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INTERVISTA A P.

EDILBERTO SENA
“Sono un caboclo (meticcio di portoghese, indigeno e nero – ndr.), figlio dell'Amazzonia e
discepolo della Teologia della liberazione”. Si presenta così p. Edilberto Sena, parroco
sessantanovenne della periferia di Santarem, coordinatore generale della diocesana Radio Rural,
che raggiunge un milione di ascoltatori, e membro del Fronte in difesa dell'Amazzonia. Da questa
prospettiva egli racconta il “lato oscuro” del modello socioeconomico che sta facendo del Brasile
una potenza emergente, “ma a scapito dei popoli e delle ricchezze dell’Amazzonia”. Il suo impegno
sociale, in particolare contro l’espansione della coltivazione della soia nella regione da parte della
transnazionale statunitense Cargill, gli è valso anche alcune minacce di morte.
L'Amazzonia è da anni al centro dell'attenzione internazionale per la deforestazione.
L'Amazzonia oggi è terreno di scontro tra il capitale internazionale, che vuole appropriarsi delle sue
risorse, e quanti perseguono uno sviluppo umano per la regione.
Nell'ultimo decennio, con l'aumento del prezzo della soia sul mercato internazionale, il Brasile, che
era il secondo produttore mondiale, ha puntato a fare dell'Amazzonia una zona di grande
coltivazione, nonostante questa sia un bioma forestale, non adatto all'agricoltura intensiva. I
produttori del Mato Grosso e del Rio Grande do Sul l'hanno letteralmente invasa, attratti anche dal
modernissimo porto, costruito illegalmente tra il 2000 e il 2003 dalla Cargill a Santarem, per far
partire la produzione cerealicola del Nordest verso Europa e Cina. Per tre anni ci siamo battuti
contro questo “mostro”, appoggiati pure dal Ministero pubblico federale, ma la giustizia brasiliana è
corrotta, per cui l'impresa ha potuto portarlo a termine. Così, tra il 2001 e il 2010, la produzione di
soia, l'allevamento di bestiame, le industrie minerarie e del legname hanno distrutto 120.000
chilometri quadrati di foresta, circa il 16% di tutta l'Amazzonia! E la deforestazione continua perché
a comandare è sempre il mercato, cui interessano le commodities (materie prime – ndr.).
Può spiegare meglio?
Oggi l'Amazzonia ha cinque grandi nemici. Prima di tutto gli allevatori, che abbattono gli alberi per
disporre di pascoli per il proprio bestiame (204 milioni di capi in tutto il paese). Poi gli industriali
del legname, che hanno già distrutto Thailandia e Malesia, e ora si rivolgono al Brasile,
impiantando un'enorme numero di segherie; l'80% del legname esportato esce dallo Stato del Parà
illegalmente, senza che l'Istituto brasiliano dell'ambiente (Ibama) riesca a controllare questo
traffico. Il terzo nemico sono le compagnie minerarie (come la brasiliana Vale do Rio Doce, la
statunitense Alcoa, le inglesi Rio Tinto e Serabi Gold), perché l'Amazzonia ha grandi riserve di
bauxite, oro, manganese, uranio, fosfati, ecc., minerali di cui il Primo mondo è carente. Il quarto è
l'agrobusiness, che disbosca per piantare soia, trascurando il fatto che senza la coltre vegetale, il
sottile e povero suolo amazzonico in breve si desertifica, dopo che la produzione ha richiesto un
grande uso di pesticidi, inquinando le stesse falde idriche. E il quinto nemico è il governo
brasiliano, che permette tutto questo.
In che modo?
Ho lottato per 20 anni affinché diventasse presidente della Repubblica, ma Lula è stato una
delusione e Dilma Rousseff di diverso ha solo lo stile più rigido. Il governo brasiliano è sottomesso
alla Iniziativa di integrazione regionale sudamericana (Iirsa), approvata nel 2000 dal presidente
Fernando Henrique Cardoso e dagli altri capi di Stato dell'area, ma concepita dal Banco
interamericano di sviluppo, che rappresenta il capitale internazionale. L'Iirsa progetta di aprire due
corridoi tra Atlantico e Pacifico con linee elettriche, di autobus, ferrovia, idrovia e
telecomunicazioni per facilitare il trasporto dei prodotti dell'America del sud, e soprattutto del
Brasile, verso il Pacifico (Cina, India, Giappone, Indonesia) e verso l'Atlantico (Europa, America
del Nord e Russia). In applicazione dell'Iirsa, Lula ha varato il Piano di accelerazione della crescita
(Pac), che prevedeva investimenti per 504 miliardi di reais in infrastrutture, e Rousseff parla di un
“Pac 2”. Col Pac il Brasile è assoggettato alle grandi imprese che costruiscono le infrastrutture e a
quelle minerarie, agroindustriali, ecc. che ne usufruiranno; al contempo svolge un ruolo
subimperialista in Sudamerica, grazie ai finanziamenti che il Banco nazionale di sviluppo
economico e sociale (Bandes) destina a grandi opere in Bolivia, Paraguay e Perù, le quali
beneficiano imprese brasiliane. Basti l'esempio della diga idroelettrica di Cachuela Esperanza, sul
Rio Beni (tratto boliviano del Rio Madeira), finanziata dal Brasile per produrre energia da vendere
al nostro paese.
La costruzione di impianti idroelettrici sta suscitando forti controversie.
Il governo vuole costruire una sessantina di dighe in Amazzonia, di cui 10 grandi subito (2 sul Rio
Madeira, 1 sullo Xingu, 2 sul Tele Pires e 5 sul Rio Tapajos), che non beneficeranno la nostra gente,
cui bastano gli 8 mila megawatt prodotti dalla centrale idroelettrica di Tucurui, nei pressi di Belem,
che è la seconda del Brasile. La popolazione avrebbe invece bisogno di migliori servizi scolastici,
sanitari, fognari, ecc., ma il governo risponde alle esigenze delle grandi imprese del sud del paese o
straniere. Così Santo Antonio e Jirau vengono costruite sul Rio Madeira, che è un braccio del Rio
delle Amazzoni, parallelo al Rio Tapajos, sul quale saranno edificate quindici idroelettriche. A sua
volta il Rio Tapajos nasce dal Juruena, su cui il governo ha annunciato la costruzione di un'ottantina
di piccole centrali, e dal Tele Pires, su cui ne dovrebbero sorgere cinque. Il Rio Tapajos è lungo, ma
poco profondo, e le dighe avranno un pesante impatto ambientale, economico, culturale e sociale,
inondando vaste estensioni di foresta. Solo la prima, a São Luiz do Tapajos, sarà alta 36 metri e
formerà un lago di 732 chilometri quadrati, sommergendo almeno 10.000 ettari del Parco nazionale
dell'Amazzonia, che secondo la Costituzione sarebbe intoccabile, oltre ad altre riserve naturali. In
gennaio il governo ha ristretto per decreto queste zone protette, in modo che il loro allagamento non
risulti illegale. Questo è banditismo puro!
Il progetto che fa più discutere è però quello della centrale idroelettrica di Belo Monte, sul
fiume Xingu, che dovrebbe diventare la terza più grande del mondo.
È quello più devastante, ma tutte le dighe amazzoniche hanno effetti disastrosi perché l'Amazzonia
è praticamente pianeggiante e l'impatto riguarda sia l'ecosistema sia le popolazioni che vi vivono. I
costruttori, col loro economicismo, credono che dare a chi vive sui fiumi un appartamentino in città
significhi offrire una vita migliore. Ma non capiscono che cosa sia una cultura che si nutre di acqua
e foresta! Belo Monte ha suscitato forti reazioni contrarie, anche nell'Organizzazione degli Stati
americani (Oea), la cui Commissione interamericana dei diritti umani ha chiesto la sospensione dei
lavori, ma Brasilia ha gridato all'attacco contro la sovranità nazionale Poi l'Oea ha fatto marcia
indietro, ma ora il progetto è stato criticato dalla Commissione per i diritti umani dell'Onu. Tuttavia
il governo ignora ogni obiezione, perché le grandi imprese vogliono queste centrali. Io spero che la
reazione internazionale e nazionale possa fermare l'esecutivo, anche se l'Ibama ha concesso le
autorizzazioni alle ditte costruttrici pur riconoscendo che non hanno rispettato le condizioni
considerate necessarie dalla legge per ottenere la licenza.
La popolazione contrasta questi progetti?
Ci sono molte difficoltà. Prima di tutto chi vive nel sud del Brasile guarda l’Amazzonia come un
Eldorado in cui ci sono ricchezze da saccheggiare, ma ignora che vi vivono 25 milioni di persone
(come in Argentina). Sa che ci sono indios, ma non che munduruku, kayapò, macuxi, yanomani,
ecc. sono popoli diversi, ciascuno col proprio territorio e la propria lingua. In secondo luogo, in
Brasile l'80 per cento della popolazione è povera e 50 milioni di persone vivono in miseria, sono
preoccupati di mangiare e avere un lavoro, non hanno tempo di pensare alle conseguenze di questi
grandi progetti, che vengono inoltre propagandati come fonti di occupazione e ricchezza per tutti. Il
10 per cento dei brasiliani che è ricco vuole arricchirsi ulteriormente. Un po’ di coscienza si può
trovare solo nel restante 10 per cento.
E nel caso specifico del Rio Tapajos?
Per opporci attivamente abbiamo creato l'Alleanza Tapajos Vivo, che riunisce 25 sindacati,
associazioni, gruppi, ecc. ma è ancora molto fragile. A Santarem esiste il Fronte in difesa
dell'Amazzonia, che, insieme alle Pastorali sociali della Chiesa cattolica, critica le dighe, anche
attraverso Radio Rural. Poi ci sono altri gruppi sparsi nella regione. Stiamo cercando di
sensibilizzare la società civile su che cosa succederà se permettiamo la costruzione di queste
centrali. Abbiamo distribuito 10.000 copie di un opuscolo, che ha avuto eco anche a livello
nazionale. E le due Campagne della fraternità, dedicate nel 2007 e 2011 all'Amazzonia dalla
Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (Cnbb), hanno creato maggiore consapevolezza. Ora
puntiamo a formare gruppi di resistenza, sul modello della lotta contro Belo Monte, che è molto più
organizzata e ha un grande appoggio nazionale e internazionale. D'altro canto dopo l'autorizzazione
per la costruzione di Belo Monte sono previste quelle sul Tele Pires e poi quelle sul Rio Tapajos. Mi
sono riunito più volte con le comunità indigene e quando si rendono conto che perderanno il fiume
e la foresta si indignano, ma essendo poveri sono anche facilmente comprabili.
Il suo lavoro è condiviso a livello ecclesiale?
Il vescovo di Santarem, dom Esmeraldo Barreto de Farias, di cui a novembre è stato annunciato il
trasferimento come arcivescovo a Porto Velho, comprende i problemi dell'Amazzonia e, seppur coi
limiti del suo ruolo istituzionale, appoggia il nostro lavoro, ma molti preti, soprattutto quelli più
giovani, non hanno questa sensibilità. In prima linea nel sostenere la lotta degli indios per difendere
l'Amazzonia sono invece dom Moacyr Grechi, arcivescovo emerito di Porto Velho, dom Roque
Paloschi di Roraima, dom Erwin Krautler dello Xingu e il nuovo vescovo di Itaituba, dom Wilmar
Santin. La gerarchia in Amazzonia è sensibile a questi problemi, ma la maggioranza dei preti non si
schiera, per disinformazione più che per scelta ideologica, mentre per i laici vale quello detto in
generale per la popolazione brasiliana. I protestanti non si occupano di questi argomenti, anche
perché nella nostra regione ci sono molte Chiese evangeliche fondamentaliste e legate alla Teologia
della prosperità; c'è comunque qualche eccezione, come la coordinatrice dell'Alleanza Tapajos Vivo
a Itaituba, che appartiene alla Chiesa avventista del settimo giorno. Peccato, perché se le Chiese si
unissero nella difesa dell'Amazzonia avremmo una grande forza!
Quando ha ricevuto minacce di morte?
Nel 2006 ho ricevuto il Premio diritti umani dell'Ordine degli avvocati del Brasile e in un'intervista
mi hanno chiesto se non avessi paura di morire, visto che suor Dorothy Stang, prima insignita con
questa onorificenza, era stata uccisa da pochi mesi. “Certo, perché voglio vivere fino a 95 anni”, ho
cercato di sdrammatizzare, “ma non posso tacere. Devo affrontare il rischio perché la giustizia di
Dio deve accadere. Naturalmente, se venissi informato che mi verrà teso un agguato in un luogo,
passerei per un'altra strada”. Sei mesi dopo in una conversazione su internet tra due giovani, il figlio
di un produttore di soia e quello di un giornalista radiofonico di destra, uno ha detto all'altro che per
“mantenere la pace a Santarem dobbiamo eliminare due religiosi, p. José Boing e p. Edilberto
Sena”. Un amico ha visto lo scambio di messaggi su Orkut, l'ha stampato e mi ha informato. Mi
sono preso un bello spavento, ma poi la solidarietà è stata così grande che l'allarme è rientrato e le
minacce non si sono più ripetute. Certo c'è gente che non mi sopporta e un gruppo di mogli di
produttori di soia si erano rivolte già allora al vescovo, dom Lino Vombommel, dicendo che si
sentivano disprezzate da me e dalla radio; egli aveva quindi pensato di rimuovermi, ma le minacce
lo avevano costretto a confermarmi il suo appoggio anche pubblicamente.