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Donne globali.

Tate, colf e badanti


Barbara Ehrenreich e Arlie Russel Hochschild (a cura di), Donne globali. Tate, colf e
badanti
Feltrinelli, Milano 2004
Il fenomeno della globalizzazione ha determinato un flusso assai consistente di lavoro
femminile, spostando milioni di donne dai Paesi poveri verso quelli ricchi, dove lavorano
come bambinaie, collaboratrici domestiche e assistenti familiari. Proprio questi lavori,
poco appariscenti perché svolti tra le mura delle abitazioni private, sono al centro dello
studio di una équipe di ricercatori coordinati da due sociologhe statunitensi.
Le nuove immigrate, provenienti quasi tutte dal Sud del mondo, acquisiscono
un’indipendenza economica attraverso ruoli domestici che le donne a medio e alto
reddito dei Paesi di arrivo rifiutano, ma operano in situazioni spesso poco visibili e
scarsamente considerate dai media. Nel caso delle tate e delle collaboratrici domestiche
il loro lavoro rimane nell’ombra, anche se svolgono un ruolo essenziale nella cura dei
bambini e nella gestione della casa.
Su un tale fenomeno di portata mondiale le statistiche dell’immigrazione forniscono
poche indicazioni, ma si tratta di un fenomeno in crescita. Si ritiene che la metà dei 120
milioni di immigrati regolari e irregolari nel mondo siano donne. Una vera e propria
“femminilizzazione dell’immigrazione”, che varia da zona a zona con una consistenza
maggiore di donne rispetto agli uomini in alcuni Paesi. Negli anni Novanta le donne
erano più numerose tra gli immigrati negli Stati Uniti, in Canada, in Svezia, nel Regno
Unito, in Argentina e in Israele.
Moltissime di queste donne sono impegnate in lavori domestici o di cura di bambini. E’
un tipo di immigrazione paragonato, nel testo, alla schiavitù dei secoli scorsi. La
presenza di queste donne è diventata uno degli elementi più stabili nelle famiglie
occidentali. Pagare altre donne per le mansioni considerate tradizionalmente femminili è
il carburante che favorisce il successo delle donne in occidente.
Il trasferimento di manodopera dalle zone più povere verso quelle più ricche del mondo
trova una spiegazione nel “bisogno di assistenza” delle famiglie occidentali, le cui
donne, per mantenere il lavoro svolto fuori casa, hanno sempre più bisogno di
collaboratrici domestiche e persone retribuite per occuparsi di bambini e di anziani. Ma
le cause della globalizzazione di questo tipo di lavoro non devono essere attribuite a una
semplice sinergia dei bisogni, che oltre ad essere insufficiente a chiarire il fenomeno non
permette di cogliere l’inadeguatezza dei governi occidentali nel rispondere ai bisogni
creati dalla crescente occupazione femminile. Il caso degli Stati Uniti, e in misura
minore dell’Europa occidentale, è significativo per spiegare la scarsa attenzione prestata
all’assistenza pubblica. Ad esempio, il taglio dei servizi e l’assenza di strutture pubbliche
(asili nido e scuole materne) per i figli delle donne lavoratrici hanno impoverito lo stato
sociale statunitense, privando le dirette interessate di congedi per motivi di famiglia o di
salute.
Dall’analisi dei diversi ricercatori emerge una complessità dei fattori che spingono le
immigrate verso le società ricche, non riducibili solo alla povertà o ad aspetti
strettamente connessi all’economia. Molte di loro sono in fuga dai loro Paesi per
sottrarsi all’obbligo di occuparsi dei membri anziani della famiglia o di consegnare il
proprio salario al marito o al padre. Il caso delle Filippine, analizzato da Rhacel Salazar
Parrenas, è emblematico per comprendere i flussi migratori, alcuni dei quali imputabili
alla prepotenza dei mariti o al loro scarso contributo all’andamento della famiglia. Molte
immigrate, come sottolinea Michele Gamburd nel suo saggio, si separano per l’uso
dissoluto che viene fatto dai mariti degli stipendi guadagnati e inviati loro a casa. In altri
studi viene tentato un paragone tra le donne indigenti o sfortunate dei paesi poveri e
quelle dell’alta o media borghesia dei paesi ricchi, accumanate da obiettivi di
emancipazione e divise da un’enorme divario di privilegi e di opportunità. Così il
discorso sulla globalizzazione si arricchisce di nuovi elementi, che sotto molti aspetti
rispecchiano il tradizionale rapporto dei sessi: ai paesi industrializzati spetta il ruolo che
un tempo era assegnato all’uomo, mentre ai paesi poveri è assegnato il consueto ruolo
della donna, fatto di accudimento, di pazienza e di abnegazione.
La metafora proposta dalle due sociologhe, non sempre convincente sul piano analitico,
si snoda in una relazione priva di riconoscimento ufficiale e tende a sottolineare
l’invisibilità del lavoro domestico. Comunque, al di là di questo “rapporto clandestino”,
gli aspetti più importanti per le operatrici di questa attività rimangono quelli di un equo
salario, del pagamento dei contributi, di una adeguata politica previdenziale e sanitaria,
oltre al riconoscimento della loro dignità e delle responsabilità sociali. Tutto questo
garantirebbe agli erogatori e ai fruitori di assistenza condizioni migliori per costruire
legami emotivi, senza che siano ricreate le condizioni più oppressive dei rapporti
familiari. (Mirela Filip)

L’Italia invecchia, ma chi se ne cura? Il welfare nelle mani


degli immigrati
L’Italia detiene un primato, confermato dai dati sul censimento nazionale del 2001: gli
oltre 10 milioni di cittadini con più di 65 anni permettono al Paese di mantenere il primo
posto in Europa per il più alto tasso di invecchiamento della popolazione, grazie anche
alla bassa natalità. Dal censimento precedente, datato 1991, sono aumentati anche gli
anziani di 75 anni e oltre passando dal 6,7% all'8,4% della popolazione, mentre è quasi
raddoppiato in una decade il numero delle persone con più di 85 anni. L’Italia continua a
invecchiare e aumenta anche il numero delle persone non autosufficienti che ora
ammontano a quasi tre milioni di cui il 70 per cento ha più di 65 anni. In passato, la
cura di questi e di altri familiari ricadeva quasi totalmente sulle spalle delle donne
italiane, anche in virtù dell’impostazione, ancora valida nel Paese, secondo cui
l’assistenza sociale rimaneva soprattutto a carico delle famiglie mentre per l’assistenza
sanitaria interveniva il settore pubblico. E dunque se ne occupavano le parenti,
destinate culturalmente a quel ruolo. Oggi invece la tendenza più diffusa è quella di
affidare il servizio a esterni, utilizzando magari, la ristretta minoranza che può
usufruirne, il sostegno economico assicurato a livello pubblico e che consiste
nell’indennità di accompagnamento per anziani non autosufficienti e nell’assegno di
cura.
Cresce il numero dei lavoratori e delle lavoratrici dell’assistenza, e tra questi aumentano
gli/le stranieri/e. Secondo la ricerca "L'assistenza privata agli anziani in Italia e in
Europa" presentata nel 2003 dal sindacato pensionati Spi Cgil e realizzata in
collaborazione con la Fondazione Brodolini e con il Politecnico di Milano, dal 1991 al
1999 il numero dei lavoratori domestici iscritti all'Istituto nazionale della previdenza
sociale è aumentato attestandosi intorno alle 230.000 unità con un'incidenza degli
operatori stranieri pari al 50 per cento. Percentuale destinata oggi a sbilanciarsi
notevolmente dopo la sanatoria 2002 dei lavoratori immigrati e che riguardava anche i
cosiddetti badanti, termine che nell’immaginario collettivo viene ormai associato
soprattutto alle donne straniere. Infatti per l’Inps, al 31 gennaio 2004, risultano
regolarizzati 271.334 tra collaboratori familiari e badanti non italiani le cui prestazioni si
configurano all’interno della tipologia del lavoro domestico, alla cui normativa si rifanno
completamente.
In realtà gli operatori del settore sono sempre più numerosi di quanto si riesca a
stabilire, numeri alla mano. Infatti, ai lavoratori registrati si affiancano innanzitutto
quelli che lo Spi ha definito proletari dei servizi, in prevalenza immigrati, ma anche
lavoratori italiani, che operano ancora in nero. A dimostrarlo è anche uno studio del
Censis condotto in Italia, presentato nel mese di dicembre del 2003 alla Conferenza
europea sul Lavoro, secondo il quale il 77% del personale addetto alla cura della casa e
all’assistenza alle persone lavora in nero.
La categoria dei lavoratori irregolari dell’assistenza, comprende i molti cittadini stranieri,
e sono per lo più donne, che lavorano dentro le case degli italiani prendendosi cura di
loro e spesso anche vivendoci insieme, e che, o proprio non sono iscritte all’Inps, o
presentano dichiarazioni dei redditi che indicano solo le 24 ore minime settimanali pur
coprendone in realtà molte di più.
Le lavoratrici di cura provengono da Asia, Africa, America Latina ma soprattutto, negli
ultimi tempi, dall’Europa dell’Est. Nel caso del “vecchio continente” le polacche, ora
cittadine dell’Unione europea seppure ancora soggette ad alcune restrizioni per lavoro
quando emigrano in altri Stati membri, che erano state tra le prime a dedicarsi al lavoro
di cura degli anziani in Italia ora sono state sostituite dalle cittadine rumene, ucraine e
russe soprattutto per quanto riguarda le Regioni del nord Italia.
Sono dunque soprattutto queste donne a ricoprire oggi parte dei ruoli prima svolti dalle
donne italiane nelle faccende domestiche e nell’assistenza di familiari e anziani e lo
fanno spesso all’interno di «un mercato nascosto, indirizzato soprattutto in senso
privatistico e che sembra essere l’unica vera risposta attuale all’invecchiamento della
popolazione», secondo il parere di Rossana Trifiletti, docente di Sociologia della famiglia
e politiche sociali presso l’università degli studi di Firenze. La situazione è grave anche
perché lo Stato italiano non è finora riuscito a varare una politica adeguata per
l’assistenza degli anziani e addirittura «non esiste ancora neanche un dato
sull'assistenza domiciliare dopo che per 20 anni si sono succedute commissioni
ministeriali che avevano questo scopo». Per la Trifiletti «noi pretendiamo un’emersione
senza sostenerla, imponendola coattivamente in modo molto diverso da altri paesi
europei, dove sicuramente anche si è puntato all'emersione del lavoro informale in
questo settore ma creando le condizioni, rendendola conveniente per tutte le parti
coinvolte. Bisogna quindi pensare sia alla tutela dei diritti umani delle lavoratrici
immigrate ma anche alla tutela contro la sperequazione delle famiglie che non hanno
alternativa di scelta e rispetto alle quali sappiamo che molto spesso c'è, con la non
autosufficienza di un anziano, l'inizio di un percorso di impoverimento, di cui finisce per
pagare le conseguenze affettive ed economiche anche la lavoratrice straniera» (p. b. v.)
Badanti, colf, assistenti familiari: tante parole di cura, un
solo lavoro
Da Lidia Obando
Badanti, colf, assistenti familiari, spesso svolgono mansioni similari. Esiste una
certa confusione sui profili professionali degli operatori del lavoro di cura?
Noi come categoria delle Acli colf, già dagli anni Cinquanta ci eravamo impegnati in una
lotta perché non si continuasse a usare il termine domestiche per le donne che facevano
il lavoro di cura, di assistenza alla persona e alla casa. Noi preferivamo definirle
collaboratrici familiari perché di fatto collaboravano con il capo famiglia, a loro venivano
affidati bambini, anziani, portatori di handicap e anche le mansioni di casa. Nel 2002
con la riforma della legge sull’immigrazione (L. 189/02) e la sanatoria è poi venuta fuori
la parola badante per indicare una tipologia di lavoro separato da quello della
collaboratrice familiare, quasi a dire: “noi, con questa nuova figura, abbiamo pensato a
una copertura specifica per gli anziani”. Ma in realtà, finora, nessuno del governo né
degli enti locali si è preoccupato di tracciare un profilo professionale per l’assistenza alla
persona, lavoro che continuano a fare anche le collaboratrici familiari, sia quelle che
vivono presso gli assistiti che quelle residenti per conto proprio, così come le badanti
non si limitano certo ad assistere solo la signora o il signore anziano ma si preoccupano
anche della casa. In sintesi: la badante non ha un profilo professionale riconosciuto per
la sua specifica attività lavorativa e anche nello stipendio non le viene assicurato un
compenso diverso rispetto alla collaboratrice familiare.

Quindi non esistono differenze reali?


Proprio così, anche la paga mensile è la stessa. Abbiamo potuto verificare l’equivalenza
attraverso le dichiarazioni dei redditi delle lavoratrici che si rivolgono a noi. Ed è un dato
confermato nelle assemblee che organizziamo per capire come procede il loro lavoro e il
rapporto con i datori, dove ci rendiamo conto che per molti aspetti non è cambiato
nulla. Tra l’altro, nel settore, è confermata la crescita della rete dell’assistenza “fai da
te” che vede le collaboratrici familiari trasformate sempre più in vice-madri, infermiere
o assistenti domiciliari in risposta a bisogni familiari e sociali che si vanno allargando e,
insieme, facendo più complessi.
La Toscana è una delle Regioni italiane che ha rifiutato il termine “badante”
per definire il lavoro di cura, preferendo quello di assistente familiare ritenuto
più adatto e non degradante. Enti locali come la Regione Lazio, invece,
continuano ad utilizzarlo. Cosa pensa a riguardo visto che si tratta di un
territorio dove lei lavora?
Noi come Acli questa parola non l’approviamo. In lingua sarda viene utilizzata per chi
guarda le pecore! Abbiamo già fatto una lotta sindacale per creare una identità più
umana della figura lavorativa. Anche perché spesso sentiamo le persone, anche i datori
o le datrici di lavoro che si rivolgono a noi, dichiarare con un certo tono “io ho la
badante” come prima si diceva “io ho la domestica”. Allora ci permettiamo di
correggere, anche telefonicamente, chiarendo: “guardi signora che qui abbiamo solo
collaboratrici familiari”. Mi è capitato in diversi incontri e assemblee a livello
istituzionale, ad esempio durante il Convegno sull’immigrazione del Cnel tenutosi nel
novembre 2003, di contestare l’uso improprio del termine da parte di Assessori e di
altre figure istituzionali. (p. b. v.)