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Nell’articolo Lo sfruttamento della vita in Dante, Juan Varela-Portas de Orduña

pretende spiegare in che modo lo sfruttamento all’interno del processo di produzione-


lavoro può condizionare ideologicamente Dante e la sua opera. Questo testo è diviso in
quattro parti.

Nella prima parte ci racconta che nelle ultime decade ci sono più studi sui materiale che
Dante utilizza per costruire le sue opere e che sono di una qualità molto buona.

Nell’opera di Dante si mescolano elementi letterarie, filosofici, politici, ecc. Però non si
ha indagato molto sulla socio-politica e questo è importante per capire l’opera
dell’autore giacché Dante vive in una epoca di cambiamento ideologico e di crisi.

L’opera di Dante nasce allo stesso tempo che le prime esperienze psicosociale di tipo
capitalista nelle città italiane. Ci sono tre elementi fondamentali che costituiscono il
seme del modo di produzione capitalista: la conversione del denaro in capitale,
l’apparizione della forma-merce e il risultato di queste due, lo sfruttamento all’interno
del processo lavorativo. Questi elementi si mostrano nelle opere di Dante. Lo
sfruttamento all’interno del processo di produzione-lavoro è il capitalismo che si
produce soprattutto nella manifattura del testile nella seconda metà del Duecento nelle
città italiane specialmente a Firenze e a Siena. La cosa più importante a ritenere è che
quello che esce del processo produttivo non è più una cosa ma una merce. Quindi la
persona diventa una merce e deve vendersi come tale nel mercato. la conversione
dell’essere umano in forma-merce produce due i processi ideologici incoscienti. Il
primo è l’identificazione dell’identità con un’individualità che uno deve vendere nel
processo lavorativo e il secondo è la dissociazione dell’identità individuale in un
versante privato come l’intimità, l’anima, la coscienza, ecc. – e un versante pubblico. In
Dante c’è una distinzione chiara tra l’io pubblico e l’io privato.

Nella seconda parte ci parla della prima parte della canzone Poscia ch’Amor che
funziona a modo di guida per interpretare i segni della leggiadria che si deve trovare
unita alla virtù.

Tuttavia i segni sociali della leggiadria possono essere ingannevoli, e per questo che
questa canzone è chiamata come «la canzone dell’apparenza» perché cerca di mettere in
rilievo l’inganno su cui si sostengono le apparenze sociali. Quindi, la leggiadria è vera
se sta collegata alla virtù, se no parliamo di false apparenze. Dante parla dello

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scialacquatore come una persona che fa ostentazione della sua ricchezza per guadagnare
un prestigio. Inoltre, Dante percepisce il mondo mercantile come un mondo che viene a
meno e l’uomo diventa una merce in vendita.

Nel terzo punto ci racconta il cambiamento sofferto da Dante, quando è passato di


essere rentier a essere un “freelance” in stato di precarietà (inverno 1332). Devi vendersi
come merce nel mercato dei non saggi.

I esiliati si aiutavano tra loro ma ha un certo punto Dante rompe il legame con i
compagni della parte bianca. In quel momento, Dante sente la povertà come qualcosa
che condiziona la sua rappresentazione sociale e quindi la capacità de vendersi nel
mercato.

C’è un processo di desacralizzazione della povertà che passa da essere considerata un


elemento naturale dell’ordine universale ad essere associata alla prima esperienza
dell’uomo-merce. La povertà impedisce che questi poveri producano felicità ed elogi
pubblici.

Fra l’ambito privato e l’ambito pubblico si stabilisce una breccia. La povertà resta
vincolata al valore sociale individuale come vita-merce. In questo modo appaiono nei
testi “sintomi” sociali della povertà.

Infine, nel quarto punto si spiega come l’esperienza della povertà viene vissuta come
una crisi di rappresentazione personale nel mondo pubblico, collegata al proprio ruolo
di uomo-merce. Dunque, l’esperienza della povertà diventa crisi di rappresentazione
pubblica. Nel mondo mercantile tutto si gioca nel mondo delle immagine.

L’immagine o rappresentazione sociale poco a poco si va staccando dalla veracità


materiale, e diventando autonoma rispetto alla «buona operazione» originaria che l’ha
partorita. Questa immagine si carica così di un plusvalore che fa che l’individuo si
trasformi in merce. Perciò è necessario proiettare una buona immagine di sé.

Il problema consiste nell’introdurre il giudizio nel falso mondo delle cose e degli
uomini diventati merci, o ricchezze, considerati quindi solamente in funzione del loro
«valore» sociale-mercantile e non del loro «valore» nell’insieme del cosmo, dell’ordine
bello universale.

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le merci e gli uomini-merce sono sempre brutti, perché la bellezza solo si acquisisce
all’interno dell’ordine universale. Se la vera leggiadria è bella, appunto perché in essa il
valore e l’apparenza hanno una corrispondenza perfetta, la bellezza non è possibile nel
disordine mercantile.

Dante si vede immerso in un mondo che rifiuta ma che deve. Solo quando riuscirà a
superare intellettualmente e vitalmente la sua condizione di uomo-merce, sarà in grado
di ritrovare la sua rotta personale per il gran mare dell’essere.