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Le perversioni degli artisti Il prezzo della loro grandezza

29 giugno

L’amoralità, anzi l’anti-moralità (ma non


necessariamente l’anti-eticità) della perversione è un ottimo propellente per la creazione
artistica. E può esserlo in due modi: o come valvola di sfogo da cui espellere le scorie per
disintossicarsi, vale a dire come deiezione del negativo che favorisce l’assimilazione e la
diffusione presso il pubblico del positivo, oppure, con procedure molto più contorte e sofferte,
come il dare dignità di arte proprio a ciò che la società rifiuta e demonizza.

Daniele Abbiati per “il Giornale” 

Insomma, c’è il perverso ma Fanciullino Giovanni Pascoli, accreditato fra l’altro di amori
incestuosi con la sorella Ida, e c’è il perverso e maudit Paul Verlaine, accreditato di mille vizi
a fronte di un’unica grande virtù: l’arte poetica.

Sul sottile e scivoloso crinale di questa dicotomia passeggia il Dossier di Magazine Littéraire
del maggio scorso dedicato appunto a «Les pervers», fra psicologia, filosofia, letteratura e
cinema. Mathieu Larnaudie si sofferma ad esempio sulla lettura fatta da Georges Bataille
dell’opera di Jean Genet, evidenziando come sia stato l’insigne antropologo, non lo scrittore
maledetto, a dire che la letteratura esige una «ipermorale».

Andando dunque un passo (e che passo) oltre il buon Thomas Macaulay, lo storico e politico
inglese il quale affermava: «Forse nessuno può essere poeta, e nemmeno apprezzare la poesia,
senza una certa perversione della mente». Mentre Stéphanie Hochet vede in William
Shakespeare il campione mondiale di tutti i tempi della perversione in senso strettamente
freudiano, dalla gelosia di Otello intesa come godimento nel soffrire e nel far soffrire fino alla
maschera annichilente di Iago che sibila: «Io non sono ciò che sono».

Per non parlare di Macbeth e di Riccardo III, sovrani ma sudditi di una perversa follia. E
Simon Leibovitz-Grzeszczak sottolinea come in Fëdor Dostoevskij tutti, i colpevoli e gli
innocenti, gli Smerdjakov e i Myškin, agiscano sul palcoscenico di una farsa perversa. Farsa
che degenera nel dramma in Lolita e in Risata nel buio. «Socrate è stato condannato perché
corrompeva i giovani. Nabokov vuole pervertire i lettori», afferma Stéphane Legrand,
leggendo in parallelo la vicenda di Humbert Humbert e di Dolores Haze con quella di Edgar
Allan Poe e di Annabel Lee.

Se sul grande schermo la summa della perversione omicida senza apparente scopo è racchiusa
nell’anima nera del clown Pennywise, protagonista di It, il capolavoro di Stephen King,
principale responsabile della coulrofobia, la paura dei pagliacci, insorta nei ragazzini degli
anni ’80 e ’90, la più tragica delle eroine schiave della propria aberrazione è La pianista
impersonata da Isabelle Huppert nel film di Michael Haneke. Il quale, intervistato dal
Magazine Littéraire, lancia un messaggio inquietante ma purtroppo condivisibile, visti i tempi
che corrono: «Chiunque di noi è capace di tutto».

E a chiudere il percorso circolare che parte dalla perversione, gira in tondo sulle spalle
dell’arte come i nani sulle spalle dei giganti, per dirla con Bernardo di Chartres, e torna al
Male per eccellenza è il Carlos Wieder di Roberto Bolaño in Stella distante. Wieder è infatti
un esteta assassino. Più esteta o più assassino? Forse dare una risposta a questa domanda
sarebbe, da parte nostra, un esercizio di sottile perversione.

Ma che cosa c’è di più perverso, oggi, che curiosare dal buco della serratura del web per
scovare le altrui perversioni? Che cosa c’è di più triste che rendere virale la storia del
quindicenne nicaraguense «affetto», diciamo così, da gallinofilia? Alexander snobba le
ragazzine e si accoppia soltanto con le chiocce del suo villaggio.

«Strano ma vero» o strano ma verosimile? In ogni caso la sua vita ne resterà segnata per
sempre. Poiché, per tornare ai big della cultura dai quali siamo partiti, se «la calunnia è un
venticello», come canta Basilio nel Barbiere di Siviglia, la perversione, che più e meglio della
calunnia si diffonde, può assumere l’aerea consistenza di una… tonitruante scoreggia.

Per informazioni, rivolgersi a Vite segrete dei grandi scrittori di Robert Schnakenberg
(Electa, 2014), dove, nel capitolo dedicato a James Joyce, si spiega che l’autore dell’Ulisse era
affascinato dalle emissioni gassose posteriori della moglie Nora, nemmeno fossero il canto
delle sirene. Sarà per questo che la prosa dell’irlandese risulta a molti piuttosto… stantia? E
che dire di Mark Twain, il quale si impegnò in prima persona nel pestilenziale passatempo
durante un incontro in Inghilterra nientemeno che con la regina Vittoria?

C’è poco da ridere. E c’è poco da fare gli schizzinosi, trattando delle umane (sub-umane?)
deviazioni dei grandi. È il prezzo da pagare alla loro grandezza. La frase di Macaulay citata
sopra è un’amara ma grande verità, se pensiamo all’esasperato onanismo di Franz Kafka,
stimolato dalle immagini di Der Amethyst, una rivista porno ante litteram, alla sodomia
praticata da Leonardo da Vinci e da Niccolò Machiavelli, all’insaziabile fame (a detta
dell’attore colombiano Carlos Lozano) che Salvador Dalí aveva di «carne fresca» di
giovincelli, alla necrofilia di Caravaggio, a Lord Byron collezionista di peli pubici, alla
conclamata pedofilia di Lewis Carroll.

Certo, a volte le sentenze dei posteri oltre che ardue sono anche strampalate. Come quella di
Barbara Reynolds riportata in Vite segrete dei grandi scrittori italiani di Tommaso Guaita e
Lorenzo Di Giovanni (ancora Electa, 2015), secondo la quale le illuminazioni di Dante
Alighieri erano della stessa natura di quelle di William Burroughs: generate da cannabis e
mescalina o roba simile, che riteniamo difficile da reperire in Italia fra XIII e XIV secolo…
Per non incorrere nella perversione della calunnia conviene volare basso e affidarsi alla
saggezza di Seneca: «È perverso tutto ciò che è troppo».