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16.

Pier Luigi Crovetto, Il diritto e il rovescio (testualizzazioni discordi del-


l’incontro tra Spagnoli e Incas a Cajamarca (1532), in «L'immagine riflessa», IV
(1980), pp. 191-246

P IER L UIGI C ROVETTO


I L D IRITTO E IL R OVESCIO
(Testualizzazioni discordi dell'incontro, tra Spagnoli e Inca a Cajamarca, 1532)

I. Introduzione.

1. L'aggressione spagnola all'impero degli Incas (o Tahuantinsuyu) fu fulminea


e il crollo dell'organizzazione politica degli indigeni rovinoso e verticale. Le
storie, una volta dato conto dei preparativi laboriosi e contrastati, delle marce
d'addentramento sugli altopiani, delle scaramucce preliminari e delle spietate puni-
zioni dei nativi si trovano a riferire dell'impatto a Cajamarca tra gli eserciti ne-
mici, la sera del 15 novembre 1532, nei termini d'una mediocre imboscata. Me-
diocre, seppure singolare. Quale segnatamente poté essere la trappola tesa da un
pugno di uomini (poche centinaia) ad una sterminata moltitudine (quantunque
inerme, come si vedrà); e in campo avverso, per aggiunta!
Evidentissima risultò pertanto la sproporzione tra la dinamica dell'episodio
e le sue storiche conseguenze. E urgente, per gli storici spagnoli, la necessità di
rivalutare surrettiziamente protagonisti ed eventi per promuoverli all'altezza delle
attese; per farli condegni della risonanza del già mitico Perú

2. E' noto. Mai, come nel caso delle crónicas, scrivere storia fu esercizio
denso di intenzioni ed implicanze complesse, ben oltre la neutra funzione refe-
renziale, di mero e disinteressato resoconto. Fu già un'impresa rendere credibili i
contorni d’una realtà ineffabile per difetto, da parte del destinatario europeo, di ri-
scontri comparativi; ancor più difficile suffragare la convenienza economica di
scommesse rischiose in terre sconosciute e inospitali; oltremodo arduo placare lo zelo
di teologi, missionari, difensori degli indios mediante la certificazione di aver adem-
piuto alle disposizioni emanate più o meno strumentalmente al fine di rendere più
umana e legittima la conquista. La crónica assunse ben presto il ruolo di documento
destinato a dirimere molte delle questioni aperte dal conflitto tra potere metropolitano
(il cui vertice esercitava tra l’altro la formidabile esazione del «quinto real», un quin-
to tondo appunto di quanto depredato nel Nuovo Mondo) e poteri periferici. Tra le
sue righe si risolve il confronto tra il «privilegio di situazione» che il cronista, in virtù
dell’eccezionalità dell’impresa cui partecipa e dell’esclusiva nozione dei fatti, può
vantare sul lettore europeo e il «privilegio di condizione» di questi, che s’afferma nel-
la facoltà di concedere ovvero ratificare titoli e prebende contesi sul campo dallo spa-
gnolo americano (così si definivano gli esponenti della burocrazia coloniale, veri e
propri emissari del potere metropolitano contro i conquistatori della prima ora e i co-
loni).

3. Carattere saliente della crónica indiana è di costituire il tramite verbale esclu-


sivo tra due mondi scarsamente comunicanti (ardua cosa fu navigare attraverso
l’Oceano!) e irriducibili l’un l’altro.
L’eccezionalità di descubrimientos e conquiste esigeva testimoni essi stessi
d’eccezione. Perché pochissimi tra i già sparuti protagonisti a vedersi riconosciuta la
facoltà di fissare gli eventi sulle carte. Ed enorme, conseguentemente, fu il loro pote-
re: potere di fascinazione, di divulgazione di gesta consumate nell’isolamento e nella
solitudine di un continente misterioso, ai cui abitatori, qualificati come barbari, si ne-
gava opportunità di contraddittorio e di alternativa testimonianza. E vdel pari enorme
la loro facoltà di falsificazione. La prola andava a occupare il suo posto d'assoluta ec-
cellenza tra i più subdoli e affilati strumenti d'aggressione e di dominio (insieme con i
cavalli, le armi da fuoco, la superiorità tecnologica, in genere...). Parlata sul campo,
sanziona, nella sua unidirezionalità, l'enorme vantaggio dell'invasore: «L'imposizione
unilaterale del proprio codice da parte del conquistatore ha come prima conseguenza,
lapalissiana, che l'altro viene messo in condizioni d'inferiorità. Il dominatore, nei
messaggi verbali, assume il ruolo esclusivo di emittente, rifiuta quello di destinatario.
Emittente e non destinatario non solo perché è stato lui ad iniziare il discorso arrivan-
do in America; ma perché si nega come destinatario di un eventuale discorso dell'al-
tro. In questo modo, la sordità del dominatore coincide con la condanna del dominato
al monologo o al silenzio; mentre al dominato, il dominatore appare a sua volta come
emittente di messaggi arcani»2. Scritta sulla pagina ed inviata in Europa, sotto forma di
lettera, relazione o cronaca, la parola completa a posteriori l'opera di razionalizzazione
dell'aggressione; si fa mero artificio produttore d'inganno in quanto asserisce la propria
assolutezza, negando a sua volta la storia dell'altro. L'indigeno sta fuori (o, per meglio
dire, è tenuto ai margini) del circuito: è l'oggetto inerte d'una vicenda che lo vuole vittima
obbligata e predestinata; doppiamente silenziosa (durante e dopo gli eventi). L'analisi
che segue si propone di tentare nulla di più che una puntigliosa declinazione speculare di
parola (degli aggressori) e silenzio (indigeno).
Ma è tempo di vedere in dettaglio come si svolsero i fatti.

II. I fatti.
«En el año [...] de 1525, tres vecinos de la ciudad de Panamá se juntaron en com-
pañía universal de todas sus haciendas, que fueron don Francisco Pizarro y don Diego
de Almagro [...] cuyo linaje nunca se pudo bien averiguar, porque algunos dicen que
fue echado a la puerta de la iglesia, y que un clérigo llamado don Hernando de Luque lo
crió. Y como éstos fuesen los más caudalosos de aquella tierra, pensando ser
acrecentados y servir a su majestad del emperador don Carlos, nuestro señor,
propusieron descubrir por la mar del sur la costa de levante de la Tierra Firme, hacia
aquella parte que después se llamó Perú» (AZ, 463 a)3. Ma sulle prime i rovesci si
susseguirono: talché i ricchissimi contraenti la compaña non soltanto persero molto
del loro, ma altresì restarono «adeudados con mucha suma» (Ibidem). Pizarro, a detta
di Francisco López de Gómara, si confessò «arrepentido de la impresa» (LG, 224 b);
pronto peraltro — una volta accertata la consistenza dei tesori peruviani — a recarsi in
Ispagna per rinegoziare direttamente con l'imperatore gli assetti giuridici della futura co-
lonia e, quel che più conta, l'attribuzione delle cariche. Ne tornò con i titoli di Gober-
nador e Adelantado mayor per sé; con un nutrito seguito di poco raccomandabili fra-
telli (tra i personaggi più oscuri della oscura vicenda) e con un pugno di mosche (e
molte promesse) per il socio maggiore. Questo segnò l'inizio di una aspra rivalità tra i due
(«hubo algunas disensiones entre don Francisco y don Diego; porque había sentido
mucho don Diego que don Francisco hubiese negociado en España con su Majestad
todo lo que a él tocaba [...] sin hacer mención de cosa que a él tocase, como quier
que en todos los trabajos y costas del descubrimiento había puesto la mayor parte»)
(AZ, 464 b), che degenererà in una catena d'assassinî, a vittoria conseguita. Dopo l'oc-
cupazione dell'isola di Puna, le rappresaglie a danno degli indios inermi, Pizarro
sbarcò a Túmbez, eletta a testa di ponte sulla terraferma, pacificandola con il rigore e la
crudeltà consueti. Fondata la città di San Miguel, il conquistatore guidò la marcia verso
gli altipiani andini, guadagnando la città termale di Cajamarca, non senza aver inviate
frequenti ambascerie all'Inca Atahuallpa (l'Atabaliba o Atabalipa delle cronache) ed averne
a sua volta ricevute da parte del sovrano. Questi si trova "en los baños" e lungamente indu-
gia, combattuto tra l'omaggio dovuto agli inviati e figli del dio civilizzatore Viracocha
(annunciati da gran tempo da profezie e presagi) e il timore per le loro malefatte. Fi-
nalmente, accedendo alle sollecitazioni di Hernando de Soto ed Hernando Pizarro, si
presenterà al cospetto degli stranieri, ostentando i segni della sua dignità e potere. Nel
tardo pomeriggio del 15 novembre 1532 avvenne dunque l'incontro tra l'Inca (e il suo se-
guito di eccellenti curacas, che lo sorreggono su una portantina dorata) e fray Vicente de
Valverde, cappellano della spedizione. Gli spagnoli stanno nascosti tutt'attorno,
pronti all'attacco di sorpresa, lungamente premeditato. Il frate pronunciò la ri-
tuale «oración» (non è chiaro se si tratti di formale «Requerimiento»), invitando
il sovrano indigeno ad abiurare la sua falsa religione rimuovendone gli idoli men-
daci, ad ammettere l'illegittimità del suo potere e a riconoscersi conseguentemente
vassallo dell'imperatore. Atahuallpa con grande dignità ribadì viceversa la
saldezza del suo titolo regale («Dijo que aquellas tierras y todo lo que en ellas
había las había ganado su padre y sus abuelos») (AZ, 476 b), confermò la bontà
del culto al dio Inti, la cui immortalità riceveva quotidiana sanzione («Y en cuanto
a la religión dijo que muy buena era la suya [...] y que Cristo murió, y el sol y la
luna nunca morían») (LG, 228 b), chiedendo infine al frate chi gli avesse dette
le cose da lui riferite. Fray Vicente gli porse il breviario. Atahuallpa tentò, senza
riuscire, d'aprirlo; lo portò all'orecchio, lo auscultò... «y dijo que aquel libro no le
decía a él nada ni le hablaba palabra» (AZ, 476 b). L'Inca indispettito lasciò ca-
dere il libro sacro ai suoi piedi. Il frate, al grido convenuto di «Sanctiago», chiamò
gli spagnoli all'assalto. Pizarro, emulato da molti dei suoi («deseando cada cual
d prez y gloria de su prisión») (LG, 229 a), si lanciò contro la lettiga che sor-
reggeva Atahuallpa: nell'azione concitata si lacerò una mano. E il Gobernador,
per tragico contrasto con la carneficina d'indigeni, sarà l'unico ferito nel ban-
do spagnolo («No quedó muerto ni herido ningún español, sino F.P. en la mano...»)
(LG, 229 a). La sera cadde sulla spianata disseminata di cadaveri, coprendo la
fuga dei pochi superstiti: «Los indios, viendo preso a su rey y que los españoles
no cesaban de los herir y matar, huyeron todos, y no pudiendo salir por donde
habían entrado [...] fueron huyendo bacia una pared de las que cercaban aquel
gran llano [...] y con tanta fuerza cargaron sobre ella huyendo de los caballos,
que derribaron más de cien pasos de ella, por donde pudieron salir para aco-
gerse al campo. Aquí dice un autor que aquel muro y sus piedras se mostraron
más blandas y piadosas que los corazones de los españoles, pues se dejaron caer
para dar salida y lugar a la huida de los indios viéndolos encerrados con
angustias de la muerte. Los españoles [...] no se contentaron con verlos huir, sino
que los siguieron y alancearon hasta que la noche se los quitó de delante»
(GVI, II, 55 a). Atahuallpa, prigioniero, offrì agli avidi carcerieri qual riscatto
tanto oro quanto ne poteva contenere la sua cella. Al contempo dispose l'esecuzione
del fratello e Inca spodestato Huáscar, in mano ai suoi capitani, temendo che
gli spagnoli volessero reintegrarlo sul trono in base a considerazioni di interes-
sato rispetto dinastico: sarà il pretesto per la sua condanna a morte, comminatagli a
dispetto del favoloso riscatto pagato ed eseguita il 29 agosto 1533 per strango-
lamento (l'accettazione in extremis del battesimo gli risparmiò il supplizio del ro-
go).
La scomparsa dell'Inca portò seco la dissoluzione degli equilibri politici
del Tahuantinsuyu, confermando le previsioni del condottiero: «El Goberna-
dor acordó de partirse en busca de Atabalipa para traerlo al servicio de su maje-
stad, y para pacificar las provincias comarcanas; porque, éste conquistado, lo re-
stante ligeramente sería pacificado» (FJ, 325 a); anche se focolai di resistenza
all'occupazione coloniale perdurarono fino al 1572, quando venne espugnata la
fortezza di Vilcabamba e giustiziato Túpac Amaru, ultimo dei sovrani dell'anti-
co impero delle Ande.

III. I testimoni dei fatti.


La successione degli avvenimenti proposta al precedente paragrafo è quella ca-
nonica, generalmente accettata. Di più: si tratta d'una versione media, risultante
dall’elisione di oscillazioni marginali, d'inessenziali discrepanze. D'una versione ap-
parentemente neutra, insomma.
E tuttavia, è indispensabile a questo proposito una preliminare postilla: lo spora-
dico contrappunto di citazioni testuali rinvia esclusivamente al corpus delle
cronache spagnole (il passo del pur integratissimo meticcio Garcilaso de la Vega
el Inca, contenente la severa censura della crudeltà degli invasori, in occasione
della strage sulla piazza di Cajamarca, è punteggiato di rimandi cautelativi ai
cronisti ufficiali: «Hasta aquí es de Gómara...»; «Según los historiadores...»;
«Dice un autor...» ecc.). Frutto d'una scelta opinabile, si osserverà. Certo! Ma,
al tempo stesso, riflesso d'una selezione testimoniale decretata dal tempo e san-
zionata dagli esiti del conflitto di forze e di culture implicate, esse stesse, nei
fatti. Va considerato che la versione dei vincitori non è compensata da contrad-
ditorî di parte indigena formalmente plausibili e dotati di pari prestigio. Chi
muore sul campo, è naturale, ha scarse opportunità di far valere in sede di bilanci
storici il proprio antagonistico punto di vista. E la cosa è tanto più vera quando la
sconfitta militare vien ribadita dalla dissoluzione della cultura, della visione del
mondo dei vinti. Nel caso del Perù, inoltre, gli storici in pectore disconoscono
l'uso della scrittura («Porque los naturales ningún género de letra ni escritura sa-
ben ni usan, ni aun las pinturas, que sirven en lugar de libros en la Nueva España,
sinoamente la memoria que se conserva de unos en otros...») (AZ, 465 b): per riferi-
re la propria disfatta abbandoneranno il quechua degli amautas (i sacerdoti custo-
di delle memorie storiche, appunto) per lo spagnolo degli escribanos, assorbendo
–commisti al codice lingua– tracce di deformazioni fattuali, alieni frammenti in-
terpretativi e tendenziosità insinuate dai cronisti medesimi.
Il resoconto della strage di Cajamarca, al pari d'altri luttuosi episodi della
conquista, fu fatto oggetto di requisizione da parte degli spagnoli, i quali si arroga-
rono ampia facoltà di manomissione e di normalizzazione, negando alle vittime
qualsivoglia diritto di controllo. Lo conferma Federico González Suárez, arci-
vescovo di Quito, nell'epoca coloniale:
I conquistatori, e principalmente Pizarro, ebbero la precauzione di impedire che alcuno
scrivesse una narrazione veritiera e circostanziata di quanto accadde a Cajamarca, affinché
né nelle colonie, né in Ispagna fosse noto il loro crimine4.

Gli echi dell'altra cronaca, della cronaca degli sconfitti, dissolti e dispersi in
superficie dal dilagare dei racconti avversi, altro non poterono che correre per
largo tratto sotterranei e clandestini per riemergere assai a valle in insospettati an-
fratti memoriali, nelle rappresentazioni recitate, in occasione di solennità religiose5,
sulle piazze di villaggi sperduti e culturalmente indenni proprio in virtù della lo-
ro marginalità; raccolti e fissati in codici rozzamente istoriati 6 ; ovvero ritra-
scritti, sulla base di approssimativi memoriali indigeni, da religiosi o letrados7
Quel che importa ancora rilevare è che attingere la «soglia dell'espressione» (ma
soprattutto ottenere ad essa una pur mediocre udienza e durata) in un mondo
generalmente costretto a livelli di subumanità, di abbrutente sfruttamento (e conse-
guentemente di silenzio) comportò una qualche forma di fisiologica compro-
missione con gli oppressori. Una osservazione ulteriore va fatta. Se non esistono
memorie incaiche coeve alla conquista è segnatamente perché non poterono esi-
stere. Alla civiltà fiorita sugli altipiani andini, lo si è detto, mancò la scrittura:
prima di pervenirvi si dovettero superare due ostacoli. Da un lato ricodificare in
castigliano quello che veniva naturalmente articolato in quechua; dall'altro, pie-
garlo al giogo dei caratteri minuti, disseminati qual «file di formiche» sulla
«candida foglia di mais» della pagina. Ciò richiese tempo. E il tempo promosse
ed accentuò un processo di fatale omologazione ai codici ideologici e culturali de-
gli invasori.
Vi è in effetti in tutte queste testimonianze più d'un indizio di resa, di ce-
dimento incolpevole. Frequente, ad esempio, è il rapporto tra chi s'avvale della
scrittura per lamentare un sopruso (già scontando la naturalezza d'un vincolo di su-
balternità) e chi, leggendo, tale sopruso potrà conoscere e conseguentemente sanare.
Così Titu Cusi, tra gli ultimi capi indigeni a tener viva la ribellione contro la colo-
nia in via di consolidamento, detta a fray Marcos García, ospitato in qualità di cate-
chista reale nell'estremo ridotto indipendente di Vilcabamba, un cahier de doléan-
ces indirizzato al Gobernador García de Castro. E Felipe Guamán (o Huamán)
Poma de Ayala esprime la fiducia nella riformabilità del sistema della rapina
spagnola affidandosi da un lato al (per lui) semimagico artificio della scrittura (con
esiti ibridi e personalissimi, oltreché precari)8 e dall'altro consegnando il suo mo-
numentale Primer Nueva Corónica y Buen Gobierno a funzionari peninsulari,
con l'incarico di recapitarlo al re Felipe III, affinché questi, colmati i supposti vuo-
ti d'informazione sulle nequizie dell'amministrazione vicereale, possa intervenire
per una sollecita correzione. Ci sono inoltre diversi casi di bilinguismo in alcu-
ne delle rappresentazioni del ciclo della Morte di Atahuallpa, nelle quali, appunto,
spagnoli e peruviani interloquiscono ciascuno nella propria lingua. Gli uni lu-
crando sull'incomprensione degli avversari; gli altri soffrendone i costi spaven-
tosi. (Nessun bilinguismo, figurarsi, è registrabile nelle cronache spagnole!).
Il fatto è che abilitarsi all'uso della scrittura significò farsi parte (per quanto
del tutto periferica) d'un circuito comunicativo che riconosceva il suo centro
nel Vecchio Mondo; significò regolarsi sulle sue attese, conformarsi ai suoi parame-
tri ideologici. E non viceversa! Lo stesso destino dell'opera di Felipe Guamán (per
invocare l'esempio più significativo) che fu sequestrata e riposò, fino al suo ca-
suale rinvenimento nel recente 1908, negli archivi della Biblioteca Regia di Co-
penhagen, vale a chiarire quanto la fiducia che la percorreva fosse malriposta. Da
queste considerazioni dovranno dedursi istruzioni di lettura ed interpretazione di
tali marginali testimonianze, sovente reticenti a dispetto della loro relativa
clandestinità. Quella che si richiede è una lettura indiziaria. Una lettura che ten-
ga in conto la strategia storiografica di particolare circospezione dei cronisti nativi, i
quali –in difetto di riscontri testimoniali indipendenti– s'inibivano confutazioni
troppo sommarie e radicali delle cronache spagnole, piuttosto volgendo la lente
sul dettaglio per smascherarne l'incongruità, discretamente sottolineando l'incon-
seguenza tra comportamenti di rapina e programmi d'evangelizzazione, allo scopo
d'insidiare prima e smantellare poi –assieme alle finzioni accessorie– le fon-
damenta medesime dell'edificio storiografico dei dominatori.
Ma una lettura del pari indiziaria esigono le cronache degli aggressori. L'eserci-
zio di autocensura praticato dagli storiografi sui misfatti perpetrati dalle armate
spagnole non fu, né poté essere, ovunque egualmente rigoroso. Diverse, d'al-
tronde, furono le premesse ideologiche dei vari cronisti; diversa l'ufficialità di
cui erano investiti; diverse le fonti cui attinsero; difformi gli interessi rappresen-
tati. Ad un Francisco de Jérez, devoto dei Pizarro e loro scrivano ufficiale, per
contratto impegnato a comunque giustificare la condotta del conquistatore, po-
trà giustapporsi –poniamo– un López de Gomára il quale, desiderando accreditarsi
quale storico generale ed imperiale, si guadagna significativi margini di giudizio
indipendente rispetto ai crimini commessi (dopo esser stato, si badi bene, lo Jérez
di turno della conquista del Messico!), pur nell'ambito dell'esaltazione iperbolica
di scoperta e conquista quali sublimi contrassegni dei tempi 9 . Ancora: non total-
mente sovrapponibili saranno le storie del protocronista generale Fernández de
Oviedo, saccheggiatore di Jérez (ne ricalca, più d'una volta, frasi intere) e filo-
pizarriano per riflesso, riconoscibile per l’assai pronunciato livore antiindigeno, da
un lato; e dall'altro, di Agustín de Zárate, storiografo di seconda mano ma
sovente condotto da una maggior distanza dagli eventi e da un meno labile scrupo-
lo storiografico a elidere contrari, scoprendo verità che altri ha tenute accurata-
mente celate. E si potrebbe proseguire… È per tal modo opportuno procedere ad un
approccio comparativo tra voci certamente consonanti nell'intonazione generale, ma
differenziate nei particolari. Qualunque pur minima discordanza deve suscitare
il sospetto del lettore; qualsivoglia scarto di sovrapposizione può fornire tracce
per ripercorrere le tappe ed i criteri dell'operazione mistificatoria condotta dagli
scrivani peninsulari. Avendo l'avvertenza di amplificarne pantograficamente le
valenze. Ciò che infatti sfugge alle maglie del disegno di omologazione storiogra-
fica controllato e promosso dall'alto; quanto supera le costrizioni censorie e gli
ostacoli aggiuntivi predisposti dalla praticabilità d'escursioni da testo a testo (di
scrittori e di lettori, parallelamente!) deve poter non banalmente garantire e cor-
roborare le deroghe e gli scarti che lo contraddistinguono all'interno del corpus.
Da ultimo vanno considerate le intermedie testimonianze dei meticci, divisi
e contesi tra due patrie e due verità. Testimonianze esemplari, se appena si pensa
che la cultura latinoamericana (e l'essenza stessa del Subcontinente) è per sua
natura storica cultura (ed essenza) divisa tra radici autoctone ed apporti europei
e spagnoli. Ma addirittura decisive, per manifesta eccezionalità dell'interprete,
nel caso presente della conquista del Perú, che impegnò la voce di Garcilaso de
la Vega el Inca, figlio di capitano spagnolo e di principessa andina di sangue im-
periale e massima figura della letteratura di epoca coloniale.

IV. Logica dei fatti e surrogazione della parola.


La successione degli eventi, proposta al paragrafo II, può riassumersi in tre am-
pie fasi:

a) contatti preliminari tra le parti. Scontri cruenti intervallati a scambi di


informazioni resi possibili dagli ambasciatori, dai due bandi inviati al campo av-
verso;
b) incontro-tranello sulla piazza di Cajamarca, culminante nel dialogo tra frate
e inca. Cattura di Atahuallpa e carneficina;
c) patto tra Pizarro e Atahuallpa, che prevede la liberazione del prigioniero
dietro pagamento del favoloso riscatto in oro. Conclusiva rottura unilaterale del-
l'accordo e assassinio proditorio del sovrano.

Il sistema che tali fasi comprende è relativamente compatto (costante è la


coppia scambio verbale > aggressione) e a dominante dialogica. I protagonisti, in ef-
fetti, interloquiscono fittamente tra loro: oltre e più che combattere, parlano.
Attaccano di sorpresa, tendono agguati (mancando fede alla parola data): poi ac-
campano retrospettive giustificazioni, mirano ad intorbidare le acque.
Certo, è naturale che tanto gli spagnoli quanto gli indios perseguano un contatto
qualchessia per precisare e fissare la sfuggente natura dell'avversario, per quantificar-
ne le forze. La stessa sproporzione numerica dei contingenti in campo impone a
Pizarro di conoscere razionalmente il nemico al fine di redigere in tempi stretti
una strategia d'aggressione che eviti l'impatto frontale 10 . Per gli indigeni si tratta
poi di dirimere una questione vitale: chi sono veramente gli uomini giunti su mon-
tagne galleggianti, tutti coperti di pelo, alti sui loro cavalli quanto i tetti delle ca-
se, detentori del tuono...? Sono davvero i rampolli di Viracocha, gli inviati del
dio, il cui ritorno venne annunciato per il declinare del regno del dodicesimo
inca? E a chi va dato credito: ai sacerdoti e ai loro magici responsi o al magistero del-
l'esperienza che qualifica gli stranieri quali ladri, stupratori e assassini?
Tanta ridondanza verbale, tuttavia, se riferita all'esiguità dei fatti narrati pare
sospetta. Così come par dubbia la facondia di capitani ed inviati (ma soprattutto di
cacicchi peruviani) in un contesto comunicativo disseminato d'ostacoli insor-
montabili. Come potevano capirsi reciprocamente? In qual misura la collaborazione
di pochi ed inetti interpreti rese possibile lo scambio dialogico tra le parti? E, stante il
loro esclusivo impiego ufficiale, qual tipo di selezione tra gli interlocutori indigeni
comportò tale filtro? E con quali conseguenti manomissioni del messaggio? Più che
di dialogo vero e proprio, palesemente si trattò d'una successione di discorsi (preva-
lentemente d'iniziativa ed esecuzione spagnole), di "orazioni" retoricamente contessu-
te allo scopo di nobilitare la materia storica. L'assimilazione stilistica delle cronache
indiane ai modelli storiografici correnti nel Vecchio Mondo doveva insinuare, di per
sé, una suggestione d'equivalenza delle gesta rispettive.
Ma, a ben vedere, una forma surrogativamente dialogica intrise le relazioni ben
al di là dei segmenti opportunamente virgolettati, in discorso diretto. La cronaca, lo si
è già osservato, pare sdoppiarsi su due piani distinti: in una prima istanza, racconta i
fatti (convenientemente attenuandoli, se occorre!). A un ulteriore livello, propone le
chiose agli eventi, cura la loro inserzione in una sintassi situazionale che li relativiz-
za, correlandoli ad un sistema classificatorio eterogeneo, pertinente ad una meta-
storia provvidenziale e salvazionistica. A questo medesimo livello, s'instaura una
trama dialogica implicita (involgente l'emittente della storia e il suo destinatario spa-
gnolo) che surroga il dialogo fittizio, del tutto impraticabile sul campo. Il condot-
tiero fa mostra di parlare ai cacicchi (o all'Inca); in realtà si rivolge ai suoi sospettosi
lettori d'oltreoceano.
I discorsi pronunciati oscillano tra dominanti tonalità suasorie ed aperture d'i-
naudita violenza e arroganza, rendendo trasparente il sotteso inganno verbale. Da un
lato, si esalta la naturale (cristiana) disposizione alla mitezza e al bene degli invasori;
dall'altro, si precisano i confini entro i quali tale bontà può venir esercitata senza
nuocere agli imperativi storici della missione. Condizione perché il paventato tra-
smodamento non abbia a determinarsi è segnatamente la totale ed incondizionata ac-
condiscendenza dei nativi. Per tal modo, Pizarro rassicura gli ambasciatori di Ata-
huallpa, garantendo che «él no venía a hacerle mal, si él [A.] no le daba muy notoria
ocasión para ello» (AZ, 475 b). Fernández de Oviedo, per parte sua, registra ad
ogni pie sospinto profferte d'amicizia e di soccorso: «Si A. quiere recibirme de paz,
yo le seré amigo y le ayudaré a quedarse en su estado y señorío» (FO, 47 b). La strut-
tura dei discorsi è sagacemente binaria e condizionale: stringe al collo degli oppressi
il capestro d'una consequenzialità comportamentale che inibisce loro ogni ritor-
sione all'aggressione subita (ideologicamente annullata, in quanto invasione benefica
e pratica redentoria). Lo schema è massimamente perspicuo nel discorso rivolto dal
rozzo Hernando Pizarro all'Inca, al fine di sollecitarne la partenza dai bagni termali
per la piazza di Cajamarca. Discorso d'una geometrica brutalità, esemplato su una
sorprendente consecutio:

«El gobernador ni los cristianos no tratan mal a los caciques ni a sus indios, si no
quieren guerra con él, porque a los que quieren ser sus amigos e son buenos, trátalos
muy bien, e a los que quieren guerra, se la hace hasta destruillos» (FO, 52 b).

Discorsi fondati sul vuoto e sul silenzio dell'avversario, impedito a interloquire,


impossibilitato a ristabilire la verità dei fatti. E, per contro, affidati al riscontro con-
nivente dei lettori transoceanici, alla loro interessata disponibilità ad avallare ogni
menzogna. La strumentalità del dispositivo è delle più scoperte: per mezzo di esso, si
prepara il terreno per la successiva attribuzione (quando la conquista entrerà nella
sua più aspra fase e più evidente se ne paleserà l'iniquità) agli indios delle trame più
doppie, delle più perfide insidie e macchinazioni.
Nonostante tanto impegno normalizzatore, le contraddizioni traspaiono, ine-
quivocabilmente. Vediamo d'isolare qui di seguito le più clamorose e stridenti.

IV. 1. Oro /Evangelio.


Cancellazione emblematica. La stragrande maggioranza delle cronache di-
mentica l'ambiguo fray Resinaldo (con il famoso Vicente de Valverde e fray
Juan, uno dei tre religiosi al seguito della spedizione). Egli fu il solo, a detta
del testimone oculare Diego de Trujillo, a «conocer las esmeraldas» nel pueblo
di Cuaque, delle quali «juntó mas de ciento y tantas y las cosió en un jubón» e
di lì senza por tempo in mezzo, se ne tornò a Panama, dove –quando fu l’ora–
morì: «Y le sacaron las esmeraldas, y después hicimos todos servicio a su
Majestad de ellas» (DT, 121-122). Le disgiunzioni oro/vangelo; predicazione del-
la povertà/subitaneo arricchimento ecc. s’incarnano nel personaggio secondo la
risoluzione consueta, consigliando di stendervi su un pietoso velo di silenzio. Ma
non sempre fu possibile tacere, occultare; più spesso convenne mentire. O dire mezze
verità.
In questo ambito, la distinzione tra storici spagnoli e indigeni è netta, priva
di incertezze. L'indio Felipe Guamán ottiene un risultato estremamente persuasi-
vo registrando il delirio che attraversò la Castiglia tutta alla notizia delle ricchezze
peruviane:

Don Francisco Pizarro y don Diego de Almagro, dos capitanes generales y los demás se ajuntaron
trescientos cincuenta soldados. Todo Castilla hubo grandes alborotos, era de día y de noche, entre
sueños, todos decían, «Indias, Indias, oro, plata del Pirú». Hasta los músicos cantaban el romance
«Indias, oro, plata». Y se ajuntaron estos dichos soldados y mensaje del rey Nuestro Señor
Católico y del Santo Padre Papa (foja 372).

E poco più sotto:

Cada día no se hacía nada, sino todo era pensar en oro y plata y riquezas de las Indias del Pirú.
Estaban como un hombre desesperado, tonto, loco, perdido el juicio con la codicia de oro y
plata. A veces no comía, con el pensamiento de oro y plata, a veces tenía gran siesta, pareciendo
que todo oro y plata tenia dentro de las manos asido (foja 374).

La Tragedia del fin de Atawalpa (operetta dialogata del ciclo omonimo, in


lingua quechua) offre l'ironico contrappunto dell'interprete indio Felipillo, il quale
riferendo all'Inca in rapida successione le parole di Diego de Almagro («Este fuer-
te señor te dice: / nosotros hemos venido/ en busca de oro y plata») e la con-
citata correzione di fray Vicente («No, nosotros venimos/ a hacer que conoz-
cáis/ al verdadero Dios...»), affida allo stridente contrasto tra verità e ideologica
finzione la sua chiosa implicita e beffarda. La stessa Tragedia poco oltre ampli-
fica a dismisura l'entità del riscatto invano offerto dall'Inca per ottenere la sua
liberazione. II sovrano, legato mani e piedi, compianto dal coro delle ñustas,
«offre a Pizarro tanto oro e argento da ricoprire la pianura fino a dove giunga il
tiro della sua fionda». Il rilancio del Conquistador («Pizarro esige che ne sia
ricoperta la pianura intera») 1 1 fa idealmente coincidere saccheggio e occupa-
zione della terra, avidità d'oro e spoliazione delle prerogative regali dell'Inca.
Quello che s'imbastisce sul contrasto tra oro ed evangelo è un gioco di ser-
rate inversioni e opposizioni. Mirabile la piroetta di Felipe Huamán Poma de
Ayala al riguardo, che esibisce — qual pegno d'autolegittimazione — la propria
qualità di cristiano (oltreché di indio) al fine di sentirsi abilitato a denunciare l'insol-
venza 'ideologica' degli spagnoli: il proditorio ribaltamento da essi operato nella pras-
si coloniale:

Cristiano lector, ves aquí toda la ley cristiana, no he hallado que sean tan codiciosos en oro ni
plata los indios. Ni he hallado quien daba cien pesos, ni mentiroso, ni jugador, ni perezoso, ni
puta, ni puto, ni quitarse entre ellos. Que vosotros los tenéis todo inobediente a vuestro padre y
madre y prelado y rey y si negáis a Dios, lo negáis a pie juntillo. Todo lo tenéis y lo enseñáis a los
pobres de los indios. Decís cuando os desolláis entre vosotros y mucho más a los indios
pobres. Decís que habrás de restituir. No veo que lo restituyáis en vida ni en muerte.
Paréceme a mí, cristiano, que todos vosotros os condenáis al infierno (foja 367).

D'altronde, l'avidità degli invasori fu sentimento difficilmente occultabile,


da quegli stessi che ne furono così interamente soggiogati. Come soffocare e-
sclamazioni di schietto giubilo e di ammirato stupore dinnanzi a tesori ric-
chissimi, accumulati nei secoli dagli indios? E come riuscire a sanare con artifici
retorici e verbali una contraddizione affiorante da ogni gesto, in ogni minimo intersti-
zio e comportamento?
La conquista –è opportuno ricordarlo– fu impresa di rapina, di saccheggio. E fu una
scommessa che impegnò capitali cospicui, soggetti a rischio e di cui conveniva sistema-
ticamente garantire la redditività dell'impiego. Per tal modo, l'acutissimo López de
Gómara intuisce che Pizarro, per guadagnarsi credito e consistente seguito di armati,
«publicó más riquezas que sabía, aunque no tanta como era» («porque fuesen muchos
con él», appunto) (LG, 225 b). E Zárate conferma l'intenzione propagandistica che gui-
da la prima rimessa del «quinto real» dal Perú, personalmente scortata da Hernando Pi-
zarro:

Y porque entonces no se había hecho la fundición y ensaye, ni se sabía cierto lo que podía
pertenecer a su majestad de todo el montón, trajo cien mil pesos de oro y veinte mil
marcos de plata, para los cuales escogió las piezas más abultadas y vistosas, para que
fuesen tenidas en más en Esporla (AZ, 479 a).

«Nunca soldados enriquecieron tanto, tan breve ni tan sin peligro, ni jugaron tan
largo» (LG, 231 a): il repentino arricchimento delle truppe colpì la psicologia d'un
popolo che usciva mediocremente appagato dalla plurisecolare guerra di riconquista del
territorio nazionale dal dominio arabo, ben più avara in ganancias (il cui «sabor», lo si
rammenterà, è un leit motiv del Cantar de Mío Cid) della fulminea epopea americana.
L'oro come ossessione, dunque. Come spinta decisiva per intraprendere l'avventu-
ra («Viendo Pizarro tanto oro y plata por allí, creyó la grandísima riqueza que le decí-
an del Rey y partió a Caxamalca») (LG, 237 b), che peraltro fu in Perú certamente più
laica che nella Nuova Spagna (Messico). Così Francisco de Jérez chiude la sua Relación
«con un inventario finanziario: quello delle parti ricavate dal tesoro di Atahuallpa e
distribuite tra i conquistadores»12. E Juan Ruiz de Arce, per parte sua, conferma e pre-
cisa l'entità del riscatto estorto all'Inca assassinato e delle conseguenti ripartizioni:

Y hízose la fundición [pratica perversa, che comportò la distruzione di inestimabili


testimonianze artistiche]; dióse de quinto al Rey un millón de pesos de oro, y lo que restaba,
que eran cuatro millones de pesos de oro, se repartió por los compañeros, a cada uno como era.
Tomóse el día de la batalla muchas esmeraldas y mucha plata. Hubo cuatrocientas partes; a cada
parte le cupo, afuera el oro, trescientos marcos de plata" (RA, 96).

Il fatto è che l'esazione dell'oro è commista ad una pratica di violenza e a una pa-
tente inosservanza dei patti. Le linee degli eventi convergono sul motivo di scandalo
dell'assassinio dell'Inca inerme, in ispregio della parola data.
La storia, a questa altezza, si ripete. Già Moctezuma aveva cercato d'ammansire
l’avidità di Hernán Cortés e dei suoi, mandando incontro agli invasori carichi sempre
più ricchi d'ori e di preziosi, accompagnati da pressanti inviti a desistere dall'impresa (e
Bartolomé de Las Casas annota: «Creyendo que eran niños que fácilmente se con-
tentarían [...] teníalo mal pensado»)13. In tutto uguale la risoluzione di Atahuallpa
prigioniero, il quale «conociendo la codicia de aquellos españoles, dijo que daría por
su rescate tanta plata y oro labrado, que cubriese todo el suelo de una muy gran cuadra
donde estaba preso» (LG, 229 a). Se Moctezuma fu malamente ripagato della sua ma-
gnanimità (e del suo collaborazionismo), peggio lo sarà Atahuallpa. Certo, molto tar-
darono a far ritorno gli inviati dall'Inca ai quattro canti dell'impero per raccogliere il
prezzo della sua liberazione... ma molto di più parve agli impazienti spagnoli che tar-
dassero. Così che il Gobernador declasserà i suoi capitani (prima Hernando de Soto e
Pedro de Belálcazar; poi lo stesso fratello Hernando: «Pasados dos meses que el oro no
venía [...] por dar prisa al oro que viniese, el Gobernador me mandó que saliese...»)
(HP, 55-56) al rango di esattori e controllori dell'andamento delle operazioni di sac-
cheggio. E' incontestabile che la spedizione, in questa fase, conosce una forte caduta di
tensione. Ed è parimenti indubbio che la frenesia predatoria impedì che venissero
colte occasioni per riscattarla14 . Ma è proprio in corrispondenza con questa anti-
climax che interviene in soccorso degli invasori la convergenza oggettiva tra incetta
di ricchezze e sradiamento dell'idolatria degli indigeni. «In questi anni –afferma
P. Duviols– era molto frequente che l'estirpazione fosse un comodo e provviden-
ziale pretesto per il saccheggio, dato che gli oggetti d'oro abbondavano special-
mente nei templi del demonio»1 5 . Le circostanze s'incaricano dunque di sanare
formalmente lo scarto tra le ragioni nominali (ideologiche) e pratiche della con-
quista (anche se sovente «l'ansia dell'oro era così incoercibile che [gli spagnoli] si
dimenticavano persino di menzionare questa giustificazione») 16 . Al saccheggio
dei templi (che la Corona, tesa a lucrare dall'avventura peruviana quanto possibile,
incita per parte sua con diverse cédulas a perpetrare sistematicamente) s'ag-
giunge tosto l'effrazione delle huacas, le sepulture di incas e curacas, la cui straor-
dinaria ricchezza in tesori e frutti della terra (messi a disposizione del defunto in
previsione di una lunghissima trasmigrazione) impressionò vivamente gli ag-
gressori, i quali dilatarono il campo semantico del termine fino a vincolarlo al
«concepto de riqueza»17.
Assai più difficile parve assimilare la profanazione dei sepolcri andini ad
una pratica esorcistica (anche se non mancarono udienza e consenso a quanti vi
si provarono). Ma ciò non impedì ai preti («la maggioranza dei quali vedevano
nel sacerdozio un modo per arricchire rapidamente prima di tornare in Spa-
gna») 1 8 di distinguersi nella frenetica riceca di huacas mimetizzate.
Ma al di là delle dispute19 un dato resta. Nei templi, come nelle tombe,
s’assiepano insieme con gli ori e i frutti dei campi i contrassegni simbolici, le archi-
travi dell'edificio teologico andino. Profanare il tempio, violare la huaca, abbatte-
re e rifondere idoli d'oro furono di per sé atti traumatici, che lasciarono attoniti
gli indios. «Ninguna injuria –asserisce Las Casas, nel cap. CCIL della Apologética
Historia– se les podía cometer, ni que más sintiesen, que tocarles a sus difuntos y
violalles sus sepulturas». Ma quel che più conta è che il prevalere della parola (evan-
gelizzatrice) dei cristiani sul balbettio soffocato dei nativi trova in questo violen-
to frangente un clamoroso suggello. La fitta rete di oracoli coincidente con la
mappa dei tesori, di idoli parlanti, di dèi provvidi di consigli ai loro devoti nelle
più ardue congiunture, arbitri dei comportamenti collettivi e garanti del raccordo tra
sfera dell'umano e sfera del divino viene colpita senza risparmio e dissestata: quel che
ne sortisce è il silenzio:
Pues luego que entraron en el Perú los españoles perdieron la habla en público los
demonios, que solían hablar y tratar con aquellos gentiles tan familiarmente como
atrás hemos dicho. Solamente hablaron en secreto, y muy poco, con algunos grandes
hechiceros, que fueron perpetuos familiares suyos (GVI, II, 59 b)20.

IV. 2. Le Indie, «appendice dell' inferno»


Su una cosa almeno ci fu larghissimo accordo: per tutti, le Indie sono un
"traslado del infierno"; il maggior dio che gli indios onorano "es el diablo "21 .
Evangelizzare è raddrizzare l'inferno nel suo contrario; è riordinare il caos
preesistente. La sovrapposizione tra estirpazione dell'idolatria e saccheggio propone
un paradigma disgiuntivo di larga applicabilità. Quello della violenza, del sopru-
so che si stempera in esercizio missionario; tornandone nobilitato e legittimato.
Ma la violenza, il sopruso esercitati debbono apparire risarcimenti di anteriori e
più gravose spoliazioni, di più spietate aggressioni d'una parte sull'altra dell'uni-
verso testé dominato. Un giustificazionismo perverso pervade qual sottile veleno
ogni interstizio, ogni segmento rappresentativo della realtà indigena. I cronisti si
cimentano sovente con l'antropologia; ma il carattere spurio e interessato dell'ap-
proccio converte l'antropologia in demonologia. Una lettura a chiave del Nuovo
Mondo, schermata da filtri contrastivi rigidamente manichei, produrrà insinuanti ri-
baltamenti valutativi, sistematiche inversioni determinate dal gioco combinatorio
tra storia (cronaca, resoconto) e immaginaria teleologia, registrazione della pro-
gressiva riconversione del mondo recentemente scoperto in «Città di Dio».
Tutto va organizzato attorno all'opposizione tra un prima e un dopo. Il
Tahuantinsuyu fu il regno dell'arbitrio, della sopraffazione, della oppressione.
Francisco de Jérez indugia con compiacimento sulle vessazioni ed esazioni eser-
citate dall'imperialismo cuzqueño sulle nazionalità oppresse («Y ha venido
conquistando la tierra, echándoles grandes pechos y tributos, y [...] cada día
hace en ellos grandes crueldades y [...] demás del tributo de sus haciendas y
granjerías, se lo dan de sus hijos y hijas» (FJ, 326 a); e Agustín de Zárate nega che
nell'impero viga uno stato di diritto, sottolineando, ad esempio, come la succes-
sione non avvenga secondo linee ereditarie «sino por vía de tiranía y violencia
[...] de manera que su derecho estaba en las armas» (AZ, 471 a) (e il passo va
letto con l'occhio rivolto alla vera e propria ossessione degli spagnoli per l'os-
servanza gelosa dei tramiti trasmissori del potere). Lo stesso Zárate esibisce l'in-
gegnoso strattagemma dell'Inca, il quale –desideroso d'instaurare una lingua franca
delle aristocrazie dell'impero («Pareciéndole que era poco acatamiento de sus
vasallos [...] que más con él trataban, haber de negociar con un intérprete»)–
chiama i figli dei maggiori curacas (gli omologhi dei cacicchi dell'Anáhuac) «a
servirle en su corte, so color que aprendiesen la lengua, aunque principalmente
su intento era asegurar la tierra de todos los principales con tenerles sus hijos
en rehenes (AZ, 467 a). Davvero l'altipiano andino pare una terra agitata da
sussulti continui e in attesa d'una salutare pacificazione22.
C'è di più: lo scatenarsi, giusto al tempo dell'invasione spagnola dell'aspra
contesa tra i due figli di Huayna Cápac (il legittimo Huàscar e l'usurpatore A-
tahuallpa) per il controllo dell'impero riunificato (e Gómara commenta: «No
desplugo nada a Pizarro ni a sus españoles la disensión y revuelta entre los her-
manos y reyes de aquellas tierras») (LG, 227 a) serve a raccordare anche la storia
d'eventi precedente all’arrivo degli invasori ai disegni della provvidenza divina:

Y también para que se vea claramente cómo fué permisión divina que los españoles llegasen
a esta conquista al tiempo que la tierra estaba dividida en dos parcialidades, y que era
imposible, y a lo menos muy dificultoso poderla ganar de otra manera, diré en suma los
términos en que hallaron la tierra en aquella coyuntura... (AZ, 472 b)23.

All'oppressione degli incas egemoni sulle nazionalità soggiogate, s'aggiun-


gono rigide discriminazioni di classe, in un contesto che può definirsi di «dispo-
tismo asiatico» 2 4 . Non sfuggirono ovviamente ai cronisti fasti satrapeschi
(«servíanse con vasijas de oro y plata...», AZ, 466 a; «El rey andaba siempre
en una litera de planchas de oro [...] también los caciques andaban en literas»,
AZ, 472 a ecc.); crudeltà inconcepibili esercitate con intenti meramente
discriminatori («el señor de aquella isla era muy temido de sus vasallos, y tan
celoso, que todos los servidores de sus mujeres traían cortadas las narices y
miembros genitales», AZ, 466 a; «... y si cuando llevaban la litera alguno tropezaba
de forma que cayese, luego le cortaban la cabeza», AZ, 472 a) contrapposti
all'indigenza e umiliazione dei più. Si può ben capire quale scelta spinga i
cronisti –di norma così versati a razionalizzare tutto, fino a spiegare l'inspiega-
bile– a fermarsi in questo frangente alla superficie delle cose; ad astenersi dal-
l'investigare sui meccanismi del sistema produttivo e sociale, appagandosi viceversa
della mera rilevazione dei contrassegni d'un potere smodato e arbitrario. Qualsiasi a-
zione, qualunque situazione, foss'anche la più congruente, se privata dei fonda-
menti della sua razionalità (delle premesse che valgono a spiegarla e delle combina-
torie che la determinano), apparirà innaturale, gratuita, assurda. E viceversa.
E l'opposizione parola/silenzio, che già s'è isolata in un ampio spettro di casi,
trova in questo ambito una insinuante applicazione ulteriore. La rappresenta-
zione del mondo in-digeno, certamente per più versi iniquo, eppur dotato d'un
suo equilibrio, d'una interna legittimazione fondata sul principio della recipro-
cità nei rapporti tra le classi 2 5 , strappata al suo asse, degrada in accumulazione
di segni sconnessi, incoerenti. Uno su tutti questi segni guadagnerà, e non a ca-
so, più compiute declinazioni: l'incomunicabilità vigente tra capo e sottoposti,
l'inaccessibilità un po' irreale dell'Inca, la sua soberbia. La latitanza della parola,
insomma.
Stupisce, ad esempio, che ai bagni di Cajamarca, appena fuori i confini del-
la città, Atahuallpa rifiuti di rivolgere la parola al messo del Gobernador Her-
nando de Soto, in quanto subalterno; accettando per contro d'interloquire con
Hernando Pizarro, fratello del Conquistador («Díjome el capitán H. de Soto que ha-
sta que yo llegué nunca pudo acabar con él que le hablase, sino un principal su-
yo hablaba por él, y él siempre la cabeza baja»)(HP, 51)26 . Nessuno può guardare
l'Inca in volto (AZ, 472 a) e ciò che egli ha usato viene immediatamente distrutto; le
coyas dedite al suo servizio e piacere sono inaccessibili, venendo punito con la
morte chi s'arrischi a concupirle («En todos estos pueblos hay casas de mujeres
cerradas. Tienen guardar a las puertas; guardan castitad. Si algún indio tiene
parte con alguna de ellas, muere por ello») (HP, 57); lo stesso Hernando Pizarro
riferisce come ad ogni valico due siano i ponti allestiti: «Tiene cada pasaje dos
puentes: la una, por donde pasa la gente común; la otra, por donde pasa el señor
de la tierra o sus capitanes...»(Ibidem) ecc. ecc.
E' persino ozioso ricordare che la chiave oscurata del sistema dispotico è
la funzione di raccordo che l'Inca (in quanto al contempo figlio del sole e capo
politico) svolge tra umano e divino. Tale doppia natura assicura una legittima-
zione intrinseca, circolare ed endogena al suo potere secolare; legittimazione per
certi versi omologa e parallela a quella esibita come assoluta dagli invasori euro-
pei. Ed è segnatamente per ristabilire e corroborare tale assolutezza che cappellani e
conquistatori opporranno a tanta reticenza una esuberante sottolineatura del
compatto dispositivo di deleghe messo in moto dalla donazione alessandrina e
sanzionato dalle finalità redentive del Nuovo Mondo. Dal Dio cristiano, al pa-
pa, al re di Spagna, fino al Gobernador Pizarro, senza soluzione di continuità. Ed
è propriamente l'eccelsa scaturigine di tale dispositivo a conferire illimitata e-
stensione (planetaria, appunto) al suo campo di vigenza. I doni, a forte connota-
zione simbolica, che Atahuallpa invia a Pizarro (sandali dipinti e «puñetes de
oro») (AZ, 475 a) 2 7 fungono impropriamente in tale tendenzioso contesto qua-
li riconoscimenti della pretesa autorità universale dei nuovi venuti. Grande eco ri-
scuote la riflessione cortesiana sull'impero universale28 , e largamente presenti nel-
le orazioni destinate a esaltare la maestà spagnola gli in-confondibili echi delle
Cartas de relación del conquistatore, della Nuova Spa-gna:

El Gobernador dijo al mensajero: «... Bien creo que lo que has dicho es así, porque Atabalipa es
gran señor, y tengo nuevas que es buen guerrero; mas hágote saber que mi señor el Emperador, que
es rey de las Españas y de todas las Indias y Tierra-Firme, y señor de todo el mundo, tiene
muchos criados mayores señores que Atabalipa, y capitanes suyos han vencido y prendido a
muy mayores que Atabalipa y su hermano y su padre; y el Emperador me envió a estas tierras a
traer a los moradores dellas en conocimiento de Dios y en su obediencia, y con estos pocos
cristianos que conmigo vienen he yo desbaratado mayores señores que Atabalipa» (FJ, 329 a)29.

Una volta che la connessione tra le due parti (di qua e di là dell'Atlantico)
dell'unico impero sarà assicurata, la prosecuzione della conquista contro i ripetuti
e pressanti inviti degli indigeni all'abbandono più non sarà libera opzione ma
obbligo ineludibile: «Pizarro le respondió [ad un messaggero di Atahuallpa] que no
iba a enojar a nadie, cuanto más a tan grande principe, y que luego se volvería a
la mar como él lo mandaba, si embajador no fuera del Papa y del Emperador,
señores del mundo; y que no podía, sin gran vergüenza suya y de sus
compañeros, volverse sin verle y hablarle a lo que venía, que eran cosas de Dios y
provechosas a su bien y honra» (LG, 227 b). E in quanto alle conseguenze, saran-
no gli indios medesimi a conoscere ed apprezzare (esattamente per quell'in-
cremento di razionalità cui sopra s'accennava) «el beneficio que habéis resce-
bido en haber venido nosotros a la tierra por mandado de su majestad» (FO, 57
a). Ben altra, è noto, fu la realtà!
A questo ambito va riferita la trasgressione dei Comentarios reales dell'Inca
Garcilaso de la Vega. Nessuna pur minima obiezione sugli scopi e finalità della
Conquista, qualificata qual «obra de la misericordia divina para traer aquellos
gentiles a su iglesia católica romana» (39 a). Robusti dissensi, per contro, sui
modi. E non tanto per ragioni moralistiche. L'operazione eversiva compiuta dal
meticcio consistette nell'allargare i confini della storia peruviana: nel retro-
datarne gli esordi ai tempi della barbarie preincaica (interpretati come annunci del te-
leologico dispositivo della storia). Ne deriva una tripartizione. In una prima fase
trionfò la bestialità («Para lo cual es de saber, que en aquella primera edad y
antigua gentilidad, unos indios había poco mejores que bestias mansas, y otros
muchos peores que fieras bravas») (GVI, I, 19 a), l'idolatria senza freni («Y así
vinieron a tener tanta variedad de dioses, y tantos que fueron sin número»)
(Ibidem), la crudeltà nei sacrifici («Conforme a la vileza y bajeza de sus dioses,
era también la crueldad y barbariedad de los sacrificios de aquella idolatría»)
(20 b), il disordine di pueblos e insediamenti e il dissesto delle abitazioni («Los
más políticos tenían sus pueblos poblados sin plaza, ni orden de calles, ni de
casas, sino como un recogedero de bestias») (22 a), l'impudicizia e rozzezza nel
vestire («El vestir, por su indecencia, era más para callar y encubrir, que para
lo decir y mostrar pintado») (23 b) ecc. Popoli «simplicísimos en toda cosa a
semejanza de ovejas sin pastor», insomma. La seconda fase si apri sotto il segno
dell'intenzione del Dio cristiano:

Viviendo o muriendo aquellas gentes de la manera que hemos visto, permitió Dios Nuestro
Señor que de ellos mismos saliese un lucero del alba, que en aquellas escurísimas tinieblas
les diese alguna noticia de la ley natural, y de la urbanidad y respetos que los hombres
debían tenerse unos a otros, y que los descendientes de aquél, procediendo de bien en
mejor, cultivasen a aquellas fieras y las convirtiesen en hombres haciéndoles capaces de
razón y de cualquiera buena doctrina; para que cuando ese mismo Dios, sol de justicia,
tuviese por bien de enviar la luz de sus divinos rayos a aquellos idólatras, los
hallase no tan salvajes, sino más dóciles para recibir la fe católica... (25 a e b).

Quella dei protoinca Manco Cápac, il civilizzatore, è una epifania di


intonazione, essa stessa, cristiana: le massicce adesioni di barbari al suo richiamo
(«maravillados por una parte de lo que veían, y por otra aficionados de las
promesas que les hacían, les dieron entero crédito a todo lo que les dijeron, y
los adoraron y reverenciaron como a hijos del sol, y obedecieron como a reyes; y
convocándose los mismos salvajes unos a otros, y refiriendo las maravillas que
habían visto y oído, se juntaron en gran número hombres y mujeres, y salieron
con nuestros reyes para los seguir donde ellos quisiesen llevarlos») (27-28)
tradiscono patenti suggestioni novotestamentarie.
Il discrimine infine tra seconda e terza fase è segnato dal trauma della con-
quista e dalla stessa partizione esterna dell'opera garcilasiana (Comentarios
/Historia general). Risulta approfondita da questo schema la complessiva escur-
sione della storia peruviana dalla barbarie dei primordi al presente cri-
stianizzato. Pare poca cosa. E consente invece di dare per già avvenuta, all'arrivo
degli stranieri, l'ineludibile rottura (risolta nel discrimine tra le due prime età), insi-
nuando, al contempo, la cecità degli invasori, i quali produssero in luogo d'una possi-
bile evoluzione indolore, l'ulteriore e gratuito e violento trauma della conquista30.
La strategia dell'Inca Garcilaso palesa una straordinaria coerenza, riuscendo a
mantenersi virtuosisticamente nell'alveo dell'ammissibilità stabilita dai censori
peninsulari (anche se, com'è noto, non gliene risparmierà i tardivi rigori, nel 1781,
dopo la ribellione di Túpac Amaru). Di più: gli consente d'esaltare la propria irripeti-
bile qualità di storico interno al mondo incaico (raccoglitore delle dirette testimonian-
ze dei suoi parenti cuzquegni) (cfr. GVI, I, 25 ss.), evitandogli di dover entrare in com-
petizione e contrasto con i cronisti peninsulari, rispetto ai quali sconta il complesso di
inferiorità del meticcio (seppur eccellente):

... protesto decir llanamente la relación que mamé en la leche [...] y prometo que la afición de
ellos [los parientes] no sea parte para dejar de decir la verdad del hecho, sin quitar lo malo,
ni añadir lo bueno que tuvieron [...] y no escriviré novedades que no se hayan oído, sino
las mismas cosas que los historiadores españoles han escrito de aquella tierra y de los reyes
de ella, y alegaré las mismas palabras de ellos, donde conviniere, para que se vea que no
finjo ficciones en favor de mis parientes, sino que digo lo mismo que los españoles dijeron;
sólo serviré de comento, para declarar y ampliar muchas cosas que ellos asomaron a decir y
las dejaron imperfectas por haberles faltado relación entera... (32 a).

La correzione (e correzione vi fu, a dispetto delle proteste dell'Autore) fu di ca-


rattere addizionale: un ampliamento delle fonti, una più piena comprensione delle parti
la determinarono. Comprensione assicurata dalla sintesi «en su sangre y en su espíritu» di
spagnolità e peruvianità, insomma. E dal suo orgoglio dispiegato di mestizo:

A los hijos de español y de india [...] nos llaman mestizos por dezir que somos mezclados de
ambas naciones: fue impuesto por los primeros españoles que tuvieron hijos en indias, y por
ser nombre impuesto por nuestros padres, y por su significación, me lo Ilamo yo a boca
llena, y me honro con él (GVI, I, 373 b).

Quel che dunque poteva apparire legittimo, nelle crónicas, per ridurre a ragione il
regno dell'arbitrio, dell'arroganza, della sopraffazione, parrà improvvido ed incongruo
se rivolto contro l'eutopia realizzata dell'impero andino. Ecco pertanto la ragione del
prevalere, sui segni di dissimilazione esaltati dai cronisti spagnoli, dei tratti di somiglian-
za tra tempo passato e presente; della funzione preparatoria della razionalità incaica ri-
spetto alla verità cristiana31.

IV. 3. La parola evangelizzatrice.


L'evangelizzazione è il trionfo della Parola (e insieme della parola, con minusco-
la). Punto d'arrivo d'una riflessione e d'un progetto antichi; pratica americana pro-
grammata e decisa nelle sue forme e modalità in aule severe di facoltà teologiche e in
chiostri conventuali della vecchia Europa. E pratica che, paradossalmente, esaurisce sol-
tanto una parte della sua traiettoria e durata nel Nuovo Mondo; dovendo periodi-
camente ritornare ai luoghi medesimi in cui fu elaborata per essere sottoposta a vagli
successivi, a prove di conformità con le premesse teoriche...
La questione è nota; e tuttavia sembra utile brevemente riassumerla. A quale spe-
cie, o famiglia di infedeli appartengono gli indios? Interrogativo denso di rilevanti con-
seguenze pratiche. I teologi dell'ordine domenicano non hanno esitazioni: gli indios
sono infedeli senza colpa, in quanto abitanti in luoghi mai toccati dalla predicazione del
vangelo; e pertanto né di diritto né di fatto sudditi dei cristiani. Nei loro confronti non
sussiste causa di «justa guerra»32. Corollario dell'asserzione (spurio, imputabile ad una
fazione intermedia e falsamente conciliativa tra filo- e anti-indigenisti) è che basti un
esplicito rifiuto della vera fede perché gli amerindi possano venir assimilati agli altri
infedeli e la guerra contro di essi da ingiusta farsi giusta. Si tratterà dunque di ovviare
estemporaneamente alla flagrante insolvenza del disposto evangelico «andate e predicate
a tutte le genti», risolvendo l'esercizio missionario nel «breve sommario di teologia»,
nella succintissima e criptica catechesi che va sotto il nome di Requerimiento33. Sempre
e comunque trionfo della parola, dunque.
I cronisti spagnoli furono mediocremente dotati della virtù della concisione. Ma ra-
ramente fecero così parco uso d'ellissi e di analoghi artifici quanto nei passi dedicati ai
Requerimientos, appunto: largamente riportati; puntigliosamente registrati senza pre-
occupazione per gli inevitabili effetti di monotonia. L'insistenza su tale pratica (nella
realtà come nella cronaca), di cui sovente si dice che «fue registrada ante escribano», è
indice e spia di falsissima coscienza, come opportunamente rileva il domenicano e
«protector de los indios» Bartolomé de Las Casas, chiosando la Historia dell'odiato
López de Gómara:

¿Qué mayor insipiencia y disparates que dice aquí Gómara, y aún, qué más claras
mentiras? Que sean mentiras y compostura de Gómara parece, porque tantas pláticas y tan
largas y particulares no podían pasar entre gentes que no se entendían, como él confiesa no
entenderse, según queda dicho34.

Ed è indizio, al tempo stesso, del prevalere –caduta ogni opportunità di controllo


da parte dell'interlocutore interno del discorso (l'indigeno requerido di conversione)–
del criterio di convenienza sul criterio di verità. E a decidere della convenienza (dei
modi e dell'intensità della manipolazione cui sottoporre la realtà rappresentata) è un
altro e maggiore rapporto dialogico. Quello che lega, segnatamente, il conquistatore (e,
vicariamente, lo scrivano) all'autorità politica e religiosa peninsulare (detentrice, come
si accennava, del privilegio di condizione) e che si sostanzia tra l'altro in disposizioni
tassative e in corrispondenti attestazioni di adempimento. Va ancora aggiunto che que-
sto scambio (dialogico, appunto) ipocrita o formale andrà speso in un ulteriore circui-
to e contesto di difesa nazionale contro concorrenti metropoli coloniali europee, di
confutazione della «leyenda negra»; giacché tra committente ed esecutore della spedi-
zione (tra emittente e destinatario della cronaca) vige una relazione di sostanziale
connivenza (al di là d'ogni cautela e confronto, la conquista è legittima: ci manche-
rebbe!) ben più decisiva d'ogni conflitto d'interessi (su come spartirsi il bottino). E'
ancora Bartolomé de Las Casas, nella sua Historia de las Indias, cap. CXX, a precisare
l'estensione d'una correità sovrastante qualsivoglia eccezione e scrupolo di verosimi-
glianza:

Véis aquí con qué tiene Cortés [ma si potrebbe leggere benissimo: Pizarro] engañado a todo el
mundo y no sin culpa de muchos de los que lean su falsa historia, no considerando que
aquéllos estaban quietos en sus casas [...]. Y desta culpa, los lectores della no son inmunes,
al menos los que son letrados35.

IV. 4. La parola e l' inganno.


Davvero straordinaria la mansuetudine degli indigeni: il mito del buon selvaggio ne
venne fin dal principio alimentato. Garcilaso de la Vega el Inca, con una di quelle in-
versioni improvvise, consistenti nell’elisione di contrapposte finzioni accreditate dai
cronisti, imputa alla loro docilità innata la stessa caduta nella pània tesa dal demonio.
Di più: il clamoroso crollo dell'impero conferma oltre ogni dubbio sia l'inettitudi-
ne degli indios alla difesa sia l'ottima disposizione ad accogliere la Parola: a farsi
preda del Dio cristiano con la medesima disponibilità con cui s'erano consegnati alla
mercé del demonio. Il diagramma dei comportamenti degli aggrediti è al riguardo e-
stremamente significativo.
Ottima fu, in effetti, l'accoglienza riservata agli spagnoli dai nativi, prima che
l'esperienza non li movesse a maggior cautela e sospetto («Fue Pizarro bien y
pacíficamente rescebido del gobernador de Puna», LG, 226 b; Bartolomé de Las
Casas, con la consueta enfasi, conferma: «En una isla [...] que se llama Pugna, muy
poblada e graciosa, e rescibiéndolo el señor y gente della como a ángeles del cielo, y
después de seis meses habiéndoles comido todos sus bastimentos [...] que tenían para
sí e sus mujeres e hijos los tiempos de seca y estériles, y ofreciéndoselas con muchas
lágrimas que las gastasen e comiesen a su voluntad, el pago que les dieron a la fin
fué que los metieron a espadas y alancearon...») 3 6 . Atahuallpa, per parte sua,
mai dimentica d'inviare al Conquistador ambasciatori carichi di ricchi doni, la-
tori di profferte d'amicizia. Mite quanto inerme (come già s'è annotato) l'atteggia-
mento dei peruviani durante il proditorio attacco di Cajamarca, se lo stesso
malevolo Oviedo deve ammettere: «En todo esto no hobo indio que alzase ar-
mas contra español» (55 b). Limpida la lealtà del sovrano prigioniero nell'onorare il
riscatto pattuito. Stupefacente, anche nelle minori congiunture, la dirittura degli
indigeni. Francisco de Jérez, ad esempio, riferisce che un «principal» della pro-
vincia di San Miguel, richiesto di farsi spia degli invasori ed in tal veste spin-
gersi al campo dell'Inca per «traer aviso de lo que hobiese en la tierra», rifiutò
l'intrigo, viceversa accettando un esplicito incarico d'ambasciatore («El indio re-
spondió: “No osaré ir por espia; mas iré por tu mensajero a hablar con Atabali-
pa, y sabré si hay gente de guerra en la sierra, y el propósito que tiene A.”»,
FJ, 327 b). Con ciò si conferma, certo, il terrore nutrito dai sottoposti per le possi-
bili ritorsioni del sovrano, ma al contempo s'accredita la ben più cristiana incli-
nazione all'interno della gentilità incaica verso rapporti scevri di doppiezza e
strumentalismi.
Tra i molti comportamenti possibili, nessuno certamente aveva il potere
d'indispettire tanto gli aggressori quanto tale remissiva passività. Si rammenterà
come la praticabilità dello justo título conseguisse al rifiuto degli amerindi di la-
sciarsi pacificamente indottrinare. Bartolomé de Las Casas riferisce come i coloni
connettessero lo stesso apprezzamento della «bontà della terra» (della sua red-
ditività, segnatamente) a tale specialissima condizione:

Los de la tierra decían que la isla estaba muy buena [...] porque se habían alzado ciertos
indios de cierta provincia, donde captivarían muchos esclavos. Yo lo oí por mis oídos
mismos [...] por manera que daban por buenas nuevas y materia de alegría estar los
indios alzados, para poderles hacer guerra, y por consiguiente, capturar indios para los
enviar a vender a Castilla por esclavos".

Dalla parte dei vinti stava dunque la ragione (secondo lo stesso tendenzioso
metro di giudizio statuito dai conquistatori). Ma dalla parte di questi ultimi stava
la parola; e l'assenza di scrupoli nel servirsene.
Torniamo alle ambascerie dell'Inca. Di studio, di pace, di conciliazione. A
ciò gli invasori oppongono doppiezze e crudeltà (registrate nelle storie, si ba-
di)... ma, una volta di più, si applica la legge della preventiva (quanto truf-
faldina) compensazione. Se doppiezza ci fu da parte spagnola –valga l'assioma– al-
tro non poté essere che contraccolpo e ristorno d'una precedente e maggiore di parte
peruviana. Le cronache dipanano l'intricato groviglio secondo un paradigma fisso,
che val la pena di riassumere:
a) arrivano i messi con doni («ovejas», sandali d'oro, preziosi). Ciò non
giustificherebbe alcuna ritorsione, ovviamente... Allora
b) si tortura uno degli inviati, di norma il «principal», il quale cede (o, per
meglio dire, al quale la cronaca attribuisce un cedimento), denunciando le «malas in-
tenciones» riposte dell'Inca38. Va rilevata a questa altezza una accumulazione massi-
ma di indicatori testimoniali e di predicati soggettivi, percettivi o ipotetici («ha-
bían oído que...», «le parecía que no venían de buena intención...», «si cautelo-
samente viniese, como parescía que venia...» ecc.
c) confermato infine il sospetto, risulta a posteriori giustificata la tortura e
si può a cuor leggero metter mano alle armi e dare il segnale d'attacco! E' suffi-
ciente poi rimuovere qualsivoglia connessione tra episodio e contesto generale e
il gioco è fatto.
Stupefacente (e sommamente significativa) la degenerativa variante allo sche-
ma, proposta da Hernando Pizarro, protagonista e relatore della missione al
tempio di Pachacámac, compiuta per abbatter idoli e raccattar ori dopo la prigionia
dell'Inca. Il fratello del conquistador si è spinto in profondità verso sud; teme
verosimilmente d'esser attaccato di sorpresa e pertanto indaga sulla presenza di
contingenti d'armati nei pressi del luogo sacro: «Unos indios, que se atormen-
taron, me dijeron que los capitanes e gente de guerra estaban seis leguas de
aquel pueblo». Per evitare che i nativi scambino prudenza per codardia, Her-
nando si spinge «a aquel pueblo con catorce de a caballo e nueve peones». Ma
dei soldati annunciati, neppure l'ombra! Ed ecco la stupefacente spiegazione:
«Porque, según pareció, había sido mentira lo que los indios habían dicho, salvo
que pensaron meternos temor para que nos volviésemos» (HP, 56). E il suppli-
zio?!! Sta quattro righe più sopra, ma il capitano-cronista se n'è già scordato. E
una confessione estorta tra i tormenti (e pertanto scarsamente attendibile) si
converte in inganno architettato dalla vittima medesima, costretta a mentire.
Trionfo della parola, evangelizzazione, inganno...: mai, certo, tali ingredienti
vennero così sapientemente elaborati e mescolati come nel racconto dell'incontro
e della strage di Cajamarca e dell'assassinio dell'Inca.

V. La parola e il gesto.
Il tasso di finzione dei diversi segmenti di storia è direttamente proporzio-
nale alla loro centralità strategica, alla posta ideologica impegnata su di essi. L'in-
contro e la strage di Cajamarca costituiscono l'indiscusso culmine dell'epopea pe-
ruviana. Naturale che su di essi s'accentrino le attese dei lettori e le cure inte-
ressate degli estensori.
a) L'imboscata spagnola. Che si tratti di una imboscata archittettata dagli inva-
sori è cosa arduamente confutabile. E difatti nessuno cerca di smentirlo.
Lasciamo la parola a Francisco de Jérez:

Luego el Gobernador mandó secretamente a todos los españoles que se armasen en sus
posadas y tuviesen los caballos ensillados y enfrenados, repartidos en tres capitanías, sin
que ninguno saliese de su posada a la plaza; y manda al capitán de la artillería que tuviese
los tiros asentados hacia el campo de los enemigos, y cuando fuese tiempo les
pusiese fuego. En las calles por do entran a la plaza puso gente en celada; y tornò con-
sigo veinte hombres de a pie, y con ellos estuvo en su aposento, porque con él tuviesen car-
go de prender la persona de Atabalipa si cautelosamente viniese, como parecía que
venia, con tanto número de gente como con él venia... (332 a).

Versione ribadita da Gómara (che dal canto suo sottolinea: «Pizarro mandó
que ninguno hablase ni saliese a los de Atabaliba hasta oír un tiro o ver el
estandarte»(228 a), ripresa con identici accenti da Zárate (476 a) e da Oviedo
(che anche in questa occasione si conferma plagiario nei riguardi di Jérez: «E
dijo que él ternía atalayas para que viendo que venía de mal arte, avisaran
cuando hobiesen de salir, e saldrían todos de sus aposentos a caballo, cuando oyesen
decir Santiago», 54 a)39.

b) "Malas intenciones" attribuite agli indigeni. A doppiezza, doppiezza e


mezza. A quanto detto in proposito in IV.4. (La parola e l' inganno), vorrei qui
aggiungere soltanto che le delazioni strappate con la tortura agli inviati dell'Inca
vengono corroborate dalle testimonianze dei messi spagnoli in ricognizione al campo
avverso (cfr., ad es., FO, 55 a). Lo stesso dispositivo dell'imboscata verrà a-
zionato dal Gobernador in base alla sua soggettiva e insindacabile percezione del
‘tradimento’ degli indios. Trionfo della opinabilità, insomma.
c) Smentita dei fatti. Poi si scopre (ai cronisti, si sa, sfuggono ammissioni im-
portanti) che gli indigeni che fanno ala all'Inca sono più occupati a «quitar pajas
del suelo» e a «barrer el camino» (FJ, 332 b) in segno di deferenza per il sovra-
no, che a tramar insidie. Che non si tratta di soldati ma di maggiorenti dell'im-
pero (il grosso delle truppe è rimasto accampato alle porte di Cajamarca). E, per
di più, disarmati. Lo confessa candidamente H. Pizarro: «A. se moviò [...] e
llevó consigo cinco o seis mil indios sin armas, salvo que debajo de las camisetas
traían unas porras pequeñas, e hondas e bolsas con piedra» (52). Fernández de
Oviedo s’assume l'onere d'una reticente conferma (cfr. supra), lasciando al fratello
del Gobernador più esplicite conclusioni: «Como los indios estaban sin armas,
fueron desbaratados sin peligro de ningún cristiano...» (HP, 54).

d) Parla Vicente de Valverde. Tra l'ingresso a Cajamarca e l'attacco proditorio


stanno il discorso di Valverde, la risposta di Atahuallpa e l'appendice gestuale in-
centrata sul rifiuto del libro sacro da parte dell'Inca. Le parole di fray Vicente so-
no pervase d'arroganza e di sottili ricatti. Eccone i passaggi fondamentali: «Muy
excelente Señor, cumple que sepáis cómo Dios uno y trino hizo de nada el
mundo y formó al hombre de la tierra que llamó Adán [...] Pecó Adán [...] y en
él cuantos después han nacido y nacerán, excepto Jesucristo, que siendo
verdadero Dios, bajó del cielo [...]. Murió en semejante cruz que aquesta, y
por eso la adoramos. Resucitó al tercero día dejando por su vicario en la
tierra a sant Pedro y a sus sucesores que llaman papas...». Non è il caso di dire che
siffatta oración, approssimativamente tradotta da interpreti inetti ad indios di tutto in-
consapevoli, può al più essere assimilata ad una filza di nonsenses. Nulla ri-
sparmia il frate ai nativi: né l'idea d'un Dio uno e trino, né quella di peccato,
né quella, più ardua ancora, della sua genetica trasmissione («Pecó Adán [...] y
en él cuantos han nacido y nacerán...»)40. Ma quel che segue è ben più chiaro e com-
prensibile41. E pour cause:

...los cuales [papas] habían dado al potentísimo rey de España la conquista y con-
versión de aquellas tierras; y así viene agora Francisco Pizarro a rogaros seáis
amigos y tributarios del rey de España, emperador de romanos, monarca del mundo; y
obedezcáis al Papa, y rescibáis la fe de Cristo, si la creyéredes, que es santísima, y la
que vos tenéis es falsísima...

Ancor più inequivocabile è il tono delle conclusioni:

Y sabed que haciendo lo contrario vos daremos guerra y quitaremos los ídolos, para
que dejéis la engañosa religión de vuestros muchos y falsos dioses (LG, 228 b).

e) Atahuallpa risponde. La risposta dell'Inca è assennata. E giustificato il ri-


sentimento che Gómara, tra gli altri, gli attribuisce. Chi potrebbe mai eccepire
sul suo rifiuto di «tributar, siendo libre»? E chi potrebbe smentire la ragio-
nevolezza della sua perplessità quanto alla decisione del papa di donare quello che è
d'altri?
No sabía él cómo San Pedro las [le sue terre] podía dar a nadie; y que si las había dado, que
él no consentía en ello ni se le daba nada; [pues] aquellas tierras y todo lo que en ellas
había las había ganado su padre y sus abuelos, los cuales las habían dejado a su hermano
Guáscar inga, y que por haberle vencido y tenerle preso a la sazón eran suyas y las poseía
(AZ, 476 b).

Come censurare, ancora, la renitenza a sostituire al sole immortale un altro


dio che già aveva conosciuto, per contro, l'onta della morte?
Tutto largamente ragionevole ed inconfutabile. Tant'è vero che l'indio Fe-
lipe Guamán Poma de Ayala, pur impegnato in una discreta opera di revisione
storica delle crónicas, assume a distanza tale versione dei fatti, senza cambiare
una virgola. Quel che sí cambia è l'intonazione della riposta, il suo contesto, il
suo ritmo e la sua solennità. Alla soberbia dell'Inca, censurata con sospetta insi-
stenza dagli scrivani spagnoli42, subentra la majestad del parlante:

Respondió muy atentamente lo que decía don Francisco Pizarro y lo dice la lengua
[l'interprete], Felipe, indio. Responde el Inca con una majestad [...] [e] hablando con grande
majestad... (foja 385).

f) Il breviario. A questa altezza dei fatti, già si profila una conferma.


Quanto più i cronisti sono ostili agli indigeni, tanto più pervicacemente eludono
il motivo della incomunicabilità tra le parti. In quanto segnatamente annullano
l'intenzione degli aggressori di lucrare da essa un vantaggio.
Lo si è visto: l'utilizzo dell'interprete conferisce verosimiglianza alla fin-
zione d'un piano scambio di orazioni tra incas e spagnoli. Ma la comparsa del li-
bro sacro (in tal frangente esibito con finalità sopraffatorie) 43 erige tra gli inter-
locutori la barriera insormontabile della pagina scritta, del tutto ignota ai nativi.
Il libro è l'oggetto magico per eccellenza, che parla agli uni e ostinatamente tace
alle interrogazioni degli altri. Che preserva la sua aura negando se stesso (resistendo
ai tentativi dell'Inca di schiuderlo) alla vista dei non iniziati: «Y como lo tuvo
en las manos y no supo abrille...» (PP, 178 a); «Y no acertando A. a abrirle...»
(FJ, 332 b). Il libro è (ma soprattutto dovrà apparire) l'oracolo parlante dei
nuovi venuti, prodigo (al pari degli idoli loquaci degli incas) di consigli e di
ammaestramenti ai suoi devoti e viceversa soggetto alla profanazione ritorsiva
degli alieni, esclusi dai suoi prodigiosi effetti: «Atabaliba lo abrió, miró, hojeó, y
diciendo que a él no le decía nada de aquello, lo arrojó en el suelo» (LG, 228
b). Si insinua, per tal modo, nelle crónicas un capzioso parallelismo tra l'ab-
battimento degli idoli da parte delle armate spagnole e la profanazione del
breviario. Bivalente perché, se ne è opposta la valenza (l'un gesto è indirizzato
al trionfo della vera fede, l'altro ne esprime il rifiuto), identica ne sarà vicever-
sa l'intenzione negatrice e violenta. E conseguentemente azzerato il reale con-
tenuto e l'autentico movente. Ancora una volta è Gonzalo Fernández de Oviedo a
distinguersi nell'esercizio falsificatorio, negando lo stupore e la meraviglia di
Atahuallpa di fronte alla «bianca chala» (alla pagina del libro) e facendo discendere
la sua risoluzione profanatoria da premeditata arroganza:

...e porfiando a abrille, lo abrió, e no maravillándose de las letras ni del papel, como otros
indios suelen hacer, lo arrojó luego cinco o seis pasos de sí (FO, 55 b).

Pare sintomatico che il cronista della Storia generale e naturale delle Indie ri-
solva in tal cruciale frangente di discostarsi dal consueto paradigma (proposto da
Jérez, com'è noto), per prediligere la più sbrigativa e tendenziosa versione del roz-
zo Hernando Pizarro:

Un fraile dominico díjole cómo era sacerdote e que era enviado por el Emperador pa-
ra que les enseñase las cosas de la fe, si quisiesen ser cristianos. E díjole que aquel
libro era de las cosas de Dios. Y el Atabaliba pidió el libro e arrojóle en el suelo e di-
jo... (HP, 53)44.

g) Cattura e assassinio di Atahuallpa. Si scatena quindi la carneficina. Gli


spagnoli affondano le loro spade nei corpi degli indios inermi: inseguono i fug-
gitivi in campo aperto per sterminarli 45 . Atahuallpa è fatto prigioniero: breve
prigionia la sua, che si concluderà nel sangue.
Lo scioglimento della vicenda è così mediocre, così poco esaltante da consi-
gliare ai cronisti massima reticenza, intanto. Va subito detto che qui cade un
formidabile discrimine rispetto alle testimonianze degli sconfitti, che fanno
del traumatico episodio l’asse dell'apocalisse andina, rifratta nelle lamentazioni dei
figli per la perdita del padre, nello smarrimento per la morte del dio («¿Qué
hombre no caerá en el llanto/ por quién le amó?/ ¿Qué hijo no ha de existir
para su padre?// Gimiente, doliente, corazón herido/ sin palmas./ ¿Qué pa-
loma amante no da su ser/ al amado?... // Lágrimas de sangre arrancadas,
arrancadas de su alegría;/ espejo vertiente de sus lágrimas / ¡Retratad su ca-
dáver!/ Bañad todos, en su gran ternura/ vuestro regazo...»); nello sconvolgimento
della natura per la caduta del suo rettore («El sol vuélvese amarillo,
anochece,/ misteriosamente;/ amortaja a Atahualpa, su cadáver/ y su nombre/
La tierra se niega a sepultar/ a su Señor,/ como si se avergonzara del cadáver
de quien la amó,/ como si temiera a su adalid/ devorar.// Y los precipicios de
rocas tiemblan por su amo,/ canciones fúnebres entonando,/ el río brama con
el poder de su dolor,/ su caudal levantando...»46.
Gli spagnoli, per contro, vi alludono appena. In compenso indugiano ad
accampare giustificazioni. Tutti, peraltro, hanno piena coscienza dell'enormità
del fatto; sono le stesse oscillazioni testuali ad indiziarlo inequivocabilmente.
Juan Ruiz de Arce, ad esempio, onestamente registra il patto stretto tra
Gobernador e sovrano spodestato (insinuandone l'iniquità) 4 7 ; né si sottrae al-
l'obbligo di contrapporre drasticamente gli atteggiamenti di chi ad esso fece
fede e di chi proditoriamente lo infranse («Y él lo cumplió, muy como señor,
aunque no se hizo con él como era razón» (RA, 95). Ma se comune a tutte le
cronache fu la preoccupazione di sgravarsi di colpa, divergenti risultarono le
linee giustificatorie e le attribuzioni conseguenti:
1) Vi fu chi, come lo stesso Arce, diede prova di singolare ardimento (soltanto
spiegabile con la privatissima destinazione delle sue Advertencias, indirizzate «a
sus sucesores», appunto) puntando in alto: addirittura coinvolgendo funzionari
della corona («La causa fue porque unos oficiales del Rey, que allí estaban a-
consejaron al Gobernador que lo matase y luego estaría la tierra liana», 95). D'al-
tronde, in disposizioni testamentarie, quel che conta è l'onorabilità del de cuius!
2) Altri trovò più congruo ritorcere ogni responsabilità sulla vittima medesima.
Francisco de Jérez ricorse al collaudato dispositivo azionato dalla «parola in-
ganno», riferendo la delazione d'un cacicco relativa alle trame architettate dal so-
vrano prigioniero48. Atahuallpa, chiamato da Pizarro a discolparsi, ovviamente nega.
Ma, aggiunge il relatore ufficiale, «sin mostrar sembiante de turbación sino rien-
do, por mejor disimular su maldad» (FJ, 344 b). Al solito, ogni spazio vuoto, ogni
silenzio dei vinti, all'atto d'essere trasferito nei testi spagnoli, vien caricato
d'interpretazioni sibilline, d'estranei e tendenziosi referenti.
3) Vi fu chi, infine, di fronte a tanto scandalo, indugiò. L'occhiuta profilassi
censoria se inibì ogni tentativo di ristabilire la verità dei fatti, lasciò al minimo a-
gibili spazi per confutare troppo inverosimili ed indegne finzioni. Esemplare il caso
del contador Agustín de Zárate, il quale registrando i luttuosi presentimenti dell'Inca
alla partenza di Hernando Pizarro per la Spagna, quale scorta della prima rimessa
del quinto dal Perú, lucidamente annuncia intrighi e macchinazioni:

Y así, despidiéndose dél, le dijo: "Vaste capitán, pésame dello; porque en yéndote tú, sé que
me han de matar este gordo y este tuerto"; lo cual decía por don Diego de Almagro, que
[...] no tenía más de un ojo, y por Alonso de Requelme, tesorero de su majestad, a los
cuales había visto murmurar contra él [...]. Y así fué, que partido Hernando Pizarro, luego se
trató la muerte de Atabaliba (479 b).

I colpevoli additati son d'alto lignaggio e prestigio (quantunque vadano an-


noverati tra i perdenti del successivo conflitto tra spagnoli). Il movente di tanta
malvagità e di tanto tradimento va a gravare sul campo dell'avidità degli invasori,
smentendo risolutamente quante finzioni e coperture ideologiche si poterono
(da altri cronisti o altrove, nella medesima Historia zaratiana) accampare:
Otros dicen que la principal causa de la muerte de A. fue la gran diligencia y maña que
tuvieron para encaminarla esta gente que fue con don Diego de Almagro por su interés
particular; porque les decían [...] que no solamente no tenían ellos parte en todo el oro y
plata que hasta entonces estaba dado, pero que ni en todo lo que de allí adelante se diese,
hasta que fuese cumplida toda la suma del rescate de Atabaliba [...] pues resultaba todo
ello del rescate de aquel principe [...] y así les pareció a los de don Diego que les
convenía encaminar la muerte de A., porque, mientras él fuese vivo, todo cuanto oro
ellos allegasen dirían que era rescate ecc. (AZ, 479 b).

Ma Agustín de Zárate, che certamente fu scrivano prudente e tutt’altro che


eversivo, ebbe cura di predisporre –a vantaggio di quanti non apprezzassero chia-
mate di còrreo indirizzate a tanta altezza– una versione subordinata degli eventi, la
cui inverosimiglianza era ampliamente compensata dalla piena compatibilità ideo-
logica:

...Se trató la muerte de A. por medio de un indio que era intérprete entre ellos llamado
Felipillo [...] el cual dijo que A. quería matar a todos los españoles secretamente [...] y como
las averiguaciones que sobre esto se hicieron era[n] por lengua del mesmo Felipillo,
interpretaba lo que quería, conforme a su intención. La ca us a qu e l o mo vi ó fu e q ue
e s t e i nd io t e ní a amo r e s c on una de las mujeres de A., y quiso con su muerte gozar
della seguramente... (AZ, 479 b).

Assolutamente incredibile! L'assassinio dell'Inca conseguenza d'un medio-


crissimo intrigo erotico; della banale competizione per le grazie d'una coya, con-
tese dall'interprete Felipillo a un uomo in ceppi, inerme (e sessualmente appa-
gato, sotto la celestinesca regia pizarriana, nelle casas tenute in esercizio per il
suo esclusivo piacere), e verosimilmente più preoccupato per altre e più cospicue
"sottrazioni" subite.
E purtuttavia, tra le righe di questa patetica finzione, s'insinua l'inedita per-
cezione del grande potere lucrato, nella pratica traduttoria, dall'interprete, il
quale, appunto: «interpretaba lo que quería, conforme a su intención». Tema, que-
sto, che verrà ripreso e rielaborato dal meticcio Garcilaso de la Vega, con il quale
s'inaugura la contro-cronaca della conquista, la «rivendicazione del silenzio indige-
no»; il ristabilimento (più o meno radicale) della essenziale verità degli eventi.

VI. La rivendicazione del silenzio.

VI. 1. L'insufficiente mediazione.


Il caso dell'Inca Garcilaso si nutre d'un cospicuo numero di contraddizioni .
Divaricazione tra idealidad e realidad, si è detto, riassumendo. Tra «essere» e
«dover essere». Nell’idealizzata rappresentazione del dover essere, Garcilaso è figlio
del suo tempo. Il meticcio passa in secondo piano. Esule in Spagna, egli è soprattut-
to squisito uomo di cultura, epigono d'una illustre tradizione familiare di soldati-
letterati. Traduttore dei neoplatonici Dialoghi d' Amore di Leon Ebreo, ne condi-
vide l’ispirazione armonizzante e conciliativa. Cionondimeno, egli subisce altre-
sì gl’influssi d’una identità doppia (o scissa, per meglio dire). Il passato incaico
preme sul presente cordovese. Ma soprattutto vi preme, con effetti dilaceranti,
la memoria della Conquista. Confutazione di un sogno. Della pacifica trasfor-
mazione dell'universo andino in appendice dell'impero cristiano.
Ma di un ulteriore contrasto si vuole qui parlare. Quello, segnatamente, tra for-
ma letteraria dei Comentarios (essa stessa storicamente e ideologicamente de-
terminata) e loro referente. Dalla sentimentale partecipazione dell'Autore all'u-
na come all'altra delle cause in gioco (dalla incompatibilità reciproca della esal-
tazione dell'Incario qual utopia realizzata e del sostegno ideale al progetto re-
dentorio dell'impero spagnolo) sortisce una materia storica incandescente,
sbalzata, a tratti incoerente. Ma la glabra superficie del testo non ne tradisce i
segni 49 . Il meticcio si trova al culmine d'una tradizione storiografica d'ispirazione
tardo umanistica, sensibile agli esempi morali, ai gesti magnanimi, alle tonalità re-
torico-oratorie. Una Historia di «grandi contadi», di cavallereschi riconoscimenti del-
l'avversario, di orazioni magniloquenti (di "arengas imaginarias", per usare la
formula suggestiva di Anderson Imbert), rivolti dall'una all'altra parte. E vicever-
sa. Per quali ragioni, allora, l'incontro di così nobili popoli e così limpide intenzioni
(dichiarate in discorsi di fluenti rètori) non riuscì a trovare quella composizione
armonica che i disegni della provvidenza parevano assicurare? Quali cagioni deter-
minarono l'estinzione violenta d'un mondo e la speculare degradazione (non a-
pertamente denunciata ma frequentemente insinuata) dell'altro? In quale fase si
produsse la rottura irrimediabile?
Larga parte della postuma Historia generai del Perú riferisce ambascerie,
notifica incontri, registra discorsi tra i due bandi contrapposti. Nulla di nuo-
vo, apparentemente. Sennonché, la versione dell'Inca Garcilaso bandisce la patente
eccentricità dello scambio, accreditata dalle cronache spagnole, sostituendovi un so-
stanziale equilibrio. Se Atahuallpa, in segno di deferenza per i misteriosi stra-
nieri (reputati figli del dio Viracocha) invia al campo spagnolo una imperiale de-
legazione del più alto livello («Dos días después tuvo el general otra embajada
más solemne del rey Atahualpa; envióla con un hermano suyo, llamado Titu A-
tauchi, hermano de padre y madre...», 37 b), Francisco Pizarro simmetricamente
incarica della restituzione dell'omaggio il fratello Hernando:

Acordaron que pues el Inca había enviado un hermano suyo por embajador, que el
Gobernador enviase otro de los suyos, porque correspondiese en la calidad del
embajador, ya que no podía en los dones y dádivas (40 a).

Del tutto sovrapponibili le espressioni di ammirazione e stupore degli uni e


degli altri per la «compostura», l'ordine, la magnificenza e la sagacia degli avver-
sari rispettivi. Da un lato,

Los indios les hicieron grandísima reverencia y los miraron con admiración de su aspecto,
hábito y voz, y los acompañaron hasta ponerlos delante del Inca...

Dall'altro,

Los españoles entraron admirados de ver la grandeza y riqueza de la casa real y de la mucha
gente que en ella había...

Talché, conclude il meticcio, tanta fu «la admiración de los unos y de los


otros, que no sabremos juzgar cuál fué mayor» (GVI, II, 41-42). Simmetrici, an-
cora, i riti preliminari all'incontro, le simboliche libagioni ecc,. (Ibidem). Il progetto
di Garcilaso de la Vega el Inca rinvia insomma a una incrociata e speculare esaltazio-
ne delle componenti integrate nell'«uomo meticcio», che può vantare «tres pren-
das», essend o «d e n a t u r a l d e a n i mo e s f o r z a d o , e n t e n d i mi e n t o presto y
voluntad afecta a piedad y religión, desde que la cristiana posee su cora-
zón...» (11 a) così come recita il Prólogo a los indios mestizos y criollos, posto
in capo alla seconda parte dei Comentarios reales, appunto.
Ma i Comentarios, lo si è detto, sono al contempo la registrazione d'una
occasione mancata. Lamentano, nella fattispecie, per il tempo della conquista
l'assenza d'un mediatore per dignità, abilità e senno adeguato all'eccellenza delle
parti da connettere. Il testo, il libro esibisce se stesso qual dimostrazione e
negativo di tale mancanza; esalta, per contrasto rispetto ad essa, la valenza
normativa ed esemplare della propria lezione...

Atahuallpa (o un suo ambasciatore) parla, fluentemente. L'interprete Felipillo


rozzamente traduce. Gli spagnoli s'avvedono che «faltaban muchas palabras de
las del embajador; porque vieron que la razón que decía con larga oración, ha-
ciendo sus pausas y cláusulas, la interpretaba el faraute con pocas palabras, y
ésas mal concertadas y peor entendidas, y algunas en contrario sentido, que los
mismos españoles lo echaron de ver, porque no concertaban las unas con
las otras, antes disonaban unas de otras, y de la misma embajada, de lo cual
recibieron mucha pena...» (GVI, 39 b). Sicché, causa la «torpeza de su
intérprete, que sabía poco del lenguaje del Cozco, y menos del español», spagnoli
e incas mancano clamorosamente il loro primo e decisivo incontro.
Hernando de Soto riceve dal fratello del Gobernador e suo compagno d'amba-
sciata l'incarico d'arringare gli indigeni (e Atahuallpa medesimo). Discorso del
consueto tenore: pronunciato rapidamente, per il timore che sopraggiungessero le
tenebre, ma certamente fluente, rotondo (così assicura l'Inca Garcilaso). Diviso tra
necessità di «requerir a los indios» e urgenza di raccoglierne la resa, pare ora
suadente, ora arrogante. «En este paso el Padre Blas Valera, como tan religioso y
tan celoso de la salud de aquella gentilidad, hace una grande y lastimera excla-
mación diciendo que palabras tan importantes como las que Hernando de Soto
dijo tenían necesidad de un intérprete bien enseñado en ambos lenguajes, que tuviera
caridad cristiana para que las declarara como ellas eran; pero que muchas y
muchas veces lloraría la desdicha de aquel imperio que por la torpeza del
intérprete etc.» (GVI, 43 a). La facondia di de Soto, filtrata attraverso le parole
dell'interprete inetto, si converte in balbuzie. È l'Inca Atahuallpa a lamentarlo ritor-
cendo significativamente sul dominatore l'usuale connotazione del «dominato
come balbus, che parla male»: «¿Qué anda éste tartamudeando de una palabra
en otra y de un yerro en otro, hablando como mudo?» (43 b). Per singolare
contrasto, l'attacco dell'immediata risposta di Atahuallpa è di straordinaria ampiezza
(«Grandemente me huelgo, varones divinos, que vos y vuestros compañeros ha-
yáis liegado en mis tiempos a estas regiones tan apartadas...»); e l'atto di sot-
tomissione non disgiunto da una solenne riaffermazione di dignità. Al riscontro
emozionale (mimico-gestuale) degli astanti alle luttuose espressioni del sovrano
conferisce alla scena un forte pathos, incontrando corrispondenza nel «gentile
animo» dei due ambasciatori spagnoli, i quali «se admiraron mucho de ver el
llanto que los capitanes y curacas hicieron de lo que el rey con tan buen semblan-
te habló». Ma, una volta di più, l'interprete interdice quella compiuta compren-
sione che — par di capire — avrebbe scongiurato l'infausto esito della missione («Y
no sabiendo las causas de tantas lágrimas...»).
Infatti:

Aquí vuelve a lamentar el buen P. Blas Valera la desdicha de aquella gente, diciendo que si el
intérprete declarara bien las razones del Inca los moviera a misericordia y a caridad; pero dejó tan
mal satisfechos a los españoles como había dejado a los indios, por no saber bien el lenguaje de
éstos ni de aquéllos (GVI, 44 b).

Una finale osservazione merita il frequente ricorso dell'Inca Garcilaso all’autorità


del gesuita Blas Valera (le cui «intenciones» vengono già in apertura assimilate
a quelle dell'Autore: «El P. B.V., según en muchos de sus papeles rotos parece,
llevaba la misma intención que nosotros...» (GVI, I, 21 a), la cui storia bilingue
(«El P. B.V. escribe estas palabras en el lenguaje indio, como quien bien lo sabía»)
(42 a), fededegna perché spazialmente e temporalmente prossima agli eventi («A
erta relación se añade la que hallé en los papeles del muy curioso y elegante P.
B.V., que fué hijo de uno de los que se hallaron en la prisión de Atahuallpa y
nació y se crió en los confines de Cassamarca, y así tuvo larga noticia de
aquellos sucesos, sacados de sus originales, como él mismo lo dice») (Ibid.) vanta
un pregio assolutamente unico. Quello d'essere –al pari dei Comentarios reales,
ma più precocemente– scritta da indio, in una lingua (nella fattispecie, il latino)
polita e raffinata. Riesumare i suoi «papeles rotos» corrisponde a una doverosa
operazione di riscatto d'un testo esemplare, d'un virtuale monumento fondativo
della cultura meticcia in America. Si è forse riflettuto troppo poco sul fatto che tale
progetto, oltre a connotarsi in positivo, mal celava una carica protestataria e pole-
mica contro chi intenzionalmente espose ai rischí della sorte tale prezioso incu-
nabolo. E vi è, in effetti, una singolare e non accidentale analogia tra il destino
della Historia del gesuita peruviano (distrutta nel corso dell'assedio inglese di
Cadice del 1596) e del Primer Nueva Corónica dell'indio Felipe Huamán Poma:
l'una e l'altro scontarono con la distruzione o l'oblio (derivanti dalla loro qualità di
manoscritti unici e deperibili) l'atipicità, il carattere ibrido e sospeso tra la cul-
tura dei vinti e la cultura dei vincitori. E tale protesta sembra prolungare l'e-
splicita espressione di rimpianto per la latitanza d'un Blas Valera (e d'un Garci-
laso, certo!) sulla spianata di Cajamarca. Il gesuita esaltato dal suo omologo
meticcio è l'anti-Felipillo, il suo contrario. E' colui che riuscì nell'opera di me-
diazione mancata dall'interprete. Né importa molto rilevare come tale nostalgia
esprimesse un sostanziale fraintendimento storiografico: l'incongrua riduzione,
segnatamente, alla misura delle personali qualità dell'uno e dell'altro personag-
gio d'una ben più oggettiva inagibilità d'estemporaneo raccordo tra lingue, codici e
culture violentemente giustapposte. Giacché la patetica e incrollabile convinzione
d'una componibilità di contrari viceversa impraticabile promuove l'irruzione del-
l'ombra, del simulacro dell'Autore all'interno dei Comentarios, vi istilla il sale
del suo risentimento e della sua protesta. Ed alimenta l'intuizione modernissi-
ma che coglie nella conoscenza della lingua di un popolo la chiave della sapienza
della sua indole e della sua storia. Intuizione che determinerà la risoluzione di
fondare il sontuoso edificio storiografico e mitografico dei Commentari reali
sulle «Advertencias acerca de la lengua general del Perú».

VI. 2. Le labbra si schiudono per articolare il silenzio.


In una versione (quella recitata nella zona di Chayanta) Pizarro e i suoi
muovono le labbra, senza emettere parola. Nella versione di Oruro, indios e spa-
gnoli usano ciascuno la propria lingua, senza potersi intendere.
Né l'una né l'altra rappresentazione accreditano la tesi (vulgata dal metic-
cio Garcilaso) che imputava al diaframma linguistico della insufficiente mediazio-
ne il precipitare della tragedia. Nessun indio boliviano o peruviano, drappeggiato
nei variopinti costumi dell'indovino Huaylla Huisa o del Rey Inca, ovvero strug-
gentemente salmodiante nel coro delle ñustas, potrebbe d'altronde smentire ciò
che la sua stessa contemporanea esperienza gli detta: che, cioè, la lingua aliena e
misteriosa degli invasori altro non fu che un'arma rivolta contro i suoi avi; un
segno di alterità e superiorità esibita sugli indigeni parlanti in quechua. Se sull'idea-
rio garcilasiano campeggiava il rimpianto per la conciliazione mancata a causa dei
pessimi servigi del «torpe intérprete», le operette del ciclo della Morte di Ata-
walpa dichiarano l'assoluta impossibilità d'una composizione, declinandola sul
paradigma del soliloquio, dell'incomunicabilità, della separatezza irrimediabili.
La lingua è arma, si è detto. La parola è in sé strumento di dominio. Elide ogni
compiuto referente, ad eccezione del disprezzo per l'altro.
L'intuizione era già tutta intera in Felipe Huamán Poma de Ayala: della mis-
sione di H. Pizarro e de Soto (quest'ultimo surrettiziamente sostituito da un Se-
bastián de Balcázar) intesa a sollecitare il pagamento del riscatto sopravvive
nel suo racconto il corredo gestuale, il contorno mimico. Cadono le parole.
S'impone una tacita esibizione di potenza (e di prepotenza); la sopraffazione
degli inermi ed inconsapevoli indigeni: la folle corsa dei cavalli riccamente bardati,
fragorosamente lanciati a sfrenato galoppo nel mezzo del campo dell'Inca, co-
stituisce il formidabile surrogato del discorso impossibile:

...allá fueron estos dos dichos caballeros encima de dos caballos muy furiosos enjaizados y
armados y llevaba mucho cascabel y penacho y los dichos caballeros [...] comenzaron a
apretar las piernas, corrieron muy furiosamente que fue deshaciéndose y llevaba mucho
ruido de cascabel. Dicen que [...] con el espanto cayó en tierra el dicho Atahualpa Inca de
encima de las andas. Como corrió para ellos y toda su gente quedaron espantados,
asombrados, cada uno se echaron a huir porque tan gran animal corrían y encima unos
hombres nunca vista de aquella manera, andaban turbados...

Talché il resoconto recato al fratello Francisco dice d'un convencimiento («ya


yo tengo convencido y espantado a los indios») che non richiese supporti verbali:

Luego tornaron a correr otra vez y corrían más contentos y decían: a Santa María, buena
seña, a señor Santiago, buena seña. [...] Albricias, hermanos míos [...] será Dios servido que
le comencemos la batalla, por todos se espantaron y dejaron en tierra a su rey y cada uno
echaron a huir, buena seña, buena seña (foja 383)51.
Il contrassegno dominante nei Bailes de la Conquista è la visualizzazione d'una
frattura insormontabile: «Durante la rappresentazione –afferma Lore Terracini– si
mantiene quasi uno schieramento frontale; gli attori restano continuamente ai
margini della scena e si riconoscono l’un l'altro solo quando intervengono in essa;
da una parte stanno le ñustas, tra le quali rimane l'Inca, e vicino sta disteso Huaylla
Huisa; dall'altra parte, a una ventina di metri, stanno, vestiti con resti di antichi
elmi e corazze e con divise militari moderne, gli spagnoli, uno dei quali [...] indos-
sa una lisa veste talare»52 . Frattura che viene straordinariamente esaltata dal
mancato incontro (dalla fallita intersecazione) tra i due canali (imperativi e
dialogici) che verticalmente connettono gli esponenti delle due nazionalità in
contatto. Da un lato, la parola-comando scaturisce dal re di Spagna (mosso dalla
volontà di razionalizzare lo sconcerto suscitato dal regale e inconsueto personag-
gio: «¿Quién es aquel hombre que viene con tanto imperio?») (r. 23), concretandosi
nella missiva per l'Inca consegnata a Pizarro. I successivi passaggi della lettera-
simbolo marcano le fasi d'approssimazione al destinatario misterioso: Pizarro
consegna ad Almagro mandato e missiva («Vaya Usted con esta embajada por
orden de mi ilustre amo, donde el señor Rey Inca de los indios») (rr. 52-54); que-
sti, a sua volta, ordina ai soldati di seguirlo nell'avventura peruviana... Parallela a
questa catena ne corre un'altra, interna al bando indigeno. L'indovino Huaylla
Huisa è stato visitato in sogno da sinistri presagi. Si reca al palazzo dell'Inca a rife-
rirgliene... Premonizioni, luttuose visioni s'addensano ad incupire un quadro domi-
nato dall'incertezza, dalla precarietà («¿Qué es esto? Cierto habían estado viniendo
esos enemigos barbudos, orillando el mar rojo, muchos navíos juntando [...]
caras apiñadas como maíz blanco, barbas ásperas partidas en las quijadas como de
macho cabrío, en sus manos fierro como honda hacen relumbrar una estrella de
fuego, y en sus pies fuego como estrella...») (rr. 85 ss.). I sogni van facendosi più
incombenti e minacciosi; le decifrazioni tentate più cogenti, implicando sempre
nuovi soggetti interroganti (Primo Inca, Huayna Cápac Inca ecc.). «Dalla lettu-
ra del testo si ricava quasi l'impressione –asserisce Lore Terracini– che si tratti di
un'unica eterna ambasciata, o meglio di due serie di ambasciate che non riescono
mai a incontrarsi»53 : ma il parallelismo delle modalità di trasmissione non vale a
celare l'eterogeneità degli oggetti passati di mano in mano e delle loro domande.
La corposità della lettera, il suo tono imperativo, opposta alla impalpabilità, al-
l'indeterminatezza del sogno. Uno scarto che vale a denotare l'estensione dello
squilibrio tecnologico!
Avviene, infine, la consegna della lettera del re di Spagna all'Inca. E' un
punto d'incontro, ma illusorio, patentemente mancato. Nessuno sa decifrarne il
contenuto:

¡Ay qué bianca chala esta chala; de aquí mirada se parecen como huellas de una serpiente
que se ha deslizado; bien mirado! otro tanto, se parece a los ojos de mi ñusta tan redondo,
tan redondo, mirándolo por este otro lado se parece al camino de Huaylla Huisa tan
quebrado, tan quebrado; qué chala ésta que no la puedo entender, no la puedo adivinar!...
(rr. 169 ss.).
Le vie si dipartono ancora: la lettera regale corre a ritroso dal Re Inca all'in-
dovino Huaylla Huisa; da questi a Primo Inca («¿Qué chala, qué chala es ésta?
[...] Por este lado se ve como una pata de gallo abierta en tres; por aquí se
parece a la cajita di Huaylla Huisa redonda redonda; de este otro lado se ven
Como montón de hormigas negras...») (rr. 195 ss.); e da questi, ancora, a Huá-
scar Inca, fino a chiudere il cerchio tra le mani del Rey Inca... Un passaggio
senza fine, una interrogazione continua, senza possibile risposta. Fino a che
l'impazienza degli invasori prende il sopravvento: l'inettitudine dei nativi a deci-
frare la chala ne scatena l'ira e l'arroganza:

¿Oh bárbaro, no sabes que este papel es orden importante de mi ilustre rey de España?
(rr. 238 s.).

Di qui alla fine della Tragedia è tutto un crescendo di minacce, di violenze


fisiche e verbali. Nell'incontro tra i due capi, al culmine della vicenda, un Pizar-
ro inferocito, maledice chi non sapendo parlare castigliano («Vaya Usted a ha-
blar con hombres que no saben hablar el castellano», rr. 314-315) è per ciò
stesso qualificato come bruto e barbaro:

Piz.: (in tono irato) ¿Qué dices bárbaro?


Primo Inca: Ah Señor mio, no te enojes tanto.
Piz.: Malaya hablar con estos brutos que no los puedo comprender, ni ellos me compren-
der lo que les hablo... (rr. 308 ss.).

L'intolleranza, l'affermarsi d'una comunicazione esclusivamente tonale,


pregna di segni indistinti (ma eloquenti) compie il prodigio. Piega l'orgoglio, la
resistenza, la dignità dell'Inca, accelera il movimento di caduta dell'impero delle
Ande. Atahuallpa recupera l'uso di parola per profferire pianamente un atto di
sottomissione, per suggellare la fine del suo regno. La parola degli indios recu-
pera piena vigenza... ma il suo residuo referente è l'ammissione della sconfitta.

VII. Conclusioni.
Atahuallpa morirà. Il cosmo intero ne piangerà la scomparsa. Gli indios or-
fani ne attenderanno e invocheranno la resurrezione. Messianismo latente; preva-
lere di immaginarie rappresentazioni e compensazioni. In esse, gli spagnoli ver-
ranno sconfitti. Pizarro punito dal suo re con la morte per aver ecceduto nell'ese-
cuzione del compito affidatogli.
E' il trionfo del sogno. Di quel sogno impalpabile che visitò Huaylla Huisa e
agitò le notti di Atahuallpa, incapace d'interpretarlo. Intanto, gli spagnoli superano
il sogno per volgersi alla prosa delle ordinanze, delle regolamentazioni e disposi-
zioni della pratica coloniale. Una lettera sèguita a veleggiare dalla penisola al
nuovo continente: una lettera iniqua perché oscura, criptica, indecifrabile, osti-
natamente resistente, sorda alle interrogazioni dei nativi.
NOTE

1. Tant'è vero che si dovettero evocare, quali plausibili correlati le «cosas de encantamiento» dei libri di ca-
valleria, allora in grande auge. Cosí Bernal Díaz del Castillo, ammirato della magnificenza della "calzada
de Iztapalapa", principale via d’accesso a Messico-Tenochtitlán, annota: «Nos quedamos admirados, y
decíamos que se parecía a las cosas de encantamiento que cuentan en el libro de Amadís" (Historia
verdadera de la Conquista de la Nueva España, in Historiadores primitivos de Indias, II, Madrid 1946, p. 82 a).
Da parte sua, Francisco López de Gómara gli fa eco nella Conquista de México, in Historiadores primitivos:,
cit., I, p. 415 b. Ho alluso alla questione nel recentissimo Dispositivi e agenti di una aggressione combinata:
Conquistadores, storiografi, missionari in Nueva España, in «Nova americana» 3 (1980). Rimane fonda-
mentale al riguardo I.A. Leonard, Books of the Brave, New York 1964.
2. L. Terracini, Il grado zero della diffusione: il silenzio americano, in «Sigma» XI (1978), pp. 181-190; ivi,
pp. 182-183. Colgo l'occasione per ringraziarla per avermi fornito prezioso materiale bibliografico e per i
molti suggerimenti offerti al presente intervento.
3. Di seguito elenco i testi base cui questo saggio via via si riferirà (mandando in parentesi le sigle relative): F. Ló-
pez de Gómara, Historia genera de las Indias (LG); Francisco de Jérez, Conquista del Perú (FJ); Agustín de
Zárate, Historia del descubrimiento y conquista del Perú (AZ), citati da Historiadores primitivos..., ed. cit.
(rispettivamente I, pp. 155-294; II, pp. 320-348 e pp. 458-574); Gonzalo Fernández de Oviedo, Historia
general y natural de las Indias (FO), Madrid 1954-1959 (in 5 voll.; soprattutto v. V); Hernando Pizarro, Carta
de H.P. a los oídores de la Audiencia de Santo Domingo (HP); Juan Ruiz de Arce, Advertencias de J.R.
A. a sus sucesores (RA); Diego de Trujillo, Relación de D. de T. (DT), tutti ripresi da Conde de Canilleros,
Tres testigos de la conquista del Perú, Madrid 1953 (rispettivamente pp. 47-65; 67-115 e 117-141); Pedro
Pizarro, Relación del descubrimiento y conquista de los Reinos del Perú (PP), in Crónicas del Perú (in 5
vol.), v. V, Madrid 1965, pp. 167-270. A ulteriori cronache spagnole si rinvierà in successive note. Per i Comenta-
rios reales (GVI, I) e la Historia general del Perú (GVI, II) dell'Inca Garcilaso de la Vega si sono utilizzati i
voli. Il e III delle Obras completas, Madrid 1960. Alle parzialissime trascrizioni di Miguel León Portilla, El re-
verso de la Conquista, México 1964, ci si è riferiti per El Primer Nueva Corónica y Buen Gobierno di Felipe
Huamá (o Guamán) Poma de Ayala (pp. 134-159) e per la Instrucción del Inca don Diego de Castro, Titu
Cusi Yupanqui, para el muy ilustre Señor el Lic. Lope García de Castro (pp. 159-164). Utilmente consultabili
le Crónicas peruanas de interés indígena, Madrid 1968 (e soprattutto la Relación de muchas cosas acaescidas
en el Perú, attribuita a Cristóbal de Molina, el Almagrista, ivi, pp. 59-95). Per le operette dialogate del ciclo della
"morte di Atawalpa" si sono confrontate le versioni di Oruro (La conquista de los españoles. Drama indigena
bilingue quechua-castellano, ed. C.H. Balmori, Tucumán 1955) e quella di Chayanta (Tragedia del fin de
Atawalpa, ed. J. Lara, Cochabamba 1957). Ho notizia, senza aver potuto vedere il testo, della descrizione dell'ana-
loga rappresentazione di Toco, raccolta da Mario Unzueta, nel cap. «La fiesta del señor de Kanata», del roman-
zo Valle, Cochabamba 1945. (I corsivi nelle citazioni testuali sono sempre di chi scrive).
4. Traduco il passo che trovo citato in J.O. de Coll, La resistencia indígena ante la conquista, México
19762, p. 195.
5. Per la festa della Vergine del Socavón, la domenica e il lunedì di Carnevale vien rappresentata la
Conquista di Oruro; la versione di Toco è messa in scena durante la festività di Santo Spirito, dal l°
al 3 giugno. Raccolgo queste notizie da N. Wachtel, La visione dei vinti, Torino 1977, pp. 48 ss. e
da L Terracini, «Un contrasto di lingue in due diverse prospettive», in Studi in onore di A. Monteverdi,
Modena 1959, pp. 831-859, alle cui finissime analisi dei testi indigeni largamente mi riferirò nelle pagine
finali del presente saggio.
6. Cfr. il corredo iconografico del Primer Nueva Corónica... di Felipe Huamán Poma.
7. Si allude alla Instrucción di Titu Cusi Yupanqui (citata sopra). Al riguardo cfr. R. Porras Ba-
rrenechea, Los cronistas del Perú, Lima 1962, pp. 432-436.
8. «Questo atto smisurato –afferma Julio Ortega– il cui carattere letterale è anche un atto di fede nella scrittu-
ra che il cronista indio non ha ancora compiutamente assimilato, si chiude su una pagina in bianco: dove, al-
l'atto di consegnare il manoscritto di 1200 pagine e 450 disegni, dovevano venir registrati i nomi dei funzio-
nari che ricevevano il testo e la destinazione che gli riservavano", in «Cuadernos hispanoamericanos», CXX
(1980), pp. 600-611; ivi, p. 610.
9. Cfr. il «Prólogo» indirizzato a Carlos V della Historia general de las lndias, cit., p. 155: «La
mayor cosa después de la creación del mundo, sacando la encarnación y muerte dél que lo crió, es el
descubrimiento de las Indias y así las llaman Mundo Nuevo».
10. Tattica, questa, già esperimentata da Hernán Cortés, nella conquista del Messico, come già si indicava nel citato
Dispositivi e agenti... Si trattò, in buona sostanza, d'inserire cunei al fine di approfondire le contraddizioni tra popolo
e popolo e tra classe e classe (o gruppo e gruppo), dissimilando ove possibile, allo scopo di guadagnare alleati nel cam-
po avverso, seminando indiscriminatamente il terrore, distribuendo cariche e prebende. Quello che si delinea è un pro-
getto embrionale di formazione di élites integrate nel nuovo ordine coloniale. Leggiamo F. de Jérez. E' stata abbando-
nata l'isola di Puna, e il Gobernador «acordó poner en libertad al cacique. El cacique fue contento, con voluntad
de servir a su majestad de allí adelante...» (323 a). Famoso per la collaborazione accordata a Pizarro il cacicco Quili-
masa. Procediamo oltre. La cronaca dello scrivano ufficiale registra il supposto tradimento d'una popolazione indi-
gena. Al pari di Sandoval sul rio Pánuco (Nueva España), il Gobernador ordina che vengano arsi sul rogo i responsa-
bili. Poi convoca il cacicco Lachira «al cual apercibió que de allí adelante fuese bueno, que a la primera ruindad no le
perdonaría». Indi gli affida il comando «hasta que un muchacho, heredero en el señorío de Almotaje fuese de edad para
gobernar» (FJ, 324 b).
11. Così il riassunto di N. Wachtel, op. cit., p. 51.
12. P. Duviols, La destrucción de las religiones andinas (Durante la conquista y la colonia), México 1977,
pp. 89-90.
13. B. de Las Casas, Historia de las lndias, in Obras escogidas, vol. LI, Madrid 1961, 466 b.
14. Facciamo un esempio. L'incontro, potenzialmente decisivo per lo svolgimento dei fatti futuri, tra H. de Soto e
P. de Benalcázar da una parte e l'Inca Huáscar dall'altra (esautorato dal quitegno Atahuallpa e da questi tenuto in
ceppi) degrada nel resoconto dei cronisti in un piatto argomentare sulla convenienza del mantenere ovvero cambiare
fantoccio al fine di controllare le posizioni conquistate nella regione e di incrementare gli utili dell'impresa. Anche
Huáscar infatti invoca libertà e protezione dagli spagnoli (favorendoli di un formidabile supporto legittimatore) of-
frendo loro un riscatto tre volte più cospicuo di quello concordato tra Atahuallpa e Pizarro (egli può, a diffe-
renza dell'usurpatore, attingere all'imperiale tesoro del Cuzco). Zárate censura, con sintomatico disappunto,
l'impaccio di de Soto nel cogliere la straordinaria occasione. Ed attribuisce ad Atahuallpa la lucida intuizione
della convenienza di mandare a morte senza indugi il fratello, ché «para el oro y la afición de los españoles»,
questi «quitarían e1 reino y lo darían a su hermano» (AZ, 478 a).
15. P. Duviols, op. cit., p. 90.
16. Ibidem. Lo studioso francese riporta l'aneddoto (a suo dire, probabilmente apocrifo) delle soldatesche spagnole
che impazienti non attesero la risposta di A. alla concione di fray Vicente, abbandonandosi al saccheggio di un
ricco tempio in prossimità della piazza ove avvenne l'incontro: «A este tiempo los españoles, no pudiendo
sufrir la prolijidad del razonamiento subieron a una torrecilla a despojar un idolo que allí había, adornado
con muchas planchas de oro, y plata, y piedras preciosas; con lo cual se alborotaron los indios y levantaron
grandísimo ruido» (GVI, 52 a.)
17. Cfr. per tutta questa parte Duviols, pp. 373 ss. Conferma tanto saccheggio Pedro Cieza de León: «Se han
hallado grandes tesoros en sepoltura, y se hallarán cada día y no ha muchos años que Juan de la Torre [...]
halló una desas sepulturas que afirman valió lo que dentro della sacó más de cincuenta mil pesos», Crónica
del Perú, Bs. As. 1945, p. 185. Com’è noto, intorno al 1565, a partire dalla regione di Vilcabamba, si produr-
rà una reviviscenza mistica con contenuti messianici e con il ripristino delle antiche huacas. Le visitas di
Francisco de Ávila, H. de Avendaño e José de Arringa (e gli informes che ne derivarono) vennero predispo-
ste, tra l’altro, al fine di contrastare il fenomeno. Cfr. a questo riguardo la Extirpación de la idolatría del Pirú
di Arriaga, in Crónicas peruanas de interés indígena, cit., pp. 191-277. Cfr. La Introducción all’opera di E-
steve Barba, cit., pp. LIII ss.
18. P. Duviols (op. cit., pp. 376 e ss.) riferisce di «alcuni francescani i quali, basandosi su una incerta tradi-
zione, fecero tanti scavi nel loro convento che si rese necessaria una risoluzione della Audiencia de Charcas
per fermarli, pena il crollo dell’edificio. Una impresa, la loro, che produsse la «totale perturbazione» della
vita monastica, con inevitabili ripercussioni nel crollo delle elemosine dei fedeli.
19. Interviene su questo tema B. de las Casas, (Thesauris in Peru (1562), Madrid 1958, p. XVI), il quale as-
serisce che i tesori depositati nelle sepolture dei grandi dovevano essere restituiti agli eredi o alla comunità
indigena ovvero alle chiese degli indios. Sull’argomento interviene anche la Apologetica Historia, Madrid
1909, tributaria in più punti di Cristóbal de Molina, El Almagrista, Relación de muchas cosas…, cit., pp. 59-
95. Opera definita a sua volta «vera e propria Destruyción peruviana.
20. Cfr. anche GVI, I, 232-233. Cfr. anche GVI, I, 232-233, sull'etimo di Rímac (sede di un idolo allocato
ove attualmente è Lima): "El nombre rímac es participio de presente, quiere decir el que habla...". Cfr. A.
Miró Quesada, El Inca Garcilaso..., Madrid 1971, pp. 191 sa.
21. Rinvio ancora al mio Dispositivi e agenti…, cit.
22. Del tutto opposta, anticipiamo, l’opinione del meticcio Garcilaso. Sintomatico a esempio il ri-
baltamento dell’opinione zaratiana sullo stato di anarchia vigente nell’Incario. Atahuallpa, a dire
del meticcio, è impegnato nei bagni di Cajamarca in un’opera di legiferazione: «A.[...] trataba de
reformar y poner en buen orden algunas cosas que con las guerras se habían corrompido, entre las
cuales, por vía de reformación hacía nuevas leyes y estatutos en favor de su tiranía y seguridad de su
persona..." (GVI, II, 40 a). N. Wachtel (op. cit., p. 227) conferma che il progetto di unificazione lin-
guistica perseguito dagli Incas, verrà messo a profitto dagli stessi missionari spagnoli.
23. Tanto verrà oggettivamente confermato dalla sanzione evangelizzatrice. Ma un più ravvicinato
puntello legittima, secondo le crónicas, l'aggressione. Huáscar invia un suo messo a Pizarro per
ottenerne l'aiuto contro l'usurpatore: «Llegaron al Gobernador mensajeros del Cozco [...] haciéndole
saber la rebelión de su hermano A. [...] y le enviaba a decir que le socorriese y le diese favor para
defenderse dél» (AZ, 475 b, e LG, 227 b). Inoltre, l'epilogo della vicenda viene presentato come
conseguenza delle maledizioni lanciate dall'infelice Huáscar, all'atto della sua morte violenta: «Yo
he sido poco tiempo señor de la tierra, y menos lo será el traidor de mi hermano, por cuyo
mandado muero, siendo yo su natural señor» (AZ, 478 b). La manovra autogiustificatoria è suggellata dal-
l'intervento risolutore del demonio: «Lo cual pudo bien ser industria del demonio...» (Ibidem). Anti-
atahuallpiano sarà, per ragioni di discendenza materna, lo stesso Inca Garcilaso: alcune delle contraddizio-
ni tra cui si dibatte il suo progetto storiografico sembrano riconducibili a tale collocazione.
24. A. Metraux, Gli inca, Torino 1969, pp. 71 ss. Cfr. anche Anita Seppilli (La memoria e l' assenza,
Bologna 1979, p. 43) per una conferma della compartimentazione della società andina: «Le scuole incaiche,
dove gli amauta insegnavano scienze erano aperte esclusivamente ai nobili, perché tali matria non
s’addicevano all’apprendimento della gente comune. Ai figli dei plebei si insegnava la professione dei pa-
dri».
25. N. Wachtel, op.cit., pp. 84 ss. Cfr. Il paragrafo Reciprocità e redistribuzione.
26. Specularmente, in Felipe Huamán Poma (cfr. M. León Portilla, op. cit., pp. 142 sa.), Aya-
huallpa si stupisce dei segni di relativo egualitarismo riscontrati tra gli invasori: «Que todos pare-
cían hermanos en el traje y hablar y conversar, come y vestir y una cara».
27. GVI, II, 38 b: «Y en particular trajeron al Gobernador un calzado de los que el Inca traía y dos
brazaletes de oro que llaman chipaua [...] y era insignia militar y de mucha honra y no lo podían traer
sino los de sangre real...».
28. Si rammenti, ad es., il dialogo (fittizio) tra H. Cortés e il signore di Caltanmí, risolto in una
sorta di competizione tra vassalli eccellenti in margine alla esaltazione dei rispettivi sovrani. Ri-
mando in proposito, ancora, a Dispositivi e agenti... Vedi ancora M. Hernández Sánchez-Barba,
Historia y literatura en Hispano-América, Madrid 1978, pp. 34 ss. e, soprattutto, V. Frankl, Imperio
particular e imperio universal en las Cartas de relación de H.C., in «Cuadernos hispanoamericanos»
XCVII (1963), p. 165.
29. Cfr., anche: FO, 48 a: «Hágote saber que el Emperador [...] tiene muchos criados mayores
señores que A.» e più oltre (56-57), dopo la vittoria di Cajamarca, «con alguna artificiosa
jactancia», Pizarro aggiunge: «Con menos que éstos [...] he desbaratado otros mayores señores que
tú». (Si sarà osservato che la minima variante apportata da Oviedo rispetto al passo, citato nel testo,
di Jérez esprime un incremento di disprezzo nei riguardi degli indios).
30. Sciocca, oltreché improvvida, risoluzione, insinua GVI. Ché la magnificenza preservata della civiltà vin-
ta avrebbe conferito lustro ai conquistatori. I quali dunque avrebbero dovuto salvaguardarne le vestigia
«aunque fuera reparándola[s] a su costa para que por ella[s] vieran los siglos venideros cuán grandes
habían sido las fuerzas y el ánimo de los que la[s] ganaron y fuera[n] eterna memoria de sus hazañas»
(GVI, I, 289 a). Cfr. in proposito: A. Miró Quesada, El Inca Garcilaso, cit., p. 217.
31. Contrassegni della «segunda edad» sono: «el orden y el concerto»; l'unità linguistica (massima estensione
d'uso del «runa simi» o «lengua general del imperio»); il monoteismo e il passaggio dal concreto all'astratto
(perspicuamente rilevato nell'episodio della celebrazione della festa del sole, in cui Huayna Cápac con finis-
simo argomentare giustifica la trasgressione del tabù di «fissare il sole», asserendo la superiorità di Pacha-
cámac, o Spirito Animatore dell'Universo (cfr. GVI, I, 346 ss); la partizione della vita ultraterrena in tre
mondi: Hanan Pacha (alto, destinato ai buoni), Hurin Pacha (basso, destinato ai vivi); Ucu Pacha (inferi,
destinato ai malvagi) ecc. Fondamentale al riguardo l'asserzione per cui «Il Dio predicato dagli spagnoli e il
Pachacámac sono tutt'uno». Va considerato tutto il cap. VII del 2° libro (intitolato Alcanzaron la inmortalidad
del ánima y la resurrección universa!) dei Comentarios, cit., pp. 52 ss.
32. Assai vasta la bibliografia in proposito. Tra gli altri, cfr. S. Zavala, La filosofia de la Conquista, Mé-
xico 1947, pp. 27 ss. Sulla linea dell'Aquinate, di John Mayor, fino ai Commentari a San Tommaso del
Caetano, va definendosi una casistica che tende a distinguere infedele da infedele, appunto. Il generale dei
Domenicani, specificamente enumera: a) infedeli sudditi di fatto e di diritto dei principi cristiani (ebrei in-
sediati in Europa); b) infedeli sudditi di diritto ma non di fatto (i turchi che occupano i Luoghi Santi),
contro i quali è legittima la guerra; c) infedeli né di diritto né di fatto sudditi, e contro i quali soltanto
ammessa è la pacifica predicazione dell'Evangelo (coloro che, come gli indios, mai furono toccati dal Ver-
bo).
33. Sotto tale nome va la formula redatta nel 1512, su disposizioni della Junta de Burgos, dal teologo Palacios Ru-
bios, con cui gli indios vengono richiesti d'abiura: con la riserva che, dopo lo scontato diniego, ovvero dopo il silen-
zio di chi non può intenderne la lezione, si possa dar corso alla conquista armata
34. B.de Las Casas, Historia de las Indias, in Obras escogidas, Madrid 1958-1961, II, 460 b. Lo stesso domenicano
offre, nella Brevísima relación de la destruyción de las Indias, IV, 144 a, la più aspra e feroce caricatura del
Requerimiento pronunciato nottetempo in Cholula, ad indios tranquillamente dormienti nelle loro case, pri-
ma dello spaventoso massacro.
35. BdLC, Historia de las Indias, 463 b
36. BdLC, Brevísima relación, 168 b.
37. BdLC, Historia de las Indias, II, cap. 3. Citato in A. Lipschiltz, Marx y Lenin en la América Latina y los
problemas indigenistas, La Habana 1974, p. 188.
38. FJ, 327 a e b: «Hasta que, tornado aparte a un principal y atormentado, dijo que A. esperaba de guerra con su
gente en tres partes [...] con mucha soberbia, diciendo que ha de matar a los cristianos; lo cual dijo este principal que él
lo había oído». Cfr. anche FO, 42 a; HP, 48; et al Destinata a suscitare raccapriccio presso i lettori europei, l'inte-
grazione gomariana: «A. animó también a los suyos, que braveaban y tenían en poco los cristianos, y pensaban hacer
dellos, si peleasen, un solemnísimo sacrificio al sol», 228 a. Singolare, e del tutto assente nella Nueva España, la sot-
tovalutazione dei nemici da parte incaica: cfr. FJ, 330 a; LG, 227 b; FO, 50 a; HP, 54-55. Agustín de Zárate con-
nette tale apprezzamento all'abitudine di montar cavalli (cosa che non manca di stupire se si pensa al loro effettivo
ruolo nella Conquista): «decían que los españoles eran muy pocos y muy torpes y para poco, que no sabían andar a
pie sin cansarse y por eso andaban en unas grandes ovejas, que ellos llamavan cavallos», 476 a. La smentita
non si sarebbe fatta attendere molto. Hernando de Soto (ambasciatore al campo dell'Inca con il fratello del
Gobernador) «por darles a entender que si no fueran amigos bastara él solo para todos ellos, arremetió el caballo
llegando a carrera de ellos y así corrrió y paró cerca del maese de campo» (GVI, II, 40 b).
39. Estremamente esplicito Cristóbal de Molina, el Almagrista, 62 a: «Y los españoles guiaron allí, y
Ilegados donde A. estaba, subcedió lo que es público y notorio, que sin pelear el señor, antes pidiéndoles que
le volviesen lo que habían robado en su tierra y que luego serían buenos amigos, le acometieron de una celada
donde estaban, y mataron grandísima cantitad de indios y prendieron al dicho A. y robaron gran cantitad de
oro y plata, ropa y ovejas y indios y indias de servicio...».
40. EI Inca Garcilaso rileva l'inadeguatezza del quechua ad esprimere concetti di così alto grado d'astrazione:
«Porque para declarar muchas cosas de la religión cristiana no hay vocablos ni manera de decir en a-
quel lenguaje del Perú, como decir Trinidad, Trino y Uno, Persona, Espíritu Santo, Fe, Gracia,
Iglesia, Sacramentos y otras palabras semejantes, porque totalmente las ignoran aquellos gentiles», cfr.
GVI, II, 48 b.
41. Ibidem, 50 a: «Llegando a la segunda mitad de la oración la declaró menos mal que la primera, porque
eran cosas materiales de guerra y armas».
42. Cfr. FJ, 327 a e b; FO, 42 a e 55 b ecc.: López de Gómara aggiunge che A. si negò ad ammettere «que
hobiese otro mayor señor que él», ma il meticcio Garcilaso qualifica l’aggiunta come «fabulosa» e dettata da
«adulación», obiettando che lo stesso invio di «tantos ejércitos a tierras tan alejadas» rendeva evidente la
strapotenza dell’Emperador, II, 53 a.
43. Ben ne intesero la valenza gli anonimi estensori delle operette dialogate del ciclo della Morte di A-
tawalpa, i quali elessero a indiscusso cardine lo sconcerto degli indios per la «bianca chala», la lettera
imperativa consegnata dal re di Spagna a Pizarro e passata di mano in mano all'interno del campo indigeno.
Vedine l'analisi nell'ultimo paragrafo del presente intervento.
44. Per l'analisi della Carta di H. Pizarro, vedi F. Carrillo, Del inicio de la iniquidad en la literatura hi-
spanoamericana, in «Revista de crítica literaria latinoamericana», II (1976), 3, pp. 15-25; ivi, pp. 21 ss.
45. Cfr. il passo di Garcilaso de la Vega el Inca, diffusamente riportato al paragrafo II (I fatti). Per parte
sua, Ruiz de Arce conferma: «Y en la muralla que cercaba la plaza cargó tanta gente de indios sobre ella,
que la derribaron y hicieron un portillo de hasta treinta pasos. Por allí salió mucha gente huyendo, y todos
los demás de a caballo salimos al campo tras ellos», p. 94.
46. Cfr. M. León Portilla, op. cit., pp. 180-181.
47. RA, 95: «Dile a estos cristianos que no me maten y darles he esta casa en que estamos de oro».
48. «Hágote saber que después que A. fue preso [mandó] hacer ayuntamiento de mucha gente de guerra para
venir sobre tí y tu gente y mataros a todos", FJ, 344 b.
49. J. Durand parla a questo riguardo di «armónica inestabilidad»: «Armonia buscada y formalmente lograda;
inestabilidad oculta cuya íntima presencia se da más allá de toda inteligencia, de toda voluntad» (cfr. El Inca,
hombre en prisma, in «Studi di letteratura ispano-americana», I [1967], pp. 41-57; ivi, p. 44).
50. Lore Terracini, Il grado zero della diffusione, cit., p. 183.
51. M. León Portilla, op. cit., pp. 142-143.
52. Lore Terracini, Un contrasto di lingue in due diverse prospettive, cit., p. 834.
53. Ibidem.

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