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Il libro

“N nostre radici, immerse nel buio della materia, nell’invisibile.


Eppure trascorriamo la maggior parte della nostra esistenza
prigionieri dell’esterno, identificati con i nostri problemi, i nostri pensieri, i
nostri proge i, i nostri ricordi, il nostro modo di guardare il mondo e le
nostre teorie sulla vita e su noi stessi. Ma allora, come possiamo fare per
incontrare la nostra essenza originaria? La risposta a questa domanda è stata
la stessa per tu e le tradizioni antiche: a raverso il digiuno.”
Con il consueto linguaggio suggestivo e illuminante, che libro dopo libro
ci guida a liberare il nostro nucleo più profondo per a ivare le nostre
capacità innate e guarire la nostra vita, Raffaele Morelli ci inizia alla pratica
di salute più antica che ci sia: il digiuno. Oggi anche la medicina si è accorta
delle straordinarie proprietà terapeutiche del digiuno in termini di
depurazione dell’organismo e di prevenzione delle mala ie. Così
quest’antica pratica, che ha fa o parte dei riti di tu e le tradizioni, sta via via
tornando in uso. Il potere curativo del digiuno – scri o insieme al figlio Michael
Morelli che da anni studia il digiuno e i suoi benefici effe i – è un prezioso
manuale che ci invita a liberarci dalle zavorre mentali e fisiche che
appesantiscono la nostra anima e il nostro corpo, e ci insegna come farlo nel
modo più semplice che ci sia: saltando qualche pasto.
Un sacrificio presto compensato da un nuovo senso di benessere e di
vitalità, segno che il nostro corpo si sta liberando dalle tossine e dai grassi
accumulati, e la nostra anima dal peso soffocante del mondo esterno. Il
digiuno potrà limitarsi a una sera alla se imana, ma perché diventi un rito di
purificazione fisica e mentale dovrà essere accompagnato da solitudine e
silenzio. Queste “serate con noi stessi”, lontani dal cibo ma anche dalla tv,
dal computer, dalla compagnia e dal rumore, diventeranno presto una nuova
abitudine: forse la più benefica della nostra vita.
Gli autori

Raffaele Morelli è medico, psichiatra e psicoterapeuta. È presidente


dell’Istituto Riza e dirige la rivista “Riza Psicosomatica”. Per Mondadori ha
pubblicato Ciascuno è perfe o (2004), Come essere felici (2005), Non siamo nati per
soffrire (2005), Come amare ed essere amati (2006), Le piccole cose che cambiano la
vita (2006), Come trovare l’armonia in se stessi (2007), Ama e non pensare (2007), Il
sesso è amore (2008), La felicità è dentro di te (2009), Puoi fidarti di te (2009),
L’unica cosa che conta (2010), La felicità è qui (con Luciano Falsiroli, 2011),
Dimagrire senza dieta (2011), Guarire senza medicine (2012), Lezioni di autostima
(2013), Il segreto dell’amore felice (2013), Pensa magro (2014), La saggezza
dell’anima (2014), Vincere il panico (con Vi orio Caprioglio, 2015), Nessuna
ferita è per sempre (2015), Solo la mente può bruciare i grassi (2016), Crescerli senza
educarli (2016), Breve corso di felicità (2017) e La vera cura sei tu (2017).

Michael Morelli, laureato in Sociologia alla Sorbona di Parigi, è esperto in


psicologia del cibo e dell’alimentazione. È editorialista del mensile
“Alimentazione naturale” e collabora con la rivista “Riza Psicosomatica”.
Raffaele e Michael Morelli

IL POTERE CURATIVO DEL


DIGIUNO
La pratica che rigenera corpo e mente
IL POTERE CURATIVO DEL DIGIUNO
Prefazione
L’INCONTRO CON UN PRINCIPIO MISTERIOSO

Il digiuno non è solo una pratica per purificarsi,


ma una vera e propria Via che attiva
le nostre capacità innate.
C’è un sapere profondo che ha trasformato
la cellula fecondata che eravamo
nell’essere che siamo, del tutto a nostra insaputa.
Il digiuno attiva questa sapienza innata.

Negli ultimi anni, la medicina si è accorta delle straordinarie


proprietà terapeutiche del digiuno in termini di depurazione
dell’organismo e di prevenzione di alcune fra le più pericolose
patologie della nostra epoca.
Così questa pratica, che ha fa o parte dei riti di tu e le tradizioni,
ma che l’Occidente moderno aveva dimenticato, sta via via tornando
in uso.
Il primo consiglio che gli antichi medici davano ai pazienti,
appena si ammalavano, era proprio quello di digiunare. In molti casi
questo era sufficiente, e rappresentava anche l’unico presidio
terapeutico. Ma il digiuno non era solo un principio curativo: si
tra ava prima di tu o di un mezzo per incontrare gli dèi, le energie
eterne che abitano l’uomo, quelli che noi oggi chiamiamo i “principi
spirituali”. Per le religioni antiche non vi era altro modo di
avvicinarsi al principio divino, all’apice della coscienza umana, se
non a raverso il corpo, che la tradizione alchemica ha da sempre
ritenuto un vero e proprio tempio.
Infa i, il pensiero antico considerava anima e corpo come
un’unica realtà: quindi, se il digiuno era in grado di purificare la
q g g p
materia pesante doveva avere un effe o analogo anche sulla
dimensione spirituale, liberandola dalle contaminazioni esterne e
restituendole la purezza originaria.
Per comprendere il digiuno e i suoi effe i sulla psiche dobbiamo
confrontarci con l’idea che la saggezza antica aveva del mondo
interiore.
A questo proposito possiamo citare il fa o che nell’antico Egi o a
ogni bambino che nasceva venivano dati due nomi: uno profano, per
la vita di tu i i giorni, e uno segreto, il nome del nucleo originario,
che ne avrebbe determinato il destino.
Come gli Egizi sapevano bene, dietro l’apparenza della vita
quotidiana, fa a di ruoli, abitudini, frequentazioni, parole, opera un
principio misterioso nascosto dentro di noi: non possiamo vederlo,
ma si manifesta nelle immagini, nelle intuizioni, nei sogni.
Questo nucleo profondo è la nostra radice interiore, che ci rende
unici e da cui dipendono la nostra salute e il nostro benessere. Non
possiamo pensare di stare bene se ci dimentichiamo delle nostre
radici, immerse nel buio della materia, nell’invisibile.
La vita è creata nell’assenza di luce, come nella fecondazione, e
mantenuta da organi ben nascosti, per esempio il cervello e
l’intestino. Eppure trascorriamo la maggior parte della nostra
esistenza prigionieri dell’esterno, identificati con i nostri problemi, i
nostri pensieri, i nostri proge i, i nostri ricordi, il nostro modo di
guardare il mondo e le nostre teorie sulla vita e su noi stessi.
Ma allora, come possiamo fare per incontrare la nostra essenza
originaria?
La risposta a questa domanda è stata la stessa per tu e le
tradizioni antiche: a raverso il digiuno.
A differenza di noi, l’uomo antico conosceva le leggi dell’anima e
sapeva prendersi cura del mondo interno: aveva compreso che il
nucleo si nutre di buio, di silenzio, di isolamento. Ecco perché i
digiuni degli antichi sacerdoti si svolgevano nell’oscurità, nella
quiete e nella solitudine: non per fuggire dalla vita, ma per liberare il
corpo e la mente dalle interferenze esterne, che come scorie si
continuano ad accumulare nel nostro spazio interiore.
Distaccarsi dalle illusioni del mondo esterno e volgersi verso
l’interno: questo è il principio di ogni metamorfosi.
In natura ogni cosa trasmuta incessantemente, tu a la vita è una
costante metamorfosi; e, come gli antichi avevano appreso
osservando piante e animali, le trasformazioni possono avvenire solo
all’interno di spazi prote i e oscuri: ogni creatura si chiude in se
stessa per estrapolare le capacità e le funzioni della sua essenza
specifica.
Come sostenevano i taoisti, l’estrazione dei saperi innati e dei
tesori custoditi dal corpo avviene spontaneamente, così come il
seme, sepolto nella terra, senza intenzione si trasforma in germoglio.
Il serpente che si libera della pelle vecchia per poter evolvere ci
ricorda che dobbiamo liberarci di ciò che non è necessario. Il lavoro
da compiere è simile a quello dello scultore che trae un’immagine
dal blocco di pietra eliminando, a colpi di scalpello, ciò che è
superfluo. Così insegnava Plotino ai suoi allievi.
Se riusciamo a distaccarci dal personaggio che recitiamo
quotidianamente e ad affidarci alla nostra essenza primordiale e
sconosciuta, la vita ci apparirà come una gravidanza ininterro a, con
cui partoriamo i nostri talenti innati, le nuove idee, le passioni e tu i
gli altri doni che il nostro nucleo ha in serbo per noi. Ma lo svolgersi
di questa gestazione non dipende da noi, e non viene governata
dalla nostra volontà.
Ecco il grande insegnamento della saggezza antica: dobbiamo
imparare a farci da parte per non disturbare le radici.
Ciò che più sorprende chi si accosta alla pratica del digiuno sono
gli a acchi di felicità immotivata, la comparsa di nuovi interessi,
nuove capacità: il che significa che ci stiamo trasformando. È il
nostro nucleo che ci avvisa che siamo sulla strada giusta.
Così, quando sme iamo di mangiare veniamo alimentati da un
nutrimento diverso: l’energia del nucleo, pura, originaria, antica ma
sempre nuova, pervade la nostra psiche e il nostro corpo,
rigenerandoli e trasformandoli.
Quale altro senso può avere la vita se non il trasformarsi sempre
di più in se stessi, il manifestare la propria unicità? Quale regalo più
grande potrebbe farci il digiuno?
1
LIBERARSI DALLE TOSSINE KILLER

Questa è l’epoca dell’eccesso: di informazioni, di rumori,


di suoni, di immagini… e di alimenti.
Se mangiamo troppo e accumuliamo tossine,
è anche perché siamo letteralmente bombardati
da messaggi legati al cibo.
Con il digiuno possiamo riscoprire il silenzio del corpo,
il vuoto mentale
e nutrire la nostra essenza in modo naturale.

Oggi abbiamo a disposizione una grande quantità e varietà di


alimenti e di cibi industriali, così ricchi di additivi, zuccheri e grassi
da creare una vera e propria dipendenza. Questi eccessi stanno
moltiplicando il numero di persone in sovrappeso e ci
predispongono a numerose mala ie, croniche e degenerative, come
il diabete e l’obesità.
Mangiamo troppo. Per capirlo basta osservare come
l’alimentazione scandisce le nostre giornate: colazione, pranzo, cena,
più tu a una serie di spuntini tra un pasto e l’altro. Ci capita di rado
di restare per più di 2 o 3 ore senza “me ere qualcosa so o i denti”,
che si tra i di caramelle, cioccolatini o gomme da masticare. Il cibo è
diventato uno dei punti di riferimento della nostra vita, è sempre
presente intorno a noi e ci accompagna nelle nostre a ività
quotidiane. Le credenze e i frigoriferi sono sempre stracolmi degli
alimenti più svariati, mentre i palinsesti televisivi sono saturi di
programmi di cucina. Gli annunci pubblicitari ci tormentano con
foto appetitose di cibarie in TV , in Internet e per strada.
Gli studi sul cervello hanno messo in luce come l’invadente
presenza di queste immagini nei media finisce per alterare i nostri
processi alimentari, creando il bisogno di nutrirsi anche quando non
c’è la fame.

La rivoluzione alimentare
A partire dal dopoguerra sono cresciute in modo esponenziale la
quantità e la disponibilità di alimenti: bevande zuccherate,
merendine e snack sono entrati prepotentemente nei supermercati e
nelle nostre case. Sono stati perfezionati i processi industriali di
lavorazione, produzione e conservazione degli alimenti, oltre alla
logistica per il trasporto di volumi importanti di merci in tempi
brevi.
Nel se ore ortofru icolo, grazie a pesticidi e diserbanti, è
possibile produrre grandi quantità di fru a e ortaggi evitando il
rischio di a acchi di parassiti, oltre ad “allungare la vita” dei
prodo i grazie ai tra amenti post-raccolto. L’emergere di quello che
viene definito mercato globale ha determinato una modificazione
profonda delle modalità di consumo di fru a e verdura che si è
liberato dai vincoli di stagionalità degli ortaggi e la cui varietà a
disposizione è aumentata notevolmente.
Il progresso tecnologico dei mezzi di trasporto e delle
infrastru ure ha permesso di costituire una fi a rete di importazioni
ed esportazioni di prodo i che vengono spostati da un capo all’altro
del pianeta con estrema rapidità e facilità.
Insomma, oggi possiamo me ere a tavola un mango che è stato
colto qualche ora prima in Messico e a dicembre possiamo mangiare
ciliegie provenienti dal Cile.
Il risultato di queste innovazioni è che, oggi, qualsiasi categoria di
alimenti è a disposizione del consumatore in qualsiasi periodo
dell’anno: così l’uomo ha cambiato il proprio modo di alimentarsi.
Gli aspe i della località e della stagionalità dei prodo i, a cui era
legata l’alimentazione tradizionale in ogni contesto territoriale e che
hanno segnato tu a la storia alimentare dell’uomo, nel corso del
secolo scorso sono stati accantonati.
A questo proposito, la medicina tradizionale cinese riteneva che
nutrirsi con alimenti provenienti da terre lontane sia un notevole
fa ore di rischio di mala ia e di ro ura dell’equilibrio
psicosomatico.
Un’altra considerazione sull’alimentazione di oggi riguarda la
lavorazione dei cibi, che vengono proge ati dall’industria alimentare
appositamente per avvicinarsi il più possibile al massimo grado di
appetibilità e scatenare la massima sensazione di piacere nel palato
dei consumatori. Vengono concepiti seguendo le logiche di quella
che si potrebbe definire “ingegneria del cibo”, che manipola i sapori
in base a parametri predefiniti di gusto, consistenza, appeal estetico,
profumo, calibrati per conferire all’esperienza alimentare il massimo
della gradevolezza, in modo da scatenare i meccanismi della
dipendenza. Oggi siamo assuefa i al cibo come mai è capitato nella
storia del mondo.

Cibi costruiti per soddisfare il palato


Nel libro Perché mangiamo troppo, David A. Kessler riporta alcune
ricerche da cui è emerso che “è la combinazione di zuccheri e grassi
a sedurre la gente, che ne mangerà di più”. 1
E ne trae la conseguenza che

l’arte di soddisfare il palato è in buona misura una questione di combinare


zuccheri e grassi nelle proporzioni o imali. Essa può fare ben di più che rendere
appetibile il cibo: può renderlo iper-appetibile. 2

Il cibo è, in un certo senso, “costruito” ad hoc dall’industria


alimentare per essere irresistibile e regalare al consumatore il
massimo dell’appagamento. Infa i, i cibi non vengono proge ati
solo per essere buoni, ma anche per riuscire a stimolare i centri
nervosi preposti alle dinamiche della ricompensa e del piacere,
innescando un circolo vizioso in cui prima mangiamo, e poi
continuiamo a mangiare e a ricercare un cibo che ci ha appagato, per
poter rivivere quella sensazione di benessere.
È così che alcuni cibi sono in grado di indurre una vera e propria
dipendenza e, su questa base, l’alimentazione è la quinta causa di
disturbi da assuefazione dopo stupefacenti, tabacco, alcol e sesso. I
cibi ricchi di zuccheri e di grassi vegetali idrogenati a ivano i centri
del piacere, situati nelle aree primitive del cervello, e stimolano la
secrezione di endorfine; le modalità sono le stesse degli oppiacei
(morfina ed eroina), con crisi d’astinenza e necessità di aumentare
ciclicamente le dosi per o enere la stessa sensazione di piacere.
Numerosi studi ci informano che nel mondo il consumo medio
quotidiano di zucchero è di 70 grammi pro capite, ben il 46 per cento
in più rispe o a 30 anni fa, quando era di 48 grammi.

Un’epidemia mondiale
Il problema è che la sovralimentazione e i cibi ipercalorici hanno
conseguenze drammatiche sul nostro corpo.
Un dato interessante riguardo al cambiamento del modo di
nutrirsi nell’età moderna ci viene fornito da uno studio realizzato
dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico
(OCSE ). Questa indagine prende in considerazione le calorie servite e
assunte dal 1961 al 2011 nei paesi che fanno parte dell’OCSE .
La differenza è notevole. Tu i i paesi mostrano un aumento delle
calorie che ogni persona assume quotidianamente: un aumento di
500-600 calorie nella maggior parte dei 35 paesi membri dell’OCSE ,
rispe o al 1961.
E, infa i, il mondo non è mai stato così grasso in tu a la sua
storia: l’alimentazione ipercalorica ha dato origine a un’epidemia di
sovrappeso e obesità, favorendo lo sviluppo di disturbi che fino a
pochi anni fa erano quasi sconosciuti.
Insomma, il regime alimentare occidentale è incompatibile con la
salute. Oltre a ridurre la durata media della vita, ne peggiora
notevolmente la qualità. Lo dicono i dati dell’Organizzazione
mondiale della sanità: le persone obese o con problemi significativi
di sovrappeso sull’intero pianeta sfiorano la quota di 2 miliardi.
In Italia, uno studio del 2016 di EpiCentro (l’ente che raccoglie i
dati epidemiologici e che monitora anche lo stato del sovrappeso nel
nostro paese) ha rilevato che più di 4 adulti su 10 si trovano in uno
stato di sovrappeso o obesità. Tu i i paesi industrializzati si trovano
a dover far fronte a questa situazione drammatica: il costo sanitario è
elevatissimo.
Un’altra stima dell’OMS indica che 3,4 milioni di individui
muoiono ogni anno per cause legate all’eccesso di peso: per il 44 per
cento si tra a di complicanze del diabete, per il 23 per cento di
problemi cardiocircolatori, oltre ad alcune forme di tumore che le
ricerche dimostrano essere connesse al sovrappeso. 3

Il sovrappeso e le principali mala ie del nostro tempo


Tra le mala ie più comuni che sono la conseguenza dire a
dell’eccesso di peso ci sono quelle di natura cardiovascolare
(ipertensione, ictus e infarto) e il diabete di tipo 2 aumenta
notevolmente con il sovrappeso, sopra u o nei sogge i che hanno
una predisposizione genetica a questa mala ia, e cala
proporzionalmente alla perdita di peso.
Ma ci sono anche alcune patologie collegate indire amente
all’eccesso di cibo che ingeriamo quotidianamente. Mangiando con
frequenza elevata non si dà il tempo al corpo di liberarsi dei prodo i
di scarto di tu e le reazioni metaboliche della digestione e dello
smaltimento del cibo: il corpo si satura di tossine, sempre più difficili
da smaltire, che si accumulano nell’organismo e lo avvelenano.
L’organismo accumula tossine sopra u o se so oposto a stati
prolungati di sedentarietà, stress e alimentazione scorre a.
Così il corpo viene intossicato via via sempre di più, diventando
un ambiente potenzialmente favorevole per lo sviluppo di diversi
tipi di patologie. Le tossine killer che provengono dall’eccesso di
cibo, infa i, indeboliscono le difese immunitarie e stimolano lo
sviluppo di processi infiammatori diffusi in tu o l’organismo. Oggi
sappiamo dalle ultime ricerche che le infiammazioni favoriscono lo
sviluppo di processi degenerativi e di neoplasie.
A tale proposito il WCRF , World Cancer Research Fund
International, so olinea, documentandola, la stre a relazione che
esiste tra sovrappeso e se e differenti forme di cancro a carico di:
esofago, pancreas, colecisti, colon-re o, mammella (post-
menopausa), endometrio e rene. 4

Un problema che riguarda tu i


Gonfiori addominali, infiammazioni croniche, ritenzione idrica,
intolleranze, stipsi o colite sono segnali con cui l’organismo cerca di
a irare la nostra a enzione su un problema: ci sta “chiedendo” di
interrompere uno scorre o stile alimentare.
Per questo il digiuno era la principale terapia con cui i medici del
passato cercavano di ristabilire lo stato di salute nel paziente.
Osservando gli animali, avevano capito che digiunando si lasciava il
corpo libero di sfru are le proprie risorse di autoguarigione. Ci si
asteneva dal cibo per a ivare la capacità rigenerativa dell’energia
vitale che, come nel periodo embrionario genera tu o il corpo, così
nel corso della vita è in grado di rigenerare gli organi vitali e di
mantenere in salute l’organismo, sopra u o se viene sospesa
l’immissione di tossine.
Se non concediamo mai pause al corpo, se non me iamo mai a
riposo il nostro apparato digerente, sul lungo periodo rischiamo di
andare incontro a una serie di disturbi tra cui quelli elencati sopra.
La stipsi cronica, per esempio, affligge più di 12 milioni di italiani ed
è dovuta sopra u o a una scorre a alimentazione: l’intestino,
sovraccaricato e intossicato, sme e di funzionare corre amente.
Come ci indicano le statistiche, nella maggior parte dei casi
ricorriamo ai farmaci, ritenendo che i disturbi fisici siano inevitabili e
che dipendano dall’avanzare dell’età, invece di pensare che i
problemi di salute possano essere legati sopra u o ad abitudini
alimentari scorre e. Del resto possiamo considerare davvero
normale che, dai 50 anni in poi, uomini e donne debbano ricorrere
quotidianamente ai medicinali per far funzionare il proprio
organismo? Per mantenere la pressione stabile, per ridurre la
presenza di colesterolo nel sangue, per correggere la glicemia e, in
ultimo, per riuscire a far funzionare corre amente l’intestino?
Questo a eggiamento è figlio di un’epoca che si è abituata a
concepire la salute e la mala ia in modo sempre meno naturale: per
continuare a vivere e a cibarsi come vogliono, i più delegano ai
farmaci la soluzione di ogni problema.
Dopo aver osteggiato il digiuno per tu o il secolo scorso, oggi la
scienza moderna sta riscoprendo questa pratica.
Come vedremo in seguito, i sorprendenti risultati delle ultime
ricerche stanno dimostrando che il digiuno, praticato regolarmente,
è uno strumento molto efficace per la prevenzione e la cura di molte
patologie.
La nostra scienza medica, che è molto recente rispe o a tradizioni
terapeutiche millenarie, come quella cinese, ha portato molti benefici
alla salute degli esseri umani, ma ha anche dimostrato di avere
alcuni limiti.
È molto efficace quando si tra a di intervenire su situazioni di
emergenza. Riesce a risolvere le patologie acute, che insorgono
all’improvviso e non durano a lungo: infezioni, a acchi cardiaci,
emergenze chirurgiche.
Tu avia diventa meno efficace quando si tra a di risolvere
disturbi cronici, in cui la somministrazione prolungata di farmaci
induce diversi effe i collaterali dannosi.
E come si può curare il corpo senza considerare la fondamentale
influenza della psiche sulla salute? Il nostro inconscio, quel nostro
mondo interiore di cui, in genere, non ci accorgiamo se non
saltuariamente e che conosciamo in modo molto frammentario, è
stre amente connesso al nostro corpo. I circuiti cerebrali
dell’ipotalamo, del sistema limbico, il nostro cervello antico, sono
connessi con il nostro sistema ormonale e contemporaneamente con
il nostro sistema emotivo. Le emozioni, gli affe i, i sentimenti sono
in relazione costante con tu a la nostra fisicità.
È proprio questo aspe o che Groddeck, il padre della medicina
psicosomatica, criticava della medicina moderna:
p
Il pensiero medico si è mosso per molti decenni all’interno di un sistema in cui i
processi venivano ordinati in due sfere, una organica e una psichica. 5

Groddeck aveva ben compreso la stre a relazione che esiste tra i


processi psichici e la materia organica, quanto questi due mondi
siano connessi l’uno all’altro.
Secondo l’ISTAT , 3 persone su 4 vanno dal medico per la prima
volta per parlare di un problema psicosomatico o per lo stress. 6
Per stare bene, nel corpo e nella mente, dobbiamo prenderci cura
delle radici. Non si può mantenere un albero in buona salute
occupandosi esclusivamente delle foglie, ma bisogna prendersi cura
prima di tu o del centro vitale, per assicurare il benessere di tu a la
pianta.

Mangiare meglio e mangiare meno


Nutrizionisti e dietologi tra ano il cibo solo come una fonte di
calorie ed elementi nutritivi. Ma di nuovo Groddeck scrive:

… purtroppo ci si comporta come se il ventre esistesse solo per digerire. Sarebbe


una bella cosa se ci si volesse decidere a studiare, con eguale cura, l’azione e
l’influsso dell’anima sul ventre e se si applicassero nella prassi medica i risultati
di queste ricerche. 7

L’immagine dell’apparato digerente che la scienza ha diffuso nella


nostra società è quella di un meccanismo che ha il compito di fornire
il carburante alla macchina-corpo, scartando ciò che non serve.
In realtà le ultime ricerche, come vedremo nel de aglio nei
prossimi capitoli, hanno dimostrato che esiste un’interazione molto
complessa fra il nostro cervello e il nostro apparato digerente, in
particolare l’intestino. Questo organo influisce in modo profondo sul
nostro benessere psicofisico, sulla nostra emotività e sulla nostra
coscienza. Quindi il cibo è in grado di agire profondamente sulla
nostra interiorità.
Al giorno d’oggi, mangiare è diventato un a o superficiale e privo
di significato, meccanico, arido, e così ha perso il valore rituale,
simbolico e affe ivo che ha avuto nella storia dell’uomo e del
mondo. Mangiare è sempre stato un gesto profondamente legato alla
ritualità, che me e in conta o con le energie primordiali della vita.
Mangiando portiamo dentro di noi il mondo esterno, le sue
forme, i suoi colori. Ogni cibo che introduciamo nel corpo modifica
la nostra psiche e corrisponde a un diverso stato di coscienza: a ogni
alimento sono legate emozioni e percezioni differenti.
Ma, prima di tu o, l’a o di mangiare è connesso alla sfera del
piacere e alla sensorialità: come l’eros. Cibo e sesso innescano nel
cervello processi simili e a ivano gli stessi centri arcaici dell’encefalo.
La neurofisiologia ci spiega che nel cervello esiste un’area, il
“nucleo accumbens”, che è una sorta di centro cerebrale preposto a
mantenere costante il livello di dopamina, il neurotrasme itore che
produce la sensazione di benessere. La dose di dopamina di cui
necessita il corpo non è variabile, non può diminuire, e se il piacere
non glielo procuriamo noi, se lo procura lui. Quando nella nostra
vita manca il piacere, scende in campo il desiderio di cibo, per
compensare.

Cercare il piacere
Il cibo è in grado di farci provare in qualsiasi momento
soddisfazione, appagamento, gratificazione. È il principale svago
colle ivo e non a caso quasi tu e le occasioni di ritrovo sono legate
al mangiare: un drink, un aperitivo, una cena al ristorante.
Il momento dedicato all’esperienza alimentare è un momento che
deve spezzare la routine in cui viviamo. Mangiare è l’antidoto
principale contro i ca ivi pensieri e la tristezza: ogni volta che
proviamo emozioni che ci disturbano, che siamo depressi, ansiosi,
stressati o arrabbiati, mangiando ci sentiamo meglio.
Siamo depressi? Ci consoliamo con un cioccolatino. Ci sentiamo
soli? Ci tuffiamo su una scatola di bisco i. Siamo nervosi? Plachiamo
l’ansia con uno snack… A raverso il cibo, modificando la chimica
cerebrale, cambiamo i nostri stati d’animo, regalandoci sensazioni di
piacere.
Per molte persone, mangiare è la principale fonte di benessere, a
volte l’unica. Tu avia, la ricerca del piacere e la presenza di cibo
intorno a noi non bastano a spiegare perché mangiamo così tanto. E
forse questa voracità ci rivela alcune dinamiche soggiacenti della
nostra civiltà.

La fame è il desiderio di riempire un vuoto


Questo impulso irrefrenabile, questo appetito compulsivo che spinge
a riempirsi la pancia sembra il tentativo di colmare un vuoto.
Come se la fame insaziabile della nostra civiltà nascondesse la
pulsione a riempire una voragine interiore che ci chiama e chiede
che le si presti a enzione.
In effe i non siamo bulimici solo di cibo, ci nutriamo voracemente
di tu o il mondo esterno. È l’epoca del “troppo”: troppe immagini,
troppi suoni, troppe parole, troppi ogge i. Nessuna epoca ha mai
visto un fenomeno di massa come lo shopping compulsivo!
Come il corpo ha bisogno di gratificarsi a raverso la
“materialità”, la nostra psiche è alla continua ricerca di stimoli di cui
“cibarsi”. E così continuiamo a “fagocitare” ogge i del mondo
esterno, perché non sappiamo più come “nutrire” il nostro mondo
interno.

Nutrire la parte nascosta di noi


Abbiamo perso i codici per relazionarci con la parte nascosta di noi,
con gli dèi, il mito, i riti, che sono il nutrimento delle nostre radici
profonde. Ci siamo dimenticati del nostro nucleo interno. Perciò
siamo infelici e insoddisfa i: basta guardare il numero di depressi,
che in Italia sono circa 5 milioni, a loro volta dipendenti da un altro
cibo, che è lo psicofarmaco. Per non parlare di ansia, stress, insonnia
e disturbi psicosomatici che portano altri 7 milioni di dipendenti
dalle pastiglie.
Non può esistere una felicità autentica che viene dall’esterno,
l’unica vera felicità è quella che nasce dalla sintonia con il proprio
nucleo, come scrive Marco Aurelio, l’imperatore filosofo:

Che cosa conta? Gli applausi scroscianti? Proprio no … Che cosa resta, allora,
d’importante? A mio parere, i moti e le a itudini conformi alla propria
costituzione particolare. Perché questo è il fine a cui tendono gli studi e le arti:
che la cosa fa a sia ada a al fine per cui è stata prodo a. … Ecco ciò che conta, e
se riuscirai bene in questo non dovrai procurarti più nient’altro. 8

I sogni, l’immaginazione, la creatività, la passione, gli interessi:


tu e funzioni psichiche che appartengono al regno dei “mondi
so ili”, dove vive il mistero e dove non c’è la pesantezza della
materia e la continua intrusione del mondo esterno. Non sappiamo
più stare con noi stessi, con i mondi so ili, e scivoliamo nel cibo…
Mangiamo per non sentire la voce dell’inconscio, del vuoto interiore
che vive nelle profondità della nostra psiche.

Con il digiuno ritroviamo la nostra dimensione interiore


Noi non siamo solo i pensieri che affollano la nostra mente, le parole
che pronunciamo, non siamo solo lo spazio che occupiamo, no!
In ognuno di noi esiste una parte profonda e nascosta che per
potersi manifestare ha bisogno del vuoto dei pensieri e del vuoto…
di cibo.
Il digiuno ci offre uno strumento per recuperare i saperi del
corpo, per a ivare un processo di rigenerazione e far fiorire il nostro
nucleo interiore.
Grazie al digiuno possiamo interrompere la contaminazione
dall’esterno e lasciare che il corpo e la psiche si depurino.
Ripulire il corpo vuol dire ripulire il cervello e liberarlo da tu e le
tossine chimiche e mentali che imprigionano la coscienza. Per questo
anche a piccole dosi il digiuno produce un effe o positivo sulla
psiche.
Così è stato per tu e le tradizioni in ogni epoca, dove digiunare
significava cercare il proprio lato nascosto, ancestrale, dove regna il
sacro.
Per questo si riteneva che il vuoto fosse il la e dell’anima. Se
mangiamo meno, il “vuoto” arriva. Se sappiamo stare con il vuoto,
siamo sulla strada giusta.

1. David A. Kessler, Perché mangiamo troppo (e come fare per sme erla), Garzanti, Milano 2010,
p. 34.
2. Ibid.
3. World Health Organization (WHO ), “Obesity and Overweight Factsheet N. 311”,
h p://www.thehealthwell.info/node/82914.
4. World Cancer Research Fund International, American Institute for Cancer Research, Food,
Nutrition, Physical Activity, and the Prevention of Cancer: A Global Perspective, AICR ,

Washington DC 2007.
5. Georg Groddeck, Il linguaggio dell’Es, Adelphi, Milano 2009, p. 97.
6. Raffaele Morelli, Il cervello sa come curarti, Riza, Milano 2013, p. 114.
7. G. Groddeck, op. cit., p. 197.
8. Marco Aurelio, Pensieri, Mondadori, Milano 2011, p. 119.
2
UN’INCESSANTE METAMORFOSI

Tutto in natura si trasforma


e per poter evolvere gli esseri viventi
passano attraverso un periodo più o meno lungo
di stasi e di isolamento.
Le attività vitali vengono rallentate o sospese,
ci si apparta e ci si crea un guscio protettivo,
al riparo del quale compiere la propria trasformazione.
Il digiuno ci permette di interrompere
la dipendenza dal cibo
per ritrovare il contatto con le energie primordiali
del nostro nucleo in grado di rigenerarci.

Per potersi rigenerare le piante, gli animali e, come vedremo, anche


l’uomo, hanno bisogno di immergersi in un periodo di stasi, di
silenzio, di buio, di vuoto e di digiuno.
In genere cataloghiamo come “istinto” la capacità della natura di
compiere azioni che non sono né concepibili né a uabili a raverso la
logica.
Non esistono spiegazioni scientifiche per rendere comprensibile la
capacità dei colombi viaggiatori di tornare alla loro voliera
percorrendo tragi i anche di 700-800 chilometri: pur non
conoscendo il percorso, riescono immancabilmente a rientrare alla
base. Questa e altre capacità prodigiose fanno parte di quei saperi
pratici e concreti che cara erizzano il mondo delle piante e degli
animali.
Tra gli avvenimenti naturali, alcuni sono così semplici che ai
nostri occhi risultano quasi banali, come per esempio la facoltà dei
q p p
girasoli di volgere la corolla in direzione della luce solare, mentre
altri sono a dir poco strabilianti. E tra i “miracoli” che compie la
natura, uno dei più incredibili è il letargo, in cui nonostante vi sia
una riduzione notevolissima del ba ito cardiaco il sangue non
coagula.

Un a o di profondo cambiamento
Le ultime ricerche di neurofisiologia vegetale e animale hanno messo
in luce la capacità naturale di sopportare astinenze piu osto lunghe
dai processi alimentari. Quasi tu i gli esseri viventi sono in grado di
trascorrere periodi di tempo, più o meno lunghi, senza nutrirsi. E
non solo: come vedremo, in alcune fasi della vita molte specie, sia di
piante sia di animali, hanno bisogno di sme ere di mangiare, o
comunque di ridurre sensibilmente il consumo di cibo.
La nostra cultura ci ha insegnato che i periodi che gli animali
trascorrono senza nutrirsi, come il letargo, sono determinati
dall’istinto di sopravvivenza, e che nel corso dell’evoluzione questi
animali hanno imparato a regolare le a ività metaboliche per far
fronte a periodi in cui le risorse alimentari scarseggiano e in cui le
condizioni climatiche sono sfavorevoli. Questo è certamente vero;
ma proviamo a osservare il fenomeno da un altro punto di vista.
Potremmo ipotizzare che, quando piante e animali non mangiano,
in realtà stiano a ivando processi di rigenerazione e di
trasformazione. In effe i, sono molti gli esempi di piante e di animali
che digiunano mentre stanno vivendo, o si preparano a vivere, una
metamorfosi.
Sanno ridurre il consumo di cibo per rispondere a una pulsione
trasformativa che li porterà a realizzare mutamenti significativi,
come la comparsa di nuovi organi, di nuove capacità e di nuove
funzioni. Se è evidente che il nutrimento rappresenta il principale
fa ore di accrescimento in natura, è anche vero che i passaggi
cruciali dello sviluppo sono preceduti da un periodo di digiuno,
nelle piante come negli animali.
Infa i, sospendendo la nutrizione il mondo naturale riesce ad
a ivare i processi metamorfici e a estrarre da sé gli aspe i latenti
della propria essenza, dirigendosi sempre di più verso il proprio
nucleo e a ivando le capacità innate di cui è dotato.
Il digiuno è davvero uno strumento prezioso, perché perme e
agli esseri viventi di mutare, di evolvere, di concludere un ciclo
vitale per iniziarne uno nuovo. Ogni ciclo naturale consta di una fase
di alimentazione e di una fase di non alimentazione (o di riduzione
dell’immissione di cibo). Ecco perché la natura non ha bisogno solo
di nutrirsi, ma anche di non nutrirsi.
Goethe, grande studioso della natura e dell’anima, notò, durante i
suoi esperimenti, che la produzione dei fru i risulta inibita nelle
piante a cui viene somministrato un eccesso di nutrimento, mentre
viene stimolata quando viene rido o rispe o alle dosi abituali.
La somministrazione di troppi nutrienti obbliga la pianta a
compiere uno sforzo per assimilarli, sprecando energie che avrebbe
potuto destinare ai processi di fioritura e fru ificazione.
Le trasformazioni che subiscono alcune specie di inse i nel corso
della loro vita sono profondissime e in molti casi, tra lo stato che
precede e quello che segue la metamorfosi, nessuno riuscirebbe a
dire che si tra a della stessa creatura: basti pensare, per esempio, al
bruco che diventa farfalla.
A seconda dello stadio della vita in cui si trovano, molti di questi
inse i sono dotati di capacità e cara eristiche morfologiche del tu o
differenti. Ed è interessante il fa o che quasi sempre queste
trasformazioni avvengono in seguito a uno stato di quiescenza, di
riposo, di isolamento e di digiuno.
Prima di raggiungere lo stadio adulto, la larva deve a raversare
una fase di passaggio che viene denominata “pupa” (“crisalide”, se
si tra a di una farfalla). La pupa è l’ultima fase prima della
metamorfosi finale con cui l’inse o completerà la sua
trasformazione. Questa metamorfosi si svolge all’interno di un
bozzolo: l’inse o non si muove e non si nutre. Ma l’immobilità è solo
apparente: in realtà avvengono cambiamenti profondissimi, e
quando l’inse o uscirà dal bozzolo avrà acquisito non solo un
aspe o completamente diverso, ma anche delle capacità del tu o
nuove, per esempio quella del volo.
Un altro caso emblematico di digiuno e metamorfosi nel regno
animale è la muta del serpente. Ciclicamente, una volta ogni mese
circa, la maggior parte dei serpenti cambia la pelle. Si tra a di una
necessità vitale, poiché la loro epidermide non è elastica e non cresce
insieme al resto del corpo: quando la pelle diventa troppo stre a il
serpente se ne deve liberare. Per farlo, si sfrega contro una pietra
tagliente finché non riesce a creare uno squarcio tra le squame,
quindi si divincola e se la sfila di dosso, come se fosse un guanto. È
una fase delicata e stressante della vita dell’animale: quando il
serpente percepisce che è arrivato il momento della muta rimane
immobile e non mangia fino a quando è pronta la nuova pelle.

Il digiuno accompagna il riposo vegetale e il letargo animale


Nella fase fredda dell’anno le temperature scendono e la luce solare
si riduce notevolmente. Le piante caducifoglie limitano al minimo le
a ività fisiologiche, interrompono l’assorbimento di sostanze
nutritive dal terreno e ridistribuiscono la linfa all’interno del fusto, in
modo da evitare il congelamento. Gli alberi spogli non sembrano
vivi, eppure lo sono!
Ed è proprio questa fase quiescente che prepara i germogli, i fiori
e i fru i che compariranno nuovamente con il ritorno della luce e del
calore. Questa quiescenza vegetativa in natura è un vero e proprio
principio trasmutativo, che perme e agli alberi di rinnovarsi
completamente e di rigenerarsi anche nelle condizioni ambientali
più difficili.
Nel regno animale lo stesso fenomeno si verifica con il letargo.
Quando arriva la stagione fredda molti animali si rifugiano nelle
tane per sopravvivere ai mesi più rigidi. Dormono molto e mangiano
pochissimo: poche provviste che hanno predisposto prima di
rintanarsi.
Durante il letargo, l’organismo entra in uno stato in cui
metabolismo, respirazione e ritmo cardiaco si riducono
incredibilmente: l’a ività del cuore rallenta fino a raggiungere la
frequenza di due ba iti al minuto, contro i 50-60 abituali. L’animale
viene tenuto in vita dalle riserve adipose che vengono bruciate
durante il letargo (alcune specie di mammiferi arrivano a perdere il
40 per cento del loro peso).
È sorprendente che, nonostante il lungo sonno, uscendo dal
letargo questi animali siano in pieno possesso delle loro facoltà
cognitive e tu e le funzioni vitali vengono ripristinate
immediatamente.
Gli orsi e i tassi, per esempio, sopravvivono senza cibo per periodi
che variano da 3 a 5 mesi. Il pipistrello entra in uno stato che
assomiglia al coma, in cui quasi tu i i processi vitali vengono
sospesi. Il ritmo cardiaco è estremamente rido o, un ba ito al
minuto, e i movimenti respiratori sono appena perce ibili. Sembra
privo di vita, la sua temperatura corporea si abbassa fino quasi a
raggiungere il livello di quella esterna.
Non solo i mammiferi ma anche i re ili non mangiano durante la
latenza invernale, che trascorrono in luoghi riparati: tra le pietre,
nelle fenditure del terreno o nelle gro e, spesso a orcigliati insieme.
Sono animali a sangue freddo e il loro corpo deve essere riscaldato
dall’esterno per poter svolgere le a ività vitali, come la digestione.
Le lumache cercano un luogo ben nascosto (spesso una galleria
nella terra che scavano loro stesse), il più umido e temperato
possibile. Una volta trovato il posto giusto eme ono una secrezione
dalla bocca, dalla consistenza simile a quella dell’argilla, con cui
tappano l’ingresso del guscio, quindi soffiano per eliminare ogni
conta o tra il corpo e il tappo. Si ritirano in fondo alla loro chiocciola
e passano l’inverno addormentate. Il tappo è poroso e lascia entrare
l’aria, consentendo così alla lumaca di respirare.
Ma il letargo non è un fenomeno legato unicamente all’inverno:
riguarda anche la fauna che popola i luoghi in cui stagioni piovose si
alternano a periodi di siccità, che me ono a dura prova le capacità di
sopravvivenza degli animali.
Durante la stagione calda e secca, alcune specie di animali che
popolano queste regioni entrano in uno stato di sonno letargico, che
viene definito “estivazione”.
Uno degli esempi che possiamo citare è quello di alcune specie di
alligatori del Sudamerica che prima che inizi il periodo di siccità si
so errano nel fango, che viene trasformato in una dura crosta dal
sole. Solo dopo tre mesi, con l’arrivo delle prime piogge, escono dal
fango e interrompono il lungo digiuno.
Ma come abbiamo de o, questa capacità di sopravvivere senza
cibo e senza acqua, entrando in uno stato più simile alla morte che al
sonno, esprime qualcosa di più profondo rispe o alla necessità di
ada arsi per superare la fase critica dell’anno.
Tu o ciò sembra dimostrare che il digiuno e la stasi letargica sono
a i costitutivi dell’evoluzione, di cui non possiamo fare a meno. Così
la natura ci indica che, oltre la luce esterna del mondo visibile, esiste
un diverso tipo di luce.
È una luce misteriosa, nascosta, interiore, che può scaturire solo in
assenza della luce esterna. È un’energia misteriosa legata ai saperi
innati, al mondo della magia e dei sogni. Niente la incarna meglio
dei semi che, sepolti nel buio e nel silenzio della terra, senza nutrirsi,
producono trasformazioni capaci di renderli alberi maestosi.
Novalis, il grande poeta romantico, ci ricorda che il chicco di grano,
sepolto nella neve, sogna la spiga e per questo la fa…
Questa saggezza del buio, che tu e le no i ci chiama a sé e ci fa
affondare nel sonno profondo, ci perme e di penetrare un territorio
differente della psiche. La nostra identità diurna si dissolve e
irrompe la coscienza no urna, oscura, fuori dal tempo. È fa a di
rivelazioni e di sogni, in cui la profezia e la magia diventano
possibili.
Per questo le antiche tradizioni identificavano la no e con il
tempo degli incantesimi, popolato da mostri, spiriti, demoni e
streghe, una dimensione nella quale entrano in gioco energie che
sono l’opposto rispe o a quelle della razionalità diurna, ma senza le
quali non potremmo vivere.
Dobbiamo ricordarci che nelle antiche leggende i profeti erano
ciechi: avevano una visione diversa dagli altri uomini, perché
avevano uno sguardo proie ato non verso la luce esterna, ma verso
quella interiore, che è la sorgente del nostro essere.
Solo quando escludiamo l’esterno dal nostro campo perce ivo
possiamo collocarci su quella “luce oscura” interiore che è la culla
dei nostri saperi innati, dei nostri talenti, di ciò che ci cara erizza.
Poiché solo nascosti, al buio, in silenzio e a digiuno possiamo
cogliere i segreti che si celano nelle profondità della nostra essenza e
a ingere da quell’energia misteriosa che ci crea e ci rigenera
incessantemente.

Una fase di a esa


Quindi la pianta, a raverso il riposo invernale, ritorna allo stato di
seme sepolto so o la terra: i rami spogli somigliano alle radici. Solo
così può recuperare l’energia primordiale che le perme erà di
tornare a germogliare. I semi non germogliano se non dopo aver
trascorso un certo periodo in stato di quiescenza nella terra umida e
fredda. Tu i i processi di trasmutazione avvengono nascosti in un
involucro e con il loro tempo di maturazione.
In certe fasi della propria evoluzione, chiudersi nel proprio
guscio, a digiuno e al buio, diventa necessario per poter a ivare
l’energia embrionaria di cui parla il taoismo. Non ci si isola per
staccarsi dagli altri, non si digiuna, e questo bisogna ripeterlo spesso,
per so rarsi alla vita, ma per a ivare l’energia creativa e rigenerativa
del nostro nucleo. Ritornare embrioni significa venire in conta o con
capacità che altrimenti resterebbero latenti. Goethe ha affermato:

L’energia vitale necessita di un involucro che la protegga dai rigori


dell’elemento esterno, sia esso acqua o luce o aria, e difenda la sua esistenza
delicata, in modo che essa compia ciò che appartiene alla sua essenza interna. …
Nuovi involucri si formano, mentre so o a questi, più o meno superficiale o
profonda, la vita tesse la sua trama creatrice. 1

L’involucro è lo spazio del buio, del silenzio, dello stato di


sospensione tra il sonno e la veglia, e sopra u o del digiuno.
Digiunare è richiudersi in un involucro, interrompere i conta i con il
mondo esterno e aprirsi così a nuove dimensioni interiori.
Sembra quasi che, per rinascere, l’essere vivente abbia bisogno di
tornare a uno stato simile a quello in cui si trova l’embrione nel
ventre materno o il seme nella terra, cercando di far fluire quelle
energie primordiali che ci perme ono di trasformarci e di avanzare
sul nostro percorso.

Una vera rigenerazione


Goethe ci ricorda che il processo gravidico ha bisogno
dell’isolamento. Esiste infa i un’analogia tra il letargo, la quiescenza,
la muta del serpente e la gestazione, la preparazione a una nuova
nascita: le piante entrano in uno stato simile a quello del seme, gli
animali si riavvicinano all’energia gestativa, da cui traggono il
potenziale rigenerativo dell’organismo.
I semi non si nutrono prima di far scaturire il germoglio, eppure
sono “vivi” e generano nuova vita.
Se ogni metamorfosi e ogni rigenerazione è una nuova nascita,
allora per trasformarci abbiamo bisogno di a ingere da un’energia
gestativa, la stessa che ci ha nutrito e ci ha fa o crescere nella
placenta e che, durante tu o il corso della vita, è incessantemente
presente nel nostro nucleo. È lei che mantiene il nostro corpo in
salute, che fa sì che i tessuti si rinnovino senza sosta, ed è a lei che ci
affidiamo la no e, quando andiamo a dormire.
Nulla come il digiuno ci perme e di incontrare quest’energia
nascosta, perché ci ricollega all’energia primordiale che crea la vita:
questo è dimostrato anche dal fa o che molti animali non mangiano
durante il periodo della riproduzione.
I salmoni, per esempio, tornano nei corsi d’acqua in cui sono nati
per riprodursi. Giunti alla foce sme ono di alimentarsi e cominciano
a risalire il fiume. Nuotano contro corrente, finché individuano il
punto ada o per deporre le uova. Il loro viaggio dura mesi: man
mano che avanzano e le acque del fiume diventano più impetuose, i
loro muscoli carichi di grasso si fanno snelli e agili.
Un altro esempio è quello del leone marino maschio, che trascorre
a digiuno tu a la stagione degli amori. Questo periodo
estremamente dispendioso di energie, della durata di quasi qua ro
mesi, l’animale lo dedica all’accoppiamento e ai comba imenti per
scacciare i pretendenti delle femmine del suo harem.
Il pinguino imperatore vive in colonie che si radunano quando
inizia la stagione degli accoppiamenti: da questo momento in poi,
questi uccelli non mangiano per l’intera durata del periodo
riprodu ivo. Dopo l’accoppiamento e dopo che hanno deposto le
uova e le hanno affidate ai maschi, le femmine si allontanano e
vanno verso il mare in cerca di cibo. I maschi rimangono a covare:
per circa tre mesi tengono le uova tra le zampe, al caldo so o la
pancia, stringendosi tra loro per ripararsi dal gelo. Durante questo
periodo non mangiano e il loro peso arriva a dimezzarsi.
Esa amente al momento della schiusa, quando il maschio ha ormai
pressoché esaurito le riserve che gli perme ono di sopravvivere, la
femmina ritorna e lo ritrova grazie a un richiamo sonoro. Riprende
in carico il pulcino e lo nutre, rigurgitando il cibo che ha
immagazzinato nello stomaco. A questo punto il maschio può
andare a nutrirsi.

Riscopriamo le leggi naturali del nostro essere


Riposo, silenzio, buio e digiuno non sono a i di ritiro spirituale, ma
vere e proprie azioni trasmutative dell’evoluzione sia animale sia
umana. Se perdiamo la nostra capacità di ritirarci in noi stessi, di
essere silenziosi e di digiunare, perdiamo delle vere e proprie
capacità evolutive.
Non dobbiamo meravigliarci del diffondersi così massiccio delle
mala ie psicosomatiche, dell’obesità e dell’abuso di psicofarmaci se
perdiamo la capacità connaturata di rigenerazione, che gli animali
continuano invece a perpetuare. In fondo ci stanno avvisando dei
rischi che corriamo se siamo troppo esposti ai ritmi artificiali della
nostra epoca.
Oggi abitiamo in grandi ci à, identifichiamo la scienza e il
progresso tecnologico come i veri responsabili e garanti del nostro
benessere e abbiamo un rapporto assai limitato e artificiale con la
natura. Siamo animalisti ed ecologisti, ma abbiamo perso il conta o
con la natura, le sue leggi e le sue dinamiche, e la visione che
costituiva il fulcro della saggezza dei nostri avi.
Come spiega il grande filosofo Hermann Keyserling,

senza sestante, senza intelle o e senza uno qualsiasi degli strumenti di cui
dispone l’uomo civilizzato – e probabilmente anche senza averne una chiara
coscienza – l’albatro conosce il mare molto meglio del capitano più esperto.
L’umanità farebbe bene a guardare un po’ meno dall’alto in basso le facoltà
degli animali, in quanto esistono molti modi di rapportarsi al mondo, e il nostro
non è sempre e comunque il migliore. 2

L’insegnamento più prezioso che possiamo fare nostro, quindi, è


che esiste una tendenza spontanea alla metamorfosi che può
restituire alla nostra essenza la capacità di fiorire, di a uare gli
aspe i innati legati al nostro destino, quel sapere misterioso di cui è
dotato ogni essere vivente, lo stesso che perme e al bruco di
diventare farfalla.
Non esiste altra felicità se non quella di trasformarsi sempre di
più in se stessi, realizzando la propria natura. Il digiuno è una via
che porta la pianta e l’animale a ricordarsi che un’incessante
metamorfosi lo abita e avviene tanto più facilmente, quanto meno
l’energia alimentare interferisce.

1. Johann Wolfgang Goethe, Urpflanze. La pianta originaria, a cura di M. Donà, AlboVersorio,


Senago 2014, pp. 17-18.
2. Hermann Keyserling, Diario di viaggio di un filosofo. Cina, Giappone, America, Neri Pozza,
Vicenza 2004, p. 248.
3
IL DIGIUNO CI RIAVVICINA ALLA NATURA

La tradizione taoista ha ritenuto


che perdere i ritmi naturali portasse alla malattia.
Una delle patologie di quest’epoca
è l’idea che dovremmo essere sempre
spensierati e sorridenti
e bandire la tristezza dalla vita quotidiana:
il risultato è che abbiamo, in Italia, 5 milioni di depressi.
Al contrario, la mente naturale accoglie
tutti i differenti stati d’animo
che cambiano di continuo così come in natura
si susseguono le stagioni…

Negli ultimi anni è accaduto qualcosa che sarebbe stato


inconcepibile per le generazioni che ci hanno preceduto. Abbiamo
perduto la natura, il cui insegnamento più grande è tu o racchiuso
nella legge eterna dei semi che si fanno pianta. Gli alchimisti
avevano costruito la loro visione del mondo proprio su questo, come
aveva fa o il taoismo. Sapere che siamo semi che diventano la loro
pianta porta alla conclusione che la vita si svolge da sola,
spontaneamente, senza l’intervento del nostro Io.
Qualsiasi idea ci siamo fa i del libero arbitrio, è la natura che
traccia prima di tu o e più di tu o il nostro destino. Sono due modi
diversi di stare nel mondo, quello dell’abete e quello della quercia.
Sempre di alberi si tra a, sempre di radici, di rami, di foglie sono
costituiti. E analogo è il loro nutrirsi di aria, terra, acqua e luce; ma il
castagno segue una via molto diversa da quella del tiglio. La natura
impone a ciascuno la sua forma e lo fa spontaneamente, senza
p p
alcuno sforzo. Qualsiasi fatica faccia il salice, non potrà mai
assomigliare a un faggio. Questo ci insegna la natura: la legge
dell’unicità. Ogni forma è unica e non può e non deve assomigliare a
nessun’altra: esa amente il contrario di quello che capita oggi dove
ciascuno vuole aderire ai modelli esterni. Ci piaccia o no, siamo di
fronte a una generazione di uomini e donne fotocopie. Mai come in
quest’epoca la diversità che cara erizza ogni forma vivente è stata
abba uta.
La semenza di ciascuno di noi è una legge di natura su cui si basa
il “centro” di ogni essere vivente. Il Sé, la parola più misteriosa di
tu a la filosofia occidentale, implica che dentro di noi dimora un
essere in terza persona (il Sé non sono io), portatore di un’energia
sconosciuta, che fa di ciascuno di noi un individuo, non accostabile a
nessun altro.
Se esiste un Sé che mi guida, ho una sola strada da percorrere, se
un seme nascosto fa di me l’essere unico che sono, io non devo
imparare che da me, come la rosa impara solo da se stessa a fare il
suo fiore. Non ha certo studiato!
Keyserling ha affermato: “Per colui che comprendesse alla
perfezione la pianta la vita non avrebbe più misteri”. 1 L’analogia
uomo-pianta è radicata nel profondo, anche se noi non la
percepiamo più, anche se siamo diventati estranei alle leggi degli
alberi, dei fiori. Quell’autenticità, quella spontaneità del regno
vegetale è per Keyserling la vera meta da raggiungere:

E la pianta ci si offre in modo così aperto! Nessuno potrebbe mai essere più
corre o, più verace, più autentico di essa. Di tu e le creature della terra forse
soltanto la pianta appare in tu o e per tu o così com’è. Quanti sono gli uomini
di cui si può dire altre anto, sia pure per pochi a imi? Pochissimi. Infa i, per
quanto possa sforzarsi di essere vero, nell’uomo prendono sempre il
sopravvento l’inessenziale e il casuale, mentre il nesso tra l’appartenenza e
l’essenza risulta disarmonico. 2

Parole difficili da comprendere in un’epoca di fotocopie, di


imitatori, di costrizioni mentali artificiali, cerebrali, dove il senso è il
grande assente.
g
L’uomo-fotocopia è ingabbiato da schemi mentali, non gioisce con
il fiore, non vede l’eterno tra le pieghe della vita, non vede
l’Immenso, non conosce che il finito e così si spegne in se stesso,
nella gabbia dei pensieri che lo imprigionano. Quello di Keyserling è
invece un pensiero essenzialmente taoista, dove si impara che
l’aderenza all’essere naturale è tu a la Via, il Tao.
Nel discorso per l’o antesimo compleanno di Heidegger,
Tsujimura Kōichi citò in effe i un passo di Dōgen in cui una
semplice fioritura porta con sé tu o, e proprio in un contesto
analogo a quello del rapporto fra mondo e cosa. Dōgen parla di un
vecchio pruno:

Il cielo e la terra, il sole splendente e la chiara luna, sono tu i aspe i del vecchio
pruno, che non possono essere separati l’uno dall’altro. Quando il vecchio
pruno fiorisce, il mondo intero fiorisce. 3

L’universo non è più popolato da ogge i insignificanti, ma ogni


pianta, ogni fiore, ogni essere è luogo di senso e apre le porte
all’infinito.
In questa chiave, il seme aspe a l’albero che nascerà da lui, e lo
sguardo, il vero sguardo dovrà liberarsi da tu e quelle acquisizioni
che possono farlo deviare dal suo scopo. Il seme sa la Via, il Tao: cosa
può distoglierlo dalla sua missione?
Il nemico sono le false convinzioni in cui ci identifichiamo. Quali
sono? La più terribile di questi anni tecnologici è l’idea che la natura
possa essere ignorata, dimenticata, ripudiata, negle a.
Il taoismo, la più grande cultura della coscienza interiore, è fiorito
intorno al rapporto uomo-natura, l’uno dall’altro indissociabile,
come ben ricorda Granet:

Il sentimento che il mondo naturale e la società umana sono stre amente


solidali è stato l’elemento di fondo di tu e le credenze cinesi. 4

Cosa accade a una cultura che perde di vista il suo rapporto con le
stagioni? Che mangia le ciliegie a dicembre? Che vive sempre con la
radio accesa? Dovremmo accorgerci che quella solidarietà, di cui
g q
parla Granet, tra società umana e mondo naturale è stata
completamente infranta. Che ne è dell’uomo, se si rompe il pa o che
vive da sempre tra la madre terra e il mondo umano? Che cosa
rischiamo? Si può vivere ignorando la “matrice originaria” di cui
parlava Paracelso? Carlo Nuti, grande studioso di Paracelso, conosce
bene la stre a relazione tra il mondo naturale, il cosmo e la psiche.
Tu i i saperi, secondo Paracelso, vengono dalla natura: è lei che ci
insegna a vivere, è lei che ci può dare la conoscenza, la visione
nitida, la luce della consapevolezza.

Conoscere tu o ciò che esiste in natura equivale a conoscere le manifestazioni


cosmiche nelle loro diverse forme. La natura si manifesta all’uomo con
un’infinità di forme, aspe i e ogge i diversi, con tu e le relative virtù non
create. Nella natura noi troviamo una luce che ci illumina più di quanto facciano
il sole e la luna. 5

Cosa accade se perdiamo questa luce naturale? Quali mala ie


incombono se svanisce la relazione uomo-natura? Che ne è di un
essere umano che non ha più legami con il principio cosmico che lo
genera e che lo abita? È come se un’onda credesse di esistere per se
stessa e non vedesse più il mare da cui deriva la sua esistenza. Se
muore la “mente naturale”, collegata al ritmo delle stagioni, alle
tradizioni, che avevano riti diversi a seconda del periodo dell’anno,
che ne sarà di noi?
Così ragionava Friedrich Nie sche:

Quando si parla di umanità, ci si fonda sull’idea che debba tra arsi di ciò che
separa e distingue l’uomo dalla natura. Ma una tale separazione in realtà non
esiste: le qualità “naturali” e quelle chiamate propriamente “umane” sono
inscindibilmente intrecciate. 6

A noi sembra cosa da poco “tagliare” con i processi naturali che ci


abitano, ma, se perdiamo la vicinanza con loro, via via diventiamo
come foglie che credono di sussistere senza l’albero a cui sono
a accate e da cui dipendono. Stiamo tagliando i rami su cui si
appoggia la nostra esistenza.
pp gg
Una generazione senza radici
Che ne è di una generazione che non ha più la madre terra? Che
finisce per sentirsi perduta! Ogni individuo è solo, crede di esistere
separato dal suo lato cosmico, che è ciò che lo crea, lo sostiene e lo
alimenta. Il senso dell’eterno, su cui gli antichi costruivano le loro
civiltà, svanisce e andiamo verso l’intristimento e l’aridità
esistenziale.
Nessuna epoca ha mai avuto il problema della solitudine quanto
la nostra. L’epoca più chiassosa della storia, più lontana dai boschi,
dai torrenti, dalle tradizioni è anche quella in cui il senso di
solitudine è più diffuso e profondo. Senza vivere vicino ai processi
naturali, senza ritrovarli al proprio interno, la psiche è isolata, non
ha più il terreno su cui appoggiare, è priva di consistenza e viene
travolta dalle illusioni, che diventano la sua unica realtà. Separarsi
dalla natura è allontanarsi dal proprio Sé, vale a dire dal fondamento
stesso del nostro essere. Così siamo una civiltà arida, senz’anima,
senza psyché, quello che gli antichi Greci chiamavano “soffio vitale”.
Vi orio Caprioglio esprime molto bene questo malessere colle ivo.

L’uomo non si vive più come facente parte della natura, ha preso le distanze da
essa, pensa solo a se stesso come al sogge o e alla natura come all’ogge o. In
realtà una visione simile contiene un principio dissociante e pericoloso, di cui
liberarsi, in quanto noi e l’ambiente siamo la stessa cosa e tu o avviene in noi
come in natura … Noi crediamo, illusoriamente, di esserci emancipati, ma il
nostro cervello e le sue configurazioni neuro-chimiche sono l’immagine a ricalco
della natura stessa che, come l’aratro traccia il solco, disegna in noi quelle
cadenze, quei ritmi millenari … che si traducono in trame e stru ure cerebrali. 7

Qualsiasi idea di futuro abbiamo in mente, non possiamo pensare


di distanziarci dalla natura e dalle sue leggi, se non pagando un
prezzo devastante. Qualsiasi idea abbiamo dell’ordine umano, non
può discostarsi dai ritmi, dai tempi, dal divenire dei principi
naturali.
Così Granet descrive i fondamenti del mondo nel pensiero taoista:
Le comunità riunite, nel momento stesso in cui poteva sorgere in loro la
coscienza del legame sociale, constatavano nella natura delle ricorrenze
immancabili: l’idea di armonia, che dominava i cuori, appariva loro come una
realtà dai due aspe i stre amente solidali, l’ordine umano e l’ordine naturale. 8

La nostra società chiassosa continua a ingurgitare suoni, a i


inutili, visioni alterate da un eccesso di colori, slogan e sopra u o
cibo. E, naturalmente, farmaci per curare tu i questi abusi.
Psicofarmaci per comba ere l’ansia e gli a acchi di panico che noi
stessi produciamo, ipnoindu ori per poter finalmente dormire e
bloccare una coscienza supereccitata, alcol e droghe per sballare
ancora di più ed essere sempre in allerta, vigili, svegli, a ivi ed
efficienti. E ancora, antidepressivi per far ripartire l’anima quando si
ritira in se stessa, perché ha perso il senso del vivere. Lo stare con se
stessi, l’introversione e la timidezza sono visti non come il ritiro da
un mondo assordante, ma come veri e propri disturbi psicologici.
Chi è riflessivo, incline a meditare, chi basa sulla quiete la sua
visione del mondo e si libera dell’eccesso di pensieri, è visto come un
individuo alienato, se non malato.
Lo stato meditativo in origine era la ricerca di uno spazio interiore
senza pensieri, il più vicino possibile alla coscienza del seme dove,
senza alcun ragionamento, l’essere che siamo si è sviluppato e
continua a svilupparsi.
Meditare significava uscire dalle identità che acquisiamo
dall’ambiente per avvicinarsi al respiro profondo del Sé,
allontanandosi il più possibile dai condizionamenti. Il seme e le
radici vivono nascosti: chiunque voglia realizzare la propria
evoluzione deve affidarsi al buio, al silenzio e al vuoto, che sono le
energie della trasmutazione. Solo qui c’è la percezione dell’anima
profonda, delle radici, del sapere innato.
Invece oggi la nostra cultura è la più artificiale che sia mai esistita,
felice e contenta in ogni stagione, sempre proie ata fuori di sé,
stordita dal rumore assordante di fondo. Ma i cinesi, già 2700 anni
fa, avevano capito che senza la tradizione naturale, senza vedere
nelle stagioni l’alba (la primavera) e il tramonto (l’autunno) della
vita, senza vedere il lato cosmico della nostra essenza, ci saremmo
sentiti sperduti, soli, e ci saremmo ammalati.

La nostra epoca in crisi


Effe ivamente soffriamo di disturbi psichici di massa, l’obesità
riguarda milioni di persone, dilagano le mala ie psicosomatiche.
Intanto i media continuano a proporre il modello di una società e di
una personalità allegra e spensierata, “luminosa” e senza ombre:
“Sono una persona solare” è il modo di dire più usato per descriversi
come persone riuscite, realizzate, in sintonia con gli altri e con
l’esterno.
Ma non esiste il sole senza il buio, senza la no e. Cosa pensate di
qualcuno che ride sempre, che è sempre positivo, “su di giri”? Le
persone “solari” sono superficiali e sopra u o innaturali: alla prima
frustrazione, al primo rifiuto, al primo abbandono crollano.
Senza tristezza, senza lacrime, senza silenzio, senza passività,
senza buio siamo veramente perduti. La tristezza, che noi oggi
ripudiamo, è un’energia naturale capace di trasmutarci, un processo
di trasformazione: chi rifiuta di essere triste e vive nell’idea della
gioia a tu i i costi diventa come un manichino, come un essere
innaturale. Vedere la tristezza come un’energia naturale che ci
modifica, che ci fa evolvere: questo ci rende esseri umani. Invece, la
negazione di questa esperienza ha avuto l’immediato risultato di far
aumentare a dismisura i casi di depressione, che è diventata la
mala ia psichica più diffusa.
Sentite Rilke:

Voi avete avuto molte e grandi tristezze, che se ne sono andate. E dite che anche
quel loro andarsene fu per voi difficile e irritante. Ma vi prego, rifle ete se
quelle grandi tristezze non siano piu osto passate a raverso di voi. Se molto in
voi non si sia trasformato, se in qualche parte, in qualche punto del vostro
essere non vi siate mutato, quando eravate triste. 9
Quanto è innaturale la ricerca perenne della gioia! Non è solo
innaturale, è una mala ia… Solo nella tristezza, l’anima è capace di
regalare doni che preparano la nostra evoluzione, il nostro viaggio
verso l’infinito.

È preferibile la mestizia al riso, perché so o un triste aspe o il cuore è felice. Il


cuore dei saggi è una casa in lu o e il cuore degli stolti è una casa in festa. 10

Senza tristezza siamo condannati all’infelicità, così come senza


l’autunno nessuna primavera può arrivare. Qohèlet, l’uomo dalla
sapienza più spietata che forse abbia avuto l’umanità, ci aveva
avvisato: “Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo
per gemere e un tempo per ballare”. 11
Anche il taoista, come il saggio ebreo, vedeva la presenza di due
poli nel cammino delle stagioni: vedeva l’alternarsi di luce e ombra e
sapeva che sono inseparabili, l’una necessaria all’altra: “Mentre
primavera significava amore, unione, gioia, autunno significò morte,
separazione, lu o”. 12
Entrambi devono esistere per formare un essere completo: che
diresti di una pianta che tra iene le foglie secche? L’autunno le
spazza via, per farla rinascere. Un essere sempre uguale è come un
albero rivestito di foglie morte. Festeggiando ogni stagione, gli
antichi cantavano gli stati interiori, le emozioni che non sono mai
separate dagli stati naturali: la tristezza dell’inverno, il sentimento
erotico della primavera, l’apatia e la spossatezza mentale del grande
caldo estivo o la paura delle prime note autunnali. Questi sentimenti
cosmici ci appartengono come il DNA ed è per questo che la recita del
sorriso perenne è una mala ia di questi tempi.
Gli alchimisti e i taoisti imperniavano il senso della vita sul
mutamento, sul divenire, ma conoscevano anche molto bene la
permanenza del Sé, la certezza, la trama perenne del nostro essere
unico. Anche se mutiamo incessantemente, giorno dopo giorno, c’è
un principio fisso, nascosto, immutabile, che conduce la nostra
esistenza, un elemento cosmico dentro di noi che cura il nostro
essere e non vuole alimentarsi di illusioni, di false credenze.
Il digiuno accompagnava il sorgere di ogni stagione, per ricordare
che il Sé, al di là del mutare dell’ambiente esterno, doveva ritrovare
la sua presenza. E ci si asteneva dal cibo proprio per cogliere questa
“immutabilità”, questa unicità, questa permanenza. “Mi ritiro verso
le radici, lascio svanire il mio Io e con lui le nebbie dei miei
a accamenti, entro nel regno del vuoto, del nulla”: queste sono
probabilmente le parole che il taoista diceva a se stesso, prima di
iniziare il digiuno. C’è un sapere che ci è sconosciuto, un sapere che
viene dal silenzio: “La musica migliore è silenziosa, il vero maestro è
muto”. 13
Questo ci insegna la natura: che il seme silenziosamente rompe
l’involucro, si trasforma in radici e germogli e finché la pianta vive,
ininterro amente determina la metamorfosi che produce i fiori e i
fru i… Se blocchiamo, anche per brevi momenti, l’assunzione del
cibo, restituiamo al cervello primordiale, dove abitano le nostre
radici di esseri umani, la sua energia creativa e sopra u o evolutiva.
A questo serve il digiuno, a portarci vicino all’essenza, laddove il
nostro Sé può finalmente parlare il suo linguaggio. Una visione
filosofica che nasce dal digiuno è molto diversa rispe o a quella
degli studi, del sapere culturale, della conoscenza scolastica. “La
saggezza non si impara”, 14 dicevano i taoisti, ricordandoci che il
seme crea l’albero dall’interno, spontaneamente, senza ascoltare
nessuna lezione dal mondo esterno.

Nel digiuno è racchiuso un sapere innato


Nel digiuno appaiono percezioni cosmiche, la sincronicità diventa il
linguaggio del Sé: così le farfalle o il volo di un colombo acquistano
un senso profondo ai nostri occhi. Poiché il digiuno apre le porte al
lato cosmico del nostro Sé: i fiori, gli animali, gli ogge i diventano il
luogo di un linguaggio con l’unità.
Per gli alchimisti, il digiuno suonava così: “Togli tu e le cose che
hai aggiunto, tu e le credenze che sono diventate tue, liberati dal
branco che è il peggior nemico dell’anima e aspe a che il tuo Sé ti
manifesti i fiori e i fru i della tua pianta”. Parole che un taoista
sposerebbe in pieno, come ricorda magistralmente Granet.
Per capire il digiuno e la sua sapienza innata, provate a
considerare la vostra coscienza quando è appesantita dall’alcol o dal
troppo cibo: diventa torbida, ha una visione ristre a dell’universo,
non ha la necessaria chiarezza per vedere il senso delle cose. Gli
antichi digiunavano per cercare quella chiarezza che facesse loro
vedere il panorama dell’universo, il Sé e l’essere cosmico su cui
siamo costantemente seduti.
Mentre cerchiamo mete filosofiche da raggiungere, mentre
lo iamo per la perfezione, o meglio per l’idea che ci siamo fa i della
perfezione, dimentichiamo quello che il taoista ci diceva 2700 anni
fa: “Ma la salvezza non è che un ritorno alla natura”. 15
Dovunque ci si rivolga alla ricerca di significati, non bisogna mai
perdere di vista il monito di Keyserling: “Dal punto di vista del
senso nessun superuomo giungerà mai più in là della rosa”. 16
Il digiuno andava concepito come un ritorno e un abbandono alle
radici naturali, un lasciarci condurre da loro e non dalle
identificazioni che assorbiamo dal mondo. Se siamo uniti al bosco,
alle piante, alla terra, il cosmo spazza via la nostra solitudine.
Sentite cosa ci dice ancora Keyserling:

Le piante amiche mi avvolgono in modo quasi impetuoso con la loro atmosfera


essenziale e mi dicono non solo che possiedo già ora quella certezza di cui sono
ancor sempre alla ricerca nella mia cieca ba aglia, ma che anzi sono già alla
meta e che tu o va nel migliore dei modi. Come potrebbe l’uomo a ivo non
trovare proprio nella pianta il suo migliore complemento? 17

Qualcuno dirà: chi me lo fa fare di digiunare per incontrare il


mondo primordiale della natura che mi abita?
La risposta è semplice: senza le radici che ti creano, sarai meno di
niente.
Il digiuno serve a spazzare via la mente acquisita dall’ambiente,
che ci anestetizza e ci rinchiude nel nostro Io, che è in realtà un
accumulo di foglie morte. Solo il bosco ci restituisce il senso
dell’energia eterna, la stessa dei sogni, che vivono nel Senza Tempo,
la stessa dei riti, delle fiabe, dei miti.
Alfredo Ca abiani ha ben chiaro che la salute dipende dal
recupero dei nostri codici naturali ed evoca quelle piante antiche che
sono le sorelle dell’anima.

Chiunque non sia stato spiritualmente del tu o anestetizzato, trovandosi in un


bosco, o in un prato primaverile o semplicemente in un orto, avvertirà
inconsciamente, forse con una punta d’inquietudine, di essere penetrato in una
dimensione diversa da quella quotidiana. Potrà forse evocare dagli alberi, dai
fiori, persino dagli ortaggi, una serie di simboli che non sono soltanto immagini
ma incorporano in loro stessi la realtà simboleggiata, diventando dunque fonti
di energia spirituale, come ebbe a spiegare Pavel Florenskij nel suo saggio sulle
icone. Nei fiori contemplerà la Bellezza riflessa nel cosmo ma anche
l’impermanenza del manifestato, nelle erbe la tellurica presenza della Grande
Madre che sovrintende alla fecondità e alla fertilità. Contemplando un albero vi
coglierà l’immagine del cosmo perché porta fru i e periodicamente si
rigenera. 18

“Scusa, torno a casa perché devo bagnare le mie piante.” Sono


parole che non diciamo quasi più, eppure sono il fondamento della
nostra salute mentale. Nei gerani, nel mandorlo e nel pesco in fiore
c’è una voce che ci chiama. Ogni dio del mondo greco aveva una
pianta sacra: pensate all’ulivo di Atena.
In Puglia abbiamo visto un contadino piangere per la morte del
suo ulivo, che aveva forse più di 700 anni. Lui pensava di soffrire per
la sua pianta, ma in realtà le sue lacrime erano per la dea che si
allontanava dal suo albero e dal suo campo.
Jung ci aveva avvisato che se gli dèi escono dalla scena della
nostra vita, ricompaiono so o forma di mala ie. Non c’è dio che non
sia imparentato con la natura e le sue doti magiche agiscono sui fiori,
sui fru i, sulle cose del mondo. Il digiuno serve a questo, a
riaccendere la vicinanza a un mondo senza il quale non ci sono più
gli dèi: al loro posto arriva la disperazione.
1. H. Keyserling, op. cit., p. 19.
2. Ibid.
3. Cit. in Vi orio Tamaro, Vuoto/Pieno. Il bue e il suo pastore: una storia zen dell’antica Cina,
Laterza, Roma-Bari 2013, p. XXXI.
4. Marcel Granet, La religione dei cinesi, Adelphi, Milano 2006, p. 23.
5. Paracelsus, De Matrice, a cura di C. Nuti, OM Edizioni, Quarto Inferiore 2017, p. 109.
6. Friedrich Nie sche, La filosofia nell’epoca tragica dei Greci, Adelphi, Milano 2006, p. 117.
7. Vi orio Caprioglio, La via dell’anima. Dall’alchimia alla psicoterapia le sue leggi misteriose ci
guidano a ritrovare noi stessi, Riza, Milano 2012, pp. 64-65.
8. M. Granet, op. cit., p. 23.
9. Rainer M. Rilke, Le ere a un giovane poeta; Le ere a una giovane signora; Su Dio, Adelphi,
Milano 2013, p. 55.
10. André Neher, Qohèlet, Gribaudi, Milano 2006, p. 17.
11. Ivi, p. 23.
12. M. Granet, op. cit., p. 22.
13. M. Granet, op. cit., p. 143.
14. Ibid.
15. Marcel Granet, Il pensiero cinese, Adelphi, Milano 2011, p. 389.
16. H. Keyserling, op. cit., p. 19.
17. Ivi, p. 18.
18. Alfredo Ca abiani, Florario, Mondadori, Milano 1996, pp. 5-6.
4
UNA SERATA CON L’AMICO SCONOSCIUTO

Digiunare significa affidarsi a quella radice


misteriosa e sconosciuta
che vive al di là del nostro Io:
all’inizio può arrivare uno stato di tristezza,
perché ci stiamo staccando dalle abitudini,
dalle solite cose, dagli amici.
Non bisogna spaventarsi:
presto la malinconia verrà sostituita dalla felicità.

Così il digiuno è l’emblema della permanenza dentro le nostre radici,


di quel luogo oscuro da cui veniamo incessantemente creati e
rigenerati.
Nei giorni scorsi è arrivata questa e-mail.

Ho le o che molti scienziati consigliano il digiuno perché è il modo migliore per


rigenerare le cellule. Questa è anche la tesi di molti oncologi. Io, siccome sono un tipo
salutista, ho voluto provare questa esperienza e ho iniziato a saltare la cena per una sera
alla se imana, bevendo solo acqua. Però devo dire che sono stato colto da un a acco di
tristezza, da un profondo senso di solitudine, di distacco dagli altri, che mi ha
spaventato. Come serata sceglievo il venerdì, visto che il giorno dopo non andavo al
lavoro. Nonostante il digiuno fosse limitato a una sola sera, il senso di isolamento mi
disturbava molto; in genere il venerdì e il sabato sera erano dedicati alle uscite con i miei
amici, che mi cercavano e mi chiedevano come mai non ci fossi e cosa facessi… Non vi
dico le ba ute, quando rispondevo che stavo a casa e digiunavo. Mi sembrava di essere
completamente fuori dal mondo e mi chiedo come fanno quelli che si so opongono a
digiuni prolungati. Questo senso di tristezza continuava fino al giorno dopo e a un certo
punto mi sono de o: “Ma è giusto digiunare, se devo sentirmi triste?”. E così al terzo
digiuno ho smesso.

Chi scrive è Carlo, 35 anni, che si è rivolto alla redazione di “Riza


Psicosomatica” dopo aver le o la pubblicazione di un “Riza Scienze”
dedicato proprio al tema del digiuno. Abbiamo scelto la sua e-mail
perché esprime molto bene l’unilateralità del pensiero colle ivo sulla
solitudine e sulla tristezza.
Nessuna epoca ha mai fuggito in modo così massiccio la
solitudine: non sappiamo stare da soli, silenziosi, senza radio e TV
accese… e senza i nostri pensieri. “Cosa fai lì solo come un cane?”:
questa espressione del linguaggio comune mostra chiaramente
quanto la solitudine venga disprezzata.
Al contrario, gli antichi vedevano nella solitudine la presenza di
un’energia positiva, ristoratrice, che sgorga dalle radici dell’essere,
dall’essenza stessa della vita, dal Sé.
Rilke ritiene che nell’essere soli si compia la magia della
conoscenza dei nostri talenti più nascosti, delle nostre capacità, del
nostro divenire.

Questo solo è che abbisogna: solitudine, grande intima solitudine. Penetrare in


se stessi e per ore non incontrare nessuno – questo si deve poter raggiungere. 1

Bisogna avere cura della solitudine, lasciarla crescere e vederla


come una gravidanza, nel corso della quale vengono spazzate via
tu e le identità effimere che ci possiedono e contemporaneamente
viene creato il nostro essere unico.
Ci fa paura perché ci porta lontano da tu i gli altri, perché ci
porta via dalla psicologia del branco, del gregge, dove tu i si
uniformano alle opinioni del mondo esterno. Digiuno e solitudine ci
fanno paura, perché ci allontanano dalle idee che ci hanno e che ci
siamo inculcati.
Ci fa paura la solitudine perché è vasta come il mare, ci fa sentire
gocce d’acqua insignificanti, ci ricorda l’evanescenza della nostra
identità. Ogni certezza svanisce, non c’è nessuno ad ascoltarci, non ci
sono ba ute, non sono più sicuro di chi rivedrò domani, e si affaccia
in me il senso di impermanenza del mio essere. Keyserling esprime
molto bene questi conce i:

In senso metafisico, io, Hermann Keyserling, non esisto affa o, in me non v’è
nulla di concreto che non sia nato per svanire, nulla che sia definitivo, nulla che
non si lascerebbe mutare, nulla con cui potrei identificare la mia sostanza
eterna. 2

In questa “solitudine silenziosa” ci sentiamo persi e questo


perdersi ci fa paura.
Talvolta saremmo disposti a tu o per colmare questo isolamento
che proviamo, anche a frequentare persone sbagliate, far durare
rapporti ormai logori, se non marciti da tempo, pur di non essere
sommersi dal silenzio. Come ha scri o Rilke,

c’è solo una solitudine, e quella è grande e non è facile a portare e a quasi tu i
giungono le ore in cui la permuterebbero volentieri con qualche comunione per
quanto triviale e a buon mercato, con l’apparenza di un minimo accordo col
primo capitato, col più indegno… 3

Ci siamo abituati a credere che il peggiore dei rapporti è sempre


meglio che stare da soli. Quel vuoto che proviamo, quel senso di
nientità, quell’energia del nulla che si affaccia dentro di noi,
crediamo siano inconvenienti da evitare a ogni costo, ostacoli alla
nostra vita e al nostro benessere.
Vuoto, buio, silenzio, tristezza, sono considerati dalla nostra
cultura come un’alienazione, non come stati energetici necessari per
incontrare quell’energia perenne, antica, immutabile su cui si basa la
nostra identità più profonda. Il digiuno, per i taoisti, è una
condizione fondamentale per avvicinarsi al vuoto, che noi, figli del
pensiero moderno, fuggiamo. La visione della saggezza è molto
vicina alla condizione della mente vuota, senza pensieri, come ben
ricorda Citati:
Il saggio conosce la beatitudine del Vuoto – col quale il Tao coincide. Sebbene
tu i esaltino la perfezione del pieno, egli sa che il segreto del mondo riposa sul
vuoto. 4

Eppure questo stato di lontananza dal mondo, questa mente


vuota, ha capacità energetiche immense: è come un vento che spazza
via le foglie secche dell’autunno. Quali sono le foglie secche? Le
credenze, le illusioni, gli a accamenti, le autocritiche, i giudizi, le
perdite ditempo inutili…

L’incontro con l’amico sconosciuto


Il dolore che prova Carlo è quello di chi viene scalzato proprio dalle
illusioni, che sono fa e per allontanarsi da sé, per andare via, per
uscire dalla propria consapevolezza. Noi crediamo che le illusioni
siano permanenti ed eterne, mentre invece sono solo fenomeni
transitori. La tristezza di cui parla Carlo arriva per far sì che ci
accorgiamo che tu o è transitorio, noi compresi.
Allontanandoci dal branco, che ci confortava perché ci dava un
senso di appartenenza, ci ricordiamo che non siamo niente. E questo
ci spaventa terribilmente. Ma quel vuoto che sentiamo, quel nulla
che ci spaventa, è proprio la voce delle radici. È l’energia della pace,
che solo l’essenza ci può regalare.

Il saggio … fa il vuoto in sé stesso, annullando il proprio Io. Annulla i propri


desideri, i propri impulsi, i propri amori, i propri odii: la tristezza e il piacere, la
gioia e la collera. Cancella le proprie esperienze, rinchiudendosi nella propria
natura innata. Non guarda, non ascolta, non sente, non conosce, non sa. 5

Digiuno, solitudine e tristezza ci spaventano, ma sono la chiave


perché il nostro nucleo più profondo possa me ersi in conta o con il
nostro Io, comunicarci che siamo abitati da qualcosa di so ile, che
pure conduce misteriosamente la nostra esistenza. Questo sapeva la
saggezza antica, perduta la quale non abbiamo più riferimenti.
Nel silenzio è avvenuta la fecondazione, nel silenzio si sono
formati gli organi del corpo, nel silenzio ogni no e, nel completo
digiuno e nell’oscurità, il nostro essere si rigenera. Non bisogna
dimenticare che il lato più profondo del nostro mondo interno ci
compare solo nel buio della no e, mentre il nostro Io è assente, le
nostre palpebre sono abbassate e la bocca digiuna. Nel sonno siamo
solo buio, respiro… e immagini. Il regno del Senza Tempo dei sogni
si esprime solo in questo stato.
Carlo ha ragione: il digiuno fa sentire il senso della perdita, che è
tanto più forte quanto più viviamo la solitudine come il luogo
dell’assenza e non come lo spazio in cui possono liberarsi le energie
che cara erizzano il nostro destino.
Invece, il digiuno se imanale andrebbe inteso come il modo
migliore per incontrare l’“amico sconosciuto”, vale a dire quei
processi energetici del Senza Tempo che possono comunicare con noi
e guidarci, se solo siamo disposti a lasciarci penetrare dal vuoto.
Senza pensieri e senza opinioni, il saggio taoista va alla meta: si fida
del suo sapere innato, e il digiuno ci avvicina ai nostri archetipi.
L’effe o positivo viene rinforzato se si resta in silenzio, da soli,
nella penombra, leggendo libri che riguardano il senso della vita o
svolgendo a ività creative come disegnare, colorare mandala,
suonare uno strumento musicale o modellare la creta. Tu e azioni
che esigono l’uso delle mani e che hanno il grande pregio di indurre
il cervello alla disidentificazione. Sono le cosidde e “azioni
minime”, che sono presenti nelle tradizioni di tu i i tempi.
Digiunare non è restare senza far niente…
La tradizione vede in queste “serate con se stessi” una pratica
purificatrice non soltanto dalle sostanze alimentari, ma anche
dall’inquinamento acustico e visivo: una serata senza radio, senza
TV , senza cibo, nel regno della solitudine e del silenzio.
Quella sera se imanale rappresenta un distacco dagli amici, dalle
serate mondane, offre la possibilità di allontanarsi dagli altri e di
accorgersi di quante cose inutili diciamo e facciamo, perché siamo
vampirizzati dai luoghi comuni.
Una serata a digiuno diventa così la tappa di un incontro con il
nostro mistero interiore e la tristezza che inizialmente si affaccia va
vista come il segnale del nostro percorso verso l’indipendenza dalle
banalità, le frasi fa e, i comportamenti stereotipati, verso
l’autonomia, verso la capacità di centrarsi su di Sé e non sul mondo
esterno. Il sentirsi tristi è l’accorgersi che stiamo facendo i primi passi
da soli, come il bambino che si stacca dalla madre per iniziare il suo
percorso. L’indipendenza è solitudine, è contare su di sé.
Si può ben dire che la tristezza è la casa del talento, perché di
colpo fa svanire tu e le nostre certezze e ci ricorda che ognuno di noi
è dotato di sue tendenze uniche. Se per tu a la vita abbiamo lo ato
per affermarci, raramente ci siamo chiesti se le nostre azioni e le
nostre scelte corrispondevano alle nostre vere cara eristiche, per
esempio se facciamo il lavoro per cui siamo portati. La tristezza
ricorda al nostro Io che non è lui il protagonista della nostra vita, ma
che esiste un sapere delle radici che ci guida: i talenti abitano lì.
Per questo Marie-Louise von Franz, la grande psicanalista, non
iniziava a scrivere un libro se prima non era stata avvolta da uno
stato depressivo.

In genere, prima, c’è un periodo di depressione, di vuoto, di assenza di


avvenimenti: più a lungo esso dura, più facilmente si può supporre che un
enorme ammontare di energia si stia accumulando nell’inconscio. Perché
qualcosa di importante arrivi a esprimersi, c’è bisogno di un simile periodo in
cui, per così dire, nulla accade a livello della coscienza. Noto io stessa un
fenomeno analogo quando, per esempio, scrivo un saggio. Se solo penso: “Oh,
questo argomento è interessante!” e mi me o a scrivere, allora ne viene fuori
una chiacchiera superficiale. Ma, se prima cado in depressione e per un po’ non
posso produrre alcunché, più questo tempo si prolunga, migliore sarà il
prodo o finale.
Così, addiri ura, tendo a diffidare di quello che scrivo quando non ho prima
una depressione. So che è roba di poco valore, che non viene veramente, per
così dire, dalla pancia. Per far qualcosa di buono, si deve essere giù di corda per
un lungo periodo. Il che può prendere la forma della depressione o
semplicemente del fa o che nulla succeda. La vita procede: si fa ogni ma ina
colazione, si lavora, non si ha nessun sogno interessante e il tu o è solo noia
assoluta. Sterilità. Non accade nulla. 6

Non siamo abituati a credere che la malinconia svolga una


funzione fondamentale per il nostro sviluppo, il nostro futuro, il
nostro destino. La solitudine e la tristezza non sono stati d’animo che
possiamo scegliere di vivere o di allontanare dal nostro Io: sono
fondamenti della nostra evoluzione.

La solitudine stimola il cambiamento


Perché, caro Carlo, dovrebbe spaventarci una serata in cui siamo
soli? Forse perché c’è un errore di percezione e il nostro occhio è
riempito da consuetudini esterne, al punto da credere che non
possiamo esistere senza di loro.
La solitudine ci spe a, è il miglior nutrimento per la nostra
esistenza e per questo il digiuno diventa il cibo, il la e delle radici.
Noi pensiamo che i cambiamenti della nostra vita debbano arrivare
da azioni precise, ben eseguite. Non crediamo che una sera alla
se imana di digiuno, silenzio e penombra possa essere più fru uosa
di anni di sforzi.

E se torniamo a parlare della solitudine, si chiarisce sempre più che non è cosa
che sia dato scegliere o lasciare. Noi siamo soli. Ci si può ingannare su questo e
fare come se non fosse così. È tu o. Ma quanto meglio è comprendere che noi lo
siamo, soli, e anzi muovere di lì. 7

Soli come quando eravamo bambini, quando eravamo talmente


presi dal gioco solitario, che un digiuno spontaneo entrava dentro di
noi e ci allontanava dal cibo. Quante volte i genitori ci hanno
chiamati per farci andare a tavola e noi rispondevamo: “Aspe a,
ancora un po’…”. Che cosa aspe avamo? Che il gioco ci facesse
incontrare personaggi misteriosi, fiabeschi, mitici. Giocare da soli è
entrare nel mito e solo la magia del bambino può incontrare il Senza
Tempo e a lui affidarsi. In quel gioco di bambini, non sentivamo più
neppure la fame. Quel nostro gioco a digiuno stava preparando il
nostro futuro di madri, di falegnami, di archite i.
Sì, caro Carlo, ci vuole molto coraggio, il coraggio dell’ignoto.
L’ignoto non è il niente che crediamo noi, non è il luogo dove
muoiono tu e le azioni, non è il luogo dove ci si perde, non è il
labirinto. In realtà, è il filo di Arianna che ci conduce verso le nostre
capacità più sconosciute e sorprendenti.
Quel venerdì sera che ha scelto come tempo del suo digiuno,
provi a immaginarlo come un rito: quando arriva a casa, prepari un
bagno e accenda una candela di cera d’api e dell’incenso. Poi si
immerga e nella penombra, a occhi chiusi, immagini di essere una
goccia nel mare dell’universo. Non è un bagno per lavarsi, pulirsi,
purificarsi; serve a diventare consapevoli della percezione
dell’acqua. Vada oltre la sensazione di sentirsi escluso dal mondo.
Arriverà a sentirsi come una goccia d’acqua che danza nell’oceano
della vita: senza volerlo, senza intenzione, si troverà sulla Via, il Tao.
Per gli antichi cinesi, infa i, l’acqua è il simbolo della saggezza.
E in quel bagno del venerdì senza cibo si sentirà scorrere tra le
pieghe della vita. Come l’acqua non tra iene nulla, lascerà andare
via i ricordi, il passato, non avrà più alcun proge o, e di colpo
quell’identità statica che lei conosceva diventerà fluida. Soltanto se
siamo come l’acqua e ragioniamo come l’acqua sentiamo di
appartenere all’infinito. Non c’è vera quiete se non siamo nel regno
dell’acqua, così caro ad Afrodite e a Iside, la Signora del mondo. In
questo stato impariamo a stare con noi stessi senza aspirazioni,
senza proge i, senza dire nulla e sopra u o senza contraddizioni.

Il Saggio … tra i qua ro elementi, sceglie a modello l’acqua: l’acqua che, se


incontra un ostacolo, si arresta, se l’ostacolo si rompe, corre via; che è rotonda o
quadrata secondo il recipiente in cui viene messa e proprio per questa estrema
passività e pieghevolezza è il più forte di tu i gli elementi. Come l’acqua, la
natura del saggio non si può suddividere in parti: cede a tu e le cose e penetra
in tu e le cose: è senza forma, neutra, insapore; si turba solo quando viene
agitata, e le sue agitazioni non durano a lungo, perché non nascono da lei, ma
dal vento. 8
Via via, quell’essere nessuno, quel non aver alcuna forma ed
essere in ogni cosa come l’acqua, che all’inizio ci faceva sentire la
tristezza, la solitudine, comincia a trasformarsi in un alleato, in un
compagno di viaggio. Il giorno dopo ci sentiremo più forti, perché
abbiamo a into al regno stesso dove ha origine la nostra esistenza.
Finché il digiuno comincia a nutrirci con il liquido amniotico
dell’anima.
Impareremo a essere più semplici, naturali e senza saperlo, senza
neppure accorgercene, allontaneremo da noi persone inutili, parole
senza senso, che ci ostacolano. Tu o quello che prima facevamo per
non incontrare la tristezza e la solitudine, via via ci infastidisce
sempre di più.
Il vero compito del digiuno è quello di impedire che le opinioni
altrui diventino le nostre, e che finiscano per “avvelenarci”. Siamo
unici, ma per rendercene conto dobbiamo staccarci dagli altri…
Il grande alchimista Giuliano Kremmerz consigliava il digiuno
proprio per questo: per liberarci delle opinioni comuni ingurgitate
fin dalla nascita, che divorano la nostra esistenza. Per Kremmerz, i
digiuni sono simili alla morte, nel senso che azzerano le identità.
Solo a quel punto possiamo cominciare a rinascere…
Per quanto all’inizio possa sembrare difficile, il digiuno del
venerdì sera si trasformerà in una vera e propria festa, nella
coltivazione della nostra essenza e nella nascita della nostra
individualità.
Siamo unici, ma per rendercene conto dobbiamo staccarci dagli
altri…
Il digiuno ci porta a incontrare le energie più so ili della nostra
interiorità, che spesso vengono annebbiate dal cibo, e allo stesso
modo ci libera da quello che abbiamo assorbito dal mondo esterno,
per ricordarci di questa essenza sconosciuta che guida la nostra vita
e racchiude le nostre capacità, i nostri talenti.

Un modo nuovo di vedere le cose


Quindi, caro Carlo, il venerdì sera sarà il luogo di un’a esa, l’a esa
di saperi che sono stati oscurati dall’eccesso di materia e dal chiasso
dell’esterno e delle identificazioni in cui siamo calati.
Il digiuno ci spaventa perché ci me e a conta o con l’energia del
Senza Tempo, che ci è totalmente sconosciuta: così dovremmo
vedere il digiuno come l’incontro con l’unico amico che abbiamo,
che non ha volto, non ha nome, eppure dirige la nostra esistenza. Le
nostre trasformazioni, le nostre metamorfosi, la nostra evoluzione
dipendono da questo incontro.
Poiché la nostra percezione è tu a proie ata verso l’esterno,
annebbiata dalle opinioni degli altri, quando digiuniamo ci sentiamo
stranieri a noi stessi. Ma Ulisse non arriva forse a Itaca come uno
straniero, sconosciuto a tu i?
Ulisse incarna più di ogni altro eroe il viaggio della metamorfosi.
Circe, Calipso, Nausicaa, Penelope, Polifemo, le Sirene sono incontri
con il lato misterioso dell’anima, senza i quali non si può tornare a
quel luogo primordiale e originario da cui veniamo, alla casa del
mondo da cui nasciamo.
In ogni incontro di Ulisse si affacciano energie che vanno
conosciute. In alcuni momenti della vita abbiamo una visione
ristre a, come il ciclope, in altri siamo a ra i da Eros fino a perderci,
in altri ancora ci addormentiamo e le forze di Eolo ci portano fuori
ro a.
La vita è un’incessante metamorfosi. Lei, caro Carlo, non lo vede,
ma se si blocca la tristezza, la malinconia, il senso di solitudine, non
si evolve. Le serate con gli amici, l’allegria forzata della solita
compagnia, il mondo esterno diventa come un vortice che crea
dipendenza, come una droga di cui non puoi più fare a meno.
Il digiuno serve anche a ricordarci che la nostra metamorfosi
avviene spontaneamente. Il principio trasformativo ed evolutivo che
ci abita si rivela solo quando la materia si rarefà, come nel digiuno, e
quando il pensiero comincia a trasmutare.
Il digiuno è quel silenzio del corpo in cui avviene la
trasformazione del seme in germoglio. Ma per vedere la propria
fioritura bisogna avere uno sguardo silenzioso, perché solo nel
silenzio le immagini eterne del seme, gli archetipi, si lasciano
g g p
intravedere. Questo è il senso del wu-wei cinese, cioè dell’azione
invisibile che agisce senza rumore e che porta a compimento il
destino di ciascuno di noi.
Chi ci ha insegnato più di tu i a coltivare quello sguardo
silenzioso, l’occhio della metamorfosi, è stato Apuleio, l’autore di
quel capolavoro che è L’asino d’oro.
La storia di Lucio, il protagonista, è semplice: vorrebbe entrare nel
regno della luce, dove abita il sapere eterno, e cerca un elisir capace
di trasformarlo in un’aquila, simbolo dell’ascesa verso le ve e
spirituali. Lucio, che porta con sé la luce fin nel nome, a ra o da
Fotide, anche lei ancella di luce, beve un intruglio confezionato da
una vecchia strega e, anziché volare, si trova trasformato in un asino,
ed è costre o a vivere il regno terrestre nella sua parte più pesante,
più animale. In qualsiasi momento Lucio sa che può ritornare a
essere uomo semplicemente mangiando una rosa. E anche se ne ha
l’occasione preferisce rimandare, per provare la vita da asino, come
molti di noi scelgono di condannarsi alla banalità, aderendo a
modelli esterni e finendo per esserne vampirizzati.
La scelta di rimandare la metamorfosi provoca una serie di
disavventure terrificanti per Lucio-asino, che rischia più volte di
esserne travolto, annientato più e più volte. Ci vorranno tante
peripezie perché Iside, la Regina del mondo, Signora delle
metamorfosi, gli faccia trovare la tanto agognata rosa. Ed ecco allora
un bagno, un digiuno e Lucio diventa sacerdote della dea.
Nello stesso Asino d’oro di Apuleio è descri a la storia di Amore e
Psiche. Tu i i poteri, tu i i saperi, persino l’estasi può essere regalata
a Psiche, a pa o di non vedere mai il volto del dio Eros, il Signore
del mondo, che le regala no i d’amore mai provate da un essere
umano.

Ma gli amori tra Dio e l’anima umana devono avvenire nel segreto della
solitudine, nella tenebra assoluta, raccomandata da ogni mistico. Psiche non
vede Amore: lo ascolta, lo tocca, lo accarezza; in un momento di angosciosa
beatitudine, conosce soltanto il suo splendore nella no e. 9
Lo sguardo comune non può conoscere lo splendore della
metamorfosi: bisogna affidarsi al buio e aspe are. Mentre le serate in
cui ci divertiamo con gli amici ci fanno provare, quando torniamo a
casa, un sentimento di tristezza, il buio, se impariamo ad affidarci a
lui, ci mostra che stanno avvenendo in noi trasformazioni
sostanziali. Solo, avvolto nel bozzolo, in quella materia buia e
misteriosa, il bruco diventa una farfalla. Quando siamo in mezzo
agli altri crediamo che non esistano le trasformazioni che Iside ci
regala, ma quando lo sguardo si fa silenzioso e contemplante, allora
ci accorgiamo dell’immensità del nostro essere.
Citati descrive molto bene il regno di Iside, la Signora delle
metamorfosi.

Il meraviglioso paesaggio di plenilunio primaverile, che apre il libro


undicesimo, è il passaggio più intriso di numen della le eratura europea. In
questa no e Iside lascia dovunque il suo segno. Il disco rotondo della luna
emerge dai flu i del mare, scintillando di un abbagliante candore: il mare è
quieto, il cielo senza nubi; nei silenziosi misteri della solitudine no urna,
insieme ai raggi limpidi e femminei di Selene, dall’alto dei cieli scende la
rugiada lunare, che penetra le cose viventi, le riscalda, le scioglie, le
ammorbidisce, le distende, facendo crescere i corpi che gremiscono la terra e il
mare. 10

Vede, caro Carlo, il digiuno, la tristezza e la solitudine sono tre


porte per entrare in questo regno. Mentre gli dèi detestano la hybris,
la superbia del frastuono, e le serate in cui ci sforziamo di essere
come tu i gli altri, che ci allontanano dagli archetipi.
Caro amico, rifle a su quel venerdì sera: potrebbe sembrarle un
momento inutile, una perdita di tempo, un so rarsi alla vita, ma
quel senso di vuoto che sta provando è in realtà il viaggio per
tornare a casa.
Il divino, come insegna Apuleio, ha il sapere del distacco e del
silenzio.
1. R.M. Rilke, op. cit., p. 41.
2. H. Keyserling, op. cit., p. 244.
3. R.M. Rilke, op. cit., p. 41.
4. Pietro Citati, La luce della no e, Adelphi, Milano 2011, p. 187.
5. Ibid.
6. Marie-Louise von Franz, La ga a. Una fiaba sulla redenzione femminile, Ma.Gi., Roma 2008,
p. 32.
7. R.M. Rilke, op. cit., pp. 57-58.
8. P. Citati, op. cit., p. 187.
9. Ivi, p. 103.
10. Ivi, p. 105.
5
LA VIA PIÙ ANTICA

In tutte le tradizioni il digiuno


ha avuto un ruolo di primissimo piano.
Nel mondo antico, la guarigione dalle malattie
era centrata sulla depurazione:
liberarsi dalle tossine alimentari era considerato
il fulcro della cura.
Ma questa pratica non aveva soltanto
un significato terapeutico,
bensì permetteva agli uomini di coltivare
la propria dimensione spirituale,
aprendo le porte verso i territori sacri
e le energie più sottili dell’anima.

Il digiuno, vero depuratore del corpo e della mente, era molto


comune in tu e le civiltà antiche e assumeva un significato rituale e
religioso. La nostra visione del digiuno è stata influenzata dalla
cultura ca olica che lo rappresenta come un’azione di penitenza, di
espiazione e di mortificazione del corpo. Ma in realtà nell’antichità
l’uomo non ha mai vissuto il digiuno come una questione etica;
l’astinenza dal cibo non è mai stata un’autopunizione, ma aveva un
obie ivo pratico: prepararsi all’incontro con il lato invisibile che
abita ogni individuo.
Abbiamo visto che il digiuno è presente in natura e che a iva i
processi di rigenerazione e di metamorfosi. Ma se per piante e
animali la privazione fa parte della ciclicità del ritmo della vita
naturale, cosa ha cercato l’uomo a raverso questa pratica? Perché
tu e le tradizioni religiose e iniziatiche osservavano periodi di
digiuno?
Se vogliamo capire perché da sempre gli uomini digiunano è utile
conoscere il valore dell’alimentazione come archetipo e il legame tra
il cibo e il sacro.
Per noi, oggi, mangiare significa semplicemente rifornire
l’organismo di elementi nutritivi, ma per le tradizioni del passato
ogni alimento era sacro e carico di significato simbolico.

Il digiuno segna il distacco dai desideri più materiali


Il cibo viene digerito nel ventre, luogo di trasmutazione per
eccellenza, dove gli alimenti vengono trasformati in materia più
so ile, che viene assimilata dal sangue e da qui diventa nutrimento
per il cervello e quindi per la coscienza. Digiunare significa liberare
la coscienza, che è per gli antichi la casa dello spirito, dalle
interferenze della materia.
Il digiuno perme e proprio di separare la coscienza dal regno del
ventre, spazio dei desideri più carnali e animaleschi. Secondo gli
alchimisti, il ventre così purificato eleva a un livello divino non solo
la coscienza, ma anche la dimensione corporea. Per le religioni
antiche, il digiuno faceva emergere i saperi profondi dell’anima e
aiutava a prendere le distanze dal regno della terra.
Va chiarito che terra e cielo, istinti e spiritualità non sono in
contrasto, ma sono due facce della stessa medaglia. Se la terra
prende il sopravvento, il regno della coscienza può essere
sopraffa o. Ma poiché il cielo senza la terra sarebbe una pericolosa
illusione, il digiuno ha senso solo per certi periodi, poiché il digiuno
non è un a o contro la materia, ma una funzione capace di liberare
le sue qualità so ili, le energie invisibili che contiene.
Il digiuno esasperato è un procedimento anoressico, antiumano e
sta esa amente agli antipodi del sacro, che può manifestarsi solo in
alcuni momenti e non può e non deve essere permanente.
Un altro stato di coscienza
Partendo da questa premessa, gli antichi ritenevano che
“interrompere” il canale alimentare volesse dire espandere quello
spirituale.
Chiudendo l’accesso materiale, la bocca, la porta degli inferi, si
poteva spalancare la porta celeste, quella della coscienza.
Per questo digiunare significava entrare in un’altra dimensione di
coscienza più so ile e spirituale.
Per la chassidut, la filosofia chassidica, nell’era messianica, ovvero
quello stato di illuminazione che coincide con la venuta del Messia,
l’uomo non avrà più bisogno di mangiare e bere. Come sostiene
Bekhor nel libro Vivere e vivere ancora:

Il Rebbe spiega che in questo mondo il corpo e l’anima sono uniti tramite il cibo
e le bevande, mentre nel Mondo a Venire il corpo trarrà i mezzi di
sostentamento dalla luce della Shekinà. Allo stesso tempo, ciò non significa che
non ci saranno più né cibo né bevande. L’affermazione del Rebbe significa che il
nutrimento non sarà più necessario per tenere uniti l’anima e il corpo. Tu avia
si continuerà a mangiare e a bere, ma per uno scopo diverso. 1

Per la religione ebraica, la Shekinah è la scintilla divina presente in


tu e le cose, e l’era messianica, il tempo del ritorno del Messia, è
connotata, per i mistici ebraici, da un’altra forma di nutrimento, il
nutrimento divino.
Le culture dell’antichità esprimevano la consapevolezza che
nell’uomo è presente un principio creativo che ha la capacità di
sviluppare la coscienza del profondo: ma per a ivare questo
principio occorre alternare l’assunzione di cibo, a o necessario alla
vita, al digiuno.

È l’incontro con il divino


Alcune tradizioni hanno posto l’a enzione sopra u o sull’aspe o
purificatore delle pratiche di digiuno: purificarsi vuol dire liberarsi
di quella parte di sé che non è in grado di conoscere il divino che si
cela nella natura.
Un esempio lo si trova nella Bibbia con i digiuni di Mosè e di Elia,
che digiunarono 40 giorni e 40 no i prima di poter incontrare Dio.
Anche Gesù Cristo, secondo i racconti evangelici, trascorse un
periodo di 40 giorni di digiuno nel deserto, dopo essere stato
ba ezzato da Giovanni Ba ista. L’eco di questo digiuno è presente
anche nelle prescrizioni della religione ca olica per la Quaresima.
Anche il cristianesimo recupera l’interpretazione del digiuno
come preparazione all’incontro con la dimensione divina, dal
momento che il fedele è tenuto a digiunare per almeno un’ora prima
di ricevere l’ostia nel sacramento della comunione. In realtà, in
passato il tempo prescri o era di tre ore e all’epoca di Tommaso
d’Aquino l’astinenza da cibo e acqua doveva essere osservata dalla
mezzano e precedente l’eucarestia.
Per la fede ca olica l’ostia è il corpo di Cristo, il principio divino
che si è fa o materia. Non si può mescolare questo cibo sacro,
veicolo della divinità, con il cibo profano, che tiene l’uomo legato
alla banalità del quotidiano. Per questo nel cristianesimo si digiuna
allo scopo di purificare il corpo e lo spirito, liberandoli da ogni
contaminazione esterna.
L’islam, religione in cui è molto radicata la pratica del digiuno,
considerato fondamentale per l’ascesi del corpo, della mente e dello
spirito, lo prescrive ritualmente: la forma più conosciuta è il
Ramadan, un periodo di trenta giorni in cui è prescri a l’astensione
da cibo e acqua dall’alba al tramonto. Nell’antica Grecia, chi si
accingeva a consultare un oracolo doveva prima osservare un
periodo di digiuno, che poteva variare da uno a tre giorni. Anche gli
sciamani africani devono digiunare, per poter interrogare gli spiriti.
Per l’induismo, il digiuno stabilisce un rapporto tra il corpo e
l’anima, me endo l’uomo in sintonia con l’assoluto. In sanscrito, il
digiuno viene indicato dalla parola upvas, che in senso le erale vuole
dire “sedersi vicino”, so inteso “a Dio”.
Insomma, nelle religioni troviamo la traccia che gli uomini antichi
ci hanno lasciato: essi digiunavano per aprire le porte delle stanze
più segrete e sacre del proprio tempio interiore, quegli spazi del Sé a
p g p p p q g p
cui altrimenti non avremmo accesso, poiché prigionieri di quelli più
periferici ed esterni, quelli del conosciuto e del visibile.

È come una metamorfosi


Analizzando il rapporto tra gli antichi Egizi e il digiuno, possiamo
me ere in evidenza due aspe i fondamentali che riguardano questa
pratica: la luna e la metamorfosi.
Infa i grazie a Erodoto sappiamo che presso questo popolo era
consuetudine diffusa digiunare e purgarsi per tre giorni in
corrispondenza della luna nuova. Perché proprio in quel momento?
In realtà, il collegamento tra digiuno e ciclo lunare non era una
prerogativa dei soli Egizi, ma ricorre in moltissime tradizioni
iniziatiche.
La luna si rinnova ciclicamente, ogni 28 giorni, per questo è la
Signora della rigenerazione, del femminile, del ciclo mestruale e
della ciclicità della natura. Quando è “nuova” non è visibile in cielo,
ha portato a termine un ciclo per iniziarne uno nuovo e questa
energia rinnovatrice riverbera in tu a la natura: così ritenevano gli
antichi sacerdoti. Ogni luna nuova è un nuovo inizio, una
rivoluzione: il vecchio muore per lasciare il posto al nuovo. La luna
non è solo l’emblema della rigenerazione, ma anche della
metamorfosi perenne: infa i, ogni no e essa mostra un volto
diverso.
Gli Egizi conoscevano già la relatività e l’avevano imparata dal
mutamento lunare, che rivela che non abbiamo mai lo stesso volto.
Oggi gli studi sul cervello e sulla coscienza ci confermano che il
nostro Io e tu a la nostra stru ura cerebrale continuano a
modificarsi, anche se noi non ce ne accorgiamo. Crediamo di essere
sempre gli stessi, mentre viviamo un’incessante metamorfosi.
Digiunare seguendo i cicli lunari significava predisporre il corpo e
la mente al passaggio a nuove fasi della vita. Non c’è rigenerazione e
trasformazione senza depurazione. Si digiunava, ci si purgava e si
eseguivano bagni rituali per liberarsi del passato e incanalare dentro
di sé l’energia rinnovatrice della luna. Non bisogna dimenticare che
le tradizioni ragionavano sul rapporto microcosmo-macrocosmo.
L’energia lunare, la sua forza di rinnovamento, era presente
nell’astro e contemporaneamente nel corpo umano. Per l’uomo
antico, digiunare voleva dire conne ere corpo e mente con il
femminile cosmico che trasforma il mondo e sfru are l’energia
trasmutatrice che dalla luna si riversa in tu i gli esseri.
Il digiuno in funzione della luna esprime il forte cara ere
trasmutativo di questa pratica. Il collegamento con la luna nuova
rivede il legame so erraneo che esiste tra l’universo e l’uomo. Nelle
aree più antiche del cervello, il ciclo cosmico è presente e a ivo: la
luna rinasce e noi rinasciamo… Jung cita Paracelso, che mostra lo
stre o legame tra il corpo, l’uomo e il cosmo:

Così, anche chi vuol descrivere la medicina a partire dal suo fondamento, non
può prescindere di un capello dal determinare il corso dei cieli e della terra
prendendo le mosse dal microcosmo; di modo che il filosofo non trovi cosa
alcuna, in cielo e in terra, che non sia anche nell’uomo, e il medico non trovi
nell’uomo se non ciò che anche il cielo e la terra possiedono; cosicché a
differenziare l’una cosa dall’altra non ci sia se non il diverso configurarsi della
forma, anche se tale forma venga riconosciuta in ogni singola cosa so o tu i e
due gli aspe i, eccetera. 2

È un’iniziazione
Cos’è l’iniziazione, se non una metamorfosi? Si tra a, in fondo, di
rivoluzionare la propria coscienza per ada arla a saperi differenti e a
nuove capacità. L’iniziazione è la liberazione dalle catene di un
modo convenzionale e omologato di guardare le cose, per riuscire a
vedere oltre. Non a caso, presso molte culture, il passaggio dal
mondo profano alla dimensione iniziatica avveniva proprio
a raverso il digiuno. Per questo digiunavano gli antichi sacerdoti
mesopotamici e cinesi, e per questo in alcune popolazioni questa
pratica era imprescindibile per l’iniziazione dei giovani: infa i anche
il passaggio dall’età infantile a quella adulta avveniva a raverso una
serie di prove, tra cui spesso era previsto un periodo di digiuno.
Il rapporto tra digiuno e iniziazione era fortemente presente nelle
popolazioni autoctone del continente americano. A tale proposito
possiamo citare l’esempio dei Warao, un popolo indigeno del delta
del fiume Orinoco. I Warao digiunavano per me ersi “in stato di
vedere”, per scrutare oltre la realtà. Nella loro concezione, il digiuno
conferiva alla persona la conoscenza di sé, stimolava la fioritura del
proprio nucleo e l’armonia con se stessi. La ricerca della visione
diventa un vero e proprio rito di iniziazione per arrivare a cogliere
un’immagine chiarificatrice di sé, del proprio destino e del destino
della tribù, oltre a conferire il potere spirituale necessario ad
affrontare prove difficili. Si isolavano e si astenevano da cibo e acqua
per un periodo di tempo che variava dai due ai qua ro giorni. In
questo stato il digiunatore supplicava le forze invisibili di donargli
una visione che gli indicasse il percorso da intraprendere.
Digiunando si cercavano saperi diversi che possono sgorgare solo
dall’interno, eliminando le interferenze del mondo esterno.
Mangiare significa portare nel nostro spazio interiore un elemento
del mondo esterno. Quando mangiamo introduciamo nel nostro
corpo qualcosa di esterno, qualcosa che ci modifica. Ogni cibo ha le
sue cara eristiche e assumendolo l’uomo se ne appropria; però,
poiché entrano a far parte di lui, ne viene anche posseduto.
L’uomo antico dava un’importanza fondamentale alle analogie, e
per questo pensava che cara eristiche e qualità di ogni cosa fossero
espressioni di funzioni cosmiche, come se tu o ciò che esiste fosse il
frammento visibile di invisibili energie archetipiche.
Le cara eristiche tipiche di ogni cibo sono legate alle specificità
che esso veicola nel mondo: per esempio il la e come energia
materna e rassicurante, la carne come la forza che infonde nel corpo
un’energia primordiale, che in base al principio analogico può
veicolare purezza o impurità, come nel caso del maiale, che vive nel
fango e perciò porterà con sé nell’anima l’energia fangosa.
Per questo molte tradizioni religiose hanno sviluppato regole
alimentari per assumere i cibi permessi ed evitare quelli tabù, per
evitare che l’energia alimentare interferisca con quella del Sé. Per
questo motivo gli animali di cui nutrirsi vengono uccisi secondo
prescrizioni rituali, come nel caso delle carni kosher o halal, macellate
rispe ivamente secondo la legge ebraica e il rito islamico.
Gli antichi sapevano bene che ogni volta che si mangia si
imme ono energie esterne, che alterano il processo di
autogestazione. Digiunare è un a o che evoca in noi le sensazioni
legate alla fase di gestazione embrionaria.
Astenendoci dal cibo possiamo trovare l’energia “pura”, quella
della nostra “madre interiore”, che ci alla a con il “nutrimento
primordiale” che ci perme erà di mutare e di andare sempre di più
incontro a noi stessi.
Per questo il digiuno somiglia a un’autogestazione, a una
rigenerazione autonoma. Si rinuncia al cibo per essere nutriti
dall’energia femminile primordiale.

È uno stato di a esa


Il digiuno quindi rappresenta la ricerca di uno stato di
autogestazione, un nuovo sviluppo embriologico. Questa pratica, in
passato come ancora oggi, dev’essere accompagnata dall’isolamento,
dal silenzio interiore, dalla lontananza dal mondo esterno,
assumendo il senso di emancipazione, di via verso l’individuazione
di sé.
Forse nessuna pratica incarna meglio del digiuno il conce o
taoista del wu-wei, del non fare, dell’agire del seme che si trasforma
spontaneamente in pianta, senza alcun intervento esterno.
L’allievo: “Vorrei fare qualcosa”.
Il maestro: “Stiamo facendo qualcosa…”.
L’allievo: “Che cosa, non mi accorgo di niente…”.
Il maestro: “Aspe iamo…! Aspe are è un lavoro sull’anima.
Aspe are innesca la trasformazione silenziosa. Digiunare è
aspe are”.
L’allievo: “Che cosa?”.
Il maestro: “Aspe are qualcosa che non sai cos’è, come l’embrione
aspe a il feto, che aspe a il neonato…”.
Digiunare è aspe are… uno stato gravidico. Ecco il senso di ogni
metamorfosi.

È una rinascita
Osservando la natura, l’uomo si è accorto che l’incontro con l’essenza
delle cose ha bisogno di alcuni codici, sui quali tu e le tradizioni
concordano: silenzio, buio, occultamento. È a raverso i semi, le
radici e le uova, spazi nascosti, che l’energia vitale si manifesta nel
mondo. I processi creativi e trasformativi possono avvenire solo se
prote i da gusci, scorze o membrane.
E così l’uomo cerca di a ingere da queste energie, per produrre in
sé la rigenerazione e la metamorfosi, e non mangiando imita il seme
sepolto nella terra o l’uovo che viene covato, ovvero uno stato di
autogestazione. Non assumendo nutrimento dall’esterno viene
alimentato da quelle stesse energie so ili che nutrono l’embrione.
Quindi digiunare, in ogni tempo e in ogni luogo, vuol dire tornare
a uno stato gestativo in cui si viene nutriti dalle “energie so ili” che
ci abitano, dal nostro nucleo, e a uare le trasformazioni che ci
conducono alla nostra essenza, scoprendo le sue capacità e le sue
risorse.

È riportare alla luce l’energia più profonda


Dalla Mesopotamia all’antica Cina, dalle tribù africane a Roma e in
tu i gli ordini religiosi, il senso profondo del digiuno era aprire la
porta alle energie più so ili del cervello, che altrimenti rimanevano
inespresse. Si digiunava per conoscere il più possibile il Senza
Tempo, l’eterno che è nell’uomo, offrire a corpo e mente la possibilità
di rigenerarsi e di trasformarsi per avvicinarsi all’essenza delle cose.
Per questo tale pratica era prima di tu o un rito e faceva parte di
quegli strumenti di cui gli uomini disponevano per entrare in
conta o con i mondi invisibili che stanno oltre la realtà. Mircea
Eliade, l’antropologo che ha studiato approfonditamente l’uomo e la
ritualità, afferma:
Trasformando, di conseguenza, tu i gli a i fisiologici in cerimonie, l’uomo
arcaico si sforza di “passare oltre”, di proie arsi oltre il tempo (del divenire),
nell’eternità. 3

A raverso i riti si potevano varcare i confini della vita quotidiana


e penetrare lo spazio eterno, quello “spazio aspaziale” in cui le forze
eterne e immutabili creano l’universo e in cui la nostra Immagine
primordiale crea noi stessi. Solo la ritualità può cogliere quelle
dimensioni più so ili dell’essere, che il pensiero non può penetrare,
alle quali appartiene il Sé.

È un rito per riscoprire le energie primordiali


Il rito non agisce sulla realtà per vie dire e, ma le tradizioni antiche
lo immaginavano come un modo di entrare in conta o con le forze
primordiali e invisibili che governano l’universo fin dal momento
della creazione. Quando un sacerdote compiva un rito intendeva
conne ersi con le energie primordiali del cosmo: gli dèi.
Solo a raverso i riti gli uomini possono incontrare le divinità
(esemplare a questo proposito è il digiuno di Lucio, l’eroe di
Apuleio, quando deve entrare nel regno celeste della dea Iside).
I momenti e i gesti rituali cadenzavano tu a la vita degli uomini.
Ogni tradizione ha avuto i propri riti in ogni ambito: ma il digiuno
era forse il più importante, perché prepara il corpo e la coscienza
all’incontro con le energie eterne che ci abitano.
Il rito va oltre il mondo razionale, che vive nello spazio-tempo,
per condurci verso le aree primordiali del cervello, dove regnano gli
dèi, dove vive il vuoto cosmico, così caro ai taoisti.
Così, il rito ci perme e di fare nostri i codici dell’essenza. E come
un giardiniere conosce e possiede le tecniche per prendersi cura
delle sue piante, così gli antichi sapevano curare la pianta interiore
a raverso i riti, conoscevano il nostro giardino interiore, che è
l’anima e che si sviluppa nell’immaginazione, nell’estraneità dal
reale.
Il rito è l’a o che rende protagonista la parte misteriosa della
mente, la parte che non vediamo, ma in cui abita la nostra essenza.
Gli antichi conoscevano bene il cervello e sapevano che vive
oscillando tra il reale e l’irreale, come nei sogni. Per questo chi lo usa
meglio sono i bambini, che danzano tra la vita reale e la fiaba.
Fiaba, rito e mito sono la scena in cui le energie costitutive della
psiche incarnano personaggi archetipici. Per cogliere oggi la
profondità dei riti, e in particolare del digiuno, dobbiamo
immaginarli come gesti e pratiche che riescono a me erci in conta o
con quelle aree di noi stessi che altrimenti rimarrebbero escluse dalla
nostra vita, pur essendone il fondamento.
Il rito perme e di conta are la parte sconosciuta e cosmica di noi
stessi.

Riscoprire il digiuno è riscoprire se stessi


Il fa o che gli uomini, di tu e le epoche e di tu e le aree geografiche,
abbiano sempre digiunato, ci mostra che l’uomo ha sempre ritenuto
che la vicenda umana fosse legata alla realtà, ma che fosse anche
abitata da un principio invisibile che ha altri codici rispe o a quelli
del reale: si affaccia nei sogni, nelle immagini, nei miti, nelle
leggende e nelle fiabe.
Tale principio, di per sé inconoscibile dall’Io, è l’inconscio,
profondamente radicato nella materia, che spesso lo annebbia, lo
chiude in una gabbia. Il digiuno ha quindi il senso di far incontrare
all’Io, anche se solo per brevi periodi, le leggi del Sé, che sono
percepibili come tali solo se me iamo sullo sfondo i pensieri, le
emozioni e le abitudini mentali.
Abbiamo perso il sapere del digiuno, che gli uomini hanno
coltivato per millenni e che fa parte della natura da sempre, e oggi lo
stiamo riscoprendo perché l’anima ci cerca, il corpo ci chiama verso
le nostre radici.
Il digiuno ci chiama per farci scoprire il “silenzio” del corpo, i
tesori nascosti, che oggi più che mai sono soffocati dal cibo (l’obesità
sta per diventare la prima patologia del mondo moderno), dall’alcol,
dalle droghe…
Oggi il recupero del valore rituale e spirituale del digiuno è
particolarmente importante, come modalità per ritrovare il legame
con le nostre radici e con le immagini interiori.
Se il digiuno depura gli organi dell’apparato digerente, cioè le
profondità materiali del corpo, dalle scorie accumulate, nel cervello
favorisce la visione lucida, liberandoci dalle identificazioni che
ostruiscono la nostra vista e dalle opinioni che ci siamo fa i sulla
vita e su noi stessi.
Non mangiare perme e di eliminare le interferenze esterne,
delimitare il proprio spazio, per rigenerarsi e per trasformarsi, per
a uare il Sé nascosto. Non mangiando ci si libera da questa
possessione. Perciò digiunare vuol dire salvaguardare la nostra
essenza.

È come tornare bambini


Digiunare è tornare bambini, è ritrovare l’energia degli albori della
creazione per trasformarsi e rigenerarsi. I bambini amano
circondarsi di ogge i che per loro hanno un senso profondo, come il
peluche o la bambola del cuore, e seguono una vera e propria
liturgia quando ascoltano le storie o guardano i cartoni animati. Non
riordinano dopo aver giocato, perché farlo significa rientrare nel
reale, mentre loro sono creature eteree, proprio come cercava di
essere l’uomo antico. Il lato etereo, quello della mistica, della materia
so ile, è il lato della magia, il legame profondo che lega l’invisibile e
il visibile, l’individuo e il cosmo. Gli antichi digiunavano e cercavano
la sincronicità, il rivelarsi, seppure per pochi a imi, del mistero.
Gli incontri magici dei profeti, dei saggi, dei sapienti, degli
alchimisti, capitavano quando erano immersi nel digiuno. Così
raccontavano i maestri chassidici. Come se chiudendo il regno della
bocca si aprisse quello dell’unus mundus, spirito e materia, luci e
ombre, eternità e fugacità dell’esistenza.
1. N.D. Dubov, Vivere e vivere ancora, a cura di S. Bekhor, Edizioni DLI , Milano 1998, p. 84.
2. Carl Gustav Jung, La sincronicità, Bollati Boringhieri, Torino 1980, p. 90.
3. Mircea Eliade, Tra ato di storia delle religioni, Bollati Boringhieri, Torino 2014, p. 34.
6
AL DI LÀ DEL PENSIERO

Quante personalità fittizie,


quante maschere indossiamo ogni giorno!
Quanto recitiamo per accontentare gli altri,
per far funzionare relazioni
in cui ci troviamo impantanati…
E quanti pensieri omologati offuscano
la nostra essenza originaria.
Per questo, per interrompere tali condizionamenti
e per liberarsi delle identità fittizie,
bisogna ricercare la solitudine, il buio, il silenzio.
E digiunare.

Paracelso definiva il digiuno “medico interiore”, esprimendo così


l’idea che siamo abitati da un principio terapeutico che manifesta il
massimo del suo potenziale curativo in assenza di cibo.
Le moderne ricerche scientifiche hanno confermato che il digiuno
è una delle pratiche depurative più efficaci e che ci aiuta a eliminare
le scorie che intossicano l’organismo. Ma ciò che gli studi non
me ono in evidenza è che il digiuno può fare molto di più.
Questa pratica depura non solo il corpo, ma anche la coscienza, la
“sostanza” più nobile di tu e le secrezioni cerebrali, perché corpo e
psiche non sono due realtà distinte, ma costituiscono un’unità.
Gli alchimisti concepivano il corpo umano come un laboratorio
chimico, la cui sublimazione ultima era la coscienza. Il mo o
alchemico “dalla pietra all’oro” stava a significare la trasmutazione
della materia corporea in spiritualità, che veniva intesa come una
vera e propria distillazione dell’anima. Infa i, la tradizione
p p
alchemica ha sempre considerato il mondo corporeo e quello
mentale come due realtà indivisibili, che agiscono l’una sull’ altra e
l’una nell’ altra.
Corpo e mente sono quindi collocati su due piani distinti, ma
complementari: ciò che accade a uno di questi livelli coinvolge
inesorabilmente anche l’altro, anche se il nostro Io non se ne accorge.
Questo è il fondamento della medicina psicosomatica.

Un legame profondo tra intestino e cervello


Il cervello antico, la parte più remota e inconscia, crea il nostro
organismo, coordinando tu e le sue funzioni e tu e le
trasformazioni, come il ba ito cardiaco, la digestione, il ciclo
mestruale, e allo stesso tempo “produce” affe i, sentimenti,
a razioni e desideri, che sono tu e secrezioni cerebrali.
Gli antichi si erano accorti della somiglianza tra il cervello e
l’intestino, e come questa fosse legata al fa o che esprimevano delle
funzioni simili, seppur su piani diversi. Pensavano che contenessero
entrambi l’energia del nucleo su due livelli differenti, uno spirituale
e l’altro corporeo. Il cervello, infa i, “digerisce” immagini, suoni,
pensieri, ricordi, emozioni e sentimenti: gli elementi so ili.
L’intestino digerisce i cibi, le sostanze terrestri. È come se il corpo
avesse bisogno di un cervello in basso, l’intestino, per assorbire la
materia e trasformarla in energia vitale, e di un cervello in alto, che
trasforma quest’energia vitale in coscienza.
Dunque, la nostra psiche si nutre del mondo esterno allo stesso
modo del corpo: intestino e cervello assorbono rispe ivamente il
mondo fisico e il mondo so ile.

Ci nutriamo di cibo e immagini


Quando mangiamo portiamo dentro di noi sostanze che diventano
parte del nostro organismo. Il cibo passa a raverso la bocca, viene
digerito dallo stomaco e assimilato dall’intestino, che imme e nel
sangue i nutrienti da distribuire a tu o il corpo. Un processo analogo
avviene nella mente, che si nutre ininterro amente di immagini,
parole, gesti, codici culturali, opinioni, esperienze.
E così, come il corpo si intossica, anche la mente viene inquinata
da ciò che assorbe dall’esterno. Queste “sostanze” si depositano nel
nostro spazio interno e senza che ce ne accorgiamo vanno a
costituire un sistema omogeneo: l’identità nella quale ci siamo calati.
Tu o ciò che ogni individuo conosce di sé, quel modo di essere
che denota l’“Io”, non è altro che uno strato di elementi esterni, che
ingombra la nostra psiche.

Liberiamoci da ciò che ci intossica


Tu i i pensieri, i problemi, i desideri sono per lo più il riverbero di
identificazioni acquisite dall’esterno: quindi, se non sono aspe i
connaturati di noi stessi, non fanno davvero parte di noi.
Anche la nostra storia, l’idea di sé che ognuno di noi sviluppa
giorno dopo giorno, tende a limitarci e a impedirci di esplorare
nuovi percorsi. Se non ci liberiamo dalla presenza ingombrante dei
ricordi, dei gesti consueti, delle abitudini, questi possono soffocarci e
impedire la nostra evoluzione.
Così, ci rimane incollata addosso un’identità artificiale, perché
ripetiamo le solite parole, siamo legati al nostro trantran e ci
chiudiamo in relazioni che ci impongono ruoli predefiniti e
vincolano la nostra libertà di agire. Per il chassidismo, la coscienza
va purificata dai gesti ripetuti e Martin Buber diceva che la
ripetizione è “quella forza che tante cose indebolisce e scolora nella
vita dell’uomo”. 1

Impariamo a riconoscere ciò che ci impedisce di evolvere


La maggior parte della nostra vita si svolge nella palude di
un’identità costruita sul passato, tra le preoccupazioni, i
risentimenti, gli sforzi per risolvere i problemi, i pensieri che ci
ossessionano. Potremmo persino individuare un’analogia tra
l’appesantirsi del corpo, il grasso, e l’appesantirsi della mente, con
tu e le identificazioni che gravano sulla nostra coscienza: nel primo
caso l’energia che non viene mobilitata si accumula nel pannicolo
adiposo, nel secondo l’energia mentale ristagna nel nostro mondo
interno, creando una “melma psichica” di ricordi, pensieri e
abitudini.
Nel momento in cui viviamo una vita prevedibile, unidirezionata,
ritmata dalle solite consuetudini, appesantiamo la nostra energia
vitale con una zavorra psicologica.
E così, come il corpo si appesantisce per l’eccesso di cibo, allo
stesso modo anche l’anima diventa “pesante” per l’eccesso di
pensieri, abitudini e identificazioni, e non può più volare.

Non perdiamo di vista il “personaggio misterioso” che abita in


ognuno di noi
Pensiamo di conoscerci, veramente e profondamente, ma in realtà
conosciamo solo la superficie, perché soffochiamo la nostra vera
natura so o questo strato di “grasso cerebrale”.
Il nostro essere originario vive nella dimensione inconscia, che è
per natura discontinua, inafferrabile, e vuole muoversi con
leggerezza e agilità. È un essere sconosciuto, presente fin dal
momento del concepimento e che si manifesta a raverso le nostre
cara eristiche specifiche, ciò che ci rende unici. Contiene l’impronta
della nostra individualità e sostiene tu o l’essere e il divenire del
nostro corpo, in particolare i processi spontanei, quelli su cui non
abbiamo alcun controllo, ma che ci perme ono di vivere e di
trasformarci.
Tu e le a ività creative, tu e le intuizioni appartengono a quello
che gli psicologi chiamano il “Sé”: è la nostra energia vitale e si
muove negli spazi inconsci della mente, quelli nascosti, misteriosi
come le radici della pianta, che la nutrono standosene ben nascoste
nella terra. La natura del Sé appare all’Io e alla coscienza in modo
discontinuo, so o forma di percezioni, di flash, di sincronicità, di
episodi misteriosi e funzionali al nostro percorso, che semplicemente
“avvengono” e di cui non siamo protagonisti.
Anche se di questa parte invisibile ci accorgiamo solo per lampi, è
molto più reale dell’illusione in cui vive l’Io, delle certezze cui ci
a acchiamo e che invece sono pura apparenza. Ogni identificazione,
ogni personaggio che recitiamo, ogni sapere acquisito ci allontana
dall’essenza.

Riscopriamo la via per entrare in conta o con la nostra essenza


La filosofia taoista consiglia il digiuno mentale, fa o di silenzio, di
buio, di ritiro. Se il corpo ha bisogno di digiunare per aprirsi ai
mondi superiori, la psiche necessita di depurarsi da tu o il sapere
acquisito, perché la Via, il Tao, possa condurci.
Il Tao è prima di tu o la via del vuoto, dell’oblio dei saperi
razionali, delle cose che accadono, mentre noi siamo intenti a
pensare alle azioni da compiere. Il Tao è la vi oria dell’essenza
sull’azione, del sapere innato su quello acquisito. Per questo il
digiuno ha un grande valore: quello del ritorno all’origine, al
principio senza nome che crea la vita e gli esseri. Le cose accadono
tanto meglio, quanto più ci facciamo da parte, quanto più ci
asteniamo dai pensieri omologati, dai saperi trasmessi dalle
generazioni precedenti, dall’atavismo. Il Tao è sempre nuovo perché
si astiene dalle azioni inutili e dalla cultura dominante.
Ecco, a questo proposito, cosa scrive Marcel Granet, illustrando
perfe amente il pensiero cinese:

Vomita la tua intelligenza, questa è, in linea di principio, l’unica regola della


Saggezza. Ogni dogma è nocivo. Non vi sono buone opere. Sono efficaci
soltanto il silenzio e la quiete (tsing). “Avvicinati! Ti dirò che cosa è il Tao
supremo (tche Tao)! Ritiro, ritiro, oscurità, oscurità: ecco l’apogeo del Tao
supremo! Crepuscolo, crepuscolo, silenzio, silenzio: non guardare niente, non
sentire niente! Tieni stre a la tua potenza vitale (pao chen), rimani nella quiete: il
tuo corpo (non perderà) la sua corre ezza (nativa)! Conserva la quiete (tsing),
conserva la tua essenza (ts’ing): e godrai della lunga vita! Che i tuoi occhi non
abbiano nulla da vedere! Le tue orecchie nulla da sentire! Il tuo cuore nulla da
sapere! La tua forza vitale conserverà il tuo corpo, il tuo corpo godrà della lunga
vita! Veglia sul tuo intimo, chiuditi all’esterno: sapere molte cose è nocivo.” 2

A raverso il digiuno della mente e del corpo gli antichi maestri


cercavano il conta o con l’essenza. La via consiste proprio
nell’affidarsi alla propria spontaneità e liberarsi delle zavorre mentali
che avviluppano la nostra anima così come il grasso avvolge il
corpo.
Poiché se ci concentriamo esclusivamente sulla superficie e nella
vita agiamo seguendo solo i de ami dell’Io, viviamo in balia
dell’esterno e diventiamo fragili.

Diamo spazio alla nostra energia interiore


Affidarsi a una personalità prodo a da codici esteriori, che in ogni
momento può essere messa in discussione e vacillare, ci porta a
condurre un’esistenza all’insegna dell’incompletezza e
dell’insoddisfazione per non aver espresso le capacità e i talenti
intrinseci del nostro essere originario. Così rischiamo di vivere
esasperati da problemi che non potremo mai risolvere, poiché siamo
noi stessi a crearceli come conseguenza delle nostre identificazioni.
Infa i la maggior parte dei problemi che affliggono le persone non
sono reali, ma sono legati a un modo limitato di guardare le cose,
secondo un solo punto di vista.
Ma c’è un pericolo ancora più grande: se ci dimentichiamo del
nostro nucleo, andiamo incontro a disagi psichici o mala ie
psicosomatiche: depressione, a acchi di panico, infiammazioni
croniche non sono altro che energie interiori inespresse.
Anche a questo serve il digiuno: a ritrovare l’energia nascosta
so o i nostri pensieri, che sono il fardello che appesantisce la nostra
mente.

Ascoltiamo la saggezza del corpo


Il corpo è più saggio di noi, è più vicino al nostro nucleo ed è dotato
dei saperi innati che la natura ha regalato agli esseri viventi. Noi non
possiamo intervenire sul nostro inconscio con la nostra parte
cosciente, non possiamo interferire volontariamente nei processi
spontanei della nostra psiche, che sono a i autonomi. Ciò di cui ci
accorgiamo è solo un frammento.
Dato che l’inconscio è legato al corpo, l’alimentazione può essere
uno dei modi per agire su di esso. A seconda dei cibi che scegliamo,
e della loro quantità, modifichiamo la nostra psiche (alcuni cibi ci
me ono di buon umore, altri ci intorpidiscono, e così via), mentre
astenendoci dal mangiare restituiamo alla nostra unità psicofisica la
sua spontaneità operativa.

La base della salute psicofisica


Come l’intestino elimina le scorie, il cervello è in grado di depurarsi
da ciò che non è funzionale. Se la mente, come il corpo, ha una
tendenza ad assorbire e a lasciar sedimentare il mondo esterno,
possiede anche le stesse risorse di autodepurazione e rigenerazione.
Il processo depurativo che il digiuno innesca nel corpo si rifle e
sulla psiche e riesce a sgretolare tu e quelle sovrastru ure che si
sono accumulate nel nostro spazio interno.
Riprendiamo l’analogia tra il grasso e i pesi mentali: proprio come
quando non mangiamo il corpo brucia i grassi accumulati nei tessuti
adiposi, la mente lascia andare i pesi mentali che costituiscono una
zavorra, un ostacolo sul percorso del nostro nucleo interiore, così
caro ai taoisti.

Il digiuno ci rime e in moto


Il digiuno ha il compito di staccarci dai problemi e di affidarci al
vuoto, che è la casa del Sé. Come sapevano gli alchimisti, il principio
che favorisce l’accesso ai livelli più profondi della psiche e che abita
l’uomo appare quando l’alimentazione a enua il suo potere, come se
l’energia intestinale, sme endo di lavorare per assorbire i cibi, si
trasformasse in energia so ile per alimentare la nostra essenza
profonda, che possiede il sapere della nostra unicità.
Il cibo ci nutre, ma ci distrae dal nostro centro vitale. Il digiuno
serve a farci ritrovare la nostra capacità di metamorfosi e quindi a
riportarci sul nostro percorso evolutivo. Proprio come il bruco che,
non mangiando, si trasforma in farfalla.
In quest’o ica, la pratica di astensione dal cibo non viene intesa
come privazione, ma come allargamento del Sé, come incontro con la
nostra immagine più nascosta, che ci trasforma giorno dopo giorno
allo stesso modo in cui le radici trasformano la pianta, anche se non
ce ne accorgiamo. È una forza che ci distoglie dalla staticità del
nostro modo di guardare il mondo e noi stessi. E rompendo le sbarre
della gabbia ci dà la possibilità di evolvere. Depurare il nucleo vuol
dire liberarlo dai ristagni energetici che il nostro Io si sforza invece di
mantenere, far defluire l’energia statica per lasciar sgorgare l’energia
dinamica.
La mente è sempre nuova e deve liberarsi dal vecchio per fiorire,
per condurci verso il nostro destino.

Con la mente libera realizziamo noi stessi


Il digiuno perme e di sfru are quella stessa energia alla quale
a inge il serpente per fare la muta, e ci perme e di bu are via le
maschere, i modi di essere che impediscono alla nostra essenza di
dirigere la nostra vita. Solo in questa condizione psicofisica viene
le eralmente a ivata la nostra individualità originaria che, come
abbiamo de o, porta con sé cambiamenti inaspe ati rispe o alla
nostra vita di tu i i giorni. Entriamo in uno stato simile al letargo, in
cui veniamo rigenerati dall’energia archetipica della tana, il luogo
simbolico della trasmutazione.

Ricerchiamo solitudine, sonno e buio


Il digiuno è il letargo del corpo che prepara la fioritura della mente:
come in autunno i rami degli alberi lasciano cadere le foglie secche,
così chiudendoci in noi stessi spazziamo via le idee e le certezze
acquisite, le identificazioni dell’Io che non ci appartengono. Per
questo quando si digiuna si avverte l’esigenza di stare al buio, in
silenzio e di dormire molto: indici di un’operazione di
riavvicinamento all’essenza. Solitudine, silenzio, sonno e buio sono
gli elementi che più rigenerano la coscienza, aiutandola a liberarsi
dall’inquinamento dell’esterno, e che ci perme ono di collocarci in
quella stessa atmosfera in cui si trovano le nostre radici.
Così riconosciamo e facciamo nostri i codici della mente originale,
che ama il buio, si manifesta durante il sonno a raverso i sogni e si
esprime tramite immagini interne. Buio, silenzio e occultamento
sono le dimensioni dell’inconscio.

Il silenzio è un digiuno dai rumori che ci “apre” al nuovo


Il silenzio è il digiuno dalle parole e dai suoni: è in tu o e per tu o
molto simile al digiuno alimentare. Per questo mente silenziosa e
astinenza dal cibo dovrebbero accompagnarsi l’una all’altra.
L’assenza di rumori fa bene al cervello, mentre l’eccesso sonoro, il
cosidde o “inquinamento acustico”, è un vero e proprio veleno.
Ormai da diversi anni i ricercatori si sono accorti dell’importanza del
silenzio e dei danni che può provocare all’orecchio la percezione
costante di stimoli acustici. In particolare, troppo rumore
risulterebbe pericoloso per l’apparato uditivo stesso e per il sistema
cardiocircolatorio, e aumenterebbe le probabilità di sviluppare una
condizione di stress cronico, con tu i i rischi che ne conseguono per
la nostra salute. D’altra parte, qualche ora di silenzio al giorno
sembrerebbe stimolare la proliferazione cellulare nell’ippocampo. 3
Appare evidente come il silenzio abbia un vero e proprio valore
terapeutico: del resto l’orecchio è la “bocca”, cioè l’organo di
ingestione, dei suoni che verranno “metabolizzati” dal cervello. Per
il corpo, l’assenza di suoni assomiglia all’assenza di cibo e crea le
condizioni per avvicinare l’energia cerebrale al Sé. In tu e le
tradizioni, il Sé è presentato come il “suono inudibile”, come la casa
del vuoto, del silenzio.
Il cervello si rinnova nel buio e nel silenzio, come dicevano i
taoisti. In questa chiave, il non ascoltare ha un valore rigenerativo e
trasformativo.

Possiamo rinascere ogni giorno


Nessuna pratica come il digiuno riesce a creare una discontinuità
rispe o alle abitudini, ai pensieri, alle certezze e ai modi di guardare
e vivere la vita che abbiamo acquisito. L’asse o di tu a la mente
viene modificato, l’Io e le sue identificazioni vengono messi sullo
sfondo.
Quando digiuniamo, abbiamo voglia di fare cose nuove e diverse
dal solito e cambia il nostro modo di entrare in relazione con gli altri.
Molte persone si accorgono nei periodi di digiuno di quante finte
amicizie e relazioni inutili tengono in vita… La solitudine diventa
così un valore: chi non impara a stare da solo, a centrarsi su di sé,
non incontra mai la propria profondità, il proprio inconscio e rischia
di vivere in balia degli altri.
Ma “energia nuova” significa anche una nuova visione, una
nuova prospe iva e un nuovo modo di guardare le situazioni che
viviamo.
Sgorga in noi, come da una sorgente, l’energia della rinascita e
immediatamente tu i i disagi e i problemi legati allo sguardo del
passato tramontano. Facciamo un salto in avanti: è una metamorfosi,
un’evoluzione. Chiuderci in noi stessi ci regala talenti, nuove
energie, meno confli i. Stare da soli senza pensieri, anche per pochi
minuti, è una grande conquista. Solo in questo stato di digiuno dagli
altri si impara a conoscere se stessi e a fidarsi del proprio mondo
interiore.
Infa i, molti si stupiscono, dopo aver digiunato per un certo
periodo, di scoprire a eggiamenti mentali differenti e sopra u o di
scoprire nuovi interessi, nuovi talenti, nuove passioni.
Per esempio, durante un digiuno può capitare che ci venga voglia
di cibi nuovi, mai provati prima o che in passato non ci hanno mai
a ra o. Ecco, questi sono i sintomi della metamorfosi in corso: nuovi
lati di noi, che prima me evamo a tacere, stanno affiorando. Ci
stiamo affidando all’essenza e stiamo andando incontro alle mete che
lei sola conosce e persegue per noi.

Così ritroviamo il benessere psicofisico


Quale altro senso può avere la vita, se non fare ciò che ci piace, ciò
che ci fa stare bene? Quale regalo più prezioso potrebbe farci il
digiuno? E il silenzio, che è un digiuno di parole e di pensieri?
Esiste al nostro interno, nel luogo più nascosto del nostro essere,
oltre il pensiero, i ragionamenti, la coscienza identificata con la
realtà, una dimensione so ile, un’Immagine originaria sempre
presente nella parte più antica del cervello. Una coscienza
insondabile dal pensiero, di cui però si trovano le tracce nelle fiabe,
nei sogni, nelle sincronicità, negli incontri misteriosi, in tu o ciò che
ci sorprende e arriva a noi dall’ignoto.
Forse l’ignoto che ci abita è il vero sapere dell’anima, che si
manifesta per lampi quando meno ce lo aspe iamo e quanto meno
siamo identificati nel reale, nelle illusioni dell’esterno.
Per questo ci vogliono periodi anche brevi di digiuno e di silenzio.
Liberarsi dai detriti del corpo e dell’anima, dalle tossine ingombranti
dell’artificialità che arrivano dal mondo esterno, purifica la nostra
dimensione interna. Non nel senso che la rende “migliore” (migliore
secondo quale concezione?), ma che la avvicina alla sua vera natura.
Allora l’albero non vede più il terreno come parte di se stesso, ma
come semplice nutrimento. E dispiega le sue foglie, i suoi rami, i suoi
fru i. Spontaneamente!
Il digiuno, che fa fiorire la nostra mente originaria, ci riavvicina
alle nostre passioni, ai gesti che ci fanno stare bene e che incantano
l’anima, la quale ricambia me endoci a disposizione l’energia del
Senza Tempo, vale a dire l’energia necessaria per trovare il nostro
posto nel mondo.
1. Martin Buber, Storie e leggende chassidiche, Mondadori, Milano 2008, p. 214.
2. M. Granet, Il pensiero cinese, cit., p. 388.
3. Imke Kirste, Zeina Nicola, Golo Kronenberg, et al., Is Silence Golden? Effects of Auditory
Stimuli and Their Absence on Adult Hippocampal Neurogenesis, in “Brain Structure and
Function”, 2015, 220 (2), pp. 1221-1228 .
7
ALLA RICERCA DEI TESORI NASCOSTI

Cambiare il nostro rapporto con il cibo non è,


come pensiamo, soltanto un modo di perdere peso;
vuol dire invece andare alla ricerca
di tesori nascosti,
entrare in un mondo che ci abita da sempre
e di cui ignoravamo l’esistenza.
È il regno delle Immagini e dei riti
che ci permettono di ritrovare l’energia del Sé
necessaria per la nostra metamorfosi.

C’è un modo pratico per avvicinarsi alla nostra essenza? A questa


domanda la saggezza di tu i i tempi rispondeva: “Digiuna”. Come
se l’astensione dal cibo fosse l’unico modo per aprire le porte a un
“centro misterioso”, dal quale scaturiscono contemporaneamente la
nostra coscienza e la nostra materia vivente.
Gli antichi non pensavano minimamente che digiunare
significasse punirsi, fare penitenza, liberarsi dai peccati del mondo.
La saggezza antica, sia d’Oriente sia d’Occidente, credeva
nell’esistenza di un’energia incontaminata, perenne, capace di
procurare l’eterna giovinezza, come pensavano i taoisti, e
contemporaneamente di a ivare i poteri della psiche nascosti nella
materia, che spesso finisce per soffocarli. Questo centro misterioso
era per tu e le tradizioni il vero principio terapeutico e da esso
dipendevano i meccanismi dell’autoguarigione.
I grandi studiosi dell’anima, come i cabalisti, ritenevano che la
capacità di autoricrearsi del corpo, e quindi della psiche, fosse
massima nel periodo embrionale. L’energia embrionaria ha il potere
p g p
di generare tu o il corpo, cervello compreso, partendo da una cellula
fecondata. E lo fa senza nutrirsi a raverso la bocca. Il cibo veniva
visto come qualcosa che era sì utile per lo sviluppo della vita, ma in
qualche modo offuscava la purezza originaria dell’essenza.
Così il tema del digiuno per l’uomo antico era sempre legato alla
depurazione, intendendo con ciò il liberarsi da ciò che si è acquisito
dall’esterno, limitando il più possibile le contaminazioni, per fare in
modo che ciò che rimane sia un distillato del Sé, perché per poter
dare i propri fru i l’anima e il corpo dovevano prima di tu o
chiudersi in se stessi, come il seme avvolto dal guscio. Con il digiuno
ci si rivolgeva all’energia ancestrale dell’embrione, che continua a
vivere dentro di noi e a trasformare il nostro corpo.
Questo conce o del richiudersi in se stessi è molto difficile da
comprendersi in un’epoca chiassosa e rumorosa come la nostra, dove
si viaggia con la radio sempre accesa e si mangia davanti alla
televisione.
Così quel nucleo, quel Sé, che ama stare nel silenzio, che dispiega
la sua energia quando riusciamo ad allontanarci dal cibo, è sempre
più lontano dal nostro Io. Il rito del tabernacolo, dove la sostanza
preziosa è nascosta in un luogo chiuso e sacro, è presente in
moltissime tradizioni e mostra molto bene che siamo governati da
processi profondi, che amano vivere occultati. L’analogia con la teca
cranica, dove abita il cervello, è ben riconoscibile.
Il principio che contiene l’immagine di ciò che siamo, la nostra
identità profonda, appartiene a mondi invisibili, che percepiamo
sopra u o quando le palpebre sono abbassate, quando il buio ci
conduce nella terra dei sogni, dove le immagini interiori dominano
la scena. L’essenza appartiene ai regni del so ile, della materia
rarefa a, della cosidde a “chimica celeste”, che cara erizza il
pensiero degli alchimisti. La loro famosa massima “Separa lo spesso
dal so ile” alludeva ai tesori occultati nel corpo, vero e proprio
tabernacolo delle energie nascoste nell’organismo, che spesso
l’eccesso di cibo opprime e relega sempre di più nell’inconscio, fino a
renderle imperce ibili alla coscienza. Via via finiamo per ritenere
che questi tesori non esistano e non siano mai esistiti.
In nessuna epoca si è mai digiunato per dimagrire, ma per
incontrare mondi sconosciuti, per acquisire saperi che altrimenti
vengono ignorati e quindi tramontano. Digiunando si cercava di
incontrare le energie invisibili, di conoscere le forze che governano la
vita. Gli uomini si privavano del cibo per fermare la contaminazione
dall’esterno e per liberare il nucleo, che spontaneamente, quando
non siamo distra i dalle sirene della vita, si manifesta e ci trasforma,
portandoci a scoprire e incontrare la nostra vera natura, i nostri
talenti, le nostre risorse interiori.
Come ricorda magistralmente Ikkyū, l’energia eterna è qualcosa
sempre presente al nostro interno, non è il fru o dei nostri sforzi;
vive e riposa dentro di noi, non ha bisogno di speculazioni mentali,
detesta i pensieri e i ragionamenti, ma sopra u o agisce nella
spontaneità: “L’eterno è qui e ora, mentre prendono forma queste
parole”. 1
Questa forza eterna, che si può assimilare all’energia del
germoglio, possiede due volti, tra loro inscindibili.
Immaginate Giano Bifronte, il supremo dio dell’antica Roma: un
volto ha la consistenza della materia del corpo, degli organismi
viventi, mentre l’altro volto appartiene al regno dell’invisibile, del
so ile, della forza creativa. Se il volto materiale si affievolisce, come
accade con il digiuno, quello so ile dello spirito sgorga all’interno
del nostro Io.
Energia eterna ed energia terrestre sono intrecciate l’una all’altra,
e la salute psicofisica di ognuno di noi si basa sulla capacità di
a ingere l’acqua da quella sorgente perenne, che l’eccesso di materia
ci impedisce spesso di percepire.

Un ritorno alle radici


Il digiuno è stato per tu e le tradizioni anche la strada della salute:
come ricordava Groddeck, digiunare significa aprire le porte
all’autoguarigione, poiché l’assenza di cibo lascia l’energia vitale di
ciascuno di noi libera di agire sul nostro corpo e sulla nostra psiche.
Il mondo animale ci insegna che di fronte alla mala ia la terapia
migliore è restare al buio, purgarsi con erbe appropriate e digiunare.
Ma se il digiuno diventa solo una medicina per il corpo, se ci
dimentichiamo del suo aspe o so ile, che noi oggi abbiamo perso e
che invece faceva parte della vita dell’uomo antico, perderemo il
senso profondo di questa pratica primordiale e perderemo anche
uno strumento prezioso per allinearci con la nostra essenza nascosta
e trasformare noi stessi.
Per quanto riguarda il mondo psichico, l’astensione dal cibo a iva
l’energia creativa del Sé e quindi inizierà il riavvicinamento alla
nostra Immagine innata. Come insegna la mistica, il digiuno ci aiuta
a tornare a casa, a tornare alle radici essenziali, senza le quali siamo
foglie nel vento, una uguale all’altra. Per i taoisti digiunare è
avvicinarsi all’embrione, alla sua capacità rigenerativa del corpo e
della mente.

Si diventa impermeabili, autonomi, invulnerabili, dal momento in cui si possiede


l’arte di nutrirsi e di respirare in circuito chiuso, alla maniera di un embrione. 2

Il digiuno, per l’uomo, è uno strumento di ricerca di ciò che non


può essere visto, ma che pulsa dentro di noi e vuole manifestarsi.
Quindi il digiuno è un principio di metamorfosi di mente e corpo,
è il perno di una trasformazione silenziosa che avviene al di fuori
dell’Io: trasformazione senza la quale rischiamo di perdere di vista i
tesori che possediamo.
Il tesoro più grande che possediamo è il “mondo immaginale”,
così caro a Henry Corbin, che allude a un’energia nascosta, so ile,
ma dai poteri immensi. 3
Se siamo essenzialmente un’Immagine innata, la capacità
immaginativa ha grandi poteri terapeutici e dovrebbe in questo
senso sempre accompagnare i periodi di digiuno.
Chiudere gli occhi e lasciar fluire l’immaginazione. Sognare da
svegli mondi antichi, passioni, scene d’amore, spiagge e mari senza
tempo è un farmaco per l’anima, quella psyché so ile che abita la
nostra interiorità. Oggi abbiamo perduto il mondo delle Immagini e
con loro quello del mistero. Senza Immagini, che i bambini adorano
così tanto, siamo soli e disperati.

Le Immagini devono ritornare protagoniste


Se indagate il mondo interno di chi ingrassa, scoprirete come le
Immagini sono le grandi assenti. Sentite cosa ha scri o Emilia:

In 5 mesi ho perso 16 chili… È successo immaginando di essere una modella famosa


(quando ero ragazza facevo la fotomodella), dopo avere incontrato il mio ex a una cena
prima di Pasqua. Quella sera mi disse che mi trovava ingrassata, spenta, che non vedeva
più la donna a raente che ci teneva alla linea… Mi disse: “Vedi, anche tu hai voluto la
vita tranquilla e ti ci sei seduta… fai la mamma e la moglie!” (da 7 anni vivo con un
uomo e ho un figlio di 4 anni). Beh, quelle parole hanno fa o sca are l’interru ore… Il
giorno dopo ho ripreso l’a ività fisica, fantasticando di essere una modella famosa che
doveva prepararsi per un book fotografico… Non avevo più fame di dolci, di schifezze, e
quando capitava immaginavo il girasole e il suo profumo… Ne ho riempito il salone!
Così oggi sono tornata al mio peso forma, vado a correre, mangio sano, concedendomi
anche il dolce… Ma una cosa fondamentale: ho ritrovato lei, la mia modella che seduce,
fantastica e mi cura. Mi sento viva!

Emilia ha perso 16 chili affidandosi alle Immagini e… ai girasoli,


che la soccorrono quando le capita di avere fame di cibi killer, di
“schifezze”, di dolci.
Ma che cos’è un girasole? È il fiore che adora la luce, che la cerca.
Si orienta dove c’è più luminosità. E l’immagine della modella
famosa non è un evento luminoso dentro la mente? Ogni fiore
profuma e, quando libera il suo profumo, il girasole eme e l’odore
della luce. Luce che si trasforma nell’immagine della modella, la più
propizia, più salutare, più ada a per dimagrire. Quello di Emilia era
un rito: chiudere gli occhi e immaginare la Signora fuori dal tempo,
l’indossatrice, la donna che tu i ammiravano.
In qualche modo ha chiamato nel suo immaginario la dea della
bellezza, dell’ammirazione, dell’armonia celeste: Venere. E quando
apriva gli occhi i girasoli che riempivano il salone la festeggiavano
come una sposa.
Ma non si tra a solo dei fiori, è tu o il suo mondo interiore che è
cambiato: mentre prima si vedeva ormai solo come mamma e
moglie, chiusa nel suo ambiente domestico, ora ha cominciato a
sognare a occhi aperti. Ha immaginato di essere un’indossatrice, una
modella che sfilava davanti ai vasi pieni di girasoli. La scena era per
lei magica, ma si sa che fiori e sogni a occhi aperti sono compagni di
viaggio dell’anima, che amano stare vicini gli uni agli altri. Scene
naturali, come i prati in fiore, e Immagini che si presentano quando
teniamo gli occhi chiusi si rinforzano le une con le altre e sono
farmaci per il nostro cervello e per i nostri disagi. Sedici chili di
troppo sono sempre sintomo di una sofferenza interiore.
Che intimità c’è tra le Immagini e i fiori, tra gli dèi e le energie
della salute! Non c’è dea che non avesse fiori dedicati a lei. Senza
saperlo la modella, l’immagine di Venere, la guidava verso la luce
della bellezza: da qui a dimagrire il passo è stato breve.

L’importanza di “nutrirsi” di profumi


Le Immagini e i fiori più di ogni altra cosa ci fanno sentire vivi. Le
Immagini, come i fiori, sono energie luminose, so ili: è bastato
entrare in questi due regni per ritrovare la leggerezza del
dimagrimento. La zavorra del grasso è svanita senza alcuna fatica: i
pesi mentali che opprimevano Emilia se ne sono andati
spontaneamente.
Quando c’è un problema affe ivo è inutile continuare a
rimuginarci sopra. Il pensiero è un’energia paludosa per il cervello:
così se veniamo lasciati, se ingrassiamo, se siamo vi ime di delusioni
affe ive, se vogliamo dimagrire e non ci riusciamo, dobbiamo fare
due semplici cose: circondiamoci di fiori, quelli che in quel momento
sentiamo affini a noi, chiudiamo gli occhi e annusiamoli a lungo.
Entreremo nel regno dell’energia fiorile, che chiama in causa la
capacità creativa e rigenerativa del cervello, che tu i possiedono e
spesso dimenticano. E poi, dopo avere gustato il profumo,
immaginiamo a occhi chiusi la dea che ci protegge. A volte è una
modella, altre volte una Signora antica…
Le Immagini che ci arrivano sono veri e propri presidi terapeutici
contro i dolori dell’anima.
Durante i periodi di digiuno, gli antichi si circondavano di fiori,
dei loro profumi, e bruciavano gli incensi, mentre cercavano dentro
di sé il vuoto e lasciavano spazio alle Immagini. Emilia le ha usate
per dimagrire, ma nessuno perde peso se non a iva un’altra
mentalità. I nostri tesori nascosti, le nostre capacità più profonde
vengono a ivate solo se ci liberiamo del pensiero ed entriamo nei
regni so ili.
Il profumo, le Immagini e il vuoto sono le porte dei mondi so ili,
dove risiede l’energia del Sé, che Emilia ha a ivato con le Immagini,
il profumo dei girasoli e la modella, emblema della bellezza di
Venere. Emilia è entrata in un rito, ha aperto le aree cerebrali
dell’energia primordiale del cervello, che si realizza solo distraendosi
dal reale.
Il digiuno apre la porta a questa energia misteriosa, senza la quale
cadiamo nell’ansia, nel panico, nella depressione, nell’obesità: tu e
patologie tipiche di un’epoca come la nostra.

1. Ikkyū Sōjun, Nuvole vaganti. La raccolta di un maestro zen, Ubaldini editore, Roma 2012, p.
92.
2. M. Granet, Il pensiero cinese, cit., p. 384.
3. Henry Corbin, “Mundus Imaginalis” o l’immaginario e l’immaginale, in “aut aut”, 1993.
8
LA VIA DELL’AUTOGUARIGIONE

Le ricerche più recenti della medicina confermano


la grande capacità terapeutica del digiuno
che i medici dell’antichità conoscevano bene.
Quando il tessuto adiposo prende il sopravvento,
libera sostanze che intossicano
e infiammano l’organismo.
Questo processo viene inibito in modo significativo
da una riduzione in generale del cibo
e dall’adozione di un regime alimentare bilanciato.

Il nostro organismo è dotato della capacità innata di autodepurarsi,


eliminando spontaneamente le sostanze tossiche. Come
prescrivevano le antiche medicine tradizionali e come stanno
dimostrando i moderni studi scientifici, è sufficiente interrompere
l’assunzione di cibo per a ivare i processi di “autopulizia” del corpo.
Le ricerche degli ultimi anni hanno dimostrato l’incompatibilità
tra salute e grandi quantità di cibo: la sovralimentazione danneggia
l’organismo, come abbiamo visto nel primo capitolo, mentre periodi
di restrizione alimentare possono apportare grandi benefici in
termini di cura e prevenzione di diverse patologie.
Mark Ma son, Valter Longo e Luigi Fontana sono alcuni tra i
ricercatori che stanno studiando gli effe i del digiuno: i risultati
delle loro ricerche sembrano confermare le virtù terapeutiche che gli
a ribuivano i medici antichi.
Come abbiamo visto, in piante e animali il digiuno a iva i
meccanismi di rigenerazione e metamorfosi; allo stesso modo per il
corpo umano rappresenta una pratica che stimola i meccanismi di
rinnovamento dei tessuti e di autoguarigione dell’organismo.
Qualche ora dopo che abbiamo smesso di mangiare in tu o il
corpo vengono a ivate trasformazioni profonde, volte alla
rigenerazione di tu i gli organi. A raverso meccanismi complessi
del sistema endocrino, il corpo e il cervello interagiscono tra loro: il
corpo a digiuno “avvisa” i nuclei profondi del cervello, i quali
rispondono producendo la chimica dell’autoguarigione e
imme endola in tu o il corpo.
Come sosteneva Paracelso, il digiuno ria iva la “matrice
originaria” del corpo, che altro non è che l’energia primordiale,
presente sin dalla fecondazione, che risiede nelle aree più antiche del
cervello. Questa matrice profonda viene a ivata al massimo grado
quando interrompiamo l’ingestione di alimenti: per questo Paracelso
chiamava il digiuno il “medico interiore”.

Il digiuno favorisce l’autolisi


Uno degli aspe i che rendono il digiuno uno dei più potenti alleati
della salute è l’effe o che ha sul metabolismo cellulare: il digiuno
a iva un processo definito “autolisi”.
Quando digiuniamo, la mancanza di nutrimento innesca nelle
cellule uno stato di economia delle risorse, ed è proprio questa
condizione di risparmio energetico che perme e al corpo di
rigenerare i propri tessuti. Infa i, quando le cellule “si accorgono”
che le risorse a disposizione scarseggiano, innescano un processo di
autonutrimento, che viene chiamato appunto autofagia o autolisi.
Il digiuno, come spiega Valter Longo ne La dieta della longevità,

spinge le cellule a intraprendere l’autofagia e altri processi intracellulari di


ripristino, distruggendo quindi i componenti vecchi e danneggiati per sostituirli
con nuovi. 1

In pratica, quando i nutrienti a disposizione sono rido i le cellule


più vecchie o troppo danneggiate per potersi riparare vengono
autodigerite dall’organismo stesso. Le componenti riutilizzabili delle
cellule distru e vengono assimilate dalle cellule in grado di
rigenerarsi, mentre le tossine metaboliche vengono espulse.
Questo processo avviene in generale in tu i i tessuti
dell’organismo, ma la velocità di distruzione e di rigenerazione varia
da tessuto a tessuto.

A iva le cellule staminali


Il digiuno stimola la rigenerazione e il ringiovanimento delle cellule.
Questa pratica, come è emerso dalle ricerche di Longo, riesce a
“sostituire le cellule danneggiate con cellule nuove a ivando le
cellule staminali”. 2
Le cellule staminali sono cellule-madri, non specializzate, in
grado di trasformarsi in diversi tipi di cellule del corpo con funzioni
specifiche. Per tale motivo queste cellule sono molto importanti nel
caso di mala ie e traumi, dal momento che possono riparare i tessuti
sostituendo le cellule danneggiate o morte.
L’effe o del digiuno sulle cellule staminali apporterebbe
importanti benefici anche al cervello, sopra u o impedendo la
degradazione legata all’invecchiamento. Nel cervello di un adulto
muoiono ogni giorno decine di migliaia di neuroni: la quantità di
neuroni che perdiamo quotidianamente aumenta con il passare degli
anni. È un processo che fa parte della normale fisiologia
dell’organismo, tu avia se il numero di neuroni che perdiamo è
troppo elevato andiamo incontro a deficit cognitivi nell’età avanzata
e a un decadimento cerebrale senile.
Yoshinori Nagumo, autore del libro Il magico potere del digiuno, di
cui ha studiato ampiamente gli effe i terapeutici, afferma che

studi recenti hanno mostrato che le cellule staminali, situate in una regione del
cervello chiamata ippocampo, hanno la capacità di rigenerare i neuroni. Se
trascuriamo la salute le cellule cerebrali non aumentano ma, stranamente,
aumentano quando siamo esposti al freddo e alla fame. 3
La fame quindi è un a ivatore di rinascita cellulare, così come lo
stress da variazioni climatiche. Il nostro organismo dà il meglio di sé
quando è esposto a condizioni che lo costringono a rivolgersi alle
sue risorse innate.

Spegne le infiammazioni
L’infiammazione è un meccanismo di autodifesa che perme e al
corpo di proteggersi da un agente, che può essere di origine chimica
(come le tossine), fisica (per esempio il calore) o biologica (i ba eri),
per allontanare il pericolo e a ivare il processo di riparazione dei
tessuti coinvolti.
La risposta infiammatoria avviene a raverso l’aumento della
produzione di globuli bianchi, di cellule immunitarie e di citochine
da parte dell’organismo. Una risposta immunitaria sana produce
stati infiammatori a breve termine; ma se l’infiammazione si protrae
a lungo rischia di creare il terreno fertile per l’insorgere di mala ie
croniche.
Una dieta ricca di farine raffinate, carni e grassi animali tende a
sovraccaricare l’intestino di molecole alimentari mal digerite
(tossine) e di ba eri nocivi. Ecco il fa ore scatenante del 90 per cento
delle patologie con cause sconosciute e resistenti ai tra amenti
classici. In particolare, le infiammazioni croniche favoriscono lo
sviluppo di disfunzioni cardiocircolatorie e patologie quali
Alzheimer, Parkinson, arteriosclerosi e anche il cancro.
Se l’organismo è saturo di tossine, il sistema immunitario scatena
reazioni infiammatorie diffuse. La principale fonte di tossine per
l’organismo è proprio l’alimentazione, per questo oggi gli stati
infiammatori cronici sono molto frequenti, sopra u o nelle persone
in età avanzata o che hanno ado ato abitudini alimentari scorre e
per lungo tempo.
Digiuni brevi, praticati con frequenza, perme erebbero di
spegnere i focolai infiammatori, così da prevenire le patologie più
gravi. Come spiegano Franco Berrino e Luigi Fontana, autori del
libro La grande via, la sensazione di fame, che ci coglie quando
digiuniamo,

è causata dalla stimolazione di alcuni neuroni ipotalamici da parte di un


ormone prodo o dallo stomaco, la grelina, e sappiamo che essa inibisce
profondamente l’infiammazione. 4

Riduce il sovrappeso
Abbiamo visto nel primo capitolo i rischi legati alla
sovralimentazione e al sovrappeso.
Le persone in sovrappeso sono più inclini a sviluppare
infiammazioni croniche che, come abbiamo de o, comportano un
rischio elevato di sviluppare tumori, arteriosclerosi, Alzheimer e
molte altre patologie, come riportano Berrino e Fontana.

In un interessante studio prospe ico, Frank Hu, un professore di nutrizione di


Harvard, ha notato che solo il 66% delle signore che a 50 anni avevano un
girovita compreso tra 76 e 80 cm non soffriva di alcun disturbo, mentre nessuna
di quelle che a 50 anni aveva una circonferenza inferiore a 71 cm aveva
sviluppato mala ie croniche oppure aveva un deficit cognitivo o fisico dopo i 70
anni, condizione che lui definisce “successful aging”, invecchiamento o imale. 5

Il tessuto adiposo non è, come si pensa, solo un deposito di


energia, ma è un vero e proprio organo tra le cui funzioni c’è anche
quella di secernere ormoni.
Gli ormoni prodo i dal tessuto adiposo sono pericolosi poiché
creano una condizione favorevole allo sviluppo di diabete,
ipertensione e mala ie cardiovascolari; il grasso corporeo produce
citochine, che provocano nell’organismo le risposte infiammatorie di
cui abbiamo parlato.

Le citochine sono proteine immunoregolatrici presenti anche nei vertebrati


primitivi. Prodo e dai linfonodi per fagocitare i ba eri e le tossine che
penetrano nell’organismo, sono fondamentalmente il sistema di difesa del corpo
contro gli intrusi. Tu avia il loro punto debole consiste nell’incapacità di
distinguere il padrone di casa dagli invasori e quindi può capitare che il primo
venga colpito dal fuoco amico. 6

Dunque, alternare periodi di alimentazione normale a brevi


periodi di digiuno può aiutare a sciogliere i depositi di grasso più
consolidati e pericolosi, in particolare quello viscerale, e a mantenere
stabile il peso, aspe o imprescindibile per una buona salute.
Nonostante il dimagrimento sia uno degli effe i più evidenti del
digiuno, perdere peso non può essere l’obie ivo che ci spinge a
intraprenderlo: un dimagrimento sano avviene a raverso la pratica
di una costante a ività fisica e l’acquisizione di un regime alimentare
bilanciato. Tu avia, alternare un’alimentazione sana a periodi di
digiuno può essere utile per sciogliere il pericoloso grasso viscerale
ed evitare che si accumuli.
Yoshinori Nagumo scrive che a digiuno

il vostro organismo brucerà grasso viscerale e il vostro girovita si ridurrà


gradualmente. Durante quel processo, le cellule adipose secerneranno un
ormone miracoloso: l’adiponectina. Si è infa i scoperto che l’adiponectina, che è
secreta dalle cellule adipose, previene l’arteriosclerosi e pulisce il sangue. 7

Il digiuno è anche un’o ima occasione per ritrovare un rapporto


equilibrato con il cibo e per rivoluzionare le abitudini alimentari:
“staccarsi” dal cibo offre l’opportunità di calibrare la ripresa
alimentare per potersi abituare a porzioni più adeguate al proprio
fabbisogno quotidiano e regolare quantità e frequenza dei pasti.

Mantiene il sangue pulito e riduce i rischi cardiovascolari


Il digiuno rappresenta uno strumento terapeutico molto efficace
anche per la prevenzione dei disturbi cardiocircolatori, che sono
stre amente correlati alle abitudini alimentari e che costituiscono
uno dei principali rischi per la salute.
Infa i dalle ricerche emerge che alternare periodi di restrizione
calorica a un’alimentazione bilanciata aiuta a regolare il livello di
colesterolo, trigliceridi e acido urico nel sangue. I risultati degli
esami del sangue di un paziente prima e dopo un periodo di digiuno
indicano la drastica diminuzione della presenza degli elementi che
costituiscono i fa ori di rischio cardiovascolare.
Così il digiuno è una pratica efficace di prevenzione delle mala ie
che colpiscono vasi sanguigni e cuore: un “sangue pulito”, che scorre
in modo fluido, allevia lo sforzo cardiaco, previene ipertensione e
infarto, riduce notevolmente il rischio di trombi, coaguli, ictus.

Protegge l’apparato digerente


L’apparato digerente ci perme e di assorbire dall’esterno le sostanze
che servono all’organismo per svolgere le proprie funzioni
biochimiche e di eliminare gli scarti: tu avia cibi raffinati e pasti
frequenti gli rendono più difficile il compito.
Con il passare degli anni, il sovraccarico di lavoro fa sì che il tubo
digerente vada via via logorandosi, fino a perdere funzionalità. Il
continuo transito di alimenti a raverso le mucose non perme e agli
organi del tubo digerente di ripulirsi, di riparare i danni e di
rinnovare i tessuti.
Ogni tanto, lasciare un po’ a riposo stomaco, intestino e fegato
aiuta a rigenerare questi organi e a far sì che mantengano la piena
funzionalità anche con l’avanzare dell’età.
Il nostro stomaco viene costantemente sollecitato a causa
dell’elevata frequenza dei pasti. I cibi difficili da smaltire creano una
sovrapproduzione di secrezioni che comportano uno stress per la
mucosa gastrica. L’elevata acidità provoca irritazioni delle pareti
dello stomaco, bruciore, difficoltà digestive e reflusso gastrico.
Concedere ogni tanto una pausa allo stomaco perme e di ridurre
lo stress e di regolarizzare le secrezioni: in questo modo la mucosa si
disinfiamma. Uno stomaco depurato funziona meglio, agevolando
anche le fasi successive del processo digestivo.
Un’alimentazione bilanciata e ricca di fibre favorisce il transito
intestinale e l’equilibrio della flora ba erica che colonizza l’intestino;
al contrario, i “cibi sbagliati” ostacolano il lavoro dell’intestino:
generano gas, accumulo di sostanze tossiche e squilibri nel
microbiota intestinale. Il risultato? Gonfiori, dolori addominali,
infiammazioni, colite e stipsi.
Digiunare me e a riposo l’intestino, che può smaltire le scorie e
rigenerare la mucosa, spegnere i focolai infiammatori e ritornare a
funzionare in modo corre o, con una più efficace assimilazione dei
nutrienti. Ci sono grandi benefici anche sul sistema immunitario, che
ha una correlazione stre a con l’intestino, che contiene ben l’80 per
cento delle cellule deputate alla difesa del corpo. Il sistema
immunitario per funzionare corre amente ha bisogno di uno stimolo
immunogeno costante, che gli viene dato proprio dalla flora ba erica
intestinale, come ci dice Longo:

L’alimentazione può comprome ere il sistema immunitario anche alterando la


flora ba erica intestinale (microbiota). È ormai accertato che la dieta occidentale
può provocare effe i gravi sul tipo di ba eri che occupano l’intestino, che a loro
volta possono regolare diverse cellule immunitarie. 8

Anche il fegato trae enormi benefici da un periodo di digiuno.


Quest’organo funge da filtro ematico: il suo ruolo è quello di
mantenere il sangue pulito. Un fegato sovraccarico di lavoro a causa
di un eccesso di tossine nel sangue funziona male, e la quantità di
sostanze tossiche nel sangue aumenta. È uno dei primi organi che
vengono destabilizzati da un periodo di ca iva alimentazione e da
un eccessivo consumo di bevande alcoliche.
Le tradizioni antiche consideravano il fegato come l’organo della
forza: infa i i sintomi di un fegato in difficoltà sono la stanchezza
cronica e la spossatezza. Quando il fegato può riposare si depura e si
rigenera, recuperando la sua piena funzionalità.

Ripulisce il sistema linfatico dalle scorie


Il sistema linfatico è l’apparato che drena la linfa, la sostanza
a raverso cui avvengono gli scambi tra cellule e flusso sanguigno.
Veicola alle cellule il nutrimento e allontana gli scarti del
metabolismo cellulare. L’alimentazione scorre a e la sedentarietà
ostacolano la circolazione linfatica e i fluidi tendono a ristagnare e ad
accumularsi negli spazi interstiziali.
Il digiuno, come strumento di depurazione, alleggerisce il sistema
linfatico dalle scorie, sopra u o se viene introdo a nell’organismo
molta acqua. Così si alleviano i sintomi legati al ca ivo
funzionamento del sistema linfatico: cellulite, cuscine i adiposi,
affaticamento cronico, gonfiori (sopra u o di gambe e caviglie),
tendenza a formare cisti e noduli, infiammazioni diffuse.
Oltre a digiunare, per prendersi cura del sistema linfatico è
fondamentale svolgere una moderata a ività fisica quotidiana. In
questo modo migliora la fluidità del sistema linfatico e la
depurazione è maggiore, perché a raverso il sudore le tossine
vengono espulse più in fre a.

Ripara la cute, a enuando i segni dell’età


Anche la cute trae grandi benefici dal digiuno.
Si sa che la pelle è lo specchio di ciò che succede nel corpo:
quando la pelle è arrossata, opaca, rugosa, danneggiata o seborroica
significa che il corpo non smaltisce bene le tossine. Quindi una
depurazione profonda di tu i gli organi interni migliorerà
notevolmente la qualità della pelle.
Come abbiamo de o, l’autolisi rigenera i tessuti eliminando le
cellule vecchie e danneggiate in favore di quelle sane e giovani. Visto
che la pelle è uno degli organi del corpo che si rinnovano più
rapidamente, il digiuno avrà un potente effe o antiage rallentando
l’invecchiamento della pelle, prevenendo la formazione di rughe e
accelerando i processi di cicatrizzazione e la rigenerazione della cute
danneggiata.
Il digiuno, se praticato con a enzione e prudenza, sempre so o la
guida di un medico, è dunque uno strumento prezioso per la salute.
Praticare periodi di digiuno regolarmente può aumentare
notevolmente la qualità e la durata della vita.

1. Valter Longo, La dieta della longevità, Vallardi, Padova 2016, p. 172.


2. Ibid.
3. Yoshinori Nagumo, Il magico potere del digiuno, Vallardi, Milano 2017, p. 34.
4. Franco Berrino e Luigi Fontana, La grande via, Mondadori, Milano 2017, p. 36.
5. Ivi, p. 26.
6. Y. Nagumo, op. cit., p. 39.
7. Ivi, p. 99.
8. V. Longo, op. cit., p. 216.
9
LA PRATICA DEL DIGIUNO

Vi sono tanti modi di digiunare,


ma quello che consigliamo inizialmente
dura poche ore alla settimana.
Via via il digiuno si può incrementare,
ricordandosi però che si tratta di un momento
di purificazione del corpo e della mente,
per cui va sempre accompagnato dall’appartarsi
in un ambiente poco rumoroso…
Solitudine, silenzio e digiuno
si potenziano vicendevolmente
e producono effetti depurativi sia sull’organismo
sia sui processi psichici.

Ci sono voluti molti anni perché il digiuno fosse preso in


considerazione dalla medicina, che lo aveva ritenuto una pratica
deleteria per il corpo. Solo recentemente i ricercatori sono arrivati
alla conclusione che alcuni periodi di astensione dal cibo, o
comunque una riduzione marcata delle calorie, fosse in grado di
fornire una depurazione efficace, di produrre la rigenerazione delle
cellule e di innescare i meccanismi dell’autoguarigione.
Valter Longo, che ha denominato “dieta mima-digiuno” (DMD )
una significativa restrizione calorica, è arrivato alla conclusione che
questo processo a iva un “‘programma di autoguarigione’ simile al
processo di sviluppo che avviene in un neonato”. 1
La dieta messa a punto dal ricercatore dura circa 6 giorni e si basa
su un programma di meno di 800 calorie (1100 il primo giorno),
sopra u o di origine vegetale. Secondo Longo, la sua dieta

rappresenta probabilmente il modo più efficace per rispondere a molti di questi


problemi correlati all’invecchiamento e alla ca iva alimentazione, mediante la
riparazione delle cellule e quindi il ringiovanimento delle cellule stesse, dei
sistemi e degli organi. 2

Nel suo libro, lo studioso spiega molto bene come la restrizione


calorica abbia un notevole effe o preventivo sulla degenerazione dei
tessuti e quindi sulla prevenzione delle neoplasie. In base ai risultati
delle sue ricerche, la dieta mima-digiuno avrebbe notevoli effe i
sulle cellule tumorali, se applicata insieme alla chemioterapia, di cui
potenzierebbe gli effe i.
Inoltre, la rinuncia al consumo di grassi animali e di zuccheri
chimici ha effe i rigeneranti sulla pelle, che in pochi giorni diventa
più luminosa, e riduce il grasso addominale, uno dei fa ori di
rischio maggiore di molte patologie, tra cui quelle cardiocircolatorie.
Longo insiste sul rapporto che esiste tra la sua dieta e la
tradizione, che aveva riferimenti antichissimi al digiuno.

La costante del digiuno nella maggior parte delle pratiche religiose è una
conferma delle seguenti ipotesi: 1) il digiuno può avere effe i potenti; 2) il
digiuno in genere è sicuro se praticato in modo corre o; 3) il digiuno non è una
dieta di moda ma fa parte della nostra evoluzione e della nostra storia. 3

Nel nostro libro insistiamo sul digiuno come ritorno alle radici,
come via per raggiungere l’estraneità all’Io e per prendere le
distanze dai codici del pensiero moderno, che cerca la pienezza di sé
nella ragione e sopra u o nell’omologazione. Qui non si parla di
digiuno come moda, ma come recupero delle “energie remote”,
quelle che hanno cara erizzato le origini dell’umanità, energie da
cui sono scaturiti i riti, le fiabe, le leggende, gli dèi. Si digiuna anche
per ringiovanire, per stare meglio, per rigenerarsi, per far sca are i
meccanismi dell’autoguarigione. Ma l’argomento di questo libro è
che esistono altri modi di stare nel mondo, altri modi di vederlo,
altre psicologie che ignoriamo, e che questi mondi possono
p g g q p
affacciarsi nella nostra coscienza grazie all’astinenza dal cibo anche
solo per brevi periodi. Così ragionava il pensiero alchemico.
Se il lavoro di Longo punta sulla “dieta della longevità”, il
digiuno di cui stiamo parlando non è dedicato solo ai benefici fisici,
che pure sono strabilianti. L’astensione dal cibo rappresenta anche
un’occasione di rivedere la propria mentalità, di stare con se stessi in
modo differente, di dare meno peso al mondo esterno e fidarsi di più
del vuoto, che è un digiuno della mente, peraltro alimentato
dall’assenza di cibo.
Tradizioni immense, che hanno fa o la storia dell’uomo, hanno
ragionato così. I taoisti, i Veda, il buddismo, lo zen e le tradizioni
religiose occidentali cercavano la “mente profonda” digiunando.
Non bastava il silenzio, l’isolamento dagli altri per certi periodi, la
meditazione: occorreva che il corpo non si alimentasse, perché
sca asse qualcosa che consegnava altri modi di stare con se stessi e
nel mondo.
Purtroppo sono nate nel tempo se e o visioni manichee del
digiuno, che nulla però hanno a che vedere con un serio approccio a
questa tematica. Per vedere gli effe i del digiuno sulla psiche occorre
perseveranza, bisogna ricordare che digiunare una tantum non porta
a nulla: il digiuno non deve diventare un fastidio o un obbligo,
perché si o errebbero effe i opposti. Non è un caso che i digiunatori
riuniti in se e esoteriche passano spesso da una riduzione di peso
durante il digiuno a un aumento ponderale molto significativo
quando riprendono a nutrirsi, perché appena si riduce l’astensione
calorica mangiano eccessivamente, per recuperare lo sforzo fa o
durante il periodo di astinenza.
Tu o questo per dire che si digiuna non per sentirsi eroi, ma per
cercare spazi psichici che provengono dall’energia vitale depurata
dalle tossine della materia e da quelle che ingurgitiamo ogni giorno
dalle immagini del mondo esterno.

Entriamo nel territorio dell’uomo antico


Il digiuno è per i grandi maestri l’incontro con l’inaudito, con il
meraviglioso, con il Senza Tempo, e per questo bisogna avvicinarsi
con grande cautela a questa pratica, effe uando inizialmente digiuni
brevi, di poche ore, per poi digiunare per periodi più lunghi, 24 ore,
tre giorni o più. Quando si passa a digiuni più prolungati, si rende
necessario il consulto con il medico, onde evitare inconvenienti.
Digiunando ci colleghiamo al nucleo originario, dove materia e
psiche sono compresenti come all’origine del mondo e dove
“partecipano di una sola cosa”, come ricordavano gli alchimisti.
Secondo gli antichi, i digiuni anche solo di alcune ore, oppure di uno
o tre giorni, perme ono di entrare in conta o con le proprie energie
primordiali senza correre alcun rischio.
È fondamentale ado are qualche accorgimento per rendere dolce
e graduale il distacco dal cibo, massimizzare i benefici psicofisici ed
evitare di comprome ere la propria salute. Bisogna evitare digiuni
troppo drastici, eccessivamente prolungati e non preparati con
gradualità, perché potrebbero risultare nocivi.

Come fare un buon digiuno


LA PREPARAZIONE

In base alla durata del digiuno prevista occorre prepararsi in modo


opportuno. Innanzitu o è importante avere l’a eggiamento mentale
ada o, la giusta motivazione e la consapevolezza di ciò che si sta
facendo, per far sì che il digiuno sia davvero un momento di
purificazione e di rigenerazione.
Spesso, come sappiamo, ciò che ci spinge a mangiare non è un
effe ivo bisogno fisico di cibo, ma una “fame” psicologica.
Occorre imparare a controllarla. Ecco i consigli utili per riuscire a
digiunare e a trarne i maggiori benefici.

SCEGLI IL PERIODO MIGLIORE

Il consiglio è di effe uare questa pratica in concomitanza con un


momento di distacco dal lavoro (in vacanza o nei fine se imana) e da
incombenze che richiedono intensi sforzi fisici o mentali.
Comunque durante un digiuno di breve durata (2-3 giorni) è
possibile svolgere le normali a ività professionali e personali. È
necessario però avere la possibilità di ritagliarsi durante la giornata
dei momenti per sé, da dedicare al riposo.
Naturalmente si può iniziare con un pomeriggio alla se imana. Si
comincia con un pranzo leggero vegetale a mezzogiorno e ci si
astiene dal cibo fino al ma ino dopo. È utile bere molta acqua, per
aumentare la capacità depurativa dell’organismo.

NON RIVELARLO A NESSUNO

Digiunare è un po’ come nascondersi, come richiudersi in se stessi e


per questo il silenzio e la solitudine devono accompagnare, per
quanto possibile, questa pratica. In quest’o ica, sarebbe opportuno
informare il meno possibile familiari e amici dell’intenzione di
intraprendere questo percorso per evitare giudizi e tentativi di
dissuasione.
Nei paesi dell’Europa se entrionale, in cui il digiuno è un’usanza
diffusa, accade spesso che chi intraprende questa pratica si riunisca
in gruppi, recandosi in stru ure specializzate o affi ando case,
chalet o camere all’interno di uno stesso albergo, per ritirarsi in
ambienti naturali, vicino ai boschi o a luoghi incontaminati,
isolandosi dal contesto della vita abituale.
Dopo 4-5 mesi di digiuno se imanale di questo tipo (dal pranzo al
ma ino dopo), si può passare a praticarlo per una giornata intera, in
cui si beve solo acqua.

ADOTTA LE GIUSTE PRECAUZIONI

Prima di iniziare un periodo di digiuno che abbia una durata


superiore è consigliabile effe uare alcuni esami clinici, per valutare
il proprio stato di salute. Così si potrà intraprendere questa pratica
sapendo che l’eventuale senso di stanchezza e di astenia, la
tachicardia o altri problemi psicofisici, che si potrebbero manifestare
durante l’astensione dal cibo, non sono dovuti a patologie, ma sono
da considerarsi normali effe i del processo di rigenerazione che è in
a o.

IMPARA A DISTACCARTI DAGLI ALTRI


PER CONCENTRARTI SU TE STESSO

Anche se di fa o i primi digiuni riguardano le poche ore che vanno


dal pranzo alla colazione del ma ino, può sca are comunque un
senso di spaesamento, la sensazione di allontanarsi dagli altri e
l’apparire di un senso di tristezza, di abbandono.
Nel Capitolo 4 ci siamo soffermati sull’e-mail di Carlo, che ha
smesso il digiuno perché i suoi amici lo prendevano in giro e lo
facevano sentire diverso. Prendere le distanze dal gruppo e dalle sue
convenzioni, rinunciare alle serate insieme agli altri, anche solo una
volta alla se imana, è qualcosa che può farci sentire soli e
malinconici, depressi. Sentirsi diversi dagli altri spesso ci porta un
senso di vuoto, di nostalgia, di non appartenenza. Ebbene queste
sensazioni in realtà sono salutari, perché ci avvicinano al nucleo, al
Sé, che vive nel profondo, lontano dal frastuono della folla.
Rilke vede nella tristezza un principio trasformativo che altri
sentimenti non hanno.

Così non dovete, caro signor Kappus, sgomentarvi, se una tristezza si leva
davanti a voi, grande come ancora non ne avete viste; se una inquietudine,
come luce e ombra di nuvole, scorre sulle vostre mani e su quanto voi fate.
Dovete pensare che qualcosa accade in voi, che la vita non vi ha dimenticato,
che vi tiene nella sua mano; non vi lascerà cadere. Perché volete voi escludere
alcuna inquietudine, alcuna sofferenza, alcuna amarezza dalla vostra vita,
poiché non sapete ancora che cosa tali stati stiano lavorando in voi? 4

Anche una sola giornata di digiuno porta la depurazione dalle


“tossine della mente colle iva”, che assorbiamo ogni giorno senza
che ce ne accorgiamo. Quel malumore di cui parla Carlo, quella
malinconia che si prova quando ci distacchiamo dagli altri rivelano
all’uomo:
ciò che egli è, ciò che egli può continuare a essere se la civiltà (jen) non cancella
in lui il tao, il tö, il T’ien, cioè la sua propria essenza (sing), pura da ogni
contaminazione. Così l’Uomo vero (Tchen jen) è colui che, fuggendo i suoi simili,
non ha simile: “Colui che non si unisce agli altri uomini (ki jen) si rende uguale al
Cielo”. 5

Nella nostra epoca non c’è più la distanza dagli altri, non c’è più
quella solitudine che era sacra per tu o il mondo antico, che la
considerava la porta degli dèi. Vivere colle ivamente significa
pensare insieme agli altri, precipitare nelle opinioni comuni.
Ritirarsi in se stessi, percepire il vuoto, avvertire la lontananza
dagli altri, sono tre dei principali codici evolutivi. Possiamo
maturare solo se ci stacchiamo, anche per poco, dal mondo esterno.
Il digiuno ha questa funzione evolutiva.

PREPARA IL CORPO

Per i digiuni più prolungati, invece, si inizia rifornendo prima


l’organismo delle vitamine e dei minerali di cui necessita e che per
qualche giorno non gli verranno forniti. Per questo la scelta più
corre a è mangiare sopra u o fru a e verdura fresca o co a al
vapore, prima di cominciare. Un paio di giorni prima occorre evitare
grassi animali, bevande alcoliche, zuccheri raffinati e dolcificanti
artificiali, tabacco e caffè: così si inizia già la depurazione, ancor
prima che intervenga il digiuno.

LA DISCESA ALIMENTARE

È frequente tra i digiunatori più esperti arrivare gradualmente al


digiuno, effe uando quella che viene denominata “discesa
alimentare”. Questa pratica specifica prevede di togliere una
tipologia di cibo ogni giorno fino ad arrivare a consumare soltanto
acqua e liquidi: si eliminano prima gli alcolici e gli zuccheri, poi le
proteine animali, i farinacei e i cereali, e così via…
I grandi saggi arrivavano al digiuno eliminando uno per volta gli
alimenti che erano soliti assumere, per incontrare le energie
primordiali del nucleo. In un certo senso si applica la “psicologia del
p pp p g
fiore o”, vale a dire eliminare un cibo a cui si è abituati e
particolarmente legati, come per esempio il cioccolato, le caramelle o
le torte. La so razione di un alimento piacevole era consigliata da
Schwaller de Lubicz, il grande egi ologo. Si tra ava di un modo per
liberarsi di abitudini alimentari contra e, che causavano dipendenza
cerebrale. Ancora una volta si vede l’azione della riduzione
alimentare sia sul corpo sia sulla mente.
Esistono diverse modalità e combinazioni di digiuno, le cui
variabili principali sono la durata e la frequenza.

Il digiuno intermi ente: una pratica quotidiana


È un’astensione parziale dal cibo, che prevede di concentrare i pasti
(basati su un’alimentazione controllata e sana) in una finestra di
poche ore e di rinunciare al cibo per tu o il resto del giorno. Esistono
diverse formule con possibili combinazioni, ma il principio generale
è lo stesso.
Digiunare 16 ore tu i i giorni, mangiando in un lasso di tempo
definito e trascorrendo il resto della giornata senza mangiare. Per
esempio, si può consumare il primo pasto alle 12 e l’ultimo alle 20,
oppure il primo alle 10 e l’ultimo alle 18, in modo da restare a
digiuno per 16 ore tu i i giorni; i benefici di questa astensione
parziale sono amplificati se lo si ripete quotidianamente. In questa
modalità, lo stato di digiuno si intreccia con l’alimentazione abituale
e con le occupazioni di tu i i giorni: questo tipo di restrizione
alimentare si può protrarre per 8-16 giorni.
Questo è quanto consigliano alcuni esperti di digiunoterapia, che
danno molta importanza alla regolarità dell’assunzione di cibo e
altre anta alla regolarità nell’astensione. Noi vorremmo segnalare
comunque che digiunare non deve diventare un’ossessione: meglio
periodi brevi di digiuno, senza fatica, senza stress, piu osto che
so oporsi a sforzi stressanti e logoranti per la vita psichica.
Il digiuno si può via via incrementare, ma bastano anche poche
ore ogni se imana per a ivare un cambio di abitudini nella vita del
corpo e del cervello. Chi pratica il digiuno regolarmente si accorge
dei risultati, sia sulla psiche, sull’a eggiamento mentale, sia
sull’organismo.
Magari dopo mesi, ma è frequente verificare una maggior
creatività, un miglioramento delle capacità intuitive,
dell’immaginazione o, sul piano fisico, una maggior resistenza alla
fatica e un potenziamento del sistema immunitario.
Il digiuno è un modo di vivere, non uno sforzo alimentare!

L’EFFETTO A LIVELLO PSICOFISICO

Durante questo tipo di digiuno, l’apparato digerente riposa, poiché


non è sollecitato costantemente, la produzione di insulina viene
limitata a un intervallo di tempo specifico, si innescano i processi di
scioglimento degli strati adiposi e di depurazione; non profonda
come avviene nei digiuni più lunghi, ma frequente. Inoltre questa
pratica perme e la convivenza con la routine quotidiana.

Il digiuno di 24 ore: la pulizia del corpo


Un digiuno di 24 ore è breve, ma non privo di importanti benefici e
lo si può affrontare bevendo solo acqua (bisogna ricordarsi di
introdurre molti liquidi nell’organismo), oppure mangiando qualche
fru o. Un giorno è un periodo di tempo sufficiente per a ivare un
processo di igiene e di messa a riposo dell’intero organismo. Non
rappresenta un’esperienza debilitante e può essere affrontato con
una frequenza maggiore rispe o ai periodi di digiuno più lunghi.

L’EFFETTO A LIVELLO PSICOFISICO

In 24 ore il corpo può avviare un processo di depurazione. In


particolare ne trarranno beneficio sangue, stomaco, fegato e sistema
linfatico, se questa pratica viene ripetuta con frequenza se imanale.
Scegliere questa formula aiuta anche a prevenire e contrastare il
sovrappeso, il diabete di tipo 2, i disturbi cardiovascolari e le
mala ie favorite da stati infiammatori cronici. Inoltre i digiuni brevi
sono efficaci per curare le intossicazioni e per ridurre i sintomi tipici
di influenze, raffreddori e infezioni ba eriche.
Anche se limitatamente, questa forma di digiuno perme e di
chiudersi in uno spazio personale che allontana dalla vita esteriore,
dall’influenza degli altri, dalla routine quotidiana. Così si torna in
sintonia con il proprio nucleo interno, si recupera il legame con
l’energia sconosciuta e profonda che è presente in ognuno di noi,
slegata dal cibo, dalle abitudini, dalla superficie.
È una scelta vincente per rigenerare la propria psiche, uscire
dall’identità in cui ci siamo calati, scoprire nuovi volti di noi e
liberarci dai punti di vista che ci limitano e ostacolano il nostro
benessere.

L’OBIETTIVO

Il digiuno di 24 ore può essere svolto con continuità, una volta ogni 7
o 15 giorni, o anche una volta al mese, quando se ne avverte
l’esigenza. È un modo naturale per stabilire un appuntamento fisso
con la nostra interiorità. Come eseguirlo?
Si inizia scegliendo un giorno al mese, sempre il medesimo, in
modo che diventi un’occasione da consacrare a se stessi e in cui dare
spazio al mondo interno e alla cura personale. Un’o ima scelta può
essere digiunare in funzione del ciclo lunare, per esempio iniziando
al sorgere della luna nuova: questo ci perme e di conne erci con i
ritmi della natura e di viverli in prima persona.

PERCHÉ FARLO

Il digiuno si rivela molto utile quando si deve prendere una


decisione importante, quando ci si trova di fronte a una scelta
difficile, quando si è in balia dei problemi, dei pensieri che ci
assillano. Infa i il digiuno “ripulisce” la mente, ci perme e di avere
prospe ive diverse sulle situazioni che viviamo, perme e di cogliere
gli aspe i che non avevamo considerato e di a ingere alle nostre
risorse interiori.
Non a caso, quando il digiunatore ricomincia a mangiare è una
persona diversa e in grado di ritornare alla quotidianità con una
p g q
coscienza rinnovata. Chi si abitua a questo tipo di digiuno, sente un
crescente bisogno di ripeterlo. All’inizio può sembrare una pratica
faticosa, ma poi diviene un alleato dell’unità psicofisica, un principio
rigenerante di cui si avverte la necessità.

Il digiuno di 3 giorni
Questa forma di digiuno era quella praticata, ogni mese, dagli
antichi Egizi che, quando sorgeva la luna nuova, intraprendevano
un’astinenza dal cibo della durata di 3 giorni. Digiunavano e si
purgavano per depurare i visceri e sfru are la forza trasmutativa
della luna per rigenerare il corpo e lo spirito. Questa modalità è stata
ripresa da numerosi ordini religiosi e dagli alchimisti e veniva
considerata come portatrice di un’igiene profonda dell’organismo.
Era una pratica che si basava sulla relazione macrocosmo-
microcosmo. Nulla di ciò che accade a un singolo individuo è
separato dallo stato cosmico. La luna, le stagioni, l’alba e il tramonto
sono momenti del mondo esterno, ma sono anche stati energetici
corrispondenti al nostro mondo interno. Cervello e corpo sono in
condizioni diverse a seconda che siamo in estate o in inverno, che vi
sia l’alta o la bassa marea, o la fase lunare. Il legame tra la luna, il
principio femminile, e il ciclo mestruale è stato ampiamente
segnalato da tu e le tradizioni e anche dal pensiero scientifico.
Oggi sappiamo che 3 giorni con sola acqua o tisane depurative
ripuliscono e accelerano il rinnovamento delle cellule di tu i i
tessuti. Il digiuno determina anche uno stacco molto ne o rispe o
alle abitudini, in particolare a quelle meno salutari, come il fumo o il
consumo di alcolici. Per questo può essere utile a chi cerca di
sme ere di fumare, per esempio.

LE PRECAUZIONI

Per almeno un paio di giorni prima di iniziare, occorre effe uare la


preparazione, a base di fru a e verdura, descri a in precedenza.
Durante i 3 giorni di astensione dal cibo bisogna bere acqua in
abbondanza (almeno 3 litri al giorno).
In caso di spossatezza, durante la giornata, è possibile consumare
un piccolo pasto a base di vegetali o di fru a.

Il digiuno di 7 giorni: per rigenerare tu i gli organi


È un digiuno più impegnativo, indicato solo per coloro che hanno
una lunga esperienza e va seguito a livello medico, per non rischiare
effe i dannosi.

L’EFFETTO A LIVELLO PSICOFISICO

La depurazione è molto profonda e favorisce un processo di


rigenerazione degli organi. Assume un valore molto benefico per la
salute se ripetuto ogni 3 o 6 mesi, meglio se in corrispondenza di
solstizi ed equinozi. Possiamo sfru are i cambi di stagione come
momenti per amplificare il rinnovamento dell’organismo,
utilizzando la pulsione trasformatrice in a o nella natura per
riportarci in asse con la nostra dimensione corporea, ovvero con la
natura che ci abita.
Un digiuno completo di 7 giorni rischia di far mancare
all’organismo importanti sostanze nutrienti, come vitamine o
minerali. Si consiglia di bere ogni giorno, oltre ad almeno 2 litri di
acqua, anche tisane e centrifugati di fru a e verdura, o di assumere
un pasto quotidiano a base di verdura cruda o co a al vapore,
condita con un cucchiaio d’olio d’oliva e accompagnata da una
manciata di riso bollito. Se si dovesse accusare un indebolimento
eccessivo non si esiti a mangiare un cucchiaio di miele, un fru o o
un po’ di pane di farina di segale.

La dieta dei 9 giorni: la depurazione di tu i i tessuti


Questa dieta, che l’Istituto Riza ha studiato nel corso degli anni,
depura profondamente tu i i tessuti. La durata di 9 giorni perme e
di mantenere il corpo in uno stato prolungato di digiuno parziale
(con un pasto leggero al giorno) da cui è possibile trarre notevoli
benefici.
Il pasto quotidiano, a base di verdura, fru a, legumi e cereali,
evita lo stress psicofisico di un digiuno completo protra o per un
lungo periodo e fornisce al corpo gli elementi nutritivi essenziali per
mantenersi in uno stato o imale di salute. L’apporto calorico è molto
contenuto, in modo che l’organismo assimili energia a raverso lo
scioglimento dei depositi di grasso; la frequenza dei pasti rido a al
minimo favorisce il riposo dell’apparato digerente. La modalità di
risparmio energetico in cui entra il corpo innesca il processo di
autolisi: per 9 giorni ci si depura e ci si rigenera.
Anche in questo caso si consiglia di praticare il digiuno in
concomitanza dei cambi di stagione e so o controllo medico.
Il pasto quotidiano prevede:

un fru o di stagione, meglio se di coltivazione biologica;


70 grammi di pane integrale (o 80 grammi di riso bollito,
condito con un cucchiaio d’olio d’oliva; o due patate bollite
medie condite con sale e un cucchiaio d’olio d’oliva);
un’insalata di erbe di stagione condite con olio, poco sale
marino e aceto balsamico (oppure verdure a foglia larga bollite,
condite con olio d’oliva e poco sale marino; o un pia o di
legumi conditi).

INIZIA DA QUI

L’unico pasto previsto può essere assunto all’orario preferito, ma


nell’arco dei 9 giorni è opportuno mantenerlo sempre alla stessa ora.
Si consiglia inoltre di variare gli alimenti a ogni pasto per rendere
più vario e meno monotono il percorso.

LA VARIANTE

Il primo giorno (o anche per le 48 ore iniziali) si può effe uare un


digiuno completo, senza pasto intermedio. Il nostro consiglio però è
di apportare questa modifica solo dopo aver praticato già almeno
una volta la dieta dei 9 giorni, in modo che il corpo abbia avuto
tempo e modo di ada arsi.

IL TOCCO IN PIÙ: LA TISANA

Durante questa dieta depurativa si possono assumere alcune tisane


per favorire lo smaltimento delle tossine, drenare i liquidi e purgare
l’intestino. La tisana disintossicante, che può essere di melissa, fiori
di sambuco o foglie d’arancio, deve essere bevuta alla sera. Me ere 3
cucchiai dell’erba scelta in mezzo litro d’acqua bollente e lasciare in
infusione per 10 minuti, poi filtrare e bere. È utile per eliminare
dall’intestino le scorie accumulate nel tempo e che rischiano di
causare stati infiammatori in tu o l’organismo.
Le tisane depurative stimolano il lavoro degli organi preposti al
filtraggio, come reni, fegato e bronchi. A base di foglie d’ortica o
tarassaco, vanno bevute al risveglio. Per prepararle far bollire mezzo
litro d’acqua, aggiungere 1 cucchiaio dell’erba scelta, togliere il
pentolino dal fuoco e lasciare in infusione per 20 minuti. Poi filtrare
e bere.
Per drenare i liquidi, favorire lo scorrimento della linfa ed
eliminare i ristagni si può optare per una tisana drenante, che
perme e anche di reintegrare i liquidi persi. Per prepararla si può
scegliere tra betulla, menta o elicriso. Fare bollire per 3 minuti 2
cucchiai dell’erba scelta in un litro d’acqua, togliere la pentola dal
fuoco e lasciare in infusione per 20 minuti, poi filtrare e bere lungo
tu o il corso della giornata.

La depurazione è più completa se coinvolge anche l’intestino


Purgarsi durante il digiuno ha effe i molto benefici, ma può rivelarsi
debilitante, perché si possono perdere molti sali minerali. Il consiglio
quindi è di ricorrere a blandi lassativi naturali solo dopo aver
sperimentato due o tre volte questa specifica dieta.
Gli antichi davano molta importanza alla purgazione da
accompagnare al digiuno. Il senso era quello di eliminare non
soltanto le tossine alimentari depositate sulla mucosa intestinale, ma
di a ivare anche la purificazione cerebrale, vista l’analogia tra
cervello e intestino, molto studiata dagli alchimisti.

Così il digiuno è più facile ed efficace


Durante il digiuno bisogna evitare, quanto più possibile, i fa ori di
stress e di preoccupazione, per non “avvelenare” l’energia cerebrale
che si sta depurando. Sarebbe opportuno non compiere sforzi fisici
particolarmente faticosi, almeno nella prima fase di astensione dal
cibo.
Un’altra raccomandazione è trovare il tempo per godere di un
adeguato riposo, che non dovrebbe essere inferiore alle 8 o 9 ore di
sonno per no e. Bisognerebbe anche limitare il conta o con il
mondo esterno, riducendo gli impegni di famiglia e le uscite con gli
amici.
Si consiglia di sfru are questo periodo rigenerativo per dedicarsi
alle occupazioni che ci procurano piacere e che ci appassionano, che
siano a ività manuali, le ura, scri ura, disegno ecc.: si tra a di
a ivare la parte creativa per nutrire il proprio nucleo interiore. E
dopo ogni fase si dovrebbe porre l’a enzione su eventuali nuovi
interessi, desideri e intuizioni che non avevamo colto
precedentemente.
Via via che si digiuna è bene ricordarsi di aumentare il consumo
dell’acqua, sino a 3-4 litri al giorno. Innanzitu o perché, se non
mangiamo, non introduciamo i liquidi che normalmente assumiamo
tramite i cibi; ma la ragione più importante è che l’acqua favorisce il
lavoro dei reni, che devono espellere le tossine da cui abbiamo
liberato i tessuti.
In caso di estrema debolezza si può mangiare un po’ di pane di
segale, un fru o, un cucchiaio di miele o un piccolo pia o di
vegetali, per arrestare la crisi ipoglicemica e a enuare i sintomi del
malessere cara eristici della prima fase del digiuno.
Praticare un’a ività fisica moderata incrementa i benefici del
digiuno: ha effe i positivi sull’umore, regolarizza la respirazione e la
circolazione sanguigna e migliora le prestazioni cardiache. Le a ività
indicate sono: le camminate, la corsa leggera, la bicicle a. Occorre
ricordare che anche il sudore è un potente meccanismo depurativo.
Per spazzare via le tossine e rilassarsi si può accendere qualche
candela, bruciare nell’aria un’essenza gradevole e immergersi in un
bagno d’acqua calda, magari arricchita con rosmarino, lavanda, olmo
e sale marino (da me ere in un sacche o di stoffa a maglia stre a,
per evitare che si disperdano nell’acqua). Per eliminare le tossine e le
impurità, bisogna sfregare vigorosamente la pelle con una spugna
prima di uscire dal bagno.
Nella tradizione, il digiuno prevedeva l’uso di purghe per
favorire la depurazione intestinale. Sarebbe meglio effe uare questa
pratica nella fase iniziale, per liberare l’organismo. I lassativi naturali
più indicati (perché più blandi e meno lesivi per l’intestino) sono la
mannite, i semi di lino o i semi di psillio. Si versa un cucchiaio di
semi di lino in un bicchiere d’acqua alla sera per berlo la ma ina
seguente insieme alle mucillagini che si saranno formate (volendo si
possono mangiare anche i semi). I semi di psillio possono essere
assunti seguendo lo stesso procedimento o utilizzandoli per
preparare un infuso caldo.

Quando è sconsigliato
Il digiuno non deve essere praticato dalle donne in stato di
gravidanza o in fase di alla amento. Non è indicato per i bambini e
gli adolescenti, e per tu e le persone che, a causa di una patologia,
devono assumere farmaci (se non dietro previa valutazione medica)
e a chi soffre, o ha sofferto, di disturbi alimentari.

Come si trasformano corpo e mente durante il digiuno


Nei primi due o tre giorni di digiuno, i più duri da affrontare, si
manifestano sintomi come malessere fisico, stanchezza, emicrania,
nausea, sonnolenza, difficoltà a prendere sonno, alitosi, inestetismi
cutanei, urine maleodoranti che si presentano in forma più o meno
intensa a seconda della persona, delle abitudini alimentari, dell’età e
del livello di intossicazione dell’organismo. Dal punto di vista
emotivo si affacciano ca ivo umore, susce ibilità, angoscia, rabbia,
inquietudine.
Dopo questa prima fase i sintomi scompaiono insieme alla fame e
man mano che il corpo si abitua allo stato di digiuno ci si sente
meglio. La sensibilità olfa iva si acuisce, la mente è più lucida, ci si
sente più energici e sereni. Gli occhi appaiono più limpidi e la pelle
più luminosa. Via via che il digiuno procede si possono accusare
dolori muscolari e crampi, segnale dell’igiene che sta avvenendo nei
tessuti muscolari. In questa fase è normale provare il desiderio di
stare soli e il fastidio nei confronti degli ambienti affollati, la voglia
di silenzio e di buio. La sera è inevitabile sentirsi stanchi e avvertire
il bisogno di dormire: si stanno ristabilendo i meccanismi naturali di
sonno e veglia e recuperando i ritmi biologici del corpo.
Chi digiuna può avvertire un senso di noia, che viene intensificato
proprio dalla mancanza di cibo, che per molti è il principale antidoto
alla monotonia.
La svolta è proprio qui: la noia esplica un efficace potere
rigenerativo e trasmutativo e per questo quando riprenderemo a
mangiare troveranno spazio capacità ed energie ancora inespresse.

Ricominciare a mangiare: così si torna alla vita


La ripresa alimentare è un vero e proprio rito, grazie al quale si può
riscoprire cosa significa davvero mangiare e quale valore può avere
il cibo, che ci rime e in conta o con le nostre energie primordiali.
Tu avia, sebbene il fa o di riprendere a mangiare ci trasme a
una grande gioia e nonostante il desiderio di assaggiare i cibi di cui
ci siamo privati, questo momento richiede grande a enzione:
l’organismo va riabituato gradualmente ad assumere cibo. Se, spinti
dalla fame, ci lasciamo travolgere dall’idea di mangiare in quantità
corriamo il rischio di stressare il tubo digerente, intasandolo e
andando incontro a disturbi fastidiosi, come gonfiore, pesantezza,
indigestioni, bruciori di stomaco. La durata della ripresa alimentare
dev’essere proporzionale alla durata del digiuno. È molto
importante, sopra u o i primi giorni, non intossicarsi con zuccheri,
grassi animali, alcolici, ma assumere succhi di fru a freschi,
centrifugati e cibi liquidi, passare successivamente a fru a e verdura
cruda, bollita o co a al vapore. Le fibre dei vegetali infa i stimolano
la produzione di succhi gastrici e favoriscono il transito intestinale
nel modo più fluido possibile. Solo a questo punto è possibile
introdurre la icini, fru a secca, cereali, fino ad arrivare a ristabilire
la nostra dieta abituale.

L’effe o
La ripresa alimentare graduale ha il vantaggio di stabilire un
equilibrio naturale nelle nostre abitudini, per cui assumiamo
quantità moderate di cibo e limitiamo il consumo di zuccheri, alcolici
e grassi animali.
Il digiuno si rivela allora come una vera e propria forma di
“rieducazione alimentare”, grazie alla quale i sapori e la consistenza
dei cibi avranno tu a un’altra intensità.

1. V. Longo, op. cit., p. 128.


2. Ibid.
3. Ivi, p. 120.
4. R.M. Rilke, op. cit., pp. 60-61.
5. M. Granet, Il pensiero cinese, cit., p. 390.
Conclusioni
L’ETERNO CHE È NELL’UOMO

Una metamorfosi ininterro a conduce la nostra esistenza dalla


fecondazione all’età matura. Avviene a nostra insaputa, non è
condo a dalla nostra volontà, dal nostro Io. Fa emergere saperi
nascosti, tesori custoditi nel corpo, nella materia vivente.
Alla nascita c’è bisogno di una sostanza che perme a di vivere:
l’aria, la signora delle sostanze so ili per gli antichi. Psyché è un
soffio, dicevano i Greci per indicare che il regno dell’anima non è
percepibile dai sensi grossolani, dalla materia più pesante. Ogni
inspirazione modifica il nostro organismo, il nostro sangue, il nostro
cervello: senza il regno dell’aria la psiche si sgretolerebbe e la
coscienza non esisterebbe, tanto sono legati i due regni, quello
dell’anima e quello della consapevolezza. L’aria è veramente il
nutrimento della psiche: e per questo le tradizioni taoiste vedevano
nel saper respirare la possibilità di acquisire poteri altrimenti
sconosciuti. Le tecniche respiratorie erano e sono decisive per lo
sviluppo individuale in tantissime tradizioni spirituali.
E il cibo? La prima materia è il la e, la sostanza dell’accrescimento
corporeo, del nutrimento, del diventare adulti. Lo sviluppo fetale,
imperniato sulla placenta e sul cordone ombelicale, viene delegato
dopo la nascita a questa materia primordiale, il la e, che è il
nutriente di tu i i nutrienti, la sostanza della provvidenza, che
compare per la prima volta nell’evoluzione con il mammifero. Ma i
mammiferi non sono forse la no e dell’uomo, il suo preludio? Non
sono la preparazione del mondo della sapienza, della saggezza della
materia vivente che raggiunge il punto più alto con il genere umano?
Il la e è la sostanza del femminile, è la materia che nutre e
accresce, è la terra dell’anima, è il fluido dell’eterna danza della vita
che nasce, si rinnova, plasma i corpi. Il la e sgorga dal seno, ma
p p g g
viene creato da un’antica energia femminile che abita le aree del
cervello primordiale. È la sostanza del nutrimento, ma anche la
materia della provvidenza della madre dei viventi, come
ricordavano i vecchi cabalisti.
Per i primi mesi di vita la sostanza che ci nutre è il la e, il corpo
“si fa” a raverso il la e: il regno della bocca è la via del diventare
adulti. Poi arriva il cibo…
E allora perché staccarsi dagli alimenti? Perché digiunare? Perché
non c’è religione della terra che non abbia periodi rituali di astinenza
dal cibo?
Il tema di fondo è la metamorfosi. Viviamo nel regno della
trasformazione, siamo seduti su una gravidanza ininterro a del
nostro essere e le tappe di questa gravidanza non dipendono da noi.
Il digiuno agevola la nostra metamorfosi, senza la quale si
annullerebbe il nostro sviluppo? La risposta del mondo antico è
assolutamente affermativa.
In questa chiave il digiuno favorirebbe lo sviluppo dei mondi
so ili, delle energie più invisibili. Il la e accresce, porta il neonato
nella vita, il digiuno crea l’indipendenza, la capacità di percepire la
profondità della psiche, quando viene separata dalla materia, anche
se per brevi periodi.
Il digiuno è il processo indispensabile, l’uovo che si schiude: il
calore della cova, senza introduzione di cibo, crea l’essere che verrà e
schiuderà le sue ali nel cielo. Gli alchimisti avevano visto una
relazione analogica stre issima tra il tuorlo d’uovo e il sole.
Avvolto in se stesso l’uovo, chiuso come l’embrione nella placenta,
possiede capacità trasmutative che si a ualizzano senza l’apporto di
sostanze nutritive provenienti dal mondo esterno. Il tuorlo “sa” cose
che vengono dall’interno, dal profondo della materia vivente. Il
tuorlo, come un occhio, vede il pulcino che verrà, senza nutrirsi…
Dall’uovo nascono gli inse i, i vermi, gli anfibi, gli uccelli, i pesci.
La triade è sempre la stessa: guscio, albume, tuorlo. Un centro
misterioso è racchiuso nell’uovo: un centro da cui scaturisce un
essere vivente con le cara eristiche della sua specie.
Così nel cervello dell’uomo è racchiuso un centro, che costruisce e
custodisce ininterro amente l’essere che siamo, che partorisce
p
l’umano, dove la coscienza raggiuge il punto più alto… Coscienza
che è la sostanza del tuorlo del Sé, che assomiglia all’occhio, un
occhio che è descri o come “interiore, immateriale, esistente
nell’uomo, circondato di luce o esso stesso luminoso. Platone e anche
molti mistici cristiani l’hanno denominato occhio dell’anima”. 1
Il digiuno è la ricerca di quest’occhio interiore, una tecnica per
avvicinarsi all’inconscio, alle sue leggi Senza Tempo che si
manifestano, per esempio, in certi sogni. Nelle parole di Marie-
Louise von Franz: “L’inconscio sembra possedere una conoscenza
finora inesplicabile di cose che noi – a livello razionale – non
possiamo sapere”. 2
Anche il legame tra digiuno e sogni lucidi è stato più volte
descri o già dalla psicologia antica. Il digiuno cerca quella
conoscenza del Sé che sembra a ivarsi quando la materia del
nutrimento va via via rarefacendosi. La tradizione del digiuno
considera l’astensione dal cibo come una via per il tramonto dell’Io,
di quell’entità che ci vede come esseri separati dal mondo, come
protagonisti, mentre in realtà è l’occhio del tuorlo che ci sta creando.
Ecco la stanchezza, l’obnubilamento dei primi digiuni: segnali che
l’Io sta riducendo il suo potere. E il Sé sta arrivando…
Così il digiuno diviene la principale distrazione dall’a accamento
alle cose, al cibo, alla terra. Non si tra a della fuga dal reale verso un
mondo utopico, non è così che l’hanno inteso le tradizioni, piu osto
come un ricordarsi del tuorlo, del sole che ci abita, della sua energia
che è ben nascosta nelle viscere del corpo.
Bastano brevi periodi di digiuno per sentire che “nello spesso
abita il so ile”. Questo era il mo o non solo dell’alchimia, ma di
tu a la saggezza antica, che vedeva l’astinenza dal cibo non come
fuga dalla terra, dalla materia, bensì come incontro del cielo con la
terra, come scoperta di scintille celesti proprio nel cuore stesso del
regno terrestre.

1. Marie-Louise von Franz, Sguardo dal sogno, Raffaello Cortina, Milano 1989, p. 8.
2. Ivi, p. 9.
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Il potere curativo del digiuno


di Raffaele e Michael Morelli
© 2018 Mondadori Libri S.p.A., Milano
Ebook ISBN 9788852087073

COPERTINA || GRAPHIC DESIGNER: BEPPE DEL GRECO | FOTO © VITTORIO PENGO