Sei sulla pagina 1di 134

Joanne Harris

Chocolat

Garzanti
Traduzione dall'inglese
di Laura Grandi/Grandi & Associati

Titolo originale dell'opera:


Chocolat

Frogspawn Ltd. 1998

ISBN 88-11-68023-9

Garzanti Editore s.p.a., 1998


1998, 1999, 2001, 2005, Garzanti Libri s.p.a., Milano
Printed in Italy

www.garzantilibri.it
In memoria della mia bisnonna Marie-André Sorin (1892-1968)

11 FEBBRAIO - MARTEDÌ GRASSO

Siamo arrivate con il vento del carnevale. Un vento tiepido per febbraio, carico degli odori caldi delle
frittelle sfrigolanti, delle salsicce e delle cialde friabili e dolci cotte alla piastra proprio sul bordo della
strada, con i coriandoli che scivolano simili a nevischio da colletti e polsini e finiscono sul marciapiedi
come inutile antidoto contro l'inverno. C'è un'eccitazione febbrile nella folla disposta lungo la stretta via
principale, i colli che si allungano per vedere il carro fasciato di carta crespata, con i suoi nastri
svolazzanti e le coccarde di cartoncino.
Anouk guarda, gli occhi spalancati, un palloncino giallo in una mano e una trombetta nell'altra, tra
un cesto per la spesa e un triste cane marrone. Abbiamo visto altri carnevali, io e lei: una processione di
duecentocinquanta carri decorati a Parigi, il martedì grasso dell'anno scorso, centottanta carri a New
York, due dozzine di bande che marciavano a Vienna, clown sui trampoli, le Grosses Têtes con le loro
teste ciondolanti di cartapesta, le majorettes con i bastoni che roteano e sfavillano. Ma a sei anni il
mondo ha ancora una luce speciale. Un carro di legno, decorato alla buona con oro, crespo e scene dalle
favole. Una testa di drago su uno scudo, Raperonzolo con una parrucca di lana, una sirenetta con la
coda di cellophane, una casetta di pan di zenzero, tutta glassa e cartone dorato, una strega sulla porta
che sventola le stravaganti unghie verdi di fronte a un gruppo di bambini silenziosi... A sei anni si
possono scorgere dei particolari che già un anno dopo vanno al di là delle nostre capacità. Dietro la
cartapesta, la glassa, la plastica, lei riesce ancora a vedere la vera strega, la vera magia. Alza lo sguardo
verso di me, gli occhi sono brillanti, dello stesso azzurro-verde della Terra vista dallo spazio.
«Ci fermiamo? Ci fermiamo qui?». Devo ricordarle di parlare francese. «Allora? Ci fermiamo?». Mi si
aggrappa alla manica. I suoi capelli sono un groviglio di zucchero filato nel vento.
Ci penso. È un posto come un altro. Lansquenet-sous-Tannes, al massimo duecento anime, non più
di un puntino sulla superstrada tra Toulouse e Bordeaux. Sbatti le palpebre ed è già passato. Una strada
principale, una doppia fila di case dai colori spenti e dal tetto spiovente che si appoggiano una all'altra
come a serbare un segreto, poche traverse che corrono parallele come i rebbi di una forchetta piegata.
Una chiesa, intonacata di un bianco aggressivo, in una piazza di negozietti. Fattorie sparse in una landa
guardinga. Frutteti, vigneti, strisce di terra cintate e schierate secondo la rigorosa discriminazione
dell'agricoltura: qui mele, là kiwi, meloni, indivie sotto gli involucri di plastica nera, vigne
apparentemente appassite e morte nel debole sole di febbraio, ma in attesa della trionfale resurrezione
di marzo... Là dietro scorre la Tannes, piccolo affluente della Garonne, che si fa strada tra pascoli
paludosi.
E la gente? Assomiglia molto a tutta quella che abbiamo conosciuto: un po' pallida forse, nell'insolita
luce solare, un po' trasandata. I foulard e i berretti sono dello stesso colore dei capelli che ricoprono:
marroni, neri o grigi. I volti sono segnati come le mele dell'estate scorsa, gli occhi infossati nella pelle
rugosa come bilie in un vecchio impasto. Alcuni bambini, bandiere spiegate rosse, verde limone e gialle,
sembrano di un'altra razza. Mentre il carro avanza pesantemente lungo la strada trainato dal vecchio
trattore, una donna robusta con il volto quadrato e malinconico si stringe sulle spalle un cappotto
scozzese e urla qualcosa nel semincomprensibile dialetto locale; sul carro, un Babbo Natale un po'
tozzo, fuori posto tra fate, sirene e gnomi, lancia caramelle alla folla con malcelata aggressività. Un
uomo anziano dai tratti sottili che indossa un cappello di feltro al posto del berretto rotondo tipico di
questa regione, solleva con un educato sguardo di scusa il triste cane marrone che sta fra le mie gambe.
Vedo le sue dita sottili e aggraziate muoversi nel pelo del cane; il cane uggiola; l'espressione del padrone
racchiude allo stesso tempo amore, preoccupazione, senso di colpa. Nessuno ci guarda. Potremmo
anche essere invisibili; i nostri vestiti rivelano che siamo straniere, di passaggio. Sono educati, davvero
ben educati; nessuno ci fissa. La donna, i lunghi capelli infilati nel colletto del cappotto arancio, una
lunga sciarpa di seta che svolazza al collo; la bambina con gli stivali di gomma gialli e un impermeabile
azzurro-cielo. I loro colori le marchiano. I loro colori sono esotici, i loro volti - ma sono troppo pallidi
o troppo scuri? -, i loro capelli le marchiano come altre, straniere, diverse in modo indefinibile. Gli
abitanti di Lansquenet hanno imparato l'arte di osservare senza incrociare i tuoi occhi. Sento il loro
sguardo come un respiro sulla nuca, stranamente privo di ostilità, e tuttavia freddo. Per loro siamo una
curiosità, parte del carnevale, una ventata che viene da terre lontane. Sento i loro occhi su di noi mentre
mi giro a comprare una galette dal venditore ambulante. La carta è calda e unta, la frittella di grano
scuro è croccante agli orli, ma spessa e buona al centro. Ne rompo un pezzetto e lo do ad Anouk,
pulendole il burro sciolto sul mento. Il venditore è un uomo rotondo, stempiato, con occhiali spessi, la
faccia grondante per il vapore che sale dalla piastra calda. Le fa l'occhiolino. Con l'altro occhio cattura
ogni dettaglio, sapendo che più tardi ci saranno domande.
«In vacanza, madame?». L'etichetta del paese lo autorizza a chiedere; dietro all'indifferenza del
commerciante intravvedo una vera voracità. Sapere le cose, qui, vale come moneta sonante; con le
bellezze di Agen e Montauban così vicine, i turisti sono una rarità.
«Per un po'».
«Da Parigi, allora?». Devono essere i nostri vestiti. In questa regione abbagliante la gente è scialba. Il
colore è un lusso; non sta bene portarlo. I fiori colorati sul bordo della strada qui sono erbacce,
invadenti, inutili.
«No, no, non da Parigi».
Il carro è quasi alla fine della strada. Una piccola banda - due pifferi, due trombe, un trombone e un
piccolo tamburo - lo segue, suonando una fiacca marcia non identificabile. Una dozzina di bambini
corre nella sua scia, raccogliendo le caramelle che non sono state raccolte da nessuno. Alcuni sono in
maschera; vedo Cappuccetto Rosso e un tipo peloso che potrebbe essere il lupo che bisticcia
amichevolmente per il possesso di una manciata di stelle filanti.
Una figura in nero li segue. A prima vista la scambio per una maschera della parata - il Dottor
Balanzone, forse - ma quando si avvicina riconosco la sottana antiquata del prete di campagna. È sulla
trentina, anche se da lontano la sua postura rigida lo fa sembrare più vecchio. Si volta verso di me, e
vedo che anche lui è straniero, con gli zigomi alti e gli occhi chiari del nord, e lunghe dita da pianista
posate sulla croce d'argento che gli pende dal collo. Forse è questo che gli dà il diritto di fissarmi, il fatto
che è straniero: ma nei suoi freddi occhi chiari non leggo un benvenuto. Solo lo sguardo felino, che
misura le distanze, di chi non si sente sicuro del proprio territorio. Gli sorrido; guarda altrove,
spaventato; con un cenno chiama i due bambini verso di sé. Un gesto indica i rifiuti che ora occupano la
strada; controvoglia i due cominciano a ripulire, raccogliendo le stelle filanti usate e le carte di caramella
fra le braccia e poi dentro a un bidone della spazzatura lì vicino. Mentre mi giro, mi accorgo che il prete
mi fissa di nuovo, uno sguardo che in un altro uomo avrebbe potuto essere di apprezzamento.
Non c'è una stazione di polizia a Lansquenet-sous-Tannes, e quindi non ci sono crimini. Provo a
essere come Anouk, a vedere la verità sotto la maschera, ma per ora tutto è sfuocato.
«Ci fermiamo qui? Allora, maman?». Mi tira il braccio, insistendo.
«Mi piace, mi piace qui. Ci fermiamo?».
La prendo fra le braccia e la bacio sulla testa. Odora di fumo e di frittelle e di lenzuola tiepide in un
mattino d'inverno.
Perché no? È un posto che va bene come un altro.
«Sì, certo», le dico, la bocca fra i suoi capelli. «Certo, ci fermiamo».
Non è proprio una bugia. Questa volta potrebbe anche essere vero.
***
Il carnevale è passato. Una volta all'anno il paese splende di luci passeggere, ma ora il calore è
svanito, la folla dispersa. Gli ambulanti ripongono le piastre e le tende, i bambini abbandonano i loro
costumi e i regali della festa. Domina una lieve aria di imbarazzo, di vergogna per quest'eccesso di
rumore e di colori. Come pioggia di mezza estate, evapora, penetra nella terra crepata e attraverso le
pietre riarse, lasciando a stento una traccia. Due ore dopo, Lansquenet-sous-Tannes è nuovamente
invisibile, come un villaggio incantato che appare solo una volta l'anno. Se non fosse stato per il
carnevale, non ce ne saremmo proprio accorte.
Abbiamo il gas, ma per ora non c'è l'elettricità. La nostra prima sera ho preparato delle frittelle per
Anouk al lume di candela e le abbiamo mangiate vicino al fuoco, usando una vecchia rivista come
piatto, dato che nessuna delle nostre cose può essere recapitata fino a domani. Originariamente il
negozio era una panetteria e reca ancora il fascio di grano del panettiere inciso sopra la piccola porta,
ma il pavimento è coperto da uno spesso strato di polvere farinosa, e quando siamo entrate ci siamo
fatte strada attraverso un cumulo di stampati pubblicitari. L'affitto sembrava ridicolmente basso,
abituate come siamo ai prezzi della città; ma comunque ho notato lo sguardo acuto di sospetto della
donna all'agenzia mentre contavo le banconote. Sul contratto d'affitto sono Vianne Rocher, la firma un
geroglifico che potrebbe voler dire qualunque cosa. A lume di candela abbiamo esplorato il nostro
nuovo territorio; i vecchi forni ancora sorprendentemente in ordine sotto lo strato di grasso e fuliggine,
i muri rivestiti di pannelli di pino, le piastrelle di cotto scurite. Anouk ha ritrovato la vecchia tenda da
sole ripiegata in una stanza sul retro, e l'abbiamo tirata fuori; alcuni ragni sono scappati da sotto la
stoffa scolorita. L'abitazione è sopra il negozio; una stanza da letto e un bagno, un balcone davvero
minuscolo, una fioriera di terracotta con i gerani morti... Quando l'ha vista, Anouk ha fatto il muso
lungo.
«È così buio, maman». Sembrava impaurita, l'espressione di chi non si capacitava dello stato di
abbandono. «E l'odore è così triste».
Ha ragione. L'odore è come luce del giorno intrappolata per anni fino a diventare acida e rancida, sa
di sterco di topo e di fantasmi di cose cadute nell'oblio e mai compiante. Rimbomba come una grotta, e
quel po' di calore della nostra presenza serve solo ad accentuare ogni ombra. La vernice, la luce del sole
e l'acqua insaponata ci sbarazzeranno del sudiciume, ma la tristezza è un'altra cosa, l'eco malinconica di
una casa dove nessuno ha riso per anni... Il volto di Anouk era pallido e gli occhi ingranditi alla luce
della candela, la mano stretta alla mia.
«Dobbiamo dormire qui?», ha domandato. «A Pantoufle non piace. Ha paura».
Ho sorriso e l'ho baciata sulla guancia dorata e seria.
«Pantoufle ci aiuterà».
Abbiamo acceso una candela per ogni stanza, oro, rossa, bianca e arancione. Preferisco prepararmi
l'incenso da sola, ma in caso di emergenza anche i bastoncini comprati possono servire allo scopo,
lavanda, cedro e citronella. Reggevamo una candela ciascuna, Anouk soffiava nella sua trombetta-
giocattolo, mentre io battevo un cucchiaio di metallo in una vecchia padella, e per dieci minuti abbiamo
pestato i piedi girando in tondo in ogni stanza, gridando e cantando a squarciagola - Fuori! Fuori! Fuori! -
fino a quando i muri non si sono messi a tremare e i fantasmi disturbati non sono scappati, lasciandosi
dietro un debole odore di bruciato e una grande quantità di intonaco caduto. Se guardi dietro la vernice
scurita e crepata, dietro alla tristezza delle cose abbandonate, cominci a vedere fiochi contorni, come
l'ultimo bagliore di un oggetto luccicante tenuto in mano - qui un muro illuminato di vernice dorata, là
una poltrona, un po' sciupata, ma di un vivacissimo colore arancione, la vecchia tenda che
improvvisamente luccica non appena i colori seminascosti riaffiorano dagli strati di sporcizia. Fuori!
Fuori! Fuori! Anouk e Pantoufle pestavano i piedi e cantavano e le pallide immagini si sono fatte più
vivide - uno sgabello rosso vicino al bancone di vinile, una fila di campanelle alla porta d'ingresso.
Ovviamente, so che è solo un gioco. Incantesimi per consolare una bambina spaventata. Ci sarà del
lavoro da fare, lavoro duro, prima che tutto questo diventi realtà. Ma per ora basta sapere che la casa ci
dà il benvenuto, come noi la accettiamo con gioia. Salgemma e pane vicino al gradino d'ingresso per
placare ogni divinità del luogo. Legno di sandalo sul nostro cuscino per addolcire i sogni.
Più tardi Anouk mi ha detto che Pantoufle non era più spaventato, e così questo era sistemato.
Abbiamo dormito insieme vestite sui materassi infarinati nella camera da letto con tutte le candele
accese, e quando ci siamo svegliate era mattina.

12 FEBBRAIO - MERCOLEDÌ DELLE CENERI


In realtà sono state le campane a svegliarci. Non mi ero ben resa conto di quanto fossimo vicine alla
chiesa finché non le ho sentite, un singolo rintocco dal tono basso che dopo la prima nota si stempera
in un carillon vivace dòmmm flà-di-dadì dòmmm. Ho guardato l'orologio. Erano le sei. Una luce grigio-
dorata filtrava sul letto attraverso gli scuri rotti. Mi sono alzata e ho guardato fuori, nella piazza, i
ciottoli umidi luccicavano. Il campanile bianco e squadrato si stagliava nel sole mattutino, svettando da
una conca di buie botteghe: una panetteria, un fiorista, un negozio di arredi per il cimitero, lapidi, angeli
in pietra, rose perenni di smalto... Sopra le vetrine dalle imposte discretamente chiuse, il campanile
bianco è un faro, i numeri romani dell'orologio indicano nel loro rosso splendente le sei e venti per
confondere il diavolo, la Vergine dal suo nido vertiginoso sorveglia la piazza con un'espressione
leggermente nauseata. In cima alla breve guglia gira un segnavento, un uomo con una lunga veste e una
falce - da ovest a nord-ovest, ovest. Dal balcone col geranio morto ho assistito ai primi arrivi alla messa.
Ho riconosciuto la donna con il cappotto scozzese del carnevale; le ho fatto un cenno con la mano, ma
si è affrettata senza rispondere al mio gesto, stringendosi addosso il cappotto come per proteggersi.
Dietro di lei l'uomo dal cappello di feltro con il triste cane marrone al seguito mi ha rivolto un sorriso
incerto. L'ho salutato con voce allegra, ma evidentemente l'etichetta del paese non consentiva questo
genere di familiarità, perché non ha risposto, affrettandosi a sua volta in chiesa e portandosi dietro il
cane.
Nessuno si era degnato di guardare verso la mia finestra, nonostante avessi contato più di sessanta
teste - foulard, berretti, cappelli calati contro un vento invisibile - ma sono riuscita a sentire la loro
indifferenza, studiata e curiosa. Dovevano riflettere su questioni importanti, dicevano quelle spalle
ricurve e quelle teste chinate. I piedi strascicati con indolenza sui ciottoli come fanno i bambini che
vanno a scuola. Questo ha smesso di fumare oggi, lo sapevo; quell'altro pensa alla sua visita settimanale
al café, l'altra rinuncerà al piatto preferito. Naturalmente, non sono fatti miei. Ma in quell'istante ho
pensato che se c'era un posto che aveva davvero bisogno di un po' di magia... Le vecchie abitudini non
si perdono mai. E se in passato vi siete occupati di esaudire desideri, l'impulso non vi abbandona mai
completamente. E poi il vento, il vento di carnevale soffiava ancora, portando con sé l'odore indefinito
di fritto, di zucchero filato e di polvere da sparo, l'odore caldo e pungente delle stagioni che cambiano,
che fa prudere le mani e battere più forte il cuore... Per una volta, dunque, ci fermiamo. Per una volta.
Finché il vento non girerà.
***
Abbiamo comprato la vernice allo spaccio, e anche pennelli, rulli, sapone e secchielli. Abbiamo
cominciato a lavorare dal piano superiore verso il basso, staccando le tende e i finimenti rotti,
ammassandoli sulla pila che stava crescendo nel piccolo giardino sul retro, insaponando i pavimenti,
creando delle onde come in una mareggiata giù per la scala stretta e scura, così che durante il lavoro, ci
siamo ritrovate tutte e due più volte completamente inzuppate. Lo spazzolone di Anouk è diventato un
sottomarino, il mio una corazzata che lanciava rumorosi siluri di sapone che correvano giù per le scale
verso l'ingresso. Nel bel mezzo di tutto questo, ho sentito il suono stonato del campanello della porta e
ho guardato in su, verso l'alta figura del prete, il sapone in una mano, la spazzola nell'altra.
Mi ero chiesta quanto ci avrebbe messo ad arrivare.
Ci ha scrutato a lungo, sorridendo. Un sorriso misurato, possessivo e benevolente: il signore del
castello dà il benvenuto agli ospiti inopportuni. Percepivo il suo imbarazzo per la mia tuta da lavoro
sporca e inzuppata, per i capelli raccolti in un fazzoletto rosso, per i piedi nudi nei sandali gocciolanti.
«Buongiorno». C'era un rivolo di acqua schiumosa che si stava facendo strada verso la sua scarpa
nera lustrata alla perfezione. Ho visto i suoi occhi muoversi di scatto verso il rivolo e poi di nuovo verso
di me.
«Francis Reynaud», ha detto, spostandosi lievemente di lato. «Curé della parrocchia». A questa
affermazione sono scoppiata a ridere; non ho potuto farne a meno.
«Ah, è così», ho detto maliziosamente. «Pensavo che facesse parte del corteo di carnevale».
Una risata educata: eh, eh, eh.
Ho teso un guanto di plastica gialla.
«Vianne Rocher. E il bombardiere lì dietro è mia figlia Anouk».
Rumori di esplosioni di sapone, di Anouk che litiga con Pantoufle sulle scale. Sentivo che il prete
aspettava notizie sul signor Rocher. È molto più comodo avere tutto scritto su un pezzo di carta, tutto
ufficiale ed evitare questa chiacchierata sgradevole, caotica...
«Immagino che sia stata molto occupata questa mattina».
Improvvisamente mi ha fatto pena, ce la stava mettendo tutta, si sforzava di trovare un punto di
contatto. Di nuovo quel sorriso forzato.
«Sì, dobbiamo davvero cercare di sistemare questo posto al più presto. Ci vorrà tempo! Ma
comunque non saremmo venute in chiesa questa mattina, Monsieur le Curé. Sa, non siamo praticanti».
Voleva essere una frase gentile, per fargli capire la nostra posizione, per rassicurarlo; ma è sembrato
sbigottito, quasi offeso.
«Capisco».
Era stato troppo diretto. Avrebbe preferito che il balletto continuasse ancora un po', che ci girassimo
intorno come gatti diffidenti.
«Ma è molto gentile da parte sua darci il benvenuto», ho proseguito con tono brillante. «Potrebbe
anche aiutarci a fare amicizia con qualcuno di qui».
In effetti noto che assomiglia un po' a un gatto: occhi chiari e freddi che non sostengono mai lo
sguardo, una circospezione irrequieta, studiata, che tiene le distanze.
«Farò tutto quello che posso». Ora che sa che non faremo parte del suo gregge è indifferente. Ma la
sua coscienza lo spinge a offrire più di quanto vorrebbe dare. «Ha in mente qualcosa?».
«Be', qui avremmo bisogno di una mano», ho risposto. «Non lei, va da sé», mi sono affrettata a
precisare mentre cominciava a rispondere. «Ma forse conosce qualcuno che sarebbe contento di
guadagnare un piccolo extra. Uno stuccatore, qualcuno che potrebbe aiutarci a dipingere?».
Questo era di certo un terreno sicuro.
«Non mi viene in mente nessuno». È più guardingo di chiunque abbia mai incontrato. «Ma chiederò
in giro». Forse lo farà. Conosce i suoi doveri nei confronti dei nuovi arrivati. Ma so che non troverà
nessuno. Non è il tipo che faccia favori per niente. I suoi occhi si sono voltati con cautela verso il
mucchietto di pane e sale presso la porta.
«Porta fortuna». Gli ho sorriso, ma il suo viso era di pietra. Ha scansato il piccolo obolo come se la
cosa lo offendesse.
«Maman?». La testa di Anouk è apparsa nel vano della porta, i capelli ritti in ciocche pazze.
«Pantoufle vuole uscire a giocare.
Possiamo?».
Ho fatto segno di sì.
«State in giardino». Le ho pulito uno sbaffo di sporco sul naso.
«Sembri proprio un porcospino». L'ho vista lanciare un'occhiata al prete e ho fatto appena in tempo
a bloccare la sua buffa espressione.
«Anouk, questo è Monsieur Reynaud. Perché non gli dici buongiorno?».
«Ciao!», ha urlato Anouk andando verso la porta. «Arrivederci!».
L'immagine sfocata del golf giallo e dei pantaloni rossi era già sparita, facendo scivolare rapidamente
i piedi sulle piastrelle unte.
Sono stata quasi certa, e non era la prima volta, di vedere Pantoufle che scompariva dietro di lei, una
macchia più scura contro lo scuro dell'architrave.
«Ha solo sei anni», ho detto a mo' di spiegazione.
Reynaud ha fatto un sorriso a labbra strette, acido, come se quella prima occhiata a mia figlia avesse
confermato tutti i suoi sospetti su di me.

GIOVEDÌ - 13 FEBBRAIO
Grazie a Dio è finita. Le visite mi stremano. Non mi riferisco a te, mon père, ovvio. La visita che ti
faccio ogni settimana è un lusso, si può ben dire l'unico che ho. Spero che i fiori ti piacciano. Non
sembrano un gran che, ma hanno un profumo meraviglioso. Li metto qua, vicino alla tua sedia, così
puoi vederli. Da qui c'è una bella vista sui campi, con la Tannes in secondo piano e la Garonne che
luccica in lontananza. Si potrebbe quasi pensare che siamo soli. Oh, non mi sto lamentando. No
davvero. Ma tu sai benissimo come è pesante da sopportare per un uomo. Le loro piccole
preoccupazioni, le insoddisfazioni, la loro stupidità, le miriadi di problemi banali... Martedì c'è stato il
carnevale. Si poteva scambiarli per selvaggi, ballavano e urlavano. Il figlio minore di Louis Perrin,
Claude, mi ha sparato con una pistola ad acqua, e che cosa credi che abbia detto suo padre se non che
era un ragazzino e che voleva giocare un po'? Quello che voglio è solo guidarli un po', mon père, per
liberarli dai loro peccati. Però mi combattono in ogni occasione, come bambini che rifiutano il cibo
sano per continuare a mangiare quello che li fa star male. So che capisci. Per cinquant'anni hai retto
tutto questo sulle tue spalle, con pazienza e con forza. Ti sei conquistato il loro amore. I tempi sono
cambiati così tanto? Qui sono temuto, rispettato... ma amato, questo no. I loro volti sono astiosi, pieni
di risentimento. Ieri se ne sono andati dalla funzione con la cenere sulla fronte e un'aria di sollievo
colpevole. Andati verso le loro debolezze segrete, i loro vizi solitari. Ma non capiscono? Il Signore vede
tutto. Io vedo tutto. Paul-Marie Muscat picchia sua moglie. Fa penitenza con dieci Ave alla settimana in
confessionale e se ne va per ricominciare esattamente allo stesso modo. Sua moglie ruba. La settimana
scorsa è andata al mercato e ha rubato della bigiotteria dalla bancarella di un ambulante. Guillaume
Duplessis vuole sapere se gli animali hanno un'anima, e piagnucola quando gli rispondo di no. Charlotte
Edouard pensa che suo marito abbia un'amante - io so che ne ha tre, ma il confessionale mi obbliga a
tacere. Sono proprio dei bambini! Le loro domande mi lacerano e mi fanno vacillare. Ma non posso
permettermi di mostrare la mia debolezza. Le pecore non sono le creature docili e graziose dell'idillio
pastorale. Qualsiasi contadino te lo può confermare. Sono vigliacche, a volte cattive, patologicamente
stupide. Un pastore indulgente può trovare il suo gregge ribelle e insolente. Io non posso permettermi
di essere indulgente. Ecco perché, una volta la settimana, mi permetto quest'unica debolezza. La tua
bocca, mon père, è sigillata proprio come quella del confessionale. Le tue orecchie sono sempre aperte, il
tuo cuore sempre gentile. Per un'ora posso posare il mio fardello. Posso essere fallibile.
Abbiamo una nuova parrocchiana. Una certa Vianne Rocher, una vedova, credo, con una bambina
piccola. Ti ricordi la panetteria del vecchio Blaireau? Sono quattro anni da quando è morto, e da allora
la casa ha cominciato ad andare in rovina. Be', l'ha presa in affitto, e spera di riaprirla per la fine della
settimana. Non credo durerà. C'è già la panetteria di Poitou sull'altro lato della piazza, e poi non si
ambienterà mai. Una donna abbastanza gradevole, ma che non ha niente in comune con noi. Dalle
tempo due mesi e ritornerà alla sua città. È buffo, ma non ho capito da dove venga. Parigi, immagino, o
addirittura da oltreconfine. Il suo accento è perfetto, quasi troppo per essere una francese, e si mangia le
vocali come quelli del nord, anche se gli occhi la fanno sembrare di origine italiana o portoghese, e la
pelle... In realtà non l'ho vista bene. Ha lavorato nella panetteria tutta la giornata di ieri e anche oggi. C'è
un foglio di plastica arancione che ricopre la vetrina e ogni tanto lei o la sua bambinetta selvatica
compaiono per rovesciare un secchio d'acqua sporca nel canale di scolo o per parlare animatamente con
uno degli operai. Ha una sorprendente facilità nel trovare aiutanti. Anche se le avevo offerto di
assisterla, dubitavo che sarebbe riuscita a trovare molti compaesani disponibili. Eppure questa mattina
presto ho visto Clairmont che portava un carico di legna, e poi Pourceau con le sue scale a pioli. Poitou
ha mandato qualche mobile: l'ho visto trasportare una poltrona attraverso la piazza con l'aria furtiva di
chi non vuole farsi vedere. Persino quella malalingua bisbetica di Narcisse, che si era nettamente
rifiutato di venire a vangare al cimitero il novembre scorso, è andato da lei con gli attrezzi per sistemarle
il giardino. Questa mattina, verso le otto e quaranta, di fronte al negozio è arrivato un furgoncino.
Duplessis, che stava facendo passeggiare il cane alla solita ora, passava proprio in quel momento, e lei
l'ha chiamato perché la aiutasse a scaricare. Ho visto che era colpito dalla richiesta - per un attimo sono
stato quasi certo che avrebbe rifiutato - aveva una mano semisollevata verso il cappello. Lei allora ha
detto qualcosa non sono riuscito a capire che cosa - e ho sentito la sua risata risuonare attraverso
l'acciottolato. Ride molto e agita le braccia con movimenti strani, ridicoli. Suppongo che anche questo
sia un vezzo cittadino. Siamo abituati a una maggiore riservatezza da parte di chi ci sta intorno, ma
credo che abbia buone intenzioni. Aveva un fazzoletto lilla annodato alla zingaresca intorno alla testa,
ma la massa dei capelli le usciva da sotto, ed erano striati di vernice bianca. Non sembrava che le
importasse molto. Più tardi Duplessis non è riuscito a ricordarsi che cosa gli avesse detto, ma ha
raccontato con il suo solito modo diffidente che la merce che le era stata consegnata non era niente di
speciale, solo qualche scatola, piccola ma abbastanza pesante, e qualche cassetta contenente utensili da
cucina. Non ha chiesto che cosa ci fosse nelle scatole, anche se, di qualunque cosa si tratti, dubita che
un'attrezzatura così piccola possa servire granché in una panetteria.
Non credere, mon père, che abbia trascorso l'intera giornata a osservare la panetteria. Solo che è
praticamente di fronte a casa mia - quella che, prima di tutto questo, è stata tua, mon père.
Nell'ultimo giorno e mezzo c'è stato solo il picchiare del martello, e la verniciatura e l'imbiancatura e
la lavatura e alla fine, mio malgrado, non ho potuto fare a meno di essere curioso e vedere il risultato. In
questo non sono il solo; ho sentito di sfuggita Madame Clairmont che spettegolava boriosa sul lavoro
di suo marito con un gruppo di amiche davanti al negozio di Poitou: è corsa voce di persiane rosse prima
che mi notassero e abbassassero il tono a un lieve mormorio. Come se mi importasse. Il nuovo arrivo,
se non altro, ha sicuramente procurato nuova linfa ai pettegolezzi. Ho notato che la vetrina coperta
d'arancione cattura lo sguardo nei momenti più strani. Sembra una grossa caramella che aspetta di
essere scartata, come un avanzo del carnevale. C'è qualcosa che disturba in quel colore sgargiante e nel
modo in cui il drappeggio di plastica attira i raggi del sole. Sarò contento quando il lavoro sarà finito e
quel posto tornerà a essere una panetteria.
L'infermiera cerca di attirare il mio sguardo. Pensa che ti faccia stancare. Come fai a sopportarle, con
le loro voci forti e quei modi da asilo d'infanzia? Credo che sia l'ora del nostro riposino. La sua malizia è
stonata, insopportabile. Ma i tuoi occhi mi dicono che lei vuole essere gentile. Perdonali, perché non sanno
quello che fanno. Io non sono gentile. Vengo qui a trovare un po' di sollievo per me stesso, non per te.
Eppure mi va di pensare che le mie visite ti facciano piacere, che ti tengano in contatto con i contorni
spigolosi di un mondo che è diventato molle e senza volto. Televisione per un'ora alla sera, ti girano
cinque volte al giorno, il cibo attraverso un tubo. Parlare di te come se tu fossi un oggetto - Può sentirci?
Pensa che capisca? - le tue opinioni non sono richieste, non sono contemplate... Non poter fare nulla, però
sentire, pensare... Questo è il vero inferno, spogliato del suo sfarzo medievale. Questa perdita di
contatto. Però mi rivolgo a te perché tu mi insegni a comunicare. Perché mi insegni la speranza.

VENERDÌ 14 FEBBRAIO - SAN VALENTINO


L'uomo del cane si chiama Guillaume. Ieri mi ha aiutato con il carico che era stato consegnato e
stamattina è stato il mio primo cliente. Aveva con sé il suo cane, Charly, e mi ha salutato con timido
garbo, quasi cerimonioso.
«È bellissimo», mi ha detto guardandosi in giro. «Dev'essere stata alzata l'intera notte per fare tutto
questo».
Ho riso.
«È una grande trasformazione», ha detto Guillaume. «Sa, non so bene perché, ma davo per scontato
che sarebbe stata un'altra panetteria».
«Che cosa? Per rovinare gli affari al povero Monsieur Poitou? Sono sicura che mi ringrazierebbe se
fosse così, con la lombaggine che lo tormenta a quel modo, e la sua povera moglie che è invalida e
dorme così male».
Guillaume si è chinato per stringere il collare a Charly, ma ho visto che gli brillavano gli occhi.
«Vedo che vi siete incontrati», ha detto.
«Sì. Gli ho dato la ricetta della mia tisana da bere prima di dormire».
«Se funziona, avrà un amico per la vita».
«Funziona», l'ho rassicurato. Quindi, allungando le mani sotto al banco, ho preso una piccola scatola
rosa con un fiocco di San Valentino d'argento. «Ecco. Per lei. Il mio primo cliente».
Guillaume era un po' sorpreso.
«Veramente, madame, io...».
«Mi chiami Vianne. E poi insisto». Gli ho messo in mano la scatola.
«Le piaceranno. Sono i suoi preferiti».
A quel punto ha sorriso.
«Come fa a saperlo?», ha chiesto, riponendo con cura la scatola nella tasca del cappotto.
«Oh, so che è così», gli ho detto ammiccando. «So quali sono i preferiti di tutti. Si fidi, questi sono i
suoi».
L'insegna è stata pronta solo verso mezzogiorno. Georges Clairmont è venuto personalmente ad
appenderla, profondendosi in scuse per il ritardo. Gli scuri rossi sono belli contro il nuovo intonaco e
Narcisse, brontolando sommessamente per le gelate tardive, ha portato qualche nuovo geranio dalla sua
serra per le mie fioriere. Li ho fatti andar via entrambi con le scatole di San Valentino e la stessa aria di
piacere confuso. Dopo di loro, tranne che per qualche scolaretto, ho avuto pochi visitatori. È sempre
così quando in un paese così piccolo apre un nuovo negozio; c'è un rigido codice di comportamento
che regola questo genere di situazione e le persone sono riservate, fingono indifferenza anche se dentro
ardono di curiosità. Una vecchia signora si è avventurata dentro, indossava il tradizionale abito nero
della vedova di campagna. Un uomo dai lineamenti scuri e floridi ha comprato tre scatole identiche
senza chiedere cosa contenessero. Poi, per ore, non è venuto nessuno. Era quello che mi aspettavo; la
gente ha bisogno di tempo per adeguarsi ai cambiamenti, e anche se ho notato parecchie occhiate
intense alla mia vetrina, nessuno sembrava aver voglia d'entrare. Oltre l'atteggiamento di indifferenza
sono riuscita comunque a percepire una sorta di fermento, un mormorio di congetture, tendine tirate,
lo sforzo per prendere una decisione. Quando, finalmente, sono venuti è stato tutti insieme; sette o otto
donne, tra cui Caroline Clairmont, la moglie dell'uomo dell'insegna. Una nona, giunta in coda al gruppo,
è rimasta fuori, la faccia che quasi sfiorava la vetrina, e ho riconosciuto la donna con il cappotto
scozzese.
Le donne hanno osservato tutto, ridacchiando come scolarette, incerte e divertite della loro
birichinata di gruppo.
«E li fa tutti da sola?», ha chiesto Cécile, la proprietaria della farmacia sulla via principale.
«Forse non dovrei farlo in Quaresima», ha detto Caroline, una bionda prosperosa con il colletto di
pelliccia.
«Non lo dirò ad anima viva», ho promesso. E poi, osservando la donna con il cappotto scozzese che
fissava ancora la vetrina: «La vostra amica non vuole raggiungerci?».
«Oh, non è con noi», ha risposto Joline Drou, una donna dai lineamenti marcati che lavora alla
scuola locale. Ha dato una rapida occhiata alla donna dal volto squadrato presso la vetrina. «Quella è
Joséphine Muscat». C'era una nota di disprezzo e di pena nella sua voce mentre pronunciava quel nome.
«Dubito che voglia entrare».
Come se avesse sentito, ho visto Joséphine arrossire leggermente e abbassare la testa sull'allacciatura
del cappotto. Teneva una mano posata sullo stomaco, in un gesto strano, protettivo. Vedevo la sua
bocca, sempre piegata all'ingiù, muoversi impercettibilmente, come quando si prega o si bestemmia.
Ho servito le signore - una scatola bianca, un nastro dorato, due sacchetti di carta, una rosa, un
fiocco rosa di San Valentino - tra esclamazioni e risate. Fuori, Joséphine Muscat borbottava e si
dondolava sui piedi e premeva le grandi mani sgraziate sullo stomaco. A un certo punto, proprio
quando stavo servendo l'ultima cliente, ha sollevato la testa in un gesto che sembrava di sfida ed è
entrata. L'ultima ordinazione era abbondante e piuttosto complicata. Madame voleva esattamente
quell'assortimento, in una scatola rotonda, con nastri, fiori e cuori dorati e un biglietto da visita in
bianco - al che le signore hanno alzato gli occhi in estasi maliziosa: hihihihi! così che quasi mi sono persa
la scena. Le mani grandi sono sorprendentemente mobili, ruvide mani veloci arrossate dai lavori
domestici. Una è rimasta posata sulla bocca dello stomaco, l'altra è scorsa rapidamente lungo il fianco
nel gesto pronto a sparare del pistolero, e il pacchetto d'argento con la rosa - contrassegnato dieci
franchi - è passato dallo scaffale alla tasca del suo cappotto.
Bel lavoro.
Ho fatto finta di non accorgermene fino a quando le signore non hanno lasciato il negozio con i
loro pacchi.
Joséphine, rimasta da sola di fronte al banco, ha finto di guardare la merce esposta, ha girato un paio
di scatole con dita nervose e agili. Ho chiuso gli occhi.
I pensieri che mi trasmetteva erano complessi, inquietanti. Una rapida serie di immagini mi ha
attraversato la mente: fumo, una manciata di ninnoli luccicanti, una nocca insanguinata. Ma sotto a tutto
questo una corrente nervosa di paura.
«Madame Muscat, posso aiutarla?». La mia voce era suadente e affabile. «O vuole solo dare
un'occhiata in giro?».
Ha mormorato qualcosa di impercettibile, si è girata come se volesse andarsene.
«Penso di avere qualcosa che le piacerà». Ho cercato sotto il banco e ho estratto un pacchetto
argentato simile a quello che le avevo visto prendere, anche se un po' più grande. Un nastro bianco,
ricamato a fiorellini gialli, affrancava il pacchetto.
Mi ha guardato, la grande bocca che si piegava in una smorfia di panico.
Ho spinto il pacchetto verso di lei attraverso il banco.
«Omaggio della casa, Joséphine», le ho detto gentilmente. «Va bene così. Sono i suoi preferiti».
Joséphine Muscat si è voltata ed è scappata via.
SABATO 15 FEBBRAIO
Lo so che non è il mio solito giorno, mon père. Ma avevo bisogno di parlare. La panetteria ha aperto
ieri. Però non è una panetteria.
Quando mi sono svegliato ieri mattina alle sei, il drappo era stato tolto, la tenda da sole e gli scuri
erano al loro posto e la saracinesca della vetrina alzata. Quella che era una vecchia casa qualsiasi, un po'
trasandata come tutte quelle vicine, è diventata un pacco regalo rosso e oro sullo sfondo di un bianco
sfolgorante.
Gerani rossi nelle cassette ai davanzali. Ghirlande di carta crespata avvolte intorno ai parapetti. E
sopra la porta un'insegna di quercia dipinta a mano in nero:

LA CÉLESTE PRALINE
CHOCOLATERIE ARTISANALE

Ovviamente è ridicolo. Questo genere di negozio potrebbe avere successo a Marsiglia o Bordeaux,
perfino ad Agen dove l'industria turistica cresce ogni anno. Ma a Lansquenet-sous-Tannes? E all'inizio
di Quaresima, tradizionale stagione della penitenza? Sembra una cosa perversa, forse fatta di proposito.
Stamattina ho dato un'occhiata alla vetrina. Su un ripiano di marmo bianco sono allineate moltissime
scatole, pacchetti, sacchetti di carta oro e argento, coccarde, campanelle, fiori, cuori e lunghi riccioli di
nastri multicolori. In campane e piatti di vetro sono disposti cioccolatini, pralines, capezzoli di Venere,
tartufi, mendiants, frutti canditi, nocciole al cioccolato, petali di rosa canditi, violette di zucchero,
conchiglie di cioccolato... Protetti dal sole dalla mezza tenda che li ripara, luccicano scuri, come tesori
inabissati, la grotta di Aladino di dolci tesori. E nel mezzo ha costruito un magnifico centrotavola. Una
casa di pan di zenzero, con i muri di pain d'épices ricoperti di cioccolato, i dettagli ornati di glassa argento
e oro, le tegole del tetto di fiorentini incastonati di frutti caramellati, strani rampicanti di glassa e
cioccolata che crescono sui muri, uccelli di marzapane che cantano sugli alberi di cioccolato... Anche la
strega è di cioccolato, dalla cima del cappello a punta fino all'orlo del lungo mantello, a cavalcioni di un
manico di scopa che in realtà è una gigantesca pastafrolla, il lungo dolce attorcigliato che penzola dai
banchi dei venditori ambulanti nei giorni di carnevale... Dalla mia finestra posso vedere la sua, come
quando si fa l'occhiolino ammiccando, da cospiratori.
Caroline Clairmont ha rotto il suo voto quaresimale a causa di quel negozio e di quello che vende.
Me l'ha detto ieri in confessionale, con quella vocetta ansimante da ragazzina che diventa così fasulla
con le sue promesse di pentimento.
«Oh, mon père, mi sento così male se ci penso! Ma cosa avrei potuto fare con quella donna così
fascinosa e così gentile? Davvero, non ci avevo neppure pensato e poi è stato troppo tardi... Anche
perché se c'è qualcuno che proprio dovrebbe smetterla con il cioccolato... Intendo dire, con i fianchi
che mi si sono gonfiati come palloni in questi ultimi anni...».
«Due Ave». Dio, quella donna. Attraverso la grata sento i suoi occhi affamati, adoranti. Finge dolore
alla mia rudezza.
«Certo, mon père».
«E si ricordi perché digiuniamo in Quaresima. Non per vanità. Non per far colpo sugli amici. Non
per poter indossare i vestiti costosi la prossima estate». Sono brutale di proposito. È quello che vuole.
«Sì, sono vanitosa, vero?». Un singhiozzo sommesso, una lacrima, asciugata delicatamente con
l'angolo del fazzoletto di batista. «Solo una donna ambiziosa e sciocca».
«Si ricordi di Nostro Signore. Il suo sacrificio. La sua umiltà».
Sento il suo profumo, una nota fiorita, qualcosa di troppo forte in questa oscurità appartata. Mi
domando se la tentazione sia questa. Se è così, io sono di pietra.
«Quattro Ave».
È una forma di disperazione. Corrode l'anima, la consuma pezzo dopo pezzo, come una cattedrale
che nel corso degli anni viene levigata dall'erosione della polvere trasportata dall'aria e dai granelli di
sabbia. Sento che intacca i miei buoni propositi, la mia pace, la mia fede. Dovrei volerli guidare
attraverso le tribolazioni, attraverso la desolazione. Invece c'è questo. Questa languida processione di
bugiardi, imbroglioni, ingordi. Gente patetica che si autoinganna. La battaglia tra bene e male ridotta a
una donna grassa che sta di fronte a un negozio di cioccolato, chiedendosi: Entro? Non entro?
penosamente indecisa. Il Diavolo è un vigliacco: non mostra il suo volto. È inconsistente, si rompe in
un milione di pezzi che si fanno strada attraverso il sangue, verso l'anima, in modo perverso.
Tu e io siamo nati troppo tardi, mon père. Il mondo severo e pulito del Vecchio Testamento mi
richiama. Avevamo capito allora qual era la nostra posizione. Satana si aggirava fra di noi in carne e
ossa. Abbiamo preso delle decisioni difficili; abbiamo sacrificato i nostri figli in nome del Signore.
Amavamo Dio, ancor di più lo temevamo.
Non pensare che io biasimi Vianne Rocher. In realtà non penso quasi a lei. È solo uno degli influssi
contro cui devo lottare ogni giorno. Ma il pensiero di quel negozio con la sua tenda carnevalesca, una
strizzatina d'occhio contro la penitenza, contro la fede... Quando distolgo lo sguardo dall'ingresso per
ricevere i fedeli, capto un movimento che viene da lì. Assaggiami. Provami. Gustami. Nella pausa tra i versi
di un canto sento il clacson del furgoncino delle consegne che si ferma davanti al negozio. Durante la
predica - la predica, mon père! - mi fermo lasciando la frase a metà, perché mi sembra di sentire il fruscio
della carta dei dolci...
Questa mattina ho predicato con maggiore severità del solito, anche se l'assemblea dei fedeli era
poco numerosa. Domani gliela farò pagare. Domani, domenica, quando i negozi sono chiusi.

SABATO 15 FEBBRAIO
Oggi la scuola è finita prima. Alle dodici la strada era piena di cowboy e di indiani in giacche a vento
colorate e jeans che trascinavano la borsa dei libri - i più grandi aspiravano sigarette proibite, il colletto
rialzato e un occhio apparentemente disinteressato rivolto alle vetrine sfiorate passando. Ho notato un
ragazzo che camminava da solo, davvero a modo, con il soprabito grigio e un berretto, la cartella
perfettamente in squadra con le spalle strette. Ha fissato a lungo la vetrina della Céleste Praline, ma il
riflesso della luce sul vetro era tale che non sono riuscita a cogliere la sua espressione. Poi, un gruppo di
quattro bambini dell'età di Anouk si è fermato fuori dal negozio, e lui ha proseguito. Due nasi si sono
incollati per un momento contro la vetrina, poi i bambini si sono avvicinati in un grappolo mentre
svuotavano le tasche e univano le forze. Un momento di esitazione mentre decidevano chi mandare
dentro. Ho fatto finta di essere occupata con qualcosa dietro il banco.
«Madame?». Una faccetta sporca si sporgeva osservandomi sospettosamente. Ho riconosciuto il lupo
della parata di Martedì Grasso.
«Vediamo, so che sei un tipo appassionato di croccante di arachidi». Sono rimasta seria, comprare
dolci è un affare serio. «Non costa tanto, è facile da dividere, non si scioglie in tasca e puoi prenderne»,
ho fatto un gesto con le mani aperte. «Almeno tanto così per cinque franchi. Giusto?».
Non c'è stato un sorriso di risposta, ma un cenno, come fra un uomo d'affari e un altro. La moneta
era tiepida e un po' appiccicosa. Ha preso il pacchetto con cautela.
«Mi piace la casetta di pan di zenzero», ha detto serio. «Quella in vetrina». All'entrata gli altri tre
hanno annuito timidamente, stringendosi come per darsi coraggio. «È fortissima». La parola è stata
pronunciata con una certa circospezione, come il fumo aspirato da una sigaretta nascosta. Ho sorriso.
«Davvero fortissima», ho detto mostrandomi d'accordo. «Se vuoi, tu e i tuoi amici potete venire qui e
aiutarmi a mangiarla quando smonto la vetrina».
Gli occhi si sono sgranati.
«Forte!».
«Fortissima!».
«Quando?».
Ho alzato le spalle.
«Dirò a Anouk di avvisarvi», gli ho risposto. «È la mia bambina».
«Lo sappiamo. L'abbiamo vista. Non va a scuola». Quest'ultima frase è stata mormorata con un po'
di invidia.
«Ci andrà lunedì. È un peccato che non abbia ancora degli amici, le ho detto che avrebbe potuto
invitarli. Sapete, per aiutarmi con la vetrina».
Un frullio di piedi, poi le mani appiccicose si sono tese, spintonando e spingendo per essere il primo
della fila.
«Noi possiamo...».
«Io posso...».
«Mi chiamo Jeannot...».
«Claudine...».
«Lucie...».
Li ho fatti uscire con un topo di zucchero a testa e li ho guardati mentre si sparpagliavano nella
piazza come semi di soffioni al vento. Un raggio di sole li ha colpiti alle spalle a uno a uno mentre
correvano - rosso-arancio-blu - e poi sono scomparsi. Ho visto il prete, Francis Reynaud, che dall'arco
scuro di Saint Jérôme li osservava con un moto di curiosità e, ho pensato, di disapprovazione. Ho
provato un momento di sorpresa. Perché avrebbe dovuto disapprovare? Dopo la sua visita di dovere il
primo giorno, non era più venuto a trovarci, anche se avevo sentito parlare spesso di lui da altra gente.
Guillaume ne parla con rispetto, Narcisse con foga, Caroline con quella malizia che, intuisco, esibisce
quando parla di tutti gli uomini sotto ai cinquanta. C'è poco calore nelle loro parole. Vengo a sapere che
non è uno di qui. Un seminarista di Parigi, tutto il suo sapere gli viene dai libri - non conosce la zona, i
suoi bisogni, le sue richieste. Questo l'ho saputo da Narcisse che, da quando si è rifiutato di andare a
Messa durante il periodo della mietitura, ha un attrito costante con il prete. Un uomo che non sopporta
gli sciocchi, dice Guillaume con quel suo pizzico di humour dietro gli occhialini rotondi, il che significa
molti di noi, con le nostre abitudini piccole e sciocche e il nostro inesorabile trantran. Mentre lo dice
accarezza affettuosamente la testa di Charly, e il cane emette un unico, solenne abbaio.
«Lui pensa che sia idiota essere così affezionati a un cane», ha detto mestamente Guillaume. «È
troppo ben educato per esprimersi così, ma pensa che sia fuori luogo. Un uomo della mia età...». Prima
della pensione Guillaume era maestro alla scuola locale. Adesso ci sono solo due insegnanti che se la
vedono con numeri in calo costante, anche se molta della gente meno giovane chiama ancora
Guillaume le maître d'école. Lo guardo mentre gratta teneramente Charly dietro le orecchie, e mi sembra
proprio di riconoscere la tristezza che avevo visto in lui al carnevale: un'occhiata furtiva che è quasi
colpevole.
«A qualsiasi età un uomo può scegliere gli amici dove gli pare», l'ho interrotto con una certa foga.
«Forse, anche lo stesso Monsieur le Curé avrebbe da imparare qualcosa da Charly». Ancora quel mezzo
sorriso, dolce e triste.
«Monsieur le Curé prova a fare del suo meglio», mi ha detto gentilmente. «Non dobbiamo pretendere
di più».
Non ho risposto. Una verità che si impara presto nel mio mestiere è che l'arte di dare è senza limiti.
Guillaume ha lasciato La Praline con un sacchetto di fiorentini in tasca: prima che avesse svoltato
l'Avenue des Francs Bourgeois l'ho visto chinarsi per darne uno al cane. Una carezza, un abbaio, la corta
coda mozza che si dimena. Come ho detto, certa gente, se vuole dare, non ha bisogno di pensarci su.
***
Il paese adesso mi sembra meno strano. Anche i suoi abitanti. Comincio a conoscere le facce, i nomi;
i primi fili nascosti di storie che si intrecciano a formare il cordone che alla fine ci legherà. È un posto
più complicato di quanto la geografia mostri a prima vista, la Rue Principale che si biforca in un ramo di
vie laterali che hanno la forma di una mano - Avenue des Poètes, Rue des Francs Bourgeois, Ruelle des Frères de
la Révolution - uno degli urbanisti deve aver avuto una vena decisamente repubblicana. La stessa piazza,
Place Saint-Jérôme, è al vertice di queste dita aperte, con la chiesa che si innalza bianca e orgogliosa in una
cornice di tigli, e il riquadro rosso di terra battuta dove, nelle belle serate, i vecchi giocano a bocce.
Dietro la chiesa, la collina scende a precipizio verso quella zona di strade strette che viene chiamata Les
Marauds. Questo è il piccolo bassofondo di Lansquenet, case in legno e muratura una vicina all'altra, che
degradano sui ciottoli irregolari verso la Tannes. Ma anche lì c'è un po' di spazio prima che le case
facciano posto alla palude; alcune sono costruite proprio sul fiume, su piattaforme di legno marcio, a
dozzine fiancheggiano la banchina in pietra, dall'acqua stagnante lunghe strisce di umidità si allungano
fino alle piccole finestre più alte. In una città come Agen Les Marauds, così pittoreschi e cadenti,
richiamerebbero i turisti. Ma qui non ci sono turisti. Ai Marauds abitano gli spazzini che vivono di
quello che riescono a ricavare dal fiume. Molte delle loro case vanno a pezzi; nei muri crepati crescono i
sambuchi. A pranzo ho chiuso La Praline per due ore e sono scesa con Anouk a passeggiare verso il
fiume. Un paio di bambini ossuti immersi nel fango verde sulla riva; anche in febbraio c'è un puzzo
dolciastro di acqua stagnante e di marcio. Faceva freddo ma c'era il sole, e Anouk indossava il cappotto
e il cappello di lana rossa, e scorrazzava tra i sassi urlando a Pantoufle che la rincorreva. Sono così
abituata alla presenza di Pantoufle - così come a tutto il bizzarro serraglio che lei si porta allegramente
appresso - che certe volte riesco quasi a vederlo con chiarezza, Pantoufle con la sua faccia grigiobaffuta
e i suoi occhi saggi, il mondo che improvvisamente si ravviva come se per uno strano transfert io fossi
diventata Anouk, e vedessi con i suoi occhi, seguendola nei suoi viaggi. Certe volte sento che potrei
morire d'amore per lei, la mia piccola straniera; il cuore si gonfia pericolosamente e così l'unico sollievo
è mettermi a correre anch'io, il cappotto rosso che mi sbatte sulle spalle come un paio d'ali, i capelli
come la scia di una stella cometa nel cielo chiazzato d'azzurro.
Un gatto nero mi ha attraversato la strada e mi sono fermata per danzargli intorno da destra a
sinistra e per cantare il ritornello:

Où va-t-i, mistigrì?
Passe sans faire de mal ici.

Anouk si è unita alla danza e il gatto ha fatto le fusa, rotolandosi nella polvere per farsi accarezzare.
Mi sono chinata e ho visto una vecchietta minuta che mi osservava incuriosita dall'angolo di una casa.
Gonna nera, cappotto nero, capelli grigi avvolti in una treccia che andava a formare un elegante e
complicato chignon. I suoi occhi erano penetranti e neri come quelli di un uccello. Le ho fatto un
cenno.
«Tu sei della chocolaterie», mi ha detto. Malgrado l'età - mi sembrava fosse sugli ottanta o forse più - la
sua voce era sonante, con la forte cadenza tipica del Sud.
«Sì». Le ho detto il mio nome.
«Armande Voizin», ha risposto. «Quella laggiù è casa mia». Ha fatto un cenno verso una delle case
sul lungofiume, una casa in condizioni migliori delle altre, dipinta di fresco e con i gerani rossi alle
fioriere. E con un sorriso che le ha riempito di un milione di rughe il volto di bambolina tondo come
una mela, ha detto: «Ho visto il tuo negozio. Abbastanza carino, te lo garantisco, ma non adatto a tipi
come noi. Troppo elegante». Le sue parole non avevano un tono di rimprovero, ma un fatalismo un po'
sarcastico. «Ho sentito che il nostro M'sieur le Curé ce l'ha già su con te», ha aggiunto maliziosamente.
«Immagino che ritenga che un negozio di cioccolato sia fuori luogo nella sua piazza». Mi ha dato un'altra
di quelle strambe occhiate beffarde. «Lui lo sa che sei una strega?», ha domandato.
Strega, strega. È la parola sbagliata, ma sapevo quello che intendeva dire.
«Che cosa glielo fa pensare?».
«Oh, è ovvio. Non credere di essere l'unica strega da queste parti», e ha riso, come in un concerto di
violini impazziti. «M'sieur le Curé non crede nella magia», ha sentenziato. «A dirti la verità, non sarei tanto
sicura che creda in Dio». C'era una nota di disprezzo indulgente nella sua voce. «Quell'uomo ha molto
da imparare, anche se ha una laurea in teologia. E anche quella stupida di mia figlia. Non ci si laurea in
vita, vero?».
Mi sono dichiarata d'accordo sul fatto che non è possibile, e ho chiesto se conoscessi sua figlia.
«Suppongo di sì. Caro Clairmont. La testa vuota più sciocca di tutta Lansquenet. Parla, parla, parla, e
non c'è un briciolo di senno».
Ha visto il mio sorriso e ha ammiccato allegramente. «Non preoccuparti, cara, alla mia età non c'è
più granché che mi offenda. E lei ha preso da suo padre, sai. Questa è una grande consolazione». Mi ha
guardato ironica. «Non ci sono molti divertimenti da queste parti», ha osservato. «Specialmente se si è
vecchi». Ha fatto una pausa e mi ha scrutato di nuovo. «Ma con la tua presenza penso che ci
divertiremo un po'». La sua mano ha sfiorato la mia come un soffio fresco. Ho cercato di captare i suoi
pensieri, per capire se mi stava prendendo in giro, ma tutto quello che sono riuscita a cogliere erano
spirito e gentilezza.
«È solo un negozio di cioccolata», ho detto con un sorriso.
Armande Voizin ha ridacchiato.
«Credi davvero che io sia nata ieri?», ha osservato.
«Davvero, signora Voizin...».
«Chiamami Armande». Gli occhi neri si sono strizzati, divertiti.
«Mi fa sentire più giovane».
«Va bene. Ma davvero non capisco perché...».
«Conosco il vento che vi ha portate», ha detto Armande intensamente. «L'ho sentito. Martedì
Grasso, giorno di carnevale. Les Marauds sono pieni di gente del carnevale: zingari, spagnoli, ambulanti,
pieds-noirs e indesiderabili. Vi ho riconosciute subito, tu e la tua bambina - e come ti fai chiamare questa
volta?».
«Vianne Rocher». Ho sorriso. «E questa è Anouk».
«Anouk», ha ripetuto Armande dolcemente. «E il piccolo amico grigio - i miei occhi non sono più
buoni come un tempo - che cos'è? Un gatto? Uno scoiattolo?».
Anouk ha scosso la testa ricciuta. «Lui è un coniglio», ha detto con divertito disprezzo. «Si chiama
Pantoufle».
«Ah, un coniglio. Certo», Armande mi ha fatto l'occhiolino con aria furba. «Vedi, io so quale vento vi
ha fatto venire qui. L'ho sentito io stessa una volta o due. Sarò vecchia, ma nessuno mi può ingannare.
Nes-su-no».
Ho annuito.
«Forse è vero», ho detto. «Venga alla Praline uno di questi giorni, so quali sono i preferiti di tutti. Le
regalerò una grande scatola di quelli che le piacciono di più».
Armande ha riso.
«Oh, non ho il permesso di mangiare cioccolata. Caro e quell'idiota del dottore non me lo permettono.
Così come qualsiasi altra cosa mi faccia piacere», ha aggiunto con una smorfia. «Prima il fumo, poi
l'alcol, adesso questo... Dio solo lo sa, se smettessi di respirare forse potrei vivere in eterno». Ha
sbuffato in una risata, ma ne è uscito un suono stanco, e l'ho vista sollevare una mano al petto in un
gesto protettivo e un po' lugubre. «Non è che li biasimi, davvero», ha detto. «È solo il loro modo di fare.
Protezione, da tutto. Dalla vita. Dalla morte». Ha fatto un sorriso che improvvisamente l'ha resa
proprio come una monella, a dispetto delle rughe.
«Potrei venire a trovarti comunque», ha detto. «Se non altro per dar fastidio al Curé».
Ho meditato per un po' su quest'ultima frase dopo che era scomparsa dietro l'angolo della sua casa
verniciata di fresco. Un po' più in là, Anouk lanciava sassi sul terreno fangoso lungo la riva del fiume.
Il Curé. Era come se il suo nome fosse sempre sulla punta della lingua di tutti. Per un momento ho
preso in considerazione Francis Reynaud.
In un posto come Lansquenet a volte succede che una persona - il maestro di scuola, il proprietario
del bar, oppure il prete rappresenti il capro espiatorio della comunità. Che questo individuo sia il nucleo
fondamentale del congegno che fa girare la vita, come il perno centrale del meccanismo di un pendolo,
che mette in moto le ruote per far girare altre ruote, per colpire i martelletti, perché le lancette indichino
l'ora. Se il perno slitta o si rompe, il pendolo si ferma. Lansquenet è come quel pendolo, le lancette
perennemente immobilizzate un minuto prima di mezzanotte, ruote e denti che girano inutilmente
dietro l'innocuo quadrante bianco. Mia madre mi diceva sempre: punta l'ora sbagliata all'orologio della
chiesa per ingannare il diavolo. Ma in questo caso credo che il diavolo non sia stato ingannato.
Neanche per un minuto.

DOMENICA 16 FEBBRAIO
Mia madre era una strega. O meglio, è così che lei diceva di se stessa, indulgendo spesso al gioco di
convincersi di esserlo realmente, tanto che alla fine non c'era modo di distinguere il falso dal vero. In un
certo senso Armande Voizin me la ricorda: gli occhi vivi e furbi, i lunghi capelli che in gioventù devono
essere stati di un nero lucente, quel miscuglio di malinconia e cinismo. Ho imparato da lei quello che mi
ha formata. L'arte di modificare la malasorte in buona fortuna. Fare le corna per cambiare il percorso
della sfortuna. Cucire un sacchetto, preparare le infusioni, la certezza che un ragno porta bene prima di
mezzanotte e dopo mena gramo... Ma soprattutto mi ha trasmesso l'amore per i posti nuovi, lo spirito
vagabondo degli zingari che ci ha portato in tutta Europa e anche più lontano: un anno a Budapest, un
altro a Praga, sei mesi a Roma, quattro ad Atene, e poi attraverso le Alpi fino a Monaco, quindi lungo la
costa: Cannes, Marsiglia, Barcellona... Quando ho compiuto diciotto anni avevo perso il conto delle
città in cui avevamo vissuto, delle lingue che avevamo parlato. E i mestieri erano stati altrettanto
variegati: cameriere, interpreti, meccanici. Qualche volta scappavamo dalla finestra degli alberghetti
dove passavamo la notte, senza pagare il conto. Abbiamo preso treni senza biglietto, falsificato permessi
di lavoro, varcato illegalmente i confini. Siamo state espulse un'infinità di volte. Ben due volte mia
madre è stata arrestata e poi rilasciata senza imputazione. I nostri nomi cambiavano man mano che si
procedeva, seguendo le varianti da una regione all'altra: Yanne, Jeanne, Johanne, Giovanna, Anne,
Anouchka... Eravamo perennemente in fuga come ladre, cambiavamo l'ingombrante zavorra della vita
in franchi, sterline, kroner, dollari mentre scappavamo dove ci portava il vento. Non pensate che abbia
sofferto, la vita in quegli anni è stata una bella avventura. Ci bastavamo l'un l'altra, mia madre e io. Non
ho mai sentito il bisogno di un padre. Avevo un sacco di amici. Qualche volta, però, deve esserle pesata
la mancanza di stabilità, il bisogno di doversi cavare sempre dagli impicci. Eppure, con il passare degli
anni, abbiamo corso sempre più in fretta, fermandoci per un mese, due al massimo, proseguendo poi
come fuggiaschi che fanno a gara con il tramonto. Ci sono voluti anni perché capissi che stavamo
fuggendo dalla morte.
Aveva quarant'anni. È stato il cancro. Lo sapeva da un po', mi ha detto, ma ultimamente... No, non ci
sarebbe stato un ospedale. Niente ospedale, capito? Aveva ancora mesi, anni davanti a sé e voleva
vedere l'America: New York, gli Everglades della Florida... In quel periodo ci spostavamo quasi ogni
giorno, Mamma faceva le carte di notte quando pensava che io stessi dormendo. Ci siamo imbarcate su
una nave a Lisbona, lavoravamo nelle cucine. Si finiva ogni notte alle due o alle tre, e ci alzavamo
all'alba. Ogni notte disponeva le carte, scivolose al tatto per l'usura e per essere state adoperate con
deferenza, al suo fianco sulla cuccetta. Sussurrava i loro nomi fra sé e sé, sprofondando ogni giorno di
più nell'intricata confusione che alla fine l'avrebbe distrutta completamente.
Dieci di spade, morte. Tre di spade, morte. Due di spade, morte. Il Carro. Morte.
Il Carro si è rivelato un taxi di New York, una sera d'agosto mentre andavamo a fare la spesa nelle
strade affollate di Chinatown. In ogni caso era meglio del cancro.

Quando, nove mesi dopo, è nata mia figlia, l'ho chiamata come noi due. Mi sembrava giusto. Suo
padre non l'ha mai conosciuta - né io so esattamente quale fosse, nella ghirlanda di margherite ormai
quasi appassite dei miei incontri fugaci. Non importa. Avrei potuto sbucciare una mela a mezzanotte e
gettare la buccia dietro le spalle per scoprire le sue iniziali, ma non me n'è mai importato abbastanza per
farlo. La troppa zavorra ci frena.
Eppure... Da quando ho lasciato New York, i venti hanno soffiato meno forte, meno spesso? Non
c'è una specie di strazio ogni volta che lasciamo un posto, una sorta di rimpianto? Io penso di sì.
Venticinque anni, e alla fine la primavera si è fatta stanca, proprio come era diventata stanca negli ultimi
anni mia madre. Mi sorprendo a guardare il sole e a chiedermi come sarebbe se lo vedessi sorgere sullo
stesso orizzonte per cinque - o dieci, o venti - anni. Il solo pensiero mi fa venire una strana vertigine, un
sentimento di paura e desiderio. E Anouk, la mia piccola straniera? Ora che sono la madre, vedo in una
luce diversa la coraggiosa avventura che abbiamo vissuto per tanto tempo. Mi vedo com'ero, la
ragazzina bruna dai lunghi capelli spettinati, che indossa abiti scartati dai negozi di seconda mano, che
impara la matematica nel modo più duro, la geografia nel modo più duro: Quanto pane per due franchi?
Fino a dove potremo viaggiare con un biglietto del treno da cinquanta marchi?, e per lei non voglio lo stesso. Forse
è per questo che siamo rimaste in Francia negli ultimi cinque anni. Per la prima volta in vita mia ho un
conto in banca. Ho un'attività vera e propria.
Mia madre avrebbe disprezzato tutto ciò. Ma può anche darsi che mi avrebbe invidiata. Dimenticati di
te stessa, se riesci, avrebbe detto. Dimenticati chi sei. Per tutto il tempo che ti riesce di sostenere questa parte. Ma un
giorno, figlia mia, un giorno capiterà anche a te. Lo so.

Oggi ho aperto come al solito. Solo per la mattinata - mi concederò una mezza giornata con Anouk
questo pomeriggio - però c'è la Messa stamattina e ci sarà gente in piazza. Febbraio ha riconfermato il
suo lato tetro e ora piove, una pioggia gelata e sabbiosa che lustra il selciato e dipinge il cielo nei toni
del peltro antico. Anouk legge un libro di filastrocche per bambini dietro al banco e mi dà un'occhiata
alla porta, mentre in cucina preparo un'infornata di mendiants. Sono i miei preferiti - e si chiamano così
perché anni fa venivano venduti dai mendicanti e dagli zingari - dischi grandi come biscotti di cioccolata
nera, al latte, o bianca, sui quali si sparge della scorza di limone, mandorle e grossi chicchi di uva
Malaga. Ad Anouk piacciono quelli bianchi, anche se io preferisco quelli scuri, fatti con la migliore
copertura al settanta per cento... Dolceamari al palato con il gusto dei tropici misteriosi. Mia madre
avrebbe disapprovato anche questo. Eppure anche questo è un tipo di magia.
Da venerdì ho sistemato un gruppo di sgabelli da bar vicino al banco della Praline. Ora mi ricorda un
po' i diners che eravamo solite frequentare a New York, sedili di pelle rossa, gambe cromate,
allegramente kitsch. I muri sono di un vivace color giunchiglia. La vecchia poltrona arancione di Poitou
se ne sta allegramente in un angolo. A sinistra è disposto un menu, scritto a mano e colorato da Anouk
nei toni dell'arancio e del rosso:

CHOCOLAT CHAUD: 5F
GATEAU AU CHOCOLAT: 10 F (la tranche)

La notte scorsa ho cotto la torta, e la cioccolata calda è in attesa del mio primo cliente in un bricco
sulla piastra. Controllo che un menu uguale sia visibile dalla vetrina, e aspetto.
La folla viene e va. Osservo i passanti, lo sguardo imbronciato sotto la pioggerella gelata. La mia
porta, leggermente aperta, emana un profumo caldo di pasta cotta al forno e di dolcezza. Colgo
parecchi sguardi diretti alla sua fonte, ma una rapida occhiata dietro di sé, una scrollatina di spalle, una
smorfietta della bocca che può essere decisiva o serve semplicemente a calmarli, e se ne sono già andati,
piegati dal vento con le loro povere spalle incurvate, come se un angelo con la spada di fuoco stesse
sulla porta a sbarrare l'entrata.
Tempo, mi dico. Per questo genere di cose ci vuole tempo.
Eppure una sorta di impazienza, quasi di rabbia, si impadronisce di me. Che cosa c'è che non va con
questa gente? Perché non viene? Suonano le dieci, poi le undici. Riesco a vedere le persone che entrano
nella panetteria di fronte e poi escono con la pagnotta infilata sotto il braccio. La pioggia smette, però il
cielo rimane cupo. Undici e mezza. Le poche persone che ancora ciondolano nella piazza si avviano
verso casa per preparare il pranzo della domenica. Un ragazzino con un cane cammina a ridosso della
chiesa, evitando attentamente il gocciolio della grondaia. Passa oltre guardando appena.
Al diavolo. Proprio quando avevo cominciato a pensare di avercela fatta. Perché non vengono? Sono
ciechi, sono senza odorato? Che altro dovrei fare?
Anouk, sempre sensibile al mio umore, viene a coccolarmi.
«Maman, non piangere».
Non sto piangendo. Non piango mai. I suoi capelli mi fanno il solletico sul viso, e mi sento
improvvisamente confusa per la paura di perderla, un giorno.
«Non è colpa tua. Ci abbiamo provato. Abbiamo fatto tutto come si deve».
È vero. Anche i nastri rossi intorno alla porta, e i sacchetti di cedro e lavanda per scacciare gli influssi
negativi. Le bacio la testa. Il mio viso è un po' inumidito. Qualcosa, forse l'aroma dolceamaro che viene
dal fumo della cioccolata, mi fa bruciare gli occhi.
«Va tutto bene, chérie. Quello che fanno non ci riguarda. Però possiamo almeno bere qualcosa per
tirarci un po' su».
Ci arrampichiamo sugli sgabelli come fossimo al bar a New York, una tazza di cioccolata a testa.
Quella di Anouk è con crème chantilly e riccioli di cioccolato; bevo la mia, scura e bollente, più forte di un
espresso. Chiudiamo gli occhi nel vapore fragrante e li vediamo arrivare... due, tre, una dozzina alla
volta, i volti che si illuminano, si siedono di fianco a noi, i loro tratti duri e indifferenti che si sciolgono
in espressioni di benvenuto e di gioia. Apro di colpo gli occhi e Anouk è vicina alla porta. Per un istante
vedo Pantoufle appollaiato sulla sua spalla, i baffi che vibrano a scatti. La luce dietro di lei sembra un
po' più calda. Trasformata. Attraente.
Balzo in piedi.
«Per favore. Non farlo».
Mi dà una delle sue occhiate tenebrose.
«Stavo solo cercando di dare una mano...».
«Per favore». Per un istante mi sfida, la faccia ha un'espressione ostinata. Gli incantesimi galleggiano
fra noi come fumo dorato. Sarebbe così facile, mi dice con gli occhi, così facile, come se dita invisibili
accarezzassero lievemente le persone, e voci che non si sentono le persuadessero a entrare...
«Non possiamo. Non dobbiamo». Cerco di spiegarle. Questo ci divide. Ci rende diverse. Se vogliamo
fermarci qui dobbiamo cercare di essere il più possibile come loro. Pantoufle solleva uno sguardo
implorante verso di me, una vibrazione dei baffi fra le ombre dorate. Chiudo di proposito gli occhi e
quando li apro di nuovo, è scomparso.
«Va tutto bene», dico decisa ad Anouk. «Ce la faremo. Possiamo aspettare».
Finalmente, alle dodici e mezza, arriva qualcuno.
Anouk l'ha visto per prima - Maman! - ma anch'io sono balzata in piedi nello stesso istante. Era
Reynaud, una mano che riparava il volto dalla tela sgocciolante della tenda dell'ingresso, l'altra esitante
sulla maniglia della porta. Il viso pallido era sereno, ma c'era qualcosa negli occhi... una soddisfazione
furtiva. Ho capito che non era un cliente. Il campanello ha tintinnato quando è entrato, ma non si è
diretto al banco. È rimasto invece sulla porta, il vento che gli sollevava le pieghe della sottana verso
l'interno del negozio come fossero ali di un uccello nero.
«Monsieur». L'ho visto guardare con sospetto i nastri rossi. «Posso servirla? Sono sicura di sapere
quali sono i suoi preferiti». Mi sono calata subito nella parte della venditrice, ma non è vero. Non ho
proprio idea dei gusti di quest'uomo. Per me è un vero punto interrogativo, l'oscurità personificata
stagliata nell'aria. Non sento di avere punti di contatto con lui, e il mio sorriso si è infranto su di lui
come un'onda su una roccia. Reynaud mi ha dato un'occhiatina sprezzante.
«Ne dubito». La voce era bassa e gradevole, ma ho percepito l'antipatia dietro al tono professionale.
Mi sono ricordata le parole di Armande Voizin - Ho saputo che Monsieur le Curé ce l'ha già su con te. Perché?
Istintiva diffidenza verso chi non crede? Sotto al banco gli ho fatto le corna di nascosto.
«Non pensavo che oggi tenesse aperto».
Adesso che crede di conoscerci è più sicuro di sé. Il sorrisetto tirato è come un'ostrica, bianco latte
sui bordi e affilato come un rasoio.
«Intende di domenica?». Avevo il tono più innocente della terra.
«Pensavo di poter attirare la folla alla fine della Messa».
La frecciatina non l'ha colpito.
«La prima domenica di Quaresima?». Pareva divertito, ma sotto il divertimento era indignato. «Non
penso proprio. La gente di Lansquenet è gente semplice, Madame Rocher», mi ha detto. «Gente devota».
Ha sottolineato la parola con gentilezza, educatamente.
«Mademoiselle Rocher». Piccola vittoria, ma sufficiente per incrinare la sua foga. I suoi occhi si sono
spostati verso Anouk che stava ancora seduta al banco, il grande bicchiere di cioccolata in una mano.
Aveva la bocca sporca di cioccolata spumosa, e ho avvertito di nuovo la puntura improvvisa di un'ortica
nascosta - il panico, il terrore irrazionale di perderla. Ma per colpa di chi? Ho scacciato il pensiero con
rabbia crescente. Per lui? Che ci provi.
«Certo», ha risposto mellifluo. «Mademoiselle Rocher. Mi scusi». Ho sorriso dolcemente alla sua
disapprovazione. Qualcosa dentro di me continuava a provocarla, in modo perverso. La mia voce un
tono sopra le righe, ha assunto una volgare nota baldanzosa per nascondere la paura.
«È bello incontrare qualcuno che capisce, in questa zona di campagna». Gli ho lanciato il mio sorriso
più aperto e smagliante. «Voglio dire, in città, dove vivevamo prima, nessuno ci dava retta. Ma qui...».
Cercavo di apparire dispiaciuta e impenitente allo stesso tempo. «Intendo dire, qui è assolutamente
delizioso, e la gente ci ha aiutato molto... qui è così pittoresco. Ma non è Parigi, vero?».
Reynaud si è mostrato d'accordo - con uno stentatissimo risolino di scherno - che no, non lo era.
«È proprio vero quello che si dice sulle comunità di paese», ho continuato. «Tutti vogliono farsi gli
affari tuoi! Penso che accada perché ci sono così pochi divertimenti», ho spiegato garbatamente. «Voglio
dire, tre negozi e una chiesa...». Sono scoppiata in un risolino. «Tutto questo ovviamente lei lo sa».
Reynaud ha annuito, serio.
«Mademoiselle, forse potrebbe spiegarmi...».
«Oh, mi chiami Vianne», l'ho interrotto.
«...come mai ha deciso di trasferirsi a Lansquenet?». Il tono era suadente per l'antipatia, la bocca
sottile sembrava più che mai un'ostrica chiusa. «Come dice lei, è un po' diversa da Parigi». Gli occhi
facevano capire chiaramente che la differenza era tutta a favore di Lansquenet. «Un negozio come
questo...», una mano elegante indicava il negozio e quello che offriva con languida indifferenza.
«Sicuramente un tipo di negozio così specializzato avrebbe più successo - sarebbe più appropriato - in
una città... Sono sicuro che a Toulouse e perfino ad Agen...». Ora sapevo perché quella mattina nessun
cliente aveva osato entrare. Quella parola - appropriato aveva in sé tutta la glaciale condanna della
maledizione di un profeta.
Gli ho fatto di nuovo le corna sotto il banco, con accanimento, e Reynaud si è colpito sulla nuca,
come se fosse stato punto da un insetto.
«Non credo che le città siano le depositarie del divertimento», sono sbottata. «Ognuno di noi ha
bisogno di un piccolo lusso, di qualche piccola concessione di tanto in tanto». Reynaud non ha risposto.
Suppongo che non fosse d'accordo. Me l'aspettavo.
«Immagino che nella sua predica di stamattina abbia detto esattamente il contrario», ho azzardato
baldanzosa. E poi, mentre lui continuava a non rispondere: «E comunque penso che in questo paese ci
sia abbastanza posto per tutti e due noi. Libertà di impresa, giusto?». Osservando la sua espressione ho
notato che aveva capito la sfida. Per un momento ho sostenuto il suo sguardo, facendomi sfacciata e
odiosa. Reynaud si è sottratto al mio sorriso come se gli avessi sputato in faccia.
Garbatamente: «Certo».
Oh, conosco i tipi come lui. Ne abbiamo incontrati parecchi, Mamma e io, nella nostra caccia in giro
per l'Europa. Gli stessi sorrisi educati, il disprezzo, l'indifferenza. Una monetina lasciata cadere dalla
mano grassoccia di una donna fuori dalla cattedrale affollata di Reims; lo sguardo ammonitore di un
gruppo di suore quando una giovane Vianne si lancia per prenderla, le ginocchia nude che sfregano il
pavimento polveroso. Un uomo con una veste scura che ha una conversazione rabbiosa e seria con mia
madre; lei, sbiancata in viso, che fugge dall'ombra della cattedrale stringendomi la mano fino a farmi
male... Più tardi ho saputo che aveva provato a confessarsi da lui. Che cosa l'aveva spinta a farlo? La
solitudine, forse; il bisogno di parlare e di confidarsi con qualcuno che non fosse un amante. Qualcuno
che avesse un viso che mostrava comprensione. Ma lei, non aveva visto? La sua faccia, ora non più
comprensiva, distorta in una smorfia arrabbiata. Era peccato, peccato mortale... Avrebbe dovuto lasciare
la bambina alle cure di qualche brava persona. Se amava la piccola... come si chiamava? Anne?... Se
l'amava doveva - doveva - fare quel sacrificio. Sapeva di un convento dove l'avrebbero accudita. Sapeva...
le ha preso la mano, stringendole le dita. Non amava sua figlia? Non voleva essere salvata? No? No?
Quella notte mia madre ha pianto, cullandomi dolcemente fra le braccia.
Abbiamo lasciato Reims alla mattina, più che mai come ladre, lei che mi teneva stretta come fossi
stata un tesoro rubato, gli occhi febbrili e vigili.
Ho capito che l'aveva quasi convinta ad abbandonarmi. Dopo di allora mi ha domandato spesso se
ero felice con lei, se mi dispiaceva non avere degli amici, una casa... Ma per quanto spesso le rispondessi
che sì, che ero felice con lei, che no, non mi dispiaceva avere pochi amici, e no, neppure non avere una
casa, per quanto spesso la baciassi dicendole che non mi rincresceva affatto, proprio no, un po' di quel
veleno rimaneva. Per anni siamo fuggite dal prete, l'Uomo Nero, e quando la sua faccia riappariva nelle
carte era tempo di fuggire un'altra volta, era tempo di ripararsi dall'oscurità che lui aveva fatto calare sul
suo cuore.
E ora eccolo di nuovo, proprio quando pensavo di aver finalmente trovato un posto per noi, per
Anouk e per me. In piedi alla porta come l'angelo al cancello.
Be', giuro che questa volta non scapperò. Qualunque cosa faccia. Qualunque sia il modo in cui
metterà la gente del posto contro di me. La sua faccia placida e sicura di sé, come quando si gira una
carta malefica. E si è dichiarato apertamente mio nemico - e io sua -come se avessimo parlato a voce
alta.
«Sono così contenta che ci capiamo». La mia voce è chiara e fredda.
«Anch'io».
Qualcosa nei suoi occhi, una luce lì dove prima non c'era, mi allarma. Sorprendentemente tutto
questo gli piace, l'avvicinarsi di due nemici pronti alla battaglia; nella sua sicurezza corazzata non c'è
assolutamente spazio per l'idea che potrebbe anche non vincere.
Si gira per andarsene, davvero educato, con la giusta inclinazione della testa. Proprio così. Disprezzo
educato. L'arma acuminata e velenosa del giusto.
«M'sieur le Curé?». Per un istante si volta, e spingo un pacchetto avvolto dal nastro nelle sue mani.
«Per lei. Omaggio della casa». Il mio sorriso non consente rifiuti, e prende il pacchetto con imbarazzo
confuso. «Prego».
Aggrotta lievemente le sopracciglia, come se il pensiero del mio piacere lo addolorasse.
«Veramente non mi piacciono molto...».
«Storie». Il tono è secco, non ammette repliche. «Sono certa che questi le piaceranno. Mi ricordano
così tanto di lei».
Penso che dietro la calma apparente sia allibito. Subito dopo se n'è andato in mezzo alla pioggia
grigia, il pacchetto bianco in mano. Noto che non corre a cercare un riparo, ma cammina con la stessa
andatura misurata, non indifferente, ma con lo sguardo di chi sa apprezzare anche quella piccola
scomodità.
Mi diverte pensare che mangerà i cioccolatini. Più probabilmente li darà a qualcuno, ma mi piace
pensare che almeno li aprirà e li guarderà... Di certo può concedersi almeno un'occhiata di curiosità.

Mi ricordano così tanto di lei.

Una dozzina delle mie migliori huîtres de Saint-Malo, quelle piccole pralines piatte, modellate a forma di
ostriche ben chiuse.

MARTEDÌ 18 FEBBRAIO
Ieri quindici clienti. Oggi trentaquattro. Uno è stato Guillaume; ha comprato un sacchetto di
fiorentini e una tazza di cioccolata. Charly era con lui, acciambellato sotto lo sgabello, mentre ogni tanto
Guillaume faceva cadere un pezzetto di zucchero grezzo fra le sue insaziabili mascelle in attesa.
Ci vuole tempo, mi dice Guillaume, perché un nuovo arrivato sia ben accetto a Lansquenet.
Domenica scorsa, racconta, il Curé Reynaud ha fatto una predica di tale asprezza sul tema dell'astinenza
che l'apertura della Céleste Praline proprio quella mattina era sembrato un affronto rivolto contro la
chiesa. Caroline Clairmont - che sta cominciando un'altra delle sue diete - è stata particolarmente
pungente: ha detto a voce alta alle sue amiche tra i fedeli che era piuttosto scioccante, proprio come nelle storie
della decadenza di Roma, miei cari, e se quella donna pensa di poter sfarfallare in città come la regina di Saba...
ripugnante il modo in cui ostenta quella figlia illegittima come se... oh, i cioccolatini? niente di speciale, miei cari, e
veramente troppo cari... La conclusione generale fra le donne è stata che «quello» - qualunque cosa fosse -
non sarebbe durato. Me ne sarei andata dal paese nel giro di quindici giorni. Eppure da ieri il numero
dei miei clienti è raddoppiato, e tra loro c'è un buon numero delle vecchiacce di Madame Clairmont,
con gli occhi lucidi e un po' vergognose, che si raccontano l'un l'altra che è stato per curiosità, ecco
tutto, e che ognuna voleva giudicare da sé.
Conosco tutti i loro preferiti. È un'abilità, un segreto professionale, come un'indovina che legge la
mano. Mia madre avrebbe riso di questo spreco delle mie capacità, ma non ho voglia di scavare più a
fondo nella loro vita. Non voglio i loro segreti o i loro pensieri più intimi. Né voglio le loro paure o la
loro gratitudine. Con un rimprovero affettuoso mi avrebbe detto che sono un'alchimista casalinga, che
fa magie caserecce mentre avrei potuto fare meraviglie. Ma questa gente mi piace. Mi piacciono le loro
piccole preoccupazioni introverse. Posso leggere facilmente nei loro occhi, le loro bocche - questa con
l'aria amareggiata gusterà le mie scorze d'arancia aromatizzate; e questa con il sorriso dolce apprezzerà i
cuori di albicocca dal centro morbido; questa ragazza con i capelli scompigliati dal vento adorerà i
mendiants; questa donna vivace e allegra adorerà i boeri. Per Guillaume, i fiorentini, mangiati a modo da
un piattino nella sua ordinata casa da scapolo. La golosità di Narcisse per i tartufi di cioccolato doppio
rivela un cuore d'oro sotto l'aspetto burbero. Stanotte Caroline Clairmont sognerà le scaglie di
croccante, e si sveglierà affamata e irritata. E i bambini... Ricci di cioccolato, bottoni bianchi con
vermicelli colorati, pain d'épices orlato d'oro, frutti di marzapane nei loro nidi di carta crespata, torrone di
cioccolato e croccante, cioccolatini ripieni, biscotti croccanti, assortimento di cioccolatini spezzati in
scatole da mezzo chilo... Vendo sogni, piccoli comfort, tentazioni dolci e innocue per far scendere una
schiera di santi che precipitano uno dopo l'altro tra le nocciole e i torroncini...
È così male?
Apparentemente il Curé Reynaud la pensa così.
«Qui, Charly. Qui ragazzo». La voce di Guillaume è calda quando parla al cane, ma sempre un po'
triste. Mi racconta di aver comprato l'animale quando è morto suo padre. Questo è successo diciotto
anni fa. Ma, dice, la vita di un cane è più breve di quella di un uomo, e così sono invecchiati insieme.
«È qui». Richiama la mia attenzione su una ciste sotto il mento di Charly. Ha pressappoco la misura
di un uovo, nodosa come la lolla di un olmo. «Sta crescendo». Una pausa in cui il cane si stiracchia
voluttuosamente, una zampa allungata verso il padrone mentre lui gli gratta la pancia. «Il veterinario
dice che non c'è niente da fare».
Comincio a capire lo sguardo di colpa e d'amore che vedo negli occhi di Guillaume.
«Lei non farebbe morire un vecchio», mi dice seriamente. «Non lo farebbe se...», cerca le parole
giuste, «...se avesse ancora una vita abbastanza decente. Charly non soffre. Non veramente». Faccio
segno di sì, perché so che sta cercando di convincere se stesso. «Le medicine lo tengono sotto
controllo».
Per il momento. Le parole risuonano anche se non vengono pronunciate.
«Quando arriverà il momento, lo saprò». Gli occhi sono teneri e orripilati. «Saprò cosa fare. Non
avrò paura». Riempio il suo bicchiere di cioccolata senza proferire parola e cospargo la schiuma con il
cacao in polvere, ma Guillaume è troppo preso dal cane per accorgersene. Charly si rotola sul dorso,
con la testa a penzoloni.
«Il Curé sostiene che gli animali non hanno l'anima», dice Guillaume dolcemente. «Dice che dovrei
mettere fine alle pene di Charly».
«Tutto ha un'anima», rispondo. «Questo era quanto era solita dirmi mia madre. Tutto».
Annuisce, solo nel suo alone di paura e colpa.
«Che cosa farei senza di lui?», chiede, il viso ancora rivolto verso il cane, e capisco che si è scordato
della mia presenza. «Che cosa farei senza di te?».
Dietro al banco stringo i pugni in un moto silenzioso di rabbia. Conosco quello sguardo - paura,
colpa, avidità. Lo conosco bene. È lo sguardo di mia madre la notte dell'Uomo Nero. Le sue parole -
Che cosa farei senza di te? - sono le parole che lei mi ha sussurrato senza sosta quella notte penosa.
Quando alla sera, come ultima cosa, do un'ultima occhiata allo specchio, quando mi sveglio con la paura
che cresce, la consapevolezza, la certezza, che mia figlia si sta allontanando da me, che la sto perdendo,
che la perderò se non trovo Il Posto... è lo stesso mio sguardo.
Cingo Guillaume in un abbraccio. Per un secondo rimane teso, non è abituato al contatto con una
donna. Poi si rilassa. Sento la forza della sua angoscia che mi raggiunge a ondate.
«Vianne», dice piano. «Vianne».
«È giusto sentirsi così», gli dico decisa. «È permesso».
Sotto di noi Charly abbaia la sua indignazione.
***
Oggi abbiamo incassato quasi trecento franchi. Per la prima volta abbastanza da finire in pari. L'ho
detto ad Anouk quando è tornata a casa da scuola, ma sembrava distratta, il viso vivace insolitamente
calmo. Gli occhi erano seri, scuri come la schiera di nuvole di un temporale incombente.
Le ho chiesto cosa non andava.
«È Jeannot». La voce era atona. «Sua madre dice che non può più giocare con me».
Mi ricordavo di Jeannot come del lupo mascherato del Martedì Grasso di carnevale; sette anni,
smilzo, con i capelli ispidi e un'espressione sospettosa. Ieri sera lui e Anouk hanno giocato insieme in
piazza, correndo e gridando arcane urla di guerra, fino a quando non ha fatto buio. Sua madre è Joline
Drou, una delle due maestre elementari, una delle amichette di Caroline Clairmont.
«Oh?». Con tono neutro. «E che cosa dice?».
«Dice che ho una cattiva influenza su di lui». Mi ha lanciato un'occhiata torva. «Perché non andiamo
in chiesa. Perché tu hai aperto di domenica».
Tu hai aperto di domenica.
L'ho guardata. Volevo prenderla fra le braccia, ma il suo atteggiamento rigido e ostile mi ha
allarmata. Ho usato un tono di voce molto calmo.
«E cosa pensa Jeannot?», le ho chiesto gentilmente.
«Non può farci niente. Lei è sempre lì. Ci spia». Il tono della voce di Anouk si è alzato facendosi
stridulo e ho capito che era vicina alle lacrime. «Perché deve succedere sempre così?», ha domandato.
«Perché non posso mai...». Si è interrotta con uno sforzo, l'esile petto che sussultava.
«Hai altri amici». Era vero. Ieri sera ce n'erano quattro o cinque, la piazza risuonava dei loro fischi e
delle loro risate.
«Gli amici di Jeannot». Ho capito quello che voleva dire. Louis Clairmont. Lise Poitou. I suoi amici.
Senza Jeannot il gruppo si sarebbe smembrato in fretta. Ho provato una pena improvvisa per mia figlia,
che si immagina amici invisibili per popolare lo spazio che la circonda. Egoista pensare che una madre
possa riempire completamente quello spazio. Egoista e cieca.
«Potremmo andare in chiesa, se questo è quello che vuoi». La voce era gentile. «Ma sai bene che non
cambierebbe niente».
Con tono d'accusa: «Perché no? Loro non credono. Non gli importa di Dio. Ci vanno e basta». Allora
ho sorriso, non senza una punta di amarezza. Ha solo sei anni e non finisce di stupirmi con la
profondità delle sue intuizioni in certe occasioni.
«Sarà anche vero», ho detto. «Ma tu vorresti essere così?».
Un'alzata di spalle, cinica e indifferente. Spostava il peso da un piede all'altro, come se temesse di
ricevere una ramanzina. Ho cercato le parole per spiegare. Ma tutto quello che sono riuscita a pensare
era l'immagine del viso ferito di mia madre mentre mi cullava e mormorava quasi aggressiva: Che cosa
farei senza di te? Che cosa farei?
Oh, le ho insegnato tutto questo molto tempo fa: l'ipocrisia della Chiesa, la caccia alle streghe, la
persecuzione dei nomadi e della gente che ha un'altra religione. Capisce. Ma il sapere non si adatta
perfettamente alla vita di ogni giorno, alla realtà della solitudine, alla perdita di un amico.
«Non è giusto». La sua voce era ancora riottosa, l'ostilità si era un po' attenuata, ma non del tutto.
Non lo erano neanche il sacco della Terra Santa, né il rogo di Giovanna d'Arco, né l'inquisizione
spagnola. Ma sapevo dire di meglio. I suoi lineamenti erano tirati, intensi; al minimo segno di debolezza
si sarebbe rivoltata contro di me.
«Troverai altri amici». Una risposta debole e poco consolatoria. Anouk mi ha guardato con
disprezzo.
«Ma io volevo questo». Il suo tono era sorprendentemente adulto, sorprendentemente affaticato
mentre si girava dall'altra parte. Le lacrime le gonfiavano le palpebre, ma non si è mossa per avvicinarsi
a me per farsi consolare. E allora, con una chiarezza opprimente l'ho vista bambina, poi adolescente,
adulta, l'estranea che un giorno sarebbe diventata, e ho quasi urlato per la perdita e il terrore, come se i
nostri ruoli si fossero in qualche modo invertiti, lei l'adulta, io la bambina.
«Aiuto! Che cosa farei senza di te?».
Ma l'ho lasciata andare senza una parola, morendo dalla voglia di abbracciarla, ma troppo conscia del
muro di isolamento che si stava innalzando fra di noi. I bambini nascono selvaggi, lo so. Il massimo che
io possa sperare è un po' di tenerezza, una parvenza di docilità.
Sotto la superficie resiste lo stato primitivo, duro, selvatico, diverso.

È rimasta praticamente in silenzio per il resto della sera. Quando l'ho messa a letto ha rifiutato la sua
storia, ma dopo che avevo spento la luce è rimasta sveglia per ore. La sentivo dal buio della mia stanza,
camminava avanti e indietro, parlando ogni tanto fra sé e sé - o a Pantoufle - a raffiche furibonde
declamate a voce troppo bassa perché potessi capire. Molto più tardi, quando sono stata sicura che si
era addormentata, mi sono infilata di soppiatto nella sua stanza per spegnere la luce e l'ho trovata
accovacciata in fondo al letto, un braccio disteso e abbandonato, la testa girata goffamente, ma in una
postura così assurda e commovente che mi ha colpito al cuore. In una mano stringeva una figurina di
plastilina. L'ho tolta mentre rimboccavo le coperte, pensando di riporla nella scatola dei giocattoli di
Anouk. Era ancora calda del tepore della sua mano, ed emanava un inconfondibile odore di scuola
elementare, di segreti sussurrati, di acquerelli, di carta di giornale e di amici mezzi dimenticati.
Lunga quindici centimetri, una figurina modellata scrupolosamente, gli occhi e la bocca schizzati con
uno spillo, del filo rosso avvolto intorno alla vita e qualcosa - un ramoscello o erba seccata conficcata
nello scalpo a mo' di ispidi capelli castani... C'era una lettera graffita nel corpo di plastilina del ragazzino,
appena sopra al cuore: una J maiuscola e netta. Sotto, ma abbastanza vicina per intrecciarla, la lettera A.
Ho rimesso delicatamente la figurina sul cuscino vicino alla sua testa, e spegnendo la luce ho lasciato
la stanza. Un po' prima dell'alba si è infilata nel mio letto, come faceva spesso quando era piccola, e l'ho
sentita sussurrare nel sonno leggero: «Va tutto bene, maman. Non ti lascerò mai».
Sapeva di sale e di sapone per bambini, il suo abbraccio stretto e caldo nel buio che ci avvolgeva.
L'ho cullata, e mi sono cullata nella dolcezza, abbracciandoci in un sollievo così intenso da sembrare
quasi dolore.
«Ti voglio bene, maman. Ti vorrò sempre bene per sempre. Non piangere».
Non stavo piangendo. Non piango mai.
Ho dormito male in un caleidoscopio di sogni. Mi sono svegliata all'alba con un braccio di Anouk
sul viso, e una voglia terribile e angosciante di scappare, di prendere Anouk e continuare a fuggire.
Come possiamo vivere qui, come abbiamo potuto essere così sciocche da pensare che non ci
avrebbe trovate anche qui? L'Uomo Nero ha molte facce, e nessuna perdona, sono tutte dure e
stranamente invidiose. Corri, Vianne. Corri, Anouk. Dimenticate il vostro dolce sogno e scappate.
Non questa volta, però. Siamo già scappate troppo lontano. Io e Anouk, Mamma e io, troppo
lontano da noi stesse.
Questo è il sogno a cui volevo aggrapparmi.

MERCOLEDÌ 19 FEBBRAIO
Questo è il nostro giorno di riposo. La scuola è chiusa, mentre Anouk gioca vicino ai Marauds io
riceverò le consegne e lavorerò al preparativo degli articoli della settimana.
Questa è un'arte che mi diverte. C'è un alone di stregoneria in tutta la cucina; la scelta degli
ingredienti, il modo in cui vengono mescolati, grattugiati, sciolti, le infusioni e come si insaporiscono, le
ricette prese da vecchi libri, gli utensili tradizionali - il pestello e il mortaio, gli stessi con cui mia madre
preparava l'incenso, adibiti a uno scopo più domestico, le spezie e gli aromi che perdono la loro
raffinatezza e lasciano il posto a una magia più primitiva e sensuale. È quella specie di fugacità di tutto
questo ciò che mi delizia: tanta cura amorevole, tanta abilità e esperienza riposte in un piacere che dura
solo un momento, e che pochi apprezzeranno davvero. Mia madre ha sempre giudicato con biasimo
indulgente il mio interesse. Per lei il cibo non era un piacere, ma una necessità defatigante che destava
preoccupazione, uno scotto pagato sul prezzo della nostra libertà. Rubavo i menu dai ristoranti e
guardavo vogliosa le vetrine delle pâtisseries. Avrò avuto dieci anni - forse più - quando ho assaggiato per
la prima volta della vera cioccolata. Ma la fascinazione persisteva. Nella mia testa le ricette erano
impresse come carte geografiche. Tutti i tipi di ricette: strappate dalle riviste dimenticate nelle stazioni
piene di gente, estorte con qualche moina dai passanti per strada, oppure strani accoppiamenti di mia
creazione. Mamma con le sue carte, le sue premonizioni che guidavano la nostra folle corsa attraverso
l'Europa.
Le schede di cucina erano la nostra ancora, pietre miliari poste su confini incerti. Parigi profuma di
pane infornato e di croissants. Marsiglia di bouillabesse e aglio gratinato. Berlino era l'Eisbein con il
Sauerkraut e la Kartoffelsalat. Roma il gelato che ho mangiato senza pagare in un ristorantino vicino al
fiume. Mamma non aveva tempo per le pietre miliari. Tutte le sue mappe erano interiori, tutti i posti
uguali. Anche allora eravamo diverse. Oh, mi ha insegnato quel che poteva. Vedere l'essenza delle cose,
delle persone, vedere i loro pensieri, i loro desideri. Il camionista che si era fermato per darci un
passaggio, che aveva guidato per dieci chilometri al di fuori del suo percorso per portarci a Lione, i
droghieri che non avevano voluto essere pagati, i poliziotti che avevano fatto finta di non vedere. Non
sempre, va da sé. Qualche volta non ci andava bene per una ragione che non riuscivamo a capire.
Alcune persone sono indecifrabili, irraggiungibili. Francis Reynaud è una di queste. E anche quando
non ci si riusciva, quell'intrusione casuale mi infastidiva. Era tutto troppo facile. Adesso, fare cioccolato
è una cosa diversa. Oh, certo, ci vuole comunque una certa abilità. Leggerezza nel tocco, rapidità, una
pazienza che mia madre non avrebbe mai avuto. Ma la formula resta sempre la stessa, ogni volta. È
sicura. Innocua. E non ho bisogno di scrutare nei loro cuori e prendermi quello che mi serve: questi
sono desideri che possono essere esauditi facilmente, basta chiedere.
Guy, il mio fornitore, mi conosce da tempo. Lavoravamo insieme quando è nata Anouk e mi ha
aiutata ad avviare la mia prima attività, una piccola pâtisserie-chocolaterie alla periferia di Nizza. Adesso lui
si è sistemato a Marsiglia, e importa la pasta semiliquida di cioccolata non concata direttamente dal Sud
America e la trasforma in cioccolato di varie qualità nella sua fabbrica.
Uso solo il migliore. I blocchi per la copertura sono un po' più grandi di una mattonella, una scatola
per tipo a ogni consegna, e uso tutti e tre i tipi, quello scuro, quello al latte e quello bianco. Dev'essere
temperato per riportarlo allo stato cristallino, per ottenere una superficie solida, friabile e una buona
lucentezza. Certi artigiani cioccolatai comprano le loro forniture già temperate, ma a me piace farlo da
sola. C'è un fascino indescrivibile nel maneggiare anonimi blocchi di copertura grezza, nel grattugiarli a
mano nei grandi paioli di ceramica - non uso mai il miscelatore elettrico - e dopo nel sciogliere,
mescolare, provare ogni mossa accurata con il termometro per lo zucchero fino a quando si raggiunge
la giusta gradazione di calore per ottenere la trasformazione.
C'è una sorta di alchimia nella trasformazione della cioccolata di base in questa pirite di ferro, la
magia di un profano che anche mia madre avrebbe apprezzato. Mentre lavoro mi libero la mente,
respirando profondamente. Le finestre sono aperte, e l'aria che filtra sarebbe fredda se non fosse per il
calore dei fornelli, le pentole di rame, il vapore che si innalza dalla copertura che si scioglie. Gli aromi di
cioccolata, di vaniglia, del rame scaldato e della cannella che si uniscono danno alla testa, sono molto
invitanti. Il gusto vivo e terrestre delle Americhe, il profumo piccante e resinoso delle foreste pluviali. È
così che viaggio ora, come facevano gli aztechi nei loro rituali sacri. Messico, Venezuela, Colombia. La
corte di Montezuma. Cortez e Colombo. Il cibo degli dei, che spumeggia e ribolle nel vasellame da
cerimonia. L'amaro elisir della vita.
Forse è così che Reynaud percepisce il mio piccolo negozio, un balzo all'indietro in tempi in cui il
mondo era un posto più vasto e selvaggio. Il seme di cacao era già venerato prima di Cristo - prima che
Baldr il Bello nascesse a Betlemme o Osiride immolato a Pasqua. Gli venivano attribuite proprietà
magiche. Il suo succo veniva bevuto sui gradini dei templi sacrificali; le estasi che procurava erano
violente e terribili. È questo che teme? La corruzione mediante il piacere, la sottile transustanziazione
della carne in un piatto destinato a un'orgia? Non gli si addicono le orge dei sacerdoti aztechi. Ma ecco
che fra i fumi della cioccolata fondente qualcosa comincia a ricomporsi - una visione, avrebbe detto mia
madre - un indice di fumo puntato verso... verso...
Là. Per un istante ce l'ho quasi fatta. Attraverso la superficie lucida si forma un'increspatura
vaporosa. Poi un'altra, velata e pallida, per metà visibile, per metà nascosta... Per un momento ho quasi
visto la risposta, il segreto che nasconde - anche da se stesso - con una tale terrorizzata premeditazione,
la chiave che ci metterà tutti in moto.
Divinare con il cioccolato è un'impresa difficile. Le visioni non sono chiare, confuse dai profumi che
si spandono annebbiando la mente. E io non sono mia madre, che ha avuto fino al giorno della sua
morte una capacità così forte di prevedere il futuro che tutte e due cercavamo di precederla, correndo
in un'agitazione selvaggia e crescente. Ma prima che la visione scompaia sono sicura di vedere
qualcosa... una stanza, un letto, un vecchio steso sul letto, gli occhi come buchi vuoti nella sua faccia
terrea... E il fuoco. Fuoco.
Era questo che dovevo vedere?
È questo il segreto dell'Uomo Nero?
Se vogliamo restare qui devo sapere il suo segreto.
E io ho bisogno di stare. Qualunque cosa comporti.

MERCOLEDÌ 19 FEBBRAIO
Una settimana, mon père. Questo è quanto. Una settimana. Ma sembra di più. Non so perché mi
infastidisca così tanto, è proprio più forte di me. È chiaro quello che è. Sono andato a trovarla l'altro
giorno, per discutere con lei dell'apertura la domenica mattina. Il posto è trasformato, l'aria profumata
da aromi di zenzero e spezie che stordiscono. Ho cercato di non guardare gli scaffali di dolci: scatole,
nastri, fiocchi dai colori pastello, confetti in pile argento-dorate, violette di zucchero e foglie di rosa
ricoperte di cioccolato... In questo posto c'è ben di più che un semplice pizzico del boudoir, un aspetto
intimo, un profumo di rosa e vaniglia.
La stanza di mia madre aveva proprio lo stesso aspetto: tutta drappeggi e mussola e vetri sfaccettati
che scintillavano nella luce schermata, le file di bottigliette e vasetti sulla sua toilette un esercito di
spiritelli in attesa di essere liberati. C'è qualcosa di corrotto in questo concentrato di dolcezza. Una
promessa del proibito, in parte mantenuta. Provo a non guardare, a non annusare.
Mi ha accolto abbastanza gentilmente. Ora l'ho vista meglio: lunghi capelli neri legati sulla nuca, gli
occhi così scuri da sembrare senza pupille. Le sopracciglia sono perfettamente diritte, e le danno un'aria
seria, appena smentita dalla piega ironica della bocca. Mani squadrate e agili, unghie tagliate corte. Non
è truccata, eppure c'è qualcosa di un po' indecente nel suo viso. Forse è lo sguardo diretto, il modo in
cui gli occhi indugiano nello scrutarti, quella perenne piega sarcastica sulle labbra. E poi è alta, troppo
alta per una donna, alta come me. Mi fissa diritto negli occhi, le spalle all'indietro e il mento proteso in
atteggiamento di sfida. Indossa una gonna lunga, svasata, color fiamma e un golf nero aderente. Questa
nota di colore le dà un'aria pericolosa, come un serpente o un insetto che punge, un avvertimento ai
nemici.
E lei è il mio nemico. L'ho capito subito. Avverto la sua ostilità e la sua diffidenza, anche se il tono
della voce rimane pacato e gradevole durante tutta la conversazione. Sento che mi ha attratto fin qui per
provocarmi, che conosce qualche segreto che perfino io... Ma queste sono sciocchezze. Che cosa può
sapere? Cosa può fare? È solo il mio senso dell'ordine a essere offeso, come un giardiniere scrupoloso si
sente offeso da una macchia di soffioni che prolifera. Il seme della discordia è sparso ovunque, mon père.
E si diffonde. Si diffonde.
Lo so. Sto perdendo la prospettiva. Ma dobbiamo vigilare lo stesso, tu e io. Ti ricordi Les Marauds, e
gli zingari che abbiamo fatto sloggiare dagli argini della Tannes? Ti ricordi quanto tempo c'è voluto?
Quanti mesi sprecati con proteste e lettere, finché non abbiamo preso in mano noi la questione...
Ricordati le prediche che ho fatto! Una a una le porte si sono chiuse su di loro. Qualche negoziante ha
collaborato fin da subito. Si ricordavano degli zingari dalla volta precedente, e le malattie e i furti, e la
prostituzione. Stavano dalla nostra parte. Ricordo che abbiamo dovuto far pressione su Narcisse che, è
tipico, avrebbe offerto loro un lavoro estivo nei suoi campi. Ma alla fine li abbiamo sradicati tutti, gli
uomini scostanti e le loro donne sudice con gli occhi sfacciati, i figli scurrili dai piedi scalzi, i loro cani
ridotti pelle e ossa. Hanno sbaraccato e i più volonterosi hanno pulito la sporcizia che si erano lasciati
dietro. Un solo seme di soffione basterebbe, mon père, per farli ritornare indietro. Tu lo sai quanto me.
E se lei è quel seme...
Ieri ho parlato con Joline Drou. Anouk Rocher si è iscritta alla scuola elementare. Una bambina
impertinente, capelli neri come sua madre e un sorriso smagliante, insolente. Pare che Joline abbia
trovato suo figlio Jean che insieme ad altri giocava a qualche cosa con la bambina nel cortile della
scuola. Una presenza nefasta, credo, profezie o qualche sciocchezza simile, ossi e perline in una borsa,
sparsi nella sporcizia... Ti ho detto che conosco la loro schiatta. Joline gli ha proibito il gioco. Jean
avrebbe voluto giocare ancora con lei, il ragazzo ha una vena ostinata e si è incupito. A quell'età non c'è
niente da fare, se non applicare la disciplina più severa. Mi sono offerto di fare una chiacchierata a tu
per tu con il ragazzo, ma la madre non era d'accordo. Sono fatti così, mon père. Deboli. Deboli. Mi
chiedo quanti di loro abbiano già rotto i voti quaresimali. Mi chiedo quanti di loro avessero veramente
intenzione di rispettarli. In quanto a me, sento che il digiuno mi purifica. La vista della vetrina del
macellaio mi atterrisce; gli odori sono rafforzati a tal punto da farmi girare la testa. All'improvviso la
fragranza mattutina del forno di Poitou è più di quanto io riesca a sopportare; l'odore caldo di grasso
dalla rôtisserie nella Place des Beaux-Arts, una freccia dall'inferno. Io stesso non ho toccato né carne né
pesce né uova per più di una settimana, vivendo solo di pane, minestre, insalate e un unico bicchiere di
vino la domenica. Sono purificato, père, purificato... Desidero solo fare di più. Non è sofferenza, questa.
Non è penitenza, questa. A volte penso che se solo potessi mostrare loro il buon esempio, se potessi
essere io a sanguinare, a soffrire su quella croce... Quella strega della Voizin mi prende in giro mentre
passa con il cesto della spesa. In una famiglia di gente pia, lei sola si beffa della Chiesa, ghignando
quando passa con il suo passo zoppicante, il cappello di paglia legato alla testa da un fazzoletto rosso e
il bastone che sbatte come una bandiera contro le gambe. La sopporto solo per via della sua età, mon
père, e le preghiere della sua famiglia. Nell'ostinarsi a rifiutare le cure, rifiutando ogni aiuto, pensa di
vivere in eterno. Ma un giorno crollerà. Alla fine crollano sempre. E le darò l'assoluzione in tutta umiltà;
mi affliggerò malgrado le sue tante perversioni, l'orgoglio e il disprezzo. L'avrò, finalmente, mon père.
Alla fine, non li avrò tutti?

GIOVEDÌ 20 FEBBRAIO
La stavo aspettando. Cappotto scozzese, capelli pettinati all'indietro in un'acconciatura che non le
dona, mani svelte e nervose come quelle di un pistolero. Joséphine Muscat, la donna del carnevale. Ha
aspettato a entrare finché i miei clienti abituali Guillaume, Georges e Narcisse - non se ne sono andati,
le mani sprofondate nelle tasche.
«Cioccolata calda, per favore». Si è seduta a disagio al banco, parlando rivolta all'ingiù, verso i
bicchieri vuoti che non avevo ancora avuto tempo di sparecchiare.
«Subito». Non le ho chiesto come le piaceva berla, ma gliel'ho portata con ricci di cioccolato e
chantilly, guarnita con due cremini al caffè sul piattino. Per un po' ha guardato il bicchiere a occhi
socchiusi, poi l'ha toccato esitante.
«L'altro giorno», ha detto sforzandosi di apparire disinvolta, «ho scordato di pagare qualcosa». Ha
dita lunghe, sorprendentemente delicate malgrado la callosità sui polpastrelli. Quando è disteso, il viso
sembra perdere un po' della sua espressione costernata, e diventa quasi bello. I capelli sono castano
chiaro, gli occhi dorati. «Chiedo scusa». Ha buttato la moneta da dieci franchi sul banco con un gesto
che era quasi di sfida.
«Tutto a posto». Ho assunto un tono di voce noncurante, disinteressato. «Succede sempre».
Joséphine mi ha guardato per un secondo, sospettosa, e visto che non coglieva alcuna traccia di malizia
si è rilassata un po'. «È buona». Sorseggiando la cioccolata. «Veramente buona».
«La faccio io», ho spiegato. «Dalla pasta fluida di cioccolato prima che venga aggiunto il grasso per
farla solidificare. Così è esattamente come la bevevano gli aztechi, secoli fa».
Mi ha lanciato un'altra occhiata rapida, sospettosa.
«Grazie per il regalo», ha detto alla fine. «Mandorle al cioccolato. Le mie preferite». Poi, rapidamente,
le parole che le uscivano in una precipitazione disperata e goffa: «Non le ho prese di proposito. So che
avrebbero sparlato di me. Ma non rubo. Sono loro...», ora è sprezzante, le labbra piegate dalla rabbia e
dall'odio, «...quella bastarda della Clairmont e le sue comari. Bugiarde».
Mi ha guardato di nuovo, come per affrontarmi.
«Ho sentito che non va in chiesa». La sua voce era acuta, troppo forte per l'ambiente piccolo, anche
perché eravamo solo in due.
Ho sorriso. «È così. Non ci vado».
«Non durerà a lungo qui, se non ci va», ha detto Joséphine nello stesso tono acuto, vetroso. «La
manderanno fuori di qui nello stesso modo in cui lo fanno con tutti quelli che disapprovano. Vedrà.
Tutto questo», un gesto vago, uno scatto verso gli scaffali, le scatole, la vetrina con l'esposizione di pièces
montées, «niente di questo l'aiuterà. Li ho sentiti parlare. Ho sentito le cose che dicono».
«Anch'io». Mi sono versata una tazza di cioccolata dal bricco d'argento. Ristretta e scura, come un
espresso, e un cucchiaio da cioccolata per mescolarla. La mia voce era garbata. «Ma non sono obbligata
a ascoltarli». Una pausa mentre bevevo. «E neanche lei».
Joséphine è scoppiata a ridere.
Di nuovo, il silenzio è piombato fra di noi. Cinque secondi. Dieci.
«Dicono che lei è una strega». Ancora quella parola. Ha sollevato la testa in modo provocatorio. «Lo
è?».
Ho scrollato le spalle, bevuto.
«Chi lo dice?».
«Joline Drou. Caroline Clairmont. Le tifose della Bibbia del parroco Reynaud. Le ho sentite parlare
fuori Saint Jérôme. Sua figlia stava contandola su agli altri bambini. Una cosa sugli spiriti».
C'era curiosità nella sua voce e una trattenuta ostilità di fondo, che non riuscivo a capire.
«Spiriti!», ho squittito.
Ho tracciato una spirale invisibile sull'orlo giallo della mia tazza. «Pensavo che non le importasse
delle cose che dice quella gente».
«Sono curiosa». Di nuovo il disprezzo, quasi la paura di essere amata. «E lei stava parlando con
Armande, l'altro giorno. Nessuno parla con Armande. Tranne me».
Armande Voizin. La vecchia signora dei Marauds.
«Mi è simpatica», ho detto semplicemente. «Perché non dovrei parlarle?».
Joséphine ha stretto i pugni sul banco. Sembrava agitata, la voce incrinata come un vetro congelato.
«Perché è pazza, ecco perché!». Ha ruotato un dito sulla tempia in un gesto che avrebbe voluto indicare
«Pazza, pazza, pazza». Per un istante ha abbassato la voce. «Le dirò una cosa», ha detto. «C'è una linea
che attraversa Lansquenet...», disegnando la traccia sul banco con un dito calloso, «e se la superi, se non
vai a confessarti, se non rispetti tuo marito, se non cucini tre pasti al giorno per poi sederti vicino al
fuoco a pensare cose degne aspettando che torni a casa, se non hai figli... e non porti fiori al funerale dei
tuoi amici e non spazzi la sacrestia e non coltivi le aiuole!...». Era rossa in viso per lo sforzo di parlare. La
rabbia era profonda, smisurata. «Allora sei pazza!», è sbottata. «Sei pazza, non sei normale e la gente...
sparla di te alle tue spalle e... e... e...».

Si è interrotta, l'espressione di dolore che abbandonava il volto. L'ho vista guardare attraverso la
finestra oltre di me, ma il riflesso sul vetro era tale da oscurare quello che avrebbe potuto vedere. Era
come se una persiana fosse calata sui suoi lineamenti, assenti, furtivi e senza speranza.
«Mi scusi. Per un momento mi sono fatta prendere dalla foga». Ha inghiottito un ultimo sorso di
cioccolata. «Non dovrei parlarle. E lei non dovrebbe parlare con me. Le cose andranno già piuttosto
male per conto loro».
«È questo che dice Armande?», le ho domandato gentilmente.
«Devo andare». I suoi pugni serrati si sono premuti di nuovo sullo sterno in quel gesto
recriminatorio che le era così proprio. «Devo andare». Di nuovo quello sguardo costernato è riemerso
sul suo volto, la bocca si è ripiegata in giù in una smorfia di panico che la faceva quasi sembrare un po'
tonta... In quel momento la donna arrabbiata, tormentata, che mi aveva parlato un momento prima, era
molto lontana da tutto questo. Che cosa - chi - aveva visto per reagire a quel modo? Non appena se n'è
andata dalla Praline, la testa chinata sotto una bufera immaginaria, sono andata verso la vetrina per
guardarla. Nessuno l'ha avvicinata. Sembrava che nessuno guardasse nella sua direzione. È stato allora
che ho notato Reynaud in piedi presso l'arco di ingresso della chiesa. Reynaud e un uomo calvo che non
ho riconosciuto. Entrambi stavano fissando la vetrina della Praline.
Reynaud? Era lui la causa della sua paura? Ho provato una punta di fastidio al pensiero che potesse
essere lui quello che aveva messo Joséphine in guardia contro di me. Eppure prima, quando l'aveva
nominato, era parsa sprezzante, non impaurita. Il secondo uomo era basso ma ben messo: camicia a
scacchi arrotolata su lustri avambracci rossi, occhialini da intellettuale in curioso contrasto con i tratti
marcati e robusti. Un che di oscuramente ostile aleggiava su di lui, e alla fine mi sono accorta di averlo
già visto prima. Con una barba bianca e un vestito rosso, mentre lanciava caramelle in mezzo alla folla.
Al carnevale. Babbo Natale che lancia bonbons alla folla come se sperasse di cavare gli occhi a
qualcuno. In quel momento un gruppo di bambini si è accostato alla finestra e non sono più riuscita a
vedere, ma a quel punto ho pensato di aver capito perché Joséphine era scappata con tanta premura.
«Lucie, vedi quell'uomo nella piazza? Quello con la camicia rossa? Chi è?». La bimba ha fatto una
smorfia. I topolini di cioccolato bianco sono il suo punto debole: cinque per dieci franchi. Ne ho fatti
cadere ancora un paio nel sacchetto di carta.
«Lo conosci, vero?».
Fa segno di sì con la testa.
«Il signor Muscat. Quello del café». Lo conosco: un piccolo locale incolore alla fine dell'Avenue des
Francs Bourgeois. Una mezza dozzina di tavolini di metallo sul selciato, un ombrellone dell'Orangina
sbiadito. E una vecchia insegna: Café de la République.
Tenendo stretto il suo cartoccio di dolci la bambinetta si gira per andarsene, ci ripensa, si gira di
nuovo. «Non indovinerà mai i suoi preferiti», dice. «Non ne ha nessuno».
«È difficile crederci», sorrido. «Tutti hanno un preferito. Anche Monsieur Muscat».
Lucie ci pensa su un momento.
«Forse il suo preferito è quello che ha portato via a qualcun altro», mi dice candidamente. Subito
dopo se n'è andata, con un piccolo cenno attraverso la vetrina.
«Dica ad Anouk che dopo la scuola andiamo ai Marauds».
«Lo farò». Les Marauds. Mi chiedo che cosa ci trovino di divertente. Il fiume con gli argini scuri e
puzzolenti. Le stradine anguste ammonticchiate d'immondizia. Un'oasi per bambini. Nascondigli, sassi
piatti che vengono lanciati sull'acqua stagnante. Segreti sussurrati, bastoni a mo' di spade e scudi fatti
con foglie di rabarbaro. Guerre tra i grovigli di more, tunnel, esploratori, cani randagi, dicerie, tesori
trafugati... Ieri Anouk è tornata da scuola con un nuovo brio nell'andatura e ha tirato fuori un disegno
per mostrarmelo.
«Questa sono io». Una figuretta con una tuta rossa sormontata da uno scarabocchio di pelo nero.
«Pantoufle». Il coniglio è seduto sulla sua spalla come un pappagallo, le orecchie drizzate. «E Jeannot».
Un ragazzino in verde, una mano tesa. I due bambini sorridono. Sembra che alle madri - anche alle
madri-maestre - non sia consentito l'accesso ai Marauds. La figura di plastilina è ancora accanto al letto
di Anouk, e lei ha appeso il disegno sul muro lì sopra.
«Pantoufle mi ha detto cosa fare». Lo tira su in un abbraccio disinvolto. In questa luce riesco a
distinguerlo abbastanza chiaramente, come un bambino baffuto. Qualche volta mi dico che dovrei
scoraggiare questa sua finzione, ma non posso sopportare di condannarla a una solitudine così grande.
Forse, se riusciamo fermarci qui, Pantoufle farà posto a compagni di gioco un po' più reali.
«Sono contenta che siate rimasti amici», le ho detto, baciandola in cima alla testa ricciuta. «Di' a
Jeannot se uno di questi giorni ha voglia di venire qui a aiutarmi a smontare la vetrina. Puoi portare
anche gli altri tuoi amici».
«La casa di pan di zenzero?». I suoi occhi erano come un raggio di sole sull'acqua. «Oh sì!». Saltando
attraverso la stanza con improvvisa esuberanza, quasi precipitando su uno sgabello, scansando un
ostacolo immaginario con un balzo gigante, e poi su dalle scale, facendo i gradini tre a tre - «A chi arriva
prima, Pantoufle!». Un tonfo mentre sbatte la porta contro il muro bam-bam!
Di colpo una pugnalata di amore e dolcezza per lei, che come sempre mi porta ad abbassare la
guardia. La mia piccola straniera. Mai calma, mai zitta.
Mi sono versata un'altra tazza di cioccolata, per voltarmi non appena ho sentito il tintinnio della
porta. Per un secondo ho scorto la sua faccia senza essere vista, lo sguardo che scruta, il mento in fuori,
le spalle squadrate, le vene in rilievo sui lucidi avambracci nudi. Poi ha sorriso, un sorriso tirato, senza
calore.
«Monsieur Muscat, vero?». Mi sono chiesta che cosa volesse.
Sembrava fuori posto, mentre occhieggiava le merci esposte, la testa abbassata. Il suo sguardo
sfuggiva il mio volto, soffermandosi come per caso sul mio seno: una, due volte.
«Che cosa voleva?». La voce era posata, ma con un forte accento. Ha scosso la testa, come incredulo.
«Cosa diavolo voleva in un posto come questo?». Ha indicato un vassoio di confetti da cinquanta
franchi il pacchetto. «Questa roba, eh?». Si è rivolto a me in cerca d'aiuto, le mani tese. «Matrimoni e
battesimi. Che se ne fa con roba da matrimonio e battesimo?». Ha sorriso di nuovo. Ora blandendo,
cercando di essere galante, senza riuscirci. «Che cosa ha comprato?».
«Immagino che intenda dire Joséphine».
«Mia moglie». Ha dato a quelle parole una curiosa intonazione, come per concludere recisamente.
«Quelle sono donne che fanno per lei. Lavori come un pazzo per guadagnare abbastanza da vivere e
loro che fanno, eh? Lo sprecano tutto in...». Un altro gesto alle file di perle di cioccolato, alle ghirlande
di marzapane, alla carta argentata, ai fiori di seta. «Che cos'era, un regalo?». La voce era sospettosa. «Per
chi compra regali? Per sé?». Ha fatto una risatina, come se il pensiero fosse assurdo.
Non capivo di cosa si stesse impicciando. Ma c'era una specie di aggressività nel suo modo di fare,
un nervosismo negli occhi e nelle mani gesticolanti che mi hanno reso guardinga. Non per me stessa
nei lunghi anni con Mamma ho imparato diversi sistemi per badare a me stessa - ma per lei. Prima che
potessi impedirmelo, un'immagine è rimbalzata da lui a me: una nocca insanguinata impressa nel fumo.
Ho chiuso i pugni sotto il banco. Non c'era niente di quest'uomo che volessi vedere.
«Penso che lei abbia capito male», gli ho detto. «Ho chiesto a Joséphine di entrare per una tazza di
cioccolato. Da amica».
«Oh». Per un momento è sembrato colto alla sprovvista. Poi ha fatto un'altra risata, come un guaito.
Era quasi sincera adesso, puro divertimento venato di disprezzo. «Lei vuole essere amica di Joséphine?».
Di nuovo lo sguardo indagatore. Ho sentito che ci stava confrontando, gli occhi infuocati che
lanciavano occhiate al mio seno attraverso il banco. Quando ha parlato di nuovo è stato con tono
carezzevole, una nota cantilenante che riteneva fosse seducente.
«È nuova di qui, no?».
Ho annuito.
«Forse potremmo incontrarci qualche volta. Sa. Per conoscerci».
«Forse». Ero il più indifferente possibile. «Forse potrebbe dire a sua moglie di venire anche lei», ho
aggiunto tranquillamente.
Pausa. Mi ha guardato di nuovo, questa volta prendendo le misure con sospetto malizioso.
«E non ha detto niente, o sì?».
Inespressiva: «Che genere di cose?».
Una rapida scrollata della testa.
«Niente. Niente. Parla, tutto qui. Parla e basta. Non fa altro, eh? Dalla mattina alla sera». Di nuovo la
breve risata mesta. «Lo scoprirà da sé molto presto», ha aggiunto con soddisfazione acida.
Ho mormorato qualcosa di poco compromettente. Quindi, seguendo un impulso, ho tirato fuori un
pacchettino di mandorle ricoperte di cioccolato da sotto il banco e gliel'ho porto.
«Forse potrebbe dare questi a Joséphine da parte mia», ho detto allegramente. «Volevo darglieli, ma
me ne sono scordata».
Mi ha guardato, ma non si è mosso.
«Darglieli?», ha ripetuto.
«Gratis. Omaggio della casa». Ho fatto il più accattivante dei sorrisi. «Un regalo».
Il sorriso si è allargato. Ha preso i cioccolatini nel loro grazioso sacchetto d'argento. «Farò in modo
di darglieli», ha detto, schiacciando il pacchetto nella tasca dei jeans.
«Sono i suoi preferiti», gli ho detto.
«Non farà molta strada con questo lavoro, se non la smette di farci degli omaggi», ha detto in tono
condiscendente. «Si ritirerà dagli affari nel giro di un mese». Ancora lo sguardo duro, avido, come se
anch'io fossi un cioccolatino che non vedeva l'ora di scartare.
«Vedremo», ho risposto soavemente, e l'ho osservato lasciare il negozio e avviarsi sulla strada di casa,
le spalle dinoccolate nell'andatura di un tozzo James Dean. Non ha neppure aspettato di scomparire alla
vista per estrarre i cioccolatini di Joséphine e aprire il pacchetto. Forse immaginava che lo stessi
guardando. Uno, due, tre, la mano si avvicinava alla bocca con pigra regolarità, e prima che avesse
raggiunto il lato opposto della piazza l'involucro d'argento era già appallottolato nel pugno squadrato, e
i cioccolatini finiti. Me lo sono immaginata ingozzarsi come un cane affamato che vuole finire il suo
cibo prima di sbafare dalla ciotola di un altro. Passando davanti al panettiere ha lanciato la pallottola
d'argento nel bidone lì fuori, ma l'ha mancato, facendolo rimbalzare dall'orlo sulle pietre. Poi ha
continuato per la sua strada oltre la chiesa e giù per l'Avenue des Francs Bourgeois senza voltarsi indietro, gli
anfibi che facevano scintille calciando i ciottoli smussati sotto i piedi.

VENERDÌ 21 FEBBRAIO
Ieri sera il tempo si è fatto di nuovo freddo. Il segnavento di Saint Jérôme si è girato e ha sventolato
ansioso e incerto per tutta la notte, stridendo contro il pilone di sostegno come per allertare contro la
presenza di intrusi. La mattina è cominciata in una nebbia così fitta che perfino il campanile, distante
venti passi dalla vetrina del negozio, sembrava lontanissimo e spettrale. La campana della Messa
rintoccava pesante, come attutita dallo zucchero filato, mentre i pochi partecipanti si avvicinavano in
cerca di assoluzioni, i baveri alzati contro la nebbia.
Quando ha finito il suo latte mattutino, ho avvolto Anouk nel cappotto rosso e, incurante delle sue
proteste, le ho calcato un berretto di lana pelosa sulla testa.
«Non vuoi fare colazione?».
Ha scosso la testa con enfasi, agguantando una mela dal piatto sul banco.
«E un bacio?».
Questo è diventato un rituale del mattino.
Mi avvolge scherzosamente le braccia intorno al collo, mi lecca il viso che si inumidisce, poi se ne va
con un balzo, ridendo, lancia un bacio dalla porta, corre fuori nella piazza. Nel pulirmi la faccia mimo
un orrore terrificante. Ride felice, tira fuori una piccola lingua puntuta nella mia direzione, urla: «Ti
voglio bene!», e via come un vaporetto scarlatto nella nebbia, trascinandosi dietro la cartella. So che in
trenta secondi il cappello verrà relegato dentro la cartella, con i libri, i fogli e altre indesiderate
reminiscenze del mondo degli adulti. Per un secondo vedo di nuovo Pantoufle che salta dietro di lei, e
bandisco rapidamente quest'immagine sgradevole. Di colpo avverto la solitudine per il senso di vuoto
come posso affrontare una giornata intera senza di lei? - e con difficoltà reprimo l'impulso di chiamarla
indietro.
Sei clienti questa mattina. Uno è Guillaume, sulla via del ritorno dalla macelleria con un pezzo di
boudin avvolto nella carta.
«A Charly piace il boudin», mi dice serio. «Non ha mangiato come si deve di recente, ma sono sicuro
che questo lo apprezzerà».
«Non dimentichi che deve mangiare anche lei», gli ricordo affabilmente.
«Certo». Fa uno dei suoi sorrisi teneri, di scuse. «Mangio come un cavallo. Davvero». All'improvviso
mi rivolge uno sguardo affranto. «Naturalmente è Quaresima», dice. «Lei non pensa che gli animali
devono rispettare il digiuno quaresimale, vero?».
Scuoto la testa alla sua smorfia costernata. Il volto è minuto, dai lineamenti delicati. È il genere di
uomo che spezza un biscotto in due e conserva una metà per dopo.
«Penso che dovrebbe occuparsi di più di se stesso».
Guillaume gratta l'orecchio di Charly. Il cane sembra indifferente, poco interessato al contenuto del
pacchetto del macellaio nel cesto accanto a lui.
«Ci arrangiamo». Il sorriso affiora spontaneo come la bugia. «Davvero». Finisce la sua tazza di
chocolat espresso.
«Era ottimo», dice come sempre. «I miei complimenti, madame Rocher». È da tempo che ho smesso
di chiedergli di chiamarmi Vianne. Il senso del decoro glielo proibisce. Lascia il denaro sul banco, alza
lievemente il vecchio cappello di feltro e apre la porta. Charly si solleva sulle zampe e lo segue,
scartando un po' di lato.
La porta non si è ancora chiusa del tutto dietro di loro, che vedo Guillaume chinarsi per sollevarlo e
prenderlo in braccio.
All'ora di pranzo ho avuto un'altra visita. L'ho riconosciuta immediatamente, malgrado sfoggi un
informe soprabito da uomo: la faccia intelligente da mela invernale sotto il cappello di paglia nera, le
lunghe sottane nere sopra pesanti stivali di gomma.
«Madame Voizin! Aveva detto che sarebbe passata, vero? Le preparo qualcosa da bere». Due occhi
vivaci si spostavano con apprezzamento da un lato del negozio all'altro. Sentivo che notava tutto. Lo
sguardo si è fermato sul menu di Anouk:

Chocolat chaud 10 F
Chocolat espresso 15 F
Chococcino 12 F
Mocha 12 F

Ha fatto un cenno con il capo, in segno di approvazione.


«Sono anni che non bevo niente di simile», ha detto. «Avevo quasi dimenticato che esistono posti
come questo». C'è un'energia nella voce, una forza nei gesti che smentiscono la sua età. La bocca ha una
piega spiritosa che mi ricorda mia madre. «Una volta mi piaceva la cioccolata», ha dichiarato.
Mentre le riempivo di mocha un bicchiere allungato e aggiungevo alla schiuma uno spruzzo di
kahlua, lei ispezionava con un'ombra di sospetto gli sgabelli da bar.
«Non ti aspetterai mica che mi arrampichi fin lassù, vero?».
Ho riso.
«Se avessi saputo che sarebbe venuta, avrei portato una scala.
Aspetti un momento». Sono passata in cucina a prendere la vecchia sedia arancione di Poitou.
«Provi questa».
Armande è sprofondata nella sedia e ha preso il bicchiere con le due mani. Sembrava ingorda come
una bambina, gli occhi luccicanti, l'espressione estatica.
«Mmm...». Era più che un apprezzamento. Era quasi venerazione. «Mmmmmm». Ha chiuso gli occhi
mentre assaggiava la bevanda. Il suo piacere metteva quasi paura.
«Questa è quella giusta, no?». Ha fatto una breve pausa, gli occhi vivaci semichiusi in concentrazione.
«C'è la panna e... cannella, credo... e che altro? Tia Maria?».
«Fuocherello», ho risposto.
«Le cose proibite hanno sempre il gusto migliore», ha dichiarato Armande, pulendosi soddisfatta la
schiuma dalle labbra. «Ma questa...», ha bevuto ancora, avidamente. «Questa è meglio di tutte quelle che
io ricordi, anche della mia infanzia. Scommetto che qua dentro ci sono diecimila calorie. Di più».
«Perché dovrebbe essere proibita?». Ero curiosa. Piccola e rotonda come un tordo, è proprio l'esatto
contrario di sua figlia, così preoccupata della linea.
«Oh, i dottori». Armande è stata drastica. «Sai come sono. Direbbero qualunque cosa». Si è interrotta
per bere di nuovo dalla cannuccia. «Oh, com'è buona. Buona. Sono anni che prova a rinchiudermi in un
ricovero. Non le piace l'idea che io le abiti accanto. Non le piace che le si ricordi da dove proviene». Ha
fatto una grassa risata soffocata. «Dice che sono malata. Che non sono in grado di badare a me stessa.
Manda quel disgraziato del suo dottore a dirmi quello che posso o non posso mangiare. Si potrebbe
perfino pensare che vogliono vedermi vivere in eterno».
Ho sorriso.
«Sono certa che Caroline è molto preoccupata per lei», ho detto.
Armande mi ha lanciato un'occhiata di scherno.
«Oh, davvero». È scoppiata in una risata stridula e volgare. «Raccontalo a qualcun altro, ragazza. So
perfettamente che a mia figlia non importa di nessuno tranne che di se stessa. Non sono scema». Una
pausa mentre strizzava gli occhi vivaci e agguerriti. «È per il ragazzo che provo affetto», ha detto.
«Ragazzo?».
«Si chiama Luc. Mio nipote. Compirà quattordici anni in aprile. Forse l'avrai visto in piazza».
Me lo ricordavo vagamente: un ragazzo incolore, troppo per bene, con i pantaloni di flanella stirati e
freddi occhi grigio-verdi sotto una frangia liscia. Ho fatto cenno di sì.
«L'ho nominato erede nel mio testamento», mi ha raccontato Armande. «Mezzo milione di franchi.
In amministrazione fiduciaria fino al diciottesimo compleanno». Ha alzato le spalle. «Non lo vedo mai»,
ha aggiunto subito. «Caro non lo permette».
Li ho visti insieme. Ora ricordo: il ragazzo che dà il braccio a sua madre mentre passano diretti in
chiesa. Unico fra tutti i ragazzi di Lansquenet, non ha mai comprato cioccolatini alla Praline, anche se
direi di averlo visto guardare la vetrina, una o due volte.
«L'ultima volta che è venuto a trovarmi è stato quando aveva dieci anni». La voce di Armande era
insolitamente atona. «Cento anni fa, per quanto lo riguarda». Ha finito la cioccolata e ha riposto il
bicchiere sul banco con un sonoro tocco finale. «Era il suo compleanno, mi ricordo. Gli ho dato un
libro di poesie di Rimbaud. È stato molto... cortese». Il tono aveva una sfumatura amara. «Ovviamente
dopo di allora l'ho visto un po' di volte per strada», ha detto. «Non posso lamentarmi».
«Perché non lo chiama?», ho chiesto incuriosita. «Per portarlo fuori, per conoscerlo un po'?».
Armande ha scosso la testa.
«Abbiamo rotto i rapporti, Caro e io». La voce d'improvviso si è fatta querula. La parvenza di
gioventù se n'è andata con il sorriso, e tutto a un tratto è sembrata terribilmente vecchia. «Si vergogna di
me. Dio sa cos'avrà raccontato al ragazzo». Ha scosso la testa.
«No. È troppo tardi. Posso leggerglielo dall'espressione... quell'espressione educata... e nei messaggi
educati ma senza significato che mi manda come auguri di Natale. Un ragazzo così per bene». Una
risata amara. «Un ragazzo così educato, così per bene».
Si è girata verso di me con un sorriso vivace e coraggioso.
«Se potessi sapere che cosa fa», ha detto. «Sapere quel che legge, per che squadra tifa, chi sono i suoi
amici, se è bravo a scuola. Se potessi sapere che...».
«Se?».
«Potrei illudermi che...». Per un secondo l'ho vista sull'orlo delle lacrime. Poi una pausa, uno sforzo e
ha ripreso il controllo. «Sai, penso che potrei reggere un'altra di quelle cioccolate "speciali" che fai tu.
Che ne dici di un'altra?». Era una bravata, ma l'ammiravo più di quanto fossi in grado di dire. Che anche
così malridotta riesca ancora a fare la ribelle, con un accenno di spavalderia nei movimenti mentre
punta i gomiti sul bar, e beve tutto d'un fiato.
«Sodoma e Gomorra attraverso una cannuccia. Mmmm. Mi sembra di essere appena morta e di essere
salita in Paradiso. O lì vicino, dove finirò io in ogni caso».
«Posso farmi dare sue notizie, se vuole. E potrei passargliele». Armande ci ha pensato su in silenzio.
Ho visto che mi osservava da sotto le palpebre abbassate. Mi stava valutando.
Finalmente ha parlato.
«Tutti i maschi amano i dolci, no?». La voce era indifferente. Ho detto che ero d'accordo, quasi tutti i
maschi li amano. «E i suoi amici vengono qui anche loro, immagino». Le ho detto che non ero sicura di
quali fossero i suoi amici, ma che la maggior parte dei bambini andava e veniva regolarmente.
«Potrei tornare qui di nuovo», ha deciso Armande. «Mi piace la tua cioccolata, anche se le sedie sono
spaventose. Potrei anche diventare una cliente abituale».
«Sarebbe la benvenuta», ho risposto.
Un'altra pausa. Ho capito che Armande Voizin fa le cose a modo suo, con i suoi ritmi, rifiutando che
le si faccia fretta o che le si diano consigli. L'ho lasciata pensare.
«Ecco. Tieni questo». La decisione era presa. Ha fatto scivolare rapidamente un biglietto da cento
franchi sul banco.
«Ma io...».
«Se lo vedi, compragli una scatola di quello che vuole. Non dirgli che è da parte mia».
Ho preso la banconota.
«E fai in modo che la madre non ti avvicini. È più che probabile che ci stia già provando, seminando
i suoi pettegolezzi e la sua degnazione. La mia unica figlia è diventata una delle Sorelle della Salvezza di
Reynaud». Ha socchiuso gli occhi astuti, e nelle guance rotonde si è formata una ragnatela di fossette.
«Girano già delle voci su di te», ha detto. «Conosci il genere. Avere a che fare con me non potrà che
peggiorare le cose».
Ho riso.
«Penso di cavarmela».
«Lo penso anch'io». Mi ha guardato, di colpo intensamente, ora con una voce che non aveva più il
tono provocatorio. «C'è qualcosa in te», ha detto con voce morbida. «Qualcosa di famigliare. Non credo
che ci siamo incontrate prima di quella volta ai Marauds, vero?». Lisbona, Parigi, Firenze, Roma... Tanta
gente. Tante vite intrecciate, passate rapidamente nella trama del nostro itinerario. Però pensavo di no.
«E poi c'è un odore... Di qualcosa che brucia, l'odore di un fulmine estivo, dieci secondi dopo. Un
profumo di temporale di mezza estate e di campi di granturco sotto la pioggia». Il viso era assorto, i
suoi occhi cercavano i miei. «È vero, no? Quello che ho detto? Quello che sei?».
Ancora quella parola.
Ha riso compiaciuta e mi ha preso la mano. La sua pelle era fredda, era come una foglia, non era
carne. Mi ha girato la mano per vedere il palmo.
«Lo sapevo». Il suo dito ha tracciato la linea della vita, quella del cuore. «L'ho saputo nell'istante in
cui ti ho vista». Tra sé e sé, la testa chinata, la voce così bassa da non essere nulla più che un soffio sulla
mia mano: «Lo sapevo. Ma non ho mai pensato di vederti qui, in questo paese».
Uno sguardo tagliente, pieno di sospetto, rivolto verso l'alto.
«E Reynaud lo sa?».
«Non ne sono sicura». Era vero. Non sapevo di che cosa stesse parlando. Ma anch'io potevo sentire
l'odore. Un vago odore di fuoco e di ozono. Lo stridere di un cambio che non viene usato da tanto
tempo, l'infernale macchina del sincronismo. Oppure aveva ragione Joséphine, e Armande era pazza.
Dopotutto, riusciva a vedere Pantoufle.
«Non farlo sapere a Reynaud», mi ha consigliato, gli occhi folli e seri che luccicavano. «Tu lo sai chi è
lui, vero?».
L'ho guardata negli occhi. Devo essermi immaginata cos'ha detto dopo. Oppure una volta i nostri
sogni si erano sfiorati brevemente, durante una delle nostre notti in fuga.
«È l'Uomo Nero».
Reynaud. Come una brutta carta. Ancora e poi ancora. Una risata in attesa di esplodere.
***
Molto tempo dopo aver messo a letto Anouk, ho letto le carte di mia madre per la prima volta da
quando è morta.
Le conservo in una scatola di sandalo e sono piene e profumate dei suoi ricordi. Per un istante sto
per riporle senza leggerle, confusa dal flusso di associazioni che il profumo porta con sé. New York,
chioschi di hot dog da cui si leva un'ondata di vapore. Il Café de la Paix, con i suoi camerieri immacolati.
Una suora che mangia un gelato fuori dalla cattedrale di Nôtre Dame. Camere di alberghi equivoci,
portieri scortesi, gendarmes sospettosi, turisti incuriositi. E su tutto l'ombra della cosa, la cosa implacabile
e senza nome da cui fuggivamo.
Io non sono mia madre. Non sono una che fugge. Eppure il bisogno di vedere, di sapere, è così
grande che mi ritrovo a prenderle dalla loro scatola e a spargerle sul bordo del letto, come faceva lei.
Un'occhiata dietro di me per assicurarmi che Anouk stia ancora dormendo. Non voglio che si
accorga del mio disagio. E poi mescolo, taglio, mescolo, taglio, fino a quando ho quattro carte.
Dieci di spade, morte. Tre di spade, morte. Due di spade, morte. Il Carro. Morte.
L'Eremita. La Torre. Il Carro. Morte.
Le carte sono quelle di mia madre. Questo non ha niente a che vedere con me, mi dico, l'Eremita è
abbastanza facile da identificare. Ma la Torre? Il Carro?
La Morte?
La carta della Morte, dice la voce di mia madre dentro di me, non deve per forza preannunciare la
propria morte fisica, ma la morte di un modo di vivere. Un cambiamento. I venti che girano. Che sia
questo il significato?
Non credo nelle premonizioni. Non come ci credeva lei, come un modo di tracciare le linee casuali
del nostro percorso. Non come una scusa per l'immobilismo, una stampella per quando le cose vanno
di male in peggio, una razionalizzazione del caos dell'anima. Ma sento la sua voce e mi sembra la stessa
che ho udito sulla nave, la sua forza trasformata in pura ostinazione, il suo spirito in una disperazione
mortale.
Che ne diresti di Disneyland? Che ne pensi? E dei Keys della Florida? E degli Everglades? C'è tanto da vedere, nel
Nuovo Mondo, così tanto che non abbiamo neppure cominciato a sognare. Credi che sia questo? È questo che dicono le
carte?
A quel tempo la Morte era in ogni carta, la Morte e l'Uomo Nero, che aveva assunto lo stesso
significato. Fuggivamo da lui, e lui ci seguiva, imballato nel legno di sandalo.
Come antidoto leggevo Jung e Hermann Hesse, e imparavo a conoscere l'inconscio collettivo. L'arte
delle divinazioni è un mezzo per raccontare cose che già sappiamo. Quello che temiamo. Non ci sono
demoni ma una serie di archetipi comuni a ogni civiltà. La paura della perdita, Morte. La paura degli
spostamenti, La Torre. La paura della fugacità, Il Carro.
E la Mamma è morta.
Ripongo delicatamente le carte nella loro scatola profumata. Addio, Mamma. Il nostro viaggio
finisce qui. Questo è il posto in cui ci fermiamo, dove affrontiamo qualsiasi cosa ci porti il vento.
Non leggerò mai più le carte.

DOMENICA 23 FEBBRAIO
Benedicimi, padre, perché ho peccato. So che mi senti, mon père, e non c'è nessun altro a cui vorrei
confessarmi. Certamente non il Vescovo, tranquillo nella sua lontana diocesi di Bordeaux. E la chiesa
sembra così vuota. Mi sento sciocco ai piedi dell'altare, lo sguardo rivolto in su verso Nostro Signore, in
agonia nella sua doratura - la doratura è annerita dal fumo delle candele e le macchie scure gli
conferiscono un'aria segreta e misteriosa - e la preghiera che i primi giorni giungeva come una vera
benedizione, come una vera fonte di gioia, ora è un peso, un urlo sul versante di una tetra montagna che
in qualsiasi momento potrebbe scatenare su di me una valanga.
È questo il dubbio, mon père? Questo silenzio dentro di me, questa incapacità di pregare, di
purificarmi, di umiliarmi... è colpa mia? Guardo la Chiesa che è la mia vita e mi sforzo di provare amore
per lei. Amore per le statue, come le hai amate tu. Saint Jérôme con il naso scheggiato, la Vergine
sorridente, Giovanna d'Arco con il suo vessillo, San Francesco con i suoi piccioni dipinti. A me non
piacciono gli uccelli. Forse è un peccato contro il mio omonimo, ma non riesco a farci niente. Il loro
stridio rauco, la loro sporcizia anche davanti alla porta della chiesa, i muri candidi striati dall'impiastro
verdognolo dei loro bisogni - e il rumore che fanno durante la predica... Avveleno i topi che infestano la
sacrestia e rodono i paramenti sacri. Non dovrei avvelenare anche i piccioni che disturbano la predica?
Ho provato, mon père, ma senza successo. Forse San Francesco li protegge.
Se solo riuscissi a essere più degno. Sono afflitto dalla mia indegnità e la mia intelligenza, che è di
gran lunga superiore a quella del mio gregge, serve solo a enfatizzare la debolezza, la grossolanità di
questo servo prediletto di Dio. È questo il mio destino? Ho sognato grandi cose, sacrifici, martirii. E
invece spreco il tempo in preoccupazioni che sono indegne di me, indegne di te.
Il mio peccato è la meschinità, mon père. Per questa ragione Dio se ne sta zitto nella Sua casa.
Conosco il male, ma non il rimedio. Ho inasprito il rigore del digiuno quaresimale, scegliendo di
prolungarlo anche nei giorni in cui è consentita qualche concessione. Oggi, per esempio, ho rovesciato
sulle ortensie la mia libagione della Domenica e ho sentito distintamente un sollievo dello spirito. Per
adesso acqua e caffè saranno i soli compagni dei miei pasti, il caffè lo prenderò nero e senza zucchero
così da rinforzarne il gusto amaro. Oggi ho mangiato un'insalata di carote e olive - radici e more
selvatiche. A dir la verità, ora ho un po' di vertigini, ma la sensazione non è sgradevole. Avverto una
punta di colpa al pensiero che anche la privazione mi dà piacere, e decido di imboccare la strada della
tentazione. Starò per cinque minuti davanti alla vetrina della rôtisserie, a guardare i polli sullo spiedo. Se
poi Arnauld mi prende in giro, tanto meglio. In ogni modo dovrebbe essere chiuso per Quaresima.
In quanto a Vianne Rocher... In questi ultimi giorni non ho quasi mai pensato a lei.
Passo davanti al suo negozio con la faccia girata dall'altra parte. Il successo le arride malgrado la
stagione e la disapprovazione della gente per bene di Lansquenet, ma è un successo attribuibile alla
novità di quel genere di negozio. Ma finirà per esaurirsi. I nostri parrocchiani hanno così pochi soldi per
le necessità quotidiane, altro che foraggiare un posto più adatto alle grandi città.
La Céleste Praline. Persino il nome è un insulto premeditato. Prenderò la corriera fino ad Agen per
andare a lamentarmi all'agenzia immobiliare che si occupa degli affitti. Prima di tutto non avrebbero
mai dovuto consentirle di affittarlo. La posizione centrale del negozio assicura una certa prosperità,
invita alla tentazione. Il Vescovo dovrebbe esserne informato. Forse potrebbe esercitare quell'autorità
che io non ho. Oggi gli scriverò.
Ogni tanto la vedo per strada. Indossa un impermeabile giallo a margherite verdi, un vestito da
bambina tranne che per la lunghezza, un po' indecente per una donna adulta. Tiene i capelli scoperti
anche quando piove, lucidi e stirati come pelliccia di foca. Quando arriva alla tenda del negozio li torce
come una corda. Spesso c'è gente che aspetta sotto la tenda, si protegge dalla pioggia incessante e
guarda l'esposizione in vetrina. Ha appena installato una stufa elettrica, abbastanza vicina al banco per
dare un po' di tepore, ma non troppo, per non danneggiare la merce. Con gli sgabelli, con le cloches di
vetro riempite di paste e torte, con i bricchi d'argento per la cioccolata sulla piastra, il locale assomiglia
più a un caffè che a un negozio. Spesso, in certi giorni, ci vedo più di dieci persone intente a
chiacchierare, alcune in piedi, altre appoggiate al banco imbottito. La domenica e il mercoledì
pomeriggio l'odore della pasticceria che cuoce nel forno riempie l'aria umida e lei si affaccia all'ingresso,
infarinata fino ai gomiti, e fa commenti sfacciati ai passanti. Sono stupito da quanta gente conosce per
nome ci sono voluti sei mesi perché io conoscessi tutto il mio gregge - e lei non perde occasione per
fare una domanda o scambiare una battuta sulla loro vita, sui loro problemi. L'artrite di Blaireau. Il
figlio soldato di Lambert. Narcisse e le sue orchidee da concorso. Sa anche il nome del cane di
Duplessis. Oh, com'è furba. È impossibile fare a meno di notarla. Bisogna risponderle, se no si fa la
figura degli zotici. E io pure, io pure devo sorridere e fare un cenno col capo, anche se dentro di me
sono furente. La figlia segue le sue orme e scorazza liberamente nei Marauds con una banda di ragazzine
e ragazzini più grandi di lei. La maggior parte ha otto o nove anni, e la trattano affettuosamente, come
una sorellina minore, una mascotte. Sono sempre insieme, corrono, urlano, trasformano le loro braccia
in cacciabombardieri e si ammazzano a vicenda, canticchiando e fischiando. Jean Drou è uno dei loro,
malgrado sua madre si preoccupi. Ha provato a proibirglielo un paio di volte, ma diventa più ribelle
ogni giorno che passa, e si cala dalla finestra della camera quando lei lo chiude dentro. Ma io ho delle
preoccupazioni più gravi, mon père, che non la cattiva condotta di un gruppetto di marmocchi
indisciplinati. Oggi, passando dai Marauds prima della Messa, ho visto, ormeggiata in riva alla Tannes,
una casa galleggiante come quelle che conosciamo bene, tu e io. Una bagnarola dipinta di verde ma
malamente crepata, il comignolo di latta che schizza fumi neri e inquinanti, il tetto ondulato, come
quelli delle baracche di cartone nelle bidonvilles di Marsiglia. Io e te sappiamo che cosa significa. E quello
che porta con sé. La testa dei primi soffioni di primavera spunta dalle zolle fradice lungo la strada. Ci
provano ogni anno, e risalgono il fiume dalla città e dalle baraccopoli o, peggio, da ancor più lontano,
dall'Algeria e dal Marocco. In cerca di lavoro. In cerca di un posto dove sistemarsi e riprodursi... Questa
mattina ho predicato contro di loro, ma so che malgrado ciò alcuni dei miei parrocchiani - Narcisse è
uno di loro - li accoglieranno volentieri per farmi dispetto. Sono vagabondi. Non hanno rispetto né
valori. Sono gli zingari del fiume, portatori di malattie, ladri, bugiardi, assassini quando sanno di farla
franca. Lasciamoli fermare qui e rovineranno tutto quello per cui abbiamo lavorato, mon père. Tutta la
nostra cultura. I loro figli correranno con i nostri fino a quando tutto ciò che abbiamo fatto per loro
andrà in malora. Plageranno le menti dei nostri bambini. Insegnando l'odio e l'irriverenza verso la
Chiesa. Insegnando l'ozio e la fuga dalle responsabilità. Insegnando il crimine e i piaceri della droga. Si
sono già scordati di quanto è successo quell'estate? Sono così sciocchi da credere che la stessa cosa non
possa succedere ancora?
Oggi pomeriggio sono andato alla casa galleggiante. L'hanno raggiunta altre due, una rossa e una
nera. La pioggia era cessata e c'era una corda da bucato stesa tra le due nuove arrivate, sulla quale
penzolavano flosci dei vestiti da bambino. Sul ponte della barca nera era seduto un uomo che pescava
dandomi le spalle. Lunghi capelli rossi annodati con un pezzo di stoffa, braccia nude tatuate con l'henné
fino alle spalle. Mi sono fermato a osservare le barche, sorpreso dalla loro miseria, dalla loro insolente
povertà. Che vantaggio ne traggono? Siamo un paese ricco. Una potenza europea. Esisteranno dei
lavori per questa gente, lavori utili, alloggi decenti... Ma allora perché scelgono di vivere in questo modo,
nell'ozio e nella miseria? Sono così pigri? L'uomo dai capelli rossi sul ponte della barca nera ha fatto le
corna verso di me per proteggersi e si è rimesso a pescare.
«Non potete stare qui», ho urlato attraverso l'acqua. «Questa è proprietà privata. Dovete andarvene».
Scoppi di riso e battute di scherno dalle barche. Ho sentito le tempie pulsare di rabbia, ma ho
mantenuto la calma. «Potete parlare con me», ho urlato ancora. «Sono un prete. Forse possiamo trovare
una soluzione».
Varie facce erano apparse alle finestre e alle porte delle tre barche. Ho visto quattro bambini, una
giovane donna con un neonato e tre o quattro persone più anziane, avvolte nel grigio incolore tipico di
questa gente, le facce dure e sospettose. Ho visto che si giravano verso Capelli Rossi per ricevere
un'imbeccata. Mi sono rivolto a lui.
«Ehi, lei!».
Aveva un atteggiamento ironicamente rispettoso.
«Perché non viene qui e ne parliamo? Posso spiegarmi meglio se non devo urlare attraverso mezzo
fiume», gli ho detto. «Spieghi pure», ha risposto. Parlava con un accento marsigliese così forte che a
fatica riuscivo a capire le parole. «La sento bene». I suoi compari sulle altre barche si davano di gomito e
ridacchiavano. Ho aspettato pazientemente un po' di silenzio. «Questa è proprietà privata», ho ripetuto.
«Non potete stare qui, mi dispiace. C'è gente che vive qui». Ho indicato le case sulla riva lungo l' Avenue
des Marais. È vero, molte sono ormai vuote, andate in rovina per l'umidità e l'incuria, ma qualcuna è
ancora abitata.
Capelli Rossi mi ha lanciato un'occhiata sprezzante.
«E c'è gente che vive anche qui», ha risposto, indicando le barche.
«Capisco, ma comunque...». Mi ha interrotto.
«Non si preoccupi. Non staremo molto». Il tono non ammetteva repliche. «Dobbiamo fare delle
riparazioni, ritirare delle scorte. Non possiamo farlo in mezzo alla campagna. Staremo due settimane,
forse tre. Pensa di poter sopravvivere, eh?».
«Forse un paese più grande...». Mi sentivo rizzare i capelli alla sua aria insolente, ma sono restato
calmo. «Una città, come Agen, forse».
Laconico. «Non va. Veniamo da lì».
Sono sicuro che era così. Quelli di Agen adottano la linea dura con i nomadi. Se solo avessimo la
nostra polizia a Lansquenet.
«Ho un problema al motore. Ho perso olio per miglia più giù sul fiume. Devo aggiustarlo prima di
rimettermi in marcia».
Ho drizzato le spalle.
«Non penso che qui troverà quello che cerca», ho detto.
«Be', ognuno ha la sua opinione». Aveva un tono indolente, quasi divertito. Una delle donne più
anziane si è messa a blaterare petulante. «Anche un prete ha diritto di avere la sua». Altre risate. Ho
mantenuto il contegno. Questa gente non merita la mia rabbia.
Mi sono girato per andarmene.
«Bene, bene, è M'sieur le Curé». La voce era proprio dietro di me e mio malgrado ho fatto un
sobbalzo. Armande Voizin ha fatto una risatina soddisfatta. «Nervoso, eh?», ha detto maliziosa. «Per
forza. Sei fuori dal tuo territorio, vero? Cos'è la missione 'sta volta? Convertire i pagani?».
«Madame». A dispetto della sua insolenza, le ho fatto un cenno cortese col capo. «Spero che goda di
buona salute».
«Ma davvero?». Gli occhi neri ridevano spumeggianti. «Avevo l'impressione che non vedessi l'ora di
darmi l'Estrema Unzione».
«Niente affatto, madame». Ero dignitoso, ma gelido.
«Bene. Perché questa vecchia pecorella non tornerà mai all'ovile», ha dichiarato. «Troppo dura per te,
ad ogni modo. Mi ricordo che tua madre diceva...».
L'ho bloccata più bruscamente di quanto intendessi.
«Ho paura di non aver tempo per le ciance oggi, madame. Queste persone...», un gesto verso gli
zingari del fiume, «...bisogna trattare con queste persone, prima che la situazione sfugga di mano.
Devo tutelare gli interessi del mio gregge».
«Ma che razza di trombone sei diventato?», ha osservato pigramente Armande. «Gli interessi del mio
gregge. Mi ricordo quando eri solo un bambinetto e giocavi agli indiani nei Marauds. Che cosa ti hanno
insegnato in città, oltre alla pomposità e alla boria?». Le ho dato un'occhiataccia. È l'unica in tutta
Lansquenet che si diverte a ricordarmi cose che è meglio aver dimenticato. Ma mi viene in mente che
quando morirà, il ricordo morirà con lei, e ne sono quasi contento.
«Lei può rallegrarsi al pensiero dei nomadi che si impossessano dei Marauds», le ho detto
bruscamente. «Ma altre persone - e sua figlia è una di quelle - capiscono che se gli si permette di posare
qui un piede...». Armande ha sorriso soddisfatta.
«Parli perfino come lei», ha detto. «Una sequela di trite frasi da pulpito e di banalità nazionaliste. Mi
pare che quelle persone non facciano danni. Perché fare una crociata per espellerle, visto che in ogni
caso se ne andranno presto?».
Ho scrollato le spalle.
«È ovvio che non vuole capire la questione», le ho detto seccamente.
«Be', ho già detto a Roux laggiù...», un gesto sornione all'uomo sulla casa galleggiante nera, «ho detto
a lui e ai suoi amici che sono i benvenuti per tutto il tempo che serve a riparare il motore e fare scorta di
cibo». Mi ha rivolto un'occhiata furba e trionfante. «Così non puoi dire che sia una violazione di
proprietà. Stanno qui, di fronte a casa mia, con la mia benedizione». Ha posto un'enfasi particolare
sull'ultima parola, come per prendermi in giro.
«E anche i loro amici, quando arriveranno». Mi ha lanciato un'altra delle sue occhiate impudenti.
«Tutti i loro amici».
Certo, avrei dovuto aspettarmelo. Avrebbe fatto qualunque cosa per farmi dispetto. Si bea della
notorietà che gliene viene, sapendo che in quanto abitante più vecchia del paese le è consentita una
certa libertà di comportamento. Non c'è ragione di litigare con lei, mon père. Lo sappiamo già. Si diverte
a discutere, proprio come le piace avere rapporti con questa gente, con le loro storie, con la loro vita.
Non c'è da stupirsi che abbia già imparato i loro nomi. Non le darò la soddisfazione di vedermi
implorare. No, devo affrontare il problema per altre vie.
Se non altro, da Armande ho avuto un'informazione. Arriveranno altre barche. Quante, bisogna
aspettare e vedere. Ma è come temevo. Oggi tre. E domani, quante?
Venendo qui, sono passato da Clairmont. Spargerà la voce. Mi aspetto un po' di resistenza. Armande
ha ancora degli amici, forse bisognerà insistere un po' con Narcisse. Ma tutto sommato mi aspetto
collaborazione. Sono ancora qualcuno in questo paese. La mia brava opinione conta qualcosa. Ho
parlato anche con Muscat. Vede quasi tutti nel suo caffè. Capo del Comitato Residenti. Un uomo che
pensa come si deve, malgrado i suoi sbagli, un buon praticante. E se fosse necessaria una mano più
energica - naturalmente deploriamo tutti la violenza, ma con questa gente non si può escludere
l'eventualità be', sono sicuro che Muscat sarebbe disponibile.
Armande l'ha definita una crociata. Lo so, intendeva essere offensiva, però... Avverto un pizzico di
eccitazione al pensiero di questa battaglia. Che sia questo il compito per cui sono stato scelto da Dio?
È questa la ragione per cui sono venuto a Lansquenet, mon père. Combattere per la mia gente. Salvarla
dalla tentazione. E quando Vianne Rocher vedrà la potenza della Chiesa - la mia influenza su ogni
singola anima della comunità - allora saprà di aver perso. Quali che siano le sue speranze, le sue
ambizioni. Capirà di non poter restare. Di non poter combattere e sperare di vincere.
Trionferò.

LUNEDÌ 24 FEBBRAIO
Caroline Clairmont è passata subito dopo la Messa. Il figlio era con lei, la cartella appesa alle spalle.
Un ragazzo alto dal viso pallido, impassibile. Lei portava un fascio di fogli gialli scritti a mano.
Ho sorriso a entrambi.
Il negozio era quasi vuoto - i primi clienti abituali arrivano intorno alle nove, ed erano le otto e
mezza. Solo Anouk era seduta al banco, di fronte a lei una scodella di latte mezza vuota e un pain au
chocolat. Ha dato un'occhiata vivace al ragazzo, ha agitato il dolce in un gesto che voleva essere di
benvenuto, ed è ritornata alla sua colazione.
«Posso aiutarvi?».
Caroline si è guardata intorno con un'espressione di invidia e disapprovazione. Il ragazzo fissava
diritto davanti a sé, ma vedevo che il suo sguardo voleva spostarsi verso Anouk. Sembrava ben educato
e austero, gli occhi svegli e indecifrabili sotto una frangia troppo lunga.
«Sì». La voce di Caroline è posata e falsamente allegra, il sorriso duro e dolce come la glassa, e dà ai
nervi. «Sto distribuendo questi...», mostra il mazzo di fogli, «...e mi chiedo se non le dispiacerebbe
esporne uno in vetrina». Me l'ha porto. «Tutti gli altri li stanno appendendo», ha aggiunto, come se
questo potesse facilitare la mia decisione. Ho preso il foglio.
Nero su giallo, a chiare lettere maiuscole:

VIETATO L'INGRESSO
A VENDITORI AMBULANTI,
VAGABONDI E NOMADI.
LA DIREZIONE SI RISERVA IL DIRITTO
DI RIFIUTARE IL SERVIZIO
IN QUALSIASI MOMENTO.

«Perché dovrei averne bisogno?». Ho aggrottato le sopracciglia, con fare interrogativo. «Perché
dovrei rifiutarmi di servire qualcuno?». Caroline mi ha lanciato uno sguardo di compassione e
disprezzo.
«Già, lei è nuova, qui», ha detto con un sorriso zuccheroso. «Ma in passato abbiamo avuto dei
problemi. E comunque è solo una precauzione. Dubito fortemente di ricevere visite da Quella Gente.
Ma è meglio mettersi al sicuro piuttosto che pentirsene dopo, non crede?».
Non riuscivo ancora a capire.
«Pentirsi di che?».
«Be', degli zingari. La gente del fiume». C'era una nota di impazienza nella sua voce. «Sono tornati, e
vorranno...», ha fatto una piccola, elegante, smorfia di disgusto, «...fare le cose che fanno».
«Quindi...», l'ho incalzata gentilmente.
«Be', dovremo dimostrargli che non ci stiamo». Caroline si stava agitando. «Ci stiamo mettendo
d'accordo per non servire quella gente. Li faremo tornare indietro, qualunque sia il posto da cui sono
venuti».
«Oh». Ho riflettuto su quello che stava dicendo. «Possiamo rifiutarci di servirli?», ho domandato
incuriosita. «Se hanno soldi da spendere, possiamo rifiutarci?».
Con tono impaziente: «Certo che possiamo. Chi può impedircelo?». Ho pensato un istante, poi le ho
restituito il foglio giallo. Caroline mi fissava. «Non ci sta?». La voce si è alzata di una mezza ottava,
perdendo così buona parte della sua intonazione per bene.
Ho scrollato le spalle.
«Mi sembra che se qualcuno vuole spendere qui i suoi soldi, non sia io a doverlo fermare», le ho
detto.
«Ma la comunità...», ha insistito Caroline. «Certamente lei non vorrà gente di quel genere... nomadi,
ladri, arabi, per amor di Dio...».
Il clic di una foto della memoria, veloce come un battito d'ali, portieri scorbutici di New York,
signore di Parigi, turisti al Sacré-Coeur, la macchina fotografica in una mano, le facce che si voltano
dall'altra parte per evitare di vedere la ragazzina che chiede l'elemosina con il vestito troppo corto e le
gambe troppo lunghe... Caroline Clairmont, malgrado la sua educazione campagnola, sa bene
l'importanza di trovare la modiste giusta. Il foulard discreto che le avvolge il collo ha l'etichetta di
Hermès, e il suo profumo è Coco di Chanel. La mia risposta è stata più dura di quanto volessi.
«Mi pare che la comunità dovrebbe farsi gli affari suoi», ho detto acidamente. «Non tocca a lei, o a
nessun altro, decidere come quella gente debba vivere la sua vita». Caroline mi ha lanciato un'occhiata
velenosa.
«Oh, be', se la pensa così...», si gira altezzosa verso la porta, «...non la tratterrò oltre dai suoi affari».
Una leggera enfasi sull'ultima parola, uno sguardo sprezzante ai sedili vuoti. «Spero solo che non abbia
a pentirsi della sua decisione, ecco tutto».
«Perché dovrei?».
Ha alzato le spalle, petulante.
«Be', se ci sono problemi, o cose del genere». Dal suo tono ho intuito che la conversazione era
conclusa. «Questa gente può essere la causa di ogni genere di problema, sa. Droga, violenza...». L'acidità
del suo sorriso suggeriva che se ci fosse stato quel genere di problema lei sarebbe stata contenta di
sapere che ne ero vittima. Il ragazzo mi fissava senza capire. Ho ricambiato con un sorriso.
«Ho visto la tua nonna l'altro giorno», gli ho detto. «Mi ha parlato tanto di te». Il ragazzo è arrossito
e ha mormorato qualcosa di incomprensibile.
Caroline si è irrigidita.
«Ho sentito dire che è stata qui», ha detto. Si è sforzata di sorridere. «Non dovrebbe incoraggiare mia
madre», ha aggiunto fingendosi spiritosa. «Si comporta già abbastanza male da sola».
«Oh, l'ho trovata di ottima compagnia», ho risposto senza togliere gli occhi di dosso al ragazzo.
«Molto piacevole. E molto acuta».
«Per la sua età», ha detto Caroline.
«Per qualsiasi età», ho detto io.
«Be', sono sicura che agli estranei faccia questa impressione», ha precisato Caroline rigida. «Ma per la
sua famiglia...». Mi ha fatto un altro dei suoi sorrisetti glaciali. «Deve sapere che mia madre è molto
anziana», ha spiegato. «La sua testa non è più quella di una volta. La sua percezione della realtà...». Si è
interrotta con un gesto nervoso. «Sono sicura di non doverlo spiegare a lei», ha detto.
«No, non deve», ho risposto amabilmente. «Dopo tutto non è affar mio». L'ho vista serrare gli occhi
accusando la frecciata. Sarà bigotta, ma non è stupida.
«Volevo dire...», si è impappinata per un istante. Per un secondo mi è parso di cogliere un moto di
spirito negli occhi del ragazzo, anche se poteva essere il frutto della mia immaginazione. «Intendo dire
che mia madre non sa sempre giudicare qual è la cosa migliore per lei». Aveva ripreso il controllo, il
sorriso laccato come i suoi capelli. «Questo negozio, per esempio».
Ho annuito, incoraggiandola.
«Mia madre ha il diabete», ha spiegato Caroline. «Il dottore le ha detto tante volte di eliminare lo
zucchero. Si rifiuta di ascoltare. Non vuole farsi curare». Ha rivolto un'occhiata trionfante a suo figlio.
«Mi dica, Madame Rocher, le sembra normale? È il modo normale di comportarsi?». La sua voce si stava
alzando di nuovo, facendosi acuta e petulante. Suo figlio è sembrato un tantino imbarazzato e ha
guardato l'orologio.
«Maman, farò t-t-tardi». La voce era neutra e gentile. Rivolto a me: «Mi scusi, madame, devo andare a
s-s-scuola».
«Ecco qua, prendi una delle mie pralines speciali. Omaggio della casa». Gliel'ho porta avvolta nel
cellophane.
«Mio figlio non mangia cioccolata». La voce di Caroline era tagliente. «È iperattivo. Cagionevole. Sa
che gli fa male».
Ho guardato il ragazzo. Non pareva né delicato, né iperattivo, semplicemente annoiato e un po'
imbarazzato.
«Pensa un gran bene di te», gli ho detto. «Tua nonna. Forse puoi fare un salto qui a salutarla uno di
questi giorni. È una cliente abituale».
Per un istante gli occhi vivaci hanno guizzato sotto i lisci capelli castani.
«Forse». La voce non era entusiasta.
«Mio figlio non ha tempo per bighellonare nei negozi di dolci», ha detto Caroline altera. «Mio figlio è
un bravo ragazzo. Sa quello che deve ai suoi genitori». C'era una specie di minaccia nelle sue parole, una
nota di sicurezza compiaciuta. Si è girata per passare oltre Luc, che era già sulla porta, la cartella che
ciondolava.
«Luc». La mia voce era bassa, suadente. Si è voltato di nuovo, un po' riluttante. Stavo per arrivare a
lui ancora prima di saperlo, e vedevo oltre la faccia inespressiva e educata e vedevo... vedevo...
«Ti è piaciuto Rimbaud?». Ho parlato senza pensare, la testa che turbinava di immagini.
Per un istante il ragazzo è apparso colpevole.
«Come?».
«Rimbaud. Tua nonna ti ha regalato un libro delle sue poesie per il tuo compleanno, no?».
«S-s-sì». La risposta non si è quasi sentita. I suoi occhi - sono di un verde-grigio brillante - si sono
alzati verso i miei. L'ho visto scuotere un po' la testa, come sull'avviso. «Io però n-n-non le ho lette», ha
detto a voce più alta. «Non sono a-ap-appassionato di p-p-poesia».
Un libro con le orecchie, nascosto accuratamente in fondo al cassettone dei vestiti. Un ragazzo che
ripete le parole a se stesso con un accanimento particolare. Vieni, per favore, ho sussurrato in silenzio.
Per favore, per amore di Armande.
Qualcosa è balenato nei suoi occhi.
«Ora devo andare».
Caroline aspettava impaziente sulla porta.
«Per favore. Prendi questo». Gli ho porto un pacchettino, tre pralines di cioccolato in un involto di
carta argentata. Il ragazzo ha dei segreti. Ho captato che aspettavano solo di essere svelati. Ha preso il
pacchetto con abilità, restando fuori dal campo visivo di sua madre, e ha sorriso. Avrei quasi potuto
indovinare le parole che ha mormorato andandosene: «Le dica che verrò», ha sussurrato. «L-l-le dica
mercoledì, quando m-m-mamma va dal p-p-parrucchiere».
Poi se n'è andato.
Ho raccontato ad Armande della loro visita quando è venuta più tardi. Ha scosso la testa ed è
esplosa in una risata mentre le raccontavo della mia conversazione con Caroline.
«Eh, eh, eh!». Sprofondata nella sua poltrona ricurva, una tazza di mocha nella mano delicata, sembrava
più che mai una bambola a forma di mela. «La mia povera Caro. Non le fa piacere che qualcuno le
rinfreschi la memoria, vero?». Ha sorseggiato la bevanda gioiosamente. «E come ci prova gusto, eh?», ha
detto con un po' di irritazione. «Dire a te cosa posso o non posso mangiare. Sarei diabetica, io? Questo
è quello che il suo dottore vorrebbe che pensassimo tutti». Ha grugnito. «Bene, sono ancora viva, no?
Mi riguardo. Ma questo non è sufficiente, per loro, no. Devono controllare». Ha scosso la testa. «Quel
povero ragazzo. Balbetta, l'hai notato?». Ho fatto cenno di sì.
«Lo deve a sua madre». Armande era sprezzante. «Se lo lasciasse in pace... Ma no. Gli fa sempre
qualche osservazione. Non la smette mai. E peggiora le cose. Puntualizza in ogni occasione che ha
qualcosa che non va». Ha fatto un verso di scherno. «Non c'è niente in lui che non potrebbe essere
curato da una buona dose di vita», ha dichiarato risoluta. «Lo lasci libero di correre un po' senza
preoccuparsi di quel che può succedere se cade. Lo lasci libero. Lo lasci respirare».
Ho detto che per una madre è normale essere protettiva nei confronti dei suoi bambini.
Armande mi ha lanciato una delle sue occhiate satiriche.
«È così che la chiami?», ha detto. «Così come il vischio è protettivo verso l'albero di mele?». Ha fatto
una risata chioccia. «Un tempo avevo dei meli in giardino», mi ha raccontato. «Il vischio li ha raggiunti,
uno dopo l'altro. Piccola pianta odiosa, non è un granché, ha bacche carine, e non ha forza di suo, ma
Dio! Invadente!». Ha bevuto un altro sorso. «È veleno per tutto ciò che tocca». Ha fatto di sì con la
testa, con aria saputa. «Così è la mia Caro», ha detto. «Lei è così».
Dopo pranzo ho visto di nuovo Guillaume. Non si è fermato a salutare, dicendo che stava andando
all'edicola per i suoi giornali. Guillaume è un maniaco delle riviste di cinema, anche se non va mai al
cinema, e ogni settimana ne riceve un pacco intero: «Vidéo» e «Ciné-Club», «Télérama» e «Film
Express». La sua è l'unica antenna satellitare in paese, e nella sua piccola casa semivuota c'è un
televisore con lo schermo gigante e un videoregistratore Toshiba incassati nel muro sopra un'intera
libreria di videocassette. Ho notato che portava di nuovo Charly fra le braccia, e il cane aveva lo sguardo
assente e sembrava fiacco in braccio al padrone. Ogni due minuti Guillaume accarezzava la testa del
cane con quel gesto abituale tenero e malinconico.
«Come sta?», ho chiesto alla fine.
«Oh, anche lui ha delle giornate buone», ha risposto Guillaume. «È ancora pieno di vita». E hanno
proseguito per la loro strada, il piccolo uomo elegante che teneva stretto il triste cane marrone, come se
la sua vita dipendesse da lui.
Joséphine Muscat è passata ma senza fermarsi. Sono rimasta un po' delusa che non sia entrata,
perché avevo sperato di parlarle ancora, ma mi ha solo lanciato un'occhiata ombrosa mentre passava, le
mani ficcate in fondo alle tasche. Ho notato che il viso sembrava gonfio, gli occhi chiusi a fessura, come
se fossero ancora rivolti verso la pioggia sabbiosa, la bocca cucita. Uno spesso foulard senza colore le
fasciava la testa come una benda. L'ho chiamata, ma non ha risposto, accelerando il passo come davanti
a un pericolo incombente.
Ho alzato le spalle e l'ho lasciata andare. Certe cose richiedono tempo. A volte un'eternità.
Eppure, più tardi, mentre Anouk stava giocando ai Marauds e avevo ormai chiuso il negozio, mi
sono trovata a passeggiare lungo l'Avenue des Francs Bourgeois in direzione del Café de la République. È un
posto piccolo e tetro, le finestre opache per lo sporco con la spécialité du jour che non cambia mai
scarabocchiata sopra, e una tenda da sole trasandata che riduce ancora di più la scarsa luce. All'interno,
una coppia di slot-machines affianca i tavolini rotondi dove siedono i rari clienti, che discutono
imbronciati di questioni di nessuna importanza, davanti a interminabili demis e cafés-crème. C'è l'odore
leggermente unto di cibo cotto nel microonde, e una cappa di fumo di sigarette incombe sul locale,
anche se sembra che nessuno stia fumando. Ho notato uno dei fogli gialli scritti a mano da Caroline
Clairmont in posizione dominante vicino alla porta aperta. Sopra c'è appeso un crocefisso nero.
Ho dato un'occhiata all'interno, esitante, e sono entrata.
Muscat era al bar. Mi ha squadrata, la bocca che si tirava. Quasi impercettibilmente ho visto i suoi
occhi posarsi sulle mie gambe, sul petto - clink-clink - accendendosi come il quadrante di una slot-
machine. Ha piegato il robusto avambraccio e ha posato una mano sulla leva della spina.
«Che cosa posso darle?».
«Café-cognac, per favore».
Il caffè è arrivato in una piccola tazza marrone con due zollette di zucchero incartate. L'ho portata a
un tavolo vicino alla finestra. Una coppia di vecchi uno aveva la Légion d'Honneur appuntata a un
risvolto sfilacciato - mi ha scrutato con sospetto.
«Un po' di compagnia?», ha ammiccato furbescamente Muscat da dietro il bancone. «È che sembra
un po' solitaria, seduta lì per conto suo».
«No, grazie», gli ho risposto cortese. «In effetti, oggi pensavo che avrei visto Joséphine. È qui?».
Muscat mi ha guardato acido, il buon umore svanito.
«Oh già, la sua amica del cuore». La voce era secca. «Be', l'ha mancata. È appena salita a sdraiarsi.
Uno dei suoi dannati mal di testa». Ha cominciato a lucidare un bicchiere con una strana cattiveria.
«Passa l'intero pomeriggio a fare compere, e poi deve stare sdraiata tutta la sera mentre io mi sobbarco
tutto il lavoro».
«Sta bene?».
Mi ha guardato.
«Certo che sta bene». La voce era tagliente. «Perché non dovrebbe? Se sua Maledetta Signoria si
degnasse di alzarsi e dare una mossa al suo grasso culo una volta ogni tanto, potremmo almeno
mantenere questo posto a galla». Ha ficcato il polso avvolto nello straccio dentro al bicchiere,
grugnendo per lo sforzo.
«Voglio dire...». Ha fatto un gesto eloquente. «Voglio dire, basta dare un'occhiata a questo posto». Mi
ha guardato come se stesse per aggiungere qualcosa d'altro, ma poi il suo sguardo mi ha superato in
direzione della porta.
«Ehi!». Ho immaginato che si stesse rivolgendo a qualcuno oltre il mio campo visivo. «Avete sentito,
gente? Sono chiuso!».
Ho udito una voce maschile dire qualcosa di indistinto in risposta. Muscat ha esibito il suo gran
ghigno cupo.
«Siete capaci a leggere, idioti?». Ha indicato dietro il bar il foglio giallo gemello di quello che avevo
visto alla porta. «Andatevene! Via!».
Mi sono alzata per vedere cosa stava succedendo. C'erano cinque persone, due uomini e tre donne,
che se ne stavano indecise all'ingresso del caffè. Tutti e cinque mi erano estranei, senza segni particolari
tranne quell'indefinibile diversità, i pantaloni rattoppati, gli stivali, le T-shirt scolorite che li dichiaravano
venuti da fuori. Dovrei conoscere quel modo di vestire. Una volta era il mio. L'uomo che aveva parlato
aveva i capelli rossi e una bandana verde per tenere la faccia libera. Gli occhi erano prudenti, il tono
scrupolosamente neutrale.
«Non stiamo vendendo nulla», ha spiegato. «Vogliamo bere un paio di birre e un po' di caffè. Non ci
saranno problemi».
Muscat l'ha guardato con aria sprezzante.
«Ho detto che siamo chiusi».
Una delle donne, una ragazza magra e trasandata con un sopracciglio forato, ha toccato la manica del
rosso.
«Non è aria, Roux. Farebbe meglio a...».
«Aspetta un minuto». Roux se l'è scrollata di dosso spazientito. «Non capisco. La signora che era qui
un momento fa - sua moglie stava per...».
«Si fotta mia moglie», ha esclamato Muscat isterico. «Mia moglie non riuscirebbe a trovare il suo culo
con entrambe le mani e una pila tascabile! C'è il mio nome sulla porta, e io-dico-che-siamo-chiusi!». Si
era spostato di tre passi dal banco e adesso era in piedi e sbarrava la porta, le mani sulle anche, come un
pistolero troppo grasso in uno spaghetti-western. Ho notato il bagliore giallastro delle nocche alla
cintura, ho sentito il sibilo del suo respiro. La faccia era congestionata per la rabbia.
«Giusto». Il volto di Roux era senza espressione. Ha lanciato uno sguardo ostile e mirato ai pochi
clienti sparsi nel bar. «Chiuso». Un altro sguardo al locale. Per un istante i nostri occhi si sono
incontrati. «Chiuso per noi?», ha detto calmo.
«Non sei stupido come sembri, vero?», ha detto Muscat con allegria acida. «Ne abbiamo avuto
abbastanza di quelli come voi l'ultima volta. Questa volta non lo sopporteremo».
«Okay». Roux si è girato per andarsene. Muscat l'ha guardato andar via, puntellandosi rigidamente
sulle gambe, come un cane che sente odore di zuffa.
L'ho superato senza dire una parola, lasciando il caffè a metà sul tavolo. Mi auguro che non si
aspettasse la mancia.
Ho raggiunto gli zingari del fiume a metà dell'Avenue des Francs Bourgeois. Aveva ripreso a
piovigginare, e quei cinque erano trasandati e foschi. Ora riuscivo a vedere le loro barche, giù ai
Marauds, una dozzina - due dozzine - una flottiglia verde-gialla-blu-bianca-rossa, alcune sventolavano
bandiere di bucato bagnato, altre erano decorate con figure delle Mille e una Notte così che tappeti
orientali e varianti di unicorni si riflettevano nell'acqua verde e paludosa.
«Mi spiace per quello che è successo», ho detto loro. «Non è gente molto accogliente, quella di
Lansquenet-sous-Tannes».
Roux mi ha rivolto un'occhiata precisa, squadrandomi.
«Mi chiamo Vianne», gli ho detto. «Ho la chocolaterie proprio di fronte alla chiesa. La Céleste Praline».
Mi guardava, in attesa. Mi sono riconosciuta nel suo viso volutamente inespressivo. Volevo dirgli -
volevo dire a tutti loro - che conoscevo la loro rabbia e l'umiliazione, che l'avevo subita anch'io, che non
erano soli. Ma conoscevo anche il loro orgoglio, quell'aria di inutile sfida che permane quando tutto il
resto è stato spazzato via. E l'ultima cosa che volevano, lo sapevo, era la compassione.
«Perché non passate domani?», ho domandato frivola. «Non servo birra, ma penso che potreste
gradire il mio caffè».
Mi ha guardato con durezza, come se sospettasse di essere preso in giro.
«Venite, per favore», ho insistito. «Vi prendete un caffè e una fetta di torta, omaggio della ditta.
Tutti». La ragazza magra ha guardato i suoi amici e ha alzato le spalle. Roux ha risposto con lo stesso
gesto.
«Forse». Non voleva impegnarsi.
«Abbiamo un programma fitto», ha trillato briosa la ragazza.
Ho sorriso. «Trovate un buco», ho suggerito.
Ancora quell'occhiata che mi squadrava, sospettosa.
«Forse».
Li ho osservati scendere verso Les Marauds, mentre Anouk risaliva la collina correndomi incontro, le
code dell'impermeabile rosso che sbattevano come le ali di un uccello esotico.
«Maman, maman! Guarda, le barche!».
Le abbiamo contemplate per un po', le chiatte piatte, le case galleggianti, più alte e con i tetti
ondulati, i comignoli fatti con i tubi da stufa, gli affreschi, le bandiere multicolori, gli slogan, le formule
dipinte per proteggersi da incidenti e naufragi, le piccole scialuppe, le canne da pesca, le nasse per i
gamberi issate la sera al livello della linea dell'alta marea, i tendalini sbrindellati a riparare i ponti, i primi
fuochi da campo nei bidoni di latta lungo la riva. C'era un odore di legno bruciato, di benzina e di pesce
fritto, un'eco lontana di musica che proveniva dal fiume, quando un sassofono ha cominciato il suo
lamento lugubre e umano. In mezzo alla Tannes riuscivo appena a distinguere la figura di un uomo dai
capelli rossi, solo, in piedi sul ponte di una disadorna casa galleggiante nera. Mentre lo guardavo ha
alzato un braccio. Ho agitato il braccio in risposta. Era quasi buio quando ci siamo avviate verso casa.
Laggiù ai Marauds un batterista si era unito al sassofono, e il suono delle percussioni rimbalzava
sull'acqua. Sono passata oltre il Café de la République senza guardare dentro.
Avevo appena raggiunto la cima della collina quando ho sentito una presenza al mio fianco. Mi sono
voltata e ho visto Joséphine Muscat, adesso senza cappotto ma con un foulard intorno alla testa che le
ricopriva la faccia a metà. Nella semioscurità appariva pallida, come una creatura notturna.
«Corri a casa, Anouk. Aspettami lì».
Anouk mi ha dato un'occhiata incuriosita, poi si è girata ed è scappata obbediente su per la collina, le
code del soprabito che sbattevano come impazzite.
«Ho sentito quello che ha fatto». La voce di Joséphine era fioca e dolce. «Se n'è andata per la storia
con quella gente del fiume».
Ho annuito.
«Certo».
«Paul-Marie era furioso». La nota aspra della voce era quasi di ammirazione. «Avrebbe dovuto sentire
le cose che ha detto».
Sono scoppiata a ridere.
«Per fortuna io non devo ascoltare nessuna delle cose che Paul-Marie ha da dire», ho detto
mitemente.
«E adesso non dovrei più parlare con lei», ha proseguito. «Pensa che lei sia una influenza nefasta».
Una pausa, mentre mi guardava con curiosità nervosa. «Non vuole che abbia degli amici», ha aggiunto.
«Mi sembra di sentire un po' troppo di quello che vuole Paul-Marie», ho detto con dolcezza.
«Veramente non sono tanto interessata a lui. Lei, invece...», le ho toccato il braccio per un istante.
«Trovo che lei sia piuttosto interessante».
È arrossita e ha guardato altrove, come se si aspettasse di trovarsi qualcuno alle spalle.
«Lei non capisce», ha borbottato.
«Penso di sì». Ho sfiorato il foulard che le copriva la faccia con la punta delle dita.
«Perché porta questo?», ho chiesto all'improvviso. «Me lo vuole dire?».
Nei suoi occhi c'erano speranza e paura. Ha scosso la testa. Ho tirato leggermente il foulard.
«È carina», le ho detto non appena si è slacciato. «Potrebbe essere bella».
Sotto il labbro inferiore c'era un livido recente, bluastro nella luce calante. Ha aperto la bocca, pronta
a una bugia automatica. L'ho interrotta.
«Questo non è vero», ho detto.
«Come fa a saperlo?». La voce era dura. «Non avevo neanche detto...».
«Non era necessario».
Silenzio. Sull'acqua, un flauto spargeva le sue note vivaci tra il rullio del tamburo.
Quando finalmente ha parlato, la sua voce traboccava di disgusto verso se stessa.
«È stupido, no?». Gli occhi erano due piccole mezzelune. «Non lo biasimo mai. Davvero. A volte mi
dimentico perfino che cosa è successo realmente». Ha inspirato profondamente, come un
sommozzatore che sta per immergersi. «Sbattere contro le porte. Cadere giù dalle scale. In-inciampare
nei rastrelli». Sembrava che stesse per scoppiare a ridere. Percepivo l'isteria che ribolliva sotto la
superficie delle sue parole. «Propensa agli incidenti, è questo che lui pensa di me. Propensa agli
incidenti».
«E questa volta per cosa è stato?», ho chiesto con delicatezza. «Per quella gente del fiume?». Ha fatto
cenno di sì.
«Non volevano fare alcun male. Stavo per servirli». Per un momento la voce si è fatta acuta. «Non
vedo perché dovrei fare sempre quello che vuole quella pettegola della Clairmont! Oh, dobbiamo stare
uniti!», le ha fatto il verso, fuori di sé. «Per il bene della comunità. Per i nostri figli, Madame Muscat...», e
poi, tornando alla sua voce normale e inspirando affranta, «...e pensare che, in circostanze normali, non
mi dice neppure buongiorno per strada, non mi caga proprio!». Ha inspirato ancora a fondo, reprimendo
a stento lo scoppio di rabbia con uno sforzo.
«È sempre Caro qui, Caro là. Ho visto come la guarda in chiesa. Perché non sei come Caro
Clairmont?». Ora era suo marito, la voce spessa di rabbia che sa di birra. È riuscita a imitare i suoi
atteggiamenti, il mento proteso in fuori, la postura impettita, aggressiva. «Di fronte a lei sei una goffa
grassona. Lei ha stile. Classe. Ha un figlio che è bravo e va bene a scuola. E tu cos'hai, eh?».
«Joséphine». Si è voltata verso di me con un'espressione ferita.
«Mi spiace. Per un istante ho quasi scordato dove...».
«Lo so».
Le dita mi formicolavano dalla rabbia.
«Penserà che sono una stupida a essere rimasta con lui tutti questi anni». La voce era triste, gli occhi
scuri e pieni di risentimento.
«No, non lo penso».
Ha ignorato la mia risposta.
«Be', lo sono», ha affermato. «Stupida e debole. Non lo amo - non ricordo di averlo mai amato - ma
quando penso a lasciarlo sul serio...». Si è interrotta in preda alla confusione. «Lasciarlo sul serio...», ha
ripetuto con voce bassa e interrogativa.
«No. Non servirebbe». Mi ha guardata di nuovo e il volto era chiuso, perentorio. «Ecco perché non
devo più parlarle», mi ha detto con calma rassegnazione. «Non volevo che lei si immaginasse chissà che
cosa, si merita qualcosa di meglio. Ma così deve essere».
«No», le ho risposto. «Non deve».
«Sì che deve». Si difende con amarezza e disperazione dalla possibilità di farsi consolare. «Non vede?
Sono un disastro. Rubo. Le avevo mentito. Rubo le cose. Lo faccio sempre».
Gentile: «Sì, lo so».
Quell'esplicita rivelazione oscilla fra di noi come una palla di Natale.
«Le cose possono migliorare», le ho detto alla fine. «Paul-Marie non governa il mondo intero».
«Potrebbe anche farlo», ha ribattuto Joséphine ostinata.
Ho sorriso. Se quella sua caparbietà avesse potuto saltar fuori, invece di essere repressa, che cosa
non sarebbe riuscita a fare? Avrei potuto farlo anch'io. Sentivo i suoi pensieri, così vicini, così
avvolgenti. Sarebbe stato così facile prendere il controllo... Ho abbandonato l'idea con impazienza. Non
avevo il diritto di forzarla nelle sue decisioni.
«Prima non aveva nessuno a cui rivolgersi», ho detto. «Ora sì».
«Sì?». Detto da lei era quasi un'ammissione di sconfitta.
Non ho risposto. Che si rispondesse da sé.
Mi ha guardato in silenzio per un po'. Aveva gli occhi ricolmi della luce fluviale dei Marauds. Di
nuovo sono stata colpita dal fatto che sarebbe bastato un piccolo tocco per farla diventare bella.
«Buonanotte, Joséphine».
Non mi sono voltata a guardarla, ma so che mi stava osservando mentre mi incamminavo su per la
collina, e so che è rimasta lì a lungo dopo che avevo girato l'angolo ed ero scomparsa alla sua vista.

MERCOLEDÌ 26 FEBBRAIO
Ancora questa pioggia interminabile. Un pezzo di cielo che cade a rovesci spargendo miseria sulla
vita da acquario lì sotto. I bambini, paperelle colorate con le loro cerate e gli stivali, starnazzano e si
aggirano per la piazza, gli strilli che rimbalzano sulle nuvole basse. Lavoro in cucina dando un occhio ai
bambini per strada. Stamattina ho smontato la vetrina, la strega, la casa di pan di zenzero e gli animali di
cioccolata sparsi tutto intorno che guardavano con musetti lucidi e trepidanti... Anouk e i suoi amici si
sono divisi i pezzi tra un'escursione e l'altra nelle acque stagnanti dei Marauds. Jeannot Drou mi
osservava in cucina, un pezzo di pain d'épice in tutte e due le mani, gli occhi che brillavano. Anouk era
alle sue spalle, gli altri dietro di lei, un muro di occhi e di mormorii.
«E poi?». Ha la voce di un bambino più grande, un'arietta da spaccone disinvolto e uno sbaffo di
cioccolato sul mento. «Che cosa prepara adesso? Per la vetrina?».
Ho alzato le spalle.
«Segreto», ho detto, mescolando crème de cacao in una scodella smaltata di copertura fusa.
«No, dai». Insiste. «Dovrebbe preparare qualcosa per Pasqua. Lo sa. Uova e altra roba. Chiocce di
cioccolato, conigli, cose così. Come nei negozi di Agen». Me li ricordo dalla mia infanzia: le chocolateries
di Parigi con i loro cestini di uova avvolti nella carta stagnola, scaffali di conigli e chiocce, campane,
frutti di marzapane e marrons glacés, amourettes e nidi di filigrana ricolmi di petits fours e il croccante e le
mille e una apparizioni delle cavalcate su un tappeto magico di zucchero filato, più adatte a un harem
arabo che alla solennità della Passione.
«Mi ricordo mia madre che raccontava della cioccolata di Pasqua». Non c'erano mai abbastanza soldi
per comprare quelle cose squisite, ma ho sempre avuto il mio sacchetto surprise, un cartoccio con i regali
di Pasqua: monetine, fiori di carta, uova sode dipinte a vivaci colori smaltati, una scatola di cartapesta -
decorata con galline, coniglietti e bambini sorridenti tra i botton d'oro... Ogni anno la stessa, riposta
accuratamente per la volta successiva - che incorporava un pacchettino di chicchi d'uva di cioccolato
avvolti nel cellophane, e ciascuno doveva essere gustato, indugiando a lungo, durante le ore perse di
quelle strane notti tra una città e l'altra, con il neon delle insegne degli alberghi che lampeggiava tra gli
scuri e il respiro di mia madre, lento, come eterno, nella penombra silenziosa.
«Diceva sempre che la vigilia del Venerdì Santo le campane lasciano le guglie e i campanili nel
segreto della notte e volano con ali magiche fino a Roma». Fa segno di sì con la testa, con quell'aria
cinica e un po' credulona tipica dei ragazzini che stanno crescendo.
«Si mettono in fila di fronte al Papa nei suoi abiti bianchi e d'oro, con la tiara e il suo pastorale
dorato, campane piccole e grandi, clochettes e pesanti bourdons, carillons e campanelli e do-si-do-mi-sol, tutti
in attesa di essere benedetti».
Era piena di queste assolute certezze infantili, mia madre, gli occhi che si illuminavano di gioia alla
loro assurdità. Tutte le storie la appassionavano - Gesù e Eostre e Alì Babà che tessevano senza posa la
trama del folklore nel tessuto colorato delle leggende. Guarigioni col cristallo e viaggi astrali, rapimenti
da parte degli alieni e combustioni spontanee, mia madre credeva a tutte queste cose, o faceva finta di
crederci.
«E il Papa le benedice, una per una, per tutta la notte, mentre le migliaia di campanili di Francia
aspettano vuoti il loro ritorno, silenziosi fino alla mattina di Pasqua».
E io, sua figlia, ascoltavo a occhi sbarrati i suoi apocrifi affascinanti, i racconti di Mitra e Baldr il
Bello e Osiride e Quetzacoatl, tutti intrecciati con le storie dei cioccolatini volanti e dei tappeti volanti e
della Trimurti, e la grotta di cristallo delle meraviglie di Aladino e la grotta in cui Gesù si è alzato dopo
tre giorni, amen, abracadabra, amen.
«E le benedizioni si trasformano in cioccolatini di tutte le forme e di tutti i tipi, e le campane si
capovolgono per trasportarli a casa. Volano durante tutta la notte, e la domenica di Pasqua, quando
raggiungono le loro guglie e i campanili, si rigirano e cominciano a dondolare per suonare a distesa la
loro gioia».
Campane di Parigi, Roma, Colonia, Praga. Campane mattutine, campane a lutto che accompagnano i
cambiamenti durante gli anni del nostro esilio. Campane di Pasqua così ridondanti nella memoria che fa
male sentirle.
«E i cioccolatini volano attraverso i campi e le città. Precipitano nell'aria mentre suonano le campane.
Qualcuna colpisce terra e va in frantumi. Ma i bambini fanno dei nidi e li piazzano in cima agli alberi
per prendere al volo le uova cadenti, le pralines e le chiocce di cioccolato, i conigli e le guimauves e le
mandorle».
Jeannot si gira verso di me con il volto acceso e un sorriso che si allarga.
«Forte!».
«E questa è la storia del perché ricevete cioccolata in regalo per Pasqua».
La sua voce è seria, dura, improvvisamente determinata.
«Lo faccia! Per favore, lo faccia!».
«Fare cosa?».
«Quella! La storia di Pasqua. Sarebbe così forte - con le campane e il Papa e tutto il resto - e
potrebbe fare un festival del cioccolato - una settimana intera - e ci potrebbero essere i nidi - e cacce
all'uovo di Pasqua - e...». Si interrompe eccitato, tirandomi imperiosamente per la manica. «Madame
Rocher... per piacere...».
Dietro di lui Anouk mi osserva attenta. Sullo sfondo una dozzina di faccine sporche mormora
timide suppliche.
«Un Grand Festival du Chocolat». Prendo in considerazione la cosa.
Tra un mese saranno spuntati i lillà. Faccio sempre un nido per Anouk, con un uovo e il suo nome
scritto sopra con la glassa d'argento. Potrebbe essere il nostro carnevale privato, una celebrazione per
essere state accettate in questo posto. L'idea non mi è nuova, ma sentirla da questo bambino è quasi
come toccarla con mano.
«Abbiamo bisogno di manifesti». Mi fingo incerta.
«Li faremo noi». Anouk è la prima a proporsi, la faccia arrossata per l'eccitazione.
«E bandiere e pavesi...».
«Festoni...».
«E un Gesù di cioccolato sulla croce con...».
«Il Papa di cioccolato bianco...».
«Agnelli di cioccolato...».
«Gare con l'uovo sul cucchiaio, cacce al tesoro...».
«Inviteremo tutti, sarà...».
«Forte!».
«Così forte...».
Ho agitato le braccia per invitarli a stare zitti. Un arabesco di polvere acre di cioccolato ha seguito il
mio gesto.
«Voi fate i manifesti», ho detto. «Del resto mi occupo io».
Anouk ha fatto un balzo verso di me, le braccia spalancate. Profuma di sale e di pioggia, un odore di
rame, di terra e di erba impregnata d'acqua. I capelli ingarbugliati sono ricoperti di goccioline.
«Venite su nella mia stanza», mi ha strillato nell'orecchio.
«Possono, vero maman, di' che possono! Possiamo cominciare subito, ho la carta, i pastelli...».
«Possono», ho risposto.
Un'ora più tardi la vetrina era abbellita da un grande manifesto, eseguito da Jeannot su disegno di
Anouk. Il testo, a grandi lettere tremolanti, recitava:

GRAND FESTIVAL DU CHOCOLAT


ALLA CÉLESTE PRALINE
COMINCIA LA DOMENICA DI PASQUA
TUTTI SONO I BENVENUTI
!!!COMPRATE ADESSO
PRIMA DELL'ESAURIMENTO SCORTE!!!

Tutt'intorno al testo varie creature disegnate con grande fantasia facevano le capriole. Ho
immaginato che una figura con una lunga veste e una corona rappresentasse il Papa. Sagome di
campane ritagliate erano state appiccicate ai suoi piedi. Tutte le campane sorridevano.

Ho trascorso la maggior parte del pomeriggio per temperare la nuova partita di copertura e per
lavorare alla vetrina. Uno spesso rivestimento di carta velina verde per l'erba. Fiori di carta narcisi e
margherite, un contributo di Anouk - spillati alla cornice della vetrina. Lattine che una volta
contenevano polvere di cacao ricoperte di verde, impilate una sull'altra per creare una catena montuosa
scolpita nella roccia. Del cellophane spiegazzato la avvolge come un manto di ghiaccio. Un fiume fatto
con un nastro di seta azzurra, sul quale è adagiato, calmo e spensierato, un gruppo di case galleggianti,
attraversa la valle formando delle anse nella valle. E più sotto una processione di figure di cioccolato:
gatti, cani, conigli, alcuni con gli occhi di uvetta, le orecchie di marzapane rosa, le code fatte di stringhe
di liquerizia, fiori di zucchero fra i denti... E topi. Su ogni superficie disponibile, topi. Che corrono su
un versante della collina, annidandosi negli angoli, anche sulle case galleggianti. Topi di cocco
zuccherato bianco e rosa, topi in cioccolato di tutti i colori, topi screziati, marmorizzati con crema al
tartufo e maraschino, topi dipinti delicatamente, topi glassati di zucchero marezzato. E sopra tutto
questo, il Pifferaio Magico, risplendente in rosso e giallo, il flauto di zucchero d'orzo in una mano, il
cappello nell'altra. Ho centinaia di stampi in cucina, alcuni di plastica sottile per le uova e le figurine,
altri di ceramica per i cammei e i cioccolatini al liquore. Con quelli posso ricreare qualsiasi espressione
del volto e sovrimporla su uno stampo concavo, aggiungere i capelli e i dettagli con una cannuccia del
diametro stretto, costruire il busto e gli arti in pezzi separati e assemblarli al loro posto con fili di
metallo e cioccolata fusa... Un piccolo travestimento - una cappa rossa, tirata col marzapane. Una
tunica, un cappello dello stesso materiale, una lunga piuma che sfiora terra accanto ai piedi calzati di
stivali. Il mio Pifferaio Magico assomiglia un po' a Roux, con i suoi capelli rossi e l'abbigliamento
multicolore.

Non posso farne a meno: la vetrina è abbastanza attraente, ma non resisto alla tentazione di dorarla
un po', chiudendo gli occhi, di illuminare l'insieme con un bagliore dorato di benvenuto. Un'insegna
immaginaria che lampeggia come un faro - VIENI DA ME. Voglio dare, voglio fare felici le persone, di
certo non può far male. Mi rendo conto che questo benvenuto può essere la risposta all'ostilità di
Caroline nei confronti dei nomadi, ma nella gioia del momento non ci vedo alcun pericolo. Voglio che
vengano. Da quando ci siamo parlati l'ultima volta, do loro un'occhiata di tanto in tanto, ma sembrano
sospettosi e furtivi come volpi di città, pronti a scovare cibo, ma non a lasciarsi avvicinare. Soprattutto
vedo Roux, il loro ambasciatore - che porta scatole o borse di plastica della spesa qualche volta Zézette,
la ragazza magra con il sopracciglio forato. Ieri sera due bambini hanno tentato di vendere della lavanda
fuori dalla chiesa, ma Reynaud li ha fatti andare via. Ho provato a richiamarli, ma erano troppo
diffidenti, mi hanno guardato con occhi stretti come fessure per l'ostilità prima di affrettarsi giù dalla
collina verso Les Marauds.
Ero così assorta nei miei piani e nella disposizione della mia vetrina che ho perso la nozione del
tempo. In cucina Anouk ha preparato dei panini per i suoi amici, poi sono spariti di nuovo in direzione
del fiume. Ho acceso la radio e mi sono messa a cantare fra me mentre lavoravo, impilando
accuratamente i cioccolatini in piramidi. La montagna magica si apre come un'apparizione a svelare un
assortimento stupefacente di cose succulente: pile multicolori di cristalli di zucchero, gelatine di frutta, e
dolci che splendono come gemme. E dietro la montagna ci sono le merci in vendita, riparate dalla luce
dagli scaffali nascosti. Dovrò cominciare a lavorare immediatamente agli articoli di Pasqua, perché
prevedo clientela extra. È un'ottima cosa che nel seminterrato fresco della casa ci sia dello spazio per
immagazzinare la merce.
Devo ordinare scatole da regalo, nastri, fogli di cellophane e decorazioni. Ero così assorta che non
ho quasi sentito Armande entrare dalla porta semiaperta.
«Be', ciao», ha detto nel suo modo brusco. «Ero venuta per un'altra delle tue cioccolate speciali, ma
vedo che sei occupata».
Sono uscita con cautela dalla vetrina.
«No, per niente», le ho detto. «Ti stavo aspettando. E poi, ho quasi finito, e la schiena mi sta
uccidendo».
«Be', se non è una seccatura...». Oggi i suoi modi sono diversi. C'è una certa secchezza nella voce,
una noncuranza studiata che nasconde un alto livello di tensione.
Indossa un cappello di paglia nera ornato da un nastro e un cappotto - anch'esso nero - che sembra
nuovo.
«Sei molto chic, oggi», ho osservato.
È scoppiata in una risata fragorosa.
«Ti dirò, è da un po' che nessuno me lo diceva più», ha detto, puntando col dito verso uno degli
sgabelli. «Pensi che potrei arrampicarmi lassù senza rompermi una gamba?».
«Ti prendo una sedia dalla cucina», ho proposto, ma la vecchia signora mi ha fermato con un gesto
imperioso.
«Sciocchezze!». Ha fissato lo sgabello. «Ero una discreta scalatrice, in gioventù. Si è tirata su le lunghe
gonne, svelando solidi stivali e calze grigie piene di grinze. «Alberi, soprattutto. Avevo l'abitudine di
arrampicarmici e di lanciare rami sulla testa dei passanti. Ah!».
Un verso di soddisfazione mentre si sollevava sullo sgabello, aggrappandosi alla superficie del banco
come sostegno. Ho colto un improvviso, allarmante turbine di rosso sotto la sua gonna nera.
Armande si è appollaiata sullo sgabello, con un'aria estremamente soddisfatta di sé. Si è lisciata con
cura le gonne sopra quel barlume di sottoveste rossa.
«Intimo di seta rossa», ha grugnito, cogliendo il mio sguardo. «Probabilmente penserai che sono una
vecchia pazza, ma mi piace. Ho portato il lutto per tanti anni - sembra che ogni volta che posso
indossare abiti colorati come si deve, c'è qualcuno che rimane secco così ho praticamente smesso di
mettermi qualcosa di diverso dal nero». Mi ha dato un'occhiata che frizzava di riso. «Ma la biancheria...
be' quella è un'altra cosa». Ha abbassato la voce con aria da cospiratrice. «Ordinata per corrispondenza
da Parigi», ha sussurrato. «Mi costa una fortuna». Si è dondolata sul suo trespolo, ridendo silenziosa. «E
ora, che ne diresti di una cioccolata?».
L'ho preparata forte e scura. Tenendo presente la sua condizione di diabetica, ho aggiunto meno
zucchero possibile. Armande ha colto la mia esitazione e ha additato la sua tazza con fare accusatorio.
«Niente razionamenti», ha ordinato. «Dammi tutto l'ambaradan. Schegge di cioccolata, uno di quegli
aggeggi per mescolare lo zucchero, tutto. Non cominciare a diventare come gli altri, a trattarmi come se
non avessi abbastanza buon senso per badare a me stessa. Ti sembro rimbambita?».
Ho ammesso di no.
«Be', forza allora». Ha sorseggiato la mistura forte e dolce con evidente piacere. «Buona. Hmm.
Molto buona. Si dice che dia energia, no? È, come si dice, uno stimolante?».
Ho annuito.
«Anche afrodisiaco, ho sentito dire», ha aggiunto maliziosa Armande, spiandomi da sopra l'orlo della
tazza. «Quei vecchi, giù al café, farebbero bene a stare attenti. Non si è mai troppo vecchi per divertirsi!».
Ha gracchiato una risata stridula. La sua voce era acuta e sopra le righe, le mani tormentate malferme. Si
è portata più volte la mano alla tesa del cappello, come per sistemarselo.
Ho guardato l'orologio al riparo del banco, ma ha notato il mio gesto.
«Non aspettarti che si faccia vedere», ha detto spiccia. «Quel mio nipote. Io non lo aspetto, in ogni
caso». Tutti i suoi gesti smentivano le parole. I tendini del collo erano in tensione come quelli di una
vecchia ballerina.
Abbiamo chiacchierato per un po' di cose futili; dell'idea dei bambini del Festival del Cioccolato -
con Armande che si sganasciava dalle risate quando le ho detto di Gesù e del Papa di cioccolato bianco
-, degli zingari del fiume. Pare che Armande abbia ordinato personalmente le scorte di cibo per loro, a
suo nome, con grande indignazione di Reynaud. Roux si è offerto di pagarla in contanti, ma lei, invece,
preferisce che lui le ripari il tetto da cui piove in casa. Questo farà infuriare Georges Clairmont, ha
svelato con una smorfia birichina.
«Gli piace pensare di essere l'unico in grado di darmi una mano», ha detto con aria soddisfatta.
«Cattivi allo stesso modo, tutti e due: brontolano dello smottamento del terreno e dell'umidità.
Vogliono cacciarmi da quella casa, questa è la verità. Via dalla mia bella casa, in una di quelle pessime
dimore per anziani dove devi chiedere il permesso per andare in bagno!». Era indignata, gli occhi neri
saettavano.
«Be', gliela farò vedere io», ha annunciato. «Roux un tempo era muratore, prima di andare sul fiume.
Lui e i suoi amici faranno un lavoro decente. E preferisco pagare loro per fare il lavoro piuttosto che
farlo fare gratis a quell'imbécile».
Ha sistemato l'ala del cappello con mano tremante.
«Non lo aspetto, sai».
So che non si riferiva alla stessa persona. Ho guardato l'orologio. Quattro e venti. Stava già calando
la notte. Eppure ero stata così sicura... Questo era quello che succedeva quando si interferiva, mi sono
detta imbestialita. È così facile causare dolori agli altri, a se stessi.
«Non mi sono mai aspettata che venisse», ha proseguito Armande, con quella voce acuta,
determinata. «Lei se ne è occupata come si deve. Gli ha insegnato per bene, gli ha». Ha cominciato a
dimenarsi per scendere dal trespolo. «Ti ho già portato via troppo tempo», ha detto brusca. «Devo...».
«M-m-mémé».
Si volta così bruscamente che sono sicura che cadrà. Il ragazzo se ne sta calmo in piedi all'ingresso.
Porta dei jeans e una felpa blu scura. In testa ha un berretto da baseball bagnato. La voce è morbida e
impacciata.
«Ho dovuto a-a-aspettare che mia madre uscisse. È dal p-p-parrucchiere. Non tornerà fino alle s-s-
sei».
Armande lo guarda. Non si toccano, ma sento qualcosa passare fra di loro, come una scarica
elettrica. Troppo complicato per me da analizzare, ma c'è calore e rabbia, imbarazzo, colpa... e in fondo
a tutto questo una promessa di tenerezza.
«Sei fradicio. Ti preparo qualcosa da bere», gli dico, avviandomi in cucina. Mentre lascio la stanza
sento di nuovo la voce del ragazzo, bassa e incerta.
«Grazie per il li-li-libro», dice. «Ce l'ho qui con me». Lo tira fuori come una bandiera bianca. Non è
più nuovo, ma logoro come un libro che è stato letto e riletto, a lungo e con amore. Armande se ne
accorge, e lo sguardo di disapprovazione svanisce dal suo volto.
«Leggimi la tua poesia preferita», dice lei.
Dalla cucina, mentre verso la cioccolata in due bicchieri alti, mentre la mescolo a panna e kahlua,
mentre faccio abbastanza rumore con vasetti e bottiglie per dare loro un'illusione di intimità, sento che
la voce di lui si è alzata, prima affettata, poi prende ritmo e disinvoltura. Non riesco a distinguere le
parole, ma da lontano sembra una preghiera o un'invettiva.
Noto che quando legge il ragazzo non balbetta.

Ho posato con cautela i due bicchieri sul banco. Quando sono entrata il ragazzo ha smesso di
parlare, lasciando una frase a metà e mi ha fissato con sospetto ed educazione, i capelli che gli cadevano
sugli occhi come la criniera di un timido pony. Mi ha ringraziato con scrupolosa cortesia e ha
sorseggiato la bevanda con incredulità piuttosto che con piacere.
«Non d-d-dovrei berla», ha detto dubbioso. «Mia madre d-d-dice che il cioccolato mi fa-fa venire i f-
f-foruncoli».
«E che potrebbe farmi morire fulminata», ha detto astutamente Armande. Ha riso alla sua
espressione.
«Andiamo ragazzo, non dubiti mai di quel che dice tua madre? O ha fatto il lavaggio del cervello a
quel pizzico di buon senso che ti ho trasmesso?». Luc non sapeva che pesci prendere.
«È q-q-quello che dice le-le-lei», ha ripetuto per giustificarsi.
Armande ha scosso la testa.
«Be', se mi va di ascoltare quanto Caro ha da dire, posso fissare un appuntamento», ha detto. «Ma tu,
che cos'hai da dire? Sei un ragazzo sveglio, o almeno lo eri. Cosa pensi?». Luc ha bevuto un altro sorso.
«Penso che abbia esagerato», ha risposto con un mezzo sorriso. «Mi sembra ab-ab-abbastanza
buona».
«E poi, niente foruncoli», ha aggiunto Armande.
Si è fatto cogliere alla sprovvista da una risata. Così mi piaceva di più, gli occhi che luccicavano di un
verde più brillante, il sorriso impacciato che assomigliava curiosamente a quello di sua nonna. È rimasto
sulle sue, ma dietro alla profonda riservatezza ho cominciato a cogliere un'intelligenza pronta e uno
spiccato senso dell'umorismo.
Ha finito la sua cioccolata ma ha rifiutato una fetta di torta, invece Armande ne ha prese due. Nella
mezz'ora successiva hanno chiacchierato, mentre io fingevo di occuparmi del mio lavoro. Una o due
volte l'ho colto mentre mi osservava con curiosità circospetta, il debole contatto che si era stabilito fra
di noi interrotto subito dopo essersi stabilito. Li ho lasciati alle loro cose.

Quando si sono salutati erano le cinque e mezza. Non c'è stato accenno a un altro incontro, ma la
naturalezza con cui si sono separati lasciava intendere che entrambi avevano in mente lo stesso
pensiero. Mi ha sorpreso un po' vederli così simili, mentre si giravano intorno con la circospezione di
due amici che si ritrovano dopo anni di lontananza. Tutti e due hanno gli stessi atteggiamenti, lo stesso
sguardo diretto, gli zigomi prominenti, il mento aguzzo. Quando i tratti di lui si rilassano, la somiglianza
è in parte occultata, ma se si anima le assomiglia di più, e cancella quell'aria perbene che lei deplora. Gli
occhi di Armande brillano sotto la tesa del cappello. Luc sembra quasi rilassato, la sua balbuzie si riduce
a una blanda esitazione, che si nota appena. Lo vedo fermarsi sulla porta, chiedendosi se forse deve
baciarla. In questo caso la sua riluttanza adolescenziale per il contatto fisico è ancora troppo forte. Alza
la mano in un timido gesto di saluto, poi se ne va.
Armande si gira verso di me, arrossita per il trionfo. Per un secondo il viso si smaschera nell'amore,
nella speranza, nell'orgoglio. Poi ritorna la riservatezza che condivide con suo nipote, un'aria di
indifferenza forzata, una nota burbera nella voce mentre dice: «Mi è piaciuta questa, Vianne. Forse
tornerò ancora».
Poi mi dà una delle sue occhiate dirette, allunga una mano per toccare il mio braccio. «Tu sei quella
che l'ha fatto venire qui», ha detto. «Da sola non avrei saputo come fare».
Ho alzato le spalle.
«Sarebbe successo comunque, prima o poi», ho detto. «Luc non è più un bambino. Deve imparare a
fare le cose a modo suo».
Armande ha scosso la testa.
«No, sei tu», ha ripetuto ostinata. Era abbastanza vicina perché potessi sentire il suo profumo di
mughetto. «Il vento è cambiato da quando sei qui. Tutto sta cambiando. Evviva!». Ha lanciato un
gridolino divertito.
«Ma io non sto facendo niente», ho ribattuto, con un mezzo sorriso come il suo. «Sto solo facendo
gli affari miei. Badando al negozio. Sono me stessa». Malgrado il sorriso, mi sentivo a disagio.
«Non importa», ha risposto Armande. «Sei sempre tu a farlo. Guarda tutti i cambiamenti: me, Luc,
Caro, la gente sul fiume...», ha mosso bruscamente la testa in direzione dei Marauds, «...anche lui, nella
sua torre d'avorio sull'altro lato della piazza. Tutti noi stiamo cambiando. Stiamo accelerando. Come un
vecchio orologio che viene caricato dopo anni che indica la stessa ora».
Era tutto troppo vicino ai miei pensieri della settimana prima. Ho scosso la testa con enfasi.
«Non sono io», ho detto. «È lui. Reynaud. Non io».
Un'immagine improvvisa nel retro della mente, come quando si gira una carta. L'Uomo Nero nella
sua torre dell'orologio, che ruota gli ingranaggi sempre più veloce, modificando i tempi, facendo
suonare l'allarme, intonando l'addio mentre lasciamo il paese... E con quell'immagine inquietante è
sopraggiunta quella di un vecchio su un letto, tubicini nel naso e nelle braccia, e l'Uomo Nero chino su
di lui addolorato o trionfante, mentre, dietro di lui, un fuoco bruciava...
«Quello, è suo padre?», ho pronunciato le prime parole che mi sono venute in mente. «Cioè... il
vecchio che lui va a trovare. All'ospedale. Chi è?».
Armande mi ha lanciato un'occhiata penetrante e sorpresa.
«E tu come lo sai?».
«Qualche volta ho delle... sensazioni... sulle persone». Per qualche ragione ero restia ad ammettere di
usare la cioccolata per le mie divinazioni, reticente a usare le parole alle quali mia madre mi aveva reso
tanto familiare.
«Sensazioni». Armande sembrava incuriosita, ma non mi ha interrogato oltre.
«Allora c'è un vecchio, è così?». Non riuscivo a sbarazzarmi del pensiero di essermi imbattuta in
qualcosa di importante. Un'arma, forse, nella mia battaglia segreta contro Reynaud.
«Chi è?», ho insistito.
Armande ha alzato le spalle.
«Un altro prete», ha detto con disprezzo per concludere, e non avrebbe aggiunto parola.

GIOVEDÌ 27 FEBBRAIO
Quando ho aperto stamattina, Roux aspettava sulla porta. Indossava una tuta di jeans, e i capelli
erano raccolti con una cordicella. Doveva essere lì in attesa già da un po', perché i capelli e le spalle
erano ricoperti di goccioline della bruma mattutina. Mi ha rivolto un qualcosa che non era proprio un
sorriso, poi ha guardato nel negozio alle mie spalle, dove stava giocando Anouk.
«Ciao, piccola straniera», le ha detto. Questa volta il sorriso era abbastanza reale, e ha illuminato
brevemente la sua faccia.
«Entri», l'ho invitato. «Avrebbe dovuto bussare. Non l'avevo vista lì fuori».
Roux ha borbottato qualcosa nel suo marcato accento di Marsiglia e ha superato la soglia con una
certa timidezza. Si muove con una strana combinazione di grazia e goffaggine, come se non si trovasse
a suo agio negli ambienti chiusi.
Gli ho versato un alto bicchiere di cioccolata nera legata con kahlua.
«Avrebbe dovuto portare i suoi amici», gli ho detto in tono lieve.
In risposta ha dato una scrollata di spalle. Lo vedevo mentre si guardava in giro, incamerando quanto
lo circondava con grande, se pure sospettoso interesse.
«Perché non si siede?», gli ho domandato, indicando gli sgabelli al banco. Roux ha scosso la testa.
«Grazie». Ha bevuto una sorsata di cioccolata. «A dire il vero, mi chiedevo se lei potesse darmi una
mano. Una mano a noi». Sembrava imbarazzato e arrabbiato allo stesso tempo. «Non si tratta di soldi»,
ha aggiunto svelto, come per impedirmi di parlare. «Pagheremo tutto, come si deve. È solo che abbiamo
qualche problema con... l'organizzazione».
Mi ha lanciato un'occhiata di risentimento generalizzato.
«Armande, Madame Voizin, ha detto che lei ci avrebbe aiutati».
Mi ha spiegato la situazione mentre ascoltavo in silenzio, facendo di tanto in tanto dei cenni di
incoraggiamento. Ho cominciato a capire che quella che avevo scambiato per incapacità di esprimersi
era una decisa riluttanza a chiedere aiuto. Con il suo forte accento, Roux ha parlato da uomo
intelligente. Ha spiegato di aver promesso ad Armande di ripararle il tetto. Si trattava di un lavoro
relativamente semplice, che avrebbe richiesto solo un paio di giorni. Sfortunatamente l'unico
commerciante locale di legname, vernice e degli altri materiali necessari per completare il lavoro era
Georges Clairmont, che si era recisamente rifiutato di procurarli sia ad Armande sia a Roux. Se Mamma
vuole delle riparazioni al tetto, le aveva detto con fare ragionevole, be', allora avrebbe dovuto chiedere a
lui, non a un branco di vagabondi imbroglioni. Come se lui non le avesse chiesto - implorato - per anni di
lasciargli fare il lavoro gratis. Permettere agli zingari di entrare in casa sua, e Dio solo sapeva che cosa
sarebbe potuto succedere. Oggetti di valore saccheggiati, denaro rubato... Non era cosa insolita per una
vecchia essere picchiata o uccisa per il possesso dei suoi pochi averi. No. Era un piano assurdo, e in
tutta coscienza lui non poteva...
«Bigottone bastardo», ha detto Roux rabbioso. «Non sa niente di noi... niente! Quello che dice, siamo
tutti ladri e assassini. Ho sempre pagato, a modo mio. Non ho mai chiesto l'elemosina a nessuno, ho
sempre lavorato...».
«Prenda ancora un po' di cioccolata», l'ho invitato dolcemente, riempendo un altro bicchiere fino
all'orlo. «Non tutti la pensano come Georges e Caroline Clairmont».
«Lo so». Stava sulla difensiva, le braccia incrociate sul petto.
«Ho già usato Clairmont per fare delle riparazioni», ho continuato.
«Gli dirò che devo fare altri lavori alla casa. Se mi dà una lista di quello che vi serve, me lo
procurerò».
«Pagherò tutto quanto», ha detto di nuovo Roux, come se la questione del pagamento fosse una cosa
su cui non avesse insistito abbastanza. «Davvero i soldi non sono un problema».
«Certo».
Si è rilassato un poco e ha bevuto dell'altra cioccolata. Per la prima volta è sembrato rendersi conto
di quanto fosse buona, e mi ha fatto un sorriso con una dolcezza inattesa e particolare.
«Armande è stata buona con noi», ha detto. «Ha ordinato cibo e scorte, e medicine per la figlia di
Zézette. Ha preso le nostre difese quando quel vostro prete dalla faccia impassibile si è fatto vivo di
nuovo».
«Non è il mio prete», l'ho interrotto subito. «Nella sua testa io sono un'intrusa a Lansquenet quanto
voi». Roux mi ha guardato meravigliato. «No, davvero», gli ho detto. «Credo che mi reputi un'influenza
nefasta. Orge di cioccolato ogni notte. Eccessi della carne quando la gente come si deve dovrebbe
essere a letto, da sola».
I suoi occhi hanno il non-colore caliginoso del profilo di una città quando piove. Quando ride
brillano di malizia. Anouk, che era rimasta seduta in insolito silenzio mentre lui parlava, l'ha ricambiato
e ha riso anche lei.
«Non vuole fare un po' di colazione?», ha chiesto Anouk con voce acuta. «C'è del pain au chocolat. E ci
sono anche dei croissants, ma il pain au chocolat è più buono».
Lui ha scosso la testa.
«Penso di no», ha detto. «Grazie».
Ho messo una delle paste su un piatto e l'ho appoggiato vicino a lui.
«Omaggio della casa», gli ho detto. «Ne provi una, le faccio personalmente».
Forse era la cosa sbagliata da dire. Ho visto la sua faccia richiudersi di nuovo, il lampo di spirito
sostituito da quell'aria di vigile indifferenza che ormai mi era familiare.
«Posso pagare», ha detto quasi in sfida. «Ho soldi». Si è dato da fare per estrarre una manciata di
monete dalla tuta. Le monete sono rotolate sul banco.
«Le metta via», gli ho detto.
«Gliel'ho detto, posso pagare». Adesso era ostinato, e si infiammava di rabbia. «Non ho bisogno
di...». Ho messo la mia mano sulla sua. Per un istante ho sentito che faceva resistenza, poi i suoi occhi
hanno incontrato i miei.
«Nessuno ha bisogno di fare qualcosa», ho detto gentilmente. Ho capito che avevo ferito il suo
orgoglio con la mia dimostrazione d'amicizia. «L'avevo invitata». Lo sguardo ostile non è cambiato. «Ho
fatto lo stesso con tutti gli altri», ho insistito. «Con Caro Clairmont. Guillaume Duplessis. Anche Paul-
Marie Muscat, l'uomo che vi ha cacciato dal café». Pausa di un secondo, perché assorbisse l'effetto. «Che
cosa la rende così speciale da rifiutare, quando nessuno di loro l'ha fatto?».
Allora è sembrato vergognarsi, e ha balbettato qualcosa sottovoce. Quindi gli occhi hanno incontrato
di nuovo i miei e hanno sorriso.
«Scusi», mi ha detto. «Non avevo capito». Ha fatto una pausa imbarazzata per qualche momento
prima di prendere in mano la pasta.
«Ma la prossima volta sarete voi a essere invitate da me», ha detto deciso. «E se rifiutate, mi offenderò
mortalmente».

E dopo è stato bene, perché aveva perso buona parte della mancanza di naturalezza. Abbiamo
parlato per un po' di argomenti neutrali, ma siamo presto passati ad altro. Ho saputo così che Roux
aveva trascorso sei anni sul fiume, prima da solo, poi viaggiando con un gruppo di compagni. Un
tempo era stato muratore, e ancora adesso si guadagnava del denaro facendo lavori di riparazione e il
raccolto della mietitura in estate e in autunno. Ho intuito che c'erano stati dei problemi che l'avevano
costretto alla vita nomade, ma ho avuto abbastanza buon senso da non insistere per ottenere i
particolari.
Se n'è andato non appena è giunto il primo dei miei clienti abituali. Guillaume l'ha salutato con
cordialità e Narcisse gli ha rivolto un cenno di benvenuto con il capo, ma non sono riuscita a
persuadere Roux a rimanere a chiacchierare con loro. Invece si è messo in bocca quello che restava del
suo pain au chocolat ed è uscito dal negozio con quell'aria insolente e distaccata che pensa di dover
mostrare agli estranei.
Appena ha raggiunto la porta si è voltato bruscamente. «Non si dimentichi dell'invito», mi ha detto,
come per un ripensamento. «Sabato sera, alle sette. Porti la piccola straniera».
Poi se ne era già andato, prima che potessi ringraziarlo.

Guillaume ha indugiato più a lungo del solito davanti alla sua cioccolata. Narcisse ha ceduto il suo
posto a Georges, poi Arnauld è passato per comprare tre tartufi allo champagne - sempre la stessa cosa,
tre tartufi allo champagne e un'aria che già anticipa il senso di colpa - e Guillaume era ancora seduto al
solito posto, l'aria preoccupata sul volto dai tratti minuti. Ho tentato più volte di farlo sciogliere, ma ha
risposto a cortesi monosillabi, i pensieri altrove. Charly se ne stava fiacco e immobile sotto al suo
sgabello.
«Ho parlato al Curé Reynaud, ieri», ha detto finalmente, così all'improvviso da farmi sussultare. «Gli
ho chiesto cosa dovrei fare con Charly».
L'ho guardato con aria interrogativa.
«È difficile spiegarlo a lui», ha proseguito Guillaume con la sua voce tenue e precisa. «Pensa che io
mi stia ostinando, perché mi rifiuto di ascoltare quello che dice il veterinario. Peggio, pensa che io mi
stia comportando come un pazzo. Dopotutto non è che Charly sia una persona». Una pausa in cui ho
potuto cogliere lo sforzo che stava facendo per mantenere il controllo.
«È davvero così grave?».
Conoscevo già la risposta. Guillaume mi ha guardato con occhi tristi.
«Penso di sì».
«Capisco».
Con un gesto automatico si è interrotto per grattare l'orecchio di Charly. La coda del cane si è messa
a battere automaticamente, e ha uggiolato piano.
«Bravo, bravo cane». Guillaume mi ha fatto un piccolo sorriso confuso. «Il Curé Reynaud non è un
uomo cattivo. Non intende essere crudele. Ma dire quelle cose... a quel modo...».
«Cos'ha detto?».
Guillaume ha alzato le spalle. «Mi ha detto che sono anni, ormai, che mi rendo ridicolo a causa del
cane. Che per lui era lo stesso qualunque cosa avessi fatto, ma che era ridicolo coccolare l'animale come
fosse un essere umano, e buttare via i miei soldi in medicine inutili per lui».
Ho sentito una punta di rabbia.
«Questa è una cosa cattiva da dire».
Guillaume ha scosso la testa.
«Lui non capisce», ha detto ancora. «Non gli importa niente degli animali. Ma Charly e io siamo stati
insieme così a lungo...». Le lacrime gli riempivano gli occhi, ma ha mosso bruscamente la testa per
nasconderle.
«Sto andando dal veterinario, adesso, appena ho finito di bere». Il suo bicchiere era rimasto vuoto sul
banco per oltre venti minuti. «Potrebbe non essere oggi, no?». Nella voce c'era una nota che era quasi
disperata. «È ancora allegro. E ultimamente ha mangiato meglio, lo so. Nessuno può costringermi a farlo».
Ora parlava come un bambino stizzoso. «Lo saprò quando sarà davvero arrivato il momento. Lo saprò».
Non c'era niente che potessi dire per farlo stare meglio. Però ci ho provato. Mi sono chinata per
accarezzare Charly, sentendo sotto le dita che si muovevano come fossero vicine pelle e ossa. Certe
cose si possono guarire. Ho fatto riscaldare le mie dita, sondando con delicatezza, cercando di vedere...
La cisti sembrava già ingrossata. Sapevo che non c'era speranza.
«È il suo cane, Guillaume», ho detto. «Lo conosce meglio di chiunque altro».
«È vero». È parso rasserenarsi per un momento. «Le medicine alleviano il dolore. Di notte non
uggiola più».
Ho pensato a mia madre nei suoi ultimi mesi. Il pallore, il modo in cui la carne scompariva da lei,
svelando una delicata bellezza di ossa messe a nudo, di pelle impallidita. I suoi occhi luminosi e febbrili
- Florida, tesoro! New York, Chicago, il Grand Canyon, c'è così tanto da vedere! - i suoi pianti furtivi nella notte.
«Dopo un po' bisogna semplicemente smettere», ho detto. «Non ha senso. Trincerarsi dietro
giustificazioni, fissarsi scadenze a breve termine per superare una settimana. Dopo un po' di tempo la
cosa che fa più male è la mancanza di dignità. Bisogna riposare».
Cremata a New York, le ceneri sparse nel porto. Buffo, ci si immagina sempre di morire a letto,
circondati dai propri cari. Invece, troppo spesso il breve incontro è sconcertante, si capisce
all'improvviso, ed è come una corsa al rallentatore nel panico, con il sole che ti sorge alle spalle. Sembra
un pendolo che oscilla e, per quanto si provi, non si riesce proprio a sorpassarlo.
«Se potessi scegliere, farei così. L'ago indolore. La mano amica. Meglio in quel modo che soli nella
notte, o sotto le ruote di un taxi in una strada dove nessuno si ferma a guardare due volte». Mi sono
accorta che, senza volerlo, avevo parlato ad alta voce. «Mi dispiace, Guillaume», ho detto, vedendo la
sua espressione ferita. «Stavo pensando a un'altra cosa».
«Non importa», ha detto calmo, mettendo le monete sul banco di fronte a lui. «Comunque stavo
andando via».
Ha preso il cappello con una mano e Charly con l'altra ed è uscito, più curvo del solito. Una piccola
figura triste che portava quello che poteva essere un sacco della spesa o un vecchio impermeabile o una
qualsiasi altra cosa.

SABATO 1° MARZO
Ho tenuto il negozio sotto osservazione. Mi sono reso conto di averlo fatto sin dal suo arrivo:
l'andirivieni, le riunioni furtive. Lo guardo proprio come facevo in gioventù, quando osservavo sempre i
nidi di vespa, con odio e fascinazione. All'inizio hanno cominciato in modo scaltro, arrivando nelle ore
più segrete del crepuscolo e alla mattina presto. Hanno assunto le sembianze di veri e propri clienti.
Una tazza di caffè, un pacchetto di uva al cioccolato per i bambini. Ma adesso hanno lasciato perdere la
commedia. Adesso gli zingari ci vanno apertamente, lanciano occhiate di sfida alla mia finestra con gli
scuri serrati, quello con i capelli rossi e gli occhi impertinenti, la ragazza magra e la ragazza con i capelli
scoloriti e l'Arabo con la testa rasata. Li chiama per nome: Roux e Zézette e Blanche e Mahmed. Ieri il
furgoncino di Clairmont si è fermato lì davanti con un carico di materiali da costruzione: legno, vernice
e pece per i tetti. Il tipo che era alla guida ha depositato le merci davanti all'ingresso, senza proferire
verbo. Lei ha compilato un assegno. E poi ho dovuto osservare i suoi amici che sollevavano ghignando
le scatole, i travetti e i cartoni sulle spalle e le trasportavano ridendo, giù ai Marauds. Era tutto un trucco.
Un trucco infingardo. Per qualche ragione vuole spalleggiarli. Ovviamente si comporta in questo modo
per sfidare me. Non posso far altro che mantenere un silenzio dignitoso e pregare per la sua sconfitta.
Ma rende così duro il mio compito! Già devo vedermela con Armande Voizin, che mette il loro cibo sul
suo conto della spesa. Mi sono già dato da fare per questo, ma troppo tardi. Adesso gli zingari del fiume
hanno abbastanza scorte per due settimane. Portano le provviste quotidiane - pane, latte - su per il
fiume da Agen. Il pensiero che possano fermarsi qui più a lungo mi riempie di bile. Ma che cosa si può
fare se gente come questa li soccorre? Tu sapresti cosa fare, mon père, se solo potessi dirmelo. E so che
non ti sottrarresti al tuo dovere, per quanto sgradevole. Se solo potessi dirmi cosa fare... La più lieve
pressione delle dita sarebbe sufficiente. Un battito delle ciglia. Qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa, per
mostrarmi che sono perdonato. No? Non ti muovi. Solo il grave issh-stump! - della macchina che respira
per te, spingendo l'aria nei tuoi polmoni atrofizzati. Io so che un giorno, presto, ti sveglierai, guarito e
purificato, e che il mio sarà il primo nome che pronuncerai. Vedi, credo nei miracoli. Io, che sono
passato attraverso il fuoco. Io ci credo.

Ho deciso di parlarle oggi. Razionalmente, senza recriminazioni, come tra padre e figlia. Sicuramente
avrebbe capito. Abbiamo cominciato con il piede sbagliato, io e lei. Forse possiamo ricominciare. Vedi,
père, ero disposto a essere generoso. Pronto a capire. Ma mentre mi avvicinavo al negozio, attraverso la
vetrina ho visto che quel tipo, Roux, era là dentro con lei, gli occhi con quella luce dura fissi su di me,
con l'aria sfottente di spregio che mettono su tutti quelli come lui. In una mano aveva non so quale
bevanda. Aveva un'aria pericolosa, violenta, con la sua tuta lercia e i lunghi capelli sciolti, e per un
secondo ho provato una sottile fitta di preoccupazione per la donna. Non capisce a quale pericolo sta
andando incontro, per il semplice fatto di stare in compagnia di quella gente? Non si preoccupa per se
stessa, per la sua bambina? Stavo per andarmene quando un manifesto nella vetrina del negozio ha
catturato la mia attenzione. Per un attimo ho fatto finta di guardarlo, mentre di nascosto osservavo lei -
osservavo loro - da fuori. Lei indossava un abito di un tessuto di un intenso color vino, e aveva i capelli
sciolti. Sentivo la sua risata provenire dall'interno del negozio.
I miei occhi hanno scorso rapidamente il poster un'altra volta. La grafia era infantile, immatura.

GRAND FESTIVAL DU CHOCOLAT


ALLA CÉLESTE PRALINE
COMINCIA LA DOMENICA DI PASQUA
TUTTI SONO I BENVENUTI

L'ho letto di nuovo, l'indignazione piano piano si faceva strada. Sentivo ancora il suono della sua
voce sopra il tintinnare dei bicchieri provenire dal negozio. Troppo assorta nella conversazione, non si
era ancora accorta di me, e dava le spalle all'ingresso, un piede girato verso l'esterno come quello di una
ballerina. Indossava scarpe di vernice piatte con piccoli fiocchi, e non portava calze.

COMINCIA LA DOMENICA DI PASQUA

Adesso capisco tutto.


La sua astuzia, la sua dannata astuzia. Deve aver programmato questa cosa fin dall'inizio, questo
festival del cioccolato, programmato perché coincida con la più santa delle cerimonie della Chiesa. Deve
aver avuto in mente questa cosa fin dal suo arrivo, il giorno di carnevale, per indebolire la mia autorità,
per farsi beffe dei miei precetti. Lei e i suoi amici del fiume.
Ormai troppo arrabbiato per tirarmi indietro come avrei dovuto, ho spinto la porta e sono entrato
nel negozio. Un carillon tintinnante e scherzoso ha annunciato il mio ingresso, e lei si è girata per
guardarmi, sorridendo. Se in quel momento non avessi ottenuto la prova inconfutabile della sua
avversione, avrei potuto giurare che quel sorriso fosse sincero.
«Monsieur Reynaud».
L'aria è calda e densa dell'aroma di cioccolato. Abbastanza diversa dalla leggera cioccolata polverosa
che conoscevo da bambino, questa ha una pienezza di gola come i grani di caffè della bancarella del
mercato, una fragranza di amaretto e tiramisù, un gusto di bruciato che penetra in bocca e mi fa venire
l'acquolina. C'è un bricco d'argento di quella roba sul banco, dal quale si innalza del vapore. Mi viene in
mente che questa mattina non ho fatto colazione.
«Mademoiselle». Mi piacerebbe che la mia voce fosse più autoritaria. La rabbia mi ha stretto la gola e
invece del giustificato grido di rabbia che avrei voluto emettere riesco a gracchiare solo un roco lamento
di indignazione, come una rana beneducata. «Mademoiselle Rocher». Mi guarda con aria interrogativa.
«Ho visto il suo manifesto».
«Grazie», dice. «Beve qualcosa con noi?».
«No!».
Facendo le moine: «Il mio chococcino è fantastico per chi ha la gola delicata».
«Non ho la gola delicata».
«Ah, no?». La sua voce è falsamente premurosa. «Mi era parso che fosse piuttosto rauco. Un grand-
crème, allora? O un mocha?».
Con uno sforzo di volontà ho riconquistato la padronanza di me stesso. «Non si disturbi, grazie».
Di fianco a lei, l'uomo dai capelli rossi fa una risata sottovoce e dice qualcosa nel suo patois da strada.
Noto che le mani sono sporche di vernice, una tinta chiara che riempie le pieghe del palmo e delle
nocche. Che abbia lavorato? mi chiedo a disagio. E se sì, per chi? Se questa fosse Marsiglia la polizia lo
arresterebbe per aver lavorato in nero. Una perquisizione della sua barca svelerebbe prove sufficienti -
droghe, oggetti rubati, pornografia, armi - per metterlo dentro per sempre. Ma questa è Lansquenet. La
polizia non si sogna certo di venire fin qui se non c'è una vera violenza.
«Ho visto il suo manifesto». Ho cominciato di nuovo, con tutta la dignità a cui posso fare appello. Mi
guarda con quell'aria di interesse educato, gli occhi che danzano. «Devo dire...», a questo punto mi
schiarisco la gola, che di nuovo si è riempita di bile... «Devo dire che trovo la scelta del momento... la
scelta della tempistica della sua manifestazione... deplorevole».
«La tempistica?». Si atteggia a innocente. «Intende il festival di Pasqua?». Fa un sorrisino dispettoso.
«Direi piuttosto che è la sua gente a esserne responsabile. Dovrebbe sollevare la questione con il Papa».
La fisso con sguardo gelido. «Penso che sappia esattamente quello di cui sto parlando».
Ancora quell'educato sguardo interrogativo. «Festival del Cioccolato. Tutti sono i benvenuti».
La rabbia sale come il latte che bolle, incontrollabile. In quell'istante mi sento rafforzato, energizzato
dal suo calore. Le punto addosso un dito accusatore. «Non creda che io non abbia capito di che cosa si
tratta».
«Mi lasci indovinare». La voce è dolce, avvolgente. «È un attacco personale contro di lei. Un
deliberato tentativo di minare i fondamenti della Chiesa Cattolica». Fa una risata che improvvisamente
tradisce la sua petulanza. «Dio proibisce che un negozio di cioccolato venda uova di Pasqua a Pasqua».
La voce vacilla, quasi spaventata, da che cosa però non saprei. L'uomo dai capelli rossi mi sfida con lo
sguardo. Con uno sforzo lei si riprende, e l'occhiata di paura che mi era parso di vedere è inghiottita
dalla sua padronanza.
«Sono certa che c'è posto per entrambi», dice pacatamente. «È sicuro di non volere una bibita al
cioccolato? Potrei spiegarle quello che io...».
Scuoto rabbiosamente la testa, come un cane infastidito dalle vespe. La sua calma assoluta mi fa
infuriare, e ho una specie di ronzio in testa, un'instabilità che fa girare vorticosamente la stanza intorno
a me. L'odore cremoso della cioccolata fa impazzire. Per un momento i miei sensi sono esaltati in modo
innaturale. Sento il suo profumo, una carezza alla lavanda, l'odore caldo e speziato della sua pelle.
Dietro a lei, una zaffata dalle paludi, l'odore forte e muschiato dell'olio da motore, di sudore e vernice
del suo amico dai capelli rossi.
«Io... no... io...». Come in un incubo, ho scordato quello che avrei voluto dire. Qualcosa a proposito
del rispetto, a proposito della comunità. A proposito dell'andare d'amore e d'accordo nella stessa
direzione, della rettitudine, della dignità, della moralità. Invece inghiotto aria, la testa che gira.
«Io... io...». Non riesco a liberarmi dall'idea che è lei a fare questo, a smontare i fili dei miei sensi, a
impossessarsi della mia mente... Si china in avanti, e il suo profumo mi investe di nuovo.
«Sta bene?». Sento la voce da molto lontano. «Sta bene, Monsieur Reynaud?».
La allontano con mani tremanti.
«Non è niente». Alla fine sono riuscito a parlare «Un... malessere. Niente. Le auguro ogni bene...».
Arranco verso la porta come un cieco. Un sacchetto rosso appeso allo stipite mi solletica la faccia
un'altra delle sue superstizioni - e non riesco a scrollarmi di dosso l'impressione assurda che quella cosa
ridicola sia la responsabile del mio malessere, erbe e ossi cuciti insieme e appesi lì per turbare la mia
mente. Esco in strada barcollando, boccheggiando.
La testa si schiarisce appena viene sfiorata dalla pioggia, ma continuo a camminare. Continuo a
camminare. A camminare.

Non mi sono fermato fino a quando non sono arrivato da te, mon père. Mi batteva il cuore, la faccia
era rigata di sudore, ma per lo meno mi sentivo liberato dalla sua presenza. Era questo ciò che provavi,
mon père, quel giorno nella vecchia canonica? E la tentazione aveva lo stesso volto?
I denti di leone stanno crescendo, le foglie amare sbucano dalla terra nera, le radici bianche si
diramano in profondità, penetrando con forza. Presto saranno in fiore. Camminerò verso casa per la via
del fiume, mon père, per guardare la piccola città galleggiante che cresce senza sosta, allargandosi sulla
Tannes gonfia di pioggia. Altre barche sono arrivate dopo l'ultima volta che ci siamo parlati, e ora il
fiume ne è ricoperto. Un uomo potrebbe attraversarlo.

TUTTI SONO I BENVENUTI

È questo ciò che intende? Una riunione di questa gente, una celebrazione dell'eccesso? Quanto
abbiamo combattuto per estirpare quelle residue tradizioni pagane, père, quanto abbiamo predicato e
persuaso. L'uovo, la lepre, simboli ancora vivi della tenace radice del paganesimo, che si rivelano
esattamente per ciò che sono. Siamo stati puri per qualche tempo. Ma con lei l'epurazione deve
ricominciare da capo. Questo è uno sforzo ancora più grande, e ci sfida una volta di più. E il mio
gregge, il mio stupido gregge così fiducioso, che si rivolge a lei, che la ascolta... Armande Voizin. Michel
Narcisse. Guillaume Duplessis. Joséphine Muscat. Georges Clairmont. Udiranno i loro nomi nella
predica di domani insieme a quelli di chi le ha prestato ascolto. Il festival del cioccolato è solo una parte
di quest'insieme rivoltante, ecco quello che dirò. L'appoggio dato agli zingari del fiume. Il disprezzo
smaccato nei confronti dei nostri usi e delle nostre regole. La sua influenza che si ripercuoterà sui nostri
bambini. Tutti segni, dirò, tutti segni dell'effetto insidioso della sua presenza qui.
Questo festival fallirà. Sarebbe sciocco ipotizzare che abbia qualche possibilità di successo con una
forza d'opposizione di questa portata. Predicherò contro, ogni domenica. Leggerò a voce alta i nomi dei
suoi collaboratori e pregherò per la loro salvezza. Gli zingari hanno già provocato delle agitazioni.
Muscat si lamenta perché la loro presenza scoraggia i suoi clienti. Il rumore dal loro accampamento, la
musica, i fuochi hanno trasformato Les Marauds in una baraccopoli galleggiante, il fiume balugina per
l'olio rovesciato, i cumuli di spazzatura navigano lungo la corrente. E sua moglie li avrebbe accolti, così
ho sentito dire. Per fortuna Muscat non si lascia intimidire da quella gente. Clairmont mi dice che la
settimana scorsa li ha allontanati facilmente quando hanno osato mettere piede nel suo bar. Vedi, mon
père, malgrado la loro spavalderia, sono dei vigliacchi. Muscat ha bloccato il sentiero dei Marauds per
scoraggiarli. La possibilità di usare violenza dovrebbe farmi inorridire, père, ma in un certo senso la
vedrei di buon occhio. Mi darebbe la scusa che mi serve per chiamare la polizia da Agen. Dovrei parlare
di nuovo con Muscat. Saprebbe cosa fare.

SABATO 1° MARZO
La barca di Roux è una delle più vicine a riva, ormeggiata di fronte alla casa di Armande, a una certa
distanza dalle altre. Questa sera a prua erano appese lanterne di carta, come frutta illuminata.
Mentre ci incamminavamo verso Les Marauds, dalla riva del fiume abbiamo sentito diffondersi
l'odore acre delle vivande alla griglia. Le finestre di Armande erano spalancate per godere la vista sul
fiume e le luci della casa formavano disegni irregolari sull'acqua. Mi ha colpita l'assenza di rifiuti, la cura
con cui ogni briciolo di spazzatura era stato deposto nei bidoni metallici per essere bruciato. Da una
delle barche più avanti sul fiume si alzava il suono di una chitarra. Roux era seduto sul piccolo pontile, a
osservare l'acqua. Un gruppetto di persone l'aveva già raggiunto, e ho riconosciuto Zézette, un'altra
ragazza che si chiama Blanche e il nordafricano, Mamhed. Vicino a loro, su un braciere portatile pieno
di pezzi di carbone, qualcosa stava cuocendo.
Anouk è corsa subito verso il fuoco. Ho udito Zézette ammonirla dolcemente: «Attenta, tesoro,
scotta».
Blanche mi ha porto un boccale di vino caldo speziato e l'ho preso con un sorriso.
«Sentiamo che ne pensi di questo».
La bevanda era dolce e sapeva di limone e di noce moscata, l'alcol così forte che prendeva alla gola.
Per la prima volta da settimane la sera era tersa, e il nostro fiato formava nell'aria quieta pallidi draghi.
Sul fiume aleggiava una sottile foschia, illuminata qua e là dalle luci delle barche.
«Ne vuole un po' anche Pantoufle», ha detto Anouk, indicando la pentola di vino speziato.
Roux ha ghignato. «Pantoufle?».
«Il coniglio di Anouk» gli ho detto svelta. «Il suo... amico immaginario».
«Non sono sicuro che a Pantoufle piacerebbe», le ha detto. «Forse preferirebbe un po' di succo di
mele».
«Glielo chiederò», ha risposto Anouk.
Qui Roux sembrava diverso, più rilassato, la sagoma stagliata nel fuoco mentre controllava la cottura.
Mi ricordo i gamberi di fiume, tagliati a metà e cotti alla brace, le sardine, il primo granturco, e patate
americane, mele caramellate passate nello zucchero e fritte nel burro, frittelle spesse, miele. Abbiamo
mangiato con le dita da piatti di latta e bevuto sidro e altro vino speziato. Qualche bambino si è unito
ad Anouk in un gioco sulla riva del fiume. Anche Armande è venuta a raggiungerci, stendendo le mani
per riscaldarle sul braciere.
«Se solo fossi più giovane», ha sospirato. «Non mi dispiacerebbe questa cosa ogni sera». Ha preso
una grossa patata dal suo nido di brace e l'ha palleggiata con abilità per raffreddarla. «Questo è il tipo di
vita che sognavo quand'ero bambina. Una casa galleggiante, tanti amici, feste tutte le sere». Ha rivolto a
Roux uno sguardo ammiccante. «Credo proprio che scapperò con te», ha dichiarato. «Ho sempre avuto
un debole per gli uomini dai capelli rossi. Sarò vecchia, ma scommetto che potrei ancora insegnarti un
paio di cosette».
Roux ha fatto un ghigno. Questa sera non mostrava segni di imbarazzo. Era di buon umore, e
riempiva di continuo i boccali di vino e sidro, felice in modo commovente di essere il padrone di casa.
Ha flirtato con Armande, l'ha riempita di complimenti stravaganti, e lei gracchiava dalle risate. Ha
insegnato ad Anouk come far saltare i sassi sull'acqua. E alla fine ci ha mostrato la sua barca, ben curata
e pulita, la piccola cucina, la stiva con il serbatoio per l'acqua e i cibi stivati, la zona notte con il tetto in
plexiglas.
«Quando l'ho comprata era solo un relitto», ci ha raccontato. «L'ho riparata e ora è in buono stato,
proprio come una qualunque casa sulla terraferma». Il suo sorriso era un po' malinconico, come quello
di un uomo che si riferisce all'infanzia perduta. «Un sacco di lavoro, e ora di notte posso sdraiarmi sul
letto e ascoltare l'acqua e guardare le stelle».
Anouk è stata molto esuberante nel suo apprezzamento.
«Mi piace», ha dichiarato. «Mi piace tantissimo! E non è un leta- leta- o come lo chiama la madre di
Jeannot».
«Un letamaio?», ha suggerito Roux con gentilezza. L'ho guardato di sfuggita, ma stava ridendo. «No,
non siamo cattivi come pensa certa gente».
«Non pensiamo affatto che siete cattivi!». Anouk era indignata.
Roux ha scrollato le spalle.
Più tardi c'è stata musica, un flauto e un violino e qualche tamburo improvvisati con lattine e bidoni.
Anouk si è unita con la sua trombetta e i bambini hanno ballato. Erano così scatenati e così vicini alla
riva del fiume che hanno dovuto essere allontanati a distanza di sicurezza. Quando infine ce ne siamo
andate, è stato ben oltre le undici, con Anouk che crollava per la stanchezza ma protestava fieramente.
«Okay», le ha detto Roux. «Puoi tornare quando vuoi».
L'ho ringraziato mentre la prendevo in braccio.
«Siete le benvenute». Per un secondo il suo sorriso ha vacillato mentre guardava dietro di me, verso
la cima della collina. Una piccola ruga è apparsa fra i suoi occhi.
«Qualcosa non va?».
«Non sono sicuro. Probabilmente nulla».
Ci sono pochi lampioni ai Marauds. La sola illuminazione viene da un'unica lanterna gialla che brilla
sudicia sul marciapiede stretto fuori dal Café de la République. Più oltre la Rue des Francs Bourgeois, che si
allarga in un viale alberato bene illuminato. Ha guardato ancora per un momento, gli occhi socchiusi.
«Mi era solo parso di vedere qualcuno scendere dalla collina, tutto qui. Dev'essere stato uno scherzo
della luce. Non c'è nessuno lì, adesso».
Ho portato Anouk in braccio su per la collina. Dietro di noi, una flebile musica d'organetto dal
carnevale galleggiante. Zézette stava ballando sul pontile, il profilo disegnato contro il fuoco morente, la
sua ombra scatenata che saltava sotto di lei. Quando abbiamo oltrepassato il Café de la République ho
visto la porta socchiusa, anche se le luci erano tutte spente. Dall'interno dell'edificio ho sentito una
porta chiudersi piano, come se qualcuno fosse stato a spiare, ma avrebbe anche potuto essere il vento.

DOMENICA 2 MARZO
Marzo ha messo fine alla pioggia. Adesso il cielo è aperto, un blu stridente fra nuvole che si
muovono veloci, e un vento sferzante si è alzato durante la notte, con raffiche agli angoli delle case, e fa
sbattere le finestre. Le campane della chiesa suonano all'impazzata, come se anche loro avessero colto
questo cambiamento improvviso. Il segnavento gira e rigira contro il cielo che turbina, la sua voce
rugginosa si alza cigolando. Anouk canta fra sé una canzoncina sul vento mentre gioca nella sua stanza:

V'là l'bon vent, v'là l'joli vent


Vl'à l'bon vent, ma mie m'appelle
V'là l'bon vent, v'là l'joli vent
Vl'à l'bon vent, ma mie m'attend.

Il vento di marzo è un vento malato, diceva sempre mia madre. Eppure è piacevole, odora di linfa e
ozono e del sale di mari lontani. Un buon mese, marzo, con febbraio che vola via dalla porta sul retro e
la primavera che aspetta a quella principale. Un buon mese per un cambiamento.
Per cinque minuti rimango sola nella piazza a braccia spalancate, per sentire il vento nei capelli. Mi
sono scordata di prendere un soprabito e la gonna rossa mi si gonfia attorno. Sono come un aquilone,
sento il vento, in un istante sorvolo il campanile della chiesa, volo sopra di me. Per un momento perdo
il senso dell'orientamento, vedo la figura scarlatta laggiù nella piazza, contemporaneamente qui e là;
ricado in me stessa, senza fiato, vedo la faccia di Reynaud che scruta da una finestra alta, gli occhi scuri
per lo sdegno. È pallido, la luce forte del sole gli screzia a malapena di colore la pelle. Le mani sono
aggrappate al davanzale davanti a lui, le nocche sono dello stesso bianco slavato del viso.
Il vento mi ha dato alla testa. Gli indirizzo un cenno festoso mentre mi giro per tornare in negozio.
Lo prenderà come un gesto di sfida, lo so, ma questa mattina non mi importa. Il vento ha spazzato via
le mie paure. Faccio un cenno di saluto all'Uomo Nero nella sua torre, e il vento mi strattona
allegramente la gonna. Sono fuori di me per la gioia, piena di aspettative.
Un po' di questo nuovo coraggio sembra aver pervaso gli abitanti di Lansquenet. Li osservo
camminare verso la chiesa - i bambini che corrono nel vento a braccia spalancate come aquiloni, i cani
che abbaiano furiosamente rivolti al nulla, anche gli adulti con il volto illuminato, gli occhi che
lacrimano per il freddo. Caroline Clairmont con il cappotto e cappello primaverili, nuovi, e suo figlio la
tiene sottobraccio. Per un istante Luc mi dà un'occhiata, mi sorride di nascosto dietro a una mano.
Joséphine e Paul-Marie Muscat, le braccia intrecciate come amanti, anche se il volto di lei è storto e
sprezzante sotto il berretto marrone. Suo marito mi fissa attraverso il vetro e accelera il passo, la bocca
che lavora. Vedo Guillaume, oggi senza Charly, anche se il guinzaglio di plastica colorata gli penzola
ancora da uno dei polsi, una figura sconsolata, stranamente monca senza il suo cane. Arnauld guarda
nella mia direzione e fa un cenno con il capo. Narcisse si ferma a ispezionare un vaso di gerani presso la
porta, sfrega una foglia tra le grosse dita, annusa la linfa verde. È un uomo goloso malgrado l'aspetto
rude, e so che passerà più tardi per il suo mocha e i tartufi di cioccolato.
La campana indugia su un rintocco monotono - don! don! - mentre la gente entra dalle porte
spalancate. Colgo un'altra immagine di Reynaud - ora vestito nei paramenti bianchi, le mani giunte,
premuroso - che li accoglie. Penso che mi guardi di nuovo, un breve guizzo degli occhi attraverso la
piazza, un sottile irrigidirsi della spina dorsale sotto la veste - ma non ne sono certa.
Mi piazzo dietro il banco, una tazza di cioccolata in mano, ad aspettare la fine della Messa.
***
La funzione è stata più lunga del solito. Suppongo che con l'avvicinarsi della Pasqua le richieste di
Reynaud si facciano più impegnative. Ci sono voluti oltre novanta minuti perché le prime persone
emergessero furtive, le teste chine, il vento che sferzava sfacciatamente i foulard e le giacche della
domenica, gonfiandosi come un pallone sotto le gonne con malizia improvvisa, facendo affrettare il
gregge attraverso la piazza. Arnauld mi ha fatto un sorriso impacciato mentre passava: stamattina niente
tartufi allo champagne. Narcisse è venuto come sempre ma è stato ancora meno comunicativo del
solito, ha estratto un giornale dal cappotto di tweed e si è messo a leggere in silenzio mentre beveva.
Quindici minuti più tardi, metà dei membri della congregazione erano ancora dentro, e immagino che
aspettassero la confessione. Mi sono versata dell'altra cioccolata e ho bevuto. La domenica è una
giornata lenta. Meglio essere pazienti.
All'improvviso ho visto una figura famigliare con un cappotto scozzese sgusciare dalla porta
semiaperta della chiesa. Joséphine ha lanciato un'occhiata nella piazza e, vedendola vuota, l'ha percorsa
correndo in direzione del negozio. Ha notato Narcisse e ha esitato un attimo prima di decidersi a
entrare. I pugni erano serrati a proteggere la bocca dello stomaco.
«Non posso fermarmi», ha detto subito. «Paul si sta confessando. Ho due minuti». La voce era acuta
e precipitosa, le parole affrettate, unite una all'altra come una fila di tessere del domino.
«Deve stare lontana da quella gente», è sbottata. «I nomadi. Deve dirgli di andarsene. Li avvisi». La
faccia si contorceva nello sforzo di parlare. Le mani si aprivano e chiudevano.
L'ho guardata.
«Per favore, Joséphine. Si sieda. Beva qualcosa».
«Non posso!». Ha scosso energicamente la testa. I capelli arruffati dal vento le velavano malamente il
viso. «Le ho detto che non ho tempo. Faccia come le ho detto. Per favore». Il tono era teso ed
estenuato, mentre guardava in direzione della porta della chiesa come se temesse di essere sorpresa con
me.
«Ha predicato contro di loro», mi ha detto in fretta parlando a bassa voce. «E contro di lei. Ha
parlato di lei. Dicendo delle cose».
Ho alzato le spalle in segno di indifferenza.
«E allora? Cosa vuole che m'importi?».
Joséphine si è portata i pugni alla testa in un gesto di frustrazione.
«Deve avvertirli», ha ripetuto. «Dirgli di andare. Avverta anche Armande. Le dica che lui ha letto il
suo nome ad alta voce stamattina. E il suo. E leggerà anche il mio, se mi vede qui, e Paul...».
«Non capisco, Joséphine. Che cosa può fare? E poi, perché dovrebbe importarmene?».
«Li avverta e basta, va bene?». Gli occhi si sono posati nuovamente con circospezione sulla chiesa, da
cui stavano uscendo alcune persone. «Non posso restare», ha detto. «Devo andare». Si è girata verso la
porta.
«Aspetti, Joséphine...».
Quando si è voltata il suo viso era una smorfia di infelicità. Mi sono accorta che stava per piangere.
«Succede sempre così», ha detto con voce aspra, triste. «Ogni volta che trovo un'amica lui riesce a
rovinare tutto. Succederà come succede sempre. Allora lei sarà già lontana da tutto questo, ma io...».
Ho mosso un passo in avanti, con l'intenzione di calmarla.
Joséphine è balzata all'indietro, in un goffo gesto di guardia.
«No! Non posso! So che aveva buone intenzioni, è solo che io... non posso!». Con uno sforzo si è
ricomposta. «Deve capire. Vivo qui. Devo vivere qui. Lei è libera, lei può andare dove le pare, lei...».
«Anche lei», ho risposto con dolcezza.
Allora mi ha guardato, toccandomi per un secondo la spalla con la punta delle dita. «Non capisce»,
ha detto senza risentimento. «Lei è diversa. Per qualche tempo ho pensato che forse anch'io avrei
potuto imparare a essere diversa».
Si è girata, ora non più in preda all'agitazione, rimpiazzata da un'aria di astrazione distante, quasi
dolce. Ha sprofondato di nuovo le mani nelle tasche.
«Mi spiace, Vianne», ha detto. «Ho provato davvero. So che non è colpa sua». Per un attimo ho visto
un breve ritorno di animazione nei suoi lineamenti. «Lo dica alla gente del fiume», ha incalzato. «Dica
loro che devono andarsene. Non è neanche colpa loro, solo non voglio che qualcuno si faccia del male»,
ha concluso Joséphine dolcemente. «Va bene?».
Ho alzato le spalle.
«Nessuno si farà del male», l'ho rassicurata.
«Bene». Mi ha rivolto un sorriso doloroso nella sua trasparenza. «E non si preoccupi per me. Sto
bene. Davvero». Ancora quel sorriso tirato, dolente. Mentre mi sfiorava per varcare la porta, ho colto il
bagliore di qualcosa nella sua mano e ho visto che le tasche del cappotto erano stracolme di bigiotteria.
Rossetti, portacipria, collane e anelli si intravvedevano tra le sue dita.
«Ecco. Questo è per lei», ha detto allegra, spingendo verso di me una manciata del tesoro rubato.
«Ne ho tanti altri». Poi se n'è andata con un sorriso di sconcertante dolcezza, lasciandomi con catenelle
e orecchini e pezzi di plastica colorata montati in oro che precipitavano dalle mie dita sul pavimento.
Più tardi nel pomeriggio ho portato Anouk a fare una passeggiata ai Marauds. L'accampamento dei
nomadi sembrava allegro nella nuova luce assolata, con il bucato che sventolava sulle corde tese fra le
barche, e tutti i vetri e la vernice che scintillavano. Armande era seduta su una sedia a dondolo al riparo
nel giardinetto davanti a casa sua, e guardava il fiume. Roux e Mamhed erano arrampicati sul ripido
spiovente del tetto, a sistemare le tegole sconnesse. Ho notato che la gronda marcita e i fastigi erano
stati sostituiti e dipinti in giallo brillante. Ho fatto un cenno ai due uomini e mi sono seduta vicina ad
Armande sul muretto del giardino, mentre Anouk schizzava verso la riva del fiume in cerca dei suoi
amici della sera prima.
La vecchia signora appariva stanca e aveva la faccia gonfia sotto l'ala di un ampio cappello di paglia.
La tela a piccolo punto che aveva in grembo sembrava abbandonata, intonsa. Mi ha fatto un rapido
cenno, ma non ha parlato. La sedia dondolava quasi impercettibilmente sulla terra, tic-toc-tic-toc. Il suo
gatto dormiva acciambellato sotto la sedia.
«Caro è passata stamattina», ha detto finalmente. «Immagino che dovrei sentirmi onorata». Un gesto
di irritazione.
Dondolandosi: Tic-toc-tic-toc.
«Chi si crede di essere?», è esplosa Armande all'improvviso. «Maria-Antonietta-la-sanguinaria?». Ha
rimuginato furiosa per un momento, il dondolio che acquistava velocità. «Continua a dirmi cosa posso e
non posso fare. A portarmi il suo medico...». Si è interrotta per fissarmi con quel suo sguardo perforante,
da uccello. «Piccola ficcanaso invadente. Lo è sempre stata, sai. Sempre a raccontar storie a suo padre».
Ha fatto una breve risata, come un guaito. «Certamente non ha preso questi modi da me. Certo che no.
Non ho mai avuto bisogno di nessun dottore - o di nessun prete - che mi dicesse che cosa devo
pensare».
Armande ha spinto il mento in fuori con aria di sfida e si è dondolata ancora più forte.
«C'era anche Luc?», ho domandato.
«No». Ha scosso la testa. «È andato ad Agen per un torneo di scacchi». L'espressione dura si è
addolcita. «Tu non sai che l'altro giorno è passato», mi ha raccontato soddisfatta. «E lei non lo verrà a
sapere». Ha sorriso. «È un bravo ragazzo, mio nipote. Sa come tenere a freno la lingua».
«Ho sentito dire che questa mattina siamo state entrambe nominate in chiesa», le ho detto.
«Frequentiamo gli indesiderabili, così dicono».
Armande ha sbuffato.
«Quello che faccio in casa mia è affar mio», ha detto seccamente. «L'ho detto a Reynaud, e l'ho detto
a Père Antoine prima di lui. Però non lo vogliono capire. Sempre a blaterare le stesse vecchie
sciocchezze. Spirito di comunità. I valori tradizionali. Sempre la stessa vecchia e trita commedia sulla
moralità».
«Così è già successo prima?». Ero curiosa.
«Oh sì». Ha annuito con enfasi. «Anni fa. A quei tempi Reynaud avrà avuto l'età di Luc. Certo,
abbiamo avuto dei nomadi anche dopo, ma non si sono mai fermati. Non fino a ora». Ha guardato in su
verso la sua casa dipinta a metà. «Sarà bella, vero?», ha detto soddisfatta. «Roux dice che l'avrà finita per
questa sera». Ha dato un'improvvisa occhiata arcigna. «Posso farlo lavorare per me a tutto quello che mi
pare», ha dichiarato seccata. «È un onest'uomo e un gran lavoratore. Georges non ha il diritto di dirmi
altrimenti. Non ce l'ha affatto».
Ha preso in mano il suo lavoro di cucito incompiuto, ma l'ha subito riposto senza dare un punto.
«Non riesco a concentrarmi», ha detto arrabbiata. «È già triste abbastanza essere svegliati da quelle
campane all'alba, senza che debba guardare la faccia leziosa di Caro di primo mattino. «Preghiamo per te
ogni giorno, Mamma», le ha fatto il verso. «Vorremmo che tu capissi quanto ci preoccupiamo per te». Più probabile
che siano preoccupati della loro reputazione presso i vicini. È così imbarazzante avere una madre come
me, che ti ricorda tutto il tempo come hai cominciato».
Ha fatto un sorrisino, indurito dalla soddisfazione.
«Finché sono viva c'è qualcuno che ricorda ogni cosa», ha dichiarato. «I problemi che ha avuto con
quel ragazzo. Chi ha pagato per quello, eh? E lui - Reynaud, il Signor Più Bianco-del-Bianco?». Gli occhi
erano luccicanti e maliziosi. «Scommetto di essere l'unica ancora in vita che ricorda quella vecchia
faccenda. E in ogni caso non erano poi tanti quelli che ne sono venuti a conoscenza. Se non avessi
saputo tenere a freno la lingua, avrebbe potuto essere il più grande scandalo della regione». Mi ha
lanciato un'occhiata di autentica malizia. «E non continuare a guardarmi a quel modo, ragazza. Sono
ancora capace di serbare un segreto. Perché credi che lui mi lasci in pace? Ci sarebbero un sacco di cose
che potrebbe fare, se lo volesse. Caro lo sa. Ci ha già provato». Armande ha chiocciato giuliva, eh-eh-eh.
«Mi era parso di capire che Reynaud non fosse di qui», ho detto incuriosita.
Armande ha scosso la testa.
«Non sono in molti a ricordarlo», ha detto. «Ha lasciato Lansquenet quando era un ragazzino. Così è
stato più semplice per tutti». Per un istante ha fatto una pausa, abbandonandosi ai ricordi. «Ma questa
volta farebbe meglio a non provarci affatto. Né contro Roux né contro uno dei suoi amici». Lo spirito
era scomparso dal suo volto e ora sembrava più vecchia, querula, malata. «Mi fa piacere che siano qui. Mi
fanno sentire giovane». Le piccole mani bisbetiche hanno stropicciato senza scopo la tela che teneva in
grembo. Il gatto, avvertendo il movimento, si è divincolato da sotto la sedia a dondolo ed è saltato sulle
sue ginocchia, facendo le fusa. Armande gli ha grattato la testa, lui ha ronzato e le ha picchiettato il
mento con piccoli movimenti giocosi.
«Lariflete», ha detto Armande. Dopo un istante ho capito che era il nome del gatto. «L'ho avuta per
diciannove anni. Vuol dire che ha circa la mia età, secondo il tempo dei gatti». Ha fatto un piccolo
schiocco al gatto, che ha risposto con fusa ancora più forti. «Dicono che sia allergica», ha detto
Armande. «Asma o qualcosa del genere. Gli ho detto che preferirei soffocare, piuttosto che sbarazzarmi
dei miei gatti. Invece ci sono degli umani di cui potrei fare a meno senza pensarci due volte». Lariflete
muoveva pigramente i baffi a scatti. Ho guardato verso l'acqua e ho visto Anouk che giocava sotto il
pontile con due bambini del fiume dai capelli rossi. Da quello che riuscivo a sentire, Anouk, la più
giovane dei tre, stava dirigendo le operazioni.
«Fermati e prendi un po' di caffè», ha proposto Armande. «Lo stavo preparando quando sei arrivata.
E ho anche della limonata per Anouk».
Sono stata io a preparare il caffè nella piccola e bizzarra cucina di Armande, con i fornelli di ghisa e
il soffitto basso. Lì è tutto pulito, ma l'unica finestrella si affaccia sul fiume, e dà alla luce un riflesso
verdastro, subacqueo. Appesi alle travi a vista ci sono mazzetti di erbe secche nei loro sacchetti di
mussola. Sui muri imbiancati, pentole di rame appese ai ganci. La porta - come tutte le porte della casa -
ha un buco ritagliato alla base per permettere il libero movimento dei gatti. Un altro gatto mi guardava
incuriosito da una mensola in alto mentre preparavo il caffè in un bricco smaltato. Ho notato che la
limonata era senza zucchero, e il dolcificante nella ciotola era uno di quei sostituti dello zucchero.
Dopotutto, a dispetto della sua spavalderia, qualche precauzione la prende.
«Roba schifosa», ha commentato senza astio, sorseggiando la bevanda da una tazza dipinta a mano.
«Dicono che non si sente la differenza. Ma si sente». Ha fatto una smorfia di disappunto. «Lo porta
Caro quando viene. Passa in rassegna i miei armadi. Suppongo che lo faccia con le migliori intenzioni.
Non riesce a fare a meno di essere una sciocchina».
Le ho detto che dovrebbe riguardarsi di più.
Armande ha sbuffato.
«Quando arrivi alla mia età», mi ha risposto, «le cose cominciano a sgretolarsi. Se non è una cosa, è
l'altra. È un dato di fatto». Ha bevuto un altro sorso del caffè amaro. «Quando aveva sedici anni
Rimbaud ha detto che voleva vivere il maggior numero di esperienze con la maggiore intensità
possibile. Be', ora mi avvicino agli ottanta, e comincio a pensare che avesse ragione». Ha ghignato, e
sono stata di nuovo colpita dall'aspetto giovanile del suo viso, una caratteristica che non ha tanto a che
fare con il colorito o la struttura ossea, ma piuttosto con una certa luminosità interiore, una certa
aspettativa, lo sguardo di chi ha appena cominciato a scoprire quanto la vita può offrire.
«Penso che probabilmente sei troppo vecchia per entrare nella Legione Straniera», le ho detto con un
sorriso. «E le esperienze di Rimbaud, a volte, non sono state un po' eccessive?».
Armande mi ha lanciato un'occhiata birichina.
«È esatto», ha risposto. «Non mi dispiacerebbe qualche eccesso in più. Da ora in poi sarò smodata -
e capricciosa - mi divertirò con la musica a tutto volume e le poesie oscene. Sarò sfrenata», ha annunciato
soddisfatta.
Ho riso.
«Sei proprio assurda», le ho detto con finta severità. «Non c'è da meravigliarsi se la tua famiglia si
dispera per te».
Ma anche se ha riso alle mie parole, dondolandosi con allegria sulla sedia, ciò che ora ricordo non è
la sua risata, ma quello che ho intravisto dietro al riso; lo sguardo sventato di abbandono, la gioia
disperata.
Ed è stato solo più tardi, tardi nella notte quando mi sono svegliata sudata per un oscuro incubo
semidimenticato, che ho ricordato dove avevo già visto prima quello sguardo.
Che ne diresti della Florida, tesoro? Degli Everglades? Dei Keys? Che ne dici di Disneyland, chérie, o di New York,
del Grand Canyon, Chinatown, Nuovo Messico, delle Montagne Rocciose?
Ma in Armande non c'era traccia della paura di mia madre, nulla del suo delicato eludere e azzuffarsi
con la morte, nessuno dei suoi pazzi e improvvisi voli di fantasia nell'ignoto. Con Armande c'era solo la
fame, il desiderio, la terribile consapevolezza del tempo.
Mi chiedo che cosa le abbia veramente detto stamattina il medico, e quanto lei capisca davvero. Sono
rimasta sveglia a lungo nel letto a interrogarmi, e quando finalmente mi sono addormentata ho sognato
di me e Armande che passeggiavamo per Disneyland con Reynaud e Caro mano nella mano con grandi
guanti bianchi di carta come la Regina di Cuori e il Coniglio Bianco di Alice nel paese delle meraviglie. Caro
aveva una corona rossa sulla testa gigantesca e Armande un bastoncino di zucchero filato in ciascuna
mano.
Da qualche parte in lontananza sentivo i rumori del traffico di New York, lo strombazzare dei
clacson che si avvicinava.
«Oh cielo, oh non mangiare quella roba, è veleno», ha strillato isterico Reynaud, ma Armande ha continuato
a ingoiare zucchero filato con entrambe le mani, il volto luminoso e calmo. Ho provato a metterla in
guardia dal taxi, ma mi ha guardato e con la voce di mia madre ha detto:
«La vita è un carnevale, chérie, ogni anno sempre più persone muoiono attraversando la strada, è un
dato statistico», e ha continuato a mangiarlo in quel terribile modo vorace. Allora Reynaud si è voltato
verso di me e ha strillato in una voce che risultava ancora più minacciosa per la mancanza di sonorità:
«Questa è tutta colpa tua, tu e il tuo Festival del Cioccolato, andava tutto bene fino a quando sei arrivata tu e adesso
tutti muoiono, MUOIONO MUOIONO MUOIONO...».
Ho allungato le mani per proteggermi.
«Non sono io», ho sussurrato. «Sei tu, sei tu che sei l'Uomo Nero, sei tu...». Poi stavo cadendo
all'indietro attraverso lo specchio con le carte che si sparpagliavano ovunque intorno a me...
Nove di Spade, MORTE. Tre di Spade, MORTE. La Torre, MORTE. Il Carro, MORTE.
Mi sono svegliata urlando, con Anouk china su di me, la faccia scura confusa dal sonno e dall'ansia.
«Maman, che cosa c'è?».
Le sue braccia sono calde intorno al mio collo. Profuma di cioccolata e vaniglia e di sonno pacifico e
tranquillo.
«Niente. Un sogno. Niente».
Mi canta in tono sommesso con la sua vocetta tenue, e ho l'impressione spaventosa del mondo
capovolto, di fondermi in lei come il nautilo nella sua spirale che gira che gira che gira, della sua mano
fresca sulla mia fronte, della sua bocca sui miei capelli.
«Fuori-fuori-fuori», mormora in modo automatico. «Spiriti del male, via di qui. Ora è okay, maman. Tutti
andati». Non so dove impari queste cose. Mia madre le diceva sempre, ma non ricordo di averle mai
insegnate ad Anouk. Eppure le pronuncia come una vecchia formula familiare. Per un momento mi
aggrappo a lei, paralizzata dall'amore.
«Andrà tutto bene, vero Anouk?».
«Certo». La sua voce è chiara e adulta, sicura di sé. «Certo che andrà bene». Mi mette la testa sulla
spalla e si rannicchia assonnata nel cerchio delle mie braccia. «Ti voglio bene anch'io, maman».
Fuori l'alba è un riflesso di luna sull'orizzonte che ingrigisce. Tengo stretta mia figlia mentre scivola
di nuovo nel sonno, i suoi ricci solleticano il mio viso. È questo ciò che temeva mia madre? Me lo
chiedo mentre ascolto gli uccelli - prima un solo cra-cra, poi un intero coro - era questo ciò da cui
scappava? Non la propria morte, ma le migliaia di piccole intersezioni della sua vita con le altre, i
rapporti interrotti, i legami involontari, le responsabilità? Abbiamo trascorso tutti quegli anni fuggendo
dai nostri amori, dalle nostre amicizie, parole proferite a caso in passaggi che a volte modificano il corso
di un'intera vita?
Provo a rievocare il mio sogno, la faccia di Reynaud l'espressione smarrita per lo sbigottimento, sono
in ritardo, sono in ritardo e anche lui che fugge o corre verso un qualche destino inimmaginabile di cui
sono parte inconsapevole. Ma il sogno si è frantumato, i suoi pezzi sparsi come carte in un vento forte.
Difficile ricordarsi se l'Uomo Nero insegue o è inseguito. Difficile ora essere sicura se è lui l'Uomo
Nero. Invece ritorna la faccia del Coniglio Bianco, come quella di un bimbo spaventato su una giostra
del carnevale da cui vuole disperatamente scendere.
«Chi dirige i cambiamenti?».
Nella mia confusione, scambio la voce per quella di qualcun altro, un secondo più tardi capisco di
aver parlato a voce alta. Ma mentre sprofondo nuovamente nel sonno, sono quasi certa che un'altra
voce risponda, una voce che sembra un po' quella di Armande, un po' quella di mia madre.
«Tu, Vianne», mi dice dolcemente.
Tu.

MARTEDÌ 4 MARZO
Il primo verde del grano di primavera dà alla terra un aspetto più dolce di quello a cui tu e io siamo
abituati. A distanza sembra lussureggiante, qualche fuoco precoce punteggia l'aria sopra il suo
ondeggiare, e dà ai campi un'apparenza sonnolenta. In realtà sappiamo che nel giro di due mesi tutto
questo verrà bruciato in stoppie dal sole, la terra spogliata e crepata in una crosta rossa in cui anche i
cardi sono restii a crescere. Un vento caldo pulisce quello che è rimasto della campagna, portandosi
appresso la siccità, e lasciandosi dietro una calma maleodorante che favorisce la malattia. Mi ricordo
l'estate del '75, mon père, la calura mortale e il caldo cielo bianco. Quell'estate abbiamo avuto calamità
dopo calamità. Prima gli zingari del fiume, che procedevano lentamente lungo quello che era rimasto
del corso d'acqua nei loro lerci tuguri galleggianti, e si fermavano arenati sui terreni bassi di fango riarso
dei Marauds.
Poi la malattia che ha colpito prima i loro animali e dopo anche i nostri: una sorta di follia, gli occhi
rovesciati, una debole convulsione delle gambe, i corpi che si gonfiavano anche se gli animali
rifiutavano di abbeverarsi, e poi il sudore, il tremore e la morte in mezzo a una nuvola di mosche viola-
nere, oh Dio, l'aria ne era satura, satura e dolce come il succo di un frutto marcio. Ti ricordi? Così caldo
che gli animali selvatici per la disperazione venivano verso l'acqua dai marais inariditi. Volpi, puzzole,
donnole, cani. Molti di loro idrofobi, scacciati dal loro habitat dalla fame e dalla siccità. Gli sparavamo
mentre barcollavano verso le rive del fiume, sparavamo o li uccidevamo con i sassi. I bambini
prendevano a sassate anche gli zingari, ma erano senz'altra via d'uscita e disperati come i loro animali, e
continuavano a ritornare. L'aria era blu per le mosche e fetente per i fuochi con cui cercavano di
fermare la malattia. I cavalli sono crollati per primi, poi le vacche, i buoi, le capre, i cani. Li abbiamo
tenuti alla larga, rifiutandoci di vendere merci o acqua, rifiutando i medicinali. Bloccati sui fondali della
Tannes che si era rimpicciolita, bevevano birra in bottiglia e acqua di fiume. Mi ricordo di averli
osservati dai Marauds, silenziose figure trasandate chine sui fuochi da campo la notte, di aver sentito
singhiozzi di qualcuno - una donna o un bambino, credo attraverso l'acqua scura.
Qualche smidollato - Narcisse era fra loro - ha cominciato a parlare di carità. Di pietà. Ma tu sei
rimasto forte. Sapevi che cosa fare.
A Messa hai letto i nomi di quanti rifiutavano di collaborare. Muscat - il vecchio Muscat, padre di
Paul - ha impedito loro l'accesso al caffè fino a quando non sono venuti a più miti consigli. La notte
scoppiavano delle risse fra gli abitanti del paese e gli zingari. La chiesa è stata profanata, ma tu hai
tenuto duro.
Un giorno abbiamo visto che cercavano di calare le barche sulla terra fangosa verso il fiume aperto.
Il fango era ancora soffice e a tratti sprofondavano fino alle cosce, cercando un appiglio contro le pietre
viscide. Qualcuno, imbrigliato alle chiatte, tirava con delle corde, altri spingevano da dietro. Vedendoci
guardare, qualcuno ci ha insultati con voce aspra e roca. Ma ci sono volute altre due settimane prima
che finalmente se ne andassero, abbandonando le barche naufragate. Un fuoco, hai detto, mon père, un
fuoco lasciato incustodito dall'ubriacone e dalla sua degna compagna, i proprietari di quella barca, le
fiamme che si propagavano nella secca aria elettrica fino a quando il fiume ha danzato con loro. Un
incidente.
Alcuni hanno parlato. C'è sempre qualcuno che lo fa. Hanno detto che avevi incoraggiato quel gesto
con le tue prediche, hanno fatto i cenni di chi ha mangiato la foglia al vecchio Muscat e al suo giovane
figlio, così ben appostati per vedere e sentire, ma che quella notte non avevano né visto né sentito nulla.
Ma soprattutto c'è stato sollievo. E quando è arrivata la pioggia invernale e la Tannes si è gonfiata di
nuovo, anche gli scafi sono stati ricoperti.
***
Stamattina, mon père, sono tornato di nuovo da quelle parti. Quel posto mi perseguita. È cambiato
pochissimo da quello che era vent'anni fa. Lì c'è una calma ambigua, un'aria di attesa. Tendine che al
mio passaggio vengono tirate bruscamente. Mi sembra di sentire una risata bassa e continua che giunge
fino a me dagli spazi tranquilli. Sarò abbastanza forte, père? Fallirò, malgrado tutte le mie buone
intenzioni?
Tre settimane. Ho già trascorso tre settimane nel deserto. Dovrei essere depurato da incertezze e
debolezze. Ma la paura rimane. Ieri notte l'ho sognata. Oh, non un sogno voluttuoso, ma minaccioso in
modo indecifrabile. È il senso di disordine che lei porta con sé, mon père, che mi irrita tanto. La
dissolutezza.
Joline Drou mi dice che la figlia è tale e quale. Corre selvaggia per Les Marauds, parla di riti e
superstizioni. Joline dice che la bambina non ha mai frequentato la chiesa, che non ha mai imparato le
preghiere. Le parla di Pasqua e della Resurrezione; in risposta la bambina farfuglia una farragine di
insensatezze pagane. E questo festival; c'è uno dei suoi manifesti in tutte le vetrine dei negozi. I bambini
sono impazziti per l'eccitazione.
«Li lasci in pace, père, si è giovani una volta sola», dice indulgente Georges Clairmont. Sua moglie mi
guarda arcigna da sotto le sopracciglia aggrottate.
«Be', non vedo che male potrebbe arrecare», dice leziosa. La verità, sospetto, è che il loro figlio si sia
mostrato interessato. «E qualunque cosa rinforzi il messaggio pasquale...».
Non provo a convincerli. Accanirsi contro una festa di bambini è cadere nel ridicolo. Si è già sentito
Narcisse riferirsi alla mia Brigade anti-chocolat, tra risatine sleali. Ma mi brucia. Che debba servirsi della
festa della Chiesa per screditare la Chiesa, per screditare me... Ho già messo in pericolo la mia dignità.
Non posso andare oltre. E ogni giorno che passa il suo ascendente aumenta. Questo è in parte dovuto
al negozio stesso. Metà-caffè, metà-confiserie, spande un'aria di intimità, di confidenze. I bambini amano
le forme di cioccolato e i prezzi a portata della loro paghetta. Gli adulti si divertono all'atmosfera di
sottile trasgressione, di segreti sussurrati, di risentimenti ventilati. Molte famiglie hanno cominciato a
ordinare una torta al cioccolato per il pranzo della domenica; li osservo mentre ritirano le scatole
infiocchettate dopo la Messa. Gli abitanti di Lansquenet-sous-Tannes non hanno mai mangiato tanta
cioccolata. Ieri Toinette Arnauld stava mangiando - mangiando! - in confessionale. Sentivo la dolcezza del
suo alito, ma dovevo fingere di mantenere l'anonimato.
«Mi bededica, mon père, ho peccato». La sentivo masticare, sentivo i piccoli rumori di chi succhia contro i
denti. Ascoltavo con rabbia crescente mentre confessava una serie di peccati insignificanti che udivo a
malapena, nello spazio chiuso, l'odore di cioccolato diventava ogni secondo più pungente. Alla fine non
ce l'ho fatta più a sopportarlo.
«Sta mangiando qualcosa?», sono sbottato.
«No, père». La sua voce era quasi indignata. «Mangiando? Perché dovrei...».
«Sono certo di averla sentita masticare». Non mi sono preoccupato di abbassare la voce, ma mi sono
alzato a metà nel buio dell'abitacolo, le mani aggrappate alla mensola. «Per chi mi prende, per un
idiota?». Una volta di più ho sentito il rumore del risucchio della saliva contro la lingua, e la mia rabbia è
scoppiata. «La sento, madame», ho detto duramente. «Oppure crede di non fare rumore e di essere
invisibile?».
«Mon père, le assicuro...».
«Zitta, Madame Arnauld, prima di giurare il falso un'altra volta». Ho ruggito, e di colpo non c'è stato
più odore di cioccolato, nessuno schiocco della lingua, solo un sospiro offeso e piagnucoloso e lo
strascicare pieno di panico mentre fuggiva dal cubicolo, i tacchi alti che scivolavano sul parquet mentre
correva.
Solo nell'abitacolo, ho cercato di cogliere ancora l'odore, la certezza che avevo avuto, l'indignazione -
la giustezza - della mia rabbia. Ma mentre il buio calava intorno a me, profumato di incenso e di fumo
delle candele, senza nessuna traccia di cioccolato, ho vacillato, ho dubitato. Quindi sono stato colpito
dall'assurdità del tutto, che si è trasformato in un parossismo di gioia tanto inatteso quanto
preoccupante. Sono rimasto tremante e madido di sudore, lo stomaco sconvolto. Il pensiero
imprevedibile che lei sarebbe stata la sola persona ad apprezzare completamente la comicità della
situazione è stato sufficiente per provocare un'altra convulsione, e sono stato costretto a tagliar corto
con le confessioni, appellandomi a un leggero malaise. Il passo era incerto mentre mi riavviavo verso la
sacrestia, e ho notato un certo numero di persone che mi osservava con curiosità. Devo stare più
attento. Il pettegolezzo prospera, a Lansquenet.
***
Da allora le cose sono state tranquille. Attribuisco il mio scatto di rabbia nel confessionale a una
febbriciattola che se n'è andata durante la notte. Di certo l'incidente non si è ripetuto. Come
precauzione ho ridotto ulteriormente il mio pasto serale, per prevenire i problemi di digestione che
potrebbero esserne la causa. Eppure, intorno a me, sento ancora un senso di incertezza, quasi di attesa.
Il vento ha dato alla testa ai bambini, che veleggiano nella piazza con le braccia stese, e ripiombano
imbarazzati nel silenzio al mio passaggio; alcuni sono sull'orlo delle lacrime; altri aggressivi. Stamattina
ho parlato a Joséphine Muscat mentre sedeva fuori dal Café de la République e quella donna scialba,
monosillabica, ha vomitato in risposta una serie di ingiurie, gli occhi infuocati e la voce tremante per la
furia.
«Non parli con me», ha sibilato. «Non ha già fatto abbastanza?».
Ho mantenuto il contegno e non mi sono degnato di risponderle, per la paura di farmi sorprendere
in uno scontro di urli. Ma è cambiata, in qualche modo indurita, l'indolenza del volto scomparsa, per far
posto a una sorta di focolaio carico d'odio. Un'altra convertita al campo nemico.
Perché non sono in grado di vedere, mon père? Perché non riescono a vedere ciò che quella donna ci
sta facendo? Demolisce il nostro spirito di comunità, il nostro fine. Gioca con quanto c'è di peggiore e
di più debole nel profondo dei cuori. Si guadagna una sorta di affetto, di lealtà che io - Dio mi aiuti! -
sono troppo debole da desiderare. Predica una pseudo buona volontà, la tolleranza e la pietà per i
poveri reietti senza casa del fiume mentre la corruzione mette radici sempre più profonde. Il diavolo
non si fa strada attraverso il male, ma attraverso la debolezza, père. Tu fra tutti lo sai. Dove andiamo
senza la forza e la purezza delle nostre convinzioni? Siamo davvero salvi? Quanto tempo ci vorrà prima
che questa piaga si estenda alla stessa Chiesa? Abbiamo visto come il marcio si sia diffuso rapidamente.
Presto faranno propaganda a favore di «riti non confessionali per ammettere sistemi di credo alternativi», per
abolire il confessionale come «inutilmente punitivo», per celebrare «il sé profondo», e non si accorgeranno che
i loro pensieri pseudo progressisti, i loro innocui atteggiamenti liberali, avranno già piantato i piedi in
modo inesorabile sulla strada per l'inferno lastricata di buone intenzioni.
Che ironia, vero? Una settimana fa stavo ancora interrogandomi sulla mia fede. Troppo concentrato
su me stesso per vedere i segni. Troppo debole per sostenere il mio ruolo. Eppure la Bibbia ci dice
abbastanza chiaramente ciò che dobbiamo fare. Le malerbe e il grano non possono crescere insieme in
pace. Qualsiasi giardiniere direbbe la stessa cosa.

MERCOLEDÌ 5 MARZO
Oggi Luc è tornato a chiacchierare con Armande. Sembra più sicuro di sé, adesso, e anche se
balbetta ancora piuttosto malamente riesce a rilassarsi abbastanza da arrischiare qualche scherzo
discreto che lo fa sorridere compiaciuto, l'aria un po' sorpresa, come se il ruolo del comico gli fosse
poco abituale. Armande era in ottima forma, aveva cambiato il cappello di paglia nero con un foulard di
seta lavata. Le guance erano rosate - rosso mela - anche se sospettavo che, come l'insolita lucentezza
delle labbra, quel colore fosse dovuto al trucco piuttosto che alla semplice eccitazione. Ci hanno messo
poco, lei e suo nipote, per scoprire di avere in comune più di quanto avessero mai immaginato. Liberi
della presenza inibente di Caro, si trovano a proprio agio l'uno con l'altra. Si fatica ricordare che fino
alla settimana scorsa erano appena due conoscenti che si salutavano con un cenno. Ora si avverte una
specie di intensità fra loro, un tono complice, un accenno di intimità. Politica, musica, scacchi, religione,
rugby, poesia, passano da un argomento all'altro senza soluzione di continuità, come gourmets a un
buffet che impone di assaggiare ogni piatto. Armande punta su di lui il laser del suo fascino alla
massima intensità: a tratti volgare, poi erudita, avvincente, gamine, seria, saggia.
Non c'è dubbio: è seduzione.
Questa volta è stata Armande a notare l'ora.
«Si sta facendo tardi, ragazzo», ha detto all'improvviso. «È tempo che tu ritorni». Luc si è interrotto a
mezza frase, l'aria sconsolata.
«Io... non mi ero accorto che s-s-si stava facendo così tardi». Ha fatto una pausa immotivata, come se
fosse restio ad andarsene. «Immagino che dovrei», ha detto senza entusiasmo. «Se faccio tardi, a mia m-
m-mamma verranno i nervi. O q-q-qualcosa del genere. Sai come è f-f-fatta».
Saggiamente, Armande si è trattenuta dal mettere alla prova la lealtà del ragazzo nei confronti di
Caro, riducendo al minimo ogni commento denigratorio. Di fronte a quella implicita critica ha fatto uno
dei suoi sorrisi maliziosi.
«Eh sì», ha detto. «Dimmi, Luc, non hai mai voglia di ribellarti... almeno un po'?». Il sorriso dei suoi
occhi abbagliava come l'estate. «Alla tua età dovresti ribellarti - farti crescere i capelli e ascoltare musica
rock, sedurre le ragazze, o cose così. Altrimenti a ottant'anni avrai un sacco di guai».
Luc ha scosso la testa. «Troppo rischioso», ha risposto subito. «Preferisco v-v-vivere».
Armande ha riso, deliziata.
«La settimana prossima, allora?». Questa volta l'ha baciata lievemente sulla guancia. «Stesso giorno?».
«Vedrò di farcela». Ha sorriso. «Do una festa di inaugurazione della casa domani sera», gli ha detto
all'improvviso. «Per ringraziare tutti del lavoro che hanno fatto sul tetto. Puoi venire anche tu, se hai
voglia».
Per un momento Luc è parso dubbioso.
«Naturalmente, se Caro facesse obiezioni...». Ha lasciato ironicamente la frase in sospeso, fissandolo
con occhi sfavillanti e battaglieri.
«Sono sicuro di po-po-poter trovare una scusa», ha detto Luc, rianimandosi sotto il suo sguardo
divertito. «Potrebbe essere di-di-divertente».
«Certo che lo sarà», ha fatto burbera Armande. «Ci saranno tutti. Tranne, naturalmente, Reynaud e i
suoi fans della Bibbia». Gli ha fatto un sorrisino malizioso. «Cosa che comunque non mi fa affatto
disperare, anzi».
Uno sguardo divertito e indignato insieme gli attraversa il viso, poi fa un sorrisetto compiaciuto.
«F-f-fans della B-b-bibbia?», ripete. «Mémée, questa è davvero forte».
«Io sono sempre forte», ha risposto Armande con dignità.
«Vedrò cosa p-p-posso fare».
***
Armande aveva quasi finito la sua cioccolata, e stavo per chiudere il negozio quando è entrato
Guillaume. L'ho visto appena, questa settimana, sembra come raggrinzito, incolore, con gli occhi tristi
sotto la tesa del cappello di feltro. Sempre cerimonioso, ci ha salutate con la consueta grave cortesia, ma
ho capito che era preoccupato. Gli abiti pendevano dritti dalle spalle ricurve, come se sotto non ci fosse
un corpo. I lineamenti minuti mettevano in mostra due occhi spalancati e angosciati, come quelli di una
scimmia cappuccina. Non c'era Charly ad accompagnarlo, anche se ho notato che portava di nuovo il
guinzaglio del cane arrotolato intorno al polso. Anouk l'ha sbirciato curiosa dalla cucina.
«So che sta chiudendo». La voce era compassata e precisa come quella di una coraggiosa sposa di
guerra di uno dei suoi amati film inglesi. «Non la tratterrò a lungo». Gli ho versato una mezza tazza del
mio choc espresso più nero, e in più gli ho aggiunto un paio dei suoi fiorentini preferiti. Anouk si è
arrampicata su uno sgabello e li ha fissati con invidia.
«Non ho fretta», gli ho detto.
«E neppure io», è intervenuta Armande nel suo modo schietto, «ma posso andarmene, se preferisce».
Guillaume ha scosso la testa.
«No, certamente no». Ha fatto un sorriso poco convinto. «Non è niente di così importante».
Ho aspettato che si spiegasse, anche se intuivo qualcosa. Guillaume ha preso un fiorentino e ha dato
un morso con gesto automatico, una mano messa a coppa per evitare di far cadere le briciole.
«Ho appena seppellito il vecchio Charly», ha detto con quella voce fredda. «Sotto un cespuglio di
rose, nel mio giardinetto. Gli sarebbe piaciuto».
Ho annuito.
«Sono sicura di sì».
Ora sentivo il dolore su di lui, un odore acido come di terra e di muffa. Mentre reggeva il fiorentino,
ho notato che aveva del terriccio sotto le unghie. Anouk lo osservava tutta compunta.
«Povero Charly», ha detto. Guillaume non ha dato segni d'averla sentita.
«Ho dovuto farlo», ha continuato. «Non riusciva più a camminare, e guaiva se lo portavo in braccio.
Ieri sera non ha smesso di guaire. Gli sono stato seduto vicino tutta notte, ma lo sapevo». Pareva quasi
che Guillaume volesse scusarsi, in preda a un dolore troppo complesso per poterlo spiegare. «So che è
sciocco», ha detto. «È solo un cane, diceva il Curé. È stupido farla tanto lunga».
«Non direi», è intervenuta inaspettatamente Armande. «Un amico è un amico. E Charly era un buon
amico. Non si aspetti che Reynaud capisca questo tipo di cose».
Guillaume le ha rivolto uno sguardo riconoscente.
«È gentile da parte sua dire così». Si è voltato verso di me. «E anche lei, madame Rocher. La
settimana scorsa ha cercato di avvisarmi, ma non ero pronto ad ascoltare. Credo che immaginassi che
ignorando tutti i segnali, in qualche modo sarei riuscito a far sopravvivere Charly all'infinito».
Armande l'ha guardato con una strana espressione negli occhi neri.
«Qualche volta la sopravvivenza è l'alternativa peggiore», ha osservato con garbo.
Guillaume ha annuito. «Avrei dovuto farlo prima», ha detto. «Lasciargli un briciolo di dignità». Il
sorriso era sincero, carico di dolore. «Almeno avrei risparmiato a entrambi quest'ultima notte».
Sono stata incerta su che cosa dirgli. In un certo senso penso che avesse bisogno che non dicessi
niente. Voleva solo parlare. Ho evitato le solite frasi fatte e non ho detto nulla. Guillaume ha terminato
il fiorentino e ha fatto un altro dei suoi terribili sorrisi esangui.
«È tremendo», ha detto, «ma ho un tale appetito. Mi sento come se non mangiassi da un mese. Ho
appena sepolto il mio cane e potrei mangiare un...». Si è interrotto, in preda alla confusione. «Non so
perché ma mi sembra terribilmente sbagliato», ha detto. «Come mangiare carne il Venerdì Santo».
Armande ha fatto una risatina e ha posato una mano sulla spalla di Guillaume. Accanto a lui
sembrava molto solida, molto assennata.
«Lei viene con me», ha ordinato. «Ho del pane e delle rillettes, e un buon camembert al punto giusto per
essere mangiato. Oh, e Vianne...», voltandosi verso di me con un gesto imperioso. «Prenderò una
scatola di questi cioccolatini, cosa sono? Fiorentini? Una bella scatola grande».
Quella, almeno, posso dargliela. Una piccola consolazione, forse, per un uomo che ha perso il suo
migliore amico. Di nascosto, con la punta del dito, ho tracciato un piccolo segno di fortuna e
protezione sul coperchio della scatola.
Guillaume ha iniziato a protestare, ma Armande l'ha interrotto.
«Sciocchezze». Non ammetteva replica, la sua energia si trasfondeva in quel piccolo uomo esangue,
più forte di lui. «Che cosa vuol fare altrimenti? Sedersi in casa sua a piangere?». Ha scosso la testa con
enfasi. «No. È tanto tempo che non invito un amico maschio. Mi farà piacere. E poi», ha aggiunto
riflessiva, «c'è qualcosa di cui vorrei parlarle».
Armande va diritta per la sua strada. Praticamente è un precetto di vita. Li ho osservati entrambi
mentre impacchettavo la scatola di fiorentini e la legavo con lunghi nastri d'argento. Guillaume stava già
reagendo al suo calore, confuso ma gratificato.
«Madame Voizin...».
Decisa: «Armande. Madame mi fa sentire così vecchia».
«Armande».
È una piccola vittoria.
«E può lasciar perdere anche quello». Con delicatezza ha srotolato il guinzaglio del cane dal polso di
Guillaume. La sua partecipazione è energica, ma non condiscendente. «Non c'è ragione di portare in
giro dell'inutile zavorra. Non cambierà le cose».
La guardo mentre guida Guillaume fuori dalla porta. Fermandosi a metà strada, mi fa l'occhiolino.
Vengo sommersa da un'improvvisa ondata di affetto per tutti e due.
E poi fuori nella notte.
***
Sdraiata a letto, ore dopo, a guardare dalla finestra del nostro attico il cielo che ruota lentamente;
Anouk e io siamo ancora sveglie. Anouk è rimasta molto seria dopo la visita di Guillaume, e non ha
mostrato la solita esuberanza. Ha lasciato aperta la porta fra noi due, e aspetto l'inevitabile domanda
con una sensazione di terrore. Me la sono posta fin troppo spesso durante quelle notti dopo la morte di
Mamma, eppure non ne so più di prima. Ma la domanda non arriva. Invece, quando sono sicura che
dorma da un bel po', si intrufola nel mio letto e infila una mano fredda nella mia.
«Maman?». Sa che sono sveglia. «Tu non morirai, vero?».
Nel buio soffoco una risata.
«Nessuno può promettere una cosa del genere», le dico piano.
«Ma non presto, comunque», insiste. «Non per anni e anni».
«Spero di no».
«Oh». Per un momento accusa il colpo, e gira languidamente il corpo nell'incavo del mio. «Viviamo
più a lungo dei cani, vero?».
Le confermo di sì. Un altro silenzio.
«Dove pensi che sia Charly adesso, maman?».
Potrei raccontarle delle bugie, bugie che consolano. Ma non mi sembra giusto.
«Non lo so, Nanou. Mi piace pensare... che ricominciamo. In un nuovo corpo che non sia vecchio o
malato. O in un uccello, o un albero. Ma nessuno lo sa veramente».
«Oh». La vocina è piena di dubbi. «Anche i cani?».
«Non vedo perché no».
È una bella fantasia. Che ogni tanto mi cattura, come un bambino nelle sue fantasticherie; mi ritrovo
a vedere vividamente la faccia di mia madre in quella della mia piccola straniera...
Allegra: «Dovremmo trovare a Guillaume il suo cane, allora. Potremmo farlo domani. Non lo
farebbe stare meglio?».
Provo a spiegarle che non è così semplice, ma è decisa.
«Potremmo andare in tutte le fattorie, e scoprire quali cani hanno avuto i cuccioli. Credi che
riusciremmo a riconoscere Charly?».
Faccio un sospiro. Ormai dovrei essere abituata a questo percorso tortuoso. La sua determinazione
mi ricorda così tanto quella di mia madre che sono sull'orlo delle lacrime.
«Non lo so».
Ostinata: «Pantoufle lo riconoscerebbe».
«Dormi, Anouk. C'è scuola, domani».
«Ci riuscirebbe. Lo so che potrebbe. Pantoufle vede tutto».
«Ssst».
Finalmente sento il suo respiro calmarsi. Il viso addormentato è rivolto verso la finestra, e sulle ciglia
umide vedo la luce delle stelle. Se solo potessi essere certa, per la sua salvezza... Ma non ci sono certezze.
La magia in cui mia madre ha creduto così ciecamente, alla fine non l'ha salvata; non c'è una sola delle
cose che abbiamo fatto insieme che non avrebbe potuto essere spiegata come una semplice
coincidenza. Niente è così facile, mi dico; le carte, le candele, l'incenso, gli incantesimi, solo trucchi da
bambini per tener lontano il buio. E però mi fa male pensare alla delusione di Anouk. Nel sonno il suo
viso è sereno, fiducioso. Mi immagino noi due durante la balorda impresa di domani, a esaminare
cuccioli, e il mio cuore ha una stretta di protesta. Non avrei dovuto dirle quello che potrei dimostrare...
Con grande attenzione, per non svegliarla, scivolo fuori dal letto. Le assi sono lisce e fredde sotto i
miei piedi. Quando la apro, la porta cigola un po', ma anche se mormora qualcosa nel sonno, non si
sveglia. Ho una responsabilità, mi dico. Senza volerlo, ho fatto una promessa.
Le cose di mia madre sono ancora lì, nella sua scatola, impacchettate nel legno di sandalo e nella
lavanda. Le carte, le erbe, i libri, gli olii, l'inchiostro profumato che usava per le divinazioni, i simboli
magici, gli incantesimi, i cristalli, le candele di molti colori. Se non fosse per le candele aprirei di rado la
scatola. Odora troppo di speranza delusa. Ma per il bene di Anouk Anouk che me la ricorda così tanto -
immagino di doverci provare. Mi sento un po' ridicola. Dovrei dormire, e recuperare le energie, domani
sarà una giornata intensa. Ma la faccia di Guillaume mi perseguita. Le parole di Anouk rendono il
sonno impossibile. C'è un pericolo in tutto questo, mi dico disperatamente; nell'usare questi poteri quasi
dimenticati ribadisco la mia diversità e non faccio che rendere più difficile la nostra permanenza qui...
L'abitudine dei rituali, così a lungo abbandonata, riaffiora con sorprendente facilità. Predisporre il
cerchio - acqua in un bicchiere, un piattino di sale e una candela accesa sul pavimento - è quasi un
sollievo, un ritorno ai giorni in cui per tutto c'era una spiegazione semplice. Siedo a gambe incrociate
sul pavimento, a occhi chiusi, e lascio che il mio respiro rallenti.
Mia madre si beava con i riti e gli incantesimi. Io ero meno propensa. Ero inibita, mi diceva con un
sospiro. Adesso mi sento molto vicina a lei, gli occhi chiusi e il suo profumo nella polvere che ho sulle
dita. Forse è per questo che stanotte lo trovo così facile. La gente che non sa niente della vera magia
pensa che sia un processo pirotecnico. Sospetto che sia per questo che mia madre, che amava gli effetti
teatrali, ne facesse un tale spettacolo. In realtà la faccenda è assai poco spettacolare; bisogna
semplicemente concentrare la mente su un oggetto desiderato. Niente miracoli, né apparizioni
improvvise. Con l'occhio della mente vedo in modo perfettamente chiaro il cane di Guillaume che ci fa
festa in un'aura dorata, ma nel cerchio non appare nessun cane. Forse domani, o dopodomani,
un'apparente coincidenza, come la sedia arancione o gli sgabelli rossi del bar che abbiamo immaginato
quando siamo arrivate qui. O forse non verrà niente.
Guardo l'orologio che ho lasciato sul pavimento e mi accorgo che sono quasi le tre e mezza. Devo
essere rimasta qui più a lungo di quanto immaginassi, la candela è quasi consumata e ho le ossa
congelate e indolenzite. Eppure il disagio è scomparso, lasciandomi stranamente riposata, soddisfatta
per un motivo che non riesco esattamente a capire.
Mi rimetto a letto - Anouk ha esteso il suo impero, con le braccia spalancate di traverso sui cuscini -
e mi rannicchio nel calduccio. La mia piccola straniera esigente verrà placata. Mentre mi abbandono
mollemente al sonno, per un istante credo di sentire la voce di mia madre, molto vicina, che sussurra.

VENERDÌ 7 MARZO
Gli zingari se ne stanno andando. Stamattina presto sono andato a piedi vicino ai Marauds, e si
stavano preparando, impilando i secchi da pesca e raccogliendo le interminabili corde da bucato.
Qualcuno se n'è andato ieri notte, al buio - ho sentito il suono dei fischietti e delle sirene, come una
sfida finale - i più, superstiziosamente, hanno atteso le prime luci. Erano appena trascorse le sette
quando sono passato. Nel verde-grigio pallido dell'alba sembravano rifugiati di guerra, le facce bianche,
mentre con l'aria fosca infagottavano gli ultimi reperti del loro circo galleggiante. Quello che ieri sera
era sfavillante, magico, sgargiante, adesso è cupo, riarso del suo stesso splendore. Un odore di bruciato
e di gasolio è sospeso nella foschia. Un suono di tele che sbattono, il fastidio dei motori di primo
mattino. Solo qualcuno si prende la briga di darmi un'occhiata, continuano nelle loro faccende con la
bocca serrata e gli occhi concentrati. Nessuno parla. Non ho visto Roux fra questi straccioni. Forse se
n'è andato con il primo gruppo. Ci sono ancora una trentina di barche sul fiume, le prue abbassate sotto
il peso del carico. La ragazza Zézette lavora lungo lo scafo del relitto, spostando sulla sua barca pezzi
non meglio identificati di qualcosa di annerito. Una gabbia di polli è appoggiata in modo precario in
cima a un materasso carbonizzato e a una cassetta di riviste. Mi lancia un'occhiata d'odio, ma non dice
nulla.
Non pensare che non provi niente per questa gente. Nessun risentimento personale, mon père, ma
devo pensare alla mia assemblea di fedeli. Non posso sprecare tempo per prediche non richieste a degli
stranieri, per farmi deridere e insultare. E poi non sono inavvicinabile. Ognuno di loro sarebbe il
benvenuto nella mia chiesa, se il suo pentimento fosse sincero. Se hanno bisogno di una guida, sanno di
poter venire da me.
Ho dormito male, la notte scorsa. Dall'inizio della Quaresima ho passato notti tormentate. Spesso
abbandono il letto molto presto, sperando di trovare il sonno fra le pagine di un libro, o nelle buie
strade silenziose di Lansquenet, o sugli argini della Tannes. Ieri notte ero più irrequieto del solito e,
sapendo che non avrei dormito, sono uscito di casa alle undici per una passeggiata di un'ora lungo il
fiume. Ho costeggiato Les Marauds e l'accampamento degli zingari e mi sono fatto strada attraverso i
campi e su per il fiume, anche se i rumori delle loro attività si udivano ancora chiaramente alle mie
spalle. Guardando indietro sul fiume vedevo i fuochi da campo sulla riva, e delle figure che danzavano,
stagliate nel bagliore aranciato. Ho guardato l'orologio e ho capito di aver camminato per quasi un'ora,
così mi sono girato per tornare sui miei passi. Non avrei voluto passare per Les Marauds, ma attraversare
di nuovo i campi avrebbe allungato di una mezz'ora il mio tragitto verso casa, e mi sentivo fiacco e la
testa mi girava per la stanchezza. Ma la cosa ancora peggiore era che la combinazione di aria fredda e di
insonnia mi aveva risvegliato un acuto senso di fame e già sapevo che sarebbe stato rotto
inadeguatamente dalla colazione di primo mattino, composta da caffè e pane. È stato per questa
ragione, mon père, che ho scelto la strada dei Marauds, gli stivaloni che sprofondavano nel fango degli
argini e il fiato che brillava alla luce dei loro fuochi. Mi sono trovato presto abbastanza vicino per
distinguere quanto stava succedendo. Era in corso una specie di festa. Ho visto lanterne, candele
conficcate sui bordi delle chiatte che conferivano a quella scena carnevalesca una strana atmosfera
religiosa. Un odore di fumo di legno e di qualcosa di stuzzicante che avrebbero potuto essere sardine
alla griglia; ma nel sottofondo aleggiava sul fiume l'odore pungente e amaro del cioccolato di Vianne
Rocher. Avrei dovuto sapere che sarebbe stata lì. Se non fosse per lei, gli zingari se ne sarebbero andati
da tempo. Sono riuscito a scorgerla sul pontile sotto la casa di Armande Voizin. Il lungo cappotto rosso
e i capelli sciolti che tra le fiamme le conferivano una strana aria pagana. Per un secondo si è girata dalla
mia parte e ho visto una vampa di fuoco bluastro salire dalle mani tese, qualcosa bruciava tra le sue dita
e illuminava di porpora i volti di chi era lì intorno...
Per un istante sono rimasto paralizzato dal terrore. Pensieri irrazionali mi hanno attraversato la
mente - un sacrificio arcano, il culto del diavolo, offerte votive arse vive a qualche antica divinità barbara
- e sono quasi fuggito, arrancando nel fango spesso, le mani tese per evitare una caduta nell'intrico di
cespugli di pruni selvatici che mi nascondevano. Poi il sollievo. Sollievo nel capire e un imbarazzo
bruciante per la mia assurdità mentre lei si girava di nuovo verso di me e le fiamme si abbassavano
proprio mentre guardavo.
Madre di Dio!
Le ginocchia hanno quasi ceduto per l'intensità della mia reazione.
«Crêpes. Crêpes flambées. Tutto qui».
Stavo quasi ridendo, ora, senza fiato, istericamente. Lo stomaco mi faceva male e mi sono ficcato un
pugno nella pancia per frenare l'esplosione di riso. Mentre la guardavo, lei ha dato fuoco a un'altra
montagna di crêpes e le ha servite con destrezza dalla padella, la fiamma liquida che scorreva di piatto
in piatto come il fuoco di Sant'Elmo.
Crêpes.
Questo è ciò che mi hanno fatto, père. Sentire, vedere, cose che non esistono. Questo è ciò che lei mi
ha fatto, con i suoi amici del fiume. Eppure ha un'aria innocente. Il viso è aperto, felice. Il suono della
sua voce attraverso l'acqua - la risata che si fonde con quella degli altri - è seducente, vibra di spirito e
affetto. Mi sorprendo a interrogarmi su come la mia voce suonerebbe in mezzo alle loro, il mio sorriso
intrecciato al suo, e la notte all'improvviso è molto solitaria, molto fredda, molto vuota.
Se solo potessi, ho pensato. Uscire dal nascondiglio e unirmi a loro. Mangiare, bere -
improvvisamente il pensiero del cibo è diventato un imperativo delirante, la bocca impastata di invidia.
Ingozzarmi di crêpes, riscaldarmi vicino al braciere e alla luce della sua pelle dorata...
È questa la tentazione, père? Mi dico che sono riuscito a resisterle, che la mia forza interiore l'ha
sconfitta, che la mia preghiera - ti prego, ti prego, oh, ti prego - era di liberazione, non di desiderio.
Hai mai provato la stessa cosa? Hai pregato? E quando hai ceduto, quel giorno nella canonica, è
stato per il piacere abbagliante e caldo come il falò di un accampamento di zingari, o è stato un sospiro
di sfinimento, un ultimo grido inascoltato nel buio?
Non avrei dovuto biasimarti. Un uomo - perfino un prete - non può arginare la marea per sempre. E
io ero troppo giovane per conoscere la solitudine della tentazione, il sapore acido dell'invidia. Ero molto
giovane, père. Guardavo in alto, verso di te. Non era tanto la natura dell'atto - o con chi tu l'avessi
compiuto - piuttosto il semplice fatto che tu fossi capace di peccato. Anche tu, père. E nel rendermi conto
di questo, ho capito che niente era salvo. Nessuno. Neanche io stesso.
Non so per quanto tempo ho guardato, mon père. Troppo a lungo, perché quando finalmente mi sono
mosso, le mani e i piedi erano diventati insensibili. Ho visto Roux in mezzo al gruppo, e i suoi amici
Blanche e Zézette, Armande Voizin, Luc Clairmont, Narcisse, l'Arabo, Guillaume Duplessis, la ragazza
tatuata, la donna grassa con il foulard verde. Anche i bambini - in prevalenza bambini del fiume, ma
anche altri, come Jeannot Drou e, va da sé, Anouk Rocher - erano lì, alcuni quasi addormentati, altri che
ballavano sull'orlo del fiume o che mangiavano salsicce avvolte in spesse crêpes d'orzo, o che bevevano
limonata calda mescolata al ginger. Il mio olfatto era straordinariamente acuito, così che riuscivo quasi
ad assaggiare ogni piatto - il pesce abbrustolito sulle ceneri del braciere, il formaggio di capra arrostito,
le crêpes scure e il soffice, caldo dolce al cioccolato, il confit de canard e la merguez speziata... Sentivo la voce
di Armande sovrastare le altre, la sua risata era come quella di una bambina esausta. Sparpagliate lungo
il bordo dell'acqua, le lanterne e le candele erano come luci di Natale.
Sulle prime ho scambiato il grido di allarme per un urlo di divertimento. Un picco di suono
squillante, risate, forse, o isteria. Per un momento ho pensato che uno dei bambini fosse caduto in
acqua. Poi ho visto il fuoco.
Era una delle barche più vicine alla riva, a poca distanza dalla festa. Una lanterna caduta, forse, o una
sigaretta dimenticata, una candela che colava cera ardente su un rotolo di tela asciutta. Qualunque cosa
fosse, si è propagato velocemente. In un secondo ha raggiunto il tetto della barca, un attimo dopo si
appiccava al ponte. All'inizio le fiamme erano dello stesso blu pallido delle crêpes flambées, ma via via che
si propagavano acquistavano colore, diventando arancione intenso, come un cumulo di fieno che brucia
in una calda notte d'agosto. L'uomo dai capelli rossi, Roux, è stato il primo a reagire. Credo che la barca
fosse sua. Le fiamme hanno appena avuto il tempo di mutare colore che lui era già pronto, saltava da
una barca all'altra per raggiungere il fuoco. Una delle donne l'ha chiamato, angosciata. Ma lui non le ha
badato. È sorprendentemente leggero sulle gambe. Nel giro di trenta secondi ha attraversato altre due
barche, ha strappato le cime che le legavano una all'altra per scioglierle, dando un calcio a una per
allontanarla dall'altra e procedendo così. Ho visto Vianne Rocher che guardava con le mani tese, mentre
gli altri stavano sul pontile, in cerchio, silenziosi. Le barche che erano state liberate dall'ormeggio sono
scivolate lentamente giù per il fiume, e l'acqua era increspata per il loro moto oscillante. La barca di
Roux non poteva più essere salvata, brandelli carbonizzati si alzavano in volo e scarrocciavano
sull'acqua in una colonna di calore. Malgrado ciò l'ho visto afferrare un rotolo di tela cerata mezzo
bruciata e cercare di batterla sulle fiamme, ma il calore era troppo intenso. Una scintilla di fuoco ha
attecchito ai jeans, un'altra alla camicia; le ha spente con le mani, lasciando andare il telone. Un altro
tentativo di raggiungere la cabina, un braccio a schermarsi la faccia, poi l'ho sentito urlare qualche
bestemmia furiosa nel suo denso dialetto. Ora Armande lo stava chiamando, la voce stridula e
preoccupata. Ho capito qualcosa a proposito della benzina, e dei serbatoi.
Paura e euforia, mi hanno stretto i visceri dolcemente, quasi con nostalgia. È stato così simile all'altra
volta, l'odore di gomma bruciata, il ruggito a piena gola del fuoco, i riflessi... Mi sembrava di essere
tornato bambino, che tu fossi il Curé, entrambi assolti da ogni responsabilità grazie a qualche miracolo.
Dieci secondi dopo Roux si è tuffato in acqua dalla barca in fiamme. L'ho visto nuotare fino a riva,
anche se il serbatoio di benzina non è scoppiato fino a parecchi minuti più tardi, e allora si è levato un
banale boato, e non i crepitanti scoppi da fuoco d'artificio che mi ero immaginato. Per qualche minuto è
scomparso dalla visuale, nascosto dalle lingue di fiamma che danzavano leggiadri sull'acqua. Mi sono
alzato in piedi, senza più il timore che mi scoprissero, e ho allungato il collo per riuscire a vederlo.
Penso di aver pregato.
Vedi, père, non sono privo di compassione. Ho avuto paura per lui.
Vianne Rocher era già in acqua, sprofondata fino alle anche nell'acqua pigra della Tannes con il
cappotto rosso inzuppato fino alle ascelle, una mano sopra gli occhi, che scrutava il fiume. Di fianco a
lei, Armande, agitata e invecchiata. E quando l'hanno issato gocciolante sul pontile ho provato un tale
sollievo che mi si sono piegate le ginocchia e sono caduto nel fango sulla riva del fiume in
atteggiamento di preghiera. Ma il piacere di vedere l'accampamento bruciare - quello è stato magnifico,
come un ricordo di infanzia, la felicità di spiare in segreto, di sapere... Nel buio in cui mi trovavo, mi
sono sentito potente, père. Ho sentito che in qualche modo l'avevo provocato io - il fuoco, la
confusione, la fuga dell'uomo - che in qualche modo la mia vicinanza aveva provocato una replica di
quell'estate lontana. Non un miracolo. Niente di così gauche. Ma un segno. Di certo, un segno.
Sono sgattaiolato a casa in silenzio, restando nell'ombra. Un uomo poteva facilmente passare
inosservato nella folla di spettatori, di bambini che piangevano, di adulti furibondi, di sbandati silenziosi
che si tenevano per mano davanti al fiume fiammeggiante, come bambini storditi da qualche favola
malvagia.
Un uomo... o due.
L'ho visto appena ho raggiunto la cima della collina. Sudato e ghignante, il volto arrossato dallo
sforzo, gli occhiali imbrattati. Le maniche della camicia a scacchi erano arrotolate sopra il gomito, e
nell'ultimo bagliore livido del fuoco la sua pelle appariva indurita, rossa come cedro levigato. Non si è
mostrato sorpreso della mia presenza, ma ha solo sorriso sprezzante. Un ghigno demenziale, infido,
come quello di un bimbo preso in castagna da un genitore indulgente. Ho notato che aveva un forte
odore di benzina.
«'sera, mon père».
Non ho osato mostrare di averlo riconosciuto, come se nel farlo fossi obbligato ad ammettere una
responsabilità da cui il silenzio mi poteva assolvere. Invece ho abbassato il capo, come un cospiratore
recalcitrante, e ho affrettato il passo. Dietro di me ho sentito Muscat che mi osservava, la faccia lustra
per il sudore e i riflessi, ma quando alla fine mi sono voltato non c'era più.
Una candela, cera che colava. Una sigaretta che brillava sull'acqua, rimbalzando su una pila di legna
da ardere. Una delle loro lanterne, la carta colorata che si incendiava, spolverando il ponte di braci.
Qualsiasi cosa avrebbe potuto dare l'inizio.
Davvero qualsiasi cosa.

SABATO 8 MARZO
Sono passata di nuovo da Armande, stamattina. Era seduta sulla sedia a dondolo nel soggiorno dal
soffitto basso, uno dei gatti giaceva stravaccato sulle sue ginocchia. Dopo il fuoco ai Marauds sembra
fragile e determinata, la tonda faccia da mela che si è incavata, gli occhi e la bocca immersi nelle rughe.
Indossava un abito da casa grigio sopra calze nere afflosciate, e i capelli erano sciolti e spettinati.
«Hai visto, se ne sono andati». La voce era piatta, quasi indifferente. «Sul fiume non è rimasta
neanche una barca».
«Lo so».
Quando scendo lungo la collina per addentrarmi nei Marauds la loro assenza continua a colpirmi,
come la macchia d'erba ingiallita dove un tempo si innalzava la tenda di un circo. Resta solo lo scafo
della barca di Roux, una carcassa che ha imbarcato acqua, pochi centimetri sotto la superficie,
minacciosamente visibile sul fondo fangoso del fiume.
«Blanche e Zézette hanno sceso il fiume di qualche chilometro. Hanno detto che sarebbero tornate
oggi a una cert'ora, per vedere come andavano le cose».
Ha cominciato ad acconciarsi i lunghi capelli grigio-gialli al suo solito modo. Le dita erano rigide e
impacciate, come bastoni.
«E Roux? Come sta?».
«Arrabbiato».
E non ha torto. Sa che l'incendio non è stato un incidente, sa che non ha neanche una prova, e se
anche la avesse, sa che non lo aiuterebbe. Blanche e Zézette gli hanno offerto ospitalità sulla loro
minuscola casa galleggiante, ma ha rifiutato. Il lavoro alla casa di Armande non è ancora finito, dice
seccamente. Prima deve occuparsi di quello. Io stessa non gli ho più parlato dalla sera dell'incendio.
L'ho visto una volta, di sfuggita, sulla riva del fiume, mentre stava bruciando i rifiuti lasciati dai
viaggiatori. Sembrava cupo, inerte, gli occhi arrossati dal fumo. Si è rifiutato di rispondere quando gli ho
rivolto la parola. Un po' di capelli gli erano bruciati durante l'incendio e si era tagliato gli altri corti, a
spazzola, così adesso sembra un fiammifero appena acceso.
«E adesso cosa farà?».
Armande ha alzato le spalle.
«Non lo so di preciso. Penso che andrà a dormire in una delle case abbandonate in fondo alla strada.
Ieri sera gli ho lasciato qualcosa da mangiare sui gradini, e questa mattina non c'era più. Gli ho già
offerto dei soldi, ma non li vuole accettare». Irritata, si dà uno strattone all'acconciatura compiuta. «Un
giovane ostinato, e pazzo. A cosa mi serve tutto quel denaro, alla mia età? Posso ben dare qualcosa a lui
invece che al clan dei Clairmont. Conoscendoli, probabilmente finirebbe comunque nella cassetta delle
elemosine di Reynaud».
Ha fatto un verso di scherno.
«Un testardo, ecco che cos'è. Gli uomini rossi, Dio ce ne scampi. Non gli puoi dire niente». Ha
scosso stizzosamente la testa. «Ieri se n'è andato via impettito per la rabbia, e da allora non l'ho più
visto».
Ho sorriso mio malgrado.
«Fate il paio», le ho detto. «Cocciuti, uno più dell'altra».
Armande mi ha lanciato un'occhiata indignata.
«Io?», ha esclamato. «Mi stai paragonando a quel pel di carota ribelle...».
Ho ritrattato, ridendo.
«Vedrò se mi riesce di trovarlo», le ho promesso.
***
Non l'ho trovato, pur avendo passato un'ora a cercarlo sugli argini della Tannes. Anche i metodi di
mia madre hanno fallito nel tentativo di stanarlo. Comunque, ho scoperto dove andava a dormire. Una
casa non lontana da quella di Armande, una delle meno conciate fra quelle abbandonate. I muri sono
levigati dall'umidità, ma il piano alto sembra abbastanza solido e c'è il vetro a molte delle finestre.
Passando di fianco, ho notato che una delle porte era stata forzata, e che di recente era stato acceso
un fuoco nella stufa del salotto. Altri segnali di occupazione: un rotolo di tela cerata carbonizzata salvata
dal fuoco, una catasta di legni portati dalla corrente, qualche mobile, presumibilmente abbandonato
nella casa in quanto oggetto di scarso valore. Ho chiamato il nome di Roux, ma non c'è stata risposta.

Alle otto e mezza dovevo aprire La Praline, così ho abbandonato la ricerca. Roux sarebbe
ricomparso quando avrebbe voluto. Quando sono arrivata, Guillaume aspettava fuori dal negozio,
anche se la porta non era chiusa a chiave.
«Poteva aspettarmi dentro», gli ho detto.
«Oh no». Aveva una faccia seria e beffarda. «Questo avrebbe significato prendersi una libertà».
«Viva pericolosamente», l'ho esortato, ridendo. «Venga dentro e assaggi una delle mie nuove
religieuses».
Sembra ancora rimpicciolito dopo la morte di Charly, ridotto a una taglia inferiore alla sua, il volto
giovane-vecchio irrequieto e avvizzito per il dolore. Ma ha mantenuto il suo spirito, una capacità di
scherzare che lo salva dall'autocommiserazione. Stamattina era tutto preso da quanto era successo agli
zingari del fiume.
«Non una parola dal Curé Reynaud nella Messa di stamattina», ha raccontato mentre versava la
cioccolata dal bricco d'argento. Né ieri né oggi. Non una parola».
Ho ammesso che, considerato l'interesse di Reynaud per la comunità nomade, il silenzio era insolito.
«Forse sa qualcosa che non può dire», ha suggerito Guillaume. «Sa, il segreto del confessionale».
Ha visto Roux, mi dice, mentre parlava con Narcisse fuori dalle sue serre. Forse può offrire un
lavoro a Roux. Lo spero.
«Assume spesso dei lavoranti occasionali, sa», ha detto Guillaume. «È vedovo. Non ha mai avuto
figli. Non c'è nessuno per mandare avanti la fattoria, tranne un nipote a Marsiglia. E non bada a chi
viene assunto per l'estate, quando il lavoro aumenta. Non importa se vanno in chiesa o no, purché siano
affidabili». Guillaume fa un sorrisino, come sempre quando sta per dire qualcosa che lui reputa ardito.
«Ogni tanto mi chiedo», ha detto riflessivo, «se Narcisse non sia un cristiano migliore, nel senso più
vero, di me o di Georges Clairmont o anche del Curé Reynaud». Ha preso un sorso della sua cioccolata.
«Voglio dire, almeno Narcisse aiuta», ha detto seriamente. «Dà lavoro alla gente che ha bisogno di
soldi. Lascia che gli zingari si accampino sulla sua terra. Tutti sanno che è andato a letto con la sua
governante per un sacco di anni, e che non si interessa alla chiesa, se non come mezzo per incontrare i
clienti, ma almeno aiuta».
Ho scoperto il vassoio di religieuses e gliene ho messa una sul piatto.
«Non penso che esista una cosa come un buon o un cattivo cristiano», gli ho detto. «Ci sono solo
persone buone o cattive».
Ha annuito e ha preso la piccola pasta rotonda fra pollice e indice.
«Forse».
Una lunga pausa. Mi sono versata una tazza, con liquore alla noisette e scaglie di nocciola. Il profumo
era caldo e inebriante, come quello di una catasta di legno nel tardo sole d'autunno. Guillaume ha
mangiato la sua religieuse con piacere concentrato, eliminando le briciole dal piatto con un polpastrello
inumidito.
«In tal caso direbbe che le cose in cui ho creduto tutta la mia vita - il peccato e la redenzione e la
mortificazione della carne direbbe che nessuna di quelle cose significa alcunché, vero?».
Ho sorriso alla sua serietà.
«Direi che ha chiacchierato con Armande», ho risposto con garbo. «E direi anche che siete entrambi
autorizzati ai vostri rispettivi credo. Purché vi rendano felici».
«Oh». Mi ha guardato con circospezione, come se stessero per spuntarmi le corna. «E a che cosa - se
non è una domanda impertinente - a che cosa crede lei?».
Voli su tappeti magici, la magia dei simboli, Alì Babà e le visioni della Santa Madre, viaggi astrali e il
futuro nei fondi di un bicchiere di vino rosso...
Florida? Disneyland? Gli Everglades? Che ne dici, chérie? Che ne dici, eh?
Buddha. Il viaggio di Frodo a Mordor. La transustanziazione del sacramento. Dorothy e Toto. Il
Coniglio di Pasqua. Gli alieni dallo spazio. La Resurrezione e la Vita quando si gira una carta... Ho
creduto a tutto, prima o poi. O fingevo. Oppure fingevo di no.
Quello che preferisci, Mamma. Quello che ti fa più piacere.
E ora? In che cosa credo in questo preciso momento?
«Credo che essere felici sia l'unica cosa importante», gli ho detto alla fine.
Felicità. Semplice come un bicchiere di cioccolata o tortuosa come il cuore. Amara. Dolce. Viva.
***
Nel pomeriggio è venuta Joséphine. Anouk era tornata da scuola, ed è corsa quasi immediatamente a
giocare ai Marauds, ben avvolta nella giacca a vento rossa e con l'ordine preciso di tornare di corsa
indietro se fosse cominciato a piovere. L'aria ha un odore pungente, come di legna appena tagliata, e
colpisce bassa e infida agli angoli delle case. Joséphine indossava il cappotto, abbottonato fino al collo, il
berretto rosso e un nuovo foulard rosso che le svolazzava esageratamente sul viso. È entrata in negozio
con un'aria di sicura sfrontatezza, e per un momento è stata una donna radiosa, bellissima, le guance
colorite e gli occhi luccicanti per il vento. Poi l'illusione è scomparsa ed è tornata di nuovo se stessa, le
mani sprofondate sempre più nelle tasche e la testa bassa come per colpire qualche ignoto aggressore.
Si è tolta il berretto rivelando capelli selvaggiamente scompigliati e un nuovo livido, fresco, sulla fronte.
Appariva allo stesso tempo terrorizzata e euforica.
«L'ho fatto», ha annunciato con aria coraggiosa. «Vianne, l'ho fatto».
Per un terribile momento sono stata certa che stesse per confessarmi l'omicidio del marito. Aveva
quell'aria - un'aria selvaggia e adorabile di abbandono -, le labbra tirate a scoprire i denti come se avesse
dato un morso a un frutto acido. La paura emanava da lei a onde alternate, calde e fredde.
«Ho lasciato Paul», ha ripetuto ancora. «L'ho fatto, finalmente».
I suoi occhi erano coltelli. Per la prima volta da quando l'avevo incontrata, ho visto Joséphine
com'era prima che dieci anni di Paul-Marie Muscat la rendessero esangue e sgraziata. Mezza folle di
paura, ma, sotto la follia, una lucidità che raggela il cuore.
«E lui lo sa già?», ho chiesto, prendendole il cappotto. Le tasche erano pesanti anche se, ho pensato,
non di bigiotteria.
Joséphine ha scosso la testa.
«Crede che sia a fare la spesa», ha detto senza fiato. «Abbiamo finito le pizze per il forno a
microonde. Mi ha mandata fuori per fare provviste». Ha fatto un sorriso birichino, quasi infantile. «E ho
preso un po' dei soldi per le spese di casa», mi ha raccontato. «Li tiene in una scatola da biscotti sotto il
bar. Novecento franchi». Sotto il cappotto indossava un maglione rosso e una gonna nera a pieghe. È
stata la prima volta che mi ricordo di averla vista indossare qualcosa che non fossero jeans. Ha dato
un'occhiata all'orologio.
«Voglio un chocolat espresso, per favore», ha detto. «E un sacchetto grande di mandorle». Ha messo i
soldi sul tavolo. «Avrò giusto il tempo prima che parta il mio autobus».
«Il tuo autobus?». Ero perplessa. «Per dove?».
«Agen». Aveva un'aria ostinata, stava sulle difensive. «Poi non so. Marsiglia, forse. Il più lontano
possibile da lui». Mi ha rivolto uno sguardo di sospetto e sorpresa. «Non cominciare a dirmi che non
dovrei, Vianne. Sei stata tu a incoraggiarmi. Non ci avrei mai pensato se tu non mi avessi dato l'idea».
«Lo so, ma...».
Le sue parole sono vibrate come un'accusa.
«Mi avevi detto che ero libera».
Vero. Libera di correre, libera di andarsene, secondo le parole di quella che era praticamente una
sconosciuta, di tagliare i ponti come una mongolfiera slegata, di lasciarsi trasportare dai venti che
cambiano. La paura è diventata improvvisamente una certezza glaciale nel mio cuore. Era questo il
prezzo del mio rimanere? Mandare via lei al mio posto? E in realtà che scelta le avevo proposto?
«Ma eri al sicuro». Ho pronunciato quelle parole con difficoltà, vedendo il viso di mia madre nel suo.
Abbandonare la sicurezza per un po' di conoscenza, un'occhiata all'oceano... e poi cosa? Il vento ci
riporta sempre al punto di partenza. Un taxi di New York. Un viale scuro. Una gelata dura.
«Non puoi scappare così da tutto», ho detto. «Io lo so. Ci ho provato».
«Be', non posso rimanere a Lansquenet», è scattata, e mi sono accorta che stava per piangere. «Non
con lui. Non adesso».
«Mi ricordo quando vivevamo così. Sempre in movimento. Sempre in fuga». Ha il suo personale
Uomo Nero. Lo vedo nei suoi occhi. Lui ha la voce dell'autorità che non ammette replica, una logica
capziosa che ti paralizza, obbediente, piena di paura. Liberarsi da quella paura, correre, nella speranza e
nella disperazione, correre e scoprire che per tutto il tempo lo portavi in te stessa come un bambino
maligno... Alla fine Mamma lo sapeva. Lo vedeva a ogni angolo di strada, nei fondi di ogni tazza. Rideva
da un manifesto pubblicitario, guardava da dietro la ruota di una macchina veloce. Si faceva più vicino a
ogni battito del cuore.
«Cominci a scappare e sarai in fuga per sempre», le ho detto con foga. «Stai con me, invece. Resta, e
combatti con me».
Joséphine mi ha guardato.
«Con te?». Il suo stupore era quasi ridicolo.
«Perché no? Ho una stanza in più, un letto da campo...». Stava già scuotendo la testa e ho dominato il
bisogno di aggrapparmi a lei, di forzarla a restare. Sapevo di poterlo fare.
«Solo per un po', fino a quando non trovi qualcosa d'altro, finché non trovi un lavoro...».
Ha riso con la voce strozzata dall'isteria.
«Un lavoro? E cosa sono capace di fare? A parte pulire - e far da mangiare - e svuotare i posacenere
e - spillare birra e zappare il giardino e scopare mio m-m-marito ogni ve-ve-venerdì sera...». Rideva più
forte ora, la mano che premeva sullo stomaco.
Ho provato a prenderle il braccio.
«Joséphine. Dico sul serio. Troverai qualcosa. Non devi...».
«Una volta dovresti vederlo». Stava ancora ridendo, ogni parola una pallottola amara, la voce resa
metallica dalla ripugnanza verso se stessa. «Il maiale in calore. Il grasso porco peloso». E poi piangeva,
con gli stessi tintinnii del suo riso, gli occhi serrati e le mani premute sulle guance, come per prevenire
qualche esplosione interiore.
Ho aspettato.
«E quando aveva finito si girava dall'altra parte, e lo sentivo russare. E alla mattina provavo...», la
faccia contorta, la bocca storta per formare le parole. «Provavo a... scrollare... la sua puzza... via dalle
lenzuola, e tutto il tempo pensavo: che cosa mi è successo? A Joséphine Bonnet, che era così brava a s-s-
scuola e che sognava di diventare una b-b-ballerina...».
Si è voltata all'improvviso verso di me, il viso caldo e ardente, ma quieto.
«Sembra stupido, ma ho sempre pensato che da qualche parte ci doveva essere stato un errore, che
un giorno sarebbe venuto qualcuno a dirmi che non stava succedendo davvero, che era il sogno di
un'altra donna e che niente di tutto questo sarebbe mai successo a me...».
Le ho preso la mano. Era fredda, tremava. Una delle unghie era spezzata fino alla carne viva, e del
sangue le sporcava il palmo.

«La cosa buffa è che sto cercando di ricordare come doveva essere quando l'amavo, ma c'è il nulla.
Ho un vuoto. Il nulla assoluto. Ricordo tutto il resto - la prima volta che mi ha picchiata, oh, quella me la
ricordo - ma potresti pensare che perfino con Paul-Marie ci sia qualcosa da ricordare. Qualcosa che
giustifichi tutto. Tutto quel tempo sprecato...».
Si è fermata bruscamente e ha guardato l'orologio.
«Ho parlato troppo», ha detto stupita. «Se voglio prendere l'autobus non avrò tempo per la
cioccolata».
L'ho guardata.
«Prendi la cioccolata invece dell'autobus», le ho proposto. «Omaggio della casa. Avrei preferito che
fosse champagne».
«Devo andare», ha detto permalosa. I pugni hanno scavato ripetutamente nello stomaco. La testa si è
abbassata come quella di un toro che prepara la carica.
«No». L'ho guardata. «Devi stare qui. Devi combatterlo faccia a faccia. Altrimenti è come non averlo
lasciato».
Mi ha restituito lo sguardo per un attimo, con una mezza sfida.
«Non posso». C'era una nota disperata nella sua voce. «Non ne sarò capace. Dirà delle cose,
distorcerà tutto...».
«Hai degli amici qui», le ho detto affettuosamente. «E anche se ancora non lo sai, sei forte».
Allora Joséphine si è seduta, molto cautamente, su uno dei miei sgabelli rossi, ha appoggiato il viso al
banco e ha pianto in silenzio.
L'ho lasciata fare. Non ho detto che sarebbe andato tutto bene. Non ho fatto lo sforzo di consolarla.
A volte è meglio lasciare le cose come sono, lasciare che il dolore compia il suo corso. Sono andata
invece in cucina, e molto lentamente ho preparato il chocolat espresso. E dopo averlo versato, averci
aggiunto cognac e schegge di cioccolato, aver messo le tazze su un vassoio giallo e una zolletta incartata
su ogni piattino, lei si era di nuovo calmata. È una specie di piccola magia, lo so, ma a volte funziona.
«Perché hai cambiato idea?», le ho chiesto quando la tazza era mezza vuota. «L'ultima volta che ne
abbiamo parlato sembravi molto sicura che non avresti lasciato Paul».
Ha scrollato le spalle, evitando di proposito di incontrare il mio sguardo.
«Perché ti ha picchiata di nuovo?».
Questa volta è parsa sorpresa. La mano è andata alla fronte, dove la pelle escoriata sembrava irritata,
infiammata.
«No».
«E allora perché?».
Gli occhi sono scivolati di nuovo lontano dai miei. Con la punta delle dita ha toccato la tazza
dell'espresso, come per saggiare la sua esistenza.
«Niente. Non so. Niente».
È una bugia, e anche di quelle vistose. Automaticamente ho cercato di captare i suoi pensieri, così
espliciti un momento fa. Devo sapere se gliel'ho fatto fare io, se l'ho forzata malgrado le mie buone
intenzioni. Ma al momento i suoi pensieri sono informi, fumosi. Non riesco a vedere nulla se non il
buio.
Sarebbe stato inutile insistere. In Joséphine c'è una vena ostinata che si rifiuta di essere sollecitata.
Me lo dirà a suo tempo. Se vorrà.
***
Era ormai sera quando Muscat è venuto a cercarla. A quel punto le avevamo già preparato il letto
nella stanza di Anouk - per adesso Anouk dormirà di fianco a me, sul letto da campo. Prende l'arrivo di
Joséphine con la solita adattabilità, così come accetta molte altre cose. Ho provato una momentanea
fitta di dolore per mia figlia, perché è la prima stanza tutta sua che abbia mai avuto, ma le ho promesso
che non sarà per molto.
«Ho un'idea», le ho detto. «Forse possiamo sistemare lo spazio dell'attico nel sottotetto come una
stanza tutta per te, con una scala a pioli per arrampicarsi, e in cima una botola, e piccole finestre
rotonde ricavate nel tetto. Ti piacerebbe?».
È un'informazione pericolosa, seducente. Implica che staremo qui a lungo.
«E potrei vedere le stelle da lassù?», ha domandato Anouk interessata.
«Certo».
«Bene!», ha detto Anouk, e si è precipitata di sopra per informare Pantoufle.

Ci siamo sedute a tavola nella cucina ingombra. Il tavolo era rimasto dai tempi della panetteria, un
blocco massiccio di pino tagliato in modo grossolano, tutto segnato da cicatrici di coltello nel quale
venature di vecchia pasta, indurita fino a raggiungere la consistenza del cemento, hanno lavorato
provocando un delicato effetto marmorizzato. I piatti sono scompagnati; uno verde, uno bianco, quello
di Anouk a fiori. Anche i bicchieri sono tutti diversi; uno alto, uno basso, uno che porta ancora la scritta
Moutarde Amora. E però è davvero la prima volta che siamo le proprietarie di questo genere di cose.
Usavamo le stoviglie degli alberghi, coltelli e forchette di plastica. Anche a Nizza dove abbiamo abitato
più di un anno, gli arredi erano presi in prestito, affittati con il negozio. Per noi la novità del possesso è
ancora una faccenda esotica, preziosa, inebriante. Invidio al tavolo le sue cicatrici, i segni lasciati dalle
teglie roventi del pane. Invidio il suo placido senso del tempo e spero di poter dire: questo l'ho fatto
cinque anni fa. Ho fatto questo segno, gli anelli si sono formati per una tazzina da caffè bagnata, questa
era una bruciatura di sigaretta, questa una scala di tagli contro la venatura grezza del legno. Qui è dove
Anouk ha inciso le sue iniziali, quando ha compiuto sei anni, questo un punto segreto dietro la gamba
del tavolo. Questo l'ho fatto in una giornata calda sette estati fa, con il coltello da carne. Ti ricordi? Ti
ricordi l'estate che il fiume è rimasto a secco? Ti ricordi?
Invidio al tavolo il suo placido senso di appartenenza. È stato qui a lungo. Fa parte del posto.

Joséphine mi ha aiutato a preparare la cena; un'insalata di fagioli verdi e pomodori con olio
aromatizzato, olive rosse e nere dalla bancarella del mercato del giovedì, pane alle noci, basilico fresco di
Narcisse, formaggio di capra, vino rosso di Bordeaux. Mentre mangiavamo abbiamo parlato, ma non di
Paul-Marie Muscat. Invece le ho raccontato di noi. Di Anouk e di me, dei posti che abbiamo visto, della
chocolaterie a Nizza, del periodo a New York subito dopo la nascita di Anouk e di prima, di Parigi, di
Napoli, di tutti i luoghi di sosta che Mamma e io avevamo trasformato in case temporanee nella nostra
lunga fuga intorno al mondo. Stasera volevo ricordare solo le cose allegre, divertenti, buone. Ci sono già
troppi pensieri tristi nell'aria. Ho messo una candela bianca sul tavolo per cacciare le influenze nefaste, e
il suo profumo è nostalgico, confortante. Ho ricordato per Joséphine il piccolo canale a Ourcq, il
Pantheon, la Place des Artistes, il bel viale Unter den Linden, il traghetto di Jersey, le paste viennesi
mangiate per strada nella loro carta calda, il lungomare a Juan-les-Pins, le danze nelle strade di San
Pedro. Ho visto il suo viso sciogliersi un poco dall'espressione contratta. Ho ricordato come Mamma
abbia venduto un asino a un contadino in un paesino vicino a Rivoli, e come l'animale abbia continuato
a trovarci, ripetutamente, quasi fino a Milano. Poi la storia dei venditori di fiori a Lisbona, e di come
abbiamo lasciato la città nel furgone refrigerato di un fiorista che quattro ore più tardi ci ha consegnate
semicongelate vicino al caldo porto bianco di Porto. Ha cominciato a sorridere, poi a ridere. Ci sono
stati tempi in cui non avevamo soldi, Mamma e io, e l'Europa era piena di sole e di promesse. Stasera le
ho rievocate: il gentiluomo arabo nella limousine bianca che ha cantato una serenata per la Mamma quel
giorno a Sanremo, quanto abbiamo riso e quanto era contenta, e per quanto tempo siamo riuscite a
vivere dopo con i soldi che ci aveva dato.
«Hai visto tante cose». La sua voce era invidiosa e un po' intimorita. «E sei ancora così giovane».
«Ho più o meno la tua stessa età».
Ha scosso la testa.
«Ho mille anni». Ha fatto un sorriso che era insieme dolce e pensieroso. «Mi piacerebbe essere una
persona avventurosa», ha detto. «Per seguire il sole con nient'altro che una valigia, e non avere la minima
idea di dove sarò domani».
«Credimi», le ho detto con garbo, «ci si stanca. E dopo un po' tutto comincia a sembrare uguale».
Non sembrava avere dubbi.
«Fidati», le ho detto. «È la verità».
Non è proprio vero. I posti hanno tutti il loro sapore, e tornare in una città dove hai già vissuto è
come tornare a casa da un vecchio amico. Ma la gente comincia a sembrare uguale, gli stessi volti
ricorrono in città che distano migliaia di chilometri, la stessa espressione. Lo sguardo duro, ostile degli
ufficiali. Lo sguardo curioso dei paesani. I volti squallidi e senza sorpresa dei turisti.
Gli stessi amanti, madri, mendicanti, zoppi, ambulanti, gente che fa jogging, bambini, poliziotti,
conducenti di taxi, papponi. Dopo un po' di tempo uno comincia a sentirsi paranoico, come se questa
gente ci stesse seguendo in segreto da una città all'altra, cambiando abiti e faccia ma rimanendo
essenzialmente immutata, continuando a farsi gli affari suoi ma con un occhio sempre puntato con
furbizia su di noi, le intruse. All'inizio si sente una sorta di superiorità. Siamo di una razza a parte, siamo
le vagabonde. Abbiamo visto molto più di loro, abbiamo più esperienze. Contente di lasciare alle spalle
le loro vite tristi fatte di un infinito circolo vizioso, sonno-lavoro-sonno, del coltivare i giardini curati, di
case in periferia tutte identiche, di piccoli sogni, e li consideriamo con un pizzico di disprezzo. Poi,
dopo un po', subentra l'invidia. La prima volta è quasi divertente: una puntura forte e improvvisa che
svanisce quasi subito. Una donna al parco, china sopra un bambino in carrozzina, i volti di entrambi
illuminati da qualcosa che non è il sole. Poi sopraggiunge la seconda volta, la terza; due giovani sul
lungomare, le braccia allacciate, un gruppo di impiegate durante la pausa-pranzo, che ridono sopra caffè
e croissants... e dopo non molto è quasi una pena costante. No, i posti non perdono la loro identità, per
quanto si viaggi lontano. È il cuore che dopo un po' comincia a sgretolarsi. Certe mattine la faccia nello
specchio dell'hotel appare confusa, come se si fossero date troppe occhiate simili, a caso. Per le dieci
saranno cambiate le lenzuola, la moquette spazzata. I nomi sui registri degli alberghi cambiano mentre
viaggiamo. Non lasciamo traccia quando proseguiamo. Come fantasmi, non proiettiamo ombre.
Mi sono scossa dai miei pensieri quando ho sentito bussare imperiosamente alla porta d'ingresso.
Joséphine ha fatto per alzarsi, la paura che si impadroniva dei suoi occhi, i pugni stretti sulle costole.
Era quanto stavamo aspettando; la cena, la conversazione, pure simulazioni della normalità. Mi sono
alzata.
«Okay», le ho detto. «Non lo farò entrare».
I suoi occhi erano vitrei per la paura.
«Non gli voglio parlare», ha detto a bassa voce. «Non posso».
«Può darsi che tu debba», le ho risposto. «Ma è tutto a posto. Non può passare attraverso i muri».
Ha fatto un sorriso debole.
«Non voglio neanche sentire la sua voce», ha detto. «Non sai com'è fatto. Dirà che...».
Ho cominciato a spostarmi verso la zona-negozio non illuminata.
«So esattamente com'è fatto», ho detto decisa. «E qualunque cosa tu pensi, non è l'unico. Il
vantaggio di viaggiare è che dopo un po' cominci a capire che ovunque si vada la maggior parte delle
persone non sono poi così diverse».
«È solo che odio le scenate», ha mormorato calma Joséphine, mentre accendevo le luci del negozio.
«E odio le urla».
«Presto sarà finito», ho detto, mentre i colpi sono ricominciati.
«Anouk ti può preparare della cioccolata».

La porta è chiusa da una catena di sicurezza. L'ho fatta montare quando sono arrivata, abituata come
ero ai sistemi antifurto della città, anche se fino a oggi non ce n'è mai stato bisogno. Nello spicchio di
luce del negozio il volto di Muscat è congestionato di rabbia.
«Mia moglie è qui?». La voce è spessa, impastata di birra, l'alito cattivo.
«Sì». Non c'è ragione di fingere. Meglio vuotare subito il sacco e fargli capire com'è messo. «Temo
che l'abbia lasciata, Monsieur Muscat. Le ho offerto di dormire qui per qualche notte, fino a quando le
cose sono sistemate. Sembrava la cosa migliore da fare». Cerco di mantenere un tono di voce neutrale,
educata. Conosco i tipi come lui. Li abbiamo incontrati mille volte, Mamma e io, in mille posti. Mi fissa
a bocca aperta per lo stupore. Poi nei suoi occhi prevale l'intelligenza cattiva, lo sguardo si stringe, le
mani si aprono per mostrare che è disarmato, sbalordito, disposto a divertirsi. Per un istante sembra
quasi attraente. Poi muove un passo verso la porta. Sento il puzzo del suo alito, birra e fumo e rabbia
acida.
«Madame Rocher». La voce è tenue, quasi suadente. «Voglio che dica a quella mia vacca grassa di
levare il culo da qui immediatamente, oppure entrerò a prenderla. E se tu ti metti di mezzo, tu cagna
femminista...».
Scuote la porta.
«Togli la catena». Sta sorridendo, fa le moine, la rabbia esala da lui con un debole puzzo chimico.
«Ho detto di togliere quella fottuta catena prima che le dia un calcio!». Per la rabbia la sua voce diventa
da femmina. Il suo strillo è come quello di un maiale inferocito.
Molto lentamente gli spiego la situazione. Bestemmia e urla la sua impotenza. Prende a calci la porta
a più riprese, facendo sobbalzare i cardini.
«Se irrompe in casa mia, Monsieur Muscat», gli dico con calma, «la considererò un intruso
pericoloso. Ho una bombola di Contre-Attaq nel cassetto della cucina, la portavo sempre con me quando
vivevo a Parigi. L'ho provato un paio di volte. È molto efficace».
La minaccia lo calma. Sospetto che creda di essere il solo ad avere diritto alle minacce.
«Non capisce», piagnucola. «È mia moglie. Le voglio bene. Non so cosa le abbia raccontato, ma...».
«Quello che mi ha raccontato non importa, monsieur. La decisione è di sua moglie. Se fossi in lei
smetterei di dare spettacolo, e andrei a casa».
«Al diavolo!». La sua bocca è così vicina alla porta che la saliva mi bombarda di proiettili caldi e
puzzolenti. «È colpa tua, cagna. Hai cominciato a riempirle la testa con tutte quelle baggianate
sull'emancipazione». Imita la voce di Joséphine, un falsetto isterico. «Oh, era tutta un Vianne dice questo e
Vianne pensa quello. Lasciami parlarle solo per un minuto e per una volta vedremo che cosa ha da dire
lei».
«Non penso che sia...».
«Va bene». Joséphine è sopraggiunta in silenzio dietro di me, una tazza di cioccolata fra le mani
piegate come per scaldarle. «Dovrò parlargli, altrimenti non se ne andrà più».
La guardo. È più calma, gli occhi sereni. Faccio segno di sì.
«Okay».
Mi faccio da parte e Joséphine va alla porta. Muscat comincia a parlare, ma Joséphine lo interrompe,
la voce sorprendentemente decisa e diretta.
«Paul. Ascoltami».
La sua voce spezza in due la sfuriata, zittendolo a mezza frase.
«Va' via. Non ho più niente da dirti. Va bene?».
Sta tremando, ma la voce è calma e pacata. Provo un'improvvisa ondata d'orgoglio per lei, e le do
una stretta rassicurante al braccio. Muscat tace per un momento. Poi nella sua voce torna il tono
lusinghiero, anche se si può ancora sentire la rabbia, come il ronzio di un'interferenza in un lontano
segnale radio.
«José...», dice gentile. «È una sciocchezza. Dai, vieni fuori così ne parliamo come si deve. Sei mia
moglie, José. E questo non merita un altro tentativo?».
Lei scuote la testa.
«Troppo tardi, Paul», dice lei con il tono di chi vuole concludere. «Mi spiace».
Poi ha chiuso la porta con garbo, molto sicura, e anche se lui l'ha colpita ancora per diversi minuti,
alternando bestemmie a moine a minacce, piagnucolando via via che diventava sdolcinato e cominciava
a credere alla commedia che stava recitando, non abbiamo più risposto.
A mezzanotte l'ho sentito urlare da fuori, e una zolla di terra ha colpito la finestra con un suono
sordo, lasciando una traccia di fango sul vetro. Mi sono alzata per vedere che cosa stava succedendo e
ho visto Muscat come un folletto tarchiato e malvagio lì sotto nella piazza, le mani sprofondate nelle
tasche così che riuscivo a vedere il rotolo molle dello stomaco sopra la cintura dei pantaloni. Sembrava
ubriaco.
«Non potete rimanere lì per sempre». Ho visto una luce accendersi a una delle finestre dietro di lui.
«Dovrete venire fuori, prima o poi! E allora, la vedrete cagne schifose! E la vedrete!». Automaticamente
ho fatto gli scongiuri al suo anatema con un rapido scatto delle dita.
«Via. Spiriti del male, via da qui».
Un altro dei riflessi radicati di mia madre. Eppure è sorprendente quanto mi senta più sicura adesso.
Dopo sto sveglia a lungo calma, ascolto il respiro lieve di mia figlia e guardo le forme cangianti e
irregolari della luce lunare tra le foglie. Penso di aver provato di nuovo a leggere il futuro, osservando i
disegni in movimento in cerca di un segno, una parola rassicurante... Di notte è più facile credere a
queste cose, con l'Uomo Nero che fa la guardia lì fuori e il segnavento che cigola, cri-criii, in cima al
campanile della chiesa. Ma non ho visto nulla, non ho sentito nulla e finalmente mi sono addormentata
ancora una volta e ho sognato di Reynaud, ritto ai piedi del letto d'ospedale di un vecchio, con una
croce in una mano e una scatola di fiammiferi nell'altra.

DOMENICA 9 MARZO
Questa mattina Armande è venuta presto, per pettegolezzi e cioccolata. Con indosso un nuovo
cappello di paglia decorato da un nastro rosso, sembrava più fresca e più vitale di quanto apparisse ieri.
Il bastone con cui ha cominciato ad andare in giro è un vezzo; infiocchettato con un nastro rosso
brillante sembra una bandierina di sfida. Ha ordinato un chocolat viennois e una fetta della mia torta a
strati bianca e nera e si è seduta a suo agio su uno sgabello. Joséphine, che mi sta dando una mano in
negozio per qualche giorno fino a quando deciderà che cosa fare, guardava dalla cucina, con un po' di
apprensione.
«Ho sentito dire che c'è stato un po' di chiasso ieri sera», ha detto Armande nel suo modo brusco. La
gentilezza negli occhi neri lucenti riscatta la sua franchezza. «Quello zoticone di Muscat, ho sentito, qui
fuori a urlare e a farla lunga».
Ho spiegato più mitemente che ho potuto. Armande ha ascoltato approvando.
«Mi domando solo perché non lo abbia lasciato anni fa», ha detto quando ho finito. «Suo padre era
altrettanto cattivo. Troppo disinvolti con le loro opinioni, tutti e due. E con le mani». Ha fatto un cenno
gioioso a Joséphine, in piedi sulla porta con in mano un bricco di latte caldo. «Sempre saputo che
avresti messo la testa a posto, prima o poi, ragazza», ha detto. «Adesso non permettere a nessuno di
convincerti del contrario».
Joséphine ha sorriso.
«Non si preoccupi», ha risposto. «Non lo farò».
***
Guillaume si è fatto vedere all'ora di pranzo, con Anouk. Nell'eccitazione degli ultimi due giorni gli
ho parlato solo un paio di volte, ma non appena l'ho visto sono stata colpita dal brusco cambiamento
subentrato in lui. Scomparsa quell'aria avvizzita, rimpicciolita. Ora camminava con passo baldanzoso, e
intorno al collo portava una sciarpa rosso vivo che gli conferiva un'aria quasi sgargiante. Ho notato che
portava ancora il vecchio guinzaglio di Charly avvolto intorno al polso. Con la coda dell'occhio ho visto
un groviglio bluastro ai suoi piedi. Pantoufle. Anouk ha superato di corsa Guillaume, la cartella che
dondolava, e si è tuffata sotto il banco per darmi un bacio.
«Maman!», mi ha detto in un orecchio con le mani davanti alla bocca. «Guillaume ha trovato un
cane!».
Mi sono girata a guardare, le braccia che ancora stringevano Anouk.
Guillaume era in piedi di fianco alla porta, la faccia arrossata. Ai suoi piedi, era sdraiato in
adorazione un piccolo bastardino bianco-marrone, niente altro che un cucciolo.
«Sst, Anouk. Non è il mio cane». L'espressione di Guillaume era un misto di piacere e imbarazzo.
«Era vicino ai Marauds. Credo che qualcuno volesse liberarsene».
Anouk stava ingozzando il cane di zollette di zucchero.
«L'ha trovato Roux», ha detto con una vocetta acuta. «L'aveva sentito piangere giù, vicino al fiume.
Così mi ha detto».
«Ah? Hai visto Roux?».
Anouk ha fatto segno di sì, senza prestare attenzione, e ha fatto il solletico al cane che si è rotolato
ringhiando allegro.
«È così carino», ha detto. «Lo terrai?».
Guillaume ha sorriso, un po' triste.
«Non credo, tesoro. Sai, dopo Charly...».
«Ma si è perso, non ha nessun altro posto...».
«Sono certo che c'è un mare di gente che sarebbe contenta di dare a un bel cagnolino come questo
una casa come si deve». Guillaume si è chinato e ha tirato affettuosamente le orecchie del cane. «È un
tipetto simpatico, pieno di vita».
Insistente: «Come lo chiamerai?».
Guillaume ha scosso la testa.
«Non credo che lo terrò abbastanza a lungo per quello, ma mie». Anouk mi ha rivolto una delle sue
buffe occhiate, e le ho risposto scuotendo la testa in un rimprovero silenzioso.
«Avevo pensato che forse potreste mettere un cartello nella vetrina del negozio», ha detto Guillaume,
sedendosi al banco. «Sa, per vedere se qualcuno viene a riprenderselo».
Gli ho versato una tazza di mocha e mi sono seduta di fronte a lui, con un paio di fiorentini accanto.
«Certamente». Ho sorriso.
Quando mi sono girata un momento dopo, il cane era seduto sulle ginocchia di Guillaume, e
mangiava i fiorentini. Anouk mi ha guardato e ha fatto l'occhiolino.
***
Abbiamo avuto più clienti stamattina alla Praline di quanti ne abbiamo mai avuti di domenica, da
quando Anouk e io ci siamo trasferite qui. I soliti, Guillaume, Narcisse, Arnauld, e qualche altro, hanno
detto poco, facendo gentilmente un cenno a Joséphine e comportandosi come al solito.
Narcisse mi ha portato un cesto di indivia dalla sua serra, e quando ha visto Joséphine le ha porto un
mazzolino di anemoni scarlatti che ha preso dalla tasca del cappotto, borbottando che avrebbero
«rallegrato un po' il posto».
Joséphine è arrossita, ma sembrava contenta e ha provato a ringraziarlo. Narcisse se n'è andato
imbarazzato, schermendosi goffamente.
Dopo quello gentile è arrivato quello curioso. Durante la predica si era sparsa la voce che Joséphine
Muscat si era trasferita alla Praline, e per tutta la mattinata c'è stato un afflusso costante di visitatori.
Joline Drou e Caro Clairmont sono giunte con i loro twin-set primaverili e i foulard di seta con un
invito a un tè per raccogliere fondi la Domenica delle Palme. Nel vederle, Armande ha fatto una risatina
compiaciuta.
«Perbacco, è la sfilata di moda della domenica mattina!», ha esclamato.
Caro sembrava scocciata.
«Veramente non dovresti essere qui, maman», ha detto con tono di rimprovero. «Sai cos'ha detto il
dottore, vero?».
«Certo che lo so», ha risposto Armande. «Che c'è di male, non sto forse morendo abbastanza in
fretta per voi? È per questo che dovete mandarmi quel teschio su un bastone a rovinarmi la mattinata?».
Le guance incipriate di Caro si sono imporporate.
«Davvero, maman, non dovresti dire cose come...».
«Mi occuperò della mia bocca se tu baderai agli affari tuoi», è esplosa Armande arguta, e nella fretta
di uscire Caro ha quasi sbrecciato le piastrelle con i tacchi.
Poi Denise Poitou è venuta a vedere se avevamo bisogno di pane in più.
«Sa, nel caso», ha detto, gli occhi sfavillanti di curiosità. «Ho visto che adesso ha un ospite, e
allora...». L'ho assicurata che se avessimo avuto bisogno di pane, sapevamo dove rivolgerci.
E quindi Charlotte Edouard, Lydie Perrin, Georges Dumoulin; una che voleva un regalo di
compleanno in anticipo, l'altra dettagli sul festival del cioccolato - un'idea così originale, madame - lui
aveva perso il portafogli davanti a Saint Jérôme e si chiedeva se l'avessi visto. Ho tenuto Joséphine
dietro il banco con uno dei miei grembiuli gialli puliti per ripararle i vestiti dagli schizzi di cioccolato, e
se l'è cavata sorprendentemente bene. Oggi si è data da fare con il suo aspetto. Il maglione rosso e la
gonna nera sono adatti e pratici, i capelli neri affrancati da un nodo. Il sorriso è professionale, la testa
alta, e anche se gli occhi di tanto in tanto volano verso la porta aperta, ansiosi e in attesa, c'è poco in lei
che induca a pensare a una donna che teme per sé o per la propria reputazione.
«Svergognata, ecco che cos'è», ha sibilato Joline Drou a Caro Clairmont mentre oltrepassavano la
porta di gran carriera. «Davvero svergognata. Se penso a tutto quello che quel pover uomo ha dovuto
sopportare con...».
Joséphine era girata di spalle, ma l'ho vista irrigidirsi. Un momento di calma nella conversazione ha
fatto sì che si udissero perfettamente le parole di Joline, e sebbene Guillaume abbia finto di tossire per
coprirle, ho capito che le aveva sentite.
C'è stato un piccolo silenzio imbarazzato.
Quindi Armande ha parlato.
«Be', ragazza, se quelle due disapprovano, vuol dire che ce l'hai fatta», ha detto spiccia. «Benvenuta
dalla parte del torto!».
Joséphine le ha lanciato un'occhiata piena di sospetto, poi, come rassicurata che la battuta non fosse
contro di lei, si è messa a ridere. Il timbro era aperto, disinvolto. Sorpresa, ha portato la mano alla bocca
per controllare che il riso le appartenesse. E questo l'ha fatta ridere ancor di più, e gli altri hanno riso
con lei. Stavamo ancora ridendo quando il campanello della porta ha tintinnato e Francis Reynaud è
entrato silenziosamente in negozio.
«Monsieur le Curé». Ho visto la faccia di lei cambiare ancor prima di averlo visto, e diventare ostile e
sciocca, le mani che riprendevano la loro posizione abituale alla bocca dello stomaco.
Reynaud ha fatto un cenno con gravità.
«Madame Muscat». Ha posto un'enfasi particolare sulla prima parola. «Mi è spiaciuto non vederla in
chiesa stamattina».
Joséphine ha borbottato qualcosa di sgraziato che non si è sentito. Reynaud ha mosso un passo
verso il banco e lei ha fatto un mezzo giro su se stessa come per scappare in cucina, poi ci ha ripensato
e si è voltata per affrontarlo.
«Così va bene, ragazza», l'ha incoraggiata Armande con approvazione. «Non lasciare che ti riempia la
testa di chiacchiere». Si è piazzata faccia a faccia con Reynaud gesticolando severamente con un pezzo
di torta. «Lascia in pace quella ragazza, Francis. Se proprio vuoi fare qualcosa, dovresti darle la tua
benedizione».
Reynaud l'ha ignorata.
«Mi ascolti, ma fille», le ha detto con fervore. «Dobbiamo parlare». Gli occhi si sono posati con un po'
di disgusto sul sacchetto portafortuna rosso appeso alla porta. «Non qui». Joséphine ha scosso la testa.
«Mi spiace. C'è del lavoro da sbrigare. E non voglio ascoltare nulla di quello che ha da dire».
La bocca di Reynaud ha assunto una piega ostinata.
«Non ha mai avuto tanto bisogno della Chiesa come adesso». Un'occhiata rapida e gelida nella mia
direzione. «Si è indebolita. Ha permesso ad altri di condurla fuori strada. La santità della promessa
matrimoniale...».
Armande l'ha interrotto di nuovo con un ghigno di scherno.
«La santità della promessa matrimoniale? Dove l'hai sentita questa? Avrei pensato che tu fra tutti...».
«Per favore, Madame Voizin...». Finalmente una nota espressiva nella sua voce monotona. I suoi occhi
non hanno calore. «Sarei molto riconoscente se lei...».
«Parla come ti hanno insegnato», è esplosa Armande. «La tua benedetta madre ti ha forse insegnato a
parlare con una patata in bocca?». Ha ridacchiato. «Fingiamo di essere migliori degli altri, è così?
Abbiamo dimenticato tutto su come eravamo in quella scuola di lusso?».
Reynaud si è irrigidito. Sentivo la tensione emanare da lui. Ha sicuramente perso molto peso nelle
ultime settimane, la pelle tesa come un tamburo sugli incavi scuri delle tempie, l'articolazione della
mascella chiaramente visibile sotto la carne sottile. Una ciocca spiovente in diagonale sulla fronte gli dà
un'aria schietta e furba; il resto ha la piega puntuta dell'efficienza.
«Joséphine». La voce è gentile, insinuante, esclude tutti gli altri come se fossero soli. «So che vuole
che io l'aiuti. Ho parlato a Paul-Marie. Ha detto che lei è stata parecchio sotto pressione. Dice...».
Joséphine ha scosso la testa.
«Mon père». Il suo viso non aveva più l'espressione vuota, e appariva serena. «So che è armato delle
migliori intenzioni. Ma non cambierò idea».
«Ma il sacramento del matrimonio...», ora sembrava agitato, e si chinava in avanti sul banco con la
faccia contorta dall'angoscia. Le mani strette al bordo imbottito come se cercasse un sostegno. Un'altra
occhiata furtiva al sacchetto colorato sulla porta. «So che è stata confusa. Chi altri l'ha influenzata».
Allusivo:
«Se solo potessimo parlare in privato».
«No». Con voce ferma. «Resto qui con Vianne».
«Per quanto tempo?». La voce rivelava il suo sgomento malgrado si sforzasse di apparire incredulo.
«Madame Rocher sarà sua amica, Joséphine, ma è una donna d'affari, deve mandare avanti un negozio, ha
una bimba di cui occuparsi. Per quanto tempo sopporterà un'estranea in casa?».
Questo colpo è andato a segno meglio. Ho visto Joséphine esitare, di nuovo lo sguardo di incertezza
negli occhi. L'ho visto troppo spesso sul viso di mia madre per equivocarlo; è uno sguardo di
incredulità, di paura.
Non abbiamo bisogno di nessuno, tranne che l'una dell'altra.
Un sussurro che torna con prepotenza alla mente nel buio caldo di qualche anonima stanza
d'albergo. Perché diavolo avremmo dovuto volere qualcun altro? Parole coraggiose, e se c'erano lacrime,
l'oscurità le occultava. Ma la sentivo tremare, quasi impercettibilmente, e mi stringeva sotto le coperte,
come una donna in preda a una febbre misteriosa. Forse è per questo che fuggiva da loro, quegli uomini
gentili, quelle donne gentili che volevano fare amicizia, amarla, capirla. Eravamo contagiate, malate di
malafede, l'orgoglio che ci portavamo appresso l'ultimo rifugio degli indesiderati.
«Ho offerto a Joséphine un lavoro qui con me». Ho reso la mia voce dolce e secca. «Avrò bisogno di
un sacco di aiuto extra se voglio avere il tempo per preparare il Festival del Cioccolato per Pasqua».
Il suo sguardo, finalmente diretto, era carico d'odio.
«Le insegnerò le basi della preparazione del cioccolato», ho continuato. «Può sostituirmi in negozio
mentre lavoro nel retro». Joséphine mi guardava con un'espressione confusa per lo stupore. Le ho fatto
l'occhiolino.
«Mi farà un favore, e sono sicura che i soldi faranno comodo anche a lei», ho detto con calma. «E
per quanto riguarda stare qui», parlavo direttamente a lei, fissando gli occhi nei suoi, «Joséphine, sei la
benvenuta a restare finché vorrai. È un piacere averti qui».
Armande ha fatto una sonora risata.
«Così impari, mon père», ha detto giuliva. «Non devi sprecare più il tuo tempo. Sembra che tutto vada
per il meglio, anche senza di te». Ha sorseggiato la cioccolata con un'aria di birichinaggine concentrata.
«Ti farebbe bene una bevanda come questa», l'ha consigliato. «Sembri un po' malaticcio, Francis. Ti sei
dato di nuovo al vino della comunione, vero?».
Le ha fatto un sorriso che era come un pugno chiuso.
«Molto divertente, madame. È un bene che lei non abbia perso il suo senso dell'umorismo». Quindi si
è girato velocemente sui tacchi, e con un cenno del capo e un secco monsieur-dames ai clienti se ne è
andato, come il nazista gentile in un brutto film di guerra.

LUNEDÌ 10 MARZO
La loro risata mi ha seguito fuori dal negozio, fin sulla strada come un volo di uccelli. L'aroma di
cioccolato, come quello della mia furia, mi faceva sentire stordito, quasi euforico per la rabbia. Avevamo
ragione, père. Questo ci scagiona completamente. Colpendo le tre aree che ci sono più vicine - la
comunità, le festività della chiesa e ora uno dei sacramenti più sacri - si rivela finalmente per quello che
è. La sua influenza è nefasta e cresce a macchia d'olio, e ha messo radici in una dozzina, due dozzine di
menti fertili. Stamattina ho visto il primo dente di leone della stagione nel camposanto, conficcato nello
spazio dietro una lapide. È già cresciuto più a fondo di quanto io riesca ad allungare la mano, spesso
come un dito, a caccia dell'ombra sotto la pietra. In una settimana l'intera pianta sarà cresciuta ancora,
più forte di prima.
Questa mattina ho visto Muscat alla comunione, anche se non è stato presente per la confessione.
Sembra teso e arrabbiato, poco a suo agio negli abiti della domenica. Ha preso male la partenza di sua
moglie.
Quando ho lasciato la chocolaterie mi aspettava, fumando, appoggiato al piccolo arco presso l'entrata
principale.
«Allora, père?».
«Ho parlato a sua moglie».
«Quando torna a casa?».
Ho scosso la testa.
«Non vorrei darle false speranze», ho detto gentilmente.
«È una vacca ostinata», ha detto, facendo cadere la sigaretta e schiacciandola con il tacco. «Perdoni il
mio linguaggio, père, ma le cose stanno così. Se penso a tutto quello che ho lasciato perdere per colpa di
quella cagna pazza - ai soldi che mi è costata...».
«Anche lei ha dovuto sopportare parecchio», ho precisato allusivo, pensando alle molte sedute in
confessionale.
Muscat ha alzato le spalle.
«Oh, non sono un angelo», ha detto. «Conosco le mie debolezze. Ma mi dica, père...», ha allargato le
braccia con aria supplicante, «non avevo qualche ragione? Svegliarsi e vedere quella faccia da scema ogni
mattina? Coglierla spessissimo con le tasche piene di roba rubata al mercato, rossetti e bottiglie di
profumo e gioielli? E farmi ridere dietro da tutti in chiesa? Eh?». Mi ha guardato con aria trionfante.
«Eh, père? Non ho portato anch'io la mia croce?».
Avevo già sentito questa storia in passato. La sua sciatteria, la sua stupidità, i furti, la pigrizia nelle
faccende di casa. Non mi si chiede di avere un'opinione su queste cose. Il mio ruolo è dare consigli e
offrire conforto. Eppure quest'uomo mi disgusta, con le sue giustificazioni, con la convinzione che se
non fosse stato per lei, lui avrebbe potuto fare grandi cose, da eroe.
«Non siamo qui per attribuire colpe», ho detto con una nota di rimprovero. «Dovremmo tentare di
trovare il modo per salvare il suo matrimonio».
Si è placato immediatamente.
«Mi spiace, père. Io... io non avrei dovuto dire quelle cose».
Cercava di essere sincero, mostrando denti che sembravano avorio antico. «Non pensi che non le
voglia bene, père. Voglio dire, voglio che ritorni, sa?».
Oh sì. Per fargli da mangiare. Per stirargli vestiti. Per mandare avanti il bar. E per dimostrare ai suoi
amici che nessuno prende per il naso Paul-Marie Muscat, nessuno. Disprezzo la sua ipocrisia. Deve
davvero riconquistarla. Almeno su questo sono d'accordo. Ma non per le stesse ragioni.
«Se vuole che torni, Muscat», gli ho detto con un po' di asprezza, «be', allora fin qui ci ha provato in
modo davvero idiota».
Si è adombrato.
«Non vedo necessariamente...».
«Non sia sciocco».
Signore, père, come hai potuto avere così tanta pazienza con questa gente?
«Minacce, bestemmie, lo spettacolo vergognoso da ubriaco di ieri sera. Come crede che questo possa
aiutare la sua causa?».
Burbero:
«Non potevo lasciar correre, con quello che aveva fatto, père. Tutti dicono che mia moglie mi ha
piantato. E quella cagna della Rocher che si è messa in mezzo...». I suoi occhi maligni si sono stretti
dietro gli occhiali metallici. «Le starebbe bene se succedesse qualcosa a quel suo negozio elegante», ha
detto duramente. «E sbarazzarsi di quella cagna per sempre».
L'ho guardato con durezza.
«Oh?».
Era troppo simile a quanto avevo pensato io stesso, mon père. Dio mi aiuti, quando ho visto quella
barca bruciare... È un piacere primitivo, indegno della mia vocazione, una emozione pagana che
secondo giustizia non dovrei provare. L'ho ricacciato indietro ma, come i denti di leone, cresce di
nuovo, e dirama piccole radici insidiose. È stato forse per questo - perché capivo - che nel rispondergli la
mia voce è stata più aspra di quanto intendessi.
«Che genere di cosa aveva in mente, Muscat?».
Ha borbottato qualcosa che si è udito a malapena.
«Un incendio, forse? Un incendio opportuno?». Ho sentito la rabbia crescere premendo contro le
costole. Il suo sapore, che è allo stesso tempo metallico e dolce fino alla nausea, mi ha riempito la
bocca. «Come il fuoco che ha fatto piazza pulita degli zingari?».
Ha fatto un sorrisetto furbo.
«Forse. Un rischio di incendio tremendo, con quelle vecchie case».
«Mi ascolti». Improvvisamente mi sono sentito orripilato al pensiero che quella sera avesse potuto
scambiare il mio silenzio per complicità. «Se solo pensassi - se solo sospettassi - fuori dal confessionale,
che lei è coinvolto in questo genere di storia, se succede qualcosa a quel negozio...». Ora l'avevo vicino,
le mie dita sprofondavano nella carne grassoccia. Muscat è sembrato offeso.
«Ma père, ha detto lei stesso che...».
«Non ho detto niente!». Ho sentito la mia voce rimbalzare piatta attraverso la piazza - tà-tà-tà - e mi sono
affrettato ad abbassarla. «Non ho certo mai parlato di lei...». Mi sono schiarito la gola, che di colpo si
era stretta all'inverosimile. «Non siamo nel Medioevo, Muscat», ho detto aspramente. «Noi non...
interpretiamo la legge di Dio per adattarla a noi. O le leggi del nostro paese», ho aggiunto con gravità,
guardandolo negli occhi. Le sue cornee erano dello stesso giallo dei suoi denti. «Ci siamo capiti?».
Risentito: «Sì, mon père».
«Perché se succede qualcosa, Muscat, qualsiasi cosa, una finestra rotta, un piccolo incendio, una
minima cosa...». Lo sovrastavo di una testa. Sono più giovane, sono più in forma di lui. Risponde
istintivamente alla minaccia fisica. Gli do una piccola spinta che lo manda contro il muro di pietra alle
sue spalle. Riesco a stento a contenere la rabbia. Che osi - che osi! - prendere il mio posto, père. Che mi
metta in questa situazione: di essere obbligato a proteggere la donna che è la mia nemica. Mi trattengo
con uno sforzo.
«Stia ben lontano da quel negozio, Muscat. Se c'è qualcosa da fare, la farò io. Ha capito?».
Adesso più umile, la furia che svaporava: «Sì, padre».
«Lasci la situazione completamente in mano a me».
Tre settimane al suo gran Festival. È tutto quello che mi rimane. Tre settimane per trovare un modo
per dominare la sua influenza. Ho predicato contro di lei in chiesa senz'altro effetto se non quello di
rendermi ridicolo. Il cioccolato, mi dicono, non è un'istanza morale. Anche i Clairmont considerano un
po' insolita la mia ostinazione, e lei sorride affettata con la risibile preoccupazione che le sembro
affaticato. La stessa Vianne Rocher sembra non farci caso. Ben lungi dal cercare di inserirsi fra gli altri,
ostenta il suo status di diversa, urlandomi saluti impertinenti dall'altro lato della piazza, incoraggiando
gli stravaganti come Armande, perennemente tallonata dai bambini di cui favorisce la crescente
impetuosità. È immediatamente riconoscibile anche in mezzo alla folla. Se gli altri camminano in su per
una via, lei cammina controcorrente. I suoi capelli, i suoi vestiti, sempre scomposti dal vento, dai colori
di fiore selvatico, arancio e giallo, a pois e a disegni fioriti. Nel bosco, un pappagallino tra i passeri
verrebbe fatto a pezzi subito per le sue piume colorate. Qui lei è trattata con affetto, anche con
divertimento. Quello che altrove farebbe alzare le sopracciglia, è tollerato solo perché si tratta di Vianne.
Anche Clairmont non è insensibile al suo fascino, e il disprezzo di sua moglie non ha niente a che
vedere con la superiorità morale, mentre ha molto a che fare con una specie di invidia che non fa molto
onore a Caro. Almeno Vianne Rocher non è un'ipocrita che usa le parole di Dio per salire la scala
sociale. Eppure il pensiero - che suggerisce come si accende una simpatia, anche un'inclinazione che un
uomo nella mia posizione non può concedersi è un ulteriore pericolo. Non posso permettermi di avere
simpatie. Rabbia e simpatia sono ugualmente inappropriate. Devo essere imparziale, per il bene della
comunità e della Chiesa. Queste sono le mie prime fedeltà.

MERCOLEDÌ 12 MARZO
Per giorni non abbiamo parlato a Muscat. Joséphine, che per qualche tempo non ha voluto lasciare
La Praline, adesso si è convinta a uscire per strada fino alla panetteria senza che io la accompagni, e
attraversa la piazza fino dal fiorista. Dato che si rifiuta di tornare al Café de la République, le ho prestato
qualcuno dei miei vestiti. Oggi indossa un maglione blu e un sarong a fiori, e appare vivace e carina. In
pochi giorni è cambiata, quel suo sguardo di svanita ostilità è scomparso, così come i suoi atteggiamenti
difensivi. Sembra più alta, più disinvolta, ha abbandonato quella postura perennemente ingobbita e gli
strati multipli di vestiti che le davano quell'aspetto tozzo. Manda avanti il negozio per me mentre lavoro
in cucina, e le ho già insegnato a temperare e miscelare i vari tipi di cioccolato e anche a preparare
alcune delle qualità più semplici di praline. Ha buone mani, veloci. Ridendo, le ricordo la sua velocità da
pistolero della prima volta, e lei arrossisce.
«Non prenderò mai niente da te!». La sua indignazione è toccante, sincera.
«Vianne, non penserai che io...».
«Certo che no».
Lei e Armande, che un tempo si conoscevano appena, sono diventate buone amiche. La vecchia
signora viene ormai ogni giorno, a volte per chiacchierare, a volte per un sacchetto dei suoi tartufi
preferiti all'albicocca. Spesso viene con Guillaume, che è diventato un visitatore abituale. La loro
compagnia sembra animarlo un po', perché dalla morte di Charly ha un aspetto emaciato e assente.
Oggi è stato qui anche Luc, e loro tre si sono seduti nell'angolo con un bricco di cioccolata e qualche
éclair. Di tanto in tanto sentivo una risata ed esclamazioni dal piccolo gruppo.
Appena prima dell'orario di chiusura è arrivato Roux, cauto e diffidente. Era la prima volta
dall'incendio che lo vedevo da vicino, e sono rimasta colpita dai cambiamenti che erano avvenuti in lui.
Sembra più magro, i capelli appiccicati all'indietro, un volto vuoto, imbronciato. Ha una benda
sporca intorno a una mano. Un lato del viso mostra ancora una macchia che sembra una brutta
scottatura da sole.
Quando ha visto Joséphine è parso colto alla sprovvista.
«Mi spiace. Credevo che Vianne fosse...». Si è girato bruscamente per andarsene.
«No. Per favore. È nel retro». I suoi modi si sono fatti più rilassati da quando ha cominciato a
lavorare in negozio, ma è suonata goffa, forse intimidita, dalla sua apparizione.
Roux ha esitato.
«Lei è del caffè», ha detto lui finalmente. «Lei è...».
«Joséphine Bonnet», l'ha interrotto. «Ora vivo qui».
«Ah».
Sono uscita dalla cucina e l'ho visto mentre la osservava con aria indagatrice nei suoi occhi chiari. Ma
non ha mantenuto quell'atteggiamento, e Joséphine si è ritirata riconoscente in cucina.
«Mi fa piacere rivederla, Roux», gli ho detto con franchezza.
«Volevo chiederle un favore».
«Sì?».
Riesce a far sembrare piena di significato anche una sola sillaba. Questa era di educata incredulità, di
diffidenza. Sembrava un gatto nervoso che sta per graffiare.
«Ho bisogno di fare dei lavori alla casa, e mi chiedevo se lei potesse...».
È difficile formulare questa proposta in modo corretto. So che non accetterà quella che considera
carità.
«E questo non ha niente a che vedere con la nostra amica Armande, vero?». Il tono era lieve ma
duro. Si è voltato verso l'angolo dove erano seduti Armande e gli altri. «Stiamo ancora facendo del bene
di nascosto, vero?», ha detto caustico.
Si gira di nuovo verso di me, il volto cauto e inespressivo.
«Non sono venuto qui a cercare lavoro, volevo chiederle se aveva visto qualcuno aggirarsi intorno
alla mia barca quella sera».
Ho scosso la testa.
«Mi spiace, Roux. Non ho visto nessuno».
«Okay». Si è voltato di nuovo come per andarsene. «Grazie».
«Senta, aspetti...», gli ho gridato dietro. «Non vuole almeno fermarsi a bere qualcosa?».
«Un'altra volta». Il tono era brusco, quasi rude. Sentivo che la sua rabbia stava per esplodere, in cerca
di qualcosa da colpire.
«Siamo sempre suoi amici», gli ho detto quando ha raggiunto la porta. «Armande, Luc e io. Non stia
così sulla difensiva. Stiamo cercando di aiutarla».
Roux si è girato bruscamente. Il volto era tetro. Gli occhi due mezzelune.
«Sentite bene, tutti voi». Ha parlato con voce bassa, carica d'odio, l'accento così marcato che le
parole erano appena comprensibili. «Non ho bisogno di nessun aiuto. Non avrei mai dovuto avere
niente a che fare con voi fin dal principio. Sono stato qui così a lungo perché pensavo che avrei potuto
scoprire chi aveva dato fuoco alla mia barca. E voi non siete miei amici».
E poi se ne è andato, avanzando sgraziato e varcando la porta nel suono vivace di carillon dei
campanelli.
Quando se ne è andato ci siamo guardati tutti l'un l'altro.
«Uomini dai capelli rossi», ha commentato Armande con trasporto. «Ostinati come muli».
Joséphine sembrava scossa.
«Che uomo orribile», ha detto alla fine. «Non sei stata tu a dar fuoco alla sua barca. Che diritto ha di
prendersela con te?».
Ho scrollato le spalle.
«Si sente impotente e arrabbiato, e non sa a chi dare la colpa», le ho detto comprensiva. «È una
reazione naturale. E crede che gli stiamo offrendo aiuto perché proviamo compassione per lui».
«È solo che odio le scenate», ha detto Joséphine, e so che stava pensando a suo marito. «Sono
contenta che se ne sia andato. Pensi che adesso lascerà Lansquenet?».
Ho fatto di no con la testa.
«Non credo» le ho risposto. «E poi, dove potrebbe andare?».

GIOVEDÌ 13 MARZO
Ieri pomeriggio sono scesa ai Marauds per parlare con Roux senza miglior successo dell'ultima volta.
La casa abbandonata era chiusa con un lucchetto dall'interno e gli scuri erano tirati. Posso
immaginarmelo come un animale diffidente rintanato nel buio con la sua rabbia. Ho chiamato il suo
nome, sapevo che mi aveva sentito, ma non ha risposto. Ho pensato di lasciargli un messaggio sulla
porta, ma poi ho deciso di no. Se vuole venire, deve essere alle sue condizioni. Anouk è venuta con me,
si era portata dietro un battello di carta che le avevo costruito con la copertina di una rivista. Mentre
stavo fuori dalla porta di Roux lei è andata sulla riva per metterlo in acqua, evitando di farlo scappar via
con l'aiuto di un lungo ramo snodato. Quando ho capito che Roux aveva deciso di non fare la sua
comparsa, sono ritornata alla Praline, dove Joséphine aveva già cominciato la scorta settimanale di
copertura, e ho lasciato Anouk alle sue fantasticherie.
«Attenzione ai coccodrilli», le ho detto seriamente.
Anouk ha fatto un sorriso sotto il suo berretto giallo. Con la trombetta in una mano e il bastone-
timone nell'altra, avanzava imitando il suono di una sirena d'allarme forte e monotona, e saltando da un
piede all'altro in preda a una eccitazione crescente.
«Coccodrilli! Un attacco di coccodrilli!», ha gridato esultante. «Armate l'artiglieria!».
«Attenzione!», l'ho ammonita. «Non cadere in acqua».
Anouk mi ha mandato un bacio stravagante con un soffio ed è ritornata al suo gioco. Quando mi
sono girata in cima alla collina stava bombardando i coccodrilli con zolle d'erba, e potevo ancora udire
l'esile squillo della trombetta - pa-parapààà! - alternato a effetti sonori - sciàff! bum! - mentre continuava la
battaglia.
È sorprendente quanto io venga ancora sopraffatta da violente ondate di tenerezza. Se,
socchiudendo gli occhi, mi sforzo di guardare contro la luce bassa del sole, riesco quasi a distinguere i
coccodrilli, le lunghe sagome brune che appaiono nell'acqua, il lampo del cannone. Mentre lei si muove
fra le case, il rosso e giallo del cappotto e del berretto che lanciano bagliori improvvisi dall'ombra,
riesco quasi a distinguere la ménagerie mezza visibile che la circonda. Mentre la guardo si gira, fa cenno
con la mano verso di me, strilla «Ti voglio bene!» e ritorna alla seria occupazione dei suoi giochi.

Nel pomeriggio eravamo chiusi. Joséphine e io abbiamo lavorato sodo per preparare abbastanza
pralines e tartufi per il resto della settimana. Ho già cominciato a fare la cioccolata di Pasqua, e Joséphine
è diventata abile nel decorare le forme di animali e nell'impacchettarle in scatole legate con nastri
multicolori. La cantina è un posto ideale per conservarle: fresca, ma non tanto fredda da far assumere al
cioccolato quel colorito biancastro favorito dalla refrigerazione, buia e secca. Possiamo immagazzinarvi
tutte le nostre scorte speciali, impilate in scatole di cartone, e ci avanza ancora spazio per le provviste di
casa. Il pavimento è di vecchie lastre di pietra, di un marrone lustro come quercia, fresco e liscio sotto i
piedi. In alto una sola lampadina. La porta della cantina è di pino grezzo, con un buco scavato alla base
per un gatto che da tempo non c'è più. Anche Anouk ama la cantina, che odora di pietra e di vino
invecchiato, e ha disegnato delle figure con i gessi colorati sulle pietre e sui muri imbiancati; animali e
castelli e uccelli e stelle. In negozio Armande e Luc si sono fermati a chiacchierare per un po', poi se ne
sono andati insieme. Adesso si incontrano più spesso, anche se non sempre alla Praline. Luc mi ha
raccontato di essere andato due volte a casa sua la scorsa settimana, e di aver fatto ogni volta dei lavori
in giardino per un'ora.
«Ha bisogno che vengano fatti dei la-la-lavori nelle aiuole, adesso che la c-c-casa è riparata», mi ha
detto con intensità. «Non è più in grado di vangare come un tempo, ma dice che quest'anno vorrebbe
un po' di f-f-fiori invece delle sole erbacce».
Ieri ha portato un vassoio di piante dal vivaio di Narcisse e le ha piantate nel terreno appena zappato
ai piedi del muro di Armande.
«Ho preso l-l-lavanda, e primule e tulipani e narcisi», ha spiegato. «Preferisce quelli vivaci e
profumati. Non vede tanto bene, così ho preso lillà e violaciocche e ginestre e cose che potrà vedere».
Ha sorriso timidamente. «Voglio che siano sistemati prima del suo c-c-compleanno», ha spiegato.
Gli ho domandato quando fosse il compleanno di Armande.
«Il tredici marzo», ha detto. «Compirà ottantun anni. Ho già pensato al r-r-regalo».
«Oh?».
Ha fatto cenno di sì.
«Ho pensato di comprarle una sottoveste di seta». Il tono era leggermente sulla difensiva. «Le piace
la biancheria».
Trattenendo un sorriso, gli ho detto che mi pareva un'ottima idea.
«Dovrò andare ad Agen», ha detto serio. «E dovrò tenerla nascosta da mia m-m-madre, altrimenti
farà una scenata». Ha fatto un sorriso improvviso. «Forse potremmo dare una festa per lei. Sa, per darle
il benvenuto nella nuova d-d-decade».
«Potremmo chiederle cosa ne pensa», ho proposto.

Alle quattro Anouk è tornata a casa stanca e felice, inzaccherata fino alle ascelle, e Joséphine ha
preparato tè al limone mentre facevo correre l'acqua del bagno. Togliendole di dosso gli abiti sporchi,
ho infilato Anouk nell'acqua profumata al miele, quindi ci siamo sedute tutte davanti ai pains au chocolat e
alle brioches alla marmellata di lamponi e alle albicocche della serra di Narcisse, dolci e succose.
Joséphine sembrava preoccupata, girava e rigirava la sua albicocca nel palmo della mano.
«Continuo a pensare a quell'uomo», ha detto finalmente. «Sai, quello che è stato qui stamattina».
«Roux».
Ha fatto cenno di sì.
«La barca che ha preso fuoco...», ha provato a dire. «Non credi che sia stato un incidente, vero?».
«È lui che dice così. Dice di aver sentito odore di petrolio».
«Che cosa pensi che farebbe se scoprisse...», con uno sforzo «...chi l'ha fatto?».
Ho alzato le spalle.
«Non lo so, davvero. Perché, Joséphine, hai idea di chi è stato?».
Rapidamente: «No. Ma se qualcuno lo sapesse, e non lo dicesse...». Ha lasciato goffamente la frase in
sospeso. «Lui cosa... voglio dire... che cosa...».
L'ho guardata. Ha rifiutato di incontrare il mio sguardo, rigirava l'albicocca su e giù nella mano con
fare assente. Ho colto un'immagine fugace di fumo provenire dai suoi pensieri.
«Tu sai chi è stato, vero?».
«No».
«Senti Joséphine, se sai qualcosa...».
«Non so nulla». La voce era calma. «Mi piacerebbe saperlo».
«Va bene. Nessuno ti accusa». Ho modulato la voce, rendendola gentile, convincente.
«Non ne so niente», ha ripetuto isterica. «Davvero non lo so. E poi, sta per andarsene, ha detto così,
non è di qui e non avrebbe mai dovuto venire qui e...». E ha interrotto la frase con un sonoro scatto dei
denti.
«L'ho visto questo pomeriggio», ha detto Anouk attraverso un boccone di brioche. «Ho visto la sua
casa».
Mi sono voltata verso di lei con una certa curiosità.
«Ti ha parlato?».
Ha fatto segno di sì con enfasi.
«Certo che sì. Mi ha detto che la prossima volta mi farà una barca, una vera di legno così non
affonda. Cioè se i bastardi non danno fuoco anche a quella». Riesce a imitare molto bene il suo accento.
In bocca a lei, i fantasmi delle parole dell'uomo hanno lo stesso tono stizzito e ribelle.
Mi sono girata dall'altra parte per nascondere un sorriso.
«La sua casa è forte», ha continuato Anouk. «C'è una stufa in mezzo al tappeto. Ha detto che posso
andarci quando mi pare. Oh». Si è messa una mano colpevole davanti alla bocca. «Ha detto purché non
lo dica a te...». Ha sospirato in modo teatrale. «E io l'ho fatto, maman. Vero?».
L'ho abbracciata, ridendo.
«Sì».
Vedevo che Joséphine sembrava preoccupata.
«Non credo che dovresti andare in quella casa», le ha detto con ansia. «Non conosci bene
quell'uomo, Anouk. Potrebbe essere violento».
«Penso che non corra pericoli», ho strizzato l'occhio a Anouk. «Purché lei me lo dica». In risposta
Anouk ha fatto l'occhiolino.
Oggi c'è stato un funerale - una dei vecchi delle Mimosas giù al fiume - e la giornata è stata tranquilla,
in segno di timore e rispetto. La scomparsa era una donna di novantaquattro anni, dice Clothilde che
lavora dal fiorista, una parente della defunta moglie di Narcisse. Ho visto Narcisse, la sua unica
concessione alla circostanza era una cravatta nera con la vecchia giacca di tweed, e Reynaud, che stava
impettito all'ingresso in bianco e nero, la croce d'argento in una mano e l'altra tesa con benevolenza ad
accogliere i fedeli in lutto. Non erano molti, forse una dozzina di vecchiette. Non ne riconoscevo
nessuna: ce n'era una sulla sedia a rotelle spinta da un'infermiera bionda, qualcuna rotonda e simile a un
uccellino, come Armande, altre con quella sottigliezza quasi trasparente delle persone molto anziane,
tutte in nero, calze nere e cappellini e foulard, qualcuna con i guanti, altre con le mani piegate
aggrappate al seno appiattito come le vergini di Grünewald. Ho visto soprattutto le loro teste mentre si
recavano a Saint Jérôme, un gruppo serrato che pigolava a bassa voce. Tra le teste chinate,
un'occasionale occhiata dai volti grigi, i lucidi occhi neri che si posavano sospettosi su di me dalla
sicurezza della loro enclave mentre l'infermiera, esperta e decisamente allegra, spingeva da dietro. Non
sembravano addolorate. Mentre entravano in chiesa, quella costretta sulla sedie a rotelle stringeva un
piccolo messale nero in una mano e cantava con voce acuta e miagolante. Tutte le altre sono rimaste
quasi sempre in silenzio, chinando la testa con un piccolo scatto davanti a Reynaud mentre entravano
nell'oscurità, qualcuna porgendogli una nota orlata di nero da leggere durante il rito. L'unico carro
funebre del paese è arrivato in ritardo. Dentro, un cofano drappeggiato di nero con un solo ramo di
fiori. Un'unica campana suonava monotona. Mentre aspettavo nel negozio vuoto, ho udito l'organo
suonare qualche svogliata nota fugace, come sassi che cadono in un pozzo.
Joséphine, che era in cucina a estrarre una infornata di meringhe alla crema di cioccolata, è entrata in
silenzio ed è rabbrividita.
«È orribile», ha detto.
Mi ricordo il crematorio della città, la musica dalle canne dell'organo - la Toccata di Bach - l'urna da
pochi soldi che luccicava - l'odore di cera e di fiori. L'officiante ha pronunciato male il nome della
Mamma, Jean Rocher. Era tutto finito in dieci minuti.
«La morte dovrebbe essere una celebrazione», mi ha detto. «Come un compleanno. Quando viene la mia ora voglio
andare su sparata come un razzo, e precipitare su una nuvola di stelle e sentire tutti fare: Ahhh!».
La sera del 4 luglio ho sparso le sue ceneri nel porto. C'erano fuochi d'artificio e zucchero filato e
mortaretti fatti esplodere dalla banchina, e il fumo forte della cordite nell'aria e l'odore di hotdogs e
cipolle fritte e una debole zaffata di immondizia dall'acqua. Era tutta qui l'America che aveva sempre
sognato, un gigantesco parco dei divertimenti, i neon brillanti, la musica che suona, folle di persone che
cantano e si fanno largo a gomitate, tutto il cattivo gusto stucchevole e sentimentale che aveva amato.
Ho aspettato la parte più sfavillante dell'esibizione, quando il cielo scuro è diventato un'eruzione
tremante di luce e colori, e le ho lasciate scivolare dolcemente nella scia dell'elica, e mentre cadevano
diventavano blu-bianche-rosse. Avrei voluto dire qualcosa, ma sembrava che non fosse rimasto più
niente da dire.
«Orribile», ha ripetuto Joséphine. «Odio i funerali. Non ci vado mai». Non ho detto nulla, ma ho
guardato la piazza silenziosa e ho ascoltato l'organo. Per lo meno non era la Toccata. Addetti dell'impresa
di pompe funebri hanno trasportato la bara in chiesa. Sembrava molto leggera, e i loro passi sui ciottoli
sono stati veloci e poco riverenti.
«Mi piacerebbe che non fossimo così vicine alla chiesa», ha detto Joséphine inquieta. «Non riesco a
pensare, con quella roba che succede così vicino».
«In Cina la gente si veste di bianco ai funerali», le ho detto. «Si scambiano regali avvolti in vivaci
pacchetti rossi, come portafortuna. Fanno scoppiare i petardi. Parlano e ridono, ballano e piangono. E
alla fine, tutti saltano sulle braci della pira funebre, uno alla volta, per benedire il fumo mentre sale».
Mi ha guardato con curiosità.
«Hai vissuto anche lì?».
Ho scosso la testa.
«No. Ma a New York conoscevamo un mare di cinesi. Per loro la morte era la celebrazione della vita
della persona scomparsa».
Joséphine pareva dubbiosa.
«Non riesco proprio a immaginarmi come si possa celebrare la morte», ha detto infine.
«Non si fa», le ho spiegato. «È la vita che si celebra. Tutta intera. Anche la sua fine».
Ho preso il bricco di cioccolata dalla piastra calda e ne ho versati due bicchieri.
Dopo un momento sono andata in cucina a prendere due meringhe, ancora calde e appiccicose
dentro ai loro involucri di cioccolato, e le ho servite con una densa crème chantilly e nocciole sbriciolate.
«Non sembra giusto fare così, in questo momento», ha detto Joséphine, ma ho osservato che le
mangiava comunque.
***
Era quasi mezzogiorno quando i partecipanti al funerale se ne sono andati, abbagliati e con gli occhi
che si chiudevano nella forte luce del sole. I cioccolatini e le meringhe erano pronti, quelli scuri
dovevano essere controllati un po' più a lungo. Ho visto Reynaud di nuovo all'ingresso, poi le vecchie
donne se ne sono andate sul loro minibus - Les Mimosas scritto sul fianco a vivaci caratteri gialli e la
piazza è ritornata di nuovo alla normalità. Narcisse è arrivato dopo aver visto le donne andarsene,
sudando abbondantemente nel colletto stretto. Quando gli ho porto le mie condoglianze ha dato
un'alzata di spalle.
«Non l'ho mai conosciuta bene», ha detto con indifferenza. «Prozia di mia moglie. È andata a Le
Mortoir vent'anni fa. Era via con la testa».
Le Mortoir. Ho visto Joséphine che faceva una smorfia nell'udire quel nome. Dietro tutta la dolcezza
delle mimose, questo in fondo è quello che è. Un posto in cui morire. Narcisse sta semplicemente
seguendo le convenzioni. Quella donna era già morta da tempo.
Ho versato la cioccolata, nera e dolceamara.
«Gradisce una fetta di torta?», ho offerto.
Ha meditato per un momento.
«Meglio di no mentre sono in lutto», ha dichiarato in modo oscuro.
«Che tipo di torta?».
«Bavaroise, con glassa al caramello».
«Magari una fettina».
Joséphine stava guardando la piazza vuota fuori dalla finestra.
«Quell'uomo è ancora da queste parti», ha osservato. «Quello dei Marauds. Sta entrando in chiesa».
Ho guardato fuori dalla porta. Roux era in piedi, proprio sulla porta laterale di Saint Jérôme.
Sembrava agitato, dondolava irrequieto da un piede all'altro, le braccia incrociate strette intorno al corpo
come se avesse freddo.
Qualcosa non andava. Ho avuto un'improvvisa, paurosa certezza. Qualcosa proprio non andava.
Mentre guardavo, Roux si è girato bruscamente verso La Praline. Ha fatto una corsetta fino all'ingresso
ed è rimasto lì, a testa bassa, irrigidito dalla colpa e dallo strazio.
«Si tratta di Armande», ha detto. «Credo di averla uccisa».
L'abbiamo fissato per un istante. Ha fatto un piccolo movimento goffo con le mani, come per
scacciare dei cattivi pensieri.
«Stavo andando a cercare il prete. Lei non ha il telefono, e pensavo che forse lui...». Si è interrotto. La
disperazione aveva rafforzato l'accento e le sue parole risultavano esotiche e incomprensibili, una lingua
di strani gutturali e ululati, che poteva essere arabo o spagnolo o verlan o un'arcana mescolanza di tutte e
tre.
«Ho capito che lei... lei mi diceva di andare al frigorifero e... lì dentro c'era una medicina...». Si è
interrotto di nuovo in preda a un'agitazione crescente. «Non l'ho toccata. Non l'ho mai toccata. Non
potrei...». Ha sputato le parole con uno sforzo, come denti rotti. «Diranno che l'ho assalita. Che volevo i
suoi soldi. Non è vero. Le ho dato un po' di brandy e lei...».
Si è fermato. Lo vedevo lottare per mantenere il controllo.
«Va bene», gli ho detto calma. «Può raccontarmelo mentre andiamo giù. Joséphine può badare al
negozio. Narcisse telefonerà al dottore dal fiorista».
Ostinato: «Lì non ci torno. Ho fatto quello che potevo. Non voglio...».
L'ho preso per un braccio e l'ho trascinato dietro a me.
«Non abbiamo tempo per questo. Ho bisogno che lei venga con me».
«Diranno che è colpa mia. La polizia...».
«Armande ha bisogno di lei. E ora andiamo!».
Ho ascoltato il resto del racconto sconnesso lungo la strada per Les Marauds. Roux, provando
vergogna per lo sfogo del giorno prima alla Praline, e avendo visto che la porta di Armande era aperta,
aveva deciso di farle visita e l'aveva trovata in stato di semi-incoscienza sulla sua sedia a dondolo. Era
riuscito a scuoterla abbastanza per farle pronunciare qualche parola. Medicina... frigorifero... Sopra al
frigorifero c'era una bottiglia di brandy. Ne aveva riempito un bicchiere, spingendo a forza un po' di
liquido tra le sue labbra.
«Lei è semplicemente... crollata. Non riuscivo a farla tornare in sé». L'angoscia fluiva da lui. «Poi mi
sono ricordato che è diabetica. Probabilmente l'ho uccisa cercando di soccorrerla».
«Non l'ha uccisa». Mi mancava il fiato per la corsa, una fitta di dolore mi attanagliava il fianco
sinistro. «Se la caverà. Ha trovato aiuto in tempo».
«E se muore? Chi pensa che mi crederà?». La voce era tagliente.
«Risparmi il fiato. Il dottore sarà lì tra poco».
La porta di Armande è ancora aperta, un gatto è acciambellato in mezzo al vano. Più oltre la casa è
quieta. Un pezzo di grondaia allentata gocciola acqua piovana dal tetto. Colgo gli occhi di Roux che vi si
posano con improvvisa preoccupazione professionale: dovrò aggiustarla. Si ferma sulla porta, come se
attendesse di essere invitato a entrare.
Armande è sdraiata sul tappeto davanti al fuoco, il viso dello stesso colore pallido di un fungo, le
labbra bluastre. Per lo meno l'ha messa in posizione di recupero, e un braccio fa da cuscino alla testa, il
collo inclinato, così da lasciar libere le vie respiratorie. Non si muove, ma un fremito di aria viziata tra le
sue labbra mi dice che respira. La tela a piccolo punto giace scomposta di fianco a lei, una tazza di caffè
rovesciato forma una macchia che sembra una virgola sul tappeto. La scena è stranamente tranquilla,
come un fotogramma in un film muto. La sua pelle tra le mie dita è fredda e vitrea, le iridi scure
chiaramente visibili sotto le palpebre, sottili come crespo bagnato. La gonna nera è sollevata fino a
scoprire un po' le ginocchia, svelando una balza vermiglia. Provo un improvviso moto di dolore per le
vecchie ginocchia artritiche nelle loro calze nere e la sottoveste di seta colorata sotto la sciatta veste da
casa.
«Allora?». L'ansia rende stizzoso Roux.
«Penso che se la caverà».
Ha gli occhi cupi, dubbiosi e diffidenti.
«Deve avere dell'insulina in frigorifero», gli dico. «Probabilmente è questo quello che voleva dire. La
prenda in fretta».
La tiene con le uova. Una scatola di tupperware con sei fiale di insulina e degli aghi usa-e-getta.
Sull'altro lato una scatola di tartufi con la scritta La Praline sul coperchio. In casa non c'è quasi
nient'altro da mangiare, una scatola di sardine aperta, un pezzo di carta con un avanzo di rillettes, qualche
pomodoro. Le faccio l'iniezione nell'incavo del gomito. È una tecnica che conosco bene. Durante le fasi
finali della malattia per cui mia madre aveva provato così tante terapie alternative - agopuntura,
omeopatia, visualizzazione creativa - alla fine abbiamo ripiegato sulla buona, vecchia morfina, morfina
del mercato nero quando non riuscivamo a procurarcela su ricetta, e sebbene mia madre odiasse le
droghe, era ben felice di prenderla, il corpo madido di sudore e i grattacieli di New York che nuotavano
come un miraggio davanti ai nostri occhi. Non pesa quasi nulla fra le mie braccia, la testa abbandonata
che ciondola. Una traccia di fard su una guancia le conferisce un aspetto disperato, quasi da clown.
Stringo le mani fredde, rigide, fra le mie, sciogliendo le giunture, massaggiando le dita.
«Armande. Sveglia. Armande».
Roux se ne sta in piedi a guardare, incerto, nell'espressione un misto di confusione e speranza. Le
sue dita sembrano un mazzo di chiavi nelle mie mani.
«Armande». Indurisco la voce, in tono imperioso. «Non puoi dormire adesso. Devi svegliarti».
Eccolo che viene. Il più flebile dei tremiti, una foglia che sventola contro un'altra.
«Vianne».
In un secondo Roux era in ginocchio di fianco a noi. Sembrava cinereo, ma gli occhi erano vividi.
«Oh, dillo di nuovo, vecchia ostinata!». Il suo sollievo è stato così intenso che faceva male. «So che ci
sei, Armande, so che mi senti!». Mi ha guardato, serio, quasi ridendo. «Ha parlato, vero? Non me lo
sono immaginato?».
Ho scosso la testa.
«È forte», gli ho detto. «E l'ha trovata in tempo, prima che entrasse in coma. Bisogna dare
all'iniezione il tempo di fare effetto. Continui a parlarle».
«Okay». Ha cominciato a parlarle, un po' farneticando, senza respiro, scrutando il suo viso a caccia di
segni di coscienza. Continuavo a strofinarle le dita, sentendo il calore rinvenire a poco a poco.
«Non prendi in giro nessuno, Armande, vecchia strega. Sei forte come un cavallo. Potresti vivere in
eterno. E poi, ti ho appena sistemato il tetto. Non credere che abbia fatto tutto quel lavoro perché tua
figlia possa ereditare tutto quanto, no? So che stai ascoltando, Armande. So che mi puoi sentire. Che
cosa aspetti? Vuoi che chieda scusa? Okay, chiedo scusa». Stava quasi gridando, ora, le lacrime che gli
rigavano il volto. «Sentito? Ho chiesto scusa, sono un bastardo ingrato e mi dispiace. Ora svegliati e...».
«...bastardo fracassone».
Si è fermato, la frase a metà. Armande ha fatto un sorrisino soffocato. Le sue labbra si sono mosse
senza emettere suono. Gli occhi erano vivi e coscienti. Roux ha preso delicatamente il suo viso fra le
mani.
«Ti sei s-s-spaventato, vero?». La voce era sottile come un pizzo.
«No».
«Però io sì». Con una traccia di soddisfazione e malizia.
Roux si è strofinato gli occhi con il dorso della mano.
«Mi devi ancora dei soldi per il lavoro che ho fatto», ha detto con voce tremante. «Avevo solo paura
che non ce l'avresti fatta a pagarmi».
Armande ha soffocato un'altra risata. Ora stava riprendendo forza, e in due siamo riusciti a sollevarla
sulla sedia. Era ancora molto pallida, la faccia ripiegata in se stessa come una mela marcia, ma gli occhi
erano limpidi e lucidi. Roux si è voltato verso di me, l'espressione finalmente indifesa. Le nostre mani si
sono toccate. Per un attimo, ho colto l'immagine del suo volto alla luce della luna, la curva arrotondata
di una spalla nuda contro l'erba, il profumo di lillà che aleggiava come un fantasma... Ho sentito che mi
si spalancavano gli occhi, stupidamente sorpresa. Anche Roux deve aver provato qualcosa, perché ha
fatto un passo indietro, turbato. Dietro di noi ho sentito un tenue ghigno di Armande.
«Ho detto a Narcisse di chiamare il dottore», le ho detto con una parvenza di leggerezza. «Sarà qui a
minuti».
Armande mi ha guardata. La consapevolezza è scorsa fra di noi, e non per la prima volta, e mi sono
chiesta quanto chiaramente vedesse le cose.
«Non voglio quel teschio in casa mia», ha detto. «Puoi rispedirlo indietro, da dove è venuto. Non ho
bisogno che mi dica quel che devo fare».
«Ma sei malata», ho protestato. «Se Roux non fosse passato di qui potresti essere già morta».
Mi ha rivolto un'altra delle sue occhiate scherzose. «Vianne», ha detto con pazienza. «È così che
fanno i vecchi. Muoiono. È un fatto della vita. Succede sempre».
«Sì, ma...».
«E non andrò al Mortoir», ha continuato. «Puoi dirgli questo da parte mia. Non possono obbligarmi
ad andarci. Ho vissuto in questa casa per sessant'anni, e quando morirò sarà qui».
«Nessuno ti obbligherà ad andare da nessuna parte», ha detto energico Roux. «Sei stata imprudente
con le tue cure, tutto qui. La prossima volta farai più attenzione».
Armande ha sorriso.
«Non è così semplice», ha detto.
Con ostinazione: «Perché no?».
Ha alzato le spalle.
«Guillaume lo sa», gli ha risposto. «Ne ho parlato parecchio con lui. Lui capisce». La sua voce ora
aveva un suono quasi normale, anche se era ancora molto debole. «Non voglio prendere questa medicina
ogni giorno», ha detto con calma. «Non voglio seguire interminabili prescrizioni di diete. Non voglio
essere assistita da infermiere gentili che mi parlano come se fossi all'asilo. Ho ottant'anni, non posso
mettermi a piangere e urlare, e se credono che alla mia età non sappia ancora quello che voglio...».
Si è interrotta bruscamente.
«Chi è?»
Ha un udito perfetto. L'ho sentito anch'io, il debole rumore di una macchina che si avvicinava sul
sentiero sconnesso. Il dottore.
«Se è quel ciarlatano bigotto, sta sprecando il suo tempo», è esplosa Armande. «Digli che sto bene.
Digli di andare a cercare qualcun altro a cui fare la diagnosi. Non lo voglio».
Ho dato un'occhiata fuori.
«Si direbbe che si sia portato dietro mezza Lansquenet», ho notato dolcemente. La macchina, una
Citroën blu, era piena di gente. Oltre al medico, un uomo pallido in un abito nerofumo, ho visto
Caroline Clairmont, la sua amica Joline e Reynaud stipati sul sedile posteriore. Quello davanti era
occupato da Georges Clairmont, che appariva impacciato e a disagio, e protestava in silenzio. Ho
sentito sbattere la portiera dell'automobile, e l'urletto da gabbianella della voce di Caroline che
sovrastava il clamore improvviso.
Gliel'avevo detto! Gliel'ho detto o no, Georges? Nessuno mi può accusare di trascurare il mio dovere filiale. Ho dato
tutto per quella donna e ora guarda come lei...
Un rapido cric-crac di passi sulla ghiaia, poi le voci sono diventate un'unica cacofonia mentre i
visitatori indesiderati aprivano la porta d'ingresso.
«Maman? Maman? Tieni duro, sono io! Arrivo! Da questa parte, Monsieur Cussonnet, da questa
parte per... oh già, sa la strada, vero? Oh Dio, le volte che le ho detto... Sapevo per certo che sarebbe
successa una cosa così...».
Georges, protestando flebilmente: «Credi davvero che dobbiamo intervenire, tesoro? Voglio dire,
lasciamo che se ne occupi il dottore, non credi?».
Joline nel suo tono imperturbabile e altezzoso: «In ogni modo è inevitabile chiedersi cosa ci stesse
facendo lui in casa sua...».
Reynaud, che si è udito a malapena: «...avrebbe dovuto venire da me...».
Ho sentito che Roux si irrigidiva ancor prima che entrassero nella stanza, guardandosi rapidamente
intorno in cerca di una via d'uscita. Ma anche così era troppo tardi. Prima Caroline e Joline con i loro
chignon perfetti, i loro twin-set e i foulard d'Hermès, seguite a poca distanza da Clairmont - abito scuro e
cravatta, insoliti per una giornata in cantiere, o era stata lei a farlo cambiare per l'occasione? - il dottore,
il prete, come in una scena da melodramma, tutti paralizzati sulla porta, le facce scioccate, miti,
colpevoli, addolorate, furiose... Roux che li fissava con quell'aria insolente, una mano fasciata, i capelli
umidi sugli occhi, io stessa vicina alla porta, la gonna arancio schizzata di fango per la corsa verso Les
Marauds, e Armande bianca, ma composta, che si dondolava allegramente nella sua vecchia sedia con gli
occhi che saettavano e un dito ricurvo come una strega...
«E così sono arrivati gli avvoltoi». Era affabile, pericolosa. «Non vi ci è voluto molto a venire fin qui,
eh?». Un'occhiata dura in direzione di Reynaud, in piedi in fondo al gruppo. «Credevi di aver avuto
finalmente la tua occasione, vero?», ha detto con acidità. «Pensavi di intrufolarti con una benedizione
rapida o due mentre non ero compos mentis?». Ha fatto la sua risata volgare. «Peccato, Francis. Non sono
ancora pronta per l'estrema unzione».
Reynaud pareva stizzito. «Così pare», ha detto. Un'occhiata veloce verso di me. «È stata una fortuna
che mademoiselle Rocher sia così... competente nell'uso degli aghi». Nelle sue parole c'era un'implicita
nota di scherno.
Caroline era rigida, il viso una maschera sorridente di dispiacere. «Maman, chérie, vedi cosa succede se
ti lasciamo da sola. Spaventare tutti a questo modo».
Armande aveva l'aria annoiata.
«Portar via tutto questo tempo, scomodare le persone...». Lariflet è saltata sulle sue ginocchia mentre
Caro stava parlando, e la vecchia signora ha accarezzato sbadatamente la gatta. «Ora capisci perché ti
diciamo...».
«Che starei meglio al Mortoir?». Armande ha finito la frase con calma. «Davvero, Caro. Non la pianti
mai? In tutto uguale a tuo padre, sai. Stupida, ma tenace. Era una delle sue caratteristiche più amabili».
Caro ha assunto un'aria petulante. «Non è Le Mortoir, è Les Mimosas, e se solo volessi dare
un'occhiata...».
«Cibo attraverso un tubo, qualcuno che ti accompagna in bagno nel caso tu cadessi...».
«Non essere assurda».
Armande ha riso.
«Mia cara ragazza, alla mia età posso essere proprio come mi pare. Posso essere assurda, se mi va.
Sono abbastanza vecchia per permettermi qualsiasi cosa».
«Ora ti comporti come una bambina». La voce di Caro era irritata. «Les Mimosas è una casa di riposo
molto elegante, molto esclusiva, lì potresti parlare con persone della tua età, fare delle gite, avere chi ti
organizza tutto...».
«Sembrerebbe meraviglioso». Armande ha continuato a dondolarsi sulla sedia. Caro si è rivolta al
dottore, che se ne era stato in piedi goffamente al suo fianco. Un uomo sottile, nervoso, sembrava
imbarazzato di trovarsi lì, come un timido a un'orgia.
«Simon, glielo dica lei!».
«Be', non sicuro che sia veramente mio compito...».
«Simon è d'accordo con me», l'ha interrotto caparbiamente Caro. «Nelle tue condizioni e alla tua età,
semplicemente non puoi continuare a vivere da sola. Perché, in qualsiasi momento, potresti...».
«Sì, madame Voizin». La voce di Joline era calda e ragionevole. «Forse dovrebbe prendere in
considerazione quello che Caro... voglio dire, è giusto che non voglia perdere la sua indipendenza, ma
per il suo bene...».
Gli occhi di Armande sono veloci, vivaci e abrasivi. Ha fissato in silenzio Joline per alcuni istanti.
Joline ha sostenuto lo sguardo, poi ha guardato altrove, arrossendo.
«Voglio che usciate di qui», ha detto Armande con gentilezza. «Tutti voi».
«Ma maman...».
«Tutti voi», ha ripetuto tranquilla Armande. «Concederò due minuti a questo ciarlatano, in privato -
sembra che le debba ricordare il suo giuramento d'Ippocrate, monsieur Cussonnet - e mi aspetto che
quando avrò finito con lui il resto di voi vecchie cornacchie se ne sia già andato».
Ha provato a alzarsi, sollevandosi dalla sedia con difficoltà. Le ho dato il braccio per tenerla in
equilibrio, e mi ha fatto un sorriso obliquo e maligno.
«Grazie, Vianne», ha detto gentilmente. «Anche tu», si era rivolta a Roux, ancora in piedi al lato
opposto della stanza, tetro e indifferente. «Voglio parlare con te dopo che ho visto il dottore. Non
andare via».
«Chi, io?». Roux era a disagio. Caro gli ha lanciato un'occhiata di manifesto disprezzo.
«Penso, maman, che in un momento come questo la tua famiglia dovrebbe essere la...».
«Se avessi bisogno di voi, so dove cercarvi», ha tagliato corto Armande con sarcasmo. «Per adesso
voglio fare dei piani».
Caro ha guardato Roux.
«O-oh?». Il monosillabo era mellifluo e antipatico. «Piani?». L'ha scrutato dall'alto in basso, e l'ho
visto arretrare leggermente. Era lo stesso riflesso che avevo già visto con Joséphine, un irrigidimento,
una leggera incurvatura delle spalle, lo sprofondare le mani in tasca come per presentare un bersaglio
più piccolo. Sotto quell'esame accurato si rivela ogni difetto. Per un secondo lui si vede come lo vede lei,
sporco e selvaggio. Recita con ostinazione la parte che lei gli ha dato, stizzoso: «Che cazzo pensi di
guardare?».
Gli dà un'occhiata allibita e si allontana. Armande ghigna.
«Ci vediamo più tardi», mi dice. «E grazie».
Caro mi ha seguita con evidente dispiacere. Intrappolata tra la curiosità e la riluttanza di dover
parlare con me, è svelta e condiscendente. Le spiego i fatti senza fronzoli. Reynaud ascoltava, privo di
espressione come una delle sue statue. Georges faceva del suo meglio per essere diplomatico,
sorridendo impacciato, elargendo banalità.
Nessuno mi ha offerto un passaggio per tornare a casa.

SABATO 15 MARZO
Stamattina sono andato di nuovo a parlare con Armande Voizin. E di nuovo si è rifiutata di vedermi.
Il suo cane da guardia con i capelli rossi ha aperto la porta e mi ha ringhiato nel suo rozzo patois,
riempendo con le spalle la soglia così da impedirmi l'ingresso. Armande sta abbastanza bene, mi dice.
Un po' di riposo porterà a una completa guarigione. Suo nipote è con lei, i suoi amici vengono a
trovarla ogni giorno, tutto ciò con un sarcasmo che mi fa mordere la lingua. Non dev'essere disturbata.
Mi irrita implorare quest'uomo, ma conosco il mio dovere. In qualunque cattiva compagnia sia capitata,
qualunque sarcasmo mi rivolga, il mio dovere resta chiaro. Consolare anche dove la consolazione viene
rifiutata - e guidare. Ma è impossibile parlare dell'anima a quest'uomo: i suoi occhi sono vuoti e
indifferenti come quelli di un animale. Provo a spiegare. Armande è vecchia, gli dico. Vecchia e ostinata.
C'è così poco tempo per tutti e due noi. Non lo vede? Le permetterà di uccidersi con la trascuratezza e
l'arroganza?
Scrolla le spalle.
«Sta bene», mi dice, il volto che dimostra una palese antipatia. «Nessuno la trascura. Ora starà bene».
«Questo non è vero». La mia voce è volutamente dura. «Sta giocando alla roulette russa con la sua
cura. Si rifiuta di ascoltare quanto le dice il dottore. Mangia cioccolatini, per amor di Dio! Ha pensato
cosa potrebbe farle, nelle sue condizioni? Perché...».
Il suo volto si chiude, diventa ostile e distante. In modo diretto: «Non vuole vederla».
«Non le importa? Non le interessa che l'ingordigia la stia uccidendo?».
Scrolla le spalle. Sento la sua rabbia sotto una labile pretesa di indifferenza. Impossibile fare appello
ai suoi migliori sentimenti, fa la guardia e basta, così è stato istruito. Muscat mi dice che Armande gli ha
offerto del denaro. Forse ha un qualche interesse nel vederla morire. Conosco la sua perversione.
Diseredare la sua famiglia a favore di uno straniero è una cosa che appagherebbe questo aspetto della
sua personalità.
«Aspetterò», gli dico. «Tutto il giorno, se devo».
Ho aspettato due ore fuori in giardino. Dopo è cominciato a piovere. Non avevo ombrello e la mia
tonaca si è fatta pesante per l'acqua. Ho cominciato ad avere le vertigini e a sentirmi intirizzito. Dopo
un po' si è aperta una finestra e dalla cucina ho colto un odore di caffè e di pane caldo che dava alla
testa. Ho visto il cane da guardia che mi guardava con quell'espressione di sicuro disprezzo e sapevo
che avrei potuto cadere lungo e disteso privo di sensi senza che lui facesse un gesto per aiutarmi. Ho
sentito i suoi occhi fissi sulle mie spalle mentre tornavo lentamente su per la collina verso Saint Jérôme.
Da qualche parte sull'acqua mi è sembrato di sentire una risata.
Ho fallito anche con Joséphine Muscat. Anche se si rifiuta di andare in chiesa, le ho parlato diverse
volte, ma senza risultato. In lei ora c'è un nucleo profondo di qualche metallo resistente, una sorta di
disprezzo anche se resta rispettosa e parla a bassa voce durante tutta la conversazione. Non si allontana
mai troppo dalla Céleste Praline, e oggi l'ho vista fuori dal negozio. Stava spazzando i ciottoli davanti
all'ingresso, i capelli annodati con un fazzoletto giallo. Mentre mi stavo avvicinando, l'ho sentita che
cantava fra sé.
«Buongiorno, madame Muscat». L'ho salutata con gentilezza. So che se deve essere riconquistata sarà
con la gentilezza e la ragione. La convinceremo a pentirsi dopo, una volta compiuta la nostra opera.
Mi ha fatto un sorriso tirato. Sembra più disinvolta ora, la schiena eretta, la testa alta, atteggiamenti
che ha copiato da Vianne Rocher.
«Ora sono Joséphine Bonnet, père».
«Non per la legge, madame».
«Bof, la legge», ha scrollato le spalle.
«La legge di Dio», le ho detto con enfasi, fissandola in segno di rimprovero. «Ho pregato per lei, ma
fille. Ho pregato per la sua liberazione».
A questo ha riso, ma non in modo sgarbato.
«Allora le sue preghiere non sono state esaudite, père. Non sono mai stata così felice».
Sembra inespugnabile. Neanche una settimana sotto l'influenza di quella donna, e già sento la voce
dell'altra attraverso la sua. La loro risata è insopportabile. Quel loro modo di scherzare, come quello di
Armande, è un pungolo che mi rende stupido e mi infuria. E già sento in me qualcosa che risponde,
père, qualcosa di debole da cui credevo di essere immune. Se guardo la chocolaterie aldilà della piazza, la
sua vetrina colorata, i vasi di gerani rosa, rossi e arancioni sui balconi e ai due lati della porta, sento
l'infido insinuarsi del dubbio nella mia mente, e l'acquolina mi riempie la bocca al ricordo del suo
profumo, panna e zucchero caramellato e l'inebriante miscela di cognac e di chicchi di cacao appena
macinati. È il profumo dei capelli di una donna, proprio dove la nuca si unisce al tenero incavo della
testa, il profumo di albicocche maturate al sole, di brioches calde e di paste alla cannella, di tè al limone e
di mughetto. È un incenso sparso nel vento che si stende morbido come il drappo di una rivolta, è una
traccia del diavolo, non sulfurea come ci avevano insegnato da bambini, ma il profumo più lieve, il più
evocativo, un'essenza composta da mille spezie, che fa intronare la testa e librare lo spirito. Mi ritrovo
fuori Saint Jérôme, la testa alzata nel vento, nello sforzo di cogliere una traccia di quel profumo. Inonda
i miei sogni, e mi sveglio sudato e affamato. Nei sogni mi rimpinzo di cioccolatini, mi rotolo nella
cioccolata, e la loro consistenza non è friabile, ma morbida come carne, come migliaia di labbra sul mio
corpo, che mi divorano a piccoli morsi palpitanti. Morire a causa della loro tenera ingordigia mi sembra
il culmine di tutte le tentazioni che abbia conosciuto, e in quei momenti posso quasi capire Armande
Voizin, che rischia la vita a ogni boccone rapito. Ho detto quasi.
Conosco il mio dovere. Ora dormo molto poco, perché ho esteso la mia penitenza fino a
comprendere questi rari momenti di abbandono. Mi fanno male le ossa, ma accolgo con favore questa
distrazione. Il piacere fisico è la fessura in cui il diavolo mette le sue radici. Evito gli aromi dolci.
Consumo un unico pasto al giorno, e mangio solo il più semplice e insapore dei cibi. Quando non sono
in giro per la parrocchia per le mie incombenze, lavoro nel cimitero, zappo le aiuole e strappo le erbacce
dalle tombe. Negli ultimi due anni lì ha regnato l'incuria, e sono consapevole di un senso di disagio
quando vedo la decadenza di quello che era sempre stato un giardino ordinato. Lavanda, maggiorana,
verbasco e salvia purpurea sono spuntate in un lussureggiante abbandono tra l'erba e i cardi blu. Tanti
profumi mi disturbano. Mi piacerebbero file ordinate di cespugli e fiori, forse con una recinzione
intorno. Questa profusione sembra in qualche modo impropria, irriverente, una selvaggia spinta vitale,
una pianta che ne soffoca un'altra in un inutile tentativo di dominio. Ci è stato dato il potere su queste
cose, così dice la Bibbia. Eppure non lo avverto. Quello che provo è un senso di impotenza, perché per
quanto io zappi, poti e tagli, le verdi schiere serrate non fanno che riempire gli spazi alle mie spalle, e
spingono in fuori lunghe lingue verdi a farsi beffe dei miei sforzi. Narcisse mi guarda con disprezzo
divertito.
«Meglio piantare qualcosa, père», mi suggerisce. «Riempire quegli spazi con qualcosa di adatto.
Altrimenti le erbacce continueranno a farsi largo».
Ha ragione, è ovvio. Ho ordinato un centinaio di piante dal suo vivaio, piante docili che sistemerò in
file. Mi piacciono le begonie bianche e gli iris nani e le pallide dalie gialle e i gigli precoci, senza
profumo ma così belli nelle loro graziose spirali di foglie. Belli, ma non invadenti, assicura Narcisse. La
natura sottomessa dall'uomo.
Vianne Rocher viene a vedere il mio lavoro. La ignoro. Porta un pullover turchese e dei jeans con
stivaletti scamosciati viola. I suoi capelli sono una bandiera dei pirati al vento.
«Ha un bel giardino», osserva. Lascia scorrere una mano su una fascia di vegetazione, stringe il
pugno e lo porta al viso carico di profumo.
«Così tante erbe», dice. «Balsamo di limone e menta per l'acqua di colonia e salvia profumata...».
«Non conosco i loro nomi». La mia voce è brusca. «Non sono un giardiniere. E poi, sono solo
erbacce».
«Mi piacciono le erbacce».
Sicuro. Ho sentito il cuore gonfiarsi di rabbia... o era il profumo. Mi sono raddrizzato, le erbe
ondeggianti all'altezza dei fianchi e ho sentito le vertebre inferiori scricchiolare per lo sforzo
improvviso.
«Mi dica una cosa, mademoiselle».
Mi ha guardato mansueta, sorridendo.
«Mi dica che cosa crede di ottenere incoraggiando i miei parrocchiani a sradicare la loro vita, a
rinunciare alla loro sicurezza...».
Mi ha rivolto uno sguardo vuoto.
«Sradicare?». Ha occhieggiato incerta verso il cumulo di erbacce sul sentiero presso di me.
«Mi riferisco a Joséphine Muscat», sono sbottato.
«Oh». Ha torto un gambo verde di lavanda fra le dita. «Era infelice».
Sembrava convinta che questo spiegasse tutto.
«E ora, che ha rotto i suoi voti matrimoniali, lasciato tutto quello che aveva, abbandonato la sua
vecchia vita, crede che sarà più felice?».
«Certo».
«Bella filosofia», l'ho dileggiata, «se lei è il tipo di persona che non crede nel peccato».
Ha riso.
«Ma io non ci credo», ha detto. «Non ci credo affatto».
«Allora compatisco la sua povera bambina», ho commentato acido.
«Cresciuta senza Dio e senza moralità».
Mi ha dato un'occhiata severa e poco divertita.
«Anouk sa quello che è giusto o sbagliato», ha detto, e ho capito che finalmente l'avevo colpita. Un
piccolo punto segnato. «Quanto a Dio...». Ha interrotto la frase. «Non credo che quel colletto bianco le
dia l'unico accesso al Divino», ha concluso più gentilmente. «Credo che da qualche parte ci sia posto per
tutti e due noi, non crede?».
Non mi sono degnato di risponderle. Posso leggere attraverso la sua presunta tolleranza.
«Se davvero si vuole fare del bene», le ho detto con dignità, «convincerà madame Muscat a rivedere la
sua decisione avventata e convincerà Armande Voizin a intendere ragione».
«Ragione?». Faceva finta di non capire, ma sapeva benissimo quello che volevo dire.
Le ho ripetuto molto di quanto avevo detto al cane da guardia.
Armande era vecchia, le ho detto. Caparbia e ostinata. Ma la sua generazione non è preparata a
capire le cose mediche. «L'importanza di una dieta e di una cura... il rifiuto ostinato di ascoltare i fatti...».
«Ma Armande sta piuttosto bene dov'è». La voce è quasi ragionevole.
«Non vuole lasciare la sua casa e andare in una casa di cura. Vuole morire dov'è».
«Non ne ha il diritto». Ho udito la mia voce schioccare come una frusta sulla piazza. «Non è lei a
dover prendere la decisione. Potrebbe vivere a lungo, magari altri dieci anni...».
«Potrebbe lo stesso». Il suo tono era di rimprovero. «Si muove ancora, è lucida, indipendente...».
«Indipendente?». Riuscivo a celare a stento il mio sdegno. «E fra sei mesi, quando diventerà cieca come
una talpa? Che cosa farà allora?».
Per la prima volta è apparsa confusa.
«Non capisco», ha detto alla fine. «Gli occhi di Armande sono a posto, no? Voglio dire, non porta
neanche gli occhiali».
L'ho guardata con durezza. Non sapeva.
«Non ha parlato con il dottore, vero?».
«Perché dovrei? Armande...».
L'ho interrotta.
«Armande ha dei problemi», le ho spiegato. «E uno l'ha negato costantemente. Vede il grado della
sua ostinazione. Rifiuta di ammetterlo, anche con se stessa, anche con la sua famiglia...».
«Me lo dica. Per favore». I suoi occhi sono duri come agate.
Gliel'ho detto.

DOMENICA 16 MARZO
All'inizio Armande ha finto di non capire ciò di cui stavo parlando. Poi, passando a un tono
prepotente, ha chiesto di sapere «Chi ha spifferato?», e allo stesso tempo ha decretato che ero una
ficcanaso invadente, e che non avevo idea di che cosa stessi parlando.
«Armande», ho detto non appena ha fatto una pausa per prendere fiato. «Parlami. Dimmi cosa
significa. Retinopatia da diabete...».
Ha scrollato le spalle.
«Tanto vale, se quel dottore va in giro a spifferarlo a tutto il paese». Aveva un tono petulante.
«Trattarmi come se non fossi più in grado di prendere le decisioni da sola». Mi ha rivolto uno sguardo
serio. «E tu non sei meglio, signora», ha detto. «Mi soffi addosso, fai tutte quelle storie... Non sono una
bambina, Vianne».
«Lo so che non lo sei».
«Be', allora». Si è allungata per prendere la tazza che aveva accanto. Ho visto l'attenzione con cui la
prendeva fra le dita, saggiando la posizione prima di sollevarla. Sono io, non lei, a essere stata cieca. Il
bastone da passeggio con il nastro rosso, i gesti esitanti, il piccolo punto lasciato a metà, gli occhi
protetti da una serie di cappelli...
«Non è che tu possa fare qualcosa per aiutarmi», ha proseguito Armande in tono più gentile: «Da
quanto ho capito è incurabile, così la cosa non riguarda nessun altro tranne me». Ha preso un sorso di
tè e ha fatto una smorfia.
«Camomilla», ha detto senza entusiasmo. «Pare che elimini le tossine. Sa di piscio di gatto». Ha
posato di nuovo la tazza con lo stesso gesto accurato.
«Mi manca la lettura», ha ammesso. «Sta diventando dura leggere i caratteri, ma Luc qualche volta
legge per me. Ti ricordi come l'ho portato a leggermi Rimbaud quel primo mercoledì?».
Ho annuito.
«Lo dici come se fosse successo secoli fa», le ho detto.
«È così». La voce era lieve, quasi senza inflessione. «Ho avuto ciò che avevo pensato che non sarei
mai stata in grado di avere, Vianne.
Mio nipote viene a trovarmi ogni giorno. Parliamo come adulti. È un bravo ragazzo, abbastanza
gentile da crucciarsi un po' per me...».
«Ti vuol bene, Armande», l'ho interrotta. «Te ne vogliamo tutti».
Ha ghignato.
«Forse non tutti», ha detto. «Però non importa. Ho tutto quello che avrei voluto al mondo. La mia
casa, i miei amici, Luc...». Mi ha rivolto un'occhiata ostinata. «Non permetterò che niente di tutto questo
mi venga portato via», ha proclamato ribelle.
«Non capisco. Nessuno ti forza a...».
«Non sto parlando di uno a caso», ha interrotto bruscamente. «Cussonnet può parlare finché vuole
dei suoi trapianti di retina e delle sue analisi cliniche e delle laser-terapie e di quello che gli pare...», il suo
disprezzo per queste cose era evidente, «...ma questo non cambia i fatti per quel che sono. La verità è
che sto diventando cieca, e non c'è molto che si possa fare per impedirlo». Ha piegato le braccia in un
gesto conclusivo.
«Avrei dovuto andare da lui prima», ha detto senza amarezza. «Adesso è irreversibile, e sta
peggiorando. Sei mesi di vista parziale è il massimo che mi dà, poi Le Mortoir, che mi piaccia o no, fino
al giorno in cui morirò». Ha fatto una pausa. «Potrei vivere ancora dieci anni», ha detto riflessiva,
riecheggiando le mie parole a Reynaud.
Ho aperto la bocca per ribattere, per dirle che poteva anche non essere così male, poi l'ho richiusa di
nuovo.
«Non fare quella faccia, ragazza mia». Armande mi ha dato un colpetto scherzoso con il gomito.
«Dopo un banchetto di cinque portate vorresti caffè e liquori, no? Non vorresti di colpo decidere di
concluderlo con una scodella di sbobba, vero? Così, tanto per avere una portata extra?».
«Armande...».
«Non interrompermi». Gli occhi erano vivaci. «Ti sto dicendo che bisogna sapere quando smettere,
Vianne. Bisogna sapere quando mettere da parte il piatto e chiedere quei liquori. Avrò ottantun anni fra
quindici giorni».
«Non sei così vecchia», ho fatto un gemito mio malgrado. «Non posso credere che tu voglia mollare
così!».
Mi ha guardato.
«E poi eri tu, no?, quella che ha detto a Guillaume di lasciare a Charly un po' di dignità».
«Tu non sei un cane», ho ribattuto, ora arrabbiata.
«No», ha replicato Armande, «e posso scegliere».

Un luogo amaro, New York, con i suoi misteri pacchiani, fredda d'inverno e dardeggiante di caldo
d'estate. Dopo tre mesi anche il rumore diventa familiare, non ci si fa più caso, i suoni delle macchine-
voci-taxi si uniscono in un unico scroscio sonoro che ricopre tutto come pioggia. Stava attraversando la
strada dal supermercato con la nostra colazione in un sacchetto tra le braccia piegate, io l'ho incontrata
a metà strada, ho visto il suo occhio in mezzo a una strada trafficata, alle sue spalle un manifesto
pubblicitario delle sigarette Marlboro; sullo sfondo un paesaggio di montagne rosse... L'ho visto
arrivare. Ho aperto la bocca per urlare, per avvertirla... Gelata. Per un secondo, è stato solo questo, un
singolo secondo. È stata la paura a bloccarmi la lingua sul tetto del palato? È stata semplicemente la
lentezza della reazione del corpo quando si trova di fronte al pericolo imminente, il pensiero che
raggiunge il cervello un'eternità dolorosa dopo la lenta risposta della carne? O è stata la speranza, il tipo
di speranza che viene quando tutti i sogni sono stati spazzati via e quello che rimane è solo la lenta
agonia della finzione?
Certo, maman, certo che andremo in Florida. Certo che ci andremo. Il suo viso, rigido nel sorriso, gli occhi
troppo scintillanti, scintillanti come i fuochi d'artificio del quattro luglio.
Cosa farei, cosa farei senza di te?
Va bene, maman. Ce la faremo. Te lo prometto. Credimi.
L'Uomo Nero è lì vicino con un sorriso guizzante sul volto e per quel secondo interminabile so che
ci sono cose peggiori, cose molto peggiori della morte.
Poi la paralisi finisce e io urlo, ma il grido di allarme arriva troppo tardi. Gira vagamente la testa
verso di me, un sorriso che si forma sulle labbra pallide - Perché? Che cosa c'è, cara? - e l'urlo che avrebbe
dovuto essere il suo nome si perde nello stridore dei freni...
Florida? Sembra un nome di donna, urlato attraverso la strada, la giovane donna che corre in mezzo
al traffico lasciando cadere i suoi pacchetti mentre corre - una bracciata di provviste, un cartone di latte
- la faccia che si contorce. Sembra un nome, come se la donna che sta morendo per la strada si
chiamasse Florida, ed è morta prima che io la raggiunga, serenamente e senza drammi, così che mi
sento quasi imbarazzata a fare un tale caos, e una donna grassa con una tuta da ginnastica rosa mi
avvolge con le sue braccia polpose, ma quello che provo più di tutto è il sollievo, come un furuncolo
inciso, e le mie lacrime sono un sollievo, il sollievo amaro e bruciante di avere finalmente raggiunto una
fine. Raggiunta la fine intatta, o quasi.
«Non dovresti piangere», ha detto gentilmente Armande. «Non sei tu quella che dice sempre che la
felicità è l'unica cosa che conta?».
Mi sono sorpresa nel sentire la mia faccia umida.
«E poi, ho bisogno del tuo aiuto». Pragmatica come sempre, mi ha passato un fazzoletto dalla sua
tasca. Profuma di lavanda. «Farò una festa per il mio compleanno», ha annunciato. «È un'idea di Luc. La
spesa non è un problema. Voglio che tu faccia il catering».
«Cosa?». Ero confusa, passando dalla morte ai festeggiamenti e ritorno.
«La mia ultima portata», ha spiegato Armande. «Prenderò la medicina fino ad allora, come una brava
ragazza. Berrò anche quel tè schifoso... Voglio vedere il mio ottantunesimo compleanno, Vianne, con
tutti i miei amici intorno. Dio solo lo sa, potrei anche invitare quell'idiota di mia figlia. Presenteremo il
tuo Festival del Cioccolato in grande stile. E poi...». Una rapida scrollata di spalle in segno di
indifferenza. «Non tutti sono così fortunati», ha osservato. «Avere la fortuna di pianificare tutto, di
mettere ordine in ogni angolo. E poi un'altra cosa...», mi ha rivolto uno sguardo dell'intensità di un laser.
«Non una parola a nessuno», ha ordinato. «A nessuno. Non voglio intromissioni. È una mia scelta,
Vianne. La mia festa. Non voglio nessuno che pianga e che la faccia lunga, alla mia festa. Capito?».
Ho fatto segno di sì.
«Promesso?». Era come parlare a una bambina ostinata.
«Promesso».
Il suo viso ha assunto l'aria soddisfatta che ha sempre quando parla di buon cibo. Si è sfregata le
mani.
«E ora il menu».

MARTEDÌ 18 MARZO
Mentre lavoravamo insieme, Joséphine ha fatto commenti sul mio silenzio. Da quando abbiamo
cominciato, abbiamo preparato trecento scatole di Pasqua, impilate ordinatamente in cantina e legate
con nastri, ma ho in mente di farne due volte tante. Se riesco a venderle tutte il nostro guadagno sarà
notevole, forse abbastanza per sistemarsi qui per sempre. Altrimenti... non penso a questa eventualità,
anche se la bandierina segnavento dal suo piedistallo gracchia una risata nella mia direzione. Roux ha già
iniziato a lavorare alla camera di Anouk nel sottotetto. Il festival è un rischio, ma le nostre vite sono
sempre state regolate da questo genere di cose. E abbiamo fatto ogni sforzo perché il Festival sia un
successo. I poster sono stati mandati fino ad Agen e nelle città vicine. La radio locale lo citerà ogni
giorno durante la settimana di Pasqua. Ci sarà musica - qualcuno dei vecchi amici di Narcisse ha
formato un gruppo - fiori, giochi. Ho parlato con qualche commerciante del giovedì e ci saranno
banchi che vendono ninnoli e souvenir. Una caccia all'uovo di Pasqua per i bambini, guidata da Anouk e
dai suoi amici, un sacchetto-sorpresa per ogni iscritto. E alla Céleste Praline, una gigantesca statua di
Eostre con un fascio di grano in una mano e un cesto di uova nell'altra, che saranno divisi tra i
partecipanti. Mancano meno di due settimane. Prepariamo i delicati cioccolatini al liquore, i ciuffetti di
petali di rose ricoperte di zucchero, monete avvolte nella carta dorata, i cremini alla violetta, le ciliegie di
cioccolato e i rotoli alla mandorla in gruppi di cinquanta alla volta, posandoli su teglie unte per farli
raffreddare. Uova vuote e figure di animali vengono accuratamente aperte a metà e riempite con quelli.
Nidi di caramello filato con uova dal guscio di zucchero solido, ciascuna con in cima una grassa e
trionfante chioccia di cioccolato; conigli variegati carichi di mandorle dorate sono diritti in fila, pronti
per essere incartati e inscatolati; creature di marzapane marciano lungo gli scaffali. L'odore di essenza di
vaniglia, di cognac e di mela caramellata e di cioccolato amaro riempie la casa.
E adesso bisogna preparare anche la festa di Armande. Comincerà alle nove del sabato, alla vigilia
del Festival, e lei celebrerà il suo compleanno a mezzanotte. Ho la lista di quello che vuole venga
ordinato ad Agen - foie gras, champagne, tartufi e chanterelles fresche di Bordeaux, plateaux de fruits de mer
del traiteur di Agen. Io porterò i dolci e i cioccolatini.
«Sembra divertente», grida allegramente Joséphine dalla cucina, mentre le racconto della festa. Devo
ricordare a me stessa della mia promessa a Armande.
«Sei invitata», le ho annunciato. «Ha detto così».
All'idea Joséphine arrossisce di piacere.
«Gentile», commenta. «Sono stati tutti così gentili».
Si è notevolmente addolcita, mi dico, è pronta a vedere la gentilezza in ognuno. Anche Paul-Marie
non è riuscito a distruggere l'ottimismo che c'è in lei. Il suo comportamento, dice lei, è in parte colpa
sua. È soprattutto un debole: avrebbe dovuto opporsi a lui molto tempo prima. Liquida Caro Clairmont
e le sue comari con un sorriso.
«Sono solo delle sciocche», mi dice saggiamente.
Un'anima semplice. Ora è serena, in pace con il mondo. Mi trovo a essere sempre meno così, in un
irrazionale spirito di contraddizione. Eppure la invidio. Ci è voluto così poco per portarla in questo
stato. Un po' di calore, qualche vestito in prestito, e la sicurezza di una stanza libera... Come un fiore
cresce verso la luce, senza pensare e analizzare il processo che la guida a fare così. Mi piacerebbe poter
fare lo stesso.
Mi ritrovo a pensare alla conversazione di domenica con Reynaud. Ciò che lo muove è in buona
parte ancora un mistero per me, come è sempre stato. Di questi tempi ha un'aria disperata mentre
lavora nel suo cimitero, zappando e sarchiando furiosamente - a volte estirpando cespugli e fiori
insieme alle erbacce - il sudore che gli corre lungo la schiena a formare un grande triangolo contro la
tonaca. Non gli piace l'attività fisica. Vedo il suo viso mentre lavora, i lineamenti che si contraggono per
lo sforzo. Sembra odiare la terra che zappa, odiare le piante in mezzo a cui lotta. Sembra un disgraziato
costretto a buttare palate di banconote in una fornace. Fame, disgusto e fascinazione riluttante. Eppure
non si dà mai per vinto. Osservandolo provo una fitta di paura che mi è familiare, per cosa, però, non
sono certa. È come una macchina, quest'uomo, il mio nemico. Guardandolo mi sento stranamente
esposta al suo giudizio. Ci vuole tutto il mio coraggio per incontrare i suoi occhi, per sorridere, per
fingere disinvoltura... dentro di me qualcosa grida e lotta pazzamente per fuggire. Non è solo la
questione del Festival del Cioccolato a renderlo furioso. Questo lo so con la stessa certezza che avrei se
avessi indovinato i suoi tetri pensieri. È la mia esistenza che lo rende così. Per lui io sono un oltraggio
vivente. Ora mi sta osservando di sfuggita dal suo giardino incompiuto, gli occhi che scivolano obliqui
verso la mia vetrina e poi di nuovo al suo lavoro, soddisfatto e furtivo. Non ci parliamo da domenica, e
pensa di aver messo a segno un punto contro di me. Armande non è tornata alla Praline, e nei suoi
occhi vedo che lui crede di esserne la causa. Che lo pensi pure, se la cosa lo fa contento.
Anouk mi dice che ieri è andato a scuola. Ha parlato del significato della Pasqua - roba innocua,
anche se in qualche modo mi fa rabbrividire il pensiero di mia figlia in mano sua -, ha letto una storia e
promesso di tornare di nuovo. Ho chiesto ad Anouk se le avesse parlato.
«Oh sì», ha detto con aria sventata. «È simpatico. Ha detto che se volevo potevo andare a vedere la
sua chiesa. Vedere San Francesco e tutti gli animaletti».
«E tu vuoi?».
Anouk ha alzato le spalle.
«Magari», ha risposto.
Mi dico - nelle ore piccole quando tutto sembra possibile e i miei nervi gridano come i cardini non
oliati del segnatempo - che la mia paura è irrazionale. Cosa può farci? Come potrebbe farci del male,
anche se questa è la sua intenzione? Non sa nulla. Non può sapere nulla di noi. Non ha potere.
Certo che ce l'ha, dice la voce di mia madre dentro di me. È l'Uomo Nero. Anouk si gira irrequieta nel
sonno. Sensibile ai miei umori, sa quando sono sveglia, e lotta lei stessa contro l'insonnia in una palude
di sogni. Respiro profondamente, finché è di nuovo in stato di incoscienza.
L'Uomo Nero è un'invenzione, mi dico decisa. L'incarnarsi delle paure sotto una maschera di
carnevale. Una favola per le notti scure. Ombre in una strana stanza.
Invece di una risposta vedo di nuovo quell'immagine, netta come una diapositiva: Reynaud al
capezzale di un vecchio, che aspetta, le labbra che si muovono come in preghiera, il fuoco alle sue spalle
come la luce del sole dietro a una vetrata istoriata. Non è un'immagine confortante. C'è qualcosa di
rapace nella posizione del prete, una somiglianza tra i due volti arrossati, e il bagliore della fiamma fra di
loro oscuramente minaccioso. Provo ad applicare i miei studi di psicologia. È un'immagine dell'Uomo
Nero come Morte, un archetipo che riflette la mia paura dell'ignoto. Il pensiero non è convincente. La
parte di me che ancora appartiene a mia madre parla con maggiore eloquenza.
Sei mia figlia, Vianne, dice inesorabile. Tu sai che cosa vuol dire.
Significa partire quando cambia il vento, vedere il futuro in una carta girata, le nostre vite una fuga
permanente...
«Non sono niente di speciale». Quasi non mi accorgo di aver parlato ad alta voce.
«Maman?». La voce di Anouk, impastata di sonno.
«Ssst», le dico. «Non è ancora mattina. Dormi ancora un po'».
«Cantami una canzone, maman», mormora, allungando la mano verso di me nel buio. «Cantami
ancora la canzone del vento».

V'là l'bon vent, v'là l'joli vent,


V'là l'bon vent, ma mie m'appelle,
V'là l'bon vent, v'là l'joli vent
V'là l'bon vent, ma mie m'attend.

Dopo un po' comincio a sentire che il respiro di Anouk è di nuovo regolare, e so che sta dormendo.
La sua mano è ancora allacciata alla mia, tenera di sonno. Quando Roux avrà finito il lavoro in soffitta,
avrà di nuovo una stanza per sé e dormiremo più facilmente tutte e due. Questa notte sembra troppo
simile a quelle stanze d'albergo che abbiamo diviso, mia madre e io, umide del vapore dei nostri stessi
respiri, la condensa che colava sulle finestre e all'esterno il rumore, incessante, del traffico.

V'là l'bon vent, v'là l'joli vent...

Non questa volta, mi riprometto in silenzio. Questa volta restiamo.


Qualunque cosa succeda. Ma anche quando scivolo nel sonno mi ritrovo a rimuginare sull'idea, non
solo con desiderio, ma con incredulità.

MERCOLEDÌ 19 MARZO
In questi giorni sembra che l'attività nel negozio della Rocher sia meno fervida. Armande Voizin ha
smesso di andarci, anche se l'ho vista un paio di volte da quando si è ripresa, mentre passeggiava con
passo deciso e aiutandosi appena con il bastone. Guillaume Duplessis è spesso con lei, e si trascina
dietro quel cucciolo magro, e Luc Clairmont scende ogni giorno ai Marauds. Venendo a sapere che suo
figlio ha visto Armande di nascosto, Caroline Clairmont affetta una smorfia di pena.
«Di questi tempi non posso fare nulla con lui, mon père», si lamenta. «Così un bravo ragazzo, un
ragazzo così obbediente fino a un dato momento, e subito dopo...».
Ha sollevato al seno le mani ben curate in un gesto teatrale.
«Gli ho solo detto - nel modo più delicato possibile - che forse avrebbe dovuto dirmelo che andava a
trovare la sua nonna...». Ha sospirato. «Come se avesse pensato che io avrei disapprovato, che sciocchino.
Certo che no, gli ho detto. È meraviglioso che tu vada così d'accordo con lei, in fondo un giorno erediterai
tutto. E all'improvviso si mette a urlare contro di me e a dire che non gli importa dei soldi, che la
ragione per cui non ha voluto che io lo sapessi era che era sicuro che avrei rovinato tutto, che ero
un'invadente fan della Bibbia, le parole che usa lei, père, potrei scommettere la testa che è così...». Si è
sfiorata gli occhi con il dorso della mano, facendo attenzione a non sbavare il trucco impeccabile.
«Che cosa ho fatto, père?», ha implorato. «Ho fatto tutto per quel ragazzo, gli ho dato tutto. E vederlo
voltarmi le spalle, rinfacciarmi tutto a causa di quella donna...». La voce era dura sotto le lacrime. «Più
tagliente di un dente di serpente», ha piagnucolato, stringendosi il petto. «Non può immaginare che cosa
sia per una madre, père».
«Oh, lei non è l'unica ad aver sofferto a causa dell'ingerenza a fin di bene di madame Rocher», le ho
detto. «Guardi i cambiamenti che ha fatto in sole poche settimane».
Caroline ha tirato su col naso.
«A fin di bene! Lei è troppo gentile, père», ha detto facendo la spiritosa. «È maliziosa, ecco cos'è. Ha
quasi ucciso mia madre, mi ha messo contro mio figlio...».
Ho annuito incoraggiandola.
«Per non parlare di quello che ha fatto al matrimonio dei Muscat», ha proseguito Caroline. «Mi
meraviglia che lei abbia avuto così tanta pazienza, père. Davvero». I suoi occhi scintillavano per il
disprezzo. «Mi sorprende che lei non abbia usato la sua autorità, père», ha detto.
Ho alzato le spalle.
«Oh, sono solo un prete di campagna», ho detto. «Come tale non ho nessun potere. Posso
disapprovare, ma...».
«Può fare molto di più che disapprovare», è esplosa Caroline nervosamente. «Prima di tutto
avremmo dovuto ascoltare lei, père. Non avremmo mai dovuto tollerare che lei rimanesse qui».
Ho alzato le spalle.
«Con il senno di poi tutti possono dire così», le ho ricordato. «Anche lei, se ricordo bene, è stata una
buona cliente del negozio».
È arrossita.
«Be', adesso potremmo aiutarla», ha detto. «Paul Muscat, Georges, gli Arnauld, i Drous, i
Prudhommes... Potremmo unire le forze. Spargere la voce. Potremmo girare le cose a suo svantaggio,
anche adesso».
«Per quale ragione? Quella donna non ha infranto la legge. Si direbbe che è un pettegolezzo
malevolo, e non stareste meglio di prima».
Caroline ha fatto un sorriso tirato.
«Potremmo mandare in fumo il suo bel Festival, questo è certo», ha affermato.
«Sì?».
«Certo». L'intensità la fa sembrare brutta. «Georges vede molta gente. È un uomo ricco. Anche
Muscat ha una certa influenza. Vede gente. Sa essere convincente. Il Comitato Residenti...».
Certo che lo è. Mi ricordo suo padre, l'estate degli zingari del fiume.
«Se ha una perdita dal Festival - e so che ha già investito una bella somma nei preparativi - allora
potrebbe sentirsi costretta a...».
«Potrebbe...», ho risposto mitemente. «Certo non ci si dovrebbe accorgere del ruolo che ho svolto.
Potrebbe sembrare... poco caritatevole».
Intuivo dalla sua espressione che aveva capito perfettamente.
«Certo, mon père». La voce è ansiosa e piena di astio. Per un secondo provo un profondo disprezzo
per lei, che ansima e striscia come una cagna in calore, ma è con questi strumenti spregevoli, père, che
molto spesso eseguiamo il nostro lavoro.
Dopo tutto, père, lo dovresti sapere.

VENERDÌ 21 MARZO
La mansarda è quasi finita, qualche chiazza di gesso ancora umida, ma la nuova finestra, rotonda e
intelaiata in ottone come un oblò di una nave, è completa. Domani Roux poserà le assi del pavimento, e
quando saranno finalmente lamate e verniciate sposteremo il letto di Anouk nella sua nuova camera.
Non c'è porta. Una botola è l'unico ingresso, con una dozzina di gradini che portano su. Anouk è già
molto eccitata. Trascorre molto del suo tempo con la testa infilata nella botola, a osservare e dare
istruzioni precise su quello che va fatto. Il resto del tempo lo passa con me in cucina, a guardare i
preparativi per Pasqua. Jeannot è spesso con lei. Si siedono insieme vicino alla porta della cucina, e
parlano all'unisono. Devo dar loro una mancia perché se ne vadano. Da quando Armande è stata male,
Roux assomiglia di più a quello di un tempo, e fischietta mentre dà i tocchi finali ai muri di Anouk. Ha
fatto un lavoro eccellente, anche se gli dispiace aver perso i suoi attrezzi. Quelli che sta usando,
noleggiati al cantiere di Clairmont, sono più scadenti, dice. Appena potrà, ne comprerà degli altri.
«C'è un posto ad Agen che vende vecchie case galleggianti», mi ha detto oggi davanti a cioccolata ed
éclairs. «Potrei prendermi una vecchia carcassa e sistemarla durante l'inverno. Potrei farla diventare bella
e confortevole».
«Quanti soldi ti servirebbero?».
Ha scrollato le spalle.
«Forse cinquemila franchi per cominciare, forse quattro. Dipende».
«Armande te li presterà».
«No». Su questo punto è irremovibile. «Ha già fatto abbastanza». Ha tracciato un cerchio sull'orlo
della tazza con l'indice. «E poi, Narcisse mi ha offerto un lavoro», mi ha detto. «Al vivaio, e poi per
aiutarlo durante la stagione della vendemmia, e poi ci sono le patate, i fagioli, i cetrioli, le melanzane...
Abbastanza lavoro da tenermi occupato fino a novembre».
«È una buona cosa». Un'improvvisa onda di calore per il suo entusiasmo, per il ritorno del suo buon
umore. Ha anche un aspetto migliore, più rilassato, ed è svanita anche quella terribile aria di diffidenza
che gli adombrava la faccia come una casa infestata dai fantasmi. Ha trascorso le ultime notti a casa di
Armande, su sua richiesta.
«In caso avessi un'altra delle mie crisi», dice lei seriamente alle sue spalle, con un'occhiata buffa verso
di me. Trucco o no, sono contenta della sua presenza lì.
Non così Caro Clairmont: mercoledì mattina è venuta alla Praline con Joline Drou, con la scusa di
parlare di Anouk. Roux era seduto al banco, beveva mocha. Joséphine, che sembra aver ancora paura di
Roux, era in cucina, a incartare cioccolatini. Anouk non aveva ancora finito la colazione, la ciotola gialla
di chocolat au lait e mezzo croissant sul banco di fronte a lei. Le due donne hanno rivolto un paio di sorrisi
zuccherosi ad Anouk, e hanno guardato Roux con sdegno e prevenzione. Roux le ha fissate con una
delle sue occhiate insolenti.
«Spero di non essere arrivata in un momento inopportuno». Joline ha una voce morbida, artefatta,
tutta sollecitudine e partecipazione. Ma sotto non c'è nient'altro che indifferenza.
«Niente affatto. Stavamo solo facendo colazione. Posso offrirle qualcosa da bere?».
«No, no. Non faccio mai colazione».
Un'occhiata sfuggente ad Anouk che lei, la testa nella ciotola della colazione, non ha potuto notare.
«Mi chiedo se potrei parlarle», ha detto Joline soavemente. «In privato».
«Be', sì, potrebbe», le ho risposto. «Ma sono certa che non ne ha bisogno. Non può dire qui quello
che vuole? Sono sicura che a Roux non importerà».
Roux ha ghignato, e Joline si è fatta acida.
«Be', è un po' delicato», ha replicato.
«Allora è sicura che sono io la persona con cui dovrebbe parlare? Direi che il Curé Reynaud sarebbe
più appropriato...».
«No, desidero proprio parlare con lei», ha insistito Joline, a labbra strette.
«Ah». Educatamente: «Di che cosa?».
«A proposito di sua figlia». Mi ha fatto un debole sorriso. «Come sa, a scuola sono responsabile della
sua classe».
«Lo so». Ho versato un altro mocha a Roux. «C'è qualcosa che non va? È indietro? Ha dei problemi?».
So perfettamente che Anouk non ha problemi. Legge voracemente da quando aveva quattro anni e
mezzo. Parla l'inglese bene quasi quanto il francese, un'eredità dei tempi di New York.
«No, no». Joline mi rassicura. «È una bambina molto intelligente». Una rapida occhiata svolazza in
direzione di Anouk, ma mia figlia sembra troppo assorta nel finire il suo croissant. Dato che pensa che io
non stia guardando, sfila alla chetichella un topo di cioccolato dall'esposizione e lo spinge in mezzo alla
sua pasta per renderla simile a un pain au chocolat.
«Allora è il suo comportamento?», chiedo con preoccupazione esagerata. «È indisciplinata?
Disobbediente? Sgarbata?».
«No, no. Certo che no. Niente di simile».
«Allora che cosa?».
Caro mi guarda con espressione acida.
«Il Curé Reynaud è venuto più volte a scuola questa settimana», mi informa. «Per parlare ai bambini
della Pasqua, e del significato delle celebrazioni della chiesa, e così via».
Ho annuito, incoraggiante. Joline mi ha dedicato un altro dei suoi sorrisi pieni di compassione.
«Be', Anouk sembra...», un'occhiata sfuggente in direzione di Anouk, «...be', non esattamente
indisciplinata, ma gli ha rivolto delle domande molto strane». Il suo sorriso è tirato fra due rughe di
disapprovazione.
«Domande molto strane», ha ripetuto.
«Oh bene», ho detto lieve. «È sempre stata curiosa. Sono sicura che lei non scoraggerebbe gli slanci
di curiosità in nessuno dei suoi allievi. E inoltre», ho aggiunto maliziosamente, «non mi dica che esiste
qualche argomento su cui monsieur Reynaud non sia preparato a rispondere».
Joline ha sorriso scioccamente, protestando.
«Turba gli altri bambini, madame», ha detto impettita.
«Ah sì?».
«Sembra che Anouk abbia detto che Pasqua non è affatto una festività cristiana, e che Nostro
Signore è...», ha fatto una pausa, imbarazzata, «...che la resurrezione di Nostro Signore è una sorta di
ritorno a un dio del grano o qualcosa del genere. A una divinità della fertilità dei tempi pagani». Ha riso
in modo forzato, ma la sua voce era gelida.
«Sì...». Ho toccato per un istante i ricci di Anouk. «È una cosina che ha letto molto, vero Nanou?».
«Stavo solo facendo una domanda su Eostre», ha detto Anouk fieramente. «Il Curé Reynaud dice che
nessuno lo celebra più, e gli ho detto che noi lo facciamo».
Ho nascosto un sorriso dietro la mano.
«Non credo che capisca, tesoro», le ho detto. «Forse, se gli dispiace, non dovresti fare così tante
domande».
«Turba i bambini, madame», ha detto Joline.
«No, non è vero», è intervenuta Anouk. «Jeannot dice che quando viene dovremmo fare un falò, e
avere delle candele bianche e rosse, e tutto quanto. Jeannot dice...».
Caroline l'ha interrotta.
«Sembrerebbe che Jeannot abbia detto molte cose», ha osservato.
«Deve aver preso da sua madre», ho detto.
Joline sembrava offesa.
«Non mi sembra che prenda questa cosa molto seriamente», ha commentato, il sorriso che si
smorzava un po'.
Ho scrollato le spalle.
«Non vedo il problema», le ho detto gentilmente. «Mia figlia partecipa alle discussioni in classe. Non
è questo ciò che mi ha detto?».
«Certi temi non dovrebbero essere aperti alla discussione», è sbottata Caro, e per un momento, sotto
quella dolcezza pastello, ho visto in lei sua madre, imperiosa e prepotente. La preferivo quando
mostrava un po' di temperamento. «Certe cose dovrebbero essere accettate per fede, e se la bambina
avesse delle basi morali come si deve...». Ha lasciato la frase a metà, confusa.
«Lungi da me dire a lei come tirar su sua figlia», ha concluso con voce incolore.
«Bene», ho detto con un sorriso. «Mi sarebbe dispiaciuto litigare con lei». Le due donne mi hanno
guardato con la stessa espressione di disprezzo frustrato.
«Siete sicure di non voler bere qualcosa al cioccolato?».
Gli occhi di Caro hanno indugiato con desiderio lungo la merce esposta, le pralines, i tartufi, le paste
di mandorle e i torroni, le éclairs, i fiorentini, le ciliegie al liquore, i confetti.
«Sono sorpresa che i denti della bambina non siano guasti», ha detto con i nervi tesi.
Anouk ha ghignato, mostrandole i denti che la offendevano. Il loro candore è sembrato aggravare
l'irritazione di Caro.
«Stiamo sprecando il nostro tempo», ha fatto notare freddamente Caro a Joline.
Non ho detto nulla, e Roux ha fatto un sorriso malizioso. Sentivo in cucina la radiolina accesa di
Joséphine. Per qualche secondo non c'è stato altro suono che quello dello speaker tra le piastrelle.
«Su, andiamo», ha detto Caro alla sua amica. Joline sembrava incerta, esitante.
«Ho detto andiamo!». Con un gesto irritato è uscita maestosamente dal negozio seguita da Joline.
«Non creda che non sappia a che gioco sta giocando», ha esclamato invece di salutare, e poi se ne sono
andate tutte e due, i tacchi alti che risuonavano sui sassi mentre attraversavano la piazza verso Saint
Jérôme.
***
Il giorno dopo abbiamo trovato il primo dei foglietti, appallottolato e gettato per strada. Joséphine
l'ha raccolto mentre stava spazzando il selciato e l'ha portato in negozio. Una sola pagina scritta a
macchina, fotocopiata su carta rosa e piegata in due. Non era firmato, ma qualcosa nello stile suggeriva
il suo probabile autore.
Il titolo: PASQUA E IL RITORNO ALLA FEDE.
Ho scorso il foglio rapidamente. Buona parte del testo era prevedibile. Giubilo e purificazione, il
peccato e le gioie dell'assoluzione e la preghiera. Ma circa a metà pagina, in un carattere più marcato
rispetto al resto, c'era un sottotitolo che ha catturato la mia attenzione.

I NEO SPIRITUALISTI: CORROMPERE LO SPIRITO DI PASQUA

«Ci sarà sempre una Piccola Minoranza di persone che prova a Sfruttare le nostre Sacre Tradizioni per Lucro
Personale. L'industria dei biglietti di auguri. Le catene dei supermercati. Ma ancora più Sinistre sono quelle persone che
Pretendono di Rinnovare Antiche Tradizioni coinvolgendo i nostri Bambini in Riti Pagani sotto forma di Divertimento.
Troppi di noi li considerano Innocui, e li guardano con Tolleranza. Perché mai se no la nostra Comunità avrebbe
autorizzato che un cosiddetto Festival del Cioccolato avesse luogo fuori dalla nostra Chiesa proprio la mattina della
Domenica di Pasqua? Questo è farsi Beffe di tutto quanto la Pasqua sta a significare. Vi sollecitiamo a boicottare il
cosiddetto Festival e tutti gli Eventi Similari, per l'amore dei vostri Figli Innocenti.

LA CHIESA, NON LA CIOCCOLATA,


È IL VERO MESSAGGIO DI PASQUA!!!»

«Chiesa, non cioccolata». Ho riso. «In effetti è uno slogan abbastanza buono. Non credi?».
Joséphine aveva un'aria agitata.
«Non ti capisco», ha detto. «Non sembri affatto preoccupata».
«Perché dovrei preoccuparmi?». Ho alzato le spalle. «È solo un foglietto. E sono quasi certa di sapere
chi l'ha ideato».
Ha annuito.
«Caro». Il suo tono era enfatico. «Caro e Joline. È proprio il loro stile. Tutta quella tirata sui loro figli
innocenti». Ha sbuffato in segno di scherno. «Ma la gente le ascolta, Vianne. E la gente potrebbe
pensarci su due volte prima di venire. Joline è la nostra maestra di scuola. E Caro è un membro del
Comitato Residenti».
«Oh?». Non sapevo neppure che ci fosse un Comitato dei Residenti. Bigotti boriosi con il gusto del
pettegolezzo. «E che cosa possono fare? Arrestarci tutti?».
Joséphine ha scosso la testa.
«Anche Paul fa parte del Comitato», ha detto a voce bassa.
«E allora?».
«Così sai cosa può fare», ha detto Joséphine disperata. Mi sono accorta che quando è preoccupata
torna ai vecchi comportamenti, e si ficca i pollici nello sterno, come se si stesse facendo da sola una
compressione sotto il diaframma per riprendere a respirare. «È pazzo, sai che lo è. È proprio...».
Si è interrotta, sconsolata, stringendo i pugni. Di nuovo ho avuto l'impressione che volesse dirmi
qualcosa, che sapesse qualcosa. Le ho toccato la mano, provando garbatamente a captare i suoi pensieri,
ma non ho visto nulla più di prima: fumo, grigio e untuoso, contro un cielo di porpora.
Fumo! La mia mano si è stretta sulla sua. Fumo! Ora che sapevo quello che stavo vedendo ero in
grado di scorgere i dettagli; la faccia di lui era una macchia pallida nel buio, la sua espressione un ghigno
tagliente e trionfante. Mi ha guardato in silenzio, gli occhi scuri, consapevoli.
«Perché non me l'hai detto?», le ho chiesto alla fine.
«Non puoi provarlo», ha risposto Joséphine. «Io non ti ho detto nulla».
«Non ne avevi bisogno. È per questo che hai paura di Roux? Per quello che ha fatto Paul?».
Ha alzato il mento con fare ostinato. «Non ho paura di lui».
«Però non gli vuoi parlare. Non vuoi neppure stare nella stessa stanza con lui. Non riesci a guardarlo
negli occhi».
Joséphine ha incrociato le braccia con l'aria di una donna che non ha più nulla da dire.
«Joséphine». Le ho girato il volto verso di me, obbligandola a guardarmi. «Joséphine».
«Va bene». La voce era dura e astiosa. «Lo sapevo, va bene? Sapevo quello che avrebbe fatto Paul.
Gli ho detto che se avesse provato a fare una cosa del genere l'avrei detto. Li avrei avvertiti. È stato
allora che mi ha picchiata». Mi ha lanciato un'occhiata velenosa, la voce rotta dalle lacrime trattenute.
«Sono una vigliacca», ha detto a voce alta, sgraziata. «Adesso sai come sono... Io non sono coraggiosa
come te, sono una bugiarda e una vigliacca e l'ho lasciato fare, qualcuno avrebbe potuto morire, Roux
avrebbe potuto essere ucciso, o Zézette, o la sua bambina, e sarebbe stato tutta colpa mia». Ha fatto un
prolungato sospiro acuto.
«Non dirglielo», ha detto. «Non ce la farei».
«Non lo dirò io a Roux», le ho detto con gentilezza. «Sarai tu a farlo».
Ha scosso violentemente la testa.
«No. Io no. Non potrei».
«Va bene, Joséphine», l'ho blandita. «Non è stata colpa tua. E nessuno è stato ucciso, no?».
Ostinata: «Non potrei. Non posso».
«Roux non è come Paul», ho detto. «È più simile a te di quanto tu immagini».
«Non saprei cosa dirgli». Le sue mani si sono intrecciate. «Vorrei solo che se ne andasse», ha detto
energica. «Vorrei che prendesse i suoi soldi e che se ne andasse da un'altra parte».
«No, non è quello che vuoi», ho ribattuto. «E poi, non lo farà». Le ho raccontato quello che mi aveva
detto a proposito del lavoro con Narcisse, e a proposito della barca ad Agen. «Ha almeno il diritto di
sapere chi è il responsabile», ho insistito. «Così capirà che Muscat è il solo da biasimare per quanto è
accaduto, e che nessun altro qui lo odia. Dovresti capirlo, Joséphine. Tu lo sai cosa si prova quando ci si
sente così».
Joséphine ha sospirato. «Non oggi», ha detto. «Glielo dirò, ma in un altro momento. Okay?».
«Non sarà mai più facile di quanto sia oggi», l'ho avvertita. «Vuoi che venga con te?».
Mi ha fissato.
«Dovrebbe fare un intervallo fra poco», le ho spiegato. «Potresti portargli una tazza di cioccolata».
Una pausa. Il viso era inespressivo e pallido. Le mani da pistolero le tremavano ai fianchi. Ho preso
un rocher noir da una pila al mio fianco e gliel'ho infilato nella bocca semiaperta, prima che avesse il
tempo di parlare.
«Per darti coraggio», le ho spiegato girandomi a versare la cioccolata in una tazza grande. «Forza.
Mastica». L'ho sentita emettere un suono esile, una mezza risata. Le ho porto la tazza.
«Pronta?».
«Credo di sì». La voce velata di cioccolato. «Ci proverò».

Li ho lasciati soli. Ho riletto l'opuscolo che Joséphine aveva trovato per strada. Chiesa, non Cioccolato.
È davvero piuttosto divertente. Finalmente l'Uomo Nero sta scoprendo un pizzico di senso
dell'umorismo.
Fuori faceva caldo malgrado il vento. Les Marauds scintillavano al sole. Mi sono incamminata
lentamente verso la Tannes, godendomi il calore del sole sulle spalle. La primavera è arrivata senza
preavviso, come quando si svolta in una valle da un punto roccioso, e di colpo i giardini e le siepi sono
fioriti, lussureggianti di narcisi, iris, tulipani. Anche le case cadenti dei Marauds sono accarezzate dal
colore, ma qui nei giardini regna l'eccentricità più rigogliosa. Dal balcone di una casa che si specchia
nell'acqua cresce un sambuco fiorito, un tetto è tappezzato di denti di leone, le violette spuntano da una
facciata sgretolata. Le piante che un tempo venivano coltivate tornano al loro stato selvatico, piccoli
gerani dai gambi lunghi premono fra ombrelle di cicuta, papaveri spontanei sparsi a caso qua e là e
imbastarditi, dal rosso originario diventano arancio e perfino viola pallido. Pochi giorni di sole sono
sufficienti per risvegliarli dal sonno, dopo la pioggia si stiracchiano e alzano la testa verso la luce.
Strappi una manciata di quelle che sembrano erbacce e sotto l'acetosella e l'erba di San Giacomo trovi
salvie e iris, garofani e fiori di lavanda. Ho girellato vicino al fiume abbastanza a lungo da consentire a
Joséphine e Roux di ricomporre il loro dissidio, quindi mi sono avviata lentamente verso casa attraverso
le viuzze secondarie, su per la Ruelle des Frères de la Révolution e Avenue des Poètes, con i suoi muri vicini,
bui, quasi senza finestre, interrotti solo dalle corde di bucato tirate alla meglio tra balcone e balcone o
da una fioriera solitaria da cui penzolavano festoni verdi di convolvoli.
Li ho trovati insieme in negozio. Fra di loro, sul banco, un bricco di cioccolato mezzo vuoto.
Joséphine aveva gli occhi arrossati ma sembrava sollevata, quasi contenta. Roux stava ridendo per una
sua frase, un suono strano, poco familiare, esotico perché lo si sente di rado. Per un secondo ho provato
qualcosa di simile all'invidia, pensando: Sono fatti l'uno per l'altra.
Ne ho parlato a Roux più tardi, quando lei è uscita per andare a ritirare delle compere. È attento a
non svelare niente quando parla di lei, ma ha sempre uno sguardo allegro negli occhi, come se stesse
per aprirsi in un sorriso. Sembra che sospettasse già di Muscat.
«Ha fatto bene ad andarsene da quel bastardo», dice con cattiveria distaccata. «Le cose che ha
fatto...». Per un attimo sembra imbarazzato, si gira, sposta senza motivo una tazza sul banco, la rimette
al suo posto. «Un uomo come quello non merita una moglie», borbotta. «Non sa quanto è fortunato».
«Che cosa farai?», gli chiedo.
Scrolla le spalle.
«Non c'è niente da fare», dice con semplicità. «Negherebbe. Alla polizia non interessa. E poi
preferirei non coinvolgerla».
Non aggiunge particolari. Deduco che nel suo passato ci sono alcuni episodi su cui non gioverebbe
un'indagine.
In ogni caso, da allora, lui e Joséphine si sono parlati altre volte. Lei gli porta cioccolato e biscotti
quando lui fa una pausa sul lavoro, e spesso li sento ridere. Lei ha perso quell'aria spaventata e distratta.
Ho notato che ha cominciato a vestirsi con maggior cura. Questa mattina ha anche annunciato di voler
tornare al caffè a prendere delle cose.
«Verrò con te», le ho proposto.
Joséphine ha scosso la testa.
«Me la caverò da sola». Sembrava contenta, quasi su di giri per la decisione. «E poi, Roux dice che se
non affronto Paul...». Si è interrotta, sembra vagamente imbarazzata. «Ho solo pensato di andare,
questo è quanto», ha detto. Il suo viso era arrossato, ostinato. «Ho i miei libri, qualche vestito... Voglio
prenderli prima che Paul decida di darli via».
Ho annuito.
«Quando avresti intenzione di andarci?».
Senza esitazione:
«Domenica. Quando va in chiesa. Con un po' di fortuna riuscirò a entrare e uscire dal caffè senza
neanche incontrarlo. Non ci vorrà molto».
L'ho guardata. «Sei sicura di non volere compagnia?».
Ha scosso la testa. «In un certo senso non sarebbe giusto».
La sua espressione compita mi ha fatto sorridere, ma ho capito comunque quello che intendeva. Era
il suo territorio - il loro territorio - marcato indelebilmente dalle tracce della loro vita insieme. Io non
c'entravo.
«Me la caverò». Ha sorriso. «So come trattarlo, Vianne. Mi sono arrangiata in passato».
«Spero che non arrivi a quello».
«No». Assurdamente, ha allungato la mano e ha preso la mia, come per rassicurarmi. «Prometto che
non succederà».

DOMENICA 23 MARZO. DOMENICA DELLE PALME


La campana risuona monotona contro i muri intonacati delle case e dei negozi. Anche i ciottoli ne
riecheggiano il suono, sento il suo noioso ronzio attraverso le suole delle scarpe. Narcisse ha procurato i
rameaux, le croci di palma che distribuisco alla fine della funzione e che saranno conservate in bella
mostra, sui camini, accanto al letto, per il resto della Settimana Santa. Ne porterò una anche a te, père,
con una candela da accendere di fianco al letto. Non vedo la ragione per cui dovrebbe esserti negato.
Gli inservienti mi guardano con malcelato divertimento. Solo il timore e il rispetto per la mia tonaca
impedisce loro di ridere apertamente. I loro volti rosati da nido d'infanzia risplendono di un sorriso
segreto. Nel corridoio, le voci infantili si alzano e si abbassano, frasi che la distanza e l'acustica
ospedaliera rendono incomprensibili.
È convinto che possa sentirlo - Oh sì - Pensa che si sveglierà - No, veramente? - No! - Gli parla, che carino - L'ho
sentito una volta - Pregava - poi risate da scolaretta - Hihihihi! - come perline disseminate sulle piastrelle.
Ovviamente non osano ridermi in faccia. Potrebbero essere delle suore nelle loro linde divise
bianche, i capelli tirati all'indietro sotto le cuffie inamidate, gli occhi abbassati. Ragazze di convento, che
declamano le formule di rispetto - Sì, mon père, no, mon père con il cuore colmo di gioia segreta. Anche i
miei fedeli hanno questo spirito da scolaro svogliato un'occhiata impertinente durante la predica, e
dopo una premura sfacciata verso la chocolaterie - ma oggi è tutto composto. Mi trattano con rispetto,
quasi con timore. Narcisse si scusa perché i rameaux non sono vere palme, ma cedro piegato e
intrecciato ad imitare delle foglie più tradizionali.
«Non è una pianta indigena, père», spiega con la voce burbera. «Qui non cresce bene. Le gelate la
bruciano».
Gli do dei colpetti sulla spalla con un gesto paterno.
«Niente di grave, mon fils». Il loro ritorno all'ovile ha addolcito il mio umore e mi ha reso indulgente,
come uno zio. «Niente di grave».
Caroline Clairmont mi prende la mano tra le dita inguantate.
«Una bella cerimonia». La sua voce è calda. «Una messa così bella». Georges fa eco alle sue parole.
Luc le sta a fianco, sembra imbronciato. Dietro a loro i Drous, con il figlio, imbarazzato nel colletto da
marinaretto. Tra i fedeli che si stanno allontanando non riesco a vedere Muscat, ma immagino che ci sia
anche lui.
Caroline Clairmont mi fa un sorriso astuto.
«Forse ce l'abbiamo fatta», trilla soddisfatta. «Abbiamo una petizione con più di cento firme...».
«Il Festival del Cioccolato». La interrompo parlando voce bassa, seccato. È un luogo troppo esposto
per discutere di questa faccenda. Non coglie il suggerimento.
«Certo!». La voce è acuta e eccitata. «Abbiamo distribuito duecento volantini. Raccolto firme da
metà degli abitanti di Lansquenet. Visitato ogni casa...», fa una pausa, correggendosi scrupolosamente,
«...be', quasi ogni casa». Sorride compiaciuta. «Con qualche ovvia eccezione».
«Vedo». Faccio in modo che la mia voce risuoni fredda. «Bene, forse potremmo discuterne in un
altro momento».
Noto che accusa il rimprovero. Arrossisce.
«Certo, père».
Ha ragione, ovviamente. L'effetto è stato considerevole. Negli ultimi giorni il negozio di cioccolata è
rimasto praticamente deserto. La disapprovazione del Comitato Residenti non è cosa da poco,
dopotutto, in una comunità tanto ristretta, così come la tacita disapprovazione della Chiesa. Comprare,
salterellare, rimpinzarsi, proprio sotto l'occhio di quella disapprovazione... Ci vuole un coraggio
maggiore, uno spirito di ribellione più profondo di quanto voglia riconoscere quella Rocher. Dopotutto,
da quanto tempo vive qui? La pecorella smarrita ritorna all'ovile, père. Per istinto. Per gli altri quella
donna rappresenta una breve distrazione, nient'altro. Ma alla fine tornano alle loro abitudini. Non mi
illudo che lo facciano per un grande sentimento di contrizione o per spiritualità - le pecore non sono
dei grandi pensatori - ma il loro istinto, allevato fin dalla culla, è ben radicato. I piedi li riportano a casa,
anche quando la loro mente se ne è andata a zonzo. Oggi provo un'inaspettata esplosione d'amore nei
loro confronti, per il mio gregge, la mia gente. Voglio sentire le loro mani nelle mie, toccare la loro
carne calda, stupida, voglio provare piacere nella loro soggezione e nella loro fiducia.
È questo ciò per cui ho pregato, père? È questa la lezione che ero destinato a imparare? Scruto di
nuovo la folla alla ricerca di Muscat. Viene sempre in chiesa la domenica, e oggi, questa domenica
speciale, non può aver mancato... Eppure mentre la chiesa si svuota non mi riesce ancora di vederlo.
Non me lo ricordo fare la Comunione. E di certo non se ne sarebbe andato senza scambiare qualche
parola con me. Mi dico che, forse, sta ancora aspettando dentro Saint Jérôme. La situazione con sua
moglie l'ha profondamente turbato. Forse ha bisogno di altri consigli.
La pila di croci di palma al mio fianco sta calando. Ciascuna immersa nell'acqua santa, una
benedizione sussurrata, un tocco della mano. Luc Clairmont si sottrae al mio tocco con un borbottio
arrabbiato. Sua madre protesta flebilmente, e mi manda un debole sorriso tra le teste chine. Ancora non
c'è traccia di Muscat. Controllo l'interno della chiesa: fatta eccezione per qualche persona anziana
ancora inginocchiata all'altare, è vuota. San Francesco è ritto presso la porta, allegro in modo assurdo
per un santo, circondato da piccioni di gesso, il volto raggiante più simile a quello di un pazzo o di un
ubriacone che a quello di un sant'uomo. Provo uno spasimo di fastidio verso chi ha sistemato la statua
lì, così vicina all'ingresso. Il mio omonimo, sento, dovrebbe avere maggior peso, maggior dignità. Invece
questo sciocco pesante e sorridente sembra prendermi in giro, una mano tesa in un vago gesto
benedicente, con l'altra si culla un uccello di gesso contro la pancia rotonda, come se sognasse un
pasticcio di piccione. Cerco di ricordare se il santo era nella stessa posizione quando abbiamo lasciato
Lansquenet, père. Ti ricordi, o magari da allora è stato spostato, forse da persone invidiose che provano
a farsi beffe di me? Saint Jérôme, in nome del quale è stato costruito questo edificio, ha meno risalto:
sistemato nell'ombra della sua nicchia buia, con un quadro a olio annerito alle spalle, è appena visibile, il
vecchio marmo da cui è stato sbozzato macchiato di giallo-nicotina per il fumo di migliaia di candele.
San Francesco, al contrario, continua a essere bianco come un fungo a dispetto dell'umidità del gesso,
che si sbriciola con allegra noncuranza nei confronti della tacita disapprovazione del suo collega. Mi
propongo di farlo spostare al più presto in un punto più appropriato.
Muscat non è in chiesa. Controllo i giardini, sempre pensando che potrebbe essere lì a aspettarmi,
ma non ce n'è traccia. Forse è ammalato, mi dico. Solo una malattia grave impedirebbe a un
frequentatore della chiesa assiduo come lui di partecipare alla messa la domenica delle Palme. Cambio la
tonaca pulita con la solita veste, lasciando in sacrestia i paramenti da cerimonia. Per sicurezza chiudo a
chiave il calice e la patena. Ai tuoi tempi père, non ci sarebbe stato motivo per fare così, ma in
quest'epoca malsicura non si può basare niente sulla fiducia. Vagabondi e zingari - per non parlare di
alcuni dei nostri compaesani potrebbero prendere in considerazione più seriamente la prospettiva del
denaro sonante di quella della dannazione eterna.
Mi dirigo a passo rapido verso Les Marauds. Dalla scorsa settimana, Muscat è stato poco
comunicativo, e l'ho visto solo per caso, ma sembra pallido e malato, ingobbito come un penitente
cupo, gli occhi seminascosti sotto le pieghe paffute delle palpebre. Adesso poca gente va al caffè, forse
impaurita dal suo aspetto stanco e dalla sua irritabilità. Ci sono andato personalmente venerdì, e il bar
era quasi deserto. Dalla partenza di Joséphine il pavimento non era stato più spazzato. Cicche di
sigaretta e carte di caramella scivolavano sotto i piedi. Ogni superficie era ingombra di bicchieri vuoti.
Qualche sandwich e una cosa contorta e rossastra che avrebbe potuto essere un trancio di pizza
erano abbandonati sotto il banco di vetro. Lì vicino, una pila dei volantini di Caroline, affrancati da un
bicchiere da birra sporco. C'era un tanfo di vomito e muffa coperto dal cattivo odore delle Gauloises.
Muscat era ubriaco.
«Così sei tu». Il suo tono era scontroso, quasi polemico. «Stai dicendomi di porgere l'altra guancia, è
così?». Ha aspirato una lunga boccata dalla sigaretta umidiccia stretta fra i denti. «Dovresti essere
contento. Non mi avvicino alla cagna da giorni».
Ho scosso la testa.
«Non deve essere aspro», gli ho detto.
«Nel mio bar posso essere come mi pare», ha detto Muscat farfugliando nel suo modo aggressivo. «È
il mio bar, o no, père? Voglio dire, non è che vorrai darle anche quello su un piatto d'argento, vero?».
Gli ho detto che capivo quello che stava provando. Ha aspirato un'altra boccata dalla sigaretta e mi
ha tossito in faccia una risata e della birra rancida.
«È una buona cosa, père». Il suo alito era schifoso e caldo come quello di un animale. «È ottima.
Certo che capisci. Certo. Quando hai preso i voti, o quel cazzo che fate voi, la chiesa si è presa le tue
palle. È logico aspettarsi che tu non voglia che io mi tenga le mie».
«Lei è ubriaco, Muscat», sono sbottato.
«Bella scoperta, père», ha risposto rabbiosamente. «Non ti sfugge niente, vero?». Ha fatto un gesto
ampio con la mano che reggeva la sigaretta. «Ora le manca solo di vedere il locale così», ha detto
duramente. «È tutto quello di cui ha bisogno ora per essere felice. Adesso che sa di avermi rovinato...»,
ora stava per piangere, gli occhi che si colmavano della facile autocommiserazione degli ubriachi,
«...adesso che sa di aver spalancato il nostro matrimonio al grande pubblico così che la gente possa
riderci sopra...». Ha fatto un suono disgustoso, per metà singhiozzo, per metà rutto. «Adesso che sa di
aver fatto a pezzi il mio fottuto cuore».
Si è asciugato il naso umido con il dorso della mano.
«Non pensare che non sappia che cosa succede là dentro», ha detto a voce più bassa. «La cagna e le
sue amiche lesbiche. So quello che fanno». La sua voce si stava alzando di nuovo, e mi sono guardato in
giro imbarazzato per vedere i tre o quattro clienti rimasti che lo osservavano incuriositi a bocca aperta.
Gli ho stretto il braccio in segno di ammonimento.
«Non perda speranza, Muscat», l'ho esortato, combattendo il disgusto nel trovarmi così vicino a lui.
«Questo non è il modo per riconquistarla. Si ricordi che molte coppie sposate hanno un momento di
dubbio, ma...».
Ha ridacchiato.
«È dubbio? È questo?». Ha ridacchiato di nuovo. «Stai a sentire, père. Dammi cinque minuti da solo
con la cagna, e risolverò quel problema per lei una volta per tutte. La riconquisterò, che cazzo, su questo
non c'è dubbio».
Appariva perverso e stupido, le parole formulate a malapena sul suo ghigno da squalo. L'ho preso
per le spalle e ho scandito le parole con chiarezza, sperando che comprendesse almeno un po' del mio
pensiero.
«Non lo farà», gli ho detto a muso duro, ignorando i bevitori attoniti al bar. «Si comporterà
decentemente. Muscat, lei seguirà la procedura corretta se vuole intentare una causa, e si terrà lontano da tutte
e due! Capito?».
Le mie mani l'avevano afferrato alle spalle. Muscat ha protestato, piagnucolando delle oscenità.
«La avviso, Muscat», gli ho detto. «Ho tollerato molte cose da lei, ma questo genere di
comportamento - minaccioso - non lo tollererò. Capito?».
Ha borbottato qualcosa, non potrei dire se un'accusa o una minaccia. In quel momento ho pensato
che fosse Mi pento ma ripensandoci avrebbe anche potuto essere un Ve ne pentirete, gli occhi che
luccicavano meschinamente dietro il vetro infranto delle lacrime da ubriaco versate a metà. ...Pentirete...
Ma chi avrebbe dovuto pentirsi? E di che cosa?

Affrettandomi giù per la collina verso Les Marauds, mi sono chiesto di nuovo se mi ero sbagliato a
interpretare i segnali. Era forse capace di fare violenza contro se stesso? Avevo forse trascurato la verità
della faccenda, nella mia intenzione di evitare altro scompiglio? Non mi ero accorto che quell'individuo
era sull'orlo della disperazione? Quando ho raggiunto il Café de la République era chiuso, ma un gruppetto
di persone era in piedi lì fuori, apparentemente a guardare una delle finestre del primo piano. Tra loro
ho riconosciuto Caro Clairmont e Joline Drou. C'era anche Duplessis, una piccola figura dignitosa con
il cappello di feltro e il cane che saltellava ai suoi piedi. Sopra il suono delle voci ho pensato di sentire
un suono più forte e acuto che saliva e scendeva in intonazioni diverse, che a tratti si trasformava quasi
in parole, in frasi, in un urlo...
«Père». La voce di Caro era ansimante, il viso arrossato. La sua espressione era come quella delle
bellezze a occhioni spalancati e sempre trafelate di certe riviste vietate ai minori, e mi sono sorpreso ad
arrossire al pensiero.
«Che cos'è?». La mia voce era secca. «Muscat?».
«È Joséphine», ha detto Caro eccitata. «L'ha portata nella stanza di sopra, père, e lei sta urlando».
Mentre parlava un'altra raffica di rumori - grida incrociate, insulti sbraitati, fragore di proiettili
infranti - si è levata dalla finestra e una pioggia di frammenti si è sparsa sui ciottoli. Una voce di donna,
così acuta da spezzare il vetro, ha fatto uno strillo anche se, ho pensato, non di terrore ma di pura e
semplice rabbia selvaggia - seguito quasi istantaneamente da un'altra esplosione di frammenti di
proiettili domestici. Libri, stracci, dischi, oggetti da camino... l'ordinaria artiglieria dei conflitti domestici.
Ho chiamato verso la finestra.
«Muscat? Mi sente? Muscat!».
Una gabbia per canarini vuota si è schiantata dal cielo.
«Muscat!».
Nessuna risposta dall'interno della casa. I due avversari sembrano inumani - un troll e un'arpia - e
per un istante mi sento quasi a disagio, come se il mondo avesse virato ancor di più verso l'ombra,
ampliando lo spicchio di buio che ci separa dalla luce. Se aprissi la porta, che cosa vedrei?
Per un momento terribile il vecchio ricordo si materializza e ho di nuovo tredici anni, sto aprendo la
porta di quel vecchio edificio annesso alla chiesa, che qualcuno chiama ancora la canonica, sto passando
dalla penombra oscura della chiesa a un buio più profondo, i miei piedi silenziosi sul parquet liscio, con
lo strano rumore sordo e il gemito di un mostro invisibile nelle orecchie. Sto aprendo la porta, il cuore
che mi balza in gola, i pugni serrati, gli occhi spalancati... e sto vedendo sul pavimento davanti a me la
pallida bestia incurvata, dalle proporzioni a metà familiari ma curiosamente sdoppiate, due volti sollevati
verso di me in espressioni agghiacciate di rabbia-orrore-sgomento...
«Maman!... Père!».
È ridicolo, lo so. Non ci può essere un nesso. Però, osservando l'espressione lacrimosa e febbrile di
Caro Clairmont, mi chiedo se forse lo sente anche lei, quel brivido erotico di violenza al ventre, il
momento dì potenza quando si strofina il fiammifero, la fiamma cade, la benzina si incendia...
Non è stato soltanto il tuo tradimento, père, a farmi gelare il sangue e tendere la pelle come un
tamburo. Sapevo del peccato - dei peccati della carne - solo come di una sorta di astrazione disgustosa,
come accoppiarsi con gli animali. Che in quello ci potesse anche essere del piacere mi era quasi
incomprensibile. E adesso tu e mia madre - caldi, arrossati, che vi davate da fare a quella cosa in quel
modo meccanico, oleosi, l'una contro l'altro, come pistoni, non proprio nudi, no, ma più impudichi per
le tracce dei vestiti - camicetta, gonna spiegazzata, veste rialzata... No, non era la carne che mi ha
nauseato così tanto, poiché guardavo la scena con un disinteresse distaccato, disgustato... È stato perché
mi ero compromesso per te, père, solo due settimane prima, avevo compromesso la mia anima per te - la
bottiglia d'olio scivolosa nel palmo della mano, il brivido di potere del giusto, il sospiro di estasi mentre
la bottiglia vola per aria e prende fuoco, spargendosi sul ponte della peccaminosa casa galleggiante in
un'onda vivace di fiamme voraci che si muovono a scatti, contro il telone asciutto, crisss contro il legno
secco crepato, lambendoli con un'allegria lasciva... Hanno sospettato un incendio doloso, père, ma mai il
bravo, tranquillo ragazzo di Reynaud, non Francis, che cantava nel coro della chiesa e che se ne stava
seduto pallido e buono durante le tue prediche. Non il giovane pallido Francis, che non aveva mai rotto
neppure una finestra. Muscat, forse. Il vecchio Muscat e quel teppista di suo figlio avrebbero potuto
farlo. Per un certo tempo c'è stata freddezza nei loro confronti, ipotesi ostili. Questa volta le cose erano
andate troppo oltre. Ma loro hanno negato tenacemente, e dopo tutto non c'erano prove. Nessuna delle
vittime era dei nostri. Nessuno ha collegato l'incendio e i mutamenti nella sorte dei Reynaud, la
separazione dei genitori, la partenza del ragazzino per una esclusiva scuola del Nord... L'ho fatto per te,
père. Per amor tuo. La barca che brucia sul fondale asciutto illumina la notte scura, la gente corre fuori,
urlando, raspando le rive di terra bruciata della Tannes, qualcuno prova invano a estrarre le ultime
secchiate di fango dal letto del fiume per gettarle sulla barca infuocata, io aspetto tra i cespugli, la bocca
asciutta, il ventre colmo di calda felicità.
Non potevo sapere della gente che dormiva nelle case galleggianti, mi dico. Avvolti così strettamente
nella loro oscurità ubriaca da non svegliarsi neanche per il fuoco. Li ho sognati tempo dopo,
bruciacchiati l'una sull'altro, uniti come amanti perfetti... Per mesi ho urlato nella notte, vedevo quelle
braccia che si tendevano speranzose verso di me, sentivo le loro voci - un alito di cenere pronunciare il
mio nome attraverso labbra sbiancate.
Ma tu mi hai dato l'assoluzione, père. Solo un ubriacone e la sua sgualdrina, mi hai detto. Inutili
vagabondi sul fiume lercio. Venti Pater e altrettante Ave pagati per le loro vite. Ladri che avevano
profanato la nostra chiesa, insultato il nostro prete, non meritavano nulla di più. Ero un ragazzino con
un futuro luminoso davanti a sé, con genitori amorevoli che si sarebbero addolorati, che sarebbero stati
terribilmente infelici se avessero saputo... E poi, tu hai detto in modo convincente, avrebbe potuto essere
stato un incidente. Non si può mai sapere, hai detto. Dio avrebbe potuto avere questo disegno.
Ci ho creduto. Oppure ho fatto finta. E ne sono ancora grato.
Un colpetto sul braccio. Sobbalzo, spaventato. Guardando nel pozzo dei miei ricordi sono
momentaneamente stordito dal tempo. Armande Voizin è dietro di me, i suoi intelligenti occhi neri mi
fissano. Duplessis è al suo fianco.
«Hai intenzione di fare qualcosa, Francis, o lascerai che quell'orso di Muscat commetta un
omicidio?».
La voce è tagliente e fredda. Una zampa impugna il bastone, l'altra fa dei cenni come quelli di una
strega verso la porta chiusa.
«Non è...». Ho una voce acuta e infantile, non sembra affatto la mia. «Non è mio compito interv...».
«Storie!». Mi colpisce sulle nocche con il bastone. «Porrò fine a questo, Francis. Vuoi venire con me,
o starai qui tutto il giorno a bocca aperta?».
Non attende la mia risposta, ma spinge la porta del caffè.
«È chiusa a chiave», dico flebilmente.
Alza le spalle. Un singolo colpo con il manico del suo bastone rompe uno dei riquadri della porta di
vetro.
«La chiave è nella serratura», dice con decisione. «Allunga tu la mano per me, Guillaume». Gira la
chiave e la porta si spalanca. La seguo su per le scale. Qui i suoni delle urla e dei vetri rotti sono più
forti, amplificati dal guscio vuoto delle scale. Muscat è ritto sulla porta della stanza superiore, il corpo
tozzo che blocca a metà il pianerottolo. La stanza è sbarrata con barricate, tra la porta e la cornice si
intravvede un piccolo interstizio che proietta un sottile filo di luce sulle scale, e vedo Muscat che si
scaglia di nuovo contro la porta sbarrata; c'è il rumore di uno schianto mentre qualcosa si rovescia, e
ghignando di soddisfazione si spinge nella stanza.
Una donna grida.
È appoggiata al muro in fondo alla stanza. I mobili - una toilette, un armadio, delle sedie - sono stati
ammassati contro la porta, ma Muscat è finalmente riuscito a farsi largo a forza. Lei non è riuscita a
spostare il letto, un mobile pesante in ferro battuto, ma il materasso la protegge ancora mentre si
accuccia, una pila di missili a portata di mano. Si è battuta con l'aiuto dell'intero servizio, mi dico con
una certa meraviglia. Vedo le tracce della sua fuga: vetro rotto sulle scale, i segni della forza contro la
porta chiusa della stanza da letto, il tavolino che lui ha usato come ariete. Anche sulla sua faccia, mentre
si volta verso di me, vedo i segni delle unghie disperate di lei, una mezzaluna di sangue sulla tempia, il
naso gonfio, la camicia strappata. C'è sangue sulle scale, una goccia, l'orma di una scivolata, uno
spruzzo. Impronte di mani insanguinate contro la porta.
«Muscat!».
Si gira verso di me con aria vuota. I suoi occhi sono spilloni conficcati nella pasta.
Armande è al mio fianco, il bastone brandito come una spada. Sembra la più vecchia gradassa del
mondo. Si rivolge a Joséphine: «Stai bene, cara?».
«Fatelo uscire di qui! Ditegli di andare via!».
Muscat mi mostra le mani insanguinate. Sembra furioso ma allo stesso tempo confuso, come un
ragazzino sorpreso in una rissa con ragazzi molto più grandi di lui.
«Vedi cosa intendo, père?», piagnucola.
«Che cosa ti avevo detto? Vedi cosa intendo?». Armande spinge per passarmi davanti.
«Non puoi averla vinta, Muscat». Sembra più giovane e forte di me, e devo ricordare a me stesso che
è vecchia e malata. «Non puoi far tornare le cose com'erano. Togliti di mezzo e lasciala andare».
Muscat le sputa addosso, sembra sorpreso quando Armande gli risponde con uno sputo alla velocità
di un cobra e con precisione. Si pulisce la faccia, infuriato.
«Perché, tu vecchia...».
Guillaume balza davanti a lei, un gesto buffamente protettivo. Il suo cane guaisce stridulo, ma lei li
supera ridendo.
«Non provare a prendermi in giro, Paul-Marie Muscat», scatta Armande. «Mi ricordo quando eri
ancora un monello moccioso che si nascondeva nei Marauds per scappare da quell'ubriacone di tuo
padre. Non sei cambiato granché, sei solo più grasso e più brutto. Adesso togliti di mezzo!».
Arretra, con aria confusa. Per un attimo sembra pronto a chiedere il mio aiuto.
«Père. Diglielo tu». Era come se si fosse stropicciato gli occhi con il sale. «Sai cosa intendo. Vero?».
Ho fatto finta di non sentire. Non c'è niente fra di noi, tra quest'uomo e me. Non c'è termine di
confronto. Sento il suo odore, l'odore rancido e sporco della sua camicia lercia, l'alito che sa di birra
stantia. Prende il mio braccio.
«Tu capisci, père», ripete disperato. «Ti ho dato una mano, con gli zingari. Ti ricordi? Ti ho aiutato».
Sarà mezza cieca, ma vede tutto, dannazione. Tutto. Vedo i suoi occhi guizzare verso il mio volto.
«Ah sì?». Fa la sua risata volgare. «Siete fatti della stessa pasta, eh, Curé?».
«Non so di che cosa stia parlando quest'uomo». Rendo la mia voce tagliente. «Lei è ubriaco fradicio».
«Ma, père...», balbetta in cerca delle parole, il volto stravolto, paonazzo, «père, tu stesso hai detto...».
Impassibile: «Non ho detto niente».
Apre di nuovo la bocca come un povero pesce arenato d'estate nella secca melmosa della Tannes.
«Niente!».
Armande e Guillaume allontanano Joséphine, un vecchio braccio le cinge le spalle sui due lati. La
donna mi lancia una strana occhiata vivace che quasi mi spaventa. Il suo viso è rigato di sporcizia, le
mani sono insanguinate, ma in quel preciso momento è bella, inquietante. Lui mi guarda come se per un
secondo anche lei fosse in grado di vederci bene. Provo a dirle di non biasimarmi. Io non sono come
lui: non sono un uomo, ma un prete, una specie diversa... ma il pensiero è pazzesco, quasi un'eresia.
Poi Armande la conduce via e rimango solo con Muscat, le sue lacrime che mi macchiano il collo, le
sue braccia calde intorno a me. Per un momento sono disorientato e annego con lui nel brodo delle mie
memorie. Poi mi ritraggo, provo a essere gentile, ma alla fine una violenza crescente mi spinge contro la
sua pancia cascante con le mani, i pugni, i gomiti... E per tutto il tempo urlo più forte delle sue
preghiere, con una voce che non è la mia, una voce acuta, amara.
«Lontano da me, bastardo, hai rovinato tutto, hai...».
«Francis, scusa, io...».
«Père...».
«Rovinato tutto... tutto... vattene via!». Grugnisco per lo sforzo e finalmente mi libero dalla sua stretta
calda, divincolandomi con un'improvvisa gioia disperata - finalmente libero! - e poi corro giù per le
scale, torcendomi una caviglia sulla moquette sconnessa, le sue lacrime, il suo stupido piagnucolio che
mi perseguitano, come un figlio indesiderato...

Più tardi c'è stato il tempo per parlare con Caro e Georges. Non voglio parlare con Muscat. E poi,
gira la voce che se ne sia già andato, che abbia stipato tutto quello che poteva nella sua vecchia auto e
che sia partito. Il café è chiuso, a riprova di quanto è successo stamattina rimane solo il vetro rotto. Ci
sono andato quando è caduta la notte, sostando a lungo di fronte alla finestra. Il cielo oltre Les Marauds
era freddo e verde seppia con un unico filamento lattiginoso all'orizzonte. Il fiume era scuro e
silenzioso.
Ho detto a Caro che la Chiesa non avrebbe sostenuto la sua campagna contro il Festival del
Cioccolato. Che io non l'avrei sostenuta. Non capisce? Il Comitato non può avere credibilità dopo quel
che ha fatto quell'uomo. Questa volta è stato troppo plateale, troppo brutale.
Devono aver visto la sua faccia come l'ho vista io, infiammata d'odio e di follia. Venire a sapere che
un uomo picchia la moglie - saperlo in segreto - è un paio di maniche. Ma vederlo in tutta la sua
brutalità... No. Non sopravviverà mai a questo. Già Caro sta dicendo agli altri che lei aveva capito che
tipo fosse, che l'aveva sempre saputo. Si dissocia come le riesce meglio - Mai una povera donna è stata
ingannata così! - come faccio io. Gli siamo stati troppo vicini, le dico. L'abbiamo usato quando ci
conveniva. Adesso non dobbiamo farci sorprendere a fare lo stesso. Per proteggere noi stessi dobbiamo
prendere le distanze. Non le racconto dell'altra storia, quella della gente del fiume, ma anche quella mi
resta nella mente. Armande sospetta. Per rancore potrebbe parlare. E quell'altra storia, dimenticata così
a lungo, ma così vivida nella sua vecchia testa... No. Non so che fare. Peggio ancora, devo anche
apparire conciliante nei confronti del Festival. Altrimenti i pettegolezzi cominceranno, e chissà dove
andranno a finire? Domani dovrò predicare la tolleranza, cambiare la tendenza a cui ho dato avvio e
fare in modo di cambiare le loro idee. Brucerò i volantini rimasti. E anche i poster, destinati a essere
affissi da Lansquenet fino a Montauban, saranno distrutti. Mi si spezza il cuore, père, ma che altro
posso fare? Lo scandalo mi ucciderebbe.
È la Settimana Santa. Una sola settimana prima del suo Festival. E lei ha vinto, père. Ha vinto. Adesso
solo un miracolo potrebbe salvarci.

MERCOLEDÌ 26 MARZO
Ancora nessuna traccia di Muscat. Joséphine è rimata alla Praline quasi tutto lunedì, ma ieri mattina
ha deciso di tornare al café. Questa volta Roux è andato con lei, ma hanno trovato solo il caos. Si
direbbe che le voci siano vere. Muscat se n'è andato.
Roux, che ha finito la nuova camera di Anouk nella mansarda, ha già cominciato a lavorare al café.
Nuove serrature alle porte, il vecchio linoleum tirato via, e le tende sudice staccate dalle finestre. Pensa
che con un piccolo sforzo - una mano di vernice sui muri grezzi, una passata di lucido sui vecchi mobili
malconci, un sacco di acqua e sapone - il bar potrebbe essere trasformato in un posto accogliente e
allegro. Si è offerto di fare il lavoro gratis, ma Joséphine non ne vuole sapere. Muscat ha ovviamente
fatto piazza pulita del loro conto comune, ma lei ha un po' di denaro da parte, ed è convinta che il
nuovo café sarà un successo. L'insegna sbiadita che ha indicato il Café de la République negli ultimi
trentacinque anni è finalmente stata rimossa. Al suo posto una vivace tenda da sole rossa e bianca
gemella della mia - e un'insegna dipinta a mano proveniente dal cantiere di Clairmont che recita Café des
Marauds. Narcisse ha piantato dei gerani nelle fioriere di ferro battuto alle finestre e i fiori cascano lungo
i muri, i boccioli scarlatti che fioriscono con il calore improvviso. Armande osserva approvando dal suo
giardino proprio in fondo alla collina.
«È una brava ragazza», mi dice nel suo modo brusco. «Se la caverà, adesso che si è sbarazzata di quel
beone che ha sposato».
Roux alloggia provvisoriamente in una delle camere libere del bar, e Luc ha preso il suo posto da
Armande, con grande disappunto da parte di sua madre.
«Non è il posto adatto a te per vivere», dice con voce stridula. Mi trovo nella piazza mentre escono
di chiesa, lui nell'abito della domenica, lei in un altro dei suoi innumerevoli completi pastello, un foulard
di seta annodato sui capelli.
La sua risposta è educata, inamovibile.
«Solo fino alla f-f-festa», dice. «Lì non c'è nessuno che si occupi di lei. P-p-potrebbe a-a-avere
un'altra crisi».
«Sciocchezze!». Il tono è liquidatorio. «Ti dico io cosa sta combinando. Sta cercando di causare uno
screzio fra di noi. Ti proibisco, ti proibisco assolutamente di stare da lei questa settimana. E per quanto
riguarda quella ridicola festa...».
«Non credo che dovresti p-p-proibirmelo, m-m-maman».
«E perché no? Sei mio figlio, maledizione, non puoi startene lì a dirmi che preferisci obbedire a quella
vecchia pazza piuttosto che a me!». I suoi occhi si riempiono di lacrime rabbiose. La voce vacilla.
«Va bene, maman». È immobile vicino alla vetrina, ma le mette un braccio intorno alle spalle. «Non
sarà per molto. Solo fino alla festa. P-p-prometto. Sei invitata anche tu, lo sai. Se tu v-v-venissi lei
sarebbe contenta».
«Non voglio andarci». La sua voce è astiosa e lacrimosa, come quella di un bambino stanco.
Lui scrolla le spalle.
«Non andare, allora. Ma dopo n-n-non aspettarti che lei ascolti le cose che vuoi tu».
Lo guarda.
«Che cosa vuoi dire?».
«Voglio dire, potrei p-p-parlarle». Conosce sua madre, è un ragazzo intelligente. La capisce meglio di
quanto lei sappia. «P-p-potrei convincerla», dice. «Ma se tu non vuoi p-p-provare...».
«Non ho detto questo». In un impulso improvviso gli mette le braccia al collo. «Sei il mio ragazzo
intelligente», dice, ripreso il contegno. «Tu potresti farlo, vero?». Gli stampa un bacio sonante sulla
guancia e lui subisce pazientemente. «Il mio bravo ragazzo intelligente», ripete con tono carezzevole, e se ne
vanno insieme, a braccetto, il ragazzo già più alto della madre che guarda in giù con lo sguardo attento
di un genitore tollerante nei confronti di un bimbetto volubile.
Oh, lui sa.
Con Joséphine tutta presa dai propri affari, ho avuto poco aiuto nei preparativi di Pasqua. Per
fortuna adesso la maggior parte del lavoro è fatta, rimane solo una dozzina di scatole da confezionare.
Lavoro di sera per preparare i dolci e i tartufi, le campane di pan di zenzero e i pains d'épices dorati. Mi
manca il tocco lieve di Joséphine ai pacchetti e alle decorazioni, ma Anouk mi aiuta meglio che può,
gonfiando cocche di cellophane e appuntando rose di seta su innumerevoli sacchetti.
Mentre lavoro alla merce da esporre domenica, nascondo la vetrina, e la facciata del negozio
assomiglia molto a com'era quando siamo arrivate, con uno schermo di carta stagnola che copre il
vetro. Anouk ha decorato lo schermo con figurine di uova e animali ritagliati nella carta colorata, e al
centro c'è un grande poster che annuncia:

GRAND FESTIVAL DU CHOCOLAT


DOMENICA, PIAZZA SAINT JÉRÔME

Ora che sono iniziate le vacanze scolastiche, la piazza è in preda all'eccitazione dei bambini, che
schiacciano il naso contro il vetro nella speranza di cogliere un barlume dei preparativi.
Ho già preso ordini per più di ottomila franchi - alcuni perfino da Montauban e anche da Agen - e
ne arrivano ancora, così che il negozio è raramente vuoto. Sembra che la campagna dei volantini di
Caro sia arrivata a un punto morto. Guillaume mi racconta che Reynaud ha assicurato i suoi fedeli che il
festival del cioccolato ha il suo assoluto sostegno, malgrado le voci messe in giro da pettegolezzi
malevoli. Eppure lo vedo talvolta che mi osserva dalla sua piccola finestra, e gli occhi sono affamati e
carichi d'odio. So che non nutre buoni sentimenti verso di me, ma è come se il suo veleno fosse stato
spurgato. Provo a interrogare Armande, che sa molto più di quanto dica, ma lei scuote la testa e basta.
«Tutto è accaduto molto tempo fa», mi dice, deliberatamente vaga. «La mia memoria non è più
quella di una volta». Invece vuole sapere ogni particolare del menu che ho predisposto per la sua festa,
pregustando ogni cosa. È piena di suggerimenti. Brandade truffé, vol-aux-vents aux trois champignons, cotti
nel vino e con la panna con chanterelles selvatiche come guarnizione, langoustines alla griglia con insalata di
rucola, cinque diversi tipi di dolci al cioccolato, tutti quelli che preferisce, gelato al cioccolato fatto in
casa... I suoi occhi luccicano di piacere e malizia.
«Mai avuto feste quand'ero ragazza», spiega. «Neanche una. Una volta sono andata a un ballo, su a
Montauban, con un ragazzo della costa. Uào!». Ha fatto un gesto eloquente, lascivo. «Scuro come la
melassa, era, e altrettanto dolce. Abbiamo preso champagne e sorbetto alle fragole, e poi abbiamo
ballato». Ha fatto un sospiro. «Avresti dovuto vedermi allora, Vianne. Adesso non lo crederesti. Diceva
che assomigliavo a Greta Garbo, l'adulatore, e tutti e due abbiamo fatto finta che lo credesse davvero».
Ha fatto una risatina sommessa. «Certo, non era il tipo che si sposa», ha precisato con filosofia. «Non lo
sono mai».
Adesso resto sveglia quasi ogni notte, le prugne caramellate che mi danzano davanti agli occhi.
Anouk dorme nella sua nuova camera in mansarda e io sogno a occhi aperti, sonnecchio, mi sveglio in
sogno, mi riappisolo fino a quando le palpebre brillano per l'insonnia e la stanza beccheggia intorno a
me come una nave che sta rollando. Ancora un giorno, mi dico. Ancora un giorno.
Ieri notte mi sono alzata e ho preso le carte dalla scatola dove avevo promesso che sarebbero
rimaste. Le sentivo fredde tra le dita, fredde e lisce come l'avorio, i colori che si aprivano a ventaglio fra
i palmi - blu-viola-verde-nero - le figure famigliari che scorrevano dentro e fuori dal mio campo visivo
come fiori pressati tra lastre di vetro nere. La Torre. Morte. Gli Amanti. Morte. Sei di Spade. Morte.
L'Eremita. Morte. Mi dico che non significa nulla. Mamma ci credeva, ma questo a che cosa l'ha
portata? A correre, correre. Il segnavento sopra Saint Jérôme adesso è silenzioso, tranquillo quasi
lugubre. L'aria è tiepida e dolce per i nuovi odori dell'estate che si avvicina. L'estate arriva in fretta a
Lansquenet sulla scia dei venti di marzo, e ha l'odore del circo, di segatura e di pastella che frigge, di
legno verde tagliato e di sterco di animale. Mia madre dentro di me sussurra: tempo di cambiare. La casa di
Armande è illuminata: da qui riesco a vedere il piccolo riquadro giallo della finestra, che diffonde una
luce a scacchi sulla Tannes. Mi domando che cosa stia facendo. Dopo quell'unica volta, con me non ha
più parlato direttamente del suo progetto. Invece discute di ricette, del modo migliore di rendere più
leggero un dolce di pan di Spagna, della migliore proporzione di zucchero e alcol per le ciliegie sotto
spirito. Ho controllato la sua malattia nel mio dizionario medico. Il gergo è un'altra via di fuga, oscuro e
ipotetico come le figure sulle carte. Inconcepibile che queste parole si applichino a vera carne. La sua
vista sta calando, isole d'oscurità galleggiano nella sua visione, quello che vede è screziato, a macchie, e
infine quasi oscurato. Poi il buio.
Capisco la sua situazione. Perché dovrebbe lottare per prolungare oltre una condizione destinata a
questa ineluttabilità? Il pensiero dello spreco, il pensiero di mia madre procurato da anni di risparmio e
incertezza, qui è sicuramente improprio, mi dico. Meglio un atto stravagante, un'abbuffata, e poi il buio
improvviso. Eppure qualcosa in me si lamenta - ingiusto! - in modo infantile, forse sperando ancora nel
miracolo. Di nuovo, il pensiero di mia madre. Armande lo sa bene.
Nelle ultime settimane - la morfina stava cominciando a prendere il sopravvento in ogni momento e
i suoi occhi erano perennemente velati perdeva il contatto con la realtà per ore, svolazzando tra le
fantasie come le farfalle tra i fiori. Alcune erano dolci, sogni di fluttuazioni, di luci, di incontri
extracorporei con star del cinema morte ed esseri da pianeti eterei. Alcune erano macchiate di nero per
la paranoia. In queste visioni l'Uomo Nero non era mai lontano, appostato agli angoli delle strade,
seduto nella vetrina di un ristorante, dietro al banco di un negozio di chincaglierie. A volte era un
conducente di taxi, il suo taxi un carro funebre come quelli che si trovano a Londra, un berretto da
baseball calato sopra gli occhi. La parola DODGERS, furbastri, era scritta sul berretto, diceva, e questo
perché lui le faceva la posta, ci faceva la posta, a tutte e due, a tutti i furbastri che in passato erano
riusciti a dribblarlo, ma non per sempre, diceva lei, scuotendo la testa con aria da indovina, mai per
sempre. Durante uno di questi incantesimi oscuri ha estratto un portafogli di plastica gialla e me l'ha
mostrato. Era pieno di ritagli di giornale, che risalivano soprattutto alla fine degli anni Sessanta e agli
inizi dei Settanta. La maggior parte erano in francese, ma alcuni erano in italiano, tedesco, greco. Tutti
parlavano di rapimenti, scomparse, aggressioni a bambini.
«È così facile da fare», mi ha detto, gli occhi enormi e incerti. «Posti grandi. Così facile perdere un
bambino. Così facile perdere una bambina come te». Mi ha strizzato l'occhio, con l'aria annebbiata. Le ho
dato un colpetto affettuoso alla mano per rassicurarla.
«Tutto okay, maman», ho detto. «Sei stata sempre attenta. Hai sempre fatto attenzione a me. Non mi
sono mai persa».
Ha fatto di nuovo l'occhiolino.
«Oh, ti sei persa», ha detto, ridacchiando. «Ti sei peeeersa». Dopo ha fissato il vuoto per un po',
sorridendo con una smorfia, la sua mano come un fascio di rametti nella mia. «P-eeer-saa», ha ripetuto
disperata, e ha cominciato a piangere. L'ho consolata come meglio ho potuto, ricacciando i ritagli nella
cartella. Mentre lo facevo ho notato che molti parlavano dello stesso caso, la scomparsa a Parigi di
Sylviane Caillou, di diciotto mesi. Sua madre l'aveva lasciata due minuti legata con la cintura al sedile
dell'automobile mentre andava in farmacia, e quando era tornata la bimba non c'era più. E non c'erano
più neanche la borsa con i ricambi e i giocattoli della bimba, un elefante di pezza rosso e un orsetto
marrone.
Mia madre mi ha visto scorrere l'articolo e mi ha sorriso di nuovo.
«Credo che allora tu avessi due anni», ha detto con voce furba. «O quasi due. E lei era molto più
bionda di te. Non potevi essere tu, no? E in ogni caso, ero una madre migliore di quanto fosse quella».
«Certo che no», ho detto. «E tu eri una buona madre, una madre meravigliosa. Non preoccuparti.
Non avresti fatto niente che mi mettesse in pericolo».
Mamma si dondolava e sorrideva.
«Imprudente», ha cantilenato. «Solo imprudente. Non si meritava una bambina carina come quella,
no?».
Ho scosso la testa, improvvisamente sentiva freddo. Infantile:
«Non ero cattiva, vero, Vianne?».
Sono rabbrividita. Le pagine sembravano squamose fra le dita.
«No», l'ho rassicurata. «Non eri cattiva».
«Mi sono occupata di te come si deve, vero? Non ti ho mai abbandonata. Neanche quando quel
prete ha detto... ha detto quello che ha detto. Io mai».
«No, maman. Non l'hai mai fatto».
Il freddo adesso era paralizzante, rendeva difficile pensare. Tutto quello che riuscivo a pensare era il
nome, così simile al mio, le date... E poi figurarsi se non mi ricordavo l'orsacchiotto, l'elefante, la stoffa
consumata fino alla tela rossa, portati instancabilmente da Parigi a Roma, da Roma a Vienna?...
Certo, poteva essere un'altra delle sue idee fisse. Ce n'erano altre, come il serpente sotto le coperte
del letto e la donna negli specchi. Avrebbe potuto essere una finzione. Nella vita di mia madre quel
genere di cose contava moltissimo. E poi... dopo tanto tempo, che cosa importava?
Alle tre mi sono alzata. Il letto era caldo e bitorzoluto, il sonno lontano un milione di miglia. Ho
acceso una candela e l'ho portata nella camera vuota di Joséphine. Le carte erano di nuovo al loro
vecchio posto nella scatola di mamma e mi scorrevano avidamente fra le mani. Gli Amanti. La Torre.
L'Eremita. La Morte. Seduta a gambe incrociate sul pavimento nudo, le mescolavo con qualcosa di più
della semplice abitudine. La Torre con la gente che precipitava, i muri che andavano in pezzi. Riuscivo a
capire. È la mia costante paura degli spostamenti, la paura della strada, della perdita. L'Eremita con il
suo cappuccio e la lanterna assomiglia parecchio a Reynaud, con la faccia scaltra seminascosta
nell'ombra. La Morte la conosco molto bene, e, con l'antico gesto meccanico ho fatto le corna alla carta
via! Ma gli Amanti? Ho pensato a Roux e Joséphine, così simili senza saperlo, e non sono riuscita a
reprimere una punta d'invidia. Ma dietro a questo ho provato d'improvviso la certezza che la carta non
aveva ancora svelato tutti i suoi segreti. Un profumo di lillà si è profuso nella stanza. Forse uno dei
flaconi di Mamma aveva il tappo rotto. Ho sentito caldo, malgrado il gelo della notte, dita di calore si
protendevano verso la bocca dello stomaco. Roux? Roux?
Ho rigirato la carta, in tutta fretta, con le dita tremanti.
Ancora un giorno. Qualunque cosa sia, può aspettare ancora un giorno. Ho mescolato le carte
un'altra volta, ma non ho il gesto abile di mia madre e dalle mani mi sono scivolate sul legno.
L'Eremita è caduto a faccia in su. Alla luce tremolante della candela assomigliava più che mai a
Reynaud. Il volto pareva sogghignare con malignità fra le ombre. Troverò un modo, mi ha promesso con
cattiveria. Pensi di aver vinto, ma io troverò ancora un modo. Riuscivo a sentire la sua cattiveria sulla punta delle
dita.
Mamma avrebbe detto che era un segno.
Improvvisamente, seguendo un impulso che non ho capito del tutto, ho tirato su l'Eremita e l'ho
esposto alla fiamma della candela. Per un istante la candela si è trastullata con la carta rigida, poi la
superficie ha cominciato a coprirsi di bollicine. Il volto pallido si è contorto in smorfie e si è scurito.
«Te la farò vedere io», ho sussurrato. «Prova a metterti di mezzo e io...».
Una vampa della fiamma è sfolgorata in modo preoccupante e ho fatto cadere la carta
sull'impiantito. Le fiamme si sono spente, spargendo scintille e cenere sul legno.
Mi sentivo esultante.
Chi orchestra i cambiamenti ora, Maman?
Eppure stanotte non riesco a sbarazzarmi della sensazione di essere stata manipolata, spinta a svelare
qualcosa che sarebbe stato meglio lasciar stare.
Non ho fatto nulla, mi dico. Non intendevo essere cattiva.
Ma anche questa sera, non riesco a togliermi l'idea dalla testa. Mi sento lieve, inconsistente come la
peluria di una genziana. Pronta per essere soffiata via dal primo vento.

VENERDÌ 28 MARZO. VENERDÌ SANTO


Dovrei essere con il mio gregge, père. Lo so. La chiesa è densa d'incenso, funerea in viola e nero, non
c'è un solo arredo d'argento, e neppure una corona di fiori. Dovrei essere lì. Oggi è il mio gran giorno,
père, la solennità, la pietà, l'organo che tuona come una gigantesca campana sommersa. Le campane
sono infatti silenziose, ovviamente in lutto per il Cristo crocifisso. Io stesso in nero e viola, la mia voce
è la nota intermedia dell'organo che intona le parole. Mi osservano con occhi spalancati e scuri. Oggi
anche coloro che rinnegano si trovano qui, vestiti di nero, i capelli imbrillantinati. Il loro bisogno, la loro
aspettativa riempie il vuoto che ho dentro. Per un brevissimo istante provo vero amore, amore per i loro
peccati, per la loro redenzione finale, per i loro crucci di poca importanza, per la loro futilità. So che
capisci, perché anche tu sei stato loro padre. In un certo senso, sei davvero morto per loro, tanto
quanto Nostro Signore. Per proteggerli dai tuoi peccati e dai loro. Non hanno mai saputo, vero père?
Non l'hanno mai saputo, da me. Ma quando ti ho scoperto con mia madre nella canonica... Un brutto
colpo, ha detto il dottore. Lo shock deve essere stato troppo forte. Così ti sei ritirato. Ti sei ritirato in te
stesso anche se so che mi puoi sentire, so che vedi meglio di quanto tu abbia mai visto prima. E so che
un giorno tu tornerai a noi. Ho digiunato e pregato, père.
Mi sono umiliato. Eppure mi sento indegno. C'è ancora una cosa che non ho fatto.
Dopo la messa mi si è avvicinata una bambina, Mathilde Arnaud.
Mettendo una mano nella mia ha sussurrato, sorridendo: «Porteranno i cioccolatini anche per lei,
monsieur le Curé?».
«Chi porterà i cioccolatini?», ho chiesto, perplesso.
Impaziente: «Ma le campane, no?». Ha sorriso. «Le campane volanti!».
«Oh, le campane. Certo».
Sono stato colto alla sprovvista e per un attimo non ho saputo come rispondere. Mi ha tirato per la
veste, insistente.
«Sa, le campane. Che volano a Roma per vedere il Papa e riportare indietro i cioccolatini...».
È diventata un'ossessione. Un ritornello di una sola parola, un coro sussurrato-urlato in ogni
pensiero. Non ho potuto impedire alla mia voce di alzarsi incollerita, facendo raggrinzire il suo viso
eccitato in sconcerto e terrore. Ho ruggito: «Perché nessuno qui pensa a nient'altro che alla cioccolata?», e la
bambina è corsa piagnucolando in piazza, il piccolo negozio con la sua vetrina da pacchetto regalo che
se la rideva trionfante rivolta a me mentre la richiamavo, ormai troppo tardi.
Questa sera ci sarà la cerimonia della sepoltura dell'Ostia nel sepolcro, la rappresentazione da parte
dei bambini della parrocchia degli ultimi istanti di Nostro Signore, e l'accensione delle candele quando
cala la luce. Di solito questo è per me uno dei momenti più intensi dell'anno, il momento in cui mi
appartengono, i miei figli, avvolti di nero, seri. Ma quest'anno, penseranno alla Passione, alla solennità
dell'Eucaristia, o le loro bocche avranno l'acquolina, pregustando ciò che verrà? Le sue storie - le
campane che volano festanti - si diffondono, seducenti. Provo a infondere alla predica le nostre
seduzioni, ma le glorie misteriose della Chiesa non possono competere con le sue magiche gite sul
tappeto volante.
Questo pomeriggio ho fatto visita ad Armande Voizin. È il suo compleanno, e la casa era in
agitazione. Certo, sapevo che ci sarebbe stata una specie di festa, ma non avrei mai immaginato niente
del genere. Caro me ne ha accennato una volta o due - è incerta se andarci o meno, ma spera di usarla
come un'opportunità per far pace con sua madre una volta per tutte - anche se sospetto che neanche lei
preveda le dimensioni dell'evento. Vianne Rocher era in cucina, dove aveva trascorso la maggior parte
della giornata a cucinare le pietanze. Joséphine Muscat aveva offerto la cucina del café come area di
cottura supplementare, dato che la casa di Armande è troppo piccola per reggere a tali ricche
preparazioni, e quando sono arrivato un'intera falange di aiutanti stava portando piatti, pentole e
zuppiere dal café alla casa di Armande. Un odore intenso, vinoso, proveniva dalla finestra aperta, e ho
sentito l'acquolina in bocca, è stato più forte di me. Narcisse stava lavorando in giardino, sistemava dei
fiori su una specie di pergolato costruito tra la casa e il cancello. L'effetto è sorprendente: clematidi,
campanelle, lillà sembrano cascare dalla struttura in legno, formandovi sopra un tetto di colori,
attraverso il quale il sole filtra delicatamente. Armande non si vedeva da nessuna parte.
Mi sono voltato, turbato da questa esibizione eccessiva. È tipico suo aver scelto il Venerdì Santo per
questo festeggiamento. La fastosità del tutto è quasi blasfema - fiori, cibo, casse di champagne
consegnate alla porta e riempite di ghiaccio per conservarlo al fresco -, è uno sberleffo urlato in faccia a
Dio che si è offerto in sacrificio. Devo parlargliene domani. Stavo per andarmene, quando ho sorpreso
Guillaume Duplessis che se ne stava vicino al muro ad accarezzare uno dei gatti di Armande. Ha alzato
cortesemente il cappello.
«È venuto ad aiutare, vero?», ho domandato.
Guillaume ha fatto cenno di sì.
«Avevo promesso che avrei dato una mano», ha ammesso. «C'è ancora un mare di lavoro da fare
prima di stasera».
«Sono stupito che lei voglia aver qualcosa a che fare con tutto ciò», gli ho detto con durezza. «E poi
proprio oggi! Davvero, credo che Armande stia esagerando questa volta. La spesa, per non dire della
mancanza di rispetto verso la Chiesa...».
Guillaume ha scrollato le spalle.
«Ha diritto al suo piccolo festeggiamento», ha detto con garbo.
«È più probabile che si uccida con un'indigestione», sono sbottato con sarcasmo.
«Penso che sia abbastanza vecchia per fare quello che le pare», ha commentato Guillaume.
L'ho fissato con disapprovazione. È cambiato da quando ha iniziato a frequentare quella Rocher.
L'aria di cupa umiltà è scomparsa dal viso e, al suo posto, è comparso qualcosa di caparbio, quasi di
provocatorio.
«Non mi piace il modo in cui la sua famiglia cerca di organizzare la vita di Armande», ha proseguito
ostinato. Ho alzato le spalle.
«Sono sorpreso che lei, fra tutti, possa stare dalla sua parte in questa vicenda», gli ho detto.
«La vita è piena di sorprese», ha detto Guillaume.
Mi piacerebbe che fosse così.

VENERDÌ 28 MARZO. VENERDÌ SANTO


A un certo punto, abbastanza presto, mi sono dimenticata perché si faceva questa festa e ho
cominciato a divertirmi. Mentre Anouk giocava ai Marauds, ho orchestrato i preparativi per il più grande
e sontuoso pasto che abbia mai cucinato, e mi sono persa nei dettagli più prelibati. Avevo tre cucine: i
miei grandi forni alla Praline dove ho fatto cuocere i dolci, il Café des Marauds in fondo alla strada per i
crostacei, e la piccola cucina di Armande per la minestra, le verdure, le salse e le decorazioni. Joséphine
ha offerto ad Armande di prestarle le posate e i piatti in più che possono servirle, ma Armande ha
scosso la testa, sorridendo.
«Questo è già stato sistemato», ha risposto. E così era: giovedì mattina presto è arrivato un furgone
che recava la scritta di una grande ditta di Limoges e ha consegnato due scatole di bicchieri e argenteria
e una di porcellana pregiata, tutti avvolti in fogli di carta. Il fattorino ha sorriso mentre Armande
firmava la ricevuta delle merci.
«Una delle sue nipoti si sposa, eh?», ha chiesto allegramente.
Armande si è fatta una sonora risata.
«Può darsi», ha risposto. «Può darsi».
Ha trascorso il venerdì su di giri, con il pretesto di supervisionare il tutto, ma in realtà senza smettere
di intralciare. Come una bimba birichina ha inzuppato le dita nelle salse, ha sbirciato sotto i copripiatti e
i coperchi delle pentole roventi fino a quando non ho implorato Guillaume di portarla dal parrucchiere
ad Agen per un paio d'ore; se non altro per averla fuori dai piedi. Quando è tornata era trasformata: i
capelli tagliati elegantemente e acconciati sotto un nuovo ardito cappello, guanti nuovi, scarpe nuove.
Scarpe, guanti e cappello erano tutti della stessa tonalità rosso ciliegia, il colore preferito di Armande.
«Sto facendo progressi», mi ha informata con aria soddisfatta mentre si sistemava nel suo dondolo
per osservare lo stato dei preparativi. «Per la fine della settimana potrei avere il coraggio di comprarmi
un intero abito rosso. Immaginati mentre entro in chiesa con quello. Uào!».
«Riposati un po'», le ho intimato severamente. «Devi andare a una festa stasera. Non voglio che tu ti
addormenti a metà del dolce».
«Non lo farò», ha detto, ma ha accettato di fare un sonnellino di un'ora nell'ultimo sole, mentre
apparecchiavo la tavola e gli altri andavano a casa a riposarsi e a cambiarsi per la serata. Il tavolo da
pranzo è grande, quasi esagerato per la piccola sala di Armande, e con un po' di cura forse riusciremo a
sederci tutti. Un pesante pezzo di quercia scura, ci sono volute quattro persone per portarlo fuori, sotto
un baldacchino di foglie e fiori nel pergolato appena costruito da Narcisse.
La tovaglia è di fiandra, con un bell'orlo di pizzo, e profuma della lavanda in cui ha riposato dopo il
suo matrimonio - un regalo, fin qui mai utilizzato, della sua nonna. I piatti di Limoges sono bianchi con
una sottile fascia di fiori gialli che corre lungo l'orlo: i bicchieri di tre tipi diversi - sono di cristallo, nidi
di luce che lanciano macchie d'arcobaleno sulla stoffa bianca. Un centrotavola di fiori di primavera di
Narcisse, i tovaglioli piegati accuratamente a lato di ciascun piatto. Su ciascun tovagliolo, cartellini con
scritto il nome di ogni ospite: Armande Voizin, Vianne Rocher, Anouk Rocher, Caroline Clairmont, Georges
Clairmont, Luc Clairmont, Guillaume Duplessis, Joséphine Bonnet, Julien Narcisse, Michel Roux, Blanche Dumand,
Cerisette Plançon.
Per un istante non ho riconosciuto gli ultimi due nomi, poi mi sono ricordata di Blanche e Zézette,
ancora ormeggiate più su lungo il fiume, in attesa. Mi sono resa conto che finora non ho mai saputo il
nome di Roux, dato che supponevo che fosse un soprannome, forse a causa dei suoi capelli rossi.
Gli ospiti hanno cominciato ad arrivare alle otto. Ho abbandonato la mia cucina alle sette per una
doccia e un rapido cambio d'abito. Quando sono tornata la barca era già ormeggiata sotto casa e la
gente del fiume stava entrando. Blanche nel suo dirndl rosso e con una camicia di pizzo, Zézette in un
vecchio abito da sera, con le braccia tatuate di henné e un rubino nel sopracciglio, Roux con i jeans
puliti e una maglietta bianca: tutti portavano dei regali, avvolti in frammenti di carta da regalo o
tappezzeria o pezzi di stoffa. Poi è arrivato Narcisse nel suo abito della domenica, quindi Guillaume, un
fiore giallo all'occhiello, e poi i Clairmont, volutamente allegri, Caro che osservava la gente del fiume
con occhio diffidente, ma comunque disposta a divertirsi se questo sacrificio le era richiesto... Durante
gli apéritifs, pinoli salati e biscottini, abbiamo guardato Armande mentre apriva i regali: un disegno di un
gatto in una busta rossa da Anouk, un vasetto di miele da Blanche, da Zézette sacchetti di lavanda
ricamati con la lettera B - «Non ho avuto tempo di farne uno con la tua iniziale», ha spiegato con allegra
noncuranza, «ma prometto che te lo farò il prossimo anno» -, da Roux una foglia di quercia intagliata,
delicata come fosse vera, con un grappolo di ghiande attaccato al gambo e da Narcisse un grande cesto
di frutta e fiori. Regali più generosi sono arrivati dai Clairmont: un foulard da Caro - non di Hermès, ho
notato, ma comunque di seta -, un vaso da fiori d'argento, da Luc qualcosa di luccicante e rosso in una
busta di carta spiegazzata, che nasconde da sua madre come meglio può sotto una pila di carta da regalo
scartata... Armande mi fa un sorriso affettato e mormora «Caspita!» con la mano sulla bocca. Joséphine
porta un piccolo lucchetto d'oro e sorride scusandosi: «Non è nuovo».
Armande se lo mette intorno al collo, abbraccia rudemente Joséphine, versa St-Raphaël con mano
incerta. Dalla cucina riesco a seguire la conversazione: preparare così tanto cibo è una faccenda
complicata e le dedico molta della mia attenzione, ma colgo un po' di quanto sta avvenendo. Caro è
condiscendente, disposta a essere allegra; Joséphine silenziosa; Roux e Narcisse hanno scoperto
l'interesse in comune per le piante da frutto esotiche. Zézette canta un pezzo di una canzone popolare
con la sua voce acuta, il suo bebé tenuto di sghembo in braccio. Ho notato che anche la bimba è stata
imbrattata d'henné per la grande occasione, così che sembra come un rotondo meloncino gris nantais
con la pelle chiazzata d'oro e gli occhi grigio-verdi.
Si spostano verso la tavola. Armande, su di giri, alimenta gran parte della conversazione. Sento i toni
bassi e gradevoli di Luc, mentre parla di un libro che ha letto. La voce di Caro si indurisce un tantino -
sospetto che Armande si sia versata un altro bicchiere di St-Raphaël.
«Maman, sai che non dovresti...», la sento dire, ma Armande ride e basta.
«È la mia festa», proclama con allegria. «Non voglio che nessuno si senta triste alla mia festa. E io
meno degli altri».
Per il momento, al proposito non viene detto niente di più. Sento Zézette flirtare con Georges. Roux
e Narcisse discutono di prugne.
«Belle du Languedoc», dichiara il secondo con gravità. «Per me è la migliore. Piccola e dolce, con
quell'alone opaco come un'ala di farfalla». Ma Roux è risoluto.
«Mirabelle», ribatte deciso. «L'unica prugna gialla che valga la pena coltivare. Mirabelle».
Mi rimetto ai fornelli e per un po' non sento più niente.
È una capacità che ho imparato da sola, nata dall'ossessione. Nessuno mi ha insegnato a cucinare.
Mia madre preparava formule magiche e filtri, io ho sublimato tutto in un'alchimia più dolce. Non
siamo mai state molto simili, io e lei. Lei sognava di levitazioni, di incontri astrali ed essenze segrete, io
ho studiato attentamente ricette e menu di cui avevo fatto man bassa nei ristoranti dove non potevamo
permetterci di pranzare. Lei prendeva in giro bonariamente le mie preoccupazioni materiali.
«È un bene non avere i soldi», mi diceva. «Altrimenti diventeresti grassa come un maiale». Povera
Mamma. Quando il cancro si era mangiato la sua parte migliore, era ancora abbastanza vanitosa per
rallegrarsi di essere calata di peso. E mentre leggeva le carte e borbottava fra sé, io sfogliavo la mia
collezione di schede di cucina, pronunciando l'incantesimo di piatti mai assaggiati, come dei mantra,
come formule segrete della vita eterna. Boeuf en Daube. Champignons farcis à la grèque. Escalope à la Reine.
Crème Caramel. Torta della Foresta Nera. Tiramisù. Li ho preparati tutti nella cucina segreta della mia
immaginazione, sperimentati, assaggiati, ampliando la mia collezione di ricette ovunque andassimo,
incollandole al mio album come foto di vecchi amici. Davano sostanza ai miei vagabondaggi, quei ritagli
patinati che risplendevano fra le pagine imbrattate come segnali indicatori lungo il nostro percorso
erratico.
Ora li tiro fuori come amici persi di vista da tanto tempo. Soupe de tomate à la gasconne, servita con
basilico fresco e una fettina di tartelette méridionale, fatta con pâte brisée alta come un biscotto e arricchita
dei gusti dell'olio d'oliva e acciuga e dei succosi pomodori locali, guarnita con olive e cotta lentamente
per produrre un concentrato di sapori che sembra quasi impossibile. Verso lo Chablis dell''85 in
bicchieri alti. Anouk beve limonata dal suo con un'aria esageratamente sofisticata. Narcisse si dimostra
interessato agli ingredienti della torta salata, decanta le virtù del pomodoro deforme Roussette in
rapporto alla insapore uniformità del Moneyspinner europeo. Roux accende i bracieri a entrambi i lati
della tavola e li spruzza di citronella per tenere lontani gli insetti. Colgo la visione di Caro che osserva
Armande con un'aria di disapprovazione. Mangio poco. Immersa per quasi tutta la giornata negli aromi
del cibo che cuoce, questa sera mi sento inebriata, eccitata e insolitamente sensibile, così che quando la
mano di Joséphine mi sfiora la gamba durante la cena, sobbalzo e quasi caccio un urlo. Lo Chablis è
fresco e pungente, e ne bevo di più di quanto dovrei. I colori cominciano ad apparire più intensi, i
rumori assumono una sonorità cristallina. Sento Armande elogiare la cucina. Porto un'insalata di erbe
per pulire il palato, poi il foie gras su toast caldi. Noto che Guillaume ha portato con sé il cane e lo nutre
furtivamente con dei bocconcini sotto la tovaglia inamidata. Spaziamo dalla situazione politica ai
separatisti baschi alla moda femminile passando attraverso il modo migliore per coltivare la rucola e la
superiorità della lattuga selvatica su quella coltivata. In mezzo a tutto quanto lo Chablis scorre
tranquillo. Poi i vol-aux-vents, lievi come un soffio di aria estiva, poi un sorbetto di fiori di sambuco
seguito da un plateau de fruits de mer con langoustines alla griglia, gamberi grigi, scampi, ostriche, berniques,
granseole e i più grandi tourteaux, che strappano le dita di un uomo con la stessa facilità con cui io
recido un rametto di rosmarino, lumache di mare, palourdes e in cima a tutto, regale sul suo letto di alghe,
un gigantesco astice nero. Il grande vassoio luccica di rosso e rosa e verde acqua e madreperlato e
bianco, il deposito segreto di prelibatezze di una sirena che emana un nostalgico odore del sale, come i
giorni d'infanzia al mare. Distribuiamo le pinze per le chele dei granchi, forchettine per i frutti di mare,
piattini con spicchi di limone e maionese. Impossibile restare distaccati con un piatto del genere:
richiede attenzione, informalità. I bicchieri e le posate d'argento risplendono alla luce delle lanterne che
pendono dal pergolato sopra le nostre teste. La notte ha l'odore dei fiori e del fiume. Le dita di
Armande sono agili come quelle di una merlettaia, il piatto di gusci vuoti di fronte a lei cresce quasi
senza sforzo. Porto dell'altro Chablis, gli occhi si fanno più lucidi, i volti si fanno rosei nello sforzo di
estrarre la carne sfuggente dei molluschi. Questo è cibo a cui bisogna lavorare, cibo che richiede tempo.
Joséphine comincia a rilassarsi un po', abbastanza per parlare con Caro, che combatte con la chela di un
granchio. La mano di Caro scivola, un getto d'acqua salata dal granchio la colpisce in un occhio.
Joséphine scoppia a ridere. Dopo un attimo Caro si unisce a lei. Mi ritrovo anch'io a parlare. Il vino è
pallido e ingannevole, e la sua ebbrezza si nasconde sotto la sua morbidezza. Caro è già lievemente
brilla, il viso arrossato, i capelli che le scendono in ciocche. Georges preme contro la mia gamba sotto la
tovaglia e strizza l'occhio con fare lascivo. Blanche parla di viaggi, abbiamo dei luoghi in comune, lei e
io. Nizza, Vienna, Torino. La bimba di Zézette inizia a piagnucolare, lei le immerge un dito nel Chablis
per farglielo succhiare. Armande parla di de Musset con Luc, che tartaglia meno di quanto beva. Alla
fine rimuovo il plateau smantellato, ora ridotto a una massa di avanzi perlati su una dozzina di piatti.
Scodelline di acqua al limone e insalata alla menta per le dita e il palato. Sparecchio i bicchieri, li
sostituisco con coupes à champagne. Caro è di nuovo in ansia. Mentre mi dirigo ancora un volta in cucina
la sento parlare con Armande a voce bassa, pressante.
Armande la zittisce: «Me ne parli dopo. Questa sera voglio festeggiare».
Accoglie lo champagne con uno strillo di soddisfazione.
Il dessert è una fondue di cioccolato. Va preparata in una giornata serena - il tempo nuvoloso offusca
il lustro della cioccolata fusa con il settanta per cento di cioccolato scuro, burro, un po' di olio di
mandorle; all'ultimo si aggiunge panna densa scaldata leggermente su un fornello; quindi si infilzano
pezzetti di torta o di frutta e si immergono nella mistura di cioccolato. Questa sera ho fatto tutti i loro
preferiti, anche se solo il biscuit de savoie è destinato a essere inzuppato. Caro sostiene che non ce la fa a
mangiare più niente, ma si serve due fette della roulade bicolore al cioccolato bianco e nero. Armande
assaggia un po' di tutto, ora è rossa in viso e si fa più espansiva ogni minuto che passa. Joséphine sta
spiegando a Blanche perché ha lasciato suo marito. Georges mi sorride languido dietro alle dita
imbrattate di cioccolata. Luc prende in giro Anouk che è mezza addormentata sulla sua sedia. Il cane
mordicchia giocosamente la gamba del tavolo. Zézette, senza un briciolo d'imbarazzo, comincia ad
allattare sua figlia al seno. Sembra che Caro sia lì lì per fare un commento, ma poi alza le spalle e non
dice niente. Apro un'altra bottiglia di champagne.
«Sei sicura di stare bene?», chiede piano Luc a Armande. «Voglio dire, non ti senti poco bene o c'è
altro? Hai preso la tua medicina?».
Armande ride.
«Ti preoccupi troppo per un ragazzo della tua età», gli dice. «Dovresti fare il diavolo a quattro,
mettere tua madre in agitazione. Non insegnare a tua nonna come si beve un uovo». Ha ancora senso
dell'humor, ma adesso appare un po' stanca. Siamo stati a tavola quasi quattro ore. È mezzanotte meno
dieci.
«Lo so», dice con un sorriso. «Ma non ho fretta di avere un'e-e-eredità proprio adesso». Gli accarezza
la mano e gli versa un altro bicchiere. La mano non è proprio ferma, e un po' di vino si rovescia sulla
tovaglia.
«Non preoccuparti», gli dice allegramente. «Ce n'è ancora un sacco».
Concludiamo il pasto con il mio gelato alla cioccolata, tartufi e caffè in piccole tazzine, con un
calvados come ammazzacaffè, bevuto nella tazza calda come un'esplosione di fiori. Anouk chiede il suo
canard, una zolletta di zucchero imbevuta di qualche goccia del liquore, poi ne vuole un altro per
Pantoufle. Le tazze sono state prosciugate, i piatti sgombrati. I bracieri bruciano a fiamma più bassa.
Osservo Armande, che sta ancora parlando e ridendo, ma è meno animata di prima, gli occhi
semichiusi, mentre tiene la mano di Luc sotto il tavolo.
«Che ora è?», chiede, dopo un po'.
«Quasi l'una», risponde Guillaume.
Lei sospira.
«È ora che io vada a letto», annuncia. «Non sono più giovane come un tempo, sapete». Barcolla nel
mettersi in piedi, e nel farlo solleva una bracciata di regali da sotto la sedia. Posso vedere Guillaume che
la osserva con attenzione. Lui sa. Lei gli lancia un sorriso di particolare, enigmatica dolcezza.
«Non pensate che voglia fare un discorso», dice con buffa bruschezza. «Non sopporto i discorsi.
Volevo solo ringraziare tutti - voi tutti - e dire che mi sono divertita un mondo. Non riesco a ricordare
una serata migliore. Non pensate che ce ne sia mai stata una meglio di questa. La gente è sempre
convinta che il divertimento cessa quando si diventa vecchi. Be', non è così». Evviva da Roux, Georges
e Zézette. Armande annuisce giudiziosamente. «Però non cercatemi troppo presto domani mattina»,
avverte con una piccola smorfia. «Non credo di aver bevuto così tanto da quando avevo vent'anni, e ho
bisogno di dormire». Mi rivolge un'occhiata fugace, quasi di avvertimento. «Bisogno di dormire», ripete
in modo vago, mentre comincia ad allontanarsi dalla tavola.
Caro si è alzata per sorreggerla, ma lei le ha fatto segno di allontanarsi con un gesto perentorio.
«Non agitarti, ragazza», ha detto. «Questo è sempre stato il tuo modo di fare. Sempre agitata». Mi ha
rivolto un'altra delle sue occhiate vivaci. «Può aiutarmi Vianne», ha dichiarato. «Il resto può aspettare
domattina».
L'ho portata in camera sua mentre gli ospiti se ne andavano lentamente, ancora ridendo e
chiacchierando. Caro si reggeva al braccio di Georges, Luc la sorreggeva dall'altro lato. Ora i capelli le si
erano sciolti completamente, e la facevano apparire più giovane e con i tratti più dolci. Mentre aprivo la
porta della camera di Armande, l'ho sentita che diceva: «...praticamente promesso che andrà alle
Mimosas... Che peso mi sono tolta dall'animo...». Anche Armande ha sentito e ha fatto una risatina
assonnata.
«Non dev'essere facile, avere una madre delinquente», ha detto.
«Mettimi a letto, Vianne. Prima che crolli». L'ho aiutata a svestirsi. Una camicia da notte di lino era
pronta, stesa vicino al cuscino. Ho piegato i vestiti mentre lei se la infilava passandola per la testa.
«I regali», ha detto Armande. «Mettili lì, dove posso vederli». Un gesto vago verso il cassettone.
«Ehmm. Così va bene».
Ho seguito le sue direttive in una sorta di stordimento. Forse anch'io avevo bevuto più di quanto
volessi, perché mi sentivo piuttosto calma. Sapevo dal numero di fiale di insulina conservate in
frigorifero che aveva smesso di prenderla da un paio di giorni. Volevo domandarle se era sicura, se
veramente sapeva quel che stava facendo. Invece ho drappeggiato il regalo di Luc - una sottoveste di
seta di un conturbante, squillante e indiscutibile rosso - sullo schienale della sedia perché lei potesse
vederla. Ha ridacchiato ancora, e ha allungato la mano per tastare il tessuto.
«Ora puoi andare, Vianne». La sua voce era garbata ma ferma. «È stato delizioso». Ho esitato. Per un
secondo ho colto l'immagine di noi due nello specchio della toilette. Con i suoi capelli appena tagliati
assomigliava al vecchio delle mie visioni, ma le sue mani erano una macchia color cremisi e lei stava
sorridendo. Aveva chiuso gli occhi.
«Lascia la luce accesa, Vianne». Era un commiato definitivo. «Buonanotte».
L'ho baciata lievemente sulle guance. Odorava di lavanda e cioccolata. Sono andata in cucina per
finire di lavare i piatti.
Roux si era fermato per aiutarmi. Gli altri ospiti se n'erano andati tutti. Anouk dormiva sul sofà, un
pollice infilato in bocca come un tappo. Abbiamo lavato i piatti in silenzio e ho riposto i nuovi piatti e i
bicchieri nella credenza di Armande. Una volta o due Roux ha tentato di intavolare una conversazione,
ma non riuscivo a parlargli, solo i piccoli rumori di percussione della porcellana e del vetro scandivano il
nostro silenzio.
«Stai bene?», ha detto lui alla fine. La sua mano era tenera sulla mia spalla. I suoi capelli erano tageti.
Ho detto la prima frase che mi è venuta in mente. «Stavo pensando a mia madre». Era strano, però
mi sono accorta che era vero. «Le sarebbe piaciuto. Lei adorava... i fuochi d'artificio».
Mi ha guardata. Nella fioca luce gialla della cucina, i suoi strani occhi, azzurri come l'orizzonte, si
erano scuriti fino a diventare quasi viola. Desideravo potergli dire di Armande.
«Non sapevo che ti chiamassi Michel», ho detto finalmente.
Ha scrollato le spalle.
«I nomi non contano».
«Stai perdendo il tuo accento», mi sono stupita. «Prima avevi un accento marsigliese così forte, ma
adesso...». Ha fatto uno dei suoi rari, dolci sorrisi.
«Anche gli accenti non contano».
Le sue mani mi hanno avvolto il viso. Morbide, per un operaio, pallide e morbide come quelle di una
donna. Mi sono chiesta se qualcosa di quanto mi aveva raccontato fosse vero. Per ora, non sembrava
avere importanza. L'ho baciato. Odorava di vernice e sapone e cioccolata. Ho sentito il sapore del
cioccolato nella sua bocca e ho pensato ad Armande. Avevo sempre creduto che fosse innamorato di
Joséphine. Anche mentre lo baciavo sapevo che la amava, ma questo era l'unico incantesimo che
avevamo tra noi per combattere la notte. La magia più semplice, il fuoco fatuo che portiamo giù dai
monti a Beltain, quest'anno con un po' d'anticipo. Piccole consolazioni, nella sfida all'oscurità. Le sue
mani cercavano i miei seni sotto il golf.
Ho esitato per un secondo. Ci sono già stati fin troppi uomini lungo la strada, uomini come questo,
uomini come si deve, di cui mi interessavo ma che non amavo. Se ero nel giusto, e lui e Joséphine erano
fatti l'uno per l'altra, questo che cosa poteva significare per loro? E per me? La sua bocca era lieve, il
suo tocco naturale. Dai fiori che erano fuori ho colto un effluvio di lillà, trasportato all'interno dall'aria
tiepida che emanava dal braciere.
«Fuori», gli ho detto piano. «In giardino».
Ha dato un'occhiata ad Anouk, che continuava a dormire sul divano, e ha annuito. In punta di piedi
siamo usciti insieme sotto il purpureo cielo stellato.
Il giardino era ancora tiepido per il calore dei bracieri. I lillà del pergolato di Narcisse ci ricoprivano
con il loro profumo. Ci siamo sdraiati sull'erba come bambini. Non ci siamo scambiati promesse, non
abbiamo pronunciato parole d'amore anche se lui era tenero, quasi senza passione, e si muoveva invece
con lenta dolcezza lungo il mio corpo, levigando la mia pelle con movimenti palpitanti della lingua.
Sopra la sua testa il cielo era viola-nero come i suoi occhi, e vedevo l'ampia fascia della Via Lattea come
una strada intorno al mondo. Sapevo che poteva essere l'unica volta fra di noi, e al pensiero ho provato
solo una vaga malinconia. Invece mi ha colmata un crescente senso di presenza e completezza,
annullando la mia solitudine, e anche la mia pena per Armande. Ci sarebbe stato tempo per rattristarsi,
dopo. Per il momento, solo stupore: verso me stessa, sdraiata nuda nell'erba, verso l'uomo silenzioso di
fianco a me, per l'immensità che ci sovrastava e quella che era dentro di noi. Siamo restati sdraiati a
lungo, Roux e io, fino a quando il nostro sudore si è raffreddato, e piccoli insetti hanno preso a correre
sui nostri corpi, e abbiamo sentito l'odore della lavanda e del timo che si alzava dall'aiuola di fiori ai
nostri piedi, mentre, tenendoci per mano, guardavamo il moto insopportabilmente lento del cielo.
Ho sentito Roux che cantava sottovoce una canzoncina:

V'là bon vent, v'là l'joli vent,


V'là bon vent, ma mie m'appelle...

Ora il vento era dentro di me, mi strattonava con il suo imperativo implacabile. Proprio nel centro,
un piccolo spazio tranquillo, miracolosamente imperturbato, e la sensazione quasi familiare di qualcosa
di nuovo... Anche questa è una specie di magia, una di quelle che mia madre non ha mai capito, eppure
sono più certa di questo - questo nuovo, miracoloso calore che vive dentro di me - che di qualsiasi altra
cosa io abbia fatto prima d'ora. Finalmente capisco perché quella sera ho alzato la carta degli Amanti.
Mi sono concentrata su questa consapevolezza, ho chiuso gli occhi e ho provato a sognarla, come ho
fatto in quei mesi prima che nascesse Anouk, una piccola straniera con le guance colorite e i vivaci
occhi neri.
Quando mi sono svegliata, Roux se n'era andato, e il vento era cambiato di nuovo.

SABATO 29 MARZO. SABATO SANTO


Aiutami, père. Forse non ho pregato abbastanza? Non ho sofferto abbastanza per i nostri peccati? La
mia penitenza è stata esemplare. La testa mi gira per la mancanza di cibo e di sonno. Non è questo il
tempo della redenzione, quando tutti i peccati vengono cancellati? Gli arredi d'argento sono
nuovamente sull'altare, le candele accese nell'attesa. Per la prima volta dall'inizio della Quaresima dei
fiori adornano la cappella. Anche quel balordo di San Francesco è incoronato di gigli, e il loro profumo
è come carne pura. Abbiamo atteso così a lungo, tu ed io. Sei anni dal tuo primo attacco. Anche allora
non volevi parlarmi, anche se parlavi con altri. Poi, l'anno scorso, il secondo attacco. Dicono che sei
irraggiungibile, ma so che è una finzione, un prendere tempo. Ti sveglierai quando vorrai.
Questa mattina hanno trovato Armande Voizin. Rigida e ancora sorridente nel suo letto, père; un'altra
che ci è sfuggita. Le ho dato l'estrema unzione, anche se non mi avrebbe ringraziato neppure se mi
avesse sentito. Forse sono l'unico che ancora trova conforto in simili cose.
Voleva morire ieri sera, aveva organizzato tutto nel minimo dettaglio, cibo, bevande, compagnia. La
famiglia intorno a lei, delusa dalle sue promesse di cambiamento. La sua dannata arroganza! Caro
promette che pagherà venti messe, trenta messe. Preghi per lei. Preghi per noi. Mi sorprendo a tremare
ancora per la rabbia. Non riesco a risponderle con moderazione. Il funerale sarà martedì. Me la
immagino adesso, esposta solennemente nella camera ardente dell'ospedale, peonie intorno alla testa e
quel sorriso ancora fisso sulle labbra bianche, e il pensiero mi riempie, non di pietà e neppure di
soddisfazione, ma di una furia terribile, impotente.
Naturalmente sappiamo chi c'è dietro a tutto questo. Quella Rocher. Oh, Caro me ne ha parlato. È
lei l'influenza, père, il parassita che ha invaso il nostro giardino. Avrei dovuto ascoltare i miei istinti.
Sradicarla nel momento in cui i miei occhi si sono posati su di lei. È lei che mi ha ostacolato in ogni
occasione, e ride di me dietro la sua vetrina schermata, e sparge ovunque i succhioni corrotti. Sono
stato uno stupido, père. Armande Voizin è stata uccisa a causa della mia follia. Il male vive fra noi. Il
male indossa un sorriso trionfante e colori vivaci. Quand'ero un bambino ascoltavo sempre con terrore
la storia della casa di pan di zenzero, della strega che attirava lì dentro i bimbi piccoli e poi li mangiava.
Guardo il suo negozio, tutto avvolto in carte luccicanti come un regalo che aspetta di essere scartato, e
mi chiedo quante persone, quante anime ha già tentato senza speranza di redenzione. Armande Voizin.
Joséphine Muscat. Paul-Marie Muscat. Julien Narcisse. Luc Clairmont. Dev'essere scacciata. E anche la
sua marmocchia. Dobbiamo riuscirci. In qualunque modo. Troppo tardi per le carinerie, père. La mia
anima è già compromessa. Mi piacerebbe avere ancora dodici anni. Cerco di ricordare lo stato selvatico
dei dodici anni, l'inventiva del ragazzo che sono stato un tempo. Il ragazzo che ha lanciato la bottiglia, e
che poi si è buttato la faccenda dietro le spalle. Ma quei giorni sono finiti. Devo essere abile. Non devo
screditare la mia missione. Però se fallisco...
Che cosa farebbe Muscat? Oh, è brutale, a suo modo spregevole. Però ha visto il pericolo molto
prima di me. Che cosa farebbe? Devo prendere Muscat come esempio, Muscat il porco, brutale, ma
furbo come un maiale.
Che cosa farebbe?
Il Festival del Cioccolato è domani. Da questo Festival dipende il suo successo o il suo fallimento.
Troppo tardi per volgere contro di lei la tendenza dell'opinione pubblica. Devo risultare innocente.
Dietro alla vetrina nascosta, migliaia di cioccolatini aspettano di essere venduti. Uova, animali, nidi di
Pasqua avvolti da nastri in scatole regalo, coniglietti con vivaci guarnizioni di cellophane... Domani
cento bambini si sveglieranno al suono delle campane di Pasqua e il loro primo pensiero non sarà « È
risorto!», ma «Cioccolatini! Cioccolatini di Pasqua!». Ma come sarebbe se non ci fosse la cioccolata?
Il pensiero mi paralizza. Per un momento una gioia calda mi pervade. Il maiale astuto che è in me
grugnisce e si muove baldanzoso. Potrei fare irruzione in casa sua, mi dice. La porta sul retro è vecchia
e mezza marcia. Potrei aprirla facendo leva. Intrufolarmi nel negozio con una mazza. Il cioccolato è
friabile, si rompe facilmente. Basterebbero cinque minuti fra le sue scatole regalo. Lei dorme al piano
alto. Potrebbe non sentire. E poi sarei veloce. Potrei anche indossare una maschera, così che, se lei
vedesse, tutti sospetterebbero Muscat, un attentato, una vendetta. Lui non c'è per smentire, e poi...
Ti sei mosso, père? Per un istante sono stato certo che la tua mano si sia contratta, due dita curvate
come nella benedizione. Di nuovo quello spasmo, come un pistolero che sogna i passati duelli. Un
segno.
Gloria al Signore. Un segno.
DOMENICA 30 MARZO. DOMENICA DI PASQUA
Le quattro del mattino.
La notte scorsa non ho quasi dormito. La sua finestra è stata accesa fino alle due, e neppure allora ho
osato muovermi, nel caso che lei fosse rimasta sveglia al buio. Ho sonnecchiato in poltrona per un paio
d'ore, montando la sveglia, caso mai non mi fossi svegliato. Non avrei dovuto preoccuparmi. Il mio
sonno, per quel poco che ho dormito, è stato talmente punzecchiato di sogni così volatili che ora li
ricordo a stento, anche se mi hanno punto fino a svegliarmi. Credo di aver visto Armande - una
Armande giovane, anche se ovviamente a quel tempo non l'ho mai conosciuta - che correva nei campi
dietro Les Marauds con un vestito rosso, i capelli neri che volavano. O forse era Vianne, e in qualche
modo le avevo confuse. Poi ho sognato l'incendio ai Marauds, la sgualdrina e il suo uomo, le aspre rive
rosse della Tannes, e ho sognato di te, père, e di mia madre nella canonica... Tutta l'amara vendemmia di
quell'estate è filtrata attraverso i miei sogni, e io ero come un maiale che grufola a caccia di tartufi, e si
gira e rigira a più non posso fra quelle marce prelibatezze e si ingozza, si ingozza.

Alle quattro mi alzo dalla poltrona. Ho dormito vestito, senza tonaca e colletto. La Chiesa non ha
niente a che vedere con questa vicenda. Preparo il caffè, molto forte ma senza zucchero, anche se
tecnicamente la mia penitenza è finita. Dico tecnicamente. In cuor mio so che la Pasqua non è ancora
arrivata. Lui non è ancora risorto. Se oggi riuscissi, allora Lui risorgerebbe.
Mi sorprendo a tremare. Mangio del pane secco per darmi coraggio. Il caffè è caldo e amaro.
Prometto a me stesso un buon pasto, una volta compiuto il mio dovere; uova, prosciutto, un panino
dolce di Poitou. Mi viene l'acquolina al pensiero. Sintonizzo la radio su un canale che trasmette musica
classica. Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla. La mia bocca si torce in una smorfia arcigna, caustica
di disprezzo. Questo non è momento di pastorali. Questa è l'ora del maiale, il porco astuto. Basta con la
musica.

Le cinque meno cinque.


Se guardo fuori dalla finestra intravvedo i primi squarci di luce all'orizzonte. Ho un sacco di tempo.
Il vicario sarà qui alle sei per suonare il carillon di Pasqua, ho tempo più che sufficiente per la mia
missione segreta. Mi infilo il passamontagna che ho tenuto da parte allo scopo: nello specchio sembro
un altro, faccio paura. Un sabotatore. E questo mi fa sorridere di nuovo. La mia bocca sotto la
maschera appare dura e cinica. Quasi spero che lei mi veda.

Le cinque e dieci.
La porta non è chiusa a chiave. Non riesco a credere alla mia fortuna. Dimostra la sua fiducia, la sua
insolente convinzione che nessuno possa opporsi a lei. Metto da parte il grosso cacciavite con cui avrei
forzato la porta, e sollevo il pesante pezzo di legno parte di un architrave, père, che è crollato durante la
guerra - con entrambe le mani. La porta si apre in silenzio. Un altro dei suoi sacchetti rossi penzola
sopra l'ingresso, lo strappo e lo faccio cadere con spregio sul pavimento. Per un momento sono
disorientato. Il locale è cambiato da quando era una panetteria, e in ogni caso ho meno confidenza con
il retro del negozio. Solo un riflesso molto debole di luce splende dalle superfici piastrellate, e sono
contento di aver pensato di portare una pila. Ora la accendo e per un attimo sono quasi accecato dal
biancore delle pareti smaltate, dai coperchi, dai lavelli, dai vecchi forni che brillano tutti di un bagliore
lunare nello stretto fascio di luce della pila. Non si vedono cioccolatini. Ovvio. Questa è solo l'area dove
avviene la preparazione. Non capisco perché sono sorpreso che questo posto sia così pulito: me la
immaginavo una sciattona, che lascia le pentole sporche e i piatti impilati nel lavello e lunghi capelli neri
nell'impasto dei dolci. Invece è ordinata fino allo scrupolo: file di pentole sistemate sugli scaffali in
ordine di grandezza, il rame con il rame, lo smalto con lo smalto, le ciotole di porcellana a portata di
mano e gli utensili - cucchiai, casseruole - appesi ai muri imbiancati. Sulla vecchia tavola graffiata ci
sono diverse teglie di pietra per cuocere il pane. Al centro, un vaso di dalie vellutate proietta una massa
di ombre. Per qualche ragione i fiori mi irritano. Che diritto ha di avere dei fiori, quando Armande
Voizin è morta? Il porco che è in me rovescia i fiori sulla tavola, ghignando. Lo lascio fare a modo suo.
Ho bisogno della sua crudeltà per l'impresa in corso.
Le cinque e venti.
I cioccolatini devono essere nel negozio vero e proprio. Cautamente mi faccio strada attraverso la
cucina e apro la spessa porta di pino che dà sulla parte anteriore dell'edificio. Alla mia sinistra, le scale
conducono di sopra, nella zona d'abitazione. Alla mia destra, il banco, gli scaffali, la merce esposta, le
scatole... L'odore di cioccolato, anche se previsto, è sorprendente, sembra che l'oscurità l'abbia reso più
intenso così che, per un istante, l'odore è l'oscurità che mi avvolge come una ricca polvere scura, un
pensiero soffocante. Il raggio della mia pila coglie grappoli di bagliori, carta argentata, nastri, sbuffi di
cellophane. La grotta del tesoro è tutta intorno a me. Un brivido mi percorre il corpo. Essere qui, nella
casa della strega, senza essere visto, un intruso. Toccare di nascosto le sue cose mentre lei dorme...
Provo l'impulso di vedere la vetrina, di tirar giù lo schermo di carta e di essere il primo... Assurdo, dato
che intendo mandare in fumo tutto quanto. Ma l'impulso non sarà represso. Cammino a passo felpato
con le suole di gomma, il pesante blocco di legno che mi pende dalla mano. Ho un sacco di tempo.
Abbastanza tempo per appagare la mia curiosità, se voglio. E poi, questo momento, è troppo prezioso
per essere sprecato. Voglio gustarmelo.

Le cinque e trenta.
Con grande cautela sposto di lato la pellicola di carta che copre la vetrina. Viene via con un piccolo
rumore di strappo, e la poso lì a fianco, sforzandomi di captare ogni minimo cenno di movimento al
piano superiore. Non ce n'è nessuno. La mia pila illumina la merce esposta e per un momento quasi
dimentico perché sono qui. È una meraviglia di prelibatezze, gelatine di frutta e fiori di marzapane e
montagne di cioccolatini assortiti di tutte le forme e colori, e conigli, anatroccoli, chiocce, agnelli, mi
fissano con occhi di cioccolato semiseri come gli eserciti di terracotta dell'antica Cina, e sopra a tutto
una statua di donna, le aggraziate braccia marroni che reggono un fascio di grano di cioccolato, i capelli
ondulati. Il particolare è reso in modo leggiadro, i capelli aggiunti con una cioccolata di qualità più
scura, gli occhi passati con il bianco. L'odore di cioccolato è travolgente, con il suo ricco aroma polposo
che scende giù per la gola in una squisita scia di dolcezza. La donna dal fascio di grano sorride
impercettibilmente, come se stesse contemplando i misteri.
Assaggiami. Provami. Gustami.
La sua canzone è più forte che mai, qui nell'autentico nido della tentazione. Potrei allungare la mano
in qualsiasi direzione e cogliere uno di quei frutti proibiti, assaggiare la sua polpa segreta. Il pensiero mi
trafigge in mille punti.
Assaggiami. Provami. Gustami.
Nessuno lo verrebbe a sapere.
Assaggiami. Provami. Gusta...
Perché no?

Le cinque e quaranta.
Prenderò la prima cosa che mi capita tra le dita. Non devo lasciarmi andare in questa distrazione. Un
solo cioccolatino... non un furto, per la precisione, ma un salvataggio: sarà il solo di tutti i suoi fratelli a
sopravvivere alla rovina. Ma la mia mano esita suo malgrado, una libellula che vola sopra un grappolo di
bocconcini squisiti. Un vassoio di plexiglas con un coperchio li protegge, il nome di ogni pezzo è scritto
elegantemente in corsivo sul coperchio. I nomi sono incantevoli. Croccantini all'arancia amara. Rotolo di
marzapane all'albicocca. Cerisette russe. Tartufo bianco al rum. Manon blanc. Capezzoli di Venere. Mi sento
avvampare sotto la maschera. Come si fa a ordinare qualcosa con nomi come quelli? Eppure sembrano
meravigliosi, rotondamente bianchi sotto la luce della pila, punteggiati di cioccolata più scura. Ne
prendo uno dalla cima del vassoio. Lo tengo sotto il naso, odora di panna e vaniglia. Nessuno lo saprà.
Mi rendo conto di non aver mangiato cioccolato da quando ero un ragazzo, sono passati più anni di
quanti possa ricordare, e anche allora era una qualità a buon mercato di chocolat à croquer, quindici per
cento di cacao solido - venti per quello scuro - con un retrogusto colloso di grasso e zucchero. Una
volta o due ho comprato del Suchard al supermarket, ma poiché costava cinque volte il prezzo dell'altro
era un lusso che potevo permettermi di rado. Questo è del tutto diverso, la scarsa resistenza del guscio
di cioccolato quando incontra le labbra, il morbido tartufo all'interno... C'è un retrogusto come nel
bouquet di un vino pregiato, una punta di amaro, un'intensità come quella del caffè macinato, il calore
dà vita al gusto che mi riempie le narici, un sapore assatanato che mi fa gemere.

Le cinque e quarantacinque.
Dopo quello ne provo un altro, dicendomi che non avrà importanza. Di nuovo indugio sui nomi.
Crème de cassis. Ripieno alle noci. Scelgo una pepita scura da un vassoio contrassegnato Viaggio di Pasqua.
Zenzero cristallizzato in un involucro duro di zucchero, che libera uno sbocco di liquore che sembra un
concentrato di spezie, un respiro di aria aromatizzata in cui il sandalo, la cannella e il lime si contendono
l'attenzione con il cedro e il pepe della Giamaica... Ne prendo un altro, da un vassoio marcato Pesca al
miele millefiori. Una fettina di pesca immersa nel miele e nell'acquavite, una scheggia di pesca cristallizzata
sul coperchio di cioccolato. Guardo l'orologio. C'è ancora tempo.
So che dovrei cominciare sul serio la mia azione virtuosa. Le merci esposte, anche se è sbalorditivo,
non sono sufficienti per soddisfare le centinaia di ordini che ha ricevuto. Ci dev'essere un altro posto
dove lei tiene le scatole regalo, le scorte, il grosso del suo lavoro. Le cose qui sono solo in mostra.
Afferro una Amandine e me la ficco in bocca per aiutare il pensiero. Poi un fondente al caramello. Poi
un Manon blanc, soffice di panna fresca e mandorla. Così poco tempo, e restano ancora così tanti
bocconi da assaggiare... Potrei fare il lavoro in cinque minuti, forse meno. Purché sappia dove guardare.
Prenderò un altro cioccolatino, come portafortuna, prima di andare a cercare. Solo un altro.

Le cinque e cinquantacinque.
È come uno dei miei sogni. Mi rotolo nel cioccolato. Immagino me stesso in un campo di
cioccolatini, su una spiaggia di cioccolatini, mentre mi crogiolo-grufolo-ingozzo. Non ho tempo per
leggere le etichette, mi infilo dei cioccolatini in bocca a caso. Il porco perde la sua astuzia di fronte a
tanto piacere, ritorna a essere di nuovo un porco, e anche se qualcosa in fondo ai miei pensieri urli di
smetterla, non riesco a farlo. Una volta cominciato, non può finire. Non ha niente a che vedere con la
fame, li spingo giù, la bocca zeppa, le mani piene. Per un terribile istante mi immagino Armande che
ritorna per perseguitarmi, per maledirmi, forse con il suo stesso supplizio, la maledizione di morire per
ingordigia. Mi accorgo di sentire me stesso fare dei rumori mentre mangio, gemiti e lamenti di estasi e
disperazione, come se il porco dentro di me avesse finalmente trovato una voce.

Le sei.
È risorto! Il suono stridulo delle campane mi riscuote dal mio incantamento. Mi ritrovo a sedere sul
pavimento, cioccolatini sparsi intorno a me come se mi fossi rotolato fra loro come avevo immaginato.
La mazza giace abbandonata al mio fianco. Mi sono levato la maschera che mi infastidiva. La vetrina,
smantellata del suo involucro, è completamente spalancata ai primi pallidi raggi del mattino.
È risorto! Come ubriaco mi alzo in piedi, vacillando. Fra cinque minuti i primi fedeli cominceranno ad
arrivare per la messa. Si dev'essere già notata la mia assenza. Afferro la mazza con le dita ricoperte di
cioccolata sciolta. All'improvviso so dove tiene la scorta. La vecchia cantina, fresca e asciutta, dove un
tempo venivano conservati i sacchi di farina. Posso andarci. So che posso.
È risorto!
Mi giro, brandendo la mazza, disperato per la mancanza di tempo, il tempo...
Lei mi sta aspettando, mi guarda da dietro la tenda a perline. Non ho proprio modo di sapere per
quanto tempo mi ha osservato. Un piccolo sorriso le incurva le labbra. Con molta gentilezza mi toglie la
mazza di mano. Tra le dita tiene qualcosa che sembra un pezzo di carta colorato bruciacchiato. Una
carta da gioco, forse.

...È così che mi hanno visto, père, accovacciato tra le rovine della sua vetrina, il volto imbrattato di
cioccolato, gli occhi smarriti. Sembrava che la gente accorresse in suo aiuto dal nulla.
Duplessis con il guinzaglio in una mano faceva la guardia alla porta.
La Rocher alla porta sul retro, con la mia mazza sottobraccio. Poitou all'altro lato della strada, in
piedi di buon ora per la sua infornata, faceva accorrere i curiosi a vedere. I Clairmont, la bocca
spalancata come due grosse carpe, gli occhi sbarrati. Narcisse che agitava il pugno. E le risa. Dio! Le
risa. E per tutto il tempo le campane che suonano è risorto per tutta la piazza di Saint Jérôme.
È risorto.
LUNEDÌ 31 MARZO. LUNEDÌ DELL'ANGELO
Ho mandato Reynaud per la sua strada quando le campane hanno smesso di suonare. Non ha più
detto messa. È fuggito ai Marauds senza una parola. Poche persone ne hanno sentito la mancanza.
Invece abbiamo cominciato presto il Festival, con cioccolata calda e dolci, fuori dalla Praline, mentre io
riordinavo in fretta la baraonda. Per fortuna la situazione non era grave: qualche centinaio di
cioccolatini rovesciati sul pavimento, ma nessuna delle scatole regalo danneggiata. Un paio di ritocchi
alla vetrina e sembrava bella come prima.
Il Festival è riuscito proprio come avevamo sperato. Bancarelle di artigianato, fanfare, il gruppo di
Narcisse - sorprendentemente suona il sassofono con ardito virtuosismo - giocolieri, mangiafuoco. La
gente del fiume è ritornata - per la giornata, almeno - e le strade erano ravvivate dalle loro figure
multicolori. Alcuni hanno installato bancarelle per conto loro, vendono perline per i capelli e
marmellate e miele, fanno tatuaggi con l'henné e predicono il futuro. Roux vendeva bambole che aveva
intagliato nei relitti di legno. Mancavano solo i Clairmont, anche se con l'occhio della mente continuo a
vedere Armande, come se non mi capacitassi che lei sia assente in una occasione simile. Una donna con
un foulard rosso, con uno scamiciato grigio, la curva rotonda di una schiena piegata, un cappello di
paglia, allegramente decorato con delle ciliegie, che ballonzolava sopra la folla del giorno di festa.
Sembrava essere ovunque. È abbastanza curioso, ma non ho provato dolore. Solo la certezza crescente
che lei potesse apparire in qualsiasi momento, sollevando i coperchi delle scatole per vedere che cosa
c'era dentro, leccandosi avidamente le dita, o per gridare forte di gioia per il baccano, il divertimento,
l'allegria generale. Una volta sono stata persino sicura di aver udito la sua voce proprio accanto a me -
Uào! mentre mi sporgevo in avanti per prendere un pacchetto di uva al cioccolato, anche se, quando ho
guardato, c'era solo il vuoto. Mia madre avrebbe capito.
Ho consegnato tutte le ordinazioni e ho venduto le ultime confezioni regalo alle quattro e un quarto.
La caccia all'uovo di Pasqua è stata vinta da Lucie Prudhomme, ma tutti i partecipanti hanno ricevuto i
sacchetti-sorpresa, con cioccolatini e trombette giocattolo e tamburelli e stelle filanti. Un solo carro, con
fiori veri, reclamizzava il vivaio di Narcisse. Qualcuno fra i più giovani ha osato avviare una danza sotto
lo sguardo severo di Saint Jérôme, e per l'intera giornata c'è stato un sole magnifico.

Eppure, mentre adesso sto seduta con Anouk nella nostra casa tranquilla, un libro di favole in una
mano, mi sento a disagio. Mi dico che è la delusione che segue gli eventi attesi troppo a lungo. La
stanchezza, forse, l'ansia, l'incursione di Reynaud all'ultimo momento, il calore del sole, la gente... E
anche il dolore per Armande, che cresce proprio adesso che il rumore della festa si affievolisce, la
tristezza colorata con tante altre cose contrastanti, solitudine, perdita, incredulità e una specie di calma
sensazione di giustezza... Mia cara Armande. Ti sarebbe piaciuto così tanto. Ma tu hai avuto i tuoi
fuochi d'artificio, vero? Guillaume è venuto questa sera tardi, molto tempo dopo aver ripulito tutte le
tracce del Festival. Anouk si stava preparando per andare a letto, gli occhi ancora colmi delle luci del
carnevale.
«Posso entrare?». Il cane ha imparato a sedersi al suo comando, e aspetta con fare solenne vicino alla
porta. Regge qualcosa in una mano. Una lettera. «Armande mi ha detto che avrei dovuto darle questa.
Sa. Dopo».
Prendo la lettera. Dentro la busta qualcosa di piccolo e duro tintinna contro la carta.
«Grazie».
«Non mi trattengo». Mi guarda per un istante, poi tende la mano: un gesto cerimonioso eppure
stranamente commovente. La sua stretta è energica e fresca. Sentivo gli occhi bruciare, qualcosa di
luccicante - sua o mia, non saprei dire quale delle due - cade sulla manica dell'uomo anziano.
«Buonanotte, Vianne».
«Buonanotte, Guillaume».
La busta contiene un unico foglio di carta. Lo tiro fuori, e qualcosa scivola sul tavolo - monete, mi
sembra. La scrittura è grande e disinvolta.

Cara Vianne,
Grazie di tutto. So come devi sentirti. Parla a Guillaume se vuoi lui capisce meglio di chiunque altro. Mi dispiace non
aver potuto partecipare al tuo Festival, ma l'ho visto così tante volte nella mia mente che in realtà non importa davvero.
Bacia Anouk per me e dalle uno degli allegati, l'altro è per il prossimo, penso che tu sappia cosa intendo.
Adesso sono stanca, e annuso l'arrivo di un cambiamento del vento. Penso che il sonno mi farà bene. E chi lo sa, forse
un giorno ci incontreremo ancora.
Tua, Armande Voizin
P.S. Non datevi pena di andare al funerale, nessuna delle due. È la festa di Caro e credo che ne abbia il diritto, se
quello è il genere di cose che le piace. Invita invece tutti i nostri amici alla Praline e bevetevi un bricco di cioccolata. Voglio
bene a tutti voi. A.

Dopo aver terminato, ho posato il foglio e ho cercato le monete rotolate fuori. Ne trovo una sulla
tavola e l'altra su una sedia: due sovrane d'oro che risplendono di luce rossastra nella mia mano. Una
per Anouk... e l'altra? Istintivamente mi concentro sul luogo caldo e calmo dentro di me, il posto
segreto che non ho rivelato del tutto neanche a me stessa.

La testa di Anouk riposa morbidamente sulla mia spalla.


Semiaddormentata, canta sottovoce a Pantoufle mentre leggo a voce alta. Abbiamo sentito parlar
poco di Pantoufle in queste ultime settimane, usurpato da compagni di gioco più tangibili. È
significativo che ricompaia adesso che il vento è cambiato. Qualcosa in me avverte l'ineluttabilità del
cambiamento. La mia fantasia sulla permanenza così ben costruita è come i castelli di sabbia che un
tempo costruivamo sulla spiaggia, aspettando l'alta marea. Se non è il mare, li erode il sole e, di qui a
domani, non ci saranno quasi più. Anche così provo un pizzico di rabbia, un piccolo dolore. Ma l'odore
del carnevale mi guida malgrado tutto, il vento che gira, il vento caldo da... dov'era? Il Sud? L'Est?
L'America? L'Inghilterra? È solo una questione di tempo. Lansquenet, con tutte le sue associazioni, in
qualche modo mi sembra meno reale, già si ritira nella memoria. Gli ingranaggi rallentano, il
meccanismo è silenzioso. Forse è quello che ho sospettato sin dall'inizio, che Reynaud e io siamo legati,
che uno bilancia l'altro e che senza di lui, qui, io non ho scopo. Qualunque sia, il bisogno della cittadina
se n'è andato. Al suo posto posso provare soddisfazione, una sensazione di sazietà senza più spazio per
me. Nelle case di tutta Lansquenet le coppie fanno l'amore, i bambini giocano, i cani abbaiano, le
televisioni vanno a tutto volume... Senza di noi. Guillaume accarezza il suo cane e guarda Casablanca.
Solo nella sua stanza, Luc legge Rimbaud a voce alta, senza un accenno di balbuzie. Roux e Joséphine,
soli nella loro casa appena dipinta, si scoprono l'un l'altra da cima a fondo, a poco a poco. Questa sera
Radio-Gascogne ha mandato in onda una notizia sul Festival del Cioccolato, annunciando con fierezza
il Festival di Lansquenet-sous-Tannes, una incantevole tradizione locale. I turisti non passeranno più in macchina
attraverso Lansquenet per andare in altri posti. Ho trovato un posto a questa città invisibile sulla carta
geografica.
Il vento ha l'odore del mare, di ozono e di fritto, del lungomare a Juan-les-Pins, di crêpes e di olio di
cocco e di carbonella e di sudore. Tanti posti attendono che cambi il vento. Tanta gente bisognosa.
Questa volta per quanto? Sei mesi? Un anno? Anouk rifugia il suo viso nella mia spalla e la tengo
stretta, troppo forte, perché si sveglia a metà e mormora qualcosa di accusatorio. La Céleste Praline sarà
di nuovo una panetteria. O forse una confiserie-pâtisserie, con guimauves che pendono dal soffitto come file
di salsicce color pastello e scatole di pains d'épices con Souvenir di Lansquenet-sous-Tannes scritto sul
coperchio con lo stampino. Almeno abbiamo del denaro, quel che basta per cominciare di nuovo da
qualche altra parte. Forse Nizza, o Cannes, Londra o Parigi. Anouk borbotta nel sonno. Lo sente anche
lei.
Eppure abbiamo fatto progressi. Non fa per noi l'anonimato delle camere d'albergo, spostarsi da
Nord a Sud quando si gira una carta. Finalmente io e Anouk abbiamo stanato l'Uomo Nero, l'abbiamo
finalmente visto per quello che è: uno che si rende ridicolo, una maschera di carnevale. Non possiamo
restare qui per sempre. Ma forse ha spianato la strada perché possiamo fermarci altrove. Una città di
mare, forse. O un paese vicino a un fiume, con campi di granturco e vigne. I nostri nomi cambieranno.
Anche il nome del nostro negozio muterà. La Truffe Enchantée, forse. O Tentations Divines, in ricordo di
Reynaud. E questa volta possiamo portarci dietro molto di Lansquenet. Stringo il regalo di Armande
nel palmo della mano. Le monete sono pesanti, solide al tatto. L'oro è rossastro, quasi dello stesso
colore dei capelli di Roux. Di nuovo, mi chiedo come sapesse, esattamente quanto riuscisse a vedere
lontano. Un altro figlio, non senza padre questa volta, ma il figlio di un brav'uomo, anche se lui non lo
saprà mai. Mi chiedo se avrà i suoi capelli, i suoi occhi color del fumo. Sono certa che sarà una
femmina. So anche il suo nome.
Altre cose le possiamo lasciare qui. L'Uomo Nero se n'è andato. La mia voce mi appare diversa, ora,
più coraggiosa, più forte. Ha una nota che, se ascolto attentamente, posso quasi riconoscere. Una nota
di sfida, perfino di allegria. Le mie paure se ne sono andate. Anche tu sei andata via, maman, anche se
sentirò sempre la tua voce. Non devo più avere timore della mia faccia nello specchio. Anouk sorride
nel sonno. Potrei stare qui, maman. Abbiamo una casa, degli amici. Il segnavento fuori dalla mia finestra
gira e rigira. Prova a immaginare di sentirlo ogni settimana, ogni anno, ogni stagione. Immagina di
guardare fuori dalla mia finestra, una mattina d'inverno. La nuova voce dentro di me ride, e il suono è
quasi come tornare a casa. La nuova vita dentro di me si gira piano, dolcemente. Anouk parla nel sonno,
sillabe senza senso. Le sue piccole mani si stringono contro il mio braccio.
«Per favore». La sua voce è smorzata dal mio golf. «Maman, cantami una canzone». Apre gli occhi. La
terra, vista da una grande altezza, ha la stessa sfumatura verde-azzurra.
«Okay».
Richiude di nuovo gli occhi, e io comincio a cantare piano:

V'là l'bon vent, v'là l'joli vent,


V'là l'bon vent, ma mie m'appelle...

Sperando che questa volta rimanga una ninna-nanna. Che questa volta il vento non senta. Che questa
volta... per piacere, solo questa... se ne vada senza di noi.

RINGRAZIAMENTI
Grazie di cuore a tutti coloro che mi hanno aiutato nel rendere possibile questo libro: alla mia
famiglia per il sostegno, per il baby sitting e per l'incoraggiamento un po' perplesso, a Kevin per essersi
sobbarcato tutto il lavoro burocratico, a Anouchka per avermi prestato Pantoufle. Grazie anche alla mia
indomita agente Serafina Clarke e alla mia editor Francesca Liversidge, a Jennifer Luithlen e a Laura
Grandi, e a tutti alla Garzanti per avermi aiutato a essere accolta così calorosamente. Infine, un grazie
speciale all'autore-collega Christopher Fowler per aver acceso le luci.

GLOSSARIO GOLOSO
(a cura di Laura Grandi)

AMANDINES: pasta dolce di cioccolato amaro e mandorle cotte nello sciroppo di zucchero.

BAVAROISE: dolce a base di crema inglese o di purée di frutti legati con gelatina o colla di pesce,
spesso accompagnato da guarnizioni di crema o frutta; la bavarese al cioccolato si prepara con una
pasta genovese che viene divisa a strati e farcita di una crema bavarese di cioccolato di COPERTURA,
CACAO, tuorli d'uovo, zucchero, latte, colla di pesce, panna fresca e Grand Marnier.

BERNIQUES: patelle.

BISCUIT DE SAVOIE: dolce a base di pan di spagna imbevuto di liquore e farcito di frutta e panna
montata.

BOERI: cioccolatini di cioccolato fondente ripieni di una ciliegia al brandy o al liquore.

BOEUF EN DAUBE: stufato di manzo.

BOUDIN: sanguinaccio.
BOUILLABESSE: zuppa di pesce della Francia mediterranea; esiste in molte varianti.
BRANDADE TRUFFÉE: baccalà mantecato ai tartufi.

CACAO (Theobroma cacao): pianta originaria dell'America centromeridionale che cresce nelle zone
tropicali e dà due raccolti all'anno. (Vedi anche THEOBROMA e LAVORAZIONE DEL CACAO)

CACAO IN POLVERE: vedi LAVORAZIONE DEL CACAO.

CHAMPIGNONS FARCIS À LA GRÈQUE: funghi con finocchi, cipolle, vino bianco, pomodori,
coriandolo, olio, timo, sale e pepe, lasciati cuocere a fuoco lento e serviti freddi.

CHANTERELLES: cantarelli, gallinacci.

CHOCOLAT VIENNOIS (O CIOCCOLATA VIENNESE): bevanda a base di panna, latte,


cioccolato, zucchero, rum o cognac.

CIOCCOLATO (dall'azteco xocolatl, che a sua volta ha dato origine allo spagnolo chocolate):
bevanda sacra degli aztechi, ricavata dalle fave del CACAO; in seguito, ha finito per indicare tutti i
derivati del cacao.

CIOCCOLATO AL LATTE: cioccolato contenente pasta di cacao amalgamata al latte (secondo il


procedimento messo a punto dallo svizzero Daniel Peter) e zucchero.

CIOCCOLATO BIANCO: impropriamente definito cioccolato, contiene burro di cacao, zucchero e


latte in polvere.

CIOCCOLATO FONDENTE: cioccolato contenente pasta di cacao cui vengono aggiunti burro
(secondo il procedimento messo a punto dallo svizzero Rodolphe Lindt) e zucchero.

CIOCCOLATO NON CONCATO: vedi CONCAGGIO.

CIOCCOLATO TEMPERATO: vedi TEMPERAGGIO.

CONCAGGIO (dallo spagnolo concha, conchiglia): fase della lavorazione del cioccolato, inventata da
Rodolphe Lindt nel 1879, in cui la pasta semiliquida viene mescolata e aerata a un'elevata temperatura;
la durata del concaggio, che può essere di ore o giorni, conferisce un gusto diverso al cioccolato: più
lungo è il concaggio, come per il cioccolato svizzero, maggiormente vellutato sarà il gusto.

CONFIT DE CANARD: piatto a base di carne cotta d'anatra conservata nel suo grasso di cottura; il
grasso lo ricopre completamente, così che il preparato non venga a contatto con l'aria.

COPERTURA: pasta di cioccolato fondente o al latte che si ottiene con il CONCAGGIO e che
viene usata soprattutto in pasticceria.

CRÈME CHANTILLY: panna montata.

CRÊPES: le più note preparazioni a base di pastella; la pastella è preparata con farina, latte, uova,
burro fuso e un pizzico di sale; viene fritta nel burro, ottenendo così delle frittatine sottili e croccanti sui
bordi; le crêpes hanno di norma un ripieno, salato o dolce; le spettacolari crêpes flambées vengono
fiammeggiate cospargendole con brandy o Grand Marnier.

CRIOLLO: vedi THEOBROMA.


ÉCLAIRS: dolci di forma allungata a base di pasta bignè, possono essere farciti di panna montata,
crema pasticcera o cioccolata; sono ricoperti di glassa, in accordo con il gusto del ripieno.

EISBEIN: zampetto di maiale marinato.

ESCALOPE: scaloppina.

FIORENTINI: biscotti con frutta candita, mandorle, ricoperti di cioccolato sia fondente sia al latte
sia bianco.

FOIE GRAS: fegato d'oca o d'anatra appositamente ingrassata, preparato in forma di paté o
CONFIT.

FONDUE AL CIOCCOLATO (FONDUTA AL CIOCCOLATO): vedi a pagina 304.

FORASTERO: vedi THEOBROMA.

GALETTE: focaccetta dolce preparata con burro, farina, tuorli d'uovo e buccia di limone.

GLASSA: rivestimento per dolci a base di zucchero e acqua o grassi e altri ingredienti.

GUIMAUVE: pasta frolla.

HUÎTRES DE SAINT-MALO: vedi a pagina 52

KAHLÚA: liquore messicano a base di caffè e zucchero di canna, con l'aggiunta di vaniglia.

KARTOFFELSALAT: insalata di patate lesse e maionese.

LANGOUSTINES: scampi.

LAVORAZIONE DEL CACAO: il frutto viene tagliato in due e svuotato dei semi, che vengono
essiccati al sole e successivamente tostati, sgusciati e sbucciati; ridotti in granella, vengono ulteriormente
macinati fornendo così burro di cacao e pasta di cacao, fluida; se la pasta fluida viene ulteriormente
pressata, è possibile ottenere altro burro di cacao e un residuo solido che, macinato, diventa cacao in
polvere; per le principali fasi successive, vedi CONCAGGIO e TEMPERAGGIO.

MANON BLANC: vedi a pagina 319

MARRONS GLACÉS: castagne candite lavorate con sciroppo di zucchero cotto a 38º-39ºC.

MENDIANTS: vedi a pagina 45

MERGUEZ: piccola salsiccia fortemente speziata, di origine araba.

MERINGHE AL CIOCCOLATO: meringhe nel cui composto vengono aggiunti cacao in polvere e
vanillina; possono essere ricoperte di cioccolato.

PAIN AU CHOCOLAT: dolce preparato con pasta da croissant, a cui vengono aggiunti pezzetti di
cioccolato, lasciandola lievitare per un'ora a temperatura ambiente; prima della cottura ogni «panino»
viene dorato con uovo sbattuto.

PAIN D'ÉPICES: dolce a base di farina di segale, miele, zucchero e spezie (anice).
PALOURDES: vongole.

PAN DI ZENZERO: pane la cui pasta viene dolcificata con miele e insaporita con varie spezie, a
cominciare appunto dallo zenzero; è particolarmente apprezzato in Gran Bretagna (gingerbread), Belgio e
Paesi Bassi, dove in origine veniva consumato in occasioni festive.

PÂTE BRISÉE: pasta a base di farina, burro e acqua.

PIÈCES MONTÉES: torte a più piani.

PLATEAU DE FRUITS DE MER: vassoio di frutti di mare e crostacei misti.

PRALINA: questo dolce, in origine una mandorla tostata pressata nello zucchero, venne creato dal
cuoco del maresciallo du Plessis-Praslin (1589-1675), di cui ha preso il nome; da qui deriva anche il
verbo «pralinare», cioè rivestire un piccolo dolce con un involucro di zucchero caramellato o di
cioccolato; oggi il termine PRALINA definisce una vastissima gamma di dolci di piccolo formato
ricoperti e di cioccolatini ripieni.

RELIGIEUSES (RELIGIOSE): pasticcini a base di crema al moka o al cioccolato e pasta sablé.

RILLETTES: carne di maiale o d'oca tritata cotta nel grasso.

ROULADE BICOLORE (ROTOLO BICOLORE): dolce a base di cioccolato fondente, zucchero,


uova e brandy farcito di panna, eventualmente aromatizzato al caffè.

SAUERKRAUT: crauti.

SOUPE DE TOMATE: zuppa al pomodoro.

TARTELETTE MÉRIDIONALE: vedi a pagina 302

TARTUFO: in pasticceria, bonbon di forma tondeggiante (a imitazione del tubero da cui prende il
nome), a base di zucchero, panna e cioccolato nelle sue diverse qualità; a questo composto, chiamato
anche ganache, possono essere aggiunti frutta, liquore o champagne; le infinite varietà di tartufo sono
uno dei vanti dei maîtres chocolatiers, la cui arte ne crea sempre di nuovi.

TEMPERAGGIO: fase della lavorazione del cioccolato successiva al CONCAGGIO, in cui la pasta
liquida viene portata a una temperatura che provoca la cristallizzazione del burro di cacao; questo
procedimento consente l'indurimento del cioccolato, indispensabile per le successive lavorazioni, e ne
accresce la lucentezza.

THEOBROMA («bevanda degli dei», dal greco theos, dio, e broma, bevanda): il nome attribuito come
ricordo delle antiche civiltà maya e azteca dal naturalista Linneo a quella che nel Settecento era l'unica
pianta di cacao conosciuta. Esistono infatti diverse varietà di cacao, ma quelle coltivate per la
produzione del cioccolato sono tre: criollo, forastero e trinitario. Il criollo è l'albero del cioccolato per
definizione, i suoi semi furono i primi ad arrivare in Europa portati dagli spagnoli; è diffuso in America
centrale e meridionale, ma anche in Germania, Granada e Trinidad; è una pianta delicata che richiede
complessi procedimenti di coltivazione; la sua produzione è minima, meno del 10% di quella mondiale.
Il forastero, originario dell'Amazzonia, è coltivato in America centrale e meridionale; è una pianta più
robusta del criollo e la sua coltivazione si sta diffondendo: la produzione ammonta all'80% circa di quella
mondiale; anche il gusto del cioccolato che da essa si ricava è più robusto e meno delicato del criollo;
nella sua variante equadoreña amenolado è però considerato un cacao pregiato. Il trinitario, originario di
Trinidad, è frutto di un incrocio tra criollo e forastero; è diffuso in tutta l'America centrale e meridionale,
ma viene coltivato anche in Indonesia, Sri Lanka e Africa. Piantagioni di cacao si trovano anche in
Madagascar e nelle Isole Samoa. In ogni paese le caratteristiche della pianta mutano, conferendo al
cioccolato un gusto particolare. Come accade per i vini, si possono denominare i cru del cacao; quando
il cacao non è un cru, il cioccolato è frutto di miscele. Fra gli appassionati di cioccolato si disserta di cru
così come si parla di Borgogna o di Château Lafitte. I cru più celebri sono venezuelani, soprattutto
quelli della piantagione di Chuao.

TORRONE DI CIOCCOLATO: dolce composto di burro, biscotti secchi, tuorli d'uovo, cacao,
mandorle e nocciole tostate, cedro candito, uvette e pinoli; questo impasto viene messo in uno stampo
e lasciato in frigorifero a lungo prima di essere servito a fette.

TORTA DELLA FORESTA NERA: dolce a base di uova, zucchero, cioccolato fondente e farina,
farcito con ciliege fresche o amarene, zucchero, panna, succo di limone e kirsch.

TRINITARIO: vedi THEOBROMA.

VOL-AUX-VENTS AUX TROIS CHAMPIGNONS: involucri di pasta sfoglia farciti di tre varietà
di funghi e salsa besciamella.

Finito di stampare nel mese di marzo 2006


da “La Tipografica Varese S.p.A.” (VA)