21
sostanza pensante”. Per Hobbes la cosa pensante non deve essere pensiero (incorporeo), ma materiale. L’anima umana è
materiale perché compie delle azioni (pensieri che generano idee, giudizi, sentimenti) che sono movimenti prodotti dai
movimenti dei corpi esterni.
Il corpo è l’unica realtà per se stessa (al di là del dubbio cartesiano che dava come unica realtà la res cogitans).
Il movimento è l’unico principio che spiega i fenomeni naturali.
•• Se solo i corpi esistono e questi possono essere o naturali (dio=causa) o artificiali (uomo=causa), anche la filosofia si
distinguerà in base all’oggetto da indagare:
filosofia naturale, ha come oggetto i corpi naturali;
filosofia civile, ha come oggetto i corpi artificiali (società umane). La filosofia civile si divide a sua volta in: (1) etica -
tratta di emozioni, bisogni e costumi dell’uomo; 
(2) politica: tratta di doveri civili.
•• Esiste una filosofia prima (che ricorda molto la concezione aristotelica): la filosofia prima chiarisce gli attributi
(concetti) fondamentali dei corpi (es.: concetti come spazio, tempo, causa, effetto, potenza, atto...)
•• Se le valutazioni teoriche (vero, falso) sono convenzionali, quelle morali (bene, male) sono soggettive e relative
(sofismo) a ognuno e a ogni cosa. Nulla è bene o male in maniera assoluta e non c’è una regola univoca e oggettiva che
ci fa distinguere il bene dal male, perché questo dipende dal giudizio della persona stessa (in assenza di stato) o
dell’autorità (quando c’è lo stato). Stessa concezione di Montesquieu: le leggi creano la morale.
In generale, evitiamo il male e ricerchiamo il bene, perché ciò che si desidera è bene e ciò che si odia è male. Se si
raggiunge il bene, questo ci dà piacere.
Quando nell’uomo si provano sensazioni contrastanti, come speranza e paura, derivanti da una scelta da fare, l’uomo
sarà in uno stato di deliberazione (valutazione). Si esce dallo stato di valutazione con la volontà, attraverso la quale si
compie la scelta (decisione).
Se attraverso la volontà si sceglie per una via uscendo dal “limbo” della valutazione, temporaneamente spariscono i
sentimenti contrastanti (dubbi, incertezze...). Ma siccome l’uomo non può raggiungere uno stato definitivo di
tranquillità, questi rinascono subito. Dunque, non esiste un fine ultimo e neanche un sommo bene, nella vita. Perché il
fine ultimo ci dice che una volta raggiunto non dovremmo desiderare nient’altro. Ma il desiderio è sensibilità, e cioè il
“movimento” (sensazione) di un uomo. Se l’uomo non desidera più, non sente più e dunque neanche esisterebbe più.
Secondo Hobbes infatti la vita è un movimento incessante che trova sempre il modo di proseguire (o in linea retta o in
moto circolare).
Se la vita è sempre un movimento, e mai “quiete” o tranquillità, l’uomo dovrà sempre scegliere nuove vie esterne e non
possiede la libertà, che per Hobbes è libertà di azione, nella quale la volontà non deve essere “ostacolata” dall’esterno.
A volte infatti la volontà non rispecchia ciò che vogliamo davvero, ma è causata da fattori esterni (es.: non abbiamo
fame, ma se vediamo qualcosa che ci piace vogliamo mangiarla). Cause necessarie portano ad azioni umane rese
necessarie dalle cause, ma non in senso assoluto (es.: non è necessario studiare oggi quella cosa, ma se ci viene
assegnata dall’esterno, allora si trasforma in necessaria). Addirittura, tutto ciò che crea lo spirito umano, e tutti i suoi
movimenti come la deliberazione e la volontà sono movimenti connessi ai movimenti degli oggetti esterni (corpi). Ogni
azione è prodotta dal movimento dei corpi naturali.

La politica
Per Hobbes la politica è una scienza geometrica, e dunque fondata su pochi principi e si costruisce per deduzione (dal
generale al particolare). La politica come more geometrico (per Hobbes come Spinoza per il suo “Etica dimostrata con
ordine geometrico”) è necessaria perché necessarie sono le azioni umane (volontà umana).
•• La politica di Hobbes è infatti molto vicina al giusnaturalismo: (1) per prima cosa vi è la concezione che la politica
sia una scienza (Machiavelli, Grozio); (2) Hobbes liquida ed evita la tradizione storica aristotelica (che studiava le
tradizioni giuridiche passate per individuare i diritti), arrivando alla definizione di politica attraverso un modello solo
teorico, ideale e razionale.
•• La politica di Hobbes è basata infatti su due postulati (princìpi indimostrabili) certissimi della natura umana:
la bramosia naturale (l’uomo si appropria dei beni comuni);
la ragione naturale (istinto di conservazione / sopravvivenza - l’uomo evita la morte violenta come il peggiore dei mali
naturali).
Siccome l’uomo ha innata dentro di sé la bramosia naturale, non può essere un animale politico. Ma in ogni caso
l’uomo è un animale sociale e ha bisogno degli altri per vivere, nonostante Hobbes neghi l’esistenza innata nell’uomo di
un amore naturale verso il suo simile (pessimismo). Come dice Grozio, gli uomini vivono in comune perché è una
esigenza della ragione naturale (2° postulato certissimo). Infatti, dice Hobbes, se gli uomini si accordano per
commerciare, ciascuno si interessa non del socio, ma del proprio avere.
Le associazioni spontanee nascono dal bisogno reciproco e non dalla benevolenza verso gli altri (amore).
Le più grandi società non nascono per amore (benevolenza) ma per interesse o timore reciproco.
Le cause del timore sono: (1) uguaglianza naturale e dunque comune vulnerabilità degli uomini e siccome chiunque può
uccidere un altro, tutti vivono nella paura; (2) volontà naturale di godere dei beni comuni e naturali (bramosia naturale).
••• La naturale volontà di farsi del male a vicenda rende lo stato di natura lo stato della guerra incessante del tutti contro
tutti (bellum omnium contra omnes).
•• Per Hobbes lo stato di natura è una pura ipotesi razionale: a differenza di Rousseau, non crede che l’umanità abbia
vissuto nello stato di natura, perché la guerra di tutti contro tutti avrebbe portato all’auto distruzione dell’umanità.

22
Secondo Hobbes è probabile che sia sempre esistito uno stato di natura parziale.
•• Hobbes crede che sin dalla creazione l’umanità abbia sempre avuto una organizzazione civile tra gli individui, con un
potere superiore. Solo in alcune circostanza l’uomo vive senza organizzazioni: (1) durante le guerre civili - anarchia; (2)
nelle società primitive; (3) tra gli stati sovrani - senza pace internazionale.
•• Nello stato di natura non si può definire oggettivamente che cosa sia giusto o ingiusto. Infatti, i concetti di giustizia o
ingiustizia si hanno solo con la legge, che a sua volta nasce dove c’è un potere comune.
•• Nello stato di natura tutti hanno il diritto su tutto, anche sulla vita degli altri: l’uomo è “lupo” per ogni altro uomo
(homo homini lupus). La legge di natura elimina o limita il diritto di essere lupo. Essere lupo, però, è un istinto
insopprimibile e naturale.
L’uomo tende ad avvicinarsi a ciò che per lui è bene e ad allontanarsi da ciò che per lui è male; il male maggiore è la
morte.
L’istinto naturale non è contrario alla ragione perché non è irragionevole sopravvivere a tutti i costi.
••• Il diritto in generale (diritto naturale) è la libertà di ognuno di usare le facoltà naturali secondo la retta ragione.
Dunque, anche un istinto è un diritto. Anche l’istinto di sopravvivenza con l’uccisione di un altro uomo è un diritto.
La concezione hobbesiana di diritto naturale è opposta a quella dei giusnaturalisti, che credevano un diritto naturale
come un insieme di diritti inviolabili e inalienabili: tra questi diritti inviolabili vi era la vita, l’autonomia, la libertà, la
proprietà (non come possesso, ma come elemento essenziale dell’esistenza dell’uomo, che non deve rinunciare a ciò che
ha, come i beni o il corpo).
Come già detto, lo stato di natura è solo teorico perché altrimenti si annienterebbe l’intero genere umano. Lo stato di
natura è parziale perché abbiamo il timore naturale nei confronti dell’altro (che ci porta porta ad armarci o a chiudere a
chiave la porta - sfiducia nell’umanità, pessimismo).
Il timore della guerra ci porta a fermare ogni attività industriale e commerciale; il timore rende l’uomo un animale
solitario, abbrutito e limitato.
Se l’uomo non avesse ragione ci troveremmo in una situazione di conflitto totale e perenne, ma la ragione dell’uomo, a
differenza di quella animale, ci aiuta a prevedere e a progettare e dunque a provvedere (a noi stessi).
••• Grazie alla ragione noi ci troviamo fuori dello stato di natura. La ragione ci dà l’istinto di sopravvivenza che è il
fondamento delle leggi naturali.
•• Il concetto di Hobbes di legge naturale è molto vicino al giusnaturalismo (Grozio) e lontano dallo stoicismo
medievale: la legge naturale è prodotta dalla ragione umana!
Ma la ragione umana per Grozio riesce da sola a definire oggettivamente il male e il bene, perché riesce a ragionare in
maniera assoluta (senza spazio esterno).
Per Hobbes la ragione è condizionata dal contesto in cui opera, ma è lungimirante: è capace cioè di prevedere le
situazioni future e di fare di conseguenza le scelte più adatte che avvicinino l’uomo a ciò che è bene per sé e lo
allontanino dal male per sé.
•• Il diritto, per Hobbes e per i giusnaturalisti, è naturale perché è razionale e dunque non ci sarebbe senza la ragione che
per Hobbes (a differenza dei giusnaturalisti) crede sia la facoltà finita di fare previsioni e scelte opportune, senza fissare
valori o principi assoluti (come i giusnaturalisti).
•• Le norme fondamentali della legge naturale (alla cui basi si trova l’istinto di sopravvivenza a ogni costo) impongono
all’uomo una disciplina che gli dia una parziale sicurezza così da potersi dedicare alle attività che agevolano la sua vita.
La prima regola per l’auto-conservazione è cercare la pace poiché si ha speranza di ottenerla; quando non si può
ottenere la pace, si ricerca inevitabilmente la guerra (pax est quaerenda = pace è avendo cercato).
Dalla prima regola derivano le altre: l’uomo deve rinunciare a tutti i suoi diritti per la pace: se si riceve la libertà, si dà
libertà (ius in omnia est retinendum = bisogna rinunciare al diritto su tutto): coincide con l’evangelico “non fare agli
altri ciò che non vorresti sia fatto a te”.
Rinunciando ai diritti, l’uomo esce dallo stato di natura (guerra). In più bisogna stare ai patti, mantenendo le promesse
(pacta servanda sunt).
•• Dunque, tutti devono scegliere, attraverso un patto, di rinunciare ai propri diritti. Il patto deve essere mantenuto.
•• Il concetto di legge naturale di Hobbes è molto lontano da quello dei giusnaturalisti. Questi la intendono come una
parte inalienabile dell’uomo. Per Hobbes, le “leggi naturali” sono i mezzi più idonei a garantire la sopravvivenza,
ottenuti attraverso la ragione. Queste leggi non sono biologicamente connesse all’uomo e non sono neanche assolute,
perché se l’indagine razionale ne trovasse di migliori, sarebbero facilmente sostituite alle vecchie.
•• Dunque, lo stato, che nasce per garantire l’efficacia e il rispetto della legge naturale, ha un fondamento naturale, ma si
realizza in maniera artificiale (le tre norme fondamentali sono convenzioni create dall’uomo). Hobbes concettualizza
una fondazione giusnaturalista del giuspositivismo: il diritto naturale non contiene norme, ma è alla base
dell’ordinamento giuridico positivo. Dunque, Hobbes non è totalmente opposto ai giusnaturalisti, ma si differenzia.
•• La ragione naturale, che tutti gli uomini hanno allo stesso modo, definisce le leggi di natura (naturali) come regole
che sono suggerimenti e non comandi assoluti.
••• Nello stato di natura non tutti seguiranno le regole perché nessuno è più forte di un altro da costringerlo a metterle in
pratica.
•• Le leggi naturali ci sono, ma non sono efficaci. Per renderli efficaci si deve istituire un potere irresistibile, che è lo
stato. Questo ci dice Norberto Bobbio.
••••• Dunque, si passa dallo stato di natura allo stato civile quando si trasferisce il potere illimitato (di tutti) a

23
un’autorità, che con la forza possa obbligare a far rispettare le leggi. Questo potere si cede all’autorità tramite un
contratto.
••• In sintesi: attraverso il contratto gli uomini (volontariamente) cedono tutti i diritti a un’autorità per uscire dallo stato
di natura ed entrare nello stato civile. Solo in questo modo e senza ribellarsi all’autorità si ha la pace.
•• Lo stato è anche detto “società civile” o “persona civile”, perché è come la regola di una parte per il tutto
(sineddoche). Ed essendoci uguaglianza e siccome anche le volontà di tutti (di uscire dallo stato di natura) sono uguali,
si considera una sola persona.
•• Nel modello di stato di Aristotele, da stato di natura a stato c’è continuità: lo stato naturale è la famiglia e lo stato è
una grande famiglia, dunque è l’estensione. Per Hobbes lo stato civile è prodotto dalla ragione e dunque è opposto allo
stato di natura; lo stato civile garantisce il diritto alla vita, mentre lo stato naturale prevede la guerra di tutti contro tutti.
••• Il sovrano è il leviatano ed è l’autorità dello stato. Il sovrano (singolo o assemblea) ha il potere assoluto. Tutti gli
altri sono sudditi.
•• Per Hobbes il patto fondamentale è irreversibile, perché il patto è tra i sudditi e non tra i sudditi e lo stato (in quel
caso sarebbe revocabile).
•• Il potere del sovrano è indivisibile (assolutismo!) e non può essere diviso in poteri diversi che si limitano a vicenda, e
non farebbe neanche bene alla libertà dei cittadini. Si arriverebbe alla guerra civile se i poteri tra loro non fossero
concordi.
•• Solo lo stato (e non i sudditi/cittadini) può definire il bene e il male. Se ci fosse un bene e un male relativo, lo stato si
dissolverebbe. In più, la volontà del cittadino è stata data al sovrano e quindi ciò che vuole lo stato lo vuole anche il
cittadino.
•• Il patto è unilaterale (tra i cittadini soltanto) e il sovrano è estraneo al patto, dunque assoluto (ab-solutus) e sciolto da
qualsiasi vincolo.
•• La legge non ci indica un comportamento buono, ma un comportamento è buono perché indicato dalla legge.
••• In sintesi: È la legge che crea la morale (e non viceversa!).
Ogni azione è indifferente ed è il sovrano che decide se è giusta o ingiusta.
•• Il sovrano (autorità) ha il diritto di esigere obbedienza anche per ordini che il suddito ritiene ingiusti. Non è lecito
(permesso) uccidere il tiranno (tirannicidio). Il sovrano non è soggetto (è immune) alle leggi dello stato (solo i cittadini
hanno obblighi verso lo stato e non viceversa: questi sono i tratti assolutistici dell’autorità.
•• Per questo aspetto Hobbes è opposto ai giusnaturalisti. I giusnaturalisti credono che lo stato nasca da due diversi patti:
Il pactum unionis (nello stato di natura), tra gli uomini fatto per far rispettare i diritti di tutti e per sanzionare i
trasgressivi. Se vi è un’ingiustizia si ha bisogno di qualcuno che riporti la situazione di diritto (autorità).
Il pactum unionis si trasforma dunque nel pactum subiectionis, quando si istituisce una autorità e si passa allo stato.
•• Per Hobbes, lo stato di natura è la guerra del tutti contro tutti e sarebbe impossibile il pactum unionis. Per Hobbes il
pactum unionis e il pactum subiectionis coincidono nello stato civile.
••• Per i giusnaturalisti il pactum subiectionis è:
parziale, perché l’autorità non può violare i diritti naturali dei cittadini e dunque è limitata (non necessaria);
provvisiorio, poiché è reversibile nel momento in cui il sovrano non rispetta i patti violando i diritti naturali dei
cittadini. Il sovrano viene spodestato nel modo in cui è stato scelto.
••• Per Hobbes il pactum unionis/subiectionis è:
totale, perché gli individui cedono all’autorità tutti i diritti, e se fosse altrimenti si ritornerebbe al conflitto dello stato di
natura;
definitivo, poiché è irreversibile e fondato su un patto unilaterale (solo tra i cittadini).
•• Ma anche lo stato di Hobbes ha dei limiti: lo stato non può andare contro la vita dell’individuo e non può costringerlo
ad accusare se stesso.
•• L’uomo è libero solo in cui in cui lo stato non ha regolato con le leggi,
•• Lo stato, anima della comunità che la muove, è sempre libero.
••• I limiti posti da Hobbes allo stato sono di stampo giusnaturalista e sono sul diritto alla vita. Se lo stato non rispetta il
diritto alla vita, si ritorna allo stato di natura. Lo stato è animo della società e quindi è anche autorità religiosa.
•• Lo stato e la Chiesa coincidono, e non potrebbe essere altrimenti, perché in quel caso si limiterebbe il potere dello
stato, che è assoluto, se l’autorità religiosa fosse diversa dall’autorità statale, che ha tutti i poteri.

Hobbes nella filosofia moderna


Hobbes è considerato un filosofo minore, un discepolo di Bacone. Hobbes è visto come un filosofo inquieto,
antireligioso e materialista fino al Novecento, dove è stato rivalutato.

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