Sei sulla pagina 1di 3

INTERVISTA CON OLGA CONSUELO VELEZ

“Il processo di pace in Colombia è urgente e speriamo di non perdere questa occasione storica di
portarlo a termine. Ma non sarà facile, perché la guerra muove enormi quantità di denaro, di cui si
avvantaggiano alcuni settori dell’establishment, e soprattutto è necessaria un'autentica
riconciliazione coi gruppi armati. Di fatto altre esperienze di inserimento dei movimenti guerriglieri
nella vita civile sono stati fatti fallire attraverso l'assassinio dei combattenti che avevano deposto le
armi, come avvenuto negli anni '80 con lo sterminio di molti dirigenti dell’Unione patriottica
(partito nato per permettere ai guerriglieri amnistiati di svolgere attività politica legalmente dopo il
cessate-il-fuoco firmato nel 1984 tra le Forze armate rivoluzionarie della Colombia e il governo del
presidente Belisario Betancour - ndr) e oggi con la persecuzione del sindaco di Bogotà, Gustavo
Petro, cui è stato praticamente impedito di governare e su cui pendono provvedimenti disciplinari
per il suo passato guerrigliero e le sue idee differenti da quelle dei gruppi politici ed economici
dominanti”.
Parte dall'attualità più stringente, cioè dai negoziati che all'Avana potrebbero porre fine a una guerra
civile che dura da oltre mezzo secolo, l'intervista con Olga Consuelo Velez, docente di Teologia
sistematica alla Pontificia Università Saveriana (Puj) di Bogotà, retta dai gesuiti. In questo processo
di pace, secondo la teologa, “la Chiesa cattolica colombiana, che pure si era mossa bene in altri
momenti, è rimasta finora piuttosto assente, quasi fosse un po' succube dei timori e delle diffidenze
presenti tra la gente. Invece dovrebbe appoggiare in modo molto più deciso la soluzione politica del
conflitto e le trattative in corso. Nella gerarchia e nel popolo di Dio c'è qualcuno che continua a
scommettere sulla guerra, ma il Vangelo chiede di promuovere la pace e di rinunciare alla violenza”.
Velez è soprattutto un'esponente di spicco di quella teologia femminista latinoamericana che oggi
costituisce il filone di riflessione cristiana forse più vivace nel continente. Subito, quindi, la
conversazione si sposta sui temi legati alla donna.
In America latina sono ormai 30 anni che la teologia riflette sulla donna e a partire dalle
donne. Qual è, a suo parere, il contributo specifico della teologia femminista latinoamericana?
Credo sia il collegare la necessità della liberazione delle donne alla realtà socioeconomica che
vivono, perché il femminismo di altre parti del mondo aveva già denunciato l’oppressione
femminile, ma soprattutto a livello culturale. In America latina si è meglio esplicitato che questa
oppressione è anche socioeconomica.
Quali sono le sfide e quali i temi che dovrà approfondire in futuro?
Questa riflessione coinvolge ancora circoli ristretti, mentre deve arrivare fino “all'ultimo confine
della terra” e questo è un compito tutt'altro che esaurito. Nel mio paese per la prima volta una donna
è stata nominata colonnello dell'esercito, vicerettrice nella mia Facoltà, ecc. quindi festeggiamo
ancora molte “prime volte” in cui una donna occupa un ruolo di rilievo nella società. Finché non
sarà normale, perché saranno molte, il lavoro continua.
Anche in futuro, poi, la teologia femminista latinoamericana non potrà dimenticare che sono le
donne più povere a subire una maggiore discriminazione, ma dovrà aprirsi ad altri temi
importantissimi come la presenza femminile nelle istituzioni ecclesiali, il dialogo ecumenico e
interreligioso, il problema ambientale (ecofemminismo).
E infine resta aperta sempre la ricerca su come parlare della donna, dove enfatizzare la differenza di
genere e dove l'uguaglianza. Bisogna lavorare affinché si realizzino cambiamenti, ma ciò richiede
una volontà politica che per ora manca. Perciò serve soprattutto continuare a collegare forze per
dare potere alle classi sociali con meno possibilità a tutti i livelli...
… ma in questo dov'è la specificità della teologia?
Io credo che la religione svolga un ruolo determinante nella formazione delle persone e dei popoli.
Perciò mi sembra ancora importante una rilettura della tradizione cristiana, in cui si riscatti la
dignità della donna, il dare potere alle donne emerga come scelta evangelica e sia possibile un
nuovo modo di rapportarsi tra maschi e femmine. In questo sono determinanti l'immagine che
abbiamo di Dio, della Santissima Vergine (almeno per noi cattolici), dei santi e delle sante, nonché
la nostra visione della cristologia, dell'ecclesiologia, della dogmatica, dell'escatologia, ecc. Che
dicono alla donna e all'uomo? Ogni tema teologico credo meriti un'interpretazione in cui la
differenza di genere sia esplicitata, in cui venga messa in luce la visione di uomo e di donna sottesa,
in modo da riscattarla o diventare coscienti del fatto che è stata resa invisibile.
Siamo di fronte a un nuovo paradigma per la teologia latinoamericana?
Il termine “paradigma”, che deriva dalle scienze, va inteso in senso ampio. Si tratta dell'insieme di
esperienze, comprensioni, giudizi e valori che costituiscono l'orizzonte di ogni persona, il suo
contesto specifico e il modo in cui esso ne condiziona la lettura della realtà e le scelte fondamentali.
Qualunque dato nuovo si inserisce nel paradigma esistente senza traumi oppure ne provoca una
crisi, obbligando a ridefinirlo o a cercarne uno nuovo. Ma restare nel vecchio paradigma o entrare in
uno nuovo dipende dall'importanza più o meno dirimente attribuita dalla persona al nuovo dato.
In America latina il paradigma “liberatore” a mio parere resta valido per parlare dei soggetti
emergenti o del problema ambientale, ma il tema della donna, o meglio la sua nuova situazione
nella società e nella Chiesa, comincia ad assumere tale rilevanza da divenire il fondamento di una
nuova lettura della realtà. Quindi suscita una sensibilità, una comprensione, giudizi e valori che
probabilmente non stanno del tutto nel paradigma liberatore.
Questo significa sostituire i poveri con le donne quale punto di partenza per leggere la realtà?
Bisogna smettere di delegare alle donne i problemi delle donne, perché riguardano anche gli
uomini. Quindi il vissuto femminile deve essere incorporato nella riflessione di qualunque teologo e
di qualunque teologa, in questo senso costituendo un paradigma, in quanto causa che non si può
trascurare. Questo non vuol dire rivendicare che gli altri soggetti siano resi invisibili, ma che
l'esperienza della donna sia resa esplicita. Perciò serve molta sensibilità verso esempi, commenti,
posizioni esistenziali e azioni politiche che la tengano davvero presente. Non basta il rispetto verso
chi lavora per questo, ma ognuno e ognuna deve incorporarla nel proprio modo di affrontare i temi.
Ciò significa auspicare una riflessione in cui la categoria fondamentale sia il genere?
Sì. Credo che in questo momento ciò rimanga necessario. Invece rischiamo che, siccome la donna
sembra essere più protagonista e si è inserita in alcuni spazi che prima le erano preclusi, appaia
ormai superfluo parlarne. È un pericolo che coinvolge le stesse donne. Invece resta una causa su cui
investire.
In America latina si sta approfondendo teologicamente anche il tema della mascolinità?
Sì, ed è normale, perché se la donna assume una nuova posizione, bisogna ripensare la figura del
maschio, in modo che permette la costruzione di una relazione fatta di maggiore uguaglianza,
reciprocità, condivisione. A questo lavora, per esempio, nella mia Facoltà, Hemberg Dario Garcia
Garzon, che partecipa al nostro gruppo di ricerca su “Teologia e genere”. In realtà queste riflessioni
di genere, maschile e femminile, dovrebbero avere maggiore spazio, ma questa prospettiva e questi
temi non sono ancora davvero incorporati nella riflessione teologica.
La teologia femminista dovrebbe approfondire anche il tema della violenza intrafamiliare?
Certo, perché, almeno in America latina, gli stereotipi culturali sono ancora molto forti e la violenza
di genere continua, tanto quella fisica quanto quella presente nelle concezioni di famiglia e nella
distribuzione di ruoli che vi soggiacciono. E ciò avviene proprio mentre la donna diventa
protagonista in molti ambiti pubblici, per cui donne che sono leader di gruppi o movimenti vivono
poi situazioni familiari disastrose.
Che significa sviluppare una riflessione teologica sulla violenza intrafamiliare?
È urgente che anche la teologia affronti questa tema tante volte ignorato pensando che il maschio è
il capo della famiglia e la donna doveva “sopportare” tale violenza per salvare la famiglia. Oggi
questo non è più accettato, ma è strettamente legato agli stereotipi patriarcali della società. Perciò è
importante che la teologia aiuti a costruire una visione più integrale dell'uomo e della donna, in cui
nessuno eserciti violenza né sia chiamato a soffrire in silenzio per motivi religiosi, ma i due si
impegnino a rispettare la dignità del partner e a vivere relazioni sane, equilibrate, che permettano lo
sviluppo integrale di entrambi.
Da qualche anno temi come la legalizzazione dell'aborto o il riconoscimento delle unioni
omosessuali sono al centro del dibattito pubblico in America latina. La Chiesa si oppone a
queste nuove leggi, ma non sembra riuscire a impedirne il varo. Deve rendere più efficace la
propria mobilitazione o ripensare le posizioni che sostiene?
La Chiesa deve consolidare la propria vocazione di annunciare buone notizie all'umanità, offrire una
testimonianza di vita che attragga e smuova, per cui non impiegare forze nel contrapporsi, ma nel
proporre, nel vivere, nell'entusiasmare, nell'annunciare. Mi pare che si sprechino molte energie nel
cercare di frenare uno tsunami, mentre si potrebbero creare subito spazi per quanti vogliano
scommettere su un amore per sempre, su una cura della vita in ogni senso, e offrire misericordia,
accoglienza, comprensione a quanti la vita fa camminare su altre strade in cui pure trovano felicità.
La missione essenziale della Chiesa consiste nell'annuncio del Signore Gesù, che ha accolto,
perdonato, compreso e introdotto novità per favorire la liberazione dei cuori degli essere umani.
Che si attende dal nuovo papa Francesco?
I primi 100 giorni del suo pontificato sono stati contraddistinti da gesti portatori di grande speranza.
Ora spero si trasformino in “fatti” che modifichino aspetti strutturali e realizzino cambiamenti di
fondo. Questo mi sembra più difficile, però io gli chiederei che vada avanti su questa linea di
austerità, testimonianza di povertà materiale e rinuncia agli onori del mondo, ma affronti anche le
sfide attuali aprendo più esplicitamente la Chiesa a temi come la donna, l’economia, il dialogo
interreligioso. Mi auguro che sia capace di guidare la Chiesa più in direzione della profezia e della
testimonianza che assecondando la volontà di conservare poteri e privilegi sociali.