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Cassa per il Mezzogiorno. Il caso dell'Abruzzo

Book · July 2013

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Emanuele Felice
Università degli Studi G. d'Annunzio Chieti e Pescara
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1

Emanuele Felice
CASSA PER IL MEZZOGIORNO
IL CASO DELL’ABRUZZO

Introduzione p. iv
Abbreviazioni p. vii

I. Mezzogiorno, Abruzzo, intervento straordinario

1. La questione meridionale nell’Italia repubblicana p. 1


2. Politiche e legislazione dal 1950 al 1984 p. 8
3. La «Cassa»: centri decisionali e strutture operative p. 16
4. L’Abruzzo: da «profondo Sud» a prima regione meridionale p. 22

II. L’agricoltura

1. Progetti e realizzazioni dal 1950 al 1965 p. 31


2. Il programma quinquennale p. 48
3. Il Fucino dal 1951 al 1971 p. 55
4. Fra ruolo della regione e progetti speciali: gli ultimi quindici anni p. 69
(1970-1984)
5. Per un consuntivo di settore p. 76

III. Le infrastrutture viarie

1. I ‘rivolgimenti’ nel sistema delle comunicazioni (1950-1965): ra- p. 85


zionalità economica, esigenze sociali e ragioni di consenso
2. ‘Direttrici’ e ‘aggiunte’ in un quadro di insieme p. 91
3. Dagli anni ’60 agli anni ’80: una nuova «ossatura» per lo sviluppo p. 97
4. Dati e riflessioni per un primo bilancio p. 107

IV. Le infrastrutture civili: acquedotti, fognature, ospedali e scuole

1. Il piano di ‘razionalizzazione’ idrica (1950-1960) p. 113


2. Dal programma quinquennale allo scioglimento della Cassa p. 126
3. Reti idriche interne, fognature e impianti di depurazione p. 134
4. Edilizia scolastica, ospedali, aree depresse p. 139
5. Note per un parziale bilancio p. 149
2

V. Le politiche per l’industria

1. I finanziamenti nella fase di pre-industrializzazione p. 153


2. Su una linea di tradizione: credito agevolato e contributi in conto p. 162
capitale (1957-1965)
3. Le Aree e i Nuclei industriali negli anni sessanta p. 177
a)L’evoluzione della legislazione e degli interventi fino al piano quinquennale p. 177
b) L’Area di sviluppo industriale della Val Pescara p. 184
c) Il Nucleo di industrializzazione di Teramo p. 187
d)Il Nucleo di industrializzazione del Vastese p. 188
e)Il Nucleo di industrializzazione di Avezzano p. 191

4. Una fase di svolta: Nuclei e Aree nella prima metà degli anni set- p. 193
tanta
a) La nuova legislazione p. 193
b) Il Nucleo di industrializzazione dell’Aquila p. 194
c) Il Nucleo di industrializzazione del Sangro-Aventino p. 196
d)Il Nucleo di industrializzazione di Sulmona p. 198
e) L’Area di sviluppo industriale della Val Pescara p. 200
f) Il Nucleo di industrializzazione di Teramo p. 204
g) Il Nucleo di industrializzazione del Vastese p. 205
h) Il Nucleo di industrializzazione di Avezzano p. 206
i) Le infrastrutture generali e specifiche p. 207

5. Incentivi, contributi in conto capitale e crescita industriale dal p. 209


1966 al 1976: uno sguardo d’insieme
6. L’ultimo periodo (1977-1984): un’ulteriore accentuazione delle p. 218
peculiarità abruzzesi
7. La formazione del ‘capitale umano’ p. 232

VI. Conclusioni generali: le peculiarità del ‘caso’ abruzzese

1. Uno sguardo d’insieme sull’attività diretta p. 237


2. L’agricoltura: una modernizzazione tra ritardi e squilibri p. 241
3. Le infrastrutture di trasporto: l’Abruzzo al centro dell’Italia p. 244
4. L’impegno nella normalizzazione idrica p. 248
5. La sfida per lo sviluppo dell’industria: un ‘modello’ riuscito p. 251
6. Intervento straordinario e convergenza: le ragioni di un successo p. 262

Appendici
1. Gli interventi nell’agricoltura p. 267
2. Le infrastrutture viarie p. 288
3. Le infrastrutture civili p. 292
3

Fonti p. 301
Bibliografia p. 304
4

INTRODUZIONE

Il XX secolo ci ha lasciato in eredità una casistica sterminata di percorsi di sviluppo. In


un quadro di crescita senza precedenti, abbiamo visto regioni, paesi e interi continenti che
sono drammaticamente rimasti indietro, altri che, pur migliorando, non sono riusciti a modi-
ficare granché la propria posizione relativa, altri, infine, che hanno via via raggiunto i livelli
delle economie più progredite. L’Italia è andata «dalla periferia al centro», ma con il fardello
di uno squilibrio interregionale, tra il Nord e il Sud del paese, che non ha paragoni
nell’Europa occidentale. Per il suo ostinato persistere la ‘questione meridionale’ è stata defi-
nita «atavica». Eppure si è trattato di un destino tutt’altro che immodificabile. Nell’ambito
del Sud si sono registrate tendenze differenziate, tanto che molti studiosi hanno messo da
parte la tradizionale interpretazione di un Mezzogiorno come realtà compatta ed uniforme,
accomunata da un’unica storia di arretratezza ed immobilismo, per fare invece spazio a quel-
la di un mosaico a più colori caratterizzato da molteplici Mezzogiorni, alcuni dei quali si sono
liberati o stanno liberandosi dall’abbraccio antico della malasorte.
In questa visione più movimentata e diversificata, l’area che maggiormente offre
un’immagine di dinamismo è senz’altro quella abruzzese. In Italia, come pure in Europa, si
fa fatica a trovare una regione che, soprattutto a partire dagli anni sessanta, abbia subito tra-
sformazioni altrettanto profonde e radicali: nell’immediato dopoguerra, come si vedrà, una
serie di indicatori economico-sociali (reddito pro-capite, indice di industrializzazione, tasso
di ruralità, alfabetizzazione, ecc.), non tanto per effetto delle pur ingenti distruzioni belliche
quanto soprattutto per ragioni propriamente strutturali, collocavano l’Abruzzo nel ‘profondo
Sud’, fra le realtà maggiormente arretrate d’Italia (Calabria, Basilicata, Sardegna); oggi inve-
ce questa regione viene considerata quella ‘meno meridionale’ (se così vogliamo dire),
un’area, cioè, che per diversi motivi può essere ormai tranquillamente accostata a quelle del
Centro-nord, e che infatti non a caso è stata la prima regione europea ad uscire dal regime di
aiuti comunitari previsti dall’Obiettivo 1.
Naturalmente sull’Abruzzo della seconda metà del Novecento, proprio per questa sua
straordinaria performance, esistono molti studi, che al momento opportuno saranno richiama-
ti nel corso di questa ricerca. Vi sono approcci analitici che pongono l’accento sul ruolo della
politica, fatta assurgere, in qualche caso, a variabile indipendente tra le componenti dello svi-
luppo (la categoria del «clientelismo virtuoso» e quella del «particolarismo come risorsa»
troverebbero proprio in Abruzzo il loro terreno di massimo riscontro); altri che danno il pri-
mato alla geografia, in particolare alla collocazione della regione nel centro della penisola
(donde il frequente ricorso a categorie come «cerniera», «ponte», «Nord del Sud» e simili);
un terzo filone d’indagine, infine, esalta il dinamismo delle forze propriamente economiche
o, per meglio dire, le scelte di natura imprenditoriale che in questa parte della penisola sono
state compiute nel corso degli anni.
Il lavoro che qui si propone vuole affrontare l’analisi del ‘modello’ abruzzese da
un’ottica finora relativamente trascurata: l’incidenza che in questo particolare caso di svilup-
po regionale ha avuto la legislazione speciale per l’Italia meridionale, in particolare nel pe-
riodo di vita della Cassa per il Mezzogiorno (Casmez), dal 1950 al 1984. Che peso ha eserci-
tato qui l’intervento straordinario? Se è vero, come in genere si ritiene, che per l’insieme
dell’Italia meridionale i risultati conseguiti dalla Casmez sono risultati alla fine ben lontani
dalle attese e dagli sforzi profusi, perché allora in Abruzzo l’obiettivo sarebbe stato sostan-
5

zialmente centrato? Quali caratteristiche ha assunto in tal caso l’azione ‘diretta’ e ‘indiretta’
dello Stato? Con il presente studio si cerca di fornire qualche risposta a questi interrogativi.
Considerare il ‘caso’ abruzzese dall’angolatura dell’intervento straordinario comporta
ovviamente una certa rivisitazione anche degli approcci analitici cui si è fatto cenno. Le due
colonne portanti dell’attività della Cassa sono state infatti la realizzazione di infrastrutture e
l’incentivazione al settore privato, soprattutto industriale. I vantaggi di una posizione geogra-
ficamente centrale della regione non avrebbero potuto essere pienamente sfruttati senza un
buon sistema di infrastrutture di trasporto, né senza la presenza di una serie di altri servizi per
le attività produttive, dalla disponibilità di acqua a quella di energia elettrica, oppure in as-
senza di un adeguato ‘capitale umano’. D’altra parte, le strategie delle grandi imprese, spe-
cialmente quelle conseguenti alla delocalizzazione dopo la crisi energetica di metà anni set-
tanta, non possono non essere esaminate anche alla luce dell’offerta di una serie di aiuti e fa-
cilitazioni per facilitarne l’insediamento in questa parte della penisola, dai contributi in conto
capitale ai prestiti speciali. Infine, alcuni aspetti del sistema di potere politico che si crea nel-
la regione − le modalità di raccolta del consenso, ad esempio, ma anche i livelli e le forme
della partecipazione popolare − sono di fondamentale importanza per capire la scelta dei pro-
getti approvati, come pure l’ammontare complessivo degli stanziamenti e la loro distribuzio-
ne fra le diverse istanze e priorità.
Un primo proposito di questo studio consiste quindi nel tentativo di rileggere, da un cam-
po di osservazione abbastanza inedito e poco frequentato, la complessità di una vicenda sto-
rica, qual è quella abruzzese del secondo Novecento, che per le sue svariate peculiarità diffi-
cilmente si lascia inquadrare dentro i consueti schemi - quello classico del ‘triangolo’ indu-
striale, economia assistita, «sviluppo senza autonomia», «Nec», «terza Italia», «via adriatica»
- con i quali si descrivono i processi di modernizzazione delle regioni italiane. Ma c’è poi
una seconda finalità, almeno altrettanto importante: si tratta infatti di arricchire anche il giu-
dizio maturato dalla storiografia sulla politica economica regionale che lo Stato italiano ha
messo in campo per favorire lo sviluppo del Mezzogiorno.
Qui l’attenzione, come si diceva, viene circoscritta alla Cassa per il Mezzogiorno.
L’azione intrapresa con l’istituzione di questo ente si è contraddistinta per il notevole impe-
gno profuso in termini di risorse ed energie mobilitate, oltre che per le grandi speranze che
l’hanno accompagnata. I risultati finali, però, si sono rivelati generalmente ben al di sotto
delle aspettative. Le ragioni dell’insuccesso sono relativamente note: vi è stato uno scarso
impegno nella trasformazione sociale e culturale della realtà meridionale, mentre la strategia
dell’industrializzazione calata dall’alto, prevalentemente nei settori pesanti (siderurgia e chi-
mica), non è riuscita a promuovere le energie imprenditive locali, cosicché dopo la crisi pe-
trolifera degli anni settanta − abbattutasi con più forza proprio sul tipo di produzioni impian-
tate nel Sud − non si né potuto e non si è saputo trovare il modo per ripartire.
L’Abruzzo sembra essersi differenziato da questo deludente percorso, in qualche modo
contraddicendolo. Di qui il particolare interesse che il ‘caso’ presenta: un interesse che nelle
pagine che seguono si cercherà di mettere in risalto.
6

Questa ricerca, durata quasi tre anni, ha potuto giovarsi dell’aiuto e dei consigli di molte
persone. La mia gratitudine va innanzitutto al professor Tommaso Fanfani, e con lui a tutto il
dipartimento di Scienze Economiche dell’Università di Pisa, che l’hanno concretamente resa
possibile; a mio padre, che mi ha fornito tutta la bibliografia sull’Abruzzo di cui avevo biso-
gno, e che mi ha accompagnato nelle prime ricerche archivistiche a Chieti e a Pescara; a Fe-
derica Barozzi e a Vittorio Menna, che mi hanno ospitato per vari mesi durante le mie ricer-
che romane; ad alcuni dirigenti e funzionari dei ministeri dei Lavori Pubblici, del Commer-
cio, e della Ricerca Scientifica, che mi hanno dato tutto l’aiuto cui potessi oggettivamente
sperare e forse anche di più, mettendo tra l’altro a mia disposizione l’ex-biblioteca della Cas-
sa per il Mezzogiorno ancora in ristrutturazione; al professor Robert Leonardi e ai dottorandi
Anna Spadavecchia e Giuliano Maielli, della London School of Economics, per i preziosi
suggerimenti e la disponibilità. Soprattutto, un vivo ringraziamento va alla professoressa Ve-
ra Zamagni, che ha supervisionato tutte le fasi del lavoro − anche quelle meno incoraggianti
− leggendo e commentando ogni parte della tesi. Naturalmente, la responsabilità ultima di
quanto scritto ricade esclusivamente sul suo autore.
7

Abbreviazioni

ACS Archivio centrale dello Stato, Roma


ASP Archivio di Stato, Pescara
ASC Archivio di Stato, Chieti
b. busta
f. fascicolo
Gab. Ufficio di Gabinetto
GC Fondo Genio Civile
MI Ministero dell’Interno
pr. pratica
sez. sezione
S.g. Servizi generali
8

Capitolo primo
MEZZOGIORNO, ABRUZZO E INTERVENTO STRAORDINARIO

La questione, per ciò, quale oggi comunemente si agita davanti al paese,


ossia come un’acre querimonia di dare e di avere, di profitti e di perdite,
che faccia capo ad una febbrile gara di appetiti intorno al “bilancio della spesa”,
non è, no, la questione meridionale nei suoi veri limiti, nel suo vero aspetto
della coesistenza di due civiltà, che la geografia e la storia hanno rese differenti,
in un sol corpo di nazione.
GIUSTINO FORTUNATO, Il Mezzogiorno e lo Stato italiano,
Laterza, Bari, 1911, vol. II, p. 312.

1.1. La questione meridionale nell’Italia repubblicana

«L’arretratezza del Mezzogiorno preesiste all’unificazione. E tuttavia la questione meri-


dionale nasce con lo Stato unitario, con l’unificazione politica di due aree profondamente ete-
rogenee per strutture economiche e sociali»1: così Salvatore Cafiero, ‘allievo’ di Pasquale Sa-
raceno e, assieme al maestro, fra i più importanti meridionalisti della Svimez. Non è questa la
sede per ripercorrere le varie ‘strategie’ con cui si è tentato di affrontare la «questione meri-
dionale» nell’Italia dei Savoia, dalla sua ‘scoperta’ alle politiche di Nitti e di Giolitti, fino a
quelle del fascismo. Basti qui ricordare che, se pure in termini di reddito pro-capite nel 1860
la differenza tra Nord e Sud non era poi tanto rilevante (tra il 15 e il 25%)2, e per quanto senza
dubbio la stessa Italia settentrionale fosse in una situazione di ritardo rispetto ad altre realtà
economiche europee3, le due zone, all’epoca dell’unificazione, non solo si trovavano ad un
differente stadio del loro sviluppo, ma avevano anche scarsi rapporti di reciproca integrazione
e, in ultima analisi, divergenti prospettive di crescita. La posizione di relativa arretratezza del
Mezzogiorno rispetto al resto d’Italia non farà poi che peggiorare, dal 1860 fino al 19504, per
lo meno in termini di reddito pro-capite.
In seguito, il secondo conflitto mondiale introduce, certo in maniera incidentale, una ulte-
riore differenziazione istituzionale in quella che era già una separazione economica e sociale.
La parte meridionale, liberata quasi subito dagli anglo-americani fino alla linea Gustav5, non

1
S. CAFIERO, Tradizione e attualità del meridionalismo, con prefazione di Pasquale Saraceno, il Mulino, Bolo-
gna, 1989, p. 19.
2
S. CAFIERO, Questione meridionale e unità nazionale (1861-1995), La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1996, p.
20.
3
Una serie di indicatori sulla collocazione “periferica” dell’Italia rispetto all’Europa si trovano in V. CASTRO-
NOVO, Storia economica d’Italia. Dall’Ottocento ai giorni nostri, Einaudi, Torino, 1995, pp. 3-6.
4
Per una sintesi dei lavori esistenti e una stima dell’andamento del divario in termini di reddito pro-capite fra le
tre aree di Nord-ovest, Nord-est-centro e Sud nel periodo precedente l’istituzione della Casmez, cfr. in particola-
re V. ZAMAGNI, ¿Cuestiόn meridional o cuestiόn nacional? Algunas consideraciones sobre el desequilibrio
regional en Italia, in «Revista de historia econόmica», 1987 (5), pp. 11-29. Del resto, anche Piero Bevilacqua, lo
storico forse maggiormente critico verso lo stereotipo del Mezzogiorno come realtà completamente negativa, ri-
conosce in fondo l’esistenza, almeno fino agli anni cinquanta, di un «meccanismo “dualistico”, per cui ad un sal-
to in avanti del Nord corrisponde un accrescimento del divario col Sud» (Breve storia dell’Italia meridionale
dall’Ottocento a oggi, Donzelli, Roma, 1993, p. 120).
5
Questa, partendo dal Garigliano a nord di Napoli, attraversava l’intero Appennino abruzzese-molisano fino al
suo estremo caposaldo orientale, Ortona, 30 chilometri a sud di Pescara. L’Abruzzo in questa occasione si confi-
gura quindi come regione di frontiera, con all’incirca due province, Pescara e Teramo, che seguono le sorti del
9

subisce se non marginalmente l’occupazione nazista e, se si escludono episodi isolati come le


«quattro giornate» di Napoli del settembre 1943, non combatte la guerra di liberazione che in-
teressa il Centro-nord. In questo modo - per citare ancora Salvatore Cafiero - veniva a de-
terminarsi «un solco politico tra il Nord e il Sud del paese, rimasti per due anni divisi dalla li-
nea del fronte»6: il Meridione rimaneva sostanzialmente estraneo alle speranze e ai tentativi di
trasformazione dello Stato e della società che interessavano il Centro-nord attraverso la Resi-
stenza.
Nel 1945, a guerra finita, i partiti antifascisti si trovarono di fronte a un «compito difficilis-
simo: ricostruire uno Stato e una nazione e costruire una compiuta democrazia»7. Dovettero
peraltro fare i conti con questa diversa realtà tra Nord e Sud. Lo stesso esito del referendum
popolare del 2 giugno 1946, caratterizzato dalla larga maggioranza di voti che il Nord diede
alla repubblica, tale da prevalere sulla altrettanto netta maggioranza che ebbe nel Sud la mo-
narchia8, e la contemporanea elezione per l’Assemblea costituente (con socialisti e comunisti
che si affermano nel Centro-nord, ad eccezione del Triveneto e del Lazio, e la Democrazia
cristiana che vince nettamente nel Mezzogiorno, dove ottengono un buon risultato anche libe-
rali, monarchici e il Partito dell’uomo qualunque), confermano l’esistenza di una differenza
nella coscienza politica delle due aree del paese: differenza che, a grandi linee, rimarrà tale
quantomeno fino al crollo della «prima repubblica». Ovviamente, sul piano politico generale,
diversità si scorgono anche prima della seconda guerra mondiale, cosa del resto abbastanza
naturale. Tuttavia, è probabile che le particolari vicende belliche abbiano accentuano le rispet-
tive caratteristiche.
Ma all’indomani della liberazione nel Sud si è ulteriormente aggravata, rispetto al Nord,
soprattutto la situazione economica. Secondo un censimento voluto dagli anglo-americani (e
svolto da Alessandro Molinari, futuro direttore della Svimez), la distruzione delle industrie
aveva interessato nel meridione ben il 35% del valore di inventario degli stabilimenti al 31 di-
cembre 1939, contro il 12,4% stimato per il resto d’Italia9. Contemporaneamente, a seguito
soprattutto dell’emissione delle «am-lire» da parte alleata, in un’economia come quella del
Mezzogiorno caratterizzata da assai scarsa elasticità dell’offerta, si era attivato un forte pro-
cesso inflattivo, appesantito dalla crisi dei trasporti e dal caos amministrativo10. A ciò bisogna
aggiungere la perdita dei mercati di sbocco per i prodotti ortofrutticoli, la lentezza nella liqui-
dazione degli indennizzi dei danni di guerra e lo stentato avvio della ricostruzione per le ca-

Centro e del Nord, mentre le altre due, Chieti e L’Aquila, condividono quasi per intero le loro vicende con il re-
sto dell’Italia meridionale.
6
S. CAFIERO, Questione meridionale, cit., p. 167.
7
A. LEPRE, Storia della prima repubblica, il Mulino, Bologna, 1993, p. 61; cfr. anche S. CAFIERO, Questione
meridionale, cit., p. 167.
8
In Abruzzo, le province di Pescara e Teramo scelgono la repubblica, quelle di Chieti e L’Aquila la monarchia.
In tutta la regione il voto monarchico raggiunge il 53,3%, molto distante dalla media meridionale (67,4%); cfr.
G. D’AGOSTINO, Materiali per una storia elettorale dell’Abruzzo, in M. COSTANTINI e C. FELICE (a cura di),
Storia d'Italia. Le regioni. L’Abruzzo, Einaudi, Torino, 2000, p. 732.
9
V. NEGRI ZAMAGNI e M. SANFILIPPO (a cura di), Nuovo meridionalismo e intervento straordinario: la Svimez
dal 1946 al 1950, il Mulino, Bologna, 1988, p. 11. Cfr. anche R. PADOVANI, Le scelte della ricostruzione nel
Sud d’Italia, in G. MORI (a cura di), La cultura economica nel periodo della Ricostruzione, il Mulino, Bologna,
1980, p. 170.
10
Cfr. in particolare P. SARACENO, La questione meridionale nella ricostruzione postbellica, 1943-1950, intervi-
sta di L. Villari, Svimez, Giuffrè, Milano, 1980, soprattutto pp. 61-62.
10

renze di energia elettrica11, oltre al fatto che una buona parte delle aziende meridionali era più
o meno direttamente dipendente da imprese del Nord. Probabilmente contava anche la mag-
giore rappresentatività degli interessi dell’industria settentrionale, e del «vento del Nord», nel
nuovo Parlamento.
Le regioni che verranno poi comprese nel quadro di interventi della ‘Cassa’ presentavano,
nel complesso, molte caratteristiche proprie dei paesi sottosviluppati, a partire dal ruolo anco-
ra predominante dell’agricoltura nell’impiego della forza lavoro e nella formazione del reddi-
to, assieme ad un settore industriale modesto e costituito in prevalenza da piccole imprese tra-
dizionali e artigianali, e a un comparto commerciale e dei servizi arretrato e inefficiente. Na-
turalmente tutto ciò si accompagnava con una scarsa produttività, una limitata quota di inve-
stimenti, un’alta disoccupazione e sottoccupazione, e, last but not least, un basso reddito pro-
capite. Rispetto ad altre zone depresse dell’Europa occidentale colpivano, poi, i termini quan-
titativi del problema, ovvero la vastità delle aree interessate: si trattava di circa il 40% del ter-
ritorio nazionale, con una popolazione che costituiva oltre un terzo di quella del paese12. E’
qui che si comprende a pieno il senso di un’espressione del già citato Giustino Fortunato, af-
fascinante «punto nodale» - come scrive Cafiero13 - nella storia del nostro meridionalismo,
deputato dal 1880 al 1909, il quale, in un suo discorso parlamentare riportato ne Il Mezzo-
giorno e lo Stato italiano, avvertiva che la questione meridionale sarebbe stata «la fortuna o la
sciagura d’Italia».
Ma torniamo al divario tra le due aree del paese nel secondo dopoguerra, per inquadrarlo in
maniera più precisa attraverso la tabella 1.1., che si avvale per lo più di elaborazioni della
Svimez su dati Istat.

TAB. 1.1. Indicatori delle differenze tra il Mezzogiorno e il Centro-Nord, al 1951


Indicatori Mezzogiorno Centro-Nord
Distribuzione per settori di attività dell’occupazione totale (%)
Agricoltura 56,5 37,5
Industria 20,2 34,1
Servizi 23,3 28,4
Distribuzione per settori di attività del prodotto interno lordo (%)
Agricoltura 34,0 19,3

11
G. CENZATO, Sul problema industriale del Mezzogiorno, in V. NEGRI ZAMAGNI e M. SANFILIPPO (a cura di),
op. cit., pp. 117-142.
12
Il Mezzogiorno nel 1951 contava 17.687.000 abitanti, contro i 29.831.000 del resto d’Italia e i 47.518.000 to-
tali. (R. PACI e A. SABA, The empirics of regional economic growth in Italy. 1951-93, CRENoS, 97/1, 1997).
Questi dati sono ottenuti comprendendo nel Mezzogiorno le seguenti regioni: Abruzzo, Molise, Campania, Pu-
glia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna. Sono escluse, quindi, alcune zone del Lazio (province di Frosinone
e di Latina, alcuni comuni della provincia di Roma rientranti nell’area del comprensorio di bonifica di Latina ed
altri della provincia di Rieti compresi nell’ex circondario di Cittàducale), delle Marche (i comuni della provincia
di Ascoli Piceno inclusi nei due comprensori di bonifica del Tronto) e della Toscana (le isole d’Elba, del Giglio e
di Capraia), che pure verranno inserite nell’area di intervento della Casmez. D’ora in poi, per comodità di raf-
fronti, quando si parlerà di «regioni meridionali» o di «Mezzogiorno» le zone del Lazio, delle Marche e della
Toscana si intenderanno escluse, salvo diversa specificazione.
13
Questione meridionale, cit., p. 60.
11

Industria 23,7 40,8


Servizi 42,3 39,9
Valore aggiunto per occupato (migliaia di lire)
Agricoltura 217 288
Industria 424 667
Servizi 656 784
Totale 361 558

Tasso di disoccupazione (%) 9,2 8,7


Consumo privato pro-capite annuo (migliaia di lire) 117 184
Percentuale degli investimenti industriali sugli investimenti totali 26,0 42,0
Tasso di accumulazione (rapporto tra inv. fissi lordi e risorse) 14,4 18,5
Spesa pro-capite annua [consumi più investimenti] (migliaia di lire) 165 268

Prodotto interno lordo totale ai prezzi di mercato (miliardi di lire) 3.239 10.044
Prodotto interno lordo pro-capite (migliaia di lire) 183,1 336,7
Fonti: G. PODBIELSKI, Venticinque anni di intervento straordinario nel Mezzogiorno, Svimez, Giuffrè, Milano,
1978, p. 37. I dati sul Pil totale a prezzi di mercato sono presi da R. PACI e A. SABA, The empirics of regional
economic growth in Italy. 1951-93, CRENOS, 97/1, 1997. I due autori danno anche percentuali sulla «distribu-
zione per settori di attività dell’occupazione totale» diverse da quelle di Podbielski: per il Mezzogiorno, esse so-
no del 59,2 per l’agricoltura, del 16,3 per l’industria e del 24,4 per i servizi; per il Centro-nord, rispettivamente,
del 37,5, del 31,9 e del 30,6.

Se si osservano i dati dell’ultima riga, appare evidente come la diversa struttura


dell’economia finisca con il riflettersi su un Pil per persona che è per il Mezzogiorno appena
il 54,4% di quello del Centro-nord, ovvero poco più della metà. Né va dimenticato il fatto che
all’arretratezza economica si affiancavano quasi sempre forme di sottosviluppo culturale e so-
ciale, di cui indici significativi erano l’alta percentuale di analfabeti, la carenza di infrastruttu-
re sociali (particolarmente scuole e ospedali), l’elevata mortalità infantile, la mancanza di una
classe e di una cultura imprenditoriale 14.
La nuova classe dirigente dell’Italia repubblicana all’inizio non dette molto spazio alla
questione meridionale. Ciò era dovuto principalmente al fatto che essa, nei primissimi anni
del dopoguerra, era impegnata soprattutto nell’elaborazione di un nuovo modello di sviluppo,
nel quale alla ricostruzione si affiancava una delicata e impegnativa riconversione produttiva
dell’industria del Nord-ovest, da realizzarsi per lo più attraverso l’intensificazione degli inve-
stimenti tecnologici, e grazie all’aiuto e all’esempio degli Stati Uniti. Inoltre, nel gran numero
di emergenze che dovevano essere affrontate, giocavano a sfavore del Mezzogiorno anche le
due posizioni ideologiche che tradizionalmente si confrontavano sulla questione: l’una, libera-
le, sostenitrice della neutralità dello Stato, il quale poteva al massimo limitarsi a compensare
le permanenti condizioni che rendevano gli investimenti poco convenienti; l’altra,
d’ispirazione marxista (o per meglio dire gramsciana), che, legando il miglioramento della
condizione meridionale a un radicale cambiamento della società non praticabile nel breve pe-
riodo, risultava alla fine sostanzialmente priva di risvolti operativi. A questo riguardo, signifi-
cativo è il fatto che l’unico intervento di una qualche rilevanza in quel periodo fu la cosiddetta
legge Togni del 14 dicembre 1947, con la quale venivano concesse esenzioni doganali e fisca-

14
Per una quantificazione precisa, e un’evoluzione storica, di questi e di altri indicatori, cfr. S. GATTEI, Evolu-
zione del divario Nord-Sud nelle condizioni civili e sociali nel periodo 1951-1987, in «Rivista economica del
Mezzogiorno», 1989, (3), pp. 771-858.
12

li per le imprese meridionali, e si accendeva una linea di credito agevolato presso il Banco di
Napoli, linea peraltro piuttosto ristretta15.
Gli orientamenti generali iniziarono a cambiare con la fondazione della Svimez,
l’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno, tra il 1946 e il 1947 (l’atto
formale di costituzione è del 2 dicembre 1946). Rodolfo Morandi, Pasquale Saraceno e gli al-
tri membri di rilievo saranno anche gli esponenti di quello che verrà più tardi definito il «nuo-
vo meridionalismo», convinti della difficile ripetibilità di medesimi percorsi di industrializza-
zione in differenti contesti storici e, per contro, della necessità di una specifica via da intra-
prendere per l’industrializzazione del Sud. Del resto, nell’elenco iniziale degli associati figu-
rano, accanto alla Banca d’Italia e all’Iri, tutti i principali istituti di credito italiani (tra cui la
Comit, il Credit, la Bnl), unitamente a imprese del calibro della Fiat, della Montecatini e della
Pirelli.
L’associazione si caratterizza innanzitutto per un’incessante attività di ricerca, grazie alla
quale essa fornirà per prima precise analisi quantitative, di stampo economico-statistico, dei
problemi della regione. Contemporaneamente essa si fa promotrice di iniziative industriali,
adoperandosi perché eventuali ostacoli alla loro attuazione venissero rimossi. Contribuendo in
maniera determinante ad accrescere la consapevolezza dell’importanza di uno sviluppo del
Mezzogiorno, la Svimez influenza anche il modo in cui le politiche al riguardo vengono con-
cepite, formulate e attuate. In particolare, prende corpo l’idea di uno sforzo speciale da soste-
nere per lo sviluppo di quella parte dell’Italia, creando a tale scopo una struttura specifica, ca-
pace di accedere anche ai prestiti concessi dalla neonata Banca Mondiale, erogati non ai go-
verni ma direttamente agli operatori che investivano16.
Nello stesso periodo si andavano ormai mobilitando anche le forze politiche: il Partito so-
cialista già dal ’46 aveva costituito la Società per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno,
il Partito d’Azione organizzava due convegni, uno a Napoli e uno a Bari, e il Pci dava vita al
Ceim, Centro economico italiano per il Mezzogiorno, che concentrava l’attenzione sulle ri-
forme fondiarie e sul miglioramento dei trasporti. La formazione di maggioranza relativa, la
Democrazia cristiana, affidava l’incarico di coordinare le proprie iniziative di politica meri-
dionalistica al salernitano Carlo Petrone, convinto sostenitore della necessità di evitare prov-
vedimenti settoriali, favorevole invece ad un programma complessivo e coordinato, e alla co-
stituzione di un ente ad esso preposto17.
A favore della decisione di intraprendere uno sforzo speciale per lo sviluppo meridionale
vi erano poi altre considerazioni di più ampia portata nazionale, come la convinzione secondo
cui l’aumento dei redditi e dei consumi al Sud, con il conseguente ampliamento del mercato
interno, avrebbe potuto compensare il sistema produttivo italiano della contemporanea perdita

15
Questo il giudizio di Vera Zamagni e Mario Sanfilippo sul provvedimento: «[…]si tratta chiaramente di un
intervento modesto, in linea con la precedente serie di interventi che già lo Stato prefascista aveva attuato e che
potremmo definire “in negativo”, ossia volti a compensare in qualche misura gli esistenti fattori di disincentivo
agli investimenti al Sud» (op. cit., p. 12). Cfr. anche B. BOTTIGLIERI, La politica economica dell’Italia centrista,
1948-1958, Comunità, Milano, 1986, soprattutto pp. 79-80.
16
Su quest’ultimo punto in particolare, cfr. P. SARACENO, Ricostruzione e pianificazione, 1943-48, a cura di P.
Barucci, Laterza, Bari, 1969.
17
T. FANFANI, Scelte politiche e fatti economici dal secondo dopoguerra ai nostri giorni. Cinquant’anni di sto-
ria italiana, Giappichelli, Torino, 1996, pp. 82-85. Va anche ricordato che nel 1949 il malcontento delle popola-
zioni del Sud si manifestava in numerosi scioperi, organizzati dalle formazioni di sinistra, e nell’occupazione di
alcuni latifondi; cfr. K. J. ALLEN e A. A. STEVENSON, Introduzione all’economia italiana, il Mulino, Bologna,
1976, p. 283.
13

di alcune posizioni nei mercati esteri. Si riteneva, inoltre, che sia l’accrescimento della produ-
zione agricola, e quindi la diminuzione delle importazioni nel settore, sia la valorizzazione e
lo sviluppo del turismo, si sarebbero riflettuti positivamente sul riequilibrio della bilancia in-
ternazionale dei pagamenti18.
La creazione della Cassa per le opere straordinarie di pubblico interesse nell’Italia meri-
dionale (Cassa per il Mezzogiorno) si configura, quindi, come risultato di un cambiamento
concettuale nel modo di affrontare il problema del Mezzogiorno e, nel contempo, come punto
di partenza per un nuovo indirizzo di politica meridionalistica, diverso dalle precedenti azioni
frammentarie e prive di raccordi19. Nei due paragrafi che seguono verranno approfondite di
questo ente evoluzione della legislazione, unità direzionali e strutture operative.
Occorre comunque ricordare che la politica dei governi repubblicani verso il Sud d’Italia
non si esaurisce nell’opera della Casmez, che pure ne costituisce senz’altro il momento più
importante. L’azione dello Stato si attuò, infatti, anche con le opere pubbliche ordinarie, con
gli importanti interventi di riforma dell’agricoltura, quali la legge del 22 settembre 1948, isti-
tutiva della Cassa per la formazione della piccola proprietà contadina, e soprattutto la legge
stralcio di riforma agraria nel 195020, come pure con forme di riduzione degli oneri sociali al-
le imprese artigiane e industriali del Sud, particolarmente a partire dal 1968. Un posto di pri-
mo piano spetta, poi, alle ‘riserve’ istituite con la legge di proroga della Casmez del 29 luglio
1957. Con esse si stabiliva che le imprese pubbliche dovevano localizzare nelle regioni meri-
dionali almeno il 60% dei nuovi investimenti (l’80% dal 1971) e il 20% degli investimenti to-
tali, quest’ultima quota che alla metà degli anni sessanta arrivava al 40% e poi al 60% nel ’71;
inoltre, almeno il 20% della domanda di forniture per gli uffici pubblici, percentuale nel 1965
salita al 30%, doveva essere rivolta ad imprese del Mezzogiorno. Saranno in effetti proprio le
Partecipazioni statali ad impegnarsi più attivamente nel Sud, a fronte di una minore presenza
dei gruppi privati settentrionali21: ma ciò avverrà in un quadro di ‘coercizione’ che prescinde-
va dalle effettive potenzialità dell’economia meridionale, minando in questo modo l’efficacia
dell’azione svolta.

18
G. PODBIELSKI, op. cit., pp. 38-39. Cfr. anche K. J. ALLEN e A. A. STEVENSON, op. cit., p. 284: «Il fattore che
da ultimo incoraggiò una politica più incisiva fu l’opinione che lo sviluppo meridionale avrebbe aperto nuovi
mercati all’industria settentrionale e quindi favorito la sua espansione».
19
K. J. ALLEN e A. A. STEVENSON, op. cit., p. 283: «Data la difficile situazione dell’economia italiana la Cassa
rappresentò una innovazione degna di lode. Ci si poteva attendere una oculata politica di aiuti urgenti o di assi-
stenza, piuttosto che una politica di interventi radicali».
20
T. FANFANI, op. cit., pp. 75-77. Si tratta di provvedimenti che, pur riguardando tutto il territorio nazionale, in-
teressarono prevalentemente il Mezzogiorno. In particolare, la riforma agraria incise su un territorio di 635.000
ettari, di cui 430.000 solo nel Sud, e portò all’insediamento di 113.000 famiglie rurali, di cui 89.000 nel Sud; cfr.
G. E. MARCIANI, L’esperienza di riforma agraria in Italia, Svimez, Giuffrè, Milano, 1966, pp. 141-165.
21
T. FANFANI, op. cit., p. 84. Cfr. anche L. MARELLI, Il sottosviluppo del Mezzogiorno: una scelta del capitali-
smo italiano, in L. MARELLI (a cura di), Sviluppo e sottosviluppo nel Mezzogiorno d’Italia dal 1945 agli anni 70,
Morano, Napoli, 1972, pp. 12-16, e G. PODBIELSKI, op. cit., p. 49.
14

1.2. Politiche e legislazione dal 1950 al 1984

L’evoluzione dei dispositivi di legge per il Mezzogiorno passa attraverso varie tappe o ‘fa-
si’, che sono in gran parte conseguenza della parallela elaborazione concettuale del problema.
A partire dal secondo dopoguerra, i connotati dei vari periodi sono generalmente considerati
meglio identificabili rispetto al precedente arco di tempo (dal 1860 al 1950), quando pure si è
ritenuto utile catalogare l’ampia gamma di provvedimenti per i territori meridionali attraverso
la periodizzazione storica di un certo numero di fasi. Più in particolare, le principali disposi-
zioni legislative, tra il 1950 e il 1984, sono le seguenti:
• Legge del 10 agosto 1950, n. 646, «Istituzione della Cassa per opere straordinarie di
pubblico interesse nell’Italia meridionale (Cassa per il Mezzogiorno)»;
• Legge del 29 luglio 1957, n. 634, «Provvedimenti per il Mezzogiorno»;
• Legge del 26 giugno 1965, n. 717, «Coordinamento degli interventi pubblici nel
Mezzogiorno per il quinquennio 1965-1969»;
• Decreto presidenziale del 30 giugno 1967, n. 1.523, «Testo Unico delle leggi sul
Mezzogiorno»;
15

• Legge del 6 ottobre 1971, n. 853, «Finanziamento della Cassa per il Mezzogiorno per
il quinquennio 1971-1975 e modifiche e integrazioni al Testo Unico delle leggi sugli inter-
venti nel Mezzogiorno»;
• Legge del 2 maggio 1976, n. 183, «Disciplina dell’intervento straordinario nel Mez-
zogiorno per il quinquennio 1976-1980»;
• Decreto presidenziale del 6 marzo 1978, n. 218, «Testo Unico delle leggi sugli inter-
venti nel Mezzogiorno»;
• Legge del 1 dicembre 1983, n. 651, «Disposizioni per il finanziamento triennale degli
interventi straordinari nel Mezzogiorno»;
• Decreto presidenziale del 6 agosto 1984, «Soppressione e liquidazione della Cassa
per il Mezzogiorno»22;

Solo scorgendo le date di questi vari provvedimenti, si intuisce una suddivisione in base a
cinque ‘cicli’, di cui i primi due all’incirca di sette anni ciascuno (1950-’57 e 1958-’65), il
terzo e il quarto di cinque o sei anni (1965-’71 e 1971-’76), e l’ultimo che va dal 1976 al
1984. E’ una ripartizione ampiamente confermata dalla letteratura: naturalmente si tratta di
una scansione temporale non casuale, trovando origine in ben precisi indirizzi politici, oltre
che nelle esigenze di rifinanziamento degli interventi in seguito all’esaurirsi dei fondi prece-
dentemente stanziati.
Con la legge del 1950 viene istituito un ente, la Cassa per opere straordinarie di pubblico
interesse nell’Italia meridionale, con sede a Roma, che è dotato di una propria personalità
giuridica (art. 2) e di una serie di competenze territoriali che andavano dalle allora sette re-
gioni meridionali a porzioni del Lazio, delle Marche e della Toscana (art. 3). Nella relazione
illustrativa del disegno di legge, presentato alla Camera il 17 marzo 1950 e approvato il 13
luglio, il Governo motivava tale scelta con la necessità di sviluppare un ampio programma di
pre-industrializzazione, incentrato sulla realizzazione di numerose infrastrutture di base per la
valorizzazione dell’agricoltura, con l’aggiunta di alcune attrezzature turistiche. La legge ebbe
il voto favorevole di tutte le forze parlamentari, ad eccezione dell’opposizione di sinistra, che
la giudicò insufficiente e priva di effettive garanzie per l’indipendenza dell’ente dai partiti23.
Fu elaborato un piano decennale di interventi, per il quale vennero assegnati alla Cassa
1.000 miliardi di allora, poco meno di un tredicesimo del Pil italiano nel 1951; successiva-
mente, vi fu un nuovo piano, dodecennale, e i fondi furono aumentati a 1.280 miliardi. Pren-
deva corpo così la «prima fase» dell’intervento straordinario, orientata quasi esclusivamente

22
PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, L’intervento straordinario nel Mezzogiorno (1950-1984), Roma,
1986, p. 64. Questa pubblicazione costituisce, ove non diversamente precisato, il testo di riferimento per il pre-
sente paragrafo e per il successivo. Altre indicazioni sono prese, limitatamente agli anni cinquanta e sessanta, da
V. GIOVANNELLI, L’organizzazione amministrativa dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno, Svimez,
Giuffrè, Milano, 1971. Per la legislazione del 1971 si veda anche M. ANNESI, Nuove tendenze dell’intervento
pubblico nel Mezzogiorno, Svimez, Giuffrè, Milano, 1973. Fino alla metà degli anni settanta molti riferimenti,
specie per quanto riguarda gli incentivi all’industria, sono presi dal già citato testo di Gisèle Podbielski. Per il
decreto presidenziale del 1978, cfr. SVIMEZ, Il T. U. delle leggi sugli interventi nel Mezzogiorno (DPR 6 marzo
1978, n. 218), testo coordinato con introduzione illustrativa di Massimo Annesi e premessa di Pasquale Sarace-
no, Roma, 1980. Per i provvedimenti dell’83 e dell’84, cfr. anche S. AMOROSINO, Amministrazione in funzione
di sviluppo. Gli interventi pubblici nel Mezzogiorno tra leggi e programmazioni, Stato e autonomie, Edizioni
Scientifiche Italiane, Napoli, 1985.
23
Relatori furono l’on. Jervolino per la maggioranza e l’on. Alicata per l’opposizione di sinistra (ma gli interven-
ti furono numerosissimi): cfr. V. GIOVANNELLI, op. cit., pp. 114-116.
16

alla creazione di opere pubbliche, sia generali che più specificatamente agricole; il che, a ben
vedere, era già chiaro nel nome, per esteso, che era stato dato alla Cassa. Il principale settore
dell’economia meridionale era quello primario, che forniva il 34% del prodotto interno lordo
e impegnava il 56,5% dell’occupazione (v. tab. 1.1.), mentre vi era una assai elevata pressio-
ne demografica in alcune zone come la Campania, la Sicilia e la Puglia, che allora non ci si
attendeva potesse essere attenuata dall’emigrazione. La più immediata soluzione dei problemi
del Mezzogiorno appariva quindi un aumento dei redditi nell’agricoltura, insieme ad un mi-
glioramento delle condizioni di vita nelle aree rurali. Contemporaneamente, si pensava che la
già citata riforma agraria, allora avviata, avrebbe potuto, eliminando alcune croniche cause di
arretratezza (soprattutto il grande latifondo), favorire un più avanzato modello di sviluppo del
comparto24.
Quanto alle altre infrastrutture generali, come strade, porti, ecc., imprescindibile premessa
di ogni processo di sviluppo economico, ormai da parte di tutti se ne riconosceva l’urgenza
nel Mezzogiorno, caratterizzato dalla loro cronica carenza rispetto al resto del paese, nella
convinzione che la loro realizzazione avrebbe accresciuto il reddito, oltre che direttamente,
anche indirettamente attraverso l’effetto moltiplicatore che potevano innescare. Il settore se-
condario, quanto meno in riferimento agli interventi in via diretta, era invece del tutto assen-
te: il solo sostegno fu quello attuato con la legge n. 298 dell’11 aprile 1953, sul credito indu-
striale a medio termine a condizioni agevolate (v. paragrafo 1.3.).
Un sostanziale cambiamento, perlomeno nelle convinzioni circa gli strumenti e i settori da
promuovere per lo sviluppo meridionale, si registra con la legge del 29 luglio 1957, n. 634,
che proroga la durata della Cassa fino al 1965 (da dodici a quindici anni) e la rifinanzia con
2.069 miliardi. La sua emanazione fu merito soprattutto dei nuovi meridionalisti della Svi-
mez, i quali continuavano a sostenere la necessità di una rapida crescita proprio
dell’industria, la sola capace - a loro giudizio - di creare posti di lavoro permanenti e di arre-
stare in tal modo l’emigrazione di massa. Inoltre, la mancanza di una base industriale costi-
tuiva di per sé intralcio all’insediamento di nuove imprese, rendendo più difficile il reperi-
mento di materiali e di manodopera specializzata, come pure il collocamento dei prodotti sul
mercato25. A tutto ciò si aggiunga la constatazione che l’effetto moltiplicatore delle opere
pubbliche risultò minore del previsto, mentre le realizzazioni in via straordinaria andavano
assumendo sempre più un ruolo sostitutivo, anziché aggiuntivo, come voleva la legge, rispet-
to all’intervento ordinario.
Prendeva quindi avvio la «seconda fase» della Cassa per il Mezzogiorno, caratterizzata,
innanzitutto, dall’ampliamento dei settori di competenza dell’ente: dalle attività legate alla
pesca a quelle per la modernizzazione di aziende artigiane; dal restauro di opere di interesse
artistico, storico e archeologico nelle zone turistiche, fino alla promozione e al finanziamento
di corsi di qualificazione e specializzazione, e alla costruzione e attrezzatura di scuole profes-
sionali per la formazione di tecnici e lavoratori specializzati. Si insisteva poi molto sulla ne-
cessità di un maggiore coordinamento tra istituti ordinari e straordinari, con l’obbligo da par-
te dei ministeri economici di presentare annualmente al Comitato dei ministri per il Mezzo-
giorno i programmi delle opere previste per i territori meridionali; lo stesso obbligo vigeva

24
Come è noto, le attese in questo senso furono parzialmente deluse dall’eccessiva frammentazione delle nuove
aziende agricole e dalla prematura distribuzione della terra, rispetto alla necessità di fornire prima, ai beneficiari,
una adeguata preparazione tecnica e alcune indispensabili infrastrutture; cfr. G. E. MARCIANI, op. cit., pp. 81-
101.
25
Cfr. anche L. MARELLI, op. cit., pp. 14-16.
17

per il Ministero delle Partecipazioni Statali, limitatamente ai programmi degli investimenti di


enti e aziende pubbliche.
Ma importante, oltre che indicativo dell’avvenuto convincimento nelle classi dirigenti del-
la insufficienza delle sole infrastrutture per la compensazione del divario di sviluppo, fu so-
prattutto il deciso riorientamento dei mezzi finanziari verso le esigenze del settore industriale.
Furono istituiti i cosiddetti «centri di sviluppo», che potevano a loro volta essere di due tipi,
le «aree di sviluppo» e i «nuclei di industrializzazione», differenziati dal numero di abitanti
che vi risiedevano, almeno 200.000 nel primo caso e meno di 75.000 nel secondo. Per la loro
costituzione si richiedeva la formazione di «consorzi» tra enti locali (comuni, province, ca-
mere di commercio), consorzi ai quali veniva attribuita la responsabilità della redazione di un
piano regolatore e, soprattutto, quella della realizzazione delle opere previste dal piano stesso.
La Cassa per il Mezzogiorno si impegnava nei loro confronti con l’attribuzione di fondi spe-
ciali per le infrastrutture e con la concessione di incentivi industriali, mentre al loro interno
era anche prevista la localizzazione di imprese a partecipazione statale26. Oltre alla disponibi-
lità di acqua e di energia e ad una favorevole dotazione di infrastrutture di base, un fonda-
mentale criterio per la selezione dei centri era quello secondo cui l’area doveva aver mostrato
in passato dei buoni ritmi di sviluppo, tali da lasciare intravedere la possibilità di una crescita
ancora migliore.
Con il provvedimento del 1957 furono anche introdotti contributi in conto capitale a favo-
re di piccole e medie imprese, o anche grandi purché localizzate nei centri di sviluppo.
L’innovazione fu ulteriormente sviluppata con le leggi n. 555 del luglio 1959 e n. 1.462 del
settembre 1962, prevedendo interventi fino al 25% della spesa per investimenti in immobili e
al 20% per l’acquisto di macchinari e impianti. Venne inoltre permessa la concessione di mu-
tui a tassi di interesse agevolati non oltre il 3% (il 4% per le imprese più grandi), per una du-
rata fino a 15 anni: ovviamente, la differenza rispetto all’effettivo costo del risparmio era fi-
nanziata dalla Cassa. Comunque, il mutuo non poteva superare il 70% della spesa del proget-
to, ed eventualmente il 30% della spesa per le scorte. Veniva concesso per nuovi impianti che
avessero un importo non superiore al miliardo, oppure per rinnovi, conversioni e ampliamenti
di impianti esistenti fino a 500 milioni. Ma, in casi speciali, il limite per nuovi investimenti
poteva essere aumentato fino a un miliardo e mezzo.
Con la «terza fase», dal 1965 al 1971, si verifica l’inserimento dell’intervento straordina-
rio nel più ampio quadro della programmazione nazionale. Nel gennaio 1965 venne infatti
approvato dal Consiglio dei ministri il primo Programma economico nazionale per il periodo
1966-’70, ratificato però dal Parlamento solo nel luglio 1967. Tra le altre cose, esso si poneva
l’ambizioso traguardo dell’eliminazione del divario fra il Mezzogiorno e il resto del paese,
attraverso la progressiva riduzione della differenza nel valore aggiunto per addetto tra il Sud
e il Centro-nord. Precedentemente vi erano stati la «Nota aggiuntiva» alla Relazione sul bi-
lancio annuale del 1962 (Nota La Malfa) e il rapporto del 1963 di Pasquale Saraceno, in qua-
lità di vicepresidente della neo-costituita Commissione nazionale per la programmazione e-
conomica: in entrambi questi ‘piani’ si ribadiva la convinzione che i problemi
dell’arretratezza meridionale non fossero risolvibili puntando sulle sole forze di mercato, ma
che viceversa sarebbe stata necessaria l’introduzione di metodi, criteri e strumenti di pro-
grammazione.

26
In generale, come già visto alla fine del paragrafo 1.1., venivano date specifiche direttive alle aziende pubbli-
che, che dovevano avere nel Sud una percentuale minima dei loro impianti.
18

Con la legge n. 717 del 1965 veniva di conseguenza prevista la formulazione di un Piano
di coordinamento pluriennale, con il duplice obiettivo di migliorare il piuttosto scarso coordi-
namento tra le attività straordinarie della Cassa e quelle ordinarie delle pubbliche ammini-
strazioni, e nel contempo di collegare entrambe al Programma economico nazionale, renden-
dole soggette agli stessi aggiornamenti adottati per quest’ultimo. A tale scopo, il Comitato dei
ministri per il Mezzogiorno, ampliato con l’inserimento dei ministeri del Bilancio, della Pub-
blica Istruzione, delle Partecipazioni Statali, della Sanità, del Turismo e dello spettacolo27,
veniva collocato in seno al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economi-
ca), e quindi non più considerato come un organismo indipendente. Al Ministro per il Mez-
zogiorno furono affidati compiti di direttiva e di controllo per tutto l’intervento straordinario,
in particolare assicurando la conformità delle attività della Cassa e degli organismi collegati
con il suddetto piano di coordinamento, che doveva essere formulato ex-ante, e aveva natura
imperativa.
Motivo ispiratore di tutto questo nuovo impianto era uno sforzo di razionalizzazione, at-
tuato anche con il tentativo di limitare la dispersione territoriale degli interventi nei vari setto-
ri: interventi che ora potevano infatti concentrarsi solo in determinate zone. Per l’agricoltura
vi erano i «comprensori irrigui», nell’ambito dei quali si prevedevano opere stradali, edilizie,
di ricomposizione fondiaria, di bonifica, di rimboschimento, di provvista di acqua potabile
per le popolazioni rurali e di distribuzione dell’energia elettrica per usi agricoli. Per il settore
secondario rimanevano le aree industriali e i nuclei di industrializzazione, al cui interno veni-
vano predisposti finanziamenti agevolati e contributi in conto capitale, secondo priorità che
dipendevano, per i vari progetti, dalla localizzazione, dal comparto industriale considerato e
dalle dimensioni dell’investimento. In particolare, i finanziamenti agevolati erano concessi
per realizzazioni fino a un ammontare massimo di 12 miliardi di lire; per importi maggiori il
prestito poteva arrivare a coprire fino al 50% dell’investimento complessivo, pur con saggi di
interesse crescenti in relazione all’aumentare della spesa. I contributi in conto capitale veni-
vano ridotti dal 25 al 20%, ed erano ora possibili solo per l’acquisto di macchinari e impianti
relativi a nuove iniziative industriali, e non quindi anche per rinnovi e conversioni. La quota,
comunque, poteva salire al 30% se i macchinari e gli impianti in questione venivano forniti
da imprese meridionali. Anche per il turismo erano previste aree selezionate, i cosiddetti
«comprensori turistici», con prestiti agevolati (che potevano durare fino a 20 anni raggiun-
gendo anche il 70% della spesa ammissibile) e contributi in conto capitale (per un massimo
del 15%). Vi erano poi interventi di altra natura, ad esempio in favore della ricerca scientifica
applicata o per la riduzione delle tariffe nei trasporti.
Nel complesso, sebbene le misure del 1965 sembrino configurare da vari punti di vista un
miglioramento rispetto alle disposizioni precedenti, non mancano i problemi. Accanto al pro-
lungamento della vita dell’ente fino al 1980, si assisteva, per esempio, ad un incremento dei
fondi in dotazione, passati a 1.640 miliardi di lire per il quinquennio 1965-’69, con uno stan-
ziamento medio annuo che saliva così a 326 miliardi, contro i 147 del periodo precedente
(complessivi 2.216 miliardi per il quindicennio 1950-’65). Ciò nondimeno, la Cassa aveva
esaurito i fondi per il sostegno all’industria già nel 1968, e questo nonostante la percentuale

27
«Anche tale ampliamento non è, come logico, senza significato. La problematica del Mezzogiorno diventa, se
così si può dire, pressoché “onnicomprensiva”, includendo nuovi settori economici prima non considerati (come
il turismo) ed aspetti sociali sino allora poco approfonditi (sanità, istruzione)»: PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI
MINISTRI, op. cit., p. 29.
19

relativa di finanziamenti per il settore secondario fosse stata aumentata rispetto ad agricoltura
e terziario: nel 1969 fu così necessario stanziare altri 560 miliardi.
Ma la questione che più salta agli occhi, nell’analizzare questa fase, è proprio il mancato
coordinamento con la programmazione economica nazionale. Il primo Piano di coordinamen-
to venne introdotto nel 1966, copriva il periodo dal 1966 al 1969 e fu successivamente esteso
fino al 1970. Ma nel 1966 il Programma economico nazionale non era ancora operativo.
Quando lo fu, nella seconda metà del 1967, e prese pertanto a delinearsi uno schema generale
di riferimento, la realtà si era già rivelata in gran parte divergente dai principali obiettivi per-
seguiti, a cominciare dalle previsioni di crescita e di riduzione della disoccupazione. In altri
termini, non era stato posto nella dovuta considerazione il rallentamento della produzione,
coincidente con la fine del ‘miracolo’ economico.
All’inizio degli anni settanta si incomincia a delineare una politica di decentramento am-
ministrativo, con il progressivo spostamento di funzioni dallo Stato alle regioni, in tutte le
materie previste dall’articolo 117 della Costituzione. Pertanto, con la legge n. 853 del 1971
venivano trasferite alle amministrazioni periferiche una serie di attribuzioni nella formulazio-
ne e nell’attuazione dell’intervento straordinario, nei campi della programmazione urbana,
dei trasporti locali, delle strade e opere pubbliche di interesse regionale, del turismo,
dell’artigianato, dell’agricoltura e foreste: attribuzioni prima spettanti ai ministri per il Mez-
zogiorno, dell’Industria e dei Lavori Pubblici, nonché al Cipe, cui ora venivano riservati po-
teri di direttiva e di coordinamento tra intervento ordinario e straordinario, in particolare nel
definire le scelte sia settoriali che territoriali della politica industriale. La Cassa, la cui dota-
zione finanziaria per il periodo 1971-’75 veniva elevata a 3.126 miliardi (circa 625 miliardi
l’anno), manteneva sul piano istituzionale il ruolo di esecutore della parte operativa
dell’intervento, nonché quello di coordinatore dell’attività degli enti ad essa collegati. Essa
però doveva ora realizzare anche una serie di attività su richiesta delle regioni, le quali si in-
serivano nell’elaborazione stessa dei processi decisionali, attraverso il Comitato dei presiden-
ti dei governi regionali, nell’ambito del dicastero del Bilancio e della Programmazione eco-
nomica.
Alla Casmez spettava poi il compito dell’elaborazione tecnica e dell’esecuzione dei cosid-
detti «progetti speciali di interventi organici». Erano questi l’innovazione più importante del-
la «quarta fase» dell’intervento straordinario: dovevano avere natura intersettoriale e interre-
gionale ed essere orientati alla creazione di infrastrutture generali, all’allestimento di aree
metropolitane e di nuove zone di sviluppo, alla promozione di attività produttive, nonché a un
migliore utilizzo delle risorse naturali e locali e alla salvaguardia dell’ambiente28. Anche in
questo caso si configurava uno specifico ruolo per le regioni, che prendevano parte attiva alla
formulazione dei progetti.
Il sistema dell’incentivazione finanziaria all’industria era orientato adesso, in maniera più
diretta, a favore delle medie e piccole imprese. Il criterio fondamentale per concedere fondi
diventava quello della dimensione dell’azienda e del suo potenziale di espansione. Per quelle
più piccole, che avessero realizzato investimenti fissi o avessero raggiunto immobilizzi com-
presi tra cento milioni e un miliardo e mezzo, era previsto un contributo in conto capitale pari

28
«I progetti speciali avrebbero dovuto consentire, nel rispetto del nuovo ordinamento regionale, di superare le
formali distinzioni di competenza e di evitare le procedure e i metodi tipici dell’amministrazione tradizionale.
Nella Cassa fu individuato l’organismo in grado, a questo fine, di esprimere capacità tecniche e rapidità di azione
che erano invece fuori della portata delle amministrazioni ordinarie dello Stato e, come diverrà presto evidente,
anche delle Regioni»: S. CAFIERO, Questione meridionale, cit., p. 209.
20

al 35% degli investimenti fissi e un prestito a tasso agevolato fino al 35% della spesa globale
(investimenti più scorte). Tali percentuali potevano aumentare, in modo anche cumulabile,
del 10% in caso di acquisto di macchinari e impianti prodotti da imprese meridionali e di al-
trettanto in caso di localizzazione in zone caratterizzate da fenomeni di spopolamento. Per le
imprese di medie dimensioni i contributi in conto capitale variavano tra il 15 e il 20%, e i fi-
nanziamenti agevolati tra il 35 e il 50%. Per le imprese cosiddette di grandi dimensioni, quel-
le cioè che realizzavano investimenti fissi o raggiungevano investimenti totali superiori ai 5
miliardi di lire, la quota dei contributi in conto capitale era tra il 7 e il 12%, e tra il 30 e il
50% quella dei finanziamenti agevolati sul totale della spesa. In ogni caso, la priorità spettava
agli investimenti di importo inferiore ai 5 miliardi di lire, quindi delle piccole e medie impre-
se, nel ramo dell’industria manifatturiera e con una intensità capitalistica piuttosto bassa, in
modo da migliorare maggiormente l’occupazione.
Per ottemperare agli orientamenti e alle direttive della Comunità europea in materia di po-
litica regionale, si registrava inoltre un parziale abbandono della politica di concentrazione
degli interventi, con il tentativo di favorire il processo di industrializzazione nei territori e-
sterni alle zone di concentrazione spontanea, oltre che con la già citata agevolazione per gli
insediamenti produttivi nelle zone soggette a spopolamento. Infine, venne introdotta
l’autorizzazione obbligatoria per chi voleva realizzare progetti di investimento in qualsiasi
parte del paese, ritenendo che un rifiuto ad una localizzazione nelle regioni settentrionali a-
vrebbe indotto ad investire piuttosto nel Meridione; ma l’importanza pratica di questa norma
fu alquanto scarsa, viziata innanzitutto dalla sua applicazione assai poco rigorosa.
L’ultimo periodo della Cassa per il Mezzogiorno, dal 1976 al 1984, non poteva non tenere
conto della grave crisi economica dovuta all’aumento del prezzo del petrolio, caratterizzata
dalla contemporanea crescita della disoccupazione e dell’inflazione, con i processi di ristrut-
turazione industriale conseguenti. Come sottolineato da Pasquale Saraceno, la politica meri-
dionalistica dovette affrontare

[…] non solo il problema di rendere conveniente l’ubicazione nel Mezzogiorno anziché nel Cen-
tro-Nord dei nuovi impianti – non molti, a quanto è dato prevedere – localizzabili nel prossimo futuro
nel nostro paese, quanto di far progredire le imprese già esistenti nel Mezzogiorno verso livelli euro-
pei di produttività, partendo però da posizioni che non [erano] certo di parità, a causa della loro ubica-
zione, con quelle del resto del paese29.

Questa fase prende il via con la legge n. 183 del 1976, la quale deve tener conto anche del-
le esigenze di raccordo tra i vari livelli decisionali, e tra diverse e a volte contrastanti pressio-
ni: «le Regioni meridionali reclamano con sempre maggiore fermezza il diritto-dovere di de-
cidere autonomamente sul futuro delle proprie popolazioni, pur non stancandosi di chiedere
allo Stato mezzi finanziari, investimenti, agevolazioni creditizie e fiscali, posti di lavoro»30.
Con tale provvedimento, inoltre, si delega al Governo la procedura nell’aggiornamento del
precedente testo unico del 1967, inserendovi le più recenti disposizioni. Dal nuovo Testo U-
nico, emanato con il decreto presidenziale del 6 marzo 1978, viene fuori un disegno generale
di intervento straordinario piuttosto complesso, incentrato su un piano quinquennale che, ol-
tre a enunciare gli obiettivi generali e specifici e i loro effetti sull’occupazione, sulla produt-
tività e sul reddito, indica e descrive i progetti speciali, le direttive generali e le priorità per i

29
P. SARACENO, Premessa, in SVIMEZ, Il T. U. delle leggi sugli interventi nel Mezzogiorno, cit., p. XXXVIII.
30
PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, op. cit., p. 70.
21

diversi settori, nonché le dimensioni finanziarie dei vari interventi. Tale programma quin-
quennale, i suoi stati di attuazione e gli aggiornamenti annuali, dovevano essere approvati dal
Cipe, su proposta del Ministro per gli Interventi straordinari nel Mezzogiorno, acquisiti i pa-
reri e le indicazioni della Commissione parlamentare per il Mezzogiorno e del Comitato dei
rappresentanti delle regioni meridionali. Dal punto di vista politico, emerge quindi «la gene-
rale tendenza a trasferire poteri dall’esecutivo al legislativo, in modo che al loro esercizio po-
tessero partecipare anche i comunisti, presenti nella maggioranza, ma non nel governo»31.
Così, a una commissione parlamentare di 15 deputati e 15 senatori furono attribuiti poteri di
controllo sulla programmazione e sull’attuazione degli interventi nel Mezzogiorno, nonché la
facoltà di esprimere pareri su tutti i provvedimenti all’esame delle camere per garantirne la
coerenza con gli obiettivi meridionalistici.
Tornando alla Casmez, ad essa spettava a questo punto l’attuazione dei progetti speciali
per lo sviluppo di attività economiche e sociali, predisposti dal Ministro per il Mezzogiorno e
dalle regioni per specifici territori e attività produttive e successivamente approvati dal Cipe.
Vi erano poi gli interventi per le opere pubbliche, quelli per l’occupazione giovanile, per le
imprese commerciali, artigiane e turistiche. Per quanto riguarda il settore industriale, oltre al-
le agevolazioni fiscali, venivano previsti ausili per gli uffici direzionali, per imprese di pro-
gettazione e per i centri di ricerca aziendali, e poi assistenza tecnica alle aziende, contributi
alla formazione professionale e alla ricerca scientifica. Le disposizioni sui finanziamenti age-
volati e sui contributi in conto capitale furono ancora una volta modificate a vantaggio delle
piccole e medie imprese, in un quadro complessivo di maggiori certezze per gli operatori, al
fine di consentire loro un più preciso calcolo dei propri preventivi; il saggio di interesse per il
credito agevolato veniva fissato al 30% del tasso di riferimento, e arrivava a coprire fino al
40% dell’investimento globale (che, comunque, non poteva eccedere i 30 miliardi di lire). I
contributi in conto capitale dovevano essere concessi in misura variabile in funzione di prede-
terminati scaglioni di investimento fisso, con un massimo del 40% per lo scaglione fino a 20
miliardi. Continuavano, poi, gli sgravi fiscali sugli oneri contributivi dovuti all’Inps, sgravi
estesi ora al settore alberghiero e a quello artigiano. Infine, misure di sostegno erano previste
anche per le imprese agricole, sia nella forma di contributi in conto capitale che di finanzia-
menti a tasso agevolato, soprattutto per le aziende interessate all’attuazione dei progetti spe-
ciali.
L’insieme delle norme risulta molto variegato, integrato anche dalla legge del 12 agosto
1977 n. 675, specifica per gli incentivi agli investimenti di ristrutturazione aziendale, confi-
gurando un regime assai articolato, in relazione tanto alla dimensione delle iniziative che alla
loro differenziazione. In quanto a fondi, furono stanziati 14.500 miliardi per il periodo dal
1976 al 1980, aumentabili per altri 1.500 miliardi in caso di ulteriori impegni. Negli ultimi tre
anni, vi fu poi una successione di provvedimenti di proroga e di integrazione delle dotazioni
finanziarie della Cassa, di volta in volta disposte per periodi più o meno brevi.
In generale, gli ultimi quindici anni si contraddistinguono per la grande instabilità delle di-
sposizioni. Cafiero definisce questo periodo «la lunga agonia dell’intervento straordinario» (è
il titolo di un paragrafo)32, agonia dovuta, a suo parere, oltre che alle oggettive difficoltà eco-
nomiche, anche al modo in cui era stata intesa e realizzata la partecipazione delle regioni alla
determinazione e all’attuazione degli indirizzi programmatici, e, soprattutto, alle sempre più
frequenti interferenze del sistema politico nelle scelte anche più specificamente ‘tecniche’
31
S. CAFIERO, Questione meridionale, cit., p. 210.
32
Ibid., p. 207.
22

della Cassa. «Per l’insieme di queste ragioni − è la sua conclusione − essa venne da allora a
perdere quelle doti di iniziativa tecnico-progettuale e di funzionalità che ne avevano caratte-
rizzato l’attività negli anni Cinquanta e Sessanta»33.
Con il decreto presidenziale del 6 agosto 1984 si sancisce la soppressione e la liquidazione
dell’ente. Questo non vuol dire, però, la contemporanea fine dell’intervento straordinario, per
il quale era stato anzi previsto un ulteriore finanziamento triennale già con la legge del 1 di-
cembre 1983, n. 651. Dal 1986, con la legge n. 64 del 1° marzo, venne poi costituita
l’Agenzia per la promozione dello sviluppo del Mezzogiorno (Agensud), alla quale furono
attribuiti compiti di esclusivo finanziamento degli interventi. Successivamente, negli anni
novanta, si ebbe il definitivo passaggio dall’intervento straordinario per il Mezzogiorno a
quello ordinario per le aree depresse.

1.3. La ‘Cassa’: centri decisionali e strutture operative

Dal punto di vista giuridico, la Cassa per il Mezzogiorno è stata un ente pubblico dotato di
propria autonomia, guidato da un consiglio di amministrazione con al vertice, in base
all’articolo 20 della legge n. 646 del 1950, un presidente nominato dal Capo dello Stato, su
proposta del Presidente del consiglio (sostituito con la legge n. 717 del 1965 dal Ministro per
gli Interventi Straordinari nel Mezzogiorno), sentito il Consiglio dei ministri34. Il Consiglio di
amministrazione era poi costituito da due vicepresidenti e da altri dieci membri, tutti scelti tra
persone «particolarmente esperte»35 e nominati, anche qui sentito il Consiglio dei ministri,
con decreto del Presidente del consiglio, a partire dalla legge del ’65 dopo aver sentito il Mi-
nistro per gli Interventi Straordinari nel Mezzogiorno. La legge n. 853 del 1971 riduceva il
numero dei consiglieri a sei, e rimandava per la loro nomina a un decreto del Capo dello Sta-
to. Ma i consiglieri risalivano fino a 18 con la legge n. 183 del 1976, allo scopo di consentire
una partecipazione diretta delle regioni. Infine, con l’art. 14 del Testo Unico del 1978, essi
tornavano a diminuire fino al numero di sette, «scelti tra esperti di particolare e riconosciuta
competenza», mentre alle loro sedute era invitato a partecipare, di volta in volta, «un rappre-
sentante della singola regione direttamente interessata a provvedimenti di particolare rilevan-
za riguardanti la regione medesima»36. La stessa durata del Consiglio, prevista originariamen-
te di quattro anni, veniva elevata a cinque già con le disposizioni del 1965.

33
Ibid., p. 211.
34
«[…] il presidente della “Cassa”, malgrado la derivazione della sua investitura da fonte superiore a quella de-
gli altri componenti il Consiglio, non gode di poteri istituzionali propri, ma solo di quelli che gli vengono attri-
buiti per delega dal Consiglio. Non esiste nemmeno una disposizione espressa che conferisca al presidente la
rappresentanza dell’istituto» (V. GIOVANNELLI, op. cit., p. 128).
35
La qualificazione, priva di ulteriori specificazioni, è apparsa nella pratica di scarsa utilità ai fini della scelta dei
componenti del consiglio stesso, pur apparendo chiara sin dall’inizio l’incompatibilità tra l’incarico di consiglie-
re di amministrazione e il ruolo di parlamentare. Cfr. ibid., p. 116, e PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI,
op. cit., p. 36.
36
SVIMEZ, Il T. U. delle leggi sugli interventi nel Mezzogiorno, cit., p. 104.
23

Comunque, prima obbligatoriamente (legge 22 marzo 1952, n. 166), successivamente in


via facoltativa (legge 29 luglio 1957, n. 634), venne previsto un comitato amministrativo ri-
stretto, da tre a cinque membri, da eleggersi con l’approvazione del Consiglio dei ministri. La
sua istituzione sanciva una situazione di fatto, già verificatasi in passato, con il conferimento
di poteri da parte del Consiglio ad alcuni suoi membri mediante delega. Tale comitato venne
mantenuto in vita solo per il periodo in cui era obbligatorio, ovvero fino al 1957. Ad esso
spettarono, oltre ad alcuni provvedimenti sul personale, l’approvazione dei progetti di impor-
to superiore ai 300 milioni di lire e l’assunzione di impegni di spesa non eccedenti i 50 milio-
ni.
Vi era poi il Collegio dei revisori dei conti, composto da tre membri effettivi e da altrettan-
ti supplenti, con durata di due anni (tre dal 1976) e possibilità di una sola riconferma, che ve-
niva nominato per un terzo dalla Corte dei conti (un membro effettivo, con funzioni di presi-
dente, ed un supplente) e per la restante parte dal Ministero del Tesoro; esso prendeva parte
alle riunioni del Consiglio di amministrazione, non solo con il compito di vigilare sulla con-
tabilità, ma anche per impedire l’assunzione di deliberazioni in contrasto con le legge. Alle
riunioni del Consiglio di amministrazione poteva partecipare anche una speciale delegazione
del Consiglio superiore dei lavori pubblici, che esprimeva parere sui progetti di ammontare
superiore ai 300 milioni o comunque particolarmente complessi e impegnativi dal punto di
vista tecnico. Infine, ma certo non ultima per importanza, c’era la figura del Direttore genera-
le dell’istituto, con voto non vincolante ma solamente consultivo in seno al Consiglio di am-
ministrazione, cui spettava l’incarico di curare l’aspetto esecutivo delle delibere.
L’esigenza di garantire all’intervento straordinario prontezza di azione e tempestività di
realizzazione ha comportato la mancata subordinazione delle attività della Cassa al controllo
diretto, preventivo, della Corte dei Conti, e ciò malgrado la coincidenza dei caratteri e delle
finalità dell’ente con quelli dello Stato. E’ questo un punto di assoluto rilievo: il controllo po-
teva esercitarsi solo in una fase successiva, dopo l’annuale approvazione del bilancio consun-
tivo da parte del Ministro per il Mezzogiorno di concerto con il Ministro del Tesoro, e la pre-
sentazione del medesimo bilancio al Parlamento. Dal punto di vista della più generale dire-
zione politica, il primo articolo della legge 1950, n. 646, recitava:

[…] i Ministri dell’agricoltura e foreste, del tesoro, dell’industria e commercio, dei lavori pubblici,
del lavoro e previdenza sociale, sotto la Presidenza del Presidente del Consiglio dei Ministri e di un
Ministro all’uopo designato dal Consiglio dei Ministri, formulano un piano generale per l’esecuzione,
durante il decennio 1950-60, di opere straordinarie dirette in modo specifico al progresso economico e
sociale dell’Italia meridionale coordinando con i programmi di opere predisposti dalle Amministra-
zioni Pubbliche37.

A parte l’accento sulla dimensione ‘fisica’ degli interventi («…un piano generale per
l’esecuzione di opere») e il numero ancora ristretto dei ministeri interessati, si delineava in
questa norma il caso piuttosto atipico di una duplice presidenza, spettante nel contempo sia al
Capo del Governo che al ministro designato. Ma la questione fu chiarita già con la legge del
25 luglio 1952, n. 949, «Provvedimenti per lo sviluppo dell’economia e dell’incremento
dell’occupazione», la quale, oltre ad aggiungere al comitato anche il Ministro dei Trasporti,
sanciva l’affidamento della presidenza, in alternativa, al Presidente del Consiglio o al Mini-
stro per gli Interventi Straordinari nel Mezzogiorno. Quest’ultima figura, in sostituzione pres-

37
PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, op. cit., p. 27.
24

soché sistematica del Capo del Governo, è andata acquisendo nel corso degli anni contorni e
poteri sempre meglio delineati, pur se non sono mancate qua e là discussioni sui suoi rapporti
con la Cassa, e nonostante non abbia mai avuto a disposizione un vero e proprio ministero,
ma solamente una segreteria38. Essa, in sostanza, oltre alla già citata approvazione dei bilanci
consuntivi (compresi quelli dello Iasm e del Formez), aveva l’incarico di presentare al Parla-
mento le comunicazioni dei programmi dell’ente, e la relazione annuale di attuazione del pia-
no di coordinamento degli interventi nel Mezzogiorno. Il ministro in questione era inoltre il
responsabile nei confronti delle Camere sia per l’attività del Comitato dei ministri per il Mez-
zogiorno, sia, più in generale, per tutta quella di vigilanza sulla Cassa. Nei confronti di
quest’ultima, ad esso spettava un ruolo di indirizzo, inquadrabile in un rapporto di direzione,
nel senso di una formulazione di principi ai quali l’ente doveva poi conformarsi nelle scelte
specifiche, e non, invece, di una «imposizione puntuale di atti» o di una «indicazione di com-
portamento»39. Con il Testo Unico del 1978 i suoi compiti venivano poi ulteriormente am-
pliati, includendo la proposta al Cipe del piano quinquennale e la predisposizione dei progetti
speciali. Se, come già visto nel paragrafo 1.2., la ‘guida’ politica dell’intervento straordinario
è passata nel tempo dal Comitato dei ministri per il Mezzogiorno (1950-1965) al Comitato
interministeriale per la programmazione economica (Cipe, dal 1965 al 1976), fino alla Com-
missione parlamentare per il Mezzogiorno (dal ’76 all’84), il Ministro per gli Interventi Stra-
ordinari nel Mezzogiorno è sempre rimasto il punto di raccordo fra le priorità e le esigenze
delle forze di governo (o comunque di maggioranza) e le modalità tecnico-esecutive
dell’ente, sia in un verso che nell’altro; affiancato, dal 1976, dal Comitato dei rappresentanti
delle regioni meridionali.
Per quanto concerne l’aspetto più strettamente operativo, la Cassa per il Mezzogiorno, u-
nico ente di attuazione dell’intervento straordinario, esercitava la sua funzione attraverso una
serie di attività che possono essere sommariamente classificate in opere pubbliche e in incen-
tivi e contributi per l’assistenza tecnica, per il miglioramento del fattore umano e per la ricer-
ca scientifica.
Le opere pubbliche formano il cosiddetto «settore di intervento diretto». Le tappe iniziali
sono quelle della programmazione, della progettazione, e quindi dell’istruttoria ed eventuale
approvazione dei progetti.

L’elaborazione del programma annuale costituisce la fase preliminare attraverso cui gli indirizzi
generali del piano si traducono in interventi ben definiti. Si tratta di una fase particolarmente delicata
per l’importanza che assume, sotto l’aspetto sociale, tecnico ed economico, la graduazione degli in-
terventi. ’E questa la fase nella quale si compie quel processo di adattamento del piano generale alle

38
Più in particolare, questo l’elenco delle personalità succedutesi nella carica, indipendentemente dal variare dei
governi, nel periodo da noi considerato: Pietro Campilli (dal 10/04/’51 al 19/06/’58); Giulio Pastore (dal
01/07/’58 al 05/06/’68); Italo Giulio Cajati (dal 24/06 al 14/11/’68 e poi dal 17 al 26/02/’72); Paolo Emilio Ta-
viani (dal 12/12/’68 al 15/01/’72 e dal 26/06/’72 al 12/06/’73); Carlo Donat Cattin (dal 07/07/’73 al 02/03/’74);
Giacomo Mancini (dal 14/03 al 03/10/’74); Giulio Andreotti (dal 23/11/’74 al 30/04/’76); Ciriaco De Mita (dal
30/04/’76 al 20/03/’79); Michele Di Giesi (dal 20/03/’79 al 19/03/80); Nicola Capria (dal 04/04/’80 al
26/05/’81); Claudio Signorile (dal 28/06/’81 al 29/04/’83); Salverino De Vito (primo Governo Craxi, dal
13/08/’83 al 27 giugno ’86). PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, op. cit., p. 34. Non si può non fare a me-
no di notare come, nella prima metà dell’intervento straordinario (dal ’51 al ’68), il ruolo sia stato ricoperto solo
da Campilli e da Pastore, mentre nella seconda metà (dal ’68 all’84), più o meno coincidente con “la lunga ago-
nia”, si siano succeduti ben dieci diversi esponenti politici.
39
V. GIOVANNELLI, op. cit., p. 92.
25

esigenze particolari della realtà contingente che conferisce al piano stesso una caratteristica di elastici-
tà, che non si riscontra nella programmazione dell’intervento ordinario. […]
Programmati gli interventi vengono progettate le opere. […]
Nel corso dell’istruttoria, che segue la fase della progettazione, la «Cassa» esamina, a mezzo dei
propri servizi e del Consiglio di Amministrazione, i progetti esecutivi ad essa sottoposti, approvando
quelli che presentano i requisiti richiesti, o trattenendo per la rielaborazione i progetti parzialmente
difettosi40.

Altri progetti venivano definitivamente respinti, in quanto «presentavano deficienze più o


meno gravi dal punto di vista tecnico»41. Successivamente, per l’esecuzione l’ente poteva av-
valersi, in base all’articolo 8 della legge istitutiva, alternativamente dell’affidamento o della
concessione. Il primo era previsto solo nei confronti di organi dello Stato, di aziende autono-
me statali, oppure, limitatamente alle opere di sistemazione dei bacini montani, del Corpo fo-
restale. La concessione veniva invece utilizzata in relazione ad amministrazioni o enti diversi
dallo Stato, ad esempio nel finanziamento di strade per la viabilità ordinaria locale, comunale
e provinciale, oppure per gli acquedotti e per le reti di distribuzione idrica e fognaria, facenti
capo ai Consorzi idrici o ai comuni; la Cassa interveniva qui in funzione esclusivamente ausi-
liaria, per lo svolgimento di compiti che sarebbero stati di spettanza del concessionario, che
infatti a volte contribuiva alla spesa e/o assumeva la gestione degli interventi. A partire dal
1957 (legge n. 634, articolo 13) fu possibile anche l’appalto diretto, al quale si ricorreva
quando non era possibile reperire altri organi qualificati di esecuzione, appalto che veniva ef-
fettuato direttamente dalla Casmez. Ciò avveniva, e per tutte le opere, pure nella fase prece-
dente di progettazione, nella quale l’ente poteva avvalersi di tecnici iscritti in un albo da esso
stesso istituito, oppure, limitatamente ai collaudi, di professionisti iscritti nel corrispondente
elenco del Ministero dei Lavori Pubblici (articolo 30 del Testo Unico del 1967).
Per lo svolgimento dell’attività di incentivazione, il «settore di intervento indiretto», alla
Cassa per il Mezzogiorno si andarono via via a collegare una serie di enti, ai fini di facilitarne
le già richiamate autonomia decisionale e rapidità di realizzazione. Tali enti erano, innanzi-
tutto, i tre istituti di credito specializzato per il finanziamento a medio termine, a condizioni
agevolate, delle iniziative industriali localizzate nel Mezzogiorno: l’Isveimer, Istituto per lo
sviluppo economico dell’Italia meridionale, costituito con il regio decreto legge del 3 giugno
1938, n. 883; l’Irfis, Istituto regionale per il finanziamento delle industrie in Sicilia, creato
con la legge 22 giugno 1950 n. 445; il Cis, Credito industriale sardo, a seguito della legge 11
aprile 1953, n. 298, sullo sviluppo dell’attività creditizia in campo industriale nell’Italia me-
ridionale, con la quale venivano riorganizzati e riattivati anche l’Isveimer e l’Irfis. I tre enti
gestivano fondi pubblici, e si avvalevano delle somme erogate dalla Cassa per diminuire
l’onere a carico delle imprese ammesse ai finanziamenti agevolati.
Vi erano poi le società finanziarie cui la Casmez era autorizzata a partecipare. Per il setto-
re secondario, le più importanti erano le Nuove iniziative industriali per il Sud, Insud42, la Fi-
nanziaria meridionale, Fime, e la Fime-leasing; quest’ultima (che comunque vedeva la parte-

40
CENTRO STUDI DELLA «CASSA», Il ritmo di esecuzione degli interventi, in Aa.Vv., La «Cassa» e lo sviluppo
del Mezzogiorno, Laterza, Bari, 1962, pp. 387-388.
41
Ivi, p. 389.
42
Contemporaneamente all’Insud furono attivate altre tre istituzioni speciali (Isap, Sofis e Finsarda), anch’esse
con il compito di raccogliere fondi sui mercati interni ed esteri, e di offrire capitale di rischio per nuove iniziati-
ve, soprattutto industriali, e per assistenza tecnica alle imprese. Nella pratica, tuttavia, la loro importanza si rive-
lò inferiore alle aspettative; cfr. G. PODBIELSKI, op. cit., p. 49.
26

cipazione della Casmez solo in maniera indiretta attraverso la Fime, che ne deteneva il 60%
delle azioni) era addetta alla locazione finanziaria di beni mobili e immobili destinati ad atti-
vità industriali. Per l’agricoltura vi era la Finam, Finanziaria agricola meridionale, la quale,
assieme alla Fime, si occupava anche degli interventi diretti alla valorizzazione a fini indu-
striali e commerciali dei prodotti agricoli. Le tre società finanziarie potevano richiedere spe-
cifiche garanzie – a quelle imprese al cui capitale di rischio partecipavano solo pro tempore
– sul raggiungimento nei tempi previsti degli obiettivi prefissati, come pure dello smobilizzo
e del rientro dei capitali impiegati.
Più in particolare, l’Insud venne istituito il 31 gennaio 1963, a seguito della legge n. 1.462
del 1962 sulla promozione delle attività industriali. Operava nell’ambito dell’Efim – Ente
partecipazioni e finanziamento industria manifatturiera – che assieme alla Casmez ne detene-
va più dell’80% del capitale sociale, mentre il resto apparteneva a Imi, Banca commerciale
italiana, Isveimer, Banco di Napoli e Banca nazionale del Lavoro. Esso partecipava fino al
50% al capitale di rischio in imprese costituite per l’attività di produzione e servizi nel Mez-
zogiorno nel settore manifatturiero, anche in collaborazione con altri partner italiani o stranie-
ri, e fino al 40% in aziende del settore turistico. La forma era in entrambi i casi quella di so-
cietà per azioni paritetica, nella quale all’imprenditore era riservata la conduzione commer-
ciale e tecnica dell’impresa. L’istituto collaborava nell’ottimizzazione della gestione e della
direzione amministrativa, e assicurava un’assistenza operativa che andava dalla ricerca e ubi-
cazione dei terreni ai contatti con i consorzi per le aree e i nuclei di sviluppo industriali, fino
alle pratiche per la concessione dei mutui e dei contributi a fondo perduto.
La Fime, nata il 7 aprile 1974 sulla base delle indicazioni previste dalla legge n. 853 del
1971, vedeva al suo interno la partecipazione della Cassa unita a quella delle principali ban-
che italiane (Banca commerciale italiana, Banca nazionale del Lavoro, Banco di Napoli, di
Roma, di Sardegna, di Sicilia, Credito italiano, Istituto bancario San Paolo di Torino, Monte
dei Paschi di Siena). Assumeva partecipazioni di minoranza nel capitale di rischio di imprese
specie di piccola e media dimensione, operanti nel settore dei servizi di progettazione, gestio-
ne e commercializzazione industriale, o direttamente in quello secondario, in una serie di
campi che andavano dall’alimentare alla metalmeccanica e alla metallurgia, passando per i
materiali plastici e per gli accessori dell’edilizia. In stretta interazione con gli operatori locali,
aveva lo scopo di favorire lo sviluppo e l’integrazione dell’apparato industriale della regione,
mediante la realizzazione di nuovi impianti e l’ammodernamento e l’ampliamento degli im-
pianti esistenti.
La Finam venne creata il 3 marzo 1966, con l’87% delle azioni posseduto dalla Casmez e
il rimanente da Banca commerciale italiana, Banco di Sardegna, Banco di Sicilia e Insud. Ha
svolto la sua attività attraverso la partecipazione a diverse società nel settore zootecnico, dei
tabacchi, dei trasporti, della produzione e trasformazione dei prodotti alimentari, degli agrumi
e della floricoltura: partecipazione che, a quote variabili e spesso insieme a cooperative, co-
muni, altri enti locali o società finanziarie regionali, si affiancava naturalmente alle funzioni
di promozione, progettazione, impostazione e assistenza tecnica.
Infine, sono da ricordare l’Iasm, il Formez e i Ciapi, organismi di sostegno tecnico e per la
promozione del “capitale umano”43. Il primo, Istituto per l’assistenza allo sviluppo del Mez-
zogiorno, fu costituito nel 1961, nella forma di associazione di fatto ai sensi dell’art. 36 del
43
Né mancava la ricerca scientifica: la Cassa assumeva direttamente l’onere totale o parziale per la realizzazione
di programmi in collaborazione con gli istituti universitari del Mezzogiorno, riservandosi il controllo esecutivo e
il diritto di utilizzazione e diffusione dei risultati; cfr. V. GIOVANNELLI, op. cit., p. 145.
27

codice civile, con il compito di fornire informazioni e assistenza agli imprenditori che vole-
vano investire al Sud. Oltre alla Cassa, vi facevano parte i tre istituti speciali per il credito a-
gevolato, Isveimer, Irfis e Cis, e, successivamente, l’Espi (Ente siciliano per la promozione
industriale), la Sfirs (Società finanziaria industriale rinascita sarda), l’Insud, la Fime e la Fi-
nam, nonché lo stesso Formez. Quest’ultimo, Centro di formazione e studi per il Mezzogior-
no, pure del 1961 ma riorganizzato dopo il 1965, svolgeva una serie di attività che andavano
dai corsi speciali per manager e amministratori alla promozione e allo sviluppo di iniziative
sociali e educative: attività tutte finanziate dalla Cassa, che ne era parte assieme all’Iri, alla
Svimez e, più tardi, all’Iasm. Gli ultimi, i Centri interaziendali per l’addestramento profes-
sionale nell’industria, predisposti anch’essi durante la seconda fase dell’intervento straordina-
rio, dovevano preparare la nuova manodopera industriale, ed eventualmente riqualificare i la-
voratori già occupati o disoccupati.
La Casmez, poi, svolgeva direttamente la funzione di assistenza tecnica alle imprese in a-
gricoltura, attraverso apposite sezioni presso i consorzi di bonifica e gli enti di sviluppo ope-
ranti nel settore. Essa, inoltre, aveva propri rappresentanti sia nell’Insud, nella Fime e nella
Finam, che nell’Iasm, nel Formez e nei Ciapi, oltre che, naturalmente, nell’Isveimer, nel Cir-
fis e nel Cis. «Sul piano istituzionale - per concludere ancora con un giudizio Gisèle Podbiel-
ski - la costituzione di una serie di organismi nel campo del finanziamento, della promozio-
ne, dell’addestramento e dell’istruzione veniva a determinare un “sistema” nel quale alla
“Cassa” era assegnato il ruolo promozionale e finanziatore»44.

44
Op. cit., p. 50.
28

1.4. L’Abruzzo: da «profondo Sud» a prima regione meridionale

L’Abruzzo che esce dal secondo conflitto mondiale è una delle regioni più arretrate del
Mezzogiorno, non solo per le ingenti distruzioni provocate dal passaggio del fronte di guerra
sul suo territorio (vi ristagna dal novembre 1943 al giugno 1944)45, ma anche per i ritardi
strutturali della sua economia. Le prime rilevazioni statistiche del dopoguerra lo collocano
nel «profondo Sud», in genere poco al di sopra della Calabria, della Basilicata e del Molise,
come del resto evidenziarono le due inchieste parlamentari sulla miseria e sulla disoccupa-
zione dei primi anni cinquanta46. In Abruzzo e Molise rientrava nella categoria delle «fami-
glie misere» il 23% del totale regionale, contro una media meridionale del 28,3% e nazionale
dell’11,8%; in quella delle «famiglie disagiate» il 20% del totale, contro una media meridio-
nale del 21,9% e nazionale dell’11,6%47. Ma la realtà era anche più grave di quanto dicessero
queste scarne cifre. Per quanto si voglia considera la povertà e la miseria fenomeni relativi -
scriveva l’estensore delle monografie sull’Abruzzo e Molise di entrambe le inchieste, Bene-
detto Barberi, allora direttore generale dell’Istat, nel concludere quella sulla miseria - «si può
dire che lo stato di miseria dominante nella regione degli Abruzzi e del Molise è quello corri-
spondente al pane e alla mela [dieta abituale del contadino], vale a dire il gradino a contatto
immediato con quello della miseria assoluta»48.
Ma si osservino, per entrare un po’ più nel merito, i dati della tab. 1.2, in cui sono riportati
alcuni indicatori economici relativi al 1951 per tutte le regioni meridionali in rapporto al Cen-
tro-Nord e all’Italia in generale. Come si vede, a quella data il reddito netto prodotto (al costo
dei fattori) da un abruzzese, in base alle elaborazioni fornite da Guglielmo Tagliacarne, era di
circa un terzo inferiore a quello medio italiano (66,5 facendo l’Italia = 100), ed anche un po’
al di sotto della media meridionale (66,8); solo Molise, Basilicata e Calabria stavano su livelli
più bassi. Con una popolazione (1.277.207 residenti) pari al 2,7% di quella nazionale, attra-
verso le sue attività l’Abruzzo partecipava solo nella misura dell’1,7 alla formazione del Pil
in Italia49.

45
All’indomani della guerra, la Camera di Commercio di Chieti calcolò che, a causa delle distruzioni belliche,
l’economia provinciale subì un calo di produttività del 30-40% rispetto all’anteguerra: il documento, lungo e det-
tagliato, venne pubblicato in più puntate nel «Bollettino Ufficiale»» (sempre della Camera di Commercio della
provincia di Chieti), 1946, nn. 4-8. Ma dati precisi sui danni arrecati dalla guerra si trovano in COMMISSIONE
ALLEATA - ISTAT, Censimenti e indagini per la ricostruzione nazionale, Roma, 1945, pp. 72-92, relativamente
all’Abruzzo e Molise.
46
Quella sulla miseria (CAMERA DEI DEPUTATI, Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla miseria
in Italia e sui mezzi per combatterla, Roma, 1953) dedica all’Abruzzo e Molise, allora unica regione, il vol. VII:
La miseria negli Abruzzi e Molise; quella sulla disoccupazione (COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA
SULLA DISOCCUPAZIONE, La disoccupazione in Italia, Roma, 1953) il tomo III del vol. III: La disoccupazione
negli Abruzzi e Molise. Di entrambe le monografie è autore Benedetto Barberi.
47
CAMERA DEI DEPUTATI, Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla miseria, cit., vol. II, p. 65.
48
Ibid., vol. VII, p. 91.
49
Elaborazione su dati di G. TAGLIACARNE, Il reddito prodotto nelle province italiane. 1951-1971, Franco An-
geli, Milano, 1973, pp. 98-101.
29

Questa graduatoria esce confermata anche dai dati sulla composizione del prodotto interno
lordo (sempre al costo dei fattori) per settori di attività: largamente predominanti - e si tratta
di indici negativi - sono, come si vede sempre dalla tab. 1.2, l’apporto dei servizi, con un
considerevole peso della pubblica amministrazione (quasi 12% del Pil regionale)50, e soprat-
tutto quello dell’agricoltura, mentre il peso dell’industria - un indice considerato invece posi-
tivo - si riduce al 23,4%, più o meno come la Puglia, ma un po’ al di sotto della media meri-
dionale, che vede nei gradini più in basso, ancora una volta, Calabria, Basilicata e Molise.
Ma l’ampio predominio dell’agricoltura diventa ancora più esorbitante se si considera la
manodopera assorbita dai tre rami dell’attività economica. Quel quasi 70% degli occupati in
agricoltura della tab. 1.2 - un dato superato solo dalla Basilicata - riguarda l’insieme
dell’Abruzzo e Molise, essendo il risultato di «valutazioni non ufficiali» compiute dall’Istat -
su base evidentemente solo regionale e non provinciale - per ovviare alla «limitata significa-
tività» delle rilevazioni sulla popolazione attiva fornite dal censimento demografico svoltosi
nel 1951 (come anche da quelli successivi)51. Ma, a parte il fatto che gli occupati agricoli a-
bruzzesi sono stati calcolati anche riguardo a questa data52, pure se prendiamo i dati censuari
della popolazione attiva, per quanto più approssimativi di quelli sull’occupazione, il quadro
relativo al solo Abruzzo nella sostanza non cambia di molto.

TAB. 1.2. Reddito netto pro-capite e distribuzione percentuale del Pil e degli occupati per
settore di attività nel 1951
Redito netto pro-capite Distribuzione del Pil Distribuzione degli occupati
S sper settori di attività (%) per settori di attività (%)
Lire Numeri indici Agricoltura Industria Servizi Agricoltura Industria Servizi
(Italia = 100)
Abruzzo 121.594 66,5 36,4 23,4 40,2 69,7 13,7 16,6
Molise 103.962 56,9 45,5 18,9 35,6 - - -
Campania 126.584 69,3 24,2 29,1 46,7 47,7 23,5 28,8
Puglia 122.993 67,3 36,7 23,3 40,0 60,1 18,9 21,0
Basilicata 106.322 58,2 46,6 19,7 33,7 73,2 14,3 12,5
Calabria 103.882 56,8 43,4 18,9 37,7 64,9 17,2 17,9
Sicilia 123.130 67,4 36,1 21,2 42,7 51,8 22,8 25,4
Sardegna
144.27 78,9 31,2 24,6 44,2 51,0 21,1 27,9
3
Sud 122.106 66,8 34,0 23,7 42,3 56,7 20,1 23,2
Centro-Nord
218.72 119,7 19,3 40,8 39,9 37,6 34,1 28,3
2
Italia 182.761 100,0 22,9 36,7 40,4 43,9 29,5 26,6
Fonte: SVIMEZ, Un quarto di secolo nelle statistiche Nord-Sud. 1951-1976, Giuffrè, Milano, 1979, pp. 531
(tav. 155), 575 (tav. 164), 578 (tav. 165). I dati del reddito la Svimez li prende dalle elaborazioni di Gu-
glielmo Tagliacarne.

50
SVIMEZ, Un quarto di secolo nelle statistiche Nord-Sud. 1951-1976, Giuffrè, Milano, 1979, p. 578, tav. 165.
51
Ibid., p. XXXVI (anche per le espressioni virgolettate).
52
Essi corrispondevano al 64,9% dei complessivi occupati regionale (nel Molise la percentuale era dell’81,3%):
D. MANNA, Evoluzione e struttura di un sistema economico regionale. Abruzzo: analisi statistica comparata dal
1951 al 1978, Ferri Editore, L’Aquila, 1979, p. 90.
30

Ammontavano al 60,3% del totale regionale gli attivi in agricoltura nel 1951 (55,3% nel
Mezzogiorno e 42,6% in Italia), al 22,5% quelli dell’industria (22,7% nel Mezzogiorno e
32,1% in Italia), al 17,2% quelli delle rimanenti attività (22% nel Mezzogiorno e 25,3% in I-
talia)53. Anche da queste stime, dunque, emerge una netta prevalenza dell’agricoltura rispetto
agli altri rami dell’economia: un «elemento di differenziazione» che peraltro caratterizzava
l’Abruzzo rispetto al Mezzogiorno e alle altre parti del paese da lunga data54. Già questo di
per sé avrebbe costituito un fattore di arretratezza. Ma il fatto che, a fronte di un’occupazione
(o attività) così alta, il settore primario producesse un reddito relativo di gran lunga inferiore,
evidenziando dunque un bassissimo livello del rapporto prodotto/occupato, dimostrava la sua
scarsissima produttività. Si trattava di un’agricoltura molto povera, come vedremo ancora
meglio nel successivo capitolo. E’ paradossale, infatti, che il suo forte predominio riguardas-
se una regione la cui superficie agraria «non era certo favorita, rispetto alle altre regioni del
Mezzogiorno, in termini di suscettività potenziale sia per l’aspetto agro-pedologico, che per
quello relativo alle condizioni climatiche»55.
Occorre considerare che il territorio dell’Abruzzo, dominato dai blocchi appenninici più
aspri e maestosi (Gran Sasso, Maiella, ecc.), è tra i meno adatti per favorire lo svolgimento
delle attività produttive, particolarmente di quelle - come l’agricoltura appunto - che mag-
giormente devono fare i conti con le caratteristiche dell’ambiente naturale. La statistica uffi-
ciale del tempo classificava oltre il 65% della superficie regionale come “montagna interna”,
un altro 15,5% come “collina interna” e il resto come “collina litoranea” (19,4%)56. Per un
così accentuato predominio della montagna l’Abruzzo, secondo questi criteri, se si escludono
la Valle d’Aosta e il Trentino - Alto Adige (regioni classificate interamente di montagna),
non trova eguali in Italia, con una sensibile differenza anche rispetto ad altre regioni il cui ter-
ritorio è valutato prevalentemente di montagna interna, come la Liguria (56,3%) e lo stesso
Molise (55,3%).
Nonostante questa posizione di partenza alquanto svantaggiata, stando agli indicatori dei
maggiori aggregati economici, a distanza di un quarto di secolo l’Abruzzo, sulla base di que-
gli stessi indicatori, balza al primo posto tra le regioni meridionali, riducendo di molto i suoi
ritardi rispetto ai ritmi di crescita dell’Italia complessivamente considerata. Dalla tab. 1.3, ba-
sata sempre sulle elaborazioni di Guglielmo Tagliacarne (da cui attinge la Svimez, che qui si
cita), si può vedere come in Abruzzo il reddito netto pro-capite, dopo un calo relativo rispetto
all’andamento nazionale segnalato nel 1963 (ma ovviamente in termini assoluti c’è sempre
una crescita)57, si porti al vertice della graduatoria meridionale, superando nettamente non so-
53
ID., La popolazione nel sistema dell’economia abruzzese dal 1861 al 1976, Società Italiana di Economia De-
mografica e Statistica, Roma, 1978, p. 184.
54
L’incidenza della popolazione attiva agricola raggiunge il suo massimo livello (76,9%) nel 1921, collocando la
regione al terzo posto assoluto fra le 19 circoscrizioni regionali dell’epoca, preceduta solo dalla Basilicata
(77,3%) e dal Molise (76,9%): la stessa graduatoria che si riproduce nel 1951 (ibid., p. 185).
55
Ibid., pp. 185-186.
56
ISTAT, Circoscrizioni statistiche, Roma, 1958, p. 156.
57
Dal 1951 al 1970 si dispone dell’intera serie della contabilità economica, elaborata secondo il vecchio schema
concettuale dall’Istat (prima del nuovo sistema europeo di conti economici integrati, SEC), solo limitatamente
alle quattro circoscrizioni pluriregionali (Italia nord-occidentale, Italia nord-orientale, Italia centrale e Mezzo-
giorno), ad eccezione che per gli anni 1963 e 1969 di cui abbiamo stime su base regionale (quelle del 1963 sono
riportate nelle tabelle del testo) prodotte dall’Unioncamere (grazie ad un équipe di studiosi coordinati da Barberi
e Tagliacarne): I conti economici regionali 1974. Calcolo di alcuni principali aggregati: reddito, consumi, inve-
stimenti. Serie storica 1963-74, Franco Angeli, Milano, 1976. Ma per l’Abruzzo attendibili valutazioni dei prin-
cipali aggregati della contabilità regionale, per il periodo 1951-1965, sono fornite da B. BARBERI, Aspetti e ten-
31

lo la media del Sud, ma anche le regioni - Campania, Puglia, Sicilia, Sardegna - che in pre-
cedenza si collocavano più avanti.

TAB. 1.3. Reddito netto per abitante nel 1951, 1963 e 1974
Totale (lire) p Numeri indici (Italia = 100)
1951 1963 1974 1951 1963 1974
Abruzzo 121.594 323.766 1.176.068 66,5 66,3 82,8
Molise 103.962 298.121 923.547 56,9 61,0 65,1
Campania 126.584 340.929 966.065 69,3 69,8 68,0
Puglia 122.993 334.948 1.017.136 67,3 68,6 71,6
Basilicata 106.322 270.134 948.181 58,2 55,3 66,8
Calabria 103.882 269.530 819.072 56,8 55,2 57,7
Sicilia 123.130 329.427 1.002.355 67,4 67,5 70,6

Sardegna 144.273 343.227 1.151.276 78,9 70,3 81,1


Sud 122.106 324.977 995.824 66,8 66,5 70,1
Centro-Nord 218.722 580.846 1.647.864 119,7 118,9 116,1
Italia 182.761 488.354 1.419.722 100,0 100,0 100,0
Fonte: SVIMEZ, Un quarto di secolo…, cit., pp. 575-580 (tavv. 164 e 165).

TAB. 1.4. Il Pil negli anni 1951, 1963 e 1974: distribuzione per settore di attività (%)
Agricoltura Industria Servizi
r
1951 1963 1974 1951 1963 1974 1951 1963
1974
Abruzzo 36,4 26,1 16,6 23,4 27,0 39,2 40,2 46,9 44,2
Molise 45,5 38,4 20,2 18,9 20,7 31,1 35,6 40,9 48,7
Campania 24,2 17,3 15,2 29,1 30,6 30,2 46,7 52,1 54,6
Puglia 36,7 27,4 20,9 23,3 25,5 32,3 40,0 47,1 46,8
Basilicata 46,6 32,0 22,2 19,7 23,8 33,3 33,7 44,2 44,5
Calabria 43,4 31,5 19,9 18,9 20,6 24,1 37,7 47,9 56,0
Sicilia 36,1 22,7 17,8 21,2 23,3 26,4 42,7 54,0 55,8

Sardegna 31,2 22,8 14,9 24,6 26,1 31,1 44,2 51,1 54,0

Sud 34,0 23,7 17,7 23,7 25,9 30,0 42,3 50,4 52,3
Centro-Nord 19,3 10,8 6,8 40,8 43,0 43,4 39,9 46,2 49,8
Italia 22,9 13,9 9,5 36,7 38,9 40,1 40,4 47,2 50,4
Fonte: SVIMEZ, Un quarto di secolo…, cit., pp. 578-580 (tavv. 165).

Il fenomeno si ripete osservando l’andamento della distribuzione del Pil per settori di atti-
vità negli stessi anni. Come si vede dalla tab. 1.4, il contributo dell’agricoltura con il passare
degli anni scende al di sotto della media meridionale (nel 1974 più in basso si collocavano
soltanto Campania e Sardegna), mentre salgono quelli dei servizi e dell’industria. Soprattutto
quest’ultima registra un balzo fortissimo tra il 1963 e il 1974, portando l’Abruzzo, con quel
39,2%, nettamente al di sopra di tutte le regioni meridionali (mediamente ferme al 30%) e

denze dello sviluppo economico degli Abruzzi nel quindicennio 1951-1965, Centro di ricerche per il piano di svi-
luppo economico degli Abruzzi delle Camere di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura, Teramo, 1966,
pp. 20-22 (tavv. 2.1 e 2.2) per il prodotto interno lordo e la sua composizione in base ai settori di attività.
32

quasi sulla media dell’Italia (40,1%)58. A metà anni ’70, come si diceva, l’Abruzzo, che già
nel passaggio da un decennio all’altro stava segnando sostanziosi passi in avanti59, è in testa
allo sviluppo del Sud.
Non altrettanto marcato il salto in avanti appare sul piano occupazionale (si tratta eviden-
temente di una industrializzazione ad alta intensità di capitale e tecnologie, in cui hanno peso
alcuni grossi insediamenti), come si vede dalla tab. 1.5, ma comunque anche su questo ver-
sante emergono significative dinamiche di sviluppo60. Proprio dal lato dell’occupazione, pe-
raltro, si evidenziano meglio le diverse fasi di crescita all’interno del periodo considerato.

TAB. 1.5. Distribuzione degli occupati per settore di attività economica (%) negli anni 1951,
1961 e 1976
Agricoltura Industria Servizi
r
1951 1963 1976 1951 1963 1976 1951 1963
1976
Abruzzo 69,7 51,8 24,8 13,7 24,6 30,9 16,6 23,6 44,3
Molise - 68,3 44,2 - 16,4 26,1 - 15,3 29,7
Campania 47,7 34,2 21,8 23,5 33,3 35,4 28,8 32,5 42,8
Puglia 60,1 47,1 35,3 18,9 26,4 29,4 21,0 26,5 35,3
Basilicata 73,2 57,7 38,0 14,3 24,1 31,0 12,5 18,2 31,0
Calabria 64,9 45,0 29,7 17,2 28,7 28,8 17,9 26,3 41,5
Sicilia 51,8 38,2 25,9 22,8 30,7 32,5 25,4 31,1 41,6

Sardegna 51,0 40,0 20,9 21,1 27,5 33,5 27,9 32,5 45,6

Sud 56,7 42,3 27,5 20,1 29,0 32,0 23,2 28,7 40,5
Centro-Nord 37,6 25,4 10,0 34,1 42,0 47,8 28,3 32,6 42,2
Italia 43,9 30,8 15,3 29,5 37,9 43,0 26,6 31,3 41,7
Fonte: SVIMEZ, Un quarto di secolo…, cit., pp. 531 (tav. 155).

Nella tab. 1.6 vengono riprodotti i tassi medi annui di variazione dell’occupazione extra-
gricola per fasi cicliche, relativamente all’Abruzzo, al Mezzogiorno e all’Italia. In Abruzzo,
come si vede, nel primo periodo (1952-1958), considerato ancora di ricostruzione postbellica,
questo indice è più contenuto che mediamente nel Sud e in Italia, migliora poi nelle due fasi
successive - del ‘miracolo’ economico la prima (1958-1964), di relativo ristagno la seconda
(1964-1971) -, per registrare infine un forte scatto dal 1971 al 1977 (un periodo considerato a
fasi alterne), portando in tal modo, nell’intero arco di tempo 1952-1977, il tasso medio annuo
di variazione dell’occupazione abbastanza al di sopra della media meridionale e nazionale. Se
dunque lo sviluppo di una regione si misura in termini di occupazione extragricola, è innega-

58
Nel ventennio 1951-1971, fatto uguale ad 1 l’indice del reddito agricolo, quello industriale passa in Abruzzo
da 0,6 ad 1,8, mentre nel Mezzogiorno lo spostamento è da 0,7 ad 1,5 e in Italia da 1,6 a 4,0 (G. TAGLIACARNE,
Il reddito prodotto nelle province italiane, cit., p. 113).
59
Nel 1970 per reddito netto pro-capite, fatta l’Italia = 100, il numero indice dell’Abruzzo, sempre in base ai
calcoli del Tagliacarne (ibid., pp. 144.147), era 72,3 (più in alto tra le regioni meridionali si collocava solo la
Sardegna con 76,4), di contro ad una media del Mezzogiorno di 67,7.
60
Occorre anche considerare che in Abruzzo nel 1951 il 18% degli occupati presenti erano in realtà sottoccupati,
impegnati cioè in attività lavorative per un numero di ore settimanali inferiore a 32, mentre nel 1977 la stessa
incidenza risultava pari al 12%, con un evidente miglioramento del tasso effettivo di occupazione (D. MANNA,
Evoluzione e struttura, cit., p. 90).
33

bile che l’Abruzzo, pur partendo da una posizione più arretrata, lo registri da un certo mo-
mento a ritmi molto più accelerati non solo in confronto al Mezzogiorno ma anche all’Italia.

TAB. 1.6. Tassi medi annui di variazione dell’occupazione extragricola


Abruzzo Mezzogiorno Italia
1952-1958 2,6 3,0 2,7
1958-1964 1,9 1,2 1,5
1964-1971 2,2 1,1 1,2
1971-1977 2,6 1,5 1,1
1952-1977 2,2 1,7 1,6
Fonte: D. MANNA, Evoluzione e struttura…, cit., p. 91.

La partenza è però più lenta che altrove, come del resto si è visto anche dall’andamento
del reddito prodotto e della sua composizione per rami di attività. Il ‘miracolo’ dell’Abruzzo,
come è stato notato dagli osservatori più attenti61, si compie con un certo ritardo rispetto al
‘miracolo’ italiano: quando questo è alla fine inizia in sostanza quello abruzzese (che poi co-
munque recupera abbastanza). Come si può vedere dalla tab. 1.7, nel periodo che comprende
le prime due fasi cicliche (1952-1964), caratterizzate sul piano nazionale dalla ricostruzione e
poi da un’accelerata espansione industriale, il tasso medio annuo del Pil abruzzese (3,7%),
calcolato su valori medi triennali a prezzi costanti 1970, è inferiore a quello del Mezzogiorno
(4,9%) e dell’Italia (5,6%), mentre nella seconda metà del periodo l’Abruzzo, collocandosi
molto meglio nell’uno e nell’altro caso, riesce a recuperare ampiamente il divario.

TAB. 1.7. Tassi medi annui di variazione del Pil in Abruzzo, Sud e Italia
Abruzzo Mezzogiorno Italia
1952-1958 3,5 4,3 5,2
1958-1964 4,5 5,2 5,7
1964-1971 5,6 5,0 5,0
1971-1977 4,1 3,0 3,0
1952-1977 4,4 4,4 4,7
Fonte: D. MANNA, Evoluzione e struttura…, cit., p. 141.

La più lenta dinamica degli anni ’50 e dei primi anni ’60 - nel 1963 il reddito degli abruz-
zesi, in confronto al 1951, nonostante il contemporaneo calo di popolazione, risulta addirittu-
ra peggiorato nel quadro nazionale (tab. 1.3) - coincide peraltro con una fortissima disgrega-
zione del mondo rurale. Tra i censimenti demografici del 1951 e del 1961 la quota di attivi
agricoli rispetto al totale regionale scende dal 60,3% al 41,5%: in termini assoluti da 304.222
a 178.486 unità62. In nessuna altra regione meridionale si registra un tracollo di questa porta-
ta. Non a caso in questo periodo il passivo del saldo migratorio (tanto verso l’estero che verso
le altre regioni italiane) raggiunge il suo vertice: meno 180.856 unità, che nel successivo de-
cennio scenderanno a 127.212 (in totale l’Abruzzo perdeva 308.068 residenti)63. Il declino

61
In particolare cfr. B. BARBERI, Aspetti e tendenze, cit., pp. 26-27.
62
D. MANNA, La popolazione nel sistema dell’economia abruzzese, cit., p. 184.
63
SVIMEZ, Un quarto di secolo, cit., pp. 120-121. Nel periodo 1952-1961 il passivo del saldo migratorio corri-
spondeva mediamente all’1,46% della popolazione residente: peggio stavano solo Molise (-2,21%) e Calabria (-
1,72%); cfr. A. MUTTI, Il particolarismo come risorsa. Politica ed economia nello sviluppo abruzzese, in «Ras-
34

della regione nel corso degli anni ’50 veniva colto anche dagli osservatori del tempo: se nel
1952 - notava per esempio Mario Arpea - il reddito pro-capite in Abruzzo e Molise corri-
spondeva al 57,2% della media nazionale, nel 1957 tale indice scendeva al 52,4%; c’erano
paesi di montagna che, a causa dell’esodo migratorio, stavano vedendo la propria popolazio-
ne decimarsi fino al 50% negli ultimi anni64.
Si è calcolato, attraverso accurate elaborazioni su dati Istat65, che nel periodo 1952-1958
l’aumento dell’occupazione nei settori secondario e terziario abbia assorbito poco più della
metà della forza-lavoro espulsa dal settore primario66, per la precisione il 50,8% della ridu-
zione di occupati agricoli: una percentuale che è scesa ulteriormente (42,4%) nel successivo
periodo 1958-1964, per poi salire al 58% nel 1964-1971 e addirittura al 166,7% nel periodo
1971-1977. Accade cioè che nel corso degli anni ’70, quando peraltro sul piano nazionale il
tasso di aumento dell’occupazione è piuttosto contenuto, in Abruzzo la domanda addizionale
di lavoro nelle attività extragricole superi ampiamente l’esodo delle eccedenze di lavoro dal
settore primario: un fenomeno altamente positivo che non a caso, proprio a partire dai primi
anni ‘70, si accompagna ad un saldo migratorio attivo67, invertendo una vicenda demografica
che storicamente era stata sempre di segno opposto.
Ma il risveglio dell’economia regionale s’era cominciato ad avere già da metà del prece-
dente decennio. A coglierne i sintomi fu ancora una volta il Barberi. A metà anni ‘60,
nell’analizzare i due principali flussi della domanda interna - consumi e investimenti - con-
statò che i primi, nonostante il basso tenore di vita della popolazione, si mantenevano costan-
temente al di sotto delle risorse disponibili, consentendo in tal modo la formazione di un cer-
to capitale da poter investire. La circostanza - una vera particolarità dell’economia abruzzese
- appariva all’insigne studioso tanto più significativa considerando che l’apporto esterno alla
regione stava denotando, a suo giudizio, una «pericolosa tendenza alla diminuzione, non giu-
stificata dalla posizione economica raggiunta dall’Abruzzo con le proprie forze»68. Qualche
anno dopo anche Guglielmo Tagliacarne, pur continuando a considerare l’Abruzzo una re-
gione ‘povera’, rilevava la quota «sensibilmente elevata» destinata agli investimenti: quasi il
23% del reddito regionale, contro il 20,3% della media nazionale69. Questo voleva dire che
nella regione c’erano energie e soggetti locali che mostravano una certa intraprendenza.

segna italiana di sociologia», 1994, n. 4, p. 490 (tab. 1), che cita da ISTAT, Sommario storico di statistiche sulla
popolazione 1951-87, Roma, 1990.
64
M. ARPEA, Aspetti sociali del problema abruzzese, in «Nord e Sud», 1958 (5), n. 44, pp. 83-88. Un profilo
dell’Abruzzo degli anni ’50 in termini di «disgregazione ed esodo» è fornito anche da C. FELICE, Da «obliosa
contrada» a laboratorio per l’Europa. Industria e agricoltura dall’Unità ai nostri giorni, in M. COSTANTINI e C.
FELICE (a cura di), L’Abruzzo, in Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi, Einaudi, Torino, 2000, pp. 408-
418.
65
D. MANNA, Evoluzione e struttura, cit., p. 92.
66
Non è un caso che nel 1956 e 1957 si registri in Abruzzo il più alto numero di espatri: fatto uguale a 100 il
1951 i numeri indici salgono in quegli anni a 136,7 e a 141,2 (in cifre assolute 27.443 e 28.345 unità):
quest’ultimo il vertice massimo (al secondo posto si collocherà poi il 1960 con quasi 28.000 espatri) di tutti i de-
cenni postbellici (SVIMEZ, Un quarto di secolo, cit., pp. 124-126).
67
Ibid., particolarmente p. 132.
68
B. BARBERI, Aspetti e tendenze, cit., p. 21.
69
G. TAGLIACARNE, Abruzzi. La regione dai “due” capoluoghi, in «Nuovo Mezzogiorno», 1974 (17), n. 1-2, pp.
27-38.
35

Nella seconda metà degli anni ’70 e poi nel successivo decennio l’Abruzzo, che intanto
continuava a richiamare sempre più spesso l’attenzione di studiosi ed osservatori70, continua
a crescere, guadagnando ancora posizioni sul Mezzogiorno e sull’Italia. Le sue quote di par-
tecipazione al Pil di queste due realtà - quote che nel 1971 erano rispettivamente del 6,6% e
dell’1,6%71 - nel 1980 risultano salite al 7,6 e 1,8%, mentre la percentuale di popolazione
(2,1%) era rimasta ferma al 197172. Nel 1981, come si vede dalla tab. 1.8, il Pil pro-capite sa-
le, come numero indice (Italia = 100), ad 83,7. E nel 1991 raggiunge 85,2 (l’anno prima era
ad 86), mentre la collocazione del Mezzogiorno resta immutata (67,7%) rispetto al valore
medio nazionale. Ma si possono avere dati ancora più interessanti osservando la crescita per
sottoperiodi. Il tasso di crescita (Pil a prezzi costanti) è altissimo - il più alto fra tutte le re-
gioni - nel periodo 1964-1973: quasi 6% (per la precisione 6,9%). Poi la crisi petrolifera de-
gli anni 1973-1975 provoca ovviamente anche in Abruzzo un certo rallentamento; ma negli
anni seguenti, che pure sul piano generale sono di forte instabilità, di nuovo qui il ritmo dello
sviluppo, sebbene più lento, torna a porsi ai vertici delle varie circoscrizioni e regioni italia-
ne: nel periodo 1974-1984 siamo al 2,3% (più in alto si colloca solo il Molise con il 3,6%),
vale a dire come il Centro-Nord-Est, ma meglio della media del Centro-Nord, del Mezzo-
giorno e dell’Italia (quest’ultima attestata sul 2%)73.

70
Nel maggio 1981, per esempio, dedicano particolari inchieste al ‘caso Abruzzo’, con interventi di vari studiosi,
le riviste «Mondo Economico» (1981, 36, n. 19) e «Nuovo Mezzogiorno» (1981, 24, n. 5): in entrambe com-
paiono contributi di Domenico Manna.
71
G. TAGLIACARNE, Il reddito prodotto nelle province italiane, cit., pp. 50-53.
72
ISTITUTO GUGLIELMO TAGLIACARNE, Il reddito prodotto in Italia. Un’analisi a livello provinciale. Anni 1980-
1991, Franco Angeli, Milano, 1993, pp. 114-117. Cfr. anche SVIMEZ, I conti economici Centro-Nord-
Mezzogiorno nel ventennio 1970-1989, in «Rivista economica del Mezzogiorno», 1993 (8), n. 1, pp. 43-45.
73
E. e G. WOLLEB, Divari regionali e dualismo economico. Prodotto e reddito disponibile delle regioni italiane
nell’ultimo ventennio, il Mulino, Bologna, 1990, pp. 39-40. Il «passo molto più lungo» dell’Abruzzo rispetto agli
altri maggiori ambiti territoriali di riferimento si poteva notare anche osservando il reddito da altre scansioni
temporali: nel periodo 1970-1982, per esempio, l’incremento del valore aggiunto al costo dei fattori (espresso in
valori costanti a prezzi 1970) era del 52,6%, a fronte di un 36,5% del Mezzogiorno e di un 35,8% dell’Italia; la
variazione risultava più alta (22,8%) negli anni 1970-1974, diminuiva poi drasticamente (10,5%) negli anni
1974-1978, ma tornava a salire (12,4%) nel 1978-1982; per ogni abruzzese questo significava una crescita del
proprio reddito di quasi il 50% (media italiana del 29,2% w meridionale del 27,9%): una maggiore velocità che
consentiva alla regione - si rilevava con un certo orgoglio in Abruzzo - di «avvicinarsi di ben 11 punti alla lo-
comotiva Italia e, per contro, di allontanarsi di oltre 13 punti dal convoglio Mezzogiorno»: F. MADAMA, Il reddi-
to prodotto nella regione e nelle province abruzzesi nel periodo 1970-1982, Marino Solfanelli Editore, Chieti,
1987, p. 12.
36

TAB. 1.8. Pil pro-capite nel 1981 e 1991


Migliaia di lire Numeri indici (Italia = 100)
1981 1991 1981 1991

Abruzzo 6.791,9 20.182,3 83,7 85,2


Molise 6.033,5 18.075,2 74,4 76,3
Campania 5.337,1 15.264,9 65,8 64,5
Puglia 5.585,9 16.838,9 68,8 71,1
Basilicata 5.166,6 14.203,9 63,7 60,0
Calabria 4.835,7 13.732,9 59,6 58,0

Sicilia 5.461,3 15.972,3 67,3 67,4

Sardegna 5.746,3 17.055,9 70,8 72,0


Sud 5.491,0 16.035,6 67,7 67,7
Italia 8.114,2 23.684,3 100,0 100,0
Fonte: ISTITUTO GUGLIELMO TAGLIACARNE, Il reddito prodotto in Italia. Un’analisi a
livello provinciale. Anni 1980-1991, Franco Angeli, Milano, 1993, p. 64.

Protagonista della straordinaria performance abruzzese, come si vedrà ancora meglio nel
capitolo specificatamente dedicato al settore, è stata senz’altro l’industria, cresciuta anche nel
corso degli anni ’80 (l’occupazione nel settore aumenta del 5,7%), quando tutte le altre re-
gioni, a cominciare da quello più avanzate del Nord, registrano una fase di deindustrializza-
zione74. Si tratta però di vedere, pur senza disconoscere il ruolo di altri eventuali protagonisti
(compresa l’imprenditoria locale), in quale misura in questa eccezionalità del ‘caso’ ha influi-
to anche l’intervento straordinario.

74
ISTITUTO GUGLIELMO TAGLIACARNE, Il reddito prodotto in Italia, cit., p. 41.
37

Capitolo secondo
GLI INTERVENTI NELL’AGRICOLTURA

2.1. Progetti e realizzazioni dal 1950 al 1965

In conformità all’articolo 1 della citata legge n. 646 del 10 agosto 1950, il Comitato dei
ministri per il Mezzogiorno, in un’ottica d’intervento che sul piano generale assumeva il con-
cetto di bonifica nell’accezione più ampia75, elaborò nell’autunno del 1950 un piano decenna-
le per i settori della bonifica e trasformazione fondiaria, piano divenuto dodecennale in segui-
to alla legge del 25 luglio 1952 n. 991. La sua definizione, relativamente all’Abruzzo76, tene-
va conto in primo luogo della conformazione oroidrografica della regione, ovvero delle catene
montuose presenti sul territorio e dei fiumi che da esse derivano. Il vasto complesso di zone
alto-collinari e di montagna tipico dell’interno, estesissimo nella regione abruzzese-
molisana77, si caratterizzava per situazioni diffuse di dissesto idrogeologico e di eccessivo
sfruttamento delle millenarie risorse di pascoli e di bosco, a volte fino al loro totale esauri-
mento78; in esso vennero previsti corposi interventi di sistemazione montana, di rimboschi-
75
La classifica dei comprensori di bonifica venne attribuita anche a tutti i territori considerati ai fini delle leggi
di riforma fondiaria del 1950, tanto che i circa 2 milioni di ettari di nuova classifica ricadevano interamente nel
Sud d’Italia, interessato appunto da quelle leggi (in Abruzzo l’area del Fucino). All’inizio degli anni ’80, per evi-
tare le alterazioni (anche di quantificazione statistica) che derivavano da tale criterio, da parte dell’Associazione
Nazionale delle Bonifiche si è tornati alla veccia distinzione tra comprensori di bonifica idraulica di pianura, in
cui le opere servono a «difendere dalle acque il territorio», e gli altri territori classificati, in cui gli interventi
hanno riguardato esclusivamente opere «necessarie ad assicurare il generale sviluppo economico e sociale della
popolazione», ossia «strade, acquedotti, opere edilizie, reti elettriche, sistemazioni idraulico-forestali e altre in-
frastrutture» (G. G. DELL’ANGELO e C. VANZETTI, La bonifica oggi: problemi e proposte, ?, Bologna, 1982, p.
40). Ma per una storia delle bonifiche, su grandi linee, cfr. P. BEVILACQUA e M. ROSSI DORIA (a cura di), Le bo-
nifiche in Italia dal ‘700 a oggi, Laterza, Roma-Bari, 1984, con riferimento ai decenni del secondo dopoguerra
particolarmente pp. 64-78.
76
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma dodecennale degli interventi nel settore dell’agricoltura, vol. II.
Abruzzo-Molise e Tronto, Roma, 1957, p. 7.
77
Come già si è avuto modo di accennare, stando alla classificazione dell’ISTAT (Circoscrizioni statistiche, Ro-
ma, 1958, p. 158), su una superficie territoriale di 1.523.103 ettari, al 31 dicembre 1956, in Abruzzo e Molise la
“montagna” copriva ben 948.222 ettari (62,25%), la “collina interna” 309.762 ettari (23,34%) e la restante parte
era costituita da “collina litoranea” (del tutto assente la “pianura”); l’ampia predominanza montana si accentua
ulteriormente considerando il solo Abruzzo: su 1.079.304 ettari la “montagna” comprendeva 702.640 ettari
(65,10%) e la “collina interna” 167.723 ettari (15,54%).
78
Il geografo Luchino Franciosa ha calcolato che in Abruzzo tra l’Otto e Novecento, nel giro di un secolo, sia
scomparsa «una buona metà dei boschi che per 200 mila ettari coprivano col loro manto sempreverde le pendici
del Terminillo, del Gran Sasso, del Velino, dei Monti Marsicani, della Maiella, del Morrone, rendendole nude e
ancor più rudi, soprattutto quelle meglio esposte perché maggiormente utilizzabili a scopi agrari»; mentre nel
Molise il manto boschivo sarebbe stato ridotto di circa un terzo per le «numerose radure» che vi erano rimaste
«aperte» (L. FRANCIOSA, La transumanza nell’Appennino centro-meridionale, in «Memorie di geografia econo-
mica», 1951 (3), vol. IV, p. 70). Sempre a proposito del Molise, in una monografia dei primi anni ‘50 sulla me-
dia ed alta valle del Trigno, Lucio Gambi notava a sua volta come ormai non vi si trovasse più una zona in cui i
boschi apparivano integri, o comunque non alterati nella qualità e nella composizione delle specie arboree (L.
CAMBI, La media ed alta Val Trigno. Studio antropogeografico, in «Memorie di geografia antropica», 1951 (6),
fasc. 1, p. 169). Un’analisi del disboscamento, con molti riferimenti all’Abruzzo e Molise, è fornita da P. TINO,
La montagna meridionale. Boschi, uomini, economie tra Otto e Novecento, in P. BEVILACQUA (a cura di), Storia
dell’agricoltura italiana in età contemporanea, I. Spazi e paesaggi, Marsilio, Venezia, 1989, pp. 677-754; per
38

mento e di miglioramento dei pascoli, accanto a tutta una serie di opere di bonifica, dalle stra-
de alle reti elettriche, agli acquedotti. Nelle limitate fasce pianeggianti, presenti lungo il basso
corso dei fiumi e sulla costa, e nelle basse aree collinari, il piano verteva sullo sviluppo
dell’irrigazione attraverso la valorizzazione di tutte le risorse idriche esistenti, senza tuttavia
tralasciare l’insieme degli altri interventi, idraulici, stradali e civili, piuttosto consistenti a
causa del carattere abbastanza intensivo dell’economia agricola che qui si praticava. Anche in
queste ristrette zone naturalmente più favorevoli si trovavano comunque - soprattutto nella
provincia di Chieti - ordinamenti agrario-fondiari di tipo estensivo e scarsamente produtti-
vo79.
Dal punto di vista operativo-amministrativo, furono ripresi o catalogati ex novo dodici di-
versi comprensori, alcuni dei quali estesi anche su parte delle Marche, del Lazio o del Molise,
per la precisione sette «Comprensori di bonifica integrale», prevalentemente nelle aree più
pianeggianti (Tronto, sinistra Pescara, destra Pescara, Bagno Ocre, Sangro e Aventino, alto
Sangro, sinistra Trigno e Sinello), e cinque «Comprensori di bonifica montana», solo a partire
dal febbraio 1953 e limitatamente alle zone montuose e alto-collinari (Tronto, Vomano, Fuci-
no, alto bacino del Sangro, Sinello e Trigno). Di questi dodici comprensori, per la cui esposi-
zione più dettagliata relativamente alle caratteristiche amministrative (provvedimento di clas-
sificazione, estensione, province e comuni interessati, ecc.) si rimanda all’appendice, soltanto
tre - destra Pescara, Sangro-Aventino e sinistra Trigno - disponevano nel 1950 dei piani di
bonifica previsti dalla legge: piani che peraltro, risultando in buona parte superati, necessita-
vano di aggiornamenti e integrazioni. Per i comprensori del Sinello e dell’alto Sangro, si
provvedeva allo studio dei relativi piani tramite finanziamento della Cassa, mentre per tutti gli
altri le elaborazioni avvennero a cura e spese del Ministero dell’Agricoltura e Foreste.
Nel piano formulato dal Comitato dei ministri vennero poi inclusi dodici «bacini montanti»
e un «perimetro litoraneo» 80, nei quali furono realizzati, in base alla legge del 20 dicembre
1923 n. 3.267, interventi a prevalente scopo di consolidamento e di difesa idrogeologica. Nel-
le medie valli e a volte anche nelle zone di alta montagna, dall’estensione spesso tutt’altro che
trascurabile, vi era infatti necessità di lavori corposi onde evitare situazioni di dissesto del ter-
ritorio, o comunque contenerle entro limiti accettabili, per quanto nel complesso la struttura
della regione, imperniata su rocce e terreni di origine calcarea, non desse adito ad eccessive
preoccupazioni; ma furono previsti anche rimboschimenti e miglioramenti dei pascoli, tesi a
favorire lo sviluppo delle possibilità economiche dei terreni collinari e montani. Furono infine
stanziati complessivamente 800 milioni per la cura dei vivai forestali, sparsi in varie zone
dell’Abruzzo e del Molise per un totale di quasi 38 ettari.
Con la legge del 29 luglio 1957, n. 634, la durata della Cassa venne prorogata
fino al 1965, e la sua attività rifinanziata con 2.069 miliardi. Il programma degli

considerazioni di più lungo periodo si vedano i saggi (particolarmente quelli di Walter Palmieri e Oscar Gaspari)
raccolti in P. BEVILACQUA e G. CORONA (a cura di), Ambiente e risorse nel Mezzogiorno contemporaneo, Meri-
diana Libri, Corigliano Calabro (CS), 2000, e C. FELICE, Da “legnicidio” a “Regione verde d’Europa”: la mon-
tagna abruzzese-molisana nell’Otto e Novecento, in «Memoria e Ricerca», 1998, n. 1, pp. 81-100.
79
O. AMBROSIO, Abruzzo-Molise e bacino del Tronto, in AA. VV., Cassa per il Mezzogiorno. Dodici anni. 1950-
1962, vol. II. L’attività di bonifica, parte II. Gli interventi per regione, Laterza, Bari, 1962, p. 31.
80
Quest’ultimo riguardava l’area del Saline-Marzocco (Pescara). Ecco invece l’elenco dei bacini montani: Sali-
nello (Teramo), Tordino (Teramo), alto Tavo-Fino (Pescara), medio Aterno (L’Aquila), alto Aterno (L’Aquila),
Raiale (L’Aquila), Basso Aterno (L’Aquila), Nora e Negra (L’Aquila), Lavino (L’Aquila), Orta e Rio Maggio
(Pescara), Sangro (Chieti), Osento (Chieti). Anche qui, per ulteriori specificazioni, si veda l’appendice.
39

interventi diventava dunque quindicennale. A partire dal settimo esercizio si


diede poi particolare rilievo, specialmente nei centri rurali, alle opere di elettri-
ficazione già incluse nelle «opere stradali e civili» con la legge del 9 aprile
1953. Nelle tabelle che seguono si riporta, diviso per settori di intervento,
l’importo degli stanziamenti nei diversi comprensori di bonifica integrale e di
bonifica montana decisi con il piano dodecennale, insieme alle somme effetti-
vamente erogate al 31 dicembre 1956 e al 31 dicembre 1961 (nell’appendice è
riportata una esposizione analitica delle opere già programmate o di imminente
realizzazione tra il 1963 e il 1965). Un quadro analogo, anche se più somma-
riamente, viene ricostruito anche per i bacini montani, i litorali e i vivai foresta-
li.

TAB. 2.1. Opere pubbliche nei comprensori di bonifica integrale. Stanziamenti previsti nel programma
dodecennale, e importo delle opere affidate o concesse al 31/12/1956 e al 31/12/1961(a)
Comprensori Opere di Altre opere Totale Date di
sistemazio- Studi e Opere Opere di Op. stradali Elettrificaz. Totale altre generale riferi-
ne montana ricerche idrauliche irrigazione e civili rurali opere mento

Tronto 200.000 6.000 245.942 1.111.730 186.328 – 1.550.000 1.750.000 (1)


68.138 – 185.887 171.730 171.013 – 528.630 596.768 (2)
128.000 5.000 243.000 1.604.000 95.000 301.000 2.248.000 2.376.000 (3)

Sinistra 200.000 20.000 183.352 3.431.948 864.700 – 4.500.000 4.700.000 (1)


Pescara – 7.200 129.889 2.435.038 779.057 – 3.351.184 3.351.184 (2)
113.000 17.000 311.000 3.836.000 1.019.000 448.000 5.631.000 5.744.000 (3)

Destra – – 59.379 454.790 35.831 – 550.000 550.000 (1)


Pescara – – 27.891 424.790 35.831 – 488.512 488.512 (2)
– – 89.000 691.000 88.000 55.000 923.000 923.000 (3)

Bagno Ocre – – – 100.000 – – 100.000 100.000 (1)


– – – – – – – – (2)
– – – 131.000 – – – 131.000 (3)

Sangro e – 7.884 537.629 1.000.000 454.487 – 2.000.000 2.000.000 (1)


Aventino – 7.884 402.782 156.149 133.043 – 699.858 699.858 (2)
– 26.000 696.000 1.416.000 326.000 209.000 2.673.000 2.673.000 (3)

Alto Sangro 500.000 6.825 215.545 – 277.630 – 500.000 1.000.000 (1)


200.431 6.825 – – 83.541 – 90.366 90.366 (2)
341.000 7.000 55.000 – 628.000 14.000 1.045.000 1.386.000 (3)

Sinistra – 39.225 80.374 1.600.000 980.401 – 2.700.000 2.700.000 (1)


Trigno e – 37.225 66.836 – 735.749 – 839.810 839.810 (2)
Sinello – 107.000 452.000 – 1.211.000 315.000 2.085.000 2.085.000 (3)

Totale 900.000 79.934 1.322.221 7.698.468 2.799.377 – 11.900.000 12.800.000 (1)


268.569 59.134 813.285 3.187.707 1.938.234 – 5.998.360 6.066.498 (2)
582.000 162.000 1.846.000 7.678.000 3.367.000 1.342.000 14.605.000 15.318.000 (3)
(a) Importi in migliaia.
(1) Stanziamenti previsti nell’originario programma dodecennale.
(2) Importo delle opere affidate o concesse al 31 dicembre 1956.
(3) Importo delle opere affidate o concesse al 31 dicembre 1961.
40

Fonti: CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma dodecennale degli interventi nel settore dell’agricoltura, vol.
II. Abruzzo-Molise e Tronto, cit., pp. 13 e 16; O. AMBROSIO, op. cit., pp. 49-57.

TAB. 2.2. Opere pubbliche nei comprensori di bonifica montana. Stanziamenti previsti nel programma
dodecennale, e importo delle opere affidate o concesse al 31/12/1956 e al 31/12/1961(a)
Comprensori Opere di Altre opere Totale Date di
sistemazio- Studi e Opere i- Opere di Op. stradali Elettrificaz. Totale altre generale riferi-
ne montana ricerche drauliche irrigazione e civili rurali opere mento

Tronto 2.750.000 – – – 1.900.000 – 1.900.000 4.650.000 (1)


1.750.247 – – – 1.095.185 – 1.095.185 2.845.432 (2)
2.644.000 – – – 1.414.000 379.000 1.793.000 4.437.000 (3)

Vomano 550.000 20.000 – – 230.000 – 250.000 800.000 (1)


119.908 – – – – – – 119.908 (2)
852.000 – – – 696.000 905.000 1.601.000 2.453.000 (3)

Fucino 1.464.879 – 1.059.236 350.000 775.885 – 2.185.121 3.650.000 (1)


889.710 – 275.910 – 492.870 – 768.780 1.658.490 (2)
1.218.000 15.000 1.191.000 414.000 879.000 168.000 2.667.000 3.885.000 (3)

Alto bacino 500.000 – 60.000 – 40.000 – 100.000 600.000 (1)


del Sangro 330.591 – – – – – – 330.591 (2)
564.000 300 68.000 – 42.000 – 110.300 674.300 (3)

Sinello e 2.192.420 – 200.000 – 507.580 – 707.580 2.900.000 (1)


Trigno 1.049.630 – – – 245.149 – 245.149 1.294.779 (2)
2.840.000 – 292.000 – 782.000 622.000 1.696.000 4.536.000 (3)

Totale 7.457.299 20.000 1.319.236 350.000 3.453.465 – 5.142.701 12.600.000 (1)


4.140.086 – 275.910 – 1.833.204 – 2.109.114 6.249.200 (2)
8.795.000 315.000 1.551.000 414.000 3.136.000 2.074.000 7.190.300 15.985.300 (3)
(a) Importi in migliaia.
(1) Stanziamenti previsti nell’originario programma dodecennale.
(2) Importo delle opere affidate o concesse al 31 dicembre 1956.
(3) Importo delle opere affidate o concesse al 31 dicembre 1961.
Fonti: CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma dodecennale degli interventi nel settore dell’agricoltura, vol.
II. Abruzzo-Molise e Tronto, cit., pp. 14 e 17; O. AMBROSIO, op. cit., pp. 49-57.

TAB. 2.3. Opere pubbliche nei bacini montani, nei litorali, e nei vivai forestali. Stanziamenti previsti
nel programma dodecennale e importo delle opere affidate o concesse al 31 dicembre 1956
e al 31 dicembre 1961(a)
Bacini montani e litorali Stanziam. previsti nel Importi al 31-12-1956 Importi al 31-12-1961
progr. dodecennale
Salinello 90.000 15.000 100.000
Tordino 133.000 20.000 238.000
Alto Tavo e Fino 890.000 65.000 963.000
Medio Aterno 735.000 65.000 767.000
Alto Aterno 530.000 45.000 537.000
Raiale 380.000 25.000 434.000
Basso Aterno 1.125.000 65.000 1.242.000
Nora e Negra 150.000 10.000 228.000
Lavino e Fosso Manoppello 120.000 10.000 161.000
41

Orta e Rio Maggio 400.000 30.000 423.000


Sangro 100.000 5.000 162.000
Osento 55.000 5.000 40.000
Litorale Saline-Mazzocco 12.000 1.000 11.000
Vivai forestali 800.000 35.000 850.000
Totale 5.520.000 396.000 6.156.000
(a) Importi in migliaia.
Fonti: CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma dodecennale degli interventi nel settore dell’agricoltura, vol.
II. Abruzzo-Molise e Tronto, cit., p. 19; O. AMBROSIO, op. cit., p. 71.

Quasi ovunque, l’ammontare delle opere approvate al 31 dicembre 1961 supera quello pre-
visto nel programma originario. Fanno eccezione solo il Comprensorio di bonifica montana
del Tronto e quello di bonifica integrale in sinistra Trigno e Sinello. Nel primo caso la lieve
differenza (213 milioni) era dovuta alle minori realizzazioni tanto nelle opere di sistemazione
montana che in quelle stradali e civili, nonostante il ‘recupero’ per le elettrificazioni rurali.
Nel comprensorio del Trigno-Sinello lo scarto, assai più marcato (615 milioni), aveva una so-
la causa: la mancata realizzazione delle opere di irrigazione messe in preventivo, opere al-
quanto consistenti, che da sole avrebbero comportato una spesa di 1 miliardo e 600 milioni.
Nelle restanti zone di classificazione gli importi originari sono ampiamente superati.
Fino a metà anni ’50 l’intervento pubblico in agricoltura, specie quello che si esplicava at-
traverso i consorzi di bonifica, a causa di ritardi nella progettazione e nei finanziamenti (furo-
no anche molti, in verità, i progetti che restarono solo sulla carta), come notava anche un os-
servatore del tempo81, aveva avuto scarsa efficacia. Un’accelerazione si registra invece con il
rifinanziamento del 1957. Anche dalle cifre riportate nelle tabelle si può rilevare, infatti, come
fino a tutto il 1956 l’ammontare delle opere approvate non superi la metà dei fondi stanziati,
fatta eccezione delle opere di sistemazione nei comprensori montani, in cui tale indice rag-
giunge il 55,52%, e delle opere idrauliche nei comprensori di bonifica integrale, dove esso si
trova già al 61,56%. Una ragione di questo andamento inizialmente piuttosto lento può essere
riscontrata nello sviluppo delle elettrificazioni rurali, soprattutto per i comprensori montani;
ma crescono lievemente un po’ tutte le categorie di opere, a parte quelle stradali e civili, le
quali, se aumentano di molto nei comprensori di bonifica integrale, diminuiscono invece in
quelli di bonifica montana, con l’eccezione del Fucino, che costituisce un caso a parte.
L’incremento nel dodicennio è leggermente minore per i bacini montani (1,12%, a fronte del
1,96% per i comprensori di bonifica e del 1,27% per i comprensori di bonifica montana); ma
in questo caso si nota un’accelerazione molto maggiore nel secondo sotto-periodo, essendo
alla fine del ’56 l’importo delle opere approvate solo il 7,65% di quello programmato. I vivai
forestali seguono il trend, così come il litorale Saline-Mazzocco, in cui pure lo stanziamento
finale risulta un po’ inferiore a quello preventivato.
L’azione della Casmez nel campo delle bonifiche fu in ogni caso di notevole incidenza an-
che ai fini dell’occupazione. Nel decennio 1951-1960 le opere messe in cantiere con i suoi fi-
nanziamenti in questo settore per l’insieme dell’Abruzzo, Molise e bacino del Tronto, esclu-
dendo quelle di riforma agraria che interessarono il Fucino e parte del Molise, produssero
81
F. FERRERO, L’Abruzzo-Molise, in «Agricoltura», 1955 (4), n. 6, pp. 7-9. Un’idea dello scarto tra i propositi e
le concrete realizzazioni, con riferimento ad una specifica area dell’Abruzzo meridionale, si può avere confron-
tando uno studio prodotto nel 1954 dal Consorzio di Bonifica del Trigno-Sinello, Progetto di massima per la ir-
rigazione nei comprensori consorziali e per la connessa sistemazione idraulica scolante, e il quadro che viene
presentato poi da CAMERA DI COMMERCIO, INDUSTRIA, ARTIGIANATO E AGRICOLTURA - CHIETI, L’economia del-
la provincia di Chieti, Chieti, 1959.
42

3.973.000 giornate-operaie, pari al 7,2% del totale meridionale e al 15% della complessiva
occupazione promossa nella regione (la quota più alta, se si escludono gli interventi indiretti
per i miglioramenti fondiari)82. Ragguardevole anche l’occupazione procurata nello stesso pe-
riodo con gli interventi diretti nei bacini montani: 2.559.000 giornate-operaie, pari al 9,7% del
totale regionale.
Nel corso del 1962 la Casmez elabora un programma specifico per il tredicesimo esercizio
(1962-’63): una decisione che poi non sarebbe stata ripetuta per il 1964 e il 1965. Riguardo
all’agricoltura, si poneva l’accento soprattutto sullo sviluppo dell’irrigazione nelle zone co-
stiere e nei fondovalli, nonché sulle sistemazioni montane per la difesa idrogeologica del terri-
torio. Della «imponente mole di lavoro» che la Cassa per il Mezzogiorno stava svolgendo nel
campo dell’irrigazione, di cui si riconosceva la «preponderante importanza ai fini del rinno-
vamento della struttura agricola meridionale», nella stagione irrigua 1960, relativamente
all’area Abruzzo-Molise e Tronto, risultavano già attivati, stando a quanto ne riferiva la stessa
Casmez a seguito di un’accurata indagine83, soltanto i due impianti sulla sinistra (nel Com-
prensorio della bonifica vestina) e sulla destra del Pescara (Comprensorio di bonifica del de-
stra Pescara), l’impianto del Sangro e Aventino (Comprensorio di bonifica delle valli del San-
gro e dell’Aventino) e l’impinato della Piana di Venafro, nel Molise. Nell’appendice è ripor-
tata una esposizione analitica delle opere già programmate o di imminente realizzazione tra il
1963 e il 1965. Ma un sintetico quadro degli interventi relativi a tutto il quindicennio 1950-
’65, nell’insieme dell’Abruzzo, del Molise e del Tronto, dallo stesso ente veniva rappresenta-
to in questi termini:

Nel campo dell’agricoltura l’irrigazione di circa 34.700 Ha., ampliabile a 48.000, e la connessa siste-
mazione idraulico-scolante di circa 30.000 Ha, nonché la difesa di circa 18.000 Ha dalle esondazioni;
lo sviluppo di circa 950 Km di strade di bonifica; una adeguata rete elettro-agricola ed infine il rimbo-
schimento e la ricostituzione di boschi degradati su circa 8.000 Ha con sistemazione delle pendici in
frana e regolazione delle aste alte e medie dei torrenti. Lo stanziamento totale previsto per queste ope-
re, escluse le reti elettro-agricole, è stato di 54.406 milioni. In correlazione con lo sviluppo agricolo è
stata altresì prevista la costruzione di 23 scuole professionali coordinate dai 4 istituti professionali di
Stato di Avezzano, Lanciano, Teramo e Campobasso.
La saldatura fra i diversi ambienti accennati si è avuta con l’attuazione del piano di opere di sistema-
zione montana e di regimazione dei torrenti, con lo sviluppo della viabilità di bonifica, opportunamen-
te coordinata con quella ordinaria ed infine con una vasta azione diretta al miglioramento delle struttu-
re produttive previste mediante il sussidio delle relative opere fondiarie, nonché delle condizioni di vi-
ta attraverso l’elettrificazione e gli acquedotti rurali. Questi ultimi due settori sono da porre in partico-
lare rilievo sia per l’entità assunta dal primo e sia per il coordinamento che nel secondo è stato attuato
con il sistema acquedottistico regionale, ove sono state lasciate disponibili le portate relative e nel qua-
le sono inquadrate le derivazioni collettive e private84.

Ma procediamo ora ad una analisi più dettagliata. Il primo complesso idrografico che in-
contriamo, seguendo la geografia del territorio da nord a sud, è quello del Tronto, che com-
prende l’intero bacino del fiume, dallo spartiacque appenninico fino al mare, per un totale di
82
SVIMEZ, Un secolo di statistiche italiane: Nord e Sud 1861-1961, Roma, 1961, p. 1052, tav. 537.
83
T. ROSSATI e F. RAVELLI, La situazione irrigua nel Mezzogiorno (Primo rapporto - Stagione irrigua 1960),
Cassa per il Mezzogiorno, Roma, 1961, pp. 43-58. Dalla Presentazione di Gabriele Pescatore a questo volume
sono riportate le espressioni virgolettate nel testo (p. 5).
84
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma per l’esercizio 1962-’63. Tredicesimo esercizio, Roma, 1962, p.
192.
43

circa 120.000 ettari: la sua estensione interessa pertanto prevalentemente le Marche, con una
parte notevole anche in provincia di Rieti, nel Lazio, e riguarda solo marginalmente alcune
aree settentrionali dell’Abruzzo. Di esso facevano parte il comprensorio di bonifica del Tron-
to, nella parte bassa del bacino, e quello di bonifica montana, nella parte alta. La zona del
fondovalle e del litorale vedeva già un’agricoltura abbastanza evoluta, prevalentemente incen-
trata su produzioni ortofrutticole di alto valore e orientate all’esportazione. Furono realizzate
alcune opere idrauliche, consistenti in sistemazione di fossi, in azioni di difesa lungo alcuni
torrenti e il litorale, accanto alla costruzione della strada fondovalle dell’Albula e di quella
Fontanelle di Monsapolo, e a varie elettrificazioni rurali.
Ma nella valle del Tronto l’impegno di gran lunga più consistente fu quello per la realizza-
zione del canale principale di irrigazione, con relativa rete di distribuzione e connessa opera di
presa sul fiume. Per tale intervento furono previsti oltre 1 miliardo e 100 milioni nel pro-
gramma dodecennale, più del 60% di tutta la spesa preventivata per il comprensorio (1 mi-
liardo e 750 milioni). Alla fine del 1956 erano stati spesi meno di 172 milioni, all’incirca lo
stesso importo erogato per le opere stradali e civili, e poco meno rispetto alle opere idrauliche.
Ma nel secondo sotto-periodo si registra una decisa accelerazione dei lavori: al 31 dicembre
1961 i fondi impiegati raggiungono la cospicua cifra di 1 miliardo e 604 milioni, mezzo mi-
liardo in più rispetto al progetto originario, oltre i due terzi dell’ammontare complessivo delle
opere concesse o affidate nell’intero comprensorio di bonifica. A tale data l’impianto è quasi
ultimato: si componeva di una traversa sul fiume, che stornava una portata d’acqua continua
di 4 metri cubi al secondo, e di una rete di 248 chilometri di canali, sviluppata per una super-
ficie di circa 4.000 ettari tra sponda destra del Tronto, in provincia di Teramo, e sponda sini-
stra nelle Marche. Oltre a consentire la totale e costante irrigazione delle aziende agricole, e
pertanto l’intensificarsi dei ritmi produttivi, esso rendeva anche possibile, per il basso costo
dell’acqua erogata, una netta riduzione delle spese. Tutto questo si traduceva ovviamente in
un sensibile incremento della produttività agricola e quindi, più in generale, della competitivi-
tà del settore primario85. Ulteriori 492 milioni, per il suo completamento, vennero impegnati
tra il 1963 e il 196586.
Nel medio Tronto (provincia di Teramo) l’agricoltura si presentava con una struttura pode-
rale dimensionata mediamente sui 10-15 ettari, mentre era piuttosto limitata la superficie oc-
cupata da terreni incolti o da boschi. Erano visibili quasi ovunque, tuttavia, le conseguenze di
frane e sommovimenti orogenetici, a causa delle frequenti fratture del terreno e del corso im-
petuoso delle acque superficiali. Nell’alto Tronto (provincia dell’Aquila) predominavano in-
vece boschi e pascoli, che necessitavano di considerevoli miglioramenti, pur se non mancava-
no unità colturali di 15-20 ettari ad indirizzo cerealicolo-zootecnico. Nel comprensorio di bo-
nifica montana il grosso dell’azione mirava pertanto a ridurre il dissesto idrogeologico, con
una serie di opere nel campo delle sistemazioni idraulico-forestali nei numerosissimi sotto-
bacini del fiume, dal Castellano al Fluvione, dal Chiarino al Bretta, al Chifenti. Si trattava so-
prattutto di rimboschimenti, di sistemazione di pendici e di regolazione e controllo dei vari
corsi d’acqua: interventi realizzati, oltre che dal Consorzio di bonifica, anche dal Genio Civile
e dal Corpo forestale. La spesa complessiva risultò di 2 miliardi e 644 milioni, meno di quan-
to previsto nel programma dodecennale (2 miliardi e 750 milioni), ma pari pur sempre a circa
il 60% degli importi complessivi, prevalentemente concentrati nel primo sotto-periodo di atti-
vità. L’economia agricola piuttosto povera di tali zone, il cui già scarso utile era del tutto an-
85
O. AMBROSIO, op. cit., pp. 32-33.
86
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma per l’esercizio 1962-’63, cit., p. 196.
44

nullato dalle difficoltà e dai costi dei trasporti, fu all’origine di un’ampia serie di lavori nel
campo della viabilità di bonifica, per lo più a servizio dei molti nuclei e piccole frazioni in cui
si disperdeva l’insediamento contadino, con uno sviluppo complessivo di 75 chilometri di
strade87. Di un certo rilievo risultò anche l’ammontare delle opere civili - un acquedotto e al-
cune realizzazioni di rifornimento idrico - le quali, affiancate agli elettrodotti rurali, costitui-
vano un’imprescindibile premessa allo sviluppo, da parte dei privati, di una serie di iniziative
volte al miglioramento delle attrezzature fondiarie, dei pascoli e dei terreni seminativi, così da
permettere un incremento, se pur modesto, del reddito agricolo. Complessivamente la spesa
per opere stradali e civili, al 31 dicembre 1961, raggiungeva 1 miliardo e 414 milioni, quella
per elettrodotti rurali 379 milioni; stanziamenti concentrati anche qui nel periodo iniziale (in
tutto 1 miliardo e 95 milioni al 31 dicembre 1956), ed inferiori all’importo previsto nel pro-
gramma dodecennale, di 1 miliardo e 900 milioni. Negli ultimi tre anni il trend prosegue so-
stanzialmente inalterato: tra il 1963 e il 1965 furono stanziati altri 192 milioni per la viabilità
e gli acquedotti, oltre a 220 milioni per le opere di conservazione del suolo88.
Attorno al non molto esteso complesso idrografico del Vomano era stato costituito nel
1953 l’omonimo comprensorio di bonifica, riguardante vari comuni della provincia di Tera-
mo, alcuni della provincia dell’Aquila e Amatrice nel Lazio. Al di fuori di esigue fasce pia-
neggianti, in parte anche irrigue (specie nella parte bassa dello stesso fiume Vomano e del
Tordino)89, si trattava di zone interne particolarmente depresse dal punto di vista economico,
per le quali furono realizzate - anche in questo caso - prevalentemente sistemazioni idrauli-
co-agrarie-forestali, con un costo, al 31 dicembre 1961, di 1 miliardo e 529 milioni, oltre il
60% delle erogazioni complessive. Il resto della spesa si concentrava quasi esclusivamente in
una vasta opera di elettrificazione rurale (905 milioni), mentre gli iniziali programmi di viabi-
lità di bonifica venivano del tutto disattesi; qualcosa si realizzò nel campo civile, con la co-
struzione di due acquedotti per piccoli centri90. Al 31 dicembre 1956, a conclusione di un an-
no in cui nella provincia di Teramo l’opera bonificatrice della Casmez veniva esaltata come
apportatrice di profonde trasformazioni nella composizione orografica e nello stato dei terreni
di «vaste zone»91, degli 800 milioni stanziati ne erano stati impiegati solo 120; ma la cifra do-
veva aumentare di molto alla fine del 1961, superando i 2 miliardi e 400 milioni, addirittura il
triplo di quanto previsto nell’originario programma dodecennale. Tra il 1963 e il 1965, oltre a
due nuovi piccoli acquedotti – per un totale di 9 milioni – tutti gli ulteriori fondi, 343 milioni,
sono andati alle opere di conservazione del suolo92.

87
O. AMBROSIO, op. cit., p. 33. Le opere più importanti per importi di spesa furono la strada dell’alto bacino del
Castellano (290 milioni), quella Colleiano-Lisciano-Scalelle-Sala (158 milioni), il ripristino e la sistemazione
della strada Torrita-Accumoli (142 milioni), l’allacciamento della SS. Salara presso S. Giorgio a Collemoresco,
Domo e Collespada (129 milioni), la Ponte Mosca-Tallacano (127 milioni) e la strada da Lisciano S. Angelo a
Gabiano (112 milioni).
88
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma per l’esercizio 1962-’63, cit., p. 197.
89
F. FERRERO, L’Abruzzo-Molise, cit., p. 41.
90
O. AMBROSIO, op. cit., pp. 61-63.
91
Così in un articolo de «Il Messaggero degli Abruzzi» del 14 agosto 1956, con il quale si annunciava il finan-
ziamento di un miliardo e mezzo per opere idrauliche nella provincia. Sempre lo stesso quotidiano, in un prece-
dente articolo del 3 luglio nel quale si dava conto di un convegno svoltosi il 29 e 30 giugno, informava che dei
55.000 ettari di terreni serviti allora in Italia meridionale da 9 reti irrigue, la quota riguardante l’Abruzzo rag-
giungeva 2.500 ettari.
92
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma per l’esercizio 1962-’63, cit., p. 197.
45

Scendendo lungo l’Adriatico, troviamo il complesso idrografico del Pescara, esteso nella
parte centrale della regione: oltre al corso principale del fiume, che si sviluppa da Popoli fino
al mare e che nella parte valliva era amministrativamente suddiviso nei due comprensori di
bonifica in sinistra e in destra del Pescara, esso comprendeva anche tutta una serie di bacini
montani, da quelli dell’Aterno (basso, medio e alto, per un totale di ben 228.600 ettari, nella
gran parte in provincia dell’Aquila) a quelli, più piccoli, del Nora e Negra, del Lavino e Fosso
Manoppello, dell’Orta e Rio Maggio e del Raiale; idrograficamente separati, ma strettamente
legati da vincoli economici e amministrativi, erano anche i bacini dell’Alto Tavo e Fino e del
Salinello. In tutto, si trattava di 331.900 ettari di territori montani, tra la provincia dell’Aquila,
quella di Pescara e, in parte, quella di Teramo93.
Le popolazioni delle zone interne nel secondo dopoguerra avevano ancora un tenore di vita
notevolmente basso94. Qui l’agricoltura risentiva nel complesso di condizioni ambientali
tutt’altro che favorevoli, pur presentandosi con caratteri di maggiore intensità nel fondovalle
dell’Aterno, in particolare intorno ai centri di L’Aquila e di Sulmona, con buoni livelli di
sfruttamento delle risorse idriche - soprattutto nella valle peligna da lunga data - a fini di ir-
rigazione. L’azione della Cassa, svolta attraverso il Corpo Forestale e il Genio Civile, consi-
stette in rimboschimenti, riassestamento di pendici e regolamentazioni superficiali delle ac-
que, con una spesa di circa 5 miliardi, in massima parte tra il 1957 e il 1961. I fenomeni più
vistosi di disordine idrogeologico venivano affrontati con buoni risultati in numerosi sotto-
bacini, tra cui - per stare ai più importanti - quelli del Gabbia, del Fosso Grande, del Cafasse,
del Calisto, del Riaccio, del Gizio, del Sagittario, del Vella e del Raiale95. All’inizio degli anni
sessanta fu poi istituito il Comprensorio di bonifica della Conca di Sulmona, per
un’estensione di 12.237 ettari, inserito tra le zone di intervento della Cassa nel 1965. Vi era
stata preventivata la messa a punto di un ampio sistema di irrigazione, sulla base di studi ef-
fettuati con il finanziamento del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste. L’importo totale
delle opere venne calcolato in 2.200 milioni, ma nel periodo considerato si era ancora nella
fase di progettazione, per una spesa di appena 17 milioni96.
I due comprensori di bonifica affacciati sulle opposte rive del fiume principale mostravano,
invece, un territorio già dotato di infrastrutture piuttosto moderne, con un’agricoltura preva-
lentemente intensiva poggiante su cospicui interventi fondiari (erano presenti numerosi pode-
ri) e legata anche a colture legnose specializzate, soprattutto viti e ulivi97. D’altro canto, nella
valle del Pescara, situata in una favorevole posizione geografica per vie di comunicazione,
mercati di sbocco e condizioni climatiche, erano discretamente sviluppati anche i settori
dell’industria e del commercio, come si vedrà meglio in seguito. L’ulteriore evoluzione di
quest’area era evidentemente legata alla realizzazione di complessi irrigui capaci di sfruttare
le notevoli acque del fiume. Il progetto che in proposito fu messo a punto - circa 8.000 ettari
da irrigare attraverso impianti la cui complessità era ben valorizzata dalla preesistente prepa-
93
O. AMBROSIO, op. cit., p. 34.
94
A giudizio dell’ingegnere capo del Genio Civile, Vincenzo Pagliuca, le popolazioni rurali della provincia di
Pescara, «specie nelle zone montane e pedemontane», all’inizio del 1950 vivevano ancora «in condizioni quasi
primitive»: Relazione sul programma delle opere pubbliche di carattere agrario da espletarsi in provincia di
Pescara, 27 gennaio 1950, in ASP, GC, sez. I, S.g., b. 2.
95
O. AMBROSIO, op. cit., p. 35.
96
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma per l’esercizio 1962-’63, cit., p. 197.
97
Si tenga conto che nel quadriennio 1950-53 in provincia di Pescara la produzione lorda vendibile fu media-
mente di 101.391 lire per ettaro, ponendosi al primo posto tra le province abruzzesi e al 44° in ambito nazionale
(F. FERRERO, L’Abruzzo-Molise, cit., p. 44).
46

razione del ‘capitale umano’ e dalla vantaggiosa situazione del contesto - veniva pertanto a
costituire la parte centrale del programma, ai fini di una estensione della coltura a più vaste
superfici, da accompagnare con altri interventi idraulici minori, con integrazioni stradali e con
opere di elettrificazione.
Più in dettaglio, nel Comprensorio di bonifica sulla sinistra del Pescara, il maggiore impe-
gno finanziario riguardò la costruzione di un impianto d’irrigazione per la copertura di 5.500
ettari. Al 31 dicembre 1961, erano state ultimate, o erano in esecuzione, opere per 4.000 ettari,
con uno sviluppo della rete di canali e condotte per circa 135 chilometri98. I costi – 3 miliardi
e 836 milioni, i due terzi cioè di quelli totali (5 miliardi e 744) – erano stati sostenuti in buona
parte già nei primi anni del programma dodecennale e non eccedevano di molto i 3 miliardi e
432 milioni preventivati. Tra il 1963 e il 1965 venne poi intrapresa la costruzione della diga di
Penne99. Il progetto comportava l’irrigazione a pioggia di circa 4.500 ettari, attraverso la pre-
ventiva raccolta delle acque del Tavo in un invaso dalla capacità di 5,5 milioni di metri cubi:
nel tredicesimo esercizio (1962-’63) l’istruttoria era conslusa, con conseguente messa in ap-
palto dei lavori e definizione del costo previsto in 650 milioni100, in leggera correzione rispet-
to ai 600 milioni inseriti nel programma. A questi stanziamenti andavano aggiunti i 2 miliardi
destinati alla costruzione della rete irrigua, sempre alimentata dal Tavo, di cui 1 miliardo e
300 milioni per le zone sotto i 120 metri e 700 milioni per quelle al di sopra di tale quota101.
Le aree collinari immediatamente circostanti furono oggetto di interventi per l’adeguamento
della rete viaria, mediante la costruzione di circa 86 chilometri di strade, molte delle quali
classificate provinciali; la spesa fu di oltre un miliardo di lire, più di quanto preventivato e,
ancora una volta, affrontata in buona parte nei primi anni102. Tra le sistemazioni idrauliche le
più importanti, con un costo di 236 milioni, furono quelle di difesa valliva dei fiumi Tavo, Fi-
no e Saline; infine, 448 milioni vennero impiegati per le elettrificazioni dei centri rurali (oltre
la metà, 231 milioni, per il solo comune di Loreto Aprutino), tutti concentrati nei primi dodici
anni.
Sulla riva destra del fiume, in cui operava il «Consorzio di bonifica e di irrigazione in de-
stra del Pescara» con un comprensorio di oltre 3.205 ettari ricadenti in parte nella provincia di
Chieti e in parte in quella di Pescara103, il problema dell’irrigazione si presentava in modo de-
cisamente più semplice, grazie tanto alla natura pianeggiante dei terreni, quanto soprattutto al
fatto che buona parte delle opere irrigue erano già state realizzate con fondi del Ministero
dell’Agricoltura e Foreste e con finanziamenti del Piano Marshall. La Cassa dovette interveni-
re per costruire oltre il 50% della rete di dispensa, per circa 70 chilometri di canali, e per rior-
dinare tutto l’impianto secondo più moderni criteri di distribuzione104. I fondi, cioè 691 milio-
98
Una descrizione dei caratteri tecnico-organizzativi dell’impianto, come si presentava nel 1960, è fornita da T.
ROSSATI - F. RAVELLI, op. cit., pp. 43-45.
99
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1962-’63. Relazione, Roma, 1963, p. 139.
100
ID., Bilancio II semestre 1965. Relazione, Roma, 1966, pp. 138-139; ID., Bilancio 1964-’65. Relazione, Ro-
ma, 1965, p. 207.
101
ID., Programma per l’esercizio 1962-’63, cit., p. 196.
102
Le principali realizzazioni furono la strada da Villanova a Rosciano (318 milioni), la Rigopiano-Campo Im-
peratore (158 milioni), la strada del Molino del Gioco (122 milioni) e quella da Cartiera a Passo Cordone (106
milioni).
103
Dati precisi sulla ripartizione territoriale si trovano nello statuto approvato con decreto ministeriale dell’11
luglio 1950, n. 1455, ed edito a stampa. Il Consorzio era sorto con regio decreto del 17 maggio 1928, n . 2504,
ma si era poi riorganizzato nel dopoguerra.
104
Anche di questo impianto, come si presentava nel 1960, si trova una descrizione in T. ROSSATI - F. RAVELLI,
op. cit., pp. 47-49.
47

ni di cui 425 già concessi entro il 1956, coprirono quasi i tre quarti del totale erogato per il
Comprensorio di bonifica (923 milioni). Oltre ad una serie di strade minori, e ad una diffusa
elettrificazione dei centri rurali, si pensò alla sistemazione dei numerosi fossi che tagliavano il
paesaggio agrario dalle colline in giù, il cui regolare deflusso era indispensabile per non com-
promettere l’agricoltura intensiva già affermatasi nella zona pianeggiante: vennero approntati
interventi di regolazione degli affluenti del Pescara, di difesa della sponda stessa del fiume e
di ripristino delle opere danneggiate in vari torrenti tra cui il S. Antonio, il S. Martino e il S.
Giusto, per un totale di 89 milioni entro il 1961105, ai quali si aggiunsero altri 99 milioni tra il
1963 e il 1965106. In tutto la spesa oltrepassò il miliardo di lire, superando di molto i 550 mi-
lioni programmati inizialmente, soprattutto a causa delle opere di irrigazione.
Importante fu infine, per i suoi effetti negli scambi commerciali nel medio Adriatico, la re-
alizzazione della centrale ortofrutticola nel comune di Pescara: costata 420 milioni sborsati
per la gran parte dalla Cassa, l’opera si formava di magazzini con una capacità di conserva-
zione in celle frigorifere di 20-25 mila quintali. Già nella citata «Relazione sul programma
delle opere pubbliche di carattere agrario da espletarsi in provincia di Pescara», che nel gen-
naio 1950 l’Ispettorato provinciale dell’Agricoltura sottoponeva all’esame delle autorità com-
petenti per la utilizzazione dei fondi che sarebbero stati stanziati dall’istituenda Cassa per il
Mezzogiorno, se ne riconosceva l’impellente necessità, catalogandola tra gli «impianti per la
valorizzazione dei prodotti agricoli».

In considerazione - si legge ancora in quel documento - dell’ubicazione della città di Pescara nelle
sue arterie di comunicazione (strade, ferrovia, porto), dell’attuale attività agricola, ortofrutticola, indu-
striale e commerciale, delle attività che andranno incrementandosi in virtù del potenziamento agricolo
provinciale, si considera del massimo valore la costruzione in Pescara di una grande Centrale frigorife-
ra, munita dei più moderni e potenti impianti di refrigerazione, prerefrigerazione e congelamento, co-
struzione che apporterebbe non solo alla provincia ma alla intera regione, vantaggi indiscutibili e della
massima importanza economico-commerciale e industriale107.

Per promuovere in concreto l’iniziativa si costituì infatti un apposito consorzio. L’obiettivo


era quello di favorire l’incremento di tutte le più importanti attività ortofrutticole nella pro-
vincia e nelle zone vicine entro un raggio di 200 chilometri, attraverso l’esportazione dei pro-
dotti anche all’estero e la maggiore stabilizzazione dei mercati interni che gli impianti di con-
servazione avrebbero consentito. Grazie alla centrale si potevano poi valorizzare altri tipi di
produzioni, sia nel campo agricolo che in quello della zootecnia e della pesca. Ma alle autorità
locali non sfuggiva neanche l’opportunità di dare lavoro continuo a numerose maestranze o-
peraie, specializzate e generiche. Ed inoltre si sarebbe creato un importante anello di collega-
mento con gli impianti del Settentrione, formando così una più ampia rete commerciale nel
paese. Particolarmente allettante appariva infine la prospettiva di assicurare a Pescara la pos-
sibilità di lavorare prodotti commestibili in anticipo rispetto ad altre località del Centro-Sud.
Erano tante, dunque, le ragioni che giocavano in favore di quest’opera: essa rappresentava un
incoraggiante segnale di vitalità dell’agricoltura locale, ed insieme costituiva la premessa per

105
O. AMBROSIO, op. cit., pp. 37 e 52.
106
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma per l’esercizio 1962-’63, cit., p. 196.
107
Relazione sul programma delle opere pubbliche di carattere agrario da espletarsi in provincia di Pescara, 27
gennaio 1950, in ASP, GC, sez. I, S.g., b. 2.
48

un suo ulteriore sviluppo. Nell’estate del 1956 il Consorzio ortofrutticolo ne poteva annuncia-
re la realizzazione108.
Continuando a scendere verso sud, troviamo il bacino idrografico dei due fiumi Aventino e
Sangro (oltre 147.000 ettari), dal mare tra Fossacesia e Torino di Sangro fino alla Maiella e al
Parco Nazionale d’Abruzzo. Amministrativamente tale complesso era costituito, nei circa
123.000 ettari della parte alta, dal vasto Bacino montano del Sangro e dai due comprensori in-
terni di bonifica integrale e di bonifica montana, e nella parte bassa dal Comprensorio di boni-
fica integrale del Sangro-Aventino, esteso per oltre 24.000 ettari.
L’area montana si presentava con una economia quasi esclusivamente agricola, basata sul
pascolo, sul bosco e sul seminativo nudo, risorse peraltro già sottoposte a uno sfruttamento
millenario, tale da provocare il progressivo impoverimento delle già scarse capacità produtti-
ve dei terreni. Le linee di intervento della Cassa si concentrarono pertanto sulla ricostituzione
del manto boschivo e sul miglioramento dei pascoli, sul rimodellamento delle pendici me-
diante opere idraulico-agrarie e sulla regolazione e imbrigliamento dei vari corsi d’acqua, in
particolare nei sotto-bacini del Rio Selvuccia e del Rasine e Zittola109. Nel complesso era pre-
vista una spesa, entro il 31 dicembre 1961, di 1 miliardo e 100 milioni, ma alla fine questa ci-
fra, abbastanza ben distribuita nell’arco dei dodici anni, non venne neppure raggiunta (per la
precisione risultarono spesi 1 miliardo e 67 milioni), a causa dei minori interventi nell’alto
Sangro. All’interno del Comprensorio montano, la Piana dei Quarti e quella denominata ‘Il
Prato’, tra Rivisondoli e Roccaraso, erano ricoperte dalla neve per buona parte dell’inverno, e
nella stagione primaverile-estiva si presentavano acquitrinose per difficoltà di sgrondo delle
acque, rendendo così impossibile un ottimale sfruttamento dei pascoli. Per ovviare a questi
inconvenienti furono localizzate iniziative di prosciugamento e di sistemazione idraulica, per
una spesa complessiva di 113 milioni, interamente sostenuta tra il 1957 e il 1962110; ulteriori
100 milioni vennero stanziati con il programma per il tredicesimo esercizio111. Furono realiz-
zate anche opere stradali e di approvvigionamento di acqua potabile (costruzione di acquedot-
ti a Pizzoferrato e a Gamberale), particolarmente preziose per il tipo di insediamento contadi-
no della zona molto diffuso nelle campagne. Nel quindicesimo esercizio (1964-’65) venne
portata a termine la strada provinciale da Pizzoferrato a Colle dell’Esca e a Taverna, la quale,
ricongiungendosi con la SS. Sangritana, collegava i comuni dell’alto Sangro con più ampie
correnti di traffico lungo la valle e il litorale: il costo complessivo fu di circa 110 milioni112.
Nella parte valliva del Comprensorio Sangro-Aventino, problema di peculiare importanza
era quello della difesa fluviale e della sistemazione dei corsi d’acqua provenienti dalle colline
circostanti. Le «opere di difesa nel corso inferiore dei fiumi Sangro e Aventino», che al 31 di-
cembre 1961 avevano comportato una spesa di 334 milioni, furono caratterizzate per lo più da
interventi discontinui su ambo le sponde e solo di rado dalla costruzione di argini continui. In
tutto tali opere interessarono oltre 20 chilometri. Va peraltro notato che esse non rientravano
tra i compiti propri della Cassa, facendo invece parte di uno specifico capitolo di spesa
dell’amministrazione ordinaria. Furono tuttavia ugualmente poste in essere dato che costitui-
vano una indispensabile premessa per il successivo sfruttamento irriguo delle acque dei fiumi,
e quindi per il pieno sviluppo agricolo dell’economia della zona. A questo tipo di interventi

108
«Il Messaggero degli Abruzzi», 31 agosto 1956.
109
O. AMBROSIO, op. cit., pp. 41-42.
110
Ibid., p. 66.
111
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma per l’esercizio 1962-’63, cit., p. 197.
112
ID., Bilancio II semestre 1965, cit., p. 35.
49

vennero accompagnati lavori di sistemazione idraulica sui numerosi corsi d’acqua affluenti,
sia come adeguamento e ampliamento degli alvei di pianura, sia come imbrigliamento dei cor-
rispondenti corsi montani per eliminare il trasporto di detriti solidi: in tutto restarono coinvolti
altri 40 chilometri di canali e torrenti113, con una spesa complessiva di 362 milioni.
A partire dal 1957, il grosso dello sforzo finanziario veniva di conseguenza a concentrarsi
sulla costruzione di un impianto di irrigazione derivante dai due fiumi, capace di investire una
superficie di oltre 5.500 ettari tra sponda destra e sinistra del Sangro. Alla fine del 1961 era
stata già realizzata, o era ancora in corso di realizzazione114, una rete di circa 256 chilometri
di canali e condotte, con una copertura di 4.300 ettari115, il cui importo ammontava ad 1 mi-
liardo e 416 milioni, cifra considerevolmente maggiore del miliardo previsto inizialmente, e
per quasi il 90% sostenuta negli ultimi cinque anni. Nel programma per il tredicesimo eserci-
zio furono stanziati ulteriori 100 milioni, che riguardavano esclusivamente la cosiddetta «se-
sta zona», l’ultima rimasta, estesa per circa 1.250 ettari e strettamente legata, per la prove-
nienza dell’acqua, ad impianti idroelettrici già costruiti dall’Acea116. I fondi erogati per le e-
lettrificazioni rurali furono 209 milioni e quelli per la costruzione di strade 326 milioni.
Nell’insieme, le realizzazioni nel campo della viabilità, per un’estensione di 47 chilometri,
costituivano uno strumento indispensabile per la valorizzazione dei risultati della trasforma-
zione irrigua avvenuta - collegando l’economia di valle a quella collinare117 - in una dimen-
sione ambientale unificata attorno alla quale gravitavano generalmente le diverse aziende del
territorio, per quanto frazionate. Si tenga anche presente che la zona, con questo sistema di
strade, poteva collegarsi facilmente alla vicina centrale mercato-ortofrutticola di Pescara, alla
quale i prodotti venivano in parte inviati.
Gli ultimi bacini idrografici che incontriamo, procedendo sempre verso sud, sono quelli del
Sinello e del Trigno, dalle caratteristiche tra loro abbastanza omogenee per condizioni clima-
tiche e regime fondiario, con predominanza delle colture estensive. Nella parte alta, ammini-
strativamente costituita dal vasto Comprensorio di bonifica montana del Sinello e del Trigno
(riguardante anche numerosi centri del Molise), importi di una certa entità furono stanziati per
le sistemazioni idraulico-forestali e agrarie, a causa dell’elevato grado di dissesto idrogeologi-
co del suolo, nel quale i lavori di riassestamento erano ulteriormente complicati sia
dall’elevata pressione demografica, sia dall’alto carico di bestiame su limitate zone di pasco-
lo118. La spesa sostenuta al 31 dicembre 1961 risultava la più alta di tutti i comprensori di bo-
nifica: 2 miliardi e 840 milioni (superiore ai 2 miliardi e 192 milioni programmati), distribuiti
nei primi sette anni per poco più di 1 miliardo; solo tra il 1963 e il 1965 furono poi program-
mati interventi per altri 930 milioni. Tra il 1957 e il 1962, seguendo più o meno le solite pro-

113
O. AMBROSIO, op. cit., p. 42.
114
Anche in questo caso se ne trova una descrizione, allo stato della stagione 1960, in T. ROSSATI e F. RAVELLI,
op. cit., pp. 51-53.
115
O. AMBROSIO, op. cit., p. 43.
116
Una descrizione dei progetti e delle opere realizzate dall’Acea di Roma sul fiume Sangro si trova in S. BATTI-
LOSSI, Acea di Roma 1909-1996. Energia e acqua per la capitale, Angeli, Milano, 1997, pp. 234-39.
117
In particolare andrebbero ricordate le opere complementari in buona parte della zona irrigua, per 126 milioni,
e la strada che interessa i bacini dei torrenti Cogna e Rizzacorno, costata 122 milioni.
118
Più in particolare, gli interventi si concentrarono, per il Sinello, nei sotto-bacini dell’Altosa, del Lama Grande
e dello stesso Sinello, e, per il Trigno, in quelli del Sente, del Celso, del Senticchiolo, del S. Nicola, del Verrino
e del Rio di Trivento.
50

cedure119, si effettuarono anche lavori di natura idraulica, per complessivi 292 milioni, tra cui
quelli relativi alla sistemazione dell’asta principale del fiume Verrino, costata 141 milioni120.
Di particolare rilievo era lo sviluppo della viabilità di bonifica, con i progetti delle due fondo-
valli del Trigno e del Sinello, destinate a congiungere i numerosi e a volte popolosi insedia-
menti dell’interno (anche molisani), caratterizzati da un’economia prevalentemente agricola,
con i più ricchi centri della riviera, e quindi con il porto di Vasto e successivamente con Pe-
scara121. Alla realizzazione di queste due ‘arterie’ ha fatto seguito la costruzione di un’ampia
serie di strade nella parte molisana, tra Agnone, Trivento e Pietrabbondante, costate oltre 400
milioni di lire. L’impegno finanziario fu notevole: circa 782 milioni nei primi dodici anni, di
cui una buona parte già nella fase iniziale; tra il 1963 e il 1965, vennero messe in programma
opere per altri 323 milioni122. Con l’aggiunta dei 622 milioni delle elettrificazioni rurali, il to-
tale dei fondi distribuiti nel Comprensorio di bonifica montana arriva a superare, nei primi
dodici anni, i 4 miliardi e mezzo, in assoluto il valore più alto registratosi in Abruzzo nel pe-
riodo considerato. Nell’originario programma dodecennale gli stanziamenti previsti erano 2
miliardi e 900 milioni, molto meno cioè di quanto assegnato al Comprensorio di bonifica in
sinistra Pescara (4 miliardi e 700 milioni), in cui il grosso delle somme fu destinato ad opere
d’irrigazione, un’esigenza evidentemente del tutto assente nell’alto e medio Trigno per la na-
tura montana del suo territorio.
La fascia collinare, che originando dalla linea ideale che congiunge Scerni, Monteodorisio
e Montenero si estende fino al mare, era costituita amministrativamente dal Comprensorio di
bonifica in sinistra Trigno e Sinello, esteso per 18.000 ettari. In agricoltura dominanti erano le
forme di conduzione a carattere intensivo, con appoderamenti, colture foraggiere ed anche le-
gnose, le quali tuttavia andando da nord a sud cedevano gradualmente il posto ad altre semi-
estensive, prevalenti poi nel Molise. Nella vallata del Sinello, l’assenza di risorse idriche di
rilievo, tale da non consentire l’impostazione di significativi schemi irrigui, aveva fatto sì che
i progetti si concentrassero soprattutto sulla costruzione di una notevole rete stradale, allo
scopo di sviluppare l’agricoltura asciutta, nonché su varie sistemazioni idrauliche, collinari e
119
Vale forse la pena, in proposito, seguire lo svolgimento dei lavori in un caso specifico, quello dell’agro di Tu-
fillo, sulla sponda sinistra del Trigno, basandoci sulla documentazione che sull’argomento si trova nell’Archivio
di stato di Chieti (ASC, GC, Opere di bonifica, pratica 4, pp. 1-4). Il progetto venne compilato dall’Ufficio del
Genio Civile di Chieti il 13 settembre 1956, con un costo previsto di 30 milioni, cifra ridotta a 28 milioni e 200
mila lire in sede di approvazione e autorizzazione da parte della Cassa per il Mezzogiorno, il 31 luglio 1958. Di
questa somma, 25 milioni e 654 mila erano per lavori, 1 milione e 214 mila per direzione e sorveglianza e 1 mi-
lione e 332 mila per eventuali imprevisti. L’assegnazione avveniva mediante appalto diretto: l’esecuzione fu af-
fidata ad una impresa privata, la «Di Carlo», l’11 dicembre 1958, con firma del contratto il 22 dicembre, per un
importo presunto di 19 milioni e 972 mila lire, con una diminuzione quindi del 22,15% rispetto alle spese per
lavori originariamente calcolate. Il termine per l’ultimazione era stato fissato prima al 10 dicembre poi al 2 no-
vembre 1960, ed i lavori furono consegnati il 30 ottobre, quindi in tempo utile. Gli interventi consistettero nella
realizzazione di opere di difesa radente sul corso del fiume, mediante gabbionate metalliche, per la lunghezza
complessiva di 521 metri, e nella costruzione ed installazione di tre repellenti. «In corso d’opera - si legge nella
perizia finale - vennero impartite all’impresa, verbalmente, tutte quelle disposizioni atte alla migliore riuscita
dei lavori». Dallo «stato finale», redatto il 30 giugno 1961, l’importo da pagare risultava complessivamente di 19
milioni e 726 mila lire, circa 246 mila in meno rispetto a quello regolarmente autorizzato: l’impresa firmò con
due distinte riserve, una su presunti danni incidentali ed una sul pagamento di alcuni materiali impiegati per un
tratto delle opere di difesa, entrambe però respinte dalla Direzione dei lavori. Il collaudo venne fissato «entro il
terzo quadrimestre dalla data di ultimazione dei lavori», e pertanto nel periodo dal 1° luglio al 30 ottobre 1961.
120
O. AMBROSIO, op. cit., p. 65.
121
L’importo erogato per la fondovalle Sinello fu di 285 milioni, quello per la fondovalle Trigno di 59 milioni.
122
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma per l’esercizio 1962-’63, cit., p. 198.
51

montane. La zona del Trigno, corso d’acqua che divide l’Abruzzo dal Molise, è stata preva-
lentemente oggetto di studi per la costruzione di accumuli, con un bacino di irrigazione di cir-
ca 3.000 ettari tra sponda destra e sinistra, da un lato per risolvere il problema della carenza di
deflussi estivi, dall’altro per consentire una certa produzione di energia elettrica: nei primi
quindici anni ci si limitò, quindi, alla fase di progettazione, benché nell’originario programma
dodecennale fosse già stata prevista una spesa complessiva di 1 miliardo e 600 milioni, la
quale nel 1963 era salita a 2 miliardi e 600 milioni. Venivano svolti, poi, interventi per la si-
stemazione idraulica delle zone collinari, per opere civili minori e, soprattutto, di sviluppo di
una estesa rete stradale di bonifica. Nell’insieme, per la viabilità di bonifica nei primi dodici
anni si sostenne un costo di 1 miliardo e 211 milioni, di cui una quota considerevole già entro
il 1957: in tutto furono costruiti circa 100 chilometri di strade tra il Sinello e la sinistra del
Trigno, più altri 64 sulla sponda destra del fiume, nel Molise123. I fondi stanziati per
l’elettrificazione dei centri rurali non furono tutto sommato molto elevati: 315 milioni; più
consistenti furono invece quelli per le opere idrauliche: nell’insieme 452 milioni, di cui appe-
na 67 nei primi sette anni. In quest’ultimo campo, ben 354 milioni vennero impiegati per
l’apertura della rete idraulico-scolante sulla sinistra del Trigno, per un totale di 55 chilometri
di canali, recapitanti le acque direttamente nel fiume e, nella parte più bassa, al mare.
Interventi della Cassa per il Mezzogiorno, esclusivamente nel campo della costruzione di
elettrodotti rurali, vennero approntati anche in comuni o frazioni non facenti parte dei com-
prensori di bonifica: tra il 1953 e il 1962 furono realizzati 69 progetti di elettrificazione, per
una spesa complessiva di 2 miliardi e 618 milioni124. Se aggiungiamo a queste somme quella
dei fondi erogati per la stessa categoria di opere nei dodici comprensori istituiti in Abruzzo,
arriviamo ad una cifra totale di 6 miliardi e 304 milioni, circa il 14% dei finanziamenti com-
plessivi per opere pubbliche di bonifica tra il 1950 e il 1962 (44 miliardi e 77 milioni), e più
di quanto distribuito in tutti i bacini montani nello stesso periodo (6 miliardi e 156 milioni).
Per comprendere le ragioni di un impegno così consistente in questo settore vale la pena ri-
produrre un altro brano della citata «Relazione sul programma delle opere pubbliche di carat-
tere agrario da espletarsi in provincia di Pescara» (siamo nel gennaio 1950):

Per por mano al potenziamento dell’agricoltura e alla riduzione dei costi delle varie produzioni agrico-
le occorre decisamente affrontare il problema dell’elettrificazione delle campagne. L’energia elettrica
portata nelle aziende può dare ad esse la possibilità di industrializzarsi e di specializzarsi, con notevole
vantaggio sulle varie produzioni e sull’occupazione della mano d’opera. L’uso dell’elettricità in agri-
coltura va dalla lavorazione del terreno all’illuminazione degli abitati rurali, dall’irrigazione per scopi
irrigui alla trinciatura dei foraggi, e tante tante altre applicazioni potrebbe trovare con notevole van-
taggio sui costi di produzione. […] Basterebbe risolvere questo importante problema, applicare, nelle
zone adatte, trasformatori e costruire lavoro che, con l’energia prodotta nel nostro paese, potrebbe so-
stituire in gran parte i motori a scoppio con notevole vantaggio delle spese di importazione per i carbu-
ranti125.

123
Più in particolare, la fondovalle Sinello è costata qui altri 87 milioni, mentre 157 milioni furono erogati per la
strada nazionale Istonia-provinciale Trignina-Statale 16, 118 milioni per il collegamento tra l’Istonia e la nazio-
nale Adriatica e 117 milioni per la strada che da Vasto Cupa va alla fondovalle Sinello; accanto a interventi mi-
nori, altri 100 milioni vennero impiegati per contribuire alla costruzione, a cura dell’Anas, di un ponte sul fiume
Trigno.
124
O. AMBROSIO, op. cit., pp. 68-70.
125
ASP, GC, Opere di bonifica, pratica 2.
52

L’elettrificazione delle campagne veniva dunque considerata condizione preliminare per


ogni altro progresso, tanto in campo civile che economico. Va anche detto che i finanziamenti
giunti all’Abruzzo per affrontare il problema furono di notevole portata anche se confrontati
con quelli erogati alle altre regioni meridionali, come si chiarisce nella relazione al bilancio
del 1962-’63: in genere i più rilevanti impegni di spesa riguardo a questo settore venivano as-
sorbiti o dalle regioni dove più estesa era la superficie dei comprensori di bonifica, come la
Puglia, o da quelle nelle quali risiedeva più numerosa la ‘popolazione sparsa’, come la Cam-
pania e il Lazio; a maggior ragione, pertanto, ciò era vero per le zone caratterizzate dalla pre-
senza di entrambi i requisiti, come l’Abruzzo e la Calabria126.
L’azione della Casmez in agricoltura si è svolta anche attraverso erogazioni per opere pri-
vate di miglioramento fondiario e per impianti cooperativi di trasformazione e conservazione
dei prodotti agricoli. Occorre anzi rilevare che gli interventi ‘indiretti’ nelle trasformazioni a-
grarie sono stati particolarmente cospicui proprio nell’area qui considerata. Ne è una prova la
eccezionale quantità di occupazione che ne conseguì (anche per effetto della trasformazione
delle conduzioni a mezzadria in conduzioni ad economia diretta mediante salariati): nel de-
cennio 1951-1960, considerando l’insieme dell’Abruzzo, del Molise e del bacino del Tronto,
ben 13.963.000 giornate-operaie, cioè la cifra più alta di tutte le regioni in cui operava la Cas-
sa (rispetto alla cui media copriva il 18,7%, seguito dal 16,2% della Campania), corrisponden-
te al 52,4% della complessiva occupazione promossa nell’area dall’esecuzione delle opere fi-
nanziate, in forme dirette o indirette, attraverso l’intervento straordinario127. Forse era anche
la dimostrazione che qui l’attività della Casmez veniva ad incontrarsi con una imprenditoria
agricola che, pur in un quadro di complessiva arretratezza, almeno nelle aree di maggiore su-
scettività (fondovalli e fasce litoranee), si mostrava abbastanza vivace e diffusa, o comunque
pronta a cogliere le opportunità che si offrivano per migliorare la conduzione e il rendimento
aziendale.
Naturalmente ad avvantaggiarsi dei sostegni che venivano dall’intervento straordinario in
agricoltura fu soprattutto la grande possidenza agraria - spesso casati di antica nobiltà (natu-
ralmente gli artefici delle innovazioni erano i loro amministratori), o comunque famiglie alto-
locate di ceto borghese128 - che approfittava dell’occasione per riconvertire le proprie “impre-
se” dal tradizionale indirizzo cerealicolo-zootecnico di tipo estensivo ad un’agricoltura che
andava assumendo sempre più i caratteri della specializzazione viti-olivicola, oppure orto-
frutticola. Ne conseguiva non soltanto un’accentuazione del dualismo tra fasce costiere e val-
live da una parte e zone montane dell’interno dall’altra, ma anche un maggiore distanziamen-
to “di classe”, se così si può dire, tra la grande proprietà terriera, che valorizzava ulteriormen-
te le sue tenute, e i piccoli contadini, che invece sempre più si vedevano sospinti ai margini
del processo di modernizzazione.
Nelle opere di trasformazione fondiaria, al 31 dicembre 1965 erano stati approvati in A-
bruzzo 34.760 sussidi, per un importo totale di 79 miliardi e 297 milioni: una cifra considere-

126
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma per l’esercizio 1962-’63, cit., p. 139.
127
SVIMEZ, Un secolo di statistiche italiane, cit., p. 1052, tav. 537.
128
Una rassegna di grosse proprietà di questo genere, presentate come «aziende d’avanguardia», con riferimento
soprattutto al Vastese, si trova in CAMERA DI COMMERCIO, INDUSTRIA, ARTIGIANATO E AGRICOLTURA - CHIETI,
L’economia della provincia di Chieti, cit. Ma vari esempi si trovano anche sfogliando «L’Agricoltore Chietino»,
un periodico pubblicato negli anni cinquanta dall’Associazione Provinciale degli Agricoltori di Chieti.
53

vole, in media 2 milioni e 281 mila lire per opera129. In tutto il Mezzogiorno i sussidi approva-
ti alla stessa data erano stati 235.308, per un importo di 524 miliardi e 752 milioni, con una
media unitaria di 2 milioni e 230 mila lire. Il complesso del Tronto fu tra le zone maggior-
mente beneficiate: qui l’azione dei privati si orientò nel completare la già buona attrezzatura
fondiaria esistente, nella sistemazione dei terreni, nell’intensificazione delle colture arboree e
nello sviluppo in ambito aziendale degli impianti irrigui130. Ancora più importanti furono tali
interventi nel complesso del Pescara: nella parte alta, compresa la zona di Sulmona, fino al
1962 essi comportarono una spesa di oltre 11,5 miliardi.

Nell’area valliva - scrive Ambrosio, una delle principali fonti cui stiamo facendo riferimento per que-
sta rassegna - un chiaro indice di come la proprietà […] adegui la propria struttura e capacità produt-
tiva è dato dallo sviluppo veramente imponente assunto in questi ultimi anni dalle opere di trasforma-
zione fondiaria, che hanno raggiunto una delle punte massime fra tutti i comprensori di intervento del-
la «Cassa», con una spesa complessiva di circa 9.800 milioni di lire131.

Si trattava prevalentemente di realizzazioni diffuse e di modesta entità, orientate per lo più


verso fabbricati colonici per lo sviluppo intensivo dell’agricoltura su base poderale, seguendo
l’esempio delle vicine Marche. Si verificò anche un notevole incremento dell’allevamento del
bestiame, facilitato dalla maggiore pratica della rotazione tra foraggere ed altre colture, oltre
che degli erbai autunno-vernini, accanto ai quali andavano trovando sempre più spazio le col-
ture ortive da pieno campo.
I finanziamenti agli impianti cooperativi di trasformazione e conservazione dei prodotti a-
gricoli risultavano aver interessato, al 31 dicembre 1965, in tutta l’area abruzzese-molisana di
intervento della Cassa, 315 strutture, di cui 69 nei territori della riforma fondiaria (Fucino e
alcune zone del Molise), per un importo complessivo di 37 miliardi e 683 milioni. La spesa
ammontava a 2 miliardi e 989 milioni, distribuiti per 36 impianti: in concreto, ne beneficiaro-
no tredici enopoli per 1 miliardo e 753 milioni, otto caseifici per 349 milioni, sei oleifici per
227 milioni, una centrale ortofrutticola per 446 milioni e tre impianti ‘di altra natura’ per 214
milioni. L’incentivazione di sei di queste aziende, tra cui un enopolio, due caseifici e due olei-
fici, avvenne tramite l’Ente di riforma fondiaria del Fucino132.
Infine, a partire dal 1957, la Cassa incoraggiò il miglioramento delle competenze tecniche
e scientifiche: in tutto l’Abruzzo, Molise e bacino del Tronto al 31 dicembre 1965 risultavano
istituiti 19 tra centri di assistenza e scuole agrarie professionali, più di regioni come la Cam-
pania (14) o la Puglia (13), anche se meno della Calabria (42) o della Sardegna (31). Di questi
organismi, otto operavano nei comprensori irrigui, due nei perimetri parzialmente irrigui o ir-
rigati con impianti aziendali, altri due nelle zone asciutte o di collina, e sei nelle zone monta-
ne133. E’ sostanzialmente a tali strutture che va ricondotta l’introduzione, in vaste aree134, di

129
Alla stessa data, i collaudi erano stati 29.816, per un costo di 69 miliardi e 89 milioni (CASSA PER IL MEZZO-
GIORNO, Bilancio II semestre 1965, cit., p. 36).
130
O. AMBROSIO, op. cit., p. 32.
131
Ibid., p. 37.
132
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio II semestre 1965, cit., p. 135.
133
Ibid., p. 137.
134
ID., Bilancio 1964-’65, cit., pp. 100-101. Più nello specifico, i centri di assistenza, in numero di 10 di cui 3
presso al centrale ortofrutticola di Pescara, servivano innanzitutto a sviluppare la formazione professionale me-
diante l’organizzazione di corsi di varia natura, in buona parte gestiti dal Formez. Quindi, i giovani tecnici veni-
54

nuove specie e varietà produttive, come pure l’applicazione di migliori tecniche agronomiche
e di allevamento.

2.2. Il programma quinquennale

Il Piano di coordinamento pluriennale degli interventi pubblici nel Mezzogiorno, previsto


con la legge n. 717 del 26 giugno 1965, portò all’elaborazione da parte del Consiglio di am-
ministrazione della Cassa di un programma quinquennale, pubblicato nel 1968. Esso nomi-
nalmente si riferisce al periodo 1965-1969, ma in realtà va inteso a partire dal 1966, data di
inizio del Piano di coordinamento, il quale, a sua volta, doveva terminare nel 1969 ma fu pro-
lungato fino al 1970 e poi ancora, con la legge n. 205 del 25 aprile 1971, fino al 31 dicembre
1971.
In Abruzzo, come per l’insieme del Mezzogiorno135, l’intervento in agricoltura della Ca-
smez si articolava su tre linee. La prima concerneva il programma di completamento, avente
lo scopo di garantire una continuità nell’azione straordinaria, a saldatura tra il quindicennio
1950-’65 e il nuovo periodo: riguardava quelle opere di particolare urgenza che dovevano an-
cora essere ultimate, in attesa della definizione delle zone di concentrazione. Veniva poi il
programma esecutivo per le zone irrigue e per quelle di valorizzazione ad esse connesse, indi-
cate sempre come comprensori di bonifica, oppure come aree di concentrazione o comprenso-
ri irrigui.
Questo secondo punto inglobava, per dimensione, la parte più importante dell’attività del-
la Cassa nel settore primario. Per la definizione di un tale programma si dovettero superare
notevoli difficoltà sia nell’individuazione delle zone di concentrazione, sia nel raggiungimen-
to di precise intese con gli enti di bonifica, nonché con i rappresentanti dei Ministeri
dell’Agricoltura e Foreste e dei Lavori Pubblici.
Lo sviluppo intensivo dell’irrigazione veniva adesso considerato il fattore di gran lunga
più importante per il miglioramento dell’agricoltura, specie «in quei territori nei quali la di-
namica [era] strettamente legata in primo luogo ad una organica azione infrastrutturale»: il
programma quinquennale, pur comportando necessariamente «un ritmo graduale nel tempo ed
il verificarsi nell’ambito regionale e nazionale di parallele condizioni di sviluppo in altri setto-
ri», focalizzava quindi la propria azione su quelle aree che «alle maggiori possibilità di svi-
luppo [univano] una immediata capacità di reazione all’incentivazione e che [disponevano]

vano inseriti nell’organigramma dei consorzi di bonifica e degli enti di sviluppo, strutture più direttamente impe-
gnate nella trasformazione fondiario-agraria dei vari comprensori.
135
Con la sola aggiunta del «programma speciale di interventi nelle zone interne della Sardegna a prevalente e-
conomia agro-pastorale» (CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma quinquennale. 1965-’69, Roma, 1968, p.
35).
55

già, per questi scopi, di una struttura tecnico-amministrativa sufficientemente adeguata» 136.
Simili caratteristiche si ritrovavano in tutti i comprensori di bonifica integrale del litorale e dei
fondivalle abruzzesi (Tronto, Sinistra e Destra Pescara, Sangro e Aventino, Trigno e Sinello),
nonché nelle pianure interne del Fucino e del Sulmonese.
La terza linea d’azione in agricoltura riguardava il programma esecutivo per le aree non
più di competenza della Cassa. Si trattava delle cosiddette «zone asciutte», escluse
dall’intervento straordinario in seguito alla citata legge del 1965: erano tutti i bacini montani e
i perimetri litoranei, ma anche i comprensori di bonifica montana (Tronto, Vomano, alto San-
gro, Sinello e Trigno) e i comprensori di bonifica integrale (alto Sangro e Bagno Ocre).
L’azione veniva a concentrarsi esclusivamente nei settori delle infrastrutture di bonifica e del-
la conservazione del suolo, prevalentemente con opere di manutenzione, anche se non mancò
il finanziamento (72 milioni) ad un impianto di valorizzazione e commercializzazione dei
prodotti agricoli137.
A seguito di questi nuovi orientamenti, se nel periodo precedente le aree di intervento
della Casmez a livello regionale avevano interessato comprensori di bonifica integrale per
131.600 ettari e comprensori di bonifica montana per altri 525.500 ettari, nella seconda metà
degli anni sessanta l’attività dell’ente veniva a restringersi, in tutto, a circa 223.500 ettari138.
Di questi, 54.000 formavano le zone irrigue vere e proprie, con la possibilità, cioè, di essere
effettivamente irrigate. Nel tracciarne i limiti geografici, il Programma quinquennale indicava
i problemi che qui erano ancora da risolvere nei seguenti termini:

L’orografia della regione, aprendosi (…) nelle pianure solo lungo i fondovalle terminali dei fiumi e
nelle ristrette fasce litoranee, configura e delimita le zone irrigue, già sede di interventi bonificatori e
di irrigazione; ai fondovalle si aggiungono alcune zone nell’interno, quali le piane del Fucino e della
conca di Sulmona. I vari problemi strutturali, connessi alla trasformazione da asciutta in irrigua
dell’economia di queste zone, sono stati in buona parte avviati a soluzione nel trascorso quindicennio,
sia sul piano progettuale che su quello esecutivo, tanto che la superficie già dominata dalle reti di di-
stribuzione copre oltre 18.000 ettari139.

La Casmez nella seconda metà degli anni sessanta contava di proseguire tale azione su
un’ulteriore superficie di 4.000 ettari; su altri 32.000 ettari circa, pure suscettibile di irrigazio-
ne, era previsto lo «sviluppo di opere di base non ancora realizzate e da studiare in forma ese-
cutiva». I restanti 169.500 ettari costituivano le zone di valorizzazione connesse, anch’esse
incluse nel quadro di interventi organici in virtù della loro estensione, del loro rilievo econo-
mico e, non ultimo, della loro conformazione orografica, che vedeva i fondovalle terminali e
la fascia costiera circondati da tutta una serie di territori collinari, strettamente legati ad essi
dal punto di vista tecnico e organizzativo.

Quanto alle opere pubbliche da realizzare nei comprensori di cui si è detto - si precisava sempre nel
Programma quinquennale - la priorità dell’intervento riguarda evidentemente i territori irrigui già do-
minati sia dalle opere di base che dalle reti di distribuzione: trattasi di completamenti e perfeziona-
menti (destra Pescara), ovvero di estendimenti delle reti su nuove superfici (sinistra Pescara, Sangro e
Aventino, Fucino), cui si accompagnano anche interventi di bonifica idraulica, viabilità di bonifica,

136
Ibid., p. 379.
137
Per la precisione venne concesso all Cantina sociale di Giuliano Teatino (ibid., p. 141).
138
ID., Bilancio 1969. Relazione, Roma, 1970, p. 122.
139
ID, Programma quinquennale, cit., p. 379.
56

elettrificazione, ecc. Il perseguimento dell’obiettivo di fondo, peraltro, e cioè l’estendimento della irri-
gazione sulla massima superficie economicamente considerabile, si traduce in concreto con
l’inclusione in programma di altre due opere di base: le dighe sul fiume Tavo (9 milioni di mc.) e il
ponte Chiauci sul fiume Trigno (16 milioni di mc.)140.

Veniamo ora ad un’analisi più dettagliata. Nel Comprensorio di bonifica integrale del
Tronto, per un costo di 714 milioni, già nel 1966 fu portata a termine l’irrigazione della valle
– sesto lotto –, con la costruzione di canali ripartitori e di reti di distribuzione nella zona lito-
ranea141. L’insieme degli interventi di riassestamento idraulico venne affrontato per lo più nel
1967, con un costo di 514,8 milioni142, un po’ superiore ai 460 previsti. Per quel che riguarda-
va gli incentivi agli impianti di valorizzazione e commercializzazione dei prodotti agricoli, il
Programma quinquennale chiariva come il comprensorio ne risultasse già «sufficientemente
dotato», ad eccezione di «ogni attrezzatura per il trattamento del latte». Così, «attesa la gra-
duale sostituzione del bestiame da lavoro con animali da reddito», era da prevedere «la co-
struzione di un centro di raccolta per il trattamento del latte alimentare per il rifornimento del
centro di Ascoli Piceno e della popolazione turistica nel periodo estivo»143. La spesa veniva
fatta ammontare a 168 milioni di lire.
Nel Comprensorio di bonifica integrale in sinistra Pescara veniva predisposto, per 1 mi-
liardo e 275 milioni, il completamento della diga del Tavo-Saline, appena iniziata nella prima
metà degli anni sessanta, la cui capacità si voleva adesso aumentare da 5,5 a 9,2 milioni di
metri cubi (il progetto sarebbe andato finalmente in appalto nel 1966): le acque convogliate,
con l’aggiunta di altre affluenze estive rimesse in alveo e derivate da una traversa nella zona
di Passo Cordone, sarebbero dovute essere distribuite in aree poste ad un’altitudine non mino-
re dei 150 metri sul livello del mare, per un’estensione «di circa 4.000 ettari di terreni aventi
grandi suscettività, perché destinabili a colture ortive, industriali, nonché a frutteti ed oliveti
irrigui»144. L’impianto fu terminato nel 1969. Per 1 miliardo e 500 milioni era stato poi messo
in cantiere il 1° lotto delle conseguenti opere di distribuzione delle acque e l’infittimento
dell’analoga rete derivante dal fiume Pescara, ai fini di estendere l’irrigazione ad altri 500 et-
tari: nel 1967 ne veniva approvata la gran parte, per un importo di 1 miliardo e 290 milioni145.
Tra gli interventi di carattere idraulico, fu in concreto data priorità a quelli nel bacino princi-
pale, dove l’impianto irriguo era già in esercizio, mentre veniva rimandata, contraddicendo lo
stesso Programma quinquennale, ogni decisione per il Tavo-Saline, in attesa della realizza-
zione della diga. Ulteriori fondi, per 1 miliardo e 233 milioni, furono destinati alla costruzione
di due nuove strade, all’elettrificazione rurale e a lavori nel campo della conservazione del

140
Ibid., p. 380. Per un elenco di tutti gli interventi previsti nel programma quinquennale si veda l’appendice.
141
ID., Bilancio 1966. Relazione, Roma, 1967, p. 49.
142
ID., Bilancio 1967. Relazione, Roma, 1968, p. 54. Più in particolare, furono realizzati il riordino della rete di
acque nella zona irrigua in sinistra Tronto, la sistemazione della zona costiera fra il Tronto e il torrente Ragnola,
e l’ultimazione della rete bassa nella zona di porto d’Ascoli, che riguardava anche il prosciugamento della palude
Sentina (ID., Bilancio 1968. Relazione, Roma, 1969, p. 81).
143
ID., Programma quinquennale, cit., p. 123.
144
ID., Bilancio 1967, cit., p. 75.
145
Un secondo progetto per completare l’irrigazione in tutta la restante zona era già pronto: in attesa del finan-
ziamento si trovava in fase di istruttoria. Fu formulata anche una previsione sulle future modifiche nelle scelte
produttive degli operatori nel settore: «sulla base delle esperienze acquisite nei territori limitrofi, gli agricoltori si
orienteranno prevalentemente verso le colture orticole e frutticole, mentre in alcune zone particolari l’indirizzo
sarà quello zootecnico a seguito della possibilità di incrementare la produzione foraggiera» (ID., Bilancio 1967,
cit., p. 75).
57

suolo. Inoltre, nel 1969, erano già in fase di progettazione altri due invasi per l’irrigazione da
costruirsi negli esercizi successivi: invasi che avrebbero dovuto utilizzare rispettivamente le
acque del fiume Fino e del torrente Nora146.
Nel Comprensorio di bonifica integrale del destra Pescara si rendeva necessario comple-
tare l’irrigazione in tutta la zona: occorrevano infittimenti e prolungamenti di quanto già co-
struito, «avendo cura di apportare agli impianti quei cambiamenti e quelle sistemazioni che si
renderanno necessari a seguito di eventuali modifiche di ubicazione dei terreni irrigui per la
incidenza – invero limitata ed accentrata – di complessi industriali»147. Gli accertamenti tecni-
ci per meglio definire la misura e la modalità di questo intervento integrativo si svolsero nel
1967. Vennero stanziati 250 milioni, mentre altri 78 erano destinati all’ultimazione
dell’impianto irriguo. Di un certo rilievo la corrispondente sistemazione idraulica, la quale,
pur essendo già stata affrontata nel precedente quindicennio, necessitava anch’essa di ulteriori
attenzioni: fu programmata la sistemazione dei fossi e dei torrenti nella parte valliva e nelle
zone di pianura, per un totale di 448 milioni.
Nella parte valliva del bacino del Pescara, grazie soprattutto alla precedente costruzione
della centrale mercato-ortofrutticola nel comune capoluogo, andava nel frattempo intensifi-
candosi l’attività del «Consorzio ortofrutticolo degli Abruzzi»: allo scopo di un’eventuale as-
sociazione del consorzio stesso ad aziende conserviere locali, ad altre imprese o anche alla Fi-
nam (Finanziaria agricola meridionale), vennero stanziati 268 milioni per il potenziamento
degli stabilimenti industriali nel settore. Si trattava in sostanza di mettere a disposizione dei
produttori agricoli, a un basso tasso di interesse, mezzi finanziari per le attività di commercia-
lizzazione, in applicazione delle disposizioni contenute nell’art. 142 del «Testo Unico delle
leggi sul Mezzogiorno» del 30 giugno 1967, n. 1523. La decisione, come si chiarisce nella re-
lazione al bilancio del 1966148, fu presa in seguito a una serie di ricerche, svolte in tutto il Me-
ridione, sulle prospettive economico-mercantili di alcuni settori produttivi considerati trainan-
ti per lo sviluppo dell’agricoltura. Nel 1968 si stabilì tra la Cassa e la Finam un’intesa di col-
laborazione che riguardava soprattutto la fase di trasformazione dei prodotti: collaborazione
che veniva ad aggiungersi alla continua azione di assistenza già svolta dalla finanziaria nella
fase di predisposizione dei progetti. Scopo di tale intesa - si chiariva - era la «individuazione
di tutte le carenze e prospettive di attività» che risultavano alla Cassa nei vari settori e che po-
tevano suscitare interesse da parte della Finanziaria, nonché la introduzione degli operatori a-
gli opportuni accordi societari con la Finanziaria stessa149. Da tale cooperazione scaturì, nello
stesso anno, una nuova società costituita tra la Finam, il Consorzio ortofrutticolo degli Abruz-
zi e il conservificio Hortital: l’associazione pescarese vi entrava rafforzata dall’accesso al fi-
nanziamento di 268 milioni, grazie al quale poteva «disporre dei capitali necessari ad attivare
i conferimenti costanti e sviluppare programmi operativi prestabiliti in funzione delle richieste
del mercato e influenzare, infine, opportunamente le destinazioni produttive sia pure a livello

146
ID., Bilancio 1969, cit., p. 123.
147
ID., Programma quinquennale, cit., p. 68.
148
«E’ in corso - vi si diceva - un’indagine sull’offerta ortofrutticola nelle aree di maggiore concentrazione del
Mezzogiorno, che si identificano con i territori irrigui, mentre parallelamente sono state eseguite specifiche ri-
cerche di mercato per orientare decisioni di intervento diretto o indiretto della Cassa o della Finanziaria agricola.
Tali ricerche hanno consentito di articolare un primo programma di iniziative aventi sufficiente spazio economi-
co per giustificare gli incentivi concessi dalla Cassa ed eventuali partecipazioni finanziarie della Finam (ID., Bi-
lancio 1966, cit., p. 45).
149
ID., Bilancio 1968, cit., p. 76.
58

locale»150; la garanzia per l’accesso a tali fondi - unico caso in tutto il Meridione - era fornita
esclusivamente con mezzi propri.
Nel Comprensorio di bonifica integrale del Sangro e Aventino erano in progetto la co-
struzione del primo tratto di un nuovo canale adduttore in sinistra Sangro, in modo da esten-
dere l’irrigazione al cosiddetto sesto distretto e da migliorare quella del quarto e del quinto, e
la realizzazione di un ulteriore impianto con acque sotterranee nei territori già legati alle strut-
ture dell’Acea. Si stanziarono 650 milioni, oltre a 300 milioni destinati al completamento del-
la rete idraulico-scolante, sempre a servizio della zona irrigua. A parte le opere stradali e al-
cuni considerevoli interventi di sistemazione del suolo, venne messa in cantiere anche la co-
struzione di un acquedotto a servizio del pastificio Del Verde, azienda che stava allora ini-
ziando il suo sviluppo: per tale realizzazione la quota prevista a carico della bonifica fu di 125
milioni151. Con la diffusione dell’orticoltura nelle zone irrigue, furono infine progettati due
centri di raccolta e lavorazione dell’uva da tavola e di altri prodotti ortofrutticoli, per un im-
porto di 129 milioni.
Nel Comprensorio di bonifica integrale del Trigno e Sinello l’irrigazione della parte bas-
sa del territorio, come accennato, era stata in precedenza solamente oggetto di studi: venne
redatto un progetto di sbarramento sul fiume, nell’area di Chiauci, per la creazione di un in-
vaso di circa 16 milioni di metri cubi, le cui acque si sarebbero dovute sfruttare sia ad uso a-
gricolo, per circa 3.000 ettari ricadenti in parte anche nel Molise, sia per le necessità indu-
striali e turistiche verso la foce (basso Vastese). La diga, per la cui realizzazione si prevedeva
una spesa di 900 milioni a carico della bonifica, avrebbe dunque presentato un carattere inter-
settoriale. Ma solo nel 1971, «dopo lunghi e approfonditi studi idrologici dell’intero bacino,
geognostici e rilievi economici»152, si poté giungere finalmente alla fase esecutiva, preveden-
done l’appalto per l’anno successivo. Ulteriori 290 milioni vennero stanziati per il completa-
mento e l’ampliamento delle sistemazioni idrauliche in precedenza approntate, con particola-
re riguardo alla canalizzazione nella parte bassa del comprensorio, mentre non si prevedeva
ancora uno schema irriguo di carattere pubblico per la vallata del Sinello (esso veniva generi-
camente rimandato al «prossimo programma)153. Nel settore delle opere stradali si program-
marono interventi per 210 milioni: si trattava per lo più di adeguamenti della rete viaria, so-
prattutto nell’area del Sinello, che verranno ultimati nel 1969. Per le opere di conservazione
del suolo, ben 750 milioni furono destinati alla difesa e al consolidamento dei bacini dei due
fiumi principali e dei rispettivi affluenti, di cui 688,8 impiegati tra il 1967 e il 1968. Altri 174
milioni furono stanziati per interventi minori. Gli incentivi agli impianti di valorizzazione e
commercializzazione dei prodotti agricoli si concentrarono in questa zona nel settore viticolo,
con il triplicamento della capacità della cantina sociale di Casalbordino, per un costo di 204
milioni154.
Quanto al Comprensorio di bonifica integrale della Conca di Sulmona, ultimata la fase i-
struttoria, finalmente veniva elaborato il relativo piano generale, in cui si prevedeva la costru-
zione di un impianto irriguo, per il quale nel programma quinquennale - questo l’unico aspet-

150
Ivi.
151
ID., Programma quinquennale, cit., p. 69.
152
ID., Bilancio 1971. Relazione, Roma, 1972, p. 40.
153
ID., Bilancio 1968, cit., p. 81.
154
ID., Programma quinquennale, cit., p. 123.
59

to concreto - veniva inserito il finanziamento del primo lotto, per un importo di 600 milioni e
un’estensione di circa 1.000 ettari155.
A proposito dei consorzi c’è da aggiungere, infine, che ne era stato istituito uno nuovo a
Isola del Gran Sasso, denominato appunto «Comprensorio di bonifica di Isola del Gran Sasso
d’Italia». Esso riguardava una superficie complessiva di circa 17.000 ettari, in parte erano an-
cora in corso di classifica e in parte già ricompresi nel precedente Comprensorio di bonifica
montana del Vomano. Per il momento si erano predisposte esclusivamente delle indagini, ai
fini di stabilire se fosse possibile l’utilizzo per l’irrigazione degli affluenti del fiume, già sfrut-
tati da impianti idroelettrici posti a monte della zona valliva, oppure, in alternativa, se non
fosse meglio ricorrere ad acque sotterranee e sub-alvee, qualora se ne fosse riscontrata una
portata tale da consentire un impiego per impianti a carattere collettivo. Il progetto finale, an-
cora in corso di ultimazione nel 1969, accoglieva la prima di queste soluzioni, proponendo di
utilizzare le acque superficiali del bacino del Vomano, ed anche, eventualmente, quelle del
Tordino. Inoltre, erano messi in cantiere 101 milioni per l’ampliamento dell’impianto vinicolo
del Consorzio aprutino di Roseto156.
Gli interventi, sia nell’ambito del relativo programma esecutivo che in quello
del programma di completamento, riguardarono anche le cosiddette zone asciut-
te, quelle cioè non più di competenza della Cassa. In tutto venne prevista una
spesa di 1 miliardo e 262 milioni, somma di molto inferiore a quella per i com-
prensori irrigui, alcuni dei quali avevano da soli catalizzato fondi ben più consi-
stenti, a volte anche oltre il triplo, come nel caso del destra Pescara. Il totale de-
gli stanziamenti ammontava a 16 miliardi e 265 milioni, cifra di cui solo il
7,76% fu destinato alle zone asciutte: la parte più cospicua, 552 milioni, era di-
retta alla viabilità di bonifica, soprattutto negli ex comprensori montani del
Vomano e del Tronto; il Comprensorio di bonifica dell’alto Sangro restava in-
vece oggetto dell’unica opera idraulica, il completamento della sistemazione
della Piana dei Quarti, per un importo di 200 milioni, intervento già iniziato nel
precedente quindicennio, con un costo all’incirca equivalente; il resto, 380 mi-
lioni, fu dovuto alle opere di conservazione del suolo, delle quali oltre la metà,
per un ammontare di 204 milioni, concentrata nei tre bacini montani
dell’Aterno.
La situazione di marginalità delle aree ad agricoltura asciutta, nella seconda metà degli an-
ni sessanta, si accentua ulteriormente se consideriamo altri aspetti della politica della Casmez
nel settore. Nelle zone irrigue propriamente dette e in quelle di valorizzazione connesse si
concentrò, infatti, anche la grande maggioranza dei sussidi ad opere private di trasformazione
fondiaria e di valorizzazione agraria, «in parallelo al progresso delle strutture ambientali». In
tale ambito, l’intento programmatico era quello di controbilanciare il forte sviluppo avutosi in
precedenza nelle aree del Tronto e del Pescara: «tenuto conto - si legge sempre nel Program-
ma quinquennale - del notevole grado di intensità raggiunto in alcuni comprensori dagli inve-
stimenti privati operati nel decorso quindicennio», le nuove opere di trasformazione avrebbe-

155
Ibid., p. 72.
156
Ibid., p. 124.
60

ro dovuto localizzarsi «soprattutto nelle valli del Saline (sinistra Pescara), del Sangro Aventi-
no e sinistra Trigno e Sinello» 157.
Nell’insieme, le iniziative finanziate con interventi ‘indiretti’ nei miglioramenti fondiari si
caratterizzavano diversamente a seconda che interessassero i fondovalli o le gronde collinari:
nel primo caso erano riferibili a un ampio arco di fattispecie possibili, dalla sistemazione su-
perficiale dei terreni alle reti terziarie di distribuzione dell’acqua, ad impianti arborei, zootec-
nici e ai fabbricati rurali; nel secondo, erano invece prevalentemente orientate verso la specia-
lizzazione delle forme di agricoltura promiscua in cui si configurava o si andava configurando
l’economia dei territori.
In generale l’Abruzzo continuò a ricevere in questo settore fondi superiori alla media delle
regioni meridionali (si veda in appendice anche il quadro degli investimenti reali collaudati al
31 dicembre 1969), più del doppio in termini di sussidi pro-capite. Il grosso di questo scarto
si è manifestato negli aiuti per i fabbricati rurali, un po’ per tutti i differenti tipi previsti (con
la sola eccezione dei magazzini di deposito), ma con maggiori squilibri in quelli per le stalle e
per gli ovili; nette sono anche le differenze per le provviste di acqua potabile e, ma in misura
minore, in quello per le strade poderali e interpoderali, per le irrigazioni, per i magazzini gra-
nari, e per gli acquisti di macchinari, dai trattori agli aratri, alle irroratrici. Il confronto volge
invece a favore del resto del Sud per alcune voci, di importo limitato ma di maggiore interes-
se in termini di specializzazione e di produttività, quali le attrezzature per impianti di conser-
vazione e trasformazione dei prodotti agricoli, gli acquisti di bovini e suini, le piantagioni, le
serre in vetro e in plastica. Si può dunque concordare con le conclusioni della stessa Casmez
riguardo a questo capitolo delle trasformazioni fondiarie: che cioè in Abruzzo i finanziamenti
sembrano essersi indirizzati in misura più rilevante verso un rafforzamento di unità agricole
di tipo poderale158, mentre nelle altre parti del Meridione vi sarebbe stata, al limite, una più
decisa attenzione all’esigenza di proiettarsi sul mercato.
Nel programma quinquennale trovavano ancora posto tanto l’assistenza tecnica, tanto le i-
niziative di riqualificazione, a vari livelli, delle maestranze addette al settore. Tra l’altro si
prevedeva di potenziare il «complesso di scuole professionali agrarie a servizio delle zone di
concentrazione» (realizzate in numero di 9 nel decorso quindicennio), particolarmente con la
costituzione di convitti e l’accentuazione degli indirizzi per sezioni specializzate, anche al fine
di «un’azione di avvicinamento e assistenza tecnica alle famiglie degli agricoltori»159.
Infine, nel piano veniva posto l’accento sullo sviluppo delle strutture cooperative destinate
alla trasformazione e alla conservazione dei prodotti: al di là di alcuni casi specifici già ana-
lizzati, dal 1957, anno di attivazione del settore, al 31 dicembre 1969, in Abruzzo furono fi-
nanziati 35 impianti, di cui 14 enopoli, 7 caseifici e 5 oleifici, per un importo complessivo di
4 miliardi e 198 milioni160. In media ogni struttura ricevette fondi per un importo di circa 120
milioni, contro i 196 milioni per il complesso delle regioni meridionali. In Abruzzo si è quindi
avuta una distribuzione più diffusa: data la sostanziale parità di erogazioni a parità di abitanti,
le unità cooperative interessate sono state nel contempo più numerose e di minori dimensioni,

157
Ibid., p. 381.
158
ID., Bilancio 1969, cit., pp. 362-371. Qualcosa di simile accadde anche per la parte del bacino del Tronto si-
tuata nelle Marche, pur se in questo caso le erogazioni furono relativamente cospicue pure nelle attrezzature per
gli impianti di trasformazione e conservazione dei prodotti agricoli, e negli incentivi alle piantagioni.
159
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma quinquennale, cit., p. 381, anche la citazione che segue.
160
ID., Bilancio 1969, cit., p. 373. Nell’appendice, per ogni categoria, sono riportati gli importi in assoluto, pro-
capite e per impianto, reòatovamente all’Abruzzo e all’insieme delle regioni meridionali.
61

soprattutto i caseifici e gli oleifici. Inoltre, in Abruzzo circa il 55% dei fondi andarono a im-
pianti che entro il 31 dicembre 1969 erano già stati collaudati, a fronte del 47% della media
del Sud; il distacco era più marcato per gli enopoli, la principale tipologia beneficiata in en-
trambi i casi (si veda l’appendice), con l’entrata in attività dell’81% dei finanziamenti nella
regione qui considerata, a fronte di meno del 65% di tutto il Meridione.
Ma per comprendere meglio l’azione della Casmez nell’agricoltura abruzzese nei suoi pri-
mi 20 anni di attività occorre ricostruire, sia pure per sommi capi, la particolare vicenda del
Fucino, che ha avuto una grande importanza nella storia della riforma agraria e più in generale
dell’intervento straordinario, con effetti che sono andati anche oltre lo specifico ambito regio-
nale.

2.3. Il Fucino dal 1951 al 1971

Quella del Fucino è una vicenda ricca di storia: dal lato della bonifica idrauli-
ca, in quanto per il prosciugamento del lago, nei primi decenni postunitari, ven-
nero impegnati i più grandi tecnici ed ingegneri del tempo; dal lato letterario,
perché i ‘cafoni’ marsicani sono al centro, come tutti sanno, di gran parte della
letteratura di Ignazio Silone (ed anche di qualche altro scrittore, come Mario
Pomilio, che citeremo in seguito); dal lato politico e sociale, perché il Fucino è
sempre stato terra di un vasto movimento contadino, che nella primavera del
1950, nell’ambito delle lotte per il Piano del Lavoro lanciato dalla CGIL, rag-
giunse uno dei momenti più alti nell’Italia di quel tempo161, portando
all’esproprio dei Torlonia e alla riforma agraria. Ed anche il dibattito storiogra-
fico sull’argomento continua ad essere vario ed articolato: un dibattito che ov-
viamente investe anche le modalità, le caratteristiche e gli esiti della riforma a-
graria162. Qui ci limitiamo agli aspetti che riguardano più specificamente
l’azione della Cassa per il Mezzogiorno.

161
Cfr. P. GINSBORG, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943-1988, I. Dalla guerra alla
fine degli anni ’50, Einaudi, Torino, 1989, pp. 169-170; R. COLAPIETRA, Fucino ieri. 1878-1951, Ente Fucino,
L’Aquila, 1977.
162
Oltre a P. GINSBORG, op. cit., pp. 173-187, e a R. COLAPIETRA, La riforma nel Fucino, in «Nord e Sud», 1957
(4), n. 31, pp. 77-108, si vedano in particolare M. BONADUCE, Costi e risultati economici della riforma agraria
in Puglia, Lucania e Molise, Feltrinelli, Milano, 1962, pp. 182-187, e ISTITUTO NAZIONALE DI SOCIOLOGIA RU-
RALE, La riforma fondiaria: trent’anni dopo, Franco Angeli, Milano, 1979.
62

Il Comprensorio di riforma fondiaria del Fucino, in provincia dell’Aquila, si estendeva per


46.870 ettari163, interessando i comuni di Aielli, Avezzano, Celano, Cerchio, Collarmele, Lu-
co dei Marsi, Pescina, Ortucchio, San Benedetto dei Marsi e Trasacco. Si tratta di un territorio
di elevata altitudine, sempre superiore ai 650 metri sul livello del mare e, in alcuni punti, an-
che oltre i 2.000 metri: al suo interno si possono distinguere due zone, una pianeggiante, di
26.734 ettari, comprendente anche l’ex-bacino del lago del Fucino, già prosciugato e costitui-
to da terreni di notevole fertilità (13.402 ettari), ed una collinare, di 20.136 ettari, posizionata
in maniera circolare attorno alla conca. L’ex alveo del Fucino, trattandosi di un terreno ricava-
to dal prosciugamento di un lago, era ovviamente particolarmente fertile. Usiamo le parole di
uno scrittore abruzzese, Mario Pomilio, cattolico e moderato, per tratteggiarne le qualità:

La terra del Fucino è umida, grassa, color della cenere, e sarebbe difficile trovarvi anche un solo sasso.
Il piano è largo e uguale, tutto inciso di strade e canali, con sopra un cielo duro, spezzato dalle creste
dei monti, e intorno i dieci o quindici paesi sorti lungo il perimetro di quello che fu il lago164.

Dall’inizio della riforma – a seguito dei decreti presidenziali del 7 febbraio 1951, nn. 66 e
67, attuativi della cosiddetta legge «stralcio» del 21 ottobre 1950, n. 841 (il progetto di «ri-
forma generale» sarebbe stato poi abbandonato) – operò in quest’area l’Ente per la colonizza-
zione della Maremma tosco-laziale e del territorio del Fucino (Ente Maremma); nel 1954, con
il decreto legge del 9 agosto n. 639, esso fu sostituito dall’Ente per la valorizzazione del terri-
torio del Fucino (Ente Fucino, del tutto staccato da quello della Maremma), con sede ad A-
vezzano, che estese la propria attività su tutto il Comprensorio di bonifica montana, con le re-
lative funzioni anche di ente di bonifica165.
I fertilissimi terreni dell’ex-alveo bonificato, dal tempo del prosciugamento, costituivano
un’unica grandissima proprietà di oltre 14.000 ettari: quella dei principi Torlonia. Attorno, per
un’estensione di poco meno di altri 8.000 ettari, vi erano circa 30.000 aziende piccole o picco-
lissime: il 73% non superava il mezzo ettaro, mentre appena il 7% andava oltre i due ettari166.
Per la pubblicistica di sinistra il possedimento dei Torlonia conservava i tratti ‘feudali’ di un
‘feudo’, come in modo esplicito recitava, ad esempio, il titolo di un articolo del leader comu-
nista Giancarlo Pajetta uscito su “L’Unità” del 21 febbraio 1951: Fucino: feudo dei Torlonia.
Il rapporto di dominio e di sfruttamento tra Torlonia e i contadini, reso particolarmente aspro
negli anni della dittatura fascista, assumeva tre forme: quella del proprietario terriero con i fit-
tavoli e i braccianti, quella dell’industriale con i bieticoltori (Torlonia possedeva nel Fucino
uno zuccherificio per la lavorazione delle barbabietole), quella del banchiere che tramite la
Banca del Fucino, sempre di sua proprietà, controllava i movimenti del credito e del risparmio

163
MINISTERO DELL’AGRICOLTURA E DELLE FORESTE, Agricoltura e sviluppo rurale in Abruzzo: l’esempio del
Fucino, a cura dell’Istituto nazionale di sociologia rurale, relazione di Massimo Di Montezemolo, Roma, 1972,
p. 7. Ma un altro testo riporta la cifra di 45.006 ettari: CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma dodecennale,
cit., p. 8. C’è chi parla, poi, semplicemente di «circa 45.000 ettari»: N. FENICIA, Interventi della «Cassa» nei
territori di riforma fondiaria, in AA. VV., Cassa per il Mezzogiorno. Dodici anni. 1950-1962, vol. II. L’attività
di bonifica, parte II. Problemi economici e tecnici della bonifica meridionale, Laterza, Bari, 1962, p. 770.
164
M. POMILIO, Per i contadini del Fucino non più una sola «manciata di more», in AA. VV., Cassa per il Mez-
zogiorno. Dodici anni. 1950-1962, vol. VI. Il nuovo volto del Sud, Laterza, Bari, 1962, p. 63. Si tratta della ri-
proposizione di un articolo apparso sul mensile «Prospettive meridionali», 1955 (1), n. 8.
165
N. FENICIA, op. cit., p. 770. Il comprensorio di bonifica riguardava tutti i comuni del comprensorio di riforma,
ad eccezione di Pescina e Ortucchio, e interessava poi anche altri centri, per una superficie totale di 165.318 etta-
ri (v. par. 5.1.).
166
MINISTERO DELL’AGRICOLTURA E DELLE FORESTE, op. cit., p. 8.
63

(per Pajetta «esercitava l’usura»). Con la terra, lo zuccherificio e la banca si chiudeva, in que-
sta ottica167, una «morsa e tre ganasce» sulle comunità fucensi, che produceva - sono sempre
parole di Pajetta - «miseria», «sfruttamento» e «disoccupazione».
L’economia della zona si basava ovviamente soprattutto sull’agricoltura. Fonti del Ministe-
ro dell’Agricoltura e delle Foreste, davano la popolazione agricola rappresentativa dei due
terzi di quella totale, più bassa ad Avezzano (31%), più alta nei piccoli centri, in alcuni dei
quali (Ortucchio, S. Benedetto, Trasacco) superava anche l’80%168.

La presenza di una vasta superficie d’acqua ha fatto sì che, a suo tempo, la popolazione si sia inse-
diata in centri situati sui primi rilievi intorno alla zona pianeggiante, sulla quale, tuttavia, ha gravitato
e trovato possibilità di lavoro, specie dopo il prosciugamento del lago. […]
Salvo una modesta percentuale di braccianti puri, la maggior parte degli attivi erano affittuari delle
quote in cui era divisa la terra dell’ex-lago. L’esiguità della superficie di ciascuna quota costringeva
molti di essi ad integrare il magrissimo bilancio con lavoro a giornata.
L’impiego medio dei braccianti era di appena 105 giornate lavorative annue, ciò che li poneva, durante
alcuni mesi dell’anno, in condizione di disoccupati169.

In genere le forze di sinistra, che vedevano nella riforma agraria la possibilità di raggiunge-
re la piena occupazione, sottovalutavano il problema dello sfavorevole rapporto tra uomini e
risorse. I residenti nel comprensorio del Fucino dall’unificazione si erano quasi triplicati, pas-
sando da 25.188 del 1861 a 66.682 del 1951, mentre nello stesso periodo quelli di tutta l’Italia
si erano a malapena raddoppiati. Nel 1951 quei 66.682 abitanti davano una densità di 148 per
kmq, ma se si considera che essi trovavano occupazione quasi esclusivamente in pianura, la
densità - fa notare la fonte ministeriale dalla quale stiamo citando - saliva a 300 abitanti per
kmq, molto più elevata della densità media del Paese (156 per kmq nel 1951) ed anche di zo-
ne intensamente coltivate e con presenza di industrie come la pianura padana.
Se mettiamo insieme l’eccesso di popolazione rispetto all’ampiezza del terri-
torio, la presenza diffusa di disoccupazione e sotto-occupazione, i bassi redditi e
le scarse prospettive, non solo di sviluppo, ma anche di stabilità tanto del prin-
cipale settore economico quanto dell’industria e del terziario, ci rendiamo conto

167
La letteratura in proposito è vastissima: per tutti, a parte il citato articolo di Pajetta (indicativo dell’ampia ri-
levanza nazionale che ebbero le vicende dell’ex-lago), si veda R. LIBERALE, Il movimento contadino del fucino.
Dal prosciugamento del lago alla cacciata dei Torlonia, Edizioni dell’Urbe, Roma, 1977. Ma per
un’interpretazione più problematica, in termini di razionalità ed efficienza economica, cfr. C. FELICE, Azienda
modello o latifondo? Il Fucino dal prosciugamento alla riforma, in «Italia contemporanea», 1992, n. 189, pp.
635-676. Per uno sguardo ai secoli passati, con un’ottica che appare esplicita già nel titolo, si veda invece S.
RAIMONDO, La risorsa che non c’è più. Il Lago del Fucino dal XVI al XIX secolo, Lacaita, Manduria-Bari-
Roma, 2000.
168
MINISTERO DELL’AGRICOLTURA E DELLE FORESTE, op. cit., p. 8. L’autore, tuttavia, qui come nei dati che se-
guono su Avezzano e i centri minori, non chiarisce cosa si intende per popolazione agricola. ’E probabile che in
tale definizione ci si riferisca a tutti coloro che vivono, anche indirettamente, dei redditi dell’agricoltura. Ma, in
questo caso, ci mancano gli elementi per un confronto con l’Abruzzo, il Sud e l’Italia nel complesso: possiamo
solo prendere il rapporto lavoratori in agricoltura/totale dei lavoratori, che risulta, rispettivamente, del 66%, del
59% e del 45% (R. PACI e A. SABA, op. cit.); il Fucino, quindi, sarebbe del tutto in linea con la media regionale.
’E da escludere, comunque, che per «popolazione agricola» venga considerato solo il numero degli attivi, in
quanto la percentuale del comprensorio di riforma fondiaria dell’ex-bacino sarebbe irrealisticamente alta: le cor-
rispondenti medie nazionali (19%), meridionali (22%) e regionali (25%) sono molto più basse (ibid.).
169
MINISTERO DELL’AGRICOLTURA E DELLE FORESTE, op. cit., pp. 8-9.
64

di come nel 1951, quando la riforma comincia ad entrare in funzione, esistesse-


ro tutte le premesse per una forte emigrazione, ove tale possibilità si fosse pre-
sentata.
Ma, osservando la tabella 2.4, constatiamo come le cose, almeno in parte, non siano andate
in questo modo. Dal 1951 al 1961, gli abitanti sono passati da 66.682 a 68.688, per poi dimi-
nuire a 66.724 nel 1971, riattestandosi sostanzialmente sugli stessi livelli di venti anni prima,
con un lievissimo incremento, di appena 42 unità. Nello stesso arco di tempo, il Mezzogiorno
nel complesso vedeva aumentare i suoi residenti dai 17 milioni e 687 mila del 1951 ai 18 mi-
lioni e 537 mila del 1961, fino ai 18 milioni 883 mila nel 1971, con un incremento percentua-
le, quindi, ben maggiore di quello del Fucino; e, poiché sappiamo che l’emigrazione meridio-
nale, verso il Nord Italia come verso altre regioni d’Europa o anche del Sud America, fu in
quei due decenni molto intensa, dobbiamo dedurne che tale emigrazione vi fu anche per il Fu-
cino, appena compensata dal naturale incremento della popolazione. In Abruzzo, tuttavia, le
cose non andarono in questo modo: l’incremento naturale non bastò a impedire che l’esodo
migratorio si trasformasse in un calo degli abitanti in termini assoluti, che diminuirono co-
stantemente dal milione e 279 mila del 1951 al milione e 215 mila del 1961, fino al milione e
169 mila del 1971170. Da questo punto di vista, l’area interessata dalla riforma fondiaria si po-
ne quindi, e inaspettatamente, in controtendenza rispetto alla propria regione di appartenenza:
più di tutti si sviluppa il comune di Avezzano, già fulcro economico della zona, che registra
tra il 1951 e il 1961 un incremento di oltre il 30%, e cresce ancora tra il 1961 e il 1971
(+6,5%), quando invece tutti gli altri centri vedono diminuire i loro residenti.

TAB. 2.4. Superficie territoriale dei comuni parte del Comprensorio di riforma fondiaria del
Fucino e popolazione residente nel 1951, 1961, 1971
Comuni Superficie territoriale Popolazione residente
(ettari) 1951 1961 1971
Aielli 3.470 2.778 2.225 1.558
Avezzano 10.404 22.934 30.072 32.022
Celano 9.177 12.702 10.389 10.312
Cerchio 2.011 2.602 2.152 1.767
Collarmele 2.370 1.662 1.313 1.069
Luco dei Marsi 4.459 5.570 5.060 4.592
Ortucchio 3.562 2.354 2.200 1.880
Pescina 3.751 6.013 5.438 4.454
S. Benedetto 2.525 4.349 4.232 3.776
Trasacco 5.141 5.718 5.607 5.294
Totale 46.870 66.682 68.688 66.724
Fonte: MINISTERO DELL’AGRICOLTURA E DELLE FORESTE, op. cit., p. 19.

Tenendo presenti questi primi risultati, veniamo ora ad analizzare più nello
specifico gli interventi di riforma che vennero portati avanti. Nel 1951, oltre il
40% del territorio coltivato lo era sotto forma di affitto di piccolissime dimen-
sioni – con quasi l’80% delle quote inferiori ai tre ettari – mentre la piccola pro-

170
R. PACI e A. SABA, op. cit.
65

prietà era al di sotto del 30%, la mezzadria non raggiungeva il 5% e il resto, più
del 20%, era un’azienda con salariati. Contro il ‘latifondo’ dei Torlonia nella
primavera del 1950 si era sviluppato, come già detto, un vasto movimento popo-
lare, che ebbe ampia risonanza sul piano nazionale. Nel susseguirsi di scioperi e
manifestazioni, con la presenza tra gli altri del segretario generale della CGIL
Giuseppe Di Vittorio, per la prima volta si verificò allora una concreta conver-
genza di interessi tra i comuni, che puntavano alla proprietà demaniale dell’ex-
bacino, gli affittuari, che lottavano per il superamento dei contratti stipulati in
epoca fascista, e i braccianti, desiderosi di trovare lavoro nelle opere di bonifica
idrauliche e stradali. Per avere un’idea della vastità di questo fronte di lotta vale
la pena riportare ancora le parole dello scrittore Mario Pomilio.
Le agitazioni del 1950 - egli scrive - quelle che fecero convergere sul Fucino l’attenzione
dell’intera nazione e che portarono alla fine all’approvazione della legge stralcio e all’esproprio dei
Torlonia, diedero l’impressione d’una lotta senza alternative, ma anche la misura addirittura commo-
vente dello spirito di solidarietà delle popolazioni, al di là d’ogni differenza di ceto e di partito. Ricor-
do ancora l’imponenza dello sciopero alla rovescia messo in atto dai braccianti per imporre ai Torlonia
il versamento delle quote destinate alla manutenzione dei fossi e delle strade (i lavori erano trascurati
fin dal 1942 e le strade erano divenute impraticabili, e poi quello era un anno di brutta depressione) e
l’entusiasmo con cui tutti indistintamente concorsero alla raccolta dei fondi destinati provvisoriamente
ad assisterli171.

La vicenda trovò la sua definitiva soluzione, come accennato, solo con la riforma agraria,
che per lo storico inglese Paul Ginsborg ha rappresentato «il primo serio tentativo nella storia
dello Stato unitario di modificare i rapporti di proprietà in favore dei contadini poveri»172. La
Cassa stanziò per tutto il Sud, dal 1950 al 1960, 280 miliardi e 400 milioni, dei quali 13 mi-
liardi e 150 milioni andarono all’Abruzzo entro il 30 dicembre 1960, più altri 50 milioni per
costituire il patrimonio di fondazione dell’Ente Fucino. Queste somme già coprivano quasi
tutti gli impegni assunti, con un ritmo di pagamenti distribuito abbastanza uniformemente du-
rante i dieci anni in considerazione173.
Nell’azione di riforma nel Fucino il primo passo fu la ricomposizione e il riassetto delle
migliaia di piccoli e piccolissimi lotti presenti nel territorio. L’idea iniziale era di ‘costruire’
un’azienda coltivatrice autosufficiente, capace cioè di garantire un ‘normale’ livello di vita a
una famiglia media, occupandone l’intera forza-lavoro. Ma se si fossero costituite delle «unità
vitali» anche di 3-4 ettari ciascuna, qualche migliaio di coloni sarebbe rimasto a mani vuote.
La forte pressione sociale impedì questa soluzione, che dal punto di vista economico sarebbe
stata certamente più razionale. Alla fine si ebbe piuttosto un livellamento verso il basso
(l’ampiezza media delle quote, che non erano ‘poderi’, a metà anni ’50 risultava di appena un
ettaro e mezzo): venne concesso fino ad 1 ettaro a chi ne possedeva meno, furono convalidate
le quote da 1 a 4 ettari in conduzione e ridotti ad un massimo di 4 gli appezzamenti superiori.

171
M. POMILIO, op. cit., pp. 65-66. Per una ricostruzione delle lotte nel Fucino cfr. anche R. LIBERALE, Piano di
lavoro e lotte contadine, in AA. VV., Anni cinquanta: il piano del lavoro in Abruzzo, Edicrones, Sulmona, 1980,
p. 40, dove si dice, non a caso, di «calda primavera abruzzese».
172
P. GINSBORG, op. cit., p. 183.
173
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1959-’60. Allegati, Roma, 1960.
66

Questo accentuato frazionamento sollevò già allora molte critiche, poiché di fatto poneva i
coltivatori nell’impossibilità di proiettarsi sul mercato, e in molti casi anche semplicemente di
sopravvivere, «ma fu il solo possibile»174.
Nel comprensorio le terre soggette ad esproprio furono circa 16.000 ettari, concentrati pre-
valentemente nell’ex-bacino del lago. Esse vennero assegnate, per un totale di poco meno di
14.000 ettari (i rimanenti 2.000 ettari erano costituiti per la maggior parte da pascoli), ad oltre
9.000 famiglie contadine. Gli ex-affittuari sarebbero divenuti proprietari in trent’anni, pagan-
do un canone annuo che era meno della metà di quello precedentemente versato a Torlonia.
Nel 1960 la forma di conduzione basata sul piccolo affitto risultava pressoché scomparsa. Al
suo posto erano sorte una serie di piccole proprietà a conduzione familiare, che riguardavano
nell’insieme oltre la metà del territorio. Il resto, poco meno della metà, era occupato quasi tut-
to da aziende con salariati, mentre la mezzadria aveva ormai una dimensione solo residuale175.
A restare quindi senza nulla di fatto furono soprattutto i braccianti - lo strato più povero e
disagiato della popolazione - i quali, per insufficienza del suolo, si videro precluso l’antico
sogno di diventare proprietari della terra. Per una parte di essi non restò altra strada che
l’emigrazione: tra il 1950 e il 1955 oltre un migliaio vennero trasferiti nei poderi della Ma-
remma toscana. Ma per moltissimi altri la soluzione fu un posto di lavoro nelle opere di infra-
strutturazione. Qui l’azione della Casmez fu rapida e consistente. Quell’alta percentuale di
occupazione operaia che, come abbiamo già visto nel primo paragrafo di questo capitolo, essa
poteva vantare alla fine del primo decennio di attività (dove pure non rientrava l’occupazione
operaia per la riforma fondiaria) relativamente ai miglioramenti fondiari (quasi 53% del totale
regionale) certamente trovava nel Fucino una buona parte del suo peso. Ma anche alla quota
consistente d’impiego di forza-lavoro negli interventi diretti di bonifica - 15%
dell’occupazione totale regionale e 7,2% del complesso meridionale nel settore176 - contri-
buivano senz’altro le iniziative intraprese in quest’area dell’Abruzzo. Basti pensare che nel
1959, quando sui quasi 16.000 ettari espropriati ne erano stati assegnati 13.475 suddivisi in
9.146 quote (solo 170 finite ai braccianti), risultavano realizzati 356 chilometri di strade in-
terpoderali e 182 poderali (a parte le centinaia di chilometri riadattati), 62 fabbricati rurali e 6
borghi residenziali, oltre a una trentina di stalle e alcune decine di pozzi177.
Le infrastrutture agrarie registrarono dunque nel Fucino un sicuro irrobusti-
mento, con effetti considerevoli anche sull’occupazione. Ed erano risultati di
questo genere a far esprimere, già nel 1955, ad un osservatore come Mario Po-
milio un giudizio sostanzialmente positivo sullo sforzo riformista che si stava
compiendo, nei seguenti termini:
Il Fucino è stato per anni terra di passioni e di lotte sanguinose: per anni le agitazioni hanno avuto il
loro strascico di morti e di processati e il dolore s’è abbattuto a più riprese sui paesi, e i contadini sono
stati sempre istintivamente portati a identificare le forze dei Torlonia con quelle d’uno Stato che trop-
po spesso li proteggeva. La situazione che Silone descrive in Fontamara, se non può dirsi totalmente
veritiera perché molti sono gli elementi che l’autore ha trascurato o su cui ha calcato la mano, ritrae
però un sapore di profonda verità proprio dal fatto che vi sono benissimo intuite l’innata e integrale
174
F. FERRERO, L’Abruzzo-Molise, cit., p. 8.
175
MINISTERO DELL’AGRICOLTURA E DELLE FORESTE, op. cit., p. 11.
176
SVIMEZ, Un secolo di statistiche italiane, cit., p. 1052 (tav. 537).
177
F. MERCURIO e S. RUSSO, L’organizzazione spaziale della grande azienda, in «Meridiana», 1990, n. 10, pp.
118-119.
67

sfiducia del contadino marsicano verso lo Stato, e la sua disperata sensazione d’isolamento di fronte a
un potere impersonale che l’opprime, lo sfrutta e lo trascura: i passati regimi, da quello liberale a quel-
lo fascista, non fecero in effetti che alimentare il suo spirito di ribellione. Oggi nel Fucino le lotte sono
finalmente terminate e al sangue e ai sussulti improvvisi si va sostituendo un clima di serenità e di ra-
zionale progresso che ha tutta l’aria d’essere duraturo178.

In verità non tutti condividevano questi pareri. Per molti non si respirava affatto quel «cli-
ma di serenità e di razionale progresso» che invece Pomilio riteneva di avvertire. A giudizio
di qualcuno si percepiva anzi quasi un peggioramento rispetto al tempo dei Torlonia. I miliar-
di spesi dalla Cassa per il Mezzogiorno nel Fucino (già 12 a tutto il 1956) venivano utilizzati
senza alcuna visione programmatica, ma sulla base di spinte in genere clientelari ed elettorali-
stiche: tra l’Ente Fucino e gli assegnatari stavano in sostanza ricostruendosi - scrisse ad e-
sempio Raffaele Colapietra - gli stessi rapporti di assoggettamento e di dominio che un tem-
po vigevano tra gli affittuari e i Torlonia, con l’unica differenza - per molti versi
un’aggravante - che mentre questi ultimi rappresentavano, «agli occhi dei devoti, la più vasta
somma di poteri», l’Ente doveva ora sottostare a mille pressioni e condizionamenti (prevalen-
temente di natura politica)179. Anche il modello aziendale uscito dalla riforma, basato su esi-
genze di ordine sociale più che economico (questa volta soprattutto su pressione del movi-
mento sindacale)180, ebbe per lo più come risultato quello di impedire a una rilevante quota di
coltivatori di potersi proiettare sul mercato.
Ma al di là di queste pur legittime riserve (su cui peraltro le sinistre fondarono le ragioni
della loro persistente opposizione alle modalità di attuazione della riforma), non c’è dubbio
tuttavia che le opere realizzate dall’intervento straordinario, innescando un processo di mo-
dernizzazione che nonostante le distorsioni evolveva positivamente, siano state di non poco
conto ed abbiano assunto una valenza complessivamente di crescita. Del resto, i dati
sull’incremento della produzione e del reddito erano di per sé molto eloquenti. Già nel 1962
Nicola Fenicia poteva tracciare in proposito un quadro «del tutto positivo».

Circa i risultati - egli precisava - conseguiti dalla riforma, per quanto riguarda il Fucino, appare op-
portuno segnalare che: il valore medio annuo della produzione lorda vendibile, comprensivo di quella
zootecnica e delle colture minori, era, sin dall’agosto 1960, di 362.772 lire per ettaro ed in totale di
4.861.882; il prodotto netto di 274.162 lire per ettaro e di 3.674.332 in totale; il reddito degli assegna-
tari, in termini reali, risultava già quasi raddoppiato181.

All’origine di questi miglioramenti c’erano anche gli interventi nel campo della conserva-
zione e trasformazione dei prodotti agricoli a base cooperativa: interventi tesi a valorizzare, in
una fase successiva, le colture introdotte nell’ambito delle nuove strutture proprietarie. In tut-
to il comprensorio di bonifica furono finanziati, tra il 1950 e il 1962, sei magazzini per la la-
vorazione e conservazione delle patate da seme, in grado di servire un quantitativo complessi-
vo annuo di 100 mila quintali (ma ultimati solo nel corso degli anni sessanta), due cantine so-
ciali, a Paterno e Pescina, quattro caseifici sociali, di cui i più importanti ad Avezzano e Civi-
tella, uno stabilimento di lavorazione della lana a Celano, un oleificio sociale a Balsorano e

178
M. POMILIO, op. cit., pp. 67-68.
179
R. COLAPIETRA, La riforma nel Fucino, cit., pp. 93-96.
180
Si veda su questo punto anche C. FELICE, Da «obliosa contrada» a laboratorio per l’Europa, cit., p. 404.
181
N. FENICIA, op. cit., p. 772.
68

tre essiccatori di fettucce integrali di bietole182. Poi con il piano 1965-’69, furono programma-
ti il completamento della costruzione di due magazzini per le patate (a Ortucchio e ad Avez-
zano) e l’integrazione delle attrezzature nelle cantine sociali, per una spesa complessiva di
121 milioni183. Impianti per la lavorazione e commercializzazione dei prodotti agricoli erano
in fondo lo zuccherificio di Celano (costruito tra il 1961 e il 1965), la centrale del latte (1956),
la cartiera (1957-1967), il lanificio (1971), tutti ad Avezzano. Ma per uno sguardo complessi-
vo alle realizzazioni in questo settore tra il 1951 e 1971, limitatamente al comprensorio di ri-
forma fondiaria, si osservi la seguente tabella di fonte ministeriale.

TAB. 2.5. Impianti realizzati nel Comprensorio di riforma fondiaria del Fucino connessi con
l’attività agricola
Impianti Anno di costruzione Costo (in migliaia)
Centrale del latte di Avezzano 1956 360.000
Cantina sociale di Paterno 1960 114.000
Caseificio di Avezzano 1963 78.000
Zuccherificio di Celano 1° lotto 1961 3.600.000
2° lotto 1965 1.500.000
Cartiera di Avezzano 1° lotto 1957 5.400.000
2° lotto 1967 4.800.000
Disidratatore medica 1968 174.000
Magazzini di patate Luco dei Marsi 1964 50.000
S. Benedetto 1964 35.000
Avezzano 1964 35.000
Ortucchio 1967 170.000
Avezzano 1969 354.000
Lanificio di Avezzano 1971 516.000
Magazzino ortofrutticolo di Avezzano al 1971 non ancora ultimato 290.000
Impianto per la lavorazione delle patate al 1971 non ancora iniziato 2.100.000
Totale 19.576.000
Fonte: MINISTERO DELL’AGRICOLTURA E DELLE FORESTE, op. cit., p. 21.

All’inizio degli anni settanta, stando sempre alla stessa fonte, nel loro com-
plesso gli impianti elencati impiegano 641 dipendenti fissi e 408 stagionali. Te-
nuto conto del periodo di occupazione nel corso dell’anno, gli stagionali corri-
spondevano a 129 unità annue. Gli occupati stabili potevano pertanto farsi am-
montare a 770 unità, che rappresentano il 13,5% del numero degli attivi
nell’industria in quella zona.
La stessa attività di bonifica della Cassa era stata strettamente legata all’attuazione della ri-
forma fondiaria: non solo per il fatto che il maggior numero degli interventi previsti per tutto
il comprensorio di bonifica montana si era localizzato, in tutto o parzialmente, nelle zone e-
spropriate dall’Ente di riforma, ma anche, e principalmente, perché essi, a cominciare dalle
opere di irrigazione, rispondevano ugualmente alle esigenze di conseguire un potenziamento e
una maggiore remunerazione del lavoro agricolo, al servizio innanzitutto delle necessità dei
terreni quotizzati. Dal 1950 al 1965, su di una disponibilità complessiva di circa 4 miliardi e

182
O. AMBROSIO, op. cit., p. 40.
183
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma quinquennale, cit., p. 123.
69

700 milioni, dovevano considerarsi d’interesse delle aree di riforma fondiaria circa 3 miliardi,
di cui 2.850 milioni erogati entro il 31 dicembre 1961184.
Grande rilievo ebbero le opere idrauliche, per un importo complessivo di circa 1 miliardo e
200 milioni, circa un terzo delle erogazioni totali. Cospicui interventi erano stati realizzati in
tal senso, come accennato, già prima del 1950, con il prosciugamento del lago, e la successiva
costruzione di un elaborato sistema idraulico. Esso era costituito da un primo canale che rac-
coglieva le acque esterne lungo tutto il perimetro della superficie prosciugata, e da un secondo
che proteggeva la zona interna più bassa, denominata ‘bacinetto’. Tutta l’acqua veniva quindi
convogliata in un ampio collettore centrale, dal quale, lungo un percorso di circa sei chilome-
tri, era fatta sfociare da due emissari nel bacino del Liri. Accanto all’adeguamento della rete
scolante dell’ex-alveo, la Cassa realizzò opere di sistemazione per 270 chilometri tra fossi e
canali. Nel successivo programma del 1962-’63 furono stanziati altri 10 milioni per la località
Pantano e 69 milioni per il riassestamento delle piane pedemontane di Aielli, Cerchio e Col-
larmele185.
Una certa quota dei fondi venne poi destinata alla bonifica dei campi Palentini, situati nel
bacino del Salto che, assieme al bacino dell’alto Liri nella Val Roveto, si trova al di fuori del
Fucino, ma faceva parte del comprensorio di bonifica montana. A tutto il 1962, 312 milioni
erano serviti per importanti opere di sistemazione idraulica sui tronchi vallivi dell’Imele, con
dirette ricadute positive sull’economia dei popolosi centri di Scorcula, Corcumello e Villa S.
Sebastiano; altri 30 milioni furono stanziati nel programma per il tredicesimo esercizio, con
prosecuzione dei lavori ancora nel 1963; l’anno di maggiore attività fu tuttavia quello succes-
sivo, il 1964, con una spesa di ulteriori 257 milioni186. Per un importo di 15 milioni vennero
infine svolti degli studi per accertare la presenza di falde acquifere sotterranee, così da porre
le premesse per lo sviluppo successivo dell’irrigazione.
Un peso notevole, come accennato con riferimento all’occupazione, ebbero le opere di si-
stemazione montana: al 31 dicembre 1961, esse avevano comportato l’erogazione di un mi-
liardo e 218 milioni, poco più di quanto distribuito nel settore idraulico. Si effettuarono una
serie di rimboschimenti nella zona pianeggiante, prevalentemente a scopo di difesa e consoli-
damento dei suoli, e soprattutto si provvide a regolarizzare i numerosi tronchi montani dei va-
ri corsi d’acqua, il cui trasporto di detriti solidi determinava a volte straripamenti sul margine
esterno dell’ex-bacino: numerosissimi gli interventi, fra i principali quelli riguardanti i torrenti
Jona, San Potito, La Foce, Valle Santa Lucia, Monte Salviano e Fosso Giovenco. Ma furono
interessati anche i due bacini dell’alto Liri e del Salto, con le sistemazioni idraulico-forestali e
idraulico-agrarie del monte Velino e dei due sotto-bacini dell’Imele. Ulteriori 350 milioni, al
riguardo, furono previsti nel programma per il tredicesimo esercizio.
La rete stradale, sviluppata per circa 270 chilometri, versava in condizioni
particolarmente gravi, perché non asfaltata, soggetta a frequenti inondazioni e
collegata ad una pessima struttura di ponti, costituiti da impalcature di legname.
Vennero svolti interventi di sistemazione, di rifacimento del manto e di bituma-
tura, per un’estensione di circa 100 chilometri. Ai 561 milioni così impiegati si

184
N. FENICIA, op. cit., p. 770. Nell’appendice è riportato un elenco delle opere pubbliche approvate entro il 31
dicembre 1961, di quelle inserite nel programma per il tredicesimo esercizio (1962-’63), e successivamente nel
piano quinquennale (1965-’69).
185
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma per l’esercizio 1962-’63, cit., p. 198.
186
ID., Bilancio 1963-’64. Relazione, cit., p. 147.
70

aggiunsero i 195 milioni erogati nei primi dodici anni per la costruzione della
strada dorsale a ovest dei Campi Palentini, i 50 milioni per la strada Pratolungo,
ed altri interventi minori, per un totale di 879 milioni nei primi dodici anni, dei
quali poco meno di 493 distribuiti entro il 1956. In particolare, la strada dei
campi Palentini, oltre ad attraversare tutta la pianura da Corcumello a Scurcola,
collegava alla statale Tiburtina e ad Avezzano i comuni agricoli di S. Stefano,
Scanzano, Gallo, S. Donato e Poggio Filippo; per essa si prevedeva ancora nel
1963 una spesa di 70 milioni. Ulteriori opere di viabilità furono inserite nel pro-
gramma per il tredicesimo esercizio, tra cui la sistemazione degli allacciamenti
settentrionale e meridionali dell’ex-alveo, per 50 milioni, e la costruzione della
via da Circonfucenze a Borgo Strada, per altri 30 milioni.
L’irrigazione del comprensorio era stata preceduta da una serie di studi, con lo scopo di ac-
certare le caratteristiche idrogeologiche del terreno, le possibili fonti di approvvigionamento
degli impianti, nonché le diverse esigenze in termini di consumo di acqua delle colture pre-
senti nel territorio. Venne anche stabilito il migliore sistema di distribuzione, che, in conside-
razione dell’elevato frazionamento della proprietà, risultò essere quello a pioggia basato sulla
bassa pressione. Gli interventi furono portati avanti per due lotti – complessivi 4.800 ettari –
dal Ministero dell’Agricoltura e Foreste, con propri fondi, e dalla Cassa per il Mezzogiorno
solo per il terzo lotto, relativo alla costruzione dell’impianto di irrigazione nella zona di Luco
dei Marsi, esteso per circa 1.700 ettari, tutti situati anche nel Comprensorio di riforma fondia-
ria. Quest’ultima opera aveva comportato al 31 dicembre 1961 una spesa di 385 milioni, oltre
il 93% dei 414 milioni distribuiti complessivamente nel settore: i restanti 29 milioni erano sta-
ti impiegati per l’irrigazione della località Valleverde nell’agro di Celano, già completata nel
primo dodicennio187. Nel 1962 vennero messe in cantiere opere per altri 600 milioni interes-
santi l’agro di Pescina, per le quali nel tredicesimo esercizio si affrontò solo la progettazione
esecutiva, per un importo di 12 milioni.
Con il piano quinquennale 1965-’69, la zona di intervento della Cassa veniva esplicitamen-
te limitata, all’interno dei 165.318 ettari del comprensorio di bonifica montana, a soli 50.000
ettari circa, comprendenti il perimetro di riforma dell’ex-alveo del Fucino (46.870 ettari) e la
limitrofa zona dei campi Palentini. Erano previste, per 390 milioni, sistemazioni idrauliche ri-
guardanti le tre zone di Aielli, Cerchi e Collarmele-Piani Palentini-basso Fucino188, per le
quali erano già stati compiuti analoghi interventi tra il 1963 e il 1965, per 69 milioni: furono
eseguite per la gran parte nel 1966, con un costo di 259,8 milioni; il resto venne terminato tra
il 1968 e il 1969, tra integrazioni e revisioni che comportarono un’ulteriore spesa di 200 mi-
lioni189. «Con detti interventi - si diceva nella relazione al bilancio del 1968 - vengono in
gran parte affrontati i problemi idraulici più importanti del Fucino e dei Piani Palentini, salvo
il completamento della sistemazione dei corsi d’acqua provenienti dai rilievi circostanti, fra i
quali principalmente il torrente Giovenco»190. Infine queste, al riguardo, le brevi note riassun-
tive nella relazione del 1969:

187
O. AMBROSIO, op. cit., p. 40; N. FENICIA, op. cit., p. 771.
188
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma quinquennale, cit., p. 71.
189
ID., Bilancio 1969, cit., p. 95.
190
ID., Bilancio 1968, cit., pp. 81 e 82.
71

Nel Fucino il problema principale è stato la messa a punto della sistemazione idraulica dell’alveo lacu-
stre, della quale è stata necessaria un’ampia revisione in relazione alle esigenze poste dalla attività di
riforma fondiaria della zona. Anche la sistemazione delle gronde vicine e lontane del lago è stata og-
getto di estesi interventi, mentre si è affrontato anche il problema della bonifica idraulica dei campi
Palentini191.

Nel campo della viabilità, 120 milioni andavano per l’adeguamento delle arterie già co-
struite, a causa del «rilevante incremento del traffico»192. Per la strada trasversale dei Campi
Palentini furono stanziati altri 182 milioni, che si aggiungevano ai 165 precedentemente im-
piegati: anche in questo caso il grosso fu costruito nel 1966, per un’estensione di 12 chilome-
tri193. Vennero impegnati 50 milioni per il perfezionamento e l’ampliamento della rete di elet-
trificazione rurale esistente, mentre 738 milioni furono destinati, nel complesso, al settore del-
la conservazione del suolo194. In tutto furono programmate realizzazioni per 2.180 milioni: i
rimanenti 700 milioni, poco meno di un terzo, erano stati messi in cantiere per le opere di irri-
gazione, che nello scorso quindicennio avevano interessato una zona di circa 6.500 ettari, dei
quali però solo 1.700 a carico della Cassa. Mentre era allo studio la possibilità di utilizzare,
mediante opportuni invasi, le acque di vari fiumi della zona, in concreto tutti i fondi furono
indirizzati verso il miglioramento e l’estensione irrigua dei terreni nell’agro di Pescina, che
utilizzavano le acque del Giovenco; al riguardo, erano già state affrontate nel 1963 le spese di
progettazione esecutiva, per 12 milioni, e si era redatto un primo progetto per un importo un
po’ minore, di 600 milioni. Alla fine del 1969 i lavori erano stati in buona parte realizzati, ma
non erano ancora terminati: in tutto essi interessavano circa 1.000 ettari, che si sommavano
quindi ai 6.500 coperti («dominati», nel gergo dei tecnici della Cassa) lungo il precedente
quindicennio.
Nel loro insieme, tali interventi consentirono, tra il 1951 e il 1971, un significativo cam-
biamento nelle scelte produttive. Rimasta pressoché invariata la ripartizione del suolo per
qualità di colture catastali, essendo sempre il seminativo circa il 60% della superficie agraria e
forestale, il Ministero dell’Agricoltura rilevava come, grazie alla irrigazione, il grano e i cere-
ali minori si fossero ridotti dal 43 al solo 22%, mentre si registravano incrementi nelle forag-
gere (dal 13 al 19%), nelle bietole (dal 13 al 20%), nelle patate (dal 12 al 18%)195.
L’irrigazione era stata quindi indispensabile ai fini di una diversificazione delle colture verso
quelle più specializzate a scapito delle tradizionali di tipo cerealicolo.
Rilevante fu anche l’introduzione di prodotti da orto cosiddetti ‘a pieno campo’. Nel 1971
la superficie a carota superava il migliaio di ettari. Per la sola raccolta, il cui periodo varia da
uno a tre mesi, si richiesero 62.400 giornate lavorative. L’insalata ed altri ortaggi venivano
coltivati su 659 ettari, di cui 450 per colture ripetute e 209 per colture integranti. L’impiego
di manodopera sulla coltura ripetuta fu di 51.300 giornate lavorative e per le colture integran-
ti, solo per diradamento e raccolta, il cui periodo era di 30-35 giorni, di 20.604 giornate lavo-

191
ID., Bilancio 1969, cit., p. 124.
192
Ivi.
193
ID., Bilancio 1966, cit., p. 51.
194
Di questi la gran parte, 650 milioni, erano per opere di difesa nei bacini del Giovenco, dell’Imele, del La Fo-
ce, dell’alto Liri e dei loro affluenti; il resto era così distribuito: 50 milioni per sistemazioni idraulico-forestali e
idraulico-connesse sul torrente Fucino, 23 per l’ultimazione dei lavori nei sotto-bacini del Curti e del S. Polito, e
15 milioni per il completamento di riassestamenti intrapresi precedentemente e in diverse località (ID., Pro-
gramma quinquennale, cit., p. 71).
195
MINISTERO DELL’AGRICOLTURA E DELLE FORESTE, op. cit., p. 11.
72

rative196. Si trattava di produzioni a più alto reddito, sebbene rispetto a quelle principali con-
servassero una funzione soltanto integrativa, data la limitatezza della superficie interessata e,
soprattutto, la loro stagionalità: il carattere continentale del clima, con punte minime di 10-12
gradi sotto zero nel trimestre dicembre-febbraio e massime di 30 gradi a luglio ed agosto, ne
consentiva la coltivazione solamente durante l’estate.
Va ricordato, infine, che nei venti anni considerati la modernizzazione dell’agricoltura è
passata anche per il miglioramento degli strumenti e delle tecniche di coltivazione, dall’uso
dei fertilizzanti al diffondersi di nuovi e più efficaci macchinari.
Per l’insieme di queste ragioni, dal 1951 al 1971, la produzione annua per ettaro delle tre
principali colture aumentò in misura davvero considerevole: le patate salirono da 140 a 270
quintali (+93%), il grano da 23 a 42 quintali (+83%) e le barbabietole da 260 a 600 quintali
(+141%)197. Di conseguenza crebbe anche il valore medio della produzione lorda vendibile:
nelle zone irrigue in alcune aziende diretto-coltivatrici nel ventennio si passò da 217.000 lire
per ettaro a 622.000, con un incremento del 176% a valori reali. Lo stesso accadde con il red-
dito netto: sempre per lo stesso periodo e sempre a valori reali, si passò da 157.000 lire per et-
taro a 480.000, con un incremento del 205%. Anche l’incremento del reddito per unità lavora-
tiva nel 1971 poteva valutarsi intorno a 7-8 volte quello che era nel 1951.
In generale, sappiamo che la valorizzazione agricola di un territorio comporta, salvo casi
particolari, inizialmente una riduzione degli addetti nel settore, come conseguenza
dell’introduzione di nuovi sistemi di conduzione delle aziende, di migliori strumenti e di tec-
niche più sviluppate, meno labour-intensive. Come effetti collaterali, qualora si riesca ad in-
nescare il passaggio da una economia statica ad una dinamica, si può avere la crescita di tutta
una serie di attività extra-agricole più o meno collegate, dalle industrie di trasformazione ai
servizi, al commercio, tali da assorbire, in tutto o in parte, la manodopera che abbandona la
terra. In ultimo, i miglioramenti della produttività, e quindi del reddito, dovrebbero creare le
condizioni per una stabilità dei lavoratori rimasti nell’agricoltura. Se abbiamo già visto come
dal punto di vista dell’incremento della popolazione il Fucino si sia posto in controtendenza
positiva, se pur lieve, rispetto all’Abruzzo, ci sembra quindi utile, per un giudizio completo,
concludere il paragrafo con un’analisi delle variazioni intervenute nella struttura occupaziona-
le dei vari settori, nei comuni facenti parte del Comprensorio di riforma fondiaria.

TAB. 2.6. Comuni del Comprensorio del Fucino: attivi nei vari settori nel 1951, 1961 e 1971
Agricoltura Industria Altri settori p
1951 1961 1971 1951 1961 1971 1951 1961 1971
Aielli 748 316 217 202 324 132 72 84 134

Avezzano 2.419 2.504 1.305 2.575 3.383 2.721 2.781 3.717 5.794
Celano 4.065 2.291 1.379 601 747 515 480 490 1.477
Cerchio 660 366 232 147 227 151 123 144 152
Collarmele 484 225 119 86 116 59 96 86 117

196
Ivi.
197
Ibid., p. 12.
73

Luco dei Marsi 1.604 999 606 307 533 587 161 220 279
Ortucchio 801 503 309 82 127 158 112 126 164

Pescina 1.888 1.282 691 427 508 340 372 424 460
S. Benedetto 2.394 1.681 1.025 156 208 177 143 173 212
Trasacco 1.989 1.483 928 141 246 402 168 196 402
Totale 17.052 11.650 6.811 4.729 6.419 5.242 4.508 5.660 9.191
Fonte: MINISTERO DELL’AGRICOLTURA E DELLE FORESTE, op. cit., pp. 19-20.

TAB. 2.7. Comuni del Comprensorio del Fucino: composizione percentuale degli attivi nei va-
ri settori nel 1951, 1961 e 1971
Agricoltura Industria Altri settori p
1951 1961 1971 1951 1961 1971 1951 1961 1971
Aielli 72,83 43,65 44,93 20,16 44,75 27,33 7,01 11,60 27,74

Avezzano 31,11 26,07 13,29 33,12 35,22 27,76 35,77 38,70 59,11
Celano 78,99 64,94 40,91 11,68 21,17 15,28 9,33 13,89 43,81
Cerchio 70,97 49,66 43,36 15,81 30,80 28,22 13,23 19,54 28,41
Collarmele 73,33 52,69 40,34 13,03 27,17 20,00 14,55 20,14 39,66
Luco dei Marsi 77,41 57,02 41,17 14,82 30,42 39,88 7,77 12,56 18,95
Ortucchio 80,50 66,53 48,97 8,24 16,80 25,04 11,26 16,67 25,99

Pescina 70,26 57,90 46,34 15,89 22,94 22,80 13,84 19,15 30,85
S. Benedetto 88,90 81,52 72,49 57,93 10,09 12,52 5,31 8,39 14,99
Trasacco 86,55 77,04 53,58 6,14 12,78 23,21 7,31 10,18 23,21
Totale 64,86 49,10 32,06 17,99 27,05 24,68 17,15 23,85 43,26
Fonte: MINISTERO DELL’AGRICOLTURA E DELLE FORESTE, op. cit., pp. 19-20.

Nel complesso, come si vede da queste tabelle, la quota di occupati in agri-


coltura nel periodo 1951-1971 si più che dimezza, passando dal 64,86 al
32,06%. L’industria aumenta molto nel corso degli anni cinquanta, dal quasi
18% a poco oltre il 27%, ma perde terreno nel decennio successivo, attestandosi
sul 24,68% nel 1971. In compenso il terziario, che tra il 1951 e il 1961 era salito
dal 17,15 al 23,85%, nel 1971 raggiunge addirittura il 43,26%, presentandosi
ormai come l’attività dominante. Avezzano, città che registra di gran lunga la
maggiore espansione per numero di residenti, in termini sia assoluti che relativi,
è anche il centro in cui la percentuale di lavoratori nel primario risulta sempre
nettamente più bassa di quella degli altri insediamenti, passando dal 31,11 nel
1951 al 13,29% nel 1971. I restanti comuni vedevano tutti nel 1951 almeno il
70% dei propri attivi impegnati nell’agricoltura, e ancora nel 1971 tale cifra non
risulta mai al di sotto del 40%; la percentuale di occupati nell’industria in taluni
casi (Cerchio, Aielli, Ortucchio) è più o meno uguale a quella di Avezzano,
quando non addirittura superiore (Luco dei Marsi), ma il capoluogo del Fucino
presenta in cambio una quota di lavoratori nel terziario assai più estesa: oltre il
59%, con uno stacco di 15-16 punti sulla media del comprensorio, all’incirca
inalterata dal 1951.
74

In termini assoluti, i dati si presentano diversamente, e gli anni cinquanta e sessanta mo-
strano andamenti tra loro più chiaramente disomogenei. Nel 1951 ad Avezzano la terra dava
lavoro a 2.419 persone, nel 1961 a 2.504 (+ 85 unità). Non così in tutto il comprensorio, dove
nello stesso tempo gli occupati nel primario scendono di molto: da 17.052 a 11.650, con una
diminuzione di 5.402 unità. Contemporaneamente l’industria vede aumentare i suoi lavoratori
di 1.690 unità (da 4.729 a 6.419), delle quali 808, quasi la metà, solo ad Avezzano. Per il ter-
zo settore, poi, l’incremento che si verifica di 1.152 occupati ricade quasi tutto sul comune
principale (+936 persone). Negli anni cinquanta, quindi, nei centri minori del Fucino si regi-
stra una intensa diminuzione della forza-lavoro agricola, che solo marginalmente viene com-
pensata dall’incremento dell’industria e del terziario. In realtà viene ad aversi anche qui un
forte flusso migratorio, o in direzione di Avezzano, che vede invece rimanere sostanzialmente
stabili i propri lavoratori nella terra, oppure, in misura ancora maggiore, fuori dal territorio
della riforma fondiaria. Non a caso complessivamente gli attivi da 26.289 del 1951 si portano
a 23.729 nel 1961.
Nel 1971 gli occupati nell’agricoltura scendono in tutta la zona a 6.811 unità, diminuendo
in maniera netta anche ad Avezzano (da 2.504 a 1.305). Un analogo fenomeno si registra an-
che per i lavoratori dell’industria, che passano nel Fucino da 6.419 a 5.242 unità, e nel solo
capoluogo da 3.383 a 2.721. Rilevante, tuttavia, è la corrispondente espansione del terziario:
2.077 lavoratori in più ad Avezzano (da 3.717 a 5.794), 3.531 in tutta l’area (da 5.660 a
9.191). Nel complesso, il numero degli attivi scende nel 1971 a 21.244, con una perdita di
2.485 unità: la maggior parte dell’esodo agricolo e del calo industriale converge verso il setto-
re dei servizi, principalmente nel capoluogo, ma anche negli altri comuni.
La contrazione dell’agricoltura in termini di unità lavorative, prima conse-
guenza della valorizzazione del comparto, alla fine del ventennio considerato
sembra quindi non ancora arrestarsi. Contemporaneamente si registrano una no-
tevole espansione del terziario ed una insufficiente crescita dell’industria, piutto-
sto al di sotto delle aspettative. Forse dunque si sarebbe potuto fare di più. Ma il
complesso delle opere realizzate, e l’insieme dei fondi ad esse destinati, non so-
no certo stati di poco conto: pur tra scelte economiche non sempre lungimiranti,
dall’espereinza della riforma e dell’intervento straordinario il territorio del Fuci-
no è uscito indubbiamente rafforzato nelle sue strutture produttive: un rafforza-
mento, anche rispetto al resto della regione, evidenziato in parte dagli stessi an-
damenti demografici, con Avezzano che diventa meta di flussi immigratori
(mentre lo spopolamento dei comuni circostanti va inserito in un più ampio pro-
cesso che riguardava in quegli anni tutti i centri minori e le aree dell’interno,
non solo dell’Abruzzo).
Osservando infine la produzione lorda vendibile, in venti anni quasi triplicata, come ab-
biamo visto, emerge chiaramente come l’agricoltura del Fucino si sia sviluppata in misura ri-
levantissima, e lo abbia fatto partendo da condizioni economiche e sociali estremamente arre-
trate.
Come parametro di valutazione indiretto dei miglioramenti intervenuti nel periodo conside-
rato grazie alla riforma agraria e all’azione della Casmez può essere preso anche l’indice di
invecchiamento, tanto più alto quanto più accentuato è lo spopolamento, data la maggiore ri-
luttanza dei più anziani ad abbandonare la loro attività, ad inserirsi in altri contesti e ad adat-
75

tarsi a nuovi mestieri; per contro, una insolita presenza di giovani è generalmente significativa
delle buone possibilità offerte dal settore. Ebbene, nel Comprensorio di riforma fondiaria, le
famiglie di coltivatori prive di un maschio attivo di età inferiore ai 50 anni rappresentavano,
già nel 1965, il 47,2% del totale, meno della metà. Questo mentre nel resto della regione, nel-
la maggior parte dei casi, si andava oltre il 60 e il 70%, per raggiungere a volte anche
l’80%198. Una ulteriore prova dello sviluppo dell’economia in questa zona.

198
Ibid., p. 13.
76

2.4. Fra ruolo della regione e progetti speciali: gli ultimi quindici anni (1970-1984)

All’inizio degli anni settanta, terminata l’esperienza della programmazione, ci si trova in


un non meglio determinato periodo di transizione, caratterizzato, come specificato da Gabriele
Pescatore, «dall’attesa delle definizioni legislative riguardanti le linee della politica di svilup-
po da attuare nelle regioni meridionali»199. Il 18 dicembre 1970 venne approvata la legge n.
1034, denominata ‘decretone’, la quale consentiva di predisporre un programma di opere ur-
genti di irrigazione e di connessi interventi idraulici in tutto il Mezzogiorno, per un totale di
100 miliardi: si trattava, in sostanza, di alcuni stanziamenti speciali, i quali, «imponendo in
tempi brevi la messa a punto ed il finanziamento di progetti di notevole rilievo tecnico ed e-
conomico» 200, crearono le condizioni, già all’inizio del 1971, per un rilancio del settore. In
Abruzzo ne beneficiò, ancora una volta, il Comprensorio di bonifica integrale in destra Pesca-
ra, con l’approvazione di due lavori per circa 600 milioni, miranti a integrare realizzazioni
precedenti, le quali, così come erano, non avrebbero avuto possibilità di un «utile funziona-
mento e inserimento negli schemi idraulici delle rispettive zone»201. Per contro, non venne
predisposto alcun intervento di carattere irriguo: l’Abruzzo fu l’unica regione assente in tale
ambito (era presente anche il Molise).
Il 6 ottobre del 1971 arrivò finalmente la nuova normativa sull’intervento
straordinario – legge n. 853 – che comportava anzitutto, in meno di quattro me-
si, un «impegno eccezionale» - volendo usare ancora le parole di Pescatore -
per avviare e accelerare, in una fase di generale recessione delle attività del Pae-
se, particolarmente sentita nelle regioni meridionali, «il completamento dei pro-
grammi in corso e la definizione dei nuovi, secondo le precise direttive del Go-
verno».
In agricoltura si andarono intensificando l’aggiornamento e la revisione progettuale di tut-
te quelle opere che, pur previste nei programmi precedenti, per carenza di fondi o difficoltà
tecniche non si erano potute realizzare (il serbatoio di Chiauci, ad esempio), avendo cura nel
contempo di predisporre ulteriori interventi che costituivano - si legge ancora nel bilancio
1971 - «naturale completamento di schemi ormai impostati, in cui la produttività degli inve-
stimenti [era] subordinata alla loro integrale esecuzione». Tale impostazione consentì di ela-
borare il completamento dei programmi previsto dal comma 3° dell’art. 16 della nuova legge,
che già nell’ultimo mese del 1971 poté tradursi in alcuni impegni concreti di spesa per conse-
guite approvazioni.
Quest’attività rimase dominante ancora nel 1972 e nel 1973, sia riguardo al piano quin-
quennale che al decretone anticongiunturale, sebbene nel 1973 fosse andato calando il ritmo
delle approvazioni, nonostante gli aumentati impegni nel settore idraulico e
dell’elettrificazione rurale. In Abruzzo, nel 1972 furono approvati per lo più progetti per la
conservazione del suolo: la sistemazione idraulica degli affluenti in destra e sinistra del fiume

199
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1971, cit., p. V.
200
Ibid., p. 35.
201
Ibid., p. 46.
77

Sangro, rispettivamente per 278 e 253 milioni, e ulteriori lavori idraulico-forestali nel bacino
del Tronto, per 280 milioni202.
Sempre nel 1973, nonostante il primo manifestarsi di alcune serie difficoltà di natura con-
giunturale, vennero poste le premesse per un ulteriore sviluppo dell’irrigazione, che negli ul-
timi due-tre anni era rimasta pressoché bloccata: furono intraprese indagini e studi per accer-
tare la realizzabilità di un invaso sul fiume Sinello, presso il comune di Gissi, della capacità di
circa 20 milioni di metri cubi, e da destinare alla irrigazione dei territori ricompresi nel Com-
prensorio di bonifica integrale del Trigno e Sinello203. In tema di reti di adduzione e di distri-
buzione irrigua, vi fu l’appalto, nel 1972, dei lavori nell’agro di Pescina nel Fucino, e, nel
1973, di quelli nella Valle del Tronto, mentre nello stesso anno venne iniziata l’istruttoria per
le opere sulla sinistra Pescara; non mancarono, tuttavia, rallentamenti nel ritmo dei lavori, a
causa degli incrementi dei costi e della mancanza di materiali204.
Come già accennato nel capitolo primo, la legge n. 853, denominata «Finanziamento della
Cassa per il Mezzogiorno per il quinquennio 1971-1975 e modifiche e integrazioni al Testo
Unico delle leggi sugli interventi nel Mezzogiorno», da un lato metteva a disposizione
dell’ente ulteriori e cospicui fondi, dall’altro comportava due importanti novità,
nell’impostazione e nell’ordinamento. La prima consisteva nell’introduzione dei cosiddetti
«progetti speciali di interventi organici», a carattere intersettoriale e a volte anche interregio-
nale; la seconda nel trasferimento alle neo-costituite regioni di tutta una serie di competenze,
lasciando alla Cassa solamente l’approvazione e l’esecuzione dei lavori. Su quest’ultimo pun-
to, vi furono contatti e trattative tra l’ente e gli assessori regionali all’agricoltura nel corso del
1971 e del 1972, «onde informarli […] degli schemi di opere in corso e delle esigenze di
completamento», in modo da fornire loro tutti gli elementi utili per le scelte programmatiche
che le regioni avrebbero dovuto compiere in adempimento di quanto prescritto dalla nuova
legge205.
L’anno successivo, definite in sede ministeriale le intese con le amministrazioni locali, a-
veva inizio l’approvazione dei primi progetti di opere pubbliche, nell’ambito del «programma
integrativo alle attività regionali», disposto dal 1° e dal 2° comma dell’art.16 della nuova
normativa. Nel 1974 questo programma era ormai diventato, accanto all’elaborazione dei pro-
getti speciali, l’unica modalità di attuazione dell’attività di bonifica e di irrigazione nei vari
comprensori del Mezzogiorno206. In Abruzzo, quell’anno, il principale intervento fu
l’approvazione del 5° lotto della rete di distribuzione in sinistra Pescara, per un’estensione di
1.300 ettari.
Al 31 dicembre 1975 la Casmez presentava la seguente situazione circa la sua attività nella
realizzazione di infrastrutture nell’ambito dell’agricoltura abruzzese: 128.188 milioni di lire
per gli impegni assunti (di cui 35.404 milioni in opere di conservazione del suolo e 92.784 in
opere pubbliche di bonifica) e 114.640 per le spese effettuate (di cui 34.181 in opere di con-
servazione del suolo e 80.459 in opere di bonifica)207. Nel primo caso la quota sul totale meri-
dionale (esclusi dunque Lazio, Toscana e Marche) corrispondeva al 6,73%, nel secondo si al-
zava al 7,38%, dal che si dimostrava, ancora una volta, che l’Abruzzo, oltre ad ottenere un po’

202
ID., Bilancio 1972. Relazione, Roma, 1973, p. 66.
203
ID., Bilancio 1973, cit., p. 60.
204
Ibid., p. 62.
205
ID., Bilancio 1971, cit., p. 35.
206
ID., Bilancio 1974. Relazione, Roma, 1975, p. 32.
207
SVIMEZ, Un quarto di secolo, cit., p. 898, tav. 281.
78

di più in proporzione alla sua popolazione, poteva vantare capacità realizzative mediamente
superiori alle altre regioni del Sud.
Con la legge del 2 maggio 1976, n. 183, e successivamente con il decreto presidenziale del
6 marzo 1978, n. 218, «Testo Unico delle leggi sugli interventi nel Mezzogiorno», gli indiriz-
zi adottati dalla precedente normativa uscirono ulteriormente rafforzati, con l’ente che andò
via via concentrando la propria azione sui soli progetti speciali: gli interventi nell’agricoltura
furono definitivamente trasferiti alle regioni, con l’eccezione dei lavori approvati e dotati di
progetto esecutivo al 6 marzo 1976, che rimasero di pertinenza della Cassa: tra questi, vi sono
lavori nel settore delle opere di conservazione del suolo, interessanti i bacini del Tronto, del
Fucino, del Sangro, dell’Aterno, del Vomano e del Tordino, in attuazione della legge n. 493
dell’ottobre 1975, la quale, nel quadro di una serie di misure per favorire il rilancio
dell’economia, stanziò 1.000 miliardi per l’agricoltura del Mezzogiorno208.
Un processo di decentramento analogo a quello che si ebbe per le opere pubbliche di boni-
fica e di conservazione dei suoli si verificò anche per il finanziamento ad iniziative private di
miglioramento fondiario: in seguito a una specifica decisione del Consiglio dei ministri, a par-
tire dal 1° marzo 1971 vi fu da parte della Cassa la sospensione dell’accettazione di ulteriori
domande209, mentre per concordare le modalità di utilizzazione dei nuovi fondi vennero svolti
una serie di incontri fra gli assessori all’agricoltura competenti e i dirigenti dell’ente. In linea
generale, si stabilì che le regioni avrebbero dovuto curare l’esame di merito sull’ammissibilità
delle singole richieste e gli adempimenti relativi alle concessioni o alle liquidazioni, mentre la
Casmez avrebbe continuato ad assumere i corrispondenti impegni di spesa, ad erogare gli im-
porti delle liquidazioni direttamente agli interessati, e, ma solo per una limitata categoria di
progetti, ad espletare le procedure di concessione e di liquidazione. Dall’esame dei dati tecnici
emerse che l’orientamento degli operatori era sempre più indirizzato verso «opere legate alla
modifica dell’indirizzo produttivo (arboreti, irrigazioni, etc.) più che non verso fabbricati e
pertinenze»; solo il settore delle strade interpoderali andava assumendo, in rapporto alle sue
«essenzialità sia di ordine produttivo che sociale, una sempre crescente importanza»210.
Per il complesso degli incentivi all’agricoltura abruzzese al 31 dicembre 1975 si aveva la
seguente situazione: 80.219 milioni di lire gli impegni assunti e 70.197 le spese effettuate211.
La prima cifra corrispondeva al 14,49% del totale meridionale (553.443 milioni di lire); la se-
conda al 18,35% del totale del Sud (382.557 milioni di lire). Ancora una volta, dunque, nel
settore primario emergeva un netto protagonismo dell’imprenditoria privata, la quale sapeva
far ricorso ai sostegni dell’intervento straordinario in misura notevolmente superiore alla me-
dia delle regioni meridionali.

208
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1976. Relazione, Roma, 1977, pp. 20 e 48-49.
209
ID., Bilancio 1971, cit., p. 53. A tale data, rimanevano naturalmente un certo numero di casi che erano o in
corso di esame oppure ancora da esaminare, oltre a quelli già accettati: nel 1972 vennero condotte a termine un
gran numero di pratiche, che costituivano «la parte maggiore di quelle che erano giacenti presso gli ispettorati
agrari compartimentali e regionali delle foreste al 1° marzo 1971», e nel contempo la «massa più ingente di lavo-
ro realizzata dalla Cassa in questo settore» (ID., Bilancio 1972, cit., p. 70). Tuttavia, una quota delle domande
veniva di nuovo rimandata al 1973: in tale anno fu «praticamente esaurito il finanziamento del programma di
completamento, relativo […] alle domande interessanti i comprensori di competenza della Cassa come previsto
dal piano di coordinamento 1966-1970» (ID., Bilancio 1973, cit., p. 62). Anche in questo campo fu notevole la
lievitazione dei costi reali, peraltro in tale caso esclusivamente a carico dei beneficiari, essendo esclusa per simili
interventi la prassi della revisione dei prezzi.
210
ID., Bilancio 1972, cit., pp. 61-62.
211
SVIMEZ, Un quarto di secolo, cit., pp. 898-901, tav. 281.
79

Di concerto con le regioni furono attuati anche una serie di programmi per il finanziamento
di impianti collettivi di trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli: in tutto il
Mezzogiorno ciò comportò nel 1973 un raddoppio del relativo importo, da 13,3 a 27,7 miliar-
di. In Abruzzo, venne approvata in tale anno la realizzazione di un impianto della Saig a Giu-
lianova, in provincia di Teramo: si trattava di una distilleria di melasso e di strutture per la
produzione di mangimi zootecnici, il cui costo previsto era di 4 miliardi e 806 milioni212.
L’anno successivo fu finanziata la costruzione di due cantine sociali, una nella Val di Sangro
e l’altra nel Fucino, ad Arielli213.
Con il passaggio, all’inizio degli anni settanta, di tutta una serie di competenze dallo Stato
alle regioni, soprattutto in campo agricolo e in materia di infrastrutture, il ruolo
dell’intervento straordinario in Abruzzo non appare affatto attenuarsi. E’ stato anzi sottolinea-
to, in proposito, un particolare dinamismo di questa regione, la quale avrebbe mostrato
un’insolita capacità - frutto di particolarismi e rivalità (soprattutto tra Pescara e L’Aquila)214
- di ‘farsi valere’ nei confronti del potere centrale per ottenere finanziamenti pubblici. Delle
risorse erogate dalla Cassa per il Mezzogiorno all’intero Sud nei settori di competenza regio-
nale, ad esempio, l’Abruzzo riusciva ad accaparrarsi il 13% nel 1977 e il 13,6% nel 1981:
quote notevolmente superiori alla relativa consistenza della sua popolazione215. Nel 1981 sol-
tanto la Campania e la Sicilia, regioni ben più popolose, beneficiarono di somme più elevate.
La maggior parte di questo denaro finiva alla rete viaria, alle infrastrutture idriche e alle co-
struzioni pubbliche, ma comunque notevoli erano anche le ricadute nel settore agricolo.
Se con l’entrata sulla scena delle regioni la Cassa per il Mezzogiorno vedeva svuotate le
proprie funzioni di programmazione, l’ente mantenne tuttavia uno specifico ruolo nell’altra
innovazione di rilievo: l’elaborazione e la realizzazione dei progetti speciali. Un anno di par-
ticolare impegno per l’intervento agricolo, da questo punto di vista, fu il 1971, proprio perché
la Cassa poté allora «orientare la sua attività di programmazione nella nuova e più ampia im-
postazione per progetti speciali di interventi organici», che avevano carattere sempre più in-
tersettoriale, convogliando in tale direzione «il notevole patrimonio di esperienze e di cono-
scenze tecniche accumulate nel settore»; gli uffici tecnici e appositi gruppi di lavoro comin-
ciarono a studiare anche «proposte per organiche azioni» nei settori delle carni,
dell’agrumicoltura, della commercializzazione ortofrutticola e della ricerca applicata in cam-
po agricolo216.
Sulla base di questi nuovi orientamenti, il Cipe, sentito un Comitato interregionale istituito
allo scopo, deliberò il 4 agosto 1972 una prima serie di 21 progetti, e il Ministro per gli Inter-
venti Straordinari nel Mezzogiorno il 30 agosto ne fissò il relativo finanziamento e ne stabilì
le modalità per l’elaborazione tecnica e l’esecuzione. Di questi progetti l’unico che qui ci inte-
ressa è quello per la produzione intensiva di carne in Abruzzo – progetto speciale n. 9 – che
aveva l’obiettivo di sviluppare l’allevamento locale di bovini, suini magri e agnelli, con la
successiva commercializzazione dei prodotti derivati217. Le modalità di attuazione consisteva-

212
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1973, cit., p. 64.
213
ID., Bilancio 1974, cit., p. 33.
214
Come già detto, lo studio più approfondito in proposito è A. MUTTI, Il particolarismo come risorsa, cit.
215
P. VITTE, Le campagne dell’Alto Appennino. Evoluzione di una società montana, Edizioni Unicopli, Milano,
1986, p. 309.
216
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1971, cit., p. 34.
217
ID., Bilancio 1973, cit., p. 35. Analoghi interventi furono predisposti per la Calabria, la Basilicata, la Puglia,
la Campania, il Molise e il Lazio. Tutti si avvalevano delle indicazioni che, in circa un anno di lavoro, erano sta-
80

no in una combinazione di incentivi, sotto forma di contributi in conto capitale o di prestiti


agevolati, compatibili con quelli comunitari e diretti perlopiù in modo da favorire
l’associazionismo, «necessario in molti casi per sviluppare le iniziative secondo le linee tec-
nologiche del progetto»218. Pur facendo perno sugli agricoltori per l’attività operativa, erano
previsti poi una serie di interventi diretti di tipo promozionale e di servizio, che andavano dal-
la fecondazione artificiale alla distribuzione dei premi, dall’«assistenza specialistica alla for-
mazione professionale e alla attività sperimentale», dalla creazione di società a prevalente ca-
pitale pubblico per la importazione e distribuzione dei «soggetti da ristallo» e dei mezzi tecni-
ci, fino in un secondo tempo alla creazione di strutture commerciali che avrebbero dovuto of-
frire le «necessarie garanzie di stabilità e remuneratività dei prezzi».
Di questo insieme di compiti, alla Casmez spettavano i finanziamenti e la gestione delle i-
niziative di carattere pubblico, mentre la regione era chiamata alla corresponsabilità «per le
attività promozionali locali, per l’organizzazione dell’assistenza tecnica diffusa, per la prei-
struttoria tecnica dei progetti, per il loro controllo esecutivo». Terminata l’elaborazione dei
meccanismi tecnici ed operativi, nell’aprile del 1974 furono finalmente attivati gli interventi
diretti (servizi e azioni promozionali) e quelli indiretti (incentivi alle strutture, premi e credito
agevolato)219, mentre, in seguito alla delibera del Cipe del 5 luglio 1979, il progetto fu esteso
sei anni dopo anche all’allevamento di uccelli e di conigli220. Nel complesso si registrò una
buona risposta dei settori produttivi locali, e per l’Abruzzo, in alcuni esercizi, «la maggiore
vivacità di iniziative»221.
Il 6 novembre 1974, il Cipe approvò quattro nuovi progetti speciali, concretamente intra-
presi a partire dal 2 maggio 1975, tra cui uno per l’irrigazione nel Mezzogiorno – progetto
speciale n. 23 – ed un altro (n. 24) per la forestazione a scopi produttivi222. Quest’ultimo inte-
ressava nel complesso una superficie di 75.000 ettari, distribuita sulle aree abruzzese-
campano-molisana, campano-appulo-lucana, calabrese e sarda, e si proponeva di assicurare,
nelle zone collinari e di montagna, «stabili occasioni di lavoro», oltre ad un «dignitoso livello
di qualificazione professionale», puntando nel contempo a «contenere e possibilmente ridurre
il crescente deficit commerciale nel settore del legno, specialmente di quello da destinare
all’industria della cellulosa e della carta»223. Sulla base di questo progetto, al 1980, in Abruz-

te fornite alla Cassa da una apposita Commissione consultiva di esperti, e che si erano concretizzate in un rap-
porto generale e in più specifici rapporti di settore.
218
Ivi (anche per le altre citazioni che seguono).
219
ID., Bilancio 1975. Relazione, Roma, 1976, p. 37: «Dopo un primo periodo di “riflessione” degli operatori,
che si è protratto fino a tutto il 1974 per i noti squilibri fra costi e ricavi che hanno caratterizzato il comparto
zootecnico, il 1975 ha registrato – sulla spinta di una più favorevole prospettiva di mercato – una consistente ri-
sposta agli incentivi del progetto».
220
ID., Bilancio 1980. Relazione, Roma, 1981, p. 44.
221
ID., Bilancio 1979. Relazione, Roma, 1980, p. 42.
222
Ibid., p. 21. Per lo sviluppo dell’agricoltura fu anche deliberato, già dal 1972, il progetto speciale n. 11, «Svi-
luppo della agrumicoltura nelle regioni Sisilia, Calabria e Basilicata». I comparti produttivi foraggero-zootecnico
ed agrumario, che nel Mezzogiorno erano strettamente dipendenti dalla irrigazione, trovavano a loro volta sup-
porto nei progetti speciali “carne” ed “agrumi”. L’insieme di questi tre progetti - irrigazione, carne ed agrumi -
veniva in tal modo a configurare «uno degli esempi più interessanti di integrazione tra progetti speciali per infra-
strutture e progetti speciali di incentivazione».
223
Ibid., p. 39. Il progetto - viene chiarito sempre nella Relazione al bilancio 1979 - si fondava in primo luogo
su un sistema di incentivazione articolato sulla contemporanea utilizzazione di tre strumenti: 1) contributo in
conto capitale nella misura del 75% della spesa ritenuta ammissibile, 2) sostegno creditizio per la parte di spesa
ammessa non coperta da contributo, attraverso la concessione di mutui a tasso agevolato di durata pari o prossi-
81

zo 109.000 ettari di terreno furono oggetto di rimboschimento, su una superficie totale benefi-
ciata, in tutto il Mezzogiorno, di 13 milioni e 237 mila ettari224.
L’altro progetto speciale attivato nel 1974, il numero 23, costituì la parte più importante
dell’intervento straordinario nell’agricoltura in questo periodo: aveva l’obiettivo di provvede-
re all’irrigazione, «a breve termine», di circa 160.000 ettari, di cui 5.000 in Abruzzo, tutti
compresi nel bacino del Vomano, e «a medio termine», di altri 320.000 ettari, dei quali
13.000 in Abruzzo e nel bacino del Tronto225. Nella seconda metà del 1977 furono approvati i
primi piani esecutivi, che riguardavano, nella regione qui considerata, prevalentemente le zo-
ne interne: oltre al terzo lotto di lavori nei territori interessati dalla diga di Penne sul fiume
Tavo, per 1.525 ettari, vennero infatti finanziate l’irrigazione di 3.947 ettari nel bacino del
fiume Sagittario e quella di 730 ettari nei comuni di Pacentro e di Sulmona collegati al canale
Corfinio, nonché opere di distribuzione nella valle del Tirino e nella bassa valle aquilana
dell’Aterno, per complessivi 652 ettari226. Nel 1978 - si legge nella Relazione al bilancio di
quell’anno227 - i «finanziamenti di maggior rilievo» interessarono proprio la regione Abruz-
zo, con oltre 14.000 ettari, riguardanti soprattutto la parte terminale delle valli del Foro (1.100
ettari), dell’Osento (1.700), del Sangro (770), del Pescara (un migliaio di ettari), del Saline
(150), del Vomano (5.000), e le conche intermontane di Sulmona (un migliaio di ettari),
dell’Aquila-Aterno (oltre 3.000 ettari) e del Tirino (300).
L’anno successivo furono approntate prevalentemente opere di sistemazione idraulica, la
cui messa a punto era ritenuta «indispensabile nel passaggio dalla agricoltura asciutta a quella
irrigua», con particolare riguardo alle valli del Tordino (provincia di Teramo), del Pescara,
dell’Osento, del Foro e del Trigno228. Nel 1980 l’intervento più importante fu l’irrigazione di
3.500 ettari ancora nel bacino del Tordino, utilizzando le acque di scarico della centrale Enel
di Villa Vomano229.
Negli ultimi anni di attività della Cassa le linee operative, specie nel campo
dell’irrigazione230, vennero ulteriormente ridefinite ed ampliate. Di conseguenza nel 1981 fu
avviata in Abruzzo la costruzione dell’impianto irriguo a pioggia in sinistra del Sangro: im-
pianto che riguardava una superficie di 1.100 ettari, mentre un’area all’incirca equivalente fu
interessata dagli ultimi lavori, nel 1982 (250 ettari) e nel 1983 (900 ettari)231. Nel complesso
la regione qui considerata risulta piuttosto favorita dal programma per l’irrigazione, anche al
di là di quanto originariamente previsto. Le zone che maggiormente ne beneficiarono furono
ancora una volta quelle più settentrionali e già maggiormente sviluppate, in particolare la pro-

ma a quella del ciclo produttivo delle piantagioni; 3) anticipazione a tasso agevolato dell’ammontare del contri-
buto in corrispondenza del flusso di spesa avviata dagli imprenditori.
224
ID., Bilancio 1980, cit., p. 45.
225
Ibid., p. 36.
226
ID., Bilancio 1977. Relazione, Roma, 1978, p. 44.
227
ID., Bilancio 1978. Relazione, Roma, 1979, p. 40.
228
ID., Bilancio 1979, cit., p. 43.
229
ID., Bilancio 1980, cit., p. 43.
230
ID., Bilancio 1981. Relazione, Roma, 1982, p. 50: «Per lo sviluppo della irrigazione nel Mezzogiorno
l’intervento nell’esercizio è stato caratterizzato da una intensa attività di studi che si è tradotta nella presentazio-
ne al Ministro per il Mezzogiorno, nei primi mesi del 1981, del nuovo elaborato tecnico-progettuale nonché, sul-
la base delle indicazioni di quest’ultimo, nell’avvio di un complesso di progettazioni per un ammontare di oltre 8
miliardi».
231
ID., Bilancio 1982. Relazione, Roma, 1983, p. 55; ID., Bilancio 1983. Relazione, Roma, 1984, p. 57.
82

vincia di Teramo, pur se in un quadro, rispetto agli anni sessanta, di generale spostamento de-
gli interventi dalle aree costiere e vallive a quelle dell’interno.
Il 2 maggio 1975 erano stati deliberati altri quattro progetti, fra cui il n. 29, «Utilizzazione
intersettoriale degli schemi idrici del Lazio Meridionale, Tronto, Abruzzo, Molise e Campa-
nia». L’inserimento delle diverse zone in un disegno unitario traeva origine dalla constatazio-
ne delle strette correlazioni esistenti tra i vari bacini, e, quindi, dalla necessità di affrontare il
tema dell’utilizzo coordinato delle risorse in una visione unica, che tenesse conto, da un lato,
«delle situazioni idrografiche attuali» e, dall’altro, «delle fondamentali esigenze di ciascuna
delle regioni interessate»232. In sostanza, l’obiettivo era quello di raccordare i tempi e i modi
di realizzazione del progetto speciale per l’irrigazione del Mezzogiorno con le complessive
esigenze di fabbisogno idrico-potabile e con eventuali possibilità di impiego idroelettrico. Nel
1977 furono finanziati i lavori per il raddoppio dell’acquedotto del Verde e i nuovi acquedotti
del Giardino, del Gizio e del Ruzzo, nel 1978 quelli del Tavo, di Avello, di Capovallone, e la
captazione e adduzione delle acque provenienti dal traforo autostradale del Gran Sasso, men-
tre nel 1979 venne approvato il progetto per la realizzazione della diga sul fiume Fino, nel
comune di Bisenti, la cui capacità, sommandosi a quella di Chiauci sul Trigno, avrebbe rag-
giunto i 58 milioni di metri cubi. Negli ultimi anni ci si dedicò ad un’importante opera di con-
solidamento e di valorizzazione dei vari sistemi acquedottistici impiantati, con l’aggiunta di
alcuni studi, svolti prevalentemente nel 1982. Ma degli acquedotti ci occuperemo specifica-
mente in seguito.
Per ora vale la pena rilevare che, relativamente ai progetti speciali, il trattamento riservato
all’Abruzzo da parte della Casmez non sembra di particolare favore. Al 31 dicembre 1975, ad
esempio, la somma impegnata per questa regione in tale settore fu di 1.341 milioni di lire, su
un totale di 1.353.461 milioni, e la somma spesa di 660 milioni, su un complesso di 200.926
milioni233. Con il tempo queste quote crescono. Ma poi ad un certo punto (a parte forse lo
specifico settore dell’irrigazione) sembra che esse vadano progressivamente riducendosi: dei
fondi concessi all’insieme del Mezzogiorno per i progetti speciali, infatti, all’Abruzzo risulta-
no finiti meno del 6% nel 1977 e solo il 3,3% nel 1981234. Evidentemente, nella programma-
zione degli interventi in una visione più organica e generale del Sud d’Italia, il peso specifico
di questo particolare ‘segmento’ tendeva a diminuire.

232
ID., Bilancio 1975, cit., p. 34.
233
SVIMEZ, Un quarto di secolo, cit., pp. 898-901, tav. 281.
234
P. VITTE, op. cit., p. 309.
83

2.5. Per un consuntivo di settore

All’indomani del secondo conflitto mondiale l’agricoltura in Abruzzo era il settore larga-
mente predominante. Ai suoi altissimi valori, come abbiamo già visto, in termini di occupa-
zione e di attività, corrispondeva un suo peso molto meno rilevante, per quanto sempre consi-
stente, nella formazione della ricchezza regionale. E già questa era una prova di scarsa produt-
tività ed arretratezza. Si trattava in genere di un’agricoltura molto povera. A dominare larga-
mente la geografia dell’Abruzzo, come già si è avuto modo di dire, sono la montagna (quasi
2/3 del totale) e l’alta collina interna, che rendono la conformazione del paesaggio agrario
particolarmente aspra e accidentata, e quindi assai poco confacente allo sviluppo delle attività
rurali. Alla varietà e frammentazione della superficie territoriale faceva riscontro un accentua-
to frazionamento della proprietà terriera (e quindi anche delle aziende).
Stando ai dati dell’inchiesta condotta dall’Inea nel dopoguerra sulla distribuzione della
proprietà terriera235, risulta che in Abruzzo oltre il 96% dei possedimenti (92 e 93% rispetti-
vamente la media meridionale e quella nazionale) era inferiore ai 5 ettari, mentre la loro su-
perficie ammontava al 36,4% del totale regionale. Quelli poi fino a mezzo ettaro - i classici
«fazzoletti di terra» - raggiungevano da soli il 58,6% dei possedimenti (55 la media meridio-
nale e 53,8 quella nazionale), mentre la loro superficie sfiorava appena il 5,6%. Si trattava di
‘aziende’, evidentemente, del tutto insufficienti a mantenere una famiglia, anche se per assur-
do - veniva notato qualche anno dopo236 - vi si avesse potuto coltivare non stentati cereali,
come si faceva normalmente, ma ricchissimi fiori come in Liguria. I microfondi variabili da
0,5 fino a 2 ettari - limite entro cui di norma si parla di ‘polverizzazione’ - corrispondevano a
loro volta al 28,7%, mentre la relativa superficie non raggiungeva il 16%; i titolari delle ‘parti-
te’ da 2 a 5 ettari - sempre nella categoria delle proprietà ‘piccolissime’ - erano l’8,9%, men-
tre disponevano del 14,8% del suolo agrario. Anche le proprietà normalmente definite ‘picco-
le’ - quelle da 5 a 10 ettari - rappresentavano una discreta presenza: il 2,4% di numero e qua-
si il 9% di superficie.
Per ragioni ambientali e di ordinamento agrario esisteva dunque una forte sproporzione tra
le potenzialità del settore primario e la quantità di popolazione che da esso traeva sostenta-
mento. Giudicare le politiche di modernizzazione dell’agricoltura esclusivamente in termini
occupazionali, in contesti in cui essa è ancora l’attività dominante, è del tutto fuorviante: qua-
lora la produzione rimanga invariata o sia in crescita, l’espulsione di manodopera, per quanto
spesso umanamente dolorosa, è anzi indice di un aumento dell’efficienza, ovvero della pro-
duttività.

235
INEA, La distribuzione della proprietà fondiaria in Italia, vol. VIII, Abruzzo e Molise, Roma, 1947, tav. I, pp.
10-11, per tutti i dati che seguono da questa fonte. Cfr. anche CAMERA DEI DEPUTATI, Atti della Commissione
parlamentare d’inchiesta sulla miseria, cit., p. 104.
236
F. FERRERO, L’Abruzzo-Molise, cit., pp. 7-8. Una ricognizione dettagliata sulla distribuzione della proprie-
tà,con particolare riguardo alla montagna aquilana, è fornita da P. VITTE, op. cit., pp. 159-70.
84

Divenne pertanto inevitabile un processo di sfoltimento della forza-lavoro, la cui principale


valvola di sfogo, per l’impossibilità di assorbimento delle eccedenze da parte degli altri setto-
ri, fu l’emigrazione, come abbiamo visto. Sul tracollo degli attivi agricoli tra i censimenti de-
mografici del 1951 e del 1961 ci siamo già soffermati. Ma il fenomeno continua anche negli
anni successivi, con una intensità molto superiore a quanto prevedeva la stessa Casmez, la
quale nel Programma quinquennale del 1965 riteneva che nell’arco di un quindicennio il va-
lore della Produzione lorda vendibile (Plv) regionale (a prezzi del 1963), assumendone pru-
denzialmente un tasso di sviluppo annuo intorno al 2-2,5%, si sarebbe potuta attestare sui
170-180 miliardi, «consentendo ad un livello medio di remunerazione del lavoro dipendente,
indipendente ed associato di circa 1-1,2 milioni, l’occupazione di 90-100.000 unità»237. Nel
1969, secondo i dati raccolti da Paci e Saba, gli occupati nell’agricoltura abruzzese ammonta-
no a 177.000, mentre nel 1951 erano 320.000 e nel 1960 ancora 234.000: in meno di venti an-
ni un crollo di oltre il 55%238. Negli anni seguenti la ‘fuga’ continua ancora impetuosa: se
prendiamo i dati ufficiali dell’Istat239, vediamo che gli attivi in condizione professionale nel
settore primario scendono da 106.215 nel 1971 (27,60% dei complessivi attivi regionali) a
58.602 nel 1981 (14,43% degli attivi regionali) e a 41.682 (9,20%) dieci anni dopo.
Ma l’esodo dal mondo rurale rispondeva a logiche diverse, ed anzi contrapposte, a seconda
delle realtà socio-economiche che lo producevano: nelle aree montane e alto-collinari
l’abbandono era determinato dalla scarsità naturale delle risorse, e quindi dall’impossibilità
che l’agricoltura potesse svilupparsi; nelle aree costiere e vallive, invece, ad espellere forza-
lavoro, come accennato, erano proprio i processi di modernizzazione e di sviluppo. Questa
accentuazione degli squilibri, dovuta alle diverse potenzialità di crescita (da una parte il decli-
no delle attività agricole e dall’altra un miglioramento in ogni settore) appare evidente anche
dai mutamenti nella distribuzione degli abitanti sul territorio regionale. Com’è stato eviden-
ziato da studiosi del Cresa, tra il 1951 ed il 1975 il peso demografico dei centri fino a 5.000
abitanti diminuisce dal 43 al 36% e quello dei comuni fino a 20.000 abitanti dal 31 al 24%; un
calo analogo si registra per le zone altimetriche meno favorite: così la «montagna interna» tra
il 1951 e il 1971 perde 123.000 abitanti (pari al 23% del totale) e la «collina interna» 52.000
abitanti (pari al 20% del totale)240.
Ciò che emerge dalla ricognizione che abbiamo fatto dell’intervento straordinario in agri-
coltura è che l’azione della Casmez non ha ostacolato affatto questo processo dualistico, ma
anzi lo ha accentuato. Da questo punto di vista, appare criticabile la decisione presa nel 1965
di concentrarsi sulle zone irrigue e di valorizzazione connesse, ‘abbandonando’ le aree più
depresse dell’interno, per le quali venivano ormai eseguite solamente ‘opere’ di natura assi-
stenziale, con la sola eccezione della sistemazione idraulica della Piana dei Quarti (che co-

237
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma quinquennale, cit., p. 379. In base alle medie degli ultimi anni cal-
colati, si riteneva che la dimensione percentuale dei redditi di lavoro dipendente, indipendente ed associato si
aggirasse infatti intorno al 50-60% del valore della produzione lorda vendibile.
238
R. PACI e A. SABA, op. cit.
239
Quelli sulla popolazione attiva, tanto assoluti che percentuali nella ripartizione per settore, dal censimento del
1961 a quello del 1991, sono riportati in ISTAT, 13° Censimento generale della popolazione e delle abitazioni,
Roma, 1993-94, fascc. 66 (L’Aquila), 67 (Teramo), 68 (Pescara), 69 (Chieti). Fino al 1961 venivano considerati
‘attivi’ gli individui da 10 anni in poi, invece dal 1971 l’età viene spostata a 14 anni, per cui tra i due censimenti
i dati non sono comparabili, se non forse percentualmente: le persone impiegate in agricoltura scendono in A-
bruzzo dal 41,53% del totale degli attivi regionali nel 1961 al 27,60% nel 1971.
240
S. FIOCCO, Gli squilibri territoriali dell’Abruzzo, in F. SALVATORI (a cura di), Abruzzo. La geografia di uno
sviluppo regionale, Libreria dell’Università Editrice, Pescara, 1988, p. 108
85

munque era un’opera di completamento). Fin dall’inizio l’intervento straordinario in agricol-


tura aveva mostrato il massimo di impegno ed efficacia nella zona collinare e valliva del Pe-
scarese, che era anche l’unica in Abruzzo a dare segni di crescita già dagli anni cinquanta241,
quando nel resto della regione era tutto in declino. Un analogo bilancio positivo va tracciato
per il bacino del basso Tronto, mentre per il Sangro e Aventino i lavori seguirono un anda-
mento più altalenante; per contro, ancora nel 1971 non era stato realizzato nessuno schema ir-
riguo nel Comprensorio di bonifica integrale del Trigno e Sinello, con un ritardo, a causa
dell’impreparazione del contesto, che finì col riflettersi anche sugli incentivi ad opere private
di miglioramento fondiario.
Abbiamo visto (2.1) come proprio nel settore dei sostegni alle trasformazioni agrarie
d’iniziativa privata l’Abruzzo già nel primo decennio di attività della Casmez potesse vantare,
sia per quantità di finanziamenti che per mole di occupazione indotta, un trattamento gene-
ralmente superiore a quello riservato alle altre regioni. Lo confermano anche i dati successivi.
Per il complesso degli incentivi all’agricoltura abruzzese al 31 dicembre 1975 si aveva la se-
guente situazione: 80.219 milioni di lire gli impegni assunti e 70.197 le spese effettuate242. La
prima cifra corrispondeva al 14,49% del totale meridionale (553.443 milioni di lire); la se-
conda al 18,35% del totale del Sud Italia (382.557 milioni di lire). Ancora una volta, dunque,
nel settore primario emergeva un netto protagonismo dell’imprenditoria privata, la quale sa-
peva far ricorso ai sostegni dell’intervento straordinario in misura notevolmente superiore alla
media delle regioni meridionali.
Ma le forze imprenditoriali che utilizzavano il sostegno e le risorse dell’intervento straor-
dinario erano concentrate, evidentemente, soprattutto nelle aree geograficamente ed economi-
camente più favorite ai fini delle trasformazioni agrarie. Lo rilevavano gli stessi tecnici della
Cassa. Nel primo rapporto sulla situazione irrigua del 1960, ad esempio, riguardo al Com-
prensorio di bonifica del Destra Pescara, essi notavano come gli agricoltori locali (siamo in
Val Pescara), relativamente all’attività di miglioramento fondiario, dessero prova di «un vivo
spirito di iniziativa»243. C’è anche da dire che la stessa Casmez contribuiva non poco al mi-
glioramento del «fattore umano» con l’assistenza tecnica che, tramite appositi Uffici o Nuclei
di assistenza tecnica istituiti presso i Comprensori di bonifica, essa forniva agli agricoltori
«nell’opera di trasformazione degli ordinamenti colturali, nonché in quella di modificazione
delle attrezzature fondiarie connessa alle nuove esigenze irrigue»244.
Naturalmente ad avvantaggiarsi dei sostegni che venivano dall’intervento straordinario in
agricoltura - anche su questo aspetto ci siamo già soffermati (2.1) - fu soprattutto la grande
possidenza agraria - talvolta casati di antica nobiltà (naturalmente gli artefici delle innova-
zioni erano i loro amministratori), o comunque famiglie altolocate di ceto borghese245 - che

241
Era l’area più ricca dell’Abruzzo (attraendo flussi immigratori dalle altre zone dell’Abruzzo), con il reddito
pro-capite, nel 1951, maggiormente elevato: 329.312 lire contro una media regionale di 255.430 (ad una certa
distanza seguiva la collina fra il Tronto e il Pescara); col tempo il distacco si sarebbe accentuato: nel 1956, ad
esempio, il reddito pro-capite della Val Pescara era salito a 482.017 lire e quello medio regionale a 366.419 (C.
FELICE, Da «obliosa contrada» a laboratorio per l’Europa, cit., p. 414).
242
SVIMEZ, Un quarto di secolo, cit., pp. 898-901, tav. 281.
243
T. ROSSATI - F. RAVELLI, op. cit., p. 47.
244
Ibid., p. 49.
245
Una rassegna di grosse proprietà di questo genere, presentate come «aziende d’avanguardia», con riferimento
soprattutto al Vastese, si trova in CAMERA DI COMMERCIO, INDUSTRIA, ARTIGIANATO E AGRICOLTURA - CHIETI,
L’economia della provincia di Chieti, cit. Ma vari esempi si trovano anche sfogliando «L’Agricoltore Chietino»,
86

approfittava dell’occasione per riconvertire le proprie ‘imprese’ dal tradizionale indirizzo ce-
realicolo-zootecnico di tipo estensivo ad un’agricoltura che andava assumendo sempre più i
caratteri della specializzazione viti-olivicola, oppure orto-frutticola. Ne conseguiva non sol-
tanto, come già detto, un’accentuazione del dualismo tra fasce costiere e vallive da una parte e
zone montane dell’interno dall’altra, ma anche un maggiore distanziamento ‘di classe’, se così
si può dire, tra la grande proprietà terriera, che riusciva a valorizzare ulteriormente le proprie
tenute, e i piccoli contadini, che invece sempre più si vedevano sospinti ai margini del proces-
so di modernizzazione.
Questa azione sbilanciata in favore delle zone già in partenza avvantaggiate (oltre che dei
settori della proprietà fondiaria già economicamente più solidi) permane anche con il passag-
gio alle regioni, nei primi anni settanta, di una serie di competenze, anche in materia di inter-
vento straordinario, che prima erano del potere centrale. Abbiamo anzi osservato (2.4) come
la regione Abruzzo mostri una particolare forza nel farsi valere, ottenendo alla fine più risorse
delle altre. Ma alle aree dell’interno montano giunge ben poco: nel 1981, per esempio, la pro-
vincia dell’Aquila, la quale copre quasi la metà (tutta montagnosa) della superficie regionale,
con una popolazione che allora corrispondeva al 24% di quella abruzzese, ottenne solo il 20%
circa di ciò che la Cassa, per vari canali, erogò alla regione per il settore agricolo246. Nella
grandissima maggioranza (90% circa) si trattava di finanziamenti destinati alle infrastrutture
idrauliche e per il resto ad opere di rimboschimento e di conservazione dei suoli.
Anche nell’attuazione dei progetti speciali, specialmente il n. 23 relativo al programma
d’irrigazione, le zone che in Abruzzo (nel suo complesso ancora una volta favorito) risultano
maggiormente beneficiate sono ancora una volta - lo abbiamo visto nel paragrafo precedente
- quelle più settentrionali e già sviluppate, in particolare la provincia di Teramo, pur se in un
quadro, rispetto agli anni sessanta, di generale spostamento degli interventi dalle aree costiere
e vallive a quelle dell’interno.
Da queste osservazioni si possono trarre due diverse conclusioni: da un lato che l’azione
della Cassa poté contribuire positivamente allo sviluppo dei comprensori che ne beneficiaro-
no, se bene impostata e inserita in un contesto di relativo maggiore dinamismo dell’industria
e/o dei servizi; dall’altro che la stessa azione si concentrò in quei territori che già in partenza
erano più avvantaggiati (anche dal punto di vista agricolo), con il risultato di aumentare gli
squilibri, e di conseguenza anche i fenomeni di esodo da altre aree meno avvantaggiate. In tal
modo l’ente finiva col sostenere chi già stava avanti, accentuando il distacco tra grande e pic-
cola possidenza agraria, tra zone più progredite e zone che, per le scarse suscettività ambien-
tali, erano destinate al declino.
E tuttavia, soprattutto nei territori vallivi e basso-collinari i miglioramenti erano ben visibi-
li, spesso estesi anche al campo della trasformazione e commercializzazione dei prodotti della
terra, e in grado di trainare l’intero comparto regionale. Già nel quindicennio 1951-1965, la
Plv dell’agricoltura abruzzese aveva fatto registrare un tasso di incremento medio annuo di
circa il 3,3%, passando, a prezzi del 1963, da 83,4 miliardi (media 1951-’53) a 128,6 miliardi
(media 1964-’66)247. E questo nonostante il numero di attivi nel settore fosse nel frattempo
diminuito nella misura che abbiamo detto. Se ne deduce che l’aumento di capacità produttiva
è stato dovuto principalmente al miglioramento delle tecniche, come confermato dalle statisti-

un periodico edito negli anni cinquanta dall’Associazione Provinciale degli Agricoltori di Chieti, come pure nel-
le analoghe pubblicazioni delle altre province.
246
P. VITTE, op. cit., pp. 309-310.
247
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma quinquennale, cit., p. 379.
87

che, che evidenziano una costante crescita della meccanizzazione e dell’uso di concimi e pro-
dotti antiparassitari248.
Se nel 1951 il valore della Plv abruzzese, calcolato per ettaro di superficie agraria, corri-
spondeva a circa il 71% della media nazionale, nel 1961 esso era salito, se pur di poco, a qua-
si il 74% (96,6% della media meridionale). Ma, per completare l’analisi, può essere utile con-
frontarsi anche con altri dati, disponibili a partire dal 1960, che ci mostrano il valore aggiunto
prodotto dall’agricoltura, sia per l’Abruzzo che per il complesso delle regioni meridionali, in
assoluto e in percentuale del Pil.

TAB. 2.8. Valore aggiunto prodotto in agricoltura (Vaag), per l’Abruzzo e per le regioni meridio-
nali, dal 1960 al 1969, in assoluto e in percentuale sul prodotto interno lordo, a prezzi
del 1985, in miliardi
Anni Abruzzo Regioni meridionali
Val. agg. Variazione Quota del Variazione Val. agg. Variazione Quota del Variazione
in agric. annua Pil annua in agric. annua Pil annua
1960 723 14,86 10.031 14,39
1961 888 +22,85% 16,02 +7,81% 12.285 +22,47% 15,81 +9,87%
1962 858 -3,33% 14,74 -7,99% 12.212 -0,59% 14,81 -6,32%
1963 931 +8,45% 16,09 +9,16% 13.515 +10,67% 15,30 +3,31%
1964 898 -3,57% 15,45 -3,98% 11.954 -11,54% 13,27 -13,27%
1965 870 -3,08% 14,25 -7,77% 12.978 +8,56% 13,51 +1,81%
1966 883 +1,54% 13,83 -2,95% 12.894 -0,65% 12,72 -5,85%
1967 1.014 +14,78% 14,47 +4,63% 15.661 +21,47% 14,09 +10,77%
1968 908 -10,42% 12,03 -16,86% 14.404 -8,03% 12,29 -12,77%
1969 1.042 +14,70% 12,39 +2,99% 16.118 +11,90% 12,71 +3,42%
Media 901 +4,66% 14,41 -1,66% 13.205 +6,03% 13,89 -1,00%
Fonte: R. PACI e A. SABA, op. cit.

La crescita del Vaag è alquanto discontinua: l’inizio del periodo, che corrisponde alla fase
finale del programma dodecennale, ci mostra una situazione di forte espansione, con un in-
cremento tra il 1960 e il 1961 di oltre il 22%, sia in Abruzzo che in tutto il Sud, cui corrispon-
de anche una crescita netta in rapporto al Pil. In seguito l’andamento si fa più altalenante:
complessivamente gli anni tra il 1962 e il 1965 mostrano, per l’Abruzzo, un lieve regresso,
per l’insieme delle regioni meridionali un certo aumento, che comunque, in quattro anni, è
meno di un terzo di quello verificatosi nel solo 1961. La fase coincidente con il programma
quinquennale presenta più decisi miglioramenti, con l’eccezione del 1968, per entrambe le
circoscrizioni - Abruzzo e Mezzogiorno - molto negativo. In generale, nel primo caso ci si
attesta su un tasso annuo di incremento del Vaag che è un po’ inferiore a quello medio del
Sud, 4,66% contro 6,03%. In rapporto al Pil, pur essendo la diminuzione dell’agricoltura lie-
vemente maggiore, l’Abruzzo presenta valori sostanzialmente equivalenti a quelli della media
meridionale, al limite appena leggermente superiori. Ciò vuole dire che nella regione da noi
trattata gli altri settori si sviluppano in questi anni relativamente meno, pur se non di molto; il
che può essere un ulteriore dato che rafforza quanto detto in precedenza. In media, il valore
pro-capite annuo è comunque maggiore in Abruzzo: 748 lire, a fronte delle 704 di tutto il Me-
ridione, a conferma del buon sviluppo delle aree vallive più settentrionali.
In ogni caso il settore primario, seppure tra squilibri e contraddizioni persistenti, ma certa-
mente trainato con forza dalle zone caratterizzate da un accentuato dinamismo, si sviluppa an-

248
Ivi.
88

che complessivamente. E’ vero che il valore della Plv in Abruzzo continua a restare inferiore
alla media nazionale e meridionale: dopo il lieve avanzamento, come s’è visto, del periodo
1951-1961, tende anzi a perdere quota negli anni seguenti, scendendo nel 1971 all’86,4% del-
la media meridionale e al 71,1% della media nazionale (nel 1975, rispettivamente, all’83,9% e
al 69,6%)249. Nel periodo tra il censimento dell'agricoltura svoltosi nel 1970 e quello del 1982
scompare in Abruzzo oltre il 14% delle ‘imprese’ (la media italiana fu del 9%), il 6,5% della
superficie aziendale e l’8% di quella totale utilizzata. Più che altrove sembravano aumentare
le distanze tra reddito agricolo e altri settori: mentre il tasso medio annuo d’incremento del Pil
regionale marciava al 4%, quello specifico dell’agricoltura si fermava al 2,4%. Per il Cresa,
dal quale sono riprese queste stime250, si trattava di segnali che dimostravano l’«ulteriore af-
fondamento» del comparto.
Ma occorre considerare che nel settore primario la difficoltà dell’Abruzzo ad allinearsi, nel
corso degli anni sessanta e settanta, sui livelli medi di crescita dell’Italia dipendeva dai ben
più consistenti progressi compiuti contemporaneamente dalle regioni agricole maggiormente
avanzate (nel Sud soprattutto Campania e Puglia). E comunque poi negli anni successivi
l’Abruzzo riesce, almeno in parte, a recuperare: quanto a Plv per ettaro di superficie agraria
utilizzata, già nel 1982, per esempio, lo troviamo attestato su un livello (2.720.000 lire) note-
volmente superiore alla media meridionale (2.315.000 lire), anche se sempre inferiore a quella
nazionale (3.543.000 lire)251. Ma già nel decennio precedente, accanto ai dati parzialmente
negativi di cui s’è detto, troviamo altri di segno opposto. Tra il 1970 e il 1981 il reddito per
ettaro di superficie agraria, ad esempio, era salito in Abruzzo dall’82,1 all’88,7% di quello
medio italiano (il Sud passava dall’88,2 al 90,1%). Lo stesso reddito per addetto, pur distan-
ziandosi da quelli extragricoli, continuava a guadagnare posizione sulla media nazionale: già
salito di oltre 10 punti percentuali tra il 1961 e il 1971, nel successivo decennio raggiungeva
quasi il livello dell’Italia (da 78,3 a 99,2%), mentre le corrispondenti percentuali del Sud ne
restavano lontane (da 85,5 ad 80%)252.
Ovviamente non tutti gli elementi di debolezza erano superati. Nel 1985, quando la Ca-
smez aveva ormai chiuso i battenti, il contributo dell’agricoltura al valore aggiunto prodotto
nella regione risultava inferiore al 7%, contro l’8,6% del Mezzogiorno e il 4,9% dell’Italia.
Nel 1992 la quota scendeva a poco più del 5%, mentre gli occupati nel settore costituivano il
12% del totale regionale. Da una ricognizione ufficiale compiuta negli anni ’90 dall’Agenzia
Regionale per i Servizi di Sviluppo Agricolo (l’ex Ente fucino), nell’intento di costruire un
atlante del territorio rurale abruzzese, sono emerse condizioni di svantaggio (aree marginali,
aree ricche ma svantaggiate, aree in declino agricolo, aree periferiche ad agricoltura povera)
sul 53% della superficie regionale253. La struttura agricola dell’Abruzzo veniva pertanto giu-
dicata «ancora molto fragile», dato peraltro il suo basso livello di specializzazione produttiva,
quando si pensi che il comparto vitivinicolo, cioè quello più forte ed avanzato, contribuiva al-
la formazione della PLV regionale soltanto per il 10%. Ma comunque nel corso degli anni ot-
249
V. CAO-PINNA, Le regioni del Mezzogiorno. Analisi critica dei progressi realizzati dal 1951 al 1975, il Muli-
no, Bologna, 1979, p. 172.
250
CRESA, L’Agricoltura in Abruzzo, a cura di M. Santucci, L’Aquila, 1984, pp. 5-8.
251
C. BARBERIS e V. SIESTO, Agricoltura e strati sociali, Prefazione di G. Medici, Franco Angeli, Milano, 1986,
p. 30.
252
CRESA, L’Agricoltura in Abruzzo, cit., p. 9.
253
REGIONE ABRUZZO - AGENZIA REGIONALE PER I SERVIZI DI SVILUPPO AGRICOLO, Atlante del territorio abruz-
zese. Determinazione della geografia dello svantaggio nella regione Abruzzo, Avezzano, 1997, pp. 21-22, anche
per le citazioni che seguono e i dati sulla Plv e l’occupazione
89

tanta, quando peraltro il cammino di convergenza dell’economia abruzzese sembra rallentare


(v. parr. 1.4 e 6.3), ormai il processo di crescita del settore, stando all’incremento del valore
aggiunto agricolo, si era messo «sostanzialmente in linea» con quello registratosi a livello na-
zionale.
La Cassa per il Mezzogiorno ha funzionato - per dirla con espressioni del dibattito odierno
sul mercato del lavoro - da potente ammortizzatore sociale. Proprio quando, nel corso degli
anni cinquanta, il mondo rurale stava attraversando la sua fase di massima disgregazione -
che non a caso in Abruzzo ha registrato i livelli più alti - essa ne ha in qualche modo attenua-
to gli effetti dirompenti sul piano dell’occupazione. Certo, le opere attivate con l’intervento
straordinario hanno assorbito solo una parte, e in genere per un periodo limitato, della forza-
lavoro espulsa dal settore primario. La principale ‘valvola di sfogo’ è stata, com’era già acca-
duto in età giolittina (non a caso anche quella una fase di modernizzazione), l’emigrazione,
questa volta soprattutto verso i paesi europei. Ma anche i cantieri aperti su iniziativa della Ca-
smez, o comunque con il suo sostegno, hanno contribuito ad alleviare disagi e sofferenze.
Un’occasione straordinaria di occupazione operaia tra anni cinquanta e sessanta fu costitui-
ta in Abruzzo dall’inizio dei lavori per la costruzione delle centrali idroelettriche, che in que-
sta parte della penisola, per la presenza delle montagne e di corsi d’acqua adatti allo scopo,
potevano essere impiantate con buoni risultati254, anche per rifornire di energia Napoli e so-
prattutto Roma. Queste attività effettivamente richiamavano grande abbondanza di manodo-
pera. Fu grazie ad esse - ha scritto Benedetto Barberi - che compaiono sulla montagna a-
bruzzese-molisana le prime forme di lavoro salariato, offrendo alle popolazioni che vivevano
delle tradizionali attività agro-pastorali uno stimolo di «risveglio» e di «evasione dalla mise-
ria»255. Anche da parte sindacale in seguito si rivendicherà il merito - una «cosa grande»,
come avrebbe detto lo stesso segretario nazionale della Cgil Giuseppe Di Vittorio - di aver
creato, proprio con le centrali idroelettriche, gli ‘operai’, rompendo in qualche modo i preesi-
stenti equilibri dell’economia e della società256. Indubbiamente, per fette consistenti di popo-
lazione rurale, queste opere rappresentarono una grande opportunità per ‘fuggire’ dalla terra e
mettersi decisamente sulla strada della proletarizzazione industriale: fu un momento, com’è
stato scritto257, di quel processo di ‘deruralizzazione’ che negli anni seguenti assumerà dimen-
sioni ancora maggiori.
Ma alle opere realizzate dai grandi gruppi elettrici in Abruzzo (Terni, Acea, Società Meri-
dionale di Elettricità) erano legate, come in parte abbiamo già visto, anche le iniziative portate
avanti dalla Cassa per il Mezzogiorno. Molti piani d’irrigazione erano definiti dall’ente sulla
base di contratti stipulati con queste società per la captazione delle acque dai bacini e dai salti

254
Questa, per la precisione, la produzione di elettricità (milioni di kwh) in Abruzzo e Molise: 1.918,7 nel 1955,
2.129,7 nel 1956, 2.117,9 nel 1957, 2.056,6 nel 1958, 2.594,1 nel 1959 (SVIMEZ, Un secolo di statistiche italia-
ne, p. 452). In nessun’altra regione del Sud se ne produceva altrettanto. Superavano l’Abruzzo e Molise solo al-
cune regioni alpine: Piemonte, Lombardia, Trentino e Veneto.
255
CAMERA DEI DEPUTATI, Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla miseria, cit., p. 92.
256
AA. VV., Il Piano del Lavoro della Cgil. 1949-1950, Feltrinelli, Milano, 1978, p. 161. Su analoghe posizioni
della Cgil, su questo punto, si collocava anche la Cisl, come emerse tra l’altro nel corso di un convegno tenutosi
nell’aprile 1956 a Roseto degli Abruzzi, di cui si trova documentazione in ACS, MI, Gab., 1953-56, b. 251, fasc.
5071/79. Vale la pena rilevare che nel settore della produzione energetica l’occupazione durante il periodo 1951-
1961 cresce in Abruzzo ad un tasso medio annuo del 6,8% (nel successivo quindicennio scende all’1,9%), il più
alto di tutti i comparti industriali (S. CATTEI, L’industria nelle regioni del Mezzogiorno: l’Abruzzo, in «Studi
Svimez», 1985, n. 4, p. 960).
257
C. FELICE, Da «obliosa contrada» a laboratorio per l’Europa, cit., p. 389.
90

che esse costruivano lungo i fiumi. Il piano d’irrigazione redatto dal Comprensorio di bonifica
delle valli del Sangro e Aventino, per esempio, si basava su un accordo con l’Acea, perfezio-
nato nel gennaio 1959, che prevedeva la derivazione delle acque dalla centrale idroelettrica
costruita alla confluenza dei due fiumi258. Tale accordo disponeva anche la concessione al
Consorzio dell’energia elettrica necessaria per alcuni sollevamenti previsti nello schema irri-
guo. Così pure il piano d’irrigazione in destra del Pescara, che nel 1960 era in via di redazio-
ne, si basava sulla derivazione dell’acqua dalla galleria-canale di carico della centrale idroe-
lettrica del IV salto del fiume che stava costruendo la Società meridionale di elettricità259.
Quindi le attività della Casmez erano strettamente connesse ai grandi lavori portati avanti dai
gruppi elettrici: le occasioni di lavoro salariato extragricolo, in modo diretto o indiretto, erano
insomma sempre il prodotto dell’intervento straordinario. Infine, va ricordato come in Abruz-
zo fosse particolarmente alta l’occupazione operaia prodotta − oltre che da queste iniziative di
bonifica e miglioramento fondiario − anche dalle opere di infrastrutturazione viaria e dalle
trasformazioni agrarie d’iniziativa privata, realizzate o incentivate dalla Casmez.

258
T. ROSSATI - F. RAVELLI, op. cit., pp. 51-52.
259
Ibid., p. 47.
91

Capitolo terzo
LE INFRASTRUTTURE VIARIE

3.1. I ‘rivolgimenti’ nel sistema delle comunicazioni (1950-1965): razionalità economica,


esigenze sociali e ragioni di consenso

I primi anni di intervento straordinario si contraddistinsero per un notevole impegno nel


settore delle infrastrutture di trasporto. All’inizio per la viabilità ordinaria vennero stanziati 90
miliardi, di cui 50 destinati alla sistemazione di strade esistenti (provinciali) e 40 alle nuove
costruzioni. Di questi ultimi, escluse per legge le strade statali, 18 miliardi andarono alle stra-
de provinciali e 10 a quelle comunali; i restanti 12 miliardi furono assegnati alle strade «di
particolare interesse economico». Successivamente, elevata nel 1952 la dotazione finanziaria
della Cassa a 1.280 miliardi, i fondi per la viabilità ordinaria salirono a 115 miliardi, di cui
58,6 per le nuove costruzioni e 56,4 per le sistemazioni. Con il rifinanziamento del 1957 que-
ste somme sarebbero poi state ulteriormente elevate. Nella loro ripartizione l’Abruzzo e il
Molise, a quel tempo unica regione, ottennero certamente un trattamento di riguardo. Al 30
giugno 1957, su un totale dei pagamenti di oltre 58 miliardi e 300 milioni, più di 10 miliardi e
500 milioni qui risultavano destinati alla costruzione e sistemazione di strade: quasi il doppio,
in proporzione, di quanto concesso al resto del Mezzogiorno260. Nel periodo tra il 1957 e il
1965, la quota relativa dell’Abruzzo e Molise comincia a diminuire: su circa 120 miliardi e
647 milioni erogati, 13 miliardi e 617 milioni finirono alla viabilità, con un distacco sulle altre
regioni del Sud che, pur permanendo, si stava facendo meno marcato261.
In generale, com’è stato giustamente rilevato262, la conformazione prevalentemente mon-
tuosa di un territorio e il carattere piuttosto diffuso degli insediamenti abitativi rendono il con-
sueto indice di densità stradale per chilometro quadrato scarsamente efficace nel rappresentare
la consistenza pratica di una rete viaria. In Abruzzo e Molise, dove gli alti rilievi sono predo-
minanti, questa rapporto (in media 0,44 km per kmq nel 1950), per quanto superiore alla me-
dia meridionale (0,35, contro lo 0,76 del Nord), era infatti giudicato insufficiente non solo do-

260
Più nello specifico, i fondi per le sistemazioni furono 7 miliardi e 62 milioni, quelli per le nuove realizzazioni
3 miliardi e 494 milioni. Nell’insieme delle regioni meridionali, su un totale di pagamenti di 564 miliardi e 969
milioni, 37 miliardi e 296 milioni andarono alla sistemazione di strade, 23 miliardi e 633 milioni alle nuove co-
struzioni; CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1956-’57. Allegati, cit., pp. 68-69, 486-487, 628-629.
261
In particolare, in Abruzzo e Molise 5 miliardi e 111 milioni andarono alle sistemazioni e 8 miliardi e 505 mi-
lioni alle nuove realizzazioni. In tutte le regioni meridionali, su un totale dei pagamenti di 855 miliardi e 542 mi-
lioni, 23 miliardi e 847 milioni erano per le sistemazioni e 49 miliardi e 163 milioni per le costruzioni; ID., Bi-
lancio 1964-’65. Allegati, cit., pp. 72-73, 906-907, 1.066-1.067.
262
«[…] se in pianura fra due centri che hanno una certa distanza in linea d’aria – tre chilometri ad esempio – si
può realizzare una strada lunga poco più della detta distanza in linea d’aria, in montagna un dislivello di cinque-
cento metri fra i due centri, comporta una strada che può anche raddoppiare e più la distanza in linea d’aria:
nell’esempio di cui sopra occorrerebbe una strada di almeno sette chilometri. Ciò conduce al fatto che si posso-
no avere, in regione montuosa, sviluppi stradali notevoli che, prendendo come metro le sole quantità, darebbero
densità stradali che potrebbero sembrare sufficienti rispetto alle medie mentre, in realtà, le strade esistenti sono
ancora poche» (G. PALOMBI, Cenni generali sugli interventi e sui maggiori complessi organici realizzati nelle
regioni meridionali, in AA.VV., Cassa per il Mezzogiorno. Dodici anni. 1950-1962, vol. IV. La viabilità, Later-
za, Bari, 1962, p. 203).
92

ve risultava più basso (provincia dell’Aquila, con 0,325 km per kmq), ma anche dove esso ri-
sultava più alto, cioè in provincia di Teramo, con 0,622 km per kmq263. Appariva dunque pie-
namente legittimo, anzi indispensabile, chiedere anzitutto la realizazione di nuove strade, «sia
come allacciamenti di centri, sia come realizzazione di nuovi itinerari tali da creare più rapide
comunicazioni fra le varie zone», in ragione di esigenze di sviluppo «sia sociale che economi-
co»264.
La maggior parte della rete preesistente si presentava peraltro difficilmente percorribile a
causa del suo stretto ricalcare l’andamento, spesso tortuoso, dei vecchi tracciati, nonché della
strettezza della carreggiata e delle sue cattive condizioni. In provincia dell’Aquila quasi tutte
le strade non erano ancora asfaltate, mentre in quella di Pescara esse, per quanto relativamente
ampie, versavano spesso in condizioni tali da non poter essere trafficate per parecchi mesi
all’anno: «sia nei comuni della zona rivierasca che in quelli della zona collinare e montana -
si legge nella citata Relazione del Genio Civile risalente al gennaio 1950 - le centinaia di chi-
lometri di strade esistenti hanno un solo tracciato di terra senza massicciate, senza scoline la-
terali e senza la benché minima inghiaiatura»; di conseguenza, sempre in provincia di Pescara,
interi territori, specie durante il periodo autunnale e invernale, rimanevano «completamente
isolati dai centri abitati, con gravissimo disagio per le popolazioni rurali», e persino nella sta-
gione primaverile-estiva l’accesso ad alcune località si rendeva «quanto mai difficoltoso a
qualsiasi mezzo di locomozione» 265. Ma vi erano anche zone dell’interno in cui gli stessi cen-
tri abitati restavano non di rado del tutto isolati a causa del pessimo stato in cui versava quella
che spesso costituiva l’unica via di comunicazione con i comuni vicini.
Naturalmente sulle rivendicazioni di un bisogno così fondamentale, e soprattutto intorno
alle modalità poi esplicate per soddisfarle, si costruiva anche il consenso politico. La docu-
mentazione del tempo - specie quella delle prefetture - offre ampia testimonianza di quanto
insistenti e continue fossero le richieste di intervento avanzate dagli amministratori locali, e a
volte anche dai parroci, in particolare ai leader nazionali e ai ministri della Democrazia Cri-
stiana. Non mancavano toni che forse oggi possono sembrare eccessivi, ma che certo servono
a rendere l’idea di quale potesse essere a quel tempo l’impatto di certe realizzazioni sulla vita
delle popolazioni. Si prenda - per fare solo qualche esempio - il caso del comune di Scontro-
ne, in provincia dell’Aquila. Chi scrive è il parroco, in una lettera spedita l’8 ottobre 1958 alla
prefettura e il 27 ottobre all’allora ministro dell’Interno Tambroni:

Chiunque arriva in paese esclama: “non ci torno più, qui ci si rimette la macchina ed è in pericolo
pure la pelle”. […] Il paese è privo di qualsiasi benessere e persino delle più elementari necessità,
perciò la strada diventa indispensabile per gli abitanti che sono costretti a scendere ad Alfadena per le
minime spese. Il medico è consorziale e se necessita una visita urgente (il che capita sovente data la
presenza di vari vecchi malati) non può servirsi della propria macchina per i sassi taglienti che forma-
no il fondo stradale266.

La giunta municipale di Pescasseroli – comune originario di Benedetto Croce, in provincia


dell’Aquila – si riunisce il 15 luglio 1957 in presenza del prefetto e, «aprendo gli occhi alla
luce per la prima volta dopo secoli di tenebre», decide di indirizzare un telegramma al mini-

263
Cfr. AA.VV., La Cassa per il Mezzogiorno. Primo quinquennio: 1950-1955, Roma, 1956, p. 385.
264
G. PALOMBI, op. cit., p. 203.
265
ASP, GC, sez. I, S.g., b. 2.
266
ACS, MI, Gab., 1957-’60, b. 59, f. 13.005/1, Aquila, Lavori Pubblici.
93

stro dell’Interno, «auspicandone aiuto et protezione onde inserimento nel mondo civile sia ac-
celerato anche con costruzione ad opera Cassa Mezzogiorno della progettata strada di allac-
ciamento diretto Pescasseroli-Campoli-Sora»267.
Spesso all’origine della richiesta di interventi vi erano anche esigenze di ordine sociale, a
cominciare dal contenimento della disoccupazione, uno dei motivi maggiormente ricorrenti
nelle relazioni prefettizie che dalle province abruzzesi giungevano in quel periodo al Ministe-
ro dell’Interno. Questo il contenuto di un appunto dell’Ufficio di Gabinetto:

Con rapporto del 27 gennaio scorso, n. 399, la Prefettura di Teramo ha segnalato al Ministero
dell’Interno – Gabinetto – la necessità di finanziare i lavori per la realizzazione della variante periferi-
ca al tratto della strada statale n. 80 che attraversa il centro abitato di Montorio al Vomano. […] La re-
alizzazione di tale opera si appalesa ancor più necessaria e urgente stante la grave situazione in cui si è
venuta a trovare la mano d’opera locale a seguito dei licenziamenti effettuati di recente dalla Terni,
talché il fenomeno della disoccupazione presenta aspetti di eccezionale gravità nella zona.

A sua volta, il Ministero dell’Interno inviava la seguente comunicazione al Ministero dei


Lavori Pubblici:

Viene segnalata la necessità di finanziare i lavori per la realizzazione della variante periferica della
strada statale n. 80, diretta a eliminare l’attraversamento dell’abitato del comune di Montorio al Vo-
mano. Per la costruzione di tale opera, che comporterebbe una spesa di circa 100 milioni, sono state
rivolte premure a codesto Dicastero e alla Cassa per il Mezzogiorno dal Prefetto di Teramo, da ultimo
in occasione dei noti recenti licenziamenti delle maestranze occupate nei lavori dei bacini idroelettrici
della Valle del fiume Vomano268.

Il 30 ottobre 1955 si tiene all’Aquila un convegno di locali amministratori democristiani


(circa 400-500 intervenuti), con la partecipazione di un dirigente nazionale. Alla fine viene
approvato il seguente ordine del giorno:

I Sindaci, i Segretari di Sezione, e i Dirigenti Elettorali D.C. della provincia dell’Aquila, riuniti a
Convegno, dopo ampia discussione sui problemi economici e sociali della provincia; constatato il con-
tinuo aumento delle domande di lavoro cui non è possibile venire incontro date le scarse disponibilità
industriali e finanziarie della provincia; rilevata l’insufficienza dei recenti stanziamenti per cantieri di
lavoro e di rimboschimento; sollecitano un pronto deciso intervento della Direzione Centrale, perché
nuovi e cospicui finanziamenti vengano assegnati, tenendo conto altresì delle esigenze di sistemazioni
stradale e montana della nostra zona.

Gli esiti del convegno vengono riportati nella relazione mensile indirizzata al ministro
dell’Interno dal locale prefetto, che di suo precisa ed aggiunge:

Al riguardo ho il pregio di riferire che con ampio rapporto in data 4/5/1955 questa prefettura ha
prospettato alla Cassa per il Mezzogiorno – e, per conoscenza, al Comitato dei Ministri per il Mezzo-
giorno – le esigenze particolari di questa provincia per quanto concerne, fra l’altro, la viabilità, le ope-
re turistiche e le sistemazioni montane, soffermandosi ad illustrare brevemente talune opere la cui at-
tuazione sarebbe più urgente. Lo stesso rapporto concludeva, quindi, col fare voti a che la Cassa:
provvedesse per il finanziamento e l’attuazione delle opere per le quali la Cassa stessa fosse già in
possesso dei necessari elementi istruttori; disponesse di affrontare il completamento delle istruttorie
267
ACS, MI, Gab., 1957-’60, b. 59, f. 13.005/4, Aquila, Lavori Pubblici.
268
ACS, MI, Gab., 1953-’56, b. 97, f. 3.079/1, Teramo, Disoccupazione e Lavori Pubblici.
94

per le pratiche non ancora definite, disponesse eventualmente gli accertamenti e gli studi necessari per
la formulazione di programmi concreti ed organici da attuare con gradualità in futuro e da finanziarsi
dalla Cassa. In relazione a tali prospettate esigenze, che tuttora permangono, un eventuale diretto in-
tervento di codesto On. Ministero presso la Cassa per il Mezzogiorno ed il Comitato dei Ministri per il
Mezzogiorno sarebbe, ad avviso dello scrivente, quanto mai proficuo269.

Del resto, l’importanza di tali possibilità di impiego in termini elettorali era duplice:
all’incremento di consensi per il maggior partito di governo, grazie al sostegno di quanti ne
erano beneficiati, anche solo potenzialmente270, si accompagnava, infatti, l’ostilità di coloro
che ne erano esclusi, con una conseguente crescita delle formazioni di sinistra e, a volte, an-
che problemi di ordine pubblico271. I prefetti, rappresentanti dello Stato in un sistema ammini-
strativo accentrato come quello italiano negli anni cinquanta e sessanta, nelle relazioni indi-
rizzate al Ministero dell’Interno – e, più raramente, in comunicazioni inviate direttamente alla
Cassa per il Mezzogiorno – raccomandavano l’assunzione di provvedimenti che garantissero
innanzitutto un certo livello occupazionale e, quindi, la stabilità socio-politica; a sua volta il
ministro dell’Interno sollecitava l’azione dell’Ente, nei limiti delle disponibilità finanziarie. In
questo modo alla Casmez venivano assegnate ulteriori finalità rispetto a quelle originarie, di
natura extra-economica, in raccordo con quanto già svolto dai canali ordinari, a cominciare da
quelli propri del Ministero dei Lavori Pubblici. Questo accadeva un po’ per tutte le opere
pubbliche, dagli acquedotti alle scuole, alle realizzazioni in agricoltura, come abbiamo già vi-
sto nel caso del Fucino, e non solo per le strade, dove pure il fenomeno era forse maggior-
mente evidente.
Va detto comunque che di solito le motivazioni economiche non erano affatto assenti: ri-
spetto ad esse, anzi, le sollecitazioni d’ordine politico e sociale venivano spesso a svolgere un
ruolo di stimolo e di acceleratore. D’altro canto le risorse dell’ente, pur consistenti, non erano
illimitate. Già nell’ambito dei primi mille miliardi assegnati alla Cassa la quota stanziata in
favore del settore - 90 miliardi - non era certamente sufficiente a placare la «fame di strade»
del Mezzogiorno, «la quale era tale da assorbire, se soddisfatta, gran parte dello stanziamento
complessivo»272. La ristrettezza dei fondi rese pertanto necessaria una razionalizzazione
dell’intervento, «in modo che esso avesse particolare valore e risultato». Si cercò di elaborare
un programma che fissasse scelte e priorità in base alle effettive esigenze di ciascuna zona e
all’importanza economica dei lavori da effettuare, senza trascurare ovviamente l’ammontare

269
ACS, MI, Gab., 1953-’56, b. 79, f. 3.005/7, Aquila, Strade.
270
Un caso eclatante, in proposito, è quello di Fraine, comune dell’alto Vastese in provincia di Chieti con circa
1.200 residenti e 200 disoccupati, in cui, il 19 luglio del 1957 gli oltre 100 iscritti alla sezione locale del Partito
comunista passano in blocco alla Democrazia cristiana, compreso il segretario, il quale chiede addirittura
l’intercessione del parroco per ottenere la tessera; a giudizio del prefetto la spiegazione del fenomeno andava ri-
cercata nella possibilità di trovare lavoro nell’ambito delle opere pubbliche attivate nella zona dalle amministra-
zioni ordinarie e straordinarie (ASC, Pref., Gab., b. 12).
271
Il 15 maggio 1955 il prefetto dell’Aquila - per fare uno dei tanti possibili esempi - spedisce al Ministero
dell’Interno la seguente ‘informativa’: «Il giorno 13 corrente, nelle prime ore del mattino, circa cinquanta operai
disoccupati del comune di Capistrello, si portavano presso il cantiere dell’impresa Altorio Adamo, appaltatrice
della costruenda strada Capistrello-Filettino, sovvenzionata dalla Cassa per il Mezzogiorno, con l’intenzione di
occuparlo, per non essere stati assunti al lavoro. Il tempestivo intervento dei carabinieri faceva desistere i disoc-
cupati dal mettere in atto il loro proposito». (ACS, MI, Gab., 1953-’56, b. 79, f. 3.005/1, Aquila, Disoccupazione
e Lavori Pubblici).
272
P. GRASSINI, L’azione della «Cassa» nel settore della viabilità, in AA.VV., Cassa per il Mezzogiorno. Dodici
anni. 1950-1962, vol. IV. La viabilità, Laterza, Bari, 1962, pp. 13-18, anche per le altre citazioni che seguono.
95

delle spese da sostenere. Quanto all’inserimento in tale programma delle opere da realizzare
ex novo, da parte della Casmez ci fu il massimo impegno affinché «esse avessero importanza
economica: chiusura di maglie troppo estese, penetrazione in zone suscettibili di valorizzazio-
ne, avvicinamento di centri abitati che non [potevano] più lasciarsi al margine della vita civi-
le: e, ovunque possibile, nuove arterie cui [fosse] possibile affidare il compito di modificare
sostanzialmente l’economia locale».
Accanto alla viabilità provinciale e a quella turistica, di carattere più spiccatamente produt-
tivo, venne prevista sin dall’inizio la costruzione di tutta una serie di strade comunali, che ve-
nivano decise in base a criteri in cui era determinante il valore sociale che esse avrebbero po-
tuto assumere, ad esempio, come collegamento di zone abitate altrimenti tagliate fuori dai
traffici; infine, furono inserite alcune opere cosiddette «di particolare interesse economico»,
«la cui importanza era subito apparsa al Servizio Viabilità della Cassa», quali ad esempio, in
Abruzzo, la strada da Cocullo a Carrito fra le conche del Fucino e di Sulmona. Con il rifinan-
ziamento del 29 luglio 1957 si aggiunse la realizzazione di strade «promiscue», per le quali
furono trasferiti fondi dalle bonifiche alla viabilità ordinaria, in quanto la loro utilità «veniva a
trascendere l’interesse locale, così che non era giusto si provvedesse con parte dell’intervento
a carico dei privati»; ma, soprattutto, «determinatosi per legge il programma delle autostrade
e di alcune grandi strade, si rilevò che proprio in quanto si venivano a determinare alcuni iti-
nerari di grande comunicazione, occorreva provvedere a strade agevoli che ponessero in con-
tatto zone interne con tali itinerari o li congiungessero».
Venne quindi redatto un piano di strade definite per le loro caratteristiche «a scorrimento
veloce»: piano che all’inizio riguardava, per l’Abruzzo, esclusivamente il migliore collega-
mento del capoluogo L’Aquila con l’autostrada Adriatica all’altezza di Pescara, attraverso la
valle del Tirino; ma solo nel marzo del 1961 si sarebbe trovata la somma necessaria, che am-
montava, per tutto il Mezzogiorno, a 50 miliardi. Senza contare quest’ultimo tipo di interven-
to, nell’ambito delle nuove costruzioni nella regione qui considerata furono in tutto stanziati,
nei primi quindici anni, 13 miliardi e 236 milioni per la viabilità ordinaria, 500 milioni per
quella promiscua e 5 miliardi e 51 milioni per quella turistica (a valori storici)273.
Non sempre tuttavia gli sforzi di una pianificazione razionale degli interventi ottennero esi-
ti soddisfacenti. Dall’interno dello stesso staff della Cassa si riconosceva che talvolta - per
esempio nella formulazione del programma aggiuntivo 1957 incentrato sulle segnalazioni de-
gli enti locali - non si erano rispettati «criteri di assoluta priorità produttiva», e nemmeno si
era riusciti ad essere, nel volume degli interventi, «così categorici zona per zona»274.
I lavori di sistemazione vennero svolti, in sostanza, per adeguare la viabilità alle nuove esi-
genze della motorizzazione di massa. Ferma restando la competenza dell’amministrazione or-
dinaria sulla rete statale, dove pure si concentrava il traffico maggiore, la Cassa dispose nel
1950 un primo finanziamento, come già detto, di 50 miliardi, poi salito a 56,4 nel 1952 e a
84,5 nel 1961, per interventi sulle strade provinciali, appena seconde in ordine di importanza:
all’Abruzzo e Molise andò la quota relativamente maggiore, 14 miliardi e 562 milioni. I fondi
furono ripartiti tra le varie province in base ai chilometri ancora a macadam presenti in cia-
scuna di esse. Venne ipotizzato un costo medio di 5 milioni per chilometro, ma nella provin-
cia dell’Aquila, ad esempio, le condizioni preesistenti del tracciato, l’insufficiente larghezza
273
Tale ultima cifra è tuttavia comprensiva anche della quota destinata alle sistemazioni. In tutto il Mezzogiorno,
gli stanziamenti furono rispettivamente di 143 miliardi e 36 milioni, di 5 miliardi e 343 milioni e di 39 miliardi e
844 milioni.
274
Ibid., p. 16.
96

della carreggiata e la difficoltà dei terreni comportarono un costo unitario notevolmente supe-
riore: 6,5 milioni per chilometro.
I lavori previsti con gli iniziali stanziamenti, data la loro urgenza, vennero praticamente
appaltati tutti nei primi 4 anni: al 30 giugno 1955 in tutto l’Abruzzo e Molise erano state ese-
guite, o erano ancora in corso di esecuzione, sistemazioni per 1.739 chilometri, su complessi-
vi 3.260 chilometri di strade interessate. Nella sola provincia di Chieti prima dell’istituzione
della Casmez le strade «sistemate ed asfaltate» non raggiungevano i 65 chilometri; dopo ap-
pena cinque anni grazie all’azione del nuovo ente - rilevava con soddisfazione l’assessore
provinciale ai Lavori Pubblici275 - esse erano salite a 320,770 chilometri. Si trattò, a giudizio
dei tecnici della Cassa, di un autentico «rivolgimento nel sistema delle comunicazioni inter-
ne»:

Dai capoluoghi di provincia - rilevavano con un ottimismo forse eccessivo - si irradiano ora, col-
legati alle statali, tronchi di strade ben sistemati, la cui transitabilità, resa agevole per quanto compati-
bile con le caratteristiche e le difficoltà montane, si è rivelata di grande giovamento per l’incremento
generale dei traffici276.

Successivamente il ritmo degli interventi in questo settore divenne meno intenso: al 31 di-
cembre 1961 erano stati approvati, sempre nell’insieme dell’Abruzzo e Molise, progetti per la
sistemazione di 2.500 chilometri di strade, e al 31 dicembre 1965, nel solo Abruzzo, risultava
ultimata la sistemazione di 1.656 chilometri, per un importo di 9 miliardi e 583 milioni (n tut-
to il Mezzogiorno, con una spesa di 80 miliardi e 453 milioni, erano stati ultimati lavori per
15.472 chilometri)277. Nel valutare i vantaggi che questo tipo di interventi arrecava alla regio-
ne andavano considerati non solo il fattore comodità o la riduzione di costo per economia di
esercizio, ma anche l’incidenza esercitata sul fattore tempo che risultava non meno benefica:
infatti gli orari di percorrenza delle autocorriere, che a quel tempo erano ancora i mezzi fon-
damentali di trasporto collettivo, «con le strade ampliate e qualche volta corrette e sempre pa-
vimentate» si andavano notevolmente contraendo278. Alla sistemazione delle strade preesi-
stenti si aggiungeva poi l’opera, non meno intensa, rivolta preminentemente alle nuove co-
struzioni, fornendo così un quadro di crescita che investiva l’intero sistema viario regionale.

275
AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE DI CHIETI, Sistemazione e depolverizzazione di strade provinciali e provin-
cializzazione di strade comunali e consorziali, Relazione al Consiglio Provinciale dell’Assessore ai Lavori Pub-
blici del Dr. Ing. Guido D’Onofrio, Chieti, 1955, pp. 10-11.
276
AA.VV., La Cassa per il Mezzogiorno. Primo quinquennio, cit., p. 385.
277
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio II semestre 1965, cit., p. 125.
278
G. PALOMBI, op. cit., p. 204.
97

3.2. ‘Direttrici’ e ‘aggiunte’ in un quadro d’insieme

Ad uno sguardo complessivo dell’intervento straordinario della Casmez sul sistema viario
abruzzese veniva a delinearsi, sostanzialmente, un ‘sistema’ incentrato su quattro ‘direttrici’,
o itinerari, di maggiore rilievo. La prima di queste direttrici corrispondeva al principale obiet-
tivo che la Cassa, con riferimento alle strade, si pose in questa regione: il miglioramento delle
comunicazioni sulla statale numero 5, detta ‘Tiburtina-Valeria’, che congiungeva Roma con i
centri di Avezzano e di Pescara. Nel tratto fra Tagliacozzo e Carsoli essa si caratterizzava per
un andamento particolarmente tortuoso, «dovendo rapidamente salire per superare l’elevato
baluardo del monte Bove», il cui valico, posto a quota 1.229 metri di altitudine, quasi ogni
anno restava bloccato dalla neve durante la stagione invernale. Ma i collegamenti tra
l’Abruzzo e la capitale rivestivano oggettivamente una grande importanza: facilitarli era dun-
que un compito prioritario. Venendo peraltro incontro ad antiche aspirazioni delle popolazioni
interessate, la Cassa decideva pertanto di includere «la costruzione della variante nei propri
programmi»279. Si trattava di aggirare il monte Bove congiungendo Tagliacozzo a Carsoli at-
traverso il centro di Pietrasecca, con una spesa complessiva all’incirca di un miliardo e mez-
zo. Nei primi quindici anni ci si limitò alla costruzione del tratto Tagliacozzo-Pietrasecca (ol-
tre 15 chilometri, costati 900 milioni), che raggiungeva un’altitudine massima di 978 metri e
pendenze inferiori al 5%. Al 31 dicembre 1961 risultava «quasi completato» lo studio del
successivo tronco, sino all’innesto con la provinciale per Carsoli, così che, «con la sistema-
zione e correzione della stessa provinciale nel tratto finale», si sarebbe avuto un «itinerario
più scorrevole e adatto alle alte velocità», oltre che poco soggetto ad innevamenti280. Tuttavia,
ancora nel programma per il tredicesimo esercizio281, non veniva al riguardo inserito alcun in-
tervento.
Nel frattempo, comunque, erano state perfezionate alcune vie di accesso alla statale 5, co-
me quella da Tocco Casauria a Musellaro-Salle-S. Tommaso e quella dalla stazione di Scafa
a S. Valentino a Caramanico. Altre realizzazioni, invece, nei primi anni sessanta erano ancora
oggetto di progettazione, come il completamento e la sistemazione della strada fondovalle del
Pescara. Con la costruzione di alcuni nuovi tratti e la utilizzazione di tratti esistenti, dei quali
alcuni da ammodernare, si sarebbe realizzato una nuova diretta comunicazione tra Scafa, la
statale 81 e Pescara: un percorso che tra l’altro avrebbe contribuito a valorizzare una vasta fa-
scia di fertili terreni in sinistra del fiume Pescara. La nuova via di comunicazione (circa 28
km) avrebbe inoltre fatto da sostegno a tutta una fitta rete di viabilità minore in gran parte già
sistemata.
Un impegno ancora maggiore della Cassa riguardò l’itinerario di collegamento della zona
di Sulmona con la conca del Fucino e quindi con Roma, in provincia dell’Aquila. Un primo
intervento di rilievo fu costituito dalla costruzione della strada da Cocullo a Carrito e dalla si-
stemazione delle reti provinciali che collegavano Pescina con Carrito e Cocullo con Anversa,
per un costo complessivo di circa 610 milioni. Mentre la nuova direttrice offriva una vantag-
giosa alternativa alla statale 5 in alcuni periodi dell’anno, in quanto meno soggetta ad inne-
vamenti della Tiburtina-Valeria, con il tronco da Cocullo a Carrito veniva a realizzarsi un

279
G. PALOMBI, op. cit., p. 205.
280
Ibid., pp. 205-206.
281
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma per l’esercizio 1962-’63. Tredicesimo esercizio, cit., pp. 192-193 e
199-201.
98

collegamento tra il Fucino, Sulmona e la valle del Sagittario, giovando altresì sensibilmente
ad abbreviare la distanza tra Roma e la nota località turistica di Scanno.
Proprio nei riguardi di Scanno, c’è da dire che ormai era diventato più facile raggiungere
questo importante centro montano in quanto la suggestiva strada provinciale Anversa-Scanno-
Villetta Barrea, che si diramava dal precedente itinerario, era già stata sistemata e bitumata
dalla Cassa. L’opera fu completata all’inizio degli anni sessanta: lunga quasi 16 km chilome-
tri, presentava una galleria di 273 metri, «con imbocchi studiati opportunamente per non re-
stare ingombri dalla neve»282. Una certa importanza rivestirono poi i lavori per facilitare
l’accesso al centro di Sulmona, dalla sistemazione dei 16 chilometri della provinciale Anver-
sa-Scanno-Bugnara-Sulmona, a integrazione del collegamento della Valle Peligna con il Fu-
cino, al ponte per l’ingresso alla città nuova, realizzato nel 1963 con un costo di 281 milio-
ni283, per una lunghezza totale di 122 metri «a congiungimento del vecchio centro storico con
i nuovi rioni che vanno sorgendo oltre il torrente Vella»284. Infine, lungo tutto l’itinerario
venne svolta un’ampia opera di miglioramento delle comunicazioni, sia attraverso sistema-
zioni, che furono prevalenti, sia con nuove costruzioni: furono interessati sia l’altopiano di
Avezzano285 sia i collegamenti di Sulmona con la montagna del Morrone (in particolare venne
realizzata la sistemazione della strada Sulmona-Pacentro) e con l’alto Sangro286, un zona mol-
to importante, per la quale si prevedeva un notevole sviluppo turistico.
La terza direttrice interessava la valle del Trigno, vale a dire un più efficace collegamento
tra il Molise e la parte interna del Vastese con il mare Adriatico. Accanto alla costruzione di
tutta una serie di strade minori287, l’intervento senz’altro maggiore consistette allora nella rea-
lizzazione della strada di fondovalle del basso Trigno tra il litorale, la stazione ferroviaria di
S. Salvo e l’incontro con la provinciale per Trivento, in sostituzione della parte terminale del-
la provinciale ‘Trignina’. La nuova strada, mantenendosi sempre in valle, dal ponte di Capra-
fica raggiungeva, con uno sviluppo di 24 km la variante, in corso di costruzione da parte
dell’Anas, della statale 16 tra Vasto e Termoli, realizzando così un nuovo collegamento di
ampie zone interne con l’Adriatico «comodamente e rapidamente percorribile in ogni stagione
dell’anno»288. L’opera venne iniziata nel 1957, finanziata parzialmente anche con i fondi
stanziati per l’agricoltura, e alla fine del 1961 doveva essere ancora completata e ammoderna-
282
Ibid., p. 207.
283
ID., Bilancio 1962-’63, cit., p. 42.
284
G. PIEDIMONTE, Criteri di progettazione dei ponti, in AA.VV, Cassa per il Mezzogiorno. Dodici anni, cit., p.
195.
285
Gli interventi più importanti furono: la sistemazione della strada provinciale della stazione Villa S. Sebastiano
a Capistrello; la costruzione della strada Capistrello-Filettino, che facilita le comunicazioni tra la valle Roveto e
il Lazio; la sistemazione della strada Avezzano-Luco de’ Marsi-Trasacco-Villavallelonga; la sistemazione della
Paterno-Celano e della Pescina-S. Benedetto de’ Marsi.
286
Al riguardo sono da da ricordare: la costruzione della strada Cansano-Bosco S. Antonio; la costruzione della
strada di scorrimento a Pescocostanzo e la sistemazione dei tratti Cansano-Sulmona, Bosco S. Antonio-
Pescocostanzo e Cansano-Campo di Giove; la costruzione della Campo di Giove-Palena, oltre a «numerose nuo-
ve strade di valorizzazione turistica nella zona di Roccaraso-Rivisondoli-Pescocostanzo» (G. PALOMBI, op.
cit., p. 207). Di un certo rilievo fu anche la strada da Campo di Giove a Palena, costata circa 200 milioni, che
collegava le province dell’Aquila e di Chieti passando per la zona montana (AA.VV., La Cassa per il Mezzogior-
no. Primo quinquennio, cit., p. 387).
287
Queste le principali: la S. Giovanni Lipioni-innesto SP. Trignina; Montemitro-Ponte Caprafica; la Montefal-
cone del Sannio-Piano Casella; la Bagnoli del Trigno-innesto Sp. Trignina; la Casalciprano-S. Pietro in Valle.
Numerose furono anche le sistemazioni: di maggior rilievo quelle della strada Castiglione Messer Marino-
Schiavi d’Abruzzo-Castelguidone e Torella del Sannio-Duronia-Bagnoli-Salcito.
288
G. PALOMBI, op. cit., p. 208.
99

ta, per una spesa di ulteriori 330 milioni. Essa rompeva l’isolamento dei numerosissimi centri
del Vastese, i quali, notevolmente distanti dal capoluogo di provincia Chieti, vedevano in
questo modo semplificati i loro rapporti con le grandi strade statali del litorale e con gli scali
ferroviari: a tale scopo, molti comuni, avvalendosi di altre disposizioni normative, dalla legge
Tupini a quella sulla montagna a quella sui cantieri di lavoro, avevano costruito o stavano co-
struendo vie che dagli abitati scendevano a valle verso il fiume. Nello stesso ambito andavano
collocati i lavori di sistemazione delle provinciali Trignina e Garibaldi, per un costo comples-
sivo di circa 430 milioni, che tuttavia interessavano prevalentemente la parte molisana.
Il quarto ‘itinerario’ comprendeva il grosso dei lavori predisposti nell’ambito della viabilità
turistica. Si trattava della realizzazione di una nuova diretta comunicazione tra la provincia
dell’Aquila e quella di Pescara attraverso l’Appennino, a Est del Gran Sasso e di Campo Im-
peratore: per cominciare, vennero attuati interventi di miglioramento degli accessi sia nel lato
aquilano, a Castel del Monte289, sia in quello pescarese, a Farindola290; furono poi posti in es-
sere il completamento, l’allargamento e la sistemazione di quello che era il tronco principale,
da Castel del Monte attraverso Campo Imperatore e Rigopiano fino a Farindola, «conferendo
a tutta la strada le caratteristiche atte a trasformarla in una moderna rotabile interprovincia-
le»291. Quest’ultima opera, per un importo di 335 milioni, era tuttavia ancora da completare
nella prima metà degli anni sessanta: lo scopo era quello di ottenere non soltanto «un’ottima
via di scambio tra le parti montane dei due versanti del Gran Sasso», ma anche «una trasfor-
mazione dell’economia locale con la valorizzazione montana e turistica del vasto altipiano di
Campo Imperatore», sino ad allora interessato esclusivamente da una modesta attività di pa-
storizia.
I lavori svolti sulla viabilità turistica riguardarono anche altre zone della montagna abruz-
zese, dal completamento della strada provinciale Maielletta, per 110 milioni, alla realizzazio-
ne degli accessi per la funivia di Pescasseroli, costata 100 milioni292. Nel quadro della viabili-
tà provinciale ed interregionale era stato inserito il «piano di valorizzazione turistica delle zo-
ne montane» che, oltre a fruire delle vie di comunicazione citate in precedenza, prevedeva,
per il settore viabile in particolare, un suo proprio sviluppo nelle zone della Maielletta, Prati
di Tivo, Gran Sasso, Matese (triangolo Roccaraso-Rivisondoli e Pescocostanzo). Per tali aree,
altrimenti molto povere, il flusso di visitatori, costante e crescente a partire dagli anni cin-
quanta, costituiva «uno dei fattori di maggiore equilibrio dell’economia» 293.
Una parte dei fondi venne orientata anche allo sviluppo della costa, dalla costruzione del
lungomare di Martinsicuro di Colonnella in provincia di Teramo – inserita nel programma per
il 1963, con una spesa prevista di 65 milioni, e approvata nell’esercizio successivo294 – a quel-
la del lungomare di Vasto, ai confini con il Molise295.

289
Nello specifico, furono realizzate le sistemazioni delle provinciali Barisciano-S. Stefano-Calascio-Castel del
Monte e Capestrano-Ofena-Castel del Monte, con una spesa totale di oltre 300 milioni.
290
In particolare, venne modernizzata la provinciale da Penne a Farindola, e fu pavimentata la diramazione dalla
statale 81 per Montebello di Bertona e prolungata con un tratto nuovo da Montebello a Farindola, per il quale fu
necessario un nuovo ponte sul fiume Tavo, con un costo complessivo di circa 250 milioni.
291
Ibid., p. 208, anche per le citazioni che seguono.
292
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma per l’esercizio 1962-’63, cit., p. 200.
293
Ibid., p. 193.
294
«La costruzione di questo tratto di strada [era] diretta alla valorizzazione della spiaggia teramana compresa tra
il fiume Tronto e il torrente Vibrata» (ID., Bilancio 1963-’64. Relazione, cit., p. 168).
295
ID., Programma per l’esercizio 1962-’63, cit., p. 200.
100

Ma molto numerosi furono anche gli interventi che si svolsero al di fuori delle quattro di-
rettrici di cui s’è detto. Fra i principali, un posto di rilievo occupa la realizzazione del colle-
gamento, a interesse turistico, tra Avezzano e il centro archeologico di Albe, approvato
anch’esso tra il 1963 e il 1964 per un importo di 98 milioni296, come pure quello tra Cervaro e
Aprati in provincia di Teramo, piuttosto impegnativo a causa delle difficoltà del terreno, e co-
stato 208 milioni, disposti già con il primo stanziamento del 1950297. In quest’ultimo caso, si
dovette costruire anche un ponte di 68 metri in cemento armato sul fiume Vomano, tra il 1952
e il 1953, con una spesa a quel tempo di circa 47 milioni298. Accanto agli altri due ponti già
ricordati - quello di Sulmona e quello sul fiume Tavo - un’analoga struttura era stata costrui-
ta fra il 1952 e il 1955 sul fiume Orta, in provincia di Pescara, a completamento della strada
fra Caramanico e Tocco Casauria, con un costo di circa 77 milioni. Sempre sul fiume Orta,
nel programma del 1963 fu inserita la realizzazione di un nuovo ponte, per il collegamento dei
comuni di S. Valentino e di Bolognano, con uno stanziamento di 60 milioni299.
In un territorio dalla morfologia estremamente tormentata come quello abruzzese i ponti -
«opere d’arte» molto spesso ispirate ad una concezione tecnica ardita ed innovativa - servi-
vano a superare difficoltà geologiche ed ambientali non altrimenti aggirabili, fornendo alla fi-
ne soluzioni tali «da risultare vantaggiose in un bilancio economico complessivo». Né si tra-
scuravano, nella loro costruzione, a parte gli ovvi fattori tecnici, gli aspetti architettonici e pa-
esaggistici, «data l’importanza che questo elemento riveste in zone ove il turismo costituisce
una delle principali fonti di ricchezza»300.
Le sistemazioni di una certa importanza non comprese nei quattro itinerari furono realizza-
te in gran parte tra il 1950 e il 1955: dalla strada ex-provinciale nella valle del Vomano, ora
statale 150, che allaccia la statale 16 presso Roseto degli Abruzzi alla statale 81 presso Villa
al Vomano ed alla statale 80 a Montorio al Vomano, lunga 37 chilometri e costata 183 milio-
ni, alla provinciale Subequana, che dalla statale 17, presso S. Gregorio, si innesta alla statale 5
presso Molina Aterno: lunga 36 km (somma impegnata L. 157 milioni), già allora serviva un
«notevole traffico», alimentato dai numerosi centri abitati attraversati, nonché dallo «sviluppo
degli scambi agricoli e commerciali» fra la valle Subequana, la Marsica e la vasta Piana Peli-
gna301.
Di maggior rilievo fu tuttavia il miglioramento della strada interprovinciale Sangritana,
dall’innesto per la stazione di Perano e altri comuni (67 km) alla diramazione verso Atessa,
Tomarecchio e Piano del Monte (28 km), per la cui realizzazione venne impegnata una som-
ma complessiva di 522 milioni: essa facilitava le comunicazioni tra numerosi comuni della
provincia di Chieti, di quella dell’Aquila e in parte anche del Molise.
Se nella prima parte del periodo qui analizzato furono svolti per lo più lavori di perfezio-
namento della rete preesistente, all’inizio degli anni sessanta iniziava invece ad assumere una
qualche importanza la viabilità a scorrimento veloce, per ora di interesse esclusivo della pro-
vincia dell’Aquila. Tra il 1962 e il 1963 venne approvata la già citata costruzione della strada
lungo il fondovalle del fiume Tirino dalla statale 17 presso Navelli alla statale 5 presso Bussi
Scalo, con un preventivo di un miliardo e 570 milioni: preventivo che, da solo, avrebbe coper-

296
ID., Bilancio 1963-’64, cit., p. 168.
297
AA.VV., La Cassa per il Mezzogiorno. Primo quinquennio, cit., p. 387.
298
G. PIEDIMONTE, op. cit., p. 169.
299
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma per l’esercizio 1962-’63, cit., p. 200.
300
G. PIEDIMONTE, op. cit., p. 157.
301
AA.VV., La Cassa per il Mezzogiorno. Primo quinquennio, cit., p. 386.
101

to oltre il 70% dei finanziamenti destinati al comparto302; quasi tutta la parte restante, circa
500 milioni, era destinata al completamento della variante già in atto ad opera della Cassa da
Tagliacozzo a Pietrasecca, nel tratto esterno a Carsoli, mentre il collegamento dal bivio Cam-
potosto-Capitignano al Passo delle Capannelle, pure inserito nel programma per il tredicesimo
esercizio con uno di stanziamento di ben 3 miliardi303, alla fine del 1965 ancora non era stato
iniziato.

302
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1962-’63, cit., p. 178.
303
ID., Programma per l’esercizio 1962-’63, cit., p. 201.
102

3.3. Dagli anni ‘60 agli anni ‘80: una nuova «ossatura» per lo sviluppo

Negli anni sessanta la situazione viaria si presentava con problemi diversi da quelli del
1950: lo sviluppo economico, nel mettere in evidenza l’inadeguatezza della rete esistente, ne
rendeva sempre più urgente un radicale rinnovamento, in particolare attraverso la costruzione
di «assi stradali fondamentali», l’ammodernamento, con allargamento e rettifica, delle «prin-
cipali strade statali», la realizzazione di tutta una serie di nuove arterie di comunicazione di-
retta, cosiddette «a scorrimento veloce», aventi «carattere del tutto innovativo in confronto al-
la vecchia rete (sfruttando in particolare i fondovalle), con obiettivo di interconnessione alla
rete autostradale e di servizio alle nuove zone e poli di sviluppo e di migliore collegamento
delle nuove zone urbane alla viabilità generale»304. Tutto questo poneva questioni inedite sia
in termini di programmazione che di esecuzione. L’Anas infatti, mentre provvedeva alla ma-
nutenzione delle strade statali ed al loro miglioramento (se inserite nella categoria), di norma
non costruiva nuove strade. Da parte loro le amministrazioni provinciali – a parte il fatto che
la maggior parte delle realizzazioni stradali cui occorreva dar seguito scavalcavano i confini
di provincia – non potevano certo, almeno nel Mezzogiorno, assumere gli oneri e le responsa-
bilità che emergevano dalle nuove esigenze.
Le prime strade a scorrimento veloce, come già visto, vennero predisposte con il piano in-
tegrativo del 1961, anche se i tronchi effettivamente eseguiti, con un finanziamento ancora
limitato (in tutto il Sud di 50 miliardi), furono solo una minima parte. Nella seconda metà del
decennio si procede con maggiore decisione: nel Piano di coordinamento pluriennale degli in-
terventi pubblici nel Mezzogiorno viene indicata l’opportunità di realizzare, in via prioritaria,
«un sistema viario atto a favorire più facili e rapidi collegamenti tra l’area meridionale e il re-
sto del paese e, nell’ambito del Mezzogiorno, fra le aree di sviluppo globale nonché fra queste
e le zone di maggiore isolamento». Tale sistema si articolava su «assi principali» rappresentati
dalle autostrade, in prevalenza già in corso di realizzazione, e da alcune strade a scorrimento
veloce, oltre che su «una rete viaria di collegamento fra gli assi, per l’integrazione territoriale
nell’ambito delle aree di sviluppo globale e per la rottura delle situazioni di isolamento delle
zone interne»305.
Del resto, ragioni di carattere storico ed economico, oltre alla stessa conformazione orogra-
fica dell’Abruzzo e dell’intero Mezzogiorno continentale, avevano fatto sì che con il tempo le
principali attività produttive si concentrassero nelle fasce esterne, cioè lungo le coste, o in
conche e piane da esse non distanti. Di conseguenza i due grandi assi autostradali tirrenico e
adriatico riguardavano direttamente la gran parte delle aree più progredite: sul versante orien-
tale, la Bologna-Bari tagliava tutte le zone irrigue dei fondovalle abruzzesi, dal Tronto al Ta-
vo, al Pescara, al Sangro e Aventino, al Trigno, oltre ad interessare l’area industriale di Pesca-
ra e il nucleo di Vasto. Di vitale importanza risultavano pertanto sia la creazione di raccordi e
collegamenti con questo ‘asse’ longitudinale, anche attraverso tronchi di breve lunghezza, sia
la creazione di grandi arterie trasversali da est a ovest. Pur non mancando altri problemi di
una certa gravità, dalla sistemazione delle molte strade provinciali ancora a macadam
all’ulteriore sviluppo della viabilità a carattere locale, la legge del 26 giugno 1965, n. 717,
nell’art. 7, affermava con chiarezza la competenza della Cassa ad operare, nel secondo quin-
dicennio della sua attività, oltre che per reti di servizio specifico nei comprensori di sviluppo
304
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma quinquennale, cit., p. 265.
305
Ibid., pp. 266-267.
103

irrigui, industriali e turistici, anche nel campo delle strade a scorrimento veloce, «dirette ad
assicurare il collegamento tra le reti autostradali e ferroviarie ed i comprensori irrigui, le aree
e i nuclei di sviluppo industriale ed i comprensori di sviluppo turistico»306.
Dal punto di vista operativo, il primo passo fu costituito dall’elaborazione di un program-
ma esecutivo per il quinquennio 1965-’69, in stretto collegamento con l’Anas, ente al quale
spettavano, peraltro, l’ammodernamento e l’adeguamento dei tracciati di strade statali esisten-
ti: per l’Abruzzo, accanto ai completamenti e alle integrazioni – «non potendosi ovviamente
lasciare incompiute le arterie già iniziate»307 – venne predisposta un’ampia serie di nuovi la-
vori, dai raccordi del litorale di Teramo con l’autostrada L’Aquila-Roma e della conca del Fu-
cino con la valle del Liri allo sviluppo delle comunicazioni di Chieti con la zona industriale
della valle del Pescara e con l’autostrada Bologna-Bari, alla realizzazione della fondovalle del
Sangro e all’ultimazione di quella del Trigno, fino al miglioramento dei collegamenti lungo
l’Alento e l’Aventino e alla creazione di un organico sbocco di Avezzano e Sora
sull’autostrada del Sole.
La Casmez, inoltre, prendeva parte alla costruzione dell’autostrada L’Aquila-Gran Sasso-
Adriatico, sempre sulla base di apposite convenzioni con l’Anas e la società concessionaria,
limitatamente al tronco che andava dall’uscita del traforo del Gran Sasso fino al bivio per Te-
ramo, per una lunghezza di 25 chilometri: il costo totale di previsione era di 12 miliardi, ma
nel piano quinquennale fu inserito solo il primo lotto, per un’estensione di poco più di 4 chi-
lometri e una spesa prevista di un miliardo e 800 milioni a carico della viabilità, e di altrettan-
to a carico del turismo. In tutto il Mezzogiorno, con riferimento alla seconda metà degli anni
sessanta, si trattava di un caso unico (solo nel precedente quindicennio l’ente aveva preso par-
te alla realizzazione dell’autostrada Pompei-Salerno). Questo «contributo ai grandi assi auto-
stradali», come veniva denominato, forse non a caso riusciva a concretizzarsi proprio in A-
bruzzo: esso rispondeva alle reiterate istanze avanzate, oltre che in sede politica (con dibattiti
e scontri molto accesi)308, dagli enti locali, in primo luogo dalle Camere di Commercio, Indu-
stria e Agricoltura, le quali in sede di programmazione economica indicavano i grandi traccia-
ti autostradali come rimedio alla cronica inadeguatezza della rete esistente.
Le argomentazioni più convincenti in proposito si trovano, infatti, nella monografia
sull’Abruzzo per la programmazione economica, redatta verso metà anni ’60 a cura delle
quattro Camere di Commercio della regione, ma coordinata da un grande studioso (partico-
larmente dell’Abruzzo) come Benedetto Barberi, direttore generale dell’Istat. Per quanto in
epoca recente rifatte e abbastanza curate, le strade preesistenti, che in sostanza seguivano le
tracce degli antichi tratturi, restavano pur sempre «strade di lento traffico, per cui non è azzar-
dato - si legge ad un certo punto in questo studio309 - dire che gli antichi tratturi stanno alle
attuali strade come queste alle odierne grandi autostrade nazionali». Occorreva dunque andare
oltre il sistema viario esistente, fatto in sostanza di «strade troppo inadeguate alla loro funzio-
ne di avvicinamento degli Abruzzi alle altre regioni e specialmente a Roma che da sempre è
306
Ivi.
307
Ibid., p. 269.
308
Una ricostruzione in proposito è fornita da A. MUTTI, Il particolarismo come risorsa. Politica ed economia
nello sviluppo abruzzese, in «Rassegna Italiana di Sociologia», 1994, n. 4, pp. 457-466, in cui si sostiene che
l’antagonismo tra i leader all’interno della DC (in particolare tra Remo Gaspari e Lorenzo Natali) e di altri partiti
governativi avrebbe prodotto «una sorta di gioco a somma positiva» in cui alla fine tutti hanno ottenuto qualcosa,
portando alla creazione di una fitta ed equilibrata rete stradale.
309
UNIONE ITALIANA DELLE CAMERE DI COMMERCIO, INDUSTRIA E AGRICOLTURA, Monografie regionali, cit.,
pp. 73-74, anche per le altre citazioni da questa fonte.
104

stata l’Amercia al di qua dell’Oceano Atlantico della gente abruzzese». Senza entrare troppo
nei dettagli dei tracciati, si avanzava tuttavia una ‘proposta’ di sistema stradale «Abruzzi - re-
sto d’Italia» (lo si definiva proprio così) molto articolato e coerente:
1) due grandi e distinte arterie di collegamento con Roma: un’arteria Teramo-Aquila-
Roma, con galleria sotto il Gran Sasso d’Italia; un’arteria Pescara-Sulmona-Avezzano-
Roma;
2) due grandi arterie di collegamento rispettivamente Avezzano-Napoli con raccordo
all’autostrada del Sole e Avezzano-Rieti con raccordo sempre all’autostrada del Sole in
direzione Milano;
3) due arterie a grande traffico di raccordo: Aquila-Sulmona (e quindi Avezzano e Pesca-
ra); Teramo-Pescara.
Oltre che da moderni collegamenti con Roma, le «due grandi e distinte arterie» di cui si
diceva al primo punto - una attraverso la galleria del Gran Sasso, di circa 8 km, ed il tratto
finanziato dalla Cassa dall’uscita del traforo verso Villa Vomano, e l’altra con il braccio au-
tostradale di Avezzano e la Popoli-Pescara, attraverso la conca del Fucino e la piana di Sul-
mona - dovevano fungere anche da sbocchi sulle direttrici autostradali che, sull’Adriatico e
sul Tirreno, percorrono longitudinalmente la penisola.
Questo nuovo impianto del sistema viario regionale, insieme ai porti adriatici (Giulianova,
Pescara, Ortona e Vasto) e all’aeroporto pescarese, naturalmente da ammodernare, sarebbe
stato di potenziamento, e a volte di sostituzione, «con il suo peso determinante», delle tradi-
zionali strade statali – la 16 per la gravitazione verso il Nord, le 80, 4 e 5 per le comunicazioni
trasversali dal versante adriatico verso Roma, la 82 per quelle della parte centrale verso la val-
le del Liri e la 17 quale direttrice longitudinale – le quali comunque avevano già visto nel pre-
cedente quindicennio «sostanziali integrazioni» da parte della Cassa, «in particolare con il
collegamento della parte meridionale con l’autostrada del Sole attraverso il Molise (galleria di
Valico dell’Annunziata Lunga) e con gli interventi di variante lungo la direttrice della SS. 5
(Carsoli-Pietrasecca-Tagliacozzo, Carrito-Cocullo e Bussi-Navelli-Capestrano)»310. Si punta-
va, insomma, a fare delle nuove realizzazioni «l’ossatura per lo sviluppo regionale»311.
Quanto alla parte meridionale, non coperta da tale schema a causa della conformazione del
territorio fatto di una serie di avvallamenti sfocianti nell’Adriatico che «limitano il raggio di
influenza delle grandi vie di comunicazione», il problema del collegamento del litorale con le
aree interne sarebbe stato risolto dal completamento della fondovalle del Trigno e di quella
del Sangro. Mentre l’ultimazione della fondovalle Trigno (costo preventivo di 324 milioni)
rientrava nella viabilità ordinaria e promiscua (non più dunque di interesse della Cassa), della
fondovalle Sangro vennero redatti dalla Casmez due progetti: un primo tronco dalla statale
154 (presso Piano d’Archi) allo scalo della provinciale per Bomba, con un’estensione di circa
9 chilometri e un costo calcolato di 2 miliardi; un tratto successivo – 4° tronco – dal bivio di
Montalto alla statale 158 presso San Vincenzo, di più specifico interesse turistico, «con bene-
ficio specialmente per i centri già affermati o in pieno sviluppo di Roccaraso, Rivisondoli, Pe-
scocostanzo», lungo più di 17 chilometri a fronte di una spesa totale di 2 miliardi e 532 milio-
ni, di cui a carico della viabilità un miliardo e 200 milioni312.
Infine, un terzo ordine di esigenze riguardava le comunicazioni tra i due vicini capoluoghi
provinciali Chieti e Pescara, l’autostrada e l’area industriale, «punto nodale dello sviluppo»:
310
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma quinquennale, cit., p. 385.
311
Ibid., p. 386.
312
Ibid., pp. 279-280.
105

nel piano quinquennale venne inserito il tratto della strada a scorrimento veloce Chieti-Val
Pescara, dall’autostrada alla località Tricalle sotto Chieti, lungo quasi 6 chilometri, preveden-
do un miliardo di spesa, oltre al collegamento dell’asse attrezzato dell’area industriale con la
viabilità urbana di Pescara e del porto, per 2,7 chilometri e 500 milioni di preventivo.
L’insieme degli interventi indicati nel Programma quinquennale - in appendice se ne ri-
porta l’elenco, con relativo importo - ammontavano nella regione a 6 miliardi e 797 milioni,
cui andavano aggiunti altri 2 miliardi e 510 milioni per le realizzazioni nella viabilità ordina-
ria e promiscua (anche nel bacino del Tronto), che teoricamente non facevano più parte delle
competenze della Casmez, ma dovevano ancora essere completate, conservando peraltro «una
loro validità tecnico-economica»313.
L’avvio effettivo del programma si ebbe dall’ottobre 1966, ma già alla fine di quell’anno
era stato portato a termine il primo intervento nelle strade a scorrimento veloce, con il com-
pletamento della fondovalle Tirino (iniziata nel 1962), dalla deviazione all’altezza di Navelli
per Capestrano-Bussi fino alla statale 153 (circa 25 km), con una spesa residua di 197 milioni.
La strada migliorava notevolmente le comunicazioni tra L’Aquila e Pescara, eliminando la se-
rie di tornanti esistenti prima dell’abitato di Popoli. Contemporaneamente era conclusa anche
la variante al Passo dei Colli da Carsoli per Pietrasecca e Tagliacozzo (km 26 circa), altra rea-
lizzazione di rilievo intrapresa nel precedente quindicennio, grazie alla quale finalmente si e-
liminavano le difficoltà e la pericolosità del vecchio tracciato che doveva superare il valico di
monte Bove (il costo affrontato nel 1966 fu di 53 milioni.). Di interesse interregionale era in-
vece il tratto che da Sora, nel Lazio, conduceva alla statale di Forca d’Acero per Pescasseroli,
con uno sviluppo di circa 17 chilometri: «interamente in corso di esecuzione» nel 1966, esso
avrebbe dovuto migliorare in maniera considerevole «le comunicazioni da Roma con il Parco
Nazionale di Abruzzo (zona di Pescasseroli), Villetta Barrea e Scanno»314.
Durante il 1967 furono approvati i due progetti di massima per il primo e il quarto tronco
della fondovalle Sangro, «una nuova trasversale appenninica» con la funzione di congiungere,
«con percorso veloce e moderno», l’autostrada Adriatica con l’autostrada del Sole315. Nel
successivo passaggio ai progetti esecutivi, però, si verificarono ritardi e aumenti dei costi
(dell’ordine di circa il 20%) a causa di «difficoltà impreviste o situazioni diverse» riscontrate
durante l’indagine geologica sui terreni d’impianto: difficoltà che tra l’altro comportarono
«consistenti varianti di tracciato». C’è anzi da dire, in proposito, che nella relazione al bilan-
cio del 1968 la strada abruzzese, con riferimento ad entrambi i lotti programmati, veniva cita-
ta come un caso esemplare:

In uno di essi, relativo al tratto a ridosso del lago di Bomba, le risultanze geologiche hanno con-
fermato i timori relativi alle frane esistenti in sponda sinistra, inducendo a esaminare un tracciato, di-
verso da quello di massima, in sponda destra. Nell’altro lotto, interessante il tratto dai pressi di Castel
di Sangro a Castel S. Vincenzo, le indagini geologiche hanno consentito di esaminare un tracciato, ini-
zialmente scartato, ma assai più funzionale in esercizio grazie al notevole minor percorso. In ambedue
i casi si hanno ovviamente ritardi nella realizzazione delle opere, compensati peraltro dal migliora-
mento della sicurezza del corpo stradale e delle caratteristiche geometriche di tracciato316.

313
Ibid., p. 290.
314
ID., Bilancio 1966. Relazione, cit., p. 33. Fra i principali progetti approvati nella viabilità ordinaria e promi-
scua nel corso del 1966 è da segnalare la sistemazione e bitumatura della strada provinciale 52 Carpineto-
Sinello-Guilmi, per chilometri 8,7 e un importo di 189 milioni.
315
ID., Bilancio 1967, cit., pp. 39-40.
316
ID., Bilancio 1968. Relazione, cit., pp. 29-30.
106

Con i cambiamenti introdotti, la fondovalle Sangro sarebbe diventata - queste erano le


previsioni - una strada a scorrimento veloce attraverso «zone di alto valore turistico, agricolo
ed industriale»: nel 1970 erano in corso di realizzazione meno di 30 chilometri su un totale di
quasi 96 previsti per tutta l’arteria; ma poi sarebbero insorti infiniti ostacoli, come vedremo,
che ne avrebbero ritardato a lungo il definitivo compimento.
Intanto, nel 1969 era stato approvato il progetto esecutivo per il primo lotto della strada a
scorrimento veloce Chieti-Val Pescara, dallo svincolo di Pescara per l’autostrada Adriatica fi-
no alla località Tricalle e alla via Colonnetta nel comune di Chieti, per un’estensione di 11,5
chilometri e una spesa di 2 miliardi e 210 milioni: nell’ambito di una «via di rapida comuni-
cazione» fra l’abitato di Chieti e la valle del Pescara, tale tratto costituiva «un tronco funzio-
nale che risolve[va] il problema degli svincoli con l’autostrada Adriatica e la viabilità esisten-
te»317. Nell’anno seguente, il 1970, vennero accolti i principali progetti esecutivi mancanti, a
cominciare dal tronco dell’autostrada l’Aquila-Adriatico, dalla località Caldarola alla stazione
di S. Gabriele, della lunghezza di 4,350 chilometri e dell’importo di 6 miliardi e 436 milioni,
finanziati dalla Cassa per il Mezzogiorno per i 3 miliardi e 600 milioni concordati318. Con
l’ultimazione della fondovalle Trigno, che avrebbe dovuto collegarsi alla statale 17 presso I-
sernia, «ponendo in relazione con l’autostrada del Sole il nucleo industriale del Vastese, il
comprensorio irriguo del Trigno e le vaste zone interne particolarmente depresse»319, veniva
così a completarsi il quadro delle principali direttrici tracciate con il programma quinquenna-
le.
A questo schema andava aggiunta una dorsale appenninica, di carattere interregionale, che
prevedeva l’allacciamento di Rieti, nel Lazio, con Avezzano e quindi con Sora, ancora nel
Lazio, in provincia di Frosinone, per poi condurre a Isernia nel Molise e quindi a Benevento,
in Campania e, infine, all’autostrada Napoli-Bari, con due alternative, una Sora-Cassino e
l’altra Benevento-Avellino: il progetto, scaturito nell’ambito del «Piano di assetto territoriale
del Mezzogiorno», interessava quindi una gran parte dell’Appennino centro-meridionale, per
territori spesso impervi, ed era considerato di grande importanza, non solo per il fatto che
rompeva «l’isolamento di vaste zone interne del Reatino, della Val Roveto e della Val Comi-
no», ma anche perché stabiliva «i collegamenti dei comprensori irrigui della Conca del Fuci-
no, della Conca di Sora, della Valle del Liri e del Sannio Alifano»320; nel 1969 era in fase di
«avanzata progettazione» il tragitto riguardante, per l’Abruzzo, la Val Roveto e l’ex-bacino
del Fucino. Sempre quell’anno, infine, veniva preventivata, in stretta collaborazione con
l’Anas, un’ulteriore opera: la strada longitudinale Popoli-Sulmona-Roccaraso-Isernia, la quale
avrebbe servito anch’essa, in connessione alla nuova autostrada Avezzano-Pescara, il sugge-
stivo comprensorio turistico della Maiella e degli Altipiani Maggiori.
A uno sguardo d’insieme, va rilevato come, per quanto tutte le più importanti realizzazioni
del piano quinquennale siano state avviate al 31 dicembre 1970, nessuna di esse a tale data era
stata portata a termine; si trattava, per la verità, di un problema comune a tutte le regioni me-
ridionali, e così motivato nella relazione al bilancio del 1972:

317
ID., Bilancio 1969. Relazione, cit., p. 74.
318
ID., Bilancio 1970, cit., p. 27.
319
Ibid., p. 28.
320
ID., Bilancio 1969. Relazione, cit., p. 72.
107

La mancata integrale realizzazione dei programmi era dipesa in parte dal criterio delle previsioni
aperte (direttiva del Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno) per il quale, a fianco delle opere coper-
te da finanziamento, ne erano state indicate altre senza copertura finanziaria che si sarebbero potute
eseguire in luogo delle prime, nel caso di ritardo o di indisponibilità di queste; in parte dal fatto che
molti progetti furono approvati per importi maggiori di quelli indicati nel programma; in parte, infine,
dal forte aumento intervenuto negli ultimi anni del costo del lavoro e dei materiali che aveva pure pro-
vocato, con perizie suppletive e revisione prezzi, il maggior costo di molte opere già appaltate321.

Le linee di intervento delineate nella metà degli anni sessanta rimasero pertanto valide an-
che per il decennio successivo, poiché lo sforzo della Casmez fu necessariamente orientato
verso la prosecuzione di quanto appena iniziato; oltretutto, alcuni interventi – dal completa-
mento della fondovalle Trigno alla strada Sulmona-Roccaraso, alla connessione
dell’autostrada del Sole con Avezzano attraverso Sora e la Valle del Liri – erano stati con il
piano del 1965-’69 solo oggetto di studio, e per questo non poterono effettivamente partire
prima del 1970. Inoltre, ancora nel 1971 furono approvati altri due progetti esecutivi per la
strada della Valle del Sangro – il cui tracciato, abbiamo appena visto, aveva subito delle mo-
difiche sostanziali nel 1968 – con i quali i lavori raggiungevano la lunghezza di 59 chilometri,
a fronte dei 95 previsti complessivamente: si trattava del lotto numero zero, da Piano d’Archi
all’autostrada Adriatica ed alla statale 16, per 20 chilometri e una spesa di 4 miliardi e 450
milioni, e del terzo stralcio del primo lotto, dalla comunale per Bomba alla stazione di Villa
Santa Maria, per 10 chilometri e uno stanziamento di 7 miliardi e 382 milioni. Analogamente,
solo nel 1972 entrò nella fase esecutiva il progetto per il tronco da Avezzano a Capistrello –
nell’ambito della strada longitudinale dorsale appenninica – che, per un costo di 4 miliardi,
avrebbe dovuto svolgersi per 9,2 chilometri, «eliminando la strozzatura costituita dalle rampe
di attraversamento delle colline tra l’alveo del Fucino e la Valle del Sacco»322.
A partire dallo stesso 1972, grazie ai nuovi fondi arrivati con la legge n. 853 del 6 ottobre
1971, furono appaltate alcune opere di rilievo, dalla costruzione del terzo lotto della fondoval-
le Sangro, nel tratto dal bivio di Montalto ad Ateleta, per 18 chilometri e un importo di 9 mi-
liardi, al collegamento, sulla fondovalle Trigno, delle arterie adriatiche all’altezza di Vasto
con Isernia e quindi con l’autostrada del Sole al casello di San Vittore323. La via di confine fra
l’Abruzzo e il Molise - divenuta la nuova ‘Trignina’ - fu quindi portata a termine tutta nel
corso degli anni settanta – prevalentemente nel tratto molisano, che era quello più incompleto
– raggiungendo un’estensione totale di 80 chilometri.
Diversa, invece, la situazione della strada a scorrimento veloce del Sangro, la quale, com-
plessivamente suddivisa in quattro lotti, al 30 giugno 1981 ne vedeva aperti al traffico il terzo
e il quarto, insieme al 1° e 2° stralcio del primo lotto (da Piana d’Archi fino a sotto Bomba),

321
ID., Bilancio 1972. Relazione, cit., p. 90.
322
Ibid., p. 92.
323
In aggiunta ai lotti, sino al terzo, già in corso, furono appaltati nel 1972, per l’importo complessivo di 7.600
milioni, il 5° e il 4° lotto, 2° stralcio, da Isernia verso Chiauci. L’insieme di tutti questi progetti in corso d’opera
concerneva 57 km, mentre il tracciato dell’intera arteria era lungo 80 km. Limitatamente al solo Molise, altri la-
vori furono approvati nel 1973: i lotti da sotto Pescolanciano fin presso Bagnoli del Trigno, in prosecuzione di
quelli finanziati nei precedenti esercizi; per completare l’intera strada restava da realizzare solo il tronco da sotto
Bagnoli del Trigno a Trivento. Interessava indirettamente l’Abruzzo anche l’appalto del primo dei tre tronchi
sulla Sora-Atino-Cassino, nel Lazio: insieme alla nuova arteria Sora-Avezzano, esso non solo attuava il collega-
mento rapido, con un percorso complessivo di circa 87 km, tra le due autostrade Roma-L’Aquila (A 24) e Roma-
Napoli (A 2), ricostituendo l’antico fondamentale tracciato tra il medio Adriatico e la Campania, ma realizzava
anche un «asse di penetrazione e valorizzazione» delle zone interne della Valle di Comino.
108

mentre il 3° e ultimo stralcio era a sua volta ripartito in due tronchi: nel primo (da sotto Bom-
ba a Fosse Ballevino) i lavori erano stati conclusi ed era prossima l’attivazione, nel secondo
(da fosso Ballevino a Colledimezzo) l’ultimazione si prevedeva per la fine del 1982; il secon-
do lotto era anch’esso stato frazionato in tre stralci: per il primo (da Villa Santa Maria alla
stazione di Civitalupa), completato l’appalto-concorso, il relativo progetto fu trasmesso
all’Anas che ne avrebbe dovuto curare il finanziamento e la realizzazione; per il secondo (dal-
la stazione di Civitaluparella a quella di Gamberale) non si era ancora avviato nessuno studio
progettuale, mentre per il terzo (dalla stazione di Gamberale ad Ateleta) si era vicini al termi-
ne dei lavori, pure fissato entro il 1982324. Ma ulteriori ritardi e dilazioni dovevano soprag-
giungere anche in seguito, tanto che a tutt’oggi questa importante arteria non vede ancora il
suo definitivo compimento.
Nel corso degli anni settanta erano intervenuti dei cambiamenti anche nella legislazione.
Le disposizioni del 1971, ad esempio, portarono ad un reinserimento fra le competenze della
Cassa delle opere di viabilità ordinaria, a partire dalla definizione in sede ministeriale delle
intese con le regioni, avvenuta nel corso del 1973: si trattava dei cosiddetti «interventi inte-
grativi delle attività regionali», sotto forma sia di sistemazioni che di nuove realizzazioni, de-
stinati alla messa a punto e al miglioramento di strade provinciali, con l’obiettivo di favorire il
disimpegno del traffico locale e anche, in alcune situazioni, un sostanzioso supporto al siste-
ma di viabilità a scorrimento veloce. Tra i finanziamenti più importanti, in questo ambito, so-
no da annoverare, nel 1973, quelli della Pezzolonga-Mofitti in provincia di Teramo e della
Opi-Bominaco in quella dell’Aquila e nel 1974, ancora in provincia dell’Aquila, il completa-
mento della Capistrello-Filettino, nel 1975 la costruzione della Alfedena-Campitelli (lunga 8
km), nel 1976 la strada fra Scanno e Rocca di Cambio.
Sempre con la normativa del 1971 venne abolito il «contributo ‘Cassa’ ai grandi assi auto-
stradali», e quindi la partecipazione dell’ente alla costruzione dell’autostrada L’Aquila-Gran
Sasso-Adriatico, che ricadde tutta sulle disponibilità dell’amministrazione ordinaria. Unica
eccezione fu la realizzazione del traforo sotto il Gran Sasso – indispensabile per il collega-
mento tra l’Aquila e Teramo – la quale, affidata alla Casmez, venne appaltata nel corso degli
anni settanta prima alla società Sara e poi, in seguito al fallimento di questa società, all’Anas.
Di conseguenza i lavori procedettero a rilento: al 30 giugno 1981 erano ancora in corso di
svolgimento, pur se «quasi ultimati»325.
Con la legge n. 183 del 2 maggio 1976 (art. 6) rimase all’ente esclusivamente il completa-
mento delle direttrici già impostate con i programmi precedenti, sia nella viabilità a scorri-
mento veloce che in quella ordinaria. Con i nuovi fondi stanziati - 190 miliardi per tutto il
Mezzogiorno - furono approvati, nel 1977, il 2°, 3°, 4° e 5° lotto del tratto da Avezzano a So-
ra lungo la strada longitudinale dorsale appenninica, per uno sviluppo di 33 chilometri, «in
prosecuzione del 1° lotto (Avezzano-Capistrello) di 9,2 Km. già approvato ed in corso di ese-
cuzione»326. Al 30 giugno 1981, i lavori relativi ai lotti dal 2° al 5°, che riguardavano i tratti

324
ID., Gli interventi straordinari nelle regioni meridionali, cit., pp. 121-122.
325
Ibid., p. 104.
326
ID., Bilancio 1977. Relazione, cit., p. 65. «Su questa stessa direttrice sono stati oggetto di approvazione anche
il 1° ed il 3° lotto della Sora-Atina-Cassino (sviluppo Km. 14,5), mentre il 2° lotto (di Km. 13,2) è stato approva-
to (…) con il programma annuale 1977 per i progetti speciali (progetto speciale n. 28). Viene così ad essere
completato il finanziamento dell’intera nuova strada da Avezzano a Cassino, lungo la Val Roveto, il cui sviluppo
complessivo sarà di 86 Km. interessanti le regioni Lazio ed Abruzzi, ivi compreso il tronco Atina-Fiume Rapido
(Km. 16) già in costruzione».
109

Capistrello-Civitella Roveto, Civitella Roveto-Le Roscie, Le Roscie Balsorano e Balsorano-


Sora, erano stati tutti appaltati e in corso di esecuzione; alla stessa data, tuttavia, la parte da
Avezzano a Capistrello, pur «realizzata in gran parte», era ferma «per inadempienza della dit-
ta appaltatrice», con conseguente rescissione del contratto, «per colpa dell’impresa», e un
nuovo affidamento327.
All’inizio degli anni ottanta, quindi, nessuna delle principali opere inserite nel piano 1965-
’69 era stata portata a termine (la stessa fondovalle Trigno era stata iniziata nel precedente
programma quindicennale), con la sola eccezione della strada a scorrimento veloce Chieti-Val
Pescara, legata alle zone più progredite della regione, la quale nel 1981 risultava già aperta al
traffico.
A partire dal 1972, a tali interventi si affiancarono quelli previsti dai progetti speciali: in
realtà uno solo di nostro interesse, il numero 12, riguardante la «strada mediana transcollinare
aprutina», tra le Marche, l’Abruzzo e successivamente il Molise, le cui vicende sarebbero sta-
te, peraltro, alquanto tormentate fin dall’inizio328. L’obiettivo era quello di «rivitalizzare terri-
tori prevalentemente collinosi o montani, ma inglobanti aree pianeggianti ed insediamenti
umani consistenti, interconnettendoli longitudinalmente e radialmente», con la possibilità di
agevolare anche «insediamenti di nuove economie industriali, agricole, artigianali e turisti-
che»329. L’opera avrebbe dovuto consistere in una direttrice principale, da costruire a circa
una ventina di chilometri dalla costa, «con caratteristiche di strada a scorrimento veloce, cor-
redata da rami trasversali di collegamento sia con i territori che [dovevano] beneficiare
dell’intervento, sia con preesistenti poli di sviluppo economico»330; se ne fissavano gli sboc-
chi per Ancona a nord e verso l’area pugliese a sud. Nel progetto fu inserito anche il tratto
della Chieti-Val Pescara da Tricalle al capoluogo, per una spesa di 3 miliardi e 175 milioni,
mentre nel complesso per il 1975 si prevedeva un’assunzione di impegni di circa 40 miliardi,
limitatamente ai primi lotti esecutivi sulla arteria più importante. L’anno prima era stata ap-
provata, per un costo di 21 miliardi e 400 milioni, la costruzione del tronco da Bucchianico a
Guardiagrele (20 km), «nella parte centrale della direttrice». Contemporaneamente, «studi,
sondaggi e progettazioni» erano in corso su altre due sezioni del tragitto, da Comunanza ad
Ascoli Piceno e a Teramo, e da Guardiagrele alla Valle del Sangro331, ma non si giunse mai
alla fase operativa: nel 1975 vi fu anzi una battuta di arresto332, e l’anno successivo venne ri-
chiesta da parte della Cassa «una chiara rideterminazione da parte dei competenti organi delle
finalità, degli ambiti territoriali e dei contenuti»333. Insomma si stava rimettendo tutto in di-
scussione:

[…] si dovrà superare - si legge nella relazione al bilancio 1977 - la originaria impostazione fon-
data esclusivamente sulla realizzazione delle grandi infrastrutture viarie, per dare vita a progetti inte-

327
ID., Gli interventi straordinari nelle regioni meridionali, cit., p. 121: «L’intera arteria Avezzano-Sora, di circa
Km. 43, realizza un nuovo itinerario veloce partendo dalla direttrice dell’autostrada Roma-Pescara; costeggiando
la conca del Fucino, conduce lungo la Valle del Liri a Sora e da qui per Altino all’autostrada Roma-Napoli».
328
ID., Bilancio 1974, cit., p. 16.
329
ID., Bilancio 1973, cit., p. 19.
330
Ivi.
331
ID., Bilancio 1974, cit., p. 21.
332
ID., Bilancio 1975, cit., p. 45.
333
ID., Bilancio 1976, cit., p. 39. Tale ridefinizione era ritenuta «essenziale» anche per gli altri due «progetti spe-
ciali per le direttrici di sviluppo del Mezzogiorno interno»: il «sistema viario a carattere interregionale per lo svi-
luppo della Campania interna» e la «direttrice interregionale dorsale appenninica Rieti-Benevento».
110

grati di promozione dello sviluppo per aree omogenee con i seguenti contenuti: individuazione e pro-
mozione delle attività produttive con la connessa realizzazione delle necessarie attrezzature infrastrut-
turali specifiche, di collegamento e di penetrazione, allo scopo di agevolare le localizzazioni industria-
li (anche con riferimento alle maggiori agevolazioni previste per investimenti nelle zone depresse), lo
sviluppo turistico, dei servizi civili e dell’agricoltura334.

Nella seconda metà degli anni settanta ci si concentrò prevalentemente sui miglioramenti
nel campo dell’agricoltura, per lo più nella bonifica e nella sistemazione montana, ma anche
qui con interventi alquanto circoscritti (che peraltro toccarono solo marginalmente
l’Abruzzo). Quanto alla viabilità, ci si limitò a finanziare le opere già in corso, «la cui esecu-
zione consentiva il completamento e la funzionalità dei tronchi parzialmente eseguiti, nonché
il mantenimento dei livelli occupazionali»335. Al 30 giugno 1981 era ormai ultimata la Buc-
chianico-Guardiagrele, un tronco che faceva parte della direttrice transcollinare piceno-
aprutina ancora lontana dall’essere realizzata. Al momento le sue funzioni erano ben diverse
da quelle ipotizzate in sede di studio336.
La mancata realizzazione della ‘transcollinare’ che partendo dalle Marche avrebbe dovuto
attraversare l’intero Abruzzo fino alle Puglie era forse il segnale più evidente dello scarto tra
progetti e concrete realizzazioni: uno scarto che con il passare del tempo, come vedremo me-
glio nel successivo paragrafo, s’era andato facendo sempre più ampio. C’è da dire, tuttavia,
che proprio tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta furono portate a compimento o
avviate a conclusione alcune opere di maggiore rilievo, dalla fondovalle Trigno alla Chieti-
Val Pescara ad altre arterie più interne, fino alla strada a scorrimento veloce del Sangro, la
quale nella sua nuova impostazione era stata molto migliorata, per quanto al prezzo, come già
detto, di un notevole allungamento dei tempi.
I finanziamenti alle infrastrutture di trasporto, d’altro canto, non riguardarono solo la viabi-
lità su ruote. La Casmez contribuì anche al miglioramento del ‘sistema’ portuale regionale e
dell’aeroporto di Pescara, come pure indirizzò i suoi fondi per il potenziamento e
l’elettrificazione di alcune linee ferroviarie. Nel citato documento di programmazione regio-
nale coordinato dal Barberi si individuava il «punto debole» del sistema di comunicazioni
dell’Abruzzo con il resto del mondo proprio nei porti, in pratica ridotti a quelli di Giulianova,
Pescara, Ortona e Vasto, i quali non potevano «che esplicare un ruolo limitato a particolari
traffici marittimi come quello petrolifero» (si pensava all’installazione di una raffineria)337.
Con la legge del 29 settembre 1962, n. 1462, la Casmez ebbe il compito di intervenire nel set-
tore, «al fine di predisporre le attrezzature essenziali alle esigenze delle aree di sviluppo indu-
striale».
Con riguardo all’Abruzzo venne predisposto un «programma per il risanamento del porto
di Vasto», da sviluppare a partire dal 1963, che avrebbe dovuto comportare una spesa di un
miliardo e 400 milioni338. La scelta, dovuta al fatto che questo approdo marittimo era stato in-
serito nel Nucleo industriale, non era certo tale da ridefinire il ruolo degli scali marittimi nello
sviluppo della regione, sia perché territorialmente indirizzata verso un solo caso, sia perché
già nelle intenzioni si presentava piuttosto limitata. Ma comunque si trattò di un apporto si-
334
ID., Bilancio 1977, cit., p. 48.
335
ID., Bilancio 1979. Relazione, cit., p. 49.
336
ID., Gli interventi straordinari nelle regioni meridionali, cit., pp. 122-123.
337
UNIONE ITALIANA DELLE CAMERE DI COMMERCIO, INDUSTRIA E AGRICOLTURA, Monografie regionali, cit., p.
75.
338
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1962-’63, cit., p. 45.
111

gnificativo ai fini dell’ammodernamento di una struttura che aveva grande peso nello sviluppo
industriale del Vastese. Entro il 31 dicembre 1967 furono eseguite opere di ampliamento per
un impegno effettivo di un miliardo e 327 milioni, salito nel 1969 a un miliardo e 710 milioni:
vennero creati moli, banchine, sporgenti banchinati e attrezzature meccaniche, si potenziarono
le strutture già esistenti e furono resi più profondi gli stessi fondali, allo scopo «di consentire
anche l’attracco di navi di grosso tonnellaggio»339. Con il piano quinquennale si decise
un’integrazione degli stanziamenti, «utilizzando disponibilità determinatesi nel corso di attua-
zione del programma» (già al 31 dicembre 1970 altri 792 milioni)340, con l’obiettivo di rende-
re il nuovo scalo capace di accogliere il movimento mercantile connesso con l’economia della
zona, «ponendo così in essere le condizioni favorevoli per lo sviluppo delle attività esistenti,
nonché le premesse per stimolare l’insediamento di nuove iniziative»341. Sempre con queste
finalità nel corso degli anni settanta le elargizioni della Cassa per il porto di Vasto raggiunse-
ro la considerevole cifra di 3 miliardi e 776 milioni.
L’adeguamento dell’aeroporto di Pescara, nell’ambito di un programma di settore comun-
que abbastanza limitato342, fu predisposto con il piano 1965-’69: il relativo progetto di mas-
sima venne definito nel 1967 (2 miliardi e 300 milioni il costo), quello esecutivo approvato
nel 1969. Esso prevedeva l’ampliamento e il potenziamento della pista e delle infrastrutture di
volo: lavori da ultimarsi entro il 1972343. A partire dal 1971 furono decise ulteriori realizza-
zioni - infrastrutture ed edifici operativi essenziali - il cui termine era fissato per l’estate del
1974. Nel 1973 si era nella fase della messa a punto progettuale, riguardante la pista di volo e
rullaggio, le bretelle ed i piazzali, mentre nel corso dell’esercizio furono approvati i progetti
esecutivi per le opere di completamento, dalle aerostazioni merci all’edificio dei vigili del
fuoco, alla torre di controllo e ai serbatoi idrici. Ma poi nella seconda metà degli anni settanta
furono disposti ancora nuovi finanziamenti, per un ulteriore potenziamento della struttura: al
30 giugno 1981 tutti i lavori si erano finalmente conclusi, con una spesa totale di oltre 10 mi-
liardi. Si completava così una struttura che si riteneva decisiva, già da metà di anni ’60344, per
l’inserimento della regione nei grandi traffici nazionali e internazionali.
Anche i contributi per opere di potenziamento ferroviario, in genere relative
all’elettrificazione, furono di una certa consistenza: al 30 giugno 1965 risultavano impegni
per oltre 20 miliardi sulla linea Pescara-Foggia-Bari (iniziati già dal terzo esercizio 1952-’53)
e per 5 miliardi e 316 milioni sulla linea Pescara-Sulmona e su quella Pescara-S. Benedetto
del Tronto345. Con il Piano di coordinamento per la seconda metà degli anni sessanta non
vennero previsti stanziamenti da parte dell’ente, essendo state affidate all’Azienda ferroviaria
339
ID., Bilancio 1969, cit., p. 81; cfr. anche SVIMEZ, Prospettive del traffico marittimo e problemi portuali del
Mezzogiorno, Roma, 1970, p. 177, tab. 2.
340
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1970, cit., p. 31.
341
ID., Bilancio 1967, cit., p. 43.
342
Si puntò a «fronteggiare esigenze particolari di talune zone del Mezzogiorno che l’Amministrazione ordinaria
non era in grado di soddisfare», decidendo alla fine di intervenire per i nuovi aeroporti di Lametia Terme e Po-
tenza, oltre che per il potenziamento di quelli di Bari-Palese e Pescara, con una spesa di 11,8 miliardi» (ID., Bi-
lancio 1970, cit., p. 32).
343
ID., Bilancio 1970, cit., pp. 32-33: «[…] specie per gli aeroporti comportanti la costruzione di nuove piste e
infrastrutture di volo, si tratta di lavori che realizzeranno una parte cospicua e funzionale, ma non integrale, dei
relativi progetti. Per il completamento occorreranno ulteriori adeguate assegnazioni, nel quadro che dovrà essere
definito in sede di programmazione generale per il 1971-75».
344
UNIONE ITALIANA DELLE CAMERE DI COMMERCIO, INDUSTRIA E AGRICOLTURA, Monografie regionali, cit., p.
75.
345
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1964-’65. Relazione, cit., p. 194.
112

l’elaborazione e l’esecuzione di un piano decennale di ammodernamento di tutta la rete na-


zionale346. Ulteriori interventi – gli ultimi – furono tuttavia stabiliti nel 1969. Per l’Abruzzo
riguardarono il potenziamento della linea Giulianova-Teramo, con una spesa di 400 milio-
ni347. In generale, si trattò di realizzazioni che andarono a integrare il sistema di comunicazio-
ni su ruote, valorizzando la grande direttrice adriatica, sia verso nord che verso sud, senza tra-
scurare l’importante linea interna da Pescara a Sulmona.
Come si vede anche da questi cenni, Pescara veniva sempre più configurandosi come
l’autentico centro propulsore dell’economia regionale: già più avanzata dal punto di vista a-
gricolo, industriale e soprattutto commerciale, all’inizio degli anni ottanta questa città si pre-
sentava ben collegata con il resto del Paese attraverso l’autostrada e la ferrovia e disponeva
dell’unico aeroporto regionale, anche di una certa importanza nazionale per i traffici con l’Est
europeo, potendo in tal modo fungere da centro di smistamento verso gli altri comuni princi-
pali, dalla vicina Chieti all’Aquila, da Sulmona, a Teramo.
Più a sud, la strada a scorrimento veloce del Sangro e la fondovalle Trigno, direttamente
allacciate con la linea ferroviaria e autostradale sul litorale adriatico e con il porto di Vasto,
contribuivano all’inserimento delle rispettive zone - il Vastese e il Lancianese, che registra-
vano proprio in quegli anni un rapido processo d’industrializzazione - nei circuiti nazionali,
con facili possibilità di sbocco, attraverso il Molise, sulla stessa direttrice tirrenica. Sforzi
considerevoli, come abbiamo visto, si erano concentrati anche sulle aree montuose
dell’interno, prevalentemente con finalità turistiche (stazioni sciistiche e Parco nazionale
d’Abruzzo), soprattutto in rapporto con Napoli, con Roma e con il Lazio. L’antica regione di
frontiera del Regno borbonico, per secoli baluardo difensivo grazie alle asperità del suo terri-
torio, era così venuta ad assumere, in poco più di un trentennio, una configurazione più con-
sona a quella che geograficamente (quanto meno) le spettava nello Stato unitario: giuntura di
collegamento, cioè, tra Nord e Sud sul versante orientale della penisola, peraltro ben allaccia-
ta, su quello occidentale, alle due ‘metropoli’ di Roma e di Napoli.

346
ID., Bilancio 1966, cit., p. 38.
347
ID., Bilancio 1971, cit., pp. 29 e 30.
113

3.4. Dati e riflessioni per un primo bilancio

Lo storico isolamento dell’Abruzzo (una sorta di ‘insularità’ che, come si vedrà, lo faceva
paragonare alla Sardegna), a causa delle sue invalicabili barriere appenniniche, è stato il tasto
su cui le classi dirigenti della regione maggiormente hanno battuto nel sollecitare l’intervento
dello Stato per la realizzazione delle infrastrutture viarie. E’ vero che quando viene creata la
Casmez, nel 1950, l’Abruzzo in fatto di dotazione stradale non stava peggio delle altre regio-
ni del Sud, ma anzi, tanto in rapporto al territorio (ne abbiamo accennato all’inizio) che in
rapporto alla popolazione, si poneva notevolmente al di sopra della media meridionale, come
si veda anche dalla tab. 3.1. Ma la conformazione geografica della regione, particolarmente
accidentata e difficile per la presenza dei più grandi ed aspri massicci della catena appennini-
ca (Gran Sasso e Maiella, ma anche gli altri complessi montagnosi), rendevano questi para-
metri scarsamente rappresentativi.
La realtà era - o almeno così veniva presentata dalla leadership politica- molto più grave
di quanto dicessero i dati della statistica ufficiale. Gli abruzzesi si sentivano abbandonati e di-
scriminati. Era dunque come se si dovesse riparare ad un atavico torto ingiustamente subito.
Ogni zona si sentiva in diritto di chiedere una strada per mettersi in comunicazione con il re-
sto del mondo. Spesso accampando anche ragioni di riequilibrio regionale. E alla fine tutti
hanno ottenuto qualcosa in «una sorta di gioco a somma positiva», com’è stato scritto348. La
concessione di provvedimenti «un po’ a tutti» che l’iniziativa politica di vertice riusciva ad
ottenere veniva presentata come «risposta alle esigenze di uno sviluppo equilibrato». E così il
«particolarismo» è diventato la «risorsa» del «caso Abruzzo», come recita il titolo del saggio
di Antonio Mutti (dal quale si sta citando) che proprio sul tema delle infrastrutture di trasporto
costruisce le argomentazioni più convincenti della sua tesi.

TAB. 3.1. Strade ordinarie (km) in rapporto alla popolazione e al territorio


S 1951 s S 1991 s

Per 1.000 kmq di Per 100 mila abitanti Per 1.000 kmq di Per 100 mila abitanti
superficie territoriale superficie territoriale
Abruzzo 467 396 1.330 1.134
Molise 394 432 672 890
Campania 565 177 1.223 286
Puglia 354 213 864 411
Basilicata 279 443 654 1.049
Calabria 361 267 1.060 742
Sicilia 335 193 829 412
Sardegna 195 368 507 729
Sud 346 241 867 506
Centro-Nord 730 409 1.108 541
Italia 567 362 1.010 528
Fonte: ISTAT, Annuario statistico italiano, 1952, 1993; cfr. anche A. MUTTI, Il particolarismo come risorsa, cit.,
tab. 17.

In effetti, come si vede dalla tab. 3.1, se si rapporta la lunghezza della rete stradale com-
plessiva alla popolazione, l’Abruzzo tra le regioni meridionali passa dal terzo posto nel 1950
al primo nel 1990, e addirittura dal dodicesimo al secondo posto tra tutte le regioni italiane. E

348
A. MUTTI, Il particolarismo come risorsa, cit., p. 458.
114

lo sbalzo in avanti non cambia di molto se il rapporto viene fatto con la superficie territoriale:
nel lasso di tempo considerato l’Abruzzo sale dal secondo al primo posto tra le regioni meri-
dionali e dall’undicesimo al terzo posto in Italia.
Al conseguimento di simili risultati, caratterizzati peraltro da «un più che accettabile grado
di coerenza fra le grandi linee della geomorfologia e dell’idrografia ed il sistema relazionale
impostato dall’uomo»349, certamente hanno influito anche le autostrade e le strade statali, rea-
lizzate dall’amministrazione ordinaria dello Stato. Ma un peso notevole - a parte il fatto che
l’Abruzzo ha ottenuto qualcosa dalla Casmez, come abbiamo visto, anche in questo tipo di
opere - l’ha avuto senz’altro il sistema viario costruito grazie all’intervento straordinario. Del
resto i dati sulla mole e sui costi delle opere messe in cantiere dalla Casmez non lasciano
dubbi in proposito.
Ad uno sguardo più generale osserviamo, per cominciare, questo riepilogo della situazione
dei lavori al 31 dicembre 1965, sia per l’Abruzzo che per l’insieme delle regioni meridionali,
nei diversi ambiti delle strade a scorrimento veloce, delle sistemazioni e delle nuove costru-
zioni nella rete ordinaria e promiscua, e delle opere per la viabilità turistica.

TAB. 3.2. Situazione dei lavori nel settore della viabilità in Abruzzo e nelle regioni meridionali al 31
dicembre 1965: chilometri e importo (in migliaia di lire)
Regioni/Ambiti di intervento Progetti approvati Lavori appaltati s Lavori ultimati
Km. Importo Km. Imp. (lordo)(a) Imp. (netto)(a) Km. Importo
Abruzzo
Viabilità a scorrimento veloce 35 2.158.000 30 2.060.000 1.818.000 30 1.818.000
Sistemazioni 1.718 12.465.000 1.704 12.143.000 10.370.000 1.656 9.583.000
Nuove costruzioni 342 8.603.000 337 8.251.000 7.014.000 302 5.082.000
Viabilità turistica 248 4.908.000 247 4.588.000 3.976.000 184 2.569.000
Totale 2.343 28.134.000 2.318 27.042.000 23.178.000 2.172 19.052.000

Regioni meridionali
Viabilità a scorrimento veloce 427 45.614.000 355 38.941.000 35.320.000 41 3.053.000
Sistemazioni 14.607 89.885.000 14.537 88.898.000 78.467.000 14.314 75.154.000
Nuove costruzioni 3.217 96.409.000 3.157 93.574.000 81.545.000 2.856 69.942.000
Viabilità turistica 1.474 38.340.000 1.443 37.057.000 33.436.000 1.166 24.172.000
Totale 19.725 270.248.000 19.492 258.470.000 228.768.000 18.377 172.321.000
(a) Al lordo o al netto dei ribassi d’asta.
Fonte: CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio II semestre 1965, cit., pp. 124-127.

A fronte di una popolazione che era meno del 7% di quella Meridionale, l’Abruzzo dete-
neva, in termini di importo, il 10,41% dei progetti approvati, il 10,13% dei lavori appaltati al
netto dei ribassi d’asta (il 10,46% al lordo) e l’11,06% di quelli ultimati. Non solo, quindi, si
riscontra un maggiore drenaggio di fondi abbastanza significativo, ma anche una relativa più
rapida esecuzione delle opere messe in cantiere, soprattutto con riferimento alle strade di scor-
rimento veloce.
La particolare attenzione della Cassa verso questa regione si spiega, come accennato, tanto con le sollecitazioni dei cittadini e delle auto-
rità locali, tanto con le condizioni altimetriche e di partenza abbastanza difficili, soprattutto – abbiamo visto – nella provincia
dell’Aquila, dove il miglioramento della rete era più urgente e, al tempo stesso, più costoso: non a caso, infatti, mentre con riguardo alle
nuove costruzioni andava all’Abruzzo l’8,92% del totale dei finanziamenti per i progetti approvati, tale quota saliva al 13,87% per le si-
stemazioni, più del doppio della corrispondente quota di abitanti. Anche l’azione sulla viabilità turistica, in gran parte indirizzata ai terri-
tori montani dell’interno, era qui più intensa che altrove, raggiungendo il 12,80% degli stanziamenti rispetto all’insieme delle regioni
meridionali.

349
P. LANDINI, L’Abruzzo: una «regione cerniera», in F. SALVATORI (a cura di), Abruzzo: la geografia di uno
sviluppo regionale, Libreria dell’Università, Pescara, 1988, p. 132.
115

Tali orientamenti sembrano in un certo senso bilanciare quelli della politica agricola, che
avevano invece privilegiato le aree più vicine alla costa, in particolare quelle più settentriona-
li, con l’eccezione, specie nei primi anni, degli interventi di riassesto idrogeologico. Ma c’è
un’altra questione di fondo che va considerata: la provincia dell’Aquila è la zona di collega-
mento di tutta la regione, compresi i centri di Pescara, Teramo e Chieti, con la capitale, Roma,
la grande città più vicina, e, sotto molti aspetti (oltre che culturali e politici, in una certa misu-
ra economici), di riferimento350. La necessità di facilitare i traffici di uomini e merci in quella
direzione si poneva dunque in via prioritaria.

L’esigenza di questo problema - si legge nella monografia abruzzese per la programmazione eco-
nomica - è iscritta per così dire nella geografia e nell’economia della Regione. Nel regno di Napoli gli
Abruzzi erano una regione di frontiera, una specie di baluardo naturale a difesa dell’antico reame.
L’unificazione statale italiana collocò gli Abruzzi al centro della Penisola e se le distanze dalla Capita-
le risultarono accorciate non ne risultò sostanzialmente modificata la strana situazione che potrebbe
essere detta di «splendido isolamento» della Regione dal resto d’Italia, facendola assomigliare strana-
mente alla insulare Sardegna.
Questa posizione di isolamento è stata la strozzatura che ha condotto gli Abruzzi al livello delle più
arretrate regioni del Mezzogiorno.
Tra le cause che più hanno giuocato in questa vicenda, sono sicuramente da mettere al primo posto
le strade di collegamento degli Abruzzi col resto d’Italia ed in particolare con Roma351.

Fino al secondo dopoguerra le strade abruzzesi, come accennato, seguivano le tracce degli antichi tratturi, che vedevano «immensi greg-
gi di pecore avvolte in greggi di bianca polvere in transumanza verso il Tavoliere e la campagna romana»; volendo considerare il bic-
chiere mezzo vuoto, una politica pubblica di sviluppo delle comunicazioni che avesse ignorato questi elementi di partenza non avrebbe
potuto dirsi bene impostata.

E’ indispensabile, ovviamente, tener conto delle opere poste contemporaneamente in essere


su iniziativa dell’amministrazione ordinaria, a cominciare dalla viabilità statale per finire alle
autostrade: l’azione della Cassa rispetto ad esse doveva sempre conservare - almeno sul piano
formale - un carattere integrativo, essere finalizzata, cioè, al completamento o alla valorizza-
zione di più importanti progetti definiti e portati avanti dal Ministero dei Lavori Pubblici. Le
condizioni di fatto - soprattutto le maggiori condizioni di arretratezza (ma anche le più forti
pressioni politiche, come già detto) - spesso però ne accrescevano il ruolo. Un rapido sguardo
all’evoluzione della situazione della viabilità in tutto il Paese, dal 1950 al 1965 (tab. 3.3.), ci
mostra chiaramente come l’ente abbia adempiuto compiti che nel Centro-Nord erano normal-
mente di competenza delle singole province o dei comuni, compiti che le amministrazioni lo-
cali del Sud, con i loro più magri bilanci, non sarebbero state in grado di svolgere da sole. Oc-
corre aver presente, al riguardo, che il maggiore incremento nella densità di chilometri di
strade su chilometro quadrato verificatosi al Sud, che sembra dovuto per lo più alla rete stata-
le, di competenza del Ministero, è in realtà il risultato dell’espansione della viabilità provin-
ciale ad opera della Casmez, ‘mascherata’ dalla nuova classificazione introdotta con la legge
del 12 febbraio 1959, n. 126, in seguito alla quale le più importanti strade provinciali sistema-
te passarono sotto la rete statale dell’Anas, mentre numerose strade comunali divennero a loro
350
Gli stessi flussi turistici verso il Gran Sasso e la Maiella, ad esempio, provenivano in gran parte da Roma e
dal Lazio. Va detto che le realizzazioni della Cassa erano state copiose anche in direzione delle comunicazioni
con l’altra grande città nelle vicinanze, Napoli, l’antica capitale del Regno borbonico: necessariamente, tuttavia,
essi interessarono soprattutto la regione Molise, ovvero l’allora provincia di Campobasso.
351
UNIONE ITALIANA DELLE CAMERE DI COMMERCIO, INDUSTRIA E AGRICOLTURA, Monografie regionali, cit., p.
73.
116

volta provinciali. Tuttavia l’indice di densità stradale, nonostante i progressi, ancora nel 1965
restava significativamente più basso nell’Italia meridionale e insulare: 0,46 contro lo 0,85 del
Nord e lo 0,66 del Centro, con una differenza negativa che era ulteriormente accentuata dalle
peggiori condizioni altimetriche del territorio.

TAB. 3.3. Lo sviluppo delle reti stradali del Mezzogiorno, del Centro, del Nord e dell’Italia nel suo
complesso al 31 dicembre 1950 e al 31 dicembre 1964(a)
Strade esistenti al 31-12-1950 (km)
Ripartizione Autostrade Statali Provinciali Comunali Totale Km./kmq.
Italia settentrionale 308 7.395 13.836 76.968 98.507 0,76
Italia centrale 27 3.796 8.537 20.747 33.107 0,57
Italia meridionale e insulare – 10.571 20.092 12.944 43.608 0,35
Totale Italia 335 21.762 42.465 110.659 175.222 0,56
Strade esistenti al 31-12-1964 (km)
Ripartizione Autostrade Statali Provinciali Comunali Totale Km./kmq.
Italia settentrionale 978 12.644 36.605 52.076 102.303 0,85
Italia centrale 295 7.280 16.435 14.564 38.574 0,66
Italia meridionale e insulare 137 17.262 35.552 4.290 57.241 0,46
Totale Italia 1.410 37.186 88.592 70.930 198.118 0,66
Tassi di incremento, 1950/1964
Ripartizione Autostrade Statali Provinciali Comunali Totale Km./Kmq.
Italia settentrionale 3,18 1,71 2,65 0,68 1,04 1,12
Italia centrale 10,93 1,92 1,93 0,70 1,17 1,16
Italia meridionale e insulare 137 1,63 1,77 0,33 1,31 1,31
Totale Italia 4,21 1,71 2,09 0,64 1,13 1,18
(a) Occorre tenere presente che a seguito delle nuove classifiche dovute alla legge del 12 febbraio 1959 n. 126 le principali
strade provinciali sistemate sono passate nella rete statale dell’Anas, mentre numerose strade comunali, in genere non si-
stemate, sono state assunte dalle province.
Fonte: CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1964-’65. Relazione, cit., p. 191.

Il quadro relativo all’Abruzzo e al Mezzogiorno esce confermato anche se lo osserviamo in


un più lungo periodo. Nella tabella che segue (n. 3.4.) si riporta l’impegno dell’ente nelle ope-
re stradali, con riferimento alla situazione delle realizzazioni al 31 dicembre 1977 nella viabi-
lità ordinaria e a scorrimento veloce, per l’Abruzzo e per il complesso delle regioni meridio-
nali352.
A fronte di una popolazione che era il 6,53% di quella meridionale, l’Abruzzo deteneva, in termini di importo, il 14,64% dei progetti ap-
provati, l’11,87% dei lavori appaltati al netto dei ribassi d’asta (il 12% al lordo), e solo il 5,62% di quelli ultimati. Per le prime due voci,
quindi, tra il 1966 e il 1977 la forbice si era allargata rispetto al quindicennio precedente, per l’ultima si era invece addirittura dimezzata
(cfr. tab. 3.2). Il motivo di questi andamenti va ricercato unicamente nei ritardi per il completamento delle strade a scorrimento veloce, le
quali, se assorbivano il 16,63% degli stanziamenti per i progetti approvati, costituivano appena il 2,03% di quelli per i lavori ultimati; la
situazione si era più che ribaltata rispetto agli anni dal 1961 – data di attivazione – al 1965, quando la loro quota era rispettivamente del
4,73% e del 59,55%. Per contro, nella viabilità ordinaria le sistemazioni erano scese dal 13,87% al 12,27% dei progetti approvati, e le
nuove costruzioni dall’8,92% al 6,15%; i valori degli interventi ultimati non furono molto diversi: rispettivamente il 13,06% e l’8,06%
della corrispondente spesa per il Sud al 31 dicembre 1977.

TAB. 3.4. Situazione dei lavori nel settore della viabilità, per l’Abruzzo e per le regioni meri-
dionali, in chilometri e in importo, al 31 dicembre 1977(a)
Regioni/Ambiti di intervento Progetti approvati S Lavori appaltati s Lavori ultimati s
S

Km. Importo Km. Imp. (lordo)(b) Imp. (netto)(b) Km. Importo


Abruzzo
Viabilità a scorrimento veloce 209 152.469.000 177 98.179.000 90.538.000 50 5.615.000
Sistemazioni di viab. ordinaria 1.854 16.226.000 1.854 16.226.000 14.077.000 1.835 12.509.000
Nuove costruzioni di viab. ord. 363 10.943.000 363 10.943.000 9.383.000 351 9.088.000

352
In seguito, tali dati non verranno più pubblicati in appendice ai bilanci. Per le infrastrutture locali a diretto
servizio dell’agricoltura, dell’industria e del turismo, si rimanda alle specifiche sezioni.
117

Totale 2.426 179.638.000 2.394 125.348.000 113.998.000 2.236 27.212.000

Regioni meridionali
Viabilità a scorrimento veloce 1.875 916.556.000 1.770 755.810.000 699.622.000 1.130 275.989.000
Sistemazioni di viab. ordinaria 15.256 132.247.000 15.256 127.972.000 115.344.000 15.047 95.763.000
Nuove costruzioni di viab. ord. 3.616 177.834.000 3.594 160.973.000 145.746.000 3.398 112.773.000
Totale 20.747 1.226.637.000 20.620 1.044.755.000 960.712.000 19.575 484.525.000
(a) Gli importi sono in migliaia.
(b) Al lordo o al netto dei ribassi d’asta.
Fonte: CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1977. Appendice statistica, cit., pp. 156-157.

Tutto questo significa che in pratica si progettarono e si approvarono realizzazioni la cui


concreta fattibilità era più problematica che altrove: «si privilegiarono - come ha notato il
Cresa - le opere di prestigio anche se non sempre proporzionate ad accettabili valori del rap-
porto costi-benefici»; si preferì iniziare nuove strutture «anziché migliorare quelle esisten-
ti»353. Del Cresa si può condividere dunque anche la seguente conclusione: se le scelte fatte
trovavano una loro giustificazione nell’inadeguatezza del sistema viario abruzzese degli anni
cinquanta e sessanta, e nella conseguente pressante esigenza di «rompere l’isolamento», i
programmi che vennero poi predisposti e realizzati, condizionati come furono dal «quadro
generale della politica nazionale» e da «particolarismi di ogni genere», andarono spesso «ben
oltre il limite che tale fondamentale traguardo avrebbe dovuto segnare».

353
CRESA, Schema di riferimento per gli interventi in Abruzzo dei fondi C.E.E., cit., p. 25, anche per le citazioni
che seguono.
118

Capitolo quarto
LE INFRASTRUTTURE CIVILI: ACQUEDOTTI, FOGNATURE, OSPEDALI E SCUOLE

4.1. Il piano di ‘normalizzazione’ idrica (1950-1965)

Anche per gli acquedotti, l’impegno nei primi anni di intervento straordinario fu notevole:
in Abruzzo e Molise al 30 giugno 1957 erano stati erogati per il settore circa 10 miliardi e 353
milioni (una cifra per gli acquedotti non era molto diversa da quella corrispondente per le
strade: 10 miliardi e 500 milioni), il 17,74% di tutti i pagamenti ricevuti (oltre 58 miliardi e
363 milioni); nell’insieme delle regioni meridionali i fondi già distribuiti ammontavano a 52
miliardi e 151 milioni, il 9,07% sul complesso dei finanziamenti (574 miliardi e 969 milio-
ni)354. Tenendo presente che le due regioni registrarono, nel periodo 1951-1957, una popola-
zione pari al 9,29% di quella meridionale (circa un milione e 667 mila abitanti a fronte di 17
milioni e 948 mila)355, appare immediatamente evidente - anche in questo caso - la loro con-
dizione di relativo vantaggio, avendo assorbito ben il 19,85% dei pagamenti distribuiti nel set-
tore (escluse le fognature) nell’intero Mezzogiorno.
In seguito, il rapporto si fa più equilibrato: dal 30 giugno 1958 al 30 giugno 1965,
all’Abruzzo e Molise finiscono 27 miliardi e 287 milioni per gli acquedotti, il 22,62% del to-
tale dei pagamenti (escluso il credito agevolato al settore industriale), mentre a tutto il Sud
166 miliardi e 105 milioni, il 19,42%356. Se si considera che la popolazione dell’Abruzzo e
Molise dal 1958 al 1965 coincide mediamente con l’8,49% di quella meridionale (un milione
e 577 mila abitanti contro 18 milioni e 569 mila), si vede subito come i fondi ottenuti per il
settore restino, in proporzione, notevolmente più elevati (16,43% del totale meridionale), seb-
bene leggermente scesi rispetto al precedente periodo.
L’intera regione abruzzese, dal punto di vista geo-idrologico357, si presentava divisa in due
aree dalle caratteristiche molto differenti: una più interna, corrispondente grosso modo alla

354
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1956-’57. Allegati, cit., pp. 68-69, 700-701, 820-821.
355
R. PACI e A. SABA, op. cit., anche per i successivi dati sulla popolazione.
356
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1964-’65. Allegati, cit., pp. 72-73, 1.190-1.191, 1.380-1.381.
357
«Le manifestazioni sorgentizie più importanti - scrive l’ingegnere Mario Crocco, che sugli acquedotti nei
primi 12 anni di attività della Cassa fornisce il quadro più completo (presiedeva il Servizio acquedotti e fognatu-
re ed era specificamente a capo del Servizio Acquedotti dell’Abruzzo) - si concentrano ai piedi delle grandi
formazioni calcaree permeabili, e particolarmente nella zona della vallata di Sulmona e delle gole di Popoli,
laddove l’Aterno-Pescara con i suoi affluenti (Gizio, Sagittario, Tirino) degrada bruscamente a valle, incidendo
profondamente, come un gigantesco drenaggio naturale, nei fianchi delle possenti montagne circostanti. Nelle
valli più alte del massiccio appenninico, le risorse sorgentizie di una certa consistenza sono piuttosto rare; più o
meno diffuse, a seconda delle zone, sono invece le piccole manifestazioni dovute a locali incidenti della tormen-
tata tettonica delle montagne abruzzesi. Nella fascia costiera orientale, costituita da terreni praticamente imper-
meabili, mancano quasi del tutto anche le piccole risorse locali» (M. CROCCO, Gli acquedotti dell’Abruzzo e del
119

provincia dell’Aquila; l’altra, più vicina alla costa, comprendente all’incirca le province di
Teramo, Pescara e Chieti. Ad esse facevano capo, al 1950, due distinti sistemi di approvvi-
gionamento idrico:
a) nella parte occidentale, le naturali barriere montane che frammentano il territorio e separa-
no i comuni, l’accentramento della popolazione in abitati mediamente di modeste dimen-
sioni e la presenza di piccole risorse idriche, in molte valli, avevano consentito la realizza-
zione di acquedotti a gravità di limitata estensione che servivano singoli abitati o di piccoli
gruppi di essi;
b) nella parte orientale, invece, la mancanza quasi assoluta di risorse idriche, anche piccole,
nei terreni impermeabili del Pliocene aveva portato alla creazione di diversi acquedotti a
vasta zona di servizio, alimentati dalle abbondanti sorgenti che sgorgano dalle propaggini
della catena appenninica.
In provincia dell’Aquila, l’unica struttura a servizio plurimo era quella delle sorgenti Rio
Sonno, che riguardava, «peraltro in modo assai disordinato e incompleto», la maggior parte
del territorio del Fucino (7 comuni e oltre 40.000 abitanti). Per contro, nella zona orientale,
come si può vedere dalla tab. 4.1, vi erano ben otto impianti di un certo rilievo, che da soli in-
teressavano, nel 1950, oltre il 65% dell’intera popolazione delle tre province di Chieti, Pesca-
ra e Teramo: gli acquedotti del Ruzzo, del Tavo, della Nora, alimentati da sorgenti degli omo-
nimi corsi d’acqua nascenti dal Gran Sasso; gli acquedotti dell’Orfento, dell’Avello, di Rocca
di Ferro e del Sinello, che derivano l’acqua dalla Majella o da montagne ad essa adiacenti; in-
fine l’acquedotto Val di Foro, il solo alimentato da sorgenti basse, affioranti nell’omonimo
fiume del Chietino.

TAB. 4.1. I maggiori acquedotti dell’Abruzzo e comuni da essi alimentati nel 1950

Acquedotti Portata Condotte Comuni consor- SComuni alimentati s

(lt./sec.) (km) ziati Numero Popolazione

Ruzzo 265 388 31 23 163.048


Tavo 120 228 22 23 164.116
Nora 18 47 8 8 23.247
Orfento 15 40 6 5 12.569
Avello 48 147 17 17 62.187
Rocca di Ferro 30 30 - 4 48.519
Sinello 36 98 15 15 73.948

Val di Foro 48 66 6 6 59.192


Fonte: Sul filo dell’Acqua. Acquedotti d’Abruzzo, Pubblicazione realizzata a cura dell’Ufficio Gestione Acque-
dotti dell’Assessorato LL. PP. della Regione Abruzzo, Chieti, 1985, p. 42.

In teoria, la situazione del 1950 avrebbe dovuto assicurare una copertura «addirittura esu-
berante» su oltre il 34% dei comuni, «più o meno sufficiente» per oltre il 23%, «insufficien-
te» per il 25,4% e «scarsa» solo per il 17,4% dei casi. In pratica, però, da studi ed accerta-
menti della Cassa emerse che per potersi parlare di ‘normalizzazione’ del servizio idrico ben
il 43,4% dei centri abitati della regione abbisognava di «un intervento totale, cioè interamente

Piceno, in Aa.Vv., Cassa per il Mezzogiorno. Dodici anni. 1950-1962, vol. III. Acquedotti e fognature, parte I,
Laterza, Bari, 1962, pp. 314-317, anche per le altre notizie che seguono, comprese le citazioni).
120

di nuove opere, non essendo convenientemente utilizzabili quelle esistenti», un altro quasi
55% richiedeva «un intervento parziale, cioè di opere integrative o di sistemazione di quelle
esistenti», mentre gli insediamenti che non ne avevano necessità, «in ragione delle abbondan-
tissime portate addotte agli abitanti», erano appena l’1,7%; in assoluto, la provincia dove le
realizzazioni apparivano più urgenti era quella dell’Aquila, seguita da quella di Chieti e quin-
di da quelle di Pescara e Teramo.
All’origine delle carenze vi erano, da un lato, «deficienze di progetto e di costruzione»,
dall’altro, e più spesso, semplicemente la «mancanza di sani criteri di gestione ed esercizio
degli impianti», oltre all’assenza di manutenzione: dalle verifiche effettuate risultò che alme-
no nell’80% dei comuni abruzzesi il servizio di rifornimenti idrico veniva effettuato in modo
discontinuo, «cioè con interruzione giornaliera del flusso nell’intero abitato o in parti di es-
so»; a tale regola non sfuggivano neppure alcuni centri maggiori come L’Aquila, Avezzano e
Sulmona, «dove pure le portate in arrivo alle città assicura[va]no agli abitanti dotazioni medie
individuali dell’ordine di 250-350 litri giornalieri». Da un’altra fonte - una pubblicazione rea-
lizzata nel 1985 a cura dell’Ufficio Gestione Acquedotti dell’Assessorato ai Lavori Pubblici
della Regione Abruzzo - si apprende che la portata complessiva degli acquedotti abruzzesi
nel 1950 veniva stimata intorno agli 800 litri al secondo e pertanto, in rapporto alla popola-
zione regionale, si avevano «dotazioni giornaliere pro-capite decisamente deficitarie»358.

TAB. 4.2. Classificazione dei comuni abruzzesi in base alla necessità di intervento per assicurare la
normalizzazione del rifornimento idrico (a cura della Casmez)
Province Nessun intervento Intervento parziale Intervento totale S Totale s
Comuni % Comuni % Comuni % Comuni %
Chieti 1 1,0 63 61,8 38 37,2 102 100,0
L’Aquila 2 1,9 40 37,7 64 60,4 106 100,0
Pescara 2 4,4 25 54,3 19 41,3 46 100,0
Teramo - - 36 80,0 9 20,0 45 100,0
Totale 5 1,7 164 54,9 130 43,4 299 100,0
Fonte: M. CROCCO, op. cit., p. 318.

In un primo momento la Cassa per il Mezzogiorno previde il finanziamento di quattro di-


stinti complessi di opere, uno per provincia, per una spesa totale di 11 miliardi e 20 milioni: in
un caso – acquedotto del Ruzzo, in provincia di Teramo – si trattava del completamento e del
miglioramento di una vecchia struttura, nei restanti tre della realizzazione di nuove costruzio-
ni, dall’acquedotto Val di Pescara (in provincia di Pescara) a quello del Verde (provincia di
Chieti), a quello della Ferriera (provincia dell’Aquila). Evidentemente, tale impostazione ri-
sentiva di forti vincoli amministrativi: la scelta delle zone di intervento infatti, anziché essere
fatta in base alle caratteristiche idro-geologiche dei vari territori (se necessario travalicando
gli stessi confini regionali), si limitava a ricalcare la preesistente ripartizione provinciale.
Cansapevole di questo «difetto fondamentale»359, con il passaggio dal programma decennale a
quello dodecennale, nel 1952, la Cassa per il Mezzogiorno, «nella sua funzione di organo cen-
trale destinato dalla legge all’esecuzione di complessi organici di opere e dotato all’uopo di
358
Sul filo dell’Acqua. Acquedotti d’Abruzzo, cit., p. 7.
359
Esso consisteva nel «vincolo imposto alla libera ed organica impostazione dei problemi della natura stessa
degli enti che avevano assunto, ognuno per proprio conto, l’iniziativa dei progetti: consorzi facoltativi di comuni,
determinati quindi dalla volontà soggettiva di questo o quel comune e non dalla’obiettiva considerazione delle
reali esigenze delle intere zone interessate e dei legami con situazioni, esigenze e parallele iniziative delle zone
limitrofe» (M. CROCCO, op. cit., cit., pp. 321-23, anche per le citazioni che seguono).
121

mezzi e libertà di azione», preferì un inquadramento più razionale e coerente, basato su criteri
«squisitamente tecnico-economici», prevedendo la suddivisione dell’Abruzzo in tre distinte
aree di studio:
a) Trigno-Vomano, determinata a sud-est dal fiume Trigno, a nord-ovest dal fiume Vo-
mano, a sud-ovest dalla dorsale appenninica Maiella-Morrone-Gran Sasso;
b) Vomano-Tronto, delineata a sud-est dal fiume Vomano, a nord-ovest dal fiume Tronto,
a sud-ovest dalla dorsale appenninica Gran Sasso-Laga. Alla zona Vomano-Tronto è
stato poi incorporato il territorio del comprensorio di bonifica in sinistra del fiume
Tronto, che si estende fin quasi al corso del fiume Aso e per il quale, in un primo tem-
po, non erano previsti interventi da parte della Cassa;
c) Appennino centrale abruzzese, coincidente praticamente con la montuosa provincia
dell’Aquila; a sua volta ulteriormente suddivisa, agli effetti dello studio dei piani di
normalizzazione, in alcune distinte sottozone (tra loro separate da alte giogaie montuo-
se); due di esse – l’estremo lembo nord-occidentale della provincia e l’alta valle del
Salto – rientravano nei sistemi di alimentazione studiati per l’ex circondario di Cittàdu-
cale (Lazio).
Queste tre diverse zone erano fra loro indipendenti, mentre all’interno di ognuna di esse i
problemi dovevano essere affrontati secondo una visione unitaria, al fine di elaborare «gli
schemi tecnicamente più razionali ed economicamente più convenienti per assicurare la nor-
malizzazione idrica all’anno 2000 di tutti i centri abitati in esse compresi, tenuto conto dei lo-
ro fabbisogni, delle risorse idriche disponibili e del grado di utilizzazione delle opere esisten-
ti». Mediamente le tre circoscrizioni presentavano 8 «centri abitati» per ogni 100 chilometri
quadrati, il doppio rispetto al resto del Mezzogiorno360; analogamente, come si può vedere
dalla tab. 4.3, la quota di popolazione sparsa o residente in piccoli nuclei rurali era molto ele-
vata (38%), sia pure con differenziazioni interne: assai più bassa nell’Appennino centrale
(9%), ma molto alta nel Vomano-Tronto (50%) e nel Trigno-Vomano (45%); quest’ultima a-
rea era anche quella che raccoglieva in assoluto il maggiore numero di abitanti, circa il 47%
del totale regionale.

TAB. 4.3. Caratteristiche demografiche al 1951 delle zone di studio del piano di normalizzazione idri-
ca in Abruzzo e Molise
Zone Comuni Centri abitati S Popolazione residente s
Centri abitati Nuclei o case sparse Totale
Trigno-Vomano 156 291 376.550 307.025 683.575
Vomano-Tronto 62 346 195.299 197.434 392.733
Appennino Centrale 97 248 299.714 29.952 329.666
Totale 315 885 871.563 534.411 1.405.974
Fonte: M. CROCCO, op. cit., p. 323.

360
In occasione del censimento demografico del 1951 l’Istat definì i ‘centri abitati’ come «aggregati di case con-
tigue o vicine con interposte strade, piazze e simili, o, comunque, brevi soluzioni di continuità, caratterizzati
dall’esistenza di servizi o esercizi pubblici determinanti un luogo di raccolta, ove sogliono concorrere anche gli
abitati dei luoghi vicini, per ragioni di culto, istruzione, affari, approvvigionamenti e simili» (cfr. CASSA PER IL
MEZZOGIORNO, Programma quinquennale, cit., p. 238). Nella maggior parte dei casi essi corrispondevano a fra-
zioni di comuni, più raramente a comuni interi.
122

Alla classificazione dei tre diversi territori seguì – in un primo momento si accompagnò –
un «ponderoso lavoro preparatorio»361, al termine del quale si poté giungere alla definizione,
per tutta la regione e per il Piceno, degli schemi di alimentazione per la normalizzazione idri-
ca: essi comprendevano in tutto 170 acquedotti, sinteticamente classificati nella tabella che
segue, a seconda del tipo di intervento o delle caratteristiche dell’impianto (servizio a uno o a
più comuni).

TAB. 4.4. Classificazione degli acquedotti del piano di normalizzazione in Abruzzo sulla base
dell’intervento previsto
Zone Acquedotti Aquedotti esistenti Aquedotti esistenti
di nuova costruzione ricostruiti o integrati integrati, sistemati e ampliati

S a servizio di s a servizio di s S a servizio di s

un solo comune più comuni un solo comune più comuni un solo comune più comuni

Trigno-Vomano 7 4 9 1 20 9
Vomano-Tronto 20 3 2 - 24 2
Appennino Centrale 13 8 14 3 29 2
Totale 40 15 25 4 73 13
Fonte: M. CROCCO, op. cit., p. 324.

Ben 138 erano strutture locali previste per l’approvvigionamento, a volte anche parziale, di
un solo comune; gli impianti a servizio plurimo, che interessavano quindi almeno due comu-
ni, erano invece 32. Questi ultimi, nonostante il loro minor numero, ovviamente avrebbero ar-
recato di gran lunga il maggior contributo alla normalizzazione, interessando l’80% dei centri
abitati e l’87% della popolazione. Per tutte queste opere, che nel piano preventivato si ritene-
va potessero erogare una portata di 3.200 litri al secondo (di cui 2.000 da reperire con nuove
captazioni)362, era previsto un costo complessivo di 34 miliardi di lire, di cui la metà (17 mi-
liardi) per il Trigno-Vomano, 6 miliardi e 500 milioni per il Vomano-Tronto e 10 miliardi e
500 milioni per la zona dell’Appennino centrale363. Attraverso di esse si pensava di poter
normalizzare l’approvvigionamento idrico di 1.225 centri abitati di 310 comuni del territorio,
che nel 1951 interessavano complessivamente una popolazione di 1.383.668 abitanti. Per la
precisione la popolazione residente nei centri abitati, direttamente rifornita con le opere di cui
si prevedeva la costruzione o la sistemazione, ammontava a 897.718 abitanti. La restante po-
polazione - 485.950 unità - risiedeva nelle campagne, di cui gli impianti previsti comprende-
vano la relativa portata normalizzatrice, ma non le opere particolari di adduzioni, che veniva-
no finanziate con le provvidenze e nei modi contemplati dalle leggi a favore dello sviluppo
dell’agricoltura e dei comprensori montani. Erano soltanto 9 i centri per i quali, almeno allora,
non era previsto alcun intervento. Essi appartenevano a 8 comuni ed erano serviti da 8 acque-
dotti locali che interessavano una popolazione di 18.076 unità. Il quadro si completava con al-
tri 3 acquedotti locali per i quali non era previsto intervento, a servizio parziale di altrettanti

361
Oltre ai rilevamenti preliminari diretti a stabilire lo stato di fatto dell’approvvigionamento idrico dei comuni,
condotti sul posto direttamente dai tecnici della Cassa (i risultati «non confortevoli» di questo lavoro sono stati
già esposti sinteticamente), furono svolte - questa volta dal Servizio Idrografico dello Stato con la collaborazio-
ne saltuaria dei tecnici della Casmez - una serie di altre indagini allo scopo di determinare la portata delle sor-
genti utilizzabili.
362
Sul filo dell’Acqua. Acquedotti d’Abruzzo, cit., p. 7.
363
M. CROCCO, op. cit., p. 325.
123

comuni inclusi nel piano di normalizzazione e che interessano una popolazione di 4.230 unità.
Al 31 dicembre 1961, cioè al termine del programma dodecennale, lo stato di avanzamento
dei lavori era il seguente (in appendice sono riportati dati più dettagliati per ogni singolo ac-
quedotto).

TAB. 4.5. Stato di avanzamento del paino di normalizzazione: progetti esecutivi ap-
provati al 31 dicembre 1961
Zone Valore Centri abitati serviti Popolazione servita
(in migliaia di lire)
Trigno-Vomano 11.292.000 47 216.749
Vomano-Tronto 2.353.000 78 91.573
Appennino Centrale 4.836.000 22 60.756
Totale 18.481.000 147 369.078
Fonte: Elaborazione da M. CROCCO, op. cit., pp. 330-331.

I progetti esecutivi approvati, come si può constatare, superavano la metà dello stanzia-
mento complessivo (circa il 54%), con un andamento accelerato nel Trigno-Vomano (66%),
un po’ al di sotto della media nell’Appennino centrale (46%), e ancora più lento nel Vomano-
Tronto (36%). Non tutte le opere comprese in questi progetti, però, a quella data erano state
eseguite: di 75 opere di presa (38 nell’Appennino Centrale, 20 nel Trigno-Vomano e 17 nel
Vomano-Tronto), in grado di captare 38 litri al secondo, solo 42 (2.260 litri al secondo) al 31
dicembre 1961 erano state effettivamente costruite; di 1.270 nuove condotte (620 nel Trigno-
Vomano, 353 nell’Appennino Centrale e 297 nel Vomano-Tronto) solo 759 erano state effet-
tivamente realizzate (386 nel Trigno-Vomano, 194 nell’Appennino Centrale e 179 nel Voma-
no-Tronto); di 356 nuovi serbati (156 nel Trigno-Vomano, 95 nell’Appennino Centrale e 105
nel Vomano-Tronto), per 114.630 metri cubi, quelli costruiti erano 310 (80 nel Trigno-
Vomano, 61 nell’Appennino Centrale e 69 nel Vomano-Tronto), per 67.378 metri cubi.
L’area più vicina alla costa che andava da parte della provincia di Teramo fino a tutta la
provincia di Chieti - denominata Trigno-Vomano - era quindi, a un tempo stesso, quella con
la più numerosa popolazione interessata364, quella con il più alto valore degli interventi messi
in cantiere e quella dove più spedito procedeva il ritmo delle realizzazioni. Si caratterizzava
per la presenza di 7 grandi acquedotti, i quali la percorrevano trasversalmente dalle montagne
appenniniche fino al mare, servendo 76 comuni e 443.778 abitanti, cioè il 49% e il 65%
dell’intera popolazione; essi prendevano il nome dalle sorgenti di cui si alimentavano: proce-
dendo da nord a sud, Tavo, Nora, Orfento, Rocca di Ferro, Val di Foro, Avello e Sinello. Pri-
ma dell’intervento della Cassa queste strutture svolgevano «un servizio insufficiente sia in ra-
gione di una effettiva carenza di disponibilità idrica – particolarmente avvertita negli impianti

364
Più in dettaglio, essa riguardava 102 comuni della provincia di Chieti (tra i quali il capoluogo di provincia),
comprendenti 202 abitati e 35 zone di case sparse; 46 della provincia di Pescara (fra i quali il capoluogo di pro-
vincia), comprendenti 89 abitati e 35 zone di case sparse; 8 della provincia di Teramo, comprendenti 21 abitati e
8 zone di case sparse» (AA.VV., La Cassa per il Mezzogiorno. Primo quinquennio, cit., p. 251).
124

cui era affidata l’alimentazione dei centri più importanti e progrediti di Pescara, Chieti, Lan-
ciano, Francavilla, Ortona e Vasto – sia a causa delle notevoli deficienze di manutenzione,
degli erronei criteri e della scarsa disciplina di esercizio»365. L’altra metà dei comuni e più di
un terzo dei residenti che da esse non erano raggiunti venivano serviti da piccoli acquedotti
consorziali e da acquedotti comunali, oppure semplicemente sprovvisti di alimentazione idri-
ca.
Il nuovo piano di normalizzazione studiato dalla Cassa poggiava essenzialmente sulla uti-
lizzazione delle due sorgenti del Giardino e del Verde. Progetti dei due acquedotti da esse de-
rivati - denominati acquedotti Val Pescara e Verde - erano già stati prodotti dai corrispon-
denti consorzi volontari, ma rappresentavano, a giudizio della Cassa, un «incompleto e non
coordinato» tentativo di risoluzione del problema366. Essi dovevano, da un lato, fornire ap-
provvigionamento idrico ai paesi più interni che ne erano sprovvisti, o erano serviti da costru-
zioni locali insufficienti o da abbandonare; dall’altro, dovevano soprattutto alimentare i centri
del litorale adriatico, che erano anche quelli più popolati e progrediti (compresi Chieti e Pe-
scara), disimpegnando le preesistenti strutture, le quali di conseguenza rendevano disponibili,
per integrare le dotazioni dei centri più alti, le portate così svincolate.
In particolare, l’acquedotto del Giardino sottraeva 34 insediamenti, tra cui quelli dei capo-
luoghi Chieti e Pescara, agli impianti del Tavo, del Rocca di Ferro, dell’Orfento, della Nora e
della Val di Foro, che in totale ne avevano 123, provvedendo inoltre alla copertura di altri 21
abitati367. L’acquedotto del Verde svolgeva la stessa funzione nei confronti degli impianti
dell’Avello e del Sinello, svincolandoli dal rifornimento di ben 85 insediamenti su 106, e do-
veva inoltre approvvigionare altri 54 centri delle zone attraversate368. La notevole riduzione
del loro servizio, derivante da questa complessa operazione, puntava a rendere i 7 acquedotti
consorziali già esistenti non solo sufficienti per i centri abitati che ad essi restavano allacciati
– 110 in tutto – ma anche a consentire – con una modesta integrazione di portata per i soli ac-
quedotti del Tavo e del Sinello – di rifornire altri 39 abitati di alta quota abbisognevoli di ali-
mentazione totale o parziale. Il rifornimento idrico della zona Trigno-Vomano doveva infine
essere completato tramite la costruzione di una nuova struttura derivante dalle sorgenti di Ca-
po Vallone, a servizio di 11 centri, la sistemazione di 4 impianti già esistenti, a copertura o-
gnuno di 2 comuni e complessivamente di 11 centri abitati, e l’adeguamento di 36 acquedotti
a interesse esclusivamente comunale.
Il piano di normalizzazione messo a punto dalla Cassa per la zona Trigno-Vomano, ad uno
sguardo complessivo, forniva un quadro - scrive l’ingegner Crocco - di «organicità», «razio-

365
M. CROCCO, op. cit., p. 329.
366
Ibid., p. 330.
367
I principali centri da servire erano: nella provincia di Chieti, oltre al capoluogo, Sambuceto, Torrevecchia Te-
atina, e il centro balneare di Francavilla al mare; in quella di Pescara, oltre al capoluogo, Borgata Stazione, Piano
d’Orta, Cepagatti, Lettomanoppello, Manoppello, Montesilvano Marina, Castellana, Cerratina, Villa Oliveti,
Scafa, Villa Cavaticchi, Villa Raspa, Tocco da Casauria, Turrivalignani; nella provincia di Teramo, Pineto, Cal-
vano, Scerne e Silvi Marina. Una descrizione analitica dell’acquedotto del Verde, come pure degli acquedotti
Ferriera, Giardino, Tavo e Ruzzo, si trova in Sul filo dell’Acqua. Acquedotti d’Abruzzo, cit., pp. 8-9.
368
Le frazioni e i comuni più importanti, tutti nella provincia di Chieti, erano i seguenti: Altino, Briccioli,
Sant’Angelo, Selva, Piane d’Archi, Ari, Arielli, Piazzano, Canosa Sannita, Casalbordino, Casoli, Castelfrentano,
Crocetta, Crecchio, Filetto, Fossacesia, Frisa, Giuliano Teatino, Lanciano, Mozzagrogna, Orsogna, Ortona, Cal-
dari, S. Leonardo, Villa Iubatti, Villa Roatti, Pollutri, Ripateatina, Rocca S. Giovanni, S. Salvo, S. Maria Imbaro,
S. Eusanio del Sangro, S. Vito Chietino, Scerni, Torino di Sangro, Treglio, Vacri, Vasto, Villa Alfonsina, Villa
Magna.
125

nalità» e «conseguente economicità»369. Il sistema infatti, «concepito come un tutto unitario»,


mentre assicurava il massimo sfruttamento delle risorse idriche già captate, quasi tutte di alta
quota e sempre destinate agli abitati di alta quota, riserva alle zone più basse e suscettibili di
sviluppo le grosse ed esuberanti sorgenti basse, e consentiva, infine, la massima possibile uti-
lizzazione delle importanti opere esistenti.
Dall’impostazione stessa del piano discendeva, con delicati compiti anche di ordine ammi-
nistrativo370, l’ordine cronologico di realizzazione delle sue varie parti: nella fase iniziale,
considerata nel 1962 quasi terminata, gli sforzi si concentrarono sulla realizzazione dei due
acquedotti principali, quello del Giardino e quello del Verde. Il primo, in assoluto il comples-
so maggiore fra quelli programmati nella regione (160 chilometri di condotte, di cui 3 in gal-
leria e con 3 ponti di cemento armato; una portata di 800 litri al secondo, con una dotazione
media giornaliera di 218,2 litri per abitante), avrebbe dovuto comportare una spesa di 4 mi-
liardi e 937 milioni, coprendo una popolazione di 155.468 persone che per il 2000 si prevede-
va sarebbero diventate 316.750. I lavori vennero svolti direttamente dal Servizio acquedotti e
fognature della Cassa. Nel 1962 l’impianto risultava costruito per il 75%, riuscendo ad ap-
provvigionare 14 comuni e, al loro interno, 22 centri abitati. Nei tre anni successivi furono e-
seguite alcune opere di integrazione371, ma nel 1965 la struttura non era ancora terminata.
Anche l’acquedotto del Verde era un’opera imponente (costo previsto 4 miliardi e 520 mi-
lioni): con una portata di 460 litri al secondo e una dotazione media giornaliera di 152,9 litri
per persona, avrebbe dovuto servire una una popolazione di 177.156 abitanti, che nel 2000 si
calcolava potesse arrivare a 259.950372. Costituito da un’adduttrice principale, che andava dal-
le sorgenti del fiume fino a Lanciano e a Ortona, con sviluppo sud-ovest/nord-est, e da due
secondarie, una da ovest verso est fino a Vasto e una da sud a nord, esso venne costruito in
parte tramite concessione, a favore del Consorzio di bonifica delle valli del Sangro-Aventino
e di quello in sinistra Trigno e Sinello, in parte direttamente dalla Cassa. Nel 1962, oltre il
70% delle opere dell’intero complesso era stato portato a termine, mentre la parte rimanente
era in corso di «avanzata realizzazione»373: nel tredicesimo esercizio, 1962-’63, entrarono in

369
M. CROCCO, op. cit., p. 331.
370
Ecco infatti quanto scrive in proposito Mario Crocco: «I mutamenti, spesso radicali, di schema e di servizio
degli esistenti acquedotti consorziali e i conseguenti trasferimenti dei comuni da un acquedotto ad un altro crea-
no una situazione che dev’essere governata da un organismo unitario ed estraneo ai consorzi ed ai comuni, ai
quali viene richiesto di rinunziare, in tutto o in parte, ai loro diritti sulle acque utilizzate e sulle opere esistenti.
Tale organismo non può essere, attualmente, che la stessa Cassa, costretta ad assumere direttamente l’esercizio
delle opere costruite ed a provvedere, d’intesa con le amministrazioni responsabili, ad affrontare e gradualmente
risolvere le delicate e complesse questioni di carattere amministrativo ed economico che man mano si presenta-
no. E’ doveroso riconoscere che, in questa difficile azione, la Cassa incontra – salvo poche eccezioni – la com-
prensione delle amministrazioni comunali che si dimostrano pienamente consapevoli dell’importanza e degli
scopi di quest’opera di riordinamento e dei grandi vantaggi che, in definitiva, ai comuni stessi ne verranno, an-
che se ciò comporta inizialmente qualche sacrificio» (ibid., pp. 332-333).
371
In particolare, nel programma per il tredicesimo esercizio vennero previste la diramazione dall’adduttrice alta
in destra Pescara verso alcune frazioni di Francavilla a Mare e di Pescara, e la condotta litoranea per
l’alimentazione idrica di Francavilla, per un costo complessivo di circa 80 milioni (CASSA PER IL MEZZOGIORNO,
Programma per l’esercizio 1962-’63, cit., p. 165).
372
AA.VV., La Cassa per il Mezzogiorno, cit., p. 255.
373
M. CROCCO, op. cit., p. 377: «Attualmente l’acquedotto del Verde approvvigiona, con una portata complessi-
va di 200 l./sec., 22 dei più importanti centri abitati inclusi nel suo schema di servizio appartenenti ai seguenti
comuni: Altino, Atessa, Casoli, Casalbordino, Castelfrentano, Fossacesia, Lanciano, Ortona, Paglieta, Pollutri, S.
Eusanio del Sangro, S. Vito Chietino, Scerni, Torino di Sangro, Vasto e Villalfonsina».
126

funzione alcuni altri lotti nel Vastese374, con i quali fu portata a termine la copertura dei prin-
cipali comuni.
Il secondo tempo degli interventi nella zona consisteva nell’estensione agli insediamenti
più ad alta quota degli acquedotti esistenti, oltre che nei relativi lavori di sistemazione e inte-
grazione. Era la «fase più complessa e laboriosa del piano di normalizzazione», in quanto im-
plicava delicate indagini ed interventi su condotte in esercizio, spesso di antica costruzione, e
doveva essere realizzata «recando il minimo possibile turbamento al servizio idrico dei comu-
ni alimentati»375. Nella prima metà degli anni sessanta ci si trovava appena agli inizi. Per
l’acquedotto del Tavo, il terzo in ordine di importanza fra il Vomano e il Trigno, lo schema di
riordino era ancora oggetto di studio; solo alcune opere preliminari - prevalentemente serba-
toi (tra cui quelli dei principali centri di Atri e di Penne) - erano già state costruite o in corso
di costruzione. L’impianto della Nora, il cui funzionamento era strettamente collegato a quel-
lo del Giardino, aveva in fase di realizzazione la rete di adduzione alta, mentre in quello
dell’Orfento erano stati portati a termine i serbatoi, di cui l’acquedotto praticamente mancava,
e la nuova diramazione per il comune di Roccamotrice.
Nel Chietino, al 1962 si stava svolgendo la progettazione dei lavori integrativi e di riadat-
tamento per i complessi del Rocca di Ferro e della Val di Foro: per quest’ultimo, la normaliz-
zazione idrica dei comuni ancora alimentati fu inserita nel programma per il tredicesimo eser-
cizio, con un costo di 300 milioni; nell’acquedotto dell’Avello era stato ultimato un primo lot-
to di interventi, comprendente i serbatoi e le condotte di avvicinamento per i centri abitati di 4
comuni, mentre in quello del Sinello era stata costruita un’adduttrice secondaria a nord, a ser-
vizio di 4 comuni tra cui 3 di nuova alimentazione: restava ancora da iniziare quella a sud, che
avrebbe dovuto provvedere al rifornimento, totale o parziale, di altri 8 comuni. Nella nuova
struttura di Capo Vallone si stava eseguendo la non facile captazione delle sorgenti, e la mag-
gior parte dei lavori che restavano era stata appaltata. I comuni che nella zona Trigno-
Vomano rimanevano alimentati esclusivamente da acquedotti locali erano soltanto 27, per la
gran parte di media e alta montagna. Per 14 di essi, tra cui Borrello, Castiglione, Rapino, Salle
e Bomba, all’inizio degli anni sessanta erano già in corso opere di costruzione dei nuovi im-
pianti o di miglioramento di quelli esistenti.
L’area del Vomano e del Tronto comprendeva in tutto 62 comuni, dei quali 51 interessati
dai due grandi complessi del Ruzzo e del Pescara d’Arquata, il primo esteso al Teramano, il
secondo alla zona di Ascoli Piceno, nelle Marche; gli altri 11 centri, situati ad un’altitudine
tale da rendere impraticabile un’alimentazione a gravità attraverso i due acquedotti principali,
si trovavano nella parte occidentale della zona, in un territorio impervio, assai povero e in
gran parte privo dei servizi indispensabili per la vita civile (acquedotti, elettrodotti e viabilità).
L’intervento della Cassa fu orientato, pertanto, da un lato a completare e a normalizzare le
strutture del Ruzzo e del Pescara d’Arquata, dall’altro a fornire un approvvigionamento idrico
per questi 11 paesi del tutto tagliati fuori.
L’acquedotto del Ruzzo era stato costruito nelle sue parti essenziali fra il 1930 e il 1935:
un’opera di cui non a caso, secondo i canoni tipici della retorica di quel tempo376, il regime
fascista menava gran vanto. Esso si presentava suddiviso in due distinti tronchi: uno seconda-

374
Essi alimentavano i centri di S. Salvo, Villa Lerciosa, Piane d’Archi, Mozzagrogna e Santa Maria Imbaro, per
un totale di 9.200 abitanti (CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1962-’63. Relazione, cit., p. 161).
375
M. CROCCO, op. cit., p. 332.
376
Cfr. P. MARCOZZI, L’acquedotto del Ruzzo, in «Le Vie d’Italia», XL (1934), n. 5, pp. 395-99; M. MERLANO,
L’acquedotto del Ruzzo in provincia di Teramo, in «Annali dei Lavori Pubblici», LXXIII (1935), n. 1, pp. 24-47.
127

rio, che alimentava alcuni comuni posti sulla sponda sinistra del fiume Vomano e del suo af-
fluente, Mavone; l’altro principale, che si dirigeva verso nord fino all’altezza di Montorio al
Vomano, piegando successivamente ad ovest e suddividendosi nei pressi di Teramo in tre di-
stinte adduttrici. Di queste ultime, la meridionale si svolgeva lungo le linee di cresta dello
spartiacque tra i fiumi Vomano e Tordino, raggiungendo il mare a Roseto degli Abruzzi; quel-
la intermedia alimentava i comuni compresi tra i fiumi Tordino e Salinello, toccando la costa
a Giulianova; la terza proseguiva inizialmente verso nord, raggiungendo lo spartiacque tra il
torrente Vibrata ed il fiume Tronto, e seguiva poi, piegando ad ovest, fino al mare377.
Nel 1950 il complesso non era ancora stato ultimato: mancava un’intera adduttrice, quella
per i comuni della valle del Vibrata; mancavano le opere per l’alimentazione di diversi centri
abitati e, quasi del tutto, i serbatoi di distribuzione. Durante gli anni cinquanta, con un’enfasi
che spesso trovava un’eco anche sulla stampa regionale378, la Casmez finanziò i necessari la-
vori di completamento, in base allo schema dell’originario progetto di massima, affidandone
l’esecuzione al consorzio del Ruzzo, avendone constatata la piena efficienza dal punto di vista
tecnico-organizzativo (mentre in tutti gli altri casi l’ente preferì operare in gestione diretta).
L’auspicio era quello di vedere, con l’attuazione del piano dodecennale, la struttura «pratica-
mente terminata», almeno per quanto riguardava l’alimentazione di tutti i centri abitati379.
L’obiettivo venne raggiunto nel 1962: con una spesa di oltre un miliardo e mezzo di lire, era-
no state installate nuove condotte per uno sviluppo di 160 km e costruiti 69 serbatoi per una
capacità complessiva di 15.770 metri cubici; oltre i due terzi di queste realizzazioni - 135 chi-
lometri di condotte e 55 serbatoi di vario tipo e dimensioni (importo superiore al miliardo) -
erano stati realizzati, o comunque avviati, già nel primo quinquennio di attività.
L’acquedotto del Ruzzo, con una portata di 265 litri al secondo, serviva 127 centri abitati
di 32 comuni – 31 in provincia di Teramo e uno nelle Marche380 – con una popolazione com-
plessiva di circa 200.000 abitanti. La sua rete di adduzione (con condotte in acciaio e in ghisa)
si sviluppava – senza contare le numerosissime adduttrici a servizio esclusivamente rurale –
per ben 570 km. Dovevano ancora essere eseguite, tuttavia, le opere di normalizzazione, ov-
vero le integrazioni e gli ampliamenti necessari per adeguare le portate ai fabbisogni previsti
nell’anno 2000: essi rappresentavano una parte notevole dell’impegno della Cassa, ma la loro
progettazione generale nella prima metà degli anni sessanta era ancora nella fase di studio, e
pertanto nessun ulteriore intervento concreto fu previsto neanche nel programma per il tredi-
cesimo esercizio.
Dei rimanenti 11 comuni montani, 6 si trovavano nel Teramano, dei quali solamente i due
meno frazionati, Pietracamela e Fano Adriano, godevano di un discreto approvvigionamento
idrico da acquedotti locali, mentre per altri quattro - Cortino, Crognaleto, Rocca S. Maria e
Valle Castellana - era stato appena approvato un progetto di massima, che prevedeva la deri-
vazione di quattro complessi dalle sorgenti alte dei monti della Laga (Mercurio-Orso, Albove-

377
AA.VV., La Cassa per il Mezzogiorno, cit., p. 249; cfr. anche, soprattutto per le caratteristiche tecniche di
questo acquedotto, Sul filo dell’Acqua. Acquedotti d’Abruzzo, cit., p. 9.
378
Cfr., ad esempio, «Il Messaggero degli Abruzzi», 4 agosto 1956.
379
AA.VV., La Cassa per il Mezzogiorno, cit., p. 250.
380
Eccoli: Teramo, Ancarano, Basciano, Bellante, Campli (escluso il centro capoluogo del comune), Canzano,
Castel Castagna, Castellato, Castelli, Cellino Attanasio, Civitella del Tronto, Colledara, Colonnella, Controguer-
ra, Corropoli, Giulianova, Isola del Gran Sasso (alimentato solo in parte), Montorio al Vomano, Morro d’Oro,
Mosciano S. Angelo, Nereto, Notaresco, Penna S. Andrea, S. Egidio, S. Omero, Roseto, Torano Nuovo, Torri-
cella Sicura, Tortoreto, Tossicia e Maltignano, in provincia di Ascoli Piceno
128

Coste Armellino, Sportelle-Calcara e Fonte dei Guardiaboschi) e, date la vastità e dispersione


del territorio, l’allestimento di numerosi altri piccoli impianti locali.
La zona dell’Appennino centrale, a sua volta, venne pure suddivisa, seguendone la con-
formazione oroidrografica, in alcune parti più piccole, «una volta riconosciuti con accuratezza
lo stato dell’approvvigionamento idrico» e «l’ubicazione e consistenza delle risorse utilizzabi-
li»381. La più importante di queste aree era quella nord-occidentale della provincia
dell’Aquila, comprendente l’intera vallata dell’alto e medio Aterno, quella del Tirino e a sud-
ovest la piana del Fucino e dei suoi affluenti. Nel 1950, su iniziativa di 12 piccoli paesi
dell’altopiano di Navelli, quasi totalmente sprovvisti di acquedotto, fu presentato alla Cassa il
progetto di massima per un impianto derivante dalle sorgenti La Ferriera, tributarie del Gio-
venco: l’alto costo unitario e nel contempo la sua scarsa funzionalità (soprattutto per l’elevata
altimetria e la scarsa accessibilità dei luoghi), indussero l’ente ad estenderne il servizio dai 13
comuni originari a 24 e poi ancora a 33, dei quali 20 appartenenti alla stessa valle dell’Aterno
e all’altopiano di Navelli, 8 alla valle del Giovenco e alla Marsica, 5 alla valle del Tirino e al-
le propaggini del Gran Sasso che ad essa si affiancano. Naturalmente per rispondere a queste
più ampie esigenze (la popolazione interessata aumentava da 20 a 90 mila abitanti) la portata
dell’acquedotto La Ferriera - il terzo per importanza in Abruzzo dopo quelli del Giardino e
del Verde - veniva portata da 37 a 170 litri al secondo, con un incremento del costo comples-
sivo da 1 a 2 miliardi e 150 milioni.
Entro il 1956 erano stati complessivamente appaltati e in parte eseguiti lavori per 975 mi-
lioni, corrispondenti al 45% del totale. Nel 1959, poiché la costruzione della struttura, affidata
in concessione ad un consorzio locale, non procedeva «con ritmo sufficientemente solleci-
to»382, la Cassa ne assunse direttamente la gestione: tre anni dopo gli impianti risultavano ul-
timati nella misura del 60%, e cominciarono solo allora ad entrare gradualmente in funzione,
a partire da quelli in servizio dei comuni di Castelvecchio Subacqueo, Molina Aterno, Castel
di Ieri, Goriano Sicoli e Secinaro, appartenenti tutti all’originario consorzio» e «praticamente
sprovvisti di approvvigionamento idrico», cui si aggiunsero, nel 1963, Gagliano Aterno e Ac-
ciano, per un totale di appena 8.390 abitanti.
La realizzazione dell’acquedotto La Ferriera avrebbe a sua volta dovuto ‘liberare’ il grosso
della portata del Chiarino, che allora alimentava l’Aquila, permettendone il dirottamento ver-
so numerosi abitati di altri 5 comuni dell’alta valle dell’Aterno, oltre che verso la parte occi-
dentale dello stesso capoluogo. Ma nella prima metà degli anni sessanta questo disegno era
ancora nella fase della progettazione di massima: operazione che si stava svolgendo «in con-
comitanza con le indagini e gli accertamenti per determinare i limiti di utilizzabilità delle ope-
re esistenti»383.
Per lo più in fase progettuale era anche il resto degli interventi per la normalizzazione idri-
ca dell’area nord-occidentale del Fucino384, con l’eccezione della città di Avezzano, per la
quale l’ente aveva costruito il serbatoio di distribuzione dalla fine degli anni cinquanta385.
381
M. CROCCO, op. cit., p. 340.
382
Ibid., p. 342.
383
Ivi.
384
Nel corso del tredicesimo esercizio, 1962-‘63, fu approvato il progetto di massima per la costruzione di un
acquedotto da due piccole sorgenti di alta quota, S. Eugenia e Formarotta, il quale, per una spesa di 320 milioni
avrebbe dovuto coprire vari centri abitati dei comuni di Avezzano, Ovindoli, Massa d’Alpe e Magliano de’ Mar-
si, con una portata di 9,6 litri al secondo.
385
Documentazione su quest’opera si trova anche in ACS, MI, Gab., 1953-’56, b. 79, f. 3.005/1, Aquila, Disoc-
cupazione e Lavori Pubblici.
129

Nella parte orientale dell’ex-lago si trovavano 9 comuni, 6 dei quali rientravano nell’area
dell’acquedotto La Ferriera, mentre gli altri 3 – tra cui due (Villavallelonga e Collelongo)
completamente privi di copertura idrica – avrebbero dovuto essere riforniti con un nuovo
complesso derivante dalle sorgenti Acquasanta, Sauco e Le Prata, dotato di una portata di 10
litri al secondo, e già in costruzione all’inizio degli anni sessanta, con tubazioni in acciaio e in
cemento armato. Per il resto, il piano per questa prima sotto-zona sarebbe dovuto essere porta-
to a termine con un acquedotto a servizio di due comuni e con 17 acquedotti locali, «in mas-
sima parte esistenti e da ricostruire o, nel migliore dei casi, da sistemare»386. Nel 1962 erano
stati conclusi o quasi i lavori relativi a due soli impianti, ma ulteriori impegni vennero presi
nel programma per il tredicesimo esercizio387.
Le altre parti dell’Appennino centrale abruzzese non presentavano, nell’insieme, problemi
di particolare gravità, se non quelli derivanti dal già citato «pessimo stato di conservazione»
degli impianti, e dall’altrettanto carente distribuzione delle risorse idriche, tale da dare luogo a
casi «spesso assurdi per la loro iniquità»388: gli interventi da approntare erano urgenti, ma non
tali da richiedere un particolare sforzo finanziario; come accennato, la dispersione territoriale
della popolazione e la molteplicità delle sorgenti erano la causa del gran numero di strutture
esistenti, come pure delle loro piccole dimensioni. Sull’altopiano di Roccadimezzo, una spe-
cie di conca sita a 1.300 metri di quota e circondata da alti monti, si trovavano appena 3 co-
muni, Roccadimezzo appunto, Ovindoli e Roccadicambio, divenuti oggetto di interesse della
Cassa a partire dal rifinanziamento del 1957: per il più importante di essi, Roccadimezzo,
all’inizio degli anni sessanta era in via di completamento la costruzione ex novo di 2 piccoli
acquedotti, insieme alla sistemazione e al miglioramento di altri 4, per una portata complessi-
va di 7,6 litri al secondo, mentre per gli altri 2 comuni si era in fase della progettazione esecu-
tiva delle opere. La valle del fiume Liri, denominata Valle Roveto, ospitava 8 comuni: i lavo-
ri, in parte già condotti a termine, riguardavano la realizzazione di 4 nuovi impianti e
l’adeguamento di altri 5.
Un’importanza maggiore rivestiva la Valle Peligna, che interessava, lungo il corso
dell’Aterno e dei suoi affluenti, ben 17 piccoli paesi. Per una decina di essi, già alimentati da
sufficienti risorse locali, sarebbero bastati interventi di sistemazione e di riordino delle struttu-
re esistenti389, fatta eccezione per un nuovo acquedotto, già in costruzione, occorrente per a-
limentare una isolata frazione del comune di Anversa. La normalizzazione idrica degli altri 7
comuni, tra cui Pratola Peligna e particolarmente Sulmona, fu caratterizzata, nel corso dei
primo quindicennio della Casmez, soprattutto da un’attività di progettazione (si trattava in so-
stanza dell’acquedotto di Sulmona, dalle sorgenti del Gizio, e di quello consorziale per Raja-
no, Corfinio e Vittorito, dalle sorgenti di S. Antonio), peraltro ancora di massima; faceva ec-
cezione soltanto la costruzione, alla fine degli anni cinquanta, di un serbatoio di 4.000 metri
cubi per la città di Sulmona, la quale ne sarebbe stata altrimenti sprovvista390.

386
M. CROCCO, op. cit., p. 343.
387
In particolare, venne previsto, per 350 milioni, il completamento degli acquedotti Riosonno e Formarotta, per
150 milioni la costruzione del nuovo impianto derivante dalle sorgenti Acquatina per S. Demetrio ne’ Vestini e
altri 3 comuni, per 40 milioni la sistemazione dell’acquedotto per Calascio e per 30 milioni la ricostruzione di
quello per Bisegna (CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma per l’esercizio 1962-’63, cit., p. 165).
388
AA.VV., La Cassa per il Mezzogiorno, cit., p. 260.
389
Il più importante era l’acquedotto dalla sorgente Capodacqua, «da ricostruire totalmente», che approvvigio-
nava gli insediamenti di Bugnara e Prezza; nel 1962 si trovava «in via di ultimazione» (ibid., p. 344).
390
M. CROCCO, op. cit., p. 344. Ma documentazione in proposito si trova anche in ACS, MI, Gab., 1953-’56, b.
79, f. 3.005/1, Aquila, Disoccupazione e Lavori Pubblici.
130

La quinta ed ultima sotto-zona era l’alta valle del Sangro, territorio interamente di alta
montagna, dove si trovavano 12 paesi. Due di essi (Barrea e Villetta Barrea) godevano di una
dotazione idrica già più che sufficiente, mentre per gli altri 10 si stava provvedendo con
l’edificazione o il riassestamento di complessi acquedottistici a carattere locale o in grado di
alimentare, al massimo, un paio di comuni391. In questo periodo vennero condotte numerose
ricerche anche per studiare il modo di migliorare l’alimentazione idrica di Roccaraso, tenendo
conto del fortissimo sviluppo turistico che il centro montano stava registrando. Nel frattempo
era stato realizzato, ed era anche entrato in funzione, un serbatoio della portata di 2.500 metri
cubi, «con funzione di accumulazione plurigiornaliera»392. Infine, per il territorio della pro-
vincia dell’Aquila rientrante nello schema di alimentazione dell’ex-circondario di Cittàducale
(nel Lazio), che comprendeva 7 comuni abruzzesi (Tagliacozzo, Sante Marie, Carsoli, Pereto,
Oricola, Rocca di Botte e Cappadocia), venne prevista la costruzione di una nuova struttura a
vasta alimentazione, destinata anche ad altri paesi della provincia di Rieti e addirittura di Ro-
ma (fuori dall’area di competenza della Cassa), la quale derivava acque dalle sorgenti Verrec-
chie nell’alta valle del Salto. In una nota inviata dalla Cassa per il Mezzogiorno al Ministero
dell’Interno, datata 25 gennaio 1956, si legge:

Per quanto riguarda le frazioni di Tagliacozzo (tra cui le frazioni di Poggio Filippo e S. Donato),
mentre è in corso di studio il progetto di massima per l’alimentazione di tutta una zona comprendente
oltre ad altri comuni di altre provincie i centri abitati dei comuni di Tagliacozzo, Sante Marie, Carsoli,
Pereto, Oricola e Rocca di Botte, saranno tra breve iniziati i lavori necessari alla ricerca ed alla capta-
zione della sorgente geologica che dovrà alimentare l’acquedotto stesso393.

Perché l’opera potesse vedere il suo compimento dovranno tuttavia passare ancora diversi
anni. Ma nel complesso l’azione della Cassa nel settore acquedottistico stava procedendo ab-
bastanza bene. In gestione diretta erano stati portati a termine, almeno nelle linee principali,
gli acquedotti del Giardino, del Verde e della Ferriera, nonché altri acquedotti del programma
previsto di minore importanza; attraverso il sistema della concessione erano state altresì ese-
guite le opere di completamento dell’acquedotto del Ruzzo. A fronte di una popolazione pres-
soché costante di 1.200.000 abitanti la disponibilità idrica in Abruzzo, stando a fonti ufficia-
li394, era passata dagli 800 litri al secondo nel 1950 ai 3.600 litri al secondo alla fine del piano
di normalizzazione.

391
Questa la situazione nel 1962: «’E stato costruito un acquedotto integrativo per il comune di Pescocostanzo;
sono in corso lavori per la ricostruzione e l’ampliamento dell’acquedotto di Ateleta; è in corso la costruzione di
un piccolo acquedotto per l’abitato di Roccacinquemiglia (frazione di Castel di Sangro). […] Lavori preliminari
alle sorgenti sono in avanzato corso per poter procedere alla progettazione di due acquedotti a servizio, ciascuno,
di due comuni: uno per Alfedena e Villa Scontrone, l’altro per Opi e Pescasseroli»; nel programma per il tredice-
simo esercizio, inoltre, vennero destinati 50 milioni alla costruzione di un acquedotto per Castel di Sangro (CAS-
SA PER IL MEZZOGIORNO, Programma per l’esercizio 1962-’63, cit., p. 165).
392
M. CROCCO, op. cit., p. 344.
393
ACS, MI, Gab., 1953-’56, b. 79, f. 3.005/1, Aquila, Disoccupazione e Lavori Pubblici.
394
Sul filo dell’Acqua. Acquedotti d’Abruzzo, cit., pp. 9-10.
131

4.2. Dal programma quinquennale allo scioglimento della Cassa (1966-1984)

Data la continuità della nuova azione rispetto al precedente programma quindicennale, gli
ulteriori interventi della Casmez nel settore idrico risultarono necessariamente già definiti, in
funzione innanzitutto delle esigenze di completamento delle opere già iniziate, quindi del gra-
do di maturità delle progettazioni intraprese. Si trattava, d’altro canto, di adeguarsi a criteri
d’ordine generale. L’orientamento a sostituire i vecchi acquedotti locali con strutture più am-
pie e funzionali, che andassero anche oltre le classiche suddivisioni amministrative (comuni,
province e regioni), venne esteso a tutto il territorio nazionale in seguito alla legge del 4 feb-
braio 1963, n. 129, che portò all’elaborazione del Piano Regolatore Generale degli Acquedot-
ti, ad opera del Ministero dei Lavori Pubblici, con la collaborazione della Cassa stessa per i
territori di sua competenza. Questo piano, definitivamente approvato nel 1966, costituì la base
per «un ordinato coordinamento a livello operativo» fra l’ente e le diverse amministrazioni
locali e nazionali, oltre che «un quadro di riferimento più certo e risolutivo per l’attuazione
dei programmi e delle direttive del Piano di coordinamento»395; soprattutto esso integrò spes-
so il programma quinquennale e costituì l’unico schema entro il quale operò la Casmez a par-
tire dal 1971. Ancora una volta tuttavia, con questo sistema, la politica straordinaria nel Sud,
supplendo alle carenze e alle difficoltà finanziarie delle zone meno sviluppate, veniva a svol-
gere compiti che altrove erano assunti come propri dall’attività ordinaria, secondo esigenze
avvertite allora nella maggior parte dei paesi industrializzati.
Il Piano Regolatore Generale degli Acquedotti determinava i fabbisogni idrico-potabili sul-
la base di previsioni al 2015. Per l’Abruzzo si prospettava una portata pari a 4.500 litri al se-
condo, con l’indicazione altresì di riserve di accantonamento per eventuali situazioni di emer-
genza396. Si dovette pertanto procedere ad una parziale ripredisposizione degli acquedotti per
adeguare le previsioni del precedente piano alle nuove indicazioni.
Nel primo periodo l’azione di normalizzazione dell’ente aveva fornito una copertura idrica
per 177 comuni abruzzesi, su un totale regionale di 302; con il programma quinquennale
1965-’69 venne prevista l’entrata in esercizio delle reti esterne per altri 73 comuni (in appen-
dice è riportato l’elenco dettagliato dei programmi esecutivi). Nella maggior parte dei casi si
trattava di strutture di ridotte dimensioni e di costi limitati, sparse su tutte e quattro le provin-
ce, con particolare riguardo alle aree di maggiore sviluppo agricolo e industriale e a quelle tu-
ristiche del litorale, del Parco nazionale e dell’altopiano delle Cinquemiglia. In termini di im-
porto, i più importanti lavori messi in cantiere furono quelli relativi al quinto lotto
dell’acquedotto del Tavo (per 3 miliardi e 161 milioni), agli altri lotti de La Ferriera (per un
miliardo e 200 milioni), alle strutture di Chiarino (500 milioni) e infine del Sinello (430 mi-
395
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1966, cit., p. 23; ID., Programma quinquennale, cit., p. 237.
396
Sul filo dell’acqua. Acquedotti dell’Abruzzo, cit., p. 9.
132

lioni). Vi erano poi alcune realizzazioni di carattere intersettoriale, che interessavano gli ac-
quedotti del Giardino e del Nora (con una quota di 400 milioni), un piccolo impianto rurale
con derivazione dal complesso del Verde (per 125 milioni), e l’impianto del Ruzzo, che da
solo avrebbe dovuto comportare una spesa di 2 miliardi e 16 milioni. In tutto, i fondi stanziati
ammontavano, in Abruzzo e nel bacino del Tronto (in parte rientrante nelle Marche), a 14 mi-
liardi e 115 milioni.
Sull’insieme delle regioni del Mezzogiorno, cui vennero destinati 135 miliardi e 320 mi-
lioni, la fetta continuava a ridursi: da circa un quinto dei finanziamenti negli anni 1950-’57 a
poco più del 16% fra il 1958 e il 1965397, al 10,4% nella seconda metà degli anni sessanta; ma
comunque si era sempre al di sopra della corrispondente quota di popolazione, che in Abruzzo
(in media, fra il 1966 e il 1970, un milione e 298 mila abitanti) non superava il 7% di quella
meridionale (19 milioni e 41 mila abitanti ).
Di nuovo fu l’area dal Trigno al Vomano a catalizzare i maggiori interventi. Nel 1966 ven-
nero stanziati ulteriori fondi per l’acquedotto del Giardino, la cui spesa totale raggiungeva co-
sì i 6 miliardi e 800 milioni, già abbastanza al di sopra dei 5 miliardi inizialmente previsti; due
anni dopo si finanziarono altri lavori per ulteriori 692 milioni e infine, nella prima metà degli
anni settanta, furono realizzati il 26° e il 27° lotto, principalmente per il raddoppio di alcuni
tronchi sull’adduttrice principale. Nel 1975 si ritenne che tutta l’opera fosse finalmente com-
pletata398. Nel 1967 si costruì anche un impianto rurale derivato dall’acquedotto del Verde:
con esso le spese relative al secondo complesso della zona raggiunsero la cifra di 5 miliardi di
lire, circa mezzo miliardo in più rispetto a quanto preventivato. Anche in questo caso, tuttavia,
nuove opere si resero necessarie durante il decennio successivo: nel 1972 fu appaltata una di-
ramazione per il rifornimento idrico di Tollo e di alcune frazioni costiere di Ortona, fra il
1973 e il 1974 venne realizzato il serbatoio a Colle San Tommaso per Castelfrentano; nel
1975, con il raddoppio di alcuni tratti, tutta la struttura apparve definitivamente ultimata.
L’impegno più importante di questo periodo è però legato agli interventi di trasformazione
e di riadattamento dell’acquedotto del Tavo: dei 66 centri abitati serviti precedentemente, 13
(tra cui Pescara) erano passati all’impianto del Giardino, ma a quelli rimasti se ne sarebbero
dovuti aggiungere altri tre, per un totale di 56 centri, appartenenti a 25 comuni (se ne può ve-
dere l’elenco in appendice)399, situati tra le montagne e le colline che dalle pendici del Gran
Sasso degradano ad est verso il mare, a nord verso la valle del Vomano e a sud verso quella
del Pescara. La portata d’acqua dell’impianto, che avrebbe dovuto soddisfare le esigenze di
una popolazione che nel 1951 ammontava a quasi 110.000 unità (nel 2000 si prevedeva che
potesse salire a 157.250), sarebbe stata aumentata da 120 a 180 litri al secondo, recuperando
le rilevanti perdite dovute alla imperfetta captazione delle sorgenti Mortaio d’Angri, mentre
delle tre ramificazioni originarie solamente quella più settentrionale, facente capo per la ge-
stione al consorzio di Atri, avrebbe visto immodificata la sua configurazione; le altre due, di
Penne e di Pescara, che seguivano tracciati diversi pur sovrapponendosi in molti punti, avreb-
bero invece dovuto essere unificate. Nel 1967 furono finanziate opere per un miliardo e 200
milioni: opere con le quali si approvvigionarono, oltre ad una parte di Penne, i paesi di Arsita,

397
Fino a questa data nella cifra dell’Abruzzo è compresa anche la parte destinata al Molise; comunque, nel pro-
gramma quinquennale le due regioni ottengono insieme 15 miliardi e 434 milioni, pari al’11,4% del totale meri-
dionale.
398
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1975, cit., p. 63.
399
AA.VV., Cassa per il Mezzogiorno. Dodici anni. 1950-1962, vol. III. Acquedotti e fognature, parte II, Laterza,
Bari, 1962, pp. 549-550.
133

Bisenti, Castiglione Messer Raimondo e Atri, mentre con i 589 milioni del 1968 e i 375 del
1969 vennero approntati rifacimenti per servire alcune frazioni dei comuni di Penne, Città S.
Angelo, Elice, Montefino, Silvi e Costilenti, e successivamente di Moscufo, Picciano e Mon-
tecorvino. Il resto fu condotto a termine nel corso del decennio successivo: nel 1971 si appal-
tarono i lavori per l’11° lotto – 2° stralcio – interessanti altre frazioni di Penne, Loreto, Mon-
tesilvano e Spoltore, nel 1972 entrò in funzione il 10° lotto, con integrazione dalla sorgente
Vitella d’Oro, a servizio dei rimanenti centri di Moscufo, di Pianella e di Cappelle, e l’anno
seguente fu attivato anche il 12° lotto, che completava la copertura di Penne, Farindola, Lore-
to Aprutino, Pianella, Silvi, Montesilvano e Città S. Angelo. A questo punto l’intera struttura
poteva dirsi conclusa.
L’acquedotto del Sinello, derivante dalle sorgenti alte dell’omonimo fiume, prima del pia-
no di normalizzazione alimentava ben 15 comuni, per circa 100 chilometri di adduttrici, in
una situazione che era però di gravi deficienze di gestione e di sfavorevoli condizioni geolo-
giche dei terreni interessati. Questa carente impostazione avrebbe dovuto subire una radicale
trasformazione: da un lato la riduzione del servizio – a favore del Verde – da 15 paesi per 28
centri abitati a solo 6 paesi per 8 centri, dall’altro l’approvvigionamento ex novo di 9 comuni
per 13 centri tra la valle del Sinello e quella del Trigno, attraverso la costruzione di due nuove
adduttrici secondarie, previa un’integrazione della portata nei mesi di secca, fornita dalle sor-
genti basse del corso d’acqua400. Le nuove opere, per una condotta di 48 litri al secondo, a-
vrebbero poi reso disponibili due sorgenti minori per l’approvvigionamento di Fraine e di
Torrebruna, e fornito un contributo anche alla piccola struttura consorziale di Lentella e Fre-
sagrandinaria401. Nella seconda metà degli anni sessanta, ormai ultimata l’adduttrice setten-
trionale, furono stanziati 430 milioni per quella meridionale, effettivamente finanziata nel
1968 (con 416 milioni) e terminata nei due anni successivi.
Nello stesso periodo vennero destinati 300 milioni per l’adeguamento della struttura
dell’Avello, in particolare per quanto riguardava il miglioramento della captazione e le varian-
ti ai tracciati di alcune adduttrici, i quali venivano a coincidere con quelli stradali o attraver-
savano terreni di scarsa stabilità402. Nel decennio che seguì furono condotti i lavori di norma-
lizzazione per altri due impianti di un certo rilievo del Chietino, gli acquedotti Rocca di Ferro
e Val di Foro, originari il primo dalle sorgenti alte della Majella, il secondo da quelle basse
tributarie del fiume Foro: ad essi era affidata, prima dell’intervento della Cassa, rispettiva-
mente la copertura integrale di Chieti e quella parziale di Pescara, oltre che, nell’insieme, di

400
M. CROCCO, op. cit., pp. 336-337: «Questo schema è il risultato di una variante al piano di massima del 1952
che, in mancanza di esaurienti misure sulle portate delle sorgenti del Sinello, prevedeva prudentemente di affida-
re l’alimentazione della zona, oltre che all’acquedotto del Sinello, ad un altro acquedotto da costruire ex-novo in
derivazione dalle sorgenti del Quarto nell’alto Molise. I numerosi cicli di misure effettuate successivamente e la
captazione portata a buon fine delle sorgenti basse del Sinello, hanno dimostrato la possibilità e la convenienza
di normalizzare l’alimentazione idrica dei 17 comuni interessati interamente con le sorgenti del Sinello, abolen-
dosi, con notevole economia complessiva, la prevista realizzazione dell’acquedotto del Quarto, che sarebbe risul-
tata assai più costosa comprendendo tra l’altro la costruzione di una galleria lunga 2 km».
401
Ibid., pp. 336-337. Più nello specifico, gli altri paesi direttamente serviti sarebbero stati i seguenti: Carpineto
Sinello, Carunchio, Casalanguida, Celenza sul Trigno, Dogliola, Furci, Gissi, Guilmi, Liscia, Palmoli, Roccaspi-
nalveti, S. Buono, S. Giovanni Lipioni, Tornareccio, Tufillo; la popolazione nel 1951 ammontava a 32.330 per-
sone, con una previsione per 2000 di oltre 43.000.
402
Questi i comuni alimentati o da alimentare in base al nuovo progetto: Casacanditella, Guardiagrele, Palomba-
ro, Pennapiedimonte, S. Martino sulla Marrucina, Orsogna e Filetto, per una popolazione di 27.014 persone nel
1951, prevista per il 2000 di 41.100. La portata era di 47 litri al secondo (AA.VV., Cassa per il Mezzogiorno.
Dodici anni, vol. III, parte II, cit., p. 551).
134

altri 8 comuni del Chietino. Con il distacco dei due capoluoghi da questi piccoli acquedotti,
avvenuto negli anni cinquanta, i due complessi, con una portata in totale di 76 litri al secondo,
risultavano in grado di approvvigionare gli 8 paesi rimanenti (di cui però Francavilla al Mare
e Ortona in comune tra il Val di Foro e il Giardino), con l’aggiunta di Bucchianico: le struttu-
re, tuttavia, necessitavano di considerevoli interventi di riadattamento, previsti per 300 milioni
già nel 1963 (limitatamente al Val di Foro), poi con un importo limitato (in tutto 200 milioni)
nel piano 1965-‘69, e quindi sviluppati con più decisione all’inizio degli anni settanta403, per
poi proseguire fino al 1975.
Nel 1967, con l’approvazione di un progetto dell’importo di 171 milioni, venne realizzata
la parte del programma quinquennale relativa al finanziamento del più piccolo impianto di
Capo Vallone, per l’alimentazione di Palena, Lettopalena e di altri 6 comuni della provincia di
Chieti posti fra il Sangro e l’Aventino404: impianto che nel 1967 era già entrato in esercizio405.
All’inizio degli anni settanta fu poi predisposto un nuovo lotto, il terzo, per il miglioramento
del servizio nei comuni di Palena e di Lettopalena, attivo a partire dal 1972406. Altri interventi
minori consistettero nella realizzazione del nuovo serbatoio per la città di Pescara nel 1970 e
in quella dell’impianto di sollevamento del Vomano nel 1969, con un’adduttrice della portata
di 300 litri al secondo, per mezzo del quale venne aumentata la dotazione idrica dei centri ri-
vieraschi di Pineto, Silvi e Montesilvano, sulla sponda destra del fiume.
Nell’area dal Vomano al Tronto si trovava l’acquedotto del Ruzzo, per il quale - si ricor-
derà - restavano da eseguire i miglioramenti e gli ampliamenti necessari ad adeguare le porta-
te ai fabbisogni previsti nell’anno 2000: in termini di importo, si trattava di opere seconde so-
lamente a quelle per il Tavo. Nel 1967 furono finanziati e appaltati i lavori per un miliardo e
900 milioni, tali da «integrare la portata necessaria per tutta la zona costiera del Terama-
no»407, e nel 1969 vennero stanziati altri 400 milioni, con i quali già si superavano le previ-
sioni originarie: gli interventi furono condotti a termine nel 1970 per un primo tratto e nel
1971 per un secondo, da Giulianova a Martinsicuro. Nel 1970 venne messa in cantiere la co-
struzione dei serbatoi nei principali centri urbani interessati, per ulteriori 267 milioni, e infine,
tra il 1972 e il 1973, furono sostituite, per deterioramento, le condotte verso Colle Izzone, San
Venanzio e Civitella.
Nella zona dell’Appennino centrale il completamento del complesso acquedottistico a ser-
vizio plurimo La Ferriera aveva richiesto uno stanziamento nel programma quinquennale di
un miliardo e 200 milioni, il terzo in Abruzzo per entità di spesa. Nel 1968 erano stati portati
a termine gli interventi principali, con la messa in esercizio delle diramazioni per
l’alimentazione dei paesi di Pescina, S. Benedetto in Perillis, Collepietro, Navelli, Carapelle
Calvisio, Ocre, Cocullo, e di alcune frazioni di L’Aquila e di Ortona dei Marsi; l’anno dopo
fu servito l’ultimo comune rimasto, quello di Ofena. Nell’area limitrofa, soprattutto l’alta val-
le dell’Aterno, si provvide al conseguente riadattamento dell’acquedotto Chiarino (condotta di
61 litri al secondo) che, dopo alcune ricerche, entrò nella fase esecutiva nella seconda metà

403
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1973, cit., p. 74.
404
ID., Bilancio 1966, cit., p. 29. Gli altri 6 paesi erano: Buonanotte, Pennadomo (parziale), Montelapiano, Tor-
ricella Peligna, Gessopalena, Roccascalegna. La portata dell’impianto era di 22 litri al secondo, la popolazione
servita di 15.640 abitanti (prevista per il 2000 di 18.870) e l’importo totale delle opere calcolato per 430 milioni
(AA.VV., Cassa per il Mezzogiorno. Dodici anni, vol. III, parte II, cit., p. 552).
405
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1967, cit., p. 34.
406
ID., Bilancio 1972, cit., p. 83.
407
ID., Bilancio 1967, cit., p. 34.
135

degli anni sessanta: nel piano quinquennale furono previsti 500 milioni, i quali, divenuti poi
600, vennero erogati solo nel 1968 e servirono per la costruzione, portata a termine nel 1972,
delle diramazioni a favore di 16 centri abitati nella parte nord-occidentale; nel 1971 seguì il
finanziamento di un secondo lotto di lavori, per la copertura di Lucoli e di alcune frazioni di
L’Aquila e di Scoppito408, e quindi quello per il terzo lotto nel 1972409 e per il quarto nel
1973, a servizio della zona turistica di Campo Felice410.
Gli studi per la normalizzazione idrica di Sulmona e di alcuni paesi della Valle Peligna,
condotti nel primo quindicennio della Casmez, avevano portata alla decisione di costruire un
nuovo impianto, derivante dalle sorgenti del Gizio, con una portata di 150 litri al secondo411.
Ma se ancora negli anni 1965-’69 era stata prevista una spesa di appena 100 milioni, già nel
1969, terminata la fase di progettazione, si dovette stanziare una somma di un miliardo e 300
milioni. La struttura poté così entrare nella fase operativa: nel 1970 fu possibile provvedere
all’approvvigionamento di gran parte dei centri di Sulmona e nel giro di un altro paio d’anni a
quelli di Pratola Peligna, di Vittorito, di Raiano e delle restanti frazioni di Sulmona412.
Nel decennio che va dalla metà degli anni sessanta alla metà degli anni settanta vi furono
poi numerosi interventi di piccole dimensioni, che interessarono impianti a carattere locale,
molto diffusi nella montuosa provincia aquilana. Fra i principali, va ricordata l’entrata in e-
sercizio, nel 1968, delle strutture per Alfedena e Villascontrone nell’alto Sangro413, e quella
dell’acquedotto di Formarotta nel Fucino (il cui progetto di massima era stato approvato già
nel 1963), che serviva il centro di Massa d’Albe ed alcune frazioni di Avezzano, di Magliano
dei Marsi e di Ovindoli.
Allo scopo di risolvere definitivamente il problema dell’approvvigionamento di L’Aquila,
nel 1970 fu finanziata, per 580 milioni, la realizzazione di un piccolo complesso che si ali-
mentava dalla sorgente Acqua Oria414, la cui condotta poteva raggiungere i 200 litri al secon-
do: acquedotto ultimato in parte nel ’71 e in parte nel ’73; sempre nel capoluogo, nel corso del
1970 venne attivato anche il serbatoio.
Altre opere riguardarono prevalentemente località turistiche: nel 1970 con l’acquedotto
Fonte Suriente si alimentò Roccaraso, l’anno seguente fu terminato l’impianto per Campo di
Giove, nel 1972 entrò in funzione la struttura per l’approvvigionamento dell’area
dell’Aremogna (anche questa nei pressi di Roccaraso), e nel 1974 quella per Passo Lanciano.
C’è da ricordare, infine, che alcuni paesi della provincia dell’Aquila dipendevano per il loro
rifornimento idrico da strutture situate nel Lazio. Ma comunque anche qui ci furono interven-
ti: dal 1968 al 1969 venne completata la zona meridionale dell’acquedotto Verrecchie, di cui
beneficiarono, per il Fucino, Sante Marie, Oricola, Rocca di Botte, Carsoli, Tagliacozzo e altri
3 comuni minori; tra il 1970 e il 1971, grazie all’apertura dell’impianto ‘ex-Cittàducale
Nord’, vennero serviti i comuni di Cagnano, Amiterno e Montereale, nell’area del medio A-
terno.
Ad un primo bilancio critico di questo periodo (grosso modo 1965-75), come per l’insieme
dell’attività svolta dalla Casmez nel settore acquedottistico e fognario, procederemo nel para-
408
ID., Bilancio 1971, cit., p. 21.
409
ID., Bilancio 1972, cit., p. 84.
410
ID., Bilancio 1973, cit., p. 74.
411
ID., Bilancio 1975, cit., p. 63.
412
ID., Bilancio 1972, cit., p. 83.
413
ID., Bilancio 1968, cit., p. 24. Nella stessa zona fu attivato un altro piccolo impianto nel 1972, per Scanno e
Villalago.
414
ID., Bilancio 1970, cit., p. 22.
136

grafo 4.5 (l’ultimo di questo capitolo). Per ora conviene seguire le iniziative intraprese negli
anni seguenti, fino allo scioglimento dell’ente. A partire dal 1976-’77 la gran parte delle nuo-
ve realizzazioni venne svolta nell’ambito dei progetti speciali: se fra i primi 21, deliberati dal
Cipe il 4 agosto 1972, nessuno comportava impegni per gli acquedotti dell’Abruzzo (furono
invece interessati i complessi della Sardegna, della Puglia, della Basilicata, del Molise e delle
isole d’Elba e del Giglio)415, il 2 maggio 1975 ne furono approvati altri quattro, tra cui il n.
29, già esplicito nel titolo: «Utilizzazione intersettoriale degli schemi idrici del Lazio Meri-
dionale, Tronto, Abruzzo, Molise e Campania»416. L’inserimento di più regioni in un disegno
unitario traeva origine dalla constatazione delle strette correlazioni esistenti fra i vari bacini e,
quindi, dalla necessità di affrontare il tema dell’utilizzo coordinato delle risorse in una visione
unica, che tenesse conto, da un lato, «delle situazioni idrografiche attuali» e, dall’altro, «delle
fondamentali esigenze di ciascuna delle regioni interessate»417. In sostanza, l’obiettivo era
quello di raccordare i tempi e i modi di realizzazione del progetto speciale per l’irrigazione
del Mezzogiorno - progetto speciale n. 23, su cui si veda il paragrafo 2.4. - con le esigenze
di fabbisogno idrico-potabile e con eventuali possibilità di impiego idroelettrico.
Nell’ambito del progetto speciale n. 29, che comprendeva praticamente tutti gli acquedotti
abruzzesi, nel 1977 furono finanziati i lavori per il raddoppio dell’acquedotto del Verde e
nuovi interventi minori per il Giardino, il Gizio e il Ruzzo418, nel 1978 quelli per il Tavo,
l’Avello, Capovallone, e la captazione e adduzione delle acque provenienti dal traforo auto-
stradale del Gran Sasso419, mentre nel 1979 venne approvato il progetto per la realizzazione
della diga sul fiume Fino, nel comune di Bisenti, in provincia di Teramo420, con un bacino
imbrifero esteso una trentina di chilometri quadrati.
Nei suoi ultimi anni la Casmez proseguì l’impegno per il consolidamento e la valorizza-
zione dei vari sistemi impiantati. Nel 1980 si progettarono - e in parte realizzarono - opere
integrative di approvvigionamento della città di Chieti, la ristrutturazione dell’acquedotto del
Verde e l’invaso di Gissi sul fiume Sinello nel «sistema Abruzzo Sud»421; nell’Aquilano si
diede l’avvio alla captazione delle acque sorgive provenienti dalla galleria del Gran Sasso e,
nel Teramano, alle prime fasi del riadeguamento del complesso Ruzzo. Nel 1981 altri inter-
venti di rilievo riguardarono il collegamento delle sorgenti del Gran Sasso con l’acquedotto
La Ferriera e il conseguente utilizzo della portata ricavabile dal traforo per i versanti aquilano
e teramano ai fini del miglioramento dell’approvvigionamento idrico potabile dell’Aquila, ol-
tre che di quello del nucleo industriale di Bazzano e di altri centri minori. Ancora nel 1982
venne svolta un’intensa attività di studi, tra cui quelli di maggiore importanza interessarono
l’altopiano di Ortona, il «sistema Abruzzo Nord», la Maiella, il paese di Celenza sul Trigno,

415
ID., Bilancio 1972, cit., pp. 19-20.
416
ID., Bilancio 1975, cit., p. 21. Per le altre regioni, il progetto speciale n. 30 riguardava l’«utilizzazione delle
acque degli schemi idrici intersettoriali della Sicilia» e il progetto speciale n. 26, approvato il 6 novembre 1974
ma formalizzato solo il 2 maggio 1975, l’«utilizzazione intersettoriale delle risorse idriche in Calabria».
417
Ibid., p. 34.
418
ID., Bilancio 1977. Relazione, cit., p. 42.
419
ID., Bilancio 1978. Relazione, cit., p. 38.
420
ID., Bilancio 1979, cit., p. 40.
421
ID., Bilancio 1980. Relazione, cit., p. 40. Riguardo all’acquedotto Del Verde, questa era la situazione al 30
giugno 1981: «Il 1° lotto dei lavori è stato quasi ultimato e l’entrata in funzione delle condotte costruite ha mi-
gliorato la situazione idrica delle zone costiere. Sono stati appaltati i lavori del 2° lotto che completerà il raddop-
pio di tutto l’acquedotto e risolverà il problema idrico per oltre un quindicennio» (ID., Gli interventi straordinari
nelle regioni meridionali, cit., p. 103).
137

la costruzione di un invaso dalla Conca Mandrelle e di nuovo le risorse del Gran Sasso422. Ma
osserviamo ora le seguente tabella, dove viene riportato l’elenco annuale delle spese sostenute
per i lavori appaltati, dal 1978 al 1983, rapportandole all’insieme del Mezzogiorno:

TAB. 4.6. Progetti speciali per gli acquedotti e le fognature. Lavori appaltati in Abruzzo e nell’insieme
delle regioni meridionali, a prezzi correnti (in migliaia di lire)
Anni Importo – Abruzzo Importo – regioni meri- Popolazione Abruzzo / Importo Abruzzo /
dionali popolazione meridionale importo reg. meridionali
1978 15.236.000 327.788.000 6,09% 4,65%
1979 22.840.000 356.269.000 6,08% 8,91%
1980 17.891.000 226.657.000 6,07% 7,89%
1981 18.742.000 1.151.997.000 6,07% 1,63%
1982 10.608.000 1.079.218.000 6,06% 0,98%
1983 4.945.000 639.774.000 6,06% 0,77%
Fonti: Elaborazione dai bilanci annuali della Casmez; per la popolazione: R. PACI e A. SABA, op. cit.

Alla fine degli anni settanta i finanziamenti che riceve l’Abruzzo, come si vede, sono anco-
ra cospicui; poi tuttavia diminuiscono verticalmente dal 1981, a favore di altre aree del Mez-
zogiorno (principalmente la Campania, la Basilicata, la Puglia e, con un maggiore distacco, la
Sicilia). Occorre però considerare che in quest’ultima fase i fondi stanziati per il settore ac-
quedottistico e fognario non passano solo per i progetti speciali: con la normativa del 1976
(legge del 2 maggio 1976, n. 183, art. 6, primo comma), poi integrata nel Testo Unico delle
leggi sul Mezzogiorno del 6 marzo 1978 (Decreto presidenziale n. 218, art. 149), venne con-
fermata per gli acquedotti esterni la competenza della Casmez nelle realizzazioni previste dal
Piano generale che non rientravano nell’utilizzo intersettoriale delle risorse idriche, da svol-
gersi in accordo con le singole regioni423. Questo il quadro annuale, in tale ambito, delle spese
sostenute per i lavori appaltati, in Abruzzo e nell’insieme delle regioni meridionali, dal 1978
al 1983:

TAB. 4.7. Altre opere per gli acquedotti e le fognature: lavori appaltati in Abruzzo e nell’insieme delle
regioni meridionali, a prezzi correnti (in migliaia di lire)
Anni Importo – Abruzzo Importo – regioni meri- Popolazione Abruzzo / Importo Abruzzo /
dionali popolazione meridionale importo reg. meridionali
1978 8.395.000 128.553.000 6,09% 6,53%
1979 4.480.000 83.620.000 6,08% 5,36%
1980 2.205.000 42.287.000 6,07% 5,21%
1981 1.477.000 63.836.000 6,07% 2,31%
1982 – 36.695.000 6,06% 0
1983(a) – 8.371.000 6,06% 0
(a) In questo caso il riferimento è ai progetti approvati.
Fonti: Elaborazione dai bilanci annuali della Casmez; per la popolazione: R. PACI e A. SABA, op. cit.

Rispetto ai progetti speciali notiamo innanzitutto che l’ammontare delle somme è molto
più basso, tendente addirittura ad annullarsi nel corso dei primi anni ottanta, come in effetti
accade per l’Abruzzo (ed anche per la Sardegna). Nel complesso, tuttavia, il trend è sostan-

422
ID., Bilancio 1982. Relazione, cit., p. 52. In particolare, per il Gran Sasso era in corso di elaborazione un nuo-
vo progetto, per tenere conto della «nuova realtà riscontrata con i lavori, quasi ultimati, della galleria autostrada-
le»: esso avrebbe dovuto essere approvato, oltre che dal Consiglio di amministrazione della Cassa, anche
dall’Anas e da una delegazione del Consiglio superiore dei lavori pubblici (ID., Gli interventi straordinari nelle
regioni meridionali, cit., p. 104).
423
ID., Bilancio 1976. Reazione, cit., p. 51; ID., Bilancio 1978, cit., p. 54.
138

zialmente analogo. Va poi aggiunto che nella regione da noi considerata una parte ragguarde-
vole di questi stanziamenti fu indirizzata verso le opere interne e le fognature, come si vedrà
meglio nel successivo paragrafo. Ma era anche il segnale - questo - che ormai l’opera di
normalizzazione idrica nella regione era stata compiuta. Nel 1981 tutti i comuni abruzzesi,
«comprese le relative frazioni nonché molte contrade rurali», risultavano forniti di acqua po-
tabile: la dotazione di acqua potabile di cui godeva l’Abruzzo, in media pro-capite, era «una
delle più alte delle regioni meridionali»; ma la Casmez poteva vantare anche il fatto che la re-
alizzazione degli acquedotti avesse consentito «lo sviluppo di numerose iniziative turistiche
ed industriali»424. Durante l’anno 1984 tra acquedotti in gestione regionale e acquedotti in ge-
stione consortile o comunale si stimava, da fonti ufficiali425, di aver distribuito alla popolazio-
ne abruzzese una portata di oltre 6.000 litri al secondo, pari a 335 litri pro-capite, una dota-
zione comunemente giudicata «elevata», anche in confronto alle regioni più progredite
d’Italia.
Questo non vuol dire, naturalmente, che il problema del rifornimento idrico nelle case fos-
se del tutto risolto. La stessa Casmez notava, per esempio, che «a causa della vetustà e della
inadeguatezza delle reti interne di distribuzione, gestite dai singoli comuni, spesso i cittadini
non [avevano] la possibilità di avere l’acqua al rubinetto di casa per tutte le ore della giornata
e per tutti i mesi dell’anno»426. Ma essendo le reti interne di distribuzione gestite appunto dal-
le municipalità locali, spesso prive di mezzi e delle necessarie competenze, questo genere di
difficoltà e di ritardi non dipendeva dalla Cassa per il Mezzogiorno.

424
ID., Gli interventi straordinari nelle regioni meridionali, cit., p. 97.
425
Sul filo dell’acqua. Acquedotti dell’Abruzzo, cit., pp. 10-11.
426
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Gli interventi straordinari nelle regioni meridionali, cit., p. 99.
139

4.3. Reti idriche interne, fognature e impianti di depurazione

Le sole opere esterne, volte a reperire l’acqua, a convogliarla e a trasportarla dove necessa-
rio, non bastavano a risolvere il problema idrico del Mezzogiorno, se non supportate da ade-
guati sistemi locali di distribuzione. La normativa istitutiva della Casmez, nel 1950, aveva
previsto il finanziamento anche della realizzazione della rete interna di acquedotti e fognature,
con carattere sostitutivo rispetto a quanto svolto dall’amministrazione ordinaria in base alla
legge del 3 agosto 1949, n. 589. Le successive disposizioni del 1957 stabilirono in maniera
più precisa il contributo dell’ente nel settore: contributo limitato ai comuni con popolazione
fino a 75.000 abitanti ed integrativo rispetto al ruolo del Ministero dei Lavori Pubblici, trami-
te l’assunzione dell’onere finanziario che altrimenti sarebbe rimasto a carico dei singoli muni-
cipi427. In questo campo, dunque, la soluzione degli inconvenienti in genere non dipendeva
dai grandi complessi acquedottistici, come per le opere esterne. Si trattava di problemi a carat-
tere locale, solo in parte legati ai lavori della Cassa, ma «in parte del tutto autonomi e suscet-
tibili anche di realizzazioni parziali e graduali», senza considerare la «più complessa […]
struttura giuridico-amministrativa, responsabile a livello statale e locale per l’esecuzione delle
opere»428.
A causa soprattutto di questa mancanza di chiarezza e della lentezza nelle procedure, per
l’Abruzzo non furono stanziati fondi in seguito alla legislazione del 1950. Naturalmente ci fu-
rono rimostranze da parte di molti enti locali. Un caso esemplare fu quello della città di Te-
ramo, che richiese l’intervento dell’istituto per risolvere il problema delle fognature, le quali,
«frammentate ed inadeguate nel centro urbano», erano «del tutto mancanti nei nuovi quartie-
ri»: le fu risposto che prima bisognava ottenere l’approvazione, ai sensi della legge del 1949,
delle nuove opere da parte del Ministero dei Lavori pubblici, sulla base di un progetto di mas-
sima che l’ufficio tecnico comunale stava ancora elaborando nel corso del 1957429. Con la
normativa del 1957, al 31 dicembre 1961 in Abruzzo erano invece state ammesse al contribu-
427
Più in particolare, per i comuni sotto i 10.000 abitanti, riguardo all’intera rete idrica interna e alle fognature,
la Cassa assumeva a proprio carico l’onere dei mutui che essi devono sostenere e che non era coperto da contri-
buti statali. Si tratta del contributo dell’1,49% trentacinquennale, pari in valore capitale a circa il 25% della spe-
sa. Inoltre la Cassa anticipava il mutuo in attesa del perfezionamento della pratica da parte della Cassa Depositi e
Prestiti. Per i comuni invece tra i 10.000 e i 75.000 abitanti questi impegni valevano limitatamente però alla rete
primaria.
428
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma quinquennale, cit., p. 242: «Va comunque rilevata - si legge qui -
la vastità dei problemi aperti in questo settore, spesso troppo trascurati e minimizzati in confronto alle opere e-
sterne. I benefici di queste, anche nelle forme più razionali, sono molto spesso frustrati dalle gravi deficienze
nelle reti di distribuzione, dalla presenza di impianti vetusti anche per trascurata manutenzione, ecc. […] E’ per-
tanto da sottolineare l’esigenza del coordinamento degli interventi fra il Ministero dei Lavori pubblici e la Cassa,
al fine di assicurare il congruo afflusso al Mezzogiorno dei fondi dell’amministrazione ordinaria e di affiancare
ed inquadrare i comuni sul piano delle soluzioni tecniche e delle progettazioni».
429
ACS, MI, Gab., 1957-’60, b. 71, f. 13.079/1, Teramo, Lavori Pubblici, «Promemoria della città di Teramo»,
p. 1, anche per le citazioni.
140

to dello Stato realizzazioni per circa 629 milioni, con una spesa a carico della Cassa di 160
milioni: ancora una volta si trattava di una quota notevole sul complesso delle erogazioni per
tutte le regioni del Mezzogiorno, che ammontava come contributo dello Stato a 5 miliardi e
667 milioni, di cui un miliardo e 442 milioni a carico dell’ente430.
Nella metà degli anni sessanta i paesi abruzzesi che avevano visto la sistemazione delle reti
interne di acquedotti e fognature erano 183, saliti nel 1969 a 262 (in tutto il Sud 1.815) 431. A
quest’ultima data l’importo dei progetti ammessi, in base all’articolo 6 (commi dal 3° al 7°)
del Testo unico del 1967, era salito a ben 22 miliardi e 380 milioni, di cui erogati dalla Cassa
5 miliardi e 239 milioni, con una percentuale rispettivamente del 13,07 e del 12,13
sull’insieme delle regioni meridionali (171 miliardi e 227 milioni di cui 40 miliardi e 171 mi-
lioni finanziati dalla Cassa)432, ancora molto alta, perfino leggermente aumentata (di circa un
punto percentuale) rispetto al 1962.
Con deliberazione del 29 marzo 1961, il Comitato dei ministri per il Mezzogiorno assegnò
alla Casmez la somma di 40 miliardi di lire per la costruzione, tramite intervento diretto433,
delle reti idriche urbane e delle reti di fognature anche nelle città con popolazione superiore ai
75.000 abitanti. Con la legge del 28 settembre 1966, n. 749, l’intervento diretto della Cassa fu
poi esteso a tutti i capoluoghi di provincia e ai «centri collegati con zone di sviluppo indu-
striale o turistico»434. Tra le prime richieste, inserite nel programma per il dodicesimo eserci-
zio e poi in quello per il tredicesimo, non ce n’era però nessuna proveniente dall’Abruzzo. Fu
solo con il piano quinquennale che per questa regione vennero stanziati un miliardo e 550 mi-
lioni, di cui 800 per l’adeguamento della fognatura di L’Aquila e 750 per il 1° lotto di quella
di Pescara, con l’aggiunta dei collettori principali, della rete nera e degli impianti
d’epurazione435. Si trattava comunque di una spesa che era appena il 4,70% di quella destinata
all’intero Mezzogiorno (33 miliardi e 11 milioni): questo dipese non tanto dal minor numero
di insediamenti abruzzesi di una certa dimensione436, quanto piuttosto dal fatto che in questo
periodo fu considerato «in via prioritaria» il completamento delle opere già iniziate, «in modo
da raggiungere l’intera sistemazione o almeno conferire all’intervento una dimensione che e-
splichi effetti apprezzabili»437. La concreta realizzazione delle opere, oltre a comportare o-
vunque costi superiori a quelli preventivati, fu invece relativamente più rapida in Abruzzo: al-
la fine del 1970 erano stati appaltati (in concessione) lavori per complessivi 2 miliardi e 540

430
I. FORMOSA, Le fognature, in AA. VV., Cassa per il Mezzogiorno. Dodici anni, vol. III, parte II, cit., p. 444. I
finanziamenti di gran lunga maggiori, tuttavia, andarono alle aree interessate della Toscana, delle Marche e del
Lazio.
431
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma quinquennale, cit., p. 386.
432
ID., Bilancio 1969, cit., p. 63.
433
I. FORMOSA, op. cit., p. 445. Il finanziamento dell’ente copriva il 75,9% della spesa (pari al valore capitalizza-
to del contributo trentacinquennale a un tasso del 5%), a condizione che le città non godessero già di contributi
statali per i mutui (CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma quinquennale, cit., p. 242).
434
ID., Bilancio 1969, cit., p. 63.
435
ID., Programma quinquennale, cit., p. 258.
436
Al censimento del 1961, questo l’ammontare della popolazione nei quattro capoluoghi abruzzesi: L’Aquila 56
mila residenti, Pescara 87 mila e 400, Chieti 47 mila e 800, Teramo 41 mila e 900; nel censimento del 1951 i dati
erano i seguenti: 54 mila e 600 per L’Aquila, 65 mila e 500 per Pescara, 40 mila e 500 per Chieti, 38 mila e 600
per Teramo (UNIONE ITALIANA DELLE CAMERE DI COMMERCIO, INDUSTRIA E AGRICOLTURA, Monografie regiona-
li, cit., p. 10).
437
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma quinquennale, cit., pp. 243 e 258.
141

milioni, di cui 2 miliardi e 240 milioni per le fognature e 300 milioni per le reti idriche inter-
ne, in tutto il 5,91% sull’insieme delle regioni meridionali (42 miliardi e 986 milioni)438.
Le leggi del 15 aprile 1971, n. 205, e del 6 ottobre successivo, n. 853, confermarono in
questo settore la precedente normativa, e la Cassa poté proseguire la sua opera, tanto nei capo-
luoghi di provincia come intervento diretto, quanto negli insediamenti con meno di 75.000 a-
bitanti sotto forma di contributo integrativo439. Nel 1973 fu approvato un ulteriore lotto della
rete idrica fognaria a servizio di L’Aquila, e l’anno dopo vennero svolti nuovi lavori ancora
per L’Aquila e per la rete idrica e fognante di Pescara, ultimati entrambi nel 1975440; nella
prima metà degli anni settanta furono anche realizzate la rete fognante e l’impianto di depura-
zione per Teramo e i comuni costieri, e la rete idrica e fognante per Chieti, Ortona e Lanciano.
In seguito al verificarsi al Sud di numerosi casi di colera, il 27 dicembre 1973 venne pro-
mulgata la legge n. 868, che prevedeva (art. 9) maggiori incentivi per i comuni colpiti
dall’infezione: incentivi poi estesi anche ad altri centri estranei all’epidemia: nel 1976 le opere
finanziate avevano interessato nel Mezzogiorno 230 paesi, tra cui, in Abruzzo, Chieti, S. Gio-
vanni Teatino, Celano, Avezzano, Pescina, Rivisondoli e Montorio al Vomano441. Si trattava
prevalentemente di impianti di depurazione, che avrebbero dovuto portare «un importante
contributo al risanamento dei corsi idrici e delle acque del mare», ma nel 1981 per lo più non
ancora entrati in funzione442.
La normativa del 1976 limitò anche in questo settore l’attività dell’ente al completamento
dei programmi a suo tempo approvati dal Ministero per il Mezzogiorno, e successivamente la
nota del 28 settembre 1978 dello stesso Ministero, dopo consultazione con il Comitato dei
rappresentanti delle regioni meridionali, restrinse ulteriormente il campo di azione a un più
piccolo numero di opere. In Abruzzo i principali interventi riguardarono nel 1977 i comuni di
Vasto e di S. Salvo443, nel 1978 l’appalto della rete idrico-fognaria di Silvi Marina444, l’anno
dopo gli impianti di depurazione di Silvi Marina e di Città S. Angelo445.
Al 30 giugno 1981, queste le spese effettuate e ancora da effettuare per le realizzazioni
principali nella regione (in lire correnti):

TAB. 4.8. Fognature, reti interne e impianti di depurazione in Abruzzo: impegni complessivi e poten-
ziale di spesa al 30 giugno 1981 per le opere principali (importi in migliaia)
Descrizione delle opere Impegni assunti en- Spese effettuate Spese da effettuare
tro tutto il 1981
Fognature e collettori principali di Pescara 5.380.000 4.500.000 880.000
Fognature nel comune di Chieti 1.490.000 980.000 510.000
Fognature e impianto di depurazione per Montesilvano 2.190.000 930.000 1.260.000
Rete idrica e fognatura di Avezzano 3.080.000 1.750.000 1.330.000
Fognature e acquedotti di Vasto-S. Salvo 2.190.000 1.130.000 1.060.000
Rete idrica e fognante di Silvi Marina 1.830.000 70.000 1.760.000

438
ID., Bilancio 1970, cit., p. 19.
439
Qui vi sarebbe stato qualche cambiamento, in seguito ad alcune disposizioni ministeriali dell’ottobre del
1974, «in tema di aumento del saggio di interesse dal 6 al 9% sulle somme ammesse a mutuo dalla Cassa DD.
PP.»: l’aliquota contributiva della Casmez passò da circa il 25% al 47,2%, «determinando un ulteriore aggravio
degli oneri dell’Istituto a fronte degli investimenti realizzati» (ID., Bilancio 1974, cit., p. 38).
440
ID., Bilancio 1975, cit., p. 64.
441
ID., Bilancio 1976, cit., p. 52.
442
ID., Gli interventi straordinari nelle regioni meridionali, cit., p. 99.
443
ID., Bilancio 1977, cit., p. 68.
444
ID., Bilancio 1978, cit., p. 54.
445
ID., Bilancio 1979, cit., p. 56.
142

Rete fognante di Teramo 2.630.000 2.180.000 450.000


Rete idrica e fognante L’Aquila e frazioni 6.850.000 5.680.000 1.170.000
Impianto di depurazione per Roseto Piento e altri centri 2.280.000 130.000 2.150.000
Totale 27.920.000 17.350.000 10.570.000
Fonte: CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Gli interventi straordinari nelle regioni meridionali, cit., p. 100.

Durante gli anni ottanta la Casmez doveva quindi ancora affrontare impegni per più di 10
miliardi, di cui circa un terzo per impianti di depurazione. Nei quattro capoluoghi di provincia
era stata portata a termine la maggior parte dei lavori, in particolare per quel che riguardava
L’Aquila, Teramo e Pescara, mentre ancora molto doveva essere fatto in alcuni centri minori,
anche di una certa importanza come Avezzano, Vasto e Montesilvano.
In generale sembra si possa dire che l’attività della Cassa in questo campo fu tanto più ra-
pida ed efficace quanto più le amministrazioni coinvolte si mostravano in grado di svolgere il
proprio ruolo in maniera soddisfacente, e che ciò si verificò, com’era prevedibile, abbastanza
bene per le città principali, invece con una certa difficoltà per i paesi di più piccole dimensio-
ni, sia interni che costieri. Dal punto di vista operativo, quasi sempre l’esecuzione delle opere
fu infatti affidata in gestione ai singoli comuni, che in qualità di enti concessionari si trovava-
no a fronteggiare considerevoli ostacoli tecnico-amministrativi e a volte anche economici, con
conseguenti ritardi spesso notevoli: esemplare è il caso di Silvi Marina, dove gli interventi
appaltati nel 1978 al 30 giugno 1981 erano stati appena iniziati446.
Il problema interessava anche gli impianti di depurazione appena fossero entrati in eserci-
zio: impianti il cui funzionamento sarebbe avvenuto, allo stesso modo, sotto la responsabilità
dei municipi locali, per lo più privi delle competenze necessarie, oltre che di un’adeguata ca-
pacità di copertura finanziaria. Il Consiglio di amministrazione della Cassa auspicava per que-
sto - viene rilevato nella documentazione ufficiale447 - da un lato la formazione di Consorzi
intercomunali, affinché il cospicuo stanziamento di fondi non risultasse vanificato da ineffi-
cienza in fase di gestione, dall’altro l’elaborazione di un piano unico regionale per lo smalti-
mento, nel modo meno dispendioso possibile e di minore impatto ambientale, dei fanghi di
supero e dei rifiuti solidi urbani.
Il passaggio dalla fase progettuale e realizzativa a quella gestionale fu in realtà tutt’altro
che facile in ogni settore. Si prenda quello più specificatamente acquedottistico. Abbiamo vi-
sto come la Cassa fin dall’inizio, mancando appositi enti di gestione di provata capacità ed ef-
ficienza (fece eccezione solo il Consorzio del Ruzzo), fosse stata costretta a provvedere essa
stessa non solo alla costruzione delle opere ma anche poi alla loro gestione. Nel Mezzogiorno
non erano infrequenti i casi di acquedotti finiti «in stato di fatiscenza per difetto di manuten-
zione e di oculato esercizio»448. La necessità di individuare enti che fossero in grado di assicu-
rarne la «necessaria organizzazione tecnica ed amministrativa» costituiva dunque un proble-
ma di ordine generale. I dirigenti dell’istituto ne avevano ben chiari i termini sin dall’inizio, e
già negli anni cinquanta interessarono il Comitato dei ministri per il Mezzogiorno affinché
promulgasse una legge che prevedesse la costituzione di appositi enti autonomi, «con piena
responsabilità da sorgente a utente»449, com’era accaduto per l’acquedotto pugliese nel 1919.
Passarono tuttavia diversi lustri senza che una normativa in tal senso venisse approvata. Di
conseguenza la Casmez dovette assumersi essa stessa, di fatto, l’onere dell’avviamento

446
ID., Gli interventi straordinari nelle regioni meridionali, cit., pp. 99 e 104.
447
Ibid., pp. 100-101.
448
ID., Programma quinquennale, cit., p. 243.
449
Ibid., p. 243.
143

all’esercizio e poi della manutenzione delle maggiori opere realizzate, «salvo porre in atto o-
gni azione per recuperare, almeno parzialmente, dai comuni, con i quali si [andavano] gra-
dualmente definendo apposite convenzioni, il rimborso delle spese sostenute»450. Queste ulti-
me erano state previste, per il programma quinquennale, di 9 miliardi e 500 milioni in tutto il
Mezzogiorno, su un totale dei costi per il settore di 168 miliardi e 499 milioni (il 5,64%), e
proseguirono, accrescendosi, durante tutti gli anni settanta.
La legge n. 183 del 1976 (poi entrata nel Testo Unico delle leggi sul Mezzogiorno, varato
con Drecreto presidenziale del 6 marzo 1978, n. 218) finalmente stabilì, all’articolo 7, il tra-
sferimento della gestione delle opere ultimate e collaudate dalla Cassa alle regioni, entro il 27
novembre 1980. A tale scopo le amministrazioni locali avrebbero dovuto indicare un ente de-
stinatario, ma nessuna di esse provvide a farlo, ad eccezione della Sardegna e del Molise. Il
Ministro per il Mezzogiorno dovette autorizzare quindi la proroga della gestione da parte del-
la Casmez fino al 31 dicembre 1980: proroga alla quale fece seguito l’intenzione del Comitato
dei rappresentanti delle regioni meridionali di voler delegare l’ente alla «gestione temporane-
a» delle opere, in nome e per conto delle stesse regioni secondo modalità da stabilire in appo-
site convenzioni. Naturalmente le regioni dovettero accollarsi le relative spese da corrisponde-
re sotto forma di «anticipazione straordinaria»: spese che potevano essere recuperate tramite
la riscossione dei canoni di utenza. A causa soprattutto dell’esistenza di numerosi complessi a
carattere locale, in Abruzzo esse furono particolarmente alte: 8 miliardi e 200 milioni, più del
40% dell’insieme dei lavori appaltati nello stesso anno (20 miliardi e 219 milioni), per un to-
tale di 124 milioni e 300 mila metri cubi erogati, con un costo medio di circa 66 lire a metro
cubo.
Come nel resto del Mezzogiorno, anche qui la formazione dei Consorzi acquedottistici -
organismi associati sovracomunali (come voleva la Cassa) - sarebbe risultata un’impresa
piuttosto travagliata. Ma alla fine, nei secondi anni ’80, dopo una fase di gestione diretta da
parte della regione (ma con personale proveniente sempre dalla Casmez), con un’apposita
legge regionale451, anche questo risultato venne raggiunto.

450
«Il risultato più importante di questa azione, condotta con costanza e tra molte difficoltà, sta nel fatto che i
comuni e gli organi amministrativi del Mezzogiorno si vanno sempre più convincendo che il problema delle ge-
stioni supera le dimensioni e le possibilità della finanza locale, e che quello dell’esercizio degli acquedotti è un
servizio che deve essere, come tutti gli altri servizi pubblici, organicamente e razionalmente strutturato» (ibid., p.
244).
451
Sul suo difficoltoso varo si può vedere la Presentazione (datata marzo 1985) di Ugo Giannunzio, allora asses-
sore ai Lavori Pubblici della regione Abruzzo, al citato volume Sul filo dell’acqua. Acquedotti d’Abruzzo, cit., p.
3.
144

4.4. Edilizia scolastica, ospedali, aree depresse

Il censimento del 1951 mostrava per il Mezzogiorno un tasso di analfabetismo significati-


vamente più elevato rispetto a quello del Centro-Nord, una più bassa frequenza scolastica per
gli alunni con età dai 3 ai 6 anni, un maggiore abbandono durante le elementari e un minore
proseguimento degli studi nei gradi successivi, come riportato nella tabella 4.9. Va detto, tut-
tavia, che sotto questo aspetto l’Abruzzo e il Molise, già allora, mostravano in una posizione
migliore nei confronti di tutte le altre regioni meridionali: per quanto piuttosto alta nella fascia
di popolazione con oltre 55 anni, la loro percentuale totale di analfabeti si poneva infatti su
livelli intermedi tra quella del Sud e quella italiana, addirittura al di sotto della media naziona-
le nell’età fra i 6 e i 14 anni, e con valori dimezzati su quelli del Mezzogiorno per i residenti
con meno di 25 anni; per gli altri indicatori esibiti nella tabella il livello era più o meno iden-
tico, con l’eccezione della quota di ragazzi che proseguivano gli studi ottenuta la licenza ele-
mentare: quota che, se un po’ al di sotto di quella media del Sud nel 1951 (28,0% contro
29,5%), la superava comunque ampiamente già nel 1958 (50,4% contro 43,2%).

TAB. 4.9. Analfabetismo e indicatori del livello di istruzione preparatoria e elementare, in Ita-
lia e nelle singole regioni meridionali
Regioni Alunni ogni 100 Percentuale Percentuale di
e ripartizioni Analfabeti per gruppi di età nel 1951 (in percentuale) fanciulli in età di licenza proseguimento
geografiche dai 3 ai 6 anni elementare(a) negli studi(a)
6-14 anni 14-25 anni 25-55 anni Oltre 55 Totale 1951 1958 1951 1958 1951 1958
Italia 6,4 7,9 10,7 29,1 12,9 34,7 45,1 73,3 84,7 36,6 56,6
Centro-Nord 2,8 1,9 4,3 18,3 6,4 42,9 53,6 86,7 97,2 41,7 67,5
Mezzogiorno 11,2 16,7 23,4 52,2 24,4 24,7 36,0 54,8 69,4 29,5 43,2
Abruzzo e Molise 5,1 8,5 17,7 51,0 17,1 29,0 40,4 64,3 79,4 28,0 50,4
Campania 10,9 16,8 23,2 46,1 19,7 25,6 35,5 56,0 70,3 35,5 47,1
Puglia 12,0 16,6 22,6 52,5 20,6 23,0 37,1 60,3 71,8 29,8 42,2
Basilicata 12,1 19,6 30,5 61,3 25,0 25,9 38,0 49,8 70,7 19,7 40,0
Calabria 15,1 23,7 32,7 63,0 27,0 21,5 37,2 43,1 58,4 20,3 32,2
Sicilia 11,8 16,9 22,0 52,6 21,4 20,7 30,1 53,3 66,7 30,8 43,7
Sardegna 8,4 13,1 21,0 51,3 18,9 40,3 46,5 51,3 75,2 26,5 43,1
(a) Su 100 viventi in età media dai 10 ai 13 anni.
Fonte: T. SALVEMINI, L’istruzione professionale nel Mezzogiorno, in AA.VV., Cassa per il Mezzogiorno. Dodici
anni. 1950-1962, vol. V. Industria, servizi e scuola, Laterza, Bari, 1962, pp. 527, 529, 533.

Per quanto riguarda gli asili infantili, mentre nel 1950-’51 esisteva un edificio ogni 3.188
persone nel Centro-Nord, lo stesso rapporto era di 1 su 5.846 in tutto il Sud e di 1 su 4.613 nel
solo Abruzzo, senza contare che «buona parte degli asili del Meridione erano ubicati in locali
145

di fortuna, spesso non rispondenti alle necessarie norme igienico-sanitarie»452. Va tenuto pre-
sente che tali scuole, «oltre a svolgere un compito assistenziale importante», esplicavano
un’azione pedagogica assai utile per vincere «la mancanza di adattamento alla disciplina sco-
lastica, così frequente nei ragazzi allevati senza un controllo adeguato dei genitori», come an-
che per superare «la lentezza nell’apprendimento scolastico, soprattutto per la mancanza di un
ambiente favorevole in famiglia»453.
In questo settore il Comitato dei ministri per il Mezzogiorno dispose dal 1955 al 1960
l’attuazione di quattro programmi di intervento, da finanziarsi a cura della Cassa in base alle
leggi n. 646 del 1950 e n. 634 del 1957, con l’intento di «dotare tutti i comuni del Mezzogior-
no […] di un moderno e funzionale asilo» (se divisi in più frazioni anche di più d’uno)454. I
primi due interessavano i comuni che avevano fino a 3 mila abitanti, il terzo quelli che ne a-
vevano fra i 3 mila e i 5 mila e il quarto quelli la cui popolazione andava dalle 5 alle 10 mila
unità. Essi prevedevano nel complesso la costruzione di 2.470 nuove strutture, di cui 481 in
Abruzzo e Molise, 63 con il primo programma, 160 con il secondo, 104 con il terzo e 154 con
il quarto. Ancora una volta nella regione da noi analizzata si trattava di un numero notevole,
pari al 20,90% sulle 2.302 opere previste per le sole regioni meridionali.
I criteri di attuazione seguivano una duplice priorità, concentrandosi dapprima sugli inse-
diamenti più piccoli rispetto a quelli più grandi, quindi, all’interno di gruppi identici di paesi,
su quelli interamente sprovvisti di asili. La realizzazione, che giungeva a comprendere fino
alla fornitura dell’arredamento, veniva di volta in volta affidata all’ente locale prescelto, il
quale assumeva la qualifica di ente gestore, essendo assegnatario del cantiere di lavoro e, nel
contempo, beneficiario dell’intervento della Cassa: quasi sempre si trattava di piccoli munici-
pi (o addirittura di parrocchie), sprovvisti di attrezzatura tecnica e di esperienza amministrati-
va, cosicché i progetti che essi preparavano risultavano spesso carenti e privi della necessaria
documentazione. Si cercava di ovviare a simili inconvenienti «mediante una continua azione
di stimolo e di consulenza e, molto spesso, mediante la convocazione dei singoli progettisti od
enti gestori, così da risolvere direttamente le difficoltà emerse in sede di esame»455; ma co-
munque, ancora negli anni sessanta, per il numero di casi da affrontare la situazione era giudi-
cata al di là dei «limiti accettabili»456. Altri problemi erano costituiti dalla non facile reperibi-
lità, per ragioni geofisiche, di terreni idonei su cui edificare (in Abruzzo e Molise oltre il 70%
dei centri interessati si trovava ad un’altitudine superiore ai 500 metri sul livello del mare) e,
soprattutto, dalla lunghezza delle procedure necessarie prima dell’attivazione di cantieri di la-
voro457.
452
M. BESUSSO, La «Cassa» per la scuola: l’edilizia scolastica, in AA.VV., Cassa per il Mezzogiorno. Dodici
anni, vol. V, cit., p. 494.
453
T. SALVEMINI, L’istruzione professionale nel Mezzogiorno, in AA.VV., Cassa per il Mezzogiorno. Dodici an-
ni. 1950-1962, vol. V. Industria, servizi e scuola, Laterza, Bari, 1962, p. p. 528.
454
Ibid., p. 495.
455
Ibid., p. 497.
456
Ibid., p. 514.
457
Al riguardo la Casmez aveva elaborato in via preliminare, d’intesa con il Ministero della Pubblica Istruzione,
appositi schemi di progetto-tipo, che prevedevano asili a una, due o tre aule (ognuna delle quali poteva ospitare
30-35 bambini, per un massimo di 100 bambini) e contenevano tutti anche l’alloggio per gli insegnanti. Tali
schemi dovevano essere tradotti dagli enti gestori in progetti esecutivi, «in relazione all’entità della popolazione
infantile localmente esistente», adattandosi di volta in volta «alle particolari esigenze derivanti dalle caratteristi-
che del suolo prescelto, dal clima, dai materiali costruttivi da adoperare, dalle necessità urbanistiche». Quindi,
dovevano essere sottoposti all’esame di merito da parte dei competenti Uffici Provinciali del Lavoro e del Genio
Civile, in particolare per quanto concerneva l’osservanza delle disposizione della legge del 29 aprile 1949 n. 264
146

In questo campo la Cassa aveva anche una seconda modalità di intervento, nella quale, tut-
tavia, non rivestiva un ruolo principale, ma solamente ausiliario: in base alle leggi del 19 mar-
zo 1955, n. 105, e del 18 luglio 1959, n. 555, l’ente assumeva infatti sul proprio bilancio le
spese che i municipi con popolazione fino a 10.000 abitanti dovevano affrontare da soli per la
costruzione di scuole elementari e materne, a condizione che avessero prima ottenuto un con-
tributo trentacinquennale da parte del Ministero dei Lavori pubblici, ai sensi della legge del 9
agosto 1954, n. 645. Nonostante la quota della Casmez fosse piuttosto esigua in rapporto a
quella dell’amministrazione ordinaria458, essa era tuttavia considerata decisiva, «poiché la no-
toria precarietà delle finanze di quasi tutti i comuni del Mezzogiorno e delle isole, non per-
metteva loro nemmeno di fronteggiare il piccolo onere come sopra residuante a loro cari-
co»459.
Dal 1955 al 31 dicembre 1961 furono ammessi al contributo della Cassa 3.006 provvedi-
menti di concessione, di cui 2.496 nelle sole regioni meridionali (esclusi i territori della To-
scana, del Lazio e delle Marche). In rapporto alla popolazione, l’Abruzzo e Molise - anche in
questo caso - risultano di gran lunga l’area che ottiene i maggiori finanziamenti, a beneficio
di 826 scuole elementari (per un miliardo e 20 milioni) e di 43 scuole materne (per 48 milio-
ni), con una spesa complessiva ammessa al contributo statale di 9 miliardi e 831 milioni, di
cui un miliardo e 68 milioni erogati dall’intervento straordinario: ben il 25% della somma to-
tale distribuita alle regioni del Sud (39 miliardi e 391 milioni, con una quota a carico dell’ente
di 4 miliardi e 274 milioni, quasi tutti per le scuole elementari)460. Al 30 giugno 1965 la per-
centuale abruzzese-molisana appare un po’ diminuita (23,15%), ma rimane ancora rilevante:
un miliardo e 443 milioni distribuiti su 1.362 istituti, a fronte di 6 miliardi e 233 milioni per
4.199 scuole in tutte le regioni del Mezzogiorno461. Naturalmente tali cifre danno conto anche
della maggiore attività del Ministero dei Lavori Pubblici, essendo essa in questo caso necessa-
riamente collegata con l’intervento straordinario: una maggiore attività che veniva ad avvan-
taggiare - lo abbiamo visto - una zona le cui posizioni di partenza erano già relativamente
migliori, e che anche per questo poteva avvalersi di una più proficua collaborazione fra le au-
torità locali e quelle centrali, in un campo in cui era decisiva la sollecitudine e la competenza

sui cantieri di lavoro, e poi ritornare alla Cassa per il definitivo vaglio istruttorio. Dopo la conclusione positiva
dell’istruttoria e l’approvazione da parte del Consiglio di amministrazione, il Ministero del Lavoro promulgava il
decreto istitutivo del cantiere di lavoro, cui faceva seguito l’emissione dell’atto di concessione da parte della Ca-
smez.
458
In pratica, i comuni contraevano con la Cassa Depositi e Prestiti un mutuo per il cui pagamento dovevano ef-
fettuare, per 35 anni, un esborso pari al 6,49% dell’ammontare del mutuo stesso. Poiché ricevevano contempora-
neamente dallo Stato un contributo annuo, per 35 anni, del 6%, residuava a loro carico l’onere dello 0,49% an-
nuo, che la Cassa interveniva a parificare, pagandolo direttamente alla Cassa DD.PP. in un’unica soluzione, ov-
vero al suo valore attuale.
459
Ibid., p. 506. Per quanto attiene alla funzione collaterale dell’ente straordinario, le disposizioni del 1957 (n.
634) introdussero due novità di rilievo: «In particolare, detta legge ha in primo luogo precisato che l’assunzione
da parte della “Cassa” dell’onere a carico dei comuni beneficiari, ai sensi dell’art.3 della legge 19 marzo 1955 n.
105, comporta l’impegno della Cassa DD.PP. a concedere il mutuo occorrente. Ha poi aggiunto che la “Cassa”
può curare per conto dei comuni tutti gli adempimenti necessari per la regolarizzazione del mutuo e provvedere
alla anticipazione dei fondi per l’esecuzione dei lavori. Se importante è il beneficio di cui al primo comma, poi-
ché assicura ai comuni che il mutuo da loro richiesto sarà concesso, in quanto la Cassa DD.PP. vi è impegnata
per legge, altrettanto importante è il beneficio previsto nel secondo comma, perché autorizza la “Cassa” a som-
ministrare anticipazioni ai comuni in pendenza del perfezionamento della operazione di mutuo presso la Cassa
DD.PP.» (p. 507).
460
Ibid., p. 509.
461
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1964-’65, cit., p. 197.
147

dei numerosi e piccoli comuni sparsi nel territorio (i lavori nei centri con più di 10.000 abitan-
ti erano invece condotti interamente per via ordinaria). Addirittura, per quanto riguarda gli
asili infantili, al 30 giugno 1965 erano state ultimate in Abruzzo 155 strutture, esattamente un
terzo di quelle portate a termine in tutte le regioni del Sud, nell’ambito di 234 progetti appro-
vati contro 810 (il 29%)462.
Con il programma quinquennale 1965-’69 l’edilizia scolastica venne inquadrata nel più va-
sto ambito che abbracciava la crescita del «fattore umano», comprendente prevalentemente
interventi per la formazione professionale nell’agricoltura, nell’industria e nel turismo: tipo-
logie che qui vengono affrontate nei capitoli dedicati ai rispettivi settori. Fu prevista, peraltro,
la costruzione di nuovi 10 asili infantili463, ognuno per un costo approssimato di 45 milioni
(su un totale per le regioni meridionali di 4 miliardi e 815 milioni). Ma soprattutto si provvide
alla realizzazione di tutta una serie di strutture nel campo delle «attività sociali e formative»,
dai centri di servizi culturali di Avezzano, Chieti, Lanciano, Pescara, Teramo, Vasto e Sulmo-
na (per 380 milioni), alla costruzione o al miglioramento delle biblioteche nelle stesse città
(per 710 milioni), con una spesa complessiva di un miliardo e 256 milioni, l’11,26%
sull’insieme delle regioni meridionali (11 miliardi e 156 milioni)464. La quota relativa
all’Abruzzo e Molise si va quindi progressivamente riducendo, pur mantenendosi decisamen-
te consistente, analogamente a quanto già visto per le altre infrastrutture principali: anche nei
contributi concessi a favore dell’edilizia scolastica, alla fine del 1970 risultano emessi, in fa-
vore del solo Abruzzo, 1.430 provvedimenti per un miliardo e 233 milioni, scendendo in cin-
que anni dal 23,15% al 14,93% sul totale del Meridione (al 31 dicembre 1970 di 8 miliardi e
256 milioni), pur se va tenuta in conto la ‘perdita’ del Molise, che alla stessa data aveva otte-
nuto dalla Cassa ben 495 milioni per 357 istituti465.
Nel corso degli anni settanta non si registrano novità sotto l’aspetto normativo. Negli inter-
venti diretti ci si limitò a condurre a termine i quattro programmi impostati fra il 1955 e il
1960. In Abruzzo e Molise si pensò quindi a completare le 481 strutture previste, mentre nel
finanziamento integrativo delle scuole materne ed elementari si continuò nell’approvazione di
nuovi progetti, anche se a ritmi via via più lenti. L’ultima rilevazione risale al bilancio 1974
(quell’anno furono concessi contributi per appena 22 milioni, di cui 6 in Abruzzo): al 31 di-
cembre l’Abruzzo risulta aver ottenuto un miliardo e 303 milioni per 1.539 strutture (su una
somma a carico dello Stato di 13 miliardi e 95 milioni), ancora il 14,88% dei finanziamenti
arrivati a tutte le regioni del Sud (8 miliardi e 758 milioni, per 6.677 provvedimenti e una
somma a carico dello Stato di 89 miliardi e 562 milioni)466.
Anche dal punto di vista sanitario la situazione del Mezzogiorno, e quindi anche
dell’Abruzzo, era più grave di quella del resto del Paese. Un’indagine del 1954 evidenziava
per l’Abruzzo una disponibilità di 4,3 posti letto in ospedale per 1.000 abitanti (il Molise ad-
dirittura 0,9: la cifra più bassa tra tutte le regioni d’Italia), a fronte di una media del 4,6 per

462
Ibid., p. 198.
463
Essi riguardavano i seguenti comuni: in provincia di Chieti, Altino e Collemacine; in quella di Pescara, Alan-
no; in quella dell’Aquila, Capistrello, Civitella Roveto, Gioia dei Marsi, Ocre, Scontrone, Aielli e Rocca di Botte
(CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma quinquennale, cit., p. 320).
464
Ibid., p. 309.
465
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1970, cit., p. 126.
466
ID., Bilancio 1974, cit., p. 211.
148

l’Italia meridionale467, del 9,4 per il Centro-Nord e di 7,3 per l’Italia468. Al censimento del
1961 l’Abruzzo calava ulteriormente: 3,5 posti letto ogni 1.000 abitanti, valore che scendeva a
2,6 nella provincia di Teramo e a 3,2 in quella di Chieti, per poi salire a 4,0 nella provincia di
Pescara e a 4,3 in quella dell’Aquila. Quasi sempre le strutture erano il frutto di donazioni o
lasciti di cittadini facoltosi: oltre che carenti, erano quindi anche mal distribuite, sorte acci-
dentalmente e senza una visione coordinata dei problemi del territorio, cosicché l’eccessiva
copertura di alcuni piccoli centri contrastava con la praticamente totale mancanza di servizi
per altri paesi rurali e montani, anche di medie dimensioni469. Altri motivi avevano poi contri-
buito a rendere la condizione del Sud particolarmente grave: le istituzioni che gestivano gli
ospedali, ad esempio, erano spesso opere pie con scarsi patrimoni e con sede in comuni che
per i loro cronici deficit di bilancio, non disponendo di sufficienti imposte da offrire in garan-
zia, si trovavano nell’impossibilità di ricorrere a mutui statali per affrontare la spesa di nuove
costruzioni o di ampliamenti. Con la legge del 3 agosto 1949, n. 589, erano stati stanziati al-
cuni fondi, per la precisione 450 milioni per ogni capoluogo di provincia, ma si trattava di ben
poca cosa in confronto ai bisogni, tanto che molte opere, progettate di troppo grandi dimen-
sioni rispetto alle possibilità economiche, restavano incompiute e quindi scarsamente utilizza-
te.
«Al fine di sopperire alle più urgenti necessità dell’assistenza sanitaria delle popolazioni
meridionali»470, il Comitato dei ministri per il Mezzogiorno, d’intesa con il Ministro della Sa-
nità, predispose con la legge del 29 settembre 1962, n. 1.462, un piano di interventi straordi-
nari a favore del settore, basato interamente sul finanziamento diretto da parte della Ca-
smez471. Nella assegnazione dei fondi fu data la priorità a quelle province in cui alcuni lavori
erano già stati intrapresi e dovevano essere ultimati472, oppure a quelle zone dove si lamenta-
va una estrema carenza di posti letto o erano presenti altre situazioni particolarmente urgenti
da risolvere come superaffollamento o fatiscenza degli edifici. In tutto furono interessati 57
comuni, fra i quali, per l’Abruzzo, L’Aquila, Sulmona, Chieti, Lanciano, Casoli, Teramo e
Giulianova. L’elaborazione e l’approvazione dei progetti richiesero alcuni anni: al 30 giugno
1965 era stata appaltata nella regione solamente un’opera, per un importo di 200 milioni (al
netto dei ribassi d’asta), con un certo ritardo, questa volta, anche rispetto al resto del Sud473.
467
Considerando poi i soli istituti di cura pubblici ordinari, la disponibilità dei posti letto nel Sud d’Italia si ridu-
ceva ad appena 1,93 ogni 1.000 abitanti, a fronte di 4,52 per il Centro e di 5,46 per il Nord, su una media nazio-
nale di 4,30 (CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1962-’63, cit., p. 46).
468
A. MUTTI, Il particolarismo come risorsa, cit., tab. 17.
469
UNIONE ITALIANA DELLE CAMERE DI COMMERCIO, INDUSTRIA E AGRICOLTURA, Monografie regionali, cit., p.
16.
470
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1962-’63, cit., p. 47.
471
ID., Bilancio II semestre 1965, cit., p. 22. In via generale tale piano prevedeva il completamento degli ospe-
dali rimasti incompiuti per mancanza di fondi statali, la creazione di nuovi ospedali (ospedali di base) con dispo-
nibilità in genere di 150 posti letto (oltre ad alcuni ospedali più grandi), l’ampliamento di ospedali già esistenti,
la fornitura di attrezzature sanitarie a nuovi ospedali. «Le caratteristiche tecniche di dette unità ospedaliere sono
state definite dalla Cassa, d’intesa col Ministero della sanità, in un apposito schema di ospedale tipo, insieme a
schemi di capitoli speciali e istruzioni da fornire a progettisti e direttori dei lavori per ottenere un indirizzo co-
mune a tutte le progettazioni. Non poche sono state in merito le difficoltà operative da superare specie in tema di
acquisizione di aree e di messa a punto dei progetti; difficoltà accentuate dal fatto che spesso gli interventi stra-
ordinari si affiancano ad interventi di altri enti per uno stesso ospedale» (ID., Bilancio 1966, cit., p. 39).
472
«Tale intervento si presentava particolarmente razionale, in quanto con una spesa limitata si poteva porre in
esercizio un gran numero di posti letto» (ID., Bilancio 1970, cit., p. 127).
473
ID., Bilancio 1964-’65. Relazione, cit., p. 195. In tutto erano stati appaltati 20 lavori, per un ammontare al net-
to dei ribassi d’asta di 9 miliardi e 790 milioni.
149

L’effettivo avvio della fase esecutiva si ebbe quindi a partire dal piano quinquennale 1965-
’69, con il quale, peraltro, vennero escluse ulteriori realizzazioni a carico della Casmez al di
fuori di quelle già previste nel 1962 (ma tale orientamento sarà presto disatteso). Più nello
specifico, nell’occasione furono stanziati un miliardo e 100 milioni per l’ampliamento
dell’ospedale civile di Teramo, approvato nel 1966474, 490 milioni per Giulianova, 280 milio-
ni per Casoli, 210 rispettivamente per L’Aquila, Sulmona e Lanciano e 200 milioni per Chieti.
In totale si raggiunsero 2 miliardi e 700 milioni (orientati prevalentemente verso quelle zone
dove più acute erano le carenze di posti letto rispetto alla popolazione, come Teramo e Giu-
lianova): una cifra che rappresentava il 6,43% dei 42 miliardi complessivamente preventivati,
perfettamente in linea - in questo caso - con la corrispondente quota di abruzzesi (6,40%)
sulla popolazione meridionale. Nel 1968 furono portati a termine i lavori per L’Aquila e per
Sulmona475, nel 1969 quelli per Chieti476, nel 1970 l’ampliamento dell’ospedale di Lancia-
no477, nel 1971 quello di Giulianova478 e nel 1972 quello di Casoli479. Nel 1969 fu varato an-
che un piccolo programma integrativo per 12 miliardi e 750 milioni che vedeva, in Abruzzo,
la costruzione del nuovo complesso di Ortona480.
Nel campo sanitario procedeva contemporaneamente l’azione ordinaria dello Stato. Ma
verso metà degli anni settanta ci si rese conto dell’impossibilità di far fronte per questa via
all’indispensabile completamento di molte opere intraprese. Nella relazione al bilancio del
1974 si riferiva di una realtà del Sud nel settore ospedaliero «che solo in tema di integrazioni
e completamenti si manifesta[va] con esigenze valutabili intorno ai 300 miliardi, per ultima-
zione di rustici, realizzazione di servizi e acquisto e messa in opera di attrezzature»481. La ma-
teria venne di conseguenza portata all’esame del Ministero per il Mezzogiorno, che «in sede
di acceleramento degli interventi nelle singole regioni» predispose programmi specifici a cari-
co della Casmez.
Le nuove spese in Abruzzo furono indirizzate nel 1975 verso il complesso di Gissi, già rea-
lizzato ma rimasto non funzionante per mancanza di finanziamenti482, nel 1976 a favore del
nuovo ospedale provinciale di Pescara483, e nel 1977 verso le strutture di Atri e di Penne
(quest’ultima a carattere psichiatrico), ciascuna con una capienza di 100 posti letto484. Sempre
nel 1976 venne approvato dal Consiglio di amministrazione della Cassa, su direttiva del Piano
regionale, un progetto di ampliamento del già realizzato ospedale di Giulianova, con un innal-
zamento della ricettività da 350 a 700 posti letto e il passaggio nella classificazione da zonale
a provinciale: al 30 giugno 1981 le integrazioni erano state ultimate, con un costo di 3 miliar-
di e 500 milioni485. All’inizio degli anni ottanta fu poi completato a L’Aquila il nuovo ospeda-
le provinciale, mentre altri interventi riguardarono l’ospedale psichiatrico di Chieti e quelli
civili di Vasto, di Avezzano e di Santa Maria Imbaro. Infine, dello stesso periodo è anche la

474
ID., Bilancio 1966, cit., p. 39.
475
ID., Bilancio 1968, cit., p. 38.
476
ID., Bilancio 1969, cit., p. 84.
477
ID., Bilancio 1970, cit., p. 127.
478
ID., Bilancio 1971, cit., p. 114.
479
ID., Bilancio 1972, cit., p. 98.
480
ID., Bilancio 1969, cit., p. 84.
481
ID., Bilancio 1974, cit., p. 40.
482
ID., Bilancio 1975, cit., p. 67.
483
ID., Bilancio 1976, cit., p. 54.
484
ID., Bilancio 1977, cit., p. 69.
485
ID., Gli interventi straordinari nelle regioni meridionali, cit., p. 130.
150

ristrutturazione e l’ammodernamento «in modo composito e funzionale» dell’ospedale civile


di Chieti, con un aumento della capienza da 830 a 1.000 posti letto e l’acquisto di numerose
attrezzature, per oltre 4 miliardi486.
Fra tutte queste opere, il nuovo ospedale provinciale di Pescara era, in termini di spesa af-
frontata dall’intervento straordinario, sicuramente quella più importante: con una disponibilità
di 1.018 posti letto, una cubatura di oltre 400 mila metri cubi e un’area di 113 mila metri qua-
drati, doveva originariamente essere costruito con fondi statali, ma poi, a causa della loro in-
sufficienza, fu affidato alla Casmez, con un impegno di circa 23 miliardi, di cui più di 10 mi-
liardi erogati entro il 30 giugno 1981, e la restante parte da utilizzare non oltre il 29 agosto
1983, data stabilita per l’ultimazione del contratto di appalto. Secondo per il costo sostenuto,
ma non per estensione, era il nuovo complesso del capoluogo L’Aquila, con una capienza di
1.050 posti letto, una superficie di circa 190 mila metri quadrati e una cubatura di 650 mila
metri cubi: iniziato con finanziamenti sia statali che regionali, per essere portato a termine ne-
cessitò di un contributo della Cassa di oltre 14 miliardi, che permise, tra la fine degli anni set-
tanta e l’inizio degli anni ottanta, la realizzazione di nuovi reparti e servizi, con l’elevazione
del numero di posti letto di altre 350 unità487.
Ad uno sguardo più generale, al termine del 1970, dopo 8 anni di attività nel settore, in A-
bruzzo e Molise risultavano appaltati, al netto dei ribassi d’asta, lavori per 4 miliardi e 380
milioni, il 9% sull’insieme delle regioni meridionali (48 miliardi e 682 milioni)488. Dal 1971
al 1975 furono iniziate nel solo Abruzzo opere per altri 6 miliardi e 913 milioni, ben il
15,07% dei 45 miliardi e 867 milioni erogati nello stesso periodo a tutto il Sud489. Il 1976 è
l’anno in cui viene approvato il grosso degli interventi per il completamento delle strutture i-
niziate dallo Stato o dalle regioni490: decisione che provoca un autentico balzo nella spesa per
ospedali, segnando nel contempo il definitivo abbandono del carattere di straordinarietà
dell’azione della Casmez, che viene ormai a configurarsi esplicitamente come sostitutiva di
quella normalmente svolta dall’amministrazione ordinaria. Fra il 1976 e il 1977 nel comples-
so delle regioni meridionali vennero appaltati progetti per 233 miliardi e 811 milioni, dei qua-
li 41 miliardi e 530 milioni, il 17,76%, nel solo Abruzzo491.
Nel campo ospedaliero abbiamo dunque un andamento della spesa - per la regione qui a-
nalizzata - opposto a quello riscontrato con riferimento alle altre infrastrutture: inizialmente
la quota relativa non è molto elevata, ma essa cresce poi rapidamente nel corso degli anni set-
tanta, parallelamente all’estensione dei compiti dell’istituto ben al di là di quelli originari. Il
risultato, comunque, è che alla fine degli anni ottanta la situazione sanitaria dell’Abruzzo, che
partiva da una disponibilità di posti letto per abitante negli ospedali addirittura inferiore a
quella complessiva del Sud, si presenta, con riferimento a questo parametro, notevolmente al

486
«La soluzione adottata, in considerazione delle strutture dell’esistente complesso, ubbidisce a criteri di fun-
zionalità, distribuzione di reparti e servizi ed alla necessità impellente ed urgente di ospitare le cliniche ed i ser-
vizi delle facoltà di medicina a seguito dell’istituzione nella Città della facoltà di medicina e chirurgia» (ibid.,
pp. 128-129).
487
«L’Ospedale, in relazione al funzionamento nella città della facoltà di medicina e chirurgia, ha anche una
scuola per infermieri, aule universitarie e istituti vari. La sistemazione esterna prevede la realizzazione di rete
viaria per l’intera superficie ospedaliera e di idonei parcheggi» (ibid., p. 130).
488
ID., Bilancio 1970, cit., p. 231.
489
ID., Bilancio 1975. Appendice statistica, Roma, 1976, p. 178.
490
ID., Bilancio 1976. Appendice statistica, Roma, 1977, p. 170.
491
ID., Bilancio 1977. Appendice statistica, Roma, 1978, p. 162.
151

di sopra della media nazionale (ed anche del Centro-Nord), come si può vedere dalla seguente
tabella (ma cfr. anche tab. 3.12.):

TAB. 4.10. Posti letto in ospedali pubblici e privati


per 1.000 abitanti
Regioni 1954 1990
Abruzzo 4,3 8,4
Molise 0,9 5,4
Campania 5,8 5,2
Puglia 4,1 7,5
Basilicata 1,0 5,6
Calabria 2,6 6,3
Sicilia 4,6 5,4
Sardegna 4,6 6,0
Sud 4,6 6,1

Centro- 9,4 7,7


Nord
Italia 7,3 7,1
Fonte: ISTAT, Annuario statistico italiano, 1956 e 1993;
cfr. anche A. MUTTI, Il particolarismo come risorsa, cit., tab. 17.

Con la normativa del 26 giugno 1965, n. 717 (art. 7), fu prevista una particolare azione del-
la Casmez in «ristretti ambiti territoriali caratterizzati da particolare depressione», mediante la
realizzazione di opere di potenziamento e ammodernamento dei servizi civili. Tali zone, de-
limitate in base alle disposizioni del Piano di coordinamento dal Ministro per il Mezzogiorno,
interessavano una superficie totale di circa 26.000 kmq, pari al 19,7% di quella di tutta l’Italia
meridionale, con 548 comuni che avevano nel 1961 una popolazione complessiva di un mi-
lione e 907 mila abitanti, circa il 9,8% di quella censita alla stessa data nell’area di competen-
za della Cassa492. In Abruzzo il problema investì esclusivamente la parte più a Sud, e in parti-
colare nelle province dell’Aquila e soprattutto di Chieti gli alti bacini del Sangro, del Sinello e
del Trigno (quest’ultimo ricadente anche nel Molise): nell’insieme 28 comuni (con circa
56.000 abitanti, appena il 2,94% di quelli che originariamente ne beneficiarono)493, contraddi-

492
ID., Programma quinquennale, cit., p. 335, anche per la citazione.
493
Questo il loro elenco: Ateleta in provincia dell’Aquila; Pizzoferrato, Gessopalena, Montenerodomo, Torricel-
la Peligna, Gamberale, Schiavi d’Abruzzo, Torrebruna, Celenza sul Trigno, Tufillo, Fresagrandinara, Lentella,
Palmoli, Liscia, Roccaspinalveti, Montazzoli, Tornareccio, Guilmi, Casalanguida, Gissi, Dogliola, San Buono,
Carpineto Sinello, Carunchio, Fraine, Castiglione Messer Marino, San Giovanni Lipioni e Castelguidone in pro-
152

stinti da una difficile situazione ambientale, che si rifletteva in primo luogo sull’agricoltura
ma più in generale su tutto il sistema economico, e dalla mancanza di valide prospettive di
sviluppo, «conseguenti all’assenza di fattori risolutori in loco ed alla ubicazione in alta collina
e montagna, ai margini anche del processo di vivificazione delle attività produttive che [inve-
stivano] la fascia litoranea»494.
Nell’ambito di questa serie di problematiche il programma quinquennale si concentrò in
primo luogo sulla «strutturazione igienico-sanitaria dei centri, con un’ampia previsione di in-
terventi per le reti interne di acquedotti e fognatura», cui si affiancò quella per «l’integrazione
delle strutture scolastiche del grado preparatorio ed elementare»; secondariamente, fu prevista
la realizzazione di idonei organismi di assistenza tecnica integrata, i quali avrebbero dovuto
avere «come tema di fondo della propria attività» lo studio di una vasta gamma di questioni di
natura economica, sociale e organizzativa, aspetti che negli anni successivi, una volta ristrut-
turati i centri, avrebbero dovuto rappresentare «la parte centrale dei futuri interventi nelle zo-
ne depresse».
Nel 1969 la quota più cospicua di questo tipo di interventi risultava costituita
dall’erogazione di finanziamenti a favore di 18 comuni per l’adeguamento delle reti idriche e
fognarie, cui facevano seguito alcune opere minori a servizio di centri abitati e territori agrico-
li e una discreta attività di assistenza tecnica sempre nell’agricoltura, prima nell’alto Sangro e
più tardi anche nell’alto Trigno495. Va notato come, nonostante l’esiguità delle aree interessate
in quanto a popolazione, la quota di impegni assunti dall’istituto sul finire del 1970 fosse co-
munque notevole: essa ammontava, in Abruzzo e Molise, a 5 miliardi e 764 milioni, ben il
14,31% sul totale delle regioni meridionali (40 miliardi e 276 milioni); di tale spesa, 3 miliar-
di e 293 milioni erano per le reti idriche e le fognature, 86 milioni per gli asili infantili, 66 mi-
lioni per i contributi integrativi all’edilizia scolastica, un miliardo e 635 milioni per le opere
minori in attuazione di programmi di assistenza tecnica e promozionale e 684 milioni per la
viabilità di penetrazione in zone interne496.
Nel corso degli anni settanta questo tipo di politica subisce una netta accelerazione, con un
deciso aumento degli stanziamenti soprattutto nel 1971497 e nel 1972498, una situazione so-
stanzialmente stazionaria fino al 1975499, una nuova crescita nel 1976500, poi un declino a par-
tire dal 1977501. Al 31 dicembre del 1975, nel solo Abruzzo erano stati formulati impegni per
23 miliardi e 322 milioni nelle reti idriche e nelle fognature, per 287 milioni negli asili infan-
tili, per 140 milioni nell’ambito dei contributi integrativi all’edilizia scolastica, per ben 37 mi-
liardi e 804 milioni nelle opere minori in attuazione di programmi di assistenza tecnica e
promozionale e per 2 miliardi e 209 milioni nella viabilità di penetrazione in zone interne: in
totale 63 miliardi e 762 milioni, ancora il 12,39% sui 514 miliardi e 594 milioni stanziati per
il complesso delle regioni del Sud502.

vincia di Chieti (ID., Le zone particolarmente depresse nelle regioni meridionali. Le determinazioni ex legge 717
del 26 giugno 1965. Le determinazioni ex legge 183 del 2 maggio 1976, Roma, 1980, Allegato c).
494
ID., Programma quinquennale, cit., p. 387, anche per le citazioni che seguono.
495
ID., Bilancio 1969, cit., p. 19.
496
ID., Bilancio 1970, cit., p. 130.
497
ID., Bilancio 1971, cit., p. 116.
498
ID., Bilancio 1972, cit., p. 98.
499
ID., Bilancio 1973, cit., p. 84; ID., Bilancio 1974, cit., p. 40; ID., Bilancio 1975, cit., p. 67.
500
ID., Bilancio 1976, cit., p. 53.
501
ID., Bilancio 1977, cit., p. 69.
502
ID., Bilancio 1975. Appendice statistica, cit., pp. 181-183.
153

Con la legge del 2 maggio 1976, n. 183 (art. 10, comma V), variano in maniera significati-
va il numero e la distribuzione degli insediamenti interessati, sia in Abruzzo che in tutto il
Mezzogiorno: in particolare, nella provincia di Chieti vengono esclusi 11 paesi503, mentre in
tutta la regione ne sono inseriti di nuovi ben 129, dei quali 73 solo in provincia dell’Aquila504,
20 in quella di Pescara505, 18 rispettivamente nelle province di Chieti e di Teramo
(nell’insieme del Meridione ne furono inclusi 822, ed esclusi 233)506. Si trattava nella mag-
gior parte dei casi di comuni classificati come montani (70 in provincia dell’Aquila, 26 in
quella di Teramo, 15 in quella di Chieti e 12 in quella di Pescara), più raramente di comuni
parzialmente montani.
Nel 1976 e nel 1977 in Abruzzo furono assunti ulteriori impegni per 8 miliardi e 956 milioni
nelle reti idriche e fognarie, per 32 milioni negli asili infantili, per 20 miliardi e 95 milioni
nelle opere minori in attuazione di programmi di assistenza tecnica e promozionale, per 212
milioni nella viabilità di penetrazione. Il totale raggiunse 29 miliardi e 295 milioni, il 10,40%
sui 281 miliardi e 594 milioni stanziati per tutte le regioni del Sud507. La quota relativa
dell’Abruzzo diminuì abbastanza, ma comunque si mantenne sempre piuttosto alta. Al suo in-
terno, gli asili infantili e l’edilizia scolastica appaiono quasi trascurabili (quest’ultima inesi-
stente nel 1976 e nel 1977), mentre rivestono una grande importanza gli interventi per reti i-
driche e fognarie e soprattutto quelli legati all’assistenza tecnica e promozionale, che fra il
1975 e il 1977 passano rispettivamente dal 36,58 al 34,69% e dal 59,29 al 62,22% sul totale
dei finanziamenti cumulati; la viabilità occupa una porzione molto più piccola, scesa dal
3,46% del 1975 al 2,60% del 1977. Ai fini di un confronto, nell’insieme dei territori benefi-
ciati le medesime percentuali nei due anni presi in esame erano le seguenti: per le reti idriche
e le fognature 41,44 e 39,82, per gli asili infantili 1,09 e 0,76, per i contributi all’edilizia sco-
lastica 0,17 e 0,11, per l’assistenza tecnica e promozionale 53,41 e 55,31, per la viabilità 1,78
e 2,57 (il resto, per il 2,10% nel 1975 e per l’1,43% nel 1977 andò alle zone terremotate del
Sannio e dell’Irpinia)508. Il trend appare quindi sostanzialmente analogo, pur se dal punto di
vista dei livelli assoluti va messa in rilievo per l’Abruzzo la più alta quota dei fondi destinati

503
Gamberale, Torricella Peligna, Torrebruna, Palmoli, Roccaspinalveti, Guilmi, Casalanguida, Carunchio, Frai-
ne, Castiglione Messer Marino e San Giovanni Lipioni.
504
Ecco l’elenco: Acciano, Massa d’Albe, Molina Aterno, Morino, Navelli, Ocre, Ofena, Oricola, Ortona dei
Marsi, Ortucchio, Pacentro, Pereto, Pettorano sul Gizio, Poggio Picenze, Prata d’Ansidonia, Prezza, Raiano,
Rocca Casale, Rocca di Botte, Rocca Pia, San Benedetto dei Marsi, San Benedetto in Perillis, San Pio delle Ca-
mere, Sante Marie, Scoppito, Scurcola Marsicana, Sant’Eusanio Forconese, San Vincenzo Valle Roveto, Santo
Stefano di Sessanio, Scontrone, Secinaro, Tione degli Abruzzi, Tornimparte, Trasacco, Villalago, Villa Santa
Lucia, Viallavallelonga, Magliano dei Marsi, Balsorano, Barete, Barisciano, Bisegna, Bugnara, Calascio, Cani-
stro, Cansano, Capitignano, Caporciano, Cappadocia, Carapelle Calvisio, Castel del Monte, Castel di Ieri, Castel
di Sangro, Castelvecchio Calvisio, Castelvecchio Subequo, Cerchio, Civita d’Antino, Civitella Roveto, Cocullo,
Collarmele, Collelongo, Collepietro, Corfinio, Fagnano Alto, Fontecchio, Fossa, Gioia de’ Marsi, Goriano Sico-
li, Introdacqua, Lecce de’ Marsi, Luco de’ Marsi, Lucoli e Villa S. Angelo.
505
Eccoli: Abbateggio, Bolognano, Carpineto della Nora, Civitaquana, Corvara, Lettomanoppello, Nocciano,
Pescosansonesco, Roccamorice, Vicoli, Alanno, Brittoli, Castiglione a Casauria, Civitella Casanova, Cugnoli,
Montebello di Bertone, Loreto Aprutino, Pietranico, S. Eufemia a Maiella, Villaceliera.
506
In quella di Chieti: Atessa, Casalicontrada, Civitella Messer Raimondo, Fallo, Lama dei Peligni, Monteferran-
te, Pennapiedimonte, Quadri, Roio del Sangro, Bomba, Casoli, Colledimacine, Fara S. Martino, Lettopalena, Pa-
glieta, Pietraferrazzana, Rapino e Rosello; in quella di Teramo: Arsita, Bisenti, Castelli, Civitella del Tronto,
Cortino, Montefino, Penna S. Andrea, Rocca Santa Maria, Tossicia, Basciano, Castel Castagna, Cermignano,
Colledara, Isola del Gran Sasso, Montorio al Vomano, Pietracamela, Torricella Sicura, Valle Castellana.
507
ID., Bilancio 1977. Appendice statistica, cit., pp. 165-167.
508
Ibid., p. 165; ID., Bilancio 1975. Appendice statistica, cit., p. 181.
154

alla realizzazione di opere minori in attuazione dei programmi di assistenza tecnica e profes-
sionale: un comparto sviluppato in maniera sempre più convinta a partire dagli anni settanta, e
che sarebbe dovuto diventare, e in effetti divenne, quello maggiormente significativo una vol-
ta superata, almeno parzialmente, la cronica carenza delle dotazioni infrastrutturali. La sua
maggiore presenza nella regione analizzata, in questo periodo, può quindi essere considerata
come indice di un più rapido e consistente passaggio delle aree abruzzesi dalla prima alla se-
conda fase degli interventi, nonché di una loro migliore rispondenza all’azione della Cassa,
peraltro quantitativamente più rilevante in questo caso.

4.5. Note per un parziale bilancio

L’intervento straordinario ha svolto in Abruzzo un ruolo decisivo - assai più preponderan-


te che per il resto del Mezzogiorno - nell’ammodernamento delle strutture e dei servizi civili.
Prendiamo il problema della dotazione idrica. Di solito la disponibilità di acqua viene consi-
derata una infrastruttura economica. Certamente è anche questo, come in parte abbiamo già
visto, ma ancora meglio verificheremo in seguito. Essa tuttavia è importante, com’è ovvio,
anche per migliorare le condizioni di vita. Prima dell’azione della Casmez, nel 1950, la di-
sponibilità idrica in Abruzzo veniva stimata intorno agli 800 litri al secondo, già allora, rispet-
to ai fabbisogni del tempo, pur modesti, giudicati assolutamente insufficienti; con il «piano di
normalizzazione» (1950-1965), a fronte di una popolazione residente che restava pressoché
costante (1.200.000 abitanti), si passava a 3.600 litri al secondo, per poi raggiungere i 6.000
litri nel 1984 (la previsione per il 2015, in base al progetto speciale n. 29, era di 9.572 litri al
secondo), con una quota pro-capite che raggiungeva i 335 litri, abbastanza elevata anche in
confronto alle aree più progredite del Paese. Al momento del passaggio delle strutture acque-
dottistiche alle regioni, nei primi anni ’80, la Casmez consegnava all’Abruzzo una «imponen-
te massa di opere»: considerando solo quelle in gestione regionale (senza considerare quindi
gli acquedotti in gestione consorziale e comunale, che comunque, fatta eccezione del Ruzzo,
erano poca cosa), ben 57 centrali di sollevamento con oltre 8.600 kw impegnati, 2.400 km di
condotte, 623 manufatti di accumulo per oltre 300.000 metri cubi509.
All’origine di risultati così positivi vi fu in Abruzzo anche una più efficace organizzazione:
mentre altrove l’appalto e la conduzione delle opere venivano fortemente condizionati dal
coinvolgimento di altri enti interessati, i quali spesso non riuscivano ad assicurare un impegno
corrispondente alle necessità in termini di costi e di tempi di attuazione, qui la Cassa poté su-
perare in buona misura tali difficoltà grazie all’istituzione di un apposito Ufficio acquedotti,
incaricato di gestire direttamente - come sottolineato dagli stessi vertici dell’ente510 - tutte le
fasi della maggior parte dei lavori nella regione.
Tutto questo naturalmente non vuol dire che il problema del rifornimento idrico, sia a fini
civili che economici, fosse pienamente risolto. C’era sempre un certo scarto, in conseguenza
509
Sul filo dell’acqua. Acquedotti d’Abruzzo, cit., p. 11. Qui si trova (pp. 12-52) anche una descrizione analitica
di tutti i principali acquedotti abruzzesi come si presentavano nel 1984.
510
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Gli interventi straordinari nelle regioni meridionali, cit., p. 97.
155

soprattutto delle inefficienze nella fase di gestione, tra le disponibilità indicate nelle rilevazio-
ni statistiche e le quantità di acqua che effettivamente giungevano agli utenti. Abbiamo visto,
d’altro canto, come i termini della questione fossero ben presenti nei vertici della Casmez, i
quali non a caso sollecitavano di continuo a «considerare il precario stato di tutte le reti inter-
ne per cui, a causa delle rilevanti perdite, la disponibilità idrica giornaliera per abitanti» risul-
tava «invero assai inferiore» - «ma comunque considerevole», si precisava anche - rispetto a
quella che potevano offrire le grandi condutture511. E tuttavia si trattò di uno sforzo davvero
notevole nella modernizzazione della regione.
Sono significative, del resto, le ingenti somme assorbite dal settore. In Abruzzo e Molise al
30 giugno 1957 gli acquedotti avevano già inghiottito oltre 10 miliardi (quasi come le strade),
vale a dire quasi il 18% di tutti i pagamenti ricevuti (oltre 58 miliardi e 363 milioni), mentre
nell’insieme del Sud la stessa percentuale superava di poco il 9%, cioè giusto la metà. Negli
anni seguenti la quota cresce ulteriormente: dal 30 giugno 1958 al 30 giugno 1965 per gli ac-
quedotti all’Abruzzo e Molise finiscono infatti 27 miliardi e 287 milioni, cioè il 22,62% del
totale dei pagamenti, mentre la corrispondente percentuale al Sud è salita al 19,42%.
Ma i dati sui finanziamenti ricevuti dimostrano soprattutto che - anche in questo caso -
l’Abruzzo ottiene molto più che il resto del Mezzogiorno. Con una quota di popolazione pari
al 9,29% (periodo 1951-1957) la regione abruzzese-molisana risulta aver ricevuto infatti, al
30 giugno 1957, ben il 19,85% dei pagamenti distribuiti nel settore acquedottistico all’intero
Mezzogiorno. In seguito, il rapporto diventa un po’ più equilibrato: dal 30 giugno 1958 al 30
giugno 1965, all’Abruzzo e Molise, con una popolazione che dal 1958 al 1965 coincide me-
diamente con l’8,49% di quella meridionale, tocca il 16,43% dei finanziamenti di settore, una
quota leggermente scesa rispetto al periodo precedente, ma pur sempre notevolmente al di so-
pra - quasi il doppio - del corrispondente indice demografico. Nella seconda metà degli anni
’60 la fetta abruzzese (ora senza il Molise), sull’insieme delle regioni meridionali, si riduce
ulteriormente: da circa un quinto dei finanziamenti negli anni 1950-’57 e da poco più del 16%
fra il 1958 e il 1965, si scende ora al 10,4%; ma comunque si rimane al di sopra della corri-
spondente quota di popolazione, che in Abruzzo fra il 1966 e il 1970 non supera il 7%.
L’attività di questo periodo, vista nel suo insieme, rimane senz’altro molto intensa. Il pro-
gramma quinquennale viene più di una volta integrato con nuove opere – perlopiù
nell’Aquilano, con gli acquedotti del Ruzzo, del Chiarino e soprattutto del Gizio, ma anche
nel Trigno-Vomano, ad esempio per quanto riguarda il complesso del Giardino; un po’ ovun-
que, poi, per gli interventi minori – tanto che il costo totale aveva raggiunto nel 1969 circa i
23 miliardi512, molto superiore ai 14 originariamente calcolati. Con la legge n. 853 del 1971
(art. 16: 1°, 2° e 3° comma) vennero messi a disposizione del settore altri e cospicui finan-
ziamenti, che permisero una ulteriore accelerazione sia nei lavori iniziati negli anni preceden-
ti, sia nell’approvazione dei progetti di massima ed esecutivi per le dotazioni previste con il
Piano regolatore generale degli acquedotti513.
Notevole fu il ruolo della Casmez anche nella sistemazione delle reti interne di acquedotti
e fognature. Nel 1969, ad esempio, l’importo statale dei relativi progetti ammessi ai sensi del
Testo Unico del 1967 risultava in Abruzzo di 22 miliardi e 380 milioni, di cui erogati dalla
cassa 5 miliardi e 239 milioni, vale a dire con percentuali di oltre il 13% per gli acquedotti e
di oltre il 12% per le fognature sull’insieme delle regioni meridionali. Per la realizzazione di
511
Sul filo dell’acqua. Acquedotti d’Abruzzo, cit., p. 11.
512
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1969, cit., p. 17.
513
ID., Bilancio 1971, cit., p. 15; ID., Bilancio 1972, cit., p. 82.
156

queste strutture nei capoluoghi provinciali l’anno dopo furono appaltati lavori, in concessione,
per oltre 2 miliardi e mezzo (in massima parte destinati alle fognature), quasi il 6% sul totale
meridionale.
È significativo che l’Abruzzo si ponga in testa alle regioni meridionali anche quando
l’intervento straordinario è strettamente legato a quello ordinario (il quale anch’esso, eviden-
temente, mostrava qui una certa efficienza). Si prenda il caso della scuola (costruzione di edi-
fici per le elementari e materne), in cui il ruolo della Casmez era per legge ausiliario rispetto
all’attività svolta dal Ministero della Pubblica Istruzione. Ebbene, l’Abruzzo e Molise, in rap-
porto alla popolazione, risulta di gran lunga l’area che ottiene i maggiori finanziamenti:
nell’ambito dei provvedimenti adottati dal 1955 al 1961 essi ricevono contributi statali per 9
miliardi e 831 milioni, di cui un miliardo e 68 milioni erogati dall’intervento straordinario:
ben il 25% della somma totale distribuita alle regioni del Sud514. Ed anche negli anni seguenti,
come abbiamo visto, le quote di questo settore si mantengono piuttosto elevate.
C’è tuttavia da osservare che questa forte intraprendenza dell’istituto anche in Abruzzo, al-
lorquando è andata oltre il suo carattere integrativo rispetto all’ordinaria attività dello Stato,
surrogandola del tutto, ha assunto forme degenerative. Il fenomeno è apparso particolarmente
evidente nel campo ospedaliero. Qui l’intervento della Casmez, come si è visto, ha seguito un
andamento inverso a quello riscontrato nelle infrastrutture. Inizialmente la quota relativa non
è molto elevata, ma essa è poi cresciuta rapidamente nel corso degli anni settanta, parallela-
mente all’estensione dei compiti dell’istituto ben al di là di quelli originari. Il risultato, co-
munque, è stato che alla metà degli anni ottanta la situazione sanitaria dell’Abruzzo, che par-
tiva da una disponibilità di posti letto nelle strutture pubbliche non molto più elevata di quella
complessiva del Sud, si presentava pressoché in linea con la media nazionale, sicuramente più
vicina al livello del Centro-nord che a quello del Mezzogiorno, come si può vedere dalla ta-
bella 4.10.
Anche nel settore acquedottistico e fognario l’attività della Cassa continua a restare molto
intensa - anzi si accresce - negli anni ’70: al 31 dicembre 1975 in Abruzzo (compreso il ba-
cino del Tronto, che include una piccola porzione delle Marche) l’ammontare dei progetti di
massima e di quelli esecutivi – approvati, in istruttoria e in studio – raggiunge in lire correnti i
166 miliardi e 336 milioni, cioè il 7,87% sull’insieme delle regioni meridionali (2.113 miliar-
di e 616 milioni)515, mentre al 31 dicembre 1970 tale percentuale sfiorava il 7% (91 miliardi e
911 milioni a fronte di 1.315 miliardi e 28 milioni) e alla stessa data 1966 era del 9,41 (72 mi-
liardi e 368 milioni contro 769 miliardi e 318 milioni)516. La quota, pur se diminuita nella se-
conda metà degli anni sessanta, torna quindi a salire nel quinquennio successivo: alla fine del
1976, essa risulta ulteriormente aumentata, fino all’8,36% (193 miliardi e 470 milioni a fronte
di 2.315 miliardi e 355 milioni)517. Per contro, se al 31 dicembre 1965 in Abruzzo e nel Tron-
to le opere esterne funzionanti costruite dalla Casmez servivano 272 centri in 138 comuni e
542.505 abitanti518, al 31 dicembre 1970 esse giungevano ad approvvigionare 431 centri in
212 comuni e 666.579 persone e al 31 dicembre 1977 ben 544 centri in 240 comuni e 875.681

514
T. SALVEMINI, op. cit., p. 509.
515
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1975. Appendice statistica, Roma, 1976, p. 157.
516
ID., Bilancio 1970, cit., p. 18; ID., Bilancio 1966, cit., p. 24.
517
ID., Bilancio 1976. Appendice statistica, Roma, 1977, p. 149.
518
ID., Bilancio II semestre 1965, cit., p. 118.
157

persone519, su di una popolazione, per il solo Abruzzo, rispettivamente di un milione 204 mi-
la, un milione 201 mila e un milione 202 mila. Nei primi 15 anni era quindi stato coperto il
45,06% dei residenti, dal 1966 al 1970 si era arrivati al 55,5% e nel 1977 si era ormai al
72,85%; questo mentre le corrispondenti quote per l’insieme delle regioni meridionali erano
del 38,10, del 41,59 e del 59,49%: non solo molto più basse, dunque, ma con una differenza
negativa che si accresce proprio in quest’ultimo periodo, particolarmente nella seconda metà
degli anni sessanta, quando pure lo stesso tasso di sviluppo per l’Abruzzo rallenta sensibil-
mente.
Alla fine degli anni settanta i finanziamenti che riceve l’Abruzzo per acquedotti e fognatu-
re sono ancora cospicui. Al 30 giugno 1981, come si può vedere dalla tab. 4.8, gli impegni as-
sunti per fognature, reti interne e impianti di depurazione, senza considerare dunque le reti
acquedottistiche esterne, ammontavano in Abruzzo a quasi 28 miliardi, di cui oltre 17 già spe-
si. A partire dal 1981 gli stanziamenti diminuiscono verticalmente, come si è visto, in favore
di altre aree del Mezzogiorno più bisognose. Il trend discendente riguarda non solo gli stan-
ziamenti che passano per i progetti speciali (cfr. tab. 4.6), ma anche quelli - molto più mode-
sti (dal 1982 addirittura si azzerano, come si può vedere nella tab. 4.7) - concernenti le realiz-
zazioni previste dal Piano generale per gli acquedotti esterni che, pur non rientrando
nell’utilizzo intersettoriale delle risorse idriche, la legge lasciava ancora alla competenza della
Cassa. Ma questo era il segnale, più che di un allentamento della presa sulle risorse straordi-
narie dello Stato, del fatto che l’opera della Casmez nei settori acquedottistico e fognario ave-
va già dato in Abruzzo tutti i suoi frutti.
L’espansione dell’intervento straordinario per le infrastrutture generali in Abruzzo coinci-
de con un analogo trend, sebbene meno intenso, nell’insieme del Mezzogiorno. La spesa per
questo comparto di opere, su cui, dopo l’agricoltura, si era concentrata l’attenzione nel primo
periodo della Casmez, ha continuato ad accrescersi - come evidenziato da Podbielski520 - fi-
no a metà anni ’70, raggiungendo nell’ultimo periodo un importo pari a circa tre volte quello
iniziale. E la componente più dinamica del gruppo è stata proprio quella relativa ad acquedotti
e fognature, che è giunta a sestuplicarsi, mentre quella per le strade si è solo raddoppiata. Par-
ticolarmente i pagamenti per gli acquedotti – ma meno gli impegni – aumentano nella Casmez
costantemente dal 1951 al 1975, sia in assoluto che, più limitatamente, in proporzione agli al-
tri settori (va tenuto presente, comunque, che l’industria aumenta esponenzialmente a partire
dagli anni sessanta, mentre l’agricoltura crolla).
Alla base di questo costante incremento, che in tutto il Mezzogiorno dal 1971 al 1975 tocca
per gli impegni un tasso annuo del 22% (a prezzi costanti del 1975)521, c’erano certamente an-
che logiche assistenziali, particolarmente nelle aree interne caratterizzate da maggiori difficol-
tà economico-sociali come, per restare all’Abruzzo, l’Aquilano e alcuni territori montani del
Sinello e del Trigno. Ma soprattutto si trattava di far fronte, nelle zone più avanzate, alle
maggiori necessità imposte dallo sviluppo industriale, oltre che ai problemi - come rilevato
dalla stessa Casmez522 - di un più efficace coordinamento intersettoriale. Nello spiegare il fe-
nomeno Podbielski attribuisce il peso maggiore «alla fornitura di infrastrutture in relazione

519
ID., Bilancio 1977. Appendice statistica, cit., p. 144. In verità la cifra era già stata raggiunta alla fine del 1976:
nell’anno successivo non vi furono nuove realizzazioni entrate in esercizio.
520
Op. cit., pp. 83-84.
521
Ibid., p. 85.
522
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1971, cit., p. 16.
158

alla “contrattazione programmata”, volta a localizzare le imprese nel Mezzogiorno»523. Se


questo era vero in generale, ancora di più lo era per l’Abruzzo, che proprio tra secondi anni
’60 e anni ’70 doveva registrare, come si vedrà, uno straordinario sviluppo industriale.

523
Op. cit., p. 86.
159

Capitolo quinto
LE POLITICHE PER L’INDUSTRIA

La più grave difficoltà che si presenta quando ci si voglia accingere a dar mano alla
soluzione dei molteplici e vari problemi di cui è intessuta la questione del Mezzo-
giorno risiede nel torpore del mercato, sia dal punto di vista delle iniziative locali e
delle locali possibilità finanziarie, sia dal punto di vista dell’afflusso di capitali dal
settentrione. […] Il punto primo ed essenziale sta quindi nel rompere e trasformare
le caratteristiche negative di torpidità del mercato, attenuando il rischio – talora
soltanto presunto – insito in ogni impresa che voglia svolgersi nelle regioni meri-
dionali.
RAFFAELE MATTIOLI, Proposta sull’impiego dei fondi UNRRA per lo
sviluppo del Mezzogiorno, Milano, 26 dicembre 1946,
in F. COTULA (a cura di), Stabilità e sviluppo negli anni cinquanta. 2.
Problemi strutturali e politiche economiche, Laterza, Bari, 1998, p. 516.

5.1. I finanziamenti nella fase di pre-industrializzazione

Il primo periodo di attività della Casmez vide le politiche per l’industrializzazione limitate
alla concessione di agevolazioni creditizie a favore dell’iniziativa privata, ritenute sufficienti
ad avviare un autonomo ed ‘equilibrato’ sviluppo del settore, grazie al parallelo impegno di-
retto dell’ente nella creazione del ‘capitale fisso sociale’, le principali infrastrutture, e nel mi-
glioramento dell’agricoltura. L’avvio di queste misure si ebbe con la legge del 22 marzo
1952, n. 166, che prevedeva la concessione di finanziamenti per specifici progetti tesi a «faci-
litare il processo di industrializzazione del Mezzogiorno»524. Nelle intenzioni del legislatore,
un tale ampliamento del campo di azione non si sarebbe dovuto tradurre nell’instaurazione di
un rapporto diretto tra l’ente e le aziende da beneficiarie, bensì «avrebbe dovuto dar luogo ad
interazioni mediate – sin dal principio – dall’intervento di istituti bancari operanti a medio e
lungo termine»525. Il principale di questi istituti, che interessava tutto il Sud continentale, era
l’Isveimer (Istituto per lo sviluppo economico dell’Italia meridionale), formalmente qualifica-
to, in base ad una convenzione dell’agosto del 1952, quale «mandatario, agente in nome e per
conto della Cassa». Nell’ottobre del 1952 i suoi criteri di operatività furono meglio definiti,
stabilendo di contenere l’ammontare dei fondi erogati al 50% del costo complessivo
dell’iniziativa, inizialmente ad esclusivo rischio dell’Isveimer, quindi, a partire da una nuova
convenzione del febbraio 1953, a rischio della Casmez526.
Il punto di riferimento normativo venne tuttavia costituito dalla legge dell’11 aprile 1953,
n. 298 (interessava anche l’Irfis per la Sicilia e il Cis per la Sardegna), con la quale si può dire

524
P. CROCE, Il credito industriale nel Mezzogiorno, in F. COTULA (a cura di), Stabilità e sviluppo negli anni
cinquanta, vol. 3. Politica bancaria e struttura del sistema finanziario, Laterza, Bari, 1999, p. 619.
525
Ibid., p. 620.
526
Gli accordi tra Isveimer e Cassa prevedevano l’applicazione a carico del mutuatario di un tasso di interesse
del 5,5%, sul quale l’istituto bancario tratteneva (a titolo di commissione e per le spese di amministrazione) il
2%, destinando il restante 3,5% alla Cassa. Considerando che nei primi anni cinquanta il sistema degli istituti di
credito mobiliare operava in media con un tasso attivo intorno all’8,5% e un tasso passivo superiore al 7%, ne
consegue - è stato giustamente notato (ibid., p. 622) - che l’Isveimer, pur concedendo finanziamenti a condizio-
ni agevolate che non comportavano l’assunzione del rischio di credito, riusciva a realizzare «uno spread decisa-
mente più consistente rispetto a quello di mercato».
160

che «per la prima volta nell’intera storia del Mezzogiorno venne creato un sistema di credito a
medio termine specializzato con una dotazione di capitale stabile e continuativa e con un pre-
ciso compito»527. Per quanto riguarda l’Isveimer, le nuove disposizioni fissarono innanzitutto
un consistente aumento del patrimonio, da poco più di 100 milioni ad oltre 15 miliardi di lire:
in dettaglio, questo adesso veniva composto da un cosiddetto «fondo speciale», per 14,4 mi-
liardi, alimentato interamente dai versamenti della Cassa, e da un «fondo di dotazione» (capi-
tale sociale) dell’ammontare di un miliardo, sottoscritto ancora dalla Cassa per il 40%, dal
Banco di Napoli per una quota equivalente, e da banche di credito ordinario, casse di rispar-
mio e banche popolari operanti sul territorio per il restante 20%528. Con le successive leggi del
12 febbraio 1955, n. 38, e del 15 febbraio 1957, n. 48, fu poi costituito un «fondo rotante» di
complessivi 20 miliardi di lire, finanziato dal Ministero del Tesoro con il controvalore dei
surplus agricoli ceduti dagli Stati Uniti all’Italia. Soprattutto, però, tutti e tre gli istituti - I-
sveimer, Irfis e Cis - potevano avvalersi della gran parte dei prestiti esteri che la Casmez, in
base alla citata legge n. 166 del 1952, aveva avuto la facoltà di contrarre con la Banca interna-
zionale per la ricostruzione e lo sviluppo (Birs) al fine di poter finanziare i progetti industriali
di maggiori dimensioni (oltre i 300 milioni)529.
Al 30 giugno 1957, il totale dei fondi stanziati ammontava a 99 miliardi e 400 milioni, dei
quali già effettivamente erogati oltre 51 miliardi; di questi ultimi, circa i tre quarti proveniva-
no dalla Birs. Più in particolare, dal 1952 al 1957 la Cassa per il Mezzogiorno aveva stipulato
con la Banca internazionale quattro prestiti, per un totale di 163 milioni di dollari, dei quali
117,6, pari a 74 miliardi e 27 milioni di lire, utilizzati per nuovi impianti elettrici e industriali;
ma le effettive erogazioni furono di 28 miliardi e 76 milioni, cioè meno del 38% delle somme
impegnate.
La prima tranche di prestiti Birs, 10 milioni di dollari per 6 miliardi e 250 milioni di lire, fu
interamente indirizzata verso cinque finanziamenti industriali, per un totale di 6 milioni e 800
milioni di lire, con una integrazione di fondi propri della Cassa di 550 milioni. Due di essi ri-
guardavano la Campania, uno congiuntamente la Basilicata e la Calabria, uno la Sicilia e uno,
di più piccole dimensioni, l’Abruzzo. In quest’ultimo caso si trattava dell’ampliamento di un
cementificio (Calci e Cementi di Segni, del gruppo Bombrini-Parodi-Delfino) nel comune di
Scafa, in provincia di Pescara, per elevare la sua capacità da 120 mila a 240 mila quintali an-

527
G. DELLA PORTA, Considerazioni sulla politica di industrializzazione del Mezzogiorno, in AA.VV., Cassa per
il Mezzogiorno. Dodici anni. 1950-1962, vol. V, cit., pp.10-11.
528
P. CROCE, op. cit., pp. 622-623. Ma sulle vicende e sul ruolo del ‘nuovo’ Isveimer si veda A. L. DENITTO, Isti-
tuti e dinamiche dei finanziamenti straordinari: l’Isveimer dalle origini agli anni del miracolo economico, in L.
D’ANTONE (a cura di), Radici storiche ed esperienze dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno, Bibliopolis,
Napoli, 1996, pp. 266-315, dove, oltre a riportare l’elenco delle banche abruzzesi che parteciparono alla sotto-
scrizione del fondo di dotazione (p. 270, nota 55), si ricorda anche che a rappresentare l’Abruzzo nel Consiglio
di amministrazione fu l’industriale Arrigo Chiavegatti, «uno dei principali dirigenti degli imprenditori abruzzesi,
collaboratore della Svimez fin dal 1948, nominato consigliere dell’Isveimer nel 1954 e riconfermato fino al
1962, per poi entrare l’anno successivo nel Consiglio di amministrazione della Casmez» (p. 273).
529
G. DELLA PORTA, op. cit., p. 10. CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1956-’57. Relazione, Roma, 1957, pp.
82-84. La pluralità delle diverse fonti di approvvigionamento, il loro diverso costo e le differenti norme che ne
regolavano l’impiego, pur permettendo di effettuare una notevole mole di interventi, rendevano però piuttosto
complesso il loro coordinamento: l’attività dei tre istituti era autonoma, ma il Comitato interministeriale per il
credito e il risparmio, sentito il Comitato dei ministri per il Mezzogiorno, stabiliva annualmente i criteri di mas-
sima cui essa doveva uniformarsi, nonché la tipologia, la durata e l’ammontare delle operazioni compiute; inol-
tre, la Casmez partecipava attivamente ai lavori mediante una propria rappresentanza nei consigli di amministra-
zione e nei collegi sindacali, in ragione del suo contributo del 40% al fondo di dotazione.
161

nui. Venne costruito un nuovo forno rotante, portato a termine già nella prima metà degli anni
cinquanta, con un costo di 909 milioni, finanziato dalla Cassa per 400 milioni (appena il 5,9%
sul valore dell’intero prestito); a seguito di un ulteriore investimento di circa 600 milioni rea-
lizzato dall’azienda interamente con mezzi propri, la produzione complessiva registrò un altro
incremento di rilievo, raggiungendo nel 1956-’57 i 350 mila quintali annui, con un aumento
dell’occupazione di 240 unità530.
Il secondo prestito Birs, di ammontare equivalente al primo, venne impiegato tutto nella
costruzione di alcuni impianti idroelettrici in Basilicata. Con la terza tranche furono stanziati
per lo stesso settore 30 milioni di dollari, pari a circa 18 miliardi e 750 milioni di lire, distri-
buiti su 8 complessi, di cui due in Abruzzo e uno nel Piceno. Nello specifico, furono realizza-
te una centrale elettrica sul fiume Tronto, presso Capodimonte, «con traversa, galleria in pres-
sione di 5.888 metri, pozzo piezometrico, condotta forzata di 220 metri, un gruppo generatore
da 7.500 Kw. ed uno da 3.600 Kw», una diga sul fiume Castellano, «con serbatoio da 12 mi-
lioni di metri cubi, galleria in pressione di m. 3.160, pozzo piezometrico e condotta forzata di
m. 500 per un gruppo generatore da Kw. 14.000 e una producibilità annua di circa 74 milioni
di Kwh», e, infine, una centrale ad Ascoli Piceno, «con traversa sul fiume Tronto, galleria di
metri 5.500 e pozzo a pressione di m. 56 per due gruppi generatori da Kw. 7.200 ciascuno ed
uno da 3.360 Kw. ed una producibilità annua di 60 milioni di Kw»531. Nel complesso questi
tre interventi riguardanti l’Abruzzo (altri 3 impianti interessarono insieme aree della Campa-
nia, della Basilicata e della Calabria, altri 2 la Puglia e la Calabria) comportarono una spesa di
9 miliardi e 400 milioni, di cui 5 miliardi e 625 milioni a carico dell’ente, per circa il 70% e-
rogati al 30 giugno 1957. La cifra corrispondeva al 30% dei quasi 19 miliardi distribuiti al set-
tore con il terzo prestito, e al 13,80% se consideriamo anche i fondi del secondo e quarto pre-
stito.
Sempre con il terzo stanziamento della Birs, vennero riservati agli impianti industriali 18,4
milioni di dollari, pari a circa 11 miliardi e 500 milioni di lire, che andarono a beneficio di
cinque progetti, quattro in Sicilia e uno in Abruzzo. Si trattava, nella regione considerata, di
un finanziamento alla cartiera di Avezzano, che si prevedeva potesse fornire circa 25.000 ton-
nellate di carta l’anno (per giornali e rotocalchi), oltre a soda caustica e cloro da un reparto di
elettrolisi. Il costo previsto, di 4 miliardi e 750 milioni, ricadde sulla Cassa per oltre la metà (2
miliardi e 600 milioni, il 22,61% dell’intero prestito), e fu affrontato per lo più nella seconda
metà del 1957. La fabbrica, di proprietà della Società Idroelettrica del Liri (Sil), si componeva
di specifici comparti per l’ottenimento delle materie prime fibrose (pasta meccanica di legno e
cellulosa di paglia), di una macchina continua per la produzione della carta e di una centrale
termoelettrica, con una occupazione di 440 operai. Il legno di pioppo necessario alla lavora-
zione veniva reperito principalmente nella piana dell’ex-lago e nelle zone limitrofe, dove
l’Ente Fucino provvedeva ad una «coltura intensiva della suddetta pianta»532.
Sulla quarta tranche di prestiti Birs furono erogati per le iniziative industriali 24 milioni di
dollari, equivalenti a circa 15 miliardi di lire: nel corso del settimo esercizio si definirono 10
progetti, dei quali 7 già approvati entro il 30 giugno 1957 e 3 a tale data ancora in corso di e-
same da parte della Banca internazionale. Di questi ultimi uno, del costo stimato di 564 mi-

530
M. BESUSSO, Analisi e prospettive dello sviluppo industriale nel Mezzogiorno, in AA.VV., Cassa per il Mez-
zogiorno. Dodici anni. 1950-1962, vol. V, cit., p. 169.
531
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1956-’57, cit., p. 89.
532
M. BESUSSO, op. cit., p. 148. Documentazione sulla realizzazione della fabbrica Sil (oggi Cartiere Burgo) si
trova in ACS, MI, Gab., 1953-56, b. 119, fasc. 3205/1.
162

lioni, riguardava l’Abruzzo, per la precisione un’azienda di legnami (la Novilegni) di Avez-
zano. Vennero anche destinati 25,2 milioni di dollari (15 miliardi e 750 milioni) per la costru-
zione di nuove centrali elettriche, nessuna delle quali, però, interessava la nostra regione.

TAB. 5.1. Finanziamenti industriali concessi con prestiti Birs al 30 giugno 1957 (importi in migliaia di
lire correnti)
Abruzzo Lazio Campania Bas.-Cal. Sicilia Sardegna Totale
Numero 3 2 6 1 7 1 20
Investimento complessivo 7.069.000 3.940.000 22.391.000 5.491.000 32.771.000 2.680.000 74.341.000
Finanziamenti concessi 3.564.000 2.000.000 9.612.500 2.200.000 14.400.000 1.500.000 33.276.500
Erogazioni effettuate 500.000 – 2.700.000 1.547.000 3.880.000 – 8.627.000
% di erogato sul concesso 14,03 – 28,09 70,31 26,94 – 25,93
Valore del prodotto annuo 5.478.000 2.870.000 24.317.000 4.050.000 18.478.000 992.000 56.185.000
(fatturato)
Occupati stabili 555 316 2.530 875 1.564 140 5.980
Investim. medio per ogni 12.700 12.500 8.900 6.300 21.000 19.100 12.400
nuovo addetto
Valore del prodotto annuo per 9.900 9.100 9.600 4.600 11.800 7.100 9.400
ogni nuovo addetto
Fonte: CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1956-’57, cit., pp. 87-88.

In sostanza le imprese finanziate con i fondi Birs in Abruzzo fino al 1957 fu-
rono tre: la cartiera di Avezzano, la Novilegni pure di Avezzano e la Calce e
Cementi di Scafa533. Nell’insieme, la situazione dei finanziamenti in favore
dell’industria alimentati con i soli prestiti Birs, al 30 giugno 1957, era quella
che si può vedere nella tab. 5.1. Rispetto agli impianti elettrici, nel cui ambito la
quota dell’Abruzzo fu relativamente alta, un po’ simile a quella vista per le va-
rie infrastrutture generali, le somme indirizzate agli altri settori industriali, per
complessi di una certa dimensione, furono piuttosto basse: appena il 10,71 del
totale, se consideriamo le somme stanziate dalla Cassa (il 9,5% comprendendo
anche la parte che gravava sulle aziende private), e ancora meno, il 5,8%, se
consideriamo le somme effettivamente erogate al 30 giugno 1957. Per contro, il
numero di occupati e il fatturato annuo erano entrambi di poco al di sotto del
10% complessivo, mentre l’investimento per addetto e il corrispondente valore
pro-capite del prodotto annuo non si discostavano di molto dalla media genera-
le, pur essendone entrambi leggermente al di sopra.
Se i più cospicui fondi messi a disposizione dalla Birs furono orientati esclusivamente ver-
so investimenti che comportavano un costo di almeno 300 milioni di lire, il credito agevolato
per operazioni di minore ammontare venne concesso dall’Isveimer, dall’Irfis e dal Cis utiliz-
zando direttamente le dotazioni proprie della Cassa per il Mezzogiorno. Si trattò di un consi-
derevole numero di interventi: esclusi i semplici ampliamenti, che costituivano la prosecuzio-
ne di iniziative realizzate anteriormente alla Cassa (fino al 1958 impegnarono il 20% dei fi-
nanziamenti Isveimer), al 30 giugno 1957 ne avevano beneficiato 359 aziende, per una spesa
di circa 24 miliardi e 900 milioni. Sommando questa cifra con quella relativa ai complessi di
importo non inferiore ai 300 milioni, si arriva a un totale di 58 miliardi e 200 milioni di lire.

533
Cfr. anche A. L. DENITTO, op. cit., p. 316.
163

Lo stato di realizzazione raggiunto da tale complesso di iniziative al 30 giugno 1957 - si legge nel-
la Relazione della Casmez al bilancio 1956-57 - può sintetizzarsi in 284 nuovi impianti già ultimati
per un finanziamento totale di 30,3 miliardi di lire; in 51 impianti in corso di realizzazione per 16,7
miliardi, mentre altri 11, per 6 miliardi, sono prossimi ad entrare in fase esecutiva; per i rimanenti im-
pianti, invece, risulta intervenuta la revoca o la sospensione del finanziamento. In termini percentuali,
che meglio si prestano ad indicare lo stato di realizzazione raggiunto dalle nuove iniziative al 30 giu-
gno 1957, si ha che degli anzidetti 58,2 miliardi di lire, il 52% è stato assorbito dagli impianti già ulti-
mati e il 29% da quelli in costruzione; il rimanente 19% si divide quasi in ugual misura fra gli impianti
di prossima esecuzione e quelli per i quali vi è stata revoca o sospensione del finanziamento534.

Venendo a una più puntuale analisi territoriale, cominciamo con il riportare la


distribuzione regionale dei 47 miliardi relativi a tutte le iniziative già attivate
oppure in corso di realizzazione, e, limitatamente ai soli impianti completati e
funzionanti, gli occupati, l’investimento medio per addetto e la produzione lorda
annua.
TAB. 5.2. Distribuzione regionale dei finanziamenti relativi ai nuovi impianti realizzati e in corso di
realizzazione al termine del 1956 (importi in milioni di lire correnti)
Regioni s Impianti finanziati s Lavoratri occupati(a) Inv. medio per Produz. lorda annua(a)
Numero % Importo % Numero % addetto(a) Totale Per occupato
Abruzzo e Molise 22 6,6 4.699 10,0 1.000 6,8 3,9 3.357 3,4
Marche 3 0,9 251 0,5 50 0,3 2,3 281 5,6
Lazio 46 13,7 3.649 7,8 2.100 14,4 2,3 5.798 2,8
Campania 77 23,0 11.272 24,0 5.150 35,2 5,0 30.211 5,9
Puglia 32 9,5 2.273 4,8 945 6,5 4,4 5.096 5,4
Basilicata 10 3,0 2.136 4,5 620 4,2 7,0 4.281 6,9
Calabria 25 7,5 3.198 6,8 1.350 9,2 5,7 6.972 5,2
Sicilia 65 19,4 17.775 37,8 2.310 15,8 9,1 16.818 7,3
Sardegna 55 16,4 1.807 3,8 1.115 7,6 3,6 4.847 4,3
Totale 335 100,0 47.060 100,0 14.640 100,0 5,2 77.661 5,3
(a) Il riferimento in questo caso è ai soli impianti realizzati e funzionanti.
Fonte: CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1956-’57, cit., pp. 166, 171, 172, 174.

La quota dell’Abruzzo e Molise sull’ammontare di tutti i finanziamenti concessi per nuovi


impianti (sempre escludendo gli ammodernamenti) non varia di molto rispetto a quella per i
soli grandi impianti (il 10% contro il 10,7), mentre la più bassa percentuale del numero di a-
ziende beneficiate (il 6,6%, per 22 imprese) ci indica una dimensione media degli interventi
maggiore di quella del Mezzogiorno nel complesso. Per quello che riguarda gli impianti rea-
lizzati e funzionanti, al termine del 1956 essi occupavano all’incirca un migliaio di lavoratori
(di cui 445 dovuti ad investimenti inferiori ai 300 milioni): si trattava di una cifra non molto
alta, pari al 6,8% sui nuovi addetti nel settore dovuti alle erogazioni della Cassa in tutto il
Mezzogiorno. La percentuale saliva all’8% se escludiamo il basso Lazio e le Marche, a fronte
di una popolazione dell’Abruzzo e Molise che mediamente in tale fase corrispondeva al 9,3%
di quella meridionale535. La produzione lorda per occupato è piuttosto bassa, significativa-
mente al di sotto della media, e minore risulta anche l’investimento medio pro-capite, segno
che si trattava di strutture con una intensità di capitale non particolarmente elevata.
534
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1956-’57, cit., p. 165.
535
R. PACI e A. SABA, op. cit.
164

In generale non si può certo dire che l’Abruzzo, in questo periodo (soprattutto prima metà
degli anni cinquanta), riceva un trattamento di favore, a differenza di quanto accade per altre
aree come la provincia di Latina nel Lazio, la Campania e soprattutto la Sicilia. Da parte della
Cassa queste disparità regionali venivano diversamente motivate: a favore del basso Lazio
giocava soprattutto la posizione geografica, «tra due grandi mercati di consumo e due centri
di notevole traffico come Napoli e Roma», ai quali quel territorio era collegato «da un buon
sistema di viabilità»; nel caso della Campania, le cause della più intensa concentrazione di i-
niziative, principalmente nella zona di Napoli e dintorni, andavano ricercate nello «sviluppo
industriale, marittimo e commerciale» del capoluogo, e quindi nella «combinazione
dell’attrazione esercitata dai fattori agglomerativi con quella suscitata dalla vicinanza di un
porto grande, moderno e ricco di attrezzature», al quale facevano riferimento «importantissi-
me correnti di traffico», tali da renderlo «un potente polmone dell’economia Meridionale»;
infine, l’isola poteva avvantaggiarsi sia di una buona disponibilità di risorse (zolfo, cloruro di
sodio, petrolio), sia di «opportune misure adottate dal Governo regionale […] per stimolare
maggiormente gli operatori ad impiantare nuove industrie», sia, ancora una volta, di una favo-
revole localizzazione, «particolarmente adatta tanto ad un economico approvvigionamento di
materie prime, quanto all’esportazione dei prodotti finiti»536.
In Abruzzo, evidentemente, nella prima metà degli anni cinquanta queste favorevoli condi-
zioni non erano ancora presenti: mancava una grande città capace di fungere da centro gravi-
tazionale e propulsivo, mentre le infrastrutture di trasporto, la cui modernizzazione comincia-
va allora a fare i primi passi, non potevano certo valorizzare a pieno la vicinanza con Roma o
con i grandi mercati del Nord. Anche gli interventi nelle altre infrastrutture (specialmente
quelle idriche), come abbiamo visto, erano solamente avviati. Né risultava particolarmente ri-
levante la disponibilità di materie prime (che comunque, dove esistevano, venivano ben sfrut-
tate, come nel caso del Fucino): le voci di rinvenimenti petroliferi nel Gran Sasso e nella
Maiella si dimostrarono infondate, e l’affascinante dibattito sviluppatosi negli anni cinquanta
sul modello di industrializzazione da innescare grazie all’«oro nero» si spense presto insieme
all’entusiasmo che tali voci sembravano aver suscitato537.
All’interno della regione non mancavano, tuttavia, evidenti disparità territoriali quanto a
presenza di imprese che si potessero definire industriali. Il III Censimento generale
dell’industria e del commercio, svolto dall’Istat nel 1951 (porta la data del 5 novembre), se
mostrava nell’insieme un quadro negativo non dissimile da quello medio del Mezzogiorno,
indicava però nella provincia di Pescara una situazione un po’ più avanzata, specialmente nei
settori della chimica e dei minerali non metalliferi538. E’ in questa zona infatti, particolarmen-
te nella valle dell’omonimo fiume, che si trovavano le principali aziende chimiche (la Nobel
di Bussi con 952 lavoratori e la Montecatini di Bolognano con 270, accanto ad altre di minore
importanza) e i maggiori impianti per le lavorazioni meccaniche. Per intensità di capitali e per
numero di imprese finanziate dall’Isveimer la provincia di Pescara (nel capoluogo si stabilisce
anche un ufficio dell’istituto finanziario) si colloca subito dopo l’area napoletana (con quella
limitrofa del Salernitano e del Casertano) e del basso Lazio (lungo l’asse Latina-
Frosinone)539.

536
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1956-’57, cit., pp. 165-166.
537
Su questo punto si veda C. FELICE, Da «obliosa contrada» a laboratorio per l’Europa, cit., pp. 389-393.
538
ISTAT, III Censimento generale dell’industria e del commercio (5 novembre 1951), vol. I: Risultati generali
per comuni, Tomo II, Roma, 1954, pp. 11-25, anche per gli altri dati sulla dimensione delle imprese.
539
A. L. DENITTO, op. cit., p. 280.
165

In provincia di Chieti, oltre ad uno zuccherificio e alla Celdit (industria dell’Iri che allora si
stava consolidando) presenti nell’area dello scalo ferroviario al tempo del III Censimento in-
dustriale, operavano due fonderie, con 140 addetti in tutto, e due tabacchifici, uno a Lanciano
con 895 occupati e uno a Chieti stessa con 396; in quella di Teramo risultava un’industria di
bulloneria e viteria con 74 lavoratori; ad Avezzano, in provincia dell’Aquila, uno zuccherifi-
cio che rappresentava in assoluto la ‘industria’ con la più alta quantità di manodopera (ben
1.300 persone nei periodi di intensa lavorazione).
Ed infatti è tra questi sporadici nuclei di intrapresa industriale che troviamo alcune delle
maggiori aziende finanziate dall’Isveimer in Abruzzo fino al 31 dicembre 1957: entrambi gli
zuccherifici di Avezzano e di Chieti, oltre ad uno stabilimenti vinicolo Wlahov di Pescara nel
settore alimentare; la Montecatini di Bussi e Piano d’Orta (Pescara) e la Celdit di Chieti Scalo
nel settore chimico; la Società Pancieri dell’Aquila e di Avezzzano (lavorazione di compensa-
ti); il cementificio di Cagnano Amiterno, sempre in provincia dell’Aquila540. In tutti questi ca-
si si trattava di lavori di ampliamento (non rientranti dunque nella tab. 5.2). Ma compaiono
anche diverse società che ottengono finanziamenti per nuovi impianti: la SAICA (compensati
e affini) e lo stabilimento vinicolo Wlahov Romano di Pescara (ce n’era già un altro dello
stesso nome, come si è visto, che prende anch’esso soldi dall’Isveimer), il mobilificio Scipio-
ni e la Marconi Italiana dell’Aquila, la Pompe Basetti di Teramo (settore meccanico) e la Spi-
ca di Castelli (ceramiche), pure in provincia di Teramo, il lanificio Ferrante ad Ortona, in pro-
vincia di Chieti.
Tolti comunque questi pochi punti (oltre a quelli finanziati con fondi della Banca mondia-
le), il resto dell’apparato industriale abruzzese, all’inizio degli anni cinquanta, era costituito
da unità produttive di ridottissime dimensioni: in generale, stando sempre al III Censimento
industriale del 1951, l’ampiezza media delle aziende era di appena 3 occupati, vale a dire
all’incirca metà del corrispondente valore nazionale e addirittura inferiore a quello del Sud; la
percentuale di esse con meno di 100 addetti era più alta di quella italiana e anche di quella
meridionale, mentre l’opposto avveniva per quante ne avevano più di 100 e soprattutto per
quelle con oltre 500, che in tutto l’Abruzzo, come abbiamo visto, erano solamente 3. Se poi,
anziché le unità locali, consideriamo le ‘ditte’, vediamo che nell’insieme dell’Abruzzo e Mo-
lise quelle fino a 5 addetti coprivano il 95,4% del totale in quanto a numero e il 61,6% per
quantità di addetti (solo Basilicata e Calabria presentavano percentuali più alte); gli impianti
normalmente considerati artigianali (massimo 10 addetti) rappresentavano l’89,1% del totale
quanto a numero e il 55,3% quanto ad addetti: ancora una volta solo Basilicata e Calabria su-
peravano questi livelli541.

TAB. 5.3. Occupati nel settore industriale in Abruzzo, nelle regioni meridionali e in Italia, dal 1951 al
1957, in assoluto e in percentuale sul totale degli attivi e della popolazione
Anni S Abruzzo s S Regioni meridionali s S Italia s
Occupati % sul totale % sul totale Occupati % sul totale % sul totale Occupati % sul totale % sul totale
nell’industria degli attivi della popolaz. nell’industria degli attivi della popolaz. nell’industria degli attivi della popolaz.
1951 62.451 13,02% 4,88% 1.059.787 16,31% 5,99% 5.317.197 26,79% 11,19%
1952 70.094 14,64% 5,48% 1.142.805 17,46% 6,46% 5.513.997 27,55% 11,60%
1953 76.580 16,01% 6,00% 1.224.269 18,58% 6,88% 5.773.539 28,53% 12,08%
1954 85.106 17,64% 6,68% 1.294.488 19,49% 7,22% 6.016.904 29,34% 12,50%
1955 85.343 18,13% 6,71% 1.335.260 20,18% 7,39% 6.133.890 29,92% 12,65%
1956 81.311 17,74% 6,42% 1.362.453 20,66% 7,49% 6.266.459 30,46% 12,84%
1957 87.665 19,37% 7,00% 1.401.658 21,36% 7,67% 6.466.221 31,29% 13,18%

540
Ibid., pp. 318-327, tab. II.
541
Per un quadro riassuntivo cfr. anche SVIMEZ, Un secolo di statistiche italiane, cit., p. 341, tav. 212.
166

Fonte: R. PACI e A. SABA, op. cit.

Rispetto a questa fragile situazione di partenza, la crescita dei lavoratori nel settore indu-
striale dal 1951 al 1957 appare piuttosto confortante (tab. 5.3.). Se il Sud nel suo complesso
mostra già un andamento analogo a quello del Centro-Nord, pur iniziando da livelli assoluti
significativamente più bassi, l’Abruzzo, che partiva da condizioni ancora peggiori, rivela una
capacità di recupero leggermente superiore, per quanto meno evidente nel rapporto occupa-
ti/popolazione totale (il cosiddetto «grado di industrializzazione»), viziata da un calo degli at-
tivi maggiore di quello dei residenti. In termini assoluti, comunque, la forza-lavoro industriale
nel 1957 risulta cresciuta rispetto al 1951 del 40,37% in Abruzzo, del 32,26% nell’insieme
delle regioni meridionali e del 21,61% in Italia.
Quel migliaio di nuovi posti di lavoro creati in Abruzzo con il contributo diretto della Ca-
smez nella creazione di nuovi impianti industriali, anche se relativamente più concentrati nelle
strutture meno piccole (ma comunque con un rapporto capitale/lavoro più basso della media),
risulta piuttosto modesto rispetto al totale dei 25.214 nuovi occupati che si registrano tra il
1951 e il 1957. Nel conto, tuttavia, andrebbe inserita anche l’occupazione prodotta con gli
ampliamenti di strutture preesistenti, pure finanziati dall’Isveimer. Al 30 giugno 1960, per fa-
re un esempio, le unità stabilmente occupate in impianti che avevano ottenuto crediti agevola-
ti per gli ampliamenti (in totale 69) ammontavano in Abruzzo e Molise a 2.875, mentre erano
3.628 le unità stabilmente occupate in impianti costruiti ex novo542.
Vi erano poi i lavoratori impegnati, spesso in maniera discontinua e provvisoria, nelle rea-
lizzazioni di infrastrutture, generalmente legate al vasto mondo dell’edilizia. E si tenga conto
che quello delle costruzioni, normalmente escluse dall’industria in senso stretto, era un settore
in forte espansione nel dopoguerra. Il comparto infatti nel 1951, secondo stime dello Iasm,
occupava in Abruzzo 22.500 unità, pari al 28,8% dell’occupazione industriale nel suo insie-
me: una percentuale superiore a quella meridionale (27,4%) e ancor più nazionale (19,1%)543.
E negli anni seguenti, specie nelle aree urbane e costiere di incipiente boom edilizio, esso re-
gistrerà ulteriori sviluppi.
Bisogna anche aver presente che, esclusa l’occupazione operaia per la riforma agraria (in-
teressava il Fucino) ed anche quella dovuta ad iniziative industriali, l’esecuzione delle opere
finanziate dalla Casmez produsse complessivamente (nei settori dei miglioramenti fondiari e
della viabilità ordinaria soprattutto) non poche possibilità di impiego. Se consideriamo il de-
cennio 1951-1960, nell’insieme dell’Abruzzo, Molise e bacino del Tronto risultano
26.441.000 giornate-operaio (solo per Sicilia e Campania si avevano cifre più alte), pari ad
una media annua di 2.644.000 (sempre con Sicilia e Campania un po’ più in su)544. Si tratta di
dati per nulla trascurabili, anche se erano ben poca cosa in confronto alla forza-lavoro espulsa
dai processi disgregativi che, come abbiamo visto, investivano in quegli anni il mondo agro-
pastorale.

542
Ibid., p. 613, tav. 323.
543
Anche dal censimento industriale del 1951 gli addetti al comparto delle costruzioni davano un’altissima per-
centuale: il 23,3% del totale degli addetti alle attività secondarie (i dati per provincia sono riportati in ISTAT, III
Censimento generale, cit., pp. 24-25). Ma per un quadro di riferimento, al riguardo, cfr. V.CAO PINNA, Quadro
generale degli aspetti positivi e negativi dello sviluppo economico e sociale delle regioni meridionali, in ID. (a
cura di), Le regioni del Mezzogiorno. Analisi critica dei progressi realizzati dal 1951 al 1975, il Mulino, Bolo-
gna, 1979, p. 68.
544
SVIMEZ, Un secolo di statistiche italiane, cit., p. 1052, tav. 537.
167

Ma occorre infine ricordare che le maggiori opportunità di occupazione operaia, tra fine
anni quaranta e anni cinquanta (e anche nei primi anni sessanta), erano date dai cantieri per la
costruzione delle centrali idroelettriche che in Abruzzo - una regione ricca di montagne e di
corsi d’acqua adatti allo scopo - venivano aperti, anche grazie al contributo della Casmez,
come s’è visto. Erano questi i lavori che richiamavano la più grande quantità di manodopera.
Fu grazie ad essi - ha scritto Benedetto Barberi - che compaiono sulla montagna abruzzese-
molisana le prime forme di lavoro salariato, offrendo alle popolazioni che vivevano delle tra-
dizionali attività agro-pastorali uno stimolo di «risveglio» e di «evasione dalla miseria»545.
Anche da parte sindacale in seguito si rivendicherà il merito - una «cosa grande», come a-
vrebbe detto lo stesso segretario nazionale della Cgil Giuseppe Di Vittorio - di aver creato,
proprio con le centrali idroelettriche, gli ‘operai’, rompendo in qualche modo i preesistenti
equilibri dell’economia e della società546. Indubbiamente, per fette consistenti di popolazione
rurale, queste opere rappresentarono una grande opportunità per ‘fuggire’ dalla terra e metter-
si decisamente sulla strada della proletarizzazione industriale: fu un momento, com’è stato
scritto547, di quel processo di ‘deruralizzazione’ che negli anni seguenti assumerà dimensioni
ancora più grandi.
Come riportato in precedenza, nella regione qui considerata la Cassa mostrò in tale campo,
e in questa fase, un’attenzione relativamente maggiore di quella che ebbe per le altre realtà del
Mezzogiorno. Accanto ai due complessi del Tronto e di Castellano, altri lavori furono svolti
interamente da imprese private, per quanto non senza alcuni ritardi: grazie anche alla spinta
del Piano del Lavoro della Cgil, all’inizio degli anni cinquanta la Terni terminò i suoi impianti
sul Vomano e, contemporaneamente, il Consorzio Idroelettrico del Sangro (Cis), formato dal-
la Sme e dalla stessa Terni, realizzò una centrale a Villa Santa Maria e un bacino artificiale
sul lago di Barrea, nell’alto Sangro; successivamente, dal 1954 al 1959, l’Acea di Roma co-
struì la centrale di Sant’Angelo, con due serbatoi uno sul Sangro, a Bomba, e uno
sull’Aventino, a Casoli.
La distribuzione territoriale di questi complessi idroelettrici, legati anche a piani irrigui,
come abbiamo visto, risultò alla fine alquanto equilibrata, dalle province di Teramo e di Pe-
scara (bacini del Tronto e del Vomano) a quelle dell’Aquila e di Chieti (Aventino e bacino del
Sangro). Negli anni successivi la Casmez interruppe i suoi stanziamenti, ma ormai il settore
era notevolmente progredito, tanto che all’inizio degli anni sessanta «sia quanto a potenza in-
stallata che quanto a producibilità annua gli Abruzzi - si legge nella prima monografia per la
programmazione regionale (stesa da Benedetto Barberi) 548 - erano preceduti solo dalle regio-
ni alpine della Lombardia, del Piemonte e del Trentino-Alto Adige, mentre si trovavano più o
meno allo stesso livello della Valle d’Aosta e del Veneto».

545
CAMERA DEI DEPUTATI, Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla miseria, cit., p. 92.
546
AA. VV., Il Piano del Lavoro della Cgil. 1949-1950, Feltrinelli, Milano, 1978, p. 161. Su analoghe posizioni
della Cgil, su questo punto, si collocava anche il sindacato Cisl, come emerse tra l’altro nel corso di un convegno
tenutosi nell’aprile 1956 a Roseto degli Abruzzi, di cui si trova documentazione in ACS, MI, Gab., 1953-56, b.
251, fasc. 5071/79. Vale la pena rilevare che nel settore della produzione energetica l’occupazione durante il pe-
riodo 1951-1961 cresce in Abruzzo ad un tasso medio annuo del 6,8% (nel successivo quindicennio scende
all’1,9%), il più alto di tutti i comparti industriali (S. GATTEI, L’industria nelle regioni del Mezzogiorno:
l’Abruzzo, in «Studi Svimez», 1985, n. 4, p. 960).
547
C. FELICE, Da «obliosa contrada» a laboratorio per l’Europa, cit., p. 389.
548
UNIONE ITALIANA DELLE CAMERE DI COMMERCIO, INDUSTRIA E AGRICOLTURA, Monografie regionali, cit., p.
59.
168

5.2. Su una linea di tradizione: credito agevolato e contributi in conto capitale (1957-
1965)

Sebbene alcune misure a favore dell’industrializzazione fossero già state avviate nella pri-
ma metà degli anni cinquanta, è solo con la legge n. 634 del 29 luglio 1957 che esse vengono
organicamente sviluppate e diventano parte centrale della politica della Casmez, tanto che si
parla di «secondo tempo» dell’intervento straordinario, dopo quello dell’ammodernamento in-
frastrutturale ed agricolo. Innanzitutto, tale normativa mantiene e potenzia il sistema di credi-
to agevolato, disponendo la concessione di prestiti da parte dell’Isveimer, dell’Irfis e del Cis
per una durata fino a 15 anni e ad un tasso non più alto del 3% (del 4% per le imprese più
grandi), con finanziamento ad opera della Cassa della differenza nel costo del risparmio: i mu-
tui, che potevano raggiungere il 70% della spesa del progetto e il 30% di quella per le scorte,
venivano erogati per investimenti in nuovi impianti di importo non superiore ad un miliardo
di lire (limite che in casi speciali era elevato ad un miliardo e mezzo) e per rinnovi, conces-
sioni e ampliamenti che non eccedessero i 500 milioni549.
In tale ambito prosegue fino alla fine degli anni cinquanta l’attività di concessione di fondi
dalla Birs alla Casmez e da questa, tramite i tre istituti di credito, alle imprese per progetti al
di sopra dei 300 milioni di lire. Vengono stipulati 3 nuovi prestiti, il 28 febbraio 1958 per 46,9
miliardi, il 21 aprile e il 16 settembre 1959 per 12,5 e 25 miliardi. Solo il primo, tuttavia, inte-
ressava direttamente l’Isveimer, con un ammontare di 2 miliardi e 600 milioni, mentre negli
altri due furono indirizzati all’industria delle isole 6 miliardi e 900 milioni, a fronte di ben 30
miliardi e 600 milioni erogati per il settore dell’elettricità550.
La situazione complessiva dei finanziamenti industriali ed elettrici realizzati o in corso di
realizzazione al 31 dicembre 1958 è illustrata nella tabella 5.4, che non è quindi immediata-
mente confrontabile con la tabella 5.2 (riferita ai soli nuovi impianti industriali al termine del
1956), ma costituisce piuttosto un punto di partenza per l’analisi del periodo successivo. Del
resto, in questo quadro, i maggiori stanziamenti per la Sicilia e per la Campania vengono lar-
gamente confermati. L’Abruzzo vede invece piuttosto ridotta la propria quota, soprattutto a
causa della minore incidenza dei prestiti Birs e della mancata partecipazione alla spartizione
dei fondi per l’elettricità, che nel quarto e nel quinto prestito erano rispettivamente di 25,8 e di
18,3 miliardi. E’ interessante notare come ad una contrazione degli importi dal 10 al 5,6% del
totale, non corrisponda un analogo andamento per il numero delle imprese beneficiate, che

549
G. PODBIELSKI, Venticinque anni di intervento straordinario nel Mezzogiorno, cit., pp. 48-49: «Sempre nel
campo del finanziamento degli investimenti, sono state create nel periodo in esame diverse istituzioni finanziarie
speciali (Isap, Insud, Sofis e Finsarda) con la facoltà di raccogliere fondi sui mercati finanziari interni ed esteri e
di fornire capitale di rischio per nuove iniziative, soprattutto industriali, da un lato, e assistenza tecnica e stimolo
alle attività imprenditoriali, dall’altro. Comunque, queste istituzioni si sono rivelate di importanza pratica assai
limitata».
550
P. CROCE, op. cit., p. 634.
169

salgono in assoluto da 22 a 58 e in percentuale dal 6,6 al 6,8, a dimostrazione di una preferen-


za nel 1957 e nel 1958, da parte dell’Isveimer e della Casmez, per le iniziative di minori di-
mensioni.

TAB. 5.4. Finanziamenti industriali ed elettrici realizzati o in corso di realizzazione a tutto il 31 di-
cembre 1958 (importi in milioni)
Regioni S Impianti finanziati s Lavoratori occupati Finanz. medio Occupati ind. manif.
Numero % Importo %. Numero %. per addetto Totale %
Abruzzo e Molise 58 6,8 20.926 5,6 2.766 5,5 7,6 2.701 5,6
Toscana 2 0,2 982 0,3 170 0,4 5,8 – –
Marche 14 1,6 10.740 2,9 618 1,2 17,4 599 1,2
Lazio 102 11,9 23.021 6,2 4.674 9,3 4,9 4.507 9,3
Campania 219 25,5 116.519 31,3 17.773 35,5 6,6 17.551 36,2
Puglia 90 10,5 21.926 5,9 3.232 6,5 6,8 2.927 6,0
Basilicata 24 2,8 7.631 2,0 1.910 3,8 4,0 1.908 3,9
Calabria 56 6,5 21.351 5,7 2.375 4,8 9,0 2.356 4,9
Sicilia 151 17,6 131.565 35,3 13.169 26,3 10,0 13.010 26,9
Sardegna 143 16,6 17.831 4,8 3.364 6,7 5,3 2.832 5,9
Totale 859 100,0 372.492 100,0 50.051 100,0 7,4 48.391 100,0
Fonte: CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1958-’59. Relazione, cit., pp. 296, 309 e 321.

L’inizio della cosiddetta «fase di industrializzazione» non è quindi, nel nostro caso, parti-
colarmente significativo. In due anni la percentuale di finanziamenti (che rispetto alle regioni
meridionali, escludendo Lazio, Marche e Toscana, non va oltre il 6,2%) scende al di sotto di
quella della popolazione (la quale, comprendendo anche il Molise, nel 1957 e nel 1958 è
dell’8,9%). Diminuisce anche la quota degli occupati stabili, e l’investimento per addetto, che
prima era più basso della media, ora si pone al di sopra di questa, se pure di poco.
Proprio dal punto di vista dei nuovi lavoratori abbiamo tuttavia alcuni dati che, se comun-
que non sono migliori nel confronto con il resto del Mezzogiorno, ci indicano un certo svilup-
po rispetto al periodo 1953-’56, quando i posti creati erano stati appena un migliaio. Per meri-
to anche dell’attivazione - nel corso del 1957 - della cartiera di Avezzano con circa 400 ope-
rai, al termine del 1958 nel settore il numero totale di dipendenti dovuti all’intervento straor-
dinario è infatti salito a 2.766, di cui ben 2.701, il 97,65%, nel solo comparto manifatturiero
(anche qui, tuttavia, le altre aree del Sud si trovano grosso modo allo stesso livello).
La situazione dell’Abruzzo appare migliore, tuttavia, se consideriamo il complesso dei fi-
nanziamenti effettuati dall’Isveimer (per nuovi impianti ed ampliamenti) nel periodo 1954-
1958, come si può vedere dalla tab. 5.5. Nell’insieme l’Abruzzo e Molise non uscivano male.
Per ammontare dei finanziamenti figurano sempre al terzo posto dopo Campania e basso La-
zio; per quantità di mutui al quarto (li precede anche la Puglia). La diversa incidenza percen-
tuale dell’ammontare dei finanziamenti e del loro numero conferma che qui si privilegiavano
ancora gli impianti di grosse dimensioni (cfr. tab. 5.2).

TAB. 5.5. Distribuzione dei finanziamenti Isveimer per numero ed ammontare


nel quinquennio 1954-1958
Numero % sul totale Importo (in migliaia) % sul totale
Abruzzo e Molise 85 11,0 14.078.100 15,8
Basso Lazio 153 19,9 12.624.500 14,2
Campania 293 38,0 41.931.898 47,2
170

Puglia 118 15,3 7.005.500 7,9


Basilicata 31 4,0 5.071.500 5,7
Calabria 68 8,8 6.762.500 7,6
Altri territori 23 3,0 1.384.000 1,6
Totale 771 100,0 88.857.998 100,0
Fonte: ISVEIMER, Bilancio 1958. Dati statistici relativi al quinquennio 1954-1958, Napoli, 1959,
pp. 49-50; cfr. A. L. DENITTO, op. cit., p. 280.

TAB. 5.6. Distribuzione dei finanziamenti Isveimer per numero ed ammontare nel decennio
1954-1963
Numero % sul totale Importo (in migliaia) % sul totale
Abruzzo e Molise 517 15,7 68.995.400 14,2
Basso Lazio 485 14,7 68.162.000 14,0
Campania 1.291 39,1 187.684.098 38,7
Puglia 542 16,4 79.996.800 16,5
Basilicata 131 4,0 47.480.300 9,8
Calabria 248 7,5 23.211.300 4,8
Altri territori 87 2,6 9.757.000 2,0
Totale 3.301 100,0 485.286.898 100,0
Fonte: ISVEIMER, Bilancio 1958. Dati statistici relativi al quinquennio 1954-1958, Napoli, 1959,
pp. 49-50; cfr. A. L. DENITTO, op. cit., p. 280.

La tendenza a concentrare gli interventi sulle grosse fabbriche si attenua però negli anni
seguenti. Se infatti osserviamo i dati della tab. 5.6, vediamo che la quota abruzzese-molisana
dei mutui concessi dall’Isveimer nel decennio 1954-1963 sale al 15,7% del totale, mentre
quella relativa al loro ammontare scende al 14,2%. Questo dimostra che, mentre in generale
l’intervento straordinario andava concentrandosi sempre più sui grandi complessi industriali,
stravolgendo i principi ispiratori della legge del 1957 che miravano a favorire invece le picco-
le e medie imprese551, nella regione da noi considerata il trend seguiva invece una direzione
opposta, invertendo la tendenza degli anni cinquanta che vedeva anche qui l’accentramento
degli aiuti finanziari sui grossi stabilimenti (cfr. tab. 5.5). Superata la fase di rodaggio del
quinquennio 1953-1957 e la «battuta d’arresto» tra l’emanazione della legge 634 e l’estate del
1958 (dopo le elezioni politiche di maggio), la successiva attività dell’Isveimer, quando essa
peraltro registra in generale una forte espansione (siamo negli anni del «miracolo economi-
co»), in Abruzzo e Molise sembra indirizzarsi prevalentemente verso le unità produttive di più
modeste dimensioni.
Questo andamento risulta confermato anche dalla distribuzione geografica delle sovven-
zioni cambiarie, che sempre l’Isveimer erogava per facilitare l’acquisto e il rinnovo del mac-
chinario delle piccole aziende industriali. Nel periodo dal 1955 al 1963 l’Abruzzo e il Molise
di questo tipo di prestiti ne ottengono 427, pari al 23,6% del totale (solo la Campania stava
più in alto), per un ammontare di poco superiore ai due miliardi di lire, cioè oltre il 22% del
totale (Campania e Puglia si collocavano meglio)552. Così alte percentuali dimostrano il fre-
quente ricorso, sicuramente più che il resto del Mezzogiorno, alle sovvenzioni. Vuol dire -
anche in questo caso - che in Abruzzo e Molise sono le imprese di piccolo calibro ad utilizza-
re le risorse messe a disposizione dall’intervento straordinario.

551
L. DENITTO, op. cit., pp. 308 e 312.
552
Ibid., p. 311, tab. 9.
171

In generale con il passare degli anni, come si può vedere da un raffronto tra le tabb. 5.5 e
5.6553, si registra anche una tendenza ad attenuare l’accentramento dei mutui nella Campania e
nel basso Lazio: accentramento che era tipico, come abbiamo visto, del primo periodo di atti-
vazione dei crediti agevolati verso l’industria meridionale. Sicuramente se ne avvantaggia an-
che l’Abruzzo (del resto appare evidente dai dati delle tabelle), particolarmente Pescara, dove
peraltro nel 1960 l’Isveimer impianta un proprio ufficio di rappresentanza.
Se dunque il biennio 1957-’58 può essere considerato come una parentesi negativa, da at-
tribuirsi come già detto al dirottamento verso altri territori delle sempre consistenti somme
della Banca internazionale, a partire dalla fine degli anni cinquanta la posizione relativa
dell’Abruzzo e del Molise riprende a migliorare, come si può vedere anche dalla tab. 5.7, che
ci presenta il quadro dei finanziamenti industriali al 30 giugno del 1965.

TAB. 5.7. Finanziamenti industriali concessi dagli istituti speciali al 30 giugno 1965
(importi in milioni)
Regioni Impianti finanziati s Previsione di lavoratori Finanziam. Fatturato annuo s
s occupati s medio per
Numero %. Importo %. Numero %. addetto Totale Per addetto
Abruzzo, 671 14,1 71.114 8,3 24.023 10,8 3,0 197.914 8,2
Molise e Marche
Toscana 8 0,2 1.209 0,1 356 0,2 3,4 3.798 10,7
Lazio 511 10,8 68.713 8,0 26.943 12,1 2,6 242.873 9,0
Campania 1.461 30,8 213.322 24,8 78.997 35,5 2,7 936.142 11,9
Puglia 581 12,2 81.666 9,5 21.569 9,7 3,8 221.341 10,3
Basilicata 161 3,4 40.189 4,7 7.419 3,3 5,4 98.433 13,3
Calabria 268 5,7 30.417 3,6 7.502 3,4 4,1 78.957 10,5
Sicilia 528 11,1 179.821 20,9 34.751 15,6 5,2 447.855 12,9
Sardegna 559 11,8 173.283 20,2 21.165 9,5 8,2 312.376 14,8
Totale 4.743 100,0 859.734 100,0 222.725 100,0 3,9 2.539.689 11,4
Fonte: CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1964-’65. Relazione, cit., p. 208.

In termini di importo, la Sicilia è stata superata dalla Campania e affiancata dalla Sardegna,
che «ha avuto particolare impulso dai due grandi complessi petrolchimici di base sorti a Ca-
gliari ed a Porto Torres»554: sommate, le tre regioni assorbono circa i due terzi della spesa
complessiva. A fronte della scarsa presenza della Calabria e della Basilicata, gli Abruzzi, la
Puglia e il Lazio (province di Latina e di Frosinone) totalizzano assieme più di un quarto degli
stanziamenti, e sono tutti e tre in espansione rispetto alla rilevazione del 1958555. Nello speci-
fico, l’Abruzzo e il Molise (cui si aggiunge ora il comprensorio di Ascoli Piceno) vedono sali-
re, specialmente durante gli ultimi anni, la loro percentuale dal 5,6 all’8,3 del totale degli im-

553
Cfr. anche ibid., p. 307.
554
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1964-’65. Relazione, cit., p. 106.
555
Per quanto riguarda in generale la distribuzione settoriale dei finanziamenti, questo quanto riportato nella re-
lazione al bilancio 1964-’65: «[…]il 30,35 del totale è andato alle industrie chimiche, con localizzazione preva-
lente in Sicilia e in Sardegna. Al secondo posto figurano le industrie per la trasformazione dei minerali non me-
talliferi con il 14,3% del totale. Notevole è lo sviluppo assunto dal settore cementiero per il quale si riscontra,
oltre alla creazione di nuovi impianti soprattutto in Sicilia, anche una decisa tendenza ad ampliare la capacità
produttiva di quelli esistenti. Seguono le industrie agro-alimentari con il 13,2% dei finanziamenti, destinati in
larga maggioranza ad impianti tradizionali, ed in parte ad industrie di nuovo tipo quali quelle per la surgelazione
e l’essiccazione. Le industrie meccaniche hanno beneficiato di poco più del 13% dei finanziamenti e quelle tessi-
li soltanto del 7%; entrambe rappresentano i settori più deboli della struttura industriale meridionale. La quota
del 7% assorbita dalle industrie della carta e cartotecnica può invece ritenersi soddisfacente, soprattutto conside-
rando che – in relazione alla avversa congiuntura – sono stati revocati nel decorso esercizio alcuni finanziamenti
già accordati».
172

porti concessi, e al 9 se calcolata sulle sole regioni meridionali, un po’ più alta della corri-
spondente quota di popolazione, che è nel periodo 1958-’65 dell’8,5% (ma la possiamo con-
siderare equivalente comprendendo anche il bacino del Tronto).
Nel Mezzogiorno la previsione di lavoratori stabili è di 222.725 unità, in Abruzzo e Molise
di 24.023. In entrambi i casi si tratta di una cifra considerevole, se rapportata al numero di oc-
cupati nel settore, che nel 1965 ammonta, rispettivamente, a 1.565.249 e a 136.470 unità556. In
Abruzzo e Molise osserviamo tuttavia una crescita più rapida che nel resto del Sud: facendo
un confronto con i lavoratori stabilmente assunti nel 1958 si è passati dal 5,5 al 10,8% del to-
tale, che diventa il 12,29% sulle sole regioni meridionali, ben al di sopra, quindi, della corri-
spondente quota di popolazione. Ed inoltre si può notare che quegli oltre 24.000 lavoratori
che si prevedeva di occupare con il concorso dell’intervento straordinario costituivano, sul
numero complessivo di manodopera industriale, una percentuale più alta di quella media me-
ridionale: il 17,60% a fronte del 12,49%557. Anche il finanziamento per addetto è quindi tor-
nato ad essere più basso della media, in un quadro complessivo che segna ovunque una forte
riduzione rispetto al 1958, in tutta l’area da 7,4 a 3,9 milioni, in Abruzzo e Molise da 7,6 a 3,
prevalentemente per il fatto che il riferimento nel 1965 è alla stima dei posti di lavoro e non a
quelli già creati.
Riserviamo le ultime osservazioni per il fatturato annuo: confrontando questi valori con
quelli del 30 giugno 1957 (tab. 5.2.), e fatti salvi sia i diversi riferimenti per il numero di lavo-
ratori che gli effetti dell’inflazione, il primo dato che salta agli occhi è il forte aumento della
produzione per occupato, la quale più che raddoppia in otto anni, passando da 5,3 a 11,4 mi-
lioni. L’Abruzzo è pienamente partecipe di questo processo, con una crescita da 3,4 a 8,2 mi-
lioni, che tuttavia conduce ad un livello che resta al di sotto della media (nel 1965 di 11,4 mi-
lioni). Evidentemente, nonostante il generale manifestarsi di una certa modernizzazione tec-
nologica, nella regione considerata la struttura produttiva mantiene una capacità di espansione
non eccessiva, e, soprattutto, continua ad essere relativamente più labour intensive; non a ca-
so, le zone dove il fatturato pro-capite è più elevato sono la Sicilia e soprattutto la Sardegna
(rispettivamente con 12,9 e 14,8 milioni), isole in cui sono prevalsi gli investimenti in settori a
più alta intensità di capitale.
In effetti, uno sguardo più dettagliato mostra da un lato una certa importanza degli am-
pliamenti rispetto ai nuovi impianti, a differenza che nel resto del Mezzogiorno, dall’altro una
predilezione nei confronti dei settori alimentare, della lavorazione del legno, del tessile e delle
ceramiche, con una sola struttura di rilievo nella chimica (che tuttavia costituisce l’intervento
maggiore, ma bisogna ricordare che in tutto il Sud tale comparto assorbe oltre il 30% dei fi-
nanziamenti)558, e con la pressoché totale assenza della meccanica.
Per quanto riguarda il primo punto, l’Abruzzo e il Molise si mostrano abbastanza in con-
trotendenza. Al 31 dicembre 1958, su un totale di finanziamenti di quasi 262 miliardi per i
nuovi impianti e poco più di 47 miliardi per gli ampliamenti, alla regione vanno 8 miliardi e
155 milioni nel primo caso e ben 5 miliardi e 703 milioni nel secondo559, mentre alla fine del
556
R. PACI e A. SABA, op. cit.
557
Escludendo la Toscana e il Lazio la stima di lavoratori per il Meridione è infatti di 195.426; va però tenuto
presente che alla previsione per l’Abruzzo e il Molise sono stati aggiunti anche gli addetti nel comprensorio di
Ascoli Piceno, zona per la quale non è stato calcolato il numero di occupati nel settore: comunque, la variazione
non dovrebbe essere tale da cambiare la sostanza dell’analisi.
558
Per un quadro della distribuzione per settori di attività dei finanziamenti agevolati, cfr. L. DENITTO, op. cit.,
pp. 304-305.
559
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1958-’59, cit., p. 297.
173

1961 questa zona è l’unica del Mezzogiorno in cui il rapporto risulta invertito: i 163 nuovi
impianti hanno assorbito 19 miliardi e 81 milioni (con una occupazione di 6.922 unità), a
fronte dei 20 miliardi e 298 milioni andati per i 114 ampliamenti (ma con una occupazione
minore, di 4.046 persone); in tutta l’area di intervento, le quote erano di 256,441 e 136,722
miliardi, con rispettivamente 81.567 e 48.631 posti di lavoro creati560. In seguito i nuovi im-
pianti tornano ad essere la maggioranza anche dal punto di vista delle somme ricevute: al 30
giugno 1965, nell’Abruzzo, Molise e bacino del Tronto essi ammontano a 410, per 43,06 mi-
liardi e 16.107 addetti previsti, contro i 261 ampliamenti per 28,054 miliardi e 7.916 addetti;
in complesso le nuove iniziative erano 2.604, per 584,209 miliardi e una forza-lavoro calcola-
ta di 145.354 unità, gli ampliamenti 2.144, per 275,525 miliardi e 77.371 lavoratori561.
L’Abruzzo e il Molise hanno anche una percentuale di fondi destinati al capitale di esercizio
più alta della media, rispettivamente il 33,78 contro il 17,09 al termine del 1958562, il 29,36 a
fronte del 23,99 al 31 dicembre 1961563 e, infine, il 27,04 contro il 25,09 al 30 giugno 1965564:
la forbice, che pure si va riducendo con il tempo segna inequivocabilmente una minore inci-
denza degli investimenti in impianti fissi, che, invece, attraggono fondi ben maggiori in Sar-
degna e, un po’ meno, in Sicilia.
Riassumendo, a paragone con il resto del Sud nella nostra regione si privilegiano, in ma-
niera non eccessiva ma comunque abbastanza netta e sia pure in misura variabile nel corso del
tempo, unità produttive e progetti di più ridotte dimensioni, il potenziamento delle strutture
esistenti piuttosto che la realizzazione di nuove, settori relativamente meno innovativi e più
labour intensive e, fino all’inizio degli anni sessanta, l’impiego del credito agevolato a favore
del capitale di esercizio invece che degli impianti fissi (i quali, tra l’altro, comportano mag-
giori immobilizzazioni).
Venendo ad un esame dei principali interventi affrontati nei diversi settori, le realizzazioni
di una certa entità da considerare non sono poi molte. Nel comparto alimentare l’azienda
maggiormente beneficiata è lo Zuccherificio di Avezzano, «che ha ampliato e rammodernato
in più riprese» la struttura, «allo scopo di aumentare la capacità lavorativa dell’impianto, rap-
portandola alla resa unitaria della coltivazione bieticola ottenuta dall’Ente Fucino». Tali opere
costarono circa un miliardo e 500 milioni, permettendo all’impresa, nel 1962, «di lavorare
35.000 q.li di bietole al giorno, con una capacità produttiva annua di oltre 270.000 q.li di zuc-
chero raffinato semolato, oltre ai normali sottoprodotti (melassa, polpe di bietole)»;
l’occupazione raggiungeva i 120 lavoratori stabili, e ben 900 operai stagionali565. Un altro in-
grandimento consistente fu quello condotto dalla Cellulosa d’Italia (Celdit) nello stabilimento
di Chieti, «mediante l’installazione di una macchina continua […] per la produzione di cellu-
losa e carta», con una spesa di circa 400 miliardi, che portò 100 nuovi posti di lavoro.
Nell’ambito dei materiali da costruzione, la Cementi Adriatico, cogliendo «un periodo di par-
ticolare carenza di cemento nel Mezzogiorno, e negli Abruzzi in specie», si dotò di alcuni
nuovi macchinari, «costituiti principalmente da un impianto di macinazione dei crudi, un im-
pianto di omogeneizzazione, un reparto cottura attrezzato con forno rotante a nafta, un im-

560
M. BESUSSO, op. cit., p. 89.
561
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1964-’65, cit., p. 210.
562
ID., Bilancio 1958-’59, cit., p. 296.
563
M. BESUSSO, op. cit., p. 89.
564
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1964-’65, cit., p. 210.
565
M. BESUSSO, op. cit., p. 130. Da questo scritto sono riprese anche le altre notizie che seguono (comprese le
citazioni), a meno di diversa indicazione.
174

pianto aggiuntivo di macinazione “Clinker”»: l’investimento affrontato fu di circa 700 milio-


ni, con un raddoppio della capacità produttiva e un incremento degli addetti di 50 unità.
Dal punto di vista delle nuove iniziative, i maggiori complessi riguardarono la lavorazione
delle ceramiche e il tessile, con più bassi rapporti sia di finanziamento pro-capite che di capi-
tale/lavoro. La Spica (Società prodotti industrie ceramiche e affini) e la Spea (Società porcel-
lane Europa e affini) costruirono entrambe un impianto a Teramo, la prima per la produzione
di piastrelle, la seconda, che iniziò solo nel 1962, per la stoviglieria in porcellane pregiate. Il
costo degli stabilimenti fu rispettivamente di 950 milioni, per 230 occupati, e di 2 miliardi e
500 milioni, per 620 dipendenti566. Nell’insieme si può dire che il Teramano negli anni cin-
quanta abbia sviluppato diversi settori labour-intensive: oltre ai laterizi, che potevano avvaler-
si di «ottime argille», vi si registrava una buona presenza dell’abbigliamento, dei mobilifici e,
nel comparto alimentare, della liquirizia567. A Pescara, la Monti-Confessioni di lusso realizzò
negli anni cinquanta uno stabilimento per la «produzione di abiti e indumenti vari», con una
spesa di circa 700 milioni e una occupazione di 400 unità. In seguito, all’inizio degli anni ses-
santa, aprì un complesso per la lavorazione di pelli bovine «una delle maggiori industrie con-
ciarie italiane», la Concerie italiane riunite, «allo scopo di adeguare i propri impianti alle ac-
cresciute esigenze della clientela e ad una più accentuata concorrenza dei paesi stranieri», con
un investimento di circa un miliardo e una manodopera di 80 persone.
La principale opera finanziata dell’intervento straordinario fu tuttavia realizzata dalla Mon-
tecatini, nella chimica, a favore di una sua filiale di Pescara, la Bussi Officine, «mediante
l’attuazione di alcuni reparti per la produzione di tetracloruri di carbonio e titanio, nonché di
percloroetilene e fosfato bicalcico, oltre alle produzioni già in precedenza effettuate
dall’impianto», per un importo di ben 9 miliardi e 300 milioni, che comportarono la creazione
di 270 nuovi posti di lavoro.

Nel più vasto quadro delle molteplici attività svolte dalla Montecatini - scrive sempre Besusso -
quella dello stabilimento abruzzese concerne prodotti (cloro e derivati) che assumono sempre maggio-
re importanza per la vita della grande industria chimica. Tra i derivati del cloro, particolare interesse
assume la produzione di tetracloruro di titanio, per la sua utilizzazione da parte dell’Industria aeronau-
tica e missilistica oltre che chimica, nonché la produzione di fosfato bicalcico per uso zootecnico.

Sempre al gruppo Montecatini deve essere ricondotto l’unico intervento di rilievo finanzia-
to nel campo delle industrie estrattive: riguardò la Petrosud, costituita nel 1952 per la ricerca
degli idrocarburi. Dopo aver rinvenuto a Cellino Attanasio, in provincia di Teramo, alcuni
giacimenti di metano, essa procedette nella realizzazione di due metanodotti: l’uno, lungo cir-
ca 18 km, raggiunge Teramo, l’altro, lungo circa 88 km, raggiunge Pescara con diramazioni
per Bussi, Chieti e Scafa. La spesa fu di circa un miliardo e 600 milioni, e la manodopera im-
piegata di 34 persone.
In generale, va detto che il metano fu una risorsa energetica la cui presenza nella regione
all’inizio degli anni sessanta era già molto consistente. Ai pozzi di Cellino Attanasio seguiro-
no alcune scoperte minori e poi, soprattutto, la notizia, data il 12 aprile 1961 durante una tra-
smissione televisiva dallo stesso presidente dell’Eni Enrico Mattei, del buon esito delle ricer-

566
In quest’ultimo caso, tuttavia, nel corso degli anni sessanta l’occupazione si sarebbe quasi dimezzata, per poi
tornare a salire negli anni settanta.
567
UNIONE ITALIANA DELLA CAMERE DI COMMERCIO, INDUSTRIA E AGRICOLTURA, Monografie regionali, cit., p.
67.
175

che svolte dall’Agip nel territorio di Cupello, nel Vastese. I nuovi giacimenti potevano pro-
durre gas metano con un indice di impurità non superiore al 2% (contro una media della pro-
duzione Agip del 5%), in una quantità di quasi 2 milioni di metri cubi al giorno. Naturalmen-
te, «in una regione ancora povera di iniziative industriali degne di questo nome», al ritrova-
mento dell’idrocarburo dovettero affiancarsi una serie di interventi per risolvere il problema
del suo utilizzo come fonte energetica, sia «per gli impieghi locali, cioè nella stessa area di
produzione», che «per gli impieghi regionali, cioè nelle aree di sviluppo industriale»568. Resta
il fatto che all’inizio degli anni sessanta veniva scoperta un’altra importantissima fonte ener-
getica che, aggiunta ai miglioramenti intervenuti nella produzione di idro-elettricità, darà un
fortissimo impulso all’industrializzazione dell’Abruzzo.
La normativa del 1957 si caratterizzò anche per l’introduzione di nuove modalità di inter-
vento. In primo luogo vennero istituiti dei contributi a fondo perduto per le piccole e medie
imprese, che a partire dalla legge n. 555 del 28 luglio 1959 furono estesi a tutte le unità pro-
duttive anche di più vaste dimensioni (con investimenti fissi superiori ai 6 miliardi), purché
localizzate nelle aree e nei nuclei di sviluppo industriale e limitatamente ai primi 6 miliardi di
spesa569: essi potevano coprire fino al 20% (e in seguito alla legge n. 1.462 del 29 settembre
1962 fino al 25%) dell’importo ammissibile per investimenti in immobili e non oltre il 10% di
quello per l’acquisto di macchinari e impianti. Con l’obiettivo di ridurre le difficoltà delle a-
ziende nel reperimento di capitale circolante, dal punto di vista operativo tali strumenti si ca-
ratterizzavano soprattutto per la facoltà concessa al potere esecutivo di variarne l’ammontare
«in funzione del settore di attività industriale nel quale la nuova iniziativa intende[va] operare,
delle sue dimensione e della localizzazione territoriale prescelta»570. Nello specifico, la som-
ma esatta da impiegare era determinata dal Comitato dei ministri per il Mezzogiorno, su pro-
posta della Casmez e sentito il Ministero dell’Industria e del Commercio, attribuendo un pun-
teggio numerico ad ognuno di quattro criteri (settore industriale, dimensione del progetto, in-
vestimento per occupato e localizzazione) e calcolando poi la media aritmetica: a far salire lo
stanziamento erano in pratica la ‘modernità’ del settore, l’alto costo dell’investimento, il bas-

568
Ibid., p. 60. Sui consumi di metano in Abruzzo si veda IASM, Usi produttivi del metano nel Mezzogiorno, a
cura di E. Wolleb, F. Angeli, Milano, 1985, pp. 89-90 e tabb. 1-10.
569
S. CAFIERO, Menichella meridionalista, in F. COTULA (a cura di), Stabilità e sviluppo negli anni cinquanta. 2,
cit., pp. 509-510. M. BESUSSO, op. cit., p. 96.
570
SVIMEZ, Gli investimenti industriali agevolati nel Mezzogiorno (1951-1968), Svimez, Giuffrè, Milano, 1971,
p. 6. Ma in generale sulle modalità di utilizzazione dei finanziamenti agevolati e dei contributi a fondo perduto,
in un quadro di incertezze legislative e programmatiche nel quale s’inserivano forti pressioni politiche e cliente-
lari, cfr. A. L. DENITTO, op. cit., pp. 266 e sgg., anche per gli ulteriori riferimenti alla bibliografia
sull’argomento. In generale, comunque, il giudizio della Casmez sulle misure di credito agevolato e sui contribu-
ti in fondo capitale, alla fine degli anni cinquanta, è molto positivo. «L’attività creditizia industriale svolta dagli
Istituti speciali e dalla Cassa per il Mezzogiorno - si legge per esempio nella Relazione al bilancio del 1958-’59
(cit., p. 124) - ha permesso una notevole massa di realizzazioni in un ciclo di tempo relativamente modesto. Gli
incentivi industriali attuati dallo Stato in questi ultimissimi tempi, soprattutto quelli consistenti in contributi a
fondo perduto e in un’ulteriore riduzione dei tassi di interesse sui finanziamenti, certamente favoriranno ed acce-
lereranno il processo in parola che, per la sua complessità, richiede lunghi tempi di attuazione. Se tali interventi
proseguiranno ed i privati imprenditori continueranno a ricorrervi, come pure i grandi enti a partecipazione stata-
le effettueranno una equilibrata politica di investimenti nel territorio meridionale, il piano di sviluppo industriale,
costituente uno dei perni su cui si basa il più vasto piano di risollevamento economico e sociale del Mezzogior-
no, avrà pieno successo».
176

so rapporto capitale/lavoro e l’operatività nell’ambito di un’area industriale, meglio se relati-


vamente svantaggiata571.
La procedura da seguire prima di giungere alla concreta erogazione del denaro era però
piuttosto lunga. Le richieste e le relative documentazioni dovevano innanzitutto pervenire
presso gli istituti autorizzati all’esercizio del credito industriale a medio termine: Isveimer, Ir-
fis e Cis, ma anche Imi, Centrobanca, Mediobanca, Efibanca, le sezioni di credito industriale
del Banco di Napoli, del Banco di Sicilia, della Banca nazionale del lavoro, e altre strutture
locali per le zone del Lazio, della Toscana e delle Marche. Dopo una prima istruttoria da parte
degli stessi, le pratiche passavano alla Casmez e quindi al Comitato dei ministri per il Mezzo-
giorno, che provvedevano alla determinazione delle misure e dell’ammontare del contributo
secondo i criteri descritti e quindi all’emissione del relativo provvedimento di concessione.
L’effettivo pagamento avveniva ancora in un tempo successivo, una volta ultimato cioè
l’impianto beneficiato e superato il collaudo da parte di un tecnico autorizzato, «sulla scorta
di precisa e valida documentazione di spesa, ed in base alla spesa effettivamente sostenu-
ta»572.
Il quadro generale delle domande di contributo e delle somme concesse ed erogate al 30
giugno 1965 è riportato nella tabella 4.6. Le richieste complessive erano state 9.282, di cui
una parte piuttosto alta (1.110, ovvero l’11,96%) proveniente dall’Abruzzo e dal Molise; gli
investimenti raggiungevano un totale di 1.747 miliardi, dei quali 756 sarebbero dovuti essere
erogati dall’ente straordinario: nella regione considerata, le percentuali degli investimenti e
dei finanziamenti erano rispettivamente del 7,48 e del 9,67, con una dimensione degli inter-
venti, quindi, al di sotto di quella media. A colpire, tuttavia, è soprattutto lo scarto fra il totale
dei finanziamenti richiesti e i contributi realmente accordati: al 30 giugno 1965 questi ultimi
ammontavano complessivamente a 68 miliardi e 233 milioni, appena il 9,02% di quelli richie-
sti (in Abruzzo e Molise la percentuale fu ancora più bassa: 8,26%). Questa somma era molto
inferiore anche ai quasi 860 miliardi erogati alla stessa data sotto forma di credito agevolato
mediante gli istituti di credito speciale (ma va ricordato che in questo caso si tratta di contri-
buti a fondo perduto). L’area che ottenne i maggiori fondi fu ancora una volta la Campania,
seguita adesso dalla Puglia. Significative sono le quote piuttosto basse della Sicilia e della
Sardegna, che delineano questa volta una minore presenza delle isole, in un campo indirizza-
to, per sua stessa natura, prevalentemente alle imprese di minori dimensioni.

TAB. 5.8. Domande di contributo industriale pervenute e contributi effettivamente concessi ed erogati
al 30 giugno 1965 (importi in milioni)
Regioni Domande pervenute S Contributi concessi s Contributi erogati
Num. Invest. Finanz. Num. ditte Invest. Finanz. % Finanz. Num. ditte Importo
Abruzzo 1.110 130.618 73.127 604 44.605 6.038 8,8 493 3.601
e Molise
Toscana 14 2.607 993 6 614 80 0,1 5 73

571
G. PODBIELSKI, op. cit., pp. 47-48: «In termini schematici, il metodo per la concessione di contributi in conto
capitale può essere illustrato nel modo seguente: un contributo del 25% (il massimo) “andrebbe ad un’impresa
nel settore industriale moderno (ad esempio, chimica) con un alto livello di investimento (oltre 1.500 milioni di
lire) ma un basso investimento per addetto (meno di 4 milioni di lire), localizzata in un’area o nucleo relativa-
mente sottosviluppato (ad esempio, Avellino) e operante nell’ambito dell’agglomerato. Il contributo più basso
(8%) andrebbe ad un’industria tradizionale (ad esempio, alimentare) con un basso livello di investimento (infe-
riore a 50 milioni di lire) ma con un alto livello di investimento per addetto (oltre 12 milioni di lire), localizzata
al di fuori di un’area o di un nucleo”».
572
M. BESUSSO, op. cit., pp. 98-99.
177

Marche 198 19.743 15.873 115 12.911 1.661 2,4 91 796


Lazio 835 191.626 109.726 411 83.536 11.950 17,5 309 6.226
Campania 2.300 468.541 183.161 1.086 138.748 20.317 29,8 866 11.573
Puglia 2.430 467.653 99.680 1.192 85.791 11.914 17,5 979 5.413
Basilicata 289 78.080 49.927 128 15.645 2.095 3,1 106 1.069
Calabria 700 47.200 30.551 335 23.116 3.321 4,9 266 1.828
Sicilia 918 190.081 101.690 446 42.342 5.775 8,5 395 3.929
Sardegna 488 150.817 91.333 257 36.383 5.082 7,4 233 3.482
Totale 9.282 1.746.966 756.061 4.580 483.691 68.233 100,0 3.743 37.990
Fonte: CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1964-’65. Relazione, cit., pp. 217 e 219.

L’Abruzzo e il Molise ottengono poco più di 6 miliardi, l’8,85% dello stanziamento com-
plessivo, che diventa l’11,07% se calcolato sulle sole regioni meridionali, un po’ al di sopra,
quindi, della corrispondente quota della popolazione; per contro, il numero di aziende benefi-
ciate è di 604, ben il 13,19% del totale, addirittura il 14,92% escludendo la Toscana, le Mar-
che e il Lazio. Da un lato, quindi, si riesce a catalizzare una buona quantità di finanziamenti,
dall’altro questi si indirizzano verso progetti relativamente piuttosto piccoli: ogni ditta abruz-
zese e molisana, infatti, riceve in media circa 10 milioni, contro i quasi 15 per l’insieme del
Mezzogiorno. Le erogazioni effettive sono nella regione 3 miliardi e 601 milioni, quasi il
59,64% degli impegni presi, con un livello un po’ più alto di quello medio del Sud, che si at-
testa sul 55,68% (per 37 miliardi e 990 milioni).
Questi dati, nella sostanza, rafforzano gli elementi già acquisiti durante l’analisi della di-
stribuzione regionale del credito agevolato. L’Abruzzo è un’area che presenta «una netta pre-
valenza delle piccole e medie imprese», più forse che in ogni altra regione del Mezzogiorno,
come precisato dalla stessa Casmez nella stesura del programma per l’esercizio 1962-’63573.
Dal 1951 al 1961 si registra anche qui «un fenomeno abbastanza diffuso», e cioè «la relativa
staticità o diminuzione del numero delle unità produttive ed un corrispondente aumento degli
addetti». Ma, nonostante questa evoluzione, la suddivisione delle aziende locali in base al
numero dei lavoratori presenta sempre una forte caratterizzazione verso quelle di più piccole
dimensioni, con una significativa somiglianza tra il settore industriale e quello agricolo: se-
condo le cifre del censimento del 1961, in 10 anni il numero medio di occupati per unità indu-
striale cresce nella regione solamente da 3 a 3,7, con le province di Chieti e Teramo al di sotto
di tale soglia (rispettivamente 3,30 e 3,33), quella dell’Aquila appena al di sopra (3,85) e solo
Pescara su valori un po’ più elevati (4,61)574.
Quelle di Chieti e Teramo erano anche le province dove prevaleva largamente
l’agricoltura, con una quota di addetti - ancora nel 1961 - in entrambi i casi oltre il 48% degli
attivi, mentre in provincia dell’Aquila il settore primario scendeva dal 58% nel 1951 a meno
del 40% nel 1961, l’industria saliva dal 22,7% a quasi il 33% e il terziario dal 19,3% al
27,8%. Soprattutto, però, era la provincia di Pescara che all’inizio degli anni sessanta mostra-
va un tasso di attività industriale ben al di sopra di quello agricolo (38% contro il 30%), con
un buon indice anche per quanto riguardava il numero di occupati nel terziario (23,5%): oltre-
tutto, tutti e tre i settori si trovavano all’incirca nella media nazionale.

573
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma per l’esercizio 1962-’63. Tredicesimo esercizio, cit., p. 191.
574
UNIONE ITALIANA DELLA CAMERE DI COMMERCIO, INDUSTRIA E AGRICOLTURA, Monografie regionali, cit.,
pp. 54-56, anche per le citazioni precedenti. I dati sull’industria (anche quelli che seguono nel testo) sono ripresi,
per il 1951, dal già citato III Censimento generale dell’industria e, per il 1961, da ISTAT, IV Censimento generale
dell’industria e del commercio (16 ottobre 1961), Roma, 1967, vol. III, tomo II, parte II, p. 22.
178

Ad abbassare la concentrazione regionale dei lavoratori per azienda erano le industrie ma-
nifatturiere, con un livello di 2,9, a fronte degli altri tipi di attività con valori decisamente più
elevati. La produzione e distribuzione di energia elettrica, gas e acqua facevano registrare 6,2,
la costruzione e l’installazione di impianti 10,1 e l’estrazione di materie prime 12,3. Il com-
parto manifatturiero era anche quello che assorbiva in assoluto la maggiore quantità di mano-
dopera industriale, 46.012 unità, oltre il 70% delle 65.311 totali, mentre quello della costru-
zione e dell’installazione di impianti ne contava 15.757 (il 24,1%), l’estrattivo 1.827 (il 2,8%)
e quello della produzione e distribuzione di energia elettrica, gas e acqua 1.715 (il 2,6%)575.
Nell’ambito della manifattura, il più alto numero di addetti (8.257) era impiegato nelle impre-
se alimentari e affini576, cui seguivano quelli nel vestiario e abbigliamento (7.467)577, nelle of-
ficine meccaniche (5.410), nel legno (4.703)578 e nelle calzature (2.283)579. Si trattava di una
struttura produttiva prevalentemente incentrata sui beni di consumo, non di rado collegata con
forme di attività ancora artigianali, mentre la creazione di beni capitali aveva un ruolo minore.
Tra gli anni cinquanta e la prima metà degli anni sessanta l’intervento straordinario agisce
praticamente ancora solo attraverso gli strumenti del credito agevolato e, in misura più limita-
ta, dei contributi in conto capitale: la loro distribuzione fino alla metà del 1965 non cambia il
modello di sviluppo che tradizionalmente si era delineato in Abruzzo, ma piuttosto si limita
ad assecondarlo. I vertici della Casmez si preoccupano di giustificare questo adattamento alle
preesistenti linee di evoluzione dell’industria abruzzese con ragioni di ordine geografico. La
frammentazione delle unità industriali, come di quelle agricole, veniva infatti ricondotta a fat-
tori naturali, e in particolare alla «estrema suddivisione degli habitat geo-economici in una se-
rie di vallate ed ambienti tradizionalmente separati»:

L’elemento fondamentale che caratterizza la struttura tecnico-economica e sociale della regione


[…] – leggiamo ancora nella Relazione al programma per il tredicesimo esercizio – è rappresentato
575
UNIONE ITALIANA DELLA CAMERE DI COMMERCIO, INDUSTRIA E AGRICOLTURA, Monografie regionali, cit., p.
57.
576
«Nel campo delle industrie alimentari - si legge sempre nel documento di programmazione economica curato
da Benedetto Barberi - trovano notevole e favorevole ambiente di sviluppo: a) l’industria molitoria e della pasti-
ficazione, collegata alla produzione di grano duro, notevole per quantità e soprattutto per qualità; b) l’industria
dolciaria; c) l’industria zuccheriera; d) varie industrie di lavorazione e trasformazione dei prodotti agricoli ali-
mentari; e) varie industrie di lavorazione di prodotti tipici locali che alimentano interessanti correnti di esporta-
zioni, come ad es. l’industria della liquerizia nel teramano e nel pescarese. Esistono anche altre industrie alimen-
tari di non trascurabile interesse regionale, come le industrie enologiche ed olearie. […] La base territoriale
dell’industria di pastificazione abruzzese è nelle provincie di Chieti (Fara S. Martino, Lanciano, Vasto) e di Pe-
scara; la base dell’industria dolciaria è nella provincia dell’Aquila. I tre zuccherifici si trovano rispettivamente
nelle provincie di Teramo, di Chieti e nel bacino del Fucino» (Ibid., p. 64).
577
«Nei campi di attività industriale tessile e dell’abbigliamento, delle pelli e del cuoio, gli Abruzzi, antico cen-
tro di produzione laniera e del cuoio, avrebbero ancora un ruolo da svolgere. In effetti la tradizione tessile è stata
raccolta e portata a forme industriali ad opera di nuovi stabilimenti sorti nel bacino del Fucino ed altrove.
Nell’area del Fucino (Avezzano) l’attività produttiva si esplica nel campo delle passamanerie e della produzione
in serie di articoli di vestiario per uomo e donna. Lanifici in corso di ammodernamento (…) si trovano altresì
nella Valle Peligna (Sulmona) e in varie località del Chietino tra cui Fara S. Martino e Taranta Peligna. Nel set-
tore del vestiario e dell’abbigliamento, di notevole importanza ed in fase di sviluppo sono le attività produttive
installate nella Valle Pescara anche con capitale straniero. […] Nella stessa area due modernissimi stabilimenti,
per la concia e la tintura delle pelli per pellicceria, sono sorti negli ultimi anni» (Ibid., p. 64).
578
«In una regione tra le più boscate della parte peninsulare d’Italia non potevano mancare attività di lavorazione
dei prodotti legnosi. Ma purtroppo si tratta di attività esercitate su scala artigianale modesta, salvo alcune recenti
iniziative decisamente a carattere industriale nel campo dei mobili, infissi, ecc.» (Ibid., p. 64).
579
Ibid., p. 57.
179

dalla sua conformazione oro-idrografica. L’Appennino infatti, con i suoi contrafforti, si spinge quasi
sempre fino al mare, lasciando poche aree pianeggianti lungo il litorale e il basso corso dei fiumi, onde
la regione è tutto un sistema di colline più o meno acclivi e di montagne impervie, interrotte soltanto,
all’interno, da poche conche e altipiani580.

L’ambiente geografico, insomma, poneva una «difficoltà intrinseca» - veniva detto in ter-
mini espliciti - ad un «progresso economico-sociale modernamente inteso»: una difficoltà che
difficilmente poteva essere superata nel breve periodo. In questa ottica si spiegava molto be-
ne, ovviamente, il privilegiamento del credito agevolato per gli ampliamenti rispetto a quello
per le nuove iniziative, specie fino all’inizio degli anni sessanta. C’è anche da rilevare come
sia gli uni che le altre abbiano riguardato prevalentemente i tradizionali settori dell’economia
orientati alla produzione di beni di consumo e a più bassa intensità di capitale, dall’alimentare
all’abbigliamento, alle ceramiche. E’ vero che in Abruzzo era presente anche la chimica, ma
si trattava pure in questo caso (come per le industrie legate alle costruzioni) di ammodernare
impianti che avevano una lunga storia: fabbriche elettrochimiche sorte in età giolittiana
nell’area di Popoli-Bussi (con capitale soprattutto svizzero e tedesco), lungo il Pescara, per
sfruttare l’energia idroelettrica prodotta dal fiume581. E comunque i sostegni finanziari, pur se
consistenti in termini di importo, furono significativamente inferiori alla media del Mezzo-
giorno. A questi orientamenti si ricollega anche la più limitata quota degli investimenti in im-
pianti fissi rispetto al capitale circolante, oltre alla generale preferenza accordata ai progetti di
minori dimensioni.
Il tipo di sviluppo industriale che in Abruzzo l’intervento straordinario stava sostenendo,
su questa linea di continuità con il passato (adducendo a giustificazione persino vincoli di na-
tura geografica), non mancò di suscitare critiche. La già citata monografia regionale per la
programmazione economica, curata da uno studioso autorevole come Benedetto Barberi, a
metà anni sessanta stigmatizzava l’atteggiamento di quanti ritenevano «impossibile o assurdo
programmare ad es. impianti siderurgici, stabilimenti tessili, chimici ecc., in tutte le regioni»,
ritenendosi paghi «di dare impulso alle esistenti attività, specialmente di quelle che hanno
profonde connessioni con l’ambiente e la tradizione regionale».

Nulla di più dannoso – vi si legge ancora – di questa pratica addormentatrice che è la negazione dei
postulati fondamentali di una vera programmazione economica, la quale, specialmente nelle regioni
fortemente arretrate, deve più o meno in larga misura configurarsi come una programmazione di inno-
vazione e di trasformazione e non semplicemente di spinta alle esistenti attività582.

In realtà, osservando quella particolare vicenda abruzzese con il senno del poi, la scelta che
allora veniva giudicata errata si sarebbe rivelata invece giusta ed opportuna. Ha evitato che in
Abruzzo si creassero le classiche «cattedrali nel deserto», di fatto risultate poi fallimentari (e
in qualche caso persino nocive), o comunque tali giudicate dai più. In fondo è questo che vo-
levano le classi dirigenti abruzzesi: creare un grosso stabilimento petrolchimico, o comunque
un’industria di base, che fungesse da volano per lo sviluppo regionale. A formulare questa ri-
chiesta nel modo più autorevole e convincente possibile fu ancora una volta, sempre a metà

580
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma per l’esercizio 1962-’63, cit., p. 191.
581
C. FELICE, Dal sonno di Aligi al grande capitale. La prima industrializzazione della Val Pescara, in «Italia
contemporanea», 1990, n. 180, pp. 505-526.
582
UNIONE ITALIANA DELLA CAMERE DI COMMERCIO, INDUSTRIA E AGRICOLTURA, Monografie regionali, cit., p.
62 (corsivo nel testo originale).
180

anni sessanta, Benedetto Barberi, nell’ambito dei propositi di programmazione regionale.


L’ipotesi era di installare, «in qualche punto del litorale abruzzese o del suo immediato retro-
terra», una grande raffineria di petrolio (con riguardo all’industria di valorizzazione degli i-
drocarburi si faceva riferimento anche al metano trovato nel Vastese).

Tenendo presente − egli precisava − che un impianto del genere è legato all’approvvigionamento
via mare del grezzo, risulta plausibile, e quasi ovvio, che la localizzazione di un impianto di lavorazio-
ne dei petroli grezzi debba sorgere nelle vicinanze (se non nell’area) del porto avente maggiori capaci-
tà di accostamento delle navi cisterna di piccolo e medio tonnellaggio583.

Barberi riteneva che le industrie di base dovessero localizzarsi sul versante adriatico del
«grande asse» che dalla foce del Pescara, passando per la Valle Peligna, si sarebbe esteso fino
al Fucino e di lì a Roma: in sostanza nei pressi di Pescara o di Ortona. Giustificava questa
scelta non solo con ragioni di sviluppo regionale, ma anche in base ad esigenze di una «equi-
librata distribuzione territoriale delle attività economiche» nel più generale contesto dell'A-
driatico, giacché da Ancona a Bari - egli aggiungeva - non esisteva alcun impianto del gene-
re, mentre se ne trovavano sul corrispondente versante tirrenico, anche a distanze ravvicinate.
Questa concezione, del resto, non faceva che riflettere l’idea a quel tempo predominante -
nella cultura e nel dibattito nazionale - sul decollo industriale delle aree depresse. Il fatto che
l’Abruzzo venisse escluso da un tale disegno - cioè che solo la creazione di una grande indu-
stria di base con l’intervento dello Stato potesse portare fuori dal sottosviluppo - veniva av-
vertito come un’ingiusta discriminazione. Barberi con le sue argomentazioni, come s’é visto,
cercava anche di dimostrare che i presunti ostacoli geografici, accampati dagli stessi vertici
della Casmez, non esistevano affatto: l’Abruzzo anzi, con la sua posizione al centro
dell’Adriatico, si prestava benissimo a questo scopo. E’ una posizione che sarebbe stata riba-
dita anche negli anni seguenti. Ad un certo punto - con il progetto della Sangro-Chimica nella
valle del Sangro - ci sarà anche un concreto tentativo di tradurla nei fatti. Poi però, per fortu-
na, non se ne sarebbe fatto nulla.
L’andamento complessivo dell’occupazione industriale nella regione è riportato nella ta-
bella 5.9. Dal 1958 al 1965 gli addetti nel settore passano da 91.898 a 115.135, con un aumen-
to di 23.237 unità, mentre nell’insieme del Mezzogiorno esso è di 145 mila persone. Sia in
Abruzzo che nel Sud complessivamente inteso l’incremento risulta inferiore alla manodopera
che si prevedeva d’impiegare in seguito agli investimenti dovuti al credito agevolato (rispetti-
vamente 24.023 e 195.426 lavoratori, come si può vedere dalla tab. 5.7). Ma lo scarto è mag-
giore nel secondo caso (Mezzogiorno), ad indicare in Abruzzo una più forte preminenza
dell’intervento straordinario nella determinazione dello sviluppo del sistema produttivo. Qui
la percentuale degli occupati nell’industria sul totale degli attivi regionali sale dal 20,14 al
26,43%, quella sulla popolazione dal 7,31 al 9,56%: entrambi questi indici nel 1958 partivano
al di sotto delle corrispondenti quote relative alle regioni meridionali, ma poi vi si avvicinano
gradualmente fino a superarle nel 1963, mantenendosi negli ultimi due anni stabilmente al di
sopra di tale soglia.

TAB. 5.9. Occupati nel settore industriale in Abruzzo, nelle regioni meridionali e in Italia, dal 1958 al
1965, in assoluto e in percentuale sul totale degli attivi e della popolazione
583
B. BARBERI, Indicazioni per uno schema di sviluppo economico degli Abruzzi nel quinquennio 1966-70, Cen-
tro Regionale di Ricerche Economiche e Sociali per gli Abruzzi, Teramo, 1966, p. 87.
181

Anni S Abruzzo s S Regioni meridionali s S Italia s


Occupati % sul totale % sul totale Occupati % sul totale % sul totale Occupati % sul totale % sul totale
industria degli attivi della pop. industria degli attivi della pop. industria degli attivi della pop.
1958 91.898 20,14 7,31 1.420.248 21,60 7,75 6.507.667 31,38 13,20
1959 93.036 20,73 7,54 1.431.714 21,80 7,78 6.596.376 31,76 13,29
1960 98.702 21,48 7,98 1.477.653 22,24 7,99 6.813.209 32,67 13,62
1961 100.202 22,10 8,25 1.537.542 23,43 8,29 7.072.137 33,86 14,04
1962 101.841 22,51 8,35 1.558.103 24,18 8,38 7.237.251 35,03 14,28
1963 108.488 26,17 9,01 1.572.171 25,46 8,42 7.415.964 36,50 14,52
1964 118.588 27,62 9,79 1.598.977 26,13 8,53 7.425.144 36,71 14,43
1965 115.135 26,43 9,56 1.565.249 25,76 8,32 7.166.081 36,06 13,81
Fonte: R. PACI e A. SABA, op. cit.

Se il Mezzogiorno tiene a stento il passo con il resto d’Italia, e quindi con un Centro-Nord
nel pieno del miracolo economico, non così avviene per il solo Abruzzo, in cui le percentuali
di lavoratori nell’industria sul totale degli attivi, e ancora di più quelle sulla popolazione
complessiva, aumentano con più rapidità. Ma bisogna distinguere i due parametri: nel caso
dei residenti, occorre considerare che in Abruzzo essi diminuiscono in assoluto, scendendo fra
il 1958 e il 1965 da 1.242.622 a 1.204.104 (-38.518), mentre nell’insieme delle regioni del
Sud salgono nello stesso periodo da 18.314.086 a 18.820 mila (+506). Diverso è il discorso
per gli occupati nelle varie attività, la cui contrazione avviene con più evidenza nel Mezzo-
giorno (-499.240 unità) che nel solo Abruzzo (-15.679, appena il 3,14% sul totale)584. Nella
regione considerata, quindi, da un lato c’è una più massiccia emigrazione, dall’altro quelli che
restano possono avvantaggiarsi di una migliore tenuta dei tradizionali settori economici (e in
particolare dell’agricoltura), e anche di una forza espansiva dell’industria relativamente più
alta rispetto alla media meridionale.
Analogo ragionamento non può essere fatto per il prodotto interno lordo (tab. 5.10.). Qui,
tra gli altri fattori, assume senz’altro importanza l’orientamento verso un modello di sviluppo
basato sui settori meno innovativi, e quindi meno in grado di creare valore aggiunto. Il Pil
pro-capite, sia in rapporto alla popolazione attiva che a quella residente, cresce nella regione
lievemente meno che nel resto del Sud e nel Centro-Nord (e quindi nell’Italia nel suo insie-
me). Il dato di partenza rispetto alle altre regioni meridionali è favorevole all’Abruzzo (se pu-
re di pochissimo) in entrambi i casi, ma nel corso del quindicennio le posizioni si invertono
più di una volta (nel 1957, e poi subito dopo nel 1958), fino a indicare nel 1965 un livello più
alto del Pil per il Mezzogiorno, con una differenza molto tenue di quello per persona, più net-
ta di quello per addetto. Significativo è il fatto che proprio il 1963, che segna il ‘sorpasso’ del-
la quota abruzzese di occupati nell’industria rispetto al totale sia della manodopera che degli
abitanti, sia anche l’anno in cui il Pil per lavoratore medio di tutte le regioni del Sud diventa
più alto di quello del solo Abruzzo: un’ulteriore conferma del fatto che l’aumento
dell’occupazione nel caso abruzzese avveniva in comparti caratterizzati da una più bassa pro-
duttività.

TAB. 5.10. Prodotto interno lordo e popolazione in Abruzzo, nelle regioni meridionali e in Italia, dal
1951 al 1965, a prezzi costanti del 1985
Anni S Abruzzo s S Regioni meridionali s S Italia s
Pil Pil / pop. Pil / pop. Pil Pil / pop. Pil / pop. Pil Pil / pop. Pil / pop.
(in miliardi) attiva residente (in miliardi) attiva residente (in miliardi) attiva residente
(in milioni) (in milioni) (in milioni) (in milioni) (in milioni) (in milioni)
1951 3.781 7,880 2,956 50.642 7,794 2,863 20.018 10,087 4,213
1952 3.864 8,069 3,022 49.806 7,609 2,814 20.113 10,048 4,231
1953 4.141 8,660 3,244 57.895 8,786 3,252 21.930 10,840 4,589

584
R. PACI e A. SABA, op. cit.
182

1954 4.363 9,043 3,426 58.854 8,862 3.282 22.517 10,980 4,679
1955 4.459 9,474 3,507 59.606 9,009 3,298 23.991 11.701 4,949
1956 4.377 9,547 3,457 61.536 9,329 3,384 24.401 11,860 5,001
1957 4.313 9,529 3,433 65.891 10,042 3,608 25.770 12,469 5,254
1958 4.615 10,227 3,714 64.851 9,863 3,541 26.299 12,680 5,333
1959 4.801 10,695 3,889 67.069 10,212 3,646 28.193 13,574 5,679
1960 4.864 10,692 3,970 69.722 10,502 3,771 30.159 14,463 6,029
1961 5.542 12,225 4,561 77.703 11,848 4,192 32.164 15,400 6,385
1962 5.823 13,000 4,820 82.456 12,795 4,433 34.214 16,562 6,749
1963 5.785 13,953 4,802 88.328 14,304 4,731 35.811 17,623 7,014
1964 5.810 13,646 4,839 90.073 14,729 4,809 36.852 18,222 7,164
1965 6.106 14,019 5,071 96.039 15,806 5,103 38.133 19,189 7,346
Fonte: R. PACI e A. SABA, op. cit.

In tutto il Mezzogiorno l’incremento del reddito, pur molto consistente, è inferiore a quello
riscontrabile per l’Italia, e quindi per il Centro-Nord, pur se la situazione mostra una inversio-
ne di tendenza durante la prima metà degli anni sessanta. Da un lato, quindi, va posto in evi-
denza il «risultato certamente importante» costituito dalla buona tenuta dell’economia del
Mezzogiorno rispetto a quella settentrionale, «e ciò proprio negli anni in cui questa ha cono-
sciuto il suo più intenso sviluppo»585. Dall’altro, tuttavia, osserviamo che l’insieme vario e ar-
ticolato delle misure previste, sia come contributi in conto capitale che come mutui a tasso
agevolato, produsse effetti di stimolo al di sotto delle aspettative. Le motivazioni addotte in
proposito da Podbielski sono di una certa importanza: limitatezza delle somme complessive
messe a disposizione della Cassa durante questa fase, «accresciuto vantaggio relativo di loca-
lizzare nuovi investimenti o espandere quelli esistenti» al Nord, data la forte crescita di
quell’area, e, infine, l’introduzione di una serie di altri incentivi, anche al di fuori del Sud, che
annullò parzialmente «l’attrattiva della localizzazione industriale meridionale»586. Alle conse-
guenze di determinate scelte politiche si affiancano quindi effetti propri dello sviluppo capita-
listico italiano: effetti che forse erano più difficili da evitare.

585
S. CAFIERO, Tradizione e attualità del Meridionalismo, cit., p. 110. Cfr. anche V. ZAMAGNI, Dalla periferia
al centro. La seconda rinascita economica dell'Italia/1861-1990, il Mulino, Bologna, 1993 (2a edizione), pp.
470-471.
586
Op. cit., p. 49.
183

5.3. Le Aree e i Nuclei industriali negli anni sessanta

a)L’evoluzione della legislazione e degli interventi fino al piano quinquennale


Una importante novità introdotta con le disposizioni del 1957 fu costituita dalla creazione
dei cosiddetti ‘centri di sviluppo’, con l’obiettivo di determinare in aree selezionate «econo-
mie esterne simili a quelle esistenti nelle regioni più avanzate del paese, assicurando così alle
imprese che si localizza[va]no in tali centri la vicinanza di industrie complementari, la dispo-
nibilità di servizi e un mercato del lavoro maggiormente diversificato»587. A ciò corrisponde-
va anche un ripensamento del modello di industrializzazione, da uno di tipo ‘equilibrato’ ad
uno ‘squilibrato’, ovvero non più distribuito pressappoco uniformemente su tutto il territorio,
«ma solo in alcuni punti, o “poli di sviluppo”, con intensità variabile per l’insieme
dell’economia considerata» e caratterizzati dalla presenza di una o più ‘imprese motrici’, qua-
si sempre di grandi dimensioni588.
La loro concreta definizione prese il via solamente a partire dalla legge n. 555 del 18 luglio
1959, dopo una discussione che portò alla decisione di estendere il campo di azione non solo
alle località industriali, ma anche a quelle aree che comunque avessero mostrato in passato
«un potenziale di rapido sviluppo e favorevoli prospettive di ulteriore espansione»589. In ogni
caso, tutte le zone dovevano «disporre di un territorio sufficientemente ampio ed omogeneo
corrispondente ad un certo numero di comuni raggruppati intorno ad un centro principale», e,
nel contempo, «essere adatte a promuovere e realizzare una ampia trasformazione economico-
ambientale», con una attrezzatura tale «da riuscire ad attrarre nel loro interno nuove iniziative
industriali».
587
Ibid., p. 46.
588
G. DELLA PORTA, op. cit., pp. 7-8. «Tuttavia la creazione di un “polo di sviluppo” - scriveva ancora questo
autore - è possibile solo là dove i dati naturali sono favorevoli e i cambiamenti di struttura da esso avviati si rea-
lizzano attraverso una serie di squilibri che si ammortizzano o si amplificano. In sostanza non si ha sviluppo sen-
za migrazione, senza disoccupazione frizionale, senza eliminazione delle imprese più deboli, senza involuzione
di certe zone, senza rottura violenta di certe abitudini e comportamenti, senza modificazioni della struttura socia-
le. Ciò pone un duplice problema […]: è necessario d’un lato ammortizzare gli effetti degli squilibri […] e,
dall’altro, formare i quadri imprenditoriali e quelli intermedi, in grado di cogliere le occasioni di investimento
che la “impresa motrice” […] crea al suo sorgere. Si tratta cioè di stimolare la creazione di una piccola e media
industria complementare e collaterale rispetto ai grandi complessi, in grado di contribuire a una espansione della
produzione ed a riassorbire gli squilibri economico-sociali conseguenti al sorgere del “polo di sviluppo”, renden-
do così utile per le popolazioni locali gli investimenti già effettuati e caratterizzati da un elevato rapporto capita-
le-occupati».
589
G. PODBIELSKI, op. cit., p. 46.
184

Gli obiettivi suddetti - scriveva ancora Besusso - presuppongono peraltro che le aree in questione
rispondano a due diversi ordini di esigenze: in primo luogo che dispongano di quei fattori cosiddetti
agglomerativi ed ubicazionali che costituiscono la base perché le iniziative industriali siano attratte a
localizzarsi in quel punto (infrastrutture di base, iniziato processo di sviluppo economico, riserva di
manodopera, ecc.); in secondo luogo occorre che esista localmente una coagulazione d’interessi tale
da dar vita ad appositi organismi destinati ad assumere il compito di attrezzare e gestire conveniente-
mente l’area590.

Si giunse così alla designazione delle «Aree di sviluppo industriale» e dei «Nuclei di indu-
strializzazione»: le prime avrebbero dovuto avere una popolazione di almeno 200.000 abitanti
ed i secondi, destinati ad attività industriali di piccola dimensione su base locale, di meno di
75.000 persone. Al loro interno furono costituiti consorzi tra enti locali per l’elaborazione di
un piano regolatore e l’attuazione delle opere in esso previste, mentre spettavano alla Cassa
per il Mezzogiorno la concessione degli incentivi industriali e lo stanziamento di fondi per
specifiche infrastrutture, e alle imprese pubbliche la realizzazione di determinati investimenti
sulla base di quote prestabilite. In quest’ultimo caso la legislazione del 1957 fissava infatti
l’obbligo per le Partecipazioni statali di destinare al Mezzogiorno almeno il 60% degli stan-
ziamenti per la creazione di nuovi impianti e il 20% degli investimenti totali, cui si affiancò
quello per la pubblica amministrazione di riservare almeno il 20% dei propri contratti di forni-
tura ad imprese del Sud. Si trattava di provvedimenti tutt’altro che secondari, i quali, come
vedremo, avrebbero avuto un ruolo decisivo nel determinare prima i cambiamenti e dopo le
difficoltà dell’economia meridionale591.
Con la citata legge n. 1.462 del 1962 le competenze della Casmez furono ampliate e speci-
ficate: l’istituto provvedeva interamente alle spese per la redazione dei piani regolatori, fino
all’85% dell’importo a quelle per le opere di infrastruttura, e forniva ai consorzi contributi
non oltre il 50% per la costruzione di rustici industriali e i finanziamenti per le espropriazioni
dei terreni necessari all’edificazione degli stessi e all’impianto delle industrie. Alle imprese
localizzate venivano inoltre concessi fondi per la realizzazione di alloggi per i propri dipen-
denti variabili dal 35 al 40% del totale e, nei casi in cui ricorrevano «particolari esigenze di
sviluppo industriale», erogazioni per gli invasi e per le relative opere adduttrici allo scopo di
migliorare l’approvvigionamento idrico, che non potevano superare il 40% dei costi comples-
sivi. L’ente interveniva, infine, «nella costruzione e nella integrazione di quelle strutture rite-
nute necessarie per la funzionalità delle aree e dei nuclei», in particolare i porti e gli aeropor-
ti592.
Al 31 dicembre 1961, praticamente dopo poco più di due anni di concreta attività in questo
settore, erano state avviate 9 Aree di sviluppo industriale (Asi) e 14 Nuclei di industrializza-
zione (Ni): nella regione qui considerata, alla stessa data avevano ottenuto l’approvazione del
Comitato dei ministri per il Mezzogiorno (che precedeva il decreto di riconoscimento emana-
to dal Presidente della Repubblica) l’Area della Val Pescara e il Nucleo di industrializzazione
di Avezzano593. Con l’esercizio 1962-’63 ad essi si aggiunse il Nucleo del Vastese594, e l’anno

590
M. BESUSSO, op. cit., p. 116, anche per le citazioni precedenti.
591
PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, L’intervento straordinario nel Mezzogiorno (1950-1984), cit., p.
66; G. PODBIELSKI, op. cit., p. 49.
592
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1962-’63, cit., pp. 58-59.
593
M. BESUSSO, op. cit., p. 119. Ci fu anche chi rivendicò una presunta primogenitura dei Nuclei e delle Aree
abruzzesi: T. BELLISARIO, L’idea dei nuclei di industrializzazione è nata in Abruzzo, in «Prospettive meridiona-
185

successivo fu inserito anche il Nucleo industriale di Teramo595, mentre la costituzione di quel-


lo della Valle del Sangro ancora nella prima metà degli anni sessanta era stata solamente pre-
annunciata596. In tutto il Sud, al termine dei primi quindici anni della Casmez erano ormai sta-
te definite 39 zone, di cui 12 Asi e 27 Ni597.
In Abruzzo la scelta dei territori di maggiore concentrazione industriale fu fatta tenendo
presente la precedente localizzazione degli insediamenti produttivi, che si era distribuita da un
lato lungo la fascia costiera, dall’altro lungo le vie di comunicazione che univano la regione
(sia Teramo che Pescara-Avezzano) con la capitale Roma. Il complesso delle infrastrutture e-
sterne di viabilità, fattore rivelatosi di importanza decisiva, confermava «la validità obiettiva»
delle opzioni: l’Asi della Val Pescara e i Nuclei di Teramo e del Vastese (che insieme al Nu-
cleo industriale di Ascoli Piceno costituivano «le principali componenti dell’area di sviluppo
del medio Adriatico») erano infatti tutti situati sul versante orientale, facilmente collegato con
le regioni vicine e con il Settentrione attraverso la statale 16, la ferrovia adriatica e presto an-
che l’autostrada adriatica; quest’ultima anzi sarebbe stata «tangente agli agglomerati (nei qua-
li in sostanza si concreta l’attrezzatura delle aree e dei nuclei industriali) di Montesilvano, Val
Pescara e S. Salvo e molto vicina a quelli di S. Nicolò a Tordino (Teramo), di Lanciano e Or-
tona (area di Chieti-Pescara), per il tramite rispettivamente della SS. 80 e delle provinciali
Lanciano-S. Vito Chietino e Ortona-Orsogna». Per contro, il Nucleo industriale di Avezzano
si collocava «nel cuore della regione», unito da un apposito braccio autostradale
all’importante giuntura di raccordo tra l’Abruzzo e l’area del medio Tirreno costituita dalla
Roma-L’Aquila-Adriatico, e «disposto lungo la direttrice Avezzano-Popoli-Pescara,
anch’essa con caratteristiche autostradali»598.
Con riferimento a quest’ultimo caso, è possibile prendere in esame la Rela-
zione sulle condizioni e i requisiti necessari per la creazione di un nucleo di in-
dustrializzazione secondo i criteri stabiliti dal Comitato dei ministri per il Mez-
zogiorno, che il Consorzio per l’industrializzazione in provincia dell’Aquila, at-
tivo per il Fucino, aveva preparato per l’apposita Commissione interministeriale
sul finire del 1960. Leggiamo nella prefazione:
E’ noto che, affinché possa sorgere e prosperare l’iniziativa di carattere industriale, necessitano al-
cune premesse indispensabili, quali la facilità di comunicazioni, la vicinanza a grandi mercati,
l’esistenza di infrastrutture di base, come ad esempio: centrali termoelettriche, linee di comunicazione
ed esistenza di un avviato processo di industrializzazione con la presenza di aziende grandi e medie
già operanti. Tutte queste premesse sono pienamente soddisfatte nella zona di Avezzano per la sua po-

li», 1962 (8), n. 12, pp. 12-17. Comunque un quadro riassuntivo delle Aree e dei Nuclei creati in Abruzzo si tro-
va in IARES, Rapporto sulla situazione economica, sociale e territoriale della regione Abruzzo, Solfanelli, Chieti,
1990, pp. 429-431.
594
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1962-’63, cit., pp. 57-58.
595
ID., Bilancio 1963-’64, cit., p. 197.
596
ID., Programma per l’esercizio 1962-’63. Tredicesimo esercizio, cit., p. 193.
597
ID., Bilancio 1963-’64, cit., p. 200; ID., Bilancio 1964-’65, cit., p. 229. Queste le 12 Asi: Valle del Pescara,
Pianura Pontina, Caserta, Napoli, Salerno, Bari, Brindisi, Taranto, Catania, Palermo, Siracusa e Cagliari. Per
contro, i 27 Ni erano i seguenti: Ascoli Piceno, Teramo, Avezzano, Vastese, Gela, Valle del Sacco, Rieti, Avelli-
no, Foggia, Lecce, Potenza, Valle del Basento, Crotone, Golfo di Policastro, Piana di Sibari, Reggio Calabria,
Santa Eufemia Lametia, Caltagirone, Gela, Messina, Ragusa, Trapani, Oristanese, Sassari, Sulcis Iglesiente, Tor-
toli-Arbatax e Olbia.
598
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma quinquennale, cit., p. 382, anche per le precedenti citazioni.
186

sizione geografica. Posta nel cuore d’Italia, a cavallo tra l’Adriatico ed il Tirreno, ad appena 115 chi-
lometri da Roma ed a 196 da Napoli; nodo di importanti arterie stradali per le comunicazioni con Ro-
ma, Pescara, Aquila, Rieti e Napoli, servita da una linea principale ferroviaria con scalo merci di ade-
guata capacità, presenta le condizioni obiettive per l’attuazione di un vasto programma di industrializ-
zazione599.

Del resto, nell’ambito territoriale del comune principale erano già stati realizzati alcuni
complessi industriali, da uno zuccherificio «di interesse nazionale» alla nuova cartiera, «con-
siderata la più grande d’Europa» (peraltro entrambi ulteriormente ampliati grazie
all’intervento straordinario)600, ad altri stabilimenti prevalentemente nell’ambito della lavora-
zione del legno, della fabbricazione di sedie o delle segherie (Panceri, Baroni, Giffi e Coope-
rativa San Rocco, rispettivamente con 190, 160, 60 e 50 dipendenti).

Il fermento delle iniziative in atto, poi, mette in evidenza la constatazione che nella zona è in corso
un celere processo di industrializzazione, condizione questa che ha imposto la urgente necessità di di-
sciplinare quella tendenza alla concentrazione, già osservata, di iniziative industriali concretamente
affermatesi nell’ambito territoriale del Comune. […] Solo negli ultimi anni si sono sviluppate e poten-
ziate molteplici industrie, inoltre molteplici sono le richieste di terreni da parte di Società industriali e
di privati, interessati all’insediamento di nuovi impianti nella zona.

La stessa Avezzano veniva descritta come un «centro nevralgico di notevole importanza


agricola, commerciale ed industriale», capoluogo della vasta plaga dell’ex lago estesa per ol-
tre 13 mila ettari, nella quale operava l’Ente Fucino, «per provvedere alla trasformazione fon-
diaria dei territori caduti sotto esproprio e per favorire la industria ed il turismo». In tutto nella
città si contano 2.209 addetti nelle industrie manifatturiere, di cui il 52,51% (1.160) in aziende
con più di 50 dipendenti, percentuale che scendeva al 44,26% considerando anche gli altri
comparti (per lo più estrattivi e delle costruzioni). Abbiamo già visto nella parte dedicata alla
riforma fondiaria e alle sue conseguenze (par. 2.3) come dal 1951 al 1961 si fosse registrata
una crescita nell’occupazione industriale di 808 unità nella sola Avezzano e di altre 882 in tut-
ti i comuni della zona (v. tabb. 2.8 e 2.9), in parte legata ai paralleli cambiamenti intervenuti
nelle forme di conduzione dell’agricoltura (numerosi ex-braccianti ebbero un posto o nei can-
tieri aperti direttamente dalla Cassa o, soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni cin-
quanta, nelle nuove iniziative industriali). Tuttavia, in quella sede avevamo anche rilevato
come, per contro, nel decennio 1961-1971 gli occupati nel settore secondario fossero addirit-
tura calati di 1.177 persone (-662 nella sola Avezzano), con una contrazione generale del nu-
mero degli attivi di 1.985 unità (v. tab. 2.10) e un accentuarsi dei fenomeni migratori. Tra i
vari fattori che giocarono a sfavore dello sviluppo vi fu da un lato l’indebolimento degli sforzi
della Casmez nella realizzazione delle infrastrutture generali (e quindi la possibilità di impie-
go diretto in tali attività), dall’altro il fatto che l’effettivo avvio degli stanziamenti per il Nu-
cleo industriale non si ebbe prima dell’inizio del programma quinquennale 1965-’69.

599
CONSORZIO PER L’INDUSTRIALIZZAZIONE IN PROVINCIA DE L’AQUILA, Nucleo di industrializzazione di Avez-
zano. Relazione sulle condizioni e requisiti necessari per la creazione di un nucleo di industrializzazione secon-
do i criteri stabiliti dal Comitato dei ministri per il Mezzogiorno, Avezzano, 15 dicembre 1960, anche per le al-
tre informazioni e citazioni da questa fonte.
600
Nel documento la cartiera e lo zuccherificio venivano indicati rispettivamente con 800 e con 400 operai; natu-
ralmente, anche per la cartiera il mercato aveva un’ampiezza nazionale.
187

Più in generale, infatti, solo a partire dal suo tredicesimo esercizio (1962-’63) la Cassa co-
minciò ad assumere concreti impegni finanziari, che riguardarono in particolare la redazione
dei piani regolatori e il successivo svolgimento dei lavori per le infrastrutture601. Nello speci-
fico, questi ultimi consistevano in sistemazioni dei terreni, allacciamenti stradali e ferroviari,
costruzione di impianti di approvvigionamento di acqua e di energia elettrica per usi sia indu-
striali che civili, realizzazione di fognature e altre «opere di interesse generale volte a favorire
la localizzazione industriale»602. Normalmente, si trattava di interventi previsti nel piano rego-
latore. Tuttavia, «data la necessità di operare tempestivamente nei casi di esigenze non proro-
gabili, a causa di insediamenti industriali in atto», il Comitato dei ministri per il Mezzogiorno
poteva autorizzare l’istituto a realizzare «opere urgenti di infrastrutture anche in assenza di un
piano regolatore definitivamente approvato». In questi casi ai consorzi venivano concessi con-
tributi e relative anticipazioni pari al 70% della spesa calcolata: bastava la redazione del pro-
getto preliminare di massima del piano regolatore. Le eccezioni erano consentite per superare
le lungaggini che richiedeva il procedimento di attivazione del piano regolatore definitivo:
una volta affidato l’incarico a degli esperti, andava elaborato un primo progetto, che poi do-
veva essere presentato alla già citata Commissione interministeriale e votato; dopo la prima
votazione, di solito venivano apportate alcune modifiche, che segnavano il passaggio dal pro-
getto di massima a quello definitivo, e quindi si arrivava all’approvazione finale.
Al 30 giugno 1965 lo stato di avanzamento dei piani regolatori delle Aree e dei Nuclei a-
bruzzesi non era migliore rispetto al resto del Sud: l’Area della Valle del Pescara e i Nuclei di
Teramo e Avezzano avevano ottenuto il voto sul progetto di massima, mentre il Nucleo del
Vastese era ancora nella fase di prima elaborazione. Gli altri comprensori meridionali si tro-
vavano anch’essi per lo più tra la redazione del piano di massima e il voto sullo stesso, per
quanto sette (4 Asi e 3 Ni) avessero già elaborato il piano definitivo (in 5 casi anche approva-
to), e altrettanti (una Asi e 6 Ni) non avessero neanche incominciato, dovendo ancora affidare
il relativo incarico603. In base ai progetti presentati, i dati sulle somme da erogare, sulle super-
fici da attrezzare e sui nuovi posti di lavoro che si sarebbero creati, in Abruzzo e nel Mezzo-
giorno erano quelli della tab. 5.11.

TAB. 5.11. Elementi di costo delle opere di infrastruttura desunti dai piani regolatori di Aree e Nuclei
presentati al 30 giugno 1965
Consorzi Ettari da Nuovi Costo opere di infrastruttura (in migliaia) Addetti per
attrezza- posti di Nel complesso Per addetto Per ettaro da attrezzare ettaro
re lavoro Carico Totale Carico Totale Carico Totale
previsti Consorzio Consorzio Consorzio
Asi – Val Pescara 979 20.000 18.829.000 18.829.000 940 940 19.230 19.230 20,4
Ni – Avezzano 155 3.000 787.000 787.000 260 260 5.070 5.070 19,3
Ni – Teramo 80 6.000 1.529.000 1.529.000 250 250 19.120 19.120 75
Totale Abruzzo 1.214 29.000 21.145.000 21.145.000 729 729 17.418 17.418 23,9
Tot. reg. mer. 26.671 424.800 528.548.000 760.587.000 1.230 1.770 19.890 28.540 16,1
Fonte: CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1964-’65. Relazione, cit., p. 228.

In Abruzzo dovevano essere sistemati 1.214 ettari (senza considerare il Nucleo del Vaste-
se), il 4,55% rispetto a quelli previsti per l’insieme delle regioni meridionali; per contro,
l’occupazione era di 29.000 unità, il 6,83% sul totale, con una spesa a carico dei singoli con-
sorzi (e quindi dell’intervento straordinario) di 21 miliardi e 145 milioni, esattamente il 4% su
quanto calcolato per l’intero Sud. Va poi tenuto presente che complessivamente nel Mezzo-
601
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1962-’63, cit., p. 59.
602
Ibid., p. 207, anche per le citazioni che seguono.
603
ID., Bilancio 1964-’65, cit., p. 224.
188

giorno una quota di fondi abbastanza consistente (il 30,51%) era erogata da organismi, pre-
sumibilmente imprese private, distinti dalla Cassa, cosa che in Abruzzo non avveniva. Nono-
stante tale differenza, i costi per addetto nelle tre zone considerate (e specialmente nei due
Nuclei industriali) risultavano sensibilmente inferiori a quelli medi, anche guardando ai soli
finanziamenti della Cassa; notiamo, invece, come i costi per ettaro da attrezzare fossero molto
più vicini alla media, appena un po’ più bassi (con l’eccezione del Ni di Avezzano), mentre
gli addetti per ettaro ne erano sensibilmente al di sopra, specialmente nel caso di Teramo. Il
livello regionale di quest’ultimo valore era di 23,9, contro 16,1 per tutte le Aree e i Nuclei in-
teressati: se ne può dedurre che la tipologia di insediamenti industriali previsti in Abruzzo
(specialmente quelli da sviluppare nel Ni di Teramo, ma la conclusione è valida anche per
Avezzano e per Pescara), rispetto al resto del Mezzogiorno, era ancora una volta più labour
che capital intensive (del resto abbiamo già visto come in questo periodo nella sola Teramo
ben 850 nuovi posti di fossero creati nel settore delle ceramiche).
Comunque, in attesa di definizione dei piani regolatori esecutivi, i consorzi si avvalsero
ampiamente dell’autorizzazione ad eseguire opere per motivi d’urgenza: al 30 giugno 1965
erano pervenute alla Cassa richieste di anticipazione per l’attuazione di 146 progetti (con una
spesa complessiva di 60 miliardi e 710 milioni); di questi, 66 erano già stati approvati, per un
totale di 27 miliardi di cui oltre 23 miliardi e 179 milioni a carico dell’ente, e 43 appaltati, per
19 miliardi e 224 milioni. Dall’Abruzzo provennero 26 progetti, per 4 miliardi e 859 milioni:
11 risultavano già approvati alla metà del 1965, con uno stanziamento di un miliardo e 921
milioni, quasi per intero erogato dalla Casmez (un miliardo e 633 milioni); 9 riguardavano la
Valle del Pescara, per 630 milioni a carico dell’ente, e 2 il Nucleo del Vastese, per un impe-
gno dell’istituto di ben un miliardo e 3 milioni. Nella regione, 4 lavori, tra cui i due relativi al
Vastese, erano già stati anche appaltati, per un miliardo e 154 milioni. Il settore che ricevette
più fondi fu quello idrico, nel cui ambito si collocava la principale opera di questo periodo,
l’acquedotto industriale nel Nucleo del Vastese, con un costo di 804 milioni. Il Vastese risul-
tava quindi, a quella data, la zona maggiormente beneficiata, benché fosse l’unica a non avere
ancora presentato il piano regolatore di massima604. Al 30 giugno 1965 l’erogazione comples-
siva ammontava in Abruzzo a 397 milioni, cifra che rappresentava il 5,02% dei 7 miliardi e
906 milioni distribuiti per l’insieme delle Aree di sviluppo e dei Nuclei di industrializzazione:
eravamo al di sotto, quindi, della corrispondente quota regionale di popolazione, che nel pe-
riodo 1960-’65, stando alla solita fonte di Paci e Saba, raggiungeva in media il 6,49%.
La legge n. 717 del 26 giugno 1965 introdusse alcune modifiche nelle disposizioni che re-
golavano l’attività dell’ente nel settore. Per quanto riguarda la concessione degli incentivi fi-
nanziari, si decise di proseguire sul doppio binario del credito agevolato e dei contributi in
conto capitale. Nel primo caso, al livello ministeriale spettò adesso l’elaborazione, nel piano
di coordinamento pluriennale, dei criteri generali cui i progetti dovevano conformarsi605, men-
tre gli istituti di credito speciali e ordinari compivano le valutazioni di merito tecnico e finan-
ziario e il controllo sul successivo impiego dei fondi. Le somme riguardavano, «in via di prin-
cipio», gli investimenti fino ai 12 miliardi di lire; esse potevano però venire stanziate anche
per iniziative di importo superiore, non andando oltre in questo caso il 50% del totale, e con
saggi d’interesse crescenti in proporzione all’aumentare della spesa. Accanto alla dimensione,

604
Ibid., p. 111.
605
E’ questo un aspetto che rientra in quella più generale accentuazione del controllo politico sull’attività
dell’istituto, sancita proprio dalle disposizioni del 1965, che finì, a giudizio di Salvatore Cafiero, con il cambiare
radicalmente la natura originaria dell’intervento straordinario (Menichella meridionalista, cit., pp. 511-512).
189

gli altri due fattori che determinavano il livello del prestito e il tasso praticato erano la localiz-
zazione e il settore industriale. Sul primo punto, venivano naturalmente favorite le aree di svi-
luppo e i nuclei industriali, pur se con qualche rara eccezione.

Per quanto concerne il criterio del settore industriale – leggiamo in Podbielski – si dava la prefe-
renza alle industrie «moderne in sviluppo» quali quelle alimentari, chimiche, meccaniche e dei beni
capitali, nonché a quelle che impiegavano in ampia misura le risorse locali. […] La quota finale con-
cessa era in funzione della somma dei punti percentuali ottenuti in base a ciascuno dei tre criteri606.

Con la normativa del 1965, inoltre, la quota dei finanziamenti sulle scorte fu aumentata dal
30 al 40%. In generale, nel programma quinquennale 1965-’69 i mutui agevolati erano ancora
considerati «il caposaldo del sistema di industrializzazione del Mezzogiorno», con una stima,
anzi, di una loro ulteriore crescita nella seconda metà degli anni sessanta. Già allora, tuttavia,
si riteneva anche che non fossero un tipo di intervento ideale, «in quanto troppo distorsivo in
favore degli investimenti a più alto rapporto capitale-lavoro»607.
I contributi in conto capitale vennero ridotti dal 25 al 20% sulla spesa per
l’acquisto di macchinari e impianti (ma potevano raggiungere il 30% se le im-
prese fornitrici erano meridionali), limitati ai soli nuovi stabilimenti, con esclu-
sione, quindi, dei rinnovi e delle conversioni. Anche in questo caso nel piano di
coordinamento erano stabilite le priorità concernenti la localizzazione, il settore
e la dimensione dell’investimento: priorità analoghe a quelle fissate per la con-
cessione del credito agevolato. Importante fu la decisione di procedere con
maggiore determinazione verso progetti di minori dimensioni. A questo riguar-
do nel piano 1965-’69 si sottolineava l’esigenza – posta anche dal Programma
di sviluppo economico nazionale – che, dopo i grandi impianti di base ad alto
tasso di capitale e bassa occupazione, lo sviluppo industriale meridionale si ri-
volgesse al sorgere di «imprese di medie dimensioni aventi un alto grado di ef-
ficienza tecnologica e notevole capacità di assorbire manodopera», cioè in so-
stanza alle industrie manifatturiere e trasformatrici, «allo scopo di valorizzare,
da un lato, gli apporti produttivi di semilavorati delle industrie di base e,
dall’altro, di assicurare alle industrie stesse servizi e mezzi complementari per
l’esercizio e la manutenzione»608. Nell’insieme, tuttavia, queste intenzioni erano
contraddette dalla notevole importanza che continuavano ad avere le facilitazio-
ni creditizie in favore di iniziative economicamente più impegnative.
Nel complesso – riassume Podbielski – i nuovi incentivi industriali risultavano maggiori che in
passato, erano più orientati verso industrie suscettibili di promuovere lo sviluppo ed erano più selettivi.
Inoltre, vi era uno spostamento della preferenza, per la concessione di crediti agevolati, ai progetti di

606
G. PODBIELSKI, op. cit., pp. 58-59; cfr. anche PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, L’intervento straor-
dinario nel Mezzogiorno, cit., p. 69.
607
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma quinquennale, cit., p. 154.
608
Ibid., pp. 145-146.
190

investimento di maggiori dimensioni e uno spostamento nella direzione opposta, per i contributi in
conto capitale609.

Ai cambiamenti nell’attività ‘indiretta’ di promozione


dell’industrializzazione si aggiunsero quelli che furono introdotti nella cosiddet-
ta attività ‘diretta’, ovvero nell’attrezzatura delle Aree e dei Nuclei, nel tentativo
di rendere più spedita ed efficace la realizzazione delle infrastrutture. Numerosi
consorzi, infatti, svolgevano i loro compiti con difficoltà a causa della povertà
di fondi e spesso anche della mancanza di conoscenze tecniche.
Per superare queste deficienze - scrive ancora Podbielski – venne attribuita alla “Cassa” la funzio-
ne di eseguire in parte le opere di attrezzatura del comprensorio, mentre ai consorzi fu riservata l’opera
di promozione e assistenza alle iniziative industriali nonché quella di gestione e manutenzione delle
infrastrutture. Il Piano di coordinamento indicava i progetti che dovevano essere eseguiti dalla “Cassa”
e quelli da affidare ai consorzi, i quali potevano anche beneficiare dei prestiti della “Cassa” stessa a
tale scopo610.

Infine, l’art. 15 della legge n. 717 del 1965 previde riduzioni tariffarie nei trasporti ferro-
viari e marittimi, con particolare riferimento ai macchinari e materiali «occorrenti
all’ammodernamento delle aziende meridionali», alle materie prime e semilavorati «necessari
ai cicli di lavorazione e trasformazione industriale», e ai prodotti finiti (compresi quelli agri-
coli e ittici) ‘esportati’ fuori dal Mezzogiorno. Il rimborso dei mancati introiti delle Ferrovie
dello Stato sarebbe avvenuto a cura dell’istituto, con una previsione di spesa per la seconda
metà degli anni sessanta di circa 20 miliardi611.

b) L’Area di sviluppo industriale della Val Pescara


I fondi destinati nel piano quinquennale all’attrezzatura dei comprensori furono 150 mi-
liardi, di cui 127 e 372 milioni per le sole regioni meridionali e 8 miliardi e 724 milioni per
l’Abruzzo: una quota, quest’ultima (6,85%) più o meno in linea con quella della popolazione
regionale nello stesso periodo (6,29%). Del resto, la sola Asi della Val Pescara si trovava in
condizioni tali da consentire una «concentrazione globale di interventi su tutte le direttrici
programmatiche»612. Per una superficie consortile di 88.900 ettari, essa comprendeva i due
capoluoghi provinciali Chieti e Pescara ed altri 20 comuni, tra cui Lanciano e Ortona, con una
popolazione residente, nel 1969, di 347.889 persone613. Al suo interno erano stati costituiti 4
agglomerati industriali, Chieti-Pescara, Ortona, Lanciano e Valsaline, con una estensione ri-
spettivamente di 734, 24, 36 e 160 ettari614. Approvato in via definitiva il piano regolatore nel
dicembre 1966, l’impegno della Cassa si concentrava, nel corso del quinquennio, nella «at-
trezzatura completa» dei due agglomerati di Pescara e Val Saline (Chieti) e nella dotazione,
609
Op. cit., p. 60.
610
Ibid., p. 58.
611
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma quinquennale, cit., pp. 152-153, anche per le citazioni precedenti.
Nello stesso programma veniva precisato che «la misura e le modalità di concessione delle tariffe di favore» sa-
rebbero state stabilite dal Ministro dei Trasporti e dell’Aviazione Civile, «di concerto con il Ministro per gli in-
terventi straordinari nel Mezzogiorno e con il Ministro del Tesoro».
612
Ibid., p. 160. In tutto il Sud vi erano anche le aree di Salerno, Bari, Brindisi e Taranto.
613
IASM, Le aree e i nuclei industriali del medio Adriatico, 1972.
614
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1969. Relazione, cit., p. 198.
191

per gli altri due agglomerati di Lanciano ed Ortona, di quelle «opere specifiche ritenute più
urgenti ai fini degli insediamenti industriali già definiti»615.
In particolare, furono stanziati 5 miliardi e 275 milioni (oltre il 60% del totale regionale),
di cui 2 miliardi e 70 milioni per l’ampliamento dell’aeroporto di Pescara, di natura intersetto-
riale (v. par. 3.2). Altri 500 milioni vennero spesi per il collegamento dell’area con la viabilità
urbana di Pescara e del porto (anche questo a funzione intersettoriale), e il resto, 2 miliardi e
705 milioni, per opere di viabilità principale e di servizio, per raccordi ferroviari e per il mi-
glioramento dell’approvvigionamento idrico-industriale. Nel 1969 erano già stati assunti im-
pegni per 6 miliardi e 349 milioni, mentre l’anno successivo si sarebbe data in appalto la co-
struzione del raccordo dell’asse attrezzato con l’autostrada e la statale 16, per altri 5 miliardi.
Realizzate queste opere, l’agglomerato di Chieti-Pescara risultava «quasi completamente
dotato di infrastrutture», e la sola zona di Chieti, addirittura, «ormai del tutto satura». Per i
vertici della Casmez ciò che stava accadendo in Val Pescara era motivo di soddisfazione. Nel-
la Relazione al bilancio 1969 vi si faceva «un cenno particolare», in quanto ai «cospicui inve-
stimenti» per attrezzature interne alle zone di insediamento, si erano affiancate «opere esterne
di rilievo», a funzione anche intersettoriale, quali il collegamento dell’agglomerato con le cit-
tà di Pescara e di Chieti e l’ampliamento dell’aeroporto. L’agglomerato di Chieti-Pescara era
peraltro «già intensamente interessato da impianti industriali», tanto che si dovette «sviluppa-
re l’acquisizione dei terreni da porre a disposizione di nuove industrie»616.
Per contro, i centri di Ortona e Lanciano necessitavano ancora di alcune ope-
re viarie, grazie alle quali sarebbero stati «ottimamente collegati con le grandi
vie di comunicazione interessanti il tessuto stradale nazionale e internazionale».
Nel 1970 erano previste la realizzazione della strada che univa Ortona con il
porto e l’ultimazione delle infrastrutture per Lanciano. Per l’avvenire, questi la-
vori suscitavano un grande ottimismo: «La prossima realizzazione di altre infra-
strutture – leggiamo ancora nella Relazione al bilancio del 1969 – lascia preve-
dere uno sviluppo economico-sociale notevole, non solo nelle zone direttamente
interessate ma in tutto il comprensorio consortile, anche al di fuori di esso»617.
Durante gli anni sessanta la principale attività industriale nel comprensorio consortile era
quella manifatturiera, di cui alcuni comparti costituivano i «fondamenti essenziali del proces-
so di industrializzazione dell’intera vallata»618. Alla data di riconoscimento del consorzio (31
dicembre 1962), tutte le imprese del comparto – di natura non artigianale, con più di 10 addet-
ti – erano localizzate nell’agglomerato principale di Chieti-Pescara (9 nell’area di Chieti e 6 in
quella di Pescara), con l’unica eccezione di un’azienda a Ortona. In tutto venivano impiegate
1.744 persone, di cui 220 stagionali, con una occupazione media per azienda di 109 unità.
Ben 783 lavoratori si trovavano in due complessi legati alla carta e cartotecnica, di cui solo
uno - la Celdit di Chieti Scalo - ne contava 700; seguivano l’abbigliamento, pelli e cuoio,
con 2 imprese e 216 dipendenti, i minerali non metalliferi, 2 imprese per 187 dipendenti, e il
comparto alimentare, con 4 unità locali e 329 addetti di cui 220 stagionali; piuttosto bassa era
615
ID., Programma quinquennale, cit., p. 170.
616
ID., Bilancio 1969, cit., p. 17.
617
Ibid., p. 198, anche per le citazioni precedenti.
618
CRESA (Centro Regionale di Studi e Ricerche per lo Sviluppo Economico e Sociale dell’Abruzzo),
L’industria manifatturiera in Abruzzo, L’Aquila, 1974, p. 208. Da quest’opera sono riprese le altre notizie (com-
prese le citazioni) che seguono sul sistema industriale del comprensorio consortile di Pescara-Chieti
192

invece la presenza della meccanica (4 stabilimenti e 122 operai) e della chimica (un solo sta-
bilimento con 40 occupati). A Chieti prevalevano le produzioni alimentari, della carta e, in
misura minore, del vestiario, mentre a Pescara quelle legate ai minerali non metalliferi, pro-
babilmente come conseguenza dell’espansione edilizia. Inoltre, a Chieti quasi tutti gli inse-
diamenti erano sorti già prima dell’inizio delle agevolazioni, realizzandosi «spontaneamente,
dietro la spinta dei soli fattori naturali di localizzazione»; a Pescara, invece, la maggior parte
delle attività si erano sviluppate alla fine degli anni cinquanta, avvalendosi sia degli incentivi
della Casmez che di quelli erogati dall’amministrazione comunale, che andavano dalla ces-
sione di terreni a prezzi vantaggiosi alla esenzione da alcune imposte municipali.
Al 31 dicembre 1970, le imprese industriali erano salite da 16 a 73 e i lavoratori aumentati
di 5.000 unità, con un rapporto per insediamento leggermente diminuito, da 109 a 106. Il più
ampio numero di addetti (2.130) era assorbito dai soli 6 complessi dell’abbigliamento, pelli e
cuoio; seguivano le 19 aziende del comparto metalmeccanico, con 1.365 dipendenti, le 12 dei
minerali non metalliferi con 903, le 14 degli alimentari con 893, le 4 della carta e cartotecnica
con 694; in ultimo, vi erano i 5 stabilimenti della chimica e dei derivati del petrolio, con 471
occupati, e i 13 del legno e affini, con una manodopera complessiva di 288 persone. Il vestia-
rio e la metalmeccanica, quindi, crebbero notevolmente, giungendo a rappresentare, da soli,
oltre la metà del comparto manifatturiero.

Analizzando separatamente tali settori – si legge nella pubblicazione del Cresa da cui stiamo pren-
dendo queste notizie – notiamo che per il vestiario vi è una carenza, alla data del ’70, quasi assoluta
della industria tessile produttrice della materia prima necessaria; per il settore delle pelli e del cuoio
bisogna, invece, dire che le due unità che si sono insediate prima del riconoscimento dell’area ed il
borsificio di Lanciano (localizzatosi successivamente), utilizzano una parte non trascurabile di materie
prime della regione. Per il metalmeccanico, si nota un gran numero di unità che si dedica alla costru-
zione e riparazione dei mezzi di trasporto, mentre scarsamente rappresentate sono le attività di produ-
zione di macchine per l’uso dell’agricoltura e nelle industrie alimentari.

Sempre alla fine del 1970, il valore complessivo dei 69 finanziamenti agevolati concessi
alle unità manifatturiere (con più di 10 addetti) localizzate nell’area di sviluppo era di 12 mi-
liardi e 790 milioni, di cui 8 miliardi e 390 milioni per le 31 nuove iniziative e 4 miliardi e
400 milioni per i 38 ampliamenti e ammodernamenti. La zona di Chieti fu quella più benefi-
ciata, con 35 mutui (15 per nuovi impianti e 20 per ampliamenti) per un importo di 6 miliardi
e 728 milioni, il 52,60% del totale. Seguivano, in ordine decrescente, Pescara con 3 miliardi e
228 milioni (il 25,24%), Sambuceto con un miliardo e 882 milioni (il 14,71%), Ortona con
666 milioni (il 5,21%) e Lanciano con 286 milioni (il 2,24%).
A questa distribuzione territoriale dei prestiti della Casmez ne corrispondeva una molto
simile dell’insieme degli investimenti industriali realizzati dal 1963 alla fine del 1970. Questi
ammontavano a 36 miliardi e 195 milioni, dei quali 20 miliardi e 195 milioni finiti a Chieti,
10 miliardi e 123 milioni a Pescara, 3 miliardi e 75 milioni a Sambuceto, 2 miliardi e 40 mi-
lioni a Ortona e, infine, un miliardo e 263 milioni a Lanciano. Quasi ovunque i finanziamenti
della Cassa costituivano un terzo o poco meno della spesa complessiva, con l’eccezione di
Sambuceto, dove superavano il 60%, e di Lanciano, dove erano meno di un quarto.
Considerando l’incremento dell’occupazione, notiamo che ogni posto di lavoro era venuto
a costare circa 7,3 milioni, con un livello un po’ più basso a Chieti (5,4 milioni), significati-
vamente più alto a Pescara (12,6 milioni). Il rapporto tra aumento di capitale e aumento di la-
voratori (dK/dL) nell’area della Val Pescara risultava inferiore a quello medio del Mezzogior-
193

no in tutte le classi di attività considerate, ad eccezione delle pelli e cuoio e della carta e carto-
tecnica (ma per quest’ultima gli investimenti avevano riguardato esclusivamente
l’ammodernamento di imprese preesistenti, senza crescita della manodopera), come mostrato
nella tabella 5.12, riferita sempre ai soli stabilimenti con più di 10 addetti.

TAB. 5.12. Val Pescara e Mezzogiorno: coefficiente marginale capitale/lavoro (dK/dL) nei settori
dell’industria manifatturiera nel periodo 1963-1970 (milioni di lire correnti)
Settori Alimentare Vestiario Pelli e Legno e Metalmec- Minerali non Carta e car- Chimico e derivati Manifatture
cuoio affini canico metall. totecnica del petrolio varie
dK/dL per 8,0 1,2 9,2 5,5 8,7 7,5 – 11,6 6,7
l’area
dK/dL per 10,6 6,7 5,8 6,3 7,7 10,3 12,6 15,4 11,9
il Mezz.
Fonte: CRESA, L’industria manifatturiera in Abruzzo, cit., p. 226.

Lo studio del Cresa, pubblicato proprio nel 1974, a ridosso dello scoppio della prima crisi
petrolifera, giudicava questi dati in maniera per lo più negativa, quali «espressione di una cer-
ta fragilità» del sistema produttivo. La constatazione che alcuni settori, quali il vestiario,
l’alimentare, ecc., fossero particolarmente arretrati, sotto il profilo del rapporto capita-
le/lavoro, rispetto ad una circoscrizione già di per sé non particolarmente avanzata qual era
quella del Mezzogiorno, costituiva un «motivo di preoccupazione per le prospettive future
dell’area», specie in considerazione del fatto che «lo sviluppo tecnologico industriale [faceva]
sempre più ricorso, nella realizzazione dei programmi d’investimento, ad un più elevato rap-
porto capitale/lavoro». Suscitava dubbi anche lo stretto legame di molte imprese con l’attività
edilizia regionale. Il fatto che le attività di produzione dei beni intermedi si concentrassero
«specialmente in classi di attività strettamente connesse a quella edile» portava a «considera-
zioni negative» sulla struttura industriale della Val Pescara, essendo evidente che «un sistema
industriale legato in parte notevole ad una sola domanda, anche se questa è ancora dotata [..]
di ampi margini di assorbimento, è soggetto a fenomeni congiunturali dai quali potrebbero de-
rivare delle conseguenze negative per tutta l’industria della zona». Di positivo, veniva messa
in risalto la minore difficoltà nella creazione di nuova manodopera, dato il più basso volume
di investimenti richiesti, che erano «il fattore limitazionale fondamentale».

c) Il Nucleo di industrializzazione di Teramo


Il Nucleo di industrializzazione di Teramo vide l’approvazione del piano regolatore defini-
tivo il 29 aprile 1967619. La superficie del comprensorio consortile era di 18.597 ettari e inte-
ressava Teramo, Castellalto, S. Atto e S. Nicolò, con una popolazione residente, al 1969, di
51.151 persone620. Al suo interno l’agglomerato prescelto per la localizzazione industriale era
il paese di Sant’Atto, lungo il corso del Tordino, su un’area di 118,7 ettari. Gli interventi per
l’attrezzatura del territorio non furono, almeno durante gli anni sessanta, particolarmente rile-
vanti: nel programma quinquennale vennero stanziati appena 678 milioni di lire, per la co-
struzione di reti idriche e fognanti e di raccordi ferroviari. La situazione complessiva della zo-
na era del resto abbastanza soddisfacente. Nel programma quinquennale l’energia elettrica era
considerata «sufficiente a fronte dei bisogni», mentre la rete stradale dell’agglomerato si rac-
cordava con le statali n. 80 per L’Aquila e Giulianova e n. 81 per Ascoli Piceno, e le comuni-
cazioni ferroviarie erano assicurate dalla linea Teramo-Giulianova, collegata con l’arteria Bo-
619
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1969, cit., p. 197.
620
IASM, op. cit.
194

logna-Pescara-Lecce. Il problema principale era costituito dal fabbisogno idrico, assicurato


dai pozzi durante gli anni sessanta. Per la sua soluzione stava allo studio «la possibilità di uti-
lizzare la sottocorrente del torrente Vezzola per una disponibilità complessiva di circa 50
l./sec.»621. Comunque, al 31 dicembre 1969 erano stati impegnati solo 198 milioni.

Le linee programmatiche della Cassa – leggiamo nella Relazione al bilancio del 1969 – tendono a
dotare l’agglomerato di acque industriali, mentre nel medesimo è stata avviata la realizzazione di un
primo complesso di infrastrutture urgenti e sono affidate – per tutte le opere infrastrutturali dell’intero
agglomerato – le relative progettazioni: nel 1970 è prevista la progettazione esecutiva622.

In tutta la provincia, nel 1961, le aziende manifatturiere con più di 10 dipendenti erano
128, gli addetti 4.545; nel 1970 le prime salgono a 223, i secondi a 10.389 (il numero medio
di occupati per stabilimento passa da 35,5 a 46,6). Nell’agglomerato del nucleo, alla data di
costituzione del consorzio (marzo 1964) si contavano 428 lavoratori, di cui 338 nelle 3 impre-
se dei minerali non metalliferi, 10 in una di pelli e cuoio e 80 in una alimentare, che tuttavia
sospese la propria attività alla fine del 1964. Per la netta prevalenza di imprese orientate alla
produzione di beni di consumo rispetto a quelle produttrici di beni strumentali, la struttura
dell’industria manifatturiera della provincia, a metà anni sessanta, si presentava «ancora stret-
tamente dipendente dalle attività produttrici di beni di consumo e da quelle connesse con
l’attività edilizia»623.
Al 31 dicembre del 1970, le unità manifatturiere di una certa importanza nell’agglomerato
di Teramo erano aumentate fino a 15, con 705 attivi ed una dimensione media scesa da 85,6 a
47 (in controtendenza, quindi, rispetto al resto della provincia), come si può vedere nella tab.
5.13. Gli investimenti ammontavano a 7 miliardi e 7 milioni, di cui il 68,8% (4 miliardi e 648
milioni) nei minerali non metalliferi, comparto che continuava a detenere la maggior parte dei
lavoratori (385) e delle aziende (5). I finanziamenti agevolati della Casmez ammontavano a 4
miliardi e 194 milioni, quasi il 60% del totale, di cui 3 miliardi e 251 milioni (il 77,5%, una
quota ancora maggiore di quella degli investimenti) nei minerali non metalliferi. Seconda in
ordine di importanza era l’industria della plastica, con 889 milioni di cui 557 forniti dal credi-
to speciale; nel 1970 vi risultava occupato un centinaio di unità lavorative, divise su tre stabi-
limenti.
Somme notevolmente inferiori furono assorbite dagli altri comparti, per un’ampia tipologia
di iniziative, che andavano dall’alimentare alle pelli e cuoio, al legno e affini, alla metalmec-
canica, fino alla carta e cartotecnica. Guardando i dati dell’ultima colonna, osserviamo come i
fondi stanziati per i minerali non metalliferi avessero un’incidenza occupazionale relativa-
mente assai più bassa, con un rapporto capitale/nuovo addetto molto al di sopra della media;
inoltre, delle 5 imprese beneficiate, solo due erano di nuova costituzione. A far diminuire il
numero di unità produttive per lavoratore furono quindi gli altri settori, tutti con una più mo-
desta intensità di capitale, la cui diversificazione vedeva la sola rilevante assenza del tessile.
La grande maggioranza della manodopera, pertanto, venne creata grazie ad attività che rice-
vettero solo una piccola parte delle erogazioni complessive.

621
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma quinquennale, cit., p. 170, anche per la citazione precedente.
622
ID., Bilancio 1969, cit., p. 197.
623
CRESA, L’industria manifatturiera in Abruzzo, cit., p. 254. Da questo studio del Cresa sono riprese anche le
altre notizie, comprese le citazioni, riguardanti le industrie del Teramano.
195

TAB. 5.13. Agglomerato di Teramo: unità manifatturiere con almeno 10 lavoratori, addetti, investi-
menti, finanziamenti e investimento per nuovo occupato dal 1963 al 1970 (importi in mi-
gliaia)
Settori Unità Addetti % add. Investim. % inv. Finanziam. % fin. Inv. per occ.
Alimentare 1 20 2,8 40.000 0,6 20.000 0,5 2.000
Pelli e cuoio 1 10 1,4 32.000 0,5 17.000 0,4 –
Legno e affini 2 52 7,4 270.000 4,0 101.000 2,4 5.192
Carta e cartotecnica 1 80 11,3 800.000 12,0 116.000 2,8 10.000
Minerali non metall. 5 385 54,6 4.648.005 68,8 3.251.000 77,5 98.894
Metalmeccaniche 2 58 8,2 328.000 4,8 132.000 3,1 5.655
Plastiche 3 100 14,2 889.000 13,3 557.000 13,3 8.890
Totale 15 705 100,0 7.007.005 100,0 4.194.000 100,0 19.627
Fonte: Elaborazione da CRESA, L’industria manifatturiera in Abruzzo, cit., pp. 254-255-256.

d) Il Nucleo di industrializzazione del Vastese


L’approvazione del piano regolatore definitivo per il Nucleo di industrializzazione del Va-
stese avvenne solo il 4 gennaio 1968. Il comprensorio consortile aveva una superficie di
13.826 ettari, e al suo interno l’agglomerato era ubicato a S. Salvo, su un’area di 315 ettari al-
lo sbocco della valle del Trigno624. Oltre alla stessa S. Salvo, gli altri comuni interessati erano
Vasto e Cupello, con una popolazione residente al 1969 di 35.491 persone625.
Abbiamo già visto come, nonostante il ritardo nella presentazione del piano regolatore,
fosse proprio questa la zona dove nella prima metà degli anni sessanta si concentrarono gli
sforzi maggiori, con lo svolgimento di importanti lavori per l’approvvigionamento idrico in-
dustriale. Tale impegno proseguì nel corso del programma quinquennale, per uno stanziamen-
to complessivo di 2 miliardi e 330 milioni, secondo solo a quello dell’area della Val Pescara.
Di questi fondi, 800 milioni erano destinati al «potenziamento della riserva idrica in deriva-
zione dal Trigno», con la realizzazione della diga di Chiauci (di natura intersettoriale), in gra-
do di elevare la disponibilità di acqua da 300 a 700 litri al secondo, «onde far fronte ai fabbi-
sogni dei previsti nuovi insediamenti industriali»626. Sebbene nel 1969 quest’opera si trovasse
ancora nella fase di progettazione, se ne aumentò la portata fino a circa 500 litri al secondo,
grazie ad aggiustamenti nella derivazione dal Trigno per S. Salvo e all’avvio della costruzione
dell’impianto di trattamento delle acque, per un costo di 678 milioni. Con tali provvedimenti,
almeno nel comune di S. Salvo, alla fine degli anni sessanta si riteneva che la situazione
dell’approvvigionamento idrico a fini industriali potesse essere soddisfacente627.
Il resto dei finanziamenti venne messo a disposizione della viabilità principale e di servi-
zio, dei raccordi ferroviari e della rete fognante. I principali collegamenti esistenti alla metà
degli anni sessanta erano le statali n. 16 per Ancona e Bari e n. 86 per l’interno della regione,
cui si affiancava la linea ferroviaria Bologna-Pescara-Lecce, mentre erano in corso di svolgi-
mento, a cura dell’amministrazione ordinaria, lavori per il tratto di autostrada Pescara-Trigno,
che avrebbe attraversato l’agglomerato628. Al 31 dicembre 1969 la spesa a carico della Cassa
per tutte le infrastrutture ammontava a un miliardo e 694 milioni: rimanevano ancora da rea-
lizzare il collegamento dell’abitato di Cupello con la zona industriale e la relativa «rete di di-
stribuzione idrica sia industriale che potabile», mentre era stata «completata l’organizzazione

624
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1969, cit., p. 198.
625
IASM, op. cit.
626
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma quinquennale, cit., p. 171.
627
ID., Bilancio 1969, cit., pp. 17 e 198.
628
ID., Programma quinquennale, cit., p. 171.
196

dell’assetto infrastrutturale» dell’area di S. Salvo629, interessata dal grosso complesso indu-


striale della Società italiana vetro (Siv).
Vale la pena sottolineare che la realizzazione di questo stabilimento costituiva allora la
principale iniziativa finanziata dalla Casmez in Abruzzo: realizzazione grazie alla quale co-
minciò a delinearsi il «moderno volto industriale del Vastese».

A quanto è dato sapere – leggiamo ancora nello studio del Cresa – gli elementi che condussero a
questa localizzazione furono, in ordine di importanza: l’esistenza di un porto nella zona, la disponibili-
tà di metano, di acqua, di energia elettrica; una rete stradale che rendeva agevoli i collegamenti tra lo
stabilimento, Napoli, Roma, e che più tardi, in conseguenza dell’apertura delle autostrade Bologna-
Canosa e Roma-Adriatico, li avrebbe resi ancor più agevoli; collegamenti ferroviari altrettanto vantag-
giosi; manodopera abbondante630.

Queste opportunità localizzative soddisfacevano, evidentemente, le esigenze dell’azienda,


sorta su iniziativa dell’Eni e dell’Efim in società con l’americana Libbey Owens Ford Glass,
da cui essa acquistò la tecnologia allora più diffusa del vetro tirato: tecnologia che poi sarebbe
stata sostituita da quella del float-glass messa a punto dalla Pilkington (attuale proprietaria
dello stabilimento). La Siv, divenuta ben presto il più grande gruppo del settore vetrario in
Italia (e uno dei più importanti del mondo), doveva poter disporre innanzitutto di energia e di
acqua. Fattore decisivo, in questo senso, fu senz’altro il rinvenimento dei giacimenti di meta-
no purissimo all’inizio degli anni sessanta, su cui ci siamo già soffermati nel precedente para-
grafo. Ma un ruolo di primo piano svolsero anche gli interventi nel settore idrico portati avanti
dalla Cassa. Quanto poi all’energia elettrica, sulla metà degli anni sessanta essa era già consi-
derata sufficiente, ed eventualmente facilmente integrabile grazie alla sua produzione sempre
attraverso l’uso del metano631. L’esigenza di importare dall’estero le materie prime necessarie
alla produzione spiega l’importanza attribuita alla presenza nelle vicinanze del porto di Vasto
(in grado di assicurare l’attracco di navi fino a 6.000 tonnellate), per il cui potenziamento non
a caso la Casmez avviò, proprio nel 1963, un vasto programma di opere, come abbiamo visto
nel paragrafo 3.3.
La costruzione della fabbrica iniziò nel 1962 e già tre anni dopo l’impianto era in piena at-
tività. Successivamente vennero apportati ampliamenti e modifiche, «in corrispondenza delle
crescenti esigenze produttive»632. All’inizio degli anni settanta la manodopera raggiungeva le

629
ID., Bilancio 1969, cit., p. 198.
630
CRESA, L’industria manifatturiera in Abruzzo, cit., p. 259.
631
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma quinquennale, cit., p. 171.
632
CRESA, op. cit., p. 260. Il 17 ottobre del 1965 giunse a Vasto in visita ufficiale l’allora ministro per il Mezzo-
giorno Giulio Pastore. Dai resoconti giornalistici si possono ricavare altre informazioni sulla struttura industriale
della zona. Con specifico riferimento alla Siv, in uno di essi leggiamo: «Nei sei stabilimenti in cui la SIV è sud-
divisa, verranno prodotte 32 mila tonnellate annue di vetro tirato in lastre di vario spessore e tipo; 20 mila ton-
nellate di cristalli; 85 mila tonnellate di lastre per l’edilizia ed autoveicoli; vetri di sicurezza, per circa 24 mila
tonnellate; 2 mila tonnellate di fibre di vetro. Le materie prime e sussidiarie occorrenti si ragguagliano in circa
350 mila tonnellate annue. Il metano, nella misura di 500 mila mc. al giorno, è assicurato dai vicini giacimenti di
Cupello. Vapore ed energia sono forniti da una centrale elettrica provvista da turbine a gas metano della potenza
di 6 mila Kw ciascuna, mentre l’acqua necessaria al ciclo di produzione è contenuta in un serbatoio della capaci-
tà di tremila mc., il più grande del suo genere in Europa. Altro impianto che testimonia l’imponenza del com-
plesso è quello per la molatura e la lustratura del cristallo, la cui linea, lunga 700 metri e del peso di 6 mila ton-
nellate, può smaltire fino a 4.500.000 mq. di produzione. L’impianto per la curvatura e la tempera di parabrezza
per autoveicoli ha una potenzialità produttiva di 700 mila unità all’anno. Il movimento annuale degli automezzi
197

3.000 unità: un livello occupazionale che più o meno si mantenne anche nel corso decennio,
con il fatturato e l’export che, nonostante la crisi petrolifera, crebbero entrambi ad un ritmo
del 20-25% annuo633. Al 31 dicembre 1970 l’investimento complessivo ammontava a 45 mi-
liardi, con una quota per addetto di circa 15 milioni: sui 32 miliardi, più del 70%, furono ero-
gati dal credito speciale634. L’importanza di questo stabilimento dev’essere valutata - ha rile-
vato il Cresa - non soltanto sul piano del suo «apporto diretto allo sviluppo economico della
zona», ma anche sulla base del suo «apporto indiretto», considerando cioè il ruolo da esso
svolto come ‘azienda pioniera’ o, per dirla con Della Porta, come ‘impresa motrice’.

E’ infatti assai probabile – scrive ancora il Cresa, riportando il parere di diversi imprenditori e di-
rigenti della zona – che i buoni risultati della scelta ubicazionale operata dalla S.I.V. hanno condizio-
nato le decisioni di altri operatori che in quello stesso periodo erano alla ricerca di aree per insedia-
menti industriali nella provincia di Chieti635.

Sempre con riferimento al comparto dei minerali non metalliferi, nell’agglomerato indu-
striale di Vasto - S. Salvo si installarono, tra le altre, anche l’azienda Icomi, specializzata nella
preparazione di materie prime per il vetro, e la Gessi S. Salvo, addetta alla produzione di ges-
so. Ad esse bisogna aggiungere una serie di imprese che dal 1963 al 1970 si costituirono ex-
novo o ampliarono i loro organici a Vasto, anche se alcune negli anni dal 1963 al 1965 dovet-
tero affrontare difficoltà di natura congiunturale, con conseguente riduzione della manodope-
ra. Comunque al 31 dicembre 1970 - stando sempre ai dati forniti dal Cresa - operavano nel
territorio vastese 12 aziende manifatturiere con più di 10 dipendenti, per una occupazione di
374 persone e una dimensione media di 31 addetti.
Un quadro generale della situazione del settore e dei finanziamenti erogati dalla Casmez,
nell’agglomerato industriale e nell’intero Nucleo del Vastese viene esposto nella tabella 5.14,
elaborata da tre tabelle della stessa fonte. I dati confermano l’importante ruolo svolto dal
comparto dei minerali non metalliferi, con una quota di investimenti superiore alla media re-
gionale. Oltre alla Siv, vi operavano 6 aziende minori, da considerarsi sub-fornitrici della me-
desima. Nessuna delle altre produzioni registra una presenza paragonabile: un po’ di fondi ri-
sultano erogati, in ordine decrescente, per l’alimentare, per il legno e per la metalmeccanica,
ma sempre su livelli non particolarmente significativi.

TAB. 5.14. Agglomerato industriale e intero nucleo del Vastese: unità manifatturiere con almeno 10
lavoratori, investimenti e finanziamenti al 31 dicembre 1970 (importi in migliaia)
Agglom. ind. di S. Salvo(a) Vasto Nucleo di industrializzazione
Settori Aziende(b) Addetti Invest. Aziende(c) Aziende Finanz. / nuovi Finanz. / totale
impianti
Alimentare 1 10 30.000 2 3 868.400 1.006.200
Tessile, abbigliamento, pelli – – – 3 3 77.200 77.200
e cuoio
Legno e affini 3 100 510.000 1 4 330.000 330.000
Metalmeccaniche 2 85 488.000 1 3 186.000 250.000
Minerali non metalliferi 5 3.170 46.040.000 2 7 26.930.500 32.682.800
Chimico – – – 1 1 – 80.000
Varie – – – 2 2 23.000 23.000
Totale 11 3.365 47.068.000 12 23 28.415.100 34.449.200
(a) Tutte queste attività sono sorte nel corso degli anni sessanta.

occorrenti alla Siv è calcolato in 9 mila carri ferroviari e 11 mila automezzi» (G. CATANIA, Pastore visiterà il 17
le industrie del Vastese, in “Il Tempo”, Roma, 7 ottobre 1965).
633
C. FELICE, Da «obliosa contrada» a laboratorio per l’Europa, cit., p. 430.
634
CRESA, L’industria manifatturiera in Abruzzo, cit., pp. 260 e 263.
635
Ibid., p. 260.
198

(b) A parte la Siv anno tutte una dimensione media compresa tra i 10 e i 50 dipendenti.
(c) Hanno tutte una dimensione media compresa tra i 10 e i 50 dipendenti. In questo caso, inoltre, sono compre-
se anche le attività eventualmente precedenti l’istituzione del nucleo di industrializzazione.
Fonte: Elaborazione da CRESA, L’industria manifatturiera in Abruzzo, cit., pp. 260, 262 e 263.

e) Il Nucleo di industrializzazione di Avezzano


Quanto al Nucleo di Avezzano, l’approvazione del suo piano regolatore definitivo avvenne
il 3 novembre 1966: la superficie consortile era di 10.404 ettari. L’agglomerato industriale,
esteso su 283 ettari, distava un paio di chilometri e mezzo dal centro urbano ed era definito
dallo «spazio territoriale ubicato intorno a due grandi imprese preesistenti alla data del
’61»636, vale a dire lo zuccherificio e la cartiera. La popolazione residente nel Nucleo rag-
giungeva, nel 1969, le 32.281 unità.
Qui le prime opere, come abbiamo già visto, furono previste con il programma quinquen-
nale. Si trattava di uno stanziamento limitato: 441 milioni, di cui al 31 dicembre 1969 erano
stati impegnati meno della metà, per interventi nella viabilità, nelle reti idriche e nelle fogna-
ture637. Del resto, in questa zona i principali lavori, per quanto riguardava sia i collegamenti
stradali e autostradali che il rifornimento idrico, vennero svolti a partire dalla seconda metà
degli anni sessanta nell’ambito delle infrastrutture generali (v. paragrafi 3.3 e 4.2) e, in alcuni
casi, anche a cura dell’amministrazione ordinaria, come ad esempio per il congiungimento
con l’autostrada Roma-L’Aquila, appaltato nel 1965638. L’attività della Casmez, comunque,
risentì in questa circostanza di ritardi e carenze: per l’alimentazione idrica l’acquedotto in co-
struzione, derivante dal collettore del Fucino e con una portata di circa 120 litri al secondo,
venne iniziato nel 1965, ma nel 1969 non era ancora stato terminato639. Non si registrarono
sostanziali miglioramenti neppure nella fornitura di energia elettrica, sebbene nel piano quin-
quennale questa fosse giudicata insufficiente in rapporto alle esigenze. La situazione appariva
migliore nei raccordi ferroviari, grazie alle due linee Roma-Avezzano-Pescara e Avezzano-
Roccasecca-Napoli640. In sostanza, le comunicazioni del Nucleo industriale di Avezzano con
Roma, Napoli e con il resto della regione erano relativamente soddisfacenti, ma persistevano
ostacoli e strozzature nella disponibilità di acqua e di energia.
TAB. 5.15. Agglomerato di Avezzano: unità manifatturiere con almeno 10 lavoratori, investimenti e finanziamen-
ti dal 31 dicembre 1961 al 31 dicembre 1970 (importi in migliaia)
S Al 31 dicembre 1961 s S Al 31 dicembre 1970 s
Settori Aziende Addetti Investim. % Aziende Addetti Investim. % Finanziam. %
Alimentare 1 177 (a) 3.923.000 45,8 2 193(b) 7.096.000 32,7 41.000 0,7
Tessile 1 28 121.000 1,5 2 112 1.095.000 5,1 304.000 4,9
Vestiario e abbigliam. – – – 3 350 995.000 4,5 465.000 7,5
Legno e affini 1 18 29.000 0,3 1 35 60.000 0,3 31.000 0,5
Carta e cartotecnica 1 200 4.485.000 52,4 1 491 11.101.800 51,3 4.900.000 78,3
Metalmeccaniche – – – – 3 130 900.000 4,1 300.000 4,8
Minerali non metalliferi – – – – 3 105(c) 371.000 1,7 155.000 2,5
Plastiche – – – – 2 65.000 0,3 20.000 0,3
Totale 4 423(a) 8.587.800 100 17 1416(b) 21.683.000 100 6.416.000 100
(a) Vanno aggiunte 500 unità stagionali. (b) Vanno aggiunte 680 unità stagionali. (c) Comprende anche le plastiche.
Fonte: Elaborazione da CRESA, L’industria manifatturiera in Abruzzo, cit., pp. 241, 242 e 243.

636
Ibid., p. 241.
637
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Programma quinquennale, cit., p. 170; ID., Bilancio 1969, cit., p. 197.
638
ID., Programma quinquennale, cit., p. 170.
639
ID., Bilancio 1969, cit., p. 197.
640
ID., Programma quinquennale, cit., p. 170.
199

La situazione generale dei finanziamenti, degli investimenti e delle imprese


costituitesi nel corso degli anni sessanta nell’agglomerato, come per i precedenti
casi, è riassunta nella tabella 5.15. Nonostante una certa diversificazione produt-
tiva, come si vede, restava predominante il peso dei settori alimentare e della
carta. Era soprattutto in direzione di quest’ultimo comparto che si concentrava
la stragrande maggioranza dei prestiti Casmez (il 78,3%), mentre l’espansione
degli investimenti negli alimentari, anch’essa di rilievo ma di minore entità, ve-
niva affrontata quasi esclusivamente con mezzi propri. I due tipi di attività, tut-
tavia, davano luogo ad effetti d’induzione «piuttosto modesti»:
La creazione di unità produttive collegate al ciclo di queste maggiori imprese – leggiamo sempre
nello studio del Cresa – è stata pressoché nulla, a parte alcune attività artigianali di riparazione e ma-
nutenzione. Inoltre, trattandosi di complessi facenti capo a gruppi aventi al di fuori della regione la se-
de decisionale ed il principale ambito di azione, le loro politiche commerciali, di forniture, di acquisti,
ecc., sono concepite ed attuate su una scala ben superiore a quella che può essere costituita nell’ambito
locale641.

Le altre aziende industriali erano tutte di minore importanza, «venutesi a creare a servizio
del mercato locale e delle zone circostanti». In questo caso, settori più tradizionali come il
tessile e l’abbigliamento, risultavano non solo meglio piazzati di altri come il metalmeccanico
e i minerali non metalliferi, sia per i finanziamenti ottenuti che per i posti di lavoro creati, ma
anche dotati di una maggiore dimensione media per addetto.

5.4. Una fase di svolta: Nuclei e Aree nella prima metà degli anni settanta

a) La nuova legislazione
Nel 1970 furono istituiti tre nuovi Nuclei industriali: all’Aquila, nel Sangro-Aventino e a
Sulmona. In tutta l’area dell’intervento straordinario, nello stesso anno si aggiunse un Nucleo
nella Sardegna centrale, cui seguirono nel 1971 quelli di Campobasso-Boiano e di Isernia-
Venafro, entrambi nel Molise; infine, tra il 1971 e il 1972 venne costituito il Nucleo di Vibo
Valentia, in Calabria642. La creazione di questi nuovi organismi era in linea con le più recenti
disposizioni legislative, sancite nella normativa del 6 ottobre 1971. All’articolo 8, infatti, ve-
niva auspicata una «penetrazione del processo di industrializzazione nei territori esterni alle
zone di concentrazione», spostando verso l’interno il «baricentro delle nuove realizzazioni».
L’obiettivo era duplice: da un lato «equilibrare meglio popolazione e risorse di lavoro e di
reddito», dall’altro «evitare pericolosi fenomeni di congestione industriale ed urbana»643, di
cui si avvertivano già i primi sintomi.

641
Op. cit., p. 245.
642
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1971, cit., p. 67; ID., Bilancio 1972, cit., p. 34.
643
ID., Bilancio 1971, cit., pp. 66-67.
200

Le scelte concrete ci mostrano, tuttavia, come ad essere perseguito sia stato almeno ini-
zialmente soprattutto il primo di questi scopi: le regioni di gran lunga più beneficiate furono
infatti l’Abruzzo e il vicino Molise, dove certo la «congestione industriale e urbana» era meno
grave che altrove, e dove, invece, permanevano situazioni di grave squilibrio, specialmente
fra l’interno e la costa. Con la formazione dei tre nuovi nuclei abruzzesi ci si proponeva - si
legge nel citato studio del Cresa - «di realizzare un anello di congiunzione tra poli già ricono-
sciuti ed operanti (apportando così allo sviluppo di questi ultimi importanti opportunità di in-
tegrazione) sfruttando soprattutto la loro posizione strategica ai fini del riequilibrio dello svi-
luppo economico regionale». I fattori che ne giustificarono l’approvazione erano pertanto di
due ordini, economico-sociale e geografico-territoriale: quelli del primo tipo erano da identi-
ficarsi nella «tendenza alla concentrazione industriale dimostrata da queste zone negli ultimi
anni», mentre i secondi derivavano dalla «rivoluzione in atto del sistema di comunicazioni
stradali e autostradali della regione», che rendevano tali aree «abbastanza favorite per la loca-
lizzazione di iniziative del settore secondario»644.
La legge n. 853 del 1971 stabilì anche nuovi criteri per la determinazione e la concessione
del credito agevolato e dei contributi in conto capitale. La banda di oscillazione delle quote
venne ridotta, oltre che legata più direttamente alla dimensione della spesa. Nello specifico,
per i progetti considerati piccoli, di importo non oltre il miliardo e mezzo, il finanziamento a
tasso di favore si concedeva nella misura del 35% degli investimenti globali, il contributo in
conto capitale nella misura del 35% degli investimenti fissi, percentuale elevabile di altri 10
punti per macchinari e attrezzature di provenienza meridionale. Per le altre categorie la banda
di oscillazione rimase, ma più ristretta: per le imprese con investimenti da 1,5 a 5 miliardi il
finanziamento poteva variare dal 35% al 50%, il contributo dal 15% al 20%; per quelle con
investimenti superiori a 5 miliardi il finanziamento poteva variare dal 30% al 50%, il contri-
buto dal 7% al 12%. Appare evidente la relativa importanza delle erogazioni a fondo perduto
nel caso delle iniziative minori, anche con l’obiettivo di «superare la difficoltà, più volte ri-
scontrata nella pratica operativa, di reperimento di sufficienti garanzie reali a fronte del finan-
ziamento»645. Emerge, per contro, anche il proposito del legislatore di voler mettere a disposi-
zione incentivi comunque di un certo rilievo per qualsiasi attività volesse collocarsi nel Mez-
zogiorno, ferma restando l’ulteriore spinta che veniva data, per la scelta di una determinata
zona o di un settore prioritario, sia dalle maggiorazioni nelle aliquote che dalle opere di at-
trezzatura del territorio.
Nell’ambito della contrattazione programmata, al Cipe spettavano ora compiti di coordi-
namento, «con visione unitaria», per quanto concerneva la localizzazione dei nuovi stabili-
menti o l’ampliamento di quelli già esistenti, «non soltanto in base a condizioni di economici-
tà aziendale ma anche con riferimento al progressivo ed armonico sviluppo di tutta l’area me-
ridionale»646. Su quest’ultimo punto, agevolazioni maggiori dovevano essere concesse per i
territori soggetti a più intenso spopolamento, soprattutto con riferimento alle piccole imprese,

644
CRESA, L’industria manifatturiera in Abruzzo, cit., p. 266.
645
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1971, cit., p. 66.
646
«Tale linea di politica economica - si legge sempre nella Relazione al bilancio 1971 - trova la sua estrinseca-
zione nel disposto dell’art. 14 della legge, concernente l’istituto della autorizzazione alla localizzazione dei nuo-
vi impianti di maggiori dimensioni in tutto il territorio nazionale: norma questa veramente innovativa e sostan-
ziale ai fini di dare concreta forza al disegno generale di un maggiore riequilibrio e dell’assetto territoriale nel
suo assieme e della posizione delle regioni più depresse in confronto a quelle più sviluppate». Ma l’importanza
pratica di questa norma fu molto limitata, come abbiamo già osservato (1.2).
201

caratterizzate da «attività manifatturiere a bassa intensità di capitale e aventi esigenze infra-


strutturali di carattere quasi esclusivamente generale»647. Per quel che riguarda la dimensione
e i comparti produttivi, le direttive emanate, come chiarito da Podbielski, davano la priorità
«in primo luogo agli investimenti di importo inferiore ai 5 miliardi di lire nell’industria mani-
fatturiera aventi un’intensità capitalistica relativamente bassa» e, in ultimo, «ai settori aventi
un’elevata intensità di capitale», quali la siderurgia, la metallurgia non ferrosa di base, la chi-
mica di base, la raffinazione del petrolio e così via648. Nonostante «svariate disposizioni ulte-
riori» abbiano «introdotto incertezze e ambiguità»649, nell’insieme si può riconoscere al nuovo
quadro normativo un certo riorientamento (adesso non più solamente auspicato) verso le unità
aziendali meno grandi e più labour-intensive, oltretutto in favore delle zone economicamente
meno sviluppate. Tale prospettiva, tuttavia, se appare evidente nel numero di pareri favorevo-
li, non fu tale da modificare nella sostanza i flussi di finanziamenti: in tutto il Mezzogiorno,
nel quinquennio 1970-’75 vennero infatti approvati 3.281 piccoli investimenti (tra i 100 e i
1.500 milioni), per un totale di 1.527 miliardi, 187 progetti di media grandezza (tra i 1.501 e i
5.000 milioni), per 542 miliardi, e 222 iniziative al di sopra dei 5.000 milioni, per un importo
complessivo di ben 5.741 miliardi650.

b) Il nucleo di industrializzazione dell’Aquila


Il Nucleo di industrializzazione dell’Aquila vide l’approvazione dello statuto consortile nel
1970, ma l’elaborazione del suo piano regolatore venne avviata solo nel 1973651. Interessava
esclusivamente il capoluogo regionale, con una popolazione residente, al 1969, di 58.845 uni-
tà. Le principali comunicazioni viarie erano date - siamo nel 1971 - dalla statale 17 per Ro-
ma (km 140), dalla statale 80 per Teramo (km 70), dalla statale 5 bis per Avezzano (km 62),
nonché dall’autostrada Roma-L’Aquila (km 103) e dalla diramazione della stessa per Avezza-
no (km 46,3). Minore importanza avevano i collegamenti ferroviari, con la sola linea Terni-
L’Aquila-Sulmona. Erano poi in corso di realizzazione i tronchi autostradali L’Aquila-Alba
Adriatica e Pescara-Sulmona-Avezzano, di cui era già stato aperto al traffico il tratto Pescara-
Manoppello (km 13,3), mentre era stata programmata una strada a scorrimento veloce per
l’unione della conca del Fucino con l’autostrada del Sole attraverso la Valle del Liri652.
Nel 1971 in tutta la zona, come si vede dalla tab. 5.16, risultano già attive 34 aziende, con
2.342 addetti, mentre altre 5 erano in costruzione (con 2.143 lavoratori previsti) e 4 in proget-
to (per 600/650 posti). La dimensione media delle imprese in esercizio raggiungeva quasi 69
dipendenti. Lo stabilimento della Siemens, costruito con l’apporto dei finanziamenti Casmez
già nel 1964 e adibito alla costruzione di apparecchiature elettroniche653, ne contava da solo
1.700, mentre tutte le altre fabbriche non superavano la cinquantina: queste ultime operavano

647
Ibid., p. 67. Si trattava di attività la cui importanza era stata «più volte riconosciuta per una integrazione della
struttura produttiva meridionale, soprattutto ai fini di un più spinto assorbimento di manodopera».
648
Op. cit., p. 68.
649
«Così i progetti di investimento - notava ancora Podbielski - avrebbero dovuto tener conto delle direttive del
Programma economico nazionale e dei programmi settoriali di promozione e di razionalizzazione. Inoltre, per i
settori ad alta intensità di capitale, nei quali il mercato è controllato da poche imprese, l’entità degli incentivi a-
vrebbe dovuto tener conto delle prospettive di mercato, della capacità tecnica e finanziaria dell’impresa e della
potenzialità produttiva creata dal progetto».
650
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1975, cit., p. 53.
651
ID., Bilancio 1973, cit., p. 40.
652
IASM, op. cit.
653
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Documentazione-quadro su «Mezzogiorno e industria», Roma, 1983.
202

soprattutto nei settori dei minerali non metalliferi, dell’alimentare, dell’abbigliamento e ve-
stiario, dove assicuravano un discreto numero di occupati per unità, ben maggiore, ad esem-
pio, di quello delle aziende metalmeccaniche, ancora poco più che artigianali.
Gli ulteriori interventi confermavano questi indirizzi, con l’abbigliamento e il vestiario che
sarebbero dovuti salire dal quarto al secondo posto e un’interessante espansione della lavora-
zione del legno e dei mobilifici: nel primo caso, tra le altre iniziative, era in programma
l’installazione di uno stabilimento (della società Pancaldi) per calzature da donna654, con 150
addetti, nel secondo erano in corso, sempre nel 1971, i lavori per un impianto della Estasis Sa-
lotti, per la produzione di mobilio e arredamento, con una manodopera di 200 persone. In pro-
spettiva compare anche la chimica con due complessi: uno destinato alla produzione di anti-
parassitari e l’altro di anticrittogamici, con una previsione, rispettivamente di 120 e 130 posti
di lavoro655.

TAB. 5.16. Nucleo di industrializzazione dell’Aquila: imprese industriali in esercizio, in costruzione o


in programma nel 1971
S Attive s S In costruzione s S In programma s
Settori Numero Addetti Numero Addetti Numero Addetti
Alimentare 9 136 – – – –
Minerali non metalliferi 10 187 – – – –
Abbigliamento e vestiario 3 118 2 125 1 150
Legno e mobili 3 83 1 200 – –
Metalmeccaniche 6 76 1 18 – –
Elettroniche 1 1.700 1 1.800 1 200/250
Chimiche 2 42 – – 2 250
Totale 34 2.342 5 2.143 4 600/650
Fonte: Elaborazione da IASM, Le aree e i nuclei industriali del medio Adriatico, cit.

Ma il settore maggiormente presente, come già detto, era quello dell’elettronica, che sareb-
be rimasto predominate anche in futuro, configurandosi come la vera attività portante dello
sviluppo industriale del territorio. Il 22 gennaio 1970 l’Iri presentò al Cipe un imponente pia-
no di ampliamento della Siemens, che comportava investimenti per 17 miliardi di lire nel
quinquennio 1971-’75 e per ulteriori 10 miliardi tra il 1976 e il 1980. L’occupazione aggiun-
tiva fu di 800 unità già nel 1971, a completamento del primo lotto656, e sarebbe arrivata a
1.800 alla fine del 1972: l’obiettivo ultimo era di raggiungere le 6.500 unità nel 1980, con una
crescita del fatturato annuo (a prezzi del 1970) dai 2 miliardi e 600 milioni del 1969 ai 35 mi-
liardi del 1980657. Il ritmo di espansione nel corso degli anni settanta fu molto confortante: nel
1976 si contavano quasi 5.000 operai, che in quanto a dimensioni collocavano il complesso al
quinto posto tra quelli realizzati in tutto il Mezzogiorno658. Apparteneva alla Siemens anche il
progetto per la realizzazione di una fabbrica di apparecchiature telefoniche, l’Italtel, che con i
suoi 250 dipendenti si sarebbe configurata come la seconda del comprensorio; alla fine degli
anni settanta, tuttavia, essa sarebbe andata incontro a notevoli difficoltà: dopo vari programmi
di riconversione sostanzialmente dovette passare dall’elettromeccanica all’elettronica.
Con queste iniziative l’Aquilano in quel decennio andava ulteriormente qualificandosi co-
me «polo elettronico» del sistema industriale abruzzese: un polo che rivestiva un ruolo decisi-
vo nello sviluppo regionale, tant’è vero che in riferimento ad esso - come pure alle fabbriche

654
ID., Bilancio 1972, cit., p. 39.
655
IASM, op. cit.
656
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1971, cit., p. 71.
657
IASM, op. cit.
658
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Documentazione quadro, cit.
203

dell’automobile e della chimica-famaceutica - si sposta la «fase dell’industrializzazione» a-


bruzzese sul finire degli anni sessanta659, in sostanza con un decennio di ritardo, come abbia-
mo già avuto modo di dire (v. par. 1.4), rispetto al boom registratosi a livello nazionale.

c) Il Nucleo di industrializzazione del Sangro-Aventino


Il Nucleo industriale del Sangro-Aventino, di cui si era iniziato a parlare già nella prima
metà degli anni sessanta (v. paragrafo precedente), fu costituito il 10 aprile 1970, mentre
l’anno successivo, l’11 gennaio, venne approvato il piano regolatore preliminare. Il comune
maggiore era quello di Atessa – nel cui ambito si trovava anche il relativo agglomerato indu-
striale, a 9 chilometri dal centro abitato – al quale si aggiungevano altri 8 paesi, per un totale,
al 1969, di 34.840 residenti. I più importanti collegamenti erano costituiti dalla statale 81 per
Chieti (km 55) e dalla statale 154 per Torino di Sangro (km 7), dalle linee ferroviarie Lancia-
no-Pescara e Lanciano-Castel di Sangro-Napoli, e dalla stessa autostrada A14, che passava
non molto lontano (ma ancora non era stata completamente aperta al traffico). Era in corso di
realizzazione, inoltre, la superstrada a scorrimento veloce fondovalle Sangro, che avrebbe do-
vuto unire l’autostrada del Sole con quella Adriatica (v. par. 3.2.). I porti più vicini erano
quelli di Ortona e di Vasto, rispettivamente a 30 e a 32 chilometri di distanza.
Per le infrastrutture specifiche dell’agglomerato, attraversato longitudinalmente dalla stata-
le 154, nel corso del 1972 vennero stanziati 600 milioni660. Furono messe in cantiere la rete
viaria di penetrazione ai lotti e la costruzione di un tronco ferroviario interno per il collega-
mento della Sangritana con l’Adriatica. L’estrema vicinanza al metanodotto Vasto-Rieti non
creava problemi per l’allacciamento e la fornitura di metano, mentre l’approvvigionamento
idrico era assicurato dall’acquedotto del Verde: per l’acqua potabile vi erano «ampie disponi-
bilità», per quella industriale si rendeva invece necessaria una integrazione mediante un com-
plesso alimentato dal Sangro e dall’Aventino. Dovevano, inoltre, venire ancora predisposti
l’impianto di depurazione, le fognature e i necessari lavori per l’elettrificazione661. Nel 1973
venne approvato un acquedotto a servizio dell’agglomerato industriale e anche, almeno in par-
te, dell’irrigazione del comprensorio, per un costo complessivo di un miliardo e 560 milioni,
cui si aggiunsero opere elettriche per altri 588 milioni662.
La superficie del comprensorio consortile era di 29.799 ettari: nel 1971 vi si trovavano in
funzione appena 8 imprese, con 231 addetti, mentre altre 4 erano in progettazione nel solo ag-
glomerato, per un’occupazione calcolata sul migliao di unità. La situazione generale di allora
è riassunta nella tabella 5.17.

TAB. 5.17. Nucleo di industrializzazione del Sangro-Aventino: imprese industriali in esercizio o in


programma nel 1971
S Attive s S In programma s
Attività/produzioni Numero Addetti Numero Addetti Sede
Surgelaz. prod. ortofrutt. – – 1 100 Atessa
Acque gassate 1 6 – – Casoli
Mangimi 1 25 – – Paglieta
Giocattoli – – 1 100 Atessa
Piastrelle 1 34 – – S. Eusanio del Sangro
Laterizi 3 144 – – Casoli, Paglieta, Castelfrentano
Calcestruzzo 1 14 – – Casoli
Reti metalliche – – 1 50 Atessa
Elettronica – – 1 750 Atessa

659
S. ALESSANDRINI e C. FAZZI, L’Abruzzo regione a metà del guado, cit., pp. 25-26.
660
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1972, cit., p. 36.
661
IASM, op. cit., anche per la precedente citazione.
662
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1973, cit., p. 41.
204

Chimiche 1 8 – – Casoli
Totale 8 231 4 1.000
Fonte: Elaborazione da IASM, Le aree e i nuclei industriali del medio Adriatico, cit.

Inizialmente la principale iniziativa di nuovo impianto - una fabbrica della Transco Italia
- avrebbe dovuto operare nell’elettronica (assemblaggio di componentistica), assorbendo, da
sola, oltre la metà della manodopera complessivamente prevista. Erano poi state programmate
altre due strutture di un certo interesse, una della ditta Val di Sangro, del gruppo Efim, per la
surgelazione dei prodotti ortofrutticoli, e un’altra della Plastico Italia, per la realizzazione di
giocattoli cinematografici, ciascuna con un centinaio di dipendenti: la prima avrebbe succes-
sivamente cambiato la denominazione in Frigodaunia, divenendo una realtà abbastanza con-
solidata nel settore dei precucinati surgelati; la seconda sarebbe riuscita ad esportare anche
all’estero. Per il resto in quest’area c’era molto poco, a parte alcune piccole aziende legate alle
costruzioni, sparse in vari paesi, tra cui la principale a Paglieta, con 67 lavoratori.
Nel corso degli anni settanta, tuttavia, furono predisposti ulteriori investimenti, tali da inci-
dere profondamente sull’economia dell’intera zona. Iniziò nel 1971 la Pirelli, nell’ambito di
un vasto piano di localizzazione nel Mezzogiorno, che riguardava «la produzione di pneuma-
tici, cavi elettrici e telefonici, parti in gomma per autoveicoli, calzature di gomma, articoli in
tela gommata per un importo complessivo di 76 miliardi», e che interessava, oltre alla Valle
del Sangro, anche la provincia di Potenza in Basilicata, quelle di Salerno e di Napoli in Cam-
pania, di Siracusa e Messina in Sicilia, di Bari in Puglia663. Nell’agglomerato di Atessa, fu re-
alizzata anche un’altra fabbrica, la Pac, con 180 operai, che produceva accessori per calzature,
precisamente suole in materiali plastici derivati dal petrolio.
Ma l’evento maggiormente significativo che accade in questo periodo nella valle del San-
gro riguarda non un’industria che sorge, bensì un progetto di grande industria che non si rea-
lizza. E’ una vicenda che segna profondamente la storia industriale non solo di questa specifi-
ca zona, ma dell’intero Abruzzo: forse il momento di svolta più importante. Ad un certo pun-
to, infatti, viene paventata la possibilità di creare una enorme raffineria di petrolio alla foce
del fiume, per la precisione nei pressi di Fossacesia, comune posto sulla riva sinistra del San-
gro, non incluso fra quelli del comprensorio industriale, ma abbastanza vicino all’agglomerato
di Lanciano. Un’apposita società, denominata Sangro-Chimica, si costituisce localmente:
un’operazione di facciata dietro la quale si celavano in realtà i corposi interessi delle multina-
zionali del settore (in particolare la Getty-Oil). L’iniziale costo della fabbrica si prevedeva in
100 miliardi, di cui 55 da coprire con incentivi statali. Finalmente dunque sembrava prender
corpo quell’idea della grande industria di base come presupposto dello sviluppo che veniva
vagheggiata - lo abbiamo visto (5.2) - anche nei propositi di programmazione in Abruzzo.
Non a caso si faceva leva proprio sulla particolare arretratezza della zona - «valle della mor-
te», veniva definita - per renderla ben accetta, come fosse la panacea di tutti i mali che stori-
camente affliggevano la regione.
La prospettiva del grande impianto petrolchimico tuttavia non si concretizza. Nonostante il
parere favorevole del consorzio per il Nucleo industriale e degli stessi ambienti governativi, il
progetto finisce con l’essere abbandonato per la tenace opposizione di un vasto movimento
che, sostenuto anche da personaggi e forze di livello nazionale, monta progressivamente dalla

663
ID., Bilancio 1971, cit., p. 72.
205

società civile fino a diventare vincente664. In questo modo il tema di una crescita industriale
eco-compatibile riesce ad imporsi nella scelta del modello di sviluppo, con sorprendente anti-
cipo rispetto ad altre aree del paese, e perfetto tempismo sulla imminente crisi energetica. Per
i possibili rischi ambientali vennero respinte anche altre iniziative, come quella della Rohm
and Haas Sud Kerb, pure operante nel settore chimico.
Un fattore decisivo, nel far sì che l’alternativa all’opzione petrolchimica non fosse il mero
immobilismo, fu rappresentato dal proposito della Fiat di installare nella stessa zona uno sta-
bilimento destinato al montaggio delle auto di piccola cilindrata, che avrebbe dovuto utilizza-
re i motori prodotti dalla fabbrica aperta a Termoli qualche anno prima. L’iniziativa, che
comportava un impiego di ben 3.500 operai, nel maggio del 1973 ottenne l’approvazione del
Cipe e, malgrado fosse rimasta congelata per alcuni anni in seguito al sopraggiungere della
crisi petrolifera, costituì sempre un argomento molto valido per il movimento di opposizione
alla raffineria665, fino al suo effettivo decollo sul finire degli anni settanta.
Comunque, non mancarono neanche alcune realizzazioni che si rivelarono un fallimento,
pur se il loro valore non fu mai troppo elevato. Il caso più clamoroso è senz’altro quello della
Lario Sud, insediatasi nel 1973 nell’agglomerato di Atessa e impegnata nella produzione di
sifoneria e rubinetteria, mercato che, tra l’altro, sembrava anche avere delle buone prospetti-
ve: incassò contributi per un miliardo e 300 milioni, di cui 470 a fondo perduto, ma venne di-
chiarata fallita dopo appena due anni di attività, e il suo proprietario venne arrestato con
l’accusa di truffa nei confronti dei clienti e dei fornitori.

d) Il Nucleo di industrializzazione di Sulmona


A Sulmona, il Nucleo industriale fu ufficialmente istituito il 9 gennaio 1970: l’anno se-
guente ottenne l’approvazione del piano regolatore preliminare da parte della Commissione
interministeriale, e nel 1972 quella del piano definitivo666. Interessava un unico comune, con
una popolazione nel 1969 di 21.623 persone. Tutto il comprensorio consortile si estendeva su
una superficie di 5.883 ettari, ed al suo interno l’agglomerato ne copriva 462, ad un paio di
chilometri e mezzo dal centro abitato. Le infrastrutture generali erano numerose: la statale 5
per Pescara (km 70) oppure per Roma (km 190), la statale 17 per L’Aquila (dopo 66 km) o
Castel di Sangro e quindi Napoli (dopo 185 km); i collegamenti ferroviari Roma-Sulmona-
Pescara, Sulmona-L’Aquila-Terni e Sulmona-Castel di Sangro-Vairano-Napoli. Si stavano
programmando la costruzione di una superstrada per Roccaraso e Castel di Sangro e, soprat-
tutto, il completamento, in fase di progettazione, dell’autostrada Avezzano-Sulmona-Pescara
(A25), di cui erano già stati aperti al traffico i tratti Roma-Avezzano e Pescara-Manoppello.
Quanto alle infrastrutture specifiche, erano previsti un raccordo tra l’agglomerato e l’A25 e
il raddoppio della statale 17 a diretto servizio dell’area, mentre la rete viaria di penetrazione ai
lotti al 1971 era in corso di progettazione. Per il futuro, si stavano approvando un ampliamen-
to dello scalo Roma-Sulmona-Pescara, la costruzione di un elettrodotto di adduzione ai lotti e
l’allaccio al gasdotto Vasto-Rieti, «senza bisogno di opere particolari»667.

664
Una ricostruzione della vicenda, con tutte le sue implicazioni di ordine generale, è fornita da C. FELICE, Da
«obliosa contrada» a laboratorio per l’Europa, cit., pp. 454-464.
665
Per la verità non mancò in questo una visione più specificamente anti-industrialista, basata sull’agricoltura e
sulle piccole attività di trasformazione ad essa connesse, espressione del mondo contadino e sostenuta anche da
una parte degli ambientalisti e degli stessi partiti di sinistra.
666
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1972, cit., p. 34.
667
IASM, op. cit.
206

L’approvvigionamento idrico potabile era assicurato dall’acquedotto del Gizio, mentre per
quello industriale si pensava di realizzare un nuovo complesso mediante prelevamento dallo
stesso fiume Gizio, dalla sorgente Acque Chiare ed, eventualmente, dal fiume Sagittario. Infi-
ne, andavano predisposti un impianto di depurazione, una rete di scarico per le acque bianche
nel Gizio e/o nel Sagittario e una rete fognante per le acque industriali e nere. Queste ultime
opere, la cui progettazione di massima venne iniziata nel 1973, videro il loro completamento
tra il 1975 e il 1976, con un costo di ben 8 miliardi e 640 milioni668.
In tutto il comprensorio si trovavano 17 aziende (1.514 gli occupati), delle
quali 3 nel solo agglomerato, con oltre un migliaio di addetti. In quest’ultimo
territorio, nel 1971 erano in corso di installazione un’impresa per la produzione
della carta, con 500 lavoratori, e uno stabilimento della Fiat per la fabbricazione
di parti e accessori di auto, con 1.200 dipendenti. La scelta del gruppo torinese
s’inseriva in un ampio programma di delocalizzazione a favore del Mezzogior-
no, deciso a ridosso di quella stagione di rivendicazioni operaie che va sotto il
nome di «autunno caldo» e di cui, come vedremo, beneficeranno anche il Nu-
cleo del Vastese e, poco più a sud, quello di Termoli, nel Molise.
TAB. 5.18. Nucleo di industrializzazione di Sulmona: imprese industriali in esercizio, in costruzione o
in programma nel 1971
S Fuori agglomerato s S Dentro agglomerato s
Settori/attività Numero Addetti Numero Addetti nel 1971 Addetti previsti
Alimentare 6 152 – – –
Tessile 3 150 – – –
Abbigliamento 2 80 – – –
Carta – – 1 – 500
Mobili e affini 1 17 1 20 –
Marmi 2 35 – – –
Metalmeccanico – – 1 – 1.200
Elettronico – – 1 1.050 2.000
Altro – – 1 10 –
Totale 14 434 5 1.080 3.700
Fonte: Elaborazione da IASM, Le aree e i nuclei industriali del medio Adriatico, cit.

Il complesso principale rimaneva, tuttavia, quello dell’Adriatica e componenti elettrici, la


cui manodopera sarebbe dovuta quasi raddoppiare, dalle 1.050 alle 2.000 unità669. Si trattava
di un’attività impiantata da un gruppo privato estero fin dal 1960, anch’essa con il contributo
dei finanziamenti della Casmez. Adibita alla costruzione di parti e accessori per radio e televi-
sione, negli anni settanta registrò una certa crescita, ma al di sotto delle aspettative: nel 1976
contava circa 1.500 operai670.
Le altre attività, preesistenti alla costituzione del Nucleo, avevano una dimensione molto
minore, ed erano per la gran parte orientate verso i settori tradizionali: il comparto alimentare
mostrava una buona presenza, soprattutto nel settore dei vini (una sola impresa con 70 addet-
ti), in quello dei confetti e delle bevande analcoliche; anche il tessile e l’abbigliamento erano
abbastanza sviluppati, grazie ad un’azienda per la filatura della lana, con 100 operai, a due per
le confezioni in serie di abiti e ad altre due per i tessuti in maglia, con un totale rispettivamen-
te di 80 e 50 dipendenti.

668
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1973, cit., p. 40; ID., Bilancio 1976. Relazione, cit., pp. 45 e 72.
669
IASM, op. cit.
670
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Documentazione quadro, cit.
207

e) L’Area di sviluppo industriale della Val Pescara


Le infrastrutture generali nell’Area di sviluppo industriale della Val Pescara erano – lo ab-
biamo in parte già accennato – piuttosto sviluppate all’inizio degli anni settanta. Alle auto-
strade Bologna-Canosa (A14) e Avezzano-Sulmona-Pescara (A25), entrambe ancora in corso
di completamento671, si affiancavano la statale 16 per Bari (km 339) o Ancona (km 151), la
statale 5 per Roma (km 235) e la statale 17 per L’Aquila (km 101). I principali porti erano
quelli di Pescara e di Ortona (a 30 km dall’asse attrezzato), mentre, accanto alla importante
linea ferroviaria Bologna-Pescara-Lecce, erano attivi i collegamenti Roma-Pescara e Pescara-
Ortona-Castel di Sangro-Napoli. L’aeroporto, già oggetto di intervento negli anni sessanta, di-
sponeva di una pista lunga 1.800 metri e larga 45: per il decennio successivo erano in pro-
gramma il prolungamento fino a 2.200 metri, la costruzione dell’aerostazione ed altre opere
accessorie, realizzazioni che, in seguito, sarebbero state oggetto di ulteriori integrazioni. Ab-
biamo visto, in proposito, come la Casmez avesse contribuito direttamente all’elettrificazione
delle linee ferroviarie e, soprattutto, all’ingrandimento dell’aeroporto (par. 3.2).
La rilevazione del Cresa dava, al termine del 1970, 6.744 occupati stabili nelle imprese con
più di 10 dipendenti. Nella prima metà degli anni settanta, con gli stabilimenti già attivi, rea-
lizzati o in corso di realizzazione, i lavoratori complessivi già effettivi o solo previsti oltrepas-
savano i 15 mila, cifra comprensiva, tuttavia, anche delle unità produttive con meno di 10 ad-
detti e del settore legato all’ottenimento e alla distribuzione di energia. Pur con tali precisa-
zioni, proviamo ugualmente ad analizzare questi dati in maniera più dettagliata, cercando di
rilevare continuità e cambiamenti (tab. 5.19).
TAB. 5.19. Area di sviluppo della Val Pescara: imprese industriali in esercizio, in costruzione o in programma nel 1971
Fuori agglomerati Agglomerato Chieti-Pescara Altri agglomerati
Settori/attività Numero Addetti Numero Addetti Numero Addetti
Alimentari, bevande e tabacchi 5 1.050 14 960 6 274 + 929stag.
Pelli e cuoio – – 3 715 – –
Tessili e Abbigliamento 4 2.223 7 2.847 3 77
Carta, legno e mobili 2 162 10 844 3 69
Minerali non metalliferi 8 758 9 612 4 97
Imballaggi e imbottigl. – – 4 133 3 20 + 16 stag.
Metalmeccanico 5 478 24 1.193 7 190
Elettronico 1 50 1 25 – –
Chimica, tubi e derivati del petrolio 1 405 10 856 – –
Altre manifatturiere – – 7 537 4 229
Energia 4 271 5 286 – –
Totale 30 5.397 94 8.908 30 956 + 945 stag.
Fonte: Elaborazione da IASM, Le aree e i nuclei industriali del medio Adriatico, cit.

Negli anni che precedono la prima crisi petrolifera, il tessile e l’abbigliamento, assieme al-
le pelli e al cuoio, vedono il proprio primato consolidarsi, con una quota di manodopera che
sale dal 32 al 35%, ed una maggiore presenza relativa nei territori esterni agli agglomerati.
Accanto a numerosi stabilimenti di più modeste dimensioni, a caratterizzare questo settore e-
rano soprattutto una grande camiceria di Chieti, la Marvin Gelber, con quasi 2.000 addetti e,
fuori agglomerato, tre importanti fabbriche per la produzione di abiti confezionati, la Monti
Mec a Montesilvano, la Monti Confezioni a Pescara e la Roman Style a Penne, rispettivamen-
te con 1.000, 738 e 400 persone impiegate: la più grande, la Monti Mec, impiantata solo nel
1968 (anche grazie ai contributi della Casmez), nel corso del decennio successivo si espande-

671
Al 1971 erano stati aperti al traffico, per l’A14, i tratti Bologna-Ancona (km 236) e Pescara-Vasto (km 81,6),
e per l’A25, come detto in precedenza, il tratto Pescara-Manoppello (km 13,3).
208

rà ulteriormente, raggiungendo i 1.500 dipendenti nel 1976672. Inoltre, ancora a Chieti, nel
1971 la Conceria Luciani avrebbe dovuto ampliare la propria manodopera da 100 a 300 unità,
mentre a Pescara un’analoga attività, la Cir, sarebbe dovuta salire da 280 a 390.
Il comparto metalmeccanico, invece, faceva registrare una crescita piuttosto lieve, da 1.365
a 1.861 dipendenti, con conseguente diminuzione della propria quota relativa abbastanza net-
ta, da un quinto a circa un ottavo, solo in parte attenuata dalla diversa base di misurazione: ol-
tretutto, ancora negli anni settanta, l’unica impresa con oltre 100 lavoratori era la Farad di
Chieti, addetta alla produzione di radiatori in Ghisa. Al contrario, il settore della chimica, tubi
e derivati del petrolio (materie plastiche e bitumi) vedeva aumentare la propria percentuale,
dal 7 a poco più dell’8%: a Chieti sorse la filiale della Pirelli Valpego673, con circa 300 occu-
pati, mentre a Pescara era già attiva la Fater, specializzata in cosmetici e articoli farmaceutici,
con 500 occupati674; più tardi, nel 1974, prese il via la contrattazione programmata per defini-
re le infrastrutture di servizio in previsione dell’installazione di un complesso della Montedi-
son Bussi675.
Sempre dalla rilevazione del Cresa emerge come secondo settore quello degli alimentari e
tabacchi, con una vasta diffusione di unità medio-piccole, la presenza di due grossi tabacchifi-
ci fuori agglomerato, a Lanciano e a Chieti, rispettivamente con 652 e 158 occupati, la fabbri-
ca Menozzi, a Montesilvano, per la liquirizia, e lo stabilimento De Cecco, a Pescara, che con-
tava a sua volta 130 lavoratori: quest’ultimo, riammodernato e ulteriormente ampliato fra il
1972 e il 1973, sempre con il contributo della Casmez, si avviava a diventare uno dei più qua-
lificati pastifici a livello internazionale676. Anche il comparto della carta, legno e mobili se-
gnalava un certo sviluppo, da 694 a 1.075 dipendenti, la gran parte dei quali, circa 700, impe-
gnati nella cartiera Celdit di Chieti.
I minerali non metalliferi pure sono in espansione: gli operai del settore passano da 903 a
1.467 operai. Si trattava per lo più di cementifici, a Pescara come a Scafa, ma anche, ad e-
sempio, di un’interessante produzione della ceramica da tavola a Chieti, fonte di impiego per
circa 300 persone. Sempre a Chieti sarebbe stato aperto uno stabilimento per manufatti in ce-
mento, con 120 addetti previsti, un altro per le mattonelle a Sambuceto, con 40 addetti, men-
tre sia a Chieti che a Pescara esistevano da tempo alcune più ridotte unità per la lavorazione
dei marmi. Sotto la voce ‘altre manifatture’, meritano di essere menzionate la Smalteria me-
tallurgica padana di S. Giovanni Teatino che, con 300 dipendenti, costruiva vasche da bagno,
e la Yen elettronica di Pescara, specializzata in strumenti musicali, la quale nel 1971 era in
corso di costruzione, con una manodopera futura che veniva calcolata di 80 persone. Infine,
va ricordato uno stabilimento della Coca Cola, per gli imbottigliamenti, con 61 attivi. Al di
fuori delle manifatture, anche il settore legato alla produzione e distribuzione di energia mo-
strava una buona presenza: a Chieti, in particolare, era in programma un impianto dell’Enel,
che una volta in esercizio avrebbe dovuto occupare circa 100 operai.
La maggior parte dell’intera forza-lavoro, circa il 57%, era localizzata nell’agglomerato di
Chieti e Pescara, solo il 6-7% negli altri tre agglomerati e una buona quota, oltre un terzo, nel-
le altre zone del comprensorio. Più in particolare, nell’agglomerato maggiore il settore me-
talmeccanico risultava ancora al secondo posto in ordine di importanza, mentre la chimica,

672
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Documentazione quadro, cit.
673
ID., Bilancio 1971, cit., p. 71.
674
IASM, op. cit.
675
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1974. Relazione, cit., p. 30; ID., Bilancio 1975. Relazione, cit., p. 58.
676
ID., Bilancio 1972, cit., p. 38; ID., Bilancio 1973. Relazione, cit., p. 56.
209

tubi e derivati del petrolio superava, se pur di poco, la carta, legno e mobili, collocandosi al
quarto posto, dopo l’alimentare. Le altre manifatture erano abbastanza sviluppate, pur se i mi-
nerali non metalliferi in misura minore rispetto alle aree esterne. In generale, quindi, l’Asi del-
la Val Pescara manteneva una struttura prevalentemente orientata ai comparti tradizionali,
sebbene al suo interno il territorio per così dire ‘centrale’, costituito dai due capoluoghi pro-
vinciali, mostrasse una maggiore propensione all’investimento nel metalmeccanico e nella
chimica. Nella zona di Chieti, ma al di fuori dell’agglomerato, si segnalava l’iniziativa della
Tessilchimica di Teaterno, che nel 1973 realizzò uno stabilimento per la produzione di tessuti
plastificati677.
Dal punto di vista delle infrastrutture specifiche, per l’agglomerato principale si prevede-
vano, entro il 1973, il completamento del raccordo dell’asse attrezzato con l’autostrada A14 e
la statale 16, la rete elettrica di distribuzione interna, il miglioramento
dell’approvvigionamento idrico-potabile per la zona di Pescara e la costruzione di un acque-
dotto industriale della portata di un migliaio litri al secondo. Inoltre, erano in progettazione
ulteriori lotti della rete fognante, e si trovavano in fase di avanzata esecuzione i lavori per un
nuovo impianto di depurazione. L’approvvigionamento di gas naturale era assicurato, anche
in questo caso, prevalentemente dal metanodotto Vasto-Rieti e, in subordine, da quelli Cellino
Attanasio-Bussi, della Petrosud, e Ravenna-Chieti. Nell’opera di infrastrutturazione, quindi,
proseguì anche negli anni settanta un’azione abbastanza intensa, già peraltro particolarmente
efficace nel decennio precedente. In seguito sarebbero state predisposte ancora nuove opere;
negli anni 1973-1974, ad esempio, la sistemazione del nodo viario Madonna del Piano presso
Chieti, per un costo di 700 milioni, e, soprattutto, la sopraelevata al porto di Pescara, «quale
ulteriore tronco dell’asse attrezzato», per 4 miliardi e 500 milioni678.
All’inizio del decennio si può dire che anche l’agglomerato di Ortona si trovasse in una si-
tuazione infrastrutturale relativamente buona, pur non disponendo di metanodotto (quello Va-
sto-Rieti distava 14 chilometri). La fornitura di energia elettrica, garantita in origine dalla rete
di distribuzione interna alla città e da una sottostazione di trasformazione, fu ulteriormente
potenziata nel 1974, in seguito allo stanziamento di 770 milioni679, mentre quella di acqua sia
potabile che industriale, si presentava sin dal principio piuttosto ampia grazie all’utilizzo del
complesso del Verde. Accanto al collegamento con il porto, era attivo un allacciamento ferro-
viario con la linea Pescara-Castel di Sangro-Napoli, e si stavano ultimando le fognature e
l’impianto di depurazione. La viabilità stradale poteva ancora essere migliorata, anche con la
prospettiva di un raccordo autostradale tra lo svincolo, il centro abitato e il porto, ma si consi-
derava comunque sostanzialmente adeguata alle esigenze economiche dell’area. Del resto, e-
rano presenti appena 10 aziende, con 289 addetti, comunque sufficienti a rendere il territorio
«quasi completamente saturo»680. Le attività erano concentrate prevalentemente in campi le-
gati alla lavorazione della terra: oltre la metà della manodopera (150 persone, più ben 850
stagionali) era impiegata in un impianto per la lavorazione e l’imballaggio dei prodotti orto-
frutticoli, mentre il resto era occupato in un borsificio, in stabilimenti per le macchine agricole
o per l’imballaggio del legno, in officine meccaniche e in due piccole imprese per
l’imbottigliamento del cherosene; queste singole unità non superavano mai i 40 lavoratori, e il
più delle volte ne avevano meno di 20. Le successive realizzazioni, ancorché limitate, riguar-

677
Ibid., p. 54.
678
Ibid., p. 40; ID., Bilancio 1974. Relazione, cit., p. 31.
679
ID., Bilancio 1973. Relazione, cit., p. 40; Bilancio 1974. Relazione, cit., p. 31.
680
IASM, op. cit.
210

darono sempre l’alimentare: la principale fu l’entrata in funzione, nel 1972, di una centrale
frigorifera della Publasta Industriale, con annesso un impianto enologico681.
A Lanciano si notava senz’altro uno sviluppo maggiore. Le 8 aziende in esercizio nel 1971
contavano in totale 338 occupati, mentre altre 4 erano in costruzione, per 131 posti, e 5 in
progetto, per ulteriori 94 posti. Tra le iniziative già presenti, la principale era quella della San
Marco, per la produzione di ribaltabili, con 150 operai, alla quale seguivano una ditta per i
dolciumi, con 70 dipendenti, ed un’altra per i prefabbricati in cemento armato, con 45 addetti;
per il resto, emergeva una certa diffusione della piccola manifattura (tessile, carta e lavorazio-
ne del marmo) e dell’alimentare e bevande (acque gassate e macinazione dei cereali). I nuovi
complessi continuarono a concentrarsi nella piccola manifattura non metalmeccanica: i mag-
giori erano dati da un lanificio, con 40 attivi, da due fabbriche per mobili e legno, rispettiva-
mente con 35 e 28 occupati, e da una per i giocattoli didattici, con 34 posti previsti.
Al 1971 qui risultavano «completate - a giudizio dello Iasm - tutte le infrastrutture strada-
li interne e di collegamento esterno previste per l’agglomerato», mentre erano in corso i lavori
per una variante della statale 84, onde consentire «un più rapido collegamento con il casello
autostradale». Alla stessa data, le opere di elettrificazione erano in via di ultimazione, e così
pure la rete idrica, fognante e gli impianti di depurazione; l’acquedotto comunale forniva
l’acqua potabile necessaria e gran parte di quella industriale, con modeste integrazioni da
pozzi non molto profondi. Anche il gas naturale veniva ricavato dagli usi domestici, con la
possibilità, qualora le esigenze future l’avessero richiesto, di un facile allaccio al metanodotto
Vasto-Rieti, distante due chilometri. Il principale problema era costituito dalla mancanza di
un raccordo ferroviario, la cui realizzazione, tuttavia, non si presentava particolarmente costo-
sa, data la vicinanza con la linea Pescara-Castel di Sangro-Napoli.
L’unico agglomerato che all’inizio degli anni settanta non poteva ancora vantare alcuna re-
alizzazione nell’ambito delle infrastrutture specifiche era quello di Valsaline, a 2 chilometri
da Montesilvano, anche perché considerato di «secondo intervento», dopo quello di Chieti-
Pescara. L’accesso era assicurato da strade statali e provinciali, mentre erano previsti per il fu-
turo un raccordo ferroviario, l’allacciamento al metanodotto Vasto-Rieti (a un chilometro di
distanza), e alcuni lavori per la raccolta e lo smaltimento delle acque bianche e reflue.
L’energia elettrica era fornita dalla rete comunale di Montesilvano, l’approvvigionamento i-
drico-potabile dall’acquedotto comunale e quello industriale da alcuni pozzi ed eventualmente
dalla derivazione di un canale di bonifica con una portata di 200 litri al secondo. Nel 1971 qui
erano attive appena due imprese, la Icem per l’edilizia metallica, con 65 occupati, e la Vergel-
la per la lavorazione del ferro e la produzione di solai prefabbricati, con 20 dipendenti; era poi
in costruzione uno stabilimento della Conglobit, per il calcestruzzo, con una previsione di 24
occupati.

f) Il Nucleo di industrializzazione di Teramo


Il Nucleo di industrializzazione di Teramo nel 1971 presentava un totale di 40 aziende, con
una manodopera complessiva di 2.145 unità: di queste, quelle all’interno dell’agglomerato e-
rano circa un terzo, impiegate in 17 aziende. Erano in progettazione altre due fabbriche: una
dell’Alfa gomma per la fabbricazione di tubi, con una occupazione prevista di 200 operai, ed
un’altra, più piccola, della Eridian, nel campo dei fondi metallici bombati, per 50 nuovi lavo-
ratori. Si prevedevano, poi, considerevoli ampliamenti di due stabilimenti già esistenti: la I-

681
ID., Bilancio 1972, cit., p. 38.
211

spre, addetta alla realizzazione di prefabbricati in poliuretano espanso, che sarebbe dovuta
passare da 20 a 300 dipendenti; la Spea, già la più grande del territorio, che avrebbe visto cre-
scere i propri addetti da 307 a circa 500. Numerosissimi interventi riguardavano altri ingran-
dimenti di più piccola portata, tanto che, in base a generici calcoli682, il totale degli attivi sa-
rebbe salito in pochi anni da 705 a 1.551, con corrispondente aumento della dimensione me-
dia per azienda da 47 a poco meno di 82 persone (all’incirca tornando ai livelli di dieci anni
prima). Il numero e la distribuzione settoriale delle iniziative esistenti o in programma nel
1971, nell’agglomerato come in tutto il comprensorio, sono riportati nella tabella 5.20.

TAB. 5.20. Nucleo di industrializzazione di Teramo: imprese industriali esistenti o in programma nel
1971 (compresi gli ampliamenti)
Dentro agglomerato s S Fuori agglomerato s
Settori/attività Numero Addetti al 1971 e previsti Numero Addetti al 1971 e previsti Sede
Alimentare 1 20 5 125 Teramo (4), Castellalto (1)
Pelli e cuoio 2 56 – – –
Tessile – – 1 17 Teramo
Abbigliamento – – 2 60 Teramo, Castellalto
Legno e affini 2 55 2 67 Castellalto, S. Nicolò
Carta e cartotecnica 1 90 – – –
Minerali non metall. 5 630 9 1.040 Teramo (8), S. Nicolò (1)
Metalmeccaniche 4 170 4 160 Teramo
Plastiche 4 530 – – –
Totale 19 1.551 23 1.469
Fonte: Elaborazione da IASM, Le aree e i nuclei industriali del medio Adriatico, cit.

Accanto alla dimensione media, crescono anche i settori metalmeccanico e, soprattutto,


quello delle materie plastiche, pur se i minerali non metalliferi mantengono il loro primato re-
lativo. Ma l’importanza di quest’ultimo tipo di produzioni risalta appieno se allarghiamo lo
sguardo al resto del comprensorio: compaiono allora altre 9 aziende (8 solo a Teramo), con un
totale di oltre mille dipendenti, compresa quella che si configurava come la maggiore iniziati-
va industriale della provincia, la Villeroy-boch italiana, specializzata nella produzione di ce-
ramiche, con ben 800 operai. Sarà proprio questa fabbrica, tuttavia, ad entrare in crisi nel cor-
so degli anni settanta, fino a dover chiudere i battenti all’inizio del decennio successivo.
Nel paragrafo precedente abbiamo visto come nel Teramano la situazione delle infrastrut-
ture specifiche fosse già piuttosto buona, specie per quel che riguardava le linee ferroviarie, la
fornitura di energia elettrica e quella del gas naturale, assicurata dal metanodotto proveniente
dai pozzi di Cellino. Per l’approvvigionamento idrico industriale, a integrazione dei pozzi già
utilizzati entrò in funzione, a partire dal 1972, un modesto acquedotto derivante dal fiume
Vezzola, con una portata di circa 100 litri al secondo. Inoltre, nello stesso anno, vennero stan-
ziati altri 500 milioni, per nuove opere683: in particolare furono progettate e realizzate la sosti-
tuzione degli accessi viari all’agglomerato, con uno svincolo di congiunzione all’autostrada
Roma-L’Aquila-Alba Adriatica, a sua volta collegata con la Bologna-Canosa. L’A14 e l’A24
si aggiungevano alle due statali n. 80 e 81, rispettivamente per L’Aquila o Giulianova (km 75
e 24,5) e per Ascoli Piceno (km 36). La statale 80, integrata con la 16, permetteva di raggiun-
gere anche Pescara, dopo circa 62 chilometri. Completavano il quadro delle infrastrutture ge-
nerali, oltre alla linea ferroviaria già descritta nel par. 4.3., i porti di Giulianova e di S. Bene-
detto del Tronto, a 25 e 50 chilometri di distanza.

g) Il Nucleo di industrializzazione del Vastese


682
IASM, op. cit.
683
CASSA PER IL MEZZOGIORNO, Bilancio 1972, cit., p. 36.
212

Il Nucleo del Vastese vide, all’inizio del decennio, un’ulteriore intensificazione degli in-
terventi. A San Salvo, nel 1971, erano in progetto quattro nuove attività, che si aggiungevano
alle 11 già presenti nell’agglomerato (v. par. 5.3, tab. 5.14). Due di queste erano piccole a-
ziende, una per la lavorazione dei prodotti ortofrutticoli, con 25 addetti, e un’altra attiva nel
campo dei manufatti in cemento, con 10 occupati. Le altre due, invece, erano dovute alla deci-
sione della Magneti Marelli, appartenente alla Fiat, di localizzare nella zona due suoi stabili-
menti. Il primo, addetto alla fabbricazione di equipaggiamenti per auto, era operativo già nel
1972 e raggiunse presto i 2.200 lavoratori, mentre il secondo, per la realizzazione di batterie
di avviamento dei veicoli, ne avrebbe dovuti impiegare altri 260: avviato nel 1972,
quest’ultimo entrò in funzione nel 1973684.
In generale, come accennato in precedenza parlando di Sulmona, all’inizio degli anni set-
tanta il gruppo torinese predispo